Psicopatologia di Massimo Giuseppe Bossetti

Like a fingerprint the crime scene can be used to aid in identifying the murderer. BSU (Behavioral Science Unit)

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Masssimo Giuseppe Bossetti, classe 1970, il 26 novembre 2010 ha ucciso senza apparente motivo Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni che non frequentava né conosceva personalmente. Il corpo di Yara è stato ritrovato tre mesi dopo in un campo a Chignolo d’Isola. Il cadavere aveva il reggiseno slacciato e gli slip recisi. L’esame autoptico eseguito sul cadavere della povera Yara ha rilevato alcune lesioni contusive alla nuca, all’angolo destro della mandibola ed allo zigomo sinistro inferte con un corpo contundente o con le mani e otto lesioni da taglio ai polsi, in regione mammaria sinistra, al dorso, al torace, al gluteo, alla gamba destra ed una da punta e da taglio sotto l’angolo della mandibola destra, gli indumenti apparivano recisi in corrispondenza dei tagli, prova che la vittima era vestita mentre veniva colpita, nessuna delle lesioni da arma bianca è risultata mortale. Il coltello usato per colpire la giovane Yara non è stato ritrovato sulla scena del crimine. Assenti all’esame autoptico le tipiche lesioni da difesa, prova che la bambina è stata colpita e stordita inaspettatamente e che le ferite con l’arma bianca le sono state inferte dopo che la stessa aveva perso i sensi. Nell’albero bronchiale, sugli indumenti e sul corpo di Yara è stata isolata polvere di calce, da due tracce di sangue ritrovate sui leggins e sugli slip della vittima è stato isolato il profilo genetico di Massimo Giuseppe Bossetti. La morte della giovane è intervenuta tra le 19.00 e le 24.00 del 26 novembre 2010 a causa dei traumi subiti e dell’ipotermia. Dall’autopsia e dall’analisi della scena del crimine non sono emersi elementi indicativi di violenza sessuale o di altra attività sessuale.

Ciò che connota questo caso è che si è arrivati a Bossetti attraverso il DNA isolato sugli slip della vittima. Il DNA di Bossetti, che tra l’altro ha sempre negato di conoscere la Gambirasio, non può essersi depositato in quella sede del corpo della bambina se non durante l’assalto mortale. Bossetti nei primi interrogatori non ha negato che il DNA gli appartenesse ma ha piuttosto affermato: “Il mio problema come è finito il DNA.. è quello il mio problema, son sincero, guardi, sono sincerissimo” e  “Non riesco a capire come possa essere finito su quel corpo”. 

L’apparente assenza di un movente (motiveless homicide) in quanto intrapsichico, e la presenza di una cosiddetta personation, consistente in tagli poco profondi, inflitti, non per uccidere e solo dopo che la vittima aveva perso conoscenza, ci permettono di attribuire questo delitto ad un potenziale omicida seriale il cui modus operandi appare ancora in via di sperimentazione. Bossetti non può, secondo la classica definizione, essere definito un serial killer essendo quello di Yara con tutta probabilità il suo primo omicidio ma egli è senza dubbio per comportamento e psicopatologia un omicida seriale in fieri.

Sono passati circa 40 anni da quando è stato coniato il termine serial killer, nonostante sia di uso comune e risulti alquanto difficile da sradicare, sarebbe da abolire, tale definizione, infatti, riferendosi soltanto al numero delle vittime, è limitante e sono da preferirsi, in alternativa, termini più precisi che descrivano invece la psiche di un soggetto. I tempi sono cambiati e, spesso, grazie alle nuove tecniche investigative, un serial killer viene catturato dopo il primo omicidio. La definizione serial killer è fallace, non solo da un punto di vista meramente scientifico ma anche rispetto alla necessità di prevenire altri crimini, non ci permette infatti di definire serial killer soggetti che hanno commesso un unico omicidio solo a causa di circostanze a loro sfavorevoli, quali una cattura dopo il primo omicidio o la sopravvivenza di una o più vittime, ma che sono invece equiparabili da un punto di vista psicopatologico a serial killers colpevoli di due o più omicidi.

Un serial killer, essendo in primis un uomo, è un soggetto in divenire e non un essere cristallizzato come tanta letteratura pseudo scientifica romanzata vuol far credere, ogni delitto di uno stesso omicida, pur conservando caratteristiche simili, che un occhio esperto è capace di ascrivere al solito soggetto, è un omicidio a parte e mai un clone del precedente a causa delle mutazioni personologiche che nel tempo intervengono in chi lo commette e delle variabili e spesso imprevedibili circostanze in cui lo stesso soggetto si trova ad agire durante i diversi omicidi.

Per quanto riguarda in particolare l’omicidio di Yara, Bossetti si è comportato come un serial killer misto. Egli non ha occultato il corpo della propria vittima, caratteristica tipica dei serial killer disorganizzati e come i serial killers organizzati ha cercato (trolling), ha corteggiato (wooing), ha pianificato le modalità di cattura ed il trasporto della vittima, ha condotto armi sulla scena criminis e non le ha abbandonate dopo l’uso, si è servito di un mezzo di trasporto, ha commesso l’omicidio lontano da casa, in una zona a lui ben conosciuta, è un soggetto socialmente competente con una facciata di normalità che viveva con una compagna e dei figli, ha seguito il caso sui media ed infine ha siglato il proprio delitto attraverso la cosiddetta personation. I tagli inferti sul corpo inerme di Yara sono da considerare una personation e rappresentano l’espressione più caratteristica delle sue ricorrenti fantasie. Le azioni gratuite, non finalizzate all’omicidio, sono indicatori della personalità di un omicida e rappresentano la manifestazione più caratteristica delle sue patologiche fantasie. La personation è uno straordinario marchio personalizzato, estremamente gratificante e carico di un intimo significato, conosciuto solo a chi lo mette in pratica. Se Bossetti non fosse stato arrestato, egli probabilmente sarebbe tornato ad uccidere con un modus operandi simile ma perfezionato ed avrebbe ancora inferto quei taglietti sul corpo della vittime facendogli assumere finalmente il ruolo di signature.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare, per anni, il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente.

Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio:“… eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie.

Il 26 novembre 2010, Bossetti ha quindi ottenuto, attraverso i suoi atti violenti, la gratificazione sessuale da tempo sognata.

Ma veniamo alla scelta della vittima, Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e l’aveva notata; nei giorni precedenti al delitto ha puntato la giovane, ne ha fantasticato e pianificato l’omicidio fino al momento in cui si sono presentate le condizioni favorevoli per metterlo in atto. Egli ha quindi sequestrato ed ucciso Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, cara a molti serial killer; questo tipo di serial killer cerca una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la cattura velocemente e la uccide o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove può agire indisturbato. Questo comportamento è caratteristico dei serial killers che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove, ferita a morte, decise di abbandonarla, tale campo si trova a poche centinaia di metri da un ingrosso di materiale edile presso il quale l’omicida si riforniva, quindi in un’area a lui ben conosciuta. I serial killers sono abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella loro ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le proprie fantasie in tutta ‘sicurezza’. Bossetti in qualche modo convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo tentò di fuggire ma invano.

Massimo Giuseppe Bossetti è un predatore sessuale violento affetto da una forma di pedofilia detta hebephilia, una parafilia confermata dalle sue ricerche al computer, in questi casi il soggetto è prevalentemente attratto da adolescenti, giovani tra gli 11 ed i 13 anni. Nonostante l’assenza di una vera e propria attività sessuale, l’omicidio di Yara ha una chiara componente sessuale, come la maggior parte degli omicidi senza motivo, ed il suo autore può essere considerato un anger-excitation sexual murderer, un lust murderer, un omicida per lussuria. Tra l’altro, Bossetti, come la maggior parte dei sexual murderers, ha usato le mani ed un coltello, mezzi che permettono uno stretto contatto con la vittima.

 

L’età avanzata del Bossetti, per un serial killer al suo primo omicidio, 40 anni ed il basso grado di sadismo agito durante il delitto sono due dati che ci portano a pensare che l’età emozionale dello stesso sia alquanto inferiore a quella anagrafica. Dall’analisi della scena del crimine si deduce che Massimo Bossetti è un soggetto affetto da una perversione sessuale ma anche che, molto probabilmente, è un iposessuale (molti sexual murderers sono impotenti). Dalle risultanze delle indagini si evince che Bossetti non ha abusato sessualmente della propria vittima e neanche si è masturbato sulla scena del crimine, ha raggiunto semplicemente la propria gratificazione sessuale colpendo la vittima e infierendo su di lei con un’arma bianca, producendole taglietti poco profondi. Bossetti ha sostituito al pene il coltello e con quello ha penetrato la vittima.

Dalle indagini è emerso un altro dato importante e caratterizzante, Bossetti è un bugiardo patologico facilmente smascherabile, tanto da essere soprannominato dai colleghi “favola”.

Come molti serial killers, Massimo Giuseppe Bossetti è tornato sulla scena del crimine di frequente, sia prima che venisse scoperto il corpo di Yara, tanto da trovarsi nei paraggi il giorno del suo rinvenimento che, di sicuro, poco tempo dopo quella tragica scoperta, almeno un’altra volta in compagnia di sua moglie Marita Comi. Secondo la Procura Bossetti si recò in quell’area, nei cinque mesi seguenti all’omicidio, 195 volte, praticamente ogni giorno, mentre nei due mesi precedenti all’omicidio ci era stato solo 13 volte; già il 9 dicembre 2011 la presenza di Bossetti in quell’area è documentata da una ricevuta di un metro cubo di terra acquistata in una rivendita di materiale edile poco distante dal campo dove si trovava il cadavere di Yara, acquisto che Bossetti non ha mai saputo giustificare. Quando il 26 febbraio 2011 un appassionato di aeromodellismo rinvenne per caso il corpo della giovane Yara, lui era nei paraggi e a detta del padre Giovanni, Massimo Bossetti chiamò, alle 19.05, la propria madre Ester Arzuffi per chiederle se volesse raggiungerlo sul luogo del ritrovamento, egli, per evitare di destare dei sospetti, avrebbe preferito non presentarsi da solo sulla scena del crimine ma in compagnia della madre, il diniego della donna non lo scoraggiò comunque, il desiderio vinse sul suo ragionevole timore di esporsi.

Non fu una macabra curiosità a portare Bossetti sulla scena criminis prima e dopo il ritrovamento del cadavere né come ipotizzato dagli inquirenti la sua “volontà di verificare le condizioni del cadavere” ma fu piuttosto il desiderio di rivivere l’omicidio alimentando, in quel luogo tanto evocativo, le proprie fantasie, fantasie che hanno avuto un ruolo primario in questo efferato delitto. E poi, egli avrà trovato eccitante leggere di Yara on line, sui giornali, sulle locandine, si sarà interessato morbosamente all’andamento delle indagini, non solo per capire se gli inquirenti avessero imboccato la pista giusta ma anche per rivivere a livello fantastico infinite volte il suo crimine e tornare a goderne.

Per quanto riguarda la presenza delle tracce di sangue di Bossetti sugli slip ed sui leggins di Yara, azzardo un’ipotesi: egli tagliuzzò, secondo i dati autoptici, il corpo di Yara quando lei aveva ormai perso conoscenza, quindi, con tutta probabilità Bossetti non si tagliò durante una colluttazione, tantomeno, lui così abile nei lavori manuali, si tagliò dopo che Yara perse i sensi, Bossetti ebbe un’epistassi, ce lo dice negli interrogatori quando rivela agli inquirenti la frequenza con cui ha della rinorragie: “Tutti sanno che perdo sangue dal naso, è capitato che mi macchiassi e che macchiassi i miei attrezzi da lavoro. Già una volta mi sono stati rubati”. Tra l’altro Bossetti ha cercato di suggerire agli inquirenti con questa dichiarazione una spiegazione al perché il suo sangue si trovasse sul corpo di Yara, gli attrezzi gli furono rubati, a suo dire, dopo l’omicidio, quindi difficilmente il ladro avrebbe potuto usare i suoi attrezzi macchiati di sangue per uccidere la ragazzina, la risposta di Bossetti è tipica di un mentitore abituale che è solito confondere le acque, tra l’altro con questa risposta Bossetti ha ammesso che quello su Yara è il suo sangue.

Bossetti ha mostrato come molti serial killer di godere della propria notorietà, a prescindere dal motivo che l’ha reso famoso, tanto che durante un colloquio in carcere con la moglie Marita ed i figli ha affermato: “Quando mi hanno preso a casa con le manette le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidiaState seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

Infine, la testimonianza del signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile, alcuni serial killer per rinnovare le proprie fantasie si recano sulla tomba delle proprie vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci. La moglie di Bossetti, Marita Comi, in una intercettazione in carcere, ha confermato che lei ed il marito si recarono al cimitero di Brembate a cercare la tomba di Yara: “So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così… passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale… Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh” e lui: “Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?”.

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Una storia di miserie

La divozione, volta in bigottismo dalle anime false e corrotte, può viziar la coscienza peggio che ogn’altra abitudine di perversità. Ippolito Nievo

Gli è crollato il mondo addosso al signor Giovanni Bossetti nel momento in cui ha saputo che suo figlio era un assassino, uno dei peggiori, un predatore sessuale violento che nel novembre del 2010 ha ucciso una ragazzina di tredici anni di nome Yara Gambirasio ed ha saputo, al contempo, che quello che aveva cresciuto, in realtà, non era neanche suo figlio come non lo era la di lui sorella gemella. Giovanni Bossetti, di professione operaio, aveva sposato nel 1966 Ester Arzuffi, classe 1947, all’epoca diciannovenne. La Ester, figlia di Alessandra, casalinga e di Giuseppe, fuochista alle caldaie del sanatorio di Groppino, era cresciuta con i cinque fratelli, Ennio, Modesta, Renata, Antonietta ed Amalia, in una cascina di Villa d’Ogna, contrada Biciocca, dopo il matrimonio si era trasferita con il consorte, originario di Parre, a Ponte Selva, frazione di Parre, erano andati a vivere sulla strada provinciale, negli alloggi del cotonificio Pozzi per il quale lui lavorava. Nell’ottobre 1970 alla Ester erano nati due gemelli, il Giuseppe e la Laura. La signora Ester, poco dopo il matrimonio col Bossetti, li aveva concepiti ad insaputa del marito con il signor Giuseppe Guerinoni, classe 1938, di professione autista di corriera, morto nel 1999 a soli 61 anni. Il Guerinoni viveva poco distante dai Bossetti, al curvone, ed era solito accompagnare la Ester alla Festi Rasini di Villa d’Ogna dove lei lavorava come operaia. Pochi anni dopo, nel 1975, dopo la nascita dell’ultimo figlio Fabio, i Bossetti si erano trasferiti a Brembate. La Ester lo aveva detto al Guerinoni che i due figli gemelli erano suoi e lo stesso, all’epoca dei fatti, aveva condiviso quel segreto con due suoi colleghi, il Vincenzo Bigoni ed il signor Antonio Negroni, i quali poche settimane fa, a loro volta, l’hanno confidato al maresciallo di Clusone. Ma torniamo alle notizie ricevute dal signor Bossetti lo scorso 16 giugno.

Giovanni Bossetti, ormai vecchio e malato, dopo aver cresciuto i figli per 44 anni, ha scoperto e con lui l’ha scoperto il paese, la valle, l’Italia intera che, di quei tre figli, i primi due sono illegittimi. Al traguardo della vita, il signor Giovanni ha capito di essere stato canzonato per 44 anni, di aver costruito la propria esistenza su una intollerabile menzogna. Ha scoperto che le radici su cui ha fondato la propria famiglia sono corte e malate. La sua Ester lo ha ingannato da sempre, nascondendo a lui ed ai figli un inconfessabile segreto. Non mi sento di giudicarla, era una ragazzina, ma la sua leggerezza ha portato un conto salato. Il suo egoismo, la sua mancanza di empatia, la sua freddezza hanno contribuito a creare un mostro. Come avrebbero mai potuto crescere sereni i bambini in una famiglia infelice costruita sull’ipocrisia ed il bigottismo. Naturalmente Giovanni Bossetti avrà avuto un dubbio, un sentore, se non proprio sulla paternità dei gemelli, forse sulla morale della sua sposa, gli saranno arrivate all’orecchio le voci del paese che lo dicevano becco, e lei, la sua Ester, lo avrà rassicurato dicendogli che si trattava soltanto di maldicenze, gelosie di donne meno belle di lei, lo avrà manipolato fino a farlo sentire orgoglioso di avere una tal donna al fianco.

La signora Ester, fredda, calcolatrice e bigotta, che non crolla neanche di fronte all’evidenza scientifica e ha, all’indomani dell’arresto del figlio, lo spirito ed il tempo di rilasciare un’intervista al Corriere della Sera, non prima di essersi fatta laccare le unghie. Quella donna che trova il tempo per una manicure dopo ciò che gli inquirenti le hanno appena comunicato e dopo aver visto crollare le certezze del marito, quella Ester è da un punto di vista psichico compatibile con la madre di un predatore sessuale violento quale è suo figlio Massimo. E la Laura Bossetti che sorride ai giornalisti sul balcone di casa è senza dubbio sua figlia. L’amore, nella sua lotta per la sopravvivenza, è probabile la Ester non l’abbia conosciuto e forse ha incontrato di peggio in quella cascina dove è cresciuta, l’empatia non le appartiene come non appartiene a suo figlio, ma il bene ed il male lo discernono tutti in famiglia abituati come sono a celare le proprie miserie con la divozione. Dopo l’amante Guerinoni, la Ester ha incontrato il Cristo redentore, nella sua ossessione per una purezza di facciata e nel timore del peccato ha cresciuto i suoi figli. Li ha generati peccando e ha poi vissuto una vita fondata sulla menzogna. Di sicuro il bigino dei peccati della Arzuffi non finisce lì, in quel suo peccato originale. L’attitudine alla serialità è nella natura umana. Colei che ha insegnato alla sua progenie il valore della purezza attraverso il cristianesimo non ne è stata esempio. I suoi figli sono cresciuti tra quel suo predicare bene e razzolare male. Ella ha sperato attraverso la chiesa di affrancarsi dalle proprie colpe, quantomeno di costruirsi una maschera per proteggersi dalle malelingue. Di questo mix micidiale si è nutrito il figlio Massimo e si sono alimentate le di lui mortali fantasie. Un ragazzo cresciuto tra le mura guaste del focolare domestico e quelle purificatrici della chiesa di Cristo di un paesino della bassa bergamasca.

Giovanni Bossetti, alla notizia dell’arresto del figlio per uno degli omicidi più mostruosi degli ultimi anni ed alla notizia che quello in realtà non è suo figlio ma il frutto di una relazione extraconiugale della moglie, ha ripercorso la propria vita con una consapevolezza diversa,  il matrimonio nel ’66,  la notizia della gravidanza, il parto gemellare, la festa per la nascita dei bambini che lo zio Ennio, fratello di Ester, ricorda ancora, i parenti che facevano a gara ad attribuire le somiglianze, la nascita del terzo figlio Fabio nel ’75 quando ancora si tirava la cinghia per l’austerity, le comunioni, le spese per gli abiti delle feste, le cresime, gli esami a scuola, il televisore nuovo, i sacrifici per il salotto buono pagato a rate, per la collana d’oro che la Ester desiderava tanto, per le vacanze al mare. Il vecchio operaio si è rammentato di quella volta che aveva preso le difese della moglie mentre la stessa discuteva con i figli, dicendo loro di lasciarla stare, che era una santa e poi ancora dei primi fidanzamenti, i matrimoni, la nascita dei nipoti ed infine ha rievocato i primi acciacchi della vecchiaia, la malattia, tutto in una tetra, tetrissima luce nuova.

Il mio pensiero alla notizia dell’arresto di Massimo Bossetti è andato ad una delle prime vittime di questo caso di miserie umane, a quel Giovanni Bossetti divenuto nel tempo di un battito d’ali un tragico personaggio kafkiano cui nulla potrà più cambiare la vita ormai vissuta. Oh happy days, oh happy days.