Analisi di una telefonata tra un malavitoso e la propria figlia su Marco Pantani

Qualche giorno fa è divenuta di pubblico dominio l’intercettazione di una telefonata tra un malavitoso e sua figlia durante la quale l’uomo riferisce dichiarazioni di Renato Vallanzasca sui fatti del Giro d’Italia del ’99 riguardanti Marco Pantani.

Marco Pantani

Marco Pantani

In occasione del Giro d’Italia del 1999, che si corse in 22 tappe, a Marco Pantani, a due tappe dalla fine, fu riscontrato un tasso di ematocrito superiore alla soglia del 50%, pari al 51.8%, il ciclista, che alla 20esima tappa, la Predazzo/Madonna di campiglio di 175 km, vestiva la maglia rosa, fu sospeso dalle competizioni a scopo cautelativo per quindici giorni e non poté quindi concludere il Giro che fu vinto dall’italiano Ivan Gotti.

Pantani aveva vinto l’ottava tappa ed era rimasto tra i primi fino alla 14esima dopo la quale era passato in testa fino al momento della squalifica. Prima della partenza della corsa furono riscontrati tassi di ematocrito superiore al limite massimo nel sangue di due dei 162 ciclisti iscritti, l’italiano Nicola Loda e lo spagnolo Javier Otxoa, i quali come Pantani vennero sospesi per quindici giorni, e non poterono prendere parte alla corsa.

Una delle cause dell’aumento dell’ematocrito è l’assunzione di farmaci dopanti quali testosterone e derivati o eritropoietina e derivati.

Marco Pantani si dopava e con lui la maggior parte dei ciclisti dell’epoca. Pantani, dopo una caduta avvenuta durante la Milano/Torino del ‘95, fu travolto da un auto e ricoverato al Cto di Torino, in quell’occasione gli furono riscontrati valori di ematocrito pari al 60.1%, poco tempo prima, il 1° maggio 1995, dopo essere stato investito da un’auto a Rimini mentre si allenava fu ricoverato con valori del 57%.

Trascrizione ed analisi della telefonata:

camorrista: Mi hanno interrogato sulla morte di Pantanii…

figlia: Noooo…Va buò..

c: Eh, (incomprensile).

Sia il malavitoso che la figlia tradiscono una certa soddisfazione per l’interrogatorio che si evince dal tono della voce e anche dal fatto che l’uomo ripete la lettera finale del cognome dell’atleta e la figlia allunga il no.

f: E che c’entri tu?

c: E che c’azzecca? Allora, Vallanzasca ha fatto delle dichiarazioni…

Alla domanda della figlia su che cosa c’entri lui in questa vicenda, il camorrista risponde con una domanda: E che c’azzecca? mostrandosi anch’egli incredulo ma al contempo orgoglioso che lo abbiano convocato in questura per parlare dei fatti inerenti il Giro d’Italia ma soprattutto per essere stato tirato in ballo da un bandito famoso come Vallanzasca. Se l’uomo fosse stato a conoscenza dei fatti non solo non avrebbe risposto alla figlia con una domanda ma le avrebbe spiegato ciò che sapeva sul Giro e non avrebbe riferito le dichiarazioni di Vallanzasca ma le proprie, già da questa prima risposta si inferisce che il malavitoso non è a conoscenza di nulla di rilevante.

f: Noooo..

c: All’epoca dei fatti, all’epoca dei fatti, nel ’99..

Il camorrista trae piacere dal manifesto stupore della figlia, si inferisce dal tono della voce e dal fatto che lascia il tempo alla donna di esprimersi per godere delle sue espressioni di meraviglia.

f: Eh…

c: .. loro sono andati a prendere la.. la lista di tutti i napoletani che erano reclusi..

f: Che stavano in galera, ah ok…

c: .. insieme a Vallanzasca e mi hanno trovato pure a me. Lo davo a mangià. Aggiu ditt nel senso che, non è che lo davo da mangiare, gli preparavo da mangiare tutti i giorni perché era una persona che merita, da tanti anni in galera, mangiavamo insieme, facevamo società insieme…

Il camorrista continua a non rispondere alla figlia ma piuttosto fornisce informazioni estranee ai fatti raccontando con orgoglio i suoi rapporti confidenziali con il bandito Renato Vallanzasca, storie che la figlia ha di sicuro già sentito infinite volte.

f: C’ava a fà Vallanzasca con ‘sto Pantanico?

c: Che Vallanzasca poche sere fa ha fatto… dichiarazioni…

Poiché il malavitoso non risponde alla domanda della figlia su Pantani, lei torna a chiedere del ciclista in quanto il padre sembra essersi perso nei racconti dei suoi rapporti confidenziali con il ‘bel Renè’. L’uomo continua a non parlare in prima persona, non dice: Io avevo detto a Vallanzasca che… e lui lo ha riferito agli inquirenti, no, il camorrista si riferisce esclusivamente a dichiarazioni di Vallanzasca, mostrando così di prendere le distanze dalle stesse.

f: Eh, una dichiarazione, eh…

c: … dicendo che un camorrista di grosso calibro gli avrebbe detto: Guarda che il Giro d’Italia non lo vince Pantani, non arriva alla fine.

Ancora, il malavitoso, non solo prende le distanze dalle dichiarazioni di Vallanzasca ma anche da se stesso, non parla di sé in prima persona ma si definisce un camorrista di grosso calibro, inoltre non usa il verbo al passato ma al condizionale, dicendo che Vallanzasca avrebbe detto, rendendo la sua affermazione particolarmente debole. In sostanza il malavitoso non si mostra convinto di ciò che dice ma appare esclusivamente orgoglioso di essere stato tirato in ballo dal bandito milanese. 

f: Ah, ok.

c: Perché sennò cà sba.. cà sbanca tutte ‘e cose perché s’hanno jucati tutti quanti in n’guol a jsso. E quindi praticamente la Camorra ha fatto perdere il Giro a Pantani… cambiando le provette e facendolo risultare dopato. Questa cosa ci tiene a saperla anche la mamma.

In questo finale di risposta il malavitoso non riferisce ciò che lui avrebbe detto a Vallanzasca ma ciò che il bandito avrebbe detto agli inquirenti, non facendole proprie, come ci saremmo aspettati, lascia dubbi sulla veridicità delle confidenze fatte a Vallanzasca, inoltre usa l’avverbio praticamente per tagliar corto e questa sua scelta rende ancor meno credibili le sue dichiarazioni alla figlia. Suona oltremodo strano che il camorrista solo adesso pensi alla madre di Pantani, solo dopo che Vallanzasca ha riportato le sue confidenze agli inquirenti, in questo modo non fa che rafforzare il convincimento della figlia ed il nostro che non siano veritiere.

f: E’ vera questa cosa?

c: Sì, sì..

f: Ah ok, ok, ok.

c: Sì, sì.. sì..

La figlia durante tutta la telefonata mostra di non essere convinta di ciò che le sta dicendo il padre, sembra giocare più che prenderlo sul serio e proprio perché lo conosce gli chiede se ciò che lui le sta dicendo sia vero, il camorrista, che non si aspetta la domanda, risponde con una serie di poco credibili invece che con una spiegazione convincente.

In conclusione questa telefonata sembra più quella di un mitomane che di un soggetto a conoscenza dei fatti del Giro del ’99, una telefonata durante la quale l’uomo si mostra prevalentemente interessato a farsi bello con la figlia rievocando il suo rapporto confidenziale col bandito Vallanzasca ed orgoglioso del fatto che lo stesso lo abbia definito un camorrista di grosso calibro.

Riguardo a Pantani credo che non si sia sbagliato chi ha detto che Marco, dopato tra i dopati, era il più forte.

Michael Peterson’s 911 call

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Michael Iver Peterson at his trial

On December 9, 2001, Peterson made his first call to 911 at 2:40 am:

911: Durham 9-1-1. Where is your emergency?

Peterson:… Uuuuh, eighteen ten Cedar Street. Please!

Note the latency and the “Uuuuh”, a non word, this is unexpected, he needs to stall for time to think about his own address.

Note the word “Please!”, Peterson shows an unexpected need to ingratiate himself with the operator. 

911: What’s wrong?

Peterson: My wife had an accident, she is still breathing!

Michael Peterson is already setting up a scenario (an accident) with the 911 operator and without being asked he says “she is still breathing!”, he doesn’t says that his wife is breathing but “still breathing!”, “still” is unexpected and means that he is expecting her to stop breathing. “still” is clou in this phone call.

911: What kind of accident?

Peterson: She fell down the stairs, she is still breathing! Please come!

He repeats “she is still breathing!”, something  important to him, we’ll see why.

“Please” is repeated here. Peterson shows again a need to ingratiate himself with the operator, something unexpected in an emergency call.

911: Is she conscious?

Peterson: Whaat?

Peterson wasn’t expecting the question, that’s why he is unable to give an answer. To answer with a question is a way not to answer or to buy time to give a reliable answer.

911: Is she conscious?

Peterson: No, she is not conscious… please!

Note “please” is repeated here.

911: How many stairs did she fall down?

Peterson: What?… hat?

Peterson answers with a question to stall for time because he is not close to his wife, he is unable to see the stairs. 

911: How many stairs did..

Peterson: … Stairs?!

Peterson is trying to buy time because he is far from the scene.

911: How many stairs?

Peterson:… Uuh… uuh…uh…

After this question, Michael Peterson appears to be caught off guard and is stalling for time with some: “What? Stairs? Uuh, uuh, uh”, a way to buy time to be able to get to the area of the stairs.

We can hear Peterson walking to the scene to look at the stairs.

911: Calm down, sir, calm down.

Peterson: No, damned, sixteen, twenty. I don’t know. Please! Get somebody here, right away. Please!

Note “Please!” is repeated here.

After around 15 seconds from the start of the phone call, the operator asked Peterson about the number of stairs, he was unable to answer the question because he wasn’t close to the scene. In the first 15 seconds of the phone call Peterson wasn’t approaching his wife, he was close to her just around 25 seconds after he Dailed 911, he went there just to look at the number of the stairs and because asked.

I guess Peterson found the cordless phone in the kitchen, just behind the corner, very close to the service stairs where Kathleen’ body was, so:

1- why he had to walk for around ten seconds to be on the scene to be able to look at the stairs?

2- And, how he could give information about his wife condition if he wasn’t close to her?

911: Okay somebody’s dispatching the ambulance while I’m asking you questions.

Peterson: It’s, ohuuh… It’s Forest Hills! Okay? Please! Please!

Note “Please!” is repeated here.

911: Okay, sir? Somebody else is dispatching the ambulance. Is she awake now?

Peterson:… Uummh… uuh…

911: Hello?… Hello?

Peterson:… Uh… uh… mmmm… uuuh… oh… uuuh…

After some questions, Peterson, fearing not to be able to track down his story, doesn’t answer anymore.

Usually, when people call 911 they stay very close to the victims to give the operator information about their real condition and to be able to help following the suggestions the operator may give them, like how to perform CPR.

Michael Peterson had no intention to help his wife, that’s why he was far from her when he called 911 and went back to the scene just to look at the stairs to give the operator an approximate number.

Michael Peterson was far from Kathleen because she was already dead for hours and he was not interested in helping her or in giving any real information to the 911 operator about her condition.

When Michael Peterson called 911 he was quite far from the victim, instead, when the paramedics arrived, he showed a different behavior, he was on her body trying to resuscitate her, he was acting, he knew she was already dead for hours. Peterson was not just acting as a grieving husband for the paramedics but he was also trying to justify all the blood on his clothes, touching and hugging the victim, in other words: he was trying to cover evidences.

The scene

blood at the murder scene

Michael Peterson’s second call to 911 at 2:46 am:

911: Durham 9-1-1: Where is your emergency?

Peterson: Where are they?! It’s eighteen ten Cedar. She’s not breathing! Please! Please, would you hurry up!

Note “Please! Please” is repeated here. Peterson needs to ingratiate and align himself with the good guys.

For two times in the first phone call, Peterson told the operator that his wife was “still breathing” now he informs the operator that “She’s not breathing!”, this was a way to postpone the time of Kathleen death, she was already death when he made the first call to 911, she was not breathing at that time, he told the operator a lie.

911: Sir?

Peterson: Can you hear me?

911: Sir?

Peterson: Yes!

911: Sir, calm down. They’re on their way. Can you tell me for sure she’s not breathing? Sir…? Hello…? Hello…?

Peterson called 911 a second time just to inform the operator that Kathleen wasn’t anymore breathing but after he gave this information to the dispatcher he didn’t answer any more questions showing a resistance in answering due to his incapacity to track down his story.

In this second call Peterson tried to act as a worried husband but at the same time he reported that Kathleen was not breathing, a way not to motivate the paramedics to hurry up.

During these two short calls Peterson said: “please”, nine times, he used the word “please” as a useful word to act as a worried husband and to talk not to be questioned.

He also showed a resistance in answering.

Peterson never used his wife’s name, an incomplete social introduction is a signal of a poor relationship.

Peterson never spoke about the blood at the scene while he was in front of a very bloody scene. 

At the second question of the 911 operator Peterson answered with an unexpected “she is still breathing!”. Peterson through those extra words tried to drive home the point, he wanted the operator to believe that Kathleen was still alive to delay the time of her death but he made a huge mistake adding the word “still”. With “still” he told us that he was expecting her to stop breathing.

Kathleen didn’t die after 2.40 p.m. but between 11.08 p.m. and 11.53 p.m. At 11:08 p.m. Helen Prislinger, Kathleen co-worker, spoke to her, at 11:53 p.m. she sent an email to Michael Peterson’s e-mail address that Kathleen was supposed to read but the attachment ‘readiness’ was never opened. Kathleen, while she was at the computer, read Peterson’s e-mails and found evidences of a homosexual relation with a male prostitute, a motive for murder.

In the first chapter of the documentary ‘The Staircase’ Peterson said that Kathleen left him at the pool to go inside, his words are: “…and the last I saw her was when I was there and she was just walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive…. no… she was alive when I found her… but barely”, how could she have died in his arms in the early hours of that morning if he was far from her during the 911 call, as he said, after he found her she was alive but just barely? She died in his arms, this is true, but hours before the 911 calls.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

P.S. to know more about the case, read my articles:

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Michael Iver Peterson: a liar and a murderer

Omicidio di Isabella Noventa: analisi della confessione di Freddy Sorgato

Freddy Sorgato, 45 anni, è stato arrestato il 16 febbraio 2016 ed accusato dell’omicidio premeditato di Isabella Noventa, una sua ex fidanzata, con lui sono state fermate la sorella, Debora Sorgato e l’amica Manuela Cacco, tabaccaia in un locale di proprietà dell’uomo. I legali avevano chiesto l’abbreviato semplice per i fratelli Sorgato e il condizionato per Manuela Cacco, il giudice ha deciso per l’abbreviato semplice per tutti e tre gli imputati. Freddy e Debora Sorgato sono stati condannati per omicidio premeditato nei primi due gradi di giudizio a 30 anni. La Cacco dovrà scontare invece 16 anni e 10 mesi per favoreggiamento. La Corte di Cassazione si esprimerà il prossimo 18 novembre.

Isabella Noventa, la vittima

Isabella Noventa, la vittima

Magistrato: Vuole rispondere alle domande?

Freddy Sorgato: Sì, quello che mi sento di dire è che mi ritengo responsabile di quello che è successo alla signora Isabella, che è morta. Mi ritengo responsabile della sua morte. 

Freddy Sorgato: Isabella è morta per soffocamento mentre avevamo un rapporto sessuale estremo, questo è successo.

Esistono tre tipi di soffocazione che possono essere causa di morte:

– quella diretta dovuta all’occlusione simultanea degli orifizi aerei dall’esterno mediante un mezzo applicato sulla bocca e sulle narici;

– quella interna dovuta alla penetrazione di materiali estranei nelle vie respiratorie che impedisco il passaggio dell’aria;

– quella indiretta dovuta all’immobilizzazione del torace mediante una compressione dello stesso che impedisce la ventilazione polmonare.

Raramente questi tre tipi di soffocazione sono una causa di morte durante i rapporti sessuali estremi, più frequentemente uno di due partner muore in seguito alle complicanze di una pratica detta asfissia erotica dovuta alla compressione dei vasi carotidei all’altezza del collo, la compressione riduce la portata del vaso e di conseguenza l’afflusso di ossigeno al cervello favorendo in tale sede l’accumulo di anidride carbonica il cui effetto euforizzante va a sommarsi al piacere dell’orgasmo.

Magistrato: Vuole fare una dichiarazione spontanea o è disposto a rispondere alle domande?

Freddy Sorgato: Guardi, ho ammesso una colpa che comunque è un peso abbastanza importante, sono in uno stato abbastanza confusionale per poter essere preciso e certo, magari in un altro momento riuscirei ad essere più preciso.

E’ logico pensare che, se davvero l’omicidio fosse stato accidentale, il Sorgato lo avrebbe descritto con dovizia di particolari in modo che l’accusa a suo carico fosse derubricata. 

Magistrato: Per il momento si limita a rilasciare questa dichiarazione?

Freddy Sorgato: Sì, vostro onore.

Magistrato: La domanda che sentiamo di farle con una certa urgenza è dove sia finito il corpo di Isabella Noventa.

Freddy Sorgato: Il corpo è stato buttato nel fiume.

Sorgato non dice “Ho buttato il corpo nel fiume”, ma “Il corpo è stato buttato nel fiume”. Il Sorgato usa una forma passiva per nascondere l’identità dell’autore del gesto.

Si noti il termine “buttato”, un termine che evoca rancore nei confronti della vittima. La spazzatura si butta, non il corpo della donna che si ama e che muore accidentalmente.

Magistrato: Nel fiume quale?

Freddy Sorgato: Tra il Brenta e il Piovego.

Magistrato: Può essere più preciso?

Freddy Sorgato: Guardi ero in uno stato di.. veramente.. confusione e paura, timore.. tutto quello che è successo di fronte a questa cosa.. è stato buttato nel fiume, ho agito da solo, senza l’aiuto di nessuno, perché è una cosa che facevamo in due, io e Isabella e basta.

Una risposta mal costruita, una riprova che la domanda è sensitiva. Sorgato prende tempo con almeno 3 pause e mostra di avere bisogno di convincere con un “veramente”.

Sorgato riferisce ancora che il corpo “è stato buttato” per poi affermare che ha agito da solo senza che gli sia stato chiesto e senza precisare a cosa si riferisca.

Si noti che dopo aver detto “perché è una cosa che facevamo in due”, per il timore di essere frainteso aggiunge “io e Isabella e basta”, dove l’aggiunta di “e basta”,  è superflua, un inutile rafforzativo che indebolisce la sua affermazione. 

Quando Sorgato dice la frase “tutto quello che è successo di fronte a questa cosa”, sembra fare riferimento ad un luogo, “di fronte a” e non a degli accadimenti, altrimenti avrebbe detto”tutto quello che è successo dopo questa cosa”

Magistrato: Vuole rendere altre dichiarazioni?

Freddy Sorgato: No, vostro onore.

DECEPTION INDICATED

L’omicidio di Luca Varani

Brandon: We killed for the sake of danger and for the sake of killing.
Rope,1948, Alfred Hitchcock.

OMICIDIO LUCA VARANI, ASPETTI PSICOLOGICI E CAUSE SCATENANTI: IL QUADRO DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Luca Varani, 23 anni, la vittima

Luca Varani, 23 anni, la vittima

di Domenico Leccese, L’Osservatore d’Italia

Marco Prato e Manuel Foffo, due ragazzi trentenni, hanno confessato l’omicidio di un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, adescato con una promessa di 120 euro per una prestazione sessuale. Sul complesso caso dell’omicidio di Luca Varani la criminologa Ursula Franco fa una analisi approfondita su quelli che sono gli aspetti psicologici e le cause scatenanti la furia criminale dei due giovani assassini.

Marco Prato ad una festa

Marco Prato ad una festa

– Ritiene che Marco Prato e Manuel Foffo abbiano ucciso Luca Varani in preda ad un disturbo psichico causato dalla cocaina?

E’ difficile esprimersi con i pochi dati a disposizione ma non credo si possa ritenere che dietro l’omicidio di Luca Varani ci sia un disturbo paranoide che avrebbe colpito i due ragazzi a causa dell’uso prolungato di cocaina, penso invece che Marco Prato fosse prigioniero ormai da mesi di un vortice distruttivo a causa dei suoi problemi personali legati all’identità sessuale e all’uso prolungato di droghe e psicofarmaci che assumeva per una sindrome depressiva, e che l’incontro con Manuel Foffo sia stato fatale ad entrambi. Marco Prato aveva già mostrato di non disdegnare l’uso della violenza ed era stato denunciato per aver picchiato un amico durante un festino. In giovane età Marco era stato oggetto di bullismo da parte dei suoi compagni di scuola in quanto omosessuale e sovrappeso, non è infrequente che una vittima di bullismo diventi un carnefice.

Marco Prato

Marco Prato

– Perché esclude il disturbo paranoide?

Al momento non sono emersi segnali che facciano pensare che uno o entrambi i ragazzi fossero in preda ad un delirio persecutorio e che abbiano riconosciuto in Luca Varani un pericolo. Non sembra un omicidio d’impeto ma un omicidio premeditato. E’ Foffo a riferirci che l’omicidio è stato premeditato: “È iniziato tutto da un gioco, volevamo uccidere qualcuno solo per vedere che effetto faceva”. Anche il fatto che i due ragazzi abbiano tentato di ripulire la scena del crimine, che abbiano gettato gli abiti ed il telefonino della vittima in un cassonetto e che a detta di Manuel abbiano pensato di disfarsi del corpo porta ad escludere un disturbo psicotico acuto.

L’omicidio di Luca Varani ha permesso a Marco Prato di innescare un meccanismo distruttivo senza via d’uscita, il suicidio era nei suoi pensieri ma non riusciva a motivarlo a dovere, Prato era alla ricerca di un punto di non ritorno che lo costringesse a mettere in atto ciò a cui pensava da sempre. In altre parole: l’omicidio di Varani è stato l’inizio di un’azione suicida.

Manuel Foffo soffre di “internalized homophobia” (omofobia interiorizzata), una forma di odio di sé comune a molti omosessuali, una conseguenza dello stigma sociale che circonda la comunità dei LGBTQ. Questo odio di sé può averlo condotto all’omicidio. Non solo gli omosessuali uccidono altri omosessuali per distruggere quella parte di sé che detestano ma a volte desiderano annientare chi li mette di fronte alla loro omosessualità.

Foffo ha detto a chi lo interrogava “Mentre lo colpivamo non provavo piacere”, un’affermazione che fa supporre che prima di uccidere credesse che quell’azione gli avrebbe procurato piacere, non un’emozione qualsiasi ma il piacere.

Manuel Foffo

Manuel Foffo

– Allora che ruolo ha avuto la cocaina?

La cocaina ha avuto solo un ruolo secondario, è stata assunta dopo aver premeditato l’omicidio e ha semplicemente facilitato ai due ragazzi il crudele act out.

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L’invito ad una festa organizzata da Marco Prato

 

Il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza

Una mia intervista rilasciata a L’Osservatore d’Italia:

DELITTO DI PORDENONE, GIOSUÈ RUOTOLO: L’ANALISI DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

“Ruotolo inizialmente ha raccontato agli inquirenti che nel momento in cui venivano uccisi Trifone e Teresa lui stava giocando ad un videogioco”

di Domenico Leccese

Giosuè Ruotolo porta la bara di Trifone Ragone

Giosuè Ruotolo porta la bara di Trifone Ragone

Giosuè Ruotolo è stato arrestato il 7 marzo 2016, quasi un anno dopo il duplice efferato omicidio di una coppia di fidanzati avvenuto a Pordenone. Trifone Ragone e Teresa Costanza sono stati uccisi da 6 colpi di pistola nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, l’arma utilizzata, una Beretta del 1922 è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine. Analizziamo il caso servendoci della consulenza della criminologa Ursula Franco che ha accettato di rispondere ad alcune domande:

Lei crede nella responsabilità del Ruotolo riguardo al duplice omicidio di Pordenone?

Sì, ci sono validi motivi per pensare che Giosuè Ruotolo sia l’omicida.

Lei ha analizzato le brevi interviste rilasciate da Ruotolo, che cosa ne ha tratto?

Nelle due interviste Ruotolo non ha mai negato in modo credibile un suo coinvolgimento nell’omicidio di Trifone e Teresa, anzi ha mostrato di vivere le accuse in modo passivo. Non solo non ha mai negato spontaneamente ma non ha neanche provato a ripetere a pappagallo la frase della giornalista che lo imboccava cercando di fargli dire che non era stato lui a commettere il duplice omicidio.
Egli inoltre ha tentato di collocarsi di continuo in un gruppo cercando di far passare il messaggio che anche quella sera non fosse solo, un tentativo di crearsi un alibi aggrappandosi a quello degli altri, ha inoltre affermato che andava d’accordo con Trifone mentre le indagini hanno appurato che Giosuè e Trifone ebbero una pesante discussione culminata in una scazzottata; il fatto che non sia stato lui a riferirlo, ma i suoi coinquilini, è quantomeno strano.

Che cos’altro ha insospettito gli inquirenti?

Ruotolo inizialmente ha raccontato agli inquirenti che nel momento in cui venivano uccisi Trifone e Teresa lui stava giocando ad un videogioco per poi cambiare versione, in seguito ad alcune contestazioni ha riferito di essersi diretto in palestra, di non aver trovato parcheggio e di essersi quindi fermato al parco di San Valentino per pochi minuti. In quel parco, più precisamente nel lago, è stato ritrovato prima il caricatore e poi una vecchia pistola semiautomatica Beretta modello 1922, brevetto 1915-1919, calibro 7.65 Browning, lo stesso calibro dell’arma usata per il duplice omicidio. Le indagini hanno accertato che il padre di Ruotolo possiede una collezione di armi vecchie e nuove.

Secondo lei è vero che Giosuè chiese 25 euro alla madre di Trifone dopo l’omicidio del figlio?

Non ci sono ragioni per cui la madre della vittima avrebbe dovuto mentire su questo fatto, tra l’altro c’è un testimone, un collega del Ragone e di Ruotolo, che accortosi della richiesta fuori luogo allontanò Giosuè dalla donna. In ogni caso in una email ad una trasmissione televisiva scritta dal Ruotolo nell’intento di smentire la richiesta egli non fa che confermarla. Quando Ruotolo scrive: ‘.. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone’, non solo ci conferma la sua richiesta con “mia presunta richiesta” ma ne spiega pure il motivo.

Come è possibile che un soggetto coinvolto in un duplice omicidio così efferato si preoccupi di riavere 25 euro?

Dalle indagini è emerso un rapporto problematico tra Giosuè e la fidanzata Maria Rosaria Patrone, credo che entrambi siano affetti da un disturbo psicopatologico, lo si evince dai racconti degli amici che hanno riferito di lunghi pianti notturni del Ruotolo e di poco credibili patologie che avrebbero colpito la Patrone, a detta di Giosuè, quali un ematoma cerebrale ed un infarto, il quale però sembrò risolversi in tempi molto brevi, e di un presunto stupro per vendetta ai danni di Maria Rosaria messo in atto da due colleghe del Ruotolo. Probabilmente il rapporto di Giosuè con i soldi è anch’esso patologico e la sua necessità di riprendersi i pochi euro che aveva prestato al Ragone l’ha indotto a sottovalutare il fatto che con quella richiesta poteva esporsi a critiche e destare sospetti, il Ruotolo non ha valutato i rischi/benefici a causa dei suoi problemi psichici.

Possibile che il movente sia solo un rancore nei confronti di Trifone?

Gli omicidi vengono frequentemente commessi per futili motivi e sono spesso il risultato di anni di tensioni che ‘finalmente’ esondano per una causa ultima che può anche essere estremamente banale. Il movente ha due componenti, un trigger che innesca la reazione e lo stato d’animo o la psicopatologia del soggetto agente che ne regola l’entità. Gli omicidi vengono commessi per futili motivi perché il movente lo fanno in massima parte le condizioni psichiche dei soggetti coinvolti, a volte quelle di entrambi i protagonisti, autore e vittima, altre volte solo quello dell’autore.

Analisi di due interviste rilasciate da Giosuè Ruotolo

Ho analizzato due stralci di interviste rilasciate da Giosuè Ruotolo. Ruotolo è indagato per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015. I due ragazzi sono stati uccisi a colpa d’arma da fuoco. 

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Mi aspetto che Giosuè Ruotolo:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver ucciso Trifone Ragone e Teresa Costanza, ovvero dica spontaneamente “io non ho ucciso Trifone e Teresa, sto dicendo la verità”.

Trascrizione ed analisi del primo stralcio:

Giornalista: Manca la domanda della giornalista.

Ruotolo: Io, come tutti quanti, vorremmo… vogliamo sapere la verità eeee… speriamo di trovareee… spero che lo troveranno, innanzitutto si tolgono i dubbi su di me e poiii… un domani faranno altri approfondimenti.. qualcosa, spero e poiii…

Ruotolo, invece di parlare per se stesso e negare l’addebito, parla per “tutti quanti”, mostrando di desiderare di “nascondersi tra la folla”; prende tempo per costruire una risposta e si autocensura; non prova neanche a negare un suo coinvolgimento nel duplice omicidio, vive le accuse in modo passivo. Ruotolo spera.

Giornalista: Non ha un alibi?

Ruotolo: Questo lo troveranno, vedranno che non c’entrerò niente, vedranno qualcosa, speriamo, vabbè, chi non ha un alibi deve essere per forza colpevole? Non ho capito? Io poi penso che lo trover… troveranno io cosa ho fatto, qualcosa o qualcosa in più, in modo tale da stare tranquilli tutti quanti dopo, ecco.

Ruotolo non fornisce un alibi al giornalista, anzi conferma di non averlo e spera. Si noti l’inaspettato uso del verbo al futuro, Ruotolo non dice “non c’entro niente”, ma “non c’entrerò niente”. Durante un interrogatorio Bossetti disse: “Non mi permetterò mai di fare una stupidata così”. Quella di Bossetti è una promessa da bambino beccato con le mani nella marmellata.

Il giornalista avrebbe dovuto chiudere a Ruotolo che cosa intendesse dire con “ho fatto qualcosa o qualcosa in più”. 

Giornalista: Ma dire “Non sono stato io”?

Il giornalista mostra di avere un’aspettativa, peraltro già tradita, e suggerisce a Ruotolo di negare di aver commesso il duplice omicidio.

Ruotolo: No, e non pos… si vabbè, ehhh… ma quello è palese.

Ruotolo mostra di essere incapace di negare in modo credibile e ci rivela che la domanda del giornalista è per lui sensitiva. Si notino l’autocensura, l’incertezza e il dare per scontato qualcosa che non è capace di negare in modo credibile.

Giornalista: Hai portato la bara?

Ruotolo: Certo sì, siamo stati… sì, sì, sì, ma quello era proprio un collega mio, dovevamo transitare nella guardia di finanza… insieme e mi è sembrato opportuno… farlo… anche per… sia per lui che… per noi, doveroso proprio.

Ruotolo sposta ancora il focus da sé. Per la seconda volta coinvolge altri soggetti, dice “per noi”, lo fa per tornare a “nascondersi tra la folla”. 

Si noti che Ruotolo chiama la vittima “quello”, “collega” ed infine “lui”, mai “Trifone”. Perché ne prende le distanze?

Giornalista: Domanda su Teresa.

Ruotolo: Lei, la conoscevoooo… di vista perché poi è arrivata qualche volta a casa negli ultimi tempi, poi si sono trasferiti insieme e non li ho…

Un’autocensura che ci indica che qualcosa è stato lasciato fuori. Ormai anche i giornalisti chiamano le vittime per nome, invece Ruotolo, che conosceva Teresa, la chiama “lei”, perché ne prende le distanze?

Giornalista: Non li ha più visti?

Ruotolo: No, no, no.

Giornalista: Perché?

Ruotolo: E vabbè ognuno ha la pro… ognuno ha la propria vita, giustamente, poiii… io la mia, lui ha la sua, abita con la fidanzata, poi io stavo con gli altri… con gli altri miei inquilini in casa.

Ruotolo sente ancora il bisogno di “nascondersi tra la folla”.

Ruotolo sta parlando della propria vita e di quella di Trifone in generale, eppure aggiunge “io stavo con gli altri… con gli altri miei inquilini in casa” per tentare di far passare il messaggio che anche la sera del duplice omicidio fosse in compagnia degli “altri” e “in casa”, una forzatura.

Ruotolo parla di Trifone e Teresa come se fossero in vita.

Giornalista: Andavi d’accordo?

Ruotolo: Certo che ci andavo d’accordo, io sono… vado d’accordo con tutti, pure in caserma.

Giornalista: Perché non lo vedi più, cos’è gelosia?

Ruotolo: Nooo… perché? Ognuno poi ha la sua vita, cioè: non è che uno vuole essere invasivo, poi ci vedevamo in caserma, ci salutavamo in caserma, sì, però, poi…

Ruotolo prende tempo allungando il “Nooo” e rispondendo con una domanda. E poi si autocensura ancora.  Si noti il termine “invasivo”.

Giornalista: Come siete finiti nell’appartamento insieme?

Ruotolo: No. Lì siamo andati in appartamento insieme all’inizio, noi abitavamo in caserma, poi siamo andati a vivere insieme con altri due colleghi, eravamo in 4, poi lui se n’è andato con la fidanzata.

Ruotolo risponde con un “No” che appare fuori luogo. La risposta è evasiva.

Giornalista: Uscivate insieme?

Ruotolo: No, no. A volte è capitato, a volte uscivo con gli altri ragazzi, a volte stavo… giocavo al computer, cose normali, diciamo.

Ruotolo risponde con un “No” e poi si smentisce. 

Ruotolo: Io lavoro ai computer quindiii… ehmm… non so.

Con questa frase Ruotolo cerca di allontanare i sospetti da sé, vorrebbe lasciar intendere che, poiché lavora al computer, non maneggia armi e quindi non può aver sparato lui. 

Giornalista: Un’azione del genere…

Ruotolo: Un’azione del genere, secondo me, èèèèè… un’atrocità che, secondo me, un essere umano non può fare… siamo stati a pezzi, siamo stati a pezzi e anche tutt’ora siamo a pezzi.

In questa risposta ciò che colpisce di più è il tono innaturale con il quale il Ruotolo pronuncia la parola “atrocità”.

Ruotolo si inserisce ancora una volta nel gruppo dei commilitonitorna a “nascondersi tra la folla”. Dice per due volte “siamo stati a pezzi” e poi si corregge con un “anche tutt’ora siamo a pezzi”.

Giornalista: Saresti felice lo trovassero?

Ruotolo: Eh, ovviamente. Gliel’ho pure detto. Sarei pure felice, a questo punto, anche per me, perché mi trovo in questa situazione e non so nemmeno io perché mi sono… mi sto trovando in questa situazione.

Si noti “mi sono”, l’autocensura e la correzione “mi sto”.

Trascrizione ed analisi del secondo stralcio:

Giornalista: Ha portato lei la bara quel giorno?

Ruotolo: L’ho portata io insieme… aad altri mie colleghi.

Il Ruotolo continua a inserire i colleghi.  

Giornalista: Perché?

Ruotolo: Era il minimo ee… doveroso essendo collega e amico, proprio il minimo.

Giornalista: Lei ha mai avuto una pistola?

Ruotolo: (ride) non posso dire niente su queste cose, mi viene pure da ridere, ecco, quando mi dicono quest…

Il fatto che il Ruotolo rida è significativo. Si noti “mi viene pure da ridere”. Ruotolo sta ridendo e sente il bisogno di sottolinearlo perché non riesce a trattenersi. 

Giornalista: Perché le viene da ridere?

Ruotolo: Per quest… per questa domanda che mi ha fatto, sinceramente…

Ruotolo ha difficoltà a rispondere, prende tempo con una ripetizione ed una pausa. Con l’uso dell’avverbio “sinceramente” mostra di avere bisogno di convincere.

Giornalista: Perché? Lei non hai mai avuto una pistola?

Più che una domanda, un invito a negare.

Ruotolo: No, mai, mai.

La risposta è contaminata.

Giornalista: Non avevate mai litigato?

Più che una domanda, un invito a negare.

Ruotolo: No, no, no, io sono una persona che non litiga mai con nessuno, ma anche lui era una persona solare, tutto.

“No” sarebbe stata una negazione credibile. L’aggiunta di 20 parole mostra un bisogno di convincere. 

Giornalista: L’accusa è pesantissima.

Una affermazione che permetterebbe al Ruotolo di negare in modo credibile di aver ucciso Trifone e Teresa. 

Ruotolo: No, no, io non ho parole… vabbè io su quella… sulla mia accusa sono tranquillo ecco.

Ruotolo non solo non tenta di negare ma quando dice “sulla mia accusa”, fa propria l’accusa. 

Giornalista: Perché è tranquillo?

Una domanda che permetterebbe al Ruotolo di negare in modo credibile di aver ucciso Trifone e Teresa. 

Ruotolo: Sono sicuro di quello… di quelloo… di aver, d’aver fatto, ovvero niente.

Ruotolo, invece di negare in modo credibile, si incarta.

Expected: “Sono tranquillo perché non ho ucciso Trifone e Teresa, sto dicendo la verità”

Giornalista: Non è stato lei ad uccidere Teresa e Trifone?

Ruotolo: Stiamo scherzando? Mi vieneee (ride).. queste domandeee non…….. zero proprio, non ho proprio parole per descrivere il fatto figuriamoci d’essere accusato di una cosa del genere.

Ruotolo, invece di negare, ridicolizza le accuse e si autocensura. Chiama il duplice omicidio “il fatto” per non incappare nello stress che gli indurrebbe chiamarlo col suo nome.

CONCLUSIONI

Giosuè Ruotolo non è stato capace di negare in modo credibile di aver ucciso Trifone e Teresa.

P.S. La pubblicazione di questa analisi ha preceduto di poche ore l’arresto di Giosuè Ruotolo per il duplice omicidio di Trifone e Teresa.

Un’ultima riflessione che ci permette di delineare meglio la personalità di Giosuè Ruotolo:

La madre di Trifone Ragone ha riferito ad inquirenti e giornalisti che Ruotolo dopo l’omicidio le chiese di saldare un debito di 25 euro che Trifone aveva con lui. Ruotolo, per smentire, inviò una email ad una trasmissione televisiva:

“Sono dispiaciuto per quanto é stato riferito in merito a fatti legati alla famiglia Ragone: non mi sono mai recato nella loro abitazione prima del tragico evento per cene o altro e dopo il trasferimento di Trifone i nostri rapporti erano rimasti di cortesia, smentisco, dunque, uscite in pub o pizzerie assieme a lui. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Provo rispetto nei confronti della famiglia Ragone per l’immenso dolore che la stessa sta vivendo. Chiedo nel contempo che sia rispettato anche il dolore mio e dei miei familiari per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo.

Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”.

Giosuè si dice soprattutto dispiaciuto per la sua presunta richiesta e per quanto è stato “riferito”, non per la morte di Trifone.

Ruotolo tenta di negare di aver richiesto i soldi alla madre della vittima ma fa propria la richiesta “una mia presunta richiesta” e la motiva “sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito”

E’ interessante il finale della email, Ruotolo scrive “per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo”, la parola “ritenuto” indebolisce fortemente la sua affermazione.

 

Analisi di un’intervista telefonica rilasciata da Freddy Sorgato

Freddy Sorgato, 45 anni, è stato arrestato il 16 febbraio 2016 ed accusato dell’omicidio premeditato di Isabella Noventa, una sua ex fidanzata, con lui sono state fermate la sorella, Debora Sorgato e l’amica Manuela Cacco, tabaccaia in un locale di proprietà dell’uomo. I legali avevano chiesto l’abbreviato semplice per i fratelli Sorgato e il condizionato per Manuela Cacco, il giudice ha deciso per l’abbreviato semplice per tutti e tre gli imputati. Freddy e Debora Sorgato sono stati condannati per omicidio premeditato nei primi due gradi di giudizio a 30 anni. La Cacco dovrà scontare invece 16 anni e 10 mesi per favoreggiamento. La Corte di Cassazione si esprimerà il prossimo 18 novembre.

Il Sorgato ha rilasciato questa intervista telefonica al giornalista Andrea Priante del Corriere del Veneto pochi giorni prima del suo arresto.

Giornalista: Si sarà fatto un’idea, aveva dei guai per carità?

Freddy Sorgato: (incomprensibile) dei guai, ha dei guai legali, ha un processo il mese prossimo eee… ha dei guai seri, ha dei guaiiii… non indifferenti, dovrààà… dovrà subire di… dovrà… dovrà rispondere di truffa ai danni della salute, perché come è successo sui giornali col… con suo fratello che è già stato condannato, adesso tocca a lei per complicità della cosa, quindi eeee… insomma non è una cosa molto piacevole visto che la Isabella lavora peeer… per uno studio medico.

Sorgato mostra di non avere timore di rivelare ai Media la delicata situazione giudiziaria di Isabella, un segnale che Freddy è a conoscenza del fatto che non dovrà risponderne all’amica. 

Giornalista: Ma era preoccupata lei di questa cosa?

Freddy Sorgato: Ah, non lo so, non gliel’ho mica chiesto io… con Isabella c’era… c’è sempre stato un rapporto: ognuno si fa i cazzi propri (incomprensibile), io non chiedo niente.

Sorgato si tradisce usando il passato “c’era”, poi si corregge e aggiusta con un “c’é”. Sorgato è esasperato da questa situazione, è rabbioso, lo si percepisce per l’uso della parola “cazzi” nella risposta, una parola che non è adeguata alla circostanza.

Giornalista: Avrete parlato quella sera?

Freddy Sorgato: Di cosa?

Per non rispondere, Sorgato risponde al giornalista con una domanda.

Giornalista: Nel senso di lei? Di come stava?

Freddy Sorgato: Non parliamo mai perché era molto umorale, è sempre stata umorale…

Si noti che Freddy descrive Isabella come “umorale”.

Giornalista: E vuol dire che…?

Freddy Sorgato: Sbalzi d’umore, sbalzi d’umore, da arrabbiataaa… a tranquillaaa… a serenaaa… a incazzata, non guardarmi così aa… sempre… quindi ormai io non ci facevo più caso perché era inutile eee… quindi se aveva voglia di parlare, parlava e se non aveva voglia di parlare, io non chiedevo mai nulla.

Freddy continua a parlare di Isabella al passato, non solo, il fatto che la critichi è sospetto (Blaming the victim).   

Giornalista: E l’altra sera in che serata era?

Freddy Sorgato: Era una serata tranquilla, apparentemente tranquilla, perché poi se ha fatto questo gesto probabilmente non lo era, si è allontanata per i fatti suoi senza star lì a dire niente a nessuno, senzaa…, senza dare spiegazioni, senza motivo, senza niente di niente e lo sa, lo sa solo lei il perché. A me non ha detto niente, mi ha detto solo: “Mi porti a Padova? Mi accompagni a Padova?”. Siccome era una cosa che avevo già fatto, quindi, di accompagnarla lì a Padova, di lasciarla lì e poi basta, io non lo so dove andasse, chi si incontrasse, chi si vedesse, non lo so, non gliel’ho mai chiesto..

Una lunga tirata oratoria durante la quale Freddy tiene a ricordare che lui la Noventa la lasciò a Padova su sua richiesta e che, poiché era già successo prima, non se ne era stupito. E poi cerca di insinuare che Isabella avesse una vita misteriosa.

Giornalista: C’era qualcuno ad aspettarla?

Freddy Sorgato: No, no, no. Io l’ho fatta scendere dalla macchina, ci siamo salutati e sono andato via.

La ripetizione del “No” indica un bisogno di convincere.

Giornalista: Non la sento preoccupato, lei pensa che stia bene insomma?

Freddy Sorgato: Io sono preoccupato perchéé… non la vedo Isabella, perché logicamente se non vedi una persona e ci sono tutte queste chiacchere, è ovvio che la preoccupazione c’è, ma in fin dei conti, di cosa mi devo preoccupare? Se le cose sono talmente evidenti che probabilmente qualcosa gli è scattato in testa per allontanarsi così… quindi, secondo me, è un allontamento eeem… voluto mm… per qualcosa, non si sa, perché, alla fine io non posso dire: Isabella si è allontanata per questo motivo, per quell’altro motivo. Io so che aveva, che ha questo processo da fare a febbraio eee… che comunque le comporta ovviamente uno sgravio di quello che può essere il suo lavoro, le sue cose eeee… è logico che può essere preoccupata, ma mica per questo mi devo preoccupare io… guardi che ognuno è artefice della propria sorte eh, si è comportata male, si è comportata male, ha fatto delle cose illegali, ha fatto delle cose che non andavano bene? Eh, lo sapeva benissimo, è maggiorenne e vaccinata.

Sorgato continua a criticare Isabella e mostra ancora di non avere timore di rivelare ai Media la delicata situazione giudiziaria di Isabella.

Giornalista: Come mai lei ci usciva lo stesso nonostante tutte queste cose?

Freddy Sorgato: Ma perché lei non può uscire con un amico? Non può uscire per mangiare una pizza? Qual’è il problema?

Freddy è rabbioso, risponde con tre domande per non rispondere, è stato colto in fallo dal giornalista.

Giornalista: Sì, ma se ci esco per una pizza, poi non dico che è un poco di buono, è solo quello.

Freddy Sorgato: Maaa, quando… se la persona poco di buono non ti fa niente e non hai nessun problema con lui o con lei qual’è il problema per uscire, uno può anche uscire… anche con il boss della mala del Brenta, non ha mica fatto niente a me, dovrà rispondere delle cose che avrà fatto alla società, delle cose che avrà fatto in altri termini, ma se a me non ha fatto niente, ci bevo volentieri un caffè insieme, che cazzo me ne frega, non è che io posso aiutare a dare una mano alla signora (incomprensibile) e trovata, perché se l’ho lasciata lì, è scesa dalla macchina, gli ho dato questo passaggio, che cavolo posso saperne io che cavolo ha combinato dopo, sicuramente non sono stato l’ultima persona a vederla, si sarà incontrata con qualcunoo… e speriamo che scoprano chi è questo qualcuno e che magari sappia dare delle spiegazioni molto più esaurienti delle mie, perché io non ne ho.

Una terza tirata oratoria nella quale Freddy riepiloga ancora una volta i fatti di quella sera; inspiegabilmente afferma che berrebbe volentieri un caffè con un boss della mala del Brenta; usa parole fuori luogo lcome “cazzo” e “me ne frega”; chiama Isabella “la signora” per prenderne le distanze. 

Poiché, al momento dell’intervista Freddy Sorgato era consapevole del fatto che tutti sospettavano di lui, ci saremmo aspettati che possedesse il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente e poi

negasse in modo credibile di aver ucciso Isabella Noventa, ovvero dicesse “io non ho ucciso Isabella, sto dicendo la verità” e lo dicesse spontaneamente. E invece così non è stato.

DECEPTION INDICATED

Processo per l’omicidio di Yara Gambirasio: parla Massimo Giuseppe Bossetti, un autogol

PM: Lei conosceva Yara?

Bossetti: Non la conoscevo, non l’ho mai vista. Come me nessun membro della mia famiglia la conosceva.

“Non la conoscevo” non è una negazione credibile perché Bossetti ripete a pappagallo le parole della PM (parroted language).

“non l’ho mai vista” è diverso da “non l’ho uccisa” perché si riferisce and un periodo di tempo indeterminato e non esclude che l’abbia vista il giorno dell’omicidio.

Quando Bossetti dice “Come me nessun membro della mia famiglia la conosceva” coinvolge senza motivo i suoi familiari. I colpevoli amano nascondersi nella folla. 

La PM si accorge che Bossetti non risponde in modo corretto alla sua domanda, e insiste:

PM: Ma io le chiedo di lei…

Bossetti: No, mai conosciuta.

PM: Dove si trovava il 26 novembre 2010?

Bossetti: Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera.

Bossetti: Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago.

Bossetti: Potevo benissimo dirle “Non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata.

Dire “non me lo ricordo” e “non ricordo” è un modo di falsificare un vuoto di memoria.

Bossetti si sente spalleggiato, è sfidante, e sembra quasi deridere la PM ma il fatto che ricordasse quel giorno nei suoi primi interrogatori dopo l’arresto, lo mette con le spalle al muro. Non è vero che è l’ennesima volta che dice alla PM di non ricordare, sentito in precedenza, proprio su questo punto, disse: “Sì eee, io lavoravo sù a Palazzago nell’impresa di mio cognato” e in un altro interrogatorio: “Quel giorno ho finito di lavorare alle 17,30 come sempre mi sono fermato in edicola a Barzana e poi all’edicola del nonno per comprare le figurine dei cucciolotti per i bambini” e ancora: “Quel giorno sono andato al lavoro di mattina. Poi ho fatto controllare il furgone da un meccanico, sono stato da un falegname, dal commercialista e infine sono tornato a casa passando dalla zona del centro sportivo

”.
In udienza ha invece cambiato versione, ha deciso di dire che non ricorda ed è interessante quando afferma: “Potevo benissimo dirle: “Non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare in ogni modo”, perché avrebbe dovuto cercare di ricordare in ogni modo? “In ogni modo”, sta a significare che rinnega gli interrogatori precedenti durante i quali si è inspiegabilmente sforzato, a suo dire, di ricordare cose che non ricordava. Questi non ricordo sono un tentativo di rimangiarsi cose dette in precedenza.

Il fatto che Bossetti faccia di continuo ricorso a frasi quali: “Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose”, ci induce a pensare che proprio quel giorno sia accaduto qualcosa di non normale. Il riferirsi alle proprie abitudini, alla normalità, è una tecnica usata da chi dissimula per non falsificare in merito agli avvenimenti relativi al giorno sul quale viene interrogato.

PM: Ricorda di aver detto a Marita che quel giorno nevicava, o pioveva…?

Bossetti: E chi se lo ricorda. Come posso?

E’ ancora strafottente e mente, Bossetti, in una incriminante intercettazione del 23 ottobre 2014, disse alla moglie: “Come se la conoscevo? A sto punto? Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto? Poi gli ho detto, anche se dovrei essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che in quel periodo lì pioveva, o nevicava, ti ricordi?”… e la moglie replicò: “Quella sera lì no, però”, e lui: “Però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto, se corri in un campo, è facile che le scarpe si perdano”.

PM: No, lei in carcere dice a sua moglie che quel giorno pioveva o nevicava, perché?

Bossetti: Può darsi che mia moglie qualche tempo prima mi avesse riferito che tempo c’era quel giorno, o magari i miei familiari, o i miei avvocati.

Una classica risposta del Bossetti ‘favola’, il manipolatore abituato a confondere le acque. Dicendo “può darsi” mostra di non essere convinto di ciò che dice e gli evita di dare una risposta definitiva.

PM: Quindi, lei non ricorda, ma i suoi familiari o i suoi avvocati nominati nel 2014 invece sì? Non abbiamo trovato traccia di questo.

Bossetti: Mai conosciuto Yara, lo giuro, hanno mentito tutti tranne me. Dottoressa, non sto mentendo. Hanno mentito tutti quelli che si sono seduti qui prima di me.  A parte i miei consulenti, qui hanno mentito tutti.

Bossetti spesso giura, è tipico di chi mente, chi dice il vero non ha bisogno di convincere. All’indomani dell’arresto, nel giugno 2014 disse a sua moglie in carcere: “Te lo giuro sui nostri figli, non sono stato io”.

Bossetti:... hanno mentito tutti tranne me.

Questa affermazione è un autogol, Bossetti ci informa che sua moglie, Marita Comi, sentita il 25 febbraio, ha mentito.

Non ha mentito il collega che ha raccontato che Bossetti si era inventato di avere un cancro; dopo la sua testimonianza infatti Bossetti non lo ha smentito, ha invece replicato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

E’ interessante che Bossetti parli di “un sacco di sabbia”, egli comprò proprio un sacco di sabbia nella rivendita di materiale per l’edilizia che si trova nelle vicinanze del luogo del ritrovamento, lo fece due settimane dopo l’omicidio e non ha mai spiegato per quale uso lo avesse acquistato. Bossetti, con la scusa della sabbia, tornò sulla scena del crimine dove si trovava ancora il cadavere di Yara per rivivere l’omicidio. In questa risposta parla di quel sacco di sabbia perché è nei suoi pensieri.

Infine, non ha mentito il suo collega Panzeri che ha riferito: “Un giorno Massimo aveva annunciato di volersi suicidare, perché aveva problemi con la moglie Marita. A lui Bossetti ha replicato in aula: “Non è vero, non è vero, non è vero! Mi state solo denigrando, state raccontando un sacco di bugie su di me. Non è affatto vero, non ho mai detto di essere stato in crisi con mia moglie. Con Panzeri si erano incrinati i rapporti di lavoro, per questo mi chiamava ‘favola’.