Scomparsa di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto: analisi di un’intervista rilasciata da Giampiero Riccioli

Giampiero Riccioli, 47 anni, indagato per il duplice omicidio aggravato di Alessandro Sabatino, 41 anni e di Luigi Cerreto, 23 anni, scomparsi da Siracusa il 12 maggio 2014, dopo un soggiorno di circa due mesi nella sua abitazione, nel febbraio 2015 ha rilasciato un’intervista alla giornalista Claudia Aldi di cui ho analizzato i contenuti.

Gianpiero Riccioli

Giampiero Riccioli

Giornalista: Alessandro e Luigi hanno lavorato qua da lei?

Giampiero Riccioli: Sì, per un paio di mesi.

Il Riccioli risponde positivamente ed aggiunge un’informazione non richiesta, riferisce alla giornalista quanto tempo i due ragazzi scomparsi abbiano lavorato per lui, è un modo di prendere le distanze dai fatti.

Giornalista: Come è stata la permanenza di Alessandro e Luigi qua in casa? Ci racconta un po’ cosa facevano? Come vi siete trovati?

Troppe domande in serie e troppi suggerimenti che viziano la risposta. Quando ad un soggetto vengono poste molteplici domande egli ha la possibilità di scegliere a quale rispondere.

Giampiero Riccioli: Mm guardi, noi ci siamo trovati benissimo con queste persone eee soprattutto il primo mese, l’ultimo mese diciamo è stato un pooo’ eh burrascoso, l’ambiente era abbastanza… diciamo… disturbato, sentivo spesso che parlavano con un prete, non so, della loro zona, di quello che abbia capito io, che spesso ha aiutato Alessandro.

Il Riccioli ha interesse ad introdurre la figura di un prete che lui sostiene abbia aiutato in precedenza Alessandro, lo fa per lasciar intendere che il religioso potrebbe essere coinvolto nella scomparsa di Sabatino e del suo compagno. 

Giornalista: Senta il giorno che se ne sono andati via, se ne sono andati via la mattina presto? C’era qualcuno in casa? Erano soli? Qualcuno li ha accompagnati alla stazione? All’aeroporto? Sa come se ne sono andati?

Purtroppo la giornalista si esibisce in una serie di domande ricche di spunti che viziano la risposta dell’intervistato. 

Giampiero Riccioli: Allora, di quello che so io, sono dov… andare nel treno eh con il treno, primo momento eee, due o tre giorni prima, eravamo rimasti che lo accompagnavo io, poi io li ho fatto sapere che non li potevo accompagnare, pur essendo che io ho un’attività e quindi loro hanno chiamato un tassì, di quello che so io, e se ne sono andati eeee, quindi dovevano partire con il treno, non con il pullman, di questo sono sicuro.

Il Riccioli è in difficoltà, la sua risposta supera quantitativamente le 10-15 parole delle risposte standard, prende tempo con un “allora”, non finisce una parola, si corregge e si dilunga in una tirata oratoria durante la quale tenta di costruire una risposta in work in progress. L’ex datore di lavoro afferma: “di quello che so io, sono dov… andare nel treno eh con il treno”, “hanno chiamato un tassì” e “dovevano partire con il treno, non con il pullman, di questo sono sicuro”, all’inizio della risposta non si mostra sicuro del fatto che dovessero andarsene in treno ma poi cambia idea e riferisce che “hanno chiamato un tassì” e di essere sicuro che sarebbero dovuti partire con il treno. E’ anomalo l’uso dei verbi: prima afferma “hanno chiamato un tassì”, “se ne sono andati” al passato prossimo e poi invece di dire “sono partiti con il treno” usa l’imperfetto “dovevano partire con il treno” lasciando intendere che potrebbero non essere partiti. I tabulati delle utenze telefoniche mobili dei due ragazzi ci confermano che con le le loro ultime telefonate  risalenti all’11 maggio 2014, il giorno precedente a quello in cui avrebbero dovuto lasciare l’abitazione del Riccioli, agganciarono una delle celle della città di Siracusa servente proprio quell’area.

Giornalista: Quando se ne sono andati la casa era vuota? C’era qualcuno delle persone che adesso sono qui che ci abitano oppure eravate tutti fuori? Sono andati via di mattina presto o di pomeriggio?

Ancora una serie di domande ricche di spunti che viziano la risposta dell’intervistato.

Giampiero Riccioli: Di quello che s… sì quello che so io, il treno partiva alle 12.00, 12 e mezzo ehm mmm, no non c’era nessuno qui a casa eee, di quello che abbia capito io, anche sono partiti sul tardi, 10 e mezza 11.00.

Il Riccioli non può sapere a che ora Alessandro e Luigi lasciarono l’abitazione se in casa non c’era nessuno. L’uomo risponde alle domande della giornalista ma usa come salvagente frasi come: “quello che so io” e “di quello che abbia capito io” per poter in un secondo tempo giustificare eventuali imprecisioni.

Giampiero Riccioli: In più di un’occasione li ho trovati anche umbriachi quindi è stata rimproverata anche questa situazione, quindi bevevano, diciamo, spesso il vino.

Giampiero Riccioli afferma di averli “trovati anche umbriachi” e di avergli “rimproverata anche questa situazione”, la presenza dei due “anche” ci dice che qualcosa è stato lasciato fuori, l’uomo non riferisce tutti i motivi per i quali li rimproverava. Riferire che in in più di un’occasione li ha trovati ubriachi è fuoriluogo, il Riccioli parlando male delle vittime mette in atto una tecnica di distanziamento.

Giampiero Riccioli: Sentivo spesso che parlavano con un prete.

Ancora una volta parla del prete nel tentativo di indurre l’interlocutore a mettere in relazione il religioso con la scomparsa dei due giovani.

Giornalista: Sentiva che parlavano di un prete fra loro o li sentiva parlare al telefono con questo sacerdote?

Giampiero Riccioli: Allora, di quello che abbia capito io, spesso parlavano insieme di questo sacerdote o non mi ricordo se è stato uno o più volte li ho sentiti anche che parlassero con questo prete.

Giampiero Riccioli: L’ha contattati mia figlia, cioè hanno parlato come primo contatto con mia figlia.

Giampiero Riccioli: Mia figlia mi contattò e mi disse: Papà ho trovato questi due, sai di come stanno anzi ho parlato solamente con Alessandro e mi spiegava che aveva un compagno che hanno dei problemi perché lui lavorava in Svizzera, se non sbaglio, dice: Hanno avuto dei problemi là, non accettavano il compagno, che fa ci sono problemi? Gli ho detto: Fino a quando si comportano educatamente è non c’è niente di male, lì dentro c’è una stanzetta, dormono lì dentro nella stanzetta perché qua ci sono minori, ovviamente dovevo vedere come andavano la cosa, vediamo, proviamo, gli ho detto il fatto di provare. Sono venute queste persone, devo dire che i primi 15-20 giorni, anche un mesetto, si erano comportati abbastanza bene eh puliti, ordinati, educati e cose varie; sicchè il primo mese ci siamo trovati bene poi abbiamo notate delle cose che non andavano nel senso e la tovaglia sporca, loro bevevano un pochettino, qualcuno nelle vicinanze, nelle villette in fondo, poi quando mi vedeva giustamente mi diceva: “Piero, sai, abbiamo saputo che gridavano, erano umbriachi di qua, di là”. Quindi io effettivamente gli ho detto: Alessandro che sta succedendo? Niente abbiamo problemi in famiglia con mi diceva mmm mi ha raccontato una storia nel senso che nella morte del papà di Alessandro non accettavano diciamo la loro omosessualità e avevano problemi con un fratello di quello che abbia capito io di quel poco che… eeee loro in sintesi i genitori dell’altro ragazzo, di Luigi non accettavano nemmeno la situazione quindi, a volte, effettivamente, poi io facendo delle puntate durante il giorno che cercavo di capire se era vera questa storia che bevevano un bicchiere di vino in più e non assistevano al mio papà pur essendo, le spiego, la situazione eee me lo sono portato io il mio papà perché c’era una cosa legale fra me e i miei fratelli…

Definire “questi due”, due ragazzi scomparsi è quantomeno indelicato se non sprezzante, Il Riccioli avrebbe potuto dire “due ragazzi”, l’uso di “questi due” è un modo di prendere le distanze da Alessandro e Luigi che dopo due mesi di vita condivisa non sono più degli estranei pertanto è anomalo che si riferisca a loro chiamandoli “questi due”. Fa un certo effetto l’enfasi con cui il Riccioli sottolinea le parole “abbastanza bene” nella frase “si erano comportati abbastanza bene”, ci fornisce informazioni sulla sua personalità.

Quando riferisce ciò che gli hanno detto i vicini afferma: “Piero, sai, abbiamo saputo che gridavano, erano umbriachi, di qua, di là”, non dice che i vicini gli avevano detto di aver sentito gridare ma che avevano saputo che gridavano e poi conclude con un “di qua, di là” nel tentativo di attribuire altri comportamenti disdicevoli ai ragazzi. Il Riccioli afferma “loro bevevano un pochettino” che non significa che si ubriacassero e sempre su questo tema “io facendo delle puntate durante il giorno che cercavo di capire se era vera questa storia che bevevano un bicchiere di vino in più”,  l’uomo riferisce di aver fatto delle “puntate” per controllarli ma non che li avesse trovati ubriachi. 

La tirata oratoria del Riccioli viene interrotta dalla giornalista con un: Vabbè questa…

Un grave errore l’inspiegabile tentativo da parte della giornalista di impedire al Riccioli di esprimersi sui rapporti tra lui e i suoi fratelli, proprio gli attriti tra i fratelli Riccioli non possono che essere al centro delle indagini, il fatto che i due ragazzi si siano schierati dalla parte del fratello del loro datore di lavoro sembra essere il movente del duplice omicidio. 

Giampiero Riccioli: Le spiego la situazione fra me e i miei fratelli e giustamente cercavo di capire la situazione, se era vero, perché un domani poteva venire qualsiasi persona a controllare e, se giustamente non facevano il loro servizio, io andavo incontro a determinate cose. Un giorno, una sera quando noi siamo venuti eee avevano un atteggiamento un po’ particolare, i bambini hanno visto delle cose, io ho detto: Guardi vi do io una settimana, dieci giorni di tempo, fatevi le vostre cose e ve ne andate perché non va bene.

Il Riccioli riferisce alla giornalista quali fossero le sue preoccupazioni all’epoca della scomparsa dei due ragazzi per poi riferire in modo vago cosa lo disturbasse di Alessandro e Luigi, “un atteggiamento un po’ particolare”, “i bambini hanno visto delle cose”, l’uomo non spiega quale fosse l’atteggiamento un po’ particolare dei due ragazzi, sembra riferirsi ad eventuali effusioni tra i due che i bambini non avrebbero dovuto vedere, vuol far credere che furono proprio questi atteggiamenti ad indurlo a licenziare i due ragazzi, il Riccioli non è credibile in quanto poco prima ha fatto riferimento alla possibilità che qualcuno potesse introdursi in casa sua per controllare le condizioni in cui versava il padre e nelle risposte precedenti al fatto che i ragazzi bevessero.  

Giampiero Riccioli: Problemi sicuramente familiari, di quello che abbia capito io, perché a volte sentivo delle telefonate che litigavano spesso, di quello che abbia capito io che non ho giustamente della certezza, con il fratello perché non accettavano l’omosessualità fra di loro.

Giornalista: Cioè il fratel… co… Alessandro con uno dei suoi fratelli avrebbe litigato?

Giampiero Riccioli: Sì, di quello che abbia capito io, forse ne aveva uno fratello e una sorella.

Giampiero Riccioli: Era sceso dalla Svizzera che lavorava in isvizzera e cercava qualcosa per avvicinarsi qui, mm ha trovato noi ma poi avendo tutte queste discussioni, diciamo, la tranquillità, dato che vivevamo tutti insieme, non era tranquilla, soprattutto per i miei figli, perché giustamente si comportavano gridando eee facevano delle cose un po’ particolari.

Il Riccioli riferisce delle discussioni tra Alessandro ed i suoi familiari lasciando intendere che proprio a causa di queste e per le cose un po’ particolari che i due ragazzi facevano li abbia allontanati. 

Giornalista: Senta noi abbiamo sentito un po’ qua i vicini della via, anche la signora che ha il bar messinese, là lungo la via, che ce li descrivono come due ragazzi molto miti, socievoli, educati, anche a lei all’inizio avevano fatto questa impressione?

Giampiero Riccioli: Sì, sì, no, no, abbastanza educati anche perché con i miei figli si comportavano abbastanza bene, solo che a volte quando litigavano eee fra di loro non riuscivano a capire, possibilmente a dire la parolaccia, non la dovevano dire davanti ai bambini o quell’atteggiamento un poo’, un po’ oltre, allora a volte si rimproverava per questo motivo ma per il resto non mi pos… non mi sono potuto mai lamentare.

Con l’uso del “si rimproverava” sembra dirci di non essere stato l’unico a rimproverare Alessandro e Luigi, in realtà il Riccioli parla al plurale nel tentativo di inserirsi un un gruppo per non prendersi l’intera responsabilità di quell’azione. Quando l’uomo afferma “non mi pos…” intende dire “non mi posso lamentare” anche se subito dopo si corregge dicendo: “non mi sono potuto mai lamentare” l’uso del presente in quel “non mi pos…” è sospetto.

Giornalista: Quand’è l’ultima volta che li ha visti? Come vi siete lasciati? Cosa vi siete detti?

Ancora una serie di domande, sarebbe bastata la prima.

Giampiero Riccioli: Niente, è l’ultima volta cheeee ci siamo visti è stato un paio di giorni prima mmm che io ho messo il mio papà eee alla casa di cura e non mi ricordo il mese, il giorno, devo essere sincero, è stato all’incirca un sette otto mesi fa eeee ci siamo lasciati ee che gli ho dato la mensilità, mi hanno firmato la modesta ricevuta regolarmente eee di cui io gliel’ho dato all’amministratore di mio papà eeee se ne dovevano andare, dovevano lasciarmi la chiave nella cassetta di sicurezza mmm diciamo che un lato mi è molto dispiaciuto che se ne sono andati perché un lato, di quello che avevo capito io, non avevano tanti soldi, non avevano tante persone che lo aiutassero per questa situazione dell’omosessualità però di quello che abbia capito io e c’era anche mm sentivo spesso che parlavano con un prete, non so della loro zona, di quello che abbia capito io, che spesso ha aiutato Alessandro o gli dava dei soldi, non so come situazione, pensavo che se ne doveva andare fuori, non so dove ma avevano o gli avevano trovato qualche posto di lavoro mmm, non so la verità.

Il Riccioli ha difficoltà a rispondere e ancora una volta, attraverso una lunga tirata oratoria cerca di convincere la sua interlocutrice che, con tutta probabilità, i due ragazzi sono stati aiutati da un prete. 

Giampiero Riccioli: Ero arrabbiato verso i confronti di mio fratello perché in mia insaputa ee diciamo entrava a casa mia.

Giornalista: Con… non chiamiamola complicità, con il loro aiuto.

Giampiero Riccioli: Sì, sì, con il loro aiuto.

Questo è il vero motivo per cui il Riccioli ha intimato ai ragazzi di andarsene, ha vissuto l’appoggio dato da Alessandro a suo fratello, per il bene del vecchio padre, come un tradimento. E’ logico pensare che questa specie di tradimento possa coincidere con il movente del duplice omicidio. Alessandro Sabatino, tre giorni prima di scomparire, il 9 maggio 2014, dichiarò all’avvocatessa Carmela Aliotta, amministratore di sostegno, in presenza del fratello dell’indagato, quanto segue: “Il signor Sabatino rappresenta che la dispensa è quasi vuota che in casa manca il frigorifero e che all’amministrato non viene cambiato il catetere da tempo e che non assume insulina da tempo, cioè a dire da almeno due mesi.  L’anziano ha ricevuto tante modificazioni da parte del figlio. La pasqua è stata trascorsa in miseria e solitudine. (…) mi vengono fornite con (…) e non sono sufficienti per le necessità dell’anziano, di me e della famiglia di Giampiero stesso che fruisce di questa casa. Di sera tardi, spesso Giampiero strilla al padre onde sollecitarlo a non gridare perché i bambini devono dormire e vengono disturbati dai lamenti del nonno al che io sono solito stare accanto al signor Vincenzo per confortarlo e calmarlo. Io sono la sua ombra lo aiuto a mangiare e gli sto vicino”. Dichiarazioni che avrebbero potuto indurre chi di dovere a spostare il signor Vincenzo in un luogo più idoneo, privando Giampiero Riccioli della sua pensione.

Giampiero Riccioli: Io ho una società che faccio anche sicurezza antitaccheggio e cose varie e facciamo anche noi indagini con le questure e i carabinieri quindi, giustamente, io la mia faccia non la metto mai.

Il Riccioli cerca di giustificare l’ingiustificabile, il fatto che lavori con le forze dell’ordine non è un buon motivo per non farsi riprendere dalle telecamere.

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Alcune considerazioni sulle ricerche dei cadaveri da parte dei gruppi cinofili

“Prosecutors and other law enforcement officials, who oversee the labs, want to win cases. As a result, they cling to techniques that are of questionable value at best, if they aren’t provably useless”. The New York Times

Le ricerche dei dispersi eseguite con l’ausilio dei cani dei gruppi cinofili possono fallire per molteplici ragioni:

– l’invecchiamento della traccia olfattiva;
– le condizioni climatiche;
– la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti come familiari, inquirenti e curiosi;
– la scelta del testimone d’odore, un oggetto o un indumento appartenente a colui/lei per il quale si indaga che può trattenere residui del profumo dei saponi da bucato o può risultare contaminato dall’odore di un altro soggetto;
– l’errata interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane) che spetta all’uomo ed è quindi fallibile.

Negli ultimi anni sono stati utilizzati i gruppi cinofili in alcuni casi di scomparsa:

– Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del cadavere della donna, a Noventa Padovana una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

– I cani da ricerca non sono stati in grado di trovare il cadavere di Elena Ceste nonostante la donna si fosse nascosta a poche centinaia di metri da casa, non solo, hanno fiutato una traccia che portava altrove, verso la chiesa del paese. I conduttori dei cani, in questo caso, come capita di sovente, hanno tentato di addurre spiegazioni illogiche pur di giustificare il loro fallimento.

Durante le operazioni di ricerca della Ceste, avvenute nei giorni 25 e 27 gennaio 2014, all’indomani della sua scomparsa (24 gennaio), vennero utilizzati per le ricerche con i cani, i cosiddetti testimoni di odore. Il metodo americano o Whitney prevede che il cane cerchi il disperso attraverso una precisa traccia odorosa e, a tale scopo, prima di cominciare la ricerca, al cane viene fatto annusare un indumento del disperso.

I testimoni d’odore utilizzati durante le ricerche di Elena Ceste furono:

– una garza sterile che era stata 20 minuti a contatto con la ‘zona ascellare’ dell’accappatoio di Elena trovato in bagno;
– un assorbente non usato ma stropicciato prelevato da una borsetta della donna;
– un suo pigiama;
– una garza sterile tenuta all’interno di un paio di scarpe in uso alla Ceste;
– un paio di calze di lana della Ceste;
– una garza sterile tenuta 20 minuti all’interno di uno stivale di gomma in uso ad Elena;
– una garza sterile tenuta 20 minuti a contatto con una delle sue ciabatte.

Almeno tre dei sette oggetti utilizzati come testimoni d’odore non furono una buona scelta e pertanto impedirono ai cani da traccia di localizzare Elena Ceste:

– l’accappatoio della Ceste, un oggetto che viene usato dopo la doccia e che trattiene tracce di sapone che inquinano la traccia;
– l’assorbente, tra l’altro pulito, trovato nella borsa della Ceste che, se anche la Ceste l’avesse toccato più volte, non era mai stato costantemente a contatto con il suo corpo ed in più si trovava in una borsa dove di regola transitano una miriade di oggetti che possono avere odori molto forti come i soldi, un portafogli in pelle, un burro di cacao, un rossetto, fazzoletti di carta che sono spesso profumati e molto altro;
– le ciabatte che aveva ai piedi Elena la mattina della scomparsa e che si era tolta in cortile durante il denudamento ma che purtroppo vennero indossate a poche ore dalla scomparsa della donna dalla di lei madre che evidentemente inquinò la traccia.

Ma veniamo in concreto al comportamento dei cani durante le ricerche della Ceste, i soccorritori isolarono una traccia che portava alla chiesetta frequentata dalla famiglia Buoninconti e il Maresciallo Capo Alessandro Giammaria illustrando il metodo di lavoro del Centro Carabinieri Cinofili affermò  che i cani avevano fiutato una ‘traccia rituale’ corrispondente al tragitto percorso quotidianamente da Elena Ceste a bordo della sua vettura mentre gli stessi non erano stati in grado di seguire la traccia olfattiva in direzione opposta, lasciata dal cadavere della Ceste quella mattina, perché, sebbene quest’ultima fosse più fresca, rappresentava una ‘traccia minima’ in quanto il corpo della donna doveva essere stato trasportato a bordo di un veicolo e non esposto all’aria.
Ciò che ha affermato il Maresciallo è un’assurdità, è possibile che i cani abbiano seguito una ‘traccia rituale’ ma è alquanto improbabile la seconda affermazione, ossia che non ci fosse una traccia fresca equivalente. Il fallimento delle ricerche non può essere giustificato sostenendo che i cani non percepirono una traccia fresca perché il corpo della Ceste si trovava chiuso nel bagagliaio dell’auto o semplicemente all’interno dell’abitacolo durante il percorso da casa al luogo in cui furono ritrovati i suoi resti, a parte il fatto che Elena si diresse a piedi al Rio Mersa e che quindi la traccia, non solo era fresca ma di un soggetto che si era mosso a piedi, in ogni caso, tralasciando questa verità, sappiamo che la donna aveva fatto in precedenza, il giorno 22 gennaio, il percorso fiutato dai cani, opposto a quello di quella mattina e lo aveva fatto sempre a bordo dell’auto e poiché era inverno, di sicuro aveva guidato con i finestrini chiusi, in una condizione evidentemente di ‘traccia minima’, quindi pari a quella che si sarebbe creata nel caso fosse stata trasportata al Rio Mersa chiusa nel bagagliaio di un’auto o all’interno dell’abitacolo, appare quindi improbabile che i cani a parità di ‘traccia minima’ abbiano fiutato una traccia vecchia piuttosto che una nuova. Tra l’altro entrambe le auto dei coniugi Buoninconti sono state sequestrate ed analizzate dai RIS e non è emersa alcuna prova del trasporto di un cadavere sulle stesse.

Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori. All’indomani del ritrovamento, il questore di Aosta, Maurizio Celia ha dichiarato: “Saremo stati neanche a 50 metri di distanza, con noi avevamo i cani ma non hanno fiutato nulla” (16.2.2014, lastampa.it, Christian Pellissier), mentre Renato Guillet, marito di Christiane Seganfreddo ha affermato: “È paradossale. Proprio stamattina ho avuto un’altra segnalazione e un attimo dopo mi dicono che Christiane è stata trovata nelle vigne sopra casa nostra dove era passato anche il cane da ricerca. Ho un po’ di rabbia addosso” (15.2.2014, ilmessaggero.it).

– Il corpo nudo di Elisa Lam, una studentessa canadese di 21 anni è stato trovato, il 19 febbraio 2013, moderatamente decomposto in una cisterna dell’acqua posta sul tetto del Cecil Hotel di Los Angeles. I genitori della ragazza ne avevano denunciato la scomparsa all’inizio del mese ma le ricerche svolte dalla polizia con l’ausilio dei cani non avevano dato i frutti sperati e solo dopo che gli ospiti dell’albergo si erano lamentati del sapore dell’acqua che usciva dai rubinetti, alcuni operai addetti alle cisterne fecero la macabra scoperta. Le indagini conclusero che la ragazza si era nascosta volontariamente nella cisterna e che la sua morte era intervenuta in seguito ad annegamento per cause accidentali.

– Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa, a soli 2 chilometri da casa ed a pochi metri dal luogo dove era stata avvistata l’ultima volta da un parente, ma soprattutto in una zona che era già stata battuta senza esito dai soccorritori e dai cani da traccia. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa. Il padre di Eleonora, Italo Gizzi, all’indomani del ritrovamento, ha dichiarato: “Sono certo che sia lei, me lo sento. La cosa che mi tormenta è che è poco distante da casa ma soprattutto sono luoghi che sono stati battuti da chi la cercava. Non riesco a trovare pace ma io non mi muovo da qui, aspetto finché non mi daranno delle risposte” (24.8.2014, tgcom24.mediaset.it).

– Nel caso di Yara Gambirasio le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011. In seguito al ritrovamento dei resti di Yara non sono mancate le polemiche riguardo alle ricerche e le astruse giustificazioni dei soccorritori che hanno sostenuto di aver controllato l’area e di essere certi che il corpo della Gambirasio non fosse lì, nonostante l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che si è occupata del caso, abbia dichiarato alla stampa: “Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio è in via di elevata probabilità rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta a poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento. Si può prospettare, in termini di alta verosomiglianza, che la Gambirasio sia morta nel campo ove fu rinvenuta cadavere il 26 febbraio 2011″ (bergamo.corriere.it 4 marzo 2015).

– Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

– I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

– I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito ‘direzione autostrada’ mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta.

In sintesi, la recente letteratura non fa che confermare l’inaffidabilità delle ricerche con i cani. Le conclusioni delle consulenze scientifiche, in specie in caso di indagini giudiziarie, devono essere affidabili e verificabili. Da un punto di vista scientifico, ciò che con alta probabilità può fallire è inaffidabile. Le ricerche con i cani sono d’aiuto solo nei casi in cui permettono di trovare un cadavere ma vanno censurate le abborracciate giustificazioni dei fallimenti nelle ricerche ed i tentativi di ricostruire un percorso intrapreso da un certo soggetto dai conduttori dei cani in quanto le loro affermazioni non sono verificabili e molteplici variabili possono indurli in errore.