Convegno sul femminicidio

L’analisi del linguaggio nella strategia d’indagine” è il titolo del mio intervento al convegno: Femminicidio di genere si muore.

2 aprile 2016, Novotel, Genova ovest, ore 16.00.

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Analisi di una telefonata tra un malavitoso e la propria figlia su Marco Pantani

Qualche giorno fa è divenuta di pubblico dominio l’intercettazione di una telefonata tra un malavitoso e sua figlia durante la quale l’uomo riferisce dichiarazioni di Renato Vallanzasca sui fatti del Giro d’Italia del ’99 riguardanti Marco Pantani.

Marco Pantani

Marco Pantani

In occasione del Giro d’Italia del 1999, che si corse in 22 tappe, a Marco Pantani, a due tappe dalla fine, fu riscontrato un tasso di ematocrito superiore alla soglia del 50%, pari al 51.8%, il ciclista, che alla 20esima tappa, la Predazzo/Madonna di campiglio di 175 km, vestiva la maglia rosa, fu sospeso dalle competizioni a scopo cautelativo per quindici giorni e non poté quindi concludere il Giro che fu vinto dall’italiano Ivan Gotti.

Pantani aveva vinto l’ottava tappa ed era rimasto tra i primi fino alla 14esima dopo la quale era passato in testa fino al momento della squalifica. Prima della partenza della corsa furono riscontrati tassi di ematocrito superiore al limite massimo nel sangue di due dei 162 ciclisti iscritti, l’italiano Nicola Loda e lo spagnolo Javier Otxoa, i quali come Pantani vennero sospesi per quindici giorni, e non poterono prendere parte alla corsa.

Una delle cause dell’aumento dell’ematocrito è l’assunzione di farmaci dopanti quali testosterone e derivati o eritropoietina e derivati.

Marco Pantani si dopava e con lui la maggior parte dei ciclisti dell’epoca. Pantani, dopo una caduta avvenuta durante la Milano/Torino del ‘95, fu travolto da un auto e ricoverato al Cto di Torino, in quell’occasione gli furono riscontrati valori di ematocrito pari al 60.1%, poco tempo prima, il 1° maggio 1995, dopo essere stato investito da un’auto a Rimini mentre si allenava fu ricoverato con valori del 57%.

Trascrizione ed analisi della telefonata:

camorrista: Mi hanno interrogato sulla morte di Pantanii…

figlia: Noooo…Va buò..

c: Eh, (incomprensile).

Sia il malavitoso che la figlia tradiscono una certa soddisfazione per l’interrogatorio che si evince dal tono della voce e anche dal fatto che l’uomo ripete la lettera finale del cognome dell’atleta e la figlia allunga il no.

f: E che c’entri tu?

c: E che c’azzecca? Allora, Vallanzasca ha fatto delle dichiarazioni…

Alla domanda della figlia su che cosa c’entri lui in questa vicenda, il camorrista risponde con una domanda: E che c’azzecca? mostrandosi anch’egli incredulo ma al contempo orgoglioso che lo abbiano convocato in questura per parlare dei fatti inerenti il Giro d’Italia ma soprattutto per essere stato tirato in ballo da un bandito famoso come Vallanzasca. Se l’uomo fosse stato a conoscenza dei fatti non solo non avrebbe risposto alla figlia con una domanda ma le avrebbe spiegato ciò che sapeva sul Giro e non avrebbe riferito le dichiarazioni di Vallanzasca ma le proprie, già da questa prima risposta si inferisce che il malavitoso non è a conoscenza di nulla di rilevante.

f: Noooo..

c: All’epoca dei fatti, all’epoca dei fatti, nel ’99..

Il camorrista trae piacere dal manifesto stupore della figlia, si inferisce dal tono della voce e dal fatto che lascia il tempo alla donna di esprimersi per godere delle sue espressioni di meraviglia.

f: Eh…

c: .. loro sono andati a prendere la.. la lista di tutti i napoletani che erano reclusi..

f: Che stavano in galera, ah ok…

c: .. insieme a Vallanzasca e mi hanno trovato pure a me. Lo davo a mangià. Aggiu ditt nel senso che, non è che lo davo da mangiare, gli preparavo da mangiare tutti i giorni perché era una persona che merita, da tanti anni in galera, mangiavamo insieme, facevamo società insieme…

Il camorrista continua a non rispondere alla figlia ma piuttosto fornisce informazioni estranee ai fatti raccontando con orgoglio i suoi rapporti confidenziali con il bandito Renato Vallanzasca, storie che la figlia ha di sicuro già sentito infinite volte.

f: C’ava a fà Vallanzasca con ‘sto Pantanico?

c: Che Vallanzasca poche sere fa ha fatto… dichiarazioni…

Poiché il malavitoso non risponde alla domanda della figlia su Pantani, lei torna a chiedere del ciclista in quanto il padre sembra essersi perso nei racconti dei suoi rapporti confidenziali con il ‘bel Renè’. L’uomo continua a non parlare in prima persona, non dice: Io avevo detto a Vallanzasca che… e lui lo ha riferito agli inquirenti, no, il camorrista si riferisce esclusivamente a dichiarazioni di Vallanzasca, mostrando così di prendere le distanze dalle stesse.

f: Eh, una dichiarazione, eh…

c: … dicendo che un camorrista di grosso calibro gli avrebbe detto: Guarda che il Giro d’Italia non lo vince Pantani, non arriva alla fine.

Ancora, il malavitoso, non solo prende le distanze dalle dichiarazioni di Vallanzasca ma anche da se stesso, non parla di sé in prima persona ma si definisce un camorrista di grosso calibro, inoltre non usa il verbo al passato ma al condizionale, dicendo che Vallanzasca avrebbe detto, rendendo la sua affermazione particolarmente debole. In sostanza il malavitoso non si mostra convinto di ciò che dice ma appare esclusivamente orgoglioso di essere stato tirato in ballo dal bandito milanese. 

f: Ah, ok.

c: Perché sennò cà sba.. cà sbanca tutte ‘e cose perché s’hanno jucati tutti quanti in n’guol a jsso. E quindi praticamente la Camorra ha fatto perdere il Giro a Pantani… cambiando le provette e facendolo risultare dopato. Questa cosa ci tiene a saperla anche la mamma.

In questo finale di risposta il malavitoso non riferisce ciò che lui avrebbe detto a Vallanzasca ma ciò che il bandito avrebbe detto agli inquirenti, non facendole proprie, come ci saremmo aspettati, lascia dubbi sulla veridicità delle confidenze fatte a Vallanzasca, inoltre usa l’avverbio praticamente per tagliar corto e questa sua scelta rende ancor meno credibili le sue dichiarazioni alla figlia. Suona oltremodo strano che il camorrista solo adesso pensi alla madre di Pantani, solo dopo che Vallanzasca ha riportato le sue confidenze agli inquirenti, in questo modo non fa che rafforzare il convincimento della figlia ed il nostro che non siano veritiere.

f: E’ vera questa cosa?

c: Sì, sì..

f: Ah ok, ok, ok.

c: Sì, sì.. sì..

La figlia durante tutta la telefonata mostra di non essere convinta di ciò che le sta dicendo il padre, sembra giocare più che prenderlo sul serio e proprio perché lo conosce gli chiede se ciò che lui le sta dicendo sia vero, il camorrista, che non si aspetta la domanda, risponde con una serie di poco credibili invece che con una spiegazione convincente.

In conclusione questa telefonata sembra più quella di un mitomane che di un soggetto a conoscenza dei fatti del Giro del ’99, una telefonata durante la quale l’uomo si mostra prevalentemente interessato a farsi bello con la figlia rievocando il suo rapporto confidenziale col bandito Vallanzasca ed orgoglioso del fatto che lo stesso lo abbia definito un camorrista di grosso calibro.

Riguardo a Pantani credo che non si sia sbagliato chi ha detto che Marco, dopato tra i dopati, era il più forte.

Michael Peterson’s 911 call

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Michael Iver Peterson at his trial

On December 9, 2001, Peterson made his first call to 911 at 2:40 am:

911: Durham 9-1-1. Where is your emergency?

Peterson:… Uuuuh, eighteen ten Cedar Street. Please!

“Uuuuh” is a non word, an unexpected pause to think that shows that Peterson is on guard. Why should he need to think about his own address?

Note the word “please”, Peterson shows an unexpected need to ingratiate himself with the operator. 

911: What’s wrong?

Peterson: My wife had an accident, she is still breathing!

Peterson doesn’t introduce his wife by her name, he doesn’t say “My wife Kathleen…”, this is distancing language, an indication of a poor relationship and/or a need to distance himself from his wife.

Michael Peterson is already setting up a scenario (an accident) with the 911 operator. Without being asked he says “she is still breathing!”, he doesn’t says that his wife is breathing but “still breathing!”, “still” is unexpected and means that he is expecting her to stop breathing. 

911: What kind of accident?

Peterson: She fell down the stairs, she is still breathing! Please come!

He repeats “she is still breathing!”, something  important to him, we’ll see why.

“Please” is repeated here. Peterson shows again a need to ingratiate himself with operator, something unexpected in emergency calls.

911: Is she conscious?

Peterson: Whaat?

He didn’t expect the question, that’s why he is unable to give an answer; to answer with a question is a way not to answer or to buy time to give a reliable answer.

911: Is she conscious?

Peterson: No, she is not conscious… please!

Note “Please” is repeated here.

911: How many stairs did she fall down?

Peterson: What?… hat?

Peterson answers with a question to stall for time because he is not close to his wife, he is unable to see the stairs. 

911: How many stairs did..

Peterson: … Stairs?!

Peterson is trying to buy time because he is far from the scene.

911: How many stairs?

Peterson:… Uuh… uuh…uh…

We can hear Peterson walking to the scene to look at the stairs. After this question, Michael Peterson appears to be caught off guard and is stalling for time with some: “What? Stairs? Uuh, uuh, uh”, a way to buy time to be able to get to the area of the stairs.

911: Calm down, sir, calm down.

Peterson: No, damned, sixteen, twenty. I don’t know. Please! Get somebody here, right away. Please!

Note “Please” is repeated here.

After almost 15 seconds from the start of the phone call, the operator asked Peterson about the number of stairs, he wasn’t able to answer the question because he wasn’t close to the scene. In the first 15 seconds of the phone call Peterson wasn’t approaching his wife, he was close to her just around 25 seconds after the beginning of the call, he went there just to look at the number of the stairs and because asked.

I guess Peterson found the cordless phone in the kitchen, just behind the corner, very close to the service stairs where Kathleen’ body was, so:

1- why he had to walk for around ten seconds to be on the scene to be able to look at the stairs?

2- And, how he could give information about his wife condition if he wasn’t close to her?

911: Okay somebody’s dispatching the ambulance while I’m asking you questions.

Peterson: It’s, ohuuh… It’s Forest Hills! Okay? Please! Please!

Note “Please” is repeated here.

911: Okay, sir? Somebody else is dispatching the ambulance. Is she awake now?

Peterson:… Uummh… uuh…

911: Hello?… Hello?

Peterson:… Uh… uh… mmmm… uuuh… oh… uuuh…

After some questions, Peterson, fearing not to be able to track down his story, doesn’t answer anymore, showing a resistance in answering, one of the strongest indicators of potential guilt.

Usually, when people call 911 they stay very close to the victims to give the operator information about their real condition and to be able to help following the suggestions the operator may give them, like how to perform CPR.

Michael Peterson had no intention to help his wife, that’s why he was far from her when he called 911 and went back to the scene just to look at the stairs to give the operator an approximate number.

Michael Peterson was far from Kathleen because she was already dead for hours and he was not interested in helping her or in giving any real information to the 911 operator about her condition.

When Michael Peterson called 911 he was quite far from the victim, instead, when the paramedics arrived, he showed a different behavior, he was on her body trying to resuscitate her, he was acting, he knew she was already dead for hours. Peterson was not just acting as a grieving husband for the paramedics but he was also trying to justify all the blood on his clothes, touching and hugging the victim, in other words: he was trying to cover evidences.

The scene

the murder scene

Michael Peterson’s second call to 911 at 2:46 am:

911: Durham 9-1-1: Where is your emergency?

Peterson: Where are they?! It’s eighteen ten Cedar. She’s not breathing! Please! Please, would you hurry up!

Note “Please” is repeated here. Peterson needs to ingratiate and align himself with the good guys with authorities.

For two times in the first phone call Peterson told the operator that his wife was “still breathing” now he informs the operator that “She’s not breathing!”, this was a way to postpone the time of Kathleen death, she was already death at the first call, she was not breathing at that time.

911: Sir?

Peterson: Can you hear me?

911: Sir?

Peterson: Yes!

911: Sir, calm down. They’re on their way. Can you tell me for sure she’s not breathing? Sir…? Hello…? Hello…?

Peterson called 911 a second time just to say that Kathleen wasn’t anymore breathing but after he gave this information to the dispatcher he didn’t answer any more questions showing a resistance in answering due to his incapacity to track down his story. In this second call Peterson tried to act as a worried husband but at the same time he reported that Kathleen was not breathing, a way not to motivate the paramedics to hurry up.

During these two short calls Peterson said: “please”, nine times, he used the word “please” as a useful word to act as a worried husband but he showed at the same time a resistance in answering.

Peterson never used his wife’s name, a incomplete social introduction is a signal of a poor relationship.

Peterson never spoke about the blood at the scene while he was in front of a very bloody scene. 

At the second question of the 911 operator Peterson answered with an unexpected “she is still breathing!” those are ‘extra words’, he tried to drive home the point, he wanted the operator to believe that Kathleen was still alive to delay the time of her death. Kathleen didn’t die after 2.40 p.m. but between 11.08 p.m. and 11.53 p.m. At 11:08 p.m. Helen Prislinger, Kathleen co-worker, spoke to her, at 11:53 p.m. she sent an email to Michael Peterson’s e-mail address that Kathleen was supposed to read but the attachment ‘readiness’ was never opened. It’s quite sure that Kathleen, while was at the computer, read Peterson’s e-mails and found evidences of a homosexual relation with a male prostitute, a motive for murder.

In the first chapter of the documentary ‘The Staircase’ Peterson said that Kathleen left him at the pool to go inside, his words were: “…and the last I saw her was when I was there and she was just walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive…. no… she was alive when I found her… but barely”, how could she have died in his arms in the early hours of that morning if he was far from her during the 911 call, as he said, after he found her she was alive but just barely?

Ursula Franco, M.D. and criminologist

P.S. to know more about the case, read my articles:

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Michael Iver Peterson: a liar and a murderer

Analisi della confessione di Freddy Sorgato

Freddy Sorgato, 45 anni, è stato arrestato il 16 febbraio 2016 ed accusato dell’omicidio premeditato della sua ex fidanzata Isabella Noventa, con lui sono state fermate la sorella, Debora Sorgato e l’amica Manuela Cacco, tabaccaia in un locale di proprietà dell’uomo. Manuela Cacco con tutta probabilità ha partecipato soltanto ad un depistaggio avvenuto dopo l’omicidio e l’occultamento del corpo della Noventa. La tecnica di analisi utilizzata per processare questa breve confessione si chiama Statement Analysis, è basata sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. La maggior parte della gente intende dire la verità anche quando mente, chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna e ciò che non dice rivela la verità che intende nascondere. Nonostante esistano differenze individuali nella risposta emotiva, l’analisi di una dichiarazione permette di rilevare aree sensibili da approfondire.

Isabella Noventa, la vittima

Isabella Noventa, la vittima

Vuole rispondere alle domande?

Sì, quello che mi sento di dire è che mi ritengo responsabile di quello che è successo alla signora Isabella che è morta. Mi ritengo responsabile della sua morte. 

In primis Sorgato riferisce di ritenersi responsabile della morte di Isabella, non dice: Ho ucciso Isabella, ma: “Mi ritengo responsabile della sua morte”, già da questa affermazione si intuisce che Freddy potrebbe non aver agito da solo .

Isabella è morta per soffocamento mentre avevamo un rapporto sessuale estremo, questo è successo.

Esistono tre tipi di soffocazione che possono essere causa di morte:

– quella diretta dovuta all’occlusione simultanea degli orifizi aerei dall’esterno mediante un mezzo applicato sulla bocca e sulle narici;

– quella interna dovuta alla penetrazione di materiali estranei nelle vie respiratorie che impedisco il passaggio dell’aria;

– quella indiretta dovuta all’immobilizzazione del torace mediante una compressione dello stesso che impedisce la ventilazione polmonare.

Raramente questi tre tipi di soffocazione sono una causa di morte durante i rapporti sessuali estremi, più frequentemente uno di due partner muore in seguito alle complicanze di una pratica detta asfissia erotica che consiste, nella maggior parte dei casi, nel comprimere i vasi carotidei all’altezza del collo in modo da ridurne la portata e di conseguenza l’afflusso di ossigeno al cervello per favorire in tale sede l’accumulo di anidride carbonica in modo che l’effetto euforizzante della stessa vada a sommarsi al piacere dell’orgasmo. In conclusione, poiché è alquanto improbabile che la morte di Isabella sia avvenuta per la causa riferita da Freddy, ovvero una soffocazione, si può facilmente inferire che difficilmente l’omicidio è stato involontario.

Vuole fare una dichiarazione spontanea o è disposto a rispondere alle domande?

Guardi, ho ammesso una colpa che comunque è un peso abbastanza importante, sono in uno stato abbastanza confusionale per poter essere preciso e certo, magari in un altro momento riuscirei ad essere più preciso.

Freddy sostiene di aver ammesso una colpa, non la sua colpa, il fatto che si riferisca ad una colpa lascia supporre che manchi ancora qualcosa nella confessione. Di sicuro, potendo scegliere, ha ammesso la meno grave delle colpe, cosa che capita di frequente quando gli inquirenti cercano di far confessare un presunto colpevole di omicidio fornendogli delle scappatoie morali. Freddy ha ammesso l’omicidio involontario e per non rivelare altro, in quanto non riuscirebbe a descriverlo, non essendo accaduto nel modo da lui raccontato, si nasconde dietro al fatto che per lui “è comunque un peso abbastanza importante” e che perciò è “in uno stato abbastanza confusionale” percui non può essere preciso, in realtà non è confuso, la sua presunta confusione non è che una scusa per non andare oltre nella confessione. E’ come se dicesse al giudice: “Non avrei voluto ucciderla, ma vostro onore cerchi di capirmi, è comunque un peso”, è un duplice tentativo di manipolazione, Sorgato si mostra addolorato, anche se cerca di far pensare al giudice che in fondo non dovrebbe perché a suo dire l’ha uccisa involontariamente e in più usa la scusa dello “stato confusionale” per non raccontare un omicidio involontario che evidentemente non c’è stato e che non saprebbe descrivere. E’ logico pensare che se davvero l’omicidio fosse stato accidentale il Sorgato lo avrebbe descritto con dovizia di particolari in modo che l’accusa a suo carico fosse derubricata. Infine, l’uso dell’avverbio abbastanza per due voltre rende debole la sua risposta.

Per il momento si limita a rilasciare questa dichiarazione?

Sì vostro onore.

La domanda che sentiamo di farle con una certa urgenza è dove sia finito il corpo di Isabella Noventa.

Il corpo è stato buttato nel fiume.

Sorgato non dice: “Ho buttato il corpo nel fiume”, ma piuttosto: “Il corpo è stato buttato nel fiume”, usa una forma passiva per nascondere l’identità dell’autore del gesto. Dopo tale affermazione il giudice avrebbe dovuto chiedere: “E’ stato buttato da chi?”.  Inoltre, se Freddy avesse commesso l’omicidio involontariamente difficilmente avrebbe usato il termine dispregiativo “buttato”, che mostra il suo rancore nei confronti della vittima, sarebbe stato più opportuno che dicesse: “Il corpo è stato gettato nel fiume”. La spazzatura si butta ma non il corpo della donna che si ama e che muore accidentalmente.

Nel fiume quale?

Tra il Brenta e il Piovego.

Può essere più preciso?

Guardi ero in uno stato di.. veramente.. confusione e paura, timore.. tutto quello che è successo di fronte a questa cosa.. è stato buttato nel fiume, ho agito da solo, senza l’aiuto di nessuno perché è una cosa che facevamo in due, io e Isabella e basta.

Sorgato riferisce ancora che il corpo “è stato buttato” per poi affermare che ha agito da solo senza che gli venga chiesto e senza precisare a cosa si riferisca. In realtà lascia intendere che si sia fatto aiutare da qualcuno quando dice: “perché è una cosa che facevamo in due” e una volta resosi conto che può essere frainteso aggiunge: “io e Isabella e basta”, dove l’aggiunta di: “e basta”,  è superflua, un inutile rafforzativo che indebolisce la sua affermazione. Quando Sorgato dice la frase: “… tutto quello che è successo di fronte a questa cosa…”, sembra fare riferimento ad un luogo, “di fronte a…” e non a degli accadimenti, altrimenti avrebbe detto: “… tutto quello che è successo dopo questa cosa”. Questa risposta è mal costruita, sono presenti pause e l’avverbio “veramente” che la rendono poco credibile, inoltre Freddy cerca di mettere delle pezze ogni qualvolta percepisce di poter essere frainteso, il risultato è un disastro.

Vuole rendere altre dichiarazioni?

No vostro onore.

In conclusione, dalle risposte di Sorgato si evince che l’omicidio è stato volontario e che con tutta probabilità l’uomo si è fatto aiutare da qualcuno ad occultare il corpo nel fiume di fronte a…

Analisi di un’intervista rilasciata dal difensore di Giosuè Ruotolo

Ho analizzato l’intervista rilasciata al giornalista Nicola Endimioni dall’avvocato di Giosuè Ruotolo, Roberto Rigoni Stern, andata in onda nella puntata di Chi l’ha visto del 9 marzo 2016. Giosuè Ruotolo, il suo assistito è accusato dell’efferato omicidio di due giovani, Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi con sei colpi di una pistola semiautomatica nel parcheggio della palestra di pesistica dove si allenava Trifone.

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Avvocato è sempre pronto a mettere la mano sul fuoco per Ruotolo?

Mah, guardi, in questo momento noi siamo convinti che la difesa abbia a disposizione degli elementi nuovi sicuramente rappresentati da tutti gli atti dell’indagine che sono molto corposi, molto capienti, ricordo che la procura come è stato affermato dal procuratore capo è andata per esclusione e non ritengo che questa sia una linea… tale da potere suffragare un’ipotesi accusatoria di questo tipo.

Rigoni Stern non risponde a tono alla domanda, l’avvocato di Ruotolo non è capace di negare il coinvolgimento di Giosuè Ruotolo nel duplice omicidio, preferisce evadere la domanda e affermare: in questo momento noi siamo convinti che la difesa abbia a disposizione degli elementi nuovi… e non “in questo momento la difesa ha a disposizione degli elementi nuovi”, il “noi siamo convinti” indebolisce la sua affermazione, Rigoni Stern, tra l’altro, non dice “io sono convinto” ma parla al plurale, a nome di soggetti sconosciuti. L’avvocato lascia filtrare indiscrezioni sulla linea difensiva, ovvero ci dice che la difesa tenterà di smontare ‘la linea per esclusione’ dell’accusa. Stern usa il “Mah” iniziale per prendere tempo per rispondere.

Gli indizi della procura però sono sorretti anche da una logica, da una logica granitica.

Mah, la procura è convinta di avere in mano una serie di elementi, che qualifica come indizi, che sono serviti poi al GIP per emettere un provvedimento restrittivo delle libertà personali nei confronti del Ruotolo, noi riteniamo cheee le prove dei fatti debbono essere costruite all’interno di un dibattimento e fintanto che non ci sarà una sentenza definitiva passata in giudicato non potremmo condannare preventivamente il Ruotolo, la difesa ha a sua disposizione elementi forti che riuscirà a produrre nel momento in cui saremo di fronte alle sedi di giustizia nelle quali dovrà essere giudicato l’indagato.

In questa risposta tecnica a Rigoni Stern sfugge un “non potremmo condannare preventivamente il Ruotolo”, viene da domandarsi perché l’avvocato si inserisca tra quelli che condannerebbero Giosuè se non lo ritenesse anch’egli responsabile del reato contestatogli, la frase che ci saremmo aspettati da un difensore convinto dell’innocenza del suo assistito è “non potete condannare preventivamente”, non è difficile infatti prendere una posizione forte, contro tutti, quando si è certi di trovarsi di fronte ad un errore giudiziario e non si perde occasione per ricordarlo.

Avvocato scusi se lei non crede, tra virgolette, agli indizi della procura quindi crede alle coincidenze?

Il fatto che Giosuè Ruotolo fosse presente sulla scena del delitto non cambia la sostanza aah dellaa situazione in cui noi viviamo dal momento che vi erano altre otto persone e quindi non si può ricondurre un fatto di una gravità simile ad una persona solo perché presente sul luogo del delitto assieme ad altre otto persone che anch’esse hanno avuto aah modo di riferire in ordine ai motivi per cui erano presenti.

E’ stato bravo il giornalista a mettere in difficoltà l’avvocato, la risposta di Rigoni Stern è mal costruita, in work in progress, con una conclusione debole e inefficace. Tra l’altro l’avvocato del Ruotolo ammette la presenza del suo assistito sul luogo del delitto quando afferma “Il fatto che Giosuè Ruotolo fosse presente sulla scena del delitto” ed è difficile pensare che si riferisca ad un momento diverso da quello in cui è stato compiuto l’omicidio, non parlerebbe in tal caso di “scena del delitto” ma semplicemente di parcheggio della palestra. Rigoni Stern conclude la sua risposta dicendo che il Ruotolo non era solo fuori dalla palestra ma “assieme ad altre 8 persone che anch’esse hanno avuto aah modo di riferire in ordine ai motivi per cui erano presenti”, e quindi? Il fatto che anche le altre 8 persone abbiano dovuto riferire i motivi per cui erano presenti non affranca il Ruotolo dal sospetto, un finale di risposta privo di valore difensivo che infatti viene preceduto da una non parola “aah”, emessa nel tentativo di prendere tempo per dare una risposta sensata.

Ruotolo è presente sul luogo del delitto all’ora del delittto, però non nota Teresa e Trifone, non sente gli spari, non vede il killer?

Guardi, questi accertamenti che sono stati condotti dalla procura, ripeto, dovranno esseree vagliati anche dalla difesa perché siamo convinti che Ruotolo arrivò prima e andò via prima dell’accadimento di questo evento.

Rigoni Stern dice “siamo convinti che Ruotolo arrivò prima e andò via prima”, e non “Ruotolo arrivò prima e andò via prima”, il “siamo convinti”, usato per la seconda volta in questa intervista, rende l’affermazione debole, inoltre, l’avvocato parla ancora al plurale, a nome di soggetti sconosciuti a chi lo ascolta, risultando vago, Stern, non pretendendo personalmente possesso delle sue affermazioni, lascia che l’interlocutore coltivi seri dubbi sul suo convincimento.

Quando Ruotolo viene sentito tace sia sulla sua presenza al palazzetto dello sport ma tace anche sulla sua presenza al parco di San Valentino dove poi verrà trovata la pistola?

Guardi, nel corso dell’interrogatorio Ruotolo ha avuto modo di chiarire i passaggi dall’abitazione di via Colombo fino alla palestra e rientro e quindi in questo momento è ovvio che eah anche la difesa dovrà concentrarsi sui tempi avendo in considerazione quelli che sono i fotogrammi delle telecamere a circuito chiuso che a quanto mi risulta erano anche mal tarate ed hanno fornito delle indicazioni sostanzialmente errate relativamente al periodo di registrazione quindi è chiaro che la difesa dovrà condurre i suoi accertamenti, avremo dei consulenti importanti che potranno compiere le loro valutazioni in relazione anche alle informazioni che verrano fornite da questi fotogrammi.

L’avvocato Rigoni Stern ancora una volta appare poco incisivo quando, parlando delle telecamere a circuito chiuso, afferma “a quanto mi risulta erano anche mal tarate”, quel “a quanto mi risulta”, rende l’affermazione debole, Rigoni Stern mostra incertezza, se fosse sicuro di ciò che dice avrebbe risposto “telecamere a circuito chiuso che erano anche mal tarate”.

L’omicidio di Luca Varani

Brandon: We killed for the sake of danger and for the sake of killing.
Rope,1948, Alfred Hitchcock.

http://www.osservatoreitalia.it/mobile/index.asp?art=7016

OMICIDIO LUCA VARANI, ASPETTI PSICOLOGICI E CAUSE SCATENANTI: IL QUADRO DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Luca Varani, 23 anni, la vittima

Luca Varani, 23 anni, la vittima

di Domenico Leccese

Marco Prato e Manuel Foffo, due ragazzi trentenni, hanno confessato l’omicidio di un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, adescato con una promessa di 120 euro per una prestazione sessuale. Sul complesso caso dell’omicidio di Luca Varani la criminologa Ursula Franco fa una analisi approfondita su quelli che sono gli aspetti psicologici e le cause scatenanti la furia criminale dei due giovani assassini.

Marco Prato ad una festa

Marco Prato ad una festa

Ritiene che Marco Prato e Manuel Foffo abbiano ucciso Luca Varani in preda ad un disturbo psichico causato dalla cocaina?
E’ difficile esprimersi con i pochi dati a disposizione ma non credo si possa ritenere che dietro l’omicidio ci sia un disturbo paranoide che avrebbe colpito i due ragazzi a causa dell’uso prolungato di cocaina, penso piuttosto che Marco Prato fosse prigioniero ormai da mesi di un vortice distruttivo a causa dei suoi problemi personali, legati probabilmente all’identità sessuale e all’uso prolungato di droghe e psicofarmaci che assumeva per una sindrome depressiva e che l’incontro con Manuel Foffo sia stato fatale ad entrambi. Marco Prato aveva già mostrato di non disdegnare l’uso della violenza ed era stato denunciato per aver picchiato un amico durante un festino. In giovane età Marco era stato oggetto di bullismo da parte dei suoi compagni di scuola in quanto omosessuale e sovrappeso, non è infrequente che una vittima di bullismo diventi un carnefice.

Marco Prato

Marco Prato

Perché esclude il disturbo paranoide?
Al momento non sono emersi segnali che facciano pensare che uno o entrambi i ragazzi fossero preda di un delirio persecutorio e che abbiano riconosciuto in Luca Varani un pericolo. Non sembra un omicidio d’impeto ma piuttosto un omicidio premeditato. Anche il comportamento post omicidiario, il fatto che i due ragazzi abbiano tentato di ripulire la scena del crimine, che abbiano gettato gli abiti ed il telefonino della vittima in un cassonetto e che a detta di Manuel abbiano pensato di disfarsi del corpo porta ad escludere un disturbo psicotico acuto.

Marco Prato

Marco Prato

Come sono andati i fatti secondo lei?
Manuel Foffo, anch’egli segnato dalle dipendenze da droga ed alcool, con ogni probabilità è stato attratto da Marco Prato, descritto da chi lo ha conosciuto come un manipolatore e nonostante gli ‘interessi’ comuni ed un certo grado di complementarietà tra i due credo che se Manuel Foffo non avesse incontrato Marco Prato difficilmente avrebbe commesso un omicidio, anche se lo stesso Foffo pare abbia riferito agli inquirenti: ‘Avevo già avuto l’intenzione di fare del male a qualcuno’. Credo che il ragazzo non accettasse di essere attratto dagli omosessuali. L’odio di sé è spesso il movente degli omicidi di omosessuali da parte di serial killer omosessuali, è un modo di distruggere quella parte di sé che non accettano.

L'invito ad una festa organizzata da Marco Prato

L’invito ad una festa organizzata da Marco Prato

Perché hanno ucciso?
Penso che la rabbia di Marco Prato sia il vero movente dell’omicidio, Manuel Foffo ha ucciso per noia e perché sperava di provare un’emozione piacevole, ritengo infine che la cocaina abbia avuto solo un ruolo secondario, sia stata assunta dopo aver premeditato l’omicidio ed abbia, semplicemente, facilitato ai due ragazzi il crudele acting out.

Manuel Foffo

Manuel Foffo

Come fa a dire che Manuel Foffo ha ucciso per noia e nella speranza di provare piacere?
Questi dati emergono dai verbali degli interrogatori, Manuel ha riferito agli inquirenti: ‘È iniziato tutto da un gioco, volevamo uccidere qualcuno solo per vedere che effetto faceva..’, e poi: ‘Mentre lo colpivamo non provavo piacere..’. Foffo ha detto a chi lo interrogava, mostrandosi deluso, di non aver provato piacere durante l’omicidio, tale affermazione fa supporre che prima di uccidere credesse che quell’azione gli avrebbe procurato piacere, non un’emozione qualsiasi ma il piacere.

Il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza

Una mia intervista rilasciata a L’Osservatore d’Italia:

DELITTO DI PORDENONE, GIOSUÈ RUOTOLO: L’ANALISI DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

“Ruotolo inizialmente ha raccontato agli inquirenti che nel momento in cui venivano uccisi Trifone e Teresa lui stava giocando ad un videogioco”

di Domenico Leccese

Giosuè Ruotolo porta la bara di Trifone Ragone

Giosuè Ruotolo porta la bara di Trifone Ragone

Giosuè Ruotolo è stato arrestato il 7 marzo 2016, quasi un anno dopo il duplice efferato omicidio di una coppia di fidanzati avvenuto a Pordenone. Trifone Ragone e Teresa Costanza sono stati uccisi da 6 colpi di pistola nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, l’arma utilizzata, una Beretta del 1922 è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine. Analizziamo il caso servendoci della consulenza della criminologa Ursula Franco che ha accettato di rispondere ad alcune domande:

Lei crede nella responsabilità del Ruotolo riguardo al duplice omicidio di Pordenone?

Sì, ci sono validi motivi per pensare che Giosuè Ruotolo sia il responsabile della morte dei due ragazzi.

Lei ha analizzato le brevi interviste rilasciate da Ruotolo, che cosa ne ha tratto?

Nelle due interviste Ruotolo non ha mai negato in modo credibile un suo coinvolgimento nell’omicidio di Trifone e Teresa, anzi ha mostrato piuttosto di vivere le accuse in modo passivo. Non solo non ha mai negato spontaneamente ma non ha neanche provato a ripetere a pappagallo la frase della giornalista che lo imboccava cercando di fargli dire che non era stato lui a commettere il duplice omicidio.
Egli inoltre ha tentato di collocarsi di continuo in un gruppo cercando di far passare il messaggio che anche quella sera non fosse solo, un tentativo di crearsi un alibi aggrappandosi a quello degli altri, ha inoltre affermato che andava d’accordo con Trifone mentre le indagini hanno appurato che Giosuè e Trifone ebbero una pesante discussione culminata in una scazzottata; il fatto che non sia stato lui a riferirlo, ma i suoi coinquilini, è quantomeno strano.

Che cos’altro ha insospettito gli inquirenti?

Ruotolo inizialmente ha raccontato agli inquirenti che nel momento in cui venivano uccisi Trifone e Teresa lui stava giocando ad un videogioco per poi cambiare versione, in seguito ad alcune contestazioni ha riferito di essersi diretto in palestra, di non aver trovato parcheggio e di essersi quindi fermato al parco di San Valentino per pochi minuti. In quel parco, più precisamente nel lago, è stato ritrovato prima il caricatore e poi una vecchia pistola semiautomatica Beretta modello 1922, brevetto 1915-1919, calibro 7.65 Browning, lo stesso calibro dell’arma usata per il duplice omicidio. Le indagini hanno accertato che il padre di Ruotolo possiede una collezione di armi vecchie e nuove.

Secondo lei è vero che Giosuè chiese 25 euro alla madre di Trifone dopo l’omicidio del figlio?

Non ci sono ragioni per cui la madre della vittima avrebbe dovuto mentire su questo fatto, tra l’altro ci fu un testimone, un collega del Ragone e di Ruotolo, che accortosi della richiesta fuori luogo allontanò Giosuè dalla donna. In ogni caso in una email ad una trasmissione televisiva scritta dal Ruotolo nell’intento di smentire la richiesta egli non fa che confermarla. Quando Ruotolo scrive: ‘.. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone’, non solo ci conferma la sua richiesta ma ne spiega pure il motivo.

Come è possibile che un soggetto coinvolto in un duplice omicidio così efferato si preoccupi di riavere 25 euro?

Dalle indagini è emerso un rapporto ‘malato’ tra Giosuè e la fidanzata Maria Rosaria Patrone, credo che entrambi siano affetti da un disturbo psicopatologico, lo si evince dai racconti degli amici che hanno riferito di lunghi pianti notturni del Ruotolo e di poco credibili patologie che avrebbero colpito la Patrone, a detta di Giosuè, quali un ematoma cerebrale ed un infarto, il quale però sembrò risolversi in tempi molto brevi, e di un presunto stupro per vendetta ai danni di Maria Rosaria messo in atto da due colleghe del Ruotolo. Probabilmente il rapporto di Giosuè con i soldi è anch’esso patologico e la sua necessità di riprendersi i pochi euro che aveva prestato al Ragone l’ha indotto a sottovalutare il fatto che con quella richiesta poteva esporsi a critiche e destare sospetti, il Ruotolo non ha valutato i rischi/benefici a causa dei suoi problemi psichici.

Possibile che il movente sia solo un rancore nei confronti di Trifone?

Gli omicidi vengono frequentemente commessi per futili motivi e sono spesso il risultato di anni di tensioni che ‘finalmente’ esondano per una causa ultima che può anche essere estremamente banale. Il movente ha due componenti, un trigger che innesca la reazione e lo stato d’animo o la psicopatologia del soggetto agente che ne regola l’entità. Gli omicidi vengono commessi per futili motivi perché il movente lo fanno in massima parte le condizioni psichiche dei soggetti coinvolti, a volte quelle di entrambi i protagonisti, autore e vittima, altre volte solo quello dell’autore.