Serial killer italiani: Bossetti e il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Possibile che a cinque anni e mezzo dall’omicidio di Yara Gambirasio e a due anni dall’arresto del suo assassino, ancora si parli della presunta assenza di un movente? Il non aver definito con precisione la psicopatologia di Massimo Giuseppe Bossetti  è una debolezza gratuita e imperdonabile della Procura di Bergamo. Possibile che ancora nel secondo decennio degli anni 2000, non ci si affidi alla criminologia per spiegarsi particolari fatti criminosi? Possibile che, nel paese dove la criminologia è nata, non la si applichi e che, dai tempi del Mostro di Firenze ad oggi, gli italiani si rendano ridicoli agli occhi del mondo scientifico internazionale ogni qual volta si trovino di fronte ad un serial killer?

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, le prime due delle sedici vittime del Mostro di Firenze

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, le prime due delle sedici vittime del Mostro di Firenze

Quanti omicidi deve ancora commettere Bossetti per essere riconosciuto come un anger-excitation sexual murderer? Una coppia di serial killer sono i due fratelli Savi, Fabio e Roberto, l’hard core della Banda della Uno Bianca; un serial killer è Danilo Restivo; un serial killer è Luigi Chiatti; un serial killer è Paolo Stroppiana; un serial killer è Gianfranco Stevanin; un altro serial killer è Angelo Izzo, il mostro del Circeo e naturalmente un serial killer da manuale è stato il cosiddetto Mostro di Firenze, un classico Lust murderer. L’Italia non è un paese ‘serial killer free’.

Roberto Savi

Roberto Savi

Il nostro problema è che in molti vedono serial killers dove non ci sono, come nel caso dell’omicidio di Melania Rea o in quello di Chiara Poggi o, ancora, nel caso dell’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. Finché ci affideremo alla letteratura romanzata che rappresenta i serial killer come esseri rigidi e lontani dall’uomo comune, falliremo; finché non accetteremo che un serial killer non è un UFO ma un soggetto in divenire che ci somiglia e potrebbe essere il nostro insospettabile vicino di casa, apparentemente solo un po’ strano, continueremo a non riconoscerli e a non difenderci. Il giudice Antonella Bertoja, presidente della Corte d’Assise chiamata a esprimersi su Massimo Giuseppe Bossetti, deve sapere che Bossetti ha caratteristiche psicopatologiche da serial killer, che le dinamiche omicidiarie si spiegano facilmente in quest’ottica e che è capace di reiterare. Bossetti ha ucciso una volta sola ma è a tutti gli effetti, da un punto di vista psichico e comportamentale, un anger-excitation sexual murderer, un omicida per lussuria (Lust murderer). L’omicidio per lussuria è un omicidio comune tra i serial killer e per questo Bossetti deve essere considerato un serial killer in fieri. Il legale delle parti civili, l’avvocato Enrico Pelillo ha detto il vero quando, durante la sua requisitoria, ha affermato: “Il movente dell’omicidio di Yara è chiaro e limpido ed è di natura sessuale”.

Massimo Giuseppe Bossetti prima, durante e dopo l’omicidio di Yara ha agito da manuale, ricalcando le orme di un’infinità di Lust murderer che lo hanno preceduto:

– Prima dell’acting out, prima di uccidere, ha manifestato interesse per le ragazzine minorenni; ha fantasticato per anni l’omicidio e le sevizie di una bambina; ha messo in atto comportamenti tipici dei soggetti che hanno subito abusi sessuali;  è un bugiardo patologico tanto da essere soprannominato ‘favola’.

Bossetti, prima dei fatti, stava vivendo un momento difficile con la moglie, testimoniato dall’assenza di telefonate o messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre, data in cui fu uccisa la giovane Yara, con tutta probabilità, la tensione nei rapporti tra i due coniugi, dovuta non solo al fatto che Bossetti era venuto a conoscenza dei tradimenti della compagna ma anche alle difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio:“.. eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, possono aver avuto funzione di grilletto (trigger) conducendo Bossetti ad agire le sue croniche fantasie.

– Per quanto riguarda il modus operandi, Massimo Bossetti, durante il fatto criminoso che lo ha visto protagonista, si è comportato apparentemente come un serial killer misto. Egli non ha occultato il corpo della propria vittima, caratteristica tipica dei serial killer disorganizzati mentre come i serial killer organizzati ha pianificato le modalità di cattura ed il trasporto della vittima, ha condotto armi sulla scena criminis e non le ha abbandonate dopo l’uso, si è servito di un mezzo di trasporto, ha commesso l’omicidio in una zona a lui ben conosciuta, lontano da casa, è un soggetto socialmente competente con una facciata di normalità che viveva con una compagna e dei figli.

Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e l’aveva notata; nei giorni precedenti al delitto ha puntato la giovane, ne ha fantasticato e pianificato l’omicidio fino al momento in cui si sono presentate le condizioni favorevoli per metterlo in atto. Egli ha quindi sequestrato ed ucciso Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, cara a molti serial killer; questo tipo di serial killer cerca una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la cattura velocemente e la uccide o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove può agire indisturbato. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti ha intercettato Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e l’ha condotta nel campo di Chignolo d’Isola dove, ferita a morte, ha deciso di abbandonarla, tale campo si trova a poche centinaia di metri da un ingrosso di materiale edile presso il quale l’omicida si riforniva, quindi in un’area a lui ben conosciuta. I serial killer sono abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella loro ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le proprie fantasie in tutta ‘sicurezza’. Bossetti in qualche modo convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo tentò di fuggire ma invano.

Massimo Bossetti ha infine firmato il proprio delitto attraverso una cosiddetta personation. Gli otto tagli inferti da Bossetti al corpo inerme di Yara, non per uccidere, sono da considerarsi una personation, l’acting out del core delle sue ricorrenti fantasie, il suo biglietto da visita, la sua firma.

Un omicidio può essere definito Sexual Homicide, come in questo caso, pur in assenza di atti sessuali veri e propri. La tecnica omicidiaria di Bossetti avvalora l’ipotesi dell’omicidio sessuale, egli ha ucciso Yara, con tutta probabilità, colpendola con le mani; ha cercato il contatto fisico con la vittima, un comportamento caratteristico dei Sexual Murderer, le ha poi slacciato il reggiseno e reciso le mutandine e ha poi infierito sul corpo inerme con un coltellino, tutti questi atti ci suggeriscono senza ombra di dubbio un movente sessuale e sono equiparabili ad una vera e propria attività sessuale sulla vittima (substitute sexual activity). Bossetti ha sostituito al pene il coltello e con quello ha penetrato la vittima. Quando si analizza il linguaggio verbale di un indagato o una scena del crimine o un cadavere, la tecnica non cambia, le informazioni inaspettate, come le azioni gratuite non finalizzate all’omicidio, sono di estremo aiuto alla nostra analisi.

La personation ci fornisce informazioni sulla personalità di un serial killer ed è la manifestazione più intima delle sue patologiche fantasie, è un marchio personalizzato, carico di significato ed estremamente gratificante per chi lo mette in pratica; si può pertanto affermare che fu proprio il desiderio di agire quella precisa personation, per averne una gratificazione sessuale, a spingere Bossetti ad uccidere.

Il movente dell’omicidio commesso da Bossetti, quindi, non è collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma è un movente intrapsichico, tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide). L’omicidio di Yara è stato un omicidio per lussuria, un omicidio premeditato da anni,  partorito dalle fantasie ossessive di Bossetti. Egli, come i suoi colleghi Lust murderer, è affetto da una parafilia, nel suo caso, una forma di pedofilia detta Hebephilia e come gli altri Lust murderer ha agito, durante l’omicidio, un certo grado di sadismo, colpendo con un coltellino, all’apparenza senza un fine, il corpo inerme di Yara.

Gli autori di omicidi come quello di Yara sono detti Sexual Sadistic, sono soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che provano le vittime a causa dei loro atti; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso iposessuali, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente, conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie e dopo aver fatto salire in auto la loro vittima la portano in un’area sicura dove possono agire indisturbati. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, come abbiamo visto rientra nel range di età dei Sexual sadistic, cui corrispondono anche tutte le altre caratteristiche, inoltre, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica, Bossetti è un immaturo, ciò spiega il perché abbia commesso il primo omicidio a 40 anni.

Nel caso di Bossetti, il fatto che lui non abbia occultato il corpo di Yara lo accomuna ai serial killer disorganizzati, non il resto del suo modus operandi che rientra tra i comportamenti dei serial killer organizzati; Bossetti ha però pianificato tutto, pure l’abbandono e la posizione del corpo in cui lasciare Yara, egli sapeva che il ritrovamento dei poveri resti della bambina avrebbe fatto scalpore e che i Media ne avrebbero parlato per anni, Bossetti sperava così di poter rivivere l’omicidio ad oltranza.

– Per quanto riguarda i comportamenti di Bossetti dopo l’omicidio, come molti serial killer, è tornato sulla scena del crimine di frequente, sia prima che venisse scoperto il corpo di Yara, tanto da trovarsi nei paraggi il giorno del suo rinvenimento, che, di sicuro, poco tempo dopo quella tragica scoperta, almeno un’altra volta in compagnia di sua moglie, Marita Comi. Secondo la Procura, Bossetti si è recato in quell’area, nei cinque mesi seguenti all’omicidio, 195 volte, praticamente ogni giorno, mentre dal 19 settembre al giorno dell’omicidio, il 26 novembre del 2010 c’era stato solo 13 volte; il suo cellulare ha agganciato la cella di Chignolo d’Isola 40 volte dal giorno dell’omicidio a quello del ritrovamento del corpo; già il 9 dicembre 2011 la presenza di Bossetti in quell’area è documentata da una ricevuta di un metro cubo di terra acquistata in una rivendita di materiale edile poco distante dal campo dove si trovava il cadavere di Yara, acquisto che Bossetti non ha mai saputo giustificare. Quando il 26 febbraio 2011 un appassionato di aeromodellismo ha rinvenuto per caso il corpo della giovane Yara, Bossetti si trovava nei paraggi e a detta del padre Giovanni, Massimo Bossetti chiamò, alle 19.05, la propria madre Ester Arzuffi per chiederle se volesse raggiungerlo sul luogo del ritrovamento; egli, per evitare di destare dei sospetti, avrebbe preferito non presentarsi da solo sulla scena del crimine ma in compagnia, il diniego della madre comunque non lo scoraggiò, il suo desiderio morboso vinse sul suo ragionevole timore di esporsi.

Non fu una macabra curiosità a portare Bossetti sulla scena criminis, prima e dopo il ritrovamento del cadavere, né come ipotizzato dagli inquirenti, la sua “volontà di verificare le condizioni del cadavere” ma fu piuttosto il desiderio di rivivere l’omicidio alimentando, in quel luogo tanto evocativo, le proprie fantasie, fantasie che hanno avuto un ruolo primario in questo omicidio.

Bossetti, inoltre, ha mostrato, come molti serial killer, di godere della propria notorietà a prescindere dal motivo che l’ha reso famoso, tanto che durante un colloquio in carcere con la moglie Marita ed i figli ha affermato: “Quando mi hanno preso a casa con le manette le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

Infine, la testimonianza del signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate, sulla tomba di Yara, nel settembre 2013, è credibile; alcuni serial killer per rinnovare le proprie fantasie si recano sulla tomba delle proprie vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto Mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci. La moglie di Bossetti, Marita Comi, in una intercettazione in carcere, ha confermato che lei ed il marito si recarono al cimitero di Brembate a cercare la tomba di Yara: “So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così… passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale… Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh” e lui: “Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?”.

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Il caso Jessica Bertolini

Jessica Bertolini

Jessica Bertolini

Jessica Bertolini è al centro di una vicenda giudiziaria che vedrà, a breve, contro la sua volontà, suo marito, Alessandro Predieri, imputato in un processo per istigazione al suicidio, violenza sessuale aggravata nei confronti di minorenni e riduzione in schiavitù. Secondo i suoi familiari e la procura di Senigallia, Jessica è vittima di un uomo disturbato, di un manipolatore, tanto che la maggior parte di questi reati sono stati contestati al Predieri fino ad epoca attuale. Jessica Bertolini afferma di non ritenersi parte lesa mentre una precedente fidanzata di suo marito si è costituita parte civile.

Ho analizzato il contenuto di alcuni stralci di interviste rilasciate da Jessica e dai suoi familiari alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto:

Simone Bertolini (fratello di Jessica): “Ero con papà in macchina… ehm stava guidando lui, io stavo guardando la strada e li vedo in questo vialone… lungo eee presumibilmenteee tornavano dal lavoro ed avevano fatto spesa e c’era lui, che ehm camminavaa una decina di metri davanti a Jessica mmm era china eee un po’ curva con le buste della spesa cariche e lui che camminava dieci metri avanti, messaggiando. Se uno non sa che stanno insieme non ci fa neanche caso, però io lo sapevo, io l’ho visto, non sta né in cielo né in terra una scena così, mi ha colpito eee cioè mi ha dato proprio l’idea di com’è il rapporto e di come… di come vive mia sorella”.

Veronica Briganti: “Perché l’immagine era comunque quella quasi di unaaa…”.

Simone Bertolini: “… di una schiava”.

Un racconto che non prova nulla. Simone, per dare importanza a ciò che dice, ricorre alla suspence e ad una teatrale conclusione non supportata dai fatti.  

Jessica Bertolini: “Questa è una cosa assurda, a parte che io eee penso che chiunque vada a fare spesa eee porti una busta a testa o cmq le porti… m se magari avesse dovuto fare qualcosa di importante al telefono può essere anche che me le ha lasciate ma sicuramente non erano pesantissime perché io i pesi non riesco a portarli”.

Jessica è affetta da artrite e ha difficoltà a portare i pesi, questo dettaglio smonta il costrutto di suo fratello Simone.

Simone Bertolini: “Ero sul lungomare stavo facendo una bicicletta eee li ho visti che camminavano ee mia sorella aveva il collare…”. 

Veronica Briganti: “Il collareeee?”

Simone Bertolini: “Sì… aveva il collare ortopedico eeemm luiii come mi ha vistooo mi ha iniziato ad insultare… eee e s’è anche avvicinato si è sporto dal marciapiedeee anche in maniera abbastanza minacciosa io ero in bici…”.

Simone Bertolini non ha nulla da raccontare, dai suoi racconti non emerge nulla di rilevante riguardo ad Alessandro, per questo motivo non gli resta che gonfiare i fatti di cui è stato testimone. In questo colloquio si nota una forzatura, Simone Bertolini e la giornalista ripetono per tre volte la parola collare, la giornalista enfatizza il termine mostrandosi visibilmente sorpresa, allungando la parola collareeee e terminando con un punto interrogativo “Il collareeee?”, il tutto ad uso e consumo di chi ascolta, tale forzata enfasi porta infatti i telespettatori a pensare che Jessica non potesse che avere il collare a causa dei maltrattamenti subiti dal marito mentre esiste una documentazione che prova che la ragazza in quel periodo portava il collare a causa di un tamponamento stradale. L’affermazione “… abbastanza minacciosa…” è debole per la presenza dell’avverbio quantitativo “abbastanza”, Simone non è convinto di ciò che dice e tantomeno convincente.

Veronica Briganti: “Insultare dicendoti cosa?”

Simone Bertolini: “Mmm mi ha chiamato coniglio, coglione, mmm basicamente queste due cose e le ha urlate”.

Veronica Briganti: “Per strada?”

Simone Bertolini: “Sì, per strada… io ero in bici non non ho fatto neanche in tempo a reagire aaa aaa niente so… niente ho tirato dritto perché ero lì che… stavo facendo una pedalata e questa è stata l’ultima volta che l’ho visto, risale a pochi giorni fa”.

Simone Bertolini continua ad avere poco da raccontare e ad aver bisogno del supporto della giornalista per enfatizzare i fatti che lo hanno visto protagonista. 

Federica Sciarelli: “Quindi tu dici che lei in realtà non viene picchiata da tuo padre, che tu non sei picchiato da tuo padre, che tuo padre non picchia tua madre?”.

Simone Bertolini: “Noo, a casa, a casa c’erano due regole, due, andare bene a scuola e leggere libri, se questo è Auschwitz, se questo vi sembra una cosa anormale, ioo non so che dirvi perché, davvero, se venite nella mia città e parlate con tutte le persone della mia età, chi per un motivo, chi per un altro motivo, lui, Predieri l’hanno sentito, no? L’hanno sentito nominare per fatti di violenza, di fatti di soprusi, fatti di truffe, cioè: lo sanno tutti, è per quello che io, guarda, faccio un appello a tutti quelli che hanno visto, che hanno sentito, perché ioo, io ho perso una sorella, non so, sinceramente, se ha questo punto la riuscirò mai…”.

Una risposta evasiva, Simone non è capace di negare in modo credibile eventuali maltrattamenti in famiglia ma parla invece senza motivo delle regole di casa Bertolini; invece di negare le accuse mosse da sua sorella al loro padre, elenca due delle regole imposte dal capo famiglia. Simone, non solo mostra il bisogno di stabilire un’alleanza con il proprio padre in diretta televisiva, ma, al contempo, ci dice che in casa c’erano delle regole imposte, almeno due, andare bene a scuola e leggere i libri, un figlio può non essere in grado di accontentare un padre su questi due punti e non per questo è da stigmatizzare. Il paragone con Auschwitz non può che essere vincente ma improponibile, Auschwitz è ineguagliabile anche per il peggiore dei padri. Simone confessa di non sapere cosa dire; gli innocenti se accusati ingiustamente si difendono ogni volta che gli è concesso di controbattere alle accuse, Simone non lo fa neanche quando gli viene posta una domanda diretta. Dal punto di vista dell’analisi del linguaggio c’è da dire che se un soggetto è riluttante o incapace di negare, non sta a chi analizza le sue affermazioni farlo per lui. 

Il fratello di Jessica fa l’errore di molti dei protagonisti della trasmissione, pensa che accusare tra le righe il Predieri di essere un soggetto con tratti narcisistici ed antisociali affranchi il proprio padre dalle sue responsabilità, cancelli un probabile passato familiare di maltrattamenti, sgretoli il valore delle accuse mosse da sua sorella al genitore, le faccia evaporare; non è così, sono due fatti distinti. Simone non nega i maltrattamenti in famiglia ma si limita ad affermare che a Senigallia tutte le persone della sua età hanno “sentito nominare” il Predieri in relazione a certi fatti. Non si sentenzia sul “sentito nominare”, nonostante vada di moda nei processi mediatici fatti da non esperti. Ciò che riferisce Simone è debole, non reggerà in udienza.

Marco Bertolini (padre di Jessica): “Avevamo una ragazza letteralmente trasformata in casa, ci affidammo agli aiuti di chi poteva saperne più di noi eeee però non si trova mai una soluzio… una soluzione perché questo personaggio l’aveva già cominciata completamente a cambiare”.

Il padre di Jessica parlando di sua figlia usa il termine “una ragazza”, non dice, come ci saremmo aspettati: nostra figlia, nostra figlia Jessica, mia figlia, mia figlia Jessica, Jessica;  Marco Bertolini usa il termine generico “una ragazza”, mostrandoci di prendere le distanze dalla figlia e attraverso questa misura verbale di distanziamento ce la dice lunga sul suo grado di coinvolgimento affettivo nei suoi confronti. Il Bertolini usa due avverbi “letteralmente” e “completamente” che invece di rafforzare le sue parole le indeboliscono; coniugare, nella stessa frase, due verbi al passato ed inaspettatamente l’ultimo verbo al presente denunciano quantomeno una sciatteria linguistica dalla quale si evince il poco interesse per ciò che l’interessato dice, “Avevamo… affidammo… trova…”; alla fine del suo intervento, egli afferma l’impossibile ovvero che “… l’aveva già cominciata completamente a cambiare”, se Alessandro aveva appena cominciato, non poteva averla completamente cambiata, evidentemente qualcos’altro ha contribuito o indotto Jessica ad allontanarsi da casa.

Veronica Briganti: “Era diventata ingestibile… la situazione?”.

La giornalista lascia volontariamente intendere che Jessica fosse ingestibile, solo in un secondo tempo aggiunge la parola situazione, la Briganti avrebbe potuto dire: “Una situazione ingestibile?”, domanda che non avrebbe indotto i telespettatori a pensare che con il termine ingestibile si riferisse a Jessica. In realtà la situazione ingestibile nasceva da un conflitto tra Jessica e suo padre. 

Marco Bertolini: “Stiamo parlando di minacce di morte, di tagliarci la gola mentre dormivamo, cose del genere”.

Se Marco Bertolini fosse interessato a far luce sulla verità, non chiuderebbe la sua risposta con uno sbrigativo: “… cose del genere”.

Sandra Bertolini (madre di Jessica): “Gridando”.

La madre di Jessica viene in soccorso del marito affermando che la figlia gridava le minacce senza però specificare cosa dicesse, ciò induce la giornalista a chiederglielo.

Veronica Briganti: “E cosa vi diceva?”.

La Briganti, convinta dal padre di Jessica che le minacce fossero state rivolte ad entrambi i genitori, chiede che cosa Jessica dicesse loro, al plurale.

Sandra Bertolini: “Io di notte lo ammazzo”.

Veronica Briganti: “Il padre?”.

Sandra Bertolini: “Sì, sì, ha detto così”.

La madre risponde al singolare, nonostante la giornalista l’abbia imboccata con la domanda, precisando che le minacce erano rivolte solo al marito.

Jessica ce l’aveva con il padre e non con entrambi i genitori, come vuol far intendere Marco Bertolini, la madre ce lo conferma riferendo alla giornalista che Jessica gridava: “Io di notte lo ammazzo”, singolare, maschile; Jessica aveva problemi con suo padre e le minacce erano destinate soltanto a lui. Marco Bertolini mente, raccontando invece di minacce rivolte sia a lui che a sua moglie, egli mente nel tentativo di far apparire Jessica una squilibrata tout court, una in conflitto con entrambi i genitori per problemi psichici e non una ragazza reattiva ad uno specifico problema, il conflitto con il padre. Non un dettaglio da poco.

Jessica Bertolini: “Mio padre è sempre stato così fin da piccola ee ha sempre tenuto dei comportamenti irrazionali cheee sono inspiegabili eee che nessuno può difendere…
E’ sempre stata una persona molto autoritaria ee ognuno doveva stare ai suoi comodi e fare quello che lui diceva tant’è vero che anche nell’ambito familiare mia madree è sempre stata zitta, non ha mai preso le nostre difese e a casa si doveva fare tutto quello che lui desiderava altrimenti stava anche giorni senza parlarti, ti menava, ti insultava, ti offendeva, ti screditava, ti fa… ti faceva sentire inadatta a tutte le situazioni…”.

Il racconto di Jessica è credibile, la madre, nelle interviste televisive, appare congelata, proprio come lei la descrive. Il racconto che la Bertolini fa del proprio padre nasce da un vissuto comune a molti adolescenti; padri, come quello da lei descritto, incapaci di instaurare un dialogo costruttivo con i propri figli e fermi su posizioni marmoree, esistono; madri impreparate ad affrontare un rapporto di questo tipo, incapaci di aiutare i propri figli a stabilire un dialogo con il padre, non in grado di mediare per la paura, anche. Jessica non può essersi inventata questa classica dinamica familiare.

Sul tentato suicidio di Jessica:

Jessica Bertolini: “I miei genitori mi hanno… impedito in tutti i modi la frequentazione con Alessandro e mio padre quando vuole una cosa deve essere quella ioo mi opponevo perché non volevo lasciarlo eee io e Alessandro ci eravamo lasciati da… tre giorni eee però ero troppo orgogliosa e non l’avevo detto ai miei genitori per non fargliela per non dargliela vinta eee stanca delle loro accuse perché mi venivano a riferire cose non vere su Alessandro, mi trattavano male, mi maltrattavano, ho fatto questo gesto dimostrativo eee volevo cercare di riappacificare gli animi”.

Veronica Briganti: “Con un suicidio?”.

Jessica Bertolini: “Un suicidio, un po’ di tachipirina (ride)“.

Jessica è ironica, una prova della sua stabilità psichica.

Marco Bertolini: “E’ successo che il giorno di Pasqua del 2009 ci chiamò l’ospedale dicendo che aveva tentato il suicidio ee dovevamo andare là…

Marco Bertolini parla di sua figlia senza nominarla, il massimo che si possa fare per prendere le distanze da qualcuno. Inoltre, la scelta del verbo dovere proprio in questa occasione è significativa: “… dovevamo andare là..”, Marco Bertolini ci dice che il fatto che, dopo il tentativo di suicidio, siano andati in ospedale dalla figlia è stato un dovere impostogli da altri.

Veronica Briganti: “Come?”.

Marco Bertolini: “Con l’ingestione di farmaci, attraverso l’ingestione di farmaci, andammo là eee e conoscemmo Alessandro Predieri, disse: Iooo sono il fidanzato di sua figliaa, non si preoccupi, tutto sotto controllo, ci penso io eeee e e mi avvicinò così e alla fine della discussione, io rimasi a parlare con lui, disse una frase che mi segnò subito e mi fece capire con chi avevo a che fare”.

Il padre di Jessica è focalizzato sul Predieri, tanto che taglia corto quando la Briganti gli chiede dei mezzi usati per il tentato suicidio, evidentemente le sofferenze di Jessica non sono una priorità. Marco Bertolini non parlò con il Predieri ma ci discusse, ce lo conferma lui: “…e alla fine della discussione, io rimasi a parlare con lui…”, alcune affermazioni del Predieri potrebbero essere conseguenza della discussione.

Veronica Briganti: “Qual’era, la frase?”.

Marco Bertolini: “Quella frase che disse quel giorno non la dimenticherò tutta la mia vita, disse semplicemente chee quando io le chiesi perché alla fine avevaa intrecciato questo rapporto con una ragazza così tanti anni più giovane di lui, lui ne aveva, credo 22 o 23 anni, lei 15, anzi 16 appena compiuti da una settimana, 16 compiuti da una settimana, lui mi disse che era stanco di… la dico più tranquilla… di avere rapporti sessuali con delle prostitute dell’Est ma voleva plasmare una… una giovane a sua immagine e desiderio, credo proprio che disse queste parole: a sua immagine e desiderio”.

Marco Bertolini sente la necessità di preparare l’interlocutore a ciò che sta per dire con due affermazioni: “… disse una frase che mi segnò subito e mi fece capire con chi avevo a che fare” e “Quella frase che disse quel giorno non la dimenticherò tutta la mia vita…”, denunciando un vero e proprio distacco emotivo dai fatti e la volontà di enfatizzare attraverso il ricorso alla suspense, il risultato è opposto a quello sperato, il ricorso all’enfasi toglie forza a ciò che si afferma; Bertolini usa l’avverbio semplicemente ed è volutamente impreciso sull’età di sua figlia e di Alessandro per cercare di far apparire maggiore, di quanto non lo sia, la loro differenza d’età, “credo 22 o 23 anni, lei 15, anzi 16 appena compiuti da una settimana, 16 compiuti da una settimana”, tutte tecniche che indeboliscono ulteriormente le sue affermazioni. Sia lui che il figlio Simone sono affettati, sembrano recitare, sono poco spontanei, ricorrono a frequenti escamotage per stupire; Jessica, a differenza loro, non è lì per stupire o per gonfiare i fatti ed è l’unica che mostra di avere dei sentimenti, emerge dal suo linguaggio verbale, dal non verbale e dalle variazioni del tono della voce sulle parole chiave. 

Jessica Bertolini: “Mio padre anche in quell’occasione si è dimostrato com’è perché il giorno successivo eee mi ha preso a schiaffi dentro l’ospedale eee solo perché diceva che la sua reputazioneee era finita perché il medico di turno era il figlio di un assessore che lavorava in comune con lui…”. 

Jessica è credibile, la sua risposta è ben circostanziata.

Veronica Briganti: “Ti picchiava come?”.

Jessica Bertolini: “Mi ha picch… mi picchiava forte mi dava …i schiaffi, calci, pugni, spintoni eee mi ha causato anche più volte delle more eee la storia che mi ha dato soltanto uno schiaffone è… è ridicola, quando l’ho sentita mi sono sentita malissimo perché è capace di mentire davanti ad una telecamera”.

Il tono della voce di Jessica è coerente con le parole dette, mentre parla mostra di rivivere le sensazioni provate e di soffrire per le menzogne del padre, si evince dal non verbale.

Veronica Briganti: “Perché non l’hai denunciato?”.

Jessica Bertolini: “Perché ho paura di mio padre”.

Veronica Briganti: “Cosa ti potrebbe fare?”.

Jessica Bertolini:“Mio padre dentro casa è sempre stato violento e io ho paura……………………..  Mio padre pure più volte ha menato mia madre, io ho anche trovato una foto… di lei piena di lividi ee quella dice tutto. Mio padre… è sempre stato il padre padrone dentro casa, si doveva fare tutto quello che lui voleva”.

Jessica prende possesso in modo netto di ciò che dice, è credibile. Il non verbale ed il tono della voce di Jessica Bertolini durante quest’ultima risposta sono coerenti con il contenuto, quando afferma: “… io ho paura”, la sua ansia è evidente, la sua voce è rotta e la ragazza retrae il volto. Passano molti secondi prima che Jessica ricominci a parlare, in questi secondi è evidente il suo disagio nato dal rievocare i maltrattamenti subiti.

Marco Bertolini: “Io non ho mai toccato mia figlia con un dito e lo dimostra il fatto che oggi siamo qua per lei, per cercare di difenderla, di tutelarla perché le vogliamo bene come è sempre stato eee l’unica volta che le ho dato uno schiaffo fu l’11 luglio 2013, ancora me lo ricordo perché lo porto dentro il cuore l’unico schiaffo che ho dato a mia figlia”.

Marco Bertolini minimizza, non dice: “Io non ho mai picchiato mia figlia” ma “Io non ho mai toccato mia figlia con un dito”, usare un termine diverso da picchiare gli permette di negare; il fatto che lui si sia rivolto a Chi l’ha visto non prova assolutamente che lui non abbia mai maltrattato sua figlia. La denuncia e l’imminente processo ad Alessandro Predieri non lo affrancano dalle sue responsabilità rispetto alle accuse di violenze morali e fisiche mossegli dalla figlia. Il Bertolini, mentre risponde, ride, nonostante ci sia ben poco da ridere, lo fa perché si sente appoggiato dalla giornalista e dalla trasmissione, si sente in una botte di ferro.

Veronica Briganti: “Tua madre dice: Era un leone in gabbia non riuscivamo a gestirla, cosa è successo?”.

Jessica Bertolini: “Mi hanno segregata dentro casa, mi facevano fare i bisogni con la porta aperta, la doccia con la porta aperta, con mio padre che controllava, neanche mia madre che quindi è una figura femminile eee mi… mi hanno iniziato per un mese a eee togliermi tutto, hanno tolto tutti i miei diritti”.

Veronica Briganti: “Cioè?”.

Jessica Bertolini: “Mi chiudevano in camera, mi chiudevano in casa, mi hanno tolto il telefono, mi hanno tolto il computer perché potevo mandare le email, mi hanno tolto la tv per non sapere cosa succedeva nel mondo eee non potevo mandare la posta, non potevo uscir di casa, non potevo far niente eee iniziarono poiii aa screditarmi ee insultarmi in tutte le maniere eee mio fratello addirittura camminava per ca… per casa e diceva la canzone di Vasco Rossi, Jenny è pazza, la cambiava con Jessy è pazza”.

Jessica racconta fatti realmente accaduti, si percepisce dal tono della voce quanto soffra per la posizione assunta dal fratello, mentre parla di lui il racconto perde fluidità, lo si evince dal: “per ca… per casa”.

Veronica Briganti: “Perché hai rotto anche i rapporti con tuo fratello… da quando ti sei messa con Alessandro?”.

Il finale della domanda “da quando ti sei messa con Alessandro” è una evidente forzatura, un finale televisivo e superfluo ai fini della verità che conduce i telespettatori a pensare che non ci siano mezze misure: o Jessica mente su tutto, pure sui maltrattamenti subiti dal padre (linea della trasmissione) o mente la sua famiglia. A nessuno è venuto in mente che il conflitto con il padre possa essere stato, quantomeno, un importante cofattore che l’ha condotta ad allontanarsi da casa.

Jessica Bertolini: “Perché mio fratello non mi ha difeso al tempo e tuttora è dalla parte loro eee mio padre, proprio quando mio fratello faceva il quinto liceo, l’ha mandato via di casa per un mese, solamente perché aveva perso una scommessa con gli amici ed era tornato a casa rasato, gli ha dato del coniglio, mio fratello era distrutto eee non capisco, tuttora, come mio fratello possa difendere delle persone del genere, quando lui ha passato dentro casa le stesse cose che ho passato io”.

Jessica dice il vero, il suo racconto è ancora una volta circostanziato, mentre parla è tachicardica, la sua risposta termina con una voce rotta dall’emozione sulla parola chiave “casa”, tutti indizi del suo coinvolgimento emotivo e della sofferenza patita a causa del tradimento del fratello. 

Jessica Bertolini: “Questa è mia madre con i lividi qui e qui, era stata appena menata da mio padree due giorni prima.. “.

Il fatto che collochi le percosse due giorni prima è significativo e credibile, tra l’altro chi mente si serve generalmente del numero tre.

Sandra Bertolini: “Assurdo, se quello è un livido di una bastonatura cioè… mi sembra un comunissimo livido di un…neanche me lo ricordo come mi è me lo sono fatta è una cosa assurda assurdo assurdo…”.

La madre di Jessica replica all’affermazione della figlia dicendo: “Assurdo, se quello è un livido di una bastonatura…”, perché proprio di una bastonatura? La donna sembra suggerire che il marito la bastonasse, la sua risposta non fa che confermare le accuse di Jessica.

Simone Bertolini: “Non è mai successo, io, io non ho mai visto mio padre alzare un dito su mia madre o sulle mie sorelle, mai, perché se mio padre fosse violento a quest’ora mia sorella non stava con Predieri, era a casa salva”.

“Non è mai successo, io, io non ho mai visto mio padre alzare un dito su mia madre o sulle mie sorelle, mai…”, non sono negazioni credibili. “Non è mai successo”,  in questa prima negazione manca il riferimento ai fatti di cui si parla. Simone afferma di non aver mai visto il padre alzare un dito, non mutua il verbo “menare” dall’intervento di Jessica, come ci saremmo aspettati, ma tende a minimizzare, sostituendolo con “alzare un dito”, lo fa per ridurre lo stress che gli procura mentire, in ogni caso il balbettio sul pronome “io, io” lo tradisce e denuncia la sua ansia.

Federica Sciarelli: “Lei picchiava sua figlia?”

Marco Bertolini: “Mai, l’ho fatto una volta e ancora mi ricordo il giorno e le ho dato uno schiaffo perché in quella giornata… nostra figlia era letteralmente impazzita, volevaa buttarsi dalla finestra, sbatteva la testa contro il muro eem diceva: “Chiamate la polizia, chiamate i carabinieri, io voglio andarmene via” e noi cercavamo di calmarla, abbiamo provato a chiamare un ambulanza, lei ha cominciato a dare ancora più in escandescenza finché ho provato a darle uno schiaffo, fu la prima volta nella mia vita e poi la strinsi fortissimo, gli diedi questo schiaffo e poi la strinsi fortissimo per cercare di calmarla, in parte funzionò perché poi accettò di venire con noi al pronto soccorso, era letteralmente fuori di sé, quella è stata l’unica volta”.

Il “Mai” usato da solo non è una negazione credibile, “Io non ho mai picchiato mia figlia” sarebbe stata una negazione credibile, quella che ci saremmo aspettati. Marco Bertolini non nega in modo credibile e poi non dice “l’ho fatto solo una volta” ma “l’ho fatto una volta” raccontando subito dopo semplicemente di una occasione in cui picchiò Jessica. E’ interessante quando riferisce alla giornalista che nel momento in cui chiamarono l’ambulanza, Jessica cominciò ancora di più a dare in escandescenza, ciò significa che evidentemente solo allora sua figlia cominciò a dare in escandescenza, non prima, come da lui sostenuto. 

Marco Bertolini: “Vorrei dire una cosa però Federica… intanto mi stupisco che qualcuno, vabbè, quello che abbiamo visto è… è… è mostruoso e dolorosissimo, mi stupisco che qualcuno possa pensare che noi, con degli scheletri nell’armadio, avendo picchiato nostra figlia o cose del genere, ci siamo battuti per 8 anni in tutte le sedi possibili, giudiziarie, comuni, ASUR, qui da voi, per cercare di salvarla, nonostante lei da 8 anni ci esprima questo odio, c’è qualcosa che non torna, l’avremmo potuta abbandonare, l’avremmo potuta abbandonare, una ragazza che ci odia, a cui abbiamo fatto del male, ad un certo punto uno tira i remi in barca, eh. La realtà è che noi abbiamo sempre detto solamente la verità, è questa che ci dà forza, mmm… su un muro importante italiano si dice che la verità è rivoluzionaria, no, eh? Io dico che anche liberatoria, noi andiamo avanti con la verità, non dobbiamo aggrapparci a bugie, cercare di tappare ogni bugia con altre bugie, noi andiamo avanti con la verità perché è semplicissimo e siamo fiduciosi che alla fine, con tanta sofferenza, ci darà ragione”.

Intanto, Marco Bertolini si stupisce che qualcuno… e poi in second’ordine, tagliando corto, afferma: “… vabbè, quello che abbiamo visto è… è… è mostruoso e dolorosissimo”; prima si stupisce di cosa possano pensare gli altri e poi per qualche secondo si riferisce alle parole di Jessica per tornare subito dopo a ciò che possono pensare degli estranei, una triste questione di priorità. Jessica accusa suo padre, Marco Bertolini, di averla picchiata, lui, ancora una volta, invece di parlare per sé, parla al plurale: “…noi, con degli scheletri nell’armadio, avendo picchiato nostra figlia…”, il tentativo di condividere le proprie responsabilità con altri e l’incapacità di negare in modo credibile l’accusa sono un’ammissione di colpa insieme alle frasi: “… avendo picchiato nostra figlia…”“… una ragazza che ci odia, a cui abbiamo fatto del male…”; in primis, Jessica non li odia, è l’unica che lascia trasparire i propri sentimenti, mentre, ancora una volta, il padre si riferisce a lei con distacco, chiamandola “… una ragazza…”. Per quale motivo Marco Bertolini, non essendo stato accusato dalla giornalista di mentire, avrebbe dovuto riferire ciò che non fa: “… non dobbiamo aggrapparci a bugie, cercare di tappare ogni bugia con altre bugie…”, se non perché mente sul suo rapporto con la figlia e cerca “di tappare ogni bugia con un’altra bugia”? Marco Bertolini afferma che la verità è “liberatoria”, forse intende dire catartica, la verità sul Predieri da che cosa deve liberarlo? Dalle sue responsabilità in ordine a questi fatti? Dalla percezione di aver contribuito a far allontanare sua figlia? Le verità su di lui e su Alessandro Predieri sono due verità ben distinte, se al Predieri venissero riconosciute delle colpe, non evaporerebbero in contemporanea quelle del padre di Jessica.

Zia di Jessica: “Uuna volta è venuta con dei graffi sul collo che però sembrava quasi un gatto, cosa ci ha detto? Forse che era…”.

Jessica è stata graffiata da un gatto ma la zia, pur sapendolo, è interessata a far passare il messaggio che la nipote avesse dei graffi addosso, la sua frase è costruita in modo volutamente fazioso. 

Zio di Jessica: “Forse era un gatto. Io quello che ho notato invece eraa quel… (si rivolge alla moglie) Ti ricordi? L’occhio scuro qua sotto”.

Lo zio ha bisogno dell’appoggio della moglie, ha necessità di rinforzi perché ha ben poco da riferire, come il padre di Jessica ed il fratello Simone; nessuno di loro è mai stato testimone di alcunché di rilevante.

Zia di Jessica: “Sì, perché quella mattina…”.

Zio di Jessica: “Di mattina l’avevo vista truccata, era entrata direttamente in bagno e s’era truccata e io ho notato questo diciamo… era più scura qui, no? E gli ho fattooo, gli ho detto: Che ti è successo qualcosa? Prima aveva detto di no, ho detto… dopo ho detto: Ma ci hai una mora lì? Dopo ha trovato la scusa chee ha detto per sbaglio mio figlio piccolo, di 18 mesi, per sbaglio con la mano gli aveva dato una botta, qui, allora, ho capito lì che c’è…  qualcosa era successo. Io penso che mi odieranno perché dirò queste cose maa e… noi gli vogliamo tanto bene… tanto bene”.

Ciò che riferisce lo zio è privo di valore, egli riporta alla giornalista semplicemente un sospetto, nulla di più. La frase finale della risposta dello zio “… noi gli vogliamo tanto bene… tanto bene” per la presenza dell’avverbio quantitativotanto” e per la ripetizione del “tanto bene” è poco convincente, come tutto il resto. Nessuno dei familiari di Jessica è stato capace di dire ciò che ci saremmo aspettati: “Noi amiamo Jessica”. 

Veronica Briganti: “Anche i tuoi zii dicono che una volta sei tornata a casa dopo essere stata con Alessandro con un occhio nero, anche loro mentono?”.

Jessica Bertolini: “Certo, non ho mai avuto occhi neri. Parlando è emerso che loro hanno paura di mio padre, non si metterà… non si metterebbero mai contro di lui”.

Veronica Briganti: “Alessandro ti ha mai picchiato?”.

Jessica Bertolini: “Assolutamente no, non si azzarderebbe neanche e io non glielo permetterei”.

Veronica Briganti: “Ti ha mai usato violenza?”.

Jessica Bertolini: “Assolutamente no, mio marito non mi ha mai messo le mani addosso eee non si permetterebbe mai”.

Veronica Briganti: “Tu hai paura di tuo marito?”.

Jessica Bertolini: “Assolutamente no… ci vivo”. (ride)

Veronica Briganti: “Non temi per la tua incolumità?”.

Jessica Bertolini: “No, assolutamente no, sentirlo dire mi fa ridere perchééé, come ripetevo prima, Alessandro èè è eccezionale, è simpatico, mi fa ridere eee non ho assolutamente paura di lui”.

Veronica Briganti: “Alessandro ti ha mai violentata?”.

Jessica Bertolini: “Mai (sorride)… abbiamo rapporti normalissimi, anzi adesso con lo stress diciamo che… neanche quelli (ride)… peròòò rapporti normalissimi”.

Veronica Briganti: “Sei felice?”.

Jessica Bertolini: “Assolutamente sì, son felice ma sarò ancora più felice quando i miei genitori smetteranno di torturarmi ee mi lasceranno fareee la vita come la voglio io. Mio marito è bravissimo, non è come l’hanno descritto, l’hanno descritto come un mostro sociale maaa è bravissimo, è un angelo, è proprio bravo, bravo, bravo, certo non dico che non litighiamo mai, litighiamo magari perché no… non alza la tavoletta del cesso quando piscia (ride)… è bravo, non è come lo descrivono, assolutamente”.

Ancora una volta la voce è rotta sulla parola chiave “torturarmi”.

Veronica Briganti: “Tu hai bisogno d’aiuto Jessica?”.

Jessica Bertolini: “Assolutamente no, io sono la persona più felice del mondo, sono stressata per questa storia perché vedo mio marito imputato e colpevolizzato di fatti che io so per certo non ha non ha commesso, è una persona bravissima non è capace neanche di immaginarle le cose che hanno detto loro”.

Jessica cerca in ogni modo di convincere i suoi interlocutori del fatto che suo marito è bravissimo, è comprensibile, lo fa per tentare di spegnere l’odio nei suoi confronti che l’ha esasperata. L’uso del superlativo le serve a fare il punto, un’esagerazione non è necessariamente un segno di menzogna a meno che un soggetto non sia recidivo e manchi una spiegazione plausibile.

Jessica in studio con la conduttrice:

Federica Sciarelli: “… tu, mi viene da darti del tu, scusami ci siamo conosciute prima, però, insomma, sei giovane, mi viene così, ehm, io ti volevo chiedere il permesso, noi abbiamo sempre fatto vedere Alessandro, diciamo, oscurato, con questo blur, tra l’altro noi l’abbiamo visto, ovviamente,  Alessandro è un bel ragazzo, è un po’ inquietante, diciamo, questa fotografia (…)”.

Poco dopo aver introdotto Jessica, la Sciarelli le impone il “tu” perché a lei “viene così”, la conduttrice non permette alla sua ospite di scegliere e così facendo prepara i telespettatori al fasullo contraddittorio che avrà luogo. Dicendo: “… Alessandro è un bel ragazzo, è un po’ inquietante, diciamo, questa fotografia…”, la Sciarelli lascia passare il messaggio che il volto di Alessandro sia inquietante, infatti, solo tardivamente fa riferimento alla fotografia oscurata e prima di dire “è un po’ inquietante”, afferma di aver visto la foto, lasciando intendere al suo pubblico che proprio per questo motivo lei può giudicarlo “inquietante”.

Jessica Bertolini: “Ritengo che questa scelta debba prenderla lui, io non mi sento di prendere decisioni per suo conto, non ritengo opportuno far vedere, in questo momento, il volto di Alessandro poiché nella città tutti già lo conoscono per questa storia e sarà poi a rispondere di fronte alla corte d’assise, lui è innocente e io continuerò sempre a ripetere e a ribadire tutto ciò che mi sento di dire, lui…”.

Federica Sciarelli: “E’ inn… No. Guarda avrai tutto il tempo, io non ho capito perché non lo volete, diciamo, (…)“.

La Sciarelli è spiazzata dall’affermazione di Jessica “lui è innocente” e  rassicura il suo pubblico giustizialista che Alessandro non lo è con un “E’ inn…  No”. Prima ancora che il Predieri venga giudicato da chi è competente per farlo, la conduttrice sancisce la sua condanna mediatica.

Sul memoriale di Jessica:

Federica Sciarelli: “… questo memoriale secondo me è importante, tu lo dici che lo hai scritto tu di getto e poi lo hai dato ad Alessandro, poi agli avvocati, no?…. Qua c’è una storia, ad un certo punto i genitori tuoi ci raccontano che tu stai dando di matto, no? Facciamo, insomma, usiamo questa storia, ad un certo punto sei in casa te sbatti la testa eccetera ee hai bisogno delle cure di un sanitario, cosa succede che tu invece scrivi che è esattamente il contrario, che sono loro che ti picchiano, che addirittura ci sono due denti scheggiati, quindi doveva essere una cosa violenta, naturalmente, per scheggiare i denti ad una persona….”.

La Sciarelli, nonostante le rassicurazioni di Jessica, continua a mettere in dubbio che il memoriale l’abbia scritto lei, dicendo “tu lo dici che l’hai scritto tu”; subito dopo la conduttrice afferma che nel memoriale della Bertolini “c’è una storia”,  lasciando passare l’idea che il racconto di Jessica sia un’invenzione, “una storia”, non la verità e poi dice, ad uso e consumo del suo pubblico, che “ad un certo punto” i genitori le hanno raccontato che Jessica stava “dando di matto” e aggiunge: “te sbatti la testa”, la Sciarelli si serve di una terminologia volutamente irrispettosa perché non regge il confronto con la verità raccontata da Jessica ed usa ogni mezzo sia per mettere in difficoltà l’intervistata che per consacrare mediaticamente il proprio modo di vedere i fatti. 

Jessica Bertolini:“…e io ho portato invece avanti quella relazione perché credo e credo tuttora che sia una cosa giustissima”.

Jessica non dice: “…e io ho portato invece avanti quella relazione perché ci amiamo” ma ci mostra il suo lato razionale: “… perché credo e credo tuttora che sia una cosa giustissima”.

Se Alessandro Predieri venisse riconosciuto responsabile di alcuni dei reati che gli sono stati contestati, non significherebbe automaticamente che Jessica Bertolini abbia mentito sul proprio padre e sui maltrattamenti subiti, una cosa non esclude l’altra. Jessica sulla sua famiglia dice il vero e proprio le difficoltà relazionali con il padre l’hanno allontanata dai suoi cari, la giovane Jessica ha semplicemente scelto di vivere con chi la fa stare meglio. Jessica Bertolini non mente neanche nel suo memoriale. E’ davvero così difficile credere che un operatore della casa famiglia dove era stata ospite avesse un’amante e che importunasse Jessica o che il contratto di affitto non fosse stato registrato? L’esperienza quotidiana ci dice che non crederci sarebbe come fingere che esista un mondo perfetto. 

Analisi delle lettere inviate da Massimo Giuseppe Bossetti a Gina

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Bossetti durante la carcerazione ha intrattenuto un carteggio con una detenuta, tale Gina, l’analisi linguistica di alcuni stralci delle missive è estremamente interessante per definire Massimo Giuseppe Bossetti da un punto di vista psicopatologico.

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– “Gina e tutti voi del reparto femminile, credetemi fate bene a essere convinti della mia innocenza, perché io sono assolutamente innocente, totalmente estraneo a tutti questi fatti accaduti, e lo dimostrerò al mondo intero fino alla fine, costi quel che costi, perché mai e poi mai confesserò una cosa mai commessa da mé, mai e poi mai mi arrenderò per i loro schifosi errori, sbagli fatti a tavolino e a regola d’arte su di mé, credetemi, tutto quello che a me ingiustamente è successo, a chiunque potrebbe veramente succedere, è sufficiente trovarsi in un posto e allo stesso momento sbagliato ed ecco qua che finisci in un maledetto ingranaggio facendo il possibile per non essere stritolato, e che ti sembra possibile uscirne… (30 settembre 2015)”.

Bossetti afferma di essere “assolutamente innocente”, non di non aver commesso il fatto, chi si dichiara innocente nega la conclusione sulla sua colpevolezza non l’azione omicidiaria. Bossetti sente la necessità di usare l’avverbio “assolutamente” allo scopo di enfatizzare la sua affermazione ed invece di rafforzarla la indebolisce. Lo stesso vale per l’affermazione: “totalmente estraneo a tutti questi fatti accaduti”, l’uso dell’avverbio “totalmente” ha effetto contrario a quello desiderato.

Bossetti non ha mai negato, non ha mai detto: “Io non ho ucciso Yara”; gli innocenti lo fanno ogni qualvolta si trovano a confrontarsi con l’accusa a loro rivolta. Bossetti, nonostante abbia avuto un’infinità di occasioni per farlo, non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio. Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, chi ascolta non è autorizzato a farlo per lui. 

“… credetemi, tutto quello che a me ingiustamente è successo, a chiunque potrebbe veramente succedere… “, è una straordinaria ammissione di colpa, tutto ciò che a lui, da colpevole, ingiustamente è successo potrebbe “veramente” succedere ad un innocente. L’uso dell’avverbio “veramente” dà il senso alla frase. Ha però ragione Bossetti, egli lascia intendere che spesso le procure cercano di risolvere un caso attraverso l’intervento di esperti partigiani che forzano le conclusioni delle proprie consulenze, questo atteggiamento degli inquirenti e dei loro consulenti indebolisce l’impianto accusatorio nel caso l’imputato sia colpevole ed è fonte di errori giudiziari.

Quando Bossetti scrive: “… è sufficiente trovarsi in un posto e allo stesso momento sbagliato ed ecco qua che finisci in un maledetto ingranaggio…” ci dice che era il suo furgone quello ripreso dalle telecamere, che lui era nello stesso punto in cui Yara si trovava a passare, che era in quel posto proprio in quel momento, nel momento sbagliato. E’ interessante il finale di questo stralcio:  “… facendo il possibile per non essere stritolato, e che ti sembra possibile uscirne…”, Bossetti ci dice che nonostante tutto spera di venir assolto.

– “L’unica cosa che ti chiedo è l’amicizia, io credo sia più duratura dell’amore, penso che l’amore non sia per sempre. Giusto? Però mi fa piacere che sono riuscito a confonderti, anche mia moglie l’avevo fatto sentire confusa inizialmente. Ricevo molte lettere da altri carceri, soprattutto da donne che intendono conoscermi e quanto gli sarebbe piaciuto tenere un marito come me, in verità in tutto questo mi sento fiero”.

E’ fiero di essere ricercato e desiderato, come lo era Amanda Knox, non prova vergogna per l’accusa infamante che l’ha reso ‘famoso’ e per la quale è detenuto da circa due anni in attesa di giudizio. Bossetti è una prima donna che ama stare al centro dell’attenzione, non dimentichiamoci che cosa disse ai suoi figli durante un colloquio in carcere: “Quando mi hanno preso a casa con le manette le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”, mentre, in una lettera alla madre si è vantato di essere al centro delle attenzioni di Dio, di tutto il sistema carcerario, dei Comandanti e dei dottori: “grazie a Dio tutto il sistema carcerario, Comandanti mi stanno vicino, aiutandomi e tenendomi sempre monitorato, i dottori non mi mollano e mi aiutano”, manie di grandezza, tratti narcisistici in un soggetto con un pericoloso disturbo antisociale di personalità.

– “Gina, parla e confidati se vuoi, dì tutto quello che vuoi sapere su di me e io farò altrettanto… Tra due amici non ci sono segreti di nessun genere. Gina, cosa è un amico? Per me è un altro me stesso e chi guarda un vero amico in realtà e come se si guardasse in uno specchio. Non credi? Per cui io apro il mio cuore al tuo, se tu vorrai. Pure io tengo tantissimo al mio corpo: ogni giorno faccio una doccia al mattino e una alle 20 e mi cospargo sempre di crema Nivea, subito a ogni doccia, perché mi piace sentirmi morbido, idratato e profumato. È una bellissima sensazione di freschezza e pulizia (14 dicembre 2015) ”.

Bossetti in questa lettera parla di confidenze tra amici e ciò che confida a Gina, in prima istanza, è cruciale, le confida che lui tiene al suo corpo e che ogni giorno fa due docce, “una doccia al mattino e una alle 20.00″ e che dopo aver fatto la “doccia” ed essersi cosparso di crema prova “una bellissima sensazione di freschezza e pulizia”. Il fatto che Bossetti dia a questa confidenza il valore di segreto ci fa capire quale rilevanza abbia per lui il rituale della “doccia”.

Quello della pulizia del proprio corpo è un tema ricorrente nelle lettere di Bossetti alla detenuta Gina ed è un tema, dal punto di vista dell’analisi del linguaggio, strettamente associato agli abusi sessuali. Bossetti sente la necessità di riferire ad una sconosciuta un dettaglio apparentemente insignificante che, invece, per lui, è estremamente importante e di conseguenza lo diventa anche per noi che analizziamo le sue dichiarazioni. Il riferimento all’acqua è tipico del linguaggio dei soggetti che hanno subito abusi sessuali o che sono responsabili di violenze sessuali o di omicidi sessuali. 

– “Cara Gina, spesso di notte ti penso. Non sai quanto mi piacerebbe venire lì da te, nella tua cella. Devi sapere che ci tengo tantissimo al mio corpo. Sai, sono depilato”.

“Anche io appena mi alzo faccio il caffè, poi il letto, e poi corro subito in doccia. Sì alla mattina sono piuttosto arrapato, e a volte non riesco per niente a contenermi, capita vero? E anche qui sei nei miei pensieri soprattutto qui. Poi mi avvolgo di crema tutto il corpo faccio veloce nel tirarla su, perché ti confido che sono depilato petto e pube e non faccio fatica a spalmarmela. E poi mi improfumo, così resto delicato e profumato tutto il giorno. Sai, ho cura del mio corpo e ci tengo molto all’igiene”.

Bossetti confida a Gina di essere “depilato”, la depilazione ha a che fare con il sentirsi pulito. Bossetti addirittura afferma “… e poi corro subito in doccia. Sì alla mattina sono piuttosto arrapato…” lasciando intendere che la doccia e il sesso sono, per lui, connessi. Questo stralcio termina con un: “… ci tengo molto all’igiene”, affermazione che, dopo il racconto precedente, appare superflua ma che ci conferma che, per un motivo ben preciso, Bossetti ha bisogno di depilarsi e di lavarsi ma soprattutto di continuare a ripeterlo. 

– “…Tu? Alla domenica giornata di festività, che odio per assenza di tutto, e allora la spezzo prendendomi cura di mé stesso: barba, capelli, depilazione, doccia, una bella incremata tutto il corpo, tutto completamente, mi improfumo, e poi riparto ha scriverti ok? Sai il mio compagno mi dice sei peggio di una donna, e lo sò anche mia moglie me lo diceva spesso, ma è più forte di mé sentirmi apposto con il mio corpo, e poi mi piace essere ben curato dappertutto!! Ciao, ciao, a presto, dammi trequarti d’ora, 50 minuti e ti riscrivo…. Ciao Miciona. Tuo amico Massy”.

Anche in questo stralcio scrive della “depilazione” e della “doccia” e ancora una volta associa il tema della cura del corpo al sesso, con un “dappertutto”. Riferisce che anche Marita gli faceva notare che la sua cura del corpo era eccessiva, evidentemente Bossetti sentiva la necessità di pulirsi ossessivamente e improfumarsi anche prima dell’omicidio di Yara, questo dato ci induce a pensare che con tutta probabilità egli stesso è stato vittima di abusi sessuali. Per lui la cura maniacale del corpo è vitale tanto che afferma “… ma è più forte di mé sentirmi apposto con il mio corpo…”;  Bossetti lavandosi e cospargendosi di profumo allontana gli odori molesti che gli ricordano gli abusi subiti, anche il fatto che si depili può essere dovuto alla stessa esperienza, in genere gli adulti che molestano hanno peli che le loro vittime non hanno, Bossetti fa di tutto per non somigliare a chi lo abusava.

– “Sì, è vero, sono pochi gli uomini che si cospargono con la crema due volte al giorno. Io mi cospargo tutto il corpo. Sai sono depilato e per me stenderla è un attimo. Ohh non sai quanto mi piacerebbe venire lì con te, nella stessa cella, senza avere paura che loro pensino che potremmo fare sesso. Ti confido che con quel buon profumo che ti porti sulla dolce pelle per me sarebbe dura evitare di non toccarti. In sincerità il tuo profumo mi manda in delirio, ti stringerei forte forte a me e mai ti mollerei (2 gennaio 2016)”.

“Mi piaci per come sei mi piace che lasci una striscetta solo sopra che senza niente è come piace a me”.

Riferisce a Gina che a lui piace il pube della donna depilato, proprio come quello delle bambine.

– “Sono alto 1,70, peso 60 kg, corpo esile, carnagione chiara, amo il sole e le lampade abbronzanti, mi piace il colore che la pelle assume, adoro l’abbronzatura. La depilazione che faccio io, per intenderci una volta e per tutte, si tratta di ascelle, petto e tutto sotto. Ho subito l’operazione di ernia inguinale e mi ricordo che dopo 15 giorni di medicazione la caposala decide ti togliermi i punti e mi abbasso tutti i boxer e lei mi disse nel vedere. Gina, credimi, sono sincero perché potrebbe capitare un giorno, una volta fuori, di incontrarci e per questo ti dico che la verità prima o poi viene a galla… Niente, mi disse: “Bossetti, complimenti, che mazza”. Ti giuro, non voglio vantarmi, ma su questo aspetto la natura ha fatto un bella cosa (17 gennaio 2016)”.

– “Lo stesso per te, immaginati o toccati pure adesso, non preoccuparti per Dany, se ti sta guardando, digli che è colpa mia, che te l’ho detto io e che in questo momento Massi è qui con me e al sesso non si comanda, per cui mettiti comoda con te stessa levati le mutandine, immergi nella tua bocca l’indice e il medio della mano destra, mi sembra di vederti, passale delicatamente sul tuo grilletto, che lo sento già molto stimolato, vero? Sì, bene così, in moto rotatorio. Fai conto di sentire la mia lingua nella tua f… Uh, come ti sento già bagnato (21 gennaio 2016)”.

“… al sesso non si comanda” è una frase incriminante, Bossetti afferma di non saper gestire i suoi impulsi sessuali.

– “Non ti immagini come le mie mani ti massaggerebbero tutto il tuo corpo liscio, sfiorandoti dolcemente quel bellissimo e apprezzato pelo che ti ritrovi, scommetto che solo al contatto con le mie mani, sentirle scorrere delicatamente su tutto il tuo corpo, ti farei bagnare e venire più volte. E la mia lingua si sente senza sosta sul tuo clitoride (23 gennaio 2016)”.

Bossetti non parla mai di penetrazione ma solo di petting e ci dice che attraverso questa praticae intende far raggiungere alla donna l’orgasmo, le dinamiche omicidiarie e il contenuto di questi stralci depongono per un certo grado di impotenza. Il fatto che Bossetti abbia dei figli non toglie che sia affetto da impotenza, un’impotenza coeundi che è diversa dall’impotenza generandi.

– “Davvero hai gridato il mio nome? Sei pazza Gina. Sei pazza di me? Me lo sento, come io lo sono per te… Però Gina teniamo le famiglie e gli vogliamo bene, perciò per ora dobbiamo andare un po’ cauti. Guarda, a casa i miei profumi migliori erano Prada, Dolce e Gabbana, Gucci e Boss, ma qui bisogna usare quello che passa il convento. Spero che un giorno tu riesca a sfiorarmi il collo per sentirlo bene e non solo… Sì, forse è meglio cambiare discorso, perché io sono già arrapato, sentendolo qui sempre sotto il naso sulle tue lettere…È fantastico credimi, questa buona fragranza, capisci che per me è un problema non toccarti, quanto ti desidero per averti in branda con me per abbracciarti… Ai colloqui maschili ho intravisto una ragazza con la coda bionda che continuava a fissarmi, ma io non ti conosco, come posso sapere che sei tu o qualcun’altra? Cara Gina, spesso di notte ti penso, sai che dormo pancia in giù, accarezzo l’angolo del tuo cuscino perché immagino come quando toccavo il seno di mia moglie… Ora mi immagino con te e spesso mi alzo bagnato e molto arrapato, perché sogno di fare l’amore come quando lo facevo a casa con mia moglie…”.

In alcuni stralci delle missive si legge: “… mi piace sentirmi morbido, idratato e profumato…”, “E poi mi improfumo…”, “… mi improfumo…”, “… quel buon profumo che ti porti sulla dolce pelle…”, “… il tuo profumo mi manda in delirio…”, “… a casa i miei profumi migliori erano Prada, Dolce e Gabbana, Gucci e Boss” e “… questa buona fragranza…”,  il tema del profumo nelle lettere di Bossetti è ricorrente, come quelli della depilazione e della doccia.

Il ricorso a lavaggi frequenti è uno tra i più comuni indicatori secondari di abuso nei bambini, una pratica che può accompagnare le vittime di abusi per tutta la vita.

I bambini vengono abusati da adulti, spesso di sesso maschile, che possono avere odori acri, per questo motivo le vittime si lavano; inoltre, l’esperienza dell’abuso lascia nelle vittime una traccia mnestica di tipo olfattivo che scatena un disturbo post traumatico da stress ogni qual volta, nel corso della vita, questi soggetti si trovano esposti a simili stimoli olfattivi. Crescendo, le vittime di abusi, a causa degli ormoni, cominciano ad emettere odori simili a quelli di coloro che li abusavano, per questo motivo continuano a lavarsi in modo ossessivo; sembra che Bossetti abbia anch’egli questo problema e che cerchi, prendendosi cura del proprio corpo in modo maniacale, di coprire il suo odore acre che gli ricorda quello del pedofilo che lo abusava.

Bossetti ha due temi ricorrenti, la cura del corpo ed il sesso, egli riferisce di continuo a Gina del suo bisogno di farsi due docce al giorno, di depilarsi e di profumarsi, il suo linguaggio non lascia dubbi: è il linguaggio sia delle vittime di abusi che dei responsabili di abusi o di omicidi sessuali, entrambi sentono il bisogno di purificarsi attraverso lavaggi ricorrenti. Nel caso di Bossetti non è rilevante il fatto che si lavi due volte al giorno quanto la sua necessità di riferirlo di continuo e in associazione al sesso.

L’essere stato vittima di abusi sessuali, le fantasie perverse con minori che gli occupano la mente e l’omicidio sessuale di Yara sono i motivi per cui  Bossetti ha bisogno di ripulirsi e improfumarsi.

Attraverso l’analisi delle risultanze investigative e delle sue missive si può concludere che Bossetti è un predatore sessuale violento affetto da Hebephilia, con un vissuto di abusi sessuali perpetrati ai suoi danni. La maggior parte dei sexual murderer, come lui, si alimentano di fantasie sessuali e sono ipopotenti. Bossetti non ha abusato sessualmente della propria vittima e neanche si è masturbato sulla scena del crimine, ha raggiunto semplicemente la propria gratificazione sessuale infierendo su Yara con un’arma bianca e producendole taglietti poco profondi. I tagli inferti sul corpo inerme di Yara sono da considerare una personation e rappresentano l’espressione più caratteristica delle sue ricorrenti fantasie. Le azioni gratuite, non finalizzate all’omicidio, sono indicatori della personalità di un omicida e specchio delle sue patologiche fantasie. La personation è uno straordinario marchio personalizzato, estremamente gratificante e carico di un intimo significato, conosciuto solo a chi lo mette in pratica. 

Analisi di una lettera di Massimo Giuseppe Bossetti alla propria madre

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti, imputato nel processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, a pochi giorni dalla requisitoria del pubblico ministero ha scritto una lettera alla propria madre e alla sorella gemella Laura, ne sono stati pubblicati alcuni stralci che ho sottoposto ad analisi.

la prima pagina della lettera

La prima pagina della lettera

– “Bergamo 8-5-2016
Cari Genitore Laura, innanzitutto mamma con tantissimo bene che nutro per te ti rinnovo nuovamente gli auguri per la festa della mamma e di riuscire festeggiare questa festa con le persone intorno tieni che più ti vogliono bene”. 

In primis, l’uso dell’aggettivo tantissimo nella frase: “innanzitutto mamma con tantissimo bene che nutro per te”, denota un bisogno di enfasi che tradisce scarsità di sentimenti. La frase “mamma, ti voglio bene” è sicuramente più incisiva di  “mamma, ti voglio tantissimo bene”.

– “Mamma e Laura purtroppo sono distrutto, frustrato e terribilmente mortificato per tutto il male che ho infinitamente causato a Marita e i miei figli”.

L’uso di un coagulo di avverbi e aggettivi quali “purtroppo, distrutto, frustrato, terribilmente, mortificato e infinitamente” rende questa sua affermazione povera, non convincente. Il bisogno di Bossetti di enfatizzare le sue emozioni ed i suoi sentimenti ce la dice lunga sull’entità degli stessi. L’uso di aggettivi e avverbi qualificativi (qualifiers) è un po’ come l’uso delle spezie nei tempi passati, le spezie servivano a nascondere il sapore delle carni avariate. Bossetti in questo inizio di lettera parla di “tutto il male” che ha causato a sua moglie ed ai suoi figli, l’analisi dei restanti stralci ci dirà esattamente che cosa intenda per “tutto il male”.

– “Il problema è che questa detenuta non faceva che provocarmi, istigarmi, tentarmi in ogni modo “forse messa sù da qualcuno” ma ormai il danno è compiuto e io come un cretino ci sono finito dentro ed essendo recluso in mancanza di tutto e soprattutto ogni bene familiare ed affettivo, ed ecco che anche i nostri pensieri pur di evadere alla ricerca di ogni affetto attraverso queste atroci 4 mura, dell’affetto completo che un giorno tenevo all’infuori di questo inferno con tutti voi e tutto questo mondo, inferno che mi trattiene da tutti voi, permette di rovinarci come una malattia che ti prende e ti porta via, la mente è ingestibile e fa affosculare e in depressione ti fa andare e a volte anche una mente sana può cadere in questa cosa strana perché è sempre presente un pizzico di follia ma non la “PAZZIA”.

In questa seconda parte Bossetti cerca di convincere i suoi familiari che “tutto il male” sono semplicemente le lettere da lui scritte alla detenuta Gina, non è credibile, sono semplicemente lettere, di sicuro non equiparabili ai tradimenti da lui subiti, sua moglie lo ha tradito fisicamente, non per lettera, per questo motivo quando Bossetti parla di quel “tutto il male” non si riferisce alle lettere.

Massimo Giuseppe Bossetti anche in questo caso non si prende le responsabilità delle proprie azioni come nel caso dell’omicidio di Yara; a sua discolpa afferma che Gina lo ha provocato, istigato, tentato in ogni modo, “forse messa sù da qualcuno”, insomma è tutta colpa della detenuta e della sua condizione di detenuto, Bossetti riconosce a sé stesso soltanto il ruolo di cretino. 

Alla mancanza di sentimenti gli psicopatici suppliscono scimmiottando coloro che li provano e Bossetti, con i suoi familiari più stretti, che fa? Cita una canzone di Gianna Nannini fingendo che siano parole sue, la canzone è Gelosia ed è del 1986. In un ritornello la Nannini canta:

Gelosia che ti porta via
non ti fa dormir la gelosia
Gelosia che sei la vita mia
e quella volta è stata una pazzia.

La “Gelosia che ti porta via” della Nannini diventa, nella lettera di Bossetti, “una malattia che ti prende e ti porta via” e nel finale dello stralcio della lettera si legge anche il termine “PAZZIA”, mutuato dalla stessa canzone. 

E’ una vita che Bossetti finge di provare emozioni, che fa proprie frasi ad effetto pronunciate da altri;  è estremamente interessante che simuli sentimenti anche con la propria madre, che, con tutta probabilità, è la sua maestra, Ester Arzuffi ha difficoltà con i sentimenti, ha vissuto una vita di menzogne facendo credere al signor Giovanni Bossetti di aver generato con lui i loro tre figli mentre li aveva concepiti con due amanti diversi. 

Nel finale di questo stralcio Bossetti ci spiega che “la mente è ingestibile e fa affosculare e in depressione ti fa andare e a volte anche una mente sana può cadere in questa cosa strana perché è sempre presente un pizzico di follia ma non la “PAZZIA”, egli parla di se stesso e della sua incapacità di gestire la propria mente carica di fantasie perverse che lo “affosculano” e che l’hanno condotto all’omicidio della giovane Yara Gambirasio.

– “Mamma, Laura e tutti gli amici che mi conoscono chiedo il perdono scusatemi con tutti anche quelli che mi scrivevano e che ora dopo tutto quello che ho combinato a Marita per via delle lettere ora non mi scrive più nessuno e fanno bene perché so di aver rovinato la faccia della mia famiglia, l’importante che stiamo appoggiati”.

“L’importante che stiamo appoggiati”, è questa la priorità di Bossetti, le lettere a Gina gli hanno fatto perdere la “faccia” e l’appoggio di alcuni sostenitori, per l’affronto da lui perpetrato ai danni della moglie Marita ma soprattutto perché sono ormai di dominio pubblico le perversioni che ha “sfoderato” nelle sue missive alla detenuta. Massimo Giuseppe Bossetti sa di non poter fare affidamento sulla verità, infatti non la nomina mai, la verità è contro di lui. La sua è una guerra che ha un unico scopo: far emergere gli errori degli inquirenti. Egli può trovare temporaneamente sollievo solo in coloro che, a digiuno di criminologia, si sono lasciati manipolare; egli ha dalla sua solo l’appoggio di una parte dell’opinione pubblica, nulla di più. Bossetti, come sua madre, è dispatico, è interessato soltanto alla “faccia” ed è consapevole che gli servirebbe un faccia immacolata in un momento così delicato. Bossetti è uno psicopatico, disinteressato alle conseguenze delle proprie azioni ed incapace di imparare dall’esperienza, per questo motivo non è riuscito a trattenersi con Gina.

– “… tantissimo tutto perché qui si è soli veramente, ti senti abbandonato con tè stesso e basta, sto soffrendo tantissimo, non faccio altro che starmene sempre solo piangendo basta, mi sono reso conto che non valgo niente ne come marito ne come genitore, mamma e Laura sono in terapia perché non stò bene, ho chiesto io il loro aiuto perché sento di non riuscir farcela ad andare…”.

– “Mamma e Laura, io so che la farò finita qui dentro, perché non posso accettare tutto quello che ho combinato a Marita e me lo merito davvero per quello che gli ho fatto, non riesco mangiare più niente, ti avevo fatto una promessa ma come vedi non valgo niente perché non riesco mantenerla, sono disperato e grazie a Dio tutto il sistema carcerario, Comandanti mi stanno vicino aiutandomi e tenendomi sempre monitorato, i dottori non mi mollano e mi aiutano, mi auguro solo che un giorno mi possa svegliare accanto a Papà a non dover più soffrire per niente e lui mai mi abbandonerà in preda allo sconforto e disperazione, se veramente tutto questo accadrà, vi porterei io le verità dei Giudici sul suo banco”.

Non è credibile che quel “tutto quello che ho combinato a Marita” siano solo le lettere inviate alla detenuta Gina e che solo per questo Bossetti pensi al suicidio. Massimo Giuseppe Bossetti, riferendosi al suicidio, afferma: “me lo merito davvero per quello che gli ho fatto”, difficile pensare che, dopo che Marita l’ha tradito fisicamente, lui si senta talmente in colpa per aver scritto delle lettere da pensare di meritare di morire.  Bossetti è una prima donna che ama stare al centro dell’attenzione, non dimentichiamoci che cosa disse ai figli durante un colloquio con loro in carcere, mostrando, come molti psicopatici, di godere della propria notorietà seppure conseguenza di un’accusa gravissima: “Quando mi hanno preso a casa con le manette le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”, mentre nella lettera alla madre, torna a vantarsi, scomodando Dio, tutto “il sistema carcerario”,  i “Comandanti” ed “i dottori”, affermando: “grazie a Dio tutto il sistema carcerario, Comandanti mi stanno vicino aiutandomi e tenendomi sempre monitorato, i dottori non mi mollano e mi aiutano”, manie di grandezza, tratti narcisistici in un soggetto con un pericoloso disturbo antisociale di personalità.

– “Avvocati o non avvocati pazienza io mi tengo una vita e ora me la gestisco io e non aspetto più così tanto tempo nel soffrire ingiustamente per i loro errori, perciò che vada come vada fino a sentenza e poi deciderò una volta per tutte della mia vita, quello che deciderò è una mia decisione mamma e nessuno mi impedirà di fare quello che non dovrei mai fare”.

Massimo Giuseppe Bossetti mostra di non sopportare più i consigli di nessuno, neanche quelli dei suoi avvocati e si dice, al momento, deciso a gestirsi la vita per conto proprio. Se gli errori a cui si riferisce sono quelli dei suoi legali evidentemente è ai ferri corti anche con loro.

Bossetti minaccia il suicidio e non è la prima volta, i suoi colleghi hanno raccontato in aula che dopo aver scoperto che la moglie Marita lo tradiva minacciò di suicidarsi buttandosi dal ponte di Sedrina. Un innocente non direbbe mai: “perciò che vada come vada fino a sentenza e poi deciderò una volta per tutte della mia vita”, un innocente ha la verità dalla sua e un desiderio di rivincita che non lo abbandonano mai ed è certo di riuscire a dimostrare la propria estraneità ai fatti. Tra l’altro Bossetti non dice mai esplicitamente di volersi suicidare, vuole essere semplicemente perdonato e per questo tenta in ogni modo di affrancarsi da ogni responsabilità scaricando le colpe su Gina e sulla sua condizione di detenuto. 

– “Mamma, ora vivo qui dentro momentaneamente, ma non sarà per tanto perché non è degna essere chiamata vita, la vita qui dentro, purtroppo sono costretto nel starci ma non per molto credimi. Io in una maniera o l’altra da qui me ne vado. Lo farò credimi, solo per restare bene una volta per tutte. Mamma e Laura più male di così come posso stare, non preoccupatevi, gli agenti qui mi stanno aiutando insieme ai dottori io comunque ho già in mente le mie idee e nessuno me le farà cambiare.

E’ contraddittorio, non deciso a suicidarsi. Scrive cose allarmanti e poi dice a sua madre e a sua sorella di non preoccuparsi. Scrive di voler morire ma al contempo chiede aiuto ai “dottori”.

– “Io so che mio padre e Yara sanno che sono innocente e chiedo sempre che mi possano aiutare”.

Bossetti afferma di essere innocente, non di non aver commesso il fatto. Chi si dichiara innocente nega la conclusione sulla sua colpevolezza non l’azione omicidiaria. Bossetti non ha mai negato con forza, non ha mai detto: Io non ho ucciso Yara; gli innocenti lo fanno ogni qualvolta si trovano a confrontarsi con l’accusa a loro rivolta. Bossetti, nonostante abbia avuto un’infinità di occasioni per farlo, non è mai stato capace di negare l’omicidio. Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui. 

– “Mamma e Laura, io ho rovinato completamente la vita di Marita e dei miei figli e non riesco a darmi pace per tutto quello che ho fatto, ho sbagliato tutto nella vita e ora rimedierò tutto con la mia vita, chi vorrà venire da me io sono momentaneamente qui ci sono, a casa non telefonerò più per sentirmi dire brutte cose su di mè e che poi questa gente registra tutto, mi stà…”.

Dall’analisi di questo stralcio si può concludere con certezza che quando Bossetti parla di “tutto quello che ho fatto” non si riferisce alle lettere a Gina ma all’omicidio di Yara. Quel “ho sbagliato tutto nella vita” potrebbe alludere agli errori fatti nel mettere in atto l’omicidio, come l’aver lasciato tracce del suo sangue sul corpo della povera vittima. Nella lettera, Bossetti, pur cercando giustificazioni, scrive di sentirsi responsabile dei propri errori e poi afferma: “non telefonerò più per sentirmi dire brutte cose su di mè”, mostrando invece di non accettare le critiche rivoltegli. Bossetti non crede a ciò che scrive ma cerca semplicemente di manipolare i suoi interlocutori, cosa che ha fatto per una gran parte della sua vita, non riuscendoci, tanto da esssere soprannominato ‘favola’.

– “Me lo sono meritato e ora pagherò con la vita perché non ci dormo con quello che a lei ho fatto, ho sbagliato completamente tutto”.

Può un mentitore abituale, un bugiardo patologico, un manipolatore, un pedofilo, un soggetto privo di empatia pensare di pagare con la vita l’invio di qualche lettera? No, Bossetti semplicemente non si perdona di aver lasciato tracce dell’omicidio e di essersi danneggiato processualmente inviando le lettere a Gina.

– “Mamma e Laura cercate di capirla che non esiste più nulla in natura che qualcuno o qualcosa possa ridare a me di quanto ho perso e sto perdendo. Non ce la faccio più a vivere in questo stato, sono stanco di sopportare tutte le sofferenze ingiuste. La mia vita è mia e la gestisco come voglio. Sto continuando nel combattere per i figli ma non so fino a quanto ci riuscirò. Per quello che ho combinato a Marita non riesco più a darmi pace. La mia situazione familiare l’ho compromessa, ho combinato tutto un casino per una detenuta che neppure conosco e mai vista, quando a me Marita fino a oggi è sempre stata vicina. Capite come questo inferno ti può rovinare su tutto. Questa vita è un inferno e credo che non abbia più un valore per me per cui qualunque cosa a me potrà capitare non voglio che voi ne risentiate ma credetemi che starò meglio di dove ora mi trovo. Marita deve essere una persona che va ammirata e stimata mentre io devo essere solamente disprezzato. Io so che la perderò purtroppo ma non smetterò mai di amarla come mai ho amato un’altra donna. Mi hanno di nuovo messo in alta sorveglianza. Mamma e Laura non riesco più a combattere niente, tutto questo inferno mi sta distruggendo facendomi fare cose che neppure io pensavo di fare. Una cosa che vi dico di non dare colpe a Marita, lei mi è sempre stata vicina e io l’ho offesa. Accettate tutti le mie scuse e lasciatemi vivere la mia vita come meglio intenderò fare. Grazie a tutti per tutto. E’ giusto che allora comprendiate tutti la mia decisione scelta senza che voi teniate rabbia, rancori per niente”.

Massimo Giuseppe Bossetti scrive: “Marita deve essere una persona che va ammirata e stimata mentre io devo essere solamente disprezzato”, se davvero il piano di confronto fossero i tradimenti, Marita sarebbe più disprezzabile di lui; in realtà Marita lo ha tradito mentre lui è un omicida, per questo la ritiene migliore.

Bossetti non è capace di prendersi delle responsabilità, è l‘inferno che lo porta a fare cose che non avrebbe mai pensato di fare. Quando Bossetti afferma: “La mia vita è mia e la gestisco come voglio… lasciatemi vivere la mia vita come meglio intenderò fare”, non sembra proprio deciso a suicidarsi ma si dice piuttosto stanco di doversi comportare secondo regole stabilite da altri.

– “… ho scritto a Angelina Pozzi ma non so se le mie lettere gliele hanno fatte arrivare, ma purtroppo capisco che sono tutti appoggiati Marita per quelle lettere che io ho scritto a una disgraziata detenuta, fanno bene diglielo se non mi scrivono più nessuno, perché so del danno che io ho procurato, il problema sono stato istigato, tentato, provocato e con tutte queste privazioni io ho ceduto nelle sue tentazioni cercando di evadere con la mente e trovando un po’ di compagnia, affetto attraverso queste 4 mura mortali diglielo a Angelina che ho sbagliato tutto cadendo nelle loro tentazioni e ora me ne stò pentendo alla grande con un forte rischio della perdita della mia famiglia, ma me la sono cercata e chiedo scusa a tutti per il mio schifoso comportamento che ho avuto in voi e soprattutto offendendo tantissimo mia moglie e i miei figli nei loro sentimenti, chiedo perdono a tutti e di restargli vicino alla mia famiglia, salutando di cuore tutti.. il vostro amico Massy

Quando Bossetti scrive: “… so del danno che io ho procurato”  si riferisce al danno procurato alla sua difesa e solo in un secondo tempo afferma: “ora me ne stò pentendo alla grande con un forte rischio della perdita della mia famiglia, ma me la sono cercata e chiedo scusa a tutti per il mio schifoso comportamento che ho avuto in voi e soprattutto offendendo tantissimo mia moglie e i miei figli nei loro sentimenti”, mostra di avere delle priorità, in primis è preoccupato per le ripercussioni che il contenuto delle lettere inviate a Gina avrà sull’andamento del processo e poi per quelle sulla sua famiglia.

Mamma e Laura perdonatemi x il casino che ho fatto pagherò sicuramente il tutto personalmente. Un carissimo saluto a tutti e ricordatevi il bene che vi voglio, un forte abbraccio. MI MANCATE TANTO TANTO. MI DISPIACE PER TUTTO. Vostro figlio e fratello Massy

Quel mi “MI MANCATE TANTO TANTO” è poco sentito, non è certo pari a “MI MANCATE”, l’uso dell’avverbio di quantità “TANTO”, per due volte, segnala un bisogno di enfasi che tradisce uno scarso convincimento.

Un’ultima riflessione: non basta riconoscere ad un’omicida una colpa, chi lo giudica, oltre alle prove della sua colpevolezza, deve poter fare affidamento su una corretta diagnosi psicopatologica che gli permetta di esprimersi in termini di probabilità sulle sue capacità di reiterare. 

Massimo Giuseppe Bossetti è un predatore sessuale violento affetto da una forma di pedofilia detta hebephilia. Nonostante l’assenza di una vera e propria attività sessuale, l’omicidio di Yara ha una chiara componente sessuale; il suo autore può essere considerato un sexual murderer e, come la maggior parte dei sexual murderers, ha usato le mani ed un coltello, mezzi che permettono uno stretto contatto con la vittima. Bossetti ha sicuramente tratto piacere dal fantasticare, per lunghi anni, il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Il 26 novembre 2010 le sue fantasie si sono concretizzate e Bossetti ha ottenuto attraverso i suoi atti violenti una gratificazione sessuale da tempo sognata. L’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), in quanto il movente è intrapsichico, e la presenza di una cosiddetta personation sul cadavere della povera Yara, consistente in tagli poco profondi, inflitti non per uccidere e solo dopo che la vittima aveva perso conoscenza, ci permettono di attribuire questo delitto ad un potenziale omicida seriale il cui modus operandi appare ancora in via di sperimentazione. Bossetti non può, secondo la classica definizione, essere definito un serial killer, essendo quello di Yara il suo primo omicidio ma egli è senza dubbio per comportamento e psicopatologia un omicida seriale in fieri ovvero un soggetto capace di reiterare. Per quanto riguarda in particolare l’omicidio di Yara, Bossetti si è comportato come un serial killer misto. Egli non ha occultato il corpo della propria vittima, caratteristica tipica dei serial killers disorganizzati ma come i serial killers organizzati ha cercato (trolling), ha corteggiato (wooing), ha pianificato le modalità di cattura ed il trasporto della vittima, ha condotto armi sulla scena criminis e non le ha abbandonate dopo l’uso, si è servito di un mezzo di trasporto, ha commesso l’omicidio lontano da casa, in una zona a lui ben conosciuta, è un soggetto con una facciata di normalità, socialmente competente, che viveva con una compagna e dei figli, ha seguito il caso sui media ed infine ha siglato il proprio delitto attraverso la cosiddetta personation. Quei tagli inferti sul corpo inerme di Yara sono la sua personation e rappresentano  l’espressione più caratteristica delle sue ricorrenti e gratificanti fantasie. Le azioni gratuite, non finalizzate all’omicidio, sono indicatori della personalità di un omicida e specchio delle sue patologiche fantasie, questo straordinario marchio personalizzato è, per chi lo mette in atto, carico di un intimo significato, solo a lui conosciuto. Se Bossetti non fosse stato arrestato, egli probabilmente sarebbe tornato ad uccidere con un modus operandi simile ma perfezionato ed avrebbe ancora inferto quei taglietti sul corpo della vittima, ripetendo la personation e facendole assumere finalmente il ruolo di signature.

Michael Iver Peterson: a pathological liar and a murderer

Michael Iver Peterson at his trial

Michael Iver Peterson at his trial

Last year I published an article explaining how Michael Iver Peterson killed his wife Kathleen, the big mistake of the consultant of the Durham D. A. was to think that a blow poke or something similar was used to kill instead of realising that Michael Peterson killed his wife and his friend Elizabeth Radlif simply using his hands. On march 2016 I wrote my analysis of Michael Peterson’s 911 call, an incriminating call incredibly used by Peterson lawyer David Rudolf as something useful to save his client. This case is quite interesting because the mistake made by the consultant of the D.A. Jim Hardin and because Michael Iver Peterson personality, he has a grandiose sense of self-importance, he is obsessed with himself, his goals are always selfish and self-motivated, he is unable to establish healthy relationships, he believes to be unique and special and for this reason requires extreme admiration and has unreasonable expectations of special treatment, he takes advantage of others to further his own needs, he has zero empathy, in other words he has a Narcissistic Personality Disorder and he built a very sick Narcissistic Family, his children and wives (he had two) were mentally abused, just Kathleen’s daughter, Caitlin Veronica Atwater, escaped. Durham District Attorney and prosecutor in this case, Jim Hardin, now Judge of the Supreme Court, said about Peterson: “On every aspect Michael Peterson life is a lie, this case is about pretends and appearances”. Michael Iver Peterson lied all his life and thinking to be a good liar acted with his lawyers and consultants in a pathetic and incriminating documentary ‘The Staircase’ (2004) by Jean-Xavier de Lestrade. In the 8 chapters of this documentary, a quite sad Narcissistic Family emerge and at the same time Michael Peterson language confirm he is guilty of first degree murder of his wife Kathleen and of his friend Elizabeth Radliff. Liars usually speak too much and Michael Peterson is one of them. In this article I analyzed what Michael Iver Peterson said in ‘The Staircase’.

Here, two statements to the journalists outside the Durham County Courthouse:

– “Kathleen was my life, I whisper her name in my heart thousand times, she is there but I can’t stop crying. I would never have done anything to hurt her, I am innocent of these charges, I will prove it in court”.

– “People I do know wonder how I can go out (of prison) but I said I didn’t do anything, I am truly innocent of these charges”.

Peterson is speaking freely and we are looking for a reliable denial but “I would never have done anything to hurt her” is a unreliable denial. He say hurt instead of kill to minimize. Minimization is a distancing measure, it’s a way to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions, it’s a common strategy used by guilty people to deal with feelings of guilt.

Again, “I am innocent to these charges” is not a reliable denial. To affirm to be innocent is different from saying I didn’t kill, which is expected. When people say they are innocent, they are just denying the conclusion that they are guilty and just when they say: I didn’t do it, they are denying the action. Peterson, speaking about ‘charges’, deliberately leaves out what these charges are to take distance from the fact to deal with his feelings.

Again, “I didn’t do anything” is a unreliable denial, it’s a vague assertion and in “I am truly innocent of these charges”, the use of “truly”, a qualifier, make the affirmation weak showing a unexpected need for emphasis that sounds deceptive. 

Guilty people usually don’t lie but make statements which only sound like a denial and we are not permitted to interpret what people say, people mean exactly what they say.

Another statement:

– “I didn’t do anything, I am innocent, I was wrongly convicted, I didn’t harm Kathleen and I didn’t believe into the jury clerk produced that I will be convicted, my immediate reaction was, let’s end it and I told them that I didn’t want an appeal, I wanted just end it right now, forget, enough was enough, we all suffered enough and that… that wonderful, awful life from Romeo and Juliet, all are punished, I mean, I don’t know what we were punished for, I don’t know why my children had to suffer with it, why they were being punished but I did feel that: Let this end right now”.

“I did not do anything…”, Peterson,  to reduce the stress, deliberately leaves out what is accused of. 

Again, when Peterson says: “I am innocent”, he is just denying the conclusion not the action.

When he says: “I didn’t harm Kathleen”, he use “harm” instead of “kill” in an attempt to minimize to reduce the stress.

“… that wonderful awful life from Romeo and Juliet”, “that wonderful awful life” he describes wasn’t real, just fantasy, like Romeo and Juliet.

Peterson is able to say: “I was wrongly convicted” because the consultant of the District Attorney failed to reconstruct the homicide. He didn’t kill Kathleen with the blow poke, he killed her just with his hands, that’s why in the following statement he says: “Truth is lost”. 

– “This case is no more and no longer about Kathleen. The D.A. has to win, that’s it, he doesn’t care how and basically… and by the same token my lawyers, they want to win. Truth is lost, you know all of this now, truth has no meaning or whatsoever, this has became a show and has got all momentum and we are just going along, I don’t think the D.A. cares about truth anymore, all he wants to do is win and I understand, that I mean sure aaa… in the same way with David, he do… he wants to win, well I want to win too, but I’m still very concerned about the reality of what happened that night”.

Peterson says that he “understand” the District Attorney, there is no way an innocent is understanding some one that is going to frame him. Saying that “Thuth is lost” and that he is “still very concerned about the reality of what happened that night” he tells us that he knows exactly what happened that night and that his lawyer David Rudolf, that support the idea of a fall down the stairs, is wrong too.

Peterson is recounting the facts and is telling us exactly when he killed his wife:

– “Kathleen and I… we were here watching a movie, I have gone to blockbusters and rented a video and we were watching American Sweet Hearts and I think is probably around 11 o’clock that the movie ended and we took our glasses, left… left the dinner plates as [unintelligible] on there, we will clean up the next day, went into the kitchen, we usus… we would talk for hours, Kathleen and I, in the night time, would talk for two three hours about the movie… ee the kids, what we were going to do and we came in here I think there was… I, I, I’m not sure, we probably had another bottle, I know we were drinking two bottle that night aaa was a nice night, I guess was 55, 60 degrees, very nice night… aaa and I gone outside aaand we were talking here forr… an amount [unintelligible] of time and then what we usually do in a nice night we would go down the pool which I always think the nicest place on the property. I don’t know if the chairs were like this or not but I mean probably some like this aaand she was… we were both right here and you know the dog would come over andd we were just talking anddd finishing our drinks, and thennn she said: ‘I gotta go in because I got a conference call in the morning’, anddd she started walking out that way andd I stayed right here… don’t think I anything special to her, sure not thinking this is, you know, the last time I gonna see her, I said: Goodnight, I gonna be able to see you later and stayed here, she walked and the last I saw her was… I was there and she was just walking… walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive, no, she was alive when I found her… but barely”.

Peterson says: “(…) we were watching American Sweet Hearts and I think is probably around 11 o’clock that the movie ended and we took our glasses left… left the dinner plates…”, something is missed, why Peterson say “(…) we were watching American Sweet Hearts” and not “(…) we watched American Sweet Hearts”? I suppose that something happened while they were watching the movie, what we expect him to say after “(…) we were watching American Sweet Hearts” is “while”, “(…) we were watching American Sweet Hearts while (…)”. After that the use of “I think” and “probably” shows a lack of conviction, he say “is probably” not “was probably”, instead using the past tense he use the presente tense showing us that he is not speaking from his memory; then, he says twice: “left… left the dinner plates…”, the use of “left” as a connecting verb is a stop of the brain and tells us that some information are being left out of the statement, in this case he repeat twice, the first time he use “left” as a connecting verb, the second time describing an action.

Right after that he says: “We will clean up the next day, went into the kitchen”, the use of the future “we will clean” isn’t the right tense to use with the past tense “took” and “left”, it shows us that Peterson is thinking at the present and that the account is fabricated; the omission of the pronoun “we” in the second phrase is significant, the pronoun “we” is gone and I guess that at the same time Kathleen is gone too, dead. A change in language indicates a change in reality or is an indicator of deception as the subject does not speak from memory and is not able to track down his own words.

Peterson from this moment speaks just about what him and Kathleen usually did and not about what they did that night, he shows deception via missing information. Peterson is trying to built a story but he is a very bad liar, he  reveals a lack of conviction from saying: “I think there was… I, I, I’m not sure, we probably (…), I guess (…), I don’t know if (…), I mean probably (…)” , furthermore the presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety. 

Peterson in this statement tells us exactly when he killed his wife and that after the homicide he went outside alone: ” I guess was 55, 60 degrees, very nice night…aaa and I gone outside”, before saying: “… aaa and I gone outside”, just “I” and not “we”,  he gives us extraneous information about the temperature of that night to justify his presence outside for a long time in a night of december, he says “and” before “I gone outside”, when a subject start a phrase with an “and” he leaves some information out of the statement.

– “I can vividly remember finding Kathleen, I can remember opening the door, I can remember calling 911, I can remember… I particularly remember Todd just… ho… holding me as tight as possible, I think in order to contain me, I can remember Heather, the doctor, Ben’s girlfriend, taking my pulse and then I can remember and it must have been very early, I was still in the kitchen, the cops were on me instantly, every where I went a policeman was there I, I, I went outside and… with band and a policeman was there and I remember walking down there, a policeman was there, there was always a policeman with me”.

This is a very sick statement, Kathleen die but everything is just about him. There is not prologue, the critical event is just “I can vividly remember finding Kathleen”, no desperation, no pain, no regrets, nothing about what Kathleen went through, just “finding”. The aftermath is all about him, he “particularly” remember his son holding him, the doctor taking his pulse, the cops on him. The critical event, the most important occurrence in the narrative is gone. His statement is suspiciously out of balance. In this statement as in the previous the presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety.

 “… when I think of Kathleen my… I remember… unfortunately its her dying in my arms eh… that’s always overwhelming imagine, if I look at something, oh, ya, there is Kathleen, these are funny things or pictures on the refrigerator where she is in the imperial gardens in Tokyo or there… so… so many things that always if I stop and think no one thing comes out never one thing or or i might think it’s a shine moment or I see pictures or something else or another incident that might occur, oh, ya, there is that one so there is no one identifying thing with Kathleen no ehm…”.

“I remember… unfortunately its her dying in my arms”, this is truth, Kathleen died in his arms, killed by his arms, not after he called 911 at 2.40 a.m. that morning, as he wants us to believe, she died between 11.08 p.m. and 11.53 p.m., the night before.

Peterson recounting the facts of that night says that Kathleen left him at the pool to go inside, his words are:

– “…and the last I saw her was when I was there and she was just walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive…. no… she was alive when I found her… but barely”.

Analyzing Peterson’s 911 call I realise that after almost 15 seconds from the start of the phone call the operator asked him about the number of stairs and Peterson showed not to be close to the scene, in the first 15 seconds of the phone call Peterson wasn’t approaching his wife, he was close to her just around 25 seconds after the phone call started, he went there to look at the number of the stairs because asked. We can hear that he was walking to the scene to look at the stairs. I guess Peterson picked up the cordless phone in the kitchen, just behind the corner, very close to the service stairs where Kathleen’ body was, so why he had to walk for around ten seconds to be on the scene to be able to look at the stairs? And, how could he give informations about his wife conditions if he wasn’t close to her? How could she have died in his arms in the early hours of that morning if he was far from her during the 911 call, as he said, after he found her she was alive but just barely? 

Usually when people call 911 they stay very close to the victims to give the operator informations about their real conditions and to be able to help following the suggestions the operator may give them, like how to perform CPR. Michael Peterson had no intention to help his wife, that’s why he was far from her when he called 911 and went back to her just to look at the stairs to give the operator an approximate number.

Michael Peterson was far from Kathleen because she was already dead for hours and he was not interesting in helping her or in giving the 911 operator any real informations about her conditions.

When Michael Peterson called 911 he was far from the victim, instead, when the paramedics arrived his behavior was quite different, he was on her body trying to resuscitate her, he was acting, he knew she was already dead for hours. Peterson was not just acting as a grieving husband for the paramedics but he was also trying to justify all the blood on his clothes, touching and hugging the victim, he was trying to cover evidences.

– “I went out to turn off the pool lights, I came back and there she was. 
When I called 9-1-1, I thought she’d fallen down the stairs.
As far as I know, that’s what happened.
Well, of course, I thought, well, that’s the only thing he’s basing his case, on this blow poke, and then it wasn’t the blow poke, so of course I thought, well for all of these other reasons including the fact that I certainly didn’t kill Kathleen, well, I certainly didn’t kill her with the blow poke, so, I thought of course, this solves the problem for the case. And then I find out it didn’t even make any difference to the jury. Something else must have caused those injuries, but nobody knows what”.

“I went out to turn off the pool lights, I came back and there she was”, this is a different version, Peterson is speaking just about himself outside and for few minutes.

“As far as I know, that’s what happened”, shows a lack of conviction. Peterson is playing with the story of the blow poke, a mistake of the prosecutor, this can help him but doesn’t make him innocent at all. When he says: “I certainly didn’t kill Kathleen, well, I certainly didn’t kill her with the blow poke…”, he is trying to deny allegations but saying “well, I certainly didn’t kill her with the blow poke…” he tells us that he killed her.

Peterson and one of his lawyer are recorded while simulating an out-of-court oral testimony:

Mr peterson you are under oath, correct?
Yes.
You aspect the jury to believe you?
Yes.
Treat you as a honest person?
Yes. But the truth is: there have been times in your life when you lied because it benefited you!
I would say probably that’s a good characterisation although I might say it’s easier, it was just easier sometimes to let the lie come out.

Peterson is unable to say: But the truth is: there have been times in my life when I lied because it benefited me!, instead he is speaking in third person and is expecting the jury to believe him because he used to cheat on people for his entire life, he built his life on lies. His lawyer affirms he is a liar and Peterson says that “it’s easier”, admitting he is still lying. After he says “it’s easier”, he become aware of what he has just said and he try to correct himself using the past: “it was just easier sometimes to let the lie come out”, but it’s too late. 

You married Patricia in 1966, is not correct?
Correct.
And during your marriage, you had a number of affairs?
Yes.
They were not all woman, were they?
No.
And you did continue to have affairs even after relationship with Kathleen began?
That’s, I mean the word affairs to me means…
Sex?
How do you describe one incident or affairs…
The word affairs is confusing?
Yes.
Make simply, you had sex with other people after relationship with Kathleen began?
That’s correct.
Men?
That’s correct.
And women?
No.
Just men?
Yes.
So now, this was different from when you were married to Patty?
Yes.
Ok, as you never talked about that with Kathleen?
…..… Well, we did talk about.
Did you, having sex with other men during the marriage?
In a sense, yes, she understood that.
She understood you with men?
Oh yes… I think there was enough awareness on her part of me as a person, who I was which is what made this relationship so good that yes, she understood these aspects about me and was not bother by that because I loved her but yes I did have sex with other people but had absolutely nothing to do with not loving Kathleen or… loving her less.

During this simulation Peterson falls, he waits too long to answer when his lawyer ask him if Kathleen knew he was bisexual and then he says: “In a sense, yes, she understood that”, his answer is quite weak and shows a lack of conviction, “in a sense” make it unreliable and give us a motive for killing. The last answer, where everything is again about him, “(…) me as a person, who I was (…), these aspects about me (…)”, shows us how much he is expecting everybody to tolerate all his flaws just to be with him. Peterson is telling us how big is his narcissistic ego.

– “No and I told you guys from the beginning my ass life is in your hands and I know that and I’m not gonna smart you, I’m not gonna smart anybody and I want to tell you this”.

Just guilty people put their “ass life” in the hands of their lawyers actying as spectators. After saying: “I’m not gonna smart you”, he try to correct himself saying: I’m not gonna smart anybody”, he is telling us that he is still smarting people.

Peterson his speaking about the articles he wrote as journalist before the homicide:

“… but everybody knowsss and I should certainly know better, that when you make fun of people, they don’t like it, its just that simple aandd if you make them silly or ridiculous, ohh, they remember that”.

He is trying to say that the District Attorney is framing him not because he killed his wife but because in his articles he attacked the establishment, showing us how manipulative he can be.

Peterson is speaking with his lawyer David Rudolf about the exhumation of the remains of Elizabeth Radliff:

David Rudolf: On the exhumation, apparently Holland told Barbara, in a email to her told that they will exhume Liz’s body, right now we are just basing it on what Barbara…

Michael: Right.

David Rudolf: .. told us that Holland told her…

Michael: Right.

David Rudolf:… and I don’t want…

Michael: Right. What I would like you to do then, its time to Hardin [unintelligible] Jim, we don’t personally have any objections, again wha… you know, what the fucking round [unintelligible] dig graves?

David Rudolf: What Holland claims was… they had permission from Liz’s mother and sister.

Michael: Well are le closest relatives [unintelligible] , what about their daughters?

David Rudolf: I don’t know, you know tha… it maybe ugly, it maybe terrible but the bottom line it’s going end help, you know?!

Michael: I understand.

David Rudolf: If everything is as we think, it is, it’s going help us.

Michael: I know but normally, look, I mean, I have seen enough dead bodies, corpses and graves, it doesn’t… you know, I have no moral problem with this, but… you know, again, as I watch, this was a very good friend of mine and I, I… you know, I have been with that family, the Ratliff family, since George died in… Jesus, 19…, the Granadian invasion, 1981 to [unintelligible] and it’s just… I just don’t know and I can imagine what Margaret and Martha will think, oh, by the way, you have the morgue decide to dig up your mother, aaa, just because, oh Christ, so if you can work with Hardin, Holland or Hardin, Holland [unintelligible] look so that I won’t tell the girls but before they do it, I’m certainly would I have to tell the girls and you might say, you might also, Jim want to talk to the girls, you know the sister is one thing but the daughters are another matter and…

David Rudolf: I don’t want to get into that. I don’t want to get into a pissing match with Hardin over who did they get permission from and who should they have got permission from, that I mean actually is a battle that I don’t want to fight. We are not going to win.

Michael: Fine, but I mean, I guess now, we are not strictly talking about a war here, can people just go and dig a grave? Its one thing when I go in on Holland and go swabbing Kahleen’s vagina [unintelligible] , now we are talking [unintelligible] sick they go in after Kathleen autopsy, two days later, she is in there, all rush into her body and [unintelligible] are doing that, that was disgusting and now they are digging a body, I just… I don’t like it, what I mean, I understand it so just working out with Hardin at least I can notice Margaret and Martha that their mum is going to be dig up.

Peterson is trying to convince his lawyer David Rudolf to stop the exhumation in a quite confused way, he has no arguments. Peterson knows that the result of a new autopsy can put him in a corner because he killed Elizabeth and his wife in the same way. 

Michael Iver Peterson grabbed with his right hand his wife Kathleen by the hairs of her frontal area and slammed forcefully the back of her head again and again against the wooden stairs till she died. During the assault he grabbed once contemporary her by the hairs with the right hand and by her throat with his left hand and squeezing with his thumb he produced the fracture of the superior cornu of the left thyroid cartilage of her throat. Kathleen suffered multiple lacerations of the head consistent with a flat object, that flat object were the stairs against which her head impacted several times and not because she fall down the stairs but because Michael Peterson slammed her head against.

In 1985, Elizabeth Ratliff was killed in the same way but by a younger and stronger Michael Peterson. She was found dead on the floor at the bottom of the stairs of her house in Germany, she suffered a fracture at the base of the skull because Michael Peterson was younger and stronger and the surface she was slammed against was a floor made of terra-cotta tiles, not wood, like in the Kathleen case.

Peterson’s short novel about Elizabeth Radliff’s exhumation:

Liz’s Last Trip

The last trip Liz made was in a hearse. She had ridden in several others. The first time after she die in 1985 she had been transported from her home where she died to the hospital for her autopsy then there was the hearse ride from the hospital to the airport for her return to the United States. Then there was the hearse trip from Houston to the mortuary in Bay City and what would presumably been hearse journey from the mortuary to her grave. However, eighteen years later, she made another ride, this one a twelve hundred mile longer across middle America in the back of a hearse travelling from the grave to North Carolina for another autopsy.

Michael Peterson has no empathy, Elizabeth Radliff, a woman he killed in Germany, is just an inspiration for him, to write about, he is able to ironize about a drama.

A conversation after the results of the second autopsy on Elizabeth Radliff:

Michael: I mean do you have any doubt that this was colllusion? It was just choreograph, it was just completely choreograph.

David Rudolf: I have been in front of a lot of Judges, with a lot of Prosecutors, in lots of situation and I get tell you, I had never ever see something like that before, never.

Michael: I… I don’t think David and I don’t think Tom, you know, believe me or anybody from the beginning but when I say this isn’t Chapel Hill, this isn’t Rhode Island, this isn’t Charlen, this is Durham, it’s unique, it’s particular, it’s dirty, it’s corrupt, it’s small. You know, I don’t think anybody knows this town better than I do and I… that’s where I lived here for years and I told you guys from the beginning that is it… I just found it disgusting… soo.

Peterson, despite the evidence, is still trying to convince his lawyers that the District Attorney is building a case against him because his past, he is using strong words against the establishment without any shame.

– “I can have the presumption of innocence, the reasonable doubt they get over came that the… the bar of the reasonable doubt is been raised significantly now in related to the Radliff so instead of being there which played safe or didn’t prove this as a result of things this coincidences its now up to here. This case is no more and no longer about Kathleen…”.

In this statement he says that the similarities in the two autopsies are just coincidences, but in the moment he says “coincidences” he manually writes in the air two quotation marks admitting that the similarities in the two cases are not coincidences.

Peterson at the phone with his lawyer David Rudolf:

“I understand that but I think, I have been honest with you from day one, meet me in the jail”.

“I think, I have been honest” is a weak affirmation for the presence of “I think” that shows a lack of conviction and of “I have been honest” that shows us through his need of emphasis that he is deceptive. He didn’t say the truth to his lawyer, he hasn’t been honest with him either.

At the phone:

– “One: I didn’t do anything, number two: there is no murder weapon, number three: there is no motive, Jesus”.

Why if he didn’t kill his wife, should he worry about a murder weapon or a motive?

Speaking with his two adoptive daughters Margareth and Martha about Kathleen sister, Candice:

“Two times in my all life I have seen that stupid woman andd she said I have a terrible temper”.

After this statement, Peterson pretend to choke one of his adoptive daughters, in attempt to save himself; this narcissistic human being was able to fool both of his victim’s daughter too. Michael Iver Peterson, during the deadly assault, grabbed his wife Kathleen by the hairs of her frontal area with his right hand and, once, he grabbed contemporary her by the hairs with the right hand and by her throat with his left hand. His black humour shows his lack of empathy and is a way to take distance from the fact.

Peterson is discussing with his lawyers and consultants if he should take the stand at the trial:

– “That’s what I do for living that… It’s tell stories and and everybody wants to hear story, from the indefendant little baby, this is the story andd it’s better a nice story than a scary story and we do see, we have a told story expect in a sense that here the forensic and has told what and what not, but I don’t know how you get in the story, anybody story, without going into the other side, the band staff that everybody doesn’t particularly want have come out in their life because for every good thing [unintelligible] if there is not at least the bad thing some back there, there is a spine can come back, I don’t know I don’t know…”.

Peterson knows, because he is a liar, that people are believers and he is telling his lawyers that he is used to tell stories and that’s the reason he’ll be able to take the stand.

Todd, Martha and Peterson found a blow poke in the garage, here what Peterson tell his lawyer David Rudolf:

“We were terrified, we were freak th… you know litteraly freak… asked what happen so we got… Martha got the video camera, I got the … she got the tape recorder [unintelligible] . I called Tom at this time and, you know, if can’t show up we are going to, you can’t come in this house until my attorney who I thought he would show by motocicle appear… We went in the [unintelligible] and Todd said: I want to talk you dad and I want to ask you, would you put picture life on that blow poke? And I know exactly what he was doing, what he was saying, so, you know, I said: No, absolutely, I would bet my life on that blow poke unless le cops because are still going through this conspiracy thing, unless the cops come get put them God damned thing”.

A tirade, a pathetic show for his children and for his lawyer David Rudolf. 

“You know, I think one of the most strange comments and actually I have two comments, was when Candice was on the stand and she sa… ‘I don’t know who that Michael Peterson is’, you know, I don’t know who that person is either, who has been on trial hearing all these things, listening all of these stories.. mmm this is incredible thing, I don’t know who that person is either, but it’s me, I know that I know who I am and I can live with that and I told you at the beginning, I have never been terribly concern what other people think and I know that come across an arrogance but I think that a lot has to do with peace that I have never really ever hurt anybody, yes I have been… have done bad things, yes, you know I certainly in a verbally way hurt I haven’t lived the most exemplary life but I never had consciously going out hurt anybody and I can in a very loose definition live in peace with myself and if you can do that it really doesn’t make any different where where there is so I just probably not be any different thursday, wednesday if I come back to this house or go somewhere, it’s not going to change who I am and who I know I am. It would be still me and the trappings certainly could be very, very different, the environment certainly could be very different but that just… environment”.

Saying: “I don’t know who that person is either, but it’s me, I know that I know who I am and I can live with that (…) I have never been terribly concern what other people think (…), Peterson recognise that during the trial they painted a real portrait of him and tells us that he never cared about other people. “I have never really ever hurt anybody (…)” is not a reliable denial, the qualifier “really” make it weak, and “never (…) ever” are not helping him. “I never had consciously going out hurt anybody” is different from “I never hurt anybody” or from “I never killed anybody” or from “I didn’t kill anybody”, the use of “consciously” and of “going out” make this statement very weak showing a deep lack of conviction and open to the possibility that “unconsciously” he could have killed. Peterson is telling us that nothing can change the way he lives with himself, not an homicide, not a conviction, nothing, showing us what a narcissist is.

Ursula Franco, M.D. and criminologist