Analisi della telefonata di Alberto Stasi al 118

Each and every word, pause and hesitation has meaning during a discourse. Don Rabon

Le chiamate di soccorso contengono indicatori che possono aiutare gli investigatori nelle indagini. Studi statistici americani su registrazioni di telefonate al 911 in molteplici casi di omicidio hanno dimostrato che esistono degli indicatori verbali sia di colpevolezza che di innocenza. Tali indicatori non sono indicatori assoluti o definitivi ma grazie alla significativa correlazione statistica con innocenza e colpevolezza possono essere utilizzati per indirizzare le indagini. L’approccio retrospettivo è il metodo di studio utilizzato in queste ricerche, ovvero sono state analizzate le registrazioni di chiamate di soccorso dopo la soluzione dei casi. Circa il 20% delle chiamate di soccorso è opera di chi ha commesso l’omicidio. Dopo aver esaminato ogni dettaglio delle chiamate, dal tono della voce alle parole usate da chi riportava l’omicidio, è stato elaborato un modello di analisi delle stesse, il modello di analisi critica delle chiamate è costituito da 20 variabili, 8 indicatori di innocenza e 12 indicatori di colpevolezza (Lt. Tracy Harpster, 2006).

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. Ci aspettiamo una richiesta di assistenza immediata più intensa nel caso la vittima per cui viene richiesta non sia un estraneo ma una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale. Secondo Olsson (2004) anche la sequenza con cui si danno le informazioni: chi, cosa, perché, dove, quando e come, è significativa e ci permette di estrapolare informazioni sui fatti e sul tipo di coinvolgimento che il chiamante ha con gli stessi. Olsson ritiene, tra tutti gli indicatori, l’urgenza, la manifesta premura, ovvero l’insistenza nella richiesta dei soccorsi, il parametro più importante, il più dirimente.

Grazie a questi indicatori possiamo analizzare la chiamata di Alberto Stasi al servizio 118  durata 0.59 secondi.

13 agosto 2007, ore 13.50.24:

Operatore: 118

Stasi: Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco.

 Il “mi serve un’ambulanza” è una richiesta fatta, non a nome della vittima ma a suo nome; Stasi cerca un aiuto per se stesso. 

O: A Garlasco?

S: Sì.

O: Via Giovanni Pascoli, al numero?

S: Eh, 29, la via senza uscita, la trova subito.

“Eh” è un pausa dovuta al fatto che Stasi non è sicuro del numero civico.

O: Come?

S: È la via senza uscita, mi sembra al 29, non ne sono sicuro.

La richiesta di Alberto di un’ambulanza, senza specificarne il motivo, ad un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, che su invito dell’operatore egli riferisce essere il 29, aggiungendo di non esserne sicuro, mentre la casa della famiglia Poggi si trova al civico 8, ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa. Alberto non è preciso sul numero civico e piuttosto che tornare indietro ed assicurarsi che l’ambulanza trovi immediatamente la casa dei Poggi, si reca alla caserma dei Carabinieri che dista circa 600 metri dal luogo dove si trova il corpo di Chiara. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo.

O: Ma cosa succede?

S: Eh, credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva.

“Eh”, una pausa dopo una domanda chiave è una red flag.

Stasi riferisce di credere che “una persona” sia stata uccisa e poi aggiunge: “forse è viva” ma nonostante tutto non chiede all’operatore di suggerirgli il da farsi per soccorrerla.

Il fatto che Stasi non introduca Chiara con il suo nome e che non riferisca che è la sua fidanzata ci fornisce informazioni sullo stato del loro rapporto prima dell’aggressione, rabbia, odio e animosità.

Inoltre Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la presunta morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo, il suo non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importanti indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta. Inoltre, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.

O: In che senso? Cosa è successo? Lei cosa vede?

Chiedere “Cosa è successo?” è la miglior domanda da fare, una domanda aperta alla quale però, purtroppo, l’operatore accompagna altre due domanda lasciando a Stasi la possibilità di scegliere a quale rispondere.

S: Adesso sono andato dai carabinieri… c’è… c’è… c’è sangue dappertutto, lei è sdraiata per terra.

Mentre Stasi descrive la scena criminis si lascia andare ad una ripetizione, dice “c’è” per tre volte, le ripetizioni permettono a chi parla di prendere tempo per organizzare una risposta, tale espediente rientra tra le tecniche evasive di rallentamento e si chiama stalling.

Alberto dice che “c‘è sangue dappertutto” senza riferire da dove esca il sangue né che cosa ne abbia causato la fuoriuscita. 

Ancora una volta Stasi prende le distanze dalla vittima chiamandola “lei”.

Quando Stasi parla di Chiara e del sangue è descrittivo, appare poco coinvolto, mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

O:  In strada o in casa?

S: No, in casa.

Stasi non riferisce con precisione all’operatore dove si trovi Chiara, solo su richiesta dello stesso egli afferma che la ragazza si trova in casa, una villetta a due piani con cantina e giardino ma non si preoccupa di specificare che si trova in fondo alle scale della cantina. Alberto non ha urgenza che il corpo di Chiara venga ritrovato e che si faccia un disperato tentativo di soccorso. 

O: Sì, ma è una sua parente?

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente. 

S: No, è la mia fidanzata.

Alberto, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, definisce Chiara, non una parente ma “la mia fidanzata”. 

O: Quanti anni ha questa persona?

S: 26.

O: Va bene adesso arriviamo. Le sembra al civico 29?

S: Comunque è la via senza uscita, sicuramente troverà anche i carabinieri.

Stasi con questa risposta prende le distanze, se ne lava le mani.

O: Ma lei è in casa, adesso?

S: No, sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo.

Alberto durante la telefonata perde tempo per ben due volte, prima nello spiegare che lui si sta recando dai Carabinieri e poi per dire che si trova in caserma per dire “cosa è successo”. Tra l’altro, Stasi usa la frase: “cosa è successo”, frase tipica di chi ha partecipato ad un evento, ci saremmo aspettati che dicesse: “cosa ho visto”.

O: Va bene, comunichiamo anche noi con i carabinieri, intanto mando a vedere un’ambulanza, va bene.

Nella telefonata di Stasi si riscontrano eccessive buone maniere, Alberto attende pazientemente le domande e risponde all’operatore, prima di formulare la richiesta di soccorsi, con un educato “Sì”. Stasi non interrompe mai, non manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi quali potrebbero essere parolacce od imprecazioni che si trovano frequentemente nelle telefonate di soccorritori innocenti. Il fatto che stasi ha motivo di accattivarsi l’operatore con le buone maniere; inoltre, i convenevoli sono fuori luogo o quantomeno sospetti in una richiesta di soccorso, servono ad ingraziarsi l’operatore al fine di celare le proprie responsabilità.

Nelle fasi iniziali della telefonata, il tono della voce di Alberto appare lievemente modulato ma ogni traccia di modulazione scompare con il proseguire della conversazione con l’operatore, l’assenza di modulazione nel tono della voce è un indicatore di menzogna. La modulazione iniziale è con tutta probabilità artefatta, chi mente, infatti, si concentra sulle prime parole da dire all’operatore e sul tono da usare ma in seguito la modulazione svanisce in quanto il soggetto focalizza più sul contenuto che sul tono delle risposte, il suo principale goal, dopo i primi scambi, è dare risposte credibili e non incriminanti.

Verso la fine della telefonata, quando si apre il cancello della caserma dei Carabinieri, Alberto sembra ormai quasi infastidito e deciso a chiudere la telefonata con il 118 per focalizzare su ciò che dovrà dire agli uomini dell’Arma che in quel momento sono  sicuramente meno utili alla sua fidanzata dei soccorritori.

Chiunque faccia una telefonata per richiedere soccorso per qualcuno è in una condizione di stress, proprio questo suo stato ‘estremo’ ci permette di capire se è l’autore di un omicidio o se è implicato in una scomparsa o se è estraneo ai fatti. Spesso chi chiama fornisce a chi lo ascolta degli ingredienti per preparare una torta, l’analista non deve cadere nel suo tranello, la torta che ne verrebbe fuori sarebbe opera dell’analista e non dell’analizzato. Ciò che un soggetto dice durante una telefonata non va interpretato, chi analizza deve solo estrarre e non interpretare mettendo in bocca all’analizzato conclusioni che non gli appartengono.

La telefonata di Alberto Stasi è brevissima, dura meno di un minuto, ma nonostante tutto è incriminante, si possono infatti estrapolare dalla stessa un cluster di indici di colpevolezza. 

P.S. Mentre il 13 agosto, Stasi dice all’operatore del 118: “Eh, credo abbiano ucciso una persona…”, ai Carabinieri, il 16 agosto, prospetta una spiegazione alternativa, una caduta dalle scale, un incidente domestico. A mio avviso tre sono le possibili spiegazioni riguardo alla presenza di Chiara sulle scale della cantina: o chi l’ha uccisa non voleva vederla dopo morta, tipico di soggetti che hanno una stretta relazione con la vittima e ne nascondono il volto coprendolo dopo aver commesso l’omicidio (vedi Anna Maria Franzoni e Noura Jackson); o  l’assassino l’ha trattata come un oggetto in un ultimo gesto di disprezzo; oppure ha pensato di simulare un incidente domestico (alternativa meno probabile).

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