Caso Maria Ungureanu: una breve analisi di un’audio-intervista rilasciata a Fanpage.it da Roberta Bruzzone

Maria Oana Ungureanu

Maria Oana Ungureanu

L’intervista di Roberta Bruzzone a Fanpage.it:

Che cosa è emerso dall’incontro in procura?

Guardi, chiaramente, sul… sui contenuti dell’incontro eee devo mantenere un doveroso riserbo, le indagini sono ancora secretate, cioè vige ancora il segreto istruttorio, quello che le posso dire è che l’impianto accusatorio sta crescendo di solidità eee per questo tipo di at… di indagini alla procura ha messo in campo un vero e proprio arsenale tecnologico, davvero, davvero impressionante, che si attendono chiaramente una serie di risultanze di interesse, ritenute di interesse fondamentale, dopodiché si incominceranno a tirar fuori i fili a tutto il discorso, io comunque sono molto fiduciosa e credo che a breve ci sarà, ci saranno importanti sviluppi.

La morte della piccola Maria nel beneventano non è stato un incidente?

No, assolutamente no, (ridendo) questo è l’unico aspetto che si può escludere con assoluta certezza eee dello stesso avviso… sono anche chiaramente gli inquirenti, purtroppo Maria è stata assassinata e pu… e la situazione che si è generata all’interno della piscina altro che non è che un maldestro tentativo di inscenare un incidente aa assai improbabile eee la bimba è stata assassinata e precedentemente ha subito una serie di violenze sessuali reiterate, purtroppo le due circostanze sono assolutamente interconnesse.

I due indiziati, i due che sono nel mirino in questo momento, sono due giovani ragazzi, un fratello e una sorella, lei è convinta che stia seguendo la pista giusta?

Assolutamente sì, sono convinta che la procura abbia, abbia preso la strada giusta eeee che una serie di risultanze che stanno, stanno per arrivare confermeranno ulteriormente il quadro indiziario.

Vediamo, in sintesi, che cosa ha detto e che cosa non ha detto la Bruzzone:

– Ha detto che la “procura ha messo in campo un vero e proprio arsenale tecnologico, davvero, davvero impressionante” e “che si attendono chiaramente una serie di risultanze di interesse, ritenute di interesse fondamentale”, in poche parole ha detto che la procura non ha ancora ottenuto alcun risultato nonostante l’arsenale tecnologico messo in campo. Il problema è che finché la procura non accetterà l’idea dell’incidente e non indagherà in quel senso non risolverà il caso. Chi indaga dovrebbe convocare in procura tutti i bambini di San Salvatore Telesino e chiedergli dove si trovassero la sera in cui morì Maria, basterebbe un esperto di analisi del linguaggio per chiudere il caso. Il ricorso all’“arsenale tecnologico, davvero, davvero impressionante” è superfluo. 

– Ha detto che lei è molto fiduciosa: “io comunque sono molto fiduciosa e credo che a breve ci sarà, ci saranno importanti sviluppi”.

– Ha sottolineato che le risultanze che “stanno per arrivare” e che quindi non ci sono ancora, confermeranno l’ipotesi della procura: “sono convinta che la procura abbia, abbia preso la strada giusta eeee che una serie di risultanze che stanno, stanno per arrivare confermeranno ulteriormente il quadro indiziario”.

– Non ha spiegato il perché ritenga che la bambina sia stata assassinata.

– Non ha spiegato il perché ritenga l’area della piscina una scena del crimine.

– Non ha spiegato che cosa le faccia pensare allo staging.

– Non ha spiegato il perché ritenga che le presunte* violenze sessuali subite da Maria siano connesse alla sua morte.

*presunte perché manca ancora il definitivo referto autoptico.

Il luogo dell'incidente

Il luogo dell’incidente

La mia ricostruzione

Maria Ungureanu è deceduta in seguito ad un incidente, vediamo perché:

– I graffi sulla schiena di Maria provano che la bambina entrò nel giardino attraverso un’apertura nella rete che solo i bambini che frequentavano quel parco potevano conoscere. La povera Maria, in compagnia di uno o più bambini, si recò nel giardino dove ha trovato la morte semplicemente per fare un bagno e prendendo esempio dai suoi compagni di gioco si spogliò e si gettò nelle acque della piscina. Il fatto che i suoi abiti siano stati trovati su una sedia a bordo piscina depone per un denudamento volontario al fine di non bagnarli.

– Il proprietario del ristorante, Antonio Romano, nel cui giardino si trova la piscina ha riferito ai giornalisti di aver notato l’apertura nella rete e che i bambini entravano per giocare a pallone. Romano inizialmente ha negato di aver saputo, prima della morte di Maria che ci fosse un varco nella rete poi però ha ammesso di essere a conoscenza sia del varco che del fatto che i bambini entravano in quel giardino per giocare. Questa testimonianza è cruciale, Romano ha confermato che era un’abitudine dei bambini entrare nel giardino dove si trova la piscina.

Ecco uno stralcio di un’intervista rilasciata da Antonio Romano ad una giornalista della trasmissione televisiva Chi l’ha visto pochi giorni dopo la morte di Maria:

Giornalista: “C’era quel buco nella rete? Da quanto tempo c’era?”.
Antonio Romano: “Ma che noi sappiamo no perché noi teniamo a controllare, a volte i bambini salgono su e cercano di… quando giocano a pallone ma il buco non… ma non così evidente”.

– È semplicemente un caso che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali; la morte della Ungureanu e la violenza sessuale che aveva subito in precedenza sono da ritenersi due fatti ben distinti; non essendo contestuale alla morte, l’abuso non può essere ritenuto il movente di un omicidio e mancando il movente evidentemente non è difficile inferire che un omicidio non c’è stato.

– L’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile se non supportata da dati medico legali incontrovertibili.

– Nella maggior parte dei casi i pedofili molestatori approcciano le loro vittime attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi, solo gradualmente conducono i bambini verso gli abusi veri e propri, per questo motivo le vittime degli abusi cronici non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico e nella stragrande maggioranza dei casi non rivelano a nessuno di essere sottoposte a molestie né si ribellano né minacciano né denunciano il proprio carnefice. Non solo i bambini non sono in grado di decifrare il significato di ciò che subiscono a causa della loro immaturità e della gradualità con la quale vengono sottoposti agli abusi ma temono anche di non venir creduti o possono essere pervasi da un senso di colpa o dalla vergogna che gli impedisce di rivelare le violenze subite, spesso hanno paura di perdere un adulto significativo per la loro esistenza, pertanto ancora più difficilmente i bambini riferiscono di aver subito abusi dai familiari più stretti da cui dipendono emotivamente ed economicamente.

–  La maggior parte degli annegamenti è accidentale. L’omicidio per annegamento è raro. Il suicidio per annegamento è abbastanza frequente (Istituzioni di Medicina Legale, Clemente Puccini).

– Raramente un soggetto che muore in seguito ad un annegamento è vittima di un omicidio. Nei pochi casi in cui ciò accade, a meno che non si tratti di bambini in tenera età, all’esame autoptico si rilevano non solo i segni di un annegamento ma anche contusioni, fratture, ferite ed abrasioni; non solo gli autori di omicidi per annegamento lasciano sulle loro vittime i segni di un’aggressione facilmente rilevabili all’esame autoptico ma anche le vittime nell’atto di difendersi lasciano segni sull’autore del delitto, pertanto, difficilmente in mancanza di dati autoptici riferibili ad una colluttazione un medico legale può affermare che un soggetto morto in seguito ad un annegamento sia stato vittima di un omicidio.

– La bambina non sapeva nuotare, questo dato è di supporto all’ipotesi della morte accidentale, se Maria fosse stata una nuotatrice provetta ci saremmo dovuti porre maggiori domande. Affogano principalmente coloro che non sanno nuotare; nel caso di nuotatori provetti più frequentemente l’annegamento è la conseguenza di traumi cranici o dell’ingestione di sostanze psicoattive che influenzando le funzioni sensitivo motorie e comportamentali di un individuo lo rendono più vulnerabile.

– Le statistiche internazionali sulle cause di morte riportano che in 26 dei paesi più ricchi del pianeta l’annegamento è la seconda tra le cause di morte nel gruppo di età che va dagli 0 ai 14 anni; in alcuni di questi paesi è addirittura la prima causa di morte nei bambini tra gli 0 ed i 5 anni. In America, l’annegamento è la seconda causa di morte tra i minori di 15 anni dopo gli incidenti stradali; nel 60-70% dei casi l’annegamento ha luogo in piscine private, SPA o in vasche idro-massaggio. Nel Regno Unito, per fattori geografici, solo il 4% degli annegamenti avviene in piscina.

– La mancanza di barriere di sicurezza nelle piscine private o in quelle pubbliche durante le ore di chiusura degli impianti e una sorveglianza non adeguata da parte degli adulti sono le principali concause degli annegamenti tra i bambini (Quan et al., 1989); fattori di rischio sono la scarsa abilità nel nuoto delle vittime e la mancanza di consapevolezza da parte dei minori dei pericoli che possono essere associati all’acqua. Inoltre, i bambini, quando sono in difficoltà e non vi sono adulti tra di loro, sono incapaci di soccorrere i propri coetanei.

– Maria quella sera indossava solo una maglietta e non aveva i calzini, il suo abbigliamento ci dice che freddo non era e che il clima era compatibile con la decisione di buttarsi in piscina per un bagno.

– Il caso della Ungureanu ricorda da vicino quello dei due fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardi, i quali morirono, in fondo ad un pozzo di una casa abbandonata. I loro compagni di gioco non chiamarono i soccorsi e tacquero nonostante fossero a conoscenza delle loro sorti, tacquero anche dopo l’arresto del padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, il quale fu scarcerato solo dopo che il caso volle che un altro bambino cadesse nel pozzo e durante le operazioni di recupero venissero ritrovati i poveri resti di Francesco e Salvatore Pappalardi.

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Omicidio di Gianna Del Gaudio: analisi di un’intervista rilasciata dal marito Antonio Tizzani

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Antonio Tizzani e Gianna del Gaudio

La signora Gianna Del Gaudio, 63 anni, è stata uccisa nella notte tra il 26 ed il 27 agosto 2016 da un unico fendente sferratole alla gola. Il marito, Antonio Tizzani, unico indagato per il suo omicidio, ha rilasciato un’intervista a Claudia Aldi.

Trascrizione e analisi dell’intervista:

Tizzani: Io parlo per discolparmi, lo dica pure, lo faccia sentire.

Tizzani non rilascia l’intervista per trovare l’assassino di sua moglie Gianna ma solo per discolparsi, è lui a dichiararlo.

Giornalista: Ma lei è entrato perché ha sentito rumore o perché aveva finito di innaffiare?

La domanda è sbagliata, la giornalista fornisce all’intervistato due alternative, lo imbocca. La domanda da fare sarebbe stata: Ci dice cosa è successo?.

Tizzani: Perché avevo finito.

Tizzani risponde a pappagallo con una delle due risposte alternative fornitegli dalla giornalista.

Tizzani: Quando io so’ rientrato, dopo fatto quello che dovevo fa’, e vedo sssto (guarda in basso) questo qua, mi fermo e dici: Cosa fai nella borsa di mia moglie? Chi sei tu? Chi t’ha fatto entrare? Questo come mi sente gridare… se ne va come un ragno.

Tizzani, per non mentite, non dice di aver annaffiato ma si limita a dire: “dopo fatto quello che dovevo fa’”. Inizialmente usa il verbo al passato “so’ rientrato, dopo fatto” ma poi lo usa al presente “dici”, chi falsifica un’azione pensa al presente e per questo motivo nel racconto usa il verbo al presente.

Giornalista: Ah, e senta una cosa, la pozza di sangue, che ha detto il dottor Portera, che lei ha saltato, lei l’ha vista e l’ha saltata, come ha fatto? Ci fa vedere?

La giornalista afferma, non chiede e si esibisce in domande multiple. Affermare e fare domande multiple sono due errori grossolani da evitare in un’intervista, sta all’intervistato raccontare i fatti, la giornalista non dovrebbe suggerire né riepilogare, così facendo impedisce all’intervistato di cadere in contraddizione. Inoltre, se un giornalista pone più di una domanda, l’intervistato sceglierà a quale domanda rispondere e naturalmente risponderà a quella che gli fa più comodo.

Il Tizzani non risponde ma mostra un’area esterna, fa vedere alla giornalista quanto fosse grande la chiazza di sangue ed evita, come era prevedibile, di rispondere alla prima domanda.

Giornalista: Era lì dove? Dove? Davanti alla porta? Davanti …?

Ancora domande multiple e un suggerimento, la giornalista non lascia il tempo a Tizzani di esprimersi.

Tizzani: Dalla cucina e lei lo sa (incomprensibile) antrà e ha messo lì…(interrotto)

In ogni caso la chiazza di sangue è stata repertata, sulla posizione della stessa Tizzani non può mentire.

Giornalista: E lei l’ha saltat…?

La giornalista interrompe Tizzani.

Tizzani: … che, che, no, aspe’, aspe’… Che fai? Che fai? Ci vai sopra?

Tizzani invita la giornalista a dargli tempo, a non incalzarlo, le chiede di aspettare e poi risponde con due domande per non rispondere.

Giornalista: No, però lei guardava il ladro che scappava oppure guardava per terra?

Ancora una domanda attraverso la quale la giornalista fornisce all’intervistato due possibili risposte alternative. La domanda giusta da fare sarebbe stata una domanda aperta del tipo: Lei cosa ha fatto?.

Tizzani: Eee no, per terra, cioè… prima guardavo la pozza di sangue…

Giornalista: E quindi lei l’ha saltata… cercando…?

La giornalista continua a suggerire a Tizzani di dire di aver saltato la pozza di sangue. 

Tizzani: No, aspetta, prima guardavo la pozza di sangue, io questo lo posso di’ perché l’ho sempre detto, è una cosa… poi, allora… guardi tua moglie… (interrotto)

Tizzani per la seconda volta invita la giornalista a dargli tempo, a non incalzarlo ma nonostante tutto lei lo interrompe. Il goal di un giornalista dovrebbe essere far parlare a ruota libera un indagato in modo da ricavare più informazioni possibili ed eventualmente farlo cadere in contraddizione, non avere una risposta precisa alla propria domanda.

Quando Tizzani dice: è una cosa…, il suo linguaggio non verbale lascia intendere che egli cerca di compiacere la giornalista, come se volesse dirle che le sta riferendo qualcosa di speciale, in realtà dice che lo dice perché l’ha sempre detto; il fatto che lo abbia sempre detto non ne fa una verità, anzi è un indice del fatto che Tizzani riepiloga ciò che ha falsificato per ripeterlo sempre allo stesso modo.  

Giornalista: Si è accorto che c’era Gianna?!

Tizzani: … sua moglie a terra che non respira, ti soffermi un attimo per guardare (interrotto).

E’ interessante il fatto che si riferisca alla moglie con un tua moglie e poi con un sua moglie mai con un mia moglie, in questo modo l’uomo usa uno stratagemma verbale per prendere le distanze dalla vittima.

Giornalista: E si è fermato là. Ma invece… ma invece…

La giornalista lo interrompe gratuitamente solo per ripetere senza motivo ciò che ha detto lui.

Seconda giornalista: Com’è (incomprensibile) sua moglie?

Tizzani non solo viene ripetutamente interrotto dalla Aldi ma anche da un’altra giornalista.

Tizzani: Que… que… questa, questa è! Come fai? Come fai a non andarci sopra?

Tizzani risponde con due domande, una tecnica evasiva utilizzata per non rispondere.

Giornalista: Lei non c’è andato sopra però!

Una gratuita affermazione della giornalista attraverso la quale invita Tizzani a negare.

Tizzani: Ma per niente proprio.

Infatti lui nega.

Tizzani spiega in che occasioni ha saltato la pozza: E sia per uscire, per gridare dopo il fatto cheee… che… che ho visto Gianna stesa a terra e poi per rientrare, per vedere il cellulare, per prendere il cellulare che era sul tavolo e chiamare mio figlio che pensavo che era ancora per strada, dico: Vieni, torna indietro.

Praticamente una confessione, Tizzani dice di aver saltato una prima volta la pozza dopo il “fatto”, poi si corregge, non senza difficoltà, dicendo: “cheee… che… che ho visto Gianna stesa a terra”. Il “fatto” non può che essere l’omicidio.

Giornalista: E invece quello che scappava? Pure lui ha saltato sopra la pozza?

Ancora domande multiple attraverso le quali non solo la a giornalista introduce un personaggio ma ne suggerisce i movimenti, un errore grossolano. La giornalista avrebbe dovuto far parlare del fantomatico assalitore Tizzani chiedendogli: Lei cosa ha visto?

Tizzani: Io ho sent… (interrotto).

Seconda giornalista: E’ uscito da quella porta?

La seconda giornalista interrompe nuovamente Tizzani.

Tizzani: … ho detto subito, dissi subito ai carabinieri: Ci sono delle impronte di sangue.

Tizzani pronuncia con enfasi la parola “impronte”, spera che quelle impronte possano aiutarlo a difendersi.

Giornalista: Che non sono le sue?

La giornalista trae le conclusioni e suggerisce a Tizzani di negare.

Tizzani: Perché non lo avevo fatto… (interrotto)

Seconda giornalista: Ma dove? Fuori o in casa?

La voce fuoricampo continua ad interrompere l’intervistato.

Tizzani: Ma ee i carabinieri dice: No, sono quelle del… Pronto Soccorso.

Giornalista: Senta una cosa ma lei, perché poi non ha avuto l’istinto di riandare da sua moglie? Perché lei non era sporco di sangue, perché non ha avuto l’istinto di andare a vedere se era viva o morta?

Ancora domande multiple, un vizio fatale della giornalista. 

Tizzani: Eh, quando fai così…

Una risposta evasiva, l’ennesima.

Seconda giornalista: Ma lei l’ha visto (incomprensibile)?

Tizzani viene ancora interrotto.

Tizzani: … e ti soff… e ti soffermi 10 secondi, 15 secondi, quello che siano, non lo so e la vedi non respirare, cosa fai? Cosa dici?

L’intervistato risponde con due domande per non rispondere e continua ad essere evasivo.

Tizzani: Aspetti l’ultimo respiro, può darsi che manco quello ha fatto,
ma dici: Mià, dì: Mià che io sento: Ahh, ahh.

Il Tizzani rimprovera alla moglie di non essersi lamentata, il fatto che critichi la vittima è una importante red flag, un indice di colpevolezza.

Giornalista: Ma lei era a pancia in giù, faccia in giù, come ha visto che non respirava?

Ancora suggerimenti della giornalista, invece di affermare che la donna era a faccia in giù avrebbe dovuto chiedere: In che posizione era sua moglie?.

Tizzani: Non respirava.

Tizzani è in difficoltà, non è in grado di spiegare come abbia fatto a capire che la moglie non respirava.

Seconda giornalista: (incomprensibile) non si messo ad urlare?

Tizzani viene ancora interrotto da un’altra giornalista.

Giornalista: Quindi lei si è accorto quando si è fermato pietrificato che sua moglie non respirava guardandola e quindi non l’ha toccata?

La giornalista introduce il termine pietrificato, un suggerimento, un errore grossolano.

Tizzani: Quando la vedi così…

Una risposta evasiva. 

Giornalista: E non gli è venuto istintivo di farle: Gianna, Gianna?

Tizzani: Una volta l’ho… ei.

Ancora una risposta evasiva.

Giornalista: Ma di toccarla, di abbracciarla?

Tizzani: Aaa no.. no.

Giornalista: E perché?

Tizzani: Perché, perché vacci tu indietro negli altri omicidi eeee…

Una risposta che potrebbe voler dire che non l’ha toccata per paura di venir incriminato o potrebbe essere semplicemente una risposta senza senso buttata lì per lasciar pensare all’interlocutore ciò che vuole.

Seconda giornalista: Ha paura di qualcosa?

La seconda giornalista interpreta il suo atteggiamento come una reazione alla paura o quantomeno suggerisce gratuitamente una possibile interpretazione a Tizzani.

Tizzani: Ummm.

Tizzani annuisce con una non parola mostrandosi ancora evasivo.

Tizzani: Eee quando, quando tu vedi che ormai non respira più, aspetti almeno l’ultimo respiro (incomprensibile) manco quello ha fatto…

Tizzani inizia una tirata oratoria cruciale che purtroppo viene interrotta dalla giornalista che invece di lasciarlo parlare o di insistere sul punto, lo incalza con una domanda inutile. In ogni caso l’uomo fa in tempo a dirci che dopo il fendente la donna non fece più neanche un respiro, che la morte fu instantanea. 

Giornalista: Quindi mi fa rivedere per favore lei corre la pozza dov’era? Come era lunga?

Tizzani: Come… casa mia…

Tizzani ricostruisce la scena del crimine in giardino.

Giornalista: Va bene, ok.

Tizzani: Da qua tu vede la pozza…

Giornalista: E qui è la cucina?

La giornalista suggerisce ancora.

Tizzani: Quella è la cucina.

Giornalista: Ok.

Tizzani: E vede la pozza là, tu non vedi dietro qua che è successo.

Giornalista: No, però lei rincorre questa persona.

La giornalista continua a suggerire, non a chiedere.

Tizzani: Stavo rincorrendo però ti soffermi, ok, Cos’è quella pozza? (interrotto)

Tizzani ripete a pappagallo la parola rincorrere. La giornalista continua ad interrompere ed a suggerire.

Giornalista: E quindi lei corre, mi faccia vedere.

Tizzani: Che è successo? Arrivi, arrivi, arrivi qua, vedi questo.

Tizzani non prende possesso di ciò che dice, non dice: Io sono arrivato e ho visto questo, non è in gradi di mentire in modo credibile.

Giornalista: E si è fermato, si è bloccato!

Nuovi suggerimenti della giornalista.

Tizzani: E che fai? Che fai? Voglio vede’ lei che fa!

Tizzani risponde con due domande e mezzo per non rispondere, è evasivo.

Giornalista: Quindi lei era qua in giardino, no? Ad un certo punto lei entra dalla porta lì e che cosa fa?

La giornalista continua ad affermare e a fare domande multiple.

Tizzani: No, dalla porta, dalla porta finestra.

Giornalista: Dalla porta finestra, da quella là di lato, là?

Tizzani: Eh.

Giornalista: La seconda, quella là?

Tizzani: La seconda.

Giornalista: Entra e che fa pa…?

Ancora suggerimenti da parte della giornalista.

Tizzani: Io c’ho il divano così…

Giornalista: Eh, vada, ci faccia vedere quando arriva all’altezza della cucina, ci dica che succede.

Tizzani: No, all’altezza della cucina c’è tempo, a questa altezza qua, entrando, quindi io sto di qua da quella porta e vedo qua, questo così, con le mani dentro.

Giornalista: Girato verso di qua.

La giornalista continua ad affermare.

Tizzani: Verso di là.

Tizzani la corregge.

Giornalista: Sì.

Seconda giornalista: Di là.

Un’altra giornalista si intromette.

Tizzani: Verso di là.

Giornalista: Con la testa verso di là.

Ancora un’affermazione della giornalista.

Tizzani: Io dico che… Chi sei? Che fai? Che stai facendo? Quella è la borsa di mia moglie, che stai facendo? E questo come mi sente io dico una cosa, no? Se uno grida, tu istintivamente che fai?

Tizzani afferma di aver sorpreso un uomo dopo la mezzanotte in casa sua e di avergli detto: Quella è la borsa di mia moglie, che stai facendo?, un racconto improbabile, la borsa non può che essere un dettaglio secondario nel momento in cui un soggetto trova un ospite indesiderato in casa.

Giornalista: Mi giro e lo guardo.

Tizzani fa una domanda alla giornalista e lei risponde: Mi giro e lo guardo, non avrebbe dovuto stare al gioco, avrebbe dovuto rispondere con una domanda: Che fai?.

Tizzani: Invece, questo che ha fatto?

E’ ancora Tizzani a far domande alla giornalista alle quali lei incredibilmente risponde.

Giornalista: E’ scappato.

La giornalista continua a rispondere invece di replicare con una domanda quale poteva essere: Che ha fatto?, in modo da far parlare l’intervistato.

Tizzani: Così stava e così… e così se ne è andato acquatta… acquattato, per questo non so né ‘a taglia né altro.

Tizzani si è inventato il fantomatico ladro assassino ma non è in grado di falsificare in modo credibile, la storia dell’intruso che si sarebbe allontanato acquattato è esilarante. Tizzani non ne ha mai descritto l’altezza e la taglia e per questo dice che si allontanò acquattato.

Giornalista: C’aveva la felpa.

La giornalista afferma che l’assalitore aveva la felpa invece di chiedere a Tizzani come fosse vestito

Tizzani: ‘sta felpa scura.

Giornalista: E’ andato…?

Tizzani: E’ andato e io lo inseguo, Gianna, Gianna. Quindi Gianna, Gianna, questo scappa, scappa in quel modo là, arriva a questa altezza, più o meno, più o meno, da fuori, più o meno, più o meno.

Una serie di ripetizioni, tipiche di chi mente.

Giornalista: E c’è la pozza.

Ancora un’affermazione.

Tizzani: No, e guardo verso la cucina e vedo ‘sta striscia di sangue così: Che è successo Madonna mia? Gianna, Gianna, a questo punto è Gianna. Questo continua a scappare eee. Che fai? Prima ti blocchi per la borsa, poi ti blocchi per il sangue (interrotto).

Giornalista: Per la pozza.

Ancora un’interruzione.

Tizzani: … per il sangue e poi a due passi vedi così, eeeh…

Giornalista: E a lei non è venuto in mente di soccorrerla?

Tizzani: No, mi son fermato tre, quattro, cinque secondi a vedere se respirava.

Giornalista: Ma non l’ha sentito però se respirava?

Tizzani: No.

Giornalista: Non le è venuto in mente di farle: Giaaanna?

Tizzani: No, l’ho detto, l’ho chiamata.

Giornalista: Però non l’ha toccata?

E’ la giornalista ad affermare che Tizzani non toccò sua moglie, non lui.

Tizzani: Non l’ho toccata.

Tizzani ripete a pappagallo.

Giornalista: Perché non l’ha toccata?

Tizzani: Quando tu vedi che è così, che fai?

Il Tizzani risponde con una domanda per non rispondere.

Giornalista: Lei che ne sapeva che era morta, mi scusi, eh?

Tizzani: Ma io ho avuto paura, io, io ho paura di, di, di ‘ste cose qua.

Giornalista: Di cosa?

Tizzani: Eh di toc…

Tizzani risponde di aver avuto paura di toccarla, evidentemente non voleva sporcarsi di sangue. Spesso chi commette un omicidio dopo essersi pulito evita di sporcarsi nuovamente di sangue, Alberto Stasi docet.

Giornalista: Voi avete tutte le foto abbracciati e non le è venuto in mente di soccorrerla?

Tizzani: In quel momento no.

Giornalista: Di che ha avuto paura, scusi? Magari poteva essere ancora viva e poteva salvarla.

Tizzani: Di quei cinque, sei secondi che mi sono fermato come stava lei in quelle condizioni, aspettavo che faceva uno respiro, uno, uno, allora forse l’avrei abbracciata, l’avrei fatta curare, respirazione bocca a bocca, non lo so, nuovamente, ho visto che non si muoveva, con gli occhi aperti mi pare che erano, la bocca così.

Tizzani: E poi ho detto: Disgraziato hai ammazzato mia moglie!

Giornalista: Quindi lei è rimasto pietrificato, a quel punto che cosa ha fatto? Non ha… non ha toccato sua moglie e che cosa ha fatto?

La giornalista suggerisce la reazione di Tizzani: pietrificato.

Tizzani: Ho gridato, ho gridato come un pazzo… (interrotto)

Tizzani dice di aver urlato dopo la morte della moglie, in realtà l’ha fatto di sicuro durante la lite che ha preceduto l’omicidio e poi dopo l’omicidio nel tentativo di attribuirne la responsabilità ad un fantomatico aggressore. Purtroppo viene nuovamente interrotto.

Giornalista: Ha chiamato l’altro figlio, c’aveva il telefonino a portata di mano!

La giornalista continua a suggerire una ricostruzione invece di chiedere.

Tizzani: Questo dopo, ma prima, prima ho gridato come un pazzo.

Giornalista: E che cosa ha gridato se lo ricorda?

Tizzani: Tante bestemmie… che mia moglie non c’era più… che qualcuno mi dasse una mano e tu hai visto (incomprensibile), (finge di piangere) un cane l’hai visto?  Neanche quelli abbaiavano più.

Giornalista: Senta, i suoi figli in questi giorni che sono trascorsi da quella notte tra il 26 ed il 27 ad oggi, quando siete rimasti da soli le hanno mai chiesto: Papà sei stato tu?

Tizzani: No perché so’, so’… Come si dice? So’ consapevoli che non potevo essere io… (interrotto)

Tizzani non riesce a dire: i miei figli sono consapevoli che io non posso aver ucciso Gianna, non riesce a negare in modo credibile.

Giornalista: Però magari ad uno viene il dubbio, anche una domanda retorica?

Tizzani: Macché… aaah macché, né io di loro né loro di me.

Tizzani nel tentativo di trovare una via d’uscita equipara la sua posizione a quella dei figli, li coinvolge invece di fare di tutto per tenerli fuori, un comportamento deplorevole. 

Giornalista: Lei ha detto di aver visto l’uomo incappucciato con le mani che frugava nella borsa ed il coltello dove ce l’aveva in quel momento che è sparito?

Tizzani: Ecco, è quello che mi sto chiedendo da stamattina, eh. Se tu c’hai le mani così…

Tizzani è evasivo.

Giornalista: Se non ce l’hai in tasca dei pantaloni, dove ce l’hai il coltello?

La giornalista suggerisce una risposta camuffata da domanda.

Tizzani: Eh.

Tizzani è evasivo.

Seconda giornalista: Lei ha visto le mani libere?

Una seconda giornalista suggerisce che le mani fossero libere, avrebbe dovuto lasciarlo dire a Tizzani.

Tizzani: Le mani libere nella borsa di mia moglie… Scure, nere, scure (incomprensibile). Questo me lo sto chiedendo da stamattina dico perché ho visto stamattina che c’erano i carabinieri…

Tizzani ripete a pappagallo la storia delle mani libere.

Giornalista: Il metaldetector…

Tizzani: I carabinieri con metal… ma dico…

Giornalista: Eppure non aveva il coltello in mano, questo coltello dov’è andato?

Tizzani: Eh.

Tizzani è evasivo.

Giornalista: Quando lei litigava con sua moglie, hanno detto che lei litigava prima.

Tizzani: Ma quando cazzo litigava ma, ma, ma scusi, se mio figlio se n’era appena andato, stavo ancora parlando.

Tizzani non dice: Ma quando cazzo litigavo, dice invece: Ma quando cazzo litigava, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Giornalista: Di cosa? Se lo ricorda?

Tizzani: E certo, di quello che era successo ad Avellino, allora aaa… (interrotto).

Giornalista: Quando siete andati a San Giovanni Rotondo, anche.

Invece di lasciar parlare Tizzani la giornalista lo interrompe per fargli sapere gratuitamente che lei sa della gita a San Giovanni Rotondo.

Tizzani: Ad Avellino, prima ad Avellino, da Avellino siamo andati a San Giovanni Rotondo, siamo ritornati ad Avellino, poi siamo venuti qua… la sequenza… quindi si parlava, si parlava con i figli… questo mi mette in galera domani, dopodomani…

Giornalista: Chi mette in galera?

Antonio Tizzani: Lascia perdere eee… cancellalo quello… eee sennò ci dai l’input.

Giornalista: A chi do l’input?

Antonio Tizzani: (disegna a gesti la sagoma di un uomo in alto, probabilmente di un pezzo grosso).

Tizzani è ancora evasivo.

Giornalista: Chi è? Il Procuratore?

Antonio Tizzani: Eh cazzo!

In pratica Tizzani sembra dire alla giornalista che ciò che è successo ad Avellino potrebbe essere riconosciuto dal Procuratore come il movente dell’omicidio. 

Giornalista: Allora lesioni, si parla di certificati lei che cosa dice? Sua moglie…?

Tizzani: Chi l’acc… chi l’accompagnava in ospedale, andava a piedi?

Tizzani non è capace di negare, risponde con una domanda ed è, per l’ennesima volta, evasivo.

Giornalista: Ma lei non si è mai chiesto, scusi, come ha fatto a farsi queste les…?

Tizzani: No, dico queste cose che state dicendo, ma andava a piedi?

Tizzani continua a non rispondere a tono alla domanda, è evasivo.

Giornalista: No, ce l’accompagnava lei forse?

La giornalista cade nel tranello di Tizzani, lo asseconda, il problema non è come andasse in ospedale ma chi le provocasse le lesioni.

Tizzani: Eh, no.

Giornalista: E chi l’accompagnava?

Tizzani: E nessuno, perché so’ cazzate, lei si è fatta male una volta andando a scuola sul ponte che l’avete messo, una volta dal… nel pullman, il pullman ha frenato, ha frenato e Gianna, che era a piedi, per scendere è caduta e si è fatta male e l’autista stesso, se è onesto, dovrebbe sentirlo e dire: Sì ero io quell’autista, l’ha accompagnata dicend… facendo un itinerario diverso (incomprensibile) all’ospedale.

Il racconto di questi due episodi appare credibile.

Giornalista: Senta una cosa ma, insomma, lei solo queste due volte?

Tizzani: Poi un’altra volta s’è fatta male nel carrello nell’Iper col carrello.

Un altro racconto credibile. Questi tre episodi non escludono che lui l’abbia percossa in altre occasioni.

Giornalista: A lei non è capitato mai di darle uno strattone a Gianna?

Tizzani: Ma in… da qua… in quarantacinque, quarantasett’anni, trentasei, quarantasett’anni di insieme può pure capitare, mo’ sfido…

Tizzani fa un’ammissione.

Giornalista: Le è capitato a lei, che si ricordi?

Tizzani: Ma io dico di sì, a questo punto qua dico di sì perché in quarantasett’anni non può dire: Oh e che cazzo stai dicendo? Stai calma ee aspe’ parliamone prima! Ma là finiva, poi c’è la notte e il letto e c’hanno insegnato sempre così i vecchi.

Giornalista: Cioè?

Tizzani: E si fa pace sempre a letto. Ma voi non siete fidanzate nessuna delle due e vi auguro di trovare uno come me, ve lo auguro veramente.

Tizzani informa le giornaliste delle sue capacità amatorie, proprio queste potrebbero avere a che fare con il movente dell’omicidio.Tizzani avrebbe dovuto essere concentrato nella ricerca dell’assassino di sua moglie e non nel raccontarsi come amatore. Gli atteggiamenti seduttivi o e le eventuali relazioni extraconiugali del Tizzani potrebbero essere state, negli anni, la causa delle tensioni familiari, tensioni che si sono esacerbate quando i due coniugi sono andati in pensione. I pensionamenti sono spesso causa di fratture dell’equilibrio familiare per la necessità di ristabilire i compiti dei coniugi e per il maggior tempo condiviso.

Seconda giornalista: Secondo lei questo ladro ha scavalcato il cancello?

Tizzani: (mostrando il cancello alle giornaliste) Guarda che il grigio è andato via.

Tizzani non risponde, è evasivo, si limita a mostrare le zone in cui la vernice è scrostata nel tentativo di accreditare l’idea che il ladro assassino abbia scavalcato il cancello.  

Giornalista: Perché?

Tizzani: Come mai? Come mai?

Tizzani è ancora evasivo, risponde con due domande per non rispondere.

Seconda giornalista: Perché qualcuno…

Giornalista: Perché ha scavalcato lui… secondo lei ha tolto il grigio? Senta ma quando è uscito ha scavalcato il cancello o il cancello era aperto o se l’è aperto lui?

In compenso rispondono entrambe le giornaliste.

Tizzani: Lo sai che questo non lo so.

Giornalista: Da dove si apre il cancello?

Tizzani: Da dentro, dalla cucina.

Giornalista: Quindi ci sarà un’impronta sulla cucina!?

Tizzani: Spero.

Giornalista: Ma era aperto o chiuso, quando lei è venuto qua, questo cancello?

Tizzani: Per me era aperto perché per me è andata… perché anche quando è venuto qua era… (interrotto).

Tizzani dopo la domanda sull’interruttore dice di ritenere che fosse aperto perché sa che nessuno troverà le impronte dell’assalitore sull’interruttore della cucina.

Giornalista: Mentre scappava non l’ha visto che spingeva il tasto per aprire il cancello?

La giornalista suggerisce a Tizzani di rispondere negativamente.

Tizzani: No.

Giornalista: Perché se il cancello è aperto, se l’è dovuto aprire lui il cancello.

Tizzani: Ho guardato solo mia moglie.

Giornalista: Solo che lei è rimasto pietrificato e non se n’è accorto.

Un’altra ingiustificabile affermazione della giornalista che imbocca il Tizzani.

Tizzani: Ho guardato solo così (testa bassa).

Tizzani dice di non aver seguito l’assalitore ma di aver guardato in basso e per questo motivo sarebbe incapace di dire come l’uomo incappucciato abbia superato il cancello; in un’altra occasione ha riferito alla giornalista che l’assalitore era fuggito acquattato e quindi lo vide. Due versioni discordanti, una red flag.

Giornalista: Senta questa collana che lei dice sua moglie portava sempre al collo che è sparita!?

Tizzani: Eh e questo vorrei saperlo pure io, chi l’ha presa?

Tizzani risponde con una domanda, è vago, è incapace di sostenere che è stato il ladro assassino a rubare la collana perché sa che non è così. L’uso del termine prendere invece che rubare serve a minimizzare ed è un indicatore del fatto che Tizzani sa che un furto non c’è stato.

Giornalista: L’unica cosa che manca da casa?

La giornalista non chiede se manchi altro oltre alla collana ma suggerisce che quella collana è l’unica cosa che manca.

Tizzani: Eh, così sembra.

Giornalista: Ma ‘sta collana l’abbiamo nelle foto, no? Noi della…!?

Tizzani: Era un regalo mio, tutto quello che lei indossava glielo regalavo io… (interrotto).

Giornalista: Può dire se qualcuno la trova può chiamare gli investigatori questa collana.

Tizzani: Eh p… (interrotto)

Giornalista: Ce lo può descrivere come è fatta? Dove l’aveva presa? Gliel’aveva regalata lei?

Tizzani: Sì… (interrotto).

Giornalista: Quando? Si ricorda più o meno?

Tizzani: Una decina d’anni fa.

Tizzani non è interessato alla collana della moglie perché sa che nessuno l’ha rubata, se davvero fosse accadutoe venisse ritrovata inchioderebbe il ladro assassino alle sue responsabilità.

Tizzani: La collana dice ce l’aveva o non ce l’aveva, per me ce l’aveva, ce l’ha sempre avuta hai capito? E’ una cosa normale. Il suo fidanzato lo sa che ce l’ha sempre?

Seconda giornalista: Il mio fidanzato no, perché non ho un fidanzato.

Tizzani: Brava, brava e la domanda era tendenziosa. Come fai a saperlo? E’ una cosa normale.

Tizzani mentre parla accarezza la giornalista sulla guancia destra, in un’altra occasione le ha messo la mano sinistra tra i capelli biondi sulla parte alta del dorso e l’ha abbracciata. Certi atteggiamenti lasciano poco dubbi sul possibile movente.

Seconda giornalista: Quindi facevate tutte le cose insieme, la spesa, i viaggi, gli spostamenti?

Tizzani: Per forza eravamo obbligati, ero obbligato.

Tizzani si corregge e dice: “Ero obbligato”, un modo per prendere le distanze dalla vittima, in un momento come questo un atteggiamento alquanto sospetto che ci illumina sui reali rapporti con la moglie, una red flag.

Seconda giornalista: Come era la vostra storia sua moglie le dedicava dei messaggi delle frasi d’amore meravigliose?

Tizzani: Quelle erano.

Tizzani non dichiara il suo amore per la moglie pubblicamente ma si limita a dire che le frasi scritte dalla moglie “quelle erano”, praticamente rivela che il rapporto era a senso unico. 

Seconda giornalista: Si ricorda se avete mai litigato?

Tizzani: Ma tu, tu non sei fidanzata, hai detto?

Tizzani risponde con una domanda per non rispondere e si interessa per la seconda volta ad una eventuale relazione sentimentale della giornalista illustrandoci ancora una volta il possibile movente dell’omicidio. 

Seconda giornalista: No.

Tizzani: E trovatelo e poi mi vieni ad intervistare.

Seconda giornalista: No, ma infatti.

Tizzani: Tu invece sei?

Giornalista: Non sono fidanzata.

Tizzani: Manco tu?

Giornalista: No.

Tizzani: Trovatelo e poi mi vieni ad intervistare.

Tizzani: Mia moglie non era grassa era il doppio di lei, se ti dava uno schiaffo mia moglie, tu in terra andavi a finire, io le pigliavo, no mia moglie.

Tizzani riferisce alla giornalista che sua moglie era più forte di lui usando gratuitamente un termine dispregiativo per definirla, riferire alla intervistatrice che Gianna era più che grassa di lei appare fortemente fuori luogo, una red flag.

Antonio Tizzani si è espresso sul responsabile dell’omicidio:

Tizzani: Per me a ‘sto punto qua un ladro, un ladro molto esperto. Uno che ruba che fa? Prima chiede: Dove c’hai la cassaforte? C’hai i soldi? Mi pare che ‘sta gente agisce così: Ammazza e poi ruba.

Tizzani: Una risposta ve l’ho data un paio di giorni fa ma… che qualcuno… che qualcuno che conosceva.

La dinamica del fatto esclude che un ladro possa essere entrato per rubare in un appartamento all’interno del quale era in atto una discussione tra due persone e ne abbia uccisa una per poi rovistare all’interno di una borsetta. Non è neanche credibile che durante una discussione tra i due coniugi sia entrato in casa qualcuno che odiava la signora Gianna tanto da ucciderla.

Giornalista: Potremmo cercare l’uomo incappucciato noi!

Tizzani: Eh, ma, ma, trovatevelo, trovatevelo…

Trovatevelo, non: trovatemelo

Giornalista: E allora facciamo un appello, ci faccia un appello, ci faccia un appello a Chi l’ha visto che noi cerchiamo le persone!

Tizzani: Em trovatevelo, trovatevelo e por… e porta…

Tizzani è spiazzato, incapace di fare un appello al pubblico della trasmissione televisiva, sembra più una sfida che un appello.

Giornalista: Che cosa? Chi bisogna trovare?

Tizzani: Aaa, questo con la felpa col cappuccio.

Tizzani non si riferisce al fantomatico incappucciato definendolo “l’uomo che ha ucciso mia moglie”, “l’assassino”, “quel delinquente” ma “questo”, non riesce a farlo perché sta parlando di se stesso.

Giornalista: Ci può descrivere di nuovo se era alto basso?

Tizzani: Non è, non era un klu, klu klux kan, sentono i meridionali.

Tizzani fa una battuta fuoriluogo, non è il momento di fare dell’ironia, scherza per ridurre la tensione che gli provoca il mentire, una significativa red flag.

Giornalista: Non era Ku klux klan lei dice, mi deve dire, c’aveva una felpa grigio scura ha detto.

La giornalista non fa domande all’intervistato ma lo invita a dire che il fantomatico assassino aveva una felpa grigio scura. Tizzani avrebbe potuto tradirsi anche su questa domanda, la giornalista continua a suggerire invece di chiedere, viziando irrimediabilmente l’intervista.

Tizzani: Grigio.

Giornalista: Poi che c’aveva le mani, ha visto solo le mai, di che colore?

La giornalista, invece di chiedere a Tizzani che cosa avesse visto, gli suggerisce di dire che gli vide solo le mani.

Tizzani: Sulla borsa.

Antonio Tizzani non ripete di aver visto le mani, non è facile falsificare, si limita a rispondere: “Sulla borsa”.

Giornalista: Di che colore?

Tizzani: Molto abbronzato.

E’ cruciale questa affermazione di Tizzani, egli afferma di aver visto il colore della pelle delle mani del fantomatico ladro assassino, quindi, non avendo usato i guanti, sull’arma del delitto dovremmo trovare le sue impronte. 

Giornalista: Era alto era ba… rispetto a lei?

Tizzani: No, quello no, non l’ho visto era così (si mette in ginocchio) come fai a vederlo?

Tizzani ha raccontato che vide il fantomatico ladro assassino dopo l’omicidio mentre frugava in ginocchio nella borsa della moglie. Se un soggetto entra in un appartamento per rubare, difficilmente uccide ma se accade, lo fa dopo essere stato sorpreso e non preventivamente, dopo l’omicidio della Del Gaudio un fantomatico ladro assassino non si sarebbe attardato a frugare in una borsetta. 

I vicini hanno udito i due coniugi discutere poco prima del delitto, questo fatto depone per una lite culminata in un omicidio; non solo, proprio il fatto che i due coniugi litigassero sarebbe stato un deterrente per un potenziale ladro.

In conclusione, nonostante l’intervista sia stata mal condotta, Tizzani è stato più volte evasivo in merito ai fatti di quella sera e alle precedenti aggressioni a lui contestate; dare risposte evasive è un indice statisticamente significativo di colpevolezza.

Tizzani ha falsificato e fornito diverse versioni riguardo al suo incontro con il presunto assalitore:

– Per giustificare il fatto di non essere in grado di descriverlo si è reso ridicolo con la storiella della poco credibile fuga dello stesso acquattato. 

– In un’occasione, contraddicendosi, ha riferito alla giornalista di non aver visto l’assalitore perché stava guardando la moglie a terra ed aveva la testa abbassata.

– In un’altra occasione ha affermato di averlo inseguito mentre in precedenza aveva riferito semplicemente di essersi bloccato per varie ragioni.

Tizzani ha poi sostenuto che il cancello fosse aperto per giustificare l’assenza di impronte dell’assalitore sull’interruttore attraverso il quale si apre e che si trova cucina.

Egli è inoltre apparso poco determinato a trovare la collana d’oro di sua moglie perché sa che nessuno l’ha rubata.

Falsificare è complicato, per questo motivo la maggior parte di coloro che mentono si limitano a dissimulare. 

Durante tutto il corso dell’intervista Tizzani non si è mostrato disperato ma euforico e sollevato, solo in un’occasione ha finto di piangere per pochi secondi; spesso coloro che commettono un omicidio di prossimità appaiono dispatici e sono perfino capaci di scherzare, come in questo caso; un modo di minimizzare per non confrontarsi con ciò che hanno fatto e per non pensare a ciò che li aspetta.

Per certi aspetti molti autori di omicidi di prossimità ricordano gli ubriachi o i soggetti affetti da demenza frontale. Nell’ubriachezza semplice si hanno, da un punto di vista psico comportamentale, eccitazione, ilarità, loquacità, senso di benessere e disinibizione mentre nella demenza frontale si riscontrano ottundimento emotivo, perdita di empatia, disinibizione e ridotta coscienza di sé. I lobi frontali del cervello sono particolarmente sensibili all’alcool, per questo motivo i sintomi dell’ubriachezza e quelli dell’atrofia frontale sono simili. 

In occasione di un’intervista alla domanda: Come si chiamano i negozi dove avete comprato i regali? Tizzani ha risposto: Se domandi a mia moglie te lo dice.. no dai, sto scherzando.

P. S. I vicini hanno riferito che Tizzani dopo l’omicidio imprecava solamente ma non chiedeva aiuto e poi urlava “Paolo, Paolo”, “Dio, Dio, Dio!” e “Ti ho visto! Ti ho visto!”, queste sue prime parole sono già un tentativo di attribuire il reato ad un fantomatico ladro assassino. Subito dopo aver ucciso sua moglie, Tizzani ha iniziato a falsificare e poiché non è semplice vestire gli abiti dell’innocente dopo aver ucciso qualcuno, non ha chiesto aiuto per la vittima ma ha pensato semplicemente a costruirsi una linea difensiva. Lo stesso accade nelle telefonate di soccorso, chi chiama dopo aver commesso un omicidio ha una priorità: apparire innocente e non chiedere aiuto. 

E’ chiaro che Tizzani ha mutuato dalla nuora la figura dell’incappucciato, la donna nei giorni precedenti all’omicidio si era lamentata con il marito del fatto che di notte un uomo incappucciato le suonasse il campanello, una storia rivelatasi falsa dopo il delitto ma ben nota a Tizzani che credeva fosse vera. Una storia dall’effetto boomerang.

In un’altra intervista Tizzani si è esibito in una battuta ironica così fuori luogo da risultare incriminante:

Giornalista: “Come si chiamano i negozi dove avete comprato i regali?”.

Antonio Tizzani: “Se domandi a mia moglie te lo dice.. no dai, sto scherzando”.

Un maldestro tentativo di ridurre la tensione dovuta alla paura dell’arresto.

Gli abusi sessuali da un punto di vista criminologico

I bambini possono essere vittima di due tipi di child sexual offender: i pedofili molestatori ed i predatori sessuali violenti.

– I pedofili molestatori intrattengono attività sessuali con bambini prepuberi. Statisticamente è più frequente che le vittime siano di sesso femminile. Nel 30% dei casi sono familiari delle piccole vittime. Nella maggior parte dei casi, i pedofili molestatori approcciano le loro vittime attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi, solo gradualmente conducono i bambini verso gli abusi veri e propri, a causa di questi meccanismi manipolatori le vittime degli abusi cronici non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico e nella stragrande maggioranza dei casi non rivelano a nessuno di essere sottoposte a molestie né si ribellano né minacciano né denunciano il loro carnefice; i bambini non si ribellano agli abusi perché, nel momento in cui li subiscono non li riconoscono come tali, solo da adulti ne comprendono il significato integralmente e non sempre; ciò che caratterizza gli adulti che hanno subito abusi da bambini è la rabbia, una rabbia dovuta al fatto di non essersi sottratti, di non aver reagito, proprio perché incapaci di decifrare ciò che gli stava accadendo. I bambini abusati non solo non sono in grado di riconoscere gli abusi come tali a causa della loro immaturità e della gradualità con la quale vi vengono sottoposti ma non li raccontano perché temono di non venir creduti e perché provano vergogna e senso di colpa; inoltre, spesso, hanno paura di perdere un adulto significativo per la loro esistenza dal quale dipendono emotivamente ed economicamente.

– I predatori sessuali violenti spesso uccidono le proprie vittime usando le mani o armi da taglio o entrambe; alcuni agiscono atti sessuali veri e propri, quelli impotenti si cimentano in atti sessuali sostitutivi. Un predatore sessuale violento è Luigi Chiatti, conosciuto come il Mostro di Foligno. Chiatti ha ucciso due bambini prima di essere arrestato, Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13 anni. Un altro predatore sessuale violento è Massimo Giuseppe Bossetti. Bossetti è stato condannato in primo grado per l’omicidio di Yara Gambirasio, 13 anni.

Generalmente i bambini vengono identificati come vittime di abusi da familiari, educatori o sanitari, non perché denuncino le molestie né per la presenza sul loro corpo di segni fisici di abuso sessuale in quanto spesso assenti, ma solo perché gli adulti riconoscono in loro alcuni degli indicatori secondari di abuso sessuale quali depressione, paura o disgusto per alcune persone o luoghi, ansia, disuria, encopresi, enuresi, disturbi del sonno, disturbi del comportamento alimentare, comportamento autolesionista, peggioramento dell’andamento scolastico, lavaggi eccessivi, comportamento sessuale inadeguato etc, etc.

I pedofili molestatori, quando le circostanze glielo permettono, agiscono abusi sulle stesse vittime per anni, per questo motivo non hanno ragione di sopprimerle.

Il 10% dei soggetti abusati sperimenta un’amnesia dell’abuso che può essere seguita da un ritardato recupero mnestico scatenato da fattori interni o esterni quali possono esserlo la morte dell’abusante o le confidenze ricevute da altre vittime o un colloquio con un esperto per disturbi comportamentali correlati all’abuso.

Solo le vittime che sopravvivono ai predatori sessuali violenti denunciano nell’immediatezza la violenza subita, a meno che non appartengano a famiglie disfunzionali; a volte i loro carnefici ricorrono alle minacce per impedirgli di rivelare gli abusi ma in questi casi le violenze vengono spesso riconosciute dai familiari o dagli educatori grazie ai visibili segni fisici.

Le mancate denunce da parte dei familiari:

– Gli abusi senza segni fisici visibili possono passare inosservati ai genitori che disconoscono o sottovalutano gli indicatori secondari di abusi.

– Nel caso di abusi con segni fisici visibili gli indumenti del bambino sono spesso macchiati di perdite ematiche o fecali (encopresi) o di secrezioni causate dalle malattie infettive sessualmente trasmesse dall’abusante alla vittima, questi segnali non possono che essere rivelatori, in specie per una madre.
Le madri delle vittime spesso tollerano l’abuso perché sono a conoscenza del fatto che colui che abusa dei loro figli è un familiare dal quale dipendono economicamente ed emotivamente e perché temono il giudizio della comunità in cui vivono, a volte hanno subito abusi loro stesse e se ne sono addossate la colpa per evitare scandali. Alcune madri, che a loro volta sono state vittime di abusi, possono provare un senso di compiacimento nel sapere che i loro figli sono abusati, spesso non partecipano agli abusi in prima persona ma, da un punto di vista psicopatologico, non sono dissimili dagli abusati/abusanti pur ricoprendo un ruolo passivo.

– Una madre a conoscenza degli abusi che non protegge la propria prole, incorre nel reato di concorso omissivo in violenza sessuale (art. 609 bis C.P.). Ella è tenuta per legge a scongiurare il verificarsi degli episodi illeciti o quantomeno la loro perpetuazione, avendone la concreta possibilità. L’intervento che le si richiede non consiste necessariamente nell’evitare materialmente l’evento lesivo attuando una difesa del bene giuridico mediante strenua opposizione materiale o esplicazione di una vis fisica contro l’aggressore, essendo per contro sufficiente allertare l’Autorità in modo da consentire a quest’ultima di attivarsi così da evitare l’illecito (o la sua reiterazione) mediante i mezzi di coazione di cui essa dispone.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di alcuni stralci dell’interrogatorio di Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo è accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015 ed è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato è stata fissata per il 10 ottobre 2016, ad Udine.

Analisi di alcuni stralci dell’interrogatorio di Giosuè Ruotolo:

Ruotolo: Quindi hooo fatto inversione, ho girato più avanti dove c’era spazio e me ne sono tornato indietro, ho parcheggiato di fronte al parco San Valentino e ho iniziato a correre un po’, però facevaa… comunque faceva freddo, me ne sono tornato, sono tornato su e poi ho seguito sempre la stessa strada per tornare a casa, sono arrivato versoo le otto meno un quarto, otto meno dieci.

L’uso dell’avverbio “comunque” è sospetto. Se Ruotolo raccontasse il vero sarebbe inutile l’uso del “comunque”, se invece fosse andato nel parco per gettare l’arma in acqua sarebbe adeguato.

Lei quando ha conosciuto Trifone Ragone?

Ruotolo: L’avev… l’ho conosciuto in occasione mmm… amm… del corso a Cassino.

E’ strano che, nonostante Trifone sia morto, Ruotolo si corregga parlando come se Ragone fosse ancora in vita.

Vi siete conosciuti nel 2012!

Invece di chiedere in che anno si fossero conosciuti, chi interroga afferma che si conobbero nel 2012. Una domanda aperta sarebbe stata quantomeno un tentativo di  indurre una risposta che avrebbe potuto fornire spunti interessanti.

Ruotolo: Sì, lì solo di vista.

Con Trifone non ha mai litigato?

La domanda è mal formulata, chi interroga suggerisce al Ruotolo di negare. La domanda da fare sarebbe stata una domanda aperta del tipo: Che rapporti aveva con Trifone?, e solo in seguito chi interroga avrebbe dovuto contestare al Ruotolo il fatto che gli era noto che lui avesse litigato con Trifone e che i due erano arrivati alle mani. 

Ruotolo: No.

Sicuro?

Una domanda inutile cui segue una risposta inutile ai fini dell’analisi delle dichiarazioni.

Ruotolo: Sì.

Avete mai avuto, non so problemi per… qualche spicciolo non pagato, così?

Ruotolo: No, no, mai, mai.

Noo?

Invece di chiedere delucidazioni con una domanda aperta sulla richiesta di soldi fatta da Ruotolo alla madre di Trifone dopo la sua morte, chi interroga si limita ad un “Noo?”. Una domanda inutile cui segue una risposta inutile ai fini dell’interrogatorio. La domanda da fare sarebbe stata: Ci racconta cosa è successo con la madre di Trifone?.

Ruotolo: Mai.

“Mai” non è una negazione credibile se non è accompagnata da una smentita ben articolata.

La madre di Trifone Ragone ha riferito ad inquirenti e giornalisti che Ruotolo dopo l’omicidio le chiese di saldare un debito di 25 euro che Trifone aveva con lui. Ruotolo per smentire inviò una email ad una trasmissione televisiva:
“Sono dispiaciuto per quanto é stato riferito in merito a fatti legati alla famiglia Ragone: non mi sono mai recato nella loro abitazione prima del tragico evento per cene o altro e dopo il trasferimento di Trifone i nostri rapporti erano rimasti di cortesia, smentisco, dunque, uscite in pub o pizzerie assieme a lui. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Provo rispetto nei confronti della famiglia Ragone per l’immenso dolore che la stessa sta vivendo. Chiedo nel contempo che sia rispettato anche il dolore mio e dei miei familiari per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo.
Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”.
Giosuè si dice soprattutto dispiaciuto per la sua presunta richiesta e per quanto è stato riferito non per la morte di Trifone. Ruotolo tenta di negare di aver richiesto i soldi alla madre della vittima ma scrive: “mia presunta richiesta”, e poi aggiunge che quei soldi “sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito di Trifone”, Giosuè prova a smentire ma fa sua la richiesta usando l’aggettivo possessivo “mia” e poi la motiva, “dovuti per il saldo di un pregresso debito”, confermando ciò che ha sostenuto la madre della vittima, ovvero che Ruotolo le chiese i soldi. Quella di Giosuè quindi appare più una conferma che una smentita.
E’ interessante il finale della email, Ruotolo non dice come ci aspetteremmo: per il coinvolgimento in questa triste vicenda alla quale sono estraneo ma un debole: “per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo”, ritenersi ed essere estraneo sono due cose diverse.

Mi spiega un po’ meglio del suo rapporto con Trifone? Cioè: che cosa avete fatto insieme al di là del (incomprensibile)?

La regola prevede che chi interroga faccia una domanda per volta, in caso contrario l’interrogato sceglierà a quale domanda rispondere.

Ruotolo: Allora, insieme, quando vivevamo… sì, in un primo mo… quando appena siamo andati a vivere insieme, siamo andati pure in palestra insieme, abbiamo fatto pure qualche volta la spesa insieme ma era un rapporto come avevoo… (il PM interrompe il Ruotolo)

Il Ruotolo mostra di avere difficoltà a rispondere e purtroppo quando comincia a parlare del suo rapporto con Trifone viene interrotto. Interrompere un indagato è un errore grossolano, le tirate oratorie sono utili in quanto permettono di acquisire informazioni importanti ai fini dell’analisi dell’interrogatorio e di conseguenza della soluzione dei casi. 

Uscivate la sera?

Ruotolo: Sì, qualche volta siamo usciti pure la sera.

Dove andavate?

Ruotolo: Vabbè, a volte siamo andati, in varie occasioni, in discoteca eee…

Si trovava bene con lui?

La domanda è sbagliata, è una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “sì”, inoltre chi interroga introduce il termine “bene” mentre avrebbe dovuto chiedere: “Come si trovava con lui?” e non suggerire che si trovasse “bene”.

Ruotolo: Sì, sì.

Si noti la ripetizione del “Sì”.

Avete conosciuto delle ragazze in discoteca che poi, con le quali, poi, avete intrecciato qualche rapporto?

Una domanda chiusa attraverso la quale chi interroga introduce altro materiale, non dovrebbe essere il PM il protagonista di questo interrogatorio ma l’indagato.

Ruotolo: No, no.

Beh qualche ragazza l’avete conosciuta immagino?

Non è utile fare domande che permettano ad un indagato di rispondere con un “No” o con un “Sì”. La regola prevede che le domande chiuse siano mirate e che vengano fatte solo a fine interrogatorio. 

Ruotolo: Ehm… mmmm… sì ma niente ch… di che… (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Cioè non avete mai approcciato le ragazze assieme (incomprensibile)?

Chi interroga suggerisce la risposta, invita il Ruotolo a dire di “No”.

Ruotolo: Esatto, esatto.

Mai?

Ancora una domanda chiusa che suggerisce una risposta negativa e che permette al Ruotolo di negare.

Ruotolo: No, non abbiamo mai approcciato una in discoteca che c’era con me.

Sicuro?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un “Sì”.

Ruotolo: Sì, almeno a me non è mai successo.

Avete mai avuto delle ragazze fidanzate in comune?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “No”.

Ruotolo: No.

Non abbiamo mai avuto…

Chi interroga riassume ciò che il Ruotolo ha appena detto per uno scrivente, ogni riassunto non può che essere viziato da una interpretazione personale, la trascrizione di un interrogatorio prevede che vengano trascritte in toto le parole dell’interrogato e segnalate le sue pause, la sintesi di chi interroga non riproduce con precisione il linguaggio verbale dell’interrogato ed è inutilizzabile.

Ruotolo: Io sono proprio contro questa cosa, cioè io ho lo stile di vita… (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo. Interrompere un indagato è un errore grossolano che inficia l’interrogatorio. Chi interroga mostra di avere fretta e di volere risposte precise e concise. 

Magari anche inconsapevolmente?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un “No”.

Ruotolo: No, no.

No?

Una domanda chiusa che tra l’altro suggerisce una risposta negativa.

Ruotolo: No, no, no.

Risposta negativa che il magistrato ottiene.

Mai avuto storielle?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “No” e che tra l’altro lo invita a negare.

Ruotolo: No.

Come volevasi dimostrare.

Sicuro?

Invece di contestare, chi interroga fa ancora una inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Solo, solo all… all’inizio proprio, ma stavo ancora in caserma, sono uscito con unaa, con una ragazza ancoraa dovevo conoscere bene Trifone.

Conosciuta come?

Ruotolo: Eee, in strada.

Come in strada?

Ruotolo: Per pordenone.

Come? In che circostanza?

Due domande di seguito sono da evitare durante un interrogatorio.

Ruotolo: In un’uscita tra amici, l’ho conosciuta ma non c’era nemmeno lui.

Le è mai capitato di andare a visitare il profilo di Trifone o di Teresa?

Ruotolo: No, che vuol dire?!

Eh?

Ruotolo: No, che ricordi, no.

Ruotolo non nega in modo credibile, lascia spazio alla possibilità. 

Mai?

Una domanda chiusa che suggerisce una risposta, cui segue una risposta inutile ai fini dell’analisi delle dichiarazioni.

Ruotolo: No, ehh.

Ha scaricato foto da lì?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice  “No”.

Ruotolo: No, no, no.

La sua ragazza le ha mai detto di essere andata a vedere il profilo di Trifone?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un “No”.

Ruotolo: No, ma io so che nemmeno… nemmeno gli interessava.

Il Ruotolo nega ma poi indebolisce la propria negazione con 8 parole che usa per convincere il magistrato.

Ha parlato qualche volta di Trifone quindi?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “Sì“.

Ruotolo: Sì.

Per dirle cosa?

Ruotolo: Che frequentava molte donne.

Frequentava molte donne, lei questo l’aveva constatato?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “Sì“.

Ruotolo: Sì, sì.

Personalmente o le è stato raccontato?

Ruotolo: No, l’avevo constatato personalmente, aveva la stanza di fronte alla mia, vabbè era constatato anche dagli altri miei coinquilini, ecco.

Questa risposta ci fa capire che il Ruotolo sarebbe disposto a parlare se glielo permettessero ma è indotto a trattenersi a causa delle continue interruzioni.

Lei vedeva?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no, la domanda giusta sarebbe stata: Che accadeva? o Ci racconti.

Ruotolo: No, vabbè questoooo mmmm… via vai di donne che comunque lui portava in casa… (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Quindi non Teresa? Non solo Teresa?

Ancora una domanda chiusa che invita il Ruotolo a negare.

Ruotolo: No, non è… no.

Come volevasi dimostrare.

Erano sempre una alla volta?

Una domanda che suggerisce una risposta.

Ruotolo: Sì, che io ho visto, sì.

Con varie donne che poi portava in stanza?

Una domanda che suggerisce una risposta e introduce il termine “stanza”.

Ruotolo: Nella sua stanza, sì, sì.

E lì giocavano a scacchi? Cosa facevano?

Ruotolo: Vabbè, insomma, quello che facevano, facevano, erano (incomprensibile)

E voi che sentivate commenti sulle mosse di scacchi o?

Ruotolo: No, no, non sent…

Si sentiva cosa facevano?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: A volte sì, a volte no.

Eh, spesso si sentiva anche rumore riconducibile a rapporti sessuali, quindi?

Chi interroga continua ad imboccare l’interrogato con nuovi termini e a fare domande chiuse che permettono di rispondere con un “No” o con un “Sì”.

Ruotolo: Sì, emm rum… il letto che si spostava, sì.

Si sentiva anche, diciamo, urlare di piacere le donne?

Chi interroga continua ad imboccare l’interrogato con nuovi termini e a fare domande chiuse che permettono di rispondere con un “No” o con un “Sì”.

Ruotolo: No, niente.

Volevo dire, vi ha mai presentato, ti ha mai presentato qualcuna di queste ragazze?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un “No”.

Ruotolo: No, era molto riservato sulle, sulle donne, non ne sapevamo nessuna.

Le è mai capitato di essere entrato per sbaglio in stanza? Di aver trovato Trifone con donne?

L’ennesima domanda chiusa.

Ruotolo: No, no.

Non ha mai sentito diciamo urlare queste tipiche espressioni di piacere altre donne?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: No.

E Trifone?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Nemmeno.

Lei portava la sua ragazza in stanza da lei?

Ruotolo: La mia fidanzata?

Ruotolo chiede a quale ragazza si stia riferendo, evidentemente ha avuto un’altra ragazza.

Sì.

Ruotolo: Sì, ah quando è salita, è salitaaa aah mm due volte totale in tutto, in tutti e tre questi tre anni.

E’ del tutto casuale che non ci fosse Trifone a casa?

Chi interroga suggerisce la risposta.

Ruotolo: Sì, sì, disse mmm iooo ooo ssto in licenza allora io po… appunto gli chiesi: Se salgono due amiche della mia fidanzata le posso far dormire nel letto tuo? E lui disse: Sì, sì, sì, non ci sono problemi.. perché erano volevano un po’ di compagnia (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo, invece di lasciare il tempo a Giosuè di rispondere, preferisce risposte brevi e concise che ai fini dell’interrogatorio sono praticamente inutili. Chi interroga ha avuto fretta e ha reso vana la disponibilità del Ruotolo a lasciarsi interrogare, un peccato non aver approfittato del fatto che il Ruotolo non si fosse ancora avvalso della facoltà di non rispondere, cosa che è accadutain occasione del secondo interrogatorio, il 19 gennaio 2016.

Ma niente, niente che lei era un po’ geloso di Trifone anche lei?

L’ennesima domanda chiusa. Una domanda che tra l’altro ha poco a che fare con la risposta precedente del Ruotolo. La domanda da fare sarebbe stata una domanda generica sullo stato del loro rapporto. Il PM introduce il termine “geloso”.

Ruotolo: Io?

Eh.

Ruotolo: Non ne avrei il motivo.

E’ anomalo che il Ruotolo parli di Trifone come se lui fosse ancora vivo.

Uno che continua a portarsi ragazze, è un bel ragazzo, no? Trifone?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì, sì, sì, ma mi sono sempre trovato bene (il PM interrompe il Ruotolo) ma quelli sono, sono stiliii di vita secondo me uno se vuole avere più donne, secondo me non c’è ,c’è chi sceglie di averne una (il PM interrompe il Ruotolo) c’è chi sceglie di averne di più, per me anche… (il PM interrompe il Ruotolo)

Chi interroga interrompe di continuo il Ruotolo, lo fa più per affermare che per chiedere. Chi interroga dovrebbe contenersi e lasciare all’intervistato dall’80% al 90% dello spazio. L’ansia di protagonismo durante gli interrogatori da parte degli inquirenti non permette di portare a casa il risultato ovvero una confessione che dovrebbe essere l’unico vero fine e a cui si arriva se un interrogatorio viene condotto come si deve. 

Anche anche la sua ragazza è una bella ragazza mi sembra pure no?

Ancora una domanda chiusa attraverso la quale chi interroga suggerisce la risposta. Una domanda che tra l’altro ha poco a che fare con la risposta precedente del Ruotolo.

Ruotolo: Sì, sì, infatti.

E quindi non è che aveva paura che Trifone potesse un attimo provarci anche con lei?

La domanda da fare sarebbe stata: “Quali erano i rapporti tra la sua fidanzata e Trifone?”.

Ruotolo: Noo, se pure ci provava e la mia ragazza ci stava (il PM interrompe il Ruotolo) cambiavo fidanzata.

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Eh, sì, invece con la sua ragazza come erano i rapporti dal punto di vista sessuale intendo?

Ruotolo: No, no, perfetti.

Perfetti?

Una inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Sì, non ci sono mai stati da quel punto di vista problemi.

Sicuro di questo?

Un’altra inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Al cento per cento, né da parte mia né da parte sua.

Lo capiva lei o glielo diceva la sua ragazza?

Ruotolo: Lo capivo e me lo diceva.

Le ha mai detto la sua ragazza di aver provato attrazione per…?

Ruotolo: No, mai (il PM interrompe il Ruotolo) né di Trifone né tantomeno di altri ragazzi in generale, non mi ha mai mostrato…

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

E nei confronti di altre donne?

Ruotolo: No, nemmeno.

Mai?

Ruotolo: Solo che un’amica sua è lesbica eh vabbè non tanto attrazione ma curiosità più che altro, provava (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Cioè? Cosa è successo?

Ruotolo: No, che questa amica sua volevaa… ahmm… in un certo modo provarci con lei ma lei non provava così proprio sentimento ma più che altro curiosità.

Avrà avuto modo di vederlo Trifone la sua ragazza eh, che ne so, eh?

Ruotolo: Sì, penso, sì, l’ha visto.

Come?

Ruotolo: Penso l’ha visto nel mio telefono.

Come ce l’aveva queste foto?

Ruotolo: No, me le aveva mandate lui.

Ha fatto commenti la sua ragazza quella volta che gli ha mostrato le foto?

Ruotolo: Noo, niente, niente.

Ma lei ha mai avuto il sospetto che la sua ragazza la tradisse?

L’ennesima domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice “Mai”.

Ruotolo: Mai.

Mai” non rappresenta una negazione credibile.

Lo sa che abbiamo parlato con la sua ragazza no? Noi?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì.

La sua ragazza mi diceva che..

Ruotolo: Sì fino a.. cioè…

Dica.

Ruotolo: Non lo se… pure a me mi ha detto una mezza cosa eee se l’ha avuto io l’ho scoperto in questiii… per questaaa vicenda ma che prima non ne avevo idea io vi sto riferimento io vi sto dicendo in riferimento a (il PM interrompe il Ruotolo)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo. La regola vuole che il goal di chi interroga non sia avere una risposta precisa e concisa ma riuscire a far parlare a ruota libera l’indagato in modo da ricavare più informazioni possibili ed eventualmente farlo cadere in contraddizione per indurlo a confessare, il vero e unico obiettivo di un interrogatorio.

Sì ma ci diceva, ci ha detto anche un’altra cosa, che dal punto di vista sessuale non è che andasse proprio tanto bene le cose tra di voi.

Il PM avrebbe dovuto chiedere in primis “Come andavano le cose tra lei e la sua fidanzata?” e poi eventualmente contestare al Ruotolo la risposta.

Ruotolo: A me mi diceva che andavano bene, se lei mi dice così, non lo sapevo, anche, anche perché non me l’ha mai detto, anzi, eh, allora o faceva finta o non lo so, a me mi ha sempre detto che andavano… le cose andavano bene.

Cioè quindi diceva solo ultimamente ho saputo che lei mi aveva tradito con…?

Ruotolo: Sì, vabbè tramitee…

Eh?

Ruotolo: No, no, non me lo ha detto, non me lo ha detto.

Che mezza cosa le ha detto?

Ruotolo: Mi ha detto che non è stata sempre fedele, ecco! Me lo ha detto questa, non è stata sempre fedele, solo questo mi ha detto.

Solo di recente, cosa intende ultimam…?

Ruotolo: Adesso.

Adesso?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì.

Adesso, cioè dopo che è stata sentita?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì.

Lei ha mai sentito di voci che correvano all’interno della caserma circa le sue preferenze sessuali?

L’ennesima inutile domanda chiusa.

Ruotolo: No.

Non le è mai capitato?

Ancora una domanda chiusa che suggerisce al Ruotolo di negare.

Ruotolo: No. Cioè che vuol dire?

Lei, dico, lei ha inclinazioni, anche, omosessuali?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Ma no scusate se rido eh non…

Ruotolo avrebbe dovuto negare rispondendo con un “No”.

Ruotolo ride invece di negare, lo ha fatto anche in occasione di un’intervista:

Giornalista: Non è stato lei ad uccidere Teresa e Trifone?

Ruotolo: Stiamo scherzando? Mi vieneee (ride).. queste domandeee non…….. zero proprio, non ho proprio parole per descrivere il fatto figuriamoci d’essere accusato di una cosa del genere.

Giornalista: Lei ha mai avuto una pistola?

Ruotolo: (ride) non posso dire niente su queste cose, mi viene pure da ridere, ecco, quando mi dicono quest..

Giornalista: Perché le viene da ridere?

Ruotolo: Per quest.. per questa domanda che mi ha fatto, sinceramente..

No, certo?!

Ancora una domanda/affermazione chiusa.

Ruotolo: No.

Quindi non ha mai provato attrazione verso..

Una gratuita affermazione e un invito a negare.

Ruotolo: Altra…

… appartenenti al genere maschile.

Le regole di un interrogatorio sono:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato di rispondere con un sì o un no; evitare le domande multiple;
  2. non interrompere l’interrogato;
  3. non introdurre nuove parole;
  4. usare il più possibile le parole dell’interrogato;
  5. fare domande in relazione alle risposte;
  6. evitare affermazioni;
  7. evitare giudizi morali. 

In conclusione, trapela poco dalle risposte del Ruotolo, non perché egli sia un campione della falsificazione o della dissimulazione ma perché l’interrogatorio è stato semplicemente condotto male. Chi lo ha interrogato ha commesso quasi tutti gli errori da evitare in un interrogatorio e per questo motivo non ha dato a Giosuè la possibilità di esprimersi, di tradirsi, di contraddirsi e di fornire spunti per le indagini. Il Ruotolo, dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati, ha scambiato qualche battuta con i giornalisti, gli stralci di quelle interviste, che ho analizzato su questo stesso blog, sono più interessanti ai fini della soluzione del caso di questi stralci di interrogatorio.

Per quanto riguarda il movente del duplice omicidio, Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché fosse in competizione con lui o perché temesse di essere denunciato, lo uccise perché era innamorato di lui e non poteva averlo. E’ probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.  

La morte per annegamento

L’annegamento consiste nella penetrazione di acqua nei polmoni, la quale, sostituendo il normale mezzo gassoso, provoca una asfissia acuta. A volte, dopo l’immersione si può avere il cosiddetto annegamento secco dovuto ad un persistente spasmo della glottide che impedisce sia all’aria che all’acqua di entrare nella vie aeree. La maggior parte degli annegamenti è accidentale. L’omicidio per annegamento è raro. Il suicidio per annegamento è abbastanza frequente (Istituzioni di Medicina Legale, Clemente Puccini).

Le statistiche internazionali sulle cause di morte riportano che, in 26 dei paesi più ricchi del pianeta, l’annegamento è la seconda tra le cause di morte nel gruppo di età che va dagli 0 ai 14 anni; in alcuni di questi paesi è addirittura la prima causa di morte nei bambini tra gli 0 ed i 5 anni.

In America, l’annegamento è la seconda causa di morte tra i minori di 15 anni, la prima sono gli incidenti stradali; nel 60-70% dei casi l’annegamento ha luogo in piscine private, SPA o in vasche idro-massaggio.

La piscina di San Salvatore Telesino dove è annegata Maria Ungureanu

La piscina di San Salvatore Telesino dove è annegata Maria Ungureanu

La mancanza di barriere di sicurezza nelle piscine private o in quelle pubbliche durante le ore di chiusura degli impianti e una sorveglianza non adeguata da parte degli adulti sono le principali concause degli annegamenti tra i bambini (Quan et al., 1989).

Fattori di rischio sono sia la scarsa abilità nel nuoto delle vittime che la mancanza di consapevolezza da parte dei minori dei pericoli che possono essere associati all’acqua. Inoltre, i bambini, quando sono in difficoltà e non vi sono adulti tra di loro, sono incapaci di soccorrere i propri coetanei.

Affogano per cause accidentali coloro che non sanno nuotare; nel caso di nuotatori provetti, più frequentemente, l’annegamento è la conseguenza di traumi cranici o dell’ingestione di sostanze psicoattive che influenzando le funzioni sensitivo motorie e comportamentali di un individuo, lo rendono più vulnerabile.

Raramente un soggetto che muore in seguito ad un annegamento è vittima di un omicidio. Nei pochi casi in cui ciò accade, a meno che non si tratti di bambini in tenera età, all’esame autoptico si rilevano non solo i segni di un annegamento ma anche contusioni, fratture, ferite ed abrasioni.

Casi di omicidio per annegamento:

Jane e Michael Roseboro

Jane Binkley e Michael Roseboro

1) Lo Stato americano della Pennsylvania ha condannato Michael Roseboro al carcere a vita per l’omicidio di sua moglie Jan Binkley di 45 anni. E’ stato lo stesso Roseboro a chiamare i soccorsi sostenendo di aver rinvenuto il cadavere della donna nella piscina della loro abitazione nella tarda serata del 22 luglio 2008 e di non sapere che cosa fosse successo. Il medico legale che ha effettuato l’autopsia sul corpo di Jan Binkley, oltre a rilevare i segni autoptici tipici dell’annegamento, ha riscontrato contusioni nella parte posteriore del collo, segni di strangolamento, traumi cranici multipli da corpo contundente e ha concluso per una morte per causa omicidiaria dovuta al combinarsi di strangolamento, traumi cranici da corpo contundente e annegamento. Inoltre, sul corpo di Michael Roseboro, all’indomani dei fatti, sono stati rilevati numerosi graffi indicativi di una colluttazione, colluttazione confermata dalla presenza del DNA dell’uomo sotto le unghie della vittima.

Cristi Lynne Hall

Cristi Lynne Hall

2) Nel 2011 lo Stato americano della California ha condannato Blair Christopher Hall a 25 anni di carcere per l’omicidio di sua moglie Cristi Lynne di 47 anni. Nel giugno 2007, la donna è annegata in una piccola piscina di acqua calda che i due coniugi avevano in giardino. All’esame autoptico, sul cadavere di Cristi, oltre ai segni dell’annegamento, sono state rilevate due lacerazioni, una nella parte superiore della testa e un’altra nella parte posteriore, cinque coste fratturate, contusioni sul dorso, sulle braccia, su un gomito, sul torso e sul viso. Inoltre, sul corpo del marito della vittima, subito dopo i fatti, sono stati repertati numerosi graffi indicativi di una colluttazione, colluttazione confermata dalla presenza del suo DNA sotto le unghie della vittima.

Tracy Cusick

Tracy Cusick

3) Lo Stato americano dell’Illinois, cinque anni dopo la morte della trentaduenne Tracy Cusick, avvenuta nel 2006 per annegamento in uno dei water di casa sua, ha dichiarato che si era trattato di omicidio. All’autopsia, oltre ai segni dell’annegamento, la Cusick presentava, infatti, un trauma da compressione sulla trachea, una piccola abrasione sotto il mento, un taglio sulla fronte e segni di un trauma contusivo su entrambe le anche.

Kathleen Savio

Kathleen Savio

4) Lo Stato americano dell’Illinois, il 21 febbraio 2013, ha condannato Drew Walter Peterson a 38 anni di carcere per l’omicidio della sua terza moglie, Kathleen Savio di 41 anni, morta il primo marzo del 2004 nella vasca di casa per annegamento. Un annegamento che ad un primo esame venne ritenuto accidentale e che solo in seguito ad una seconda autopsia fu considerato di natura omicidiaria. La seconda autopsia, oltre ai segni dell’annegamento, ha rilevato una profonda ferita profonda lunga 3 cm, nella parte posteriore della testa, dovuta ad un trauma da corpo contundente e la presenza di numerose contusioni e graffi intervenuti poco prima della sua morte e riferibili ad una colluttazione.

Florence G. Stern

Florence G. Stern

5) Lo stato americano del Michigan ha riconosciuto Mark Unger colpevole dell’omicidio di Florence G. Stern. Nella notte del 24 ottobre 2003, Mark Unger dopo aver spinto sua moglie Florence giù dal ponte di una casa galleggiante su un pavimento di cemento, l’ha gettata in acqua viva ma priva di conoscenza per simulare un incidente. La donna è morta per annegamento, sul suo cadavere il medico legale ha rilevato un importante trauma cranico che le aveva causato la perdita di conoscenza prima della caduta in acqua e del conseguente annegamento.

6) Il 18 gennaio 2003, a Brampton, Ontario due sorelle hanno ucciso la loro madre, Linda Anderson, di 41 anni affogandola nella vasca di casa dopo averle somministrato alcool e farmaci per impedirle di difendersi.

Sharon Guthrie

7) In South Dakota il reverendo William Guthrie nel 2000 è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio della moglie, Sharon Guthrie, avvenuto nel maggio 1999. William Guthrie dopo aver somministrato una overdose di Temazepan alla moglie, mescolando la benzodiazepina al latte e cioccolato, l’ha affogata nella vasca da bagno.

Stefanie Paula Newman e sua figlia, Haley Sarah

8) A Philadelphia, nel 1997, Graig Rabinowitz ha somministrato a sua moglie Stefanie Paula Newman un sedativo, l’ha poi denudata ed immersa nella vasca da bagno simulando un incidente; all’esame autoptico il medico legale ha rilevato i segni di un strangolamento e traumi contusivi ai gomiti ed alle ginocchia. Graig Rabinowitz è stato condannato al carcere a vita.

9) In Winsconsis, Doug Plude è stato condannato a 25 anni di carcere per aver ucciso sua moglie Genell Johnson nel 1999. Plude ha ammesso di averla annegata in un water dopo averle somministrato un barbiturico. L’esame tossicologico ha riscontrato un’overdose da butalbital e quello medico legale ha evidenziato corrosioni esofagee dovute all’ingestione di barbituri senza capsula protettiva, un segno di compressione sulla parte anteriore del collo della stessa forma del bordo del water e, sempre sul collo, una lacerazione dovuta ad una collana indossata dalla vittima durante l’omicidio, poi rimossa dall’assassino.

10) Gli stati americani della Pennsylvania e della North Carolina, hanno condannato Timothy Boczkowski al carcere a vita per l’omicidio della sua prima moglie, Mary Elaine, avvenuto nel novembre 1990, e per quello della sua seconda moglie, Maryann Fullerton, avvenuto nel novembre 1994, il primo commesso all’interno del bagno ed il secondo in una vasca idromassaggio. Nel primo caso il cadavere fu trovato all’interno della doccia e non fu stabilita, all’epoca dei fatti, la causa della morte; solo dopo il secondo omicidio un medico legale concluse per una morte asfittica da compressione toracica; nel secondo caso sul cadavere il medico legale riscontrò i segni di uno strangolamento e 53 contusioni, sul dorso, sugli arti superiori, sulle labbra, sulle gengive e sul collo della vittima.

E’ chiaro che non solo le risultanze autoptiche ma anche molti altri dati emersi dalle indagini, che non ho elencato, hanno condotto alla condanna dei colpevoli degli omicidi appena trattati.

La casistica ci conforta su un dato basilare: negli omicidi per annegamento, ai dati autoptici tipici dell’annegamento, si associano frequentemente altri tipi di lesioni, quali traumi cranici, segni di strangolamento e traumi compressivi toracici, a meno che la vittima, a causa dell’età (neonati) o dell’abuso di sostanze psicoattive, sia incapace di reagire al suo aggressore. Nel caso in cui la vittima di un omicidio per annegamento si difenda, si rileveranno sul suo cadavere i segni di una colluttazione, segni spesso individuabili anche sul corpo del suo assalitore.

Un tentato omicidio per annegamento:

Susanna e Gianluca Di Nardo

Susanna e Gianluca Di Nardo

Il 21 febbraio 2001 la sedicenne Erika De Nardo (Novi Ligure, 28 aprile 1984) ed il suo fidanzato Mauro Omar Favaro di 17 anni hanno ucciso due familiari della De Nardo, la madre Susanna Cassini di 41 anni e il fratello Gianluca di 11 anni. Erika ed Omar, dopo aver colpito a morte Susanna con 40 coltellate, hanno tentato di affogare Gianluca De Nardo nella vasca da bagno, che lui si era preparato per lavarsi, ma non riuscendoci lo hanno finito con 57 coltellate. Gianluca, mentre Erika ed Omar tentavano di affogarlo, si è difeso e ha morso il Favaro alla mano destra. Questo tentato omicidio per annegamento è la riprova di quanto sia difficile uccidere qualcuno affogandolo, in specie senza lasciare segni.

In conclusione, non solo gli autori di omicidi per annegamento lasciano sulle loro vittime segni di un’aggressione facilmente rilevabili all’esame autoptico ma anche le vittime nell’atto di difendersi lasciano segni sull’autore del delitto, pertanto, difficilmente, in mancanza di dati autoptici riferibili ad una colluttazione un medico legale può affermare che un soggetto morto in seguito ad un annegamento sia stato vittima di un omicidio.