Analisi della telefonata di Alberto Stasi al 118

Each and every word, pause and hesitation has meaning during a discourse. Don Rabon

Il 13 agosto 2007, alle ore 13.50.24 (durata 0.59 secondi) Alberto Stasi fece la seguente telefonata al servizio 118:

Operatore: 118

Stasi: Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli, a Garlasco.

“Sì” è una pausa per pensare ed è inaspettata.

Si noti che il “mi serve un’ambulanza” è una richiesta, non a nome della vittima, ma a nome del chiamante. 

O: A Garlasco?

S: Sì.

O: Via Giovanni Pascoli, al numero?

S: Eh, 29, la via senza uscita, la trova subito.

“Eh” è ancora un pausa per pensare.

O: Come?

S: È la via senza uscita, mi sembra al 29, non ne sono sicuro.

La richiesta di Alberto di un’ambulanza, senza specificarne il motivo, ad un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, che su invito dell’operatore egli riferisce essere il 29, aggiungendo di non esserne sicuro, mentre la casa della famiglia Poggi si trova al civico 8, ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa. Alberto non è preciso sul numero civico e invece di tornare indietro ed assicurarsi che l’ambulanza trovi immediatamente la casa dei Poggi, si reca alla caserma dei Carabinieri che dista circa 600 metri dal luogo dove si trova il corpo di Chiara. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo.

O: Ma cosa succede?

S: Eh, credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva.

“Eh” è ancora un pausa per pensare.

Stasi riferisce di credere che “una persona” sia stata uccisa e poi aggiunge: “forse è viva” ma nonostante tutto non chiede all’operatore di suggerirgli il da farsi per soccorrerla.

Il fatto che Stasi non introduca Chiara con il suo nome e che non riferisca che è la sua fidanzata ci fornisce importanti informazioni sullo stato del loro rapporto.

Stasi comunica la possibile morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo, il suo non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta. Inoltre, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.

O: In che senso? Cosa è successo? Lei cosa vede?

Chiedere “Cosa è successo?” è la miglior domanda da fare, una domanda aperta alla quale però, purtroppo, l’operatore accompagna altre due domande, lasciando a Stasi la possibilità di scegliere a quale rispondere.

S: Adesso sono andato dai carabinieri… c’è… c’è… c’è sangue dappertutto, lei è sdraiata per terra.

La priorità di Stasi è parlare di sé, non riferire le condizioni di Chiara.

Si noti la ripetizione “c’è… c’è… c’è”. Evidentemente la domanda dell’operatore “Lei cosa vede?” è sensitiva.

Alberto dice che “c‘è sangue dappertutto” senza riferire da dove esca il sangue né che cosa ne abbia causato la fuoriuscita. 

Ancora una volta Stasi prende le distanze dalla vittima chiamandola “lei”.

Quando Stasi parla di Chiara e del sangue è descrittivo, appare poco coinvolto, mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

O:  In strada o in casa?

S: No, in casa.

Stasi non riferisce con precisione all’operatore dove si trovi Chiara, solo su richiesta dello stesso egli afferma che la ragazza si trova in casa, una villetta a due piani con cantina e giardino, ma non si preoccupa di specificare che si trova in fondo alle scale della cantina. Alberto non ha urgenza che il corpo di Chiara venga ritrovato e che si faccia un disperato tentativo di soccorso. 

O: Sì, ma è una sua parente?

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente. 

S: No, è la mia fidanzata.

Alberto, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, definisce Chiara “la mia fidanzata”. 

O: Quanti anni ha questa persona?

S: 26.

O: Va bene adesso arriviamo. Le sembra al civico 29?

S: Comunque è la via senza uscita, sicuramente troverà anche i carabinieri.

Stasi con questa risposta prende le distanze, se ne lava le mani.

O: Ma lei è in casa, adesso?

S: No, sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo.

Alberto, durante la telefonata, perde tempo per ben due volte, prima nello spiegare che lui si sta recando dai Carabinieri e poi per dire che si trova in caserma per dire “cosa è successo”. Tra l’altro, Stasi usa la frase: “cosa è successo”, frase tipica di chi ha partecipato ad un evento, ci saremmo aspettati che dicesse: “cosa ho visto”.

O: Va bene, comunichiamo anche noi con i carabinieri, intanto mando a vedere un’ambulanza, va bene.

Nella telefonata di Stasi si riscontrano eccessive buone maniere, Alberto attende pazientemente le domande e risponde all’operatore con un educato “Sì” prima di formulare la richiesta di soccorsi. I convenevoli sono fuori luogo o quantomeno sospetti in una richiesta di soccorso, servono ad ingraziarsi l’operatore al fine di celare le proprie responsabilità. Stasi non interrompe mai, non manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi quali potrebbero essere parolacce od imprecazioni che si trovano frequentemente nelle telefonate di soccorritori innocenti. 

Nelle fasi iniziali della telefonata, il tono della voce di Alberto appare lievemente modulato ma ogni traccia di modulazione scompare con il proseguire della conversazione con l’operatore, l’assenza di modulazione nel tono della voce è un indicatore di menzogna. La modulazione iniziale è con tutta probabilità artefatta, chi mente, infatti, si concentra sulle prime parole da dire all’operatore e sul tono da usare ma in seguito la modulazione svanisce in quanto il soggetto focalizza più sul contenuto che sul tono delle risposte, il suo principale goal, dopo i primi scambi, è dare risposte credibili e non incriminanti.

Verso la fine della telefonata, quando si apre il cancello della caserma dei Carabinieri, Alberto sembra ormai quasi infastidito e deciso a chiudere la telefonata con il 118 per focalizzare su ciò che dovrà dire agli uomini dell’Arma che in quel momento sono  sicuramente meno utili alla sua fidanzata dei soccorritori.

Chiunque faccia una telefonata per richiedere soccorso per qualcuno è in una condizione di stress, proprio questo suo stato ‘estremo’ ci permette di capire se è l’autore di un omicidio o se è implicato in una scomparsa o se è estraneo ai fatti. Spesso chi chiama fornisce a chi lo ascolta degli ingredienti per preparare una torta, l’analista non deve cadere nel suo tranello, la torta che ne verrebbe fuori sarebbe opera dell’analista e non dell’analizzato. Ciò che un soggetto dice durante una telefonata non va interpretato, chi analizza deve solo estrarre e non interpretare mettendo in bocca all’analizzato conclusioni che non gli appartengono.

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