Serial killer italiani: Bossetti e il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Possibile che a cinque anni e mezzo dall’omicidio di Yara Gambirasio e a due anni dall’arresto del suo assassino, ancora si parli della presunta assenza di un movente? Il non aver definito con precisione la psicopatologia di Massimo Giuseppe Bossetti  è una debolezza gratuita e imperdonabile della Procura di Bergamo. Possibile che ancora nel secondo decennio degli anni 2000, non ci si affidi alla criminologia per spiegarsi particolari fatti criminosi? Possibile che, nel paese dove la criminologia è nata, non la si applichi e che, dai tempi del Mostro di Firenze ad oggi, gli italiani si rendano ridicoli agli occhi del mondo scientifico internazionale ogni qual volta si trovino di fronte ad un serial killer?

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, le prime due delle sedici vittime del Mostro di Firenze

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, le prime due delle sedici vittime del Mostro di Firenze

Quanti omicidi deve ancora commettere Bossetti per essere riconosciuto come un anger-excitation sexual murderer? Una coppia di serial killer sono i due fratelli Savi, Fabio e Roberto, l’hard core della Banda della Uno Bianca; un serial killer è Danilo Restivo; un serial killer è Luigi Chiatti; un serial killer è Paolo Stroppiana; un serial killer è Gianfranco Stevanin; un altro serial killer è Angelo Izzo, il mostro del Circeo e naturalmente un serial killer da manuale è stato il cosiddetto Mostro di Firenze, un classico Lust murderer. L’Italia non è un paese ‘serial killer free’.

Roberto Savi

Roberto Savi

Il nostro problema è che in molti vedono serial killers dove non ci sono, come nel caso dell’omicidio di Melania Rea o in quello di Chiara Poggi o, ancora, nel caso dell’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. Finché ci affideremo alla letteratura romanzata che rappresenta i serial killer come esseri rigidi e lontani dall’uomo comune, falliremo; finché non accetteremo che un serial killer non è un UFO ma un soggetto in divenire che ci somiglia e potrebbe essere il nostro insospettabile vicino di casa, apparentemente solo un po’ strano, continueremo a non riconoscerli e a non difenderci. Il giudice Antonella Bertoja, presidente della Corte d’Assise chiamata a esprimersi su Massimo Giuseppe Bossetti, deve sapere che Bossetti ha caratteristiche psicopatologiche da serial killer, che le dinamiche omicidiarie si spiegano facilmente in quest’ottica e che è capace di reiterare. Bossetti ha ucciso una volta sola ma è a tutti gli effetti, da un punto di vista psichico e comportamentale, un anger-excitation sexual murderer, un omicida per lussuria, un Lust murderer. L’omicidio per lussuria è un omicidio comune tra i serial killer e per questo Bossetti deve essere considerato un serial killer in fieri. Il legale delle parti civili, l’avvocato Enrico Pelillo ha detto il vero quando, durante la sua requisitoria, ha affermato: “Il movente dell’omicidio di Yara è chiaro e limpido ed è di natura sessuale”.

L’omicidio di Yara è stato un omicidio per lussuria, un omicidio premeditato da anni e partorito dalle fantasie ossessive di Bossetti. 

Il movente dell’omicidio commesso da Bossetti non è collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma è un movente intrapsichico, tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide). 

Gli autori di omicidi come quello di Yara sono detti Sexual Sadistic, sono soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che provano le vittime a causa dei loro atti; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie ( nel caso di Massimo Bossetti, una forma di pedofilia detta Hebephilia), sono spesso iposessuali, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente, conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie e dopo aver fatto salire in auto la loro vittima la portano in un’area sicura dove possono agire indisturbati. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, come abbiamo visto rientra nel range di età dei Sexual sadistic, cui corrispondono anche tutte le altre caratteristiche, inoltre, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica, Bossetti è un immaturo, ciò spiega il perché abbia commesso il primo omicidio a 40 anni.

Massimo Giuseppe Bossetti prima, durante e dopo l’omicidio di Yara ha agito da manuale, ricalcando le orme di un’infinità di Lust murderer che lo hanno preceduto:

– Prima dell’act out, prima di uccidere, ha manifestato interesse per le ragazzine minorenni; ha fantasticato per anni l’omicidio e le sevizie di una bambina; ha messo in atto comportamenti tipici dei soggetti che hanno subito abusi sessuali; è un bugiardo patologico tanto da essere soprannominato ‘favola’.

Bossetti, prima dei fatti, stava vivendo un momento difficile con la moglie, testimoniato dall’assenza di telefonate o messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre, data in cui fu uccisa la giovane Yara, con tutta probabilità, la tensione nei rapporti tra i due coniugi, dovuta non solo al fatto che Bossetti era venuto a conoscenza dei tradimenti della compagna ma anche alle difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio:“.. eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, possono aver avuto funzione di grilletto (trigger) conducendo Bossetti ad agire le sue croniche fantasie.

– Per quanto riguarda il modus operandi, Massimo Bossetti, durante il fatto criminoso che lo ha visto protagonista, si è comportato apparentemente come un serial killer misto. Egli non ha occultato il corpo della propria vittima, caratteristica tipica dei serial killer disorganizzati mentre come i serial killer organizzati ha pianificato le modalità di cattura ed il trasporto della vittima, ha condotto armi sulla scena criminis e non le ha abbandonate dopo l’uso, si è servito di un mezzo di trasporto, ha commesso l’omicidio in una zona a lui ben conosciuta, lontano da casa, è un soggetto socialmente competente con una facciata di normalità che viveva con una compagna e dei figli.

Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e l’aveva notata; nei giorni precedenti al delitto ha puntato la giovane, ne ha fantasticato e pianificato l’omicidio fino al momento in cui si sono presentate le condizioni favorevoli per metterlo in atto. Egli ha quindi sequestrato ed ucciso Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, cara a molti serial killer; questo tipo di serial killer cerca una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la cattura velocemente e la uccide o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove può agire indisturbato. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti ha intercettato Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e l’ha condotta nel campo di Chignolo d’Isola dove, ferita a morte, ha deciso di abbandonarla, tale campo si trova a poche centinaia di metri da un ingrosso di materiale edile presso il quale l’omicida si riforniva, quindi in un’area a lui ben conosciuta. I serial killer sono abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella loro ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le proprie fantasie in tutta ‘sicurezza’. Bossetti in qualche modo convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo tentò di fuggire ma invano.

Massimo Bossetti ha infine firmato il proprio delitto attraverso una cosiddetta personation. Gli otto tagli inferti da Bossetti al corpo inerme di Yara, non per uccidere, sono da considerarsi una personation, l’act out del core delle sue ricorrenti fantasie, il suo biglietto da visita, la sua firma.

Un omicidio può essere definito Sexual Homicide, come in questo caso, pur in assenza di atti sessuali veri e propri. La tecnica omicidiaria di Bossetti avvalora l’ipotesi dell’omicidio sessuale, egli ha ucciso Yara colpendola con le mani; ha cercato il contatto fisico con la vittima, un comportamento caratteristico dei Sexual Murderer, le ha slacciato il reggiseno e reciso le mutandine e ha poi infierito sul corpo inerme con un coltellino, tutti questi atti ci suggeriscono senza ombra del dubbio un movente sessuale e sono equiparabili ad una vera e propria attività sessuale sulla vittima (substitute sexual activity). Bossetti ha sostituito al pene il coltello e con quello ha penetrato la vittima. Quando si analizza il linguaggio verbale di un indagato o una scena del crimine o un cadavere, la tecnica non cambia, le informazioni inaspettate, come le azioni gratuite non finalizzate all’omicidio, sono di estremo aiuto per inquadrare il caso.

– La personation ci fornisce informazioni sulla personalità di un serial killer ed è la manifestazione più intima delle sue patologiche fantasie, è un marchio personalizzato, carico di significato ed estremamente gratificante per chi lo mette in pratica; si può pertanto affermare che fu proprio il desiderio di agire quella precisa personation, per averne una gratificazione sessuale, a spingere Bossetti ad uccidere.

– Il fatto che Bossetti non abbia occultato il corpo di Yara lo accomuna ai serial killer disorganizzati, mentre le sue restanti azioni rientrano tra i comportamenti dei serial killer organizzati; Bossetti ha pianificato tutto, pure l’abbandono e la posizione del corpo di Yara, egli sapeva che il ritrovamento dei poveri resti della bambina avrebbe fatto scalpore e che i Media ne avrebbero parlato per anni, Bossetti sperava così di poter rivivere l’omicidio ad oltranza.

– Per quanto riguarda i comportamenti di Bossetti dopo l’omicidio, come molti serial killer, è tornato sulla scena del crimine di frequente, sia prima che venisse scoperto il corpo di Yara, tanto da trovarsi nei paraggi il giorno del suo rinvenimento, che, di sicuro, poco tempo dopo quella tragica scoperta, almeno un’altra volta in compagnia di sua moglie, Marita Comi. Secondo la Procura, Bossetti si è recato in quell’area, nei cinque mesi seguenti all’omicidio, 195 volte, praticamente ogni giorno, mentre dal 19 settembre al giorno dell’omicidio, il 26 novembre del 2010 c’era stato solo 13 volte; il suo cellulare ha agganciato la cella di Chignolo d’Isola 40 volte dal giorno dell’omicidio a quello del ritrovamento del corpo; già il 9 dicembre 2011 la presenza di Bossetti in quell’area è documentata da una ricevuta di un metro cubo di terra acquistata in una rivendita di materiale edile poco distante dal campo dove si trovava il cadavere di Yara, acquisto che Bossetti non ha mai saputo giustificare. Quando il 26 febbraio 2011 un appassionato di aeromodellismo ha rinvenuto per caso il corpo della giovane Yara, Bossetti si trovava nei paraggi e a detta del padre Giovanni, Massimo Bossetti chiamò, alle 19.05, la propria madre Ester Arzuffi per chiederle se volesse raggiungerlo sul luogo del ritrovamento; egli, per evitare di destare dei sospetti, avrebbe preferito non presentarsi da solo sulla scena del crimine ma in compagnia, il diniego della madre comunque non lo scoraggiò, il suo desiderio morboso vinse sul suo ragionevole timore di esporsi.

Non fu una macabra curiosità a portare Bossetti sulla scena criminis, prima e dopo il ritrovamento del cadavere, né come ipotizzato dagli inquirenti, la sua “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, fu il desiderio di rivivere l’omicidio alimentando, in quel luogo tanto evocativo, le proprie fantasie, fantasie che hanno avuto un ruolo primario in questo omicidio.

– Bossetti, inoltre, ha mostrato, come molti serial killer, di godere della propria notorietà a prescindere dal motivo che l’ha reso famoso, tanto che durante un colloquio in carcere con la moglie Marita ed i figli ha affermato: “Quando mi hanno preso a casa con le manette le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

– Infine, la testimonianza del signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate, sulla tomba di Yara, nel settembre 2013, è credibile; alcuni serial killer per rinnovare le proprie fantasie si recano sulla tomba delle proprie vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto Mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci. La moglie di Bossetti, Marita Comi, in una intercettazione in carcere, ha confermato che lei ed il marito si recarono al cimitero di Brembate a cercare la tomba di Yara: “So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così… passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale… Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh” e lui: “Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?”.

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