Scomparsa di Guerrina Piscaglia: analisi di un’intervista rilasciata da Padre Gratien Alabi

Il signor Gratien Alabi ha 45 anni, è di nazionalità congolese, ha studiato alla Facoltà di Teologia dell’Università Saint Augustin di Kinshasa, al momento della scomparsa della Piscaglia si occupava, da circa un anno, con altri frati congolesi della parrocchia di Ca’ Raffaello. Alcuni dei suoi ormai ex parrocchiani lo adoravano e lo hanno descritto come estroverso, amichevole, capace di una parola per tutti, mentre i suoi detrattori lo detestavano poiché ritenevano che i suoi modi, durante la permanenza a Ca’ Raffaello, non si addicessero ad un uomo di Dio, tanto che alcuni di loro hanno abbandonano la sua chiesa ed altri hanno segnalano i suoi comportamenti libertini alla curia vescovile di Arezzo che nonostante tutto non ha mai preso provvedimenti nei confronti del frate.

Nel gennaio 2015 Padre Gratien Alabi ha rilasciato un’intervista all’inviato del programma televisivo Chi l’ha visto, Giuseppe Pizzo.

Padre Gratien Alabi

Padre Gratien Alabi

Giornalista: Lei non sa dov’è Guerrina?

La domanda giusta da fare sarebbe stata: “Secondo lei Guerrina dov’è?” e non una domanda diretta che tra l’altro suggerisce all’intervistato di negare.

Padre Gratien: Ss… come ho detto anche a voi, se voi come giornalista attraverso il vostro lavoro potete aiutare a chiedere anche informazioni alla gente se l’hanno vista da qualche parte o conoscono qualcuno da.. con chi lei sta sarà una bella notizia per me, anche una bella notizia per altri… se io sapevo dove e con chi sta adesso io potevo fare la denuncia anche adesso subito perché mi libera.

Padre Gratien si tradisce, risponde con un iniziale “Ss” che naturalmente ci fa pensare che sappia dov’è Guerrina, per il resto il frate evita di rispondere cimentandosi in una tirata oratoria. 

Giornalista: Si rivolga a Guerrina, la inviti a tornare a casa!

Il giornalista impone al frate di rivolgersi a Guerrina e gli suggerisce di invitarla a tornare a casa mentre avrebbe dovuto semplicemente chiedergli: “Vuol fare un appello?”. Queste prime due domande del giornalista non permettono a Gratien di esprimersi liberamente, le sue risposte, a causa delle domande mal costruite, sono scontate.

Padre Gratien: Sì ma quello io dico, se dove vede la tv come dicono le informazioni oppure la persone che sta con lei che vede.. anche come si… come si danno informazioni, che ha un cuore umano, che non deve far soffrire qualcuno per nulla. Io chiedo che possa ritornare a casa sua anche se non vuole stare più con suo marito, dichiarare chiaramente che io non voglio così, fa le sue cose.. anche per me, per liberarmi.. perché io non sono venuto in Europa per stare così a casa, sono venuto a lavorare come missionario.. ma quando sto così dalla mattina fino alla sera non so cosa fare mi fa.. come persona, mi fa molto male…

Padre Gratien non è capace di dire: “Guerrina, torna a casa per tuo figlio, per tuo marito e per me”, perché sa che non potrebbe in quanto l’ha uccisa, l’Alabi piuttosto intorbidisce le acque (muddy the waters) esibendosi in un’altra tirata oratoria durante la quale si dipinge come la vera vittima-protagonista di questa tragedia.

Gratien è, da un punto di vista psicopatologico, un soggetto con tratti istrionici e narcistici di personalità, privo di empatia, eccentrico, superficiale, egocentrato, atto alla manipolazione degli altri, con un’idea grandiosa di sé ed un estremo bisogno di ammirazione, è una specie di truffatore, un con man, un opportunista che si è fatto frate, non perché avesse una vocazione, ma per approfittare della situazione da un punto di vista economico e per assicurarsi, senza fatica, rispetto e credibilità al fine di agire le proprie patologiche necessità manipolatorie con più facilità. 

Giornalista: Lei l’ha incontrata dopo la scomparsa con questo zio Francesco?!

La domanda giusta da fare sarebbe stata: “Quando ha visto Guerrina per l’ultima volta?”,  il giornalista non avrebbe dovuto introdurre il fantomatico zi’ Francesco ma lasciare il compito all’Alabi.

Padre Gratien: Eh.. come ho detto quello eeeh.. non posso dire nulla nel senso che con il mio avvocato che è più giovane di me ma un ragazzo bravissimo, intelligente, saggio che abbiamo fatto questa… ha fatto la proposta di questa scelta di non rispondere, il fatto che ho già detto tutto quello che conosco…

Un’altra risposta evasiva durante la quale Padre Gratien fornisce informazioni estranee ai fatti, parla del suo legale e della scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere attribuendola in toto all’avvocato Luca Fanfani e cercando di far passare il messaggio che lui non ha nulla da nascondere, esilarante. 

Il frate congolese, dopo aver finto di collaborare nelle prime fasi dell’inchiesta, nel solo intento di depistare, in seguito alla sua iscrizione nel registro degli indagati si è avvalso della facoltà di non rispondere, comportamento quantomeno disdicevole per un religioso e sospetto oltre ogni ragionevole dubbio.

Ma come ha potuto pensare l’Alabi di essere così furbo da riuscire a depistare gli inquirenti? Padre Gratien è un bugiardo abituale con un’alta opinione di sé e delle proprie capacità manipolatorie che ha testato, godendo di buoni risultati, fino al giorno della scomparsa di Guerrina. Questo passato di indiscutibili successi lo ha portato a credere di potersela cavare dopo aver commesso l’omicidio. La riprova che il frate gode di un’alta autostima, sono la frequenza con cui ha inviato messaggi dal telefonino della donna scomparsa dopo aver commesso l’omicidio ed il fatto che abbia continuato a falsificare racconti surreali che hanno come protagonisti due personaggi, un venditore marocchino, amico della Piscaglia ed un fantomatico zi’ Francesco, nel convincimento di potersi prendere gioco di tutti, familiari, giornalisti, inquirenti e magistrati.

Giornalista: Zio Francesco, ce lo descrive?

Padre Gratien: Sì, per come ho detto per tutte queste cose voi potete, per cortesia.. io vi chiedo di parlare con il mio avvocato perché secondo me, con quello che abbiamo già deciso anche lunedì…

Un’altra risposta evasiva.

Giornalista: Ma esiste questo zio Francesco?

Padre Gratien: Non rispondo, per favore, non è che nascondo qualcosa ma come ho detto per correttezza verso di me stesso che abbiamo fatto questa scelta di non rispondere perché ho detto tutto quello che conosco, ma se la procura non mi crede, fino che non rispondo alla magistratura non posso rispondere a qualcuno…

Un’altra risposta evasiva e l’ennesimo tentativo di giustificarsi. Se fosse innocente Gratien Alabi negherebbe in modo credibile, non avrebbe motivo di non rispondere alle domande e di rendersi un sospetto.

L’Alabi ha raccontato al collega congolese Padre Faustino di aver incontrato un certo zi’ Francesco che avrebbe accompagnato Guerrina a Sestino il primo maggio e raggiunto il frate in chiesa, gli avrebbe riferito che la donna stava piangendo nella sua auto, era disperata e non voleva tornare a casa. A mio avviso questo racconto è in parte reale, quelle che Padre Gratien ha descritto a Padre Fuastino sono le vere condizioni psichiche della Piscaglia quel giorno, intorno alle 15.00, poco prima dell’omicidio, in quel frangente la donna piangeva, era disperata e non voleva tornare a casa. Nei racconti e negli interrogatori i colpevoli mescolano verità e fantasia per rendere le loro narrazioni o deposizioni più scorrevoli e credibili, le dichiarazioni dei sospettati vanno interpretate ma vi si trova quasi tutto. Questa storiella di zi’ Francesco dalla quale Mirko è escluso, avendo sempre riferito l’Alabi che l’Alessandrini si trovava al bar, lo affranca da un coinvolgimento nella scomparsa della moglie, se infatti l’Alessandrini fosse stato complice del frate egli ne sarebbe stato partecipe.

Giornalista: Lei come sta vivendo questi momenti?

Padre Gratien: Questi momenti è un po’ difficile per me, nel senso che come lo sapete con questa vicenda della storia della scomparsa di Guerrina, che non sono titolare di questa cosa, che non sono neanche vicino o lontano per la sua scomparsa, ma… sono… ero interrogato da, come si dice, dalla magistratura due volte, ho parlato… ho parlato e ho visto che la magistratura non mi crede a quello che dico io.

Padre Gratien non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso la sua amante, non ha detto: “Io non ho ucciso Guerrina Piscaglia”, anche questa volta cerca semplicemente di intorbidire le acque (muddy the waters) e di apparire come una vittima degli inquirenti. Le risposte medie di chi dice il vero sono composte da 10-15 parole, le sue sono invece lunghe e vuote tirate oratorie.

Giornalista: Guerrina le inviava messaggi e diceva di aspettare un bimbo da lei, può dire se lei ha mai avuto rapporti con Guerrina?

La domanda giusta da fare sarebbe stata: “Che rapporti aveva con la scomparsa?”, invece il giornalista rivolge a Gratien una domanda diretta che, nonostante sembri, a chi è a digiuno di analisi del linguaggio, il modo migliore di rivolgersi ad un sospettato, è purtroppo invece la peggior domanda da fare, peraltro l’intervistatore introduce spesso, attraverso le domande, termini che viziano le risposte del frate. In caso di interviste come questa, un giornalista dovrebbe contenersi e lasciare all’intervistato il 95% della parole.

Padre Gratien: Sì, come ho detto mi dispiace di ripetere tutto la stessa cosa… perché come ho già parlato alla magistratura non posso rispondere a qualsiasi domande fuori dalla magistratura.

Gratien risponde di “Sì” e poi continua a cercare giustificazioni alle sue risposte evasive.

Giornalista: Se lei ha avuto un rapporto intimo ce lo può dire questo?’

Padre Gratien: (fa cenno di sì con la testa) Come ho detto che non posso rispondere, mi dispiace che la famiglia, anche per me.. ma purtroppo non posso dire nulla di quello che, come ho detto, che non posso rispondere a qualsiasi domanda perc…

Il frate annuisce, il suo lapsus gestuale lo tradisce.

Giornalista: Lei non ha fatto del male a Guerrina?

Ancora una domanda diretta attraverso la quale, peraltro, il giornalista suggerisce a Gratien di negare. 

Padre Gratien: No, non ho fatto del male, con coscienza, non sono vicino né lontano da questa vicenda della sua scomparsa, non sono titolare di questa vicenda, sono corretto verso me e verso il mio Signore e nella mia coscienza…

Gratien nega ma la sua negazione a pappagallo non è credibile, si limita tra l’altro a dire: “non ho fatto del male”, evitando con cura di nominare la sua amante Guerrina. Una negazione credibile è quella che si trova in risposta ad una domanda aperta che tra l’altro fornisce sempre molte più informazioni di una risposta ad una domanda chiusa, per questo motivo le domande dirette vanno evitate almeno nelle fasi iniziali di un’intervista, le domande chiuse si usano soltanto per indurre l’intervistato a fare delle precisazioni e solo alla fine di un interrogatorio o di un’intervista. 

Padre Gratien non ha mai risposto a tono alle domande rilevanti, quelle sulla scomparsa di Guerrina (the answer doesn’t equal the question, Rudacille 1994), eppure dimostra di essere in grado di rispondere a tono quando interrogato su come viva la sua condizione di indagato. Il frate è reticente, evasivo (resistance to answer) e si perde in lunghe tirate oratorie monotematiche, tortuose e vuote dissertazioni sul perché non intende rispondere (rambling dissertation), entrambi questi atteggiamenti rientrano tra gli indicatori verbali di colpevolezza, in particolare tra quelli più statisticamente significativi.

Il giornalista ha riferito, durante la trasmissione, che Gratien avrebbe detto: “Secondo me Guerrina è in pericolo perché io non ho più visto quell’uomo (zio Francesco)”. Gratien con questa frase ci dice che Guerrina è morta e ci vuol far pensare che nel caso si trovasse il suo corpo ad ucciderla sarebbe stato il fantomatico zi’ Francesco, un ennesimo tentativo di manipolazione.

Padre Gratien durante un’intervista rilasciata ad un’altra popolare trasmissione televisiva ha detto: L’indagine su di me è indirizzata, penso di essere vittima di un’ingiustizia… Non ho mai avuto un rapporto sentimentale con lei. Non sono mai stato innamorato di lei e spero sia ancora viva.

Gratien dice: “penso di essere vittima di un’ingiustizia”, non: “sono vittima di un’ingiustizia”, la sua è una affermazione equivoca che tradisce una mancanza di convincimento ed è dettata dal fatto che è colpevole dell’omicidio di Guerrina ed è incapace di negare un suo coinvolgimento. Il frate aggiunge di non aver “mai avuto un rapporto sentimentale” con la vittima e di non essere “mai stato innamorato di lei”, con queste due affermazioni non nega di aver avuto rapporti sessuali con Guerrina Piscaglia. Il peggior guaio dei narcisisti, come padre Gratien, è l’intimo convincimento di essere più furbi degli altri. 

Per un’analisi completa del caso: https://malkecrimenotes.wordpress.com/2014/12/03/la-scomparsa-di-guerrina-piscaglia/

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Analisi di un’intervista rilasciata da Daniel Petru Ciocan

Una bambina romena di 9 anni, Maria Oana Ungureanu, è stata trovata morta in una piscina del paese di San Salvatore Telesino, era nuda con graffi sul dorso, gli abiti a bordo piscina. L’autopsia ha concluso per una morte asfittica per annegamento rilevando anche segni di una violenza sessuale non contestuale alla sua morte. Daniel Petru Ciocan, 21 anni è stato indagato per omicidio e violenza sessuale. Maria nel tardo pomeriggio del giorno del 19 giugno 2016 era uscita da casa per recarsi in chiesa, aveva incontrato Daniel, poi verso l’ora di cena era tornata a casa per prendersi un panino ed era di nuovo uscita.

Daniel Petru Ciocan

Daniel Petru Ciocan

Di seguito l’intervista rilasciata da Daniel Petru Ciocan alla giornalista Veronica Briganti:

Che cosa è successo domenica?

Sono andato a casa e poi sono andato a dormire e mi sono risvegliato circa verso le 7 e qualche cosa.

Della sera, le sette di sera e poi cosa è successo?

Mi sono svegliato perché m… mi ha chiamato mia sorella perché dovevo andarla a prendere con la macchina a Telese, mentre stavo dentro il letto ho sentito una voce di una ragazzina… bambina poi io ho cercato di riv…rivestirmi e di affacciarmi sulla finestra per vedere chi è e poi ho visto questa ra… bambina eee lo conoscevo già si chiama Maria e: “Daniel, Daniel…”, e poi: “Posso stare un poco insieme a te?”.

Il racconto di Daniel è dettagliato e il ragazzo non tenta in alcun modo di prendere le distanze dalla bambina, anzi la chiama per nome.

Questa bambina, scusa, ti stava chiama…, stava chiamando proprio te? Maria stava chiamando proprio te?

Sì, sì, eh sì, però…

Purtroppo la giornalista interrompe Daniel, le dichiarazioni spontanee sono sempre molto utili nell’analisi del linguaggio, spesso contengono materiale cruciale.

Maria sapeva dove abitavi.

La giornalista invece di chiedere a Daniel se Maria sapesse dove lui abitava, lo afferma per conto suo con certezza.

Sì, sì, sì.

Come mai lo sapeva dove abitavi?

Lo sapeva perché um… ci conosciamo praticamente con il padre di due anni e una volta ci siamo incontrati sul lavoro, abbiamo lavorato insieme quindi perciò e la bambina è scesa pure due volte a casa mia.

Daniel non prende le distanze neanche dal padre di Maria.

Cosa diceva?

Eh diceva: “Daniel, Daniel, eh posso stare un poco insieme a te?”. Una volta che mi sono affacciato sulla finestra: “Daniel posso stare un poco insieme a te? “. E perché?. ” E perché c’è una ragazza che mi da fastidio!”. Ok, va bene, però io devo andare a prendere a mia sorella a Telese mmm nessuno ha detto niente e io quindi ero messe le scarpe e scesi giù e lei mi ha aspettato fuori dal cancello fu… fuori dalla porta.

Ti metti le scarpe e scendi e che succede a quel punto?

Eee a quel punto me… vado verso il parcheggio per prendere la macchina per andare a Telese.

Insieme a Maria?

Insieme a Maria, però eh… io da mia sorella non sono mai arrivato.

Daniel usa il pronome personale “io” mostrando di prendere possesso di ciò che dice.

Perché?

Eh perché c’eran chiuse ahm… le strade da San Salvatore versooo Telese, c’ho provato, non c’ho mai arrivato a Telese io, quindi datesi che era s’è fatto tardi, io verso le otto l’ho accompagnata, l’ho lasciata davanti alla chiesa, ci sono delle persone, ci sono pure anche testimoni che m’ha visto e poi dopo io mi sono andato, io dopo non lo so più niente della s… bimba.

Daniel è credibile, egli usa ancora, per ben quattro volte, il pronome personale “io” mostrando di prendere possesso di ciò che dice.

Quando hai lasciato Maria davanti alla chiesa erano circa le otto di sera giusto?

La giornalista suggerisce la risposta.

Sì, sì, le otto di sera circa erano, sì.

E te lo ricordi, perché?

Perché mi ricordo l’orario perché ho guardato al bordo della macchina che erano le otto e perché mi sono pure preoccupato, poi fa tardi, dopo i genitori iniziano a cercarla e quindi meglio che lo riporto a casa fino quando non è troppo tardi.

Il racconto di Daniel è credibile, Maria, poco dopo che lui l’ha lasciata davanti alla chiesa, è passata da casa a prendere un panino, ciò esclude un possibile coinvolgimento del ragazzo nella morte della bambina.

Perché non l’hai riaccompagnata a casa ma alla chiesa?

No, io l’ho accompagnata davanti alla chiesa perché mi ha detto: “Daniel mi puoi accompagnare davanti alla chiesa?”, lei… ha detto la bambina.

La giornalista è a conoscenza sia delle abitudini di Maria che del fatto che la bimba viveva a pochi metri dalla chiesa ma, nonostante tutto, cerca di far passare il messaggio che Daniel si sia comportato in modo scorretto.

Tu dalle 9 e un quarto fino alle 10.00 di sera sei stato con tua sorella, giusto?

Una inutile domanda chiusa.

Sì, sì, sempre mia… in compagnia di mia sorella sono stato, poi mi sono fatto la doccia e sono uscito con gli amici, più o meno verso le 10.00.

Dove siete stati con gli amici?

 Aaa… praticamente sono andato a prendere a tutti quanti gli amici e poi mi sono sceso a Telese. 

Ancora un racconto dettagliato.

Ma siete stati in un locale, siete stati, dove siete stati con questi amici?

A Telese, vicino alle poste c’è un kebab, là dove si vende e poi una volta che abbiamo a sta là non lo so quante eee siamo andati sul lago, c’era un bar lì che sta aperto quindi siamo andati tutti quanti lì.

Ancora un racconto dettagliato.

Fino a che ora siete rimasti?

Siamo sta… più meno verso le due siamo stati poi dopo ricompagnato tutti quanti ala casa perché siamo andati con una macchina sola.

Ancora un racconto dettagliato.

Ecco la cosa importante da dire è che tu abiti praticamente attaccato alla chiesa, veramente a due passi dalla chiesa, giusto?

Um… n… sì, diciamo, a due passi dalla chiesa, sì. Proprio attaccato, attaccato, vicino alla chiesa, no.

Vabbé, comunque vicino insomma.

Sì, sì, molto vicinissimo… alla chiesa.

Sei stato tu ad uccidere la piccola Maria?

No, non sono stato io, dovete cercare da un’altra parte perché pure a me mi dispiace per questa bambina che era la figlia di amici miei quindi mi dispiace, non sono stato io, mi dispiace tantissimo. Questo che è successo non so mai aspettato di questa cosa qua che succedeva. Nemmeno lo sapevo che era successa tutta questa cosa.

Daniel nega usando un linguaggio a pappagallo mutuato dalla giornalista che purtroppo gli fa una domanda diretta, la sua risposta, per questo motivo, è poco interessante. Una negazione credibile è composta dal pronome personale, il verbo al passato e l’accusa da negare: “Io non ho ucciso Maria” oppure “Non sono stato io ad uccidere Maria”. Poiché l’intervista non è andata in onda nella sua interezza, non sono in grado di dire se Daniel abbia negato in modo completo e credibile.

Poi quando hai saputo che cosa era successo a Maria? Come l’hai saputo e quando l’hai saputo?

Praticamente io l’ho saputo aa il giorno appresso, la matina, quindi che stavo parcheggiando la macchina dentro il parcheggio vicino un ristorante che si chiama (incomprensibile), una pizzeria, mentre stavo parcheggiando lì ho sent… un è passata una persona e ha detto: “Vedi che ti stanno cercando i carabinieri”, per quale motivo non lo sapevo e quindi dopo, una volta che sono arrivato da un vicino di casa per salutarlo (incomprensibile) e quindi mi chiama mia sorella sul telefono del mio vicino di casa perché il mio telefono era scarico.

Ancora un racconto dettagliato.

Perché era scarico il tuo telefono?

Perché mi sono dimenticato di metterlo la sera a caricare il telefono.

A che ora s’è scaricato il telefono?

No, praticamente una volta che sono arrivato a casa già stava a uno, due per cento della batteria.

Però ce lo hai avuto acceso per tutta la sera, per tutta la notte, fino alle due ce l’hai avuto acceso il telefono?

Sì, sì.

Non l’hai mai spento?

No, no… mai.

E quindi mi chiama mia sorella: “Daniel…”, tutta preoccupata, “Daniel perché ti stanno cercando i carabinieri? “. “Boh, non lo so, non lo so”, e quindi dopo mi sono andato sulla caserma per domandare che è succeso e quindi dopo mee… più o meno m’hanno ditto ‘na mezza cosa, hanno trovato una bambina…

E quando hai saputo che si trattava di Maria?

Eee… non lo so, che orario potrebbero essere, quando sono arrivato alla caserma a (incomprensibile).

Sai che è stata violentata prima di essere uccisa?

Praticamente più o meno m’hanno detto, ahm ho sentito però mi dispiace.

Daniel non fa mai riferimento all’acqua nonostante sappia che la bambina è stata trovata morta in una piscina, gli autori di omicidi sessuali usano di frequente la parola “acqua”. La morte di Maria e la violenza sessuale che aveva subito in precedenza sono due fatti ben distinti, è semplicemente un caso che sia morta una bambina sulla quale sono stati rilevati all’esame autoptico i segni di un pregresso abuso sessuale; purtroppo le violenze sessuali sui bambini sono molto frequenti, violenze che spesso non vengono riconosciute dai genitori per ignoranza o perché le madri tendono a negare l’abuso in quanto ne sono state vittime loro stesse o perché sono a conoscenza del fatto che colui che abusa i loro figli è un familiare.

La mamma dice che devi… ti vuole vedere in faccia e vuole sapere da te perché non l’hai chiamata, perché non li hai avvisati che stavi andando via fuori da San Salvatore con la loro figlia?

Io ci vorrei dire alla madre e il padre che io sono innocente e non c’ho fatto niente del male a la bimba infatti ci sono dei testimoni che me l’hanno visto la ragazza, l’ho lasciato davanti alla chiesa e mi dispiace tantissimo quello che è successo.

Daniel nega in modo credibile e lo fa senza rispondere a tono alla domanda, semplicemente coglie l’occasione; gli innocenti negano ogni qualvolta si accenni anche solo lontanamente all’accusa. Questa risposta ci permette di escludere un suo ruolo nella morte di Maria. Il fatto che Maria fosse vittima di abusi sessuali non ci assicura che sia stata uccisa, potrebbe essere stata vittima di un incidente mentre giocava con i suoi amichetti. Maria aveva dei graffi sulla schiena che potrebbe essersi provocata passando sotto la rete di recinzione del giardino dove si trovava la piscina, quei graffi, con tutta probabilità li avranno anche coloro che erano con lei.

Tu con Maria che rapporto avevi?

Io questa bambina la trattavo bene, praticamente come una sorella diciamo, come la figlia di amici miei quindi dentro la macchina l’ho lasciata ascoltare la musica, le ho fatto scegliere la musica quello che ci piaceva a lei, questo abbiamo fatto dentro la macchina, non abbiamo fatto nient’altro.

La risposta di Daniel lascia dei dubbi, è inaspettato che dica: “questo abbiamo fatto dentro la macchina, non abbiamo fatto nient’altro”, si difende dalle accuse di aver commesso abusi sessuali senza che queste gli vengano mosse. La spiegazione potrebbe essere che una domanda simile con riferimento ad eventuali abusi gli era già stata fatta dagli inquirenti o il ragazzo potrebbe riferirsi ad una domanda precedente della giornalista che non è andata in onda.

Tu non l’hai toccata Maria?

No, no, non l’abbia… non l’ho toccata per niente.

Daniel risponde a pappagallo, la sua negazione ha poco valore perché è sbagliata la domanda, la domanda è diretta e la giornalista suggerisce una risposta negativa.

La trattavi come una bambina o come un’adulta?

No, la trattavo come una bambina.

La giornalista fa una domanda chiusa, la cui risposta non ci aiuta. 

Ci sono state altre occasioni in cui tu e Maria vi siete ritrovati da soli senza i genitori e avete fatto magari delle passeggiate, avete giocato insieme senza genitori?

No, non è mai successo, può darsi ci abbiamo visto in mezzo alla strada, ci ho detto: ”Ciao, ciao, come va? Tutto bene?”. E me sono andato, mai stato insieme a lei a fare una passeggiata, roba del genere, mai.

Daniel nega di aver fatto “passeggiate” con Maria e “roba del genere” ed è credibile.

Tu non hai violentato Maria né quella sera né volte precedenti?

No, no, mmm mai mi sono permesso di fare una cosa del genere, mai.

La giornalista ancora una volta fa una domanda chiusa che inficia la risposta oltre a suggerire una risposta negativa.

Non ti sarebbe venuto in mente?

No, non nemmeno avrei il pensiero, no, mai.

La giornalista suggerisce anche la risposta all’ultima domanda, per questo motivo, ancora una volta, la risposta non è analizzabile.

Daniel è accusato di violenza sessuale e omicidio, per il poco che è trapelato fino ad oggi, le indagini portano ad escludere, non solo che lui sia coinvolto in un omicidio ma che un omicidio ci sia stato. L’autopsia eseguita sul cadavere della bambina ha concluso per una morte asfittica da annegamento e ha rilevato segni di una violenza sessuale non contestuale alla morte che permette di escludere che la violenza sessuale possa essere il movente di quello che la procura ritiene un omicidio. L’assenza di un movente e le circostanze della morte di Maria portano a credere che si sia trattato di un incidente, l’omicidio per annegamento è raro, la maggior parte degli annegamenti è accidentale.

P.S.: Dal luglio 2016 sono consulente della difesa di Daniel Petru Ciocan e di sua sorella Cristina Ciocan, avvocato Giuseppe Maturo e avvocato Salvatore Nicola Verrillo.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate da Alex Schwazer alla stampa

Alex Schwazer è un atleta italiano, la cui specialità è la marcia. Schwazer, alle Olimpiadi di Pechino del 2008, ha vinto l’oro nella 50 km. Poco prima delle Olimpiadi di Londra 2012, è stato sospeso per tre anni e mezzo dal Tribunale Nazionale Antidoping per essere risultato positivo alla eritropoietina (Epo). Nel maggio 2016 si è qualificato per le Olimpiadi di Rio vincendo la 50 km ai Campionati del mondo a squadre di marcia di Roma. Il test Irms (Isotope ratio mass spectrometry) effettuato, il 13 maggio 2016, pochi giorni dopo la sua vittoria di Roma, su un prelievo del primo gennaio 2016, ha rilevato la presenza di testosterone sintetico, ossia steroidi anabolizzanti. Il test è stato effettuato dopo che gli esami del primo gennaio una volta inseriti nel passaporto biologico del corridore avevano mostrato un valore degli steroidi, sebbene nella norma, più alto rispetto ai precedenti.

Alex Shwazer

Alex Shwazer

Il 22 giugno 2016, Alex Schwazer, in una conferenza stampa, ha dichiarato:

– “Io sarò molto sintetico, oggi, anche perché sennò vengo di nuovo accusato di fare teatro. Ahm, come 4 anni fa sono di nuovo qua a metterci la faccia per rispettoo nei miei confroni e chi mi è stato vicino e mi è tuttora vicino. Però oggi non ci saranno nessune scuse, non devo scusarmi per nessun errore che non ho fatto eee come quattro anni fa, lì ho sbagliato, stavolta io non ho fatto nessun errore. Ahm anzi, da un anno e mezzo, con tanta fatica, stooo facendo il contrario, andando a Roma, allenarmi… ad allenarmi da Sandro, chiedendo a lui di fare il possibile per dimostrare che il mio ritorno siaa sia pulito e quindi io oggi non ci sarà nessuna scusa qua, non devo scusare… non mi devo scusare con il mio allenatore, con chi mi è stato vicino perché io non ho fatto nessun errore. Detto questo, io sono stato informato ieri di questa cosaa… di questa positività eee quindi non posso dire tanto, sono è un incubo per me, perché mm è la peggiore cosa che poteva succedere… eee però ee io vi posso giurare che qua si andrà in fondo, ehm… che si andrà in fondo perché io ho investito tro… troppo in questo ritorno, ho dato troppo e sto sto dando ancora adesso tanto, forse troppo e anche chi mi mi aiuta e mi sta vicino eee questo non, non viene abbandonato adesso perché c… c… c’è di nuovo un’ostilità, stavolta grande. Ci sono state già altre ostilità nel cercare di non farmi gareggiare, di non cercare… di non fare… farmi vincere a Roma, meglio arrivare piazzato però qua si andrà fino alla fine. Io… probabilmente qualcuno non vuole che io vada alle Olimpiadi. Io ancora ci credo, se non ci riusciria… riusciriamo perché è il 22 di giugno eee la positività è del primo di gennaio ma è stata accertata il 13 di maggio quindi… stranamente è passato di nuovo un po’ di tempo, quindi i tempi sono abbastanza stretti però almeno di quello che è successo con questa prova, questa provetta, io darò il cento per cento per chiarire. Ehm come ho già detto io in questi ultimi 4 anni ho fatto una serie di passi, come sapete davanti al giudice eee ho f…  inguaiato anche qualcuno, voi adesso dite: Forse era meglio non farlo no, no, no, io tutto quello che ho fatto in questi 4 anni lo rifarei, perchééé non si poteva fare da atleta vero le cose in una… maniera migliore. Un’ultima cosa per… per finire: io mmm so benissimo che un atleta che era già stato trovato positivo, ehm per qualcuno ha poca credibilità quindi sono sicuro pe… che per qualcuno le mie parole qua trovano il tempo che trovano eee colpevole o non colpevole fatte le cose in modo volontario, non c’entra niente. Io però voglio… voglio solo dirvi che ehm… c’è stato Sandro e tuttora vicino a me che una vita ha impiegato… ha impiegato la sua vita contro il doping ee come anche altre persone, come anche il professor D’Ottavio, come anche altri… altri professori che in questo progetto ci sono stati di fianco, ehm io spero che ci pensiate due volte prima di attaccare anche questi, io, con me io ormai mi sono abituato che… che ehm quando si vince, non hai vinto ma hai stravinto e sei il migliore del migl… dei… dei… il top del top, quando si perde o quando comunque si sbaglia eee uno è il peggio del peggio. Io mi sono anche abituato e mi sono probabilmente, anche abituato un po’ a questa situazione quindi non è un problema però… però io spero che con queste persone abbiate prima di scrivere delle cose forse non tanto vere la correttezza di pensarci due volte”.

Analisi:

– “Ahm, come 4 anni fa sono di nuovo qua a metterci la faccia per rispettoo nei miei confroni e chi mi è stato vicino e mi è tuttora vicino”.

Il fatto che paragoni questa conferenza stampa a quella di 4 anni prima, già ce la dice lunga.

– “Però oggi non ci saranno nessune scuse, non devo scusarmi per nessun errore che non ho fatto eee come quattro anni fa, lì ho sbagliato, stavolta io non ho fatto nessun errore”.

Alex Schwazer non nega l’uso degli steroidi ma afferma soltanto di non aver fatto errori. Schwazer non rassicura i suoi interlocutori che per lui fare un errore significhi doparsi. Quando dice di aver sbagliato quattro anni prima può semplicemente riferirsi agli errori di calcolo nell’uso dell’eritropoietina e non al fatto che l’abbia assunta. 

– “Ahm anzi, da un anno e mezzo, con tanta fatica, stooo facendo il contrario, andando a Roma, allenarmi… ad allenarmi da Sandro, chiedendo a lui di fare il possibile per dimostrare che il mio ritorno siaa sia pulito e quindi io oggi non ci sarà nessuna scusa qua, non devo scusare… non mi devo scusare con il mio allenatore, con chi mi è stato vicino perché io non ho fatto nessun errore”.

Non è Sandro Donati a dover dimostrare che il suo ritorno è pulito ma le sue analisi. Schwazer ripete ancora di non aver fatto nessun errore ma non nega di essersi dopato.

– “Detto questo, io sono stato informato ieri di questa cosaa… di questa positività, eee quindi non posso dire tanto, sono… è un incubo per me, perché mm è la peggiore cosa che poteva succedere… eee però ee io vi posso giurare che qua si andrà in fondo, ehm… che si andrà in fondo perché io ho investito tro… troppo in questo ritorno, ho dato troppo e sto sto dando ancora adesso tanto, forse troppo e anche chi mi… mi aiuta e mi sta vicino eee questo non, non viene abbandonato adesso perché c… c… c’è di nuovo un’ostilità, stavolta grande”.

Non trova giustificazione l’affermazione di Schwazer: “Detto questo io sono stato informato ieri di questa cosaa… di questa positività eee quindi non posso dire tanto”, perché prende tempo invece di negare? Se Schwazer non si fosse dopato avrebbe negato con forza, in realtà parla a se stesso, non si è ancora spiegato dove abbia sbagliato. L’errore è stato non pensare che i valori di steroidi, nonostante rientrassero nella norma, fossero superiori a quelli dei controlli precedenti, per questo motivo sono stati testati qualitativamente con l’Irms che ha rilevato la presenza di testosterone sintetico. 

E’ molto strano che Alex dica: “io ho investito tro… troppo in questo ritorno, ho dato troppo e sto sto dando ancora adesso tanto, forse troppo”, perché usa per tre volte l’avverbio “troppo”? Troppo significa: più del giusto, più di quanto sia necessario. Schwazer lascia passare l’idea che per lui i ritmi di allenamento fossero eccessivi.

– “Ci sono state già altre ostilità nel cercare di non farmi gareggiare, di non cercare… di non fare… farmi vincere a Roma, meglio arrivare piazzato però qua si andrà fino alla fine. Io… probabilmente qualcuno non vuole che io vada alle Olimpiadi. Io ancora ci credo, se non ci riusciria… riusciriamo perché è il 22 di giugno eee la positività è del primo di gennaio ma è stata accertata il 13 di maggio quindi stranamente è passato di nuovo un po’ di tempo, quindi i tempi sono abbastanza stretti però almeno di quello che è successo con questa prova, questa provetta, io darò il cento per cento per chiarire.”.

Alex, in questa dichiarazione alla stampa, non sostiene di non aver usato gli steroidi anabolizzanti, non dice che è impossibile ed inspiegabile o quantomeno strano che sia risultato positivo agli steroidi anabolizzanti. In questo stralcio, non afferma di trovar strano il risultato ma dice invece che “stranamente è passato di nuovo un po’ di tempo” tra il prelievo e l’accertamento della positività, lasciando supporre che sia stato manomesso il prelievo.

– “Ehm come ho già detto io in questi ultimi 4 anni ho fatto una serie di passi, come sapete davanti al giudice eee ho f… inguaiato anche qualcuno, voi adesso dite: Forse era meglio non farlo no, no, no, io tutto quello che ho fatto in questi 4 anni lo rifarei, perchééé non si poteva fare da atleta vero le cose in una… maniera migliore. Un’ultima cosa per… per finire: io mmm so benissimo che un atleta che era già stato trovato positivo, ehm per qualcuno ha poca credibilità quindi sono sicuro pe… che per qualcuno le mie parole qua trovano il tempo che trovano eee colpevole o non colpevole fatte le cose in modo volontario, non c’entra niente. Io però voglio… voglio solo dirvi che ehm… c’è stato Sandro e tuttora vicino a me che una vita ha impiegato… ha impiegato la sua vita contro il doping ee come anche altre persone, come anche il professor D’Ottavio, come anche altri professori che in questo progetto ci sono stati di fianco, ehm io spero che ci pensiate due volte prima di attaccare anche questi, io, con me io ormai mi sono abituato che… che ehm quando si vince, non hai vinto ma hai stravinto e sei il migliore del migl… dei… dei… il top del top, quando si perde o quando comunque si sbaglia eee uno è il peggio del peggio. Io mi sono anche abituato e mi sono probabilmente, anche abituato un po’ a questa situazione quindi non è un problema però… però io spero che con queste persone abbiate prima di scrivere delle cose forse non tanto vere la correttezza di pensarci due volte”.

 In questo ultimo stralcio Schwazer cerca di affrancare dalle responsabilità il suo allenatore Sandro Donati e il professor D’Ottavio. 

Infine tengo ad analizzare l’incipit della sua comunicazione:

– “Io sarò molto sintetico, oggi, anche perché sennò vengo di nuovo accusato di fare teatro”.

E’ paradossale che Alex Schwazer inizi la sua dichiarazione alla stampa dicendo che sarà “molto sintetico”, Schwazer ha convocato una conferenza stampa per difendersi dall’accusa di aver fatto uso di testosterone “sintetico”. Sebbene non vada interpretata come una confessione in quanto Schwazer usa semplicemente le parole che ha in mente, come è normale che sia, egli comunque non ha mantenuto la sua promessa, dopo quell’incipit ci saremmo aspettati che dicesse:  “Non ho usato gli steroidi anabolizzanti”, invece Schwazer ha parlato parecchio ma non ha mai negato in modo credibile l’uso degli steroidi, è stato evasivo. Se un soggetto è incapace di negare, non sta a noi farlo per lui. 

Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate da Letizia Laura Bossetti

“Ho posto al confronto dell’uomo franco un timido, che lo fa risaltare. Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”. Carlo Goldoni

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Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti, sorella di Massimo Giuseppe Bossetti, ha denunciato, tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, quattro aggressioni ai suoi danni. I racconti delle aggressioni fatti dalla donna ai giornalisti aiutano a delinearne la personalità, che per certi aspetti non appare dissimile da quella del fratello gemello Massimo,accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, un dato che non può essere interessante da un punto di vista investigativo.

  • A fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, Letizia Laura Bossetti ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni.
  • Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto.
  • Il 17 settembre 2014, Letizia ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola.
  • A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Nè i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti

Analisi delle dichiarazioni seguite alla terza presunta aggressione, quella del 17 settembre 2015:

– “Mi hanno aggredita perché difendo mio fratello”.

Letizia cerca di spiegare il perché degli attacchi nei suoi confronti senza riferire ai giornalisti che cosa invece ne pensino gli inquirenti. La sua conclusione non è logica; a che scopo qualcuno dovrebbero aggredire lei?

– “Mi hanno presa a calci e insultata, ho contusioni al volto e il coccige fratturato. Sto pagando un caro prezzo perché difendo apertamente mio fratello e sono convinta tuttora che sia assolutamente innocente”.

Letizia sostiene di essere stata oggetto di un pestaggio nonostante nulla avvalori le sue dichiarazioni, né un referto medico né l’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. La Bossetti continua a ripetere di essere certa che la aggrediscono perché difende suo fratello. 

– “E’ la terza volta che accade e probabilmente si tratta delle stesse persone. Soffro fisicamente e psicologicamente. Mi sono sentita colpire violentemente da dietro alla parte destra del capo, vicino all’occhio. Il colpo mi ha fatto cadere gli occhiali. E’ stato talmente forte che ho perso i sensi e sono caduta”.

La Bossetti non è stata in grado di descrivere i suoi assalitori agli inquirenti ma poi racconta al giornalista che “probabilmente si tratta delle stesse persone”, lasciando pensare che abbia i suoi buoni motivi per affermarlo.
E’ interessante la sua dichiarazione, in specie quando, invece di dire: “Mi hanno colpita”, dice: “Mi sono sentita colpire violentemente da dietro”, non semplicemente un passivo quale può essere: “Sono stata colpita” ma bensì “Mi sono sentita colpire”; Letizia, non solo usa una forma passiva per nascondere l’identità dell’autore del gesto, ma prende il più possibile le distanze da quell’azione inserendo nel racconto anche un superfluo “sentita” e naturalmente afferma di essere stata colpita “da dietro” in modo da giustificare il fatto di non essere in grado di descrivere gli assalitori.

– “Sono dei vigliacchi“.

– “Comunque continuerò a uscire perché non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita. Certo, la paura c’è”.

E’ significativo che la Bossetti dica: “non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita”, fa supporre il contrario, non in relazione all’accusa mossa a suo fratello ma riguardo ai pestaggi ai suoi danni. Già tra il 300 e il 400 dopo Cristo Girolamo di Stridone diceva: “dum excusare credis, accusas*”.

*mentre credi di scusarti, ti accusi. 

Il fatto che Letizia si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara. Durante il processo a suo carico il fratello Massimo è stato descritto come un bugiardo abituale; Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi ‘favola’, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli, tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Analisi di una telefonata intercorsa tra Letizia Laura Bossetti e sua madre, Ester Arzuffi:

– “Due con uno scooter, avranno avuto 25-30 anni … e una macchina. Due erano meridionali e uno tipo un moldavo, un croato…Vieni qua … che ti faccio vedere io a te, a tuo fratello cosa vuol dire bimbi pedofili”.

Nonostante la Bossetti abbia affermato di non essere in grado di identificare gli aggressori, nella telefonata a sua madre li descrive: “due meridionali e un moldavo, un croato”.

Analisi delle dichiarazioni seguite alla presunta aggressione del gennaio 2015:

“Mio fratello è innocente. Massimo Bossetti non ha ucciso Yara. Gli assassini di quella povera ragazza sono liberi, ma vivono nel terrore di chi si batte per dimostrare l’innocenza di mio fratello. Aggredendomi e minacciandomi mi stanno facendo capire che devo stare zitta, che devo abbandonare Massimo al suo destino. Ma non lo farò mai”.

Se fosse vero ciò che dice la Bossetti, sarebbe la prima volta che un omicida, non sfiorato dalle indagini, si mette in mostra intimidendo e percuotendo un parente di un indagato. Se l’omicida fosse un altro, lo stesso non avrebbe alcun motivo per uscire dall’ombra e rischiare di venir identificato, né di temere la Bossetti, non cambia le carte in tavola il fatto che lei continui a dire che Massimo è innocente, non le sta fornendo un alibi per la giornata dell’omicidio. Se l’omicida non fosse Bossetti se ne starebbe quieto a godersi lo spettacolo.

“Ho inventato tutto? Ho inventato anche tre costole rotte, un occhio gonfio e tre costole incrinate? Questo è l’ultimo referto dell’ospedale”.

I medici hanno sempre smentito la Bossetti. 

E’ imbarazzante ascoltare un soggetto che mente senza timore di venir smascherato e che afferma di avere lesioni che in realtà non ha, è il segnale di un disagio psichico. Letizia e suo fratello godono della notorietà a prescindere da come l’abbiano ottenuta e hanno sviluppato una sorta di dipendenza. E’ estremamente significativo, non un dettaglio da sottovalutare, ciò che Bossetti disse ai suoi figli durante un colloquio in carcere: “Quando mi hanno preso a casa con le manette, le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima. 

Non solo Letizia e Massimo non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito, tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugia patologica per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto». Fa un certo effetto che Massimo Bossetti si chiami anche Giuseppe, come suo nonno, ma anche come il padre naturale e che Letizia Bossetti si chiami anche Laura, come la moglie del padre naturale, Giuseppe Guerinoni.

Massimo Bossetti, al pari della Arzuffi, è incapace di prendersi delle responsabilità, si ritaglia invece sempre un ruolo di vittima come quando prova a giustificare la sua corrispondenza con la detenuta Gina in una lettera alla madre: “Il problema è che questa detenuta non faceva che provocarmi, istigarmi, tentarmi in ogni modo “forse messa sù da qualcuno” ma ormai il danno è compiuto e io come un cretino ci sono finito dentro ed essendo recluso in mancanza di tutto e soprattutto ogni bene familiare ed affettivo, ed ecco che anche i nostri pensieri pur di evadere alla ricerca di ogni affetto attraverso queste atroci 4 mura, dell’affetto completo che un giorno tenevo all’infuori di questo inferno con tutti voi e tutto questo mondo, inferno che mi trattiene da tutti voi, permette di rovinarci come una malattia che ti prende e ti porta via, la mente è ingestibile e fa affosculare e in depressione ti fa andare e a volte anche una mente sana può cadere in questa cosa strana perché è sempre presente un pizzico di follia ma non la “PAZZIA”.

“Uno di loro mi ha impedito di chiedere aiuto mettendomi una mano sulla bocca. Poi mi hanno trascinata verso l’ascensore e hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola. Sono svenuta. Non ricordo più nulla. È stata mia madre, vedendo che non tornavo a casa, a soccorrermi. Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze. Non riuscivo a respirare. Fitte dolorose al costato. Tre costole rotte, tre incrinate e la pupilla dell’occhio destro dilatata. Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni. Mi è andata bene. Potevano uccidermi”.

Letizia inizialmente dice: “hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola”, poi aggiunge che era “svenuta” e che “Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni” lasciando passare il messaggio che non fosse vigile quando l’hanno colpita e che solo dai traumi sia stata in grado di dedurre di essere stata percossa, un modo per prendere le distanze dai fatti. E’ alquanto sospetto che Letizia riferisca che l’hanno spogliata senza darne l’unica spiegazione plausible, un tentativo di violenza, non ne ha il coraggio, forse ella spera che qualcuno lo suggerisca, che sia la logica deduzione di chi la circonda. Sembra una spettatrice quando afferma: “Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze”“Mi è andata bene. Potevano uccidermi”, è teatrale quel “Potevano uccidermi” e fuori luogo vista l’assenza di lesioni.

Letizia, in quest’ultima occasione, ha messo in atto anche uno staging della scena del presunto agguato, sparpagliando gli stivali, le calze e la giacca; perché mai i suoi aggressori avrebbero perso tempo a spogliarla se non per violentarla? Questa messinscena e l’assenza di un tentativo da parte della donna di spiegarsi questo atto dei presunti aggressori avvalorano l’ipotesi che il pestaggio non sia mai avvenuto.

“Massimo l’hanno incastrato e adesso deve diventare il mostro perfetto da dare in pasto alla giustizia, e no, non ci riusciranno. Io, mia madre e mio padre ci batteremo fino all’ultimo perché siamo sicuri che non è un assassino”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

“Mio fratello è una persona stupenda. Ha sempre amato i suoi figli, sua moglie, non ha fatto quello che ha fatto”.

Letizia Laura Bossetti prova a negare le accuse mosse a suo fratello ma afferma: “non ha fatto quello che ha fatto”. Come può non aver fatto ciò che ha fatto? Letizia non nega in modo credibile, in ogni caso, la sua è una posizione difficile, non sta a lei negare ciò che neanche suo fratello non ha mai negato in modo credibile.

“Glielo posso… glielo posso… perché glielo posso dire sinceramente, perché lo sento dentro, lo sento dentro, lo vedo, non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso, se stesso e glielo dico col cuore in mano, io da gemella, con i miei genitori, con tutta la mia famiglia, con tutti quelli che lo conoscono, è innocente al 100%… io lo son convinta al 100% perché è il mio gemello, lo conosco, sono cresciuta insieme e lo dirò fino alla fine: Mio fratello è innocente ed è stato incastrato. Mio fratello è stato incastrato”.

Una serie di ripetizioni quali “glielo posso”, “lo sento dentro”, “se stesso” e la presenza dell’avverbio “sinceramente” indeboliscono la risposta della Bossetti.
E’ interessante la frase “non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso”, con la quale ancora una volta la Bossetti afferma che suo fratello “ha fatto” e in più si dichiara convinta che non abbia rimosso. E’ logico che Letizia, non essendo in grado di analizzare le prove e gli indizi a carico di suo fratello, non può sapere se è stato lui a commettere l’omicidio, infatti si limita a dire che è innocente e che non può che essere stato incastrato.

Ester Arzuffi

Ester Arzuffi

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

Letizia, durante l’intervistata, avvenuta in compagnia della madre Ester Arzuff,  indossava un collare ortopedico e si trovava semi sdraiata sul divano.

Laura, l’ennesima aggressione, ci vuoi dire cosa è successo?

“Era il compleanno di mamma eee aspettavamo tutti con ansia e con gioia la lettera dal carcere di mio fratello gemello Massimo Giuseppe Bossetti eee tutta entusiasta, so che aspettavo con ansia il postino, gli faccio a mia mamma: Mamma, tu finisci di lavare i piatti e tutto che scendo, vado a vedere se è arrivata la lettera di Massi. Arrivo al piano terra, praticamente, nel tempo che si aprono le porte, non faccio a tempo a mettere fuori un piede che mi trovo subito due persone vestite di nero incappucciati, avevano solo il taglio degli occhi del cappuccio, mi hanno puntato un coltello alla gola, mi hanno messo una mano sul naso per la bocca, per non gridare e mi hanno iniziato a dare i pugni”.

La prima parte del racconto in cui Letizia descrive il suo stato d’animo caratterizzato da “ansia”, “gioia”, “entusiasmo” e poi ancora da “ansia” e in cui illustra ciò che stava facendo sua madre è troppo carica e dettagliata per essere un preambolo al crudo e drammatico racconto di una violenta aggressione a mano armata dove non c’è spazio, al contrario, per la descrizione di alcun sentimento. La donna si prodiga nel riferire alla giornalista i sentimenti provati prima del presunto pestaggio ma non racconta di aver avuto quantomeno paura durante l’aggressione né di aver provato dolore. I racconti falsificati sono spesso privi di informazioni sensoriali quali possono esserlo quelle uditive, olfattive, visive e gustative, inoltre, chi mente omette di descrivere le proprio emozioni perché, non essendo accaduto ciò che racconta, evidentemente non le ha provate. 

Te li ricordi, puoi descriverli fisicamente, alti, bassi, italiani, hanno parlato?

“Erano… no, innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio, non potevo dire chi sono, non hanno parlato eee a… praticamente io mi son presa 2 pugni, tre in faccia, io sono svenuta e non ho più visto niente, allora mia mamma ha iniziato a sospettare, fa: è via da più di 10 minuti lasciami… spaventata… andare a vedere dov’è (incomprensibile) preso l’ascensore, s’è vista un paio di miei due paia di stivali, il giubbino e le calze tutte rotte… avevo la bava alla bocca dai pugni che mi avevano dato eee poi abbiamo chiamato subito la Croce Rossa”.

Quando le viene chiesto di descrivere i suoi assalitori, Letizia afferma: “innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente”, una risposta evasiva, segnale che la donna mente, Letizia finge di disconoscere la differenza tra ciò che si vede e ciò che si sente. Quando dice: “ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio”, mostra di non riuscire a mentire, non riesce a dire: “ho visto che erano più alti di me”, ma riferisce semplicemente di saperlo senza spiegare come ne sia venuta a conoscenza; inoltre, quando dice “avevano anche il cappuccio”, la presenza della particella aggiuntiva “anche” ci informa che qualcosa è stato lasciato fuori. Letizia afferma ancora: “Non potevo dire chi sono”, usando il verbo al passato invece che al presente, avrebbe dovuto dire: “Non posso dire chi sono”; la presenza di incongruenze nell’uso dei verbi fanno pensare ad un racconto falsificato. Quando Letizia dice: “eee a… praticamente io mi son presa 2 pugni, tre in faccia”, usa ancora una volta il verbo al passivo, l’uso del passivo serve a nascondere l’identità dell’autore di un certo atto. Infine, afferma di essere svenuta, come peraltro era già successo, a suo dire, in occasione della precedente aggressione, una scusa per smettere di falsificare. 

Laura non è stata una rapina?

“No, non è stata una rapina, è stata un’aggressione, è stata l’ennesima aggressione, mi passava davanti tutta la vita in quel momento lì, ho detto: qui è finita”.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena. Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili. Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Ti sei chiesta perché stava succedendo quello?

“Allora l’unica cosa che io mi son sempre detta è perché difendo al 1000 per 1000 mio fratello Massimo che è innocente. Anche se è stata l’ennesima aggressione non mi arrendo, non mollo, avanti tutta”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Tele Lombardia:

Continuate a credere nell’innocenza di Massimo Bossetti?

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui. Si sta evidenziando tutto l’opposto dell’accusa, stanno smontando tutto che come sempre ha ripetuto Massimo dal 16 giugno 2014, che non è lui e lo stiamo vedendo adesso”.

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui”, non significa nulla, non è una negazione credibile. “Massimo non ha ucciso Yara Gambirasio” è ciò che ci saremmo aspettati che dicesse sua sorella.

Cosa ha pensato quando ha ricevuto la lettera dal carcere di suo fratello in cui minacciava il suicidio?

“È da capire, due anni in carcere da innocente, quattro mesi e mezzo di isolamento, gli hanno fatto di tutto e di più, gli facevano entrare la posta che volevano, non facevano arrivare a casa le raccomandate anche a noi. E poi bisogna capire anche la morte del papà che era molto legato, ma non sarebbe mai arrivato a questo”.

Si è voluto solo sfogare?

“Non avrebbe mai pensato al suicidio, è la stanchezza dovuta a tutto questo, lui non c’entra e l’ha sempre detto dall’inizio”.

Bossetti in una lettera a sua madre e a sua sorella scrive: “Mamma e Laura, io so che la farò finita qui dentro, perché non posso accettare tutto quello che ho combinato a Marita e me lo merito davvero per quello che gli ho fatto”, ma nonostante tutto Letizia dice di non credere che suo fratello possa suicidarsi. Bossetti, già in precedenza, dopo aver scoperto che sua moglie Marita lo tradiva, aveva detto ai colleghi di volersi buttare dal ponte di Sedrina. 

Letizia sostiene che suo fratello abbia “sempre detto dall’inizio” che lui non c’entra con l’omicidio, non è vero, Massimo Giuseppe Bossetti non è mai stato capace di negare l’omicidio di Yara in modo credibile, lo abbiamo visto nell’analisi dei suoi interrogatori e in quella delle sue dichiarazioni in udienza.

Si è parlato molto della corrispondenza con la signora Gina.

“C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo, perché Massimo è sempre quello che abbiamo detto noi: casa, un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri, specialmente le bambine. Non ha mai fatto del male a una persona, non è lui che ha provocato questo delitto osceno”.

Affermando: “C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo”, Letizia intende dire che se anche Bossetti ha una certa parte di sé, quella che è emersa nelle lettere a Gina è comunque “un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri…”.

Secondo lei si è pentito di aver scritto queste lettere alla Gina?

“Ultimamente non facevano arrivare le corrispondenze a noi, poi è tutto un insieme di cose. Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale, né di più né di meno. Sicuramente ha sbagliato, perché è una cosa evidente, pero’ bisogna capire anche il posto in cui si trova”.

Letizia cerca di giustificare suo fratello, non è interessante questo suo tentativo quanto il fatto che dica “Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale”, lasciando intendere che Massimo non è una persona normale.

Cosa vorrebbe dire a suo fratello?

“Siamo tutti convinti della tua innocenza, vai avanti così che i tuoi avvocati stanno dando il massimo e vedrai che presto sarai a casa con la tua famiglia e i tuoi figli”.

Quanto le manca?

“Tantissimo, una vita, perché per me lui è la vita mia. Spero di abbracciarlo presto, non solo io, tutti i familiari, tutti quelli che hanno sempre creduto in lui e che stanno lavorando anche per lui. Specialmente anche di trovare il vero colpevole per la piccola Yara Gambirasio”.

Interessante che dica “che stanno lavorando anche per lui”, per cos’altro?

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti ad un’udienza del processo a suo fratello

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Cristiana Lodi:

Come state vivendo queste udienze, signora?

La giornalista usa il Voi per rivolgersi a Letizia Laura Bossetti, lo fa per mostrarle più rispetto possibile e per farle capire che sta dalla sua parte. Dalla fine del fascismo, che lo imponeva al posto del Lei, la forma allocutiva Voi è andata in disuso, si ascolta soltanto nelle forme dialettali di qualche provincia del meridione, naturalmente, con questa trovata, la giornalista non può che disorientare una donna bergamasca. 

“Come li abbiamo sempre vissuti nella normalità e nella speranza (incomprensibile) di trovare il vero colpevole (incomprensibile) giustizia per mio fratello e anche per la piccola Yara”.

Quando afferma che hanno sempre vissuto nella “normalità”, Letizia ci sta dicendo esattamente il contrario. Nell’analisi del linguaggio l’uso della parola “normale” presuppone che ciò che viene definito come tale, non lo sia affatto.

Voi siete sempre venuta, non avete mai mancato un’udienza?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Allora la prima e la seconda non sono venuta perché sinceramente non sapevo se dovevo essere sentita o che cosa, allora dopo mi sono informata che non ero aspettata né dalla difesa né dall’accusa e dalla terza udienza in poi sono partecipe… per dar forza e coraggio a mio fratello”.

Lei è convinta dell’innocenza di suo fratello?

“Al 1000 per 1000, sempre, al 1000 per 1000”.

Perché a vostro avviso non può essere stato vostro fratello a commettere questo delitto?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Perché lo conosciamo (ride) non farebbe male ad una mosca, è bravo, ha sempre pensato a lavoro, casa e famiglia, assolutamente no, non è lui, non è proprio lui”.

Come si spiega secondo voi questa presenza del DNA sugli slip di Yara?

La giornalista usa ancora il Voi e fa una domanda che non può che mettere in imbarazzo la Bossetti.

“Questo sarà praticamente sarà la sarà la difesa a smontarlo non ce lo spieg… non sappiam… le ripeto non sappiamo spiegarlo non sappiamo proprio com… spieg… io dall’inizio ho sempre detto che è stato incastrato e per me è stat… è così tuttora”.

Letizia appare confusa dall’uso del Voi tanto che risponde prima al plurale e poi torna alla prima persona singolare e naturalmente non è in grado di rispondere alla domanda della giornalista.

Siete convinti che è stato incastrato?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Sì, siamo molto convinti, sì, sì, sì, convintissima, me lo sento, non perché è il mio gemello ma lo sento proprio e lo conosco soprattutto, so tutto, io, di mio fratello (incomprensibile)”.

Quando vi siete visti la prima volta che cosa vi siete detti?

“Allora ci siam… increduli cioè increduli, praticamente noi abbiamo ricevuto la notizia che eravamo in ospedale con mio papà e pensavamo, pensavamo che fosse, che fosse successo, nel senso un (incomprensibile) a casa, un incidente a mio fratello, non pensavamo una cosa così grossa, così (incomprensibile) e purtroppo intanto è realtà, momentaneante è realtà”.

Per 4 anni si è cercato il presunto assassino?

– “4 anni, 4 anni, vero, 4 anni, bravissima, 4 anni”.

Nello scoprire che potrebbe essere stato vostro fratello che cosa avete pensato?

La giornalista usa ancora il Voi.

– “Che è una cosa assurda, cioè… assolutamente, 4 anni, una persona, 4 anni a tener nascosto un omicidio così gravissimo, perché è una cosa molto grave, conoscendo mi… non, nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così (incomprensibile), conoscendo mio fratello, è, tra virgolette, non tiene neanche la pipì, è come me”.

Quando Letizia dice: “nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così” evidentemente mostra di disconoscere la casistica.

Lo avrebbe detto?

– “Sicuramente poi avendo fatto anche 4 mesi di isolamento avrebbe anche parlato (incomprensibile) ma non è lui, non è lui.

Oggi in aula si è parlato della calce abbiamo sentito i consulenti del pubblico ministero dire che la bambina aveva tracce di calce e funghi sulla pelle sui vestiti nelle ferite.

– “Questo l’ho sentito, ero presente ma chiaramente sarà… sarà stato… io penso… sarà… non è impossibile”.

Una domanda difficile per Letizia, cui non è tenuta a rispondere non essendo un consulente della difesa ma che in ogni caso ci prova con un risultato, a dir poco, goffo. La giornalista, nonostante appaia fortemente di parte per l’uso del Voi che le serve a mostrare riverenza e a far capire alla sua intervistata che è innocentista, chiede alla sorella di Bossetti come si spiega le tracce di calce su Yara, Letizia non è certo in grado di difendere suo fratello. Nei casi di omicidio, la maggior parte dei giornalisti, oltre a offrire spiegazioni personali senza averne le competenze, si aspettano inspiegabilmente risposte su tutto da parte di chiunque.

Perchè Massimo, scusi, fa il muratore?

– “Fa il muratore ma non è detto perché un muratore deve fare il muratore deve andare a commettere un omicidio così grave assolutamente (incomprensibile) è normale che lavora con la calce come tutti i muratori”.

Ha ragione Letizia, la calce non è una prova della responsabilità di suo fratello in ordine ai fatti a lui contestati ma associata alla presenza del suo DNA sul corpo di Yara è un indizio contro di lui.

Il Mostro di Firenze, un serial killer da manuale

“Voglio la libertà di andare alla banca e alla posta, poi ci sarà il Signore che punirà il signor Canessa co’ un malaccio inguaribile che gli toccherà patì come un cane…”. Mario Vanni, morto dopo essere stato condannato all’ergastolo da innocente.

Il cosiddetto Mostro di Firenze, che ha colpito nell’omonima provincia della Toscana, dal 1968 al 1985, è stato un serial killer, un anger excitation sexual murderer, un omicida seriale per lussuria.

Gli 8 duplici omicidi:

Barbara Locci e Antonio Lo BIanco

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

1 – Intorno alla mezzanotte di mercoledì 21 agosto 1968, in una strada sterrata vicino al cimitero di Signa, il Mostro ha ucciso a colpi di pistola due amanti, Antonio Lo Bianco, 29 anni, sposato e padre di tre figli e Barbara Locci, 32 anni, sposata e madre di un bambino di 6 anni, Natalino Mele. I due stavano amoreggiando all’interno di un’auto, un Giulietta Alfa Romeo bianca, mentre il piccolo Natalino dormiva sul sedile posteriore. Le due vittime sono state attinte da 4 colpi di pistola ciascuna.

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini

2 – Intorno alla mezzanotte di sabato 14 settembre 1974, a Fontanine di Rabatta, vicino a Borgo San Lorenzo, il Mostro ha ucciso Pasquale Gentilcore, 19 anni e Stefania Pettini, 18 anni. I due giovani si erano appartati a bordo di una Fiat 127 in una strada sterrata e sono stati attinti rispettivamente da cinque e tre colpi di calibro .22. Stefania non è stata uccisa dai colpi d’arma da fuoco che l’hanno solo ferita alle gambe, è morta dopo che il suo assassino l’ha estratta dall’auto e l’ha colpita con il coltello per un totale di 96 volte; l’omicida le ha poi tagliato gli indumenti intimi, ha inciso la sua cute intorno alle zone erogene con ferite filiformi, ha penetrato la sua vagina con un tralcio di vite, ha posizionato il cadavere a gambe divaricate. Il Mostro ha colpito anche Pasquale, post-mortem, con 2 fendenti all’addome.

Giovanni Foggi e Carmela

Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio

3 – Nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno 1981 in una stradina sterrata sulle colline di Roveta, vicino a Mosciano di Scandicci, il Mostro ha ucciso all’interno della sua auto, una Fiat Ritmo, Giovanni Foggi, 30 anni e Carmela De Nuccio, 21 anni. Giovanni è stato attinto da tre colpi, Carmela da cinque. L’assassino, dopo aver estratto Carmela dall’auto, le ha strappato la camicia, le ha tagliato la cintura, i jeans e le mutande e le ha asportato il pube, risparmiando in parte le grandi labbra e infine, ha accoltellato, post-mortem, Giovanni.

Stefano

Stefano Baldi e Susanna Cambi

4 – Nella notte tra giovedì 22 e venerdì 23 ottobre 1981 a Travalle di Calenzano vicino a Prato, in località Le Bartoline, il Mostro ha ucciso Stefano Baldi, 26 anni e Susanna Cambi, 24 anni mentre si trovavano in una stradina sterrata all’interno di un auto, una Volkswagen Golf. Quattro colpi di Beretta calibro .22 hanno colpito Stefano e cinque Susanna. L’omicida ha prima estratto dall’auto Stefano che ha colpito con 4 coltellate, per poter raggiungere Susanna che ha tirato fuori dall’auto, ha colpito con il coltello sia alla schiena che al seno sinistro, le ha tagliato la gonna e le mutande, le ha asportato il pube, il perineo e parte delle cosce e l’ha lasciata a gambe divaricate.

antonella e paolo

Antonella Migliorini e Paolo Mainardi

5 – Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli, il Mostro ha ucciso Paolo Mainardi, 22 anni e Antonella Migliorini, 19 anni. I due fidanzati avevano appena consumato un rapporto sessuale in uno slargo sulla Strada Provinciale Virginio Nuova, vicino al paese di Cerbaia, a bordo di una Seat 147. Per un qualche motivo l’auto, dopo il duplice omicidio, è finita in un fosso e il killer ha abbandonato la scena del crimine senza infierire sui cadaveri con il coltello. Il luogo non era appartato, il Mostro avrebbe rischiato di farsi sorprendere da un auto in transito.

Horst

Horst Wilhelm Meyer e Jens Uwe Rusch

6 -Nella notte tra venerdì 9 e sabato 10 settembre 1983, a Giogoli, il Mostro ha ucciso  due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di 24 anni, mentre si trovavano sul loro furgone Volkswagen T1. L’assassino ha sparato sette colpi attraverso la carrozzeria del furgone, tre colpi hanno attinto Meyer  e quattro Rusch. Dopo l’omicidio non ha infierito sui corpi con il coltello. Rush portava i capelli lunghi, forse il Mostro lo aveva scambiato per una donna.

Pia Rontini e

Pia Rontini e Cludio Stefanacci

7 – Nella notte tra domenica 29 e lunedì 30 luglio 1984, a Borgo San Lorenzo, il Mostro ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Claudio Stefanacci, 21 anni e Pia Gilda Rontini, 18 anni, mentre si trovano su una Fiat Panda celeste in una strada sterrata raggiungibile dalla Strada Provinciale Sagginalese. Il killer ha infierito post-mortem sul corpo di Claudio con dieci coltellate, ha colpito due volte Pia alla gola, l’ha mutilata della mammella sinistra e del pube, parte delle cosce e dell’area perianale e l’ha lasciata a gambe divaricate.

Jean Michel Kraveichvili e Nadine.

Jean Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot

8 – Nella notte tra sabato 7 e domenica 8 settembre 1985, in una piazzola nella campagna di San Casciano Val di Pesa nella frazione di Scopeti, il Mostro ha sparato all’interno della loro tenda a due francesi in campeggio, Jean Michel Kraveichvili, 25 anni e Nadine Mauriot, 36 anni. Jean Michel dopo essere stato colpito alla mandibola e agli arti superiori è scappato tra i boschi, il killer lo ha inseguito e ucciso a colpi di coltello, dodici coltellate alle spalle, al torace, alle braccia, alla carotide mentre a Nadine ha asportato la mammella sinistra e il pube. Dopo quest’ultimo duplice omicidio il Mostro ha inviato un lembo della pelle della mammella di Nadine alla Procura della Repubblica di Firenze.

Busta della lettera

Busta della lettera che conteneva un lembo di pelle di Nadine Mauriot

Il modus operandi e la personation:

Il Mostro di Firenze ha ucciso 8 coppie con la stessa arma, una pistola semiautomatica Beretta calibro .22 Long Rifle e, quando le circostanze glielo hanno consentito, ha infierito sui cadaveri con un coltello. Il modus operandi del Mostro prevedeva per uccidere l’uso della pistola, a volte ha dovuto usare anche il coltello, arma che, in realtà, conduceva con sé per operare post-mortem sui cadaveri. In tre casi non ha usato il coltello: nel 1968, dopo aver ucciso Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, non ha infierito sui loro corpi con l’arma bianca perché in auto c’era un bambino; nel 1982, dopo il duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, non lo ha fatto perché rischiava di essere visto in quanto l’auto era ferma a ridosso di una strada provinciale molto trafficata; nel 1983, nel caso degli omicidi di Horst Wilhelm Meyer e Jens Uwe Rusch, si è reso conto, solo dopo averli colpiti, di aver ucciso due uomini e non due delle sue vittime ideali.

Gli omicidi commessi dal Mostro di Firenze non sono mai stati accompagnati da una attività sessuale vera e propria ma sono comunque omicidi con un movente prettamente sessuale. Si definiscono omicidi sessuali, non solo quegli omicidi in cui vi è evidenza di una attività sessuale ma anche quelli in cui è rintracciabile un’attività sessuale sostitutiva sulla scena del crimine o sul corpo della vittima.

Chi indaga in casi di omicidio senza un apparente movente, come nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, deve conoscere le diverse forme di attività sessuale sostitutiva quali possono esserlo la rimozione degli abiti o il taglio degli stessi, un certo posizionamento del corpo, l’uso gratuito di un’arma da taglio o da punta sul cadavere che spesso viene scambiato per overkilling, le mutilazioni post-mortem.

Gli atti sessuali sostitutivi permettono a chi li agisce di ottenere comunque una gratificazione sessuale.

Una delle vittime del Mostro di Firenze

Una delle vittime del Mostro di Firenze

Un omicida, come l’assassino di Yara o il Mostro di Firenze, ha l’esigenza di mettere in atto una personation per ottenerne una gratificazione. La personation è ciò che va oltre l’azione necessaria per commettere un crimine.

I tagli inferti sul corpo inerme delle vittime del Mostro di Firenze e su quello di Yara Gambirasio sono da considerarsi una personation, in quanto azioni gratuite sono indicatori della personalità di un omicida e rappresentano la manifestazione più caratteristica delle sue patologiche fantasie. La personation è uno straordinario marchio personalizzato estremamente gratificante e carico di un intimo significato, conosciuto solo a chi lo mette in pratica. Un comportamento ritualistico qual è una personation che si ripete in più omicidi assume il nome di signature o firma.

Nel caso degli omicidi del Mostro di Firenze, come nel caso di Yara, l’assenza di un’attività sessuale vera e propria ci fa propendere per un aggressore sessualmente incompetente alla ricerca della propria gratificazione sessuale attraverso la penetrazione dei cadaveri con l’arma bianca.

Il Mostro di Firenze, alle sue vittime di sesso femminile, ha spesso asportato il pube e la mammella sinistra, lo ha fatto per custodirli come trofei, trofei che gli permettevano di rivivere emozionalmente l’omicidio ogni volta che lo desiderasse. Il Mostro avrebbe potuto, con tutta probabilità, appropriarsi di un trofeo già nel 1974 ma non lo fece, forse l’idea gli venne in seguito, infatti, solo nel giugno del 1981, cominciò a mutilare le sue vittime. Anche Danilo Restivo incise il corpo della sua prima vittima e solo successivamente, durante il secondo omicidio, quello di Heather Barnett, asportò le mammelle.

Souvenir e trofei:

Dopo l’omicidio, i serial killer attraversano una fase totemica (totem phase) caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo la loro eccitante esperienza o tornando sulla scena del crimine o recandosi sulla tomba delle vittime o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse o parti del loro corpo.

Documenti delle sue vittime raccolti dal serial killer Edmund Kemper come souvenir

Documenti delle  vittime del serial killer Edmund Kemper conservati come souvenir

Gli oggetti che i serial killer rubano alle loro vittime, vengono detti souvenir e possono essere biancheria intima, monili, orologi, carte di identità e altroE’ frequente che un serial killer regali ad un familiare uno di questi souvenir.

Un patchwork di trofei appartenenti al serial killer Edward Kemper

Un patchwork di trofei appartenenti al serial killer Edward Gein

Souvenir più macabri quali possono esserlo parti del corpo di una vittima come i capelli, il pube, la mammella, la testa, gli organi genitali o i piedi, prendono il nome di trofei; un serial killer è un cacciatore di umani e come i suoi colleghi che cacciano animali, si porta a casa i cosiddetti trofei che gli permettono di accedere alle proprie memorie e di riviverle emozionalmente ogni qual volta lo desideri.

Per quanto riguarda il Mostro di Firenze, egli, per appropriarsi dei trofei, ha reciso in modo grossolano il corpo di alcune delle sue vittimeè una leggenda metropolitana che le escissioni fossero ascrivibili ad un esperto, tutt’altro, i tagli erano netti semplicemente perché il coltello era molto affilato ma gli interventi sul cadavere furono sempre approssimativi, rozzi, abborracciati.

Il ruolo della fantasia:

Un Lust murderer, come il mostro di Firenze o come l’assassino di Yara Gambirasio, è accompagnato, da un certo momento in poi della sua vita, da fantasie che diventano sempre più ingombranti e violente, fino al punto di costringerlo ad un act out.  Un Lust murderer è un soggetto che per mesi o per lunghi anni si è nutrito di fantasie ed è pertanto capace di premeditare in modo meticoloso e di ripassare ogni dettaglio del rituale che finirà per mettere in atto.

Il Geographic profiling:

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In caso di reati seriali, una tecnica per determinare in quale area vive un offender è lo studio, da un punto di vista geografico, dei luoghi in cui avvengono i suoi crimini. Il Geographic profiling, non solo permette di delimitare l’area in cui vive l’offender ma anche di ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto. Il modello comportamentale di cuu si basa il Geographic profiling prevede che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa e che quindi viva nell’area all’interno del suo raggio d’azione. Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una ‘comfort zone’, un’area dove si sente al sicuro e che nella maggior parte dei casi non è a ridosso di casa sua (zona cuscinetto), dove invece teme di venir più facilmente riconosciuto. I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e dove ha l’opportunità di incontrare le sue vittime; le ‘comfort zone’ possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua ma anche al posto di lavoro o alla casa dei suoi familiari.

Le vittime:

Un serial killer non è un essere cristallizzato ma un soggetto complesso e in work in progress come tutti noi, per questo motivo non necessariamente ha un unico pattern di vittime.

Tra i serial killer, Zodiac e Berkowitz, come il Mostro di Firenze, hanno avuto come bersagli anche delle coppie.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

Il crittogramma inviato da Zodiac alla stampa

Zodiac, è stato un serial killer americano, mai identificato, attivo per meno di un anno che, tra il dicembre 1968 e l’ottobre del 1969, ha aggredito 3 coppie ed un tassista, 2 delle sue vittime sono sopravvissute.

David Berkowitz

David Berkowitz

David Richard Berkowitz è un serial killer americano che è stato attivo dal dicembre 1975 al luglio 1977 ed è attualmente detenuto. Berkowitz ha ucciso 6 persone e ne ha ferite 7, ha aggredito le sue prime due vittime con un coltello e le altre con una pistola calibro .44. I suoi bersagli sono stati, per due volte, una coppia di amiche, poi coppie miste e una studentessa.

David Richard Berkowitz è stato adottato, i genitori adottivi gli avevano fatto credere che sua madre fosse morta dandolo alla luce, Berkowitz, per questo motivo, ha sviluppato un forte senso di colpa che si è trasformato in odio nei confronti della madre naturale e più in generale nei confronti delle donne quando, intorno ai 21 anni, il padre adottivo gli ha confessato che sua madre era viva e si chiama Betty Broder. David ha così scoperto di essere un figlio illegittimo e che suo padre, tale Joseph Kleinman, era un uomo sposato con tre figli.

David Richard Berkowitz aggrediva le donne per rappresaglia, era motivato da un odio e da una rabbia ingestibile nei loro confronti. Le sue vittime sono state dei surrogati, dei sostituti di quella figura femminile, la madre biologica, che incolpava di tutte le sue sofferenze.

Ma che cosa ha spinto Berkowitz ad uccidere le coppie? Berkowitz, nei primi anni di reclusione, ha riferito ad un compagno di carcere di aver aggredito le coppie che si baciavano in auto, prima che avessero rapporti sessuali, per evitare che nascessero altri bambini illegittimi che avrebbero sofferto come lui.

Lo studio di tutti i fenomeni che riguardano gli assassini seriali ha permesso di classificarli in categorie e di capire che a certi acting out corrispondono precisi caratteri psicopatologici, in gran parte derivati dal vissuto dell’offender e proprio per questo appare quantomeno seducente l’ipotesi che David Berkowitz e il Mostro di Firenze agissero per simili motivi e che, gli inquirenti di allora, il Mostro nostrano avrebbero dovuto cercarlo tra i figli illegittimi, gli adottivi o tra coloro che erano stati cresciuti da un unico genitore.

Le indagini:

Pietro Pacciani, un contadino di Mercatale, Val di Pesa, detto ‘il vampa’, è stato accusato di essere il Mostro di Firenze nonostante la sua psicopatologia molto diversa da quella del serial killer delle coppiette. Pacciani è stato un ipersessuale mentre il Mostro era un iposessuale.

Pietro Pacciani all’età di 26 anni ha ucciso a coltellate Severino Bonini, 41 anni, amante della sua fidanzata, Miranda Bugli, all’epoca quindicenne, e dopo l’omicidio ha violentato la ragazza, per questo omicidio ha scontato 13 anni di carcere; dopo essersi sposato con Angiolina Manni, una donna semi-inferma di mente, ha abusato sessualmente delle sue due figlie, Rosanna e Graziella, sin da bambine fino ad avere con loro rapporti sessuali completi dall’età di 17 anni e per questo, nel 1987, è stato condannato ad 8 anni di reclusione.

L’autore degli 8 duplici omicidi è stato un singolo offender che agiva per lussuria, il quale, come molti suoi colleghi Lust murderer, era affetto da un certo grado di impotenza tanto che gli unici atti sessuali agiti sulle vittime sono stati atti sessuali sostitutivi, taglio degli abiti nell’area pubica, accoltellamento e, in un caso, l’inserzione di un tralcio di vite nella vagina della vittima.

Il disconoscere la criminologia e l’aver sottovalutato le preziose informazioni che alcuni esperti americani di omicidi seriali avevano fornito a chi indagava, ha condotto gli inquirenti sulla strada sbagliata. Il Mostro ha fatto 16 vittime, le altre le ha fatte l’ignoranza.

I fatti umani si ripetono come copioni, questo è il vero argomento della criminologia, mentre non gli appartengono elucubrazioni fantastiche senza precedenti né susseguenti.

Caso Unabomber: analisi di alcune interviste rilasciate da Elvo Zornitta

Nel Nord-Est del nostro paese, tra Pordenone, Portogruaro e Lignano, tra il 1993 e il 2006, un serial bomber ha seminato 32 trappole esplosive che hanno ferito e menomato chi ha avuto la sfortuna di toccarle.

Il serial bomber italiano è stato soprannominato Unabomber, proprio come quel Theodore Kaczynski, un ex assistant professor di matematica alla Berkeley University, che ha terrorizzato gli Stati Uniti per 18 lunghi anni, dal 1978 al 1995, ferendo e menomando agli arti e agli occhi  ben 23 persone ed uccidendone tre. Il serial bomber americano è stato soprannominato Unabomber perché i suoi bersagli erano le università e le compagnie aeree (UNiversity and Airline BOMBER). Kaczynski è stato condannato all’ergastolo e lo sta scontando nel carcere ADX Florence, in Colorado, numero di identificazione: 04475–046.

Theodore Kaczynski

Theodore Kaczynski

Elenco degli attentati attribuiti all’Unabomber italiano:

  • 8 dicembre 1993, Portogruaro, giorno dell’Immacolata, esplode una cabina telefonica.
  • 21 agosto 1994, Sacile, sagra dei Osei, esplode un tubo bomba imbottito di polvere da sparo e di biglie di vetro, ferisce Daniela Pasquali ed i suoi due figli. I tubi bomba (pipe bombs) sono costituiti da scarti di tubi da idraulico chiusi da tappi e riempiti di miscele di polvere da sparo.
  • 17 dicembre 1994, Pordenone, esplode un tubo bomba nascosto sotto un cespuglio, una ragazza resta ferita.
  • 18 dicembre 1994, quarta domenica di Avvento, Aviano, mentre i fedeli escono dalla messa esplode un tubo bomba nascosto sotto un cespuglio.
  • 5 marzo 1995, domenica di carnevale, Azzano Decimo, esplodono due tubi bomba.
  • 30 settembre 1995, Pordenone, Anna Pignat Giovannetti raccoglie un tubo bomba vicino ad un cassonetto e perde la mano destra in seguito all’esplosione; un altro tubo viene raccolto e consegnato ai carabinieri, invece di analizzarlo, gli uomini dell’arma lo fanno brillare. Per attrarre la sua vittima Unabomber aveva posizionato delle banconote vicino al tubo.
  • 11 dicembre 1995, Aquileia, esplode una cabina telefonica.
  • 24 dicembre 1995, Latisana, esplode una cabina telefonica.
  • 26 dicembre 1995, Bibione, San Michele al Tagliamento, località balneare della provincia di Venezia.
  • 2 aprile 1996, Claut, dolomiti friulane.
  • 22 aprile 1996, Bannia, Fiume Veneto.
  • 4 agosto 1996, domenica, spiaggia di Lignano, Udine, un tubo bomba nascosto all’interno di un ombrellone cade al momento dell’apertura, Roberto Curcio lo raccoglie, il tubo esplode provocandogli la sezione dell’arteria femorale e gravi danni alla mano destra. Il tubo era avvolto nell’edizione pordenonese del Messaggero Veneto datata 2 agosto 1996.
  • 4 agosto 1996, Bibione, San Michele al Tagliamento, un bagnino rinviene un tubo bomba e lo getta nell’immondizia.
  • 6 marzo 2000, lunedì di Carnevale, San Vito al Tagliamento, viene raccolta una bomboletta di stelle filanti che nasconde un ordigno inesploso .
  • 6 luglio 2000, Lignano Sabbiadoro, un tubo bomba esplode e ferisce in modo grave Giorgio Novelli.
  • 13 settembre 2000, San Stino di Livenza, un tubo bomba esplode in un vigneto durante la vendemmia e ferisce una donna.
  • 31 ottobre 2000, Portogruaro, un uomo trova un ordigno in un uovo svuotatotra le uova contenute in una confezione acquistata in un ipermercato. L’ordigno è composto da selz, esplosivo, un innesco e una piccola pila. Nell’uovo vengono repertate due tracce: un capello e della saliva sul nastro adesivo usato per collegare la pila al guscio dell’uovo. Con tutta probabilità, in questo caso, le due tracce sono state lasciate involontariamente da chi ha montato la trappola esplosiva ma vale la pena di ricordare che era abitudine di Theodore Kaczynski lasciare volontariamente ‘tracce’ per prendersi gioco degli investigatori.
  • 1 novembre 2000, San Stino di Livenza, un tubo bomba viene trovato nello stesso vigneto in cui ne era esploso uno il 13 settembre.
  • 7 novembre 2000, Portogruaro-Pinè, Cordignano, un tubetto di conserva di pomodoro acquistato all’ipermercato di Portogruaro esplode e ferisce gravemente ad una mano di Nadia Ros.
  • 17 novembre 2000, Portogruaro-Roveredo in Piano, una bomba viene trovata all’interno di un tubetto di maionese.
  • 2 novembre 2001, giorno dei morti, Motta di Livenza, un cero votivo esplode tra le mani di Anita Buosi, custode di un cimitero, la donna viene ferita in modo grave sia alle mani che all’occhio destro.
  • 23 luglio 2002, Porcia, una donna compra all’IperStanda un vasetto di Nutella che le esplode in casa.
  • 2 settembre 2002, Pordenone, un tubetto di bolle di sapone, acquistato al Mercatone Zeta, esplode in mano a Claudio Cicalò, un bambino di cinque anni.
  • 25 dicembre 2002, Cordenons, durante la messa di mezzanotte un tubo bomba fornito di timer esplode sopra uno dei confessionali della chiesa di Santa Maria Maggiore. Il prete aveva appena finito di leggere un versetto di Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. In seguito ad una perquisizione, un altro tubo viene trovato inesploso nella stessa chiesa.
  • 24 marzo 2003, Pordenone, una bomba esplode in uno dei bagni del secondo piano del Palazzo di Giustizia dove si trovava l’ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che indagava su Unabomber. Le immagini delle videocamere di sorveglianza risultano illeggibili.
  • 25 aprile 2003, giorno della liberazione, Fagarè della Battaglia, San Biagio di Callalta, un evidenziatore trovato sul greto del Piave esplode in mano ad una bambina di nove anni, Francesca Girardi, che perde tre dita ed un occhio.
  • 2 aprile 2004, Portogruaro, la perpetua della chiesa di Sant’Agnese scopre una bomba alla nitroglicerina (nitroglicerina all’interno di una filetta Paneangeli) nascosta all’interno di un cuscino di un inginocchiatoio.
  • 26 gennaio 2005, Treviso, un ragazzino prende a calci l’interno di plastica di un ovetto Kinder che esplode senza ferirlo.
  • 13 marzo 2005, Motta di Livenza, chiesa di San Nicola vescovo, al termine della messa domenicale, Greta M., una bambina di sei anni, accende una candela votiva elettrica che esplode ferendola gravemente alla mano sinistra. Al cero era stata sostituita la fiammella con una lampadina esplosiva.
  • 16 marzo 2005, le Suore della Misericordia di Bacău in Romania trovano un ordigno inesploso in una scatola di sgombri inviata insieme ad altri aiuti umanitari dalle consorelle di Concordia Sagittaria.
  • 9 luglio 2005, Portogruaro, Unabomber colloca un ordigno costruito con la nitroglicerina sotto il sellino di una bicicletta, la pioggia battente lo disinnesca.
  • 6 maggio 2006, Porto Santa Margherita, Caorle, presso la foce del Livenza, Massimiliano Bozzo raccoglie una bottiglia con un messaggio all’interno, è un ordigno che gli esplode in mano ferendolo gravemente.

Unabomber ha creduto, con tutta probabilità, di essere vittima di una o più ingiustizie e le sue azioni sono state mosse da un desiderio di vendetta; Unabomber è stato incapace di dominare le proprie frustrazioni, quantomeno, per un periodo della propria vita, ha creduto che non gli fossero stati riconosciuti i propri meriti e gli attentati sono stati la manifestazione più eclatante della sua rabbia verso il mondo che lo circondava e hanno avuto funzione di megafono, un megafono che gli ha permesso di urlare ai suoi simili: “Guardate di cosa sono capace! Guardate come sono intelligente!”.

Unabomber ha fatto pagare un conto salato alla società, ha sfidato le istituzioni e ha provato a se stesso e al paese intero di essere più intelligente di chi gli dava la caccia, un risultato, per lui, estremamente gratificante.

Unabomber non è riuscito a punire chi lo faceva soffrire ma ha scaricato la sua rabbia su degli estranei, ha colpito a caso e le mutilazioni inferte alle sue sfortunate vittime non l’hanno fermato perché le ha vissute con distacco, sia per mancanza di empatia ma anche perché ha attribuito la colpa alla “curiosità” di chi ha toccato i suoi ordigni.

Unabomber ha avuto due periodi di inattività, tra il 1996 e il 2000 e dal 2006 ad oggi, motivi disparati possono averlo obbligato o indotto a fermarsi, un arresto, una malattia, una psicoterapia che può averlo aiutato a controllare la rabbia o semplicemente alcuni gratificanti cambiamenti intervenuti nella sua vita possono aver ridotto la sua ansia di riscatto.

Nonostante Unabomber abbia usato ordigni diversi, con tutta probabilità, gli attentati sono tutti ascrivibili a lui. Il modus operandi di chi commette reati seriali, che sia un serial killer o un serial bomber, non è statico ma dinamico, in work in progress. Con il passare del tempo le capacità di un serial bomber migliorano e per questo motivo i suoi ordigni diventano sempre più sofisticati. Unabomber, inoltre, ha imparato dai propri errori, errori che gli investigatori hanno purtroppo reso pubblici, sbagliando grossolanamente, a loro volta.

A volte il primo reato commesso da un seriale è facilmente collegabile a lui, come nel caso della Banda della Uno Bianca, purtroppo, però, spesso, gli investigatori a causa della loro cecità investigativa (linkage blindness) neanche glielo attribuiscono.

Gli ordigni di Unabomber erano ordigni di bassa qualità, costruiti con materiali riciclati da oggetti poveri e di uso comune. L’analisi dei componenti delle trappole esplosive di un bombarolo riflette il tipo di vita vissuta dallo stesso ed è d’aiuto per stilarne un profilo personologico.

Come da sempre sostenuto dal professor Francesco Bruno, nonostante la tragicità dei fatti, il senso dell’ironia era ed è, tutt’oggi, se il Unabomber è ancora in vita, una caratteristica principe della sua personalità. La presenza di banconote-esca vicino ad un tubo bomba, la conserva di pomodoro esplosiva, la maionese esplosiva, il barattolo di Nutella esplosivo, il sellino della bicicletta esplosivo, i ceri esplosivi, la bottiglia esplosiva e l’inginocchiatoio esplosivo, sembrano tutte idee mutuate dai cartoni animati che hanno come protagonisti Wile E. Coyote e Beep Beep.

Unabomber come Wile E. Coyote ha una elevata autostima, si sente un genio e proprio il fatto che non venga riconosciuto come tale lo rende un frustrato, non un frustrato come tanti ma un frustrato che prova a riscattarsi ferendo e mutilando degli sconosciuti e cercando di far parlare di sé seppure per atti riprovevoli e attribuibili soltanto ad un vigliacco.

Il biglietto da visita di Wile E. Coyote

Il biglietto da visita di Wile E. Coyote

Gli esplosivi di Wile E. Coyote

Gli esplosivi di Wile E. Coyote, nitroglicerina, dinamite e trinitrotoluene

Palle da tennis esplosive

Palle da tennis esplosive

Wile E. Coyote mette pallini d'acciaio nei semi per Beep Beep

Wile E. Coyote inserisce pallini d’acciaio nel mangime di Beep Beep

Semi esplosivi

Mangime gratuito (esplosivo)

Probabilmente Unabomber conoscerà la canzone di Eugenio Finardi, Vil Coyote, che si trova nel suo album Il vento di Lenora del 1989 ed è dedicata a Wile E. Coyote:

“C’é chi nasce come Paperino:
Sfortunato e sempre pieno di guai
E c’é chi invece é come Topolino:
Carino, intelligente e simpatico alla gente
Come Paperon de’ Paperoni
Pieno di fantastiliardi di milioni
Ma poi sta sveglio tutte le notti
Per paura che arrivi la Banda Bassotti

Ma io mi sento come Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai
Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
Ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

C’é chi vive come Eta Beta
Sembra che stia con la testa su un altro pianeta
non si alza la pmattina
Se non si spara un po’ di pnaftalina
C’é chi é come Pietro Gambadilegno
E’ sempre preso in qualche loschissimo disegno
E c’é chi vorrebbe avere tutte le risposte
Come nel Manuale delle Giovani Marmotte

Io mi sento come Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai
Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

Ma io mi sento Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai 

Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

Sì sì siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai”.

L’Unabomber italiano sembra essersi ispirato a Wile E. Coyote mentre quello americano ad un romanzo di Joseph Conrad. Nel gennaio 1995, Milt Jones, uno studente della Brigham Young University, leggendo il romanzo, L’agente segreto di Conrad, si accorse delle similitudini tra la storia dell’Unabomber americano e quella del protagonista del libro. All’arresto di Kaczynski, avvenuto qualche mese dopo, si scoprì che l’uomo, come il protagonista del libro di Conrad, aveva abbandonato la vita da professore per vivere in mezzo alla natura, inoltre, Kaczynski riferì agli investigatori di aver letto il libro molte volte e di aver usato, durante la latitanza, gli pseudonimi Conrad e Konrad.

Elvo Zornitta

Le indagini sull’Unabomber italiano hanno condotto gli inquirenti a sospettare dell’ingegner aeronautico Elvo Zornitta. Zornitta è nato in Veneto, nel 1957, si è laureato al Politecnico di Torino; ha lavorato alla Oto Melara di La Spezia, una fabbrica di carri armati e cannoni; vive in una villetta ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone e, all’epoca dei fatti, possedeva una casa al mare a Bibione e una mansarda a Belluno.

Durante una perquisizione nel capanno-laboratorio e nell’abitazione di Zornitta gli inquirenti trovarono pile stilo uguali a quelle usate da Unabomber, materiale elettrico, ovetti Kinder, un potenziometro, petardi svuotati dal loro contenuto e fialette Paneangeli; lo psichiatra Vittorino Andreoli che analizzò Elvo Zornitta concluse per una compatibilità tra il suo profilo e quello di Unabomber; lo studio della distribuzione geografica dei vari reati attraverso la tecnica del Geographic Profiling permise di concludere che l’area dove vive Zornitta è sovrapponiibile a quella in cui viveva Unabomber.

Su richiesta della Procura della Repubblica, il 2 marzo 2009, il fascicolo relativo a Zornitta è stato archiviato per mancanza di elementi sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio. La richiesta di archiviazione è arrivata soprattuto in seguito ad un fatto gravissimo, un balista della polizia, Ezio Zernar, responsabile del Laboratorio Indagini Criminalistiche della Procura di Venezia, durante le analisi del materiale proveniente da un tubo bomba inesploso attribuito ad Unabomber, ha manomesso un lamierino tagliandolo con un paio di forbici sequestrate a Zornitta, per questo motivo è stato condannato per falso ideologico e frode processuale.

Infine, il DNA isolato da un pezzetto di nastro adesivo repertato sull’uovo bomba, trovato il 31 ottobre 2000 in un supermercato di Portogruaro, non appartiene a Zornitta.

Elvo Zornitta

L’ingegner Elvo Zornitta

Analisi di alcuni stralci di un’intervista rilasciata da Elvo Zornitta a Giovanni Minoli nel marzo 2009 per il programma televisivo La storia siamo noi:

Elvo Zornitta: “Tutta la vicenda che mi riguarda è cominciata nel maggio del 2004… come tutta la gente che ha vissuto in questa zona avevo sentito parlare di Unabomber ma come si sente di tante cose che succedono, alla televisione”.

“Ho passato un periodo in cui mi aspettavo ogni mattina sinceramente che venissero a bussare alla mia porta e mi portassero in prigione eee e l’ho anche chiesto perché piuttosto che vivere in quella maniera”.

Strana affermazione, da rassegnato, per un innocente l’arresto è sempre inaspettato, anche se sa di essere indagato, un soggetto estraneo ai fatti spera fino all’ultimo che gli inquirenti si accorgano dell’errore.

Elvo Zornitta: “La mia vita non tornerà più ad essere normale eee né potrebbe essere altrimenti, fate conto che a 50 anni, il periodo forse migliore per un uomo, la mia vita è stata quasi stroncata, alla mia carriera lavorativa, le mie aspettative, le mie uniche speranze che avevo ancora eee certi ideali che avevo eee uno non può… cioè forse, se fosse capitato a 20 anni o a 30, uno aveva anche le energie, la forza di riprendersi, di ricominciare da capo tutto, a 50 anni è molto più difficile”.

Quando un soggetto afferma che qualcosa è normale, normale non è. Con la frase “né potrebbe essere altrimenti” Zornitta lascia intendere che, in ogni caso, a prescindere da questi fatti, la sua vita non sarebbe stata “normale”

Elvo Zornitta: “L’unica cosa che io, francamente, ci tengo aa far sapere a tutti quelli che vedranno questo programma è che si sta poco a far… a pensare a un mostro, a far credere un criminale una persona…”.

Zornitta dice: “l’unica cosa che io, francamente, ci tengo aa far sapere a tutti quelli che vedranno questo programma è che si sta poco a far… a pensare a un mostro, a far credere un criminale una persona…”, è vero ciò che afferma ovvero che ci vuole poco a trasformare un uomo in un mostro ma l’uso dell’avverbio “francamente” porta a pensare che esporre questo concetto non sia “L’unica cosa” a cui tenga e per cui rilasci di continuo interviste, l’avverbio, usato allo scopo di invitare a credere a ciò che dice, indebolisce questa sua affermazione.

“Era il 26 maggio del 2004 eee sono capitati qua, erano le le 7 meno venti, mi sono presentato alla porta in pigiama, tanto per intenderci, ancora dovevo vestirmi e prepararmi per andare al lavoro… son venuti hanno perquisito casa mia, hanno perquisito eee casa di mia madre, casa di mio fratello, il piccolo locale che i miei avevano al mare, mi ricordo interrogatori abbastanza pesanti, il primo è stato di 7, 8 ore, ees in cui eee mi sono stati contestate alcune cose che erano state trovate a casa mia”.

E’ poco rilevante che lui fosse ancora in pigiama, che dovesse ancora vestirsi e prepararsi per andare al lavoro, dettagli, un tentativo di far sorridere gli interlocutori che non può che stonare rispetto allo stigma che seguì a quella perquisizione. E’ come se Zornitta cercasse sempre il lato comico, spesso gratuitamente; in questo caso il cercare l’ironia a tutti costi è per lui controproducente perché minimizza la tragicità dei fatti occorsi fornendo informazioni superflue.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, lei vive e lavora esattamente nell’area di 30 km all’interno della quale si è verificata gran parte degli attentati di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Ma sa questo è un pochino strano…”.

La risposta di Zornitta è stata in parte tagliata dagli autori del programma. In effetti è una strana coincidenza che proprio uno come lui, che conosce gli esplosivi, che ha una grande manualità e che ama maneggiare oggetti simili a quelli usati da Unabomber per costruire i suo ordigni, viva all’interno della zona in cui sono state depositate le trappole esplosive e non a Catania o a Pisa. 

Elvo Zornitta: “Alcuni di quei posti dove sono avvenute le esplosioni, non li ho neanche mai visti, perché èèè… il mioo l’istinto da montanaro è sempre quello di spingermi verso nord, quando vado al sud, al limite vado al mare”.

Una cosa è dire “non ci sono mai stato”, “non ci ho mai messo piede” e un’altra è dire “non li ho neanche mai visti”, “visti” fa pensare a visitati. Zornitta non nega in modo credibile, non elenca i posti dove non è mai stato e dove invece sono avvenuti gli attentati e poi si diverte a provocare quando afferma:  “… quando vado al sud, al limite vado al mare”, il riferimento al mare porta automaticamente a pensare ai tubi bomba lasciati da Unabomber in spiaggia, a San Michele al Tagliamento e a Lignano Sabbiadoro.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, in casa sua sono stati trovati dei refill di penne bic, come queste, solo i refill, senza le cannucce e delle cannucce di penne Bic sono state usate da Unabomber per alcuni dei suoi ordigni, sua moglie poi ha confermato agli inquirenti di aver trovato in casa alcuni di questi refill senza le cannucce esterne”.

Elvo Zornitta: “Mia moglie, eee a quanto mi ha raccontato, ha detto di aver trovato aaa dei tubetti esterni mancanti della cannuccia eee perché probabilmente esaurita e buttata via ma eee tra l’altro a casa nostra di bic, mi sembra che non ce ne siano ee le penne che usiamo sono un altro tipo”.

Perché non cogliere l’occasione per negare in modo credibile e definitivo? Perché  riferirsi a ciò che ha raccontato la moglie, come se lui in casa non ci fosse stato o come se ne avessero parlato en passant? Zornitta dice: “Mia moglie, a quanto mi ha raccontato, ha detto di…” lasciando il dubbio che ciò che la moglie avrebbe raccontato a lui sia diverso da ciò che la donna avrebbe riferito agli inquirenti per la presenza del “… a quanto…” e poi afferma:“… mi sembra che non ce ne siano…” mostrando, non solo di non sapere esattamente che cosa abbia detto la moglie ma anche di non essere certo se in casa ci siano o meno penne Bic. E’ difficile credere che Zornitta non si sia accertato personalmente della presenza o meno di penne Bic in casa, visto il rilievo indiziario che hanno avuto certi oggetti.

Giovanni Minoli: “Senta ingegnere, poi ci sono le fialette Paneangeli, una componente per fare i dolci, alcune di queste, della stessa marca e aroma, trovate a casa sua, sono state riempite di nitroglicerina per alcuni degli ordigni di Unabomber”.

Elvo Zornitta: “Eee, ho mia moglie che faceva dolci eeee Paneangeli purtroppo è una delle marche più note, più comuni per eee, per dolcificare, dare aroma”.

Zornitta mostra ancora di avere difficoltà a rispondere, per ben tre volte, in una breve risposta, prende tempo con un “eee”.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, durante le perquisizioni a casa sua sono stati trovati dei petardi spezzati a metà, senza la polvere pirica, lei dice di aver usato quella polvere per fare dei fuochi d’artificio per un capodanno”.

Elvo Zornitta: “C’è stato un anno in cui ho tentato di fare dei fuochi artificiali ma molto, molto banali, cioè le classiche fontanelle usando la polvere dei petardi ee l’esito non è stato tra i più felici, nel senso che la fontanella si è esaurita subito e senza aa… e senza fare quell’effetto scenografico che io avrei voluto”.

Zornitta non dice: “Quell’anno ho tentato di fare dei fuochi artificiali” o “Pochi mesi prima avevo tentato di fare dei fuochi artificiali” ma un generico “C’è stato un anno in cui ho tentato di fare dei fuochi artificiali”, “un anno” può riferirsi a molti anni prima, pertanto appare strano che abbia conservato i petardi svuotati per lungo tempo. Interessante l’uso del termine “scenografico”, scenografici sono stati pure molti degli attentati di Unabomber ma soprattutto scenografici erano i titoli dei giornali e quelli dei TG che seguivano agli attentati.

Giovanni Minoli: “In realtà però sua moglie e alcuni colleghi dicono che lei non ha mai fatto fuochi d’artificio e allora?”.

Elvo Zornitta: “……. eee anche questa èèè direi estremamente buffo perché se io dico di aver fatto dei fuochi d’artificio che non so… che non hanno funzionato, che non hanno l’effetto che volevo eccetera, eccetera e si va a chiedere a un mio amico se ha mai visto questi fuochi d’artificio, non vedo il nesso, è chiaro, è ovvio che il mio amico dirà: Non li ho mai visti, non me li ha mai mostrati”.

Zornitta attende a lungo prima di rispondere e nonostante il tempo di latenza la risposta è poco chiara, contorta; è strano che un soggetto prepari dei fuochi d’artificio per il capodanno e poi li provi tutti, da solo, prima della mezzanotte del 31 dicembre.

Giovanni Minoli: “Fialette, polvere pirica, cannucce, pile della stessa marca di quelle utilizzate da Unabomber e molto altro, ingegnere, mettiamola così, lei sarebbe in grado di fare degli ordigni come quelli di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Io sono progettista, se uno mi da un disegno, uno schema eee qualcosa, una traccia, gli faccio l’oggetto, punto e a capo, non ho mai fatto bombe, non so come si fanno ma non penso che sia una cosa particolarmente difficile”.

Zornitta, in pratica, dice a Minoli di saper fare tutto anche solo con una semplice traccia, l’ingegnere non prende le distanze dai fatti ma butta benzina sul fuoco.

Elvo Zornitta: “Mi ero reso conto di essere seguito eee stranamente perché io di solito non guardo mai nello specchietto retrovisore”.

Zornitta ammette di aver saputo di essere seguito, naturalmente, se fosse stato Unabomber si sarebbe ben guardato dal piazzare altre trappole.

Elvo Zornitta: “Mi ricordo, era a fine agosto del duemila eee e sei eee uscivo da messa e em… i giornalisti sono venuti aaa a prendermi, in pratica, fuori dalla chiesa per dirmi che era stata trovata la prova che mi criminava”.

Elvo Zornitta: “La questione, se si è fermato veramente, se ricomincerà, è una domanda che mi sono posto e che continuerò a pormi a lungo”.

La conclusione della risposta “e che continuerò a pormi a lungo” lascia pensare, Zornitta non dice: “e che, forse, continuerò a pormi a lungo” perché, inspiegabilmente, non prende in considerazione il fatto che potrebbero arrestare Unabomber.

Elvo Zornitta

L’ingegner Elvo Zornitta

Stralci di un’intervista televisiva del 21 febbraio 2009:

Domanda di un telespettatore: “Lei cosa pensa, se può dirci?”.

Elvo Zornitta: “E’… guardi, la prima cosa che mi viene da dire è che la magistratura eee utilizza degli strumenti e delle… e degli argomenti che gli vengono dati da qualcuno, dalla parte investigante e non sempre questa è at… sono atti a dimostrare o a non dimostrare una cosa, anzi certe volte, volutamente, sono spinti verso un lato piuttosto che dall’altro, quindi io mi immagino chi deve poi prendere le decisioni ee decisioni in casi come questa, soprattutto, in cui sono molto complesse, non ha certamente la vita facile, poi è ovvio che non posso essere contento dei tempi che sono stati impiegati per arrivare quasi alla risoluzione”.

Giornalista: “Non è ancora finita?”.

Elvo Zornitta: “Non è ancora finita, nel senso chee c’è una richiesta di archiviazione da parte di quelli che dovrebbero essere gli accusatori, cioè i pubblici ministeri, adesso è in mano ad un giudice di Trieste che deciderà se concedere questa archiviazione eee però al di là di questo, 5 anni, secondo me, di gogna, sono veramente troppi per una persona”.

Giornalista: “Lei in questi 5 anni ha mai pensato, non ne esco più?”.

Elvo Zornitta: “Ho pensato più di una volta, non ne esco più, ho pensato più di una volta a cosa valeva, se valeva ancora la pena continuare a vivere in una situazione del genere”.

Generalmente il conoscere la verità, la rabbia nei confronti di chi ha commesso l’errore giudiziario ed il desiderio di rivincita tengono in vita un innocente. 

Giornalista: “Lei ha pensato al suicidio?”.

Elvo Zornitta: “C’è stato un momento in cui me l’ho pensato eee l’ho pensato come una soluzione, non tanto per me quanto per i miei cari eee e è proprio questo che mi ha fermato, sostanzialmente, se avessi avuto una figlia grande probabilmente avrei potuto pensarci e accarezzare di più questa idea, in realtà avendo una f… piccola da allevare, non era assolutamente il caso, non era giusto”.

Si contraddice, prima afferma di aver pensato al suicidio per affrancare la famiglia e poi di non averci pensato perché aveva una figlia piccola.

Giornalista: “Secondo lei sua moglie ha mai dubitato?”.

Elvo Zornitta: “La risposta è no.. perché… io e mia moglie ci siamo parlati molto spesso, della cosa e lei mi ha sempre difeso più di quanto mi sentissi io di difendermi”.

Rischioso e sbagliato rispondere per un altro, Zornitta avrebbe dovuto dire al giornalista che la domanda in questione avrebbe dovuto farla a sua moglie; bizzarro pure il finale “… lei mi ha sempre difeso più di quanto mi sentissi io di difendermi”, Zornitta non spiega perché non si sentisse di difendersi quanto lo facesse sua moglie Donata.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di stralci di un’altra intervista:

Elvo Zornitta: “Questa è una grossa soddisfazione eeem finalmente la giustizia ha… ha avuto il suo esito finale, certamente non mi può e non mi potrà mai ripagare di tutto quello che ho patito in questi anni”.

Elvo Zornitta: “Non so e non voglio neanche pensare ad Ezio Zerman, io mi chiedo solo se ad un poliziotto, a cui tutto sommato affidiamo la nostra vita ee vada a manomettere qualcosa che è in suo possesso e che può incriminare una persona”.

E’ forte e giusto ciò che dice Zornitta su Ezio Zernar. 

Elvo Zornitta: “Nella fase cruciale l’abbiamo vissuta tutti molto uniti ma con gran… grandissimi problemi, grandissimi problemi perché voi capite perfettamente, non è facile svegliarsi la mattina con i telecronisti fuori dalla porta”.

Lo Stato non tutela gli indagati e le loro famiglie ed è imperdonabile.

Elvo Zornitta: “Il problema grosso secondo me è che qualunque cosa io possa fare nella mia vita aleggerà sempre intorno a me il sospetto: Ma può essere stato lui, non può essere stato lui”.

E’ vero che dopo che un soggetto, seppur innocente, viene trasformato dai Media in un mostro, il sospetto su di lui resta ma di sicuro Zornitta un po’ ci marcia, gli piace che aleggi e parecchio.

Elvo Zornitta: “Pretendo, voglio che questa pena, questo problema, tutto questo venga risarcito in qualche maniere, se la persona che è stata indicata come colpevole per questa manomissione non potrà farlo ovviamente ricorreremo io e gli avvocati che mi stanno seguendo eee tramite altri altri procedimenti”.

Elvo Zornitta: “Può essere una persona che non è più in grado di agire per incapacità fisica oppure perché in prigione oppure perché è malato èèè… può essere una persona che semplicemente si è anche ravveduta, per paura, soprattutto”.

Perché Unabomber avrebbe dovuto aver paura se non per essere finito tra i sospettati? Gli unici che possono essere stati intimiditi dagli inquirenti sono coloro che sono stati indagati, quindi, Zornitta ci sta dicendo che Unabomber è uno di loro e che il motivo per cui si è ravveduto è la “paura”. Ecco a cosa mi riferisco quando dico che a Zornitta piace che aleggi, così come non vuole pensare a Ezio Zernar non dovrebbe voler pensare neanche ad Unabomber ed invece lo giudica, ne traccia profili e spiega al pubblico i motivi per i quali il bombarolo non colpisce più; Zornitta non ha le competenze criminologiche per parlare di bombardi seriali, tali competenze si acquisiscono in seguito a decenni di studi e non dopo essere stati indagati per i loro reati. 

Giornalista: “Unabomber è un vigliacco?”.

Elvo Zornitta: “E’ certamente, certamente, èè, a mio avviso, si disinteressava completamente di chi andava a colpire, fossero bambini, donne, vecchi, non importava, l’importante era accentrare l’attenzione su di lui e questo è un altro particolare strano, perché se uno vuole accentrare così tanto l’attenzione e poi non fa più niente per accentrarla”.

Zornitta si esprime ancora su Unabomber, spiegando il motivo per il quale, a suo avviso, agisse.

Unabomber non colpisce più perché qualcosa è cambiato nella sua vita: o è morto o è in galera o ha ottenuto, finalmente, ciò che aveva desiderato per anni: attenzione. Unabomber potrebbe sentirsi gratificato dall’attenzione che ha, in questo momento, come persona, con il suo nome e cognome e per questo motivo non ha più bisogno di cercarsela come fantasma.

Un giornalista chiede alla moglie Donata, se abbia mai avuto un sospetto su di lui:

Donata Zornitta: “Non l’ho mai avuto, noi ci conosciamo ormai da 28 anni ma guardi mai, assolutamente, lui è sempre a casa con me”.

“Non l’ho mai avuto” è una debole negazione, “… ma guardi mai, assolutamente…” non è una negazione credibile, il “mai” non sostituisce la negazione e l’“assolutamente” indebolisce la risposta; se la moglie di Zornitta avesse preso possesso della risposta, dicendo: “Io non ho mai sospettato di mio marito” sarebbe stata più credibile; infine, è molto ingenuo che la signora affermi: “lui è sempre a casa con me”, tra l’altro non usa il verbo al passato, non dice: “lui era sempre a casa con me”, non si riferisce al periodo in cui Unabomber colpiva ma parla del presente; in ogni caso, ci saremmo aspettati che la moglie di Zornitta dicesse che suo marito non avrebbe mai potuto agire violenza, non che sta sempre a casa con lei. 

Donata Zornitta: “Non ci credevo, non era possibile che fosse uscita tutta questa storia che, completamente avulsi da… da tutto, ciò che può essere vero, insomma, era tutto inventato”.

Il materiale sequestrato a Zornitta era compatibile con quello impiegato per preparare gli ordigni ed il suo profilo psicopatologico è compatibile con quello di Unabomber, il fatto che Ezio Zernan abbia manomesso il lamierino è  inaccettabile ma che tutto il resto fosse stato inventato non corrisponde al vero.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

 Dopo l’archiviazione del procedimento a suo carico avvenuta il 2 febbraio 2009:

Elvo Zornitta: “E’ un periodo di pace, di serenità e soprattutto di tranquillità diciamo che si sta normalizzando tutta una vita che è stata sbalzata completamente dal suo iter”.

Strano che Zornitta dica che “si sta normalizzando tutta una vita”, che è ben diverso dal dire: “la mia vita sta tornando alla normalità”, con questa frase, egli lascia intendere che la sua vita non sia mai stata normale, dal giorno della sua nascita a quel momento.

Elvo Zornitta: “Io ho utilizzato quel tipo di fialette esclusivamente per fare dei lampadari nel presepe che stavo realizzando a casa mia, l’ho realizzato proprio tra il 2001 e il 2005”.

Da un’altra intervista rilasciata a Francesco Macaluso nel marzo 2016 e proiettata ad Jesolo, ad un convegno sui serial killer:

Elvo Zornitta: “Un mio ex collaboratore mi segnalò, forse per vendetta e per sciocchezze accadute nel posto di lavoro, 20 anni fa. Sono ingegnere aeronautico, laureato al Politecnico di Torino. Ho lavorato alla Oto Melara di La Spezia che fabbricava carri armati e cannoni ma mi occupavo di ricerca a livello teorico con particolare attenzione alle blindature. In gioventù ho realizzato, per gioco, petardi con la polvere pirica, tutto qui”.

“In gioventù ho realizzato, per gioco, petardi con la polvere pirica, tutto qui”; non è vero che è tutto lì, nell’intervista rilasciata a Giovanni Minoli ha sostenuto di aver preparato fuochi di artificio per un capodanno usando la polvere pirica di alcuni petardi nel periodo in cui Unabomber operava. 

Elvo Zornitta: “In questi anni mi sono fatto l’idea di Unabomber come di un matto lucido che poteva agire per vendette personali o per allertare una determinata e circoscritta zona d’Italia. Io ho una figlia, all’epoca bambina, soltanto una persona con profonde turbe potrebbe agire in quel modo sapendo che i bersagli potrebbero essere bambini come la propria figlia che a sua volta potrebbe essere vittima di questi ordigni. E’ quello che ho sempre cercato di far comprendere agli inquirenti”.

Prendiamo per buono che Zornitta stia dicendo che lui non può essere Unabomber perché aveva una figlia piccola all’epoca degli attentati, non sono d’accordo sul fatto che vada escluso che Unabomber avesse dei figli, anzi, gli ordigni costruiti per colpire i bambini fanno sospettare il contrario.

A mio avviso, Unabomber aveva almeno un figlio e riciclava i contenitori interni dei suoi ovetti Kinder come riciclava le fialette Paneangeli della moglie, inoltre, Unabomber costruiva ordigni per ferire i bambini perché, probabilmente, ad un certo punto della sua vita si è sentito affettivamente in competizione con loro, si è sentito derubato delle attenzioni di sua moglie e per questo motivo ha iniziato a colpirli. E’ normale che alla nascita di un figlio, un uomo si senta messo da parte, le attenzioni che la donna riversa sul nuovo nato, lo speciale rapporto madre-figlio tendono ad escludere il maschio e lui può sentirsi abbandonato ed esserne geloso, in specie se ritiene di non aver ricevuto da piccolo quelle stesse cure. Aggiungo che la moglie di Zornitta, Donata, nonostante sia architetto, ha insegnato per molti anni alla scuola primaria.

In ogni caso, se Unabomber avesse avuto dei figli e una moglie e non avesse voluto che si ferissero con i suoi ordigni, avrebbe comunque potuto proteggerli non conducendoli nelle zone dove li aveva piazzati e andando lui personalmente a fare la spesa, cosa che, probabilmente, a volte faceva, di sicuro quando lasciò tra gli scaffali dei supermercati la maionese esplosiva, le uova esplosive, il tubetto di concentrato di pomodoro esplosivo, la Nutella esplosiva e la confezione con l’uovo esplosivo.

Alle prime frustrazioni che avevano condotto Unabomber ad abbandonare i tubi bomba per strada, frustrazioni probabilmente riguardanti l’ambito lavorativo, si può essere aggiunta una crisi coniugale, dovuta alla nascita di un figlio, che lo ha portato a detestare i bambini e a produrre trappole esplosive destinate proprio a loro. Un serial bomber è un soggetto in divenire, non solo dal punto di vista del modus operandi ma anche per quanto riguarda gli obiettivi.

Zornitta continua ad esprimersi su Unabomber, sulla sua personalità e sui motivi che l’hanno spinto a colpire: “… mi sono fatto l’idea di Unabomber come di un matto lucido che poteva agire per vendette personali o per allertare una determinata e circoscritta zona d’Italia”,  ciò che stupisce sono proprio i giudizi emessi ed i toni usati dall’ingegnere nei confronti di Unabomber che egli mostra di non temere.  

Elvo Zornitta: “Allora, doveva trattarsi magari di una persona che ha dimestichezza con gli esplosivi, ordigni rudimentali, inizialmente con la polvere pirica per arrivare alla nitroglicerina. Mi chiedo perché non si sia indagato sui fornitori di questo materiale che non sono molti. Io penso a una persona che non ha legami affettivi qui e che può avere anche a che fare con le forze militari non italiane di stanza sul territorio”.

“Allora, doveva trattarsi magari di una persona che ha dimestichezza con gli esplosivi…”, strano l’uso del verbo al passato “doveva” e al presente “ha”, Zornitta, nonostante Unabomber non agisca più, l’ingegnere non prende nemmeno lontanamente in considerazione l’ipotesi che possa essere morto ma parla di lui come se fosse vivo e proprio perché ne sembra convinto non si comprende il perché continui ad irritarlo. Unabomber ha lasciato un ordigno nei bagni del secondo piano del Palazzo di Giustizia dove si trovava l’ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che indagava su di lui e Zornitta lo sa, il perché non tema che Unabomber reagisca alle sue continue provocazioni è un “mistero”.

Elvo Zornitta: “Non voglio accusare nessuno, ma credo che a disseminare terrore potrebbe esserci una mano militare: magari di qualche soldato presente in Friuli e non italiano”. 

Elvo Zornitta: “Secondo me la pazzia di quest’uomo che ha… di questo Unabomber è stata proprio questa che ha inscenato tutta una serie di attentati senza sapere quelle che potevano essere le conseguenze, senza sapere, senza voler neanche conoscere quali erano poi gli obiettivi, bambini piuttosto che vecchi, persone che assolutamente non c’entravano niente con lui, persone che non gli avevano fatto niente. Io posso ancora riuscire a capire quando uno per vendetta di qualche cosa, di qualche torto che ritiene di aver subito decide di fare un gesto di questo tipo, permaloso, ma non verso il pubblico, verso la gente”.

Perché Zornitta giustifica Unabomber dicendo che, secondo lui, non aveva contezza delle conseguenze? Come poteva non “sapere” dopo aver fatto i primi feriti gravi? Perché Zornitta continua a pontificare sulla psicopatologia di Unabomber senza averne le competenze? Con la frase “Io posso ancora riuscire a capire quando uno per vendetta di qualche cosa, di qualche torto che ritiene di aver subito decide di fare un gesto di questo tipo, permaloso, ma non verso il pubblico, verso la gente”, che intende dire? Perché usa l’avverbio “ancora”? Quell’ancora si riferisce al presente che lui paragona ad un passato in cui lui evidentemente la pensava diversamente. Zornitta capisce che si possa fare “un gesto di questo tipo” per vendetta ma solo nell’intento di colpire un soggetto preciso “ma non verso il pubblico, verso la gente”, bizzarro che chiami la gente “pubblico”, un termine che il mattatore Unabomber userebbe volentieri.

Elvo Zornitta: “E visto che tutto sommato siamo sull’argomento quello che ci tenevo anche a dire è una cosa prima di tutto, uno che ha figli a meno che non abbia delle grosse turbe personali psicologiche non va a colpire i altri bambini, io con mia figlia, soprattutto allora, era una bambina, ero legatissimo, sono a tuttora che ha vent’anni, sono a tuttora legato in una maniera pazzesca”.

Un bisogno di enfatizzare “… ero legatissimo, sono, a tuttora, che ha vent’anni, sono, a tuttora, legato in una maniera pazzesca” che non dà l’effetto sperato ma che fa apparire il legame tra lui e sua figlia quasi morboso; un “Io amo mia figlia” sarebbe apparso più sano e avrebbe ottenuto l’effetto sperato.

Elvo Zornitta: “Tua figlia fa parte dei bambini, voglio dire, domani può darsi che si trovi davanti uno di questi oggetti che questo criminale ha lasciato in giro, questo che mi sono anche chiesto perché gli inquirenti non hanno mai pensato a … non è che io potessi stare a casa 24 su 24 o che abbia mai detto a mia moglie non andare in quel supermercato, quindi se fossi veramente stato io, sarei stato due volte criminale, avrei messo a repentaglio anche mia figlia, anche mia moglie”.

Non si può escludere che Unabomber fosse sposato con figli, come ho già accennato, una parte della sua rabbia sarebbe potuta derivare da un rapporto coniugale particolarmente frustrante; infine, nulla ci dice che Unabomber non sperasse di ferire i suoi familiari con le trappole lasciate al supermercato ma, in ogni caso, non sarebbe stato difficile impedire a sua moglie di comprare maionese, uova, concentrato di pomodoro e Nutella, sarebbe bastato rifornire la credenza di quei prodotti o collocare gli ordigni all’interno di confezioni di marche non utilizzate in famiglia, per il resto, sarebbe stato alquanto improbabile che i suoi familiari si imbattessero nei suoi ordigni se lui non li avesse condotti, durante le feste, nei luoghi dove li aveva posizionati. 

Elvo Zornitta: “L’attentatore certamente ha avuto un grossissimo passaggio da quando è partito dai tubi pieni di polvere pirica, di quello che era ed è arrivato alla nitroglicerina, io, francamente, non me ne intendo tantissimo di esplosivo ma qualcosetta quand… nel primo periodo della mia vita, l’ho vista, ho visto i danni che può fare un tipo di esplosivo militare o addirittura civile eee passare da una polvere pirica a un materiale così delicato da maneggiare ma soprattutto da fare, m’ha sempre lasciato qualche perplessità, cioè se uno poteva ricorrere a degli esplosivi eee non riesco a capire perché vada a finire proprio sulla nitroglicerina che è pericolosa da maneggiare, da realizzare, a meno… a meno che non abbia una fonte che lo rifornisce, in qualche maniera, di questo materiale, baa… una fonte, non così difficile da scoprire e su questo che io ho sempre detto in tutti i colloqui che ho avuto con personale inquirente, ho detto: Puntate gli occhi su questo lato”.

Zornitta mostra di sapere cosa ci fosse nei tubi e in che quantità “… tubi pieni di polvere pirica, di quello che era…”, non è tanto il fatto che dica cosa ci fosse nei tubi, informazione che era stata pubblicizzata dagli inquirenti ma che abbia la necessità di correggersi subito dopo averlo affermato con un “… di quello che era…” per mostrare di non saperlo per certo. 

“… io, francamente, non me ne intendo tantissimo di esplosivo ma qualcosetta quand…” l’uso dell’avverbio francamente prova che Zornitta vuole convincere il suo interlocutore dicendosi franco, sia l’aggettivo qualificativo di grado superlativo assoluto tantissimo che l’avverbio francamente indeboliscono la sua affermazione, la frase convincente da dire sarebbe stata: “io non ho dimestichezza con gli esplosivi”. In ogni caso, dopo aver affermato che non se ne intende tantissimo, è quantomeno bizzarro che Zornitta sciorini le sue conoscenze in fatto di esplosivi esprimendosi da esperto su quelli usati da Unabomber: “… non riesco a capire perché vada a finire proprio sulla nitroglicerina che è pericolosa da maneggiare, da realizzare, a meno… a meno che non abbia una fonte che lo rifornisce, in qualche maniera, di questo materiale, baa… una fonte, non così difficile da scoprire e su questo che io ho sempre detto in tutti i colloqui che ho avuto con personale inquirente, ho detto: Puntate gli occhi su questo lato”. La nitroglicerina si può fabbricare, non necessariamente va acquistata, il fatto che Zornitta abbia insistito con gli inquirenti perché cercassero una fonte, ha naturalmente accentuato i sospetti su di lui in quanto è risaputo che i seriali spesso si intromettono nelle indagini. 

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di un’intervista rilasciata da Elvo Zornitta ad Andrea Pasqualetto e pubblicata su Il Corriere della Sera del 7 novembre 2014:

Andrea Pasqualetto: “Oggi, ‘l’ingegnere cattolico dagli occhi di ghiaccio’, come la chiamavano i giornali quando le prove contro di lei sembravano schiaccianti, crede ancora nella giustizia?”.

Elvo Zornitta: “E’ una domanda imbarazzante, ho dei problemi a dare una risposta netta. Diciamo che credo ad alcuni magistrati, a quelli che fanno il loro lavoro a costo della vita. Basta così, ecco”.

Andrea Pasqualetto: “Che effetto le ha fatto finire all’interno di un processo che è stato anche, giocoforza, mediatico? L’attenzione di giornali e tv, alle quali lei non si è mai sottratto, come l’ha vissuta?”.

Elvo Zornitta: “E’ stato un trauma. La prima volta sotto i riflettori, per me, nella vita, non la dimenticherò più. E’ stato pesante anche l’aspetto della carta stampata, perché, come si immagina, non sempre si gioca in maniera pulita. Mi ricordo di una frase che io ho detto una volta a una persona, una cosa del tipo: ‘Chi ha provato una volta la nitroglicerina non torna alla polvere da sparo’, buttata lì per scherzare con un amico; me la sono ritrovata scritta sul giornale, in un senso che mi sembrava stravolto, quasi come fosse una specie di confessione”. 

Zornitta non dice: “la stampa non sempre gioca in maniera pulita” ma “non sempre si gioca in maniera pulita”, coinvolgendo nel gioco pure se stesso, tra l’altro usa il termine “gioca” che ricorda più i comportamenti di Unabomber che quelli della stampa. Con il suo racconto: “… io ho detto una volta a una persona, una cosa del tipo: ‘Chi ha provato una volta la nitroglicerina non torna alla polvere da sparo’…”  Zornitta ci mostra quanto ami provocare, quanto goda del fatto che la gente abbia ancora dubbi su di lui.

Andrea Pasqualetto: “E poi?”.

Elvo Zornitta: “Dopo che il mio nome è diventato pubblico, i giornali non mi hanno lasciato più in pace; in tv sono andato dopo, quando è stata presentata la controperizia. Io mi sono esposto prima, però, perché tutti sapevano chi ero. Volevo dare un messaggio forte, perché l’aria intorno a me stava diventando pesante. Leggevo su internet che si diceva: “Trovato il mostro”, o cose del genere”.

Andrea Pasqualetto: “Ha mai avuto paura di non uscirne più?”.

Elvo Zornitta: “Ho avuto la sensazione di portarmi un peso enorme sulle spalle. Questo sì”.

Andrea Pasqualetto: “E i rapporti umani? Ci sono state persone che hanno chiuso i rapporti con lei perché la credevano un pericoloso criminale?”.

Elvo Zornitta: “In effetti, ci sono stati colleghi di lavoro che mi hanno detto di averci creduto fino a gennaio 2007. Sembra incredibile, per lo meno a me”.

Andrea Pasqualetto: “Se il risarcimento arrivasse, sarebbe un uomo felice?”.

Elvo Zornitta: “Non è una questione di cifre, nessuno mi ripagherà di quanto accaduto a mia figlia, a mia moglie, ai miei genitori. Deciderà il giudice. Io sono tranquillo”.

Andrea Pasqualetto: “Qualche anno fa, alla fine di un dibattito, abbiamo scambiato due chiacchiere. Lei, prima di andare, ha rassicurato scherzosamente me e la persona che parlava con noi dicendoci: “State tranquilli, non ho lasciato nulla sotto la sedia dove ero seduto”. Noi ci siamo messi a ridere, ma oggi le capita ancora di essere guardato con sospetto, a distanza di anni?”.

Ancora una provocazione, a Zornitta piace che si dubiti di lui ma ciò che è davvero interessante è il fatto che continui a parlare di Unabomber,il suo appare un omaggio, un modo per tenerlo in vita. 

Elvo Zornitta: “Con sospetto no, sinceramente mi sono trovato in poche occasioni in difficoltà; anzi, ora si preferisce raccontare altro. Mi sono trovato però a discuterne, qualche volta, e mi è sembrato non fosse un tabù persino scherzarci su. L’ironia continuo ad averla. E’ la mia forma di salvezza”.

Dopo aver subito un’ingiustizia è comprensibile che l’ironia sia un salvagente ma io ironizzerei su chi ha commesso l’errore giudiziario e su chi ha provato a incastrarmi, non su Unabomber. L’ironia di Zornitta non è, tra l’altro, mai controbilanciata da manifestazioni di empatia nei confronti delle vittime di Unabomber, alcune delle quali hanno subito gravissime mutilazioni che gli hanno cambiato la vita. 

Andrea Pasqualetto: “Cosa le rimane di questa vicenda?”.

Elvo Zornitta: “Un ricordo penoso, ero diventato il mostro e la mia famiglia viveva con il mostro. Un’esperienza che mi ha toccato mentalmente, socialmente, economicamente, ho perso anche il lavoro da dirigente, oggi faccio praticamente l’impiegato e guadagno molto meno”.

Zornitta non dice: “ero stato trasformato in un mostro” ma “ero diventato un mostro”, non dice “…la mia famiglia pensava di vivere con il mostro” ma “… la mia famiglia viveva con il mostro”. 

Andrea Pasqualetto: “Perché puntarono su di lei?”.

Elvo Zornitta: “Forse perché avevano bisogno di un colpevole, c’era troppa pressione mediatica, un pool di 40 persone che indagavano e gli attentati sempre più frequenti, dovevano dare una risposta rapida”.

In realtà Zornitta aveva caratteristiche in comune con il profilo di Unabomber e gli vennero sequestrati oggetti simili a quelli usati dal serial bomber per costruire le sue trappole.

Andrea Pasqualetto: “Riconoscerà comunque che il suo profilo era sospetto ingegnere, appassionato di bricolage un piccolo laboratorio, la casa al centro della zona Unabomber, la frequentazione di alcuni luoghi degli ordigni, cosa avrebbe fatto lei al posto degli inquirenti?”.

Elvo Zornitta: “Avrei forse deciso anch’io una perquisizione perchè era evidente che il folle andava cercato tra gli appassionati di bricolage e avrei messo anche una pattuglia a seguirmi, come quella che avevo alle calcagna ma poi mi sarei fermato perché avrei capito che Zornitta non poteva costruire quelle trappole da meccanico imbranato”.

Zornitta vuol far intendere di sentirsi superiore ad Unabomber, lo chiama “folle”  e “meccanico imbranato”, si mette o finge di mettersi in competizione con lui, cerca di sminuirlo; ciò che è strano, direi sospetto, è che non abbia paura di offenderlo, che non tema che lui possa far del male alla sua famiglia. Se Unabomber gli inviasse un ordigno in un plico, lo stesso potrebbe esplodere in mano a sua figlia o a sua moglie. Tra l’altro, come abbiamo visto in una intervista precedente, Zornitta ha sostenuto che lui non poteva essere Unabomber perché aveva una figlia ed allora, non può essere che una contraddizione il fatto che continui ad offendere pubblicamente Unabomber senza preoccuparsi di una possibile ritorsione nei confronti della sua famiglia e in specie di sua figlia cui si dice legatissimo. 

Tra l’altro Unabomber non era affatto “imbranato”, egli costruiva, per sua scelta, ordigni con i quali non voleva uccidere ma solo ferire e terrorizzare. Perché chiamarlo “meccanico imbranato”? Perché minimizzare? Tendono a minimizzare la gravità di un reato coloro che lo hanno commesso.

Andrea Pasqualetto: “Al di là del lamierino a casa, le furono trovati 48 involucri di ovetti kinder e la fialetta della Paneangeli, come quelli delle bombe e poi i petardi?”

Elvo Zornitta: “I petardi erano quelli di capodanno, gli ovetti li raccoglieva mia figlia, la fialetta era come quelle che usavo per fare le lampadine dei miei presepi, mi dissero: Non è possibile. Ecco la tesi precostituita”.

Andrea Pasqualetto: “C’è anche il fatto che da quando è scoppiato il suo caso Unabomber non ha più colpito una sfortuna pazzesca non crede?”.

Elvo Zornitta:” Lo credo, sì”.

Andrea Pasqualetto: “Il momento più brutto?”.

Elvo Zornitta: “Il giorno in cui mi è stato detto da un giornalista che avevano trovato la prova regina contro di me, ho pensato che avessero già deciso una sentenza e mi è venuta paura. La grande sofferenza è stata, invece, mia figlia, aveva 8 anni ora ne ha 18 è cresciuta con l’indagine su Unabomber, una pena, penso sia maturata prima delle sue coetanee, più forte e grintosa ed ha le idee chiare, non farà mai l’avvocato, il magistrato o il poliziotto, dedicherà la sua vita ad aiutare gli altri nel mondo della sanità”.

Zornitta dice: “La grande sofferenza è stata, invece, mia figlia…” non “Mia figlia ha sofferto” o “Io ho sofferto per mia figlia”

Andrea Pasqualetto: “Chiederà un risarcimento?”.

Elvo Zornitta: “A chi? Zernar risulta nullatenente, il mio avvocato Maurizio Paniz, che ringrazio, farà causa allo Stato per responsabilità organica del funzionario ma la vedo molto complicata”.

Andrea Pasqualetto: “Qualcuno dirà che lei è stato così diabolico da far condannare anche chi la stava per incastrare”.

Elvo Zornitta: “Già e correrò per il nobel del crimine”.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di un’intervista rilasciata da Zornitta a Stefano Lorenzetto e pubblicata su Il Giornale il 20 dicembre 2009:

Elvo Zornitta: “Non ce la faccio. Ho visto quanto poco ci mettono a fabbricare un mostro. Il mio entrò da quella porta il 26 maggio 2004”.

Zornitta non se la sente, si rifiuta di dire che fu lui  ad essere trasformato in un “mostro”, si rappresenta come uno spettatore nel momento in cui il “mostro” entrò dalla sua porta, in realtà avrebbe dovuto dire che lui quel giorno uscì da casa sua nelle vesti di “mostro”

Stefano Lorenzetto: “Che cosa ricorda di quel giorno?”.

Elvo Zornitta: “Erano le 6.40, mia moglie e io stavamo ancora a letto. Sentii una scampanellata ultimativa. Pensavo che fosse accaduto qualcosa ai vicini. Andai ad aprire in pigiama e vidi due persone vestite di scuro al cancello: “Lei è il signor Zornitta Elvo? C’è una cosa importante che dobbiamo dirle”. Mi avvicinai senza farli entrare. Esibirono un mandato di perquisizione. Dopo un quarto d’ora avevo in casa 16 persone. Mi impedirono persino d’andare in bagno. Solo alle 10.00 mi fu concesso di vestirmi, con tre agenti in camera a guardarmi. Alle 13 mi portarono a Belluno per un’altra perquisizione nella mansarda, dove però non trovarono nulla d’interessante. Lì cominciò il dramma anche per i miei genitori. Prima d’allora non avevo mai visto mio padre piangere”.

Zornitta racconta ancora dettagli irrilevanti oltre che quasi comici, che era in pigiama, che non lo fecero andare in bagno e che tre agenti assistettero al suo cambio d’abiti.

E’ alquanto strana la frase “Lì cominciò il dramma anche per i miei genitori”, chi ascolta potrebbe pensare che per lui il dramma fosse iniziato prima di quel giorno, ci saremmo aspettati che dicesse: “Lì cominciò il dramma”.

Stefano Lorenzetto: “Quante perquisizioni ha subìto?”.

Elvo Zornitta: “Altre quattro, la seconda a distanza di un anno. Nel corso della terza mi sequestrarono un paio di forbici da elettricista con l’impugnatura di plastica rossa, marca Valex. Ho appreso che le produce la ditta Franzini di Bergamo. Mai saputo: negli acquisti mi fido solo del mio occhio, vedo subito se c’è un buon rapporto fra qualità e prezzo. Ne ho comprate altre sei paia uguali e le ho fatte numerare”.

Zornitta si autocelebra, è bravo a scegliere forbici di buona qualità ad un prezzo competitivo, alla pari di Unabomber .

Stefano Lorenzetto: “A che scopo?”.

Elvo Zornitta: “Per difendermi nell’incidente probatorio. Sapevo d’essere innocente. Quindi, se il perito nominato dal giudice affermava che quelle forbici erano servite per tagliare il ponticello d’ottone di uno degli ordigni confezionati da Unabomber, i casi potevano essere solo due: o non erano mie o il taglio era stato rifatto ad arte per incastrarmi. Ai miei periti avevo raccomandato solo una cosa: anche se io so di non essere colpevole, vi chiedo di non dire mai bugie per dimostrarlo. Una notte uno di loro mi svegliò di soprassalto, s’era accorto che il taglio sul lamierino esibito durante l’incidente probatorio non coincideva con quello visibile nelle foto scattate dai carabinieri”.

Zornitta non dice: “Non avevo commesso quei reati” né, un comunque debole, “Ero innocente” ma un contorto “Sapevo d’essere innocente”, dirsi innocenti non equivale ad affermare di non aver commesso un reato, chi si dichiara innocente nega la conclusione sulla sua colpevolezza, non l’azione. Zornitta, in questa risposta, dice ancora“… anche se io so di non essere colpevole…”, questa affermazione è ancora più debole della precedente. Tra l’altro, Unabomber, interpellato sulle sue responsabilità, si direbbe innocente per non aver direttamente colpito nessuno.

In altre parole, Zornitta non nega. Gli analisti americani dicono: se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui.

E’ vero che una prova fu costruita contro di lui ma quel deprecabile comportamento di un singolo poliziotto non ha cancellato in toto gli indizi contro Zornitta. 

Alberto Stasi, condannato per l’omicidio della sua fidanzata, Chiara Poggi, dopo la condanna, ha affermato: “I fatti e le carte hanno sempre provato la mia innocenza e le nuove perizie fatte l’anno scorso avevano rafforzato questa verità. Questo era il processo; io ho sempre saputo di essere innocente. Non nascondo di avere temuto l’assurdo epilogo che oggi sto vivendo, visto l’incomprensibile iter processuale che ho dovuto vivere”. Stasi non ha negato in modo credibile, non ha detto: “Io non ho ucciso Chiara” ma si è detto innocente. Un soggetto, non sa di essere innocente, è innocente, mentre gli inesperti possono crederlo innocente e gli esperti possono saperlo innocente.

Stefano Lorenzetto: “Quanti interrogatori?”.

Elvo Zornitta: “Tre. Il primo, in Procura a Trieste, durò otto ore. Una pressione psicologica tremenda. Con mia grande sorpresa, seduto accanto al pm trovai il professor Vittorino Andreoli. Noti bene che il magistrato non ha mai ordinato una perizia psichiatrica a mio carico”.

Stefano Lorenzetto: “Allora che ci faceva lì uno psichiatra?”.

Elvo Zornitta: “Lo ignoro. Ancor più anomalo è che il professor Andreoli abbia poi stilato una relazione senza essersi degnato di interagire con me. Tranne che per una battuta”.

Il professor Andreoli non aveva bisogno di confrontarsi con lui per esaminarlo; si fanno di norma autopsie psicologiche su soggetti deceduti che permettono diagnosi psicopatologiche certe. 

Stefano Lorenzetto: “Quale battuta?”.

Elvo Zornitta: “Non posso dirlo”.

Stefano Lorenzetto: “E perché mai?”.

Elvo Zornitta: “Si tratta di una battuta irriferibile, tale da squalificare l’intero interrogatorio. Credo che il verbalizzante non l’abbia neppure riportata”.

Zornitta è uno che ama scherzare ma stigmatizza Andreoli per una battuta tra adulti. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, all’epoca delle indagini su Zornitta concluse che la personalità dell’ingegnere era compatibile con quella del bombarolo seriale.

Nel libro I racconti perduti di Andreoli si trova un racconto, Il soldatino di carne, che parla di un bombarolo seriale che costruisce ordigni come quelli di Unabomber, eccone alcuni stralci: “non voleva costruire bombe da guerra ma fare dei giocattoli, capaci certo di esplodere e combinare qualche guaio ma sempre senza esagerare(…) giocare era forse l’espressione giusta (…) si sentì un colpo, un botto e poi le urla… avvertì un piacere folle e si sentì animato da una forza straordinaria che poteva notare perfino entro i pantaloni dove era accaduta un’erezione con eiaculazione (…) da nessuno (…) era diventato ora il centro dell’attenzione pubblica (…) la cosa che lo colpì sul piano personale fu la sferzata di vita che ottenne da quella prova, da quella dimostrazione di esistere ancora e in maniera così forte, da essere diventato un personaggio sconosciuto ma ricercato, immaginato dagli identikit (…) nessuno immaginava che fosse proprio lui ma lui lo sapeva bene e sul piano personale non faceva differenza, significava parlare di lui (…) ogni errore investigativo gli faceva pensare che aveva ragione, era la dimostrazione che si trattava di un incapace e che al posto giusto vanno sempre le persone sbagliate, non quelle che avrebbero onorato con la dedizione e l’intelligenza la funzione (…) Un termine (vittime) questo, usato dai cronisti e che egli trovava offensivo, perché lui colpiva anonimi e quindi persone scelte dal destino. Non ce l’aveva con nessuno (…) ce l’aveva col prossimo in modo generico ma non aveva propriamente nemici e comunque non era nella sua mente colpirli (…) lo sistemava, lo metteva a posto, il resto spettava al destino (…) la televisione era il suo mondo, il mondo in cui andava in scena”.

Dopo aver letto il racconto di Andreoli viene da pensare che la battuta dello psichiatra che Zornitta definisce una “battuta irriferibile” avesse un contenuto prettamente sessuale.

E’ probabile che dopo gli attentati, Unabomber non avesse erezioni ed orgasmi fisici veri e propri ma, semplicemente, orgasmi psichici.

Stefano Lorenzetto: “Quante volte ha dovuto difendersi nelle aule di giustizia?”.

Elvo Zornitta: “Una ventina, fra Trieste, Pordenone e Venezia”.

Stefano Lorenzetto: “Quanto ha speso?”.

Elvo Zornitta: “Le dico solo che a un certo punto mi sono ritrovato con 2.000 euro sul conto in banca”.

Stefano Lorenzetto: “Ha avuto risarcimenti?”.

Elvo Zornitta: “No. Il tribunale ha stabilito che il poliziotto condannato dovrebbe rifondermi 200.000 euro. Se li ha. Ma c’è di mezzo il processo d’appello e poi, immagino, si andrà in Cassazione. Campa cavallo”.

Stefano Lorenzetto: “Qualcuno le ha chiesto scusa?”.

Elvo Zornitta: “Nessuno”.

Stefano Lorenzetto: “Ma tutta questa gente che ha dato la caccia a lei lo starà ancora cercando, Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Lo spero. Ma ne dubito”.

Stefano Lorenzetto: “Perché pensa d’aver attirato la loro attenzione?”.

Elvo Zornitta: “Me lo sono chiesto milioni di volte”.

Stefano Lorenzetto: “E che risposta s’è dato?”.

Elvo Zornitta: “Certamente qualcuno ha fatto il mio nome”.

Stefano Lorenzetto: “Chi?”.

Elvo Zornitta: “Un subalterno che nel 1984 mi ha avuto come capo sul lavoro. Immagino che nutrisse un forte risentimento per farsi vivo dopo vent’anni, suggestionando gli investigatori”.

Uno sprezzante Zornitta definisce un possibile informatore degli inquirenti che indagavano su Unabomber, un “subalterno”, è difficile credere che il “subalterno” abbia suggestionato gli investigatori più di quanto non lo abbiano fatto gli indizi a carico dell’ingegnere ovvero: le sue conoscenze, le sue capacità e le similitudini innegabili tra gli oggetti sequestrati a lui ed i materiali usati da Unabomber per costruire gli ordigni.

Nel caso di Theodore Kaczynski furono alcuni familiari, il fratello David e sua moglie Linda, i primi a sospettare di lui e proprio loro ne permisero la cattura. 

Stefano Lorenzetto: “Lei è appassionato di armi?”.

Elvo Zornitta: “No. Anche se, appena laureato, ho lavorato per due anni alla Oto Melara di La Spezia, industria del ramo difesa, dove mi occupavo di missili. I testi militari sequestrati a casa mia risalivano tutti a quel periodo”.

E’ irrilevante che i testi militari ritrovati in casa di Zornitta fossero di un’epoca molto precedente agli attentati, ciò che è rilevante è che quel tipo di cultura faccia parte del suo background, serial bomber non si diventa da un giorno all’altro.

Stefano Lorenzetto: “Che parole hanno usato per licenziarla alla Csr Italia di Fiume Veneto, dov’era direttore tecnico?”.

Elvo Zornitta: “Le avverse condizioni di mercato rendono superfluo il suo ruolo in azienda. Ho risposto: siate onesti, mi cacciate perché danneggio la vostra immagine. Inutile aggiungere che sono stato l’unico licenziato”.

Stefano Lorenzetto: “Ma l’ex parlamentare leghista Giuseppe Covre, titolare dell’azienda di mobili Eureka, le ha subito offerto un altro posto in segno di solidarietà”.

Elvo Zornitta: “A parole. Al colloquio mi è stato obiettato che non avevo il profilo adatto. In realtà gli unici aiuti mi sono venuti da coloro che non hanno fatto passerella sui giornali. Purtroppo ora c’è la crisi e alla Torneria meccanica di Azzano Decimo, che mi aveva assunto solo per darmi una mano, non hanno più bisogno di un responsabile del controllo qualità”.

E’ bizzarro che Zornitta parlando di se stesso in ambito lavorativo dica“… mi è stato obiettato che non avevo il profilo adatto”, l’uso della parola “profilo”, mutuata dalla criminologia, appare l’ennesima provocazione dell’ingegnere.

Stefano Lorenzetto: “I suoi cari non sono mai stati sfiorati da qualche sospetto?”.

Elvo Zornitta: “Assolutamente no. Però non è facile per una moglie affrontare i clienti del supermercato che ti osservano a bocca aperta o ricevere per posta lettere anonime. Mia figlia ha avuto per cinque anni un feroce mal di testa che le è passato solo alla fine di questa vicenda allucinante”.

Zornitta non può saperlo, non glielo avrebbero detto per non ferirlo. Avrebbe dovuto dire che non stava a lui rispondere a questa domanda. Elvo Zornitta ammette di aver ricevuto lettere anonime da chi lo credeva Unabomber, alla luce di questo fatto è ancora più incomprensibile che non tema che lo stesso bombarolo gli invii un plico esplosivo per vendicarsi delle continue offese che lui gli rivolge in pubblico. 

Stefano Lorenzetto: “E lei come sta?”.

Elvo Zornitta: “Ho tirato avanti con questi. (Laroxyl, Citalopram e altri psicofarmaci). Di notte avevo gli incubi. Sognavo di restare sotto una valanga o di affogare in una cisterna d’acqua. Mi mancava il respiro. Il Lormetazepam continuo a prenderlo”.

Stefano Lorenzetto: “Perché ha ancora bisogno di un ansiolitico?”.

Elvo Zornitta: “Non riesco a dormire più di tre ore”.

Stefano Lorenzetto: “Com’è trattato dall’opinione pubblica?”.

Elvo Zornitta: “Il 70 per cento delle persone mi riconosce per strada. È uno stress continuo. Domenica scorsa a Feltre i passanti si voltavano a guardarmi. Un giorno sono passato davanti a una trattoria di Borgo Pio, vicino al Vaticano. L’oste era sulla porta e mi ha gridato: Ahò, a Unabomber! Poi s’è scusato: Non sapevo come chiamarla, non volevo offenderla”.

Stefano Lorenzetto: “Che cosa prova quando legge sui giornali di presunti mostri, come le due maestre d’asilo di Pistoia accusate di seviziare i bambini?”.

Elvo Zornitta: “Mi dico: ma perché i magistrati non aspettano una sentenza di condanna nel primo grado di giudizio? Poi divulghino pure nomi e foto”.

Stefano Lorenzetto: “Che idea s’è fatto di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Un matto ma perfettamente cosciente, molto lucido nei suoi disegni, che ha ricevuto qualche torto e cerca di farlo pagare al mondo intero”.

Ancora giudizi su Unabomber.

Stefano Lorenzetto: “Un PM di Udine ha ipotizzato che l’attentatore sia un solitario, un conservatore, anche un po’ razzista, che vuol tenere alta l’attenzione delle forze dell’ordine per allontanare dal Friuli gli immigrati extracomunitari”.

Elvo Zornitta: “Non è un’ipotesi che mi convinca”.

L’ennesimo giudizio criminologico di Zornitta, il grande esperto di bombardi seriali.

Stefano Lorenzetto: “Secondo il criminologo Francesco Bruno potrebbe essere dotato di un discreto senso dell’ironia. Spiegazione: «Il pomodoro che schizza da tutte le parti e l’uovo che scoppia tra le mani sono chiari elementi che suscitano ilarità”.

Elvo Zornitta: “Allora anche chi mette la varechina nell’acqua minerale è un buontempone? A me sembra invece che l’uso di oggetti di largo consumo sia finalizzato solo a far sì che gli ordigni possano essere maneggiati dal maggior numero di persone, come le mine-farfalla che dilaniano i bambini in Afghanistan”.

Le mine farfalla sono cluster bomb antiuomo, sono state usate dall’esercito sovietico in Afghanistan, sono provviste di due alette verdi che ne rallentano la velocità di caduta una volta sganciate e gli permettono di distribuirsi in grandi aree. Queste bombe sono divenute famose a causa delle vittime che hanno fatto tra i bambini, i quali, attratti da questi simil giocattoli li raccoglievano per mostrarle agli amici che, spesso,  in gruppo venivano dilaniati dall’esplosione. Queste mine non esplodono se non in seguito a una pressione pari a 5 chili, se calpestate esplodono subito ma non se raccolte, in questo caso esplodono solo dopo che la pressione complessiva delle manipolazioni ha raggiunto i 5 chili.

Stefano Lorenzetto: “Affibbiare al criminale il soprannome di Theodore Kaczynski, arrestato negli Stati Uniti dopo una caccia all’uomo durata 12 anni, non poteva che gratificare l’ego del mitomane, non crede?”.

Elvo Zornitta: “È sempre dannoso assegnare a un attentatore seriale titoli che lo facciano sentire importante”.

Zornitta preferisce parlare di Unabomber da pseudo criminologo piuttosto che del suo drammatico iter giudiziario.

Elvo Zornitta: “Nel 2000 proposi di chiamarlo Monabomber per la sua scellerata imbecillità, paradosso che dopo cinque anni fu usato in titoli e testi dal direttore del Gazzettino, con seguito di polemiche”.

E’ strano che Zornitta abbia proposto un soprannome diverso per Unabomber, è logico che questa sua intromissione abbia indotto gli investigatori a focalizzare su di lui. E’ bizzarro che Zornitta, nonostante non abbia le competenze per farlo, emetta giudizi sulle condizioni psichiche di Unabomber e che, in specie, continui ad offenderlo senza paura di ritorsioni, dandogli del mona e dell’imbecille.

Stefano Lorenzetto: “Lei come l’avrebbe chiamato?”.

Elvo Zornitta: 
“Gli avrei dato ogni volta un nome diverso, quindi nessun nome”.

Questa risposta mi ha fatto pensare per giorni:

  • Ipotizziamo per assurdo che Zornitta sia Unabomber, egli ci starebbe dicendo che cambiò genere di ordigni per far pensare agli inquirenti che i bombaroli fossero più d’uno e, naturalmente, per incrementare il panico.
  • In alternativa: Elvo Zornitta, nonostante si esprima sugli attentatori seriali, non ha mai aperto un testo che parli di loro, in quanto mostra di disconosce un dato che li caratterizza ovvero la variabilità del loro modus operandi. 

Stefano Lorenzetto: “Degli investigatori da cui è stato interrogato che idea s’è fatto?”.

Elvo Zornitta: “Di grande superficialità. Uno è arrivato a classificare come termometro per la fabbricazione della nitroglicerina quello che negli anni 80 si montava sulle auto per misurare la temperatura esterna”.

Zornitta è in aperta sfida con gli inquirenti, li sfida sulle loro competenze in tema di esplosivi, li ridicolizza, proprio come faceva Unabomber. 

Stefano Lorenzetto: “Ma lei se la sentirebbe di aiutare gli inquirenti a dare la caccia allo squilibrato?”.

Elvo Zornitta: 
”Per quanto assurdo possa sembrare, dopo la prima perquisizione scrissi una lettera al sostituto procuratore di Trieste, Pietro Montrone, spiegandogli che si stavano sbagliando e dando una serie di suggerimenti investigativi, purtroppo. Col senno di poi, temo che gli inquirenti l’abbiano presa come una conferma delle loro teorie, anziché come un aiuto”.

Purtroppo per lui, è noto a tutti che gli psicopatici, come i serial bomber, sono abili manipolatori e per questo motivo, spesso, si intromettono nelle indagini, quindi è logico che il suo atteggiamento abbia  insospettito gli inquirenti. 

A Cleveland, Ohio, Ariel Castro, tra il 2002 ed il 2004, ha rapito 3 giovani donne, Michelle Knight, Amanda Berry e Georgina DeJesus, ne ha abusato fino al 6 maggio 2016. Castro ha partecipato alle ricerche di una di loro, ha suonato per raccogliere fondi per le sue ricerche ed è stato vicino ai suoi familiari durante la veglia in suo onore.

Stefano Lorenzetto: “Mi dica uno dei suggerimenti”.

Elvo Zornitta: “Dal 2003 la nitroglicerina non è più in libera circolazione. Si usa solo per i farmaci contro le sindromi coronariche. Però su Internet si trovano le formule per ottenerla in casa da acido nitrico e acido solforico puri, miscelati con un’altra sostanza di comune reperibilità. Quindi bisognava cercare nei laboratori chimici, nelle industrie della plastica e in quelle metallografiche, nelle cantine che testano la qualità dei vini”.

Stefano Lorenzetto: “
L’ultimo attentato risale al 6 maggio 2006. Unabomber non è mai rimasto inattivo per più di tre anni. Non le pare strano?”.

Elvo Zornitta: “Io posso solo dirle che ben cinque attentati sono avvenuti mentre ero sotto osservazione diretta degli inquirenti. L’ho scoperto solo alla fine della mia odissea, consultando il fascicolo processuale”.

Stefano Lorenzetto: “Che intende per osservazione diretta?”.

Elvo Zornitta: “Sei GPS collocati nella mia auto e in quella di mia moglie per rilevare via satellite, dalla questura, qualsiasi movimento. Una telecamera, accesa 24 ore su 24, piazzata all’inizio della strada dove abito. Tre microspie in altrettante prese elettriche della casa. Monitoraggio costante dei siti web che visitavo. Cinque anni di intercettazioni telefoniche. Pedinamenti assidui: uno degli ordigni fu trovato a Portogruaro mentre ero guardato a vista. Sondaggi con metal e gas detector in tutte le mie proprietà per rilevare eventuali tracce di metalli o di esplosivi: mai trovato nulla”.

Quel “mai trovato nulla”, sembra la conclusione di qualcuno che sfida gli inquirenti e non significa certo che non ci fosse mai stato nulla; solo frasi come “non c’è mai stato nulla” o “ non c’era nulla da trovare”, negano la presenza di qualcosa in ogni momento.

Stefano Lorenzetto: 
”I giornali l’hanno definita: belva oscena e ripugnante, mostro disumano, personaggio ambiguo e sconcertante, anche l’ingegnere cattolico”.

Elvo Zornitta: “Le prime due non me le ricordavo. È un fatto che sono cattolico e praticante. In tutti questi anni ad andare in giro per strada mi sono spesso vergognato. In chiesa mai”.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

L’11 febbraio 2016 Elvo Zornitta è ospite di Giancarlo Magalli alla trasmissione televisiva I fatti vostri:

Giancarlo Magalli: “Nel maggio del 2004 i carabinieri arrivarono a casa sua perquisirono e la accusarono di essere la mano dietro questi attentati ma quali prove vennero trovate che potessero avvalorare questa ipotesi?”.

Elvo Zornitta: “Inizialmente devo dire che è molto particolare questo tipo di reati per cui in effetti se uno ruba o commette un omicidio si sa esattamente la data in cui l’ha commesso, in casi come questi ovviamente rimane il mistero di quando viene posizionato l’ordigno, quindi può essere avvenuto un giorno prima o un mese prima con la stessa facilità, è quindi molto difficile riuscire a difendersi con un alibi da tutto questo che può capitare”.

La risposta di Zornitta è evasiva, una importante red flag, il presentatore gli ha chiesto quali prove gli inquirenti avessero trovato, lui ha riferito di quanto sia difficile, in questi casi, procurarsi un alibi.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Da un articolo del 7 novembre  2014 firmato da Elisa Marini:

Elisa Marini: “Chi è Unabomber e perché non ha più agito?”.

Elvo Zornitta: “Agisce con logica, dunque non è un pazzo. Potrebbe essere morto, menomato da un incidente. Nessuno l’ha mai pensato ma credo che potrebbe essere qualcuno che è stato sfiorato da questa grande indagine e che si è spaventato vedendo quello che è successo a me. Una cosa è giocare col fuoco, un’altra cominciare a scottarsi”.

Zornitta continua a rilasciare interviste, non per parlare esclusivamente sull’ingiustizia da lui subita ma per atteggiarsi a super esperto di profili di bombaroli seriali senza averne le competenze e nella consapevolezza che il suo modo di porsi non fa che danneggiarlo. Ciò che emerge da queste interviste è il suo bisogno di tenere in vita il mito di Unabomber. Quando Elvo Zornitta afferma: “… qualcuno che è stato sfiorato da questa grande indagine e che si è spaventato vedendo quello che è successo a me”, sembra tradirsi, Unabomber non può aver avuto paura di ciò che è successo a Zornitta, solo Zornitta ne ha avuto paura, se Unabomber non è Zornitta, il bombarolo non può che aver goduto, ancora una volta, dell’errore degli inquirenti.

L’omicidio di Maria Chindamo: analisi di due brevi interviste

Maria Chindamo

Maria Chindamo

Maria Chindamo, imprenditrice 44enne, originaria di Laureana di Borrello (RC), è sparita da Nicotera, Vibo Valenzia, il 6 maggio del 2016. Quel giorno Maria doveva incontrare un suo operaio, Alessandro Dimitrov, nei terreni della sua azienda agricola, alle 7.15 del mattino, proprio lui ha trovato l’autovettura della Chindamo, una Dacia Duster bianca, ancora in moto, di fronte al cancello d’ingresso dell’azienda. Sulla fiancata dell’auto e all’esterno della stessa sono state rinvenute alcune macchie di sangue oltre a ciocche di capelli. Un anno prima, l’8 maggio 2015, l’ex marito di Maria, Ferdinando Punturiero si era suicidato, impiccandosi, dopo che lei lo aveva lasciato. Gli inquirenti ritengono particolarmente significativo che Maria sia stata uccisa propria ad un anno dalla morte del marito.

Analisi di alcuni stralci di un’intervista rilasciata a Gianvito Cafaro da Isabella Punturiero, sorella di Ferdinando, ex marito di Maria Chindamo:

Isabella Punturiero: “Non me ne frega niente, io sono chiusa nel mio dolore, quello… che dicano quello che pensano, quello che dice la stampa, sinceramente, a me non… io non vedo l’ora che vengano a capo della situazione e che dicano: E’ successo questo! Vogliamo sapere la verità, non vogliamo sapere quello che dicono i giornali o quello che dice il paese, vogliamo sapere la verità”.

Probabilmente il giornalista ha riferito ad Isabella Punturiero che i giornali alludono ad un possibile coinvolgimento della sua famiglia nell’omicidio di sua cognata, Maria Chindamo, la Punturiero non nega l’addebito come ci saremmo aspettati ma afferma “Non me ne frega niente..”, una frase con una forte connotazione dispregiativa che appare fuori luogo in questa circostanza, una frase indicativa della personalità di chi l’ha pronunciata. Quando la Punturiero afferma: “… io sono chiusa nel mio dolore…”, viene da chiedersi a quale dolore si riferisca, alla scomparsa di Maria o forse alla morte per suicidio di suo fratello Ferdinando? Isabella dice: “sinceramente, a me non… “, usa l’avverbio “sinceramente” per lasciar intendere che ciò che sta per dire deve essere creduto, ciò indebolisce la sua affermazione, tra l’altro non termina la frase, una frase mozza significa che qualcosa è stato lasciato fuori; in questo caso la Punturiero sembra non voler ripetere che non gliene frega niente e si interrompe perché forse si è resa conto di aver usato una terminologia non appropriata. Nella parte iniziale della risposta Isabella parla per sé, “Non me ne frega niente, io sono chiusa nel mio dolore… a me non… io non vedo l’ora che…”, poi improvvisamente e inspiegabilmente parla al plurale nonostante non sia in compagnia di nessuno “Vogliamo sapere la verità, non vogliamo sapere quello che dicono i giornali o quello che dice il paese, vogliamo sapere la verità”, una red flag.

Isabella Punturiero: “Credo che sia successo qualcosa quella mattina mentre lei andava al… nel… nella azienda, per forza, perché sennò non si spiega diversamente. Qualcosa è… non lo so, è stata testimone scomoda di qualcosa”.

Isabella Punturiero parla di sua cognata riferendosi a lei con un “lei”, il fatto che non usi il suo nome, “Maria” o che non dica: “mia cognata”, come ci saremmo aspettati, è un modo di prendere le distanze dalla vittima. Isabella cerca di spiegare al giornalista ciò che può essere successo, l’uso del “Credo” ci dice che chi parla mette in dubbio le sue stesse parole. Difficile pensare che l’omicidio di Maria sia stato un omicidio maturato quella mattina in pochi minuti; chi ha ucciso la Chindamo ha manomesso l’unica telecamera della zona che avrebbe potuto filmare i suoi aggressori, prova di una premeditazione. Inoltre, credere alla storia del testimone scomodo, spesso usata in caso di omicidi momentaneamente inspiegabili, è un po’ come credere a Babbo Natale.

Gianvito Cafaro: “Quella mattina?”.

Isabella Punturiero: “Per forza, perché nessuno si dà una spiegazione, nessuno si dà una spiegazione, quindi è successo qualcosa che lei non ha potuto avvisare nessuno”.

La Punturiero con quel “Per forza” non lascia spazio ad alternative, è quantomeno strano, come può conoscere ogni sfaccettatura della vita di sua cognata tanto da escludere un omicidio premeditato? Come può parlare a nome di tutti? E’ difficile credere che nessuno si dia una spiegazione quando tutti hanno sempre spiegazioni per tutto. Isabella ripete due volte “… nessuno si dà una spiegazione…”, un’altra red flag.

Gianvito Cafaro: “Cioè, in un quarto d’ora, quando è uscita di casa fino ad arrivare ai terreni?”.

Isabella Punturiero: “Ci vogliono pure venti minuti, trent… pure trenta minuti per arrivare lì”.

La precisazione sul tempo che sarebbe stato necessario a Maria per raggiungere l’azienda appare inutile ma è un dettaglio evidentemente importante per Isabella, più tempo ha impiegato Maria a raggiungere l’azienda, più è sostenibile l’ipotesi della Punturiero ovvero di un omicidio maturato in quei minuti.

Gianvito Cafaro: “In quei trenta minuti avrà visto qualcosa secondo lei?”.

Isabella Punturiero: “E’ successo qualcosa ma… ipotesi èè ipotesi perché uno non sa più darsene una ragione e cerchi di capire ma c’è poco da capire, qui c’è, c’è… siamo tutti sconvolti”.

La Punturiero ancora una volta non termina la frase e poi afferma che le sue sono “… ipotesi èè ipotesi…”, Isabella capisce che può apparire sospetto il suo tentativo di voler convincere il giornalista che proprio quel mattino è successo qualcosa che può aver condotto all’omicidio di Maria, per questo motivo tiene a precisare che le sue sono solo ipotesi. Dopodiché, non dice: “io non so più”, ma un generico ed inappropriato “… uno non sa più…”, che tradisce ancora una volta la sua necessità di prendere le distanze dai fatti.  In questa risposta è fortemente sospetta la frase “… cerchi di capire ma c’è poco da capire, qui c’è, c’è…”, non solo Isabella ci lascia intendere che conosce i motivi che hanno portato all’omicidio di Maria visto che afferma che “… c’è poco da capire” ma non termina una frase nella quale lascia intendere che li conosce “… qui c’è, c’è…”. Nel finale si trova un altro cambio di soggetto, il finale è al plurale “… siamo tutti sconvolti”, la Punturiero per la seconda volta coinvolge altre persone, una red flag. Isabella descrive uno stato d’animo, dice di essere sconvolta ma non lo manifesta, non piange, come invece ha fatto, durante l’intervista, l’operaio di Maria nonostante lui non abbia alcun legame di parentela con lei.

Isabella Punturiero:  “Se qualcuno ha visto qualcosa, se qualcuno… per carità, che ci faccia capire, che ci faccia capire perché non non ci diamo pace, non ci diamo pace, non…”.

Fa un certo effetto che durante l’appello la Punturiero usi un tono di voce più basso rispetto al resto dell’intervista. Inoltre, sono da annotare in questa risposta una tripletta di sensibili ripetizioni, “Se qualcuno (…) se qualcuno…” poi “che ci faccia capire, che ci faccia capire” e infine “non ci diamo pace, non ci diamo pace, non…”, una red flag.

Gianvito Cafaro: “Anche perché in un anno sono accaduti due episodi terribili”.

Isabella Punturiero: “Sì”.

Gianvito Cafaro: “A distanza precisa”.

Isabella Punturiero: “Non è proprio a distanza precisa, quella è una coincidenza, per me non c’entra niente, però voglio dire, e ‘sti nipoti? ‘sti ragazzi che devono vivere questa tragedia, perché?“.

E’ vero che Maria non è stata uccisa l’8 maggio, data in cui ricorreva l’anniversario della morte del marito ma il 6 maggio, due giorni prima, poco cambia ma la Punturiero sente il bisogno di fare una precisazione. La donna continua a prendere le distanze dai protagonisti di questa vicenda riferendosi ai suoi nipoti con ‘sti nipoti ‘sti ragazzi, non dicendo: “i miei nipoti”, come ci saremmo aspettati, tra l’altro usa per due volte uno sbrigativo ‘sti che non è né affettuoso né rispettoso, in specie in un momento così difficile per loro.

La seguente analisi riguarda le dichiarazioni dell’operaio che avrebbe dovuto incontrare Maria Chindamo la mattina della sua scomparsa. Purtroppo l’analisi è viziata dal pessimo lavoro del giornalista che è stato, in questo caso, incapace di condurre un’intervista, probabilmente perché pensava di dover supplire alle difficoltà d’espressione dell’uomo, in quanto straniero. Da una buona intervista ci si aspetta che l’intervistatore parli il meno possibile e che non inserisca nelle domande spunti per le risposte, qui accade esattamente il contrario.

Gianvito Cafaro: “Cioè, quindi lei è arrivato qui come sta facendo in questo momento, no? E ha trovato l’auto. Come l’ha trovata l’auto?”.

Una risposta è già nella domanda tanto che il Dimitrov non risponde al primo quesito.

Alessandro Dimitrov: “Era in moto”.

Gianvito Cafaro: “Era accesa”.

Il giornalista corregge il Dimitrov;  lo invita, incredibilmente, ad usare i termini da lui suggeriti.

Alessandro Dimitrov: “Sì”.

Gianvito Cafaro: “Era parcheggiata qui, come se dovesse entrare”.

Ancora una volta una risposta è già inserita nella domanda.

Alessandro Dimitrov: “Qua”.

Gianvito Cafaro: “Poi cosa ha fatto? Ha guardato intorno? Che cosa ha visto qui intorno? C’era l’auto accesa”.

Il giornalista parla troppo, sarebbe bastata la prima domanda, il resto sono suggerimenti che viziano le risposte. 

Alessandro Dimitrov: “C’era il sangue in terra”.

Gianvito Cafaro: “Il sangue, ha visto”.

Il giornalista, senza motivo, ripete ciò che ha detto Alessandro, con il risultato di farlo sentire inadeguato.

Alessandro Dimitrov: “Scusate…“.

Il giornalista fa un altro errore grossolano, interrompe una dichiarazione spontanea del Dimitrov. Le dichiarazioni spontanee spesso contengono materiale d’analisi cruciale. Suppongo che il Dimitrov con quel “Scusate…” stesse iniziando un discorso di commiato,  avrebbe spiegato perché non se la sentiva di farsi intervistare e ciò sarebbe risultato utile ai fini delle indagini.

Gianvito Cafaro: “Ma lei non ha sentinto nulla? Sgommate? Qualche auto correre? Delle grida? Delle urla?”.

Ancora una serie di dannosi suggerimenti, non è così che si arriva alla verità.

Alessandro Dimitrov: “No, no, dovevo preparare io trattore qua per faccende”.

Il Dimitrov usa il pronome personale “io”, prende possesso della risposta.

Gianvito Cafaro: “Perché lei era distante, con il trattore acceso?”.

Invece di chiedere al Dimitrov dove fosse, il giornalista afferma che era distante con il trattore acceso.

Alessandro Dimitrov: “Sì”.

Gianvito Cafaro: “Quindi lei è arrivato con il trattore qua?”.

Il giornalista suggerisce l’ennesima risposta.

Alessandro Dimitrov: “(fa cenno di sì con la testa) No, no, a piedi sono venuto per aprire u cancello”.

Il Dimitrov dopo aver ascoltato la domanda con la risposta suggerita fa cenno di sì con la testa, poi si rende conto che i fatti non sono andati come suggeritogli e si corregge. 

Gianvito Cafaro:“Ah, a piedi e ha trovato l’auto e si è preoccupato quando non l’ha vista?”.

Ancora una domanda con una risposta al suo interno, il giornalista si esprime inspiegabilmente anche sui sentimenti del Dimitrov. 

Alessandro Dimitrov:“Hum e chiamato i genitori di lei, il fratello, subito”.

Gianvito Cafaro: “Ma che fine ha fatto Maria?”.

Una donna è scomparsa, molto probabilmente è stata uccisa e ne è stato occultato il corpo ed il giornalista chiede: “Ma che fine ha fatto Maria?”, una domanda poco elegante, “Ma che cosa è successo a Maria?” sarebbe stata una domanda più appropriata.

Alessandro Dimitrov: “Non lo so, io”.

Il Dimitrov prende possesso della risposta con il pronome personale “io” in finale,  il fatto che lo collochi alla fine suggerisce che lui sospetti che altri, di sua conoscenza, sappiano che cosa è successo a Maria.

Ancora uno stralcio di un’intervista al Dimitrov:

Gianvito Cafaro: “Ma quando è venuto al cancello, Alessandro, lei, il trattore dov’era?”.

Alessandro Dimitrov: “Il trattore era sotto là, vicino a casa, io era che preparava il trattore… ha messe gasolio col trattore… preparava tutto”.

Gianvito Cafaro: “Poi è venuto al cancello e ha trovato l’auto di Maria”.

Ancora una conclusione suggerita dal giornalista.

Alessandro Dimitrov: “No, io mi fatto… l’ha chiamato e non mi rispondeva, poi fatto di là un po’ per vedere verso qua, no?… e visto la macchina qua e cominciato a venire a piedi e visto la macchina”.

Il racconto appare logico, dettagliato e credibile.

Gianvito Cafaro: “Però non ha sentito rumori?”.

Ancora una domanda del giornalista con l’ennesimo gratuito suggerimento all’intervistato.

Alessandro Dimitrov: “No, no, no, non sentito perché era in moto pure un trattore che preparava… io mi sentiva come una famiglia con loro, sono 3, 4 anni co…“.

Il Dimitrov sembra sincero, mentre parla ha la voce rotta e piange, non finge di piangere, le sue lacrime sono evidenti, lacrime che non abbiamo visto uscire dagli occhi di Isabella Punturiero, cognata di Maria e zia dei suoi tre figli ormai rimasti orfani di entrambi i genitori.

Alessandro Dimitrov: “Io se sentiva pure andava, non è che non… non andava perché con me sono… ss sì con me erano come una famiglia, Maria e pure suo marito, non è che a me… me trattavano bene sempre”.

Il Dimitrov mostra di essere consapevole del fatto che se avesse sentito e fosse andato in soccorso di Maria sarebbe stato ucciso. 

Gianvito Cafaro: “Sono tre 4 anni che lavora qua?”.

Alessandro Dimitrov: “Sì, 3, 4 anni… quando arrivo qua con cancello mi sento…”.

Gianvito Cafaro: “Come se rivedesse la scena di quella mattina?”.

Ancora una volta il giornalista interrompe una dichiarazione spontanea del Dimitrov e trae sue personali conclusioni. Le dichiarazioni spontanee sono cruciali per capire se un soggetto mente o meno. In questo caso, tra l’altro, non è chiaro se il Dimitrov si riferisse al mattino del 6 maggio o ai giorni successivi. Questa intervista è un esempio straordinario di come non vada condotta un’intervista, tantomeno un interrogatorio.

Alessandro Dimitrov: “Sì, sì, non posso, cosa ti dico… non ce la faccio”.

Alessandro Dimitrov: “Questa storia è è troppo male per me, scusa vado, non ce la faccio”.

Gianvito Cafaro: “Scusaci tu”.

Alessandro Dimitrov: “Di niente, ciao”.

Il giornalista ha perso molte occasioni per star zitto ma soprattutto non ha permesso all’intervistato di esprimersi. Quand’anche i due avessero parlato in precedenza e il giornalista fosse stato a conoscenza dei fatti, non avrebbe dovuto suggerire le risposte né interrompere il Dimitrov; gli investigatori americani analizzano, di norma e con cura, il materiale delle interviste televisive, un materiale cruciale per la strategia d’indagine, inutilizzabile quando un giornalista è incapace di condurre un’intervista come in questo caso. 

Analisi di altri stralci di un’intervista:

Gianvito Cafaro: Però non ha sentito urlare in quel momento?

Il giornalista suggerisce al Dimitrov di dire di non aver sentito urlare. La domanda corretta da fare sarebbe stata: Che cosa ha sentito?.

Alessandro Dimitrov: No, no, se sentiva io andava, io ti dico succedeva pure per me… male e andava u stesso, io se sentiva che gridava, io andava. Come non posso andare uno… un animale guarda e ci dispiace, qua una persona non puoi aiutare eh? Lo faceva volentieri perché gente sempre che mi volevano bene.

Il Dimitrov prende possesso di ciò che dice con il pronome possessivo “io”, le sue dichiarazioni sono credibili ed è leggibile la sua empatia per la vittima; Alessandro praticamente ci dice che avrebbe anche rischiato la vita per salvarla. Egli è consapevole del fatto che Maria è stata uccisa.

Alessandro Dimitrov: Se sentiva io veniva me ne andava pure io… ti dico verità.

Gianvito Cafaro: E’ stato minacciato? Qualcuno è venuto?

Il giornalista facendo due domande permette al Dimitrov di scegliere a quale rispondere. In ogni caso sono domande troppo dirette.

Alessandro Dimitrov: No, no, no, nessuno, niente.

Gianvito Cafaro: Adesso non ricorda di aver visto qualcosa o qualcuno quello mattina? Che cosa ha dichiarato subito, per esempio, su quella mattina?

Il giornalista in barba a tutte le regole fa ancora due domande.

Alessandro Dimitrov: Ma io ho detto ai carabinieri, là, tutto.

Gianvito Cafaro: Cosa?

Alessandro Dimitrov: Quando ho cominciato di venire là c’era una persona co’ capello, però di dove posso conoscere tu… co…

Gianvito Cafaro: Cioè lei ha visto una persona con un cappello?

Alessandro Dimitrov: Sì, cappello bianco, però…

Gianvito Cafaro: Un berretto?

Cafaro introduce la parola berretto, invece di chiedere che tipo di cappello indossasse la persona vista dal Dimitrov. 

Alessandro Dimitrov: Se, non lo so se…

Gianvito Cafaro: Dov’era? Dov’era? Ci faccia vedere, così almeno cerchiamo di capire.

Alessandro Dimitrov: Io, di lontano, era qua.

Gianvito Cafaro: Qua? Sulla strada?

Alessandro Dimitrov: Sì, però, non sono passate m… macchine.

Gianvito Cafaro: E lei dove stava Alessandro? Più o meno.

Alessandro Dimitrov: Io veniva verso qua.

Gianvito Cafaro: Ma dove ci sta il furgone bianco adesso?

Il giornalista invece di chiedere, suggerisce risposte.

Alessandro Dimitrov: Sì, sì, sì, sì.

Gianvito Cafaro: Lei era là.

Alessandro Dimitrov: Anche più giù, un po’.

Cafaro costringe il Dimitrov a sbagliare ed a correggersi.

Gianvito Cafaro: E questa persona che ha fatto? L’ha vista in faccia lei?

Ancora due domande.

Alessandro Dimitrov: No, no, no, io come veniva verso qua, sono arrivato, non c’era nessuno.