Analisi di due interviste rilasciate da Giosuè Ruotolo

Ho analizzato due stralci di interviste rilasciate da Giosuè Ruotolo, indagato per il duplice omicidio di Trifone Ragone e della sua fidanzata Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, i due ragazzi sono stati uccisi con un’arma da fuoco. La tecnica di analisi utilizzata si chiama Statement Analysis, è basata sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. La maggior parte della gente intende dire la verità anche quando mente, chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna, e ciò che non dice rivela la verità che intende nascondere.

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Trascrizione ed analisi del primo stralcio:

Giornalista: Manca la domanda della giornalista.

Ruotolo: Io, come tutti quanti vorremmo, vogliamo sapere la verità eeee speriamo di trovareee, spero che lo troveranno, innanzitutto si tolgono i dubbi su di me e poiii un domani faranno altri approfondimenti.. qualcosa, spero e poiii…

Ruotolo viene intervistato dalla giornalista sul suo coinvolgimento o meno nel duplice omicidio e lui, invece di parlare per se stesso e negare l’addebito, parla per “tutti quanti”.

La presenza di un “eeee”, un “trovareee”, due “poiii” ed di una pausa indicano che la domanda è sensitiva.

Si noti che, alla fine della sua risposta, il Ruotolo si autocensura.

Giosuè non prova neanche a negare un suo coinvolgimento nel duplice omicidio, vive le accuse in modo passivo, ricorda Paolo Stroppiana e Raniero Busco, Ruotolo “spera”.

Giornalista: Non ha un alibi?

Ruotolo: Questo lo troveranno, vedranno che non c’entrerò niente, vedranno qualcosa, speriamo, vabbè chi non ha un alibi deve essere per forza colpevole, non ho capito? Io poi penso che lo trover… troveranno io cosa ho fatto qualcosa o qualcosa in più in modo tale da stare tranquilli tutti quanti dopo, ecco.

Ruotolo appare ancora passivo, non fornisce un alibi anzi conferma di non averlo e spera. Interessante in questa risposta è l’uso del futuro, Ruotolo afferma: “non c’entrerò niente, non usa il presente”, non dice “non c’entro niente”; ricorda Bossetti, il quale durante l’interrogatorio disse: “Non mi permetterò mai di fare una stupidata così”. Bossetti come Ruotolo promettono di non farlo più, una promessa da bambini beccati con le mani nella marmellata.

ho fatto qualcosa o qualcosa in più” è un’ammissione. Le ammissioni si trovano spesso nelle tirate oratorie, per questo motivo non bisogna interrompere i sospettati/indagati.

Giornalista: Ma dire non sono stato io?

Ruotolo: No, e non pos.. si vabbè, ehhh, ma quello è palese.

Ruotolo, nonostante l’invito che gli fa la giornalista, è incapace di negare un suo coinvolgimento, non è in grado di dire, “io non ho ucciso Trifone e Teresa”, neanche ripetendo a pappagallo le parole della sua interlocutrice, anzi risponde che non può negare con un: “No, e non pos…” e poi conclude la risposta con una frase equivoca, “sì vabbè, ehhh, ma quello è palese”.

Ruotolo è incapace di negare, non riesce a farlo, non ci prova neanche, eppure dovrebbe desiderarlo fortemente, dovrebbe desiderare di chiarire a tutti che lui non ha ucciso Trifone e Teresa. 

Giornalista: Hai portato la bara?

Ruotolo: Certo sì, siamo stati… sì, sì, sì, ma quello era proprio un collega mio, dovevamo transitare nella guardia di finanza… insieme e mi è sembrato opportuno… farlo… anche per… sia per lui che… per noi, doveroso proprio.

Ruotolo non parla solo per se stesso ma coinvolge per la seconda volta altri soggetti, dice “per noi”, è un escamotage che gli permette di spostare il focus da sé, di “nascondersi tra la folla”. 

Parlando di Trifone lo chiama “quello, collega” ed infine “lui”, non lo chiama mai per nome, un modo di prenderne le distanze.

Giornalista: Domanda su Teresa.

Ruotolo: Lei, la conoscevoooo di vista perché poi è arrivata qualche volta a casa negli ultimi tempi, poi si sono trasferiti insieme e non li ho…

Ancora una frase monca che indica che qualcosa è stato lasciato fuori. Nonostante tutti chiamino le due vittime per nome, anche i giornalisti, Ruotolo, che conosceva Teresa, la chiama “lei”, mostrando un bisogno di prendere le distanze anche da lei. 

Giornalista: Non li ha più visti?

Ruotolo: No, no, no.

Giornalista: Perché?

Ruotolo: E vabbè ognuno ha la pro.. ognuno ha la propria vita giustamente poiii io la mia, lui ha la sua, abita con la fidanzata, poi io stavo con gli altri, con gli altri miei inquilini in casa.

Iniziare con una congiunzione una risposta fa intendere che qualcosa è stato lasciato fuori.

Ruotolo sente il bisogno di mostrarsi ancora parte di un gruppo, “come tutti quanti vorremmo, siamo stati” e in questa ultima risposta dice “io stavo con gli altri.. in casa”, lo fa per tentare di far passare il messaggio che anche quella sera fosse in compagnia degli “altri” ed a casa.

Ruotolo parla di Trifone e Teresa come se fossero in vita, è anomalo.

Giornalista: Andavi d’accordo?

Ruotolo: Certo che ci andavo d’accordo, io sono.. vado d’accordo con tutti, pure in caserma.

Come può una persona andare d’accordo con tutti?

Giornalista: Perché non lo vedi più, cos’è gelosia?

Ruotolo: Nooo perché? Ognuno poi ha la sua vita cioè non è che uno vuole essere invasivo poi ci vedevamo in caserma ci salutavamo in caserma sì però poi…

Ancora una frase monca che indica che qualcosa è stato lasciato fuori. Il fatto che Ruotolo usi la parola “invasivo” lascia pensare.

Giornalista: Come siete finiti nell’appartamento insieme?

Ruotolo: No, lì siamo andati in appartamento insieme all’inizio, noi abitavamo in caserma, poi siamo andati a vivere insieme con altri due colleghi, eravamo in 4, poi lui se n’è andato con la fidanzata.

Ruotolo risponde con un “No” che non ha ragione di collocare all’inizio della sua risposta e che ci segnala che è deciso a negare a prescindere dalla domanda.

Giornalista: Uscivate insieme?

Ruotolo: No, no, a volte è capitato, a volte uscivo con gli altri ragazzi a volte stavo… giocavo al computer, cose normali, diciamo.

Ruotolo ha risposto a queste tre ultime domande con un “No”.

In questa risposta sente la necessità di aggiungere che usciva con gli altri ragazzi e che giocava al computer, informazioni superflue, non richieste ed inaspettate rispetto alla domanda del giornalista. L’uso del “diciamo” con cui termina la risposta non fa che indebolirla.

Ruotolo: Io lavoro ai computer quindiii… ehmmm non so.

Con questa frase Ruotolo cerca di allontanare i sospetti da sé affermando di lavorare al computer per lasciare intendere che non usa le armi, ma è incapace di negare in modo diretto e credibile l’uso delle armi. 

Giornalista: Un’azione del genere..

Ruotolo: Un’azione del genere, secondo me, èèèèè un’atrocità che, secondo me, un essere umano non può fare… siamo stati a pezzi, siamo stati a pezzi e anche tutt’ora siamo a pezzi.

In questa risposta ciò che colpisce di più è il tono innaturale con il quale il Ruotolo pronuncia la parola “atrocità”, si percepisce una forzatura.

Ruotolo si inserisce ancora una volta nel gruppo dei commilitonitorna a “nascondersi tra la folla”. Afferma: “siamo stati a pezzi”, per due volte e poi resosi conto dell’errore temporale che presuppone che ora stiano bene si corregge “anche tutt’ora siamo a pezzi”.

Giornalista: Saresti felice lo trovassero?

Ruotolo: Eh, ovviamente, gliel’ho pure detto, sarei pure felice a questo punto anche per me perché mi trovo in questa situazione e non so nemmeno io perché mi sono… mi sto trovando in questa situazione.

“Gliel’ho pure detto”, a chi?

Riferire ciò che si è detto ad altri non equivale a dire la verità ma è indice semplicemente del fatto che un soggetto cerca di ricordare e ripetere ciò che ha detto ad altri e, proprio perché sottolinea di averlo già detto ad altri, con ogni probabilità non è la verità.

Infine una serie di “mi trovo, mi sono.. e mi sto trovando” che collocano temporalmente il Ruotolo rispetto ai fatti anche nel passato, non solo nel presente nel ruolo di sospettato.

Trascrizione ed analisi del secondo stralcio:

Giornalista: Ha portato lei la bara quel giorno?

Ruotolo: L’ho portata io insieme… aad altri mie colleghi.

Anche in questa intervista il Ruotolo continua a coinvolgere i colleghi, il suo desiderio è “nascondersi tra la folla”  per spostare il focus da sé.  

Giornalista: Perché?

Ruotolo: Era il minimo ee doveroso essendo collega e amico, proprio il minimo.

Esatto. Ruotolo ha fatto il minimo ed il suo comportamento è per questo sospetto.

Giornalista: Lei ha mai avuto una pistola?

Ruotolo: (ride) non posso dire niente su queste cose, mi viene pure da ridere, ecco, quando mi dicono quest…

Il fatto che il Ruotolo rida è significativo. In specie in un momento in cui c’è poco da ridere, sia per il duplice omicidio che per se stesso, ridere è il miglior modo per mascherare le proprie reali emozioni ed il fatto che dica: “mi viene pure da ridere”, ci conferma che il suo riso è falso. Ruotolo sente infatti il bisogno di descriverlo per paura che non sia abbastanza evidente. Il suo lungo sorriso che dura molti secondi stona fortemente con le contestazioni a lui mosse e con la gravità dei fatti di cui sta parlando con il giornalista. Un suo è un riso prolungato e per questo fuori luogo, non un brevissimo sorriso che potrebbe far pensare che il fatto che gli si attribuisca il possesso di un’arma lui lo trovi ridicolo. Un riso prolungato è un segnale del fatto che Ruotolo nasconde un’emozione che non vuole svelare.

Ruotolo potrebbe ridere sia per svalutare le accuse ma anche per il piacere che gli hanno dato la morte di Trifone e Teresa.

Giornalista: Perché le viene da ridere?

Ruotolo: Per quest… per questa domanda che mi ha fatto, sinceramente…

Ruotolo incapace di rispondere, prende tempo con una ripetizione ed una pausa. Con l’uso dell’avverbio “sinceramente” Ruotolo mostra di avere bisogno di convincere.

Giornalista: Perché? Lei non hai mai avuto una pistola?

Ruotolo: No, mai, mai.

La risposta a questa domanda non è una negazione credibile per l’aggiunta dell’avverbio “mai” che ripete due volte. 

Giornalista: Non avevate mai litigato?

Ruotolo: No, no, no, io sono una persona che non litiga mai con nessuno, ma anche lui era una persona solare, tutto.

Ancora una volta è incapace di negare il preciso addebito e sposta il focus per parlare, non del suo rapporto con Trifone, ma di quello con gli altri.

Giornalista: L’accusa è pesantissima?

Ruotolo: No, no, io non ho parole.. vabbè io su quella.. sulla mia accusa sono tranquillo ecco.

Non ha parole, non risponde, non nega in modo credibile ma fa propria l’accusa dicendo “sulla mia accusa”. Il Ruotolo usa l’aggettivo possessivo “mia”, difficilmente un innocente lo avrebbe usato in relazione ad un’accusa tanto infamante come quella di essere l’esecutore di un duplice omicidio premeditato. 

Giornalista: Perché è tranquillo?

Ruotolo: Sono sicuro di quello, di quelloo di aver, d’aver fatto, ovvero niente.

Ruotolo dice di essere sicuro che qualcosa ha fatto e solo in seguito aggiunge un “niente”, la frase è mal costruita, non è un modo credibile di negare un addebito, appare invece un’ammissione.

Giornalista: Non è stato lei ad uccidere Teresa e Trifone?

Ruotolo: Stiamo scherzando? Mi vieneee (ride).. queste domandeee non…….. zero proprio, non ho proprio parole per descrivere il fatto figuriamoci d’essere accusato di una cosa del genere.

Ruotolo è incapace ancora una volta di negare, è incapace di costruire una risposta credibile ed ancora ride nel momento in cui gli viene posta una domanda chiave e sta per ripetere ciò che ha detto in precedenza ovvero: “mi viene da ridere”, in modo da sottolineare al giornalista la sua reazione.

In conclusione, l’analisi del linguaggio non affranca il Ruotolo da un probabile coinvolgimento nel duplice omicidio a causa della sua incapacità di negare in modo credibile l’addebito; a causa delle risposte evasive da lui date ai giornalisti e per le ammissioni fatte agli stessi nel grossolano tentativo di dirsi estraneo ai fatti.

P.S. La pubblicazione di questa analisi ha preceduto di poche ore l’arresto di Giosuè Ruotolo per il duplice omicidio di Trifone e Teresa.

Un’ultima riflessione che ci permette di delineare meglio la personalità di Giosuè Ruotolo:

La madre di Trifone Ragone ha riferito ad inquirenti e giornalisti che Ruotolo dopo l’omicidio le chiese di saldare un debito di 25 euro che Trifone aveva con lui. Ruotolo per smentire inviò una email ad una trasmissione televisiva:

“Sono dispiaciuto per quanto é stato riferito in merito a fatti legati alla famiglia Ragone: non mi sono mai recato nella loro abitazione prima del tragico evento per cene o altro e dopo il trasferimento di Trifone i nostri rapporti erano rimasti di cortesia, smentisco, dunque, uscite in pub o pizzerie assieme a lui. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Provo rispetto nei confronti della famiglia Ragone per l’immenso dolore che la stessa sta vivendo. Chiedo nel contempo che sia rispettato anche il dolore mio e dei miei familiari per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo.

Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”.

Giosuè si dice soprattutto dispiaciuto per la sua presunta richiesta e dispiaciuto per quanto è stato “riferito” ma non dice di essere dispiaciuto per la morte di Trifone. Ruotolo tenta di negare di aver richiesto i soldi alla madre della vittima ma scrive: “una mia presunta richiesta”, e poi aggiunge che quei soldi “sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito” di Trifone, Giosuè prova a smentire ma fa sua la richiesta usando l’aggettivo possessivo “mia” e poi la motiva con un “dovuti per il saldo di un pregresso debito”, confermando ciò che ha sostenuto la madre della vittima, ovvero che Ruotolo le chiese i soldi. Quella di Giosuè è più una conferma che una smentita.

E’ interessante il finale della email, Ruotolo non dice come ci aspetteremmo: “per il coinvolgimento in questa triste vicenda alla quale sono estraneo” ma un debole “per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo”, il verbo “ritenersi” indebolisce fortemente la sua affermazione.