Morte di Maria Ungureanu: una disgrazia scambiata per omicidio

Un mio articolo sul caso di cui mi sto occupando, pubblicato su ildelitto.it.

Ursula Franco è una criminologa toscana. Si è laureata in Medicina all’Università degli Studi di Pisa; è stata ricercatrice clinica per le Università degli Studi di Siena, di Pisa e di Buffalo, New York; ha svolto attività di medico di base nella Casa di Reclusione Isola di Gorgona (Livorno) per il Ministero di Grazia e Giustizia; ha poi conseguito un Master in Scienze Forensi con il prof. Francesco Bruno all’Università La Sapienza di Roma. Dal febbraio 2015 è consulente della difesa di Michele Buoninconti, accusato dell’omicidio di sua moglie Elena Ceste; dal luglio 2016 è consulente della difesa di Daniel Petru Ciocan e Cristina Ciocan, accusati dell’omicidio di Maria Ungureanu.

Una disgrazia scambiata per delitto: Maria Ungureanu non fu uccisa

Quando viene trovato un cadavere, chi indaga può incorrere in un errore grossolano: scambiare una morte accidentale per un omicidio o viceversa. E’ il caso della morte di Maria Ungureanu: una morte seguita ad un incidente di gioco che la Procura ha ritenuto di natura omicidiaria e per questo ha indagato due giovani fratelli, Daniel Petru e Cristina Ciocan.

Non sono nuova a questo tipo di errori, essendo consulente di Michele Buoninconti, un padre di quattro figli, in carcere da quasi due anni per un omicidio mai avvenuto.

La Ungureanu nel giorno della sua morte, il 19 giugno 2016, dopo essere stata in chiesa e poi in compagnia del giovane Daniel Petru Ciocan, tornò a casa, cenò e uscì di nuovo per recarsi alle giostre. Poco dopo la mezzanotte, una donna trovò il suo cadavere nella piscina di un agriturismo nel centro storico di San Salvatore Telesino in provincia di Benevento.

Maria dopo aver cenato, con tutta probabilità, incontrò alle giostre una o forse alcune compagne di giochi, coetanee o ragazzine poco più grandi di lei, e, con loro, attraverso un’apertura nella rete, sgattaiolò nel parco dell’agriturismo per fare un bagno nella piscina, nella quale affogò per cause accidentali.

Molteplici dati accreditano questa ricostruzione:

– In un’intervista televisiva, rilasciata il 6 luglio 2016, il proprietario dell’agriturismo, Antonio Romano, nonostante una certa reticenza, riferì alla giornalista di essere stato a conoscenza, prima del 19 giugno, di un buco nella rete di recinzione e del fatto che i bambini entrassero nel suo parco per giocare.

– La presenza di graffi sul dorso della bambina suggerisce che Maria raggiunse il giardino dove si trova la piscina passando proprio dall’apertura nella rete, il varco attraverso il quale erano soliti introdursi nel parco i bambini.

– Il fatto che Maria fosse completamente nuda e che i suoi abiti si trovassero raccolti su una sedia a bordo piscina depone per un denudamento volontario al fine di non bagnarsi gli abiti.

– Nulla dello stato dei luoghi in cui è stato trovato il cadavere di Maria Ungureanu richiama una scena di un crimine.

– Maria quella sera indossava solo una maglietta, il suo abbigliamento ci dice che non era freddo e che il clima era compatibile con la decisione di buttarsi in piscina per un bagno. Se fosse stato freddo la madre avrebbe detto alla bambina di coprirsi e se fosse piovuto non l’avrebbe fatta uscire.

– A San Salvatore Telesino tornò a piovere dopo le 21.00, la Ungureanu, con tutta probabilità, entrò nel parco dell’agriturismo con la/e sua/e amica/he tra le 20.30 e le 21.00, per questo motivo nessuno la vide in giro per il paese quella sera.

Le statistiche internazionali sulle cause di morte riportano che in 26 dei Paesi più ricchi del pianeta l’annegamento è la seconda tra le cause di morte nel gruppo di età che va dagli 0 ai 14 anni; in alcuni di tali Paesi è addirittura la prima causa di morte nei bambini tra gli 0 ed i 5 anni. In America, l’annegamento è la seconda causa di morte tra i minori di 15 anni dopo gli incidenti stradali; e nel 60-70% dei casi l’annegamento ha luogo in piscine private, SPA o vasche idro­massaggio. La mancanza di barriere di sicurezza nelle piscine private o in quelle pubbliche durante le ore di chiusura degli impianti e una sorveglianza non adeguata da da parte degli adulti sono le principali concause degli annegamenti tra i bambini.

Tornando a Maria Ungureanu, pare che la bambina non sapesse nuotare e ciò è di supporto all’ipotesi della morte accidentale: se Maria fosse stata una nuotatrice provetta, ci saremmo dovuti porre maggiori domande. Affogano per cause accidentali coloro che non sanno nuotare; nel caso di nuotatori provetti più frequentemente l’annegamento è la conseguenza di traumi cranici o dell’ingestione di sostanze psicoattive, che influenzando le funzioni sensitivo motorie e comportamentali di un individuo lo rendono più vulnerabile.

Raramente un soggetto che muore in seguito ad un annegamento è vittima di un omicidio.

Nei pochi casi in cui ciò accade, a meno che non si tratti di bambini in tenera età, all’esame autoptico si rilevano, non solo i segni di un annegamento, ma anche traumi cranici, segni di strangolamento, traumi compressivi toracici, contusioni, fratture, ferite ed abrasioni. Non solo: gli autori di omicidi per annegamento lasciano sulle loro vittime i segni di un’aggressione che sono facilmente rilevabili all’esame autoptico e anche le vittime, nell’atto di difendersi, lasciano segni sull’autore del delitto. Quindi, difficilmente un medico legale può affermare, in mancanza di dati autoptici riferibili ad una colluttazione, che un soggetto morto in seguito ad un annegamento sia stato vittima di un omicidio.

Se venisse confermata l’indiscrezione che vuole Maria vittima di abusi sessuali, in ogni caso gli abusi sarebbero pregressi, non contestuali alla morte e pertanto non possono ritenersi il movente di un omicidio e mancando il movente non è difficile inferire che un omicidio non c’è stato.

L’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile se non supportata da dati medico legali incontrovertibili.

Secondo la casistica criminologica, un pedofilo molestatore che ha la possibilità di abusare cronicamente di una bambina difficilmente la sopprime: i predatori sessuali violenti più facilmente uccidono colpendo i bambini con le mani nude o strangolandoli e di sicuro non vanno alla ricerca di una piscina dove affogare le loro vittime.

Nella maggior parte dei casi i pedofili molestatori approcciano le loro vittime attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi; solo gradualmente conducono i bambini verso gli abusi veri e propri, per questo motivo le vittime degli abusi cronici non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico a causa dei meccanismi manipolatori messi in atto dal molestatore e nella stragrande maggioranza dei casi non rivelano a nessuno di essere sottoposte a molestie né si ribellano né minacciano né denunciano il proprio carnefice. Non solo i bambini non sono in grado di decifrare il significato di ciò che subiscono a causa della loro immaturità e della gradualità con la quale vengono sottoposti agli abusi, ma temono anche di non venir creduti o possono essere pervasi da un senso di colpa o dalla vergogna che impedisce loro di rivelare le violenze subite; spesso hanno paura di perdere un adulto significativo per la loro esistenza, per questo ultimo motivo più difficilmente i bambini riferiscono di aver subito abusi dai familiari più stretti da cui dipendono emotivamente ed economicamente.

In conclusione, il 19 giugno 2016 Maria, poco dopo le 20.30, si recò nel giardino dove trovò la morte semplicemente per fare un bagno; emulando la/e sua/e compagna/e di gioco, si spogliò e si gettò nelle acque della piscina, dove affogò. Probabilmente la bambina entrò in acqua in una zona dove toccava e poi si spostò e, trovatasi in difficoltà, affogò.

Ciò che ha portato fuori strada gli inquirenti è il fatto che, con tutta probabilità, sul cadavere della bambina sono visibili i segni di pregressi abusi sessuali, dato che li ha portati a ritenere che la sua morte fosse collegabile a quelle violenze, mentre, invece, la morte della Ungureanu e le eventuali violenze sessuali subite in precedenza sono da ritenersi due fatti ben distinti. È semplicemente un caso che sia morta una bambina sulla quale sono stati rilevati all’esame autoptico i segni di un pregresso abuso sessuale.

Il caso della Ungureanu ricorda da vicino quello dei due fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardi, i quali morirono in fondo ad un pozzo di una casa abbandonata. I loro compagni di gioco non chiamarono i soccorsi e tacquero nonostante fossero a conoscenza delle loro sorti; tacquero anche dopo l’arresto del padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, il quale fu scarcerato solo dopo che il caso volle che un altro bambino cadesse nel pozzo e durante le operazioni di recupero venissero ritrovati i poveri resti di Francesco e Salvatore Pappalardi.

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Omicidio di Marco Vannini: analisi di due telefonate di soccorso al 118

Marco Vannini

Marco Vannini

Marco Vannini è stato ucciso il 17 maggio 2015 da un colpo d’arma da fuoco esploso da uno dei componenti della famiglia Ciontoli, con tutta probabilità dal capofamiglia Antonio.

Ho analizzato le due telefonate di soccorso che seguirono al ferimento di Marco.

Trascrizione ed analisi della prima telefonata al 118, è Federico Ciontoli a chiamare:

Federico Ciontoli

Federico Ciontoli

Operatrice del 118: 118, Roma

Federico Ciontoli: Eee buonasera, mi serve urgentemente un’ambulanza a Ladispoli.

Federico prima della richiesta di soccorso saluta con un “Eee buonasera”, i convenevoli sono fuori luogo o quantomeno sospetti in una richiesta di soccorso, servono semplicemente ad ingraziarsi l’operatore, cosa che per Federico è una priorità, infatti, solo in seconda battuta il ragazzo chiede “urgentemente un’ambulanza”.

Il tentativo di accattivarsi l’operatrice del 118 tradisce Federico e permette di inferire:

  • che lui è a conoscenza di come sono andati i fatti;
  • che tiene a celare delle responsabilità.

In ogni caso, il tono di voce di Federico è risoluto anche se tradisce uno stato d’ansia, la sua richiesta è ferma e sottolineata da un “urgentemente” che avrebbe dovuto allertare l’operatrice del 118.

Operatrice del 118: Che succede?

Federico Ciontoli: Eee c’è un ragazzo che si è sentito male, di botto è diventato troppo bianco, non respira più.

Federico racconta di un quadro drammatico, di un ragazzo pallido che non respira più. Il fatto che dica che “di botto è diventato troppo bianco” ci lascia intendere che Federico abbia assistito all’evolversi degli accadimenti di quella sera, che abbia visto Marco impallidire dopo il ferimento e poi “di botto” lo abbia visto diventare più bianco di prima perché, se inizialmente gli era apparso bianco, ora è “troppo bianco”. Federico attraverso l’avverbio “troppo” descrive all’operatrice un quadro clinico ingravescente.

Operatrice del 118: Respira male, si dice.

L’operatrice arbitrariamente minimizza il sintomo riferitole da Federico. Come può dire che Marco “respira male” se il ragazzo dall’altra parte del cavo, il quale ha modo di vedere il ferito, le dice che Marco “non respira più”?

Federico Ciontoli: Respira male, sì.

Federico viene sopraffatto dall’operatrice e ripete le sue parole.

Operatrice del 118: Che cosa ha fatto questo ragazzo?

Federico Ciontoli: E non… non glielo so spiegare bene.

Federico è a conoscenza dei fatti, non dice che non sa che cosa sia successo ma che non lo sa spiegare bene. 

Operatrice del 118: Beh, ci provi anche se non me lo sa spiegare bene, per cortesia.

Federico Ciontoli: Eee, no, no, io non…

Federico è incapace di rispondere perché non se la sente di falsificare. 

Operatrice del 118: Ha assunto qualcosa? Ha bevuto? Soffre di qualche grave malattia di base?

Federico Ciontoli: No, non si… non soffre, probabilmente uno scherzo, si è spaventato tantissimo e non respira più.

Federico, nonostante lo attribuisca ad uno scherzo, per la seconda volta descrive un quadro drammatico di un ragazzo che “non respira più” ma l’operatrice perde tempo nel tentativo di far luce sulla dinamica dei fatti.

Operatrice del 118: Che scherzo gli avete fatto?

All’operatrice non dovrebbe interessare la dinamica di un eventuale scherzo ma solo le condizioni fisiche del ragazzo per il quale sono stati richiesti i soccorsi. 

Federico Ciontoli: E non lo so, io non c’ero in quel momento, le sto dicendo…

Federico non è in grado di falsificare, preferisce dissimulare.

Operatrice del 118: E che ne sa allora che è stato uno scherzo? Chi gliel’ha detto?

L’operatrice insiste senza motivo sul tipo di scherzo.

Federico Ciontoli: Perché sta con mio padre, mia madre, siamo in famiglia. Per favore, che ci stiamo prendendo in giro?

Federico è reticente per quanto riguarda la dinamica dei fatti ma continua a chiedere all’operatrice di far intervenire qualcuno, glielo chiede “Per favore” ed aggiunge: “Che ci stiamo prendendo in giro?”.

Operatrice del 118: No, mi passi suo padre, per favore, grazie.

L’operatrice è più interessata alla dinamica dei fatti che alle reali condizioni del ferito, ha perso di vista l’obiettivo, salvare la vita a Marco che “non respira più”. Federico le ha riferito per ben due volte che Marco “non respira più” ma lei appare soltanto interessata a capire che cosa sia successo.

Federico Ciontoli: Mamma!

Maria Pezzillo Ciontoli: Eh?

Federico Ciontoli: Glielo dici tu, per favore, non ci crede.

Maria Pezzillo Ciontoli: Che cosa?

Federico Ciontoli: Diglielo che deve venire!

Federico lascia intendere ancora una volta all’operatrice che c’è bisogno di un’ambulanza per un ragazzo che sta male.

Operatrice del 118: No, signora non capisco la dinamica, cioè uno si spaventa e si sente così male?

A questo punto dovrebbe essere irrilevante per l’operatrice il perché Marco stia “così male” ma dovrebbero invece interessarle le sue condizioni fisiche. Le cause di un’insufficienza respiratoria in un giovane possono essere molteplici, uno pneumotorace spontaneo, ad esempio, può manifestarsi improvvisamente e senza una causa apparente. Il fatto che l’operatrice dica che Marco “si sente così male” ci fa capire che ritiene le sue condizioni gravi e allora perché non allerta immediatamente un’ambulanza?

Maria Pezzillo Ciontoli: No, eh stava facendo ee il bagno, il ragazzo stava nella vasca… Si è ripreso? Aspè mmm stava facendo la… la… stava facendo il bagno, stava nella vasca… è entrato… non serve. Vabbè eee, nel caso richiamiamo.

La signora Ciontoli, invece di richiedere un’ambulanza, risponde all’operatrice falsificando i fatti, raccontando una storia non veritiera elaborata dalla famiglia Ciontoli per coprire chi ha sparato. La Ciontoli è al corrente della gravità delle condizioni di Marco tanto che dice all’operatrice: “nel caso richiamiamo”, mostrando di non credere che il Vannini si sia definitivamente ripreso.

Operatrice del 118: D’accordo, Grazie.

Maria Pezzillo Ciontoli: Grazie.

La Ciontoli, come suo figlio Federico, tenta di accattivarsi l’operatrice terminando la telefonata con un ringraziamento che non può che apparire fuori luogo in questa occasione.

Antonio Ciontoli

Antonio Ciontoli

Trascrizione ed analisi della seconda telefonata al 118, è Antonio Ciontoli a chiamare, risponde un’altra operatrice:

Operatrice del 118: 118 romana, salve, buonasera.

Antonio Ciontoli: Eh, buonasera, senta c’è un’emergenzaaa a via Alcide De Gasperi a Ladispoli.

Le buone maniere sono fuori luogo durante un’emergenza. Il Ciontoli, come avevano fatto suo figlio e sua moglie nella telefonata precedente, cerca di accattivarsi l’operatrice con le buone maniere. La priorità di Antonio Ciontoli  è quella di apparire una persona educata tanto che attende la risposta del 118 e solo allora comincia a parlare e prima di richiedere i soccorsi dice “Buonasera”. 

Operatrice del 118: Allora, via Alcide De Gasperi.

Antonio Ciontoli: Sì.

Operatrice del 118: Ladispoli, eh?

Antonio Ciontoli: Sì.

(si odono i lamenti di Marco Vannini in sottofondo)

Operatrice del 118: Alcide…

Antonio Ciontoli: Senta se vuole lo po… lo porto io all’Aurelia Hospital?

Il Ciontoli si rende conto che l’operatrice è lenta e, invece di invitarla a far presto per non inimicarsela, le chiede se non sia meglio che sia lui a portare il ragazzo in ospedale. 

Operatrice del 118: Perché mi chiede l’ambulanza? Gliela sto attivando. Perché poi mi dice che vuol portarlo lei da solo?

L’operatrice, invece di affrontare l’urgenza, perde tempo in polemiche. Un operatore dovrebbe sapere che nelle ore di servizio è routine avere a che fare con persone sotto pressione che spesso possono dimenticarsi l’educazione.

Antonio Ciontoli: Eh, i tempi, più che altro.

Il Ciontoli ancora una volta prova a far capire all’operatrice che c’è bisogno urgente di soccorsi, lo fa con delicatezza, per non inimicarsela.  

Operatrice del 118: I tempi (si sente Marco in sottofondo che urla: Bastaaa! ) son… sono brevissimi, se mi da il tempo di scriverlo, almeno.

Ancora sterili polemiche dell’operatrice.

Operatrice del 118: Allora, mi dia un cognome, sul citofono che c’è scritto?

Antonio Ciontoli: Ciontoli.

Operatrice del 118: Quanti anni ha? Che problemi ha?

La domanda sulle condizioni del ragazzo è tardiva.

Antonio Ciontoli: E lui ha 20 anni eee un infortunio, praticamente, in vasca si èèè…

Il Ciontoli ha difficoltà a falsificare, per questo motivo non termina la frase.

Operatrice del 118: E’ caduto?

L’operatrice suggerisce inspiegabilmente una dinamica invece di interessarsi alle condizioni fisiche di Marco.

Antonio Ciontoli: Sì, praticamente, si è caduto, si è bucato un pochino con un… Come si chiama il pettine? Quello a punta…

Il Ciontoli minimizza dicendo che Marco “si è bucato un pochino”, lo fa perché la sua priorità è nascondere le proprie responsabilità.

Operatrice del 118: E quindi cosa si è fatto?

Antonio Ciontoli: Eh, niente, sul braccio, si è bucato si è messo paura, un panico.

Il Ciontoli continua fatalmente a minimizzare.

Operatrice del 118: Mah, sento che si lamenta.

Il fatto che Marco si lamenti da quando è iniziata la telefonata dovrebbe aprire gli occhi all’operatrice ed indurla a non perdere tempo, d’altra parte non può sperare che l’uomo dall’altra parte del cavo faccia una diagnosi perché non è un medico.

Antonio Ciontoli: Eh, sì, infatti, sì.

Operatrice del 118: Ma mi scusi, chiedo venia, è diversamente abile?

Antonio Ciontoli: No, no.

Operatrice del 118: No, perché sento una voce un po’ strana… il nome? Il nome qual’è?

Antonio Ciontoli: Eh, no, si è impaurito, il panico.

Operatrice del 118: Il nome qual’è?

Antonio Ciontoli: Marco Vannini.

Operatrice del 118: Prego?

Antonio Ciontoli: Marco Vannini.

Operatrice del 118: Può darsi che l’ambulanza praticamente lo disinfetti, allora dipende da… C’è uno squarcio? C’è un taglio? Cosa c’è?

Affermazioni inutili seguite da domande tardive e inutili. La lesione esterna spesso non riflette la gravità del quadro clinico, l’operatrice dovrebbe chiedere per quali sintomi sia stata richiesta l’ambulanza non per quali lesioni esterne. A volte, in caso di caduta si hanno emorragie interne senza lesioni esterne, in specie nei soggetti che fanno uso di anticoagulanti.

Antonio Ciontoli: C’è un buchino.

Il Ciontoli continua a minimizzare condannando Marco Vannini a morte. Dal canto suo, l’operatrice dovrebbe essere in grado di valutare il caso, non per quel che gli dice Antonio Ciontoli che non è un medico, ma per le urla che sta sentendo.

Operatrice del 118: Un buchino.

Antonio Ciontoli: E’ andato in panico eee…

Il Ciontoli continua a pensare a se stesso e ad attribuire la sintomatologia di Marco al panico.

In sottofondo si sente Marco che urla: “Basta, ti prego, basta, ti prego, basta”.

Operatrice del 118: Sta urlando. Ma si è sentito male?

Da quasi due minuti Marco urla, è stata richiesta un’ambulanza per soccorrerlo e l’operatrice chiede: “ma si è sentito male?”, una richiesta paradossale. Il buon senso è latitante.

Antonio Ciontoli: Eh, sì, è andato in panico.

Il Ciontoli continua a pensare a se stesso e ad attribuire la sintomatologia di Marco al panico.

In sottofondo si sente Marco che dice: Ti chiedo scusa.

Antonio Ciontoli: Panico, è questo.

Operatrice del 118: Ok, le sto attivando un’ambulanza. Va bene?

L’operatrice invia l’ambulanza quasi due minuti dopo l’inizio della telefonata nonostante abbia udito ripetutamente le urla del Vannini.

Antonio Ciontoli: Ok, grazie.

Il Ciontoli termina la telefonata con un “grazie” che gli serve per continuare ad apparire con l’operatrice una persona squisita al fine di accattivarsela.

Operatrice del 118: Salve.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo è accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, da qualche mese è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato si svolgerà ad Udine il 10 ottobre 2016. All’epoca del delitto Rosaria Patrone era la sua fidanzata, la donna è accusata di favoreggiamento in relazione al duplice omicidio.

Trascrizione e analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone:

Giornalista: Prima di tutto, come vivi un po’ tutta questa situazione e perché hai accettato l’intervista con noi?

Rosaria: Male, sto male che non è facile convivere con queste continue cattiverie gratuite che dicono sulla mia persona, vengo continuamente insultata e infangata da giornali, da programmi televisivi e soprattutto da persone che non conosco e che non mi conoscono.
Ho deciso di rilasciare queste dichiarazioni perché ho visto che il vostro programma sponsorizza una frase cioè: “Io rispetto” e a tal proposito vorrei dire che io ho sempre rispettato e non capisco perché non dovrei essere rispettata di conseguenza.

Già da subito si intuisce l’atteggiamento dispatico della Patrone, la donna sta male solo per se stessa; inoltre, è significativo che non siano le accuse mossele dalla magistratura a farla star male ma gli insulti e il fango che le è stato gettato addosso dai Media. Ci saremmo aspettati che il suo primo pensiero andasse alle vittime e poi a Giosuè che lei ritiene innocente e che si trova in galera da mesi e ci saremmo anche aspettati che si difendesse dalle accuse e che soffrisse a causa di queste.

Giornalista: Tu sei anche formalmente accusata di favoreggiamento, ecco, ma diciamo: che responsabilità ti riconosci? Ecco, cosa pensi di dover rispondere?

Il giornalista aggiunge alla prima una seconda domanda scontata, non solo inutile ma pure dannosa, ritarda la risposta che la Patrone ha pronta e le lascia più tempo per articolarla.

Rosaria: Sicuramente l’aver avvicinato quelle che erano le mie amiche è stato un errore, un errore dettato dalla mia giovane età, dalla mia ingenuità, quello che però volevo io era evitare che chiunque avesse creato quel profilo Facebook non avrebbe avuto problemi al lavoro perché, per quanto ne so, quel profilo era stato creato all’interno di una caserma e questa cosa non eraa…

Ad onor del vero, il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Tre amiche hanno anche riferito che la Patrone, in un’occasione accompagnata dalla mamma, consegnando dei pizzini in cui si sollecitava le amiche a restare in silenzio, le invitava a non far trapelare nulla del profilo Facebook, parlando con loro soltanto all’aperto e coi telefonini spenti per paura di essere controllata dai carabinieri”.

Per la Patrone l’errore non è stato intralciare le indagini negando agli inquirenti di essere a conoscenza di quel profilo Facebook ma aver chiesto alle amiche che ne erano a conoscenza di tacere. Difficile credere che lo abbia fatto per evitare al signor “chiunque” ripercussioni in campo lavorativo. Rosaria non nega né ammette di aver saputo che Giosuè fosse l’autore del profilo ma tiene a dire che avrebbe taciuto per “chiunque”, cercando di far passare il messaggio che lei è attenta al suo prossimo, atteggiamento che non è trapelato nella precedente risposta dove si è mostrata priva di empatia nei confronti delle vittime e del Ruotolo ma soprattutto è difficile pensare che una donna così attenta al suo prossimo, come lei si dipinge, durante un’indagine per un duplice omicidio, sia stata più interessata alla carriera di uno sconosciuto che alle vite spezzate di due giovani. Il finale della risposta della Patrone è monco: “e questa cosa non eraa…” e prova che qualcosa è stato lasciato fuori.

Giornalista: Quindi, ricordiamolo, tu hai avvicinato le tue amiche chiedendo nel caso fossero sentite, fossero state sentite dagli inquirenti, non rivelassero l’esistenza ed il fatto che tu gli avessi parlato di quel profilo, falso profilo Facebook da cui erano state inviate frasi, diciamo velenose, a Teresa, giusto?

Il giornalista fa il punto, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire. 

Rosaria: Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile Sì.

Giornalista: Tu sapevi che quel profilo l’aveva creato Giosuè?

Rosaria: (tempo di latenza maggior del normale) Guardi, io non so precisamente da chi è stato creato questo profilo, so solamente che è stato creato in una caserma, di conseguenza non volevo creare alcun problema.

La Patrone non nega in modo credibile, è vaga e l’uso dell’avverbio “precisamente” la tradisce. Rosaria ci dice che per lei c’è differenza tra il non sapere una cosa e il non saperla precisamente, lasciandoci pensare che la sappia.

Giornalista: Ecco, ma perché? Che problema pensavi potesse avere Giosuè nel caso specifico perché era il tuo fidanzato?

Rosaria: Creare un profilo o meglio usufruire di internet all’interno di una postazione di lavoro non è lecito, di conseguenza io volevo evitare questo.

La Patrone è poco credibile, la creazione di un profilo Facebook all’interno di una caserma è un’inezia rispetto all’accusa gravissima di duplice omicidio con cui il Ruotolo deve fare i conti.

Giornalista: Volevi evitare che Giosuè avesse problemi perché aveva usato i computer della caserma e quindi insomma dovesse rispondere di peculato.

Il giornalista fa di nuovo il punto commettendo ancora una volta, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire.

Rosaria: Esatto. Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile “Esatto. Sì”.

Giornalista: Non l’avevi fatto perché tu volevi nascondere eventuali responsabilità di Giosuè nell’omicidio di Teresa e Trifone, è così?

La domanda del giornalista è sbagliata perché ricca di suggerimenti. 

Rosaria: Assolutamente.

“Assolutamente”, non significa nulla, non è una negazione credibile se non accompagnata da un “No”, da un verbo al passato e da un riferimento preciso all’addebito. La Patrone non è in grado di negare neanche mutuando le parole dal giornalista che le suggerisce nella domanda di farlo. Se Rosaria non è in grado di negare in modo credibile, non sta a noi farlo per lei.

Il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Rosaria aveva confidato ad alcune amiche di sentirsi in colpa temendo di essere stata lei la causa del duplice omicidio” e che “temeva di essere stata ricollegata al delitto per essere entrata nel profilo Facebook anonimo. Un dettaglio quest’ultimo che le amiche ci hanno riferito e che non potevano aver appreso dalla stampa, e che quindi può essere frutto solo del fatto di averla ascoltata dall’interessata. Circa i messaggi inviati dal profilo, una ventina in tutto, sono stati inviati tutte le volte che Ruotolo era in servizio e aveva accesso ai pc della caserma da cui sono partite le missive vessatorie”.

Giornalista: Più volte le mamme di Teresa e Trifone ti hanno pubblicamente invitato a dire tutto quello che sai perché venga scoperta la verità, ecco, tu che cosa rispondi a queste due mamme?

Rosaria: Io ho sempre detto tutta la verità o meglio tutto quello che sapevo, tutto quello che so e non ho mai nascosto nulla, purtroppo il fatto di credere nell’innocenza di Giosuè viene letto come un voler nascondere qualcosa ma sta di fatto che io non conoscevo le vittime e soprattutto vivevo a chilometri di distanza.

La Patrone dopo aver detto “Io ho sempre detto tutta la verità” aggiunge “o meglio…”, un avverbio che indebolisce la sua affermazione e ci fa pensare che non abbia detto tutta la verità ma che abbia taciuto qualcosa. Rosaria ci dice che quando lei parla usa un filtro, l’innocenza di Giosuè, una specie di dogma, un dato di fatto che la donna non prova neanche a motivare. Infine, non la assolvono automaticamente dall’accusa di favoreggiamento il fatto che vivesse a chilometri di distanza e che non conoscesse le vittime, nessuno la accusa di essere stata l’esecutrice materiale del duplice omicidio.  

Giornalista: Anche gli inquirenti ritengono che tu possa non aver detto alcuni particolari che potrebbero aiutare a capire esattamente come sono andate le cose, ecco, tu che cosa rispondi?

Rosaria: Ho affrontato, mm in tutte le volte che sono stata chiamata, più di 20 ore di interrogatorio e ho detto effettivamente tutto quello che sapevo.

La Patrone usa l’avverbio “effettivamente” per affermare di aver detto tutto ciò che sapeva agli inquirenti, una scelta che indebolisce la sua risposta. Viene da chiedersi che cosa siano 20 ore di interrogatorio e perché la Patrone lo rimarchi, se si può essere utili agli inquirenti in un caso così drammatico quale è l’omicidio di due giovani.

Giornalista: Di te, no? si è tratteggiato un po’ anche questo personaggio che mandava, no? questi messaggi con queste fantasie a Giosuè in cui tu ti fingevi o moribonda o addirittura che avevi subito delle aggressioni sessuali  etc, etc?

Rosaria: Lo facevo per attirare maggiore attenzione, attenzioni da Giosuè, attenzioni che mmm magari non mi venivano date quante, quante io ne volevo, insomma eh lo facevo per questo.

Giornalista: Adesso ripensandoci cosa pensi di quei messaggi?

Rosaria: Sono sciocchezze, sono coseee cioè insomma non mmm, sono un po’ esagerati come messaggi, questo sì, però sempre sono sempre dettati dalla mia ingenuità, dal mio essere un pochino bambina, insomma.

Tre dei messaggi inviati dalla Patrone al Ruotolo recitano così: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo”Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”. La Patrone raccontò molte menzogne sulle sue condizioni di salute all’allora fidanzato Giosuè Ruotolo e gli riferì pure che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era il Ragone. 

Né i messaggi inviati a Giosuè né le altre menzogne di Rosaria sono catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità ma come segnali di un disagio psichico, con tutta probabilità un disturbo istrionico di personalità. 

Il bugiardo patologico attraverso le sue bugie costruisce un personaggio, decora se stesso, spesso ritagliandosi un ruolo da eroe o da vittima e lo fa in modo ‘cronico’ e per una causa endogena. Le storie che i mentitori patologici raccontano sono plausibili anche se frutto della loro fantasia. La bugia patologica può essere un disturbo isolato o la punta di un iceberg, il sintomo di altri disturbi quali una psicopatia, un disturbo narcisistico o un disturbo istrionico di personalità, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Dopo tutte le bugie dette al Ruotolo è difficile credere che la Patrone ora dica il vero.

Giornalista: Perché tu alle 20 e 13 di quella sera, la sera in cui vengono uccisi Trifone e Teresa, mandi quello strano messaggio a Giosuè in cui dici: Amore, per caso mi nascondi qualcosa che hai fatto?

Rosaria: Giorni precedenti avevamo avuto dei litigi, io questa cosa l’ho anche più volte ribadita aaa… (interrotta)

Il fatto che la Patrone dica che questa cosa l’ha anche più volte ribadita (sottintendendo agli inquirenti) non ne fa una verità ma è un segnale di menzogna. Purtroppo il giornalista interrompe Rosaria sul più bello.

Giornalista: Litigi sempre per gelosia? Per queste cose qui?

Il giornalista non solo interrompe la Patrone ma le suggerisce il motivo dei litigi: la gelosia. Il fatto che lui sappia che Rosaria era gelosa non lo autorizza a bruciarsi la risposta.

Rosaria: Sì, erano sempre litigi legati magari a uscite emm con possibilii ragazze mm con amici e quindi diciamo che era uno strascico, uno strascico di litigio e… (interrotta)

Giornalista: Quindi in sostanza quella sera…

Interrompere l’intervistata è un errore grossolano.

Rosaria: … facevo questa domanda sempre relativamente a questi, a queste uscite, a questi litigi.

Giornalista: Quella sera lui non ti rispondeva?

Rosaria: No.

Giornalista: E quindi tu hai subito cominciato a pensare, hai mandato quel messaggio.

La conclusione è del giornalista, non della Patrone.

Giornalista: La tua relazione con Giosuè credo che sia finita da entrambe le parti, che cosa pensi di Giosuè? Della sua situazione? E’ colpevole o innocente?

Quando si pongono più domande in serie l’intervistato sceglie a quale rispondere. 

Rosaria: Io credo nell’innocenza di Giosuè, certo non mi va di parlare della mia vita privata però non ho mai detto di averlo lasciato, questo non l’ho mai detto.

La Patrone non dice di non aver lasciato il Ruotolo, dice semplicemente di non averlo detto. 

Giornalista: E per te resta comunque innocente?

Rosaria: Sì, sì, io credo, ho sempre creduto nella sua innocenza, ci credo tuttora.

Giornalista: Perché Rosaria? Se te lo posso chiedere?

Rosaria: Perché lo conosco.

Giornalista: E quindi?

Rosaria: Lo conosco eee è un ragazzoo straordinario, per me.

La Patrone afferma che il Ruotolo è un ragazzo straordinario, per me, specificando che lo è per lei, non in assoluto.

Giornalista: Nonostante tutte le bugie che ha detto anche lui?

Rosaria: Credo in lui.

Una breve analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Massimo Giuseppe Bossetti

Yara Gambirasio

Yara Gambirasio

A pag 144 delle motivazioni della sentenza di condanna di Massimo Giuseppe Bossetti si legge: “Quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati e sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere latamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui ed è, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora. Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di una violenza sessuale consumata, del resto, non vale ad escludere il movente sessuale inteso in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip e dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

E’ vero che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima, Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara.

Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, egli aveva programmato, chissà da quanto tempo, ciò che egli mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio.

Il movente è comunque sessuale, Bossetti, infatti, durante l’omicidio di Yara, agì non atti sessuali veri e propri ma atti sessuali sostitutivi quali gli “interventi sul reggiseno e sugli slip e la ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei” tipici dei predatori sessualmente incompetenti.  

Un omicidio come quello di Yara si definisce Sexual Homicide, pur in assenza di atti sessuali veri e propri, per diversi motivi:

– la tecnica omicidiaria di Bossetti avvalora l’ipotesi del movente sessuale, egli uccise Yara, con tutta probabilità, colpendola con le mani, cercare un contatto fisico con la vittima durante l’omicidio è una caratteristica dei Sexual Murderer;

– le slacciò il reggiseno e le recise le mutandine;

– infierì sul corpo inerme con un coltello;

Tutti questi comportamenti ci suggeriscono senza ombra del dubbio un movente sessuale e sono equiparabili ad una vera e propria attività sessuale sulla vittima (Substitute Sexual Activity).

A pag. 145 si legge: ” (…) il corpo di Yara Gambirasio presentava una profonda lesione da taglio da un estremo all’altro dell’emicirconferenza anteriore del collo, una lesione superficiale in regione mammaria sinistra lungo tutto il torace, un’estesa lesione a forma di X e una a forma di J in regione dorsale, tagli simmetrici ai polsi e due soluzioni di continuo alla gamba destra, un’intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra, risultato dell’azione di un’arma da punta e da taglio, e tre lesioni contusive al capo (allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca, frutto di tre distinte azioni traumatiche (…) e a pag. 146: “Tutte le lesioni, anche quelle più superficiali, sono state inflitte quando la vittima era ancora in vita- non è dato sapere con quale livello di coscienza- e hanno provocato un sanguinamento. il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico, ossia con modalità tali da escludere la ‘furia’ dei colpi tipica del dolo d’impeto e, al contrario, connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà arrecare dolore, caratterizzante le sevizie”.

In questo stralcio di motivazioni si legge che le lesioni riscontrate sui poveri resti di Yara non sono quelle tipiche della ‘furia’ del dolo d’impeto, questa affermazione contraddice la ricostruzione precedente ovvero che l’omicidio fu scatenato da una reazione di Yara ad alcune avances. 

Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto tra lui e sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Riguardo alle lesioni inferte con il coltello da Bossetti al corpo inerme di Yara, non per uccidere, sono da considerarsi una personation, l’act out del core delle sue ricorrenti fantasie, il suo biglietto da visita, la sua firma.

La personation ci fornisce informazioni sulla personalità di un serial killer ed è la manifestazione più intima delle sue patologiche fantasie, è un marchio personalizzato carico di significato ed estremamente gratificante per chi lo mette in pratica, in modo semplicistico si può affermare che fu proprio il desiderio di agire quella precisa personation, per trarne un orgasmo psichico, a spingere Bossetti ad uccidere.

Il movente dell’omicidio commesso da Bossetti non è collocabile nel novero dei moventi attribuibili agli omicidi comuni ma è un movente intrapsichico, tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (Motiveless Homicide). 

Un’altra osservazione presente nelle motivazioni della sentenza a pag. 147 ci conferma che Bossetti non uccise perché respinto: “Nel nostro caso Massimo Bossetti non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sul corpo della vittima per inapprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici, in alcuni casi superficiali, in altri casi in distretti non vitali, e, dunque, idonei a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso”.

Gli autori di omicidi come quello di Yara sono anche detti Sexual Sadistic, sono soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente, conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie e dopo aver fatto salire in auto la loro vittima la portano in un’area sicura dove possono agire indisturbati. Per quanto riguarda l’età del Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, come abbiamo visto, rientra nel range di età dei Sexual Sadistic cui corrispondono anche tutte le altre caratteristiche, inoltre, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince non solo che è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica, Bossetti è un immaturo. 

In conclusione, Bossetti ha ucciso una volta sola ma è a tutti gli effetti, da un punto di vista psichico e comportamentale, un Anger-Excitation Sexual Murderer, un omicida per lussuria. L’omicidio per lussuria è un omicidio comune tra i serial killer e per questo motivo Bossetti deve essere considerato un serial killer in fieri. L’omicidio di Yara è stato premeditato per anni ed è figlio delle fantasie ossessive del suo autore. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere, non perché gli sfugge di mano una situazione, ignorarlo rende imprecise e perfino benevole le motivazioni della sentenza ma soprattutto vizierà un eventuale giudizio sulla pericolosità sociale dell’uomo.

P.S. I giornali riportano che Bossetti, dopo aver letto la storia delle presunte avances, abbia smentito questa circostanza, lo ha fatto senza difficoltà perché non corrisponde al vero.