Domenico Maurantonio, analisi di un’intervista ad un compagno di camera

‘Truthful, experienced memories contained more sensory information than did constructed memories’. Johnson et al., 1988.

Dopo circa un mese dalla morte di Domenico Maurantonio, il ragazzo caduto seminudo dalla finestra del quinto piano dell’albergo in cui si trovava in gita scolastica con i compagni di classe, uno dei compagni di stanza ha rilasciato un’intervista, ne ho analizzato alcuni stralci secondo le tecniche di analisi del linguaggio verbale. Naturalmente, poiché queste non sono le prime dichiarazioni del ragazzo, bensì quelle fatte ad una giornalista dopo circa un mese dai tragici accadimenti, non permettono un’analisi precisa come potrebbe essere quella fatta sulle prime informazioni rilasciate, con il tempo la cristallizzazione del racconto dovuta alle frequenti ripetizioni riduce gli eventuali indici di menzogna rispetto a quelli presenti all’inizio. Il racconto a distanza dai fatti risulta in genere più fluido tanto che le pause e le ripetizioni di parole o frasi possono essere molto ridotte o anche assenti. Come ripeto sempre, le conclusioni dello studio del linguaggio dei testimoni o dei sospettati e la presenza nello stesso di indicatori di menzogna non hanno valore di indizio ma possono aiutare a risolvere un caso indicando agli investigatori una strategia da seguire nelle indagini (case strategy).

Ecco un primo stralcio dell’intervista rilasciata dal compagno di Domenico ad una giornalista e andata in onda nella trasmissione Mattino 5 nei primi giorni di giugno 2015: “Non escludo che ci fosse una mm.. terza persona, magariii che ha reagito male.. oppure che abbia fatto qualcosa a Domenico, io non escludo questo.. peròòò eeee, ad esempio c’era adesso io non sooo il.. perché, c’é… mi hanno riferito delle mie… le mie compagne, la preside ha detto dello sconosciuto slavo, ecco lasciamo stare lo slavo, c’era uno sconosciuto che non ha mai parlato, non ha rivolto mai la parola a nessuno che però le mie compagne di classe hanno notato che avev… che hanno appunto la cam… avevano la camera 531 che è proprio quella davanti alla finestra da cui è caduto Domenico, che hanno notato appunto di fianco alla finestra quest’uomo prima, alle undici e mezza quando s… no scusi prima, alle dieci e mezza, quando sono salite a prendere la camera e che questo eee.. questo uomo senza parlare le ha aiutate ad entrare in camera perché appunto non riuscivano a far andare la tesserina magnetica e allora loro hanno pensato che fosse uno del personale dell’albergo”.

Questa porzione del racconto non ha il vero e proprio valore della testimonianza diretta, appare piuttosto nella sua interezza un racconto di fatti riportati, non vissuti in prima persona ma che sono stati riferiti all’intervistato dai compagni di classe e che egli ha elaborato per guidare gli inquirenti verso le piste a suo avviso più probabili o peggio sembra rappresentare piuttosto un triste tentativo di depistaggio. Il compagno di Domenico riferisce di un soggetto sconosciuto che si trovava nella zona dell’incidente già alle 22.30 circa, un personaggio che lui non ha mai incontrato ma nonostante tutto corregge la preside che lo ha definito, a suo avviso, erroneamente ‘slavo’, mostrando anche una certa mancanza di rispetto nei confronti della sua educatrice (atteggiamento che aiuta a delinearne la personalità). Inoltre, questo breve stralcio risulta da un punto di vista strutturale poco fluido e ricco di negazioni, sei ‘non’, un ’no’ ed un ‘nessuno’. L’uso della negazione, in specie in queste dosi, non ha senso nella risposta ad una domanda aperta, come quella fatta dall’intervistatrice in questo caso, psicologicamente è il desiderio di negare il proprio coinvolgimento che porta un soggetto ad usare tante negazioni, è una tecnica evasiva utilizzata da chi mente. Chi risponde ad una domanda aperta dovrebbe fornire informazioni, non negare. Nonostante sia passato circa un mese, come già detto, il racconto non appare fluido, sono presenti sia ripetizioni che pause che indicano la necessità da parte dell’intervistato di prendere tempo per costruire una risposta, lo ‘stalling for time’ è un indice verbale di menzogna. Un altro indice di menzogna è l’uso dei ‘mai’ che si ritrova due volte in questo stralcio di intervista.

Ancora uno stralcio: “In quell’albergo non è che girasse chissà che gente in quell’albergo, perché comunque durante quella notte avevamo visto anche persone ubriachee insieme a prostitute, quindi non è che fosse un albergo di quelli fantastici insomma, quando eravamo giù nella hall a mangiare la pizza, appunto, è passata della gente abbastanza ubriaca, con diciamo ragazze vestite in una maniera, insomma, che abbiamo intuito che fossero prostitute, quindi comunque non è che girasse chissà che gente”.

Queste ulteriori notizie sono riporta dal ragazzo senza un vero e proprio convincimento, sottotono, d’altra parte è difficile, sia per chi parla che per chi ascolta, ipotizzare un qualche legame tra un soggetto impegnato con una prostituta e la morte di Domenico, inoltre l’intervistato riferisce alcuni fatti cui ha assistito in modo generico, dice di aver visto ‘gente abbastanza ubriaca’, non si espone, non infierisce più di tanto su questi soggetti, definendoli in modo generico ’gente’ e solo ‘abbastanza ubriaca’. Il suo racconto non è di grande aiuto per le indagini, egli sembra piuttosto fornire informazioni estranee ai fatti che indicano che egli nasconde qualcosa. Il fornire informazioni estranee ai fatti è una tecnica verbale messa in atto da chi mente per ridurre la tensione ed è il più significativo indice statistico di menzogna. Le storielle del fantomatico ’slavo’ e quelle della ‘gente abbastanza ubriaca insieme a prostitute’ non sono altro che maldestri tentativi di ‘staging verbale’, palesi depistaggi. Viene da chiedersi perché egli suggerisca un possibile coinvolgimento di qualcuno nella morte di Domenico. Il perché non ipotizzi neanche lontanamente che il ragazzo abbia potuto fare tutto da solo è un debole mistero.

Le numerose critiche rivolte all’albergo ed ai suoi frequentatori presenti In questo stralcio di intervista sono utili all’intervistato per distogliere l’attenzione degli investigatori dai fatti principali e per tentare di dirottarli verso piste alternative che non lo coinvolgano. Egli mente anche riguardo ai propri atteggiamenti di quella notte, lasciando intendere agli interlocutori di essersi comportato con rispetto nei confronti della struttura che lo ospitava e degli altri clienti. In queste poche parole l’intervistato sente nuovamente la necessità di usare la negazione ‘non’ per ben tre volte, mettendo ancora in pratica la tecnica evasiva di cui abbiamo parlato di sopra.

Un altro passo: “Verso le sette e mezza, appunto, ci siamo svegliati e ci siamo subito accorti che non c’erano né le scarpe… che c’erano le scarpe, il portafogli, gli occhiali e il cellulare di Domenico là in stanza, all’inizio appena svegliati abbiamo pensato: “Bho, sarà in bagno!”,  entriamo in bagno, però non c’era, allora siamo andati giù a chiedere a tutti quanti se avevano visto Domenico perché all’inizio pensavamo, non… pensavamo: “Bho, sarà andato da qualche parte, sarà andato in un’altra camera, sarà andato in un’altra stanza, magari perché non aveva voglia di dormire, si sarà fatto un giretto oppure si sarà già svegliato!”. E’ che ci sembrava strano che avesse lasciato le scarpe non avendo neanche le pantofole.  Abbiamo visto ’sta… ‘ste feci appunto al centro del pianerottolo dell’ascensore e abbiamo pensato che fosse stato un cane, qualche maleducato, abbiamo detto: “Guarda te, ci sono dei maleducati che portano i cani e lasciano i loro bisogni qua davanti a tutti!”. E allora siamo scesi giù nella sala della colazione dove c’erano appunto molti nostri compagni di classe, però non tutti ed abbiamo iniziato a chiedere a tutti quelli che c’erano e anche a quelli dell’altra sezione, però nessuno l’aveva visto. Allora abbiamo iniziato un po’ a preoccuparci, allora io insieme ad un altro mio compagno siamo andati a dirlo ai professori e mentre lo stavamo dicendo, proprio, eravamo là davanti a dirlo, è arrivata la polizia, appunto, che ha preso il nostro professore e ha detto: “Ha visto per caso questo ragazzo?”, ha mostrato la foto, appunto, ee.. al professore ed io ero dietro, ho visto la foto, ho riconosciuto Domenico. Dopo che io ho riferito queste cose al poliziotto siamo stati subito separati per fare il verbale all’interno di una sala conferenze, successivamente dopo aver fatto questo verbale, là presso l’hotel, siamo stati subito portati in questura e separati”.

Ciò che emerge da questo frammento è l’uso della prima persona plurale in un racconto collettivo che appare sospetto, preconfezionato, innaturale, frutto di un accordo. Possibile che i compagni di stanza di Domenico si siano svegliati tutti e tre insieme alle sette e mezzo, dopo aver dormito sì e no due ore? Possibile che i tre abbiano visto tutto contemporaneamente, l’assenza di Domenico, le scarpe, il portafogli, gli occhiali e le feci nel corridoio? Possibile che non si siano separati per cercarlo ma siano rimasti invece sempre uniti? L’uso del plurale sottintende una probabile responsabilità collettiva, il negare, non solo il proprio coinvolgimento, ma anche quello degli altri due compagni di stanza di Domenico appare fortemente sospetto. Come può l’intervistato essere sicuro che gli altri due compagni di camera di Domenico o quantomeno uno di loro non sia coinvolto nella morte dello studente? Come fa ad essere certo che nel momento in cui lui si è addormentato anche gli altri dormissero? Perché esclude una loro eventuale responsabilità? Perché non parla solo per se stesso? L’uso del noi quando è fuoriluogo come in questo caso è una red flag, è un modo di condividere una responsabilità.

L’intervistato per due volte riferisce che quella mattina, dopo il ritrovamento del corpo di Domenico, lui ed i suoi compagni sono stati separati dagli inquirenti. Egli prova a negare ogni suo coinvolgimento nel mondo più estremo possibile, cercando di apparire egli stesso vittima, lasciando trasparire di essere rimasto traumatizzato da questa imposizione, atteggiamento che stona rispetto all’assenza di compassione per l’amico, il compagno di tanti anni di liceo non spende infatti una parola sulla tragica sorte di Domenico ma si lamenta piuttosto per il trattamento da lui subito. In realtà il riferire di essere stato separato dai compagni è un’informazione superflua, quasi estranea ai fatti principali, fornita per distogliere l’attenzione proprio dagli stessi e ridurre l’ansia che il racconto gli provoca.

Ancora una dichiarazione ai giornali di uno dei compagni di Domenico, probabilmente il solito, una sorta di portavoce: “... ci ha dato ordine di non parlare, di non rendere noti particolari delle indagini. Noi con gli investigatori siamo stati collaborativi al massimo… quando ci siamo sentiti dare degli omertosi abbiamo preparato una lettera da inviare ai giornali per spiegare chiaramente la nostra versione e mettere fine a tutte le falsità che stavano uscendo…. Abbiamo riferito che neanche noi sappiamo cosa sia successo quella notte, non abbiamo visto né sentito. Abbiamo solo potuto fornire agli inquirenti gli stati d’animo di Domenico che abbiamo percepito nelle ore precedenti alla sua morte. Alcuni erano alticci, altri sobri, nessuno ubriaco. Quando ci siamo addormentati, Domenico era in camera e dormiva. Abbiamo già provato a parlare con loro ma il papà ha detto che non aveva ancora la forza per ascoltarci. La loro reazione la comprendiamo ma vogliamo fargli capire che noi mai avremmo tradito Domenico. Noi volevamo parlare. Abbiamo preparato una lettera da inviare ai giornali, ma la polizia ci ha dato l’ordine di non farlo. Non vogliamo assolutamente che Domenico passi come il ragazzo tradito dagli amici. Non è così. Lui era uno di noi”.

Anche in quest’ultimo proclama abbondano le negazioni, 7 ‘non’, un ‘neanche’, un ‘né’ e un ‘nessuno’. Inoltre, il ragazzo continua a parlare inspiegabilmente al plurale, ‘ritagliandosi’ così un ruolo di primo piano nella vicenda.

Riguardo ai pochi dati emersi dalle indagini, è probabile che, al momento della caduta, Domenico fosse in compagnia di alcuni amici che condividevano con lui la camera, questo perché la maggior parte dell’alcool che aveva ingerito insieme a loro, che, com’è noto, si assorbe velocemente, si trovava ancora nel suo stomaco al momento dell’autopsia. Inoltre, l’aver ritrovato i suoi pantaloncini e gli slip vicino al cadavere ci permette di posizionare almeno un altro soggetto con lui al momento della caduta, il quale ha evidentemente gettato gli indumenti dalla finestra subito dopo l’incidente per ‘ripulire’ la scena. Difficilmente il Maurantonio si sarebbe denudato in un corridoio di un albergo se non fosse stato in compagnia e se non si fosse sentito ‘coperto’ dai compagni. Probabilmente, quella mattina, Domenico aveva la necessità impellente di servirsi del bagno, gli amici chiusero la porta del bagno della camera per fargli uno scherzo e lui decise di defecare dalla finestra per fare una bravata.