Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Giosuè Ruotolo (parte seconda)

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Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui vi giunse l’indagato con la sua Audi A3 poco prima del duplice omicidio. Ruotolo ha raccontato agli inquirenti di aver deciso di andare in palestra la sera del delitto, il 17 marzo 2015, ma di non aver trovato parcheggio e di aver allora raggiunto il Parco di San Valentino per fare un po’ di jogging e di aver desistito dopo pochi minuti a causa delle basse temperature.

Durante il processo a Giosuè Ruotolo, riguardo agli stalli del parcheggio della palestra, l’accusa ha sostenuto che vi fossero almeno 7 posti auto liberi nel momento in cui Ruotolo lo raggiunse in quanto, in quei minuti, furono registrate 26 auto in uscita a fronte di 19 in entrata.

Nei mesi scorsi Giosuè Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai PM, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Quando Ruotolo, durante il sopralluogo, è giunto in auto, in compagnia dei magistrati, nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha dichiarato:

” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui… qui… c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”.

Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo, in questa sua dichiarazione, non dice ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero riferisce ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi Ruotolo, in finale, aggiunge: “non avevo posti per parcheggiare” si riferisce sempre ad un’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. L’indagato, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, evita lo stress che gli indurrebbe mentire affermando che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio. Se solo chi indaga ascoltasse le dichiarazioni dei sospettati con attenzione potrebbe dar seguito all’interrogatorio con le domande giuste e favorire una confessione. 

E’ chiaro che è estremamente importante ai fini dell’attribuzione del duplice omicidio a Giosuè Ruotolo il sapere se vi fossero o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra nei minuti che precedettero l’omicidio, se vi fossero stati, come hanno confermato le indagini, Ruotolo avrebbe mentito sulle sue reali intenzioni di quella sera; Giosuè non parcheggiò ma lasciò l’auto in seconda fila per poter scappare più facilmente da quell’area dopo aver commesso gli omicidi.

Il 21 novembre 2016 , Giosuè Ruotolo, imputato al processo per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, di fronte alla Corte d’assise di Udine ha rilasciato una breve dichiarazione:

“Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti. Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male. Mi trovo ormai da otto mesi in carcere e ogni giorno che passa spero che sia l’ultimo, che venga una guardia e mi dice: “Si sono sbagliati, puoi uscire”. Nelle prime udienze hanno fatto vedere delle immagini atroci su Teresa e Grifone, appena le ho viste mi sono subito rivolto verso il mio avvocato e ho detto: “E’ impossibile che io mi trovi qui per una cosa del genere. Ma stiamo scherzando?” Mi sembra assolutamente assurdo che io sia qui seduto per fatti successi a dei ragazzi come me, che addirittura ho conosciuto e addirittura su… con Trifone abbiamo vissuto insieme. Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e sinceramente non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però. Credo fermamente nella giustizia e credo che nel corso del processo si evidenzierà fermamente la mia totale estraneità a tutto questo”.

Analisi degli stralci più rilevanti:

“Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti (…)”.

L’esordio del Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa” è incriminante, la vittima di un errore giudiziario, che si trova in galera da mesi, non ha motivo di scusarsi con nessuno, solo chi commette un crimine si sente in dovere di scusarsi. Nello stralcio: “fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”, il fatto che il Ruotolo usi l’aggettivo “totale” ci dice che per lui la sua ‘estraneità ai fatti’ è sensitiva.

“Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male”.

L’uso di “ormai” denuncia una rassegnazione che appare fuori luogo, un atteggiamento tipico dei soggetti affetti da un disturbo antisociale di personalità. Giosuè non dice di non essere il mostro costruito dai Media ma afferma che i Media descrivono “un po’ la mia persona per quello che non è”, lasciando intendere che solo “un po’” la sua persona è descritta “per quello che non è”.

“Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però”.

Quando Ruotolo afferma: “Posso aver dato poco peso alla cosa”, sembra riferirsi al duplice omicidio e non al fatto di non aver riferito agli inquirenti della sua presenza sulla scena del crimine in contemporanea con l’esecuzione di Trifone e Teresa, tanto che deve spiegarsi subito dopo. Giosuè dice: “e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini”, non “non potevo dare” ma “non dovevo dare”, una bella rivelazione sulle sue reali intenzioni. Infine, Ruotolo ci dice che è pronto a pagare, tanto è onesto, per aver taciuto la sua presenza sul luogo del delitto.

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Analisi di un’intervista ad Ezio Denti sui suoi titoli di studio

Nella giornata di ieri, un giornalista della testata ‘La Repubblica’, Piero Colaprico, ha rivelato che Ezio Denti, un investigatore privato che è stato consulente della difesa di Massimo Bossetti, si avvale del titolo di ingegnere, dottore e criminologo nonostante sia semplicemente un ragioniere. Il ragionier Denti è stato invitato alla trasmissione Quarto Grado condotta da Gianluigi Nuzzi per replicare. Chi mente riguardo ai propri titoli di studio incorre nel reato di Usurpazione di titoli (Art. 498 Codice Penale) e, in alcuni casi, in quello di Abusivo esercizio di una professione (Art. 348 Codice Penale).

Ezio Denti tra l'avvocato Claudio Salvagli ed il genetista Marzio Capra

Ezio Denti (al centro) con l’avvocato Claudio Salvagli ed il genetista Marzio Capra

Nuzzi: Allora, lei è ingenere o no, innanzitutto?

Denti: Ma, io mi sono sempre presentato come Ezio Denti, tutti mi hanno sempre chiamato Ezio Denti, vorrei che tutti mi chiamassero Ezio Denti, forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che, forse, è il caso.

Questa prima domanda ci dice già tutto sui titoli del ragionier Ezio Denti. Denti risponde con un “Ma”, mostrando incertezza da subito; la domanda è chiara mentre il contenuto della risposta non corrisponde alla domanda; la risposta è una ingiustificabile tirata oratoria che ha il solo scopo di evadere la domanda. Il fatto che Denti, nonostante non abbia una laurea in ingegneria riconosciuta dallo Stato italiano, dica: “forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che,  forse,  è il caso”, è dovuto all’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, rifiutando di accettare la propria incompetenza.

Nuzzi: Non ho capito, alcune persone possono chiamarla ingegnere?

Denti: Bhè, alcune persone dovrebbero chiamarmi ingegnere perché mmm scrivere qualcosa su un giornale eemm, ringrazio il giornalista per la bella pagina che mi ha fatto, così mi pubblicizza ancora di più, questo mi ha fatto piacere.

Denti, invece di spiegare il perché alcune persone dovrebbero chiamarlo ingegnere si perde in una seconda tirata oratoria allo scopo di continuare ad evadere le domande. Sarebbe bizzarro che un ingegnere pensasse che solo alcuni debbano chiamarlo ingegnere e non altri, ingegnere o lo si è per tutti o per nessuno, evidentemente. Il fatto che il ragionier Denti rappresenti l’articolo del giornale, dove viene smascherato, come una pubblicità e se ne dica compiaciuto, la dice lunga sulla sua personalità. 

Nuzzi: Lui ha fatto il lavoro di cronista, ha avuto una notizia, l’ha data.

Denti: Il lavoro di cronista, il lavoro di cronista va fatto chiaramente acquisendo tutte le informazioni.

Nuzzi: Lui è andato, è andato all’ufficio statale di Milano dove lei risulta avere un 36/60 come ragioniere e perito e dove non risulta nessuna laurea.

Denti: Eh, ma è andato al MIUR, deve andare al MIUR, al MIUR purtroppo abbiamo le facoltà, le lauree che vengono acquisite in Italia quindi una laurea presa all’estero ovviamente non la troverà mai al MIUR.

Al MIUR si trova l’elenco degli istituti e delle università estere private che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato italiano; l’istituto dove il ragionier Denti ha frequentato i corsi di balistica è nell’elenco degli istituti che non rilasciano certificati validi.

Nuzzi: Quindi lei ha una laurea presa all’estero?

Denti: L’abbiamo sempre detto, insomma, no?

E’ interessante l’uso del plurale ‘abbiamo’, tipico di chi ha interesse a coinvolgere altri soggetti in modo da spartire con loro le proprie responsabilità. Denti mostra di arrampicarsi sugli specchi, il fatto che a Quarto Grado abbiano attribuito, per anni, al ragionier Denti titoli che non possedeva, non cambia la realtà dei fatti.

Nuzzi: Denti…

Nuzzi lo riprende facendogli capire che non può trascinare lui e la sua trasmissione nel baratro.

Denti: Sì, ma io non ho mai ventilato una laurea, nel senso che la mia laurea non è mai stata utilizzata.

Un laureato non avrebbe motivo di negare di essersi dichiarato tale. In ogni caso, Denti ha usato il titolo ripetutamente, non solo in udienza durante il processo a Bossetti. Ha aperto un profilo Facebook a nome di: “Dott. Ezio Denti Investigatore Privato e Criminologo Investigativo”. Su un’altra delle sue pagine Facebook, dal 3 dicembre 2011, si definisce dottore e criminologo e ricorda di essersi laureato in Ingegneria e in Scienze dell’investigazione: 

“Ezio Denti è tra i più affermati nell’ambito delle Investigazioni Private e Indagini Difensive. Investigatore Privato e Criminologo specializzato in “analisi comportamentale e balistica applicata alla criminologia”.
Il Dott. Ezio Denti è un Investigatore Privato e Criminologo autorizzato ai sensi dell’ art. 134 del T.U.L.P.S. a svolgere attività di investigazioni private ed indagini difensive in nome e per conto dell’Agenzia Investigativa Numero S.r.l., di cui è Direttore, come da regolare licenza N° 9762/10 Area 1/bis – P.A. rilasciata dalla Prefettura di competenza.
Laureatosi in Ingegneria presso l’Università di Friburgo con specializzazione in “balistica applicata alla criminologia” e in Scienze dell’Investigazione, è oggi tra i massimi esperti in “analisi comportamentale” nel campo della criminologia.
Il particolare curriculum di studi, che distingue l’investigatore per la sua capacità nel tenersi costantemente aggiornato, sia in ambito normativo e giuridico, sia in ambiti più tecnici, la singolare abilità di analisi dei dati acquisiti nel corso dell’attività di investigazione, nonché l’esperienza acquisita negli anni di carriera “sul campo”, sono caratteristiche che hanno permesso all’Investigatore Privato Dott. Ezio Denti di affinare le tecniche necessarie per ottenere degli ottimi risultati in ogni tipo di indagine, sia in Italia che all’estero.
Tutti coloro che si sono rivolti a lui per qualsiasi investigazione, hanno sempre ottenuto risposte precise, immediate, esaurienti ed assolutamente affidabili. Inoltre, il Dott. Ezio Denti svolge l’attività di indagine in modo assolutamente segreto e confidenziale, effettuando investigazioni anche ad alto rischio e con la massima segretezza.
Lo stesso, infatti, ha apportato la sua particolare esperienza e le sue conoscenze per la soluzione di casi importati e che hanno avuto rilievo anche a livello nazionale, e che sono stati oggetto di discussione ed approfondimenti in campo mediatico e televisivo.
In ogni caso affrontato, l’operato dell’Investigatore Privato Ezio Denti si è sempre conformato alle esigenze di segretezza del cliente: per questo motivo, sono molti i personaggi importanti, provenienti sia dal mondo dello spettacolo che dal mondo politico ed imprenditoriale, che si sono affidati al professionista, il quale ha ormai affinato la propria capacità di muoversi con grande riservatezza e discrezione in un ambiente che, più di altri, necessita della massima tutela e di grande prudenza.
Dalla passione per il suo lavoro e per gli studi al suo libro:
Il lavoro investigativo comporta intelligenza, e l’intelligenza trova vantaggio nella cultura: l’Investigatore Privato Ezio Denti, unendo la passione per il suo lavoro alla passione per gli studi e la ricerca, ha scritto un libro, assolutamente ispirato alla sua persona, dal titolo “Ipno”, edito Cicorivolta Edizioni. L’edizione tradotta per il mercato estero ha già trovato un ottimo riscontro di pubblicità e di vendite”.

Nuzzi: Che cos’ha in quella cartella?

Denti: E’ quello che voi mi avete chiesto, mi avete chiesto la laurea in originale, l’ho portata, così l’ho dovuta togliere dal mio bel quadretto che si stava ammuffendo, l’abbiamo portata.

Denti prima parla al singolare poi al plurale dicendo “l’abbiamo portata”, cercando ancora una volta di coinvolgere altre persone.

Nuzzi: Ci spiega Denti cosa sta mostrando?

Denti: Questo è il titolo di laurea, chiaramente diploma non sta per diploma ma in francese sapete che diploma è tit… diploma di laurea, è un titolo di laurea conseguita alla Facoltà di Ingegneria di Friburgo con la specializzazione in balistica, questo titolo è stato conseguito nel 2007 per il mero interesse personale nella balistica, perché appassionato di armi, ho deciso di fare un corso di balistica proprio presso una facoltà, non i classici corsi balistici che si fanno in italia perché ritenevo che forse non potesse avere una valenza perché il mio interesse era, nel futuro, quello di creare un laboratorio balistico che poi non ho mai fatto quindi è sempre stata archiviata e tenuta nel cassetto, è ovvio, è ovvio che se a domanda mi si chiede quali sono…

Una lunga tirata oratoria, l’ennesima in pochi minuti, per descrivere e giustificare un titolo che se fosse valido non avrebbe bisogno di essere accompagnato da tutte queste spiegazioni. 

Denti:.. per cui io non ho mai ventilato il titolo di ingegnere perché non avevo nessun interesse, mi è stato chiesto in udienza il mio nome e quale fosse il mio titolo di studio da parte dell’avvocato Camporini, se ricordo, e ho detto quale era il mio titolo di studio.

E’ paradossale che, a sua discolpa, Denti continui a dire di non essersi mai servito del titolo lasciando così intendere di non averlo e di temere eventuali conseguenze.

(…) dobbiamo ricordare che questo istituto comunque è affiliato al Politecnico di Torino aaa c’è tutto da dire per quanto riguarda l’Istituto (…) l’Istituto c’è, è menzionato, credo che emm… anche penso che, anche l’istituto in questo momento sia abbastanza arrabbiato di tutta questa kermesse che si è verificata in capo a questa…

Nessuno mette in dubbio il fatto che l’istituto esista, da oltre vent’anni l’istituto nel quale il ragionier Denti dice di essersi ‘laureato’, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg (Svizzera) è noto ed è segnalato nelle liste degli istituti e università private, con sede soprattutto all’estero, che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato Italiano; affermare che sia “affiliato al Politecnico di Torino” è un azzardo non indifferente.

Nuzzi: Che cosa le ha scritto l’istituto, oggi?

Denti: L’istituto non ha scritto solo a me, ha scritto, ha mandato un comunicato all’ANSA poi per conoscenza l’ha mandato a me, dicendo che il titolo di studio è stato conseguito presso il loro istituto, il mio nominativo risulta fra coloro che nel 2007 hanno conseguito il titolo di ingegnere eem presso la facoltà di Friburgo che da la possibilità di operare quindi come attività di in…

Il fatto che il titolo sia stato conseguito presso l’Institut Technique Superieur (I.S.T.), Fribourg poiché l’istituto non rilascia titoli riconosciuti dallo Stato italiano, evidentemente, non affranca il ragionier Ezio Denti dall’essere incorso in un reato.

Nuzzi: Allora è un diploma o è una laurea?

Denti: Allora questo è un istituto universitario di ingegneria dove ci sono varie specializzazioni…(interrotto)

Denti tenta ancora di esibirsi in una tirata oratoria ma viene interrotto dal conduttore. In ogni caso la risposta è evasiva. Le risposte evasive sono uno degli indici statisticamente più significativi di menzogna. 

Nuzzi: Scusi, scusi, io sono… avrò… faccia conto che abbia la seconda elementare, è un’università…?

Denti: Perché… ma scusate… perché lo chiedete a me e non chiamate l’istituto? 

Denti prova, attraverso l’ennesimo escamotage, a non rispondere.

Nuzzi: Io lo chiedo a lei, è qua.

Denti: Io le sto spiegando: è un istituto universitario dove… (interrotto)

Denti tenta ancora una volta la via della tirata oratoria ma viene interrotto.

Nuzzi: E’ un’università o un istituto superiore?

Denti: Un’università.

In realtà, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg è un istituto che non rilascia titoli validi. Sono due le vie che può seguire il ragionier Ezio Denti: o denunciare l’istituto per truffa aggravata o prendersi le proprie responsabilità, questo per il titolo di ingegnere mentre per quello di criminologo, che presuppone una laurea e un master in scienze forensi, il ragionier Ezio Denti dovrebbe spiegare perché usi anche questo titolo senza averne alcun diritto.

Eleonora Vita è davvero scomparsa?

Da 11 giorni un’avvocatessa 38enne di Avenza (Carrara) si è allontanata da casa, la sua auto chiusa è stata ritrovata alla stazione di Massa. La madre si è rivolta alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto. Morena Vita e sua figlia Eleonora hanno architettato la ‘finta scomparsa’ di Eleonora per accendere i riflettori su una causa legale riguardante la cospicua eredità di una zia? La risposta è nell’analisi dell’intervista a Morena Vita.

Eleonora Vita

Eleonora Vita

Analisi di alcuni stralci dell’intervista rilasciata da Morena Vita a Chi l’ha visto:

Veronica Briganti: “Stasera (incomprensibile) la zia Bruna che ha voluto essere presente per testimoniare il suo affetto e anche la grande preoccupazione che c’è intorno alla scomparsa, appunto, di Eleonora perché lo ricordiamo sono 11 giorni che la bella avvocatessa, appunto, di Carrara, manca da casa, non si hanno notizie di lei e quindi la mamma è molto molto preoccupata”.

Nella sua introduzione la giornalista, Veronica Briganti, sottolinea ciò che non traspare, la preoccupazione per le sorti di Eleonora, lo fa inizialmente riferendosi alla zia “presente per testimoniare il suo affetto e anche la grande preoccupazione” e poi alla madre “molto, molto preoccupata”.

Federica Sciarelli: “Morena, nessuna notizia, a lei, nessuna telefonata da parte di sua figlia? E’ così, in questi giorni?”.

Morena Vita: “No, è… il telefono è lì pronto ma non è che squilla, non dice nulla”.

La signora Vita risponde a tono alla conduttrice, è composta, non coglie l’occasione per fare un appello a sua figlia come ci saremmo aspettati, invece di parlare di sua figlia parla del telefono.

Morena Vita: “La sua ahm religione era, al di à della vocazione e qui…era un conforto non indifferente in questa situazione di perseguitata, diciamo… oppure che lei viveva”.

La signora Vita descrive sua figlia come una “perseguitata” e poi si corregge aggiungendo in finale “diciamo… oppure che lei viveva”.

Lo zio di Eleonora durante una breve intervista ha affermato di essere sicuro che Eleonora non sia scomparsa ma si sia allontanata da casa per accentrare l’attenzione dei Media sulla sua causa legale, pertanto la Sciarelli ha chiesto alla madre: “Morena, è tutta una farsa!? Possibile che abbia fatto un atto dimostrativo? Insomma, è una cosa brutta eh che ha detto lo zio, lei è preoccupata, lo sappiamo. Vuol rispondere lei?”.

La Sciarelli mostra di non credere allo zio ed afferma di sapere che la signora è preoccupata, cosa che non sarebbe stata necessaria se la donna fosse apparsa davvero preoccupata. 

Morena Vita: “Ma cosa ci si può aspettare da una perrsona che ha detto un monte di bugie?! Non è vera una parola, intanto lui non ha tenuto la zia, la zia abitava a Viareggio e c’aveva una badante che la custodiva giorno e notte e lui c’andava e voleva andarci lui esclusivamente perché quando gli altri parenti si proponevano e lui pre… pre…”.

La signora Vita, nonostante sia stata invitata a dirsi preoccupata per la scomparsa di sua figlia, non risponde a tono alla conduttrice ma usa lo spazio concessole per parlare della sua priorità, la causa intentata contro lo zio, lasciando intendere di non essere preoccupata per le sorti di sua figlia in quanto a conoscenza del motivo per il quale sua figlia si è allontanata.  

Federica Sciarelli: “Morena però non… non entriamo, no, Morena io la prego, non entriamo… diciamo in questa dinamica familiare, abbiamo capito che ci sono dei problemi però rimaniamo sulla sua… se lei è d’accordo, sulla scomparsa di sua figlia perché secondo noi…”.

La Sciarelli continua a chiedere alla donna di parlare della scomparsa di sua figlia e non della causa legale.

Morena Vita: “No, volevo dire quello che dice lui… quello…” (Morena viene interrotta dalla giornalista che si trova al suo fianco).

La signora Vita, nonostante sia stata invitata per la seconda volta a parlare della scomparsa di sua figlia, continua a perseguire il suo goal: smentire lo zio, e viene per questo interrotta anche da Veronica Briganti, la giornalista al suo fianco.

Federica Sciarelli: “Prego, Morena, prego”.

Morena Vita: “Posso parlare?”.

Federica Sciarelli: “Certo, come no, prego Morena”.

Morena Vita: “Eh, ascolti, quello che dice questo signore a me non è che importa più di tanto, a me mi importa della mia figliola che sono 11 giorni che non la vedo che non è mmm è scomparsa eee e non so cosa possa essergli successo, capisce cosa, io c’ho il pensiero non… mm non riesco più a dormire e mi stupisce, mi stupisce che una persona come lui che avrebbe dovuto tutelare, alla morte del fratello, la nipote eh si ritrova a fare queste cose qui”.

La Signora Vita dichiara che sono 11 giorni che non vede la figlia, “non la vedo”, non è l’equivalente di “non so dove sia”;  poi aggiunge “che non è mmm è scomparsa eee”, ha difficoltà a dire che è scomparsa tanto che dice che non lo è, la donna ha due momenti di incertezza proprio prima e dopo la frase “è scomparsa”; nel finale della dichiarazione torna su ciò che in realtà per lei rappresenta la vera priorità, la causa contro lo zio.  

Federica Sciarelli: “No, questo è il centro del problema eh”.

E’ paradossale che la conduttrice debba suggerire alla madre della ‘scomparsa’ che il centro del problema è la scomparsa di sua figlia. 

Morena Vita: “Noi non abbiamo nessun interesse perché abbiamo le perizie…”.

La risposta della signora Vita lascia intendere che, evidentemente, la signora non si è rivolta a Chi l’ha visto per ritrovare sua figlia ma per parlare della causa legale contro lo zio.

Federica Sciarelli: “No questo è il centro del problema, no Morena?! Che il problema è che sono passati giorni e non c’è traccia, ah, di Eleonora e quindi ci deve essere sempre preoccupazione”.

La conduttrice continua a suggerire alla signora Vita che il centro del problema è la scomparsa della figlia e questa volta lo fa in maniera più esplicita sperando che la donna si esprima in tal senso e si mostri preoccupata.

Morena Vita: “Eh, sì, eh infatti… eh infatti… infatti…”.

La signora Vita si limita a concordare con la conduttrice con un semplice “infatti”, non aggiunge nulla riguardo a sua figlia. Se Eleonora fosse scomparsa la madre avrebbe usato il mezzo televisivo al meglio, per ritrovarla.

Giornalista: “Aveva parlato spesso di questo suo desiderio di intraprendere il cammino di Santiago (di Compostela), giusto Morena?”.

Morena Vita: “Sì, ne avevamo parlato, era nei suoi progetti, ecco, però, se ee ora, in questa circostanza, lo ha intrapreso, come… non posso saperlo”.

E’ strano che chiami la ‘scomparsa’ di sua figlia “questa circostanza” come se l’avesse ben inquadrata, in quest’ottica non appare strano che non si appelli a chi può aiutarla a ritrovare Eleonora.

Federica Sciarelli: “Morena voleva, voleva dire qualche cosa fare un appello? Io so…”.

La conduttrice termina con un “Io so”, lasciando intendere che lei sappia quanto la donna soffra la scomparsa della figlia. La Sciarelli ha necessità di affermare ciò che non traspare, lo ha già fatto in precedenza dicendo:  “lei è preoccupata, lo sappiamo”. Il fatto che la ‘scomparsa’ di Eleonora si mostri per quel che è, una ‘messinscena’ è un autogol per la trasmissione. 

Morena Vita:“Sì eee l’appello è quello di: Vorrei riaverla al più presto a casa ee perché io sono preoccupata. Come ha detto lei: La macchina ce l’ha portata lei? Non ce l’ha portata? Cosa sarà successo? Sarà in difficoltà? Io non lo so e quindi sono molto, molto preoccupata”.

La signora Vita non si rivolge alla figlia dicendole di tornare a casa, il suo è un finto appello. Nella frase finale dice: “e quindi sono molto, molto preoccupata”, non solo l’uso di “e quindi” indebolisce la frase ma l’aggiunta dell’aggettivo “molto” ripetuto due volte toglie forza alla sua affermazione.

Eleonora prima di sparire scambiò alcuni messaggi con un’amica:

Il 4 novembre:

Eleonora: Marti sono disperata dagli imbrogli che fanno, a mali estremi estremi rimedi
Marti: cioè?? spiegare
Eleonora: vedrai vedrai
Marti: nn mi far preoccupare

Il 5 novembre:

Marti: ooooh com’è?
leonora: male…vedrai cosa succederà… ma tu non preoccuparti…
Mari: io mi preoccupo sì

Dai messaggi si intuisce che Eleonora stava pianificando una fuga finalizzata ad accentrare l’attenzione sulla sua causa legale, lo si evince dal fatto che prepari l’amica a qualcosa di grosso ma soprattutto che le dica di non preoccuparsi.

Durante la trasmissione sono state mostrate alcune foto di Eleonora dove la ragazza appare bellissima ma soprattutto molto truccata, difficilmente una ragazza in difficoltà, dopo 11 giorni che è lontana da casa, somiglierà a quelle immagini, quindi, poiché le foto che la madre ha fornito alla trasmissione non corrispondono alla realtà evidentemente la donna non cerca sua figlia perché sa che si tratta di una messinscena. 

E’ responsabile di Procurato allarme presso l’Autorità, chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio ed è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro (Art. 658 Codice Penale).

Maria Ungureanu è annegata per un incidente

La criminologia è una scienza esatta, nel caso di Maria Ungureanu non c’è spazio per fantasiose ricostruzioni omicidiarie, si è trattato di un incidente. Riconoscere un errore è un atto di umanità nei confronti di due innocenti ed un segno d’intelligenza.

Riporto il testo integrale di un articolo di oggi de il quaderno.it

“Maria è annegata per un incidente”, la tesi della criminologa Ursula Franco

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Ursula Franco la criminologa consulente di Daniel e Cristina Ciocan, nel caso dell’omicidio della piccola Maria Ungureanu, ha rilasciato delle dichiarazioni alla stampa in merito agli ultimi sviluppi della vicenda.

“Da consulente della difesa di Daniel e Cristina Ciocan” – ha dichiarato la Franco, in accordo con l’Avvocato Salvatore Verrillo che difende i due fratelli – “mi sento di affermare che Daniel riportò Maria a casa la sera del 19 giugno, dopodiché non la incontrò più; non è un caso che le risultanze delle indagini escludano un coinvolgimento di Daniel e Cristina Ciocan nella morte di Maria Ungureanu né che non sia stato trovato alcunché che accrediti un omicidio perché un omicidio non c’è stato. Continuare a speculare sulla storia dei calzini da parte dell’avvocato Gallo lo trovo irrispettoso nei confronti di due ragazzi innocenti coinvolti in questa triste storia loro malgrado, i calzini ritrovati nell’auto di Daniel appartenevano alla sorella Cristina e con tutta probabilità Maria quella sera non indossava calzini, per questo motivo non ne sono stati trovati”.

Per la criminologa Maria Ungureanu sarebbe “morta in seguito ad un incidente, come lo sono la maggior parte delle morti per annegamento”. Secondo la ricostruzione della Franco “la bambina era in compagnia di almeno un’altra ragazzina più grande di lei ed è lei che la procura deve sentire per risolvere il caso. Non ho certezza che la bambina subisse abusi sessuali” – continua – “non essendo stato trovato materiale biologico di un estraneo su di lei ma, se così fosse stato, gli abusi non furono contestuali alla sua morte e pertanto non possono ritenersi il movente di un omicidio. Infine, se gli abusi venissero provati, non è certo di Daniel lo sperma trovato dai RIS sulla copertina del lettino di Maria Ungureanu sequestrata a casa sua. Non si può trasformare una morte accidentale in un omicidio pur di non ammettere di essersi sbagliati o per compiacere qualcuno; è tempo che i due giovani indagati tornino a vivere la loro vita in tutta serenità, sono stati danneggiati abbastanza”.

http://www.corrierecaserta.it/notizie-campania/2016/11/12/maria-ungureanu-torna-parlare-la-criminologa-ursula-franco.html

http://www.ottopagine.it/bn/cronaca/101297/maria-e-tempo-che-i-due-indagati-tornino-a-vivere-sereni.shtml

Uno Bianca: analisi criminologica

Tra il 2007 ed il 2008 ho analizzato le gesta criminali della cosiddetta Banda della Uno Bianca. Su questo gruppo criminale, i non addetti ai lavori hanno speculato a lungo elaborando ipotesi fantasiose come quella che vuole che la Banda fosse legata ai servizi segreti, nulla di più lontano dalla realtà. I Savi non hanno mai goduto di protezioni ‘altolocate’, ciò che ha condizionato negativamente le indagini, permettendo alla Banda di agire per lungo tempo indisturbata, sono stati i depistaggi del brigadiere dei carabinieri Domenico Macauda, quelli degli informatori Anna Maria Fontana e Simonetta Bersani e la disorganizzazione nelle indagini per l’assenza di coordinamento tra i magistrati e le forze dell’ordine e non un risibile legame tra i Savi e i servizi segreti.

Il disconoscere la figura dell’omicida seriale, oltre a non aiutare le indagini, ha contribuito a far sì che l’opinione pubblica ed i media ritenessero credibili le ritrattazioni deliranti dei Savi e non le loro confessioni, circostanziate e concordanti.

INTRODUZIONE

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la cosiddetta Banda della Uno Bianca ha seminato lutto e terrore in un’area geografica che abbraccia le provincie di Bologna, Forlì e Pesaro. Rapine, tentate rapine e omicidi apparentemente immotivati hanno caratterizzato le azioni di questa gang criminale composta dai tre fratelli Savi, di cui due poliziotti, e da altri tre agenti della Polizia di Stato.

Tra gli episodi criminosi attribuibili alla Banda della Uno Bianca, l’omicidio della guardia giurata Giampero Picello, l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, l’omicidio di due carabinieri in pattuglia a Castelmaggiore, i quattro tentati omicidi di guardie giurate e l’omicidio immotivato del pensionato Adolfino Alessandri, l’omicidio di Primo Zecchi, gli omicidi di Luigi Paschi e Paride Pedini, l’omicidio di tre giovani carabinieri in pattuglia nel quartiere Pilastro a Bologna, l’omicidio di Claudio Bonfiglioli, il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno a Bologna, l’omicidio del benzinaio Graziano Mirri, quello del fattorino Massimiliano Valenti e del bancario Ubaldo Paci, hanno suscitato un vasto allarme sociale.

GLI EPISODI CRIMINOSI

1987

19 giugno – Pesaro: rapina al casello della A-14 di lire 1.300.000.
26 giugno – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.420.000.
2 luglio – Cesena: rapina al casello della A-14 di Cesena nord di lire 2.500.000.
2 luglio – Rimini: rapina al casello di Rimini nord della A-14 di lire 2.400.000.
6 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 4.278.000.
18 luglio – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 5.000.000.
24 luglio – Ancona: rapina al casello della A-14 di Ancona nord di lire 5.530.000.
24 luglio – Coriano (Fo): rapina all’Ufficio Postale di lire 54.000.000.
27 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.515.000.
4 agosto – Rimini: rapina al casello della A-14 di Rimini nord di lire 6.200.000.
13 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.000.000.
31 agosto – San Lazzaro (Bo): tentata rapina al casello della A-14, un ferito.
5 settembre – Cesena; rapina al casello della A-14 di lire 2.200.000.
10 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
23 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
3 ottobre – Cesena: tentata estorsione al km 104 della A14, tre feriti.
11 novembre – Idice (Bo): tentata rapina all’ Ufficio Postale.
21 novembre – Cesena: rapina alla Coop di lire 78.000.000, un ferito.
14 dicembre – Idice (Bo): tentata rapina all’Ufficio Postale.

1988

31 gennaio – Rimini: tentata rapina alla Coop del quartiere Celle, un morto e sei feriti.
4 febbraio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.500.000.
19 febbraio – Casalecchio (Bo): tentata rapina alla Coop, un morto e tre feriti.
20 aprile – Castelmaggiore (Bo): attacco ad una pattuglia di Carabinieri, due morti.
24 maggio – Casteldebole (Bo): rapina alla Conad di lire 20.000.000.
13 agosto – Cattolica: rapina al casello della A-14 di lire 2.900.000.
19 settembre – Forlì: tentata rapina alla Coop, 3 feriti.
21 settembre – San Vito (Fo): rapina all’Ufficio Postale.
13 ottobre – Bologna: rapina alla Coop di via Massarenti di lire 98.000.000, due feriti.
12 novembre – Pesaro: rapina alla Coop di lire 159.500.000.

1989

26 giugno – Bologna: rapina alla Coop di via Gorki di lire 38.000.000, un morto e quattro feriti.
1 dicembre – Bologna: rapina ad un supermercato di lire 27.000.000.

1990

2 gennaio – Bologna: attacco ad un extracomunitario in via Aldo Moro, un ferito.
4 gennaio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.575.000.
15 gennaio – Bologna: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, sessantasette feriti.
25 gennaio – Cesena: rapina ad un distributore di lire 800.000.
7 febbraio – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.700.000.
9 febbraio – Bologna: rapina alla Coop di lire 14.000.000.
17 marzo – Cesena: rapina al Gross Market di lire 30.000.000.
30 aprile – Bologna: rapina di una Fiat Tipo presso il garage di via Saragozza, un ferito.
22 maggio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.935.550.
2 agosto – Bologna: rapina ad un distributore di lire 10.400.000.
9 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.875.350.
10 agosto – Cesenatico: rapina ad un distributore Monte Shell di lire 1.500.000, un ferito.
12 settembre – Pianoro (Bo): rapina ad un distributore di lire 7.200.000, un ferito.
13 settembre – San Lazzaro (Bo): rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
6 ottobre – Longara (Bo): rapina al supermercato CRAI di lire 1.700.000.
6 ottobre – Bologna: rapina alla tabaccheria di via Zanardi di lire 700.000, un morto ed un ferito.
31 ottobre – San Mauro Pascoli (Fo): rapina alla Conad di lire 2.000.000.
10 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi di S. Caterina di Quarto, nove feriti.
22 dicembre – Borgo Panigale (BO): attacco a lavavetri extracomunitari in via De Gasperi, due feriti.
23 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi via Gobetti, due morti e due feriti.
27 dicembre – Castelmaggiore (Bo): rapina al distributore Esso di lire 1.200.000, un morto ed un ferito.
27 dicembre – Trebbo di Reno: un morto.

1991

4 gennaio – Bologna: attacco ad una pattuglia di Carabinieri presso il quartiere Pilastro, tre morti.
15 gennaio – Pianoro (Bo): rapina al distributore AGIP di lire 1.200.000, un ferito.
18 gennaio – Foscherara: tentata rapina ad un supermercato.
20 aprile – Borgo Panigale (Bo): tentata rapina ad un distributore AGIP, un morto.
4 aprile – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.313.000.
24 aprile – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 1.240.000.
30 aprile – Rimini: attacco ad una pattuglia di Carabinieri, tre feriti.
2 maggio – Bologna: rapina di due pistole Beretta presso l’Armeria di via Volturno, due morti.
5 maggio – Riccione: rapina ad un’area di servizio della A-14 di lire 3.448.000.
5 maggio – Sant’Arcangelo (Fo): tentata rapina ad un distributore.
6 maggio – Cattolica: rapina ad un distributore di lire 4.100.000.
12 maggio – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 2.480.000.
26 maggio – Rimini: rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
1 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore di San Mauro in Valle.
8 giugno – San Mauro di Cesena: tentata rapina al distributore Tamoil.
15 giugno – Torre Pedrera, Rimini: rapina ad un distributore di lire 400.000, un morto.
19 giugno – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
19 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore Esso, un morto.
20 giugno – Cesenatico: tentata rapina al distributore Monte Shell.
25 giugno – Riccione: rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
5 luglio – San Lorenzo di Riccione: tentata rapina all’Ufficio Postale.
13 luglio – Morciano di Romagna: agguato al direttore dell’Ufficio Postale di San Lorenzo di Riccione, un ferito.
15 luglio – Cesena: rapina ad un Ufficio Postale di lire 8.000.000.
9 agosto – Rimini: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Campano, un ferito.
18 agosto – San Mauro Mare: attacco a tre cittadini senegalesi, due morti ed un ferito.
18 agosto – San Vito (Fo): attacco ad un auto con tre ragazzi a bordo, un ferito.
28 agosto – Santa Maria delle Fabbrecce (Ps): rapina all’Ufficio Postale di lire 7.700.000.
28 agosto – Gradara (Ps): scontro a fuoco con due poliziotti, due feriti.
4 ottobre – Castel San Petroterme (Bo): rapina ad una banca di lire 66.745.000.
25 novembre – Cesena: rapina alla Banca Popolare di Cesena, agenzia Stadio, di lire 138.703.570.

1992

17 febbraio – San Lazzaro: rapina ad un supermercato di lire 4.000.000.
24 febbraio – Bologna: rapina alla Banca Carimonte in via Gagarin di lire 301.852.000.
10 agosto – Cesena: tentata rapina al Credito Romagnolo, un ferito.
26 agosto – Casalecchio: rapina alla Cassa Risparmio di lire 160.000.000.
23 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa Risparmio di lire 50.000.000.

1993

24 febbraio – Zola Predosa (Bo): rapina al Credito Romagnolo di lire 104.000.000, un morto.
10 maggio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Ravenna in via Barelli di lire 72.000.000.
5 luglio – Cesena: rapina al Credito Romagnolo di lire 38.000.000.
7 ottobre – Riale (Bo): tentata rapina alla Cassa di Risparmio, un morto e due feriti.
12 ottobre – Bologna: rapina alla Banca di Roma in via Ferrarese di lire 76.000.000.
27 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna in via Toscana, di lire 30.000.000.
26 novembre – Rimini: rapina alla Cassa di Risparmio di lire 89.000.000.

1994

14 gennaio – Coriano di Rimini: tentata rapina al Credito Romagnolo, agenzia di Cerasolo d’Ausa, due feriti.
20 gennaio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio in via Barelli di lire 83.000.000.
3 marzo – Bologna: tentata rapina all’Istituto di Credito Cooperativo di Imola in via Bainsizza, due feriti.
21 marzo – Cesena: tentata rapina alla Banca Popolare E.R. Sant’ Egidio.
31 marzo – Forlì: rapina al Credito Romagnolo in via Risorgimento di lire 75.000.000.
24 maggio – Pesaro: tentata rapina alla Cassa Risparmio di Pesaro, un morto.
7 luglio – Ravenna: rapina al Credito Romagnolo Rolo di lire 57.000.000.
6 settembre – Bologna: rapina alla Banca Popolare dell’Adriatico in viale Lenin di lire 127.000.000.
21 ottobre – Bologna: tentata rapina alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in via Caduti di via Fani, due feriti.

Ho redatto l’elenco degli episodi criminosi attribuiti alla Banda della Uno Bianca in base alle risultanze processuali, è assente la lista dei furti delle autovetture usate per commettere i diversi reati.

LA STRUTTURA DELLA BANDA

Roberto Savi

Roberto Savi

La Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale, dedito a rapine e omicidi, composto dai tre fratelli Savi, Roberto (Forlì, 19.05.54), poliziotto alla Squadra Mobile di Bologna, Fabio (Forlì, 22.04.60), autotrasportatore, ed Alberto, detto Luca (Cesena, 15.02.65), poliziotto presso la Polaria di Rimini e da altri tre complici, tre agenti della Polizia di Stato in forza alla Squadra Mobile di Bologna, tali Marino Occhipinti (Forlì, 25.02.65), Pietro Gugliotta (Messina, 21.05.60) e Luca Vallicelli.

Fabio Savi

Nonostante un certo livello di complementarità tra Fabio e Roberto Savi, il capo di questo gruppo criminale è stato Roberto Savi, un leader capace di esercitare un alto grado di influenza sugli altri membri della Banda e libero di reclutarne di nuovi senza consultarsi con nessuno. Fabio e Roberto sono stati l’hardcore della Banda della Uno Bianca, hanno partecipato a tutti gli eventi criminosi e hanno determinato il livello di violenza delle attività criminali del gruppo, riconosciuti colpevoli della quasi totalità dei reati di sangue ascritti alla Banda, sono stati condannati all’ergastolo.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli sono stati membri associati e non hanno mai condiviso lo stesso grado di coinvolgimento di Roberto e Fabio ma hanno rivestito un ruolo per certi versi passivo. In quanto gregari non si sono mai occupati attivamente dell’organizzazione delle rapine, al contrario, solevano ricevere in macchina gli ordini da Roberto poco prima di dirigersi verso il luogo prescelto.

Alberto Savi ha preso parte ad alcune rapine ai caselli autostradali, tra cui quella al casello di San Lazzaro, rapina durante la quale è stato ferito il casellante Ricuperati; allo scontro a fuoco durante il tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi; all’assalto alla Coop di via Massarenti, all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini; alla rapina alla Carimonte di via Gagarin ma soprattutto al triplice omicidio dei tre carabinieri al Pilastro e per questi reati e per il reato associativo è stato condannato in via definitiva all’ergastolo.

Marino Occhipinti e Luca Vallicelli hanno partecipato alla rapina incruenta al casello di San Lazzaro, dopo la quale si è chiusa la carriera criminale di Vallicelli, che è stato condannato ad una pena irrisoria per il concorso in una sola rapina; Marino Occhipinti, invece, avendo preso parte anche alla tentata rapina in danno della Coop di Casalecchio di Reno, una rapina conclusasi con un omicidio e tre tentati omicidi delle guardie giurate addette al prelievo dell’incasso, è stato condannato, per le due rapine e per il reato associativo, all’ergastolo. Nel gennaio 2012 ha ottenuto la semilibertà.

Pietro Gugliotta è stato condannato in via definitiva a 20 anni per aver partecipato al tentato omicidio di un extracomunitario, tale Driss Akesbi, all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini e ad alcune rapine incruente; è un uomo libero dal luglio 2007, grazie all’indulto e alla buona condotta.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti hanno partecipato ad alcune attività della Banda per motivi economici, per appagare il proprio bisogno emozionale di appartenenza e per compiacere Roberto Savi, il loro leader. Al contrario, il profitto non è mai stato il vero obiettivo di Roberto e Fabio Savi che, nonostante gli introiti, a differenza dei gregari, non cambiarono mai il proprio tenore di vita.

I MOVENTI

Il pubblico ministero Walter Giovannini ha insistito spesso durante il processo di Bologna sui temi dell’efferatezza e della gratuità delle azioni dei Savi.

Ecco alcuni interessanti stralci della sua relazione introduttiva: “Una vicenda caratterizzata in modo ritmico da totale indecifrabilità, incomprensibilità, totale assenza di giustificazione che non sia una giustificazione da ricercare nei meandri di una mente malata (…) Episodi di così gratuito spargimento di sangue che forse il movente era altro, insondabile, inspiegabile, irrazionale, che però connota quell’associazione di caratteristiche particolari… Il 2 gennaio 1990 feriscono un cittadino marocchino, tale Driss Akesbi. Ditemi voi che interesse, che motivo ci poteva essere? (…) Il 22 dicembre 1990 su una Golf scura nel parcheggio dell’Ipercoop di via De Gasperi, verso le 13.00, la Smith & Wesson di Roberto Savi spara su due lavavetri extracomunitari e vengono entrambi feriti. Questa volta non c’è neanche la scusante o giustificazione della prova del fuoco. Il tentato omicidio è confessato da entrambi. Questo è ancor meno spiegabile, almeno dovevano iniziare Gugliotta, questa volta no! (…) Il 10 dicembre del 1990 è l’inizio di un dicembre di sangue, un terribile dicembre di sangue. Alle 19,40 al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto giungono quattro persone su una Uno bianca. Sparano due armi, una carabina AR70 e un Revolver 357 e fanno 9 feriti, dentro e fuori le roulottes. E’ pluritentato omicidio, perchè va bene ai feriti! Perché sparano non l’abbiamo capito! (…) Il 23 dicembre 1990, via Gobetti, ore 8,15, spara l’AR70 di Roberto: due morti e due feriti, guardate le fotografie di queste povere vittime! Quel giorno o la sera prima il bisogno di sangue di questi volgari assassini era ben maggiore. E’ solo e soltanto furia omicida? (…) Il 20 aprile del 1991, altra storia che ha dell’incredibile! Omicidio che non ci convince. Dovevano avere un estremo bisogno di denaro!! Uccidono Bonfiglioli ed il suo cane ma lasciano le banconote sparse per terra. Sono così interessati al denaro che ne perdono la maggior parte (…) Il 21 ottobre del 1994, ore 8.00, via Caduti di via Fani, la banca ha la porta bloccata, sparano su 3 persone. E’ un fatto di sangue, anche questo, di una violenza bestiale, sembra che quel giorno non interessasse il denaro! (…) A questo punto vi leggerei pochissime righe del Senatore Libero Gualtieri che ha curato la prefazione ad un libro che si è occupato della Banda della Uno Bianca: Non hanno mai sparato per aprirsi la strada verso l’obiettivo, né per proteggersi la fuga, sparavano per uccidere sembra che solo questo importasse loro, più ancora del bottino. Gli omicidi eseguiti e quelli tentati sono stati nella quasi totalità sproporzionati all’economia dell’azione in corso, sono stati commessi sempre per eccesso, indifferenti alla reazione che tanta ferocia avrebbe provocato….”.

E ancora, uno stralcio della requisitoria del pubblico ministero Giovannini al processo di Bologna: “Un bagno di sangue efferato e troppe volte inspiegabile……. è stato troppe volte connotato da altissimi livelli di ambiguità sia sotto il profilo degli obiettivi che delle azioni….. agghiacciante messaggio di morte di paura di terrore…… esplosione in maniera drammaticamente eclatante della furia omicida del gruppo troppe volte gratuita, seminando sovente in maniera del tutto gratuita panico e terrore sulla popolazione con azioni apparentemente non sorrette da finalità di lucro…. Da subito freddezza, efferatezza lucidità, violenza gratuita”.

Infine, una affermazione della presidentessa dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, Rosanna Zecchi, appare particolarmente significativa: “Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione”.

La risposta ai quesiti ricorrenti del pubblico ministero Giovannini è semplice: la Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale il cui zoccolo duro era composto da una coppia di serial killer, Roberto e Fabio Savi, due uomini determinati ad uccidere categorie di persone diverse, in situazioni diverse, con moventi diversi l’uno dall’altro.

A dispetto dei luoghi comuni, il serial killer, troppo spesso considerato una specie a parte che agisce secondo schemi rigidi e disumani, è invece, in quanto essere umano psichicamente complesso, capace di manifestarsi in modo articolato rispetto ai moventi ed alla scelta delle vittime.

Ad un’analisi superficiale i componenti della Banda della Uno Bianca rispetto ad un buon numero di omicidi commessi durante le rapine, sembrerebbero rientrare nella categoria dei killers utilitaristici, considerando omicidi utilitaristici quelli omicidi commessi per compiere più rapidamente una rapina o per aprirsi una via di fuga. In realtà, solo alcuni dei loro omicidi associati a rapine rientrano in questa categoria, in particolare gli omicidi ed i tentati omicidi delle guardie giurate negli assalti alle Coop, la tentata rapina con uso di esplosivo all’Ufficio Postale di via Mazzini, il tentato omicidio di due poliziotti accorsi mentre i Savi stavano allontanandosi dal luogo di una rapina a Gradara e il ferimento del brigadiere dei carabinieri Tamiazzo che intimò l’alt a Fabio Savi durante la fuga seguita alla rapina ad un distributore, per il resto, gli omicidi commessi dai Savi e correlati a rapine non rientrano tra gli omicidi utilitaristici ma tra gli omicidi situazionali che, secondo la definizione, sono quelli omicidi di vittime casuali commessi con un’arma da fuoco nell’atto di compiere un altro reato o mentre il soggetto sta cercando di mettersi in fuga dopo il reato stesso.

Fabio Savi ha spesso sparato a soggetti che non rappresentavano in nessun modo un potenziale pericolo; Fabio sparava mosso dalla rabbia che provava per una rapina non andata a buon fine. Gli omicidi ed i tentati omicidi per mano sua appaiono, a tutti gli effetti, ritorsioni per il fallimento della rapina. In specie, gli omicidi di Ubaldo Paci, di Carlo Poli, di Graziano Mirri, di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, i tentati omicidi di Amadesi e Zappoli, di Santini e Convertino, di Andrea Farati e di Edoardo Merendi, sono a lui ascrivibili ed appaiono tutti generati da una bassissima soglia di tolleranza alle frustrazioni.

Roberto, a differenza di Fabio, uccideva quando le rapine andavano a buon fine. Roberto era mosso da una sorta di euforia, un’esaltazione prodotta dall’aumento dell’adrenalina per una rapina ben riuscita. Oserei addebitare a Roberto, sulla base dei dati emersi dagli interrogatori e di quelli comportamentali, gli omicidi di Massimiliano Valenti, Primo Zecchi ed Adolfino Alessandri.

Alcuni degli omicidi dei Savi rientrano tra gli omicidi perpetrati per futili motivi o per divertimento. Tali omicidi, per definizione, sono quelli omicidi che vengono commessi per ottenere guadagni economici irrisori, per il divertimento di sparare a bersagli umani o per provare l’efficienza di un’arma. Nel caso della Banda della Uno Bianca appartengono a questa categoria i tentati omicidi e gli omicidi ai danni dei nomadi e degli extracomunitari.

Nonostante Roberto e Fabio uccidessero volentieri le stesse categorie di persone non condividevano il movente. Roberto uccideva nomadi ed extracomunitari per divertimento, invece Fabio quando uccideva gli extracomunitari condivideva il movente con i serial killers missionari che commettono questo genere di omicidi per pulizia morale.

Infine, i Savi sparavano a guardie giurate, carabinieri e poliziotti. Tali omicidi rientrano tra gli omicidi per vendetta simbolica, omicidi motivati da sentimenti ostili nei confronti dell’autorità che l’omicida seriale vuole punire per un torto subito.

LE VITTIME

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, risale al 19 giugno del 1987 la prima rapina ai danni del casello autostradale di Pesaro; dopo undici rapine incruente, il 31 agosto 1987, durante un tentativo di rapina ai danni del casello di San Lazzaro, i Savi ferirono il casellante Roberto Ricuperati; un mese dopo, il 3 ottobre 1987, durante un tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi, datore di lavoro di Fabio, i Savi spararono a tre poliziotti.

Ciò che indusse Fabio Savi ad uccidere fu il profondo rancore nei confronti della società, una società che tendeva ad escluderlo facendolo sentire un fallito; per problemi alla vista, nonostante fosse un bravo tiratore, non era riuscito ad entrare in polizia come i fratelli. Fabio non aveva mai avuto un lavoro regolare ed era indebitato, questa sua condizione può essere considerata un pre-crime stressor o punto di rottura del serial killer. Fabio, per i motivi appena elencati, maturò un forte desiderio di rivincita nei confronti della società che mise in pratica agendo violenza, nei fratelli trovò alleati pronti ad appoggiarlo. Nel caso di Roberto, la sua attività di poliziotto non compensava interamente il suo bisogno di agire violenza e la sua cronica necessità di eccitamento, per questo motivo egli cercò al di fuori del lavoro, in forme estreme di violenza, ulteriori appaganti gratificazioni.

La Banda della Uno Bianca ha commesso due tipi di reati: rapine più o meno cruente e aggressioni seguite ad una caccia all’uomo. Fabio e Roberto sono stati dei veri cacciatori di uomini, la partecipazione degli associati alla caccia è stata rara, Alberto era presente solo al triplice omicidio dei carabinieri al Pilastro e Gugliotta al ferimento di un extracomunitario in zona Fiera, a Bologna.

Le vittime della Banda sono state di due tipi: vittime occasionali, durante le rapine e vittime programmate quali carabinieri, nomadi ed extracomunitari, durante gli episodi di caccia all’uomo.

Fabio, durante le sue deposizioni, come molti suoi colleghi serial killer, ha tentato di far passare le vittime come corresponsabili, rappresentando, a volte, l’atto di forza compiuto da lui e dai suoi complici come una risposta ad una reazione o ad un atto di forza delle vittime, arrivando spesso, perfino, a vantarsi delle proprie capacità in caso di conflitto.

I sopravvissuti alle violenze della Banda della Uno Bianca ed i familiari delle vittime hanno  sviluppato un Disturbo post-traumatico da stress caratterizzato da ansia e sintomi dissociativi, sintomi depressivi e riduzione della reattività emozionale che consiste in un generale ottundimento della responsività agli stimoli come meccanismo per controllare i sintomi di una reazione d’allarme crescente.

Tra le vittime della Banda della Uno Bianca sono da annoverarsi anche il padre di Pietro Gugliotta e Giuliano Savi, padre dei tre fratelli Savi, i quali, una volta scoperta la verità sui loro figli, sono stati incapaci di rielaborare il profondo senso di fallimento rispetto al proprio ruolo di educatori e si sono tolti la vita.

IL MODUS OPERANDI

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, rapine ai caselli autostradali progettate da Roberto sulla falsa riga di quelle commesse da altri, poi sono venuti gli assalti ai furgoni blindati delle Coop, quelli agli Uffici Postali, alle Banche e la caccia all’uomo.

Roberto Savi organizzava gli assalti, curava ogni dettaglio, grazie ai sopralluoghi registrava le abitudini degli ignari futuri protagonisti delle sue rapine e studiava le vie di accesso e di fuga. Roberto progettava le rapine ma non gli omicidi che le accompagnavano, egli pianificava solo la fase che aveva per lui maggior importanza simbolica, ne vedremo in seguito il significato.

Per quanto riguarda gli omicidi, Fabio sparava se la vittima si opponeva, disapprovava, protestava od ostacolava il buon esito della rapina mentre Roberto uccideva in preda all’esaltazione di una rapina andata a buon fine.

Sia le ritrattazioni che le confessioni, oltre ai racconti dei testimoni, inducono a pensare che proprio il mettere in atto una sorta di azione paramilitare permettesse a Roberto Savi di ottenere una speciale soddisfazione emozionale; nella sua ricorrente mise in scéne si potrebbe riconoscere la sua firma, una firma che coincideva con il modus operandi della Banda. Le azioni gratuite sono indicatori della personalità di un soggetto e rappresentano la manifestazione più caratteristica delle sue fantasie. Roberto Savi aveva bisogno di caricare di un valore simbolico il proprio reato in modo da appagare un suo bisogno psicologico.

Nella confessione di Roberto Savi, a pochi giorni dall’arresto, l’uso di alcune parole, “operammo”, “obiettivo” e in particolare “azione”, per definire i propri reati, appaiono fuori luogo; dopo aver ascoltato la sua ritrattazione ci si rende conto che rappresentavano già l’embrione di una sua personale rilettura dei fatti. Questi termini che stonavano nelle sue confessioni, per il resto credibili e circostanziate, non erano altro che il germe di una sua prossima e “fantastica” ritrattazione; una ritrattazione dove le “azioni” diventarono parte di un disegno più complesso e grandioso, di una missione speciale.

Roberto, durante le ritrattazioni, ha addobbato oltremodo il ricordo ormai remoto dell’“azione” e lo ha fatto attraverso la fantasia, il Savi si è arrangiato come poteva per ottenere dal proprio racconto un’ulteriore gratificazione emozionale, raggiungibile ormai solo allontanandosi dalla realtà dei fatti. Nell’immediatezza dell’arresto, Roberto Savi, ha velatamente ‘abbigliato’ i reati commessi da azioni paramilitari; durante le ritrattazioni ha tentato spudoratamente di farle passare per azioni paramilitari nell’ambito di un grosso disegno dei servizi segreti, con questo meccanismo Roberto Savi è riuscito ad amplificare l’importanza e la risonanza del fatto narrato in modo da consentire al ricordo, così elaborato, di svolgere una funzione di gratificazione psichica quasi equivalente alla commissione del reato stesso.

Già dopo due giorni dall’arresto, il 23 novembre 1994, prima della confessione del 28 novembre 1994, Roberto cercò un modo per non soccombere, durante un trasferimento, rivolgendosi ai colleghi disse: “Siamo in tanti, abbiamo i depositi di armi in Veneto, sono protetto, frequento Riccardo Mazza”.

L’uso di ricetrasmittenti, di nomi in codice, l’analisi del tipo di armi usate durante i vari episodi criminosi convergono a sostenere l’ipotesi che Roberto Savi ottenesse una gratificazione emozionale proprio dal mettere in scena delle azioni paramilitari. In molte delle sue azioni egli ha usato una carabina Beretta AR70, versione civile di un fucile d’assalto in dotazione ai soldati delle forze NATO che spara micidiali proiettili calibro .222 ad altissima velocità che si frammentano all’impatto, proprio con quest’arma Roberto Savi sparava alle sue vittime mirando alla testa, come un cecchino.

Roberto, a volte, durante le rapine ha finto di parlare con qualcuno attraverso la ricetrasmittente, un atto di supporto alla sua sceneggiatura.

I DEPISTAGGI

Roberto Savi ha organizzato, oltre alle rapine, anche alcuni depistaggi: ha abbandonato al Pilastro, quartiere malfamato di Bologna, la carta d’identità del direttore della Cassa di Risparmio di Casalecchio e il libretto di circolazione della macchina usata per la rapina alla Coop di via Gorki; ha fatto ritrovare alcuni assegni, proventi di una rapina, in un bar di Catania sito nei pressi della stazione; ha fatto ritrovare ad Arezzo alcuni documenti sottratti a cassieri e clienti durante una rapina; dopo l’omicidio di Massimiliano Valenti, sulla Y10 rubata ed usata per la rapina, ha lasciato un biglietto dell’ ATM di Catania; per indirizzare i sospetti verso la criminalità proveniente dal sud Italia, i componenti della banda, durante le rapine, parlavano in dialetto siciliano; a volte Roberto ha fatto in modo che, dopo aver commesso un reato con Fabio, fossero le volanti dei suoi ex complici a giungere sulla scena del crimine, ex complici che lui invitava preventivamente a temporeggiare.

Inoltre, Roberto Savi, come altri serial killer organizzati,  in alcuni casi ha partecipato alle indagini riguardanti i suoi stessi reati, lo hanno motivato sia il desiderio di conoscere l’evoluzione delle indagini che l’eccitamento che un tale azzardo può provocare.

Roberto ha “ritrovato”, in compagnia degli agenti della sua pattuglia, le macchine che lui stesso aveva rubato e usato per commettere alcuni efferati crimini. Il fatto di “ritrovare” i mezzi da lui stesso usati gli ha permesso di rivivere il crimine a livello fantastico attraverso l’auto/feticcio.

In alcuni casi, Roberto Savi, in una sorta di sfida estrema, ha riportato le macchine usate per commettere le rapine nella stessa via in cui le aveva rubate, spesso a due passi da casa sua e sede della centrale operativa della Banda.

Inoltre, Roberto, alla ricerca di un’ulteriore gratificazione emozionale, è tornato, almeno due volte, sulla scena del crimine nell’immediatezza dei fatti, con i primi soccorritori in via Gobetti, dove si è presento in borghese pochi minuti dopo aver assaltato il campo nomadi a colpi di carabina AR70, due morti e due feriti, e in via Volturno, dove è giunto in divisa subito dopo la scoperta dei corpi.

LE INDAGINI

La banda ha operato dal giugno 1987 all’ottobre 1994, l’unica ragione della prolungata impunità sono state le indagini inefficienti dovute alla cecità di fronte ai collegamenti per un difetto di formazione delle forze dell’ordine e per il mancato coordinamento tra gli investigatori.

In ogni indagine si registrano depistaggi casuali e non voluti neanche dai protagonisti, falsi testimoni oculari o interferenze da parte di mitomani, in questo caso, però, la disponibilità di alcune procure ad impegnare risorse su deboli piste investigative ha favorito l’impunità della Banda della Uno Bianca e ha reso possibile l’omicidio di molti cittadini indifesi.

Le difficoltà investigative unite alla scarsa conoscenza dei fatti e dei protagonisti delle vicende hanno alimentato assurde ipotesi giornalistiche che hanno finito per prendere a volte la via del delirio.

L’omicidio dell’educatore carcerario del carcere di Opera, Umberto Mormile, avvenuto nell’ aprile del 1990, continua ad essere erroneamente addebitato ai Savi, nonostante le perizie balistiche negative su tutte le calibro .38 Special/.357 Magnum appartenute alla Banda della Uno Bianca.

Solo nel 1991, dopo quattro anni dalla prima rapina, gli investigatori sono riusciti ad attribuire i reati della Banda ad un unico gruppo criminale ma gli arresti sono venuti solo dopo altri quattro anni.

I Savi, che seguivano da vicino le indagini, vennero a conoscenza dei collegamenti fatti dagli inquirenti ma nonostante tutto continuarono ad agire secondo il loro solito modus operandi; l’esaltante notorietà e le indubbie difficoltà investigative che mostravano gli inquirenti li indussero a credere di poter agire con una quasi certezza di impunità.

GLI ARRESTI

L'arresto di Roberto Savi

L’arresto di Roberto Savi

Durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1996 Roberto Savi ha dichiarato: “Mi è stata garantita la copertura, il dottor Paci è arrivato a noi per una casualità”.
Tale affermazione appare paradossale, vista la quantità di crimini commessi e, di conseguenza, di indizi contro la banda, ma potrebbe corrispondere alla realtà dei fatti, è infatti frequentissimo che un serial killer venga catturato per caso. Non è mai emerso in modo chiaro dai processi come il dottor Paci sia effettivamente arrivato ad arrestare i fratelli Roberto e Fabio Savi, i quali, come molti loro colleghi serial killers, si sono lasciati prendere senza opporre alcuna resistenza.

I SEQUESTRI

“……. il sequestro di un arsenale, il 22 novembre 1994, in via Signorini,
in zona Vittoria….. i Savi comprano e vendono armi in maniera frenetica, alcune, per la certezza dell’impunità, le usano per fatti gravissimi” (Pubblico ministero Walter Giovannini, relazione introduttiva, processo di Bologna, 1996).

Come molti serial killer anche i Savi collezionavano armi e coltelli. All’indomani dell’arresto dei componenti della Banda della Uno Bianca, Martino Farneti, balista della Polizia Scientifica, nominato consulente dalle procure interessate dai reati, ha eseguito i confronti balistici tra le armi sequestrate alla banda ed i reperti relativi ai diversi episodi criminosi. Le risultanze di tali perizie balistiche hanno contribuito ad attribuire la generale paternità degli episodi alla Banda e la gran parte delle specifiche responsabilità relative ai singoli componenti della stessa in ordine ai fatti a loro contestati. La presenza dei singoli associati alla gang nei diversi reati, emersa da confessioni e deposizioni di testimoni, è stata infatti suffragata dalla presenza di reperti balistici attribuibili ad armi specifiche, che hanno spesso permesso di collocarne il proprietario sulla scena del crimine.

Vediamo in dettaglio le armi e le munizioni sequestrate nell’immediatezza degli arresti a ciascun componente della Banda:

Roberto Savi

– Pistola marca P. Beretta, mod. 92S, calibro 9 mm, matricola X36067Z (arma in dotazione).
– Fucile d’assalto Kalashnikov, di fabbricazione sovietica, modello AK-74, calibro 5,45 x 39 mm, matricola 268651.
– Fucile mitragliatore, privo di marca, matricola abrasa.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola F347232.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola R08242.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di marca sconosciuta, priva di matricola.
– Pistola semiautomatica, marca P.Beretta, mod. 98 FS Target, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– Carabina Remington, mod. 700, calibro .222 Remington, matricola C6628745.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola F03210P.
– Rivoltella a tamburo, marca Colt, modello Python, calibro .357 Magnum, matricola V.57016.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 89, calibro .22, matricola C17512U.
– Pugnale con lama di 18 cm e custodia in cuoio.
– Pugnale con lama di 16 cm, manico in madreperla e custodia in cuoio chiara, marca Original.
– Coltello a serramanico in acciaio, marca Puma.
– Coltello a serramanico con manico in gomma, marca Kershaw.
– Pugnale con custodia in pelle nera e manico in gomma, marca SOG.
– 4462 cartucce di munizionamento vario.
– 3022 bossoli.
– 3086 ogive.
– 7089 inneschi.
– 1 kg di polvere da sparo.
– 3 kg di polvere da lancio.
– 1 kg di zolfo in polvere.
– 3 kg di clorato di potassio.
– 1,2 kg di solfocianuro di potassio.

Fabio Savi

– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola B39118.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola 07129.
– Pistola semiautomatica, calibro 7,65 mm, di fabbricazione ungherese, matricola R21114
– Fucile, marca Sig Manurhin, calibro .222 Remington, matricola 112825.
– Rivoltella KHC 75, ad aria compressa, matricola 230388.
– Pistola giocattolo, model 75, calibro 9, forata sulla canna.
– Revolver Me, marca Magnum, a salve.
– Pistola automatica, marca Tanfoglio GT28, a salve.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– 2 pugnali.
– Coltello a scatto.
– 777 cartucce.
– 6100 inneschi.
– 1000 ogive.
– 8 kg di polvere da sparo.

Alberto Savi

– Rivoltella a tamburo, di fabbricazione statunitense, marca Colt, modello Python, calibro . 357 Magnum, matricola T66146.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 92S, matricola X22014Z.
– Fucile Franchi, calibro 12, matr. P00977.
– Fucile Falco, calibro 8, matr. A67013.
– 50 cartucce.

Pietro Gugliotta

– Pistola, marca P. Beretta, modello 92SB, calibro 9 mm, matricola X55926Z.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, calibro .357 Magnum, matricola BBY0864.
– Pistola, marca P. Beretta, modello 89, calibro .22 LR, matricola C19683U.
– Una scatola di munizionamento vario.

Armi sequestrate a terzi che erano appartenute agli indagati:

– Carabina a ripetizione semiautomatica, marca P. Beretta, modello AR70 Sport, calibro .222 Remington, matricola M.47040 appartenuta a Savi Roberto dal 03-01-89 al 06-07-92 e sequestrata il 21-11-94.
– Fucile a pompa, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS202M2, matricola H03058E, appartenuto a Savi Fabio dal 20-11-87 al 19-03-94 e sequestrato il 25-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, matricola AVC4945.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 586-2, calibro .357 Magnum, matricola BAD7395 appartenuta a Savi Roberto dal 07-11-88 al 25-11-91 e sequestrata il 22-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 10-8, calibro .38 Special, matricola 5D44709, appartenuta a Savi Fabio dal 15-04-87 al 27-12-88 e sequestrata il 05-12-94.
– Fucile a pompa, a ripetizione semplice, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS 202 M2, matricola H18326E appartenuta a Savi Roberto dal 14-10-87 al 25-11-91 e sequestrato il 22-11-94.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E27152P.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E04951P.
– Fucile a ripetizione manuale, a pompa, marca P. Beretta, mod. RS202P, calibro 12, matricola F53056E, appartenuto a Occhipinti Marino dal 08-02-88 al 03-12-88 e sequestrato il 29-11-94.
– Fucile a ripetizione semiautomatica, marca Franchi, mod. Elite, matricola S54575, appartenuto a Savi Alberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 17-12-94.
– Fucile a ripetizione ordinaria, a pompa, marca Franchi, mod. 84R, matricola S59002, appartenuto a Savi Roberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 09-01-95.
– Pistola, marca Tanfoglio EA22T, calibro .22 LR, matricola AE-14938, CAT. 6309.

LE CONFESSIONI

Roberto e Fabio hanno confessato quasi subito. Roberto ha confessato il 28 novembre 1994, una settimana dopo l’arresto, da subito si è attribuito la paternità dell’eccidio del Pilastro, nonostante in quel momento, per quel triplice efferato omicidio, ci fosse un processo in corso nei confronti di Marco Medda e dei fratelli Santagata. Perchè tanta fretta? Generalmente, una volta scoperto, un serial killer non gradisce che i propri omicidi vengano attribuiti ad altri.

Fabio ha confessato subito dopo Roberto ed inizialmente ha cercato di omettere la presenza di Alberto in alcuni episodi criminosi particolarmente cruenti quali lo stesso eccidio del Pilastro.

La confessione è importante per un serial killer, raccontando gli omicidi agli inquirenti, egli, infatti, li rivive virtualmente, godendone attraverso il ricordo. Inoltre, l’interesse mostrato dagli investigatori per i suoi crimini ne gratifica il bisogno di protagonismo e gli permette ancora una volta il suo gioco preferito, quello manipolatorio sui suoi interlocutori.

A volte il serial killer, in una confessione dettagliata, racconta semplificando il più possibile l’atto omicidiario. Alcuni autori lo ritengono un meccanismo di difesa psichico. Norris, considerando la personalità del serial killer, ritiene invece che sia verosimile che soggetti incapaci di empatia possano richiamare alla mente gli omicidi in modo vago, impreciso e confuso o come se avessero assistito all’evento solo da spettatori. Tale atteggiamento appartiene anche a Roberto che tende a focalizzare il racconto su ciò che per lui è più rilevante ovvero l’azione in sé, non l’omicidio.

In base all’interpretazione di Norris ed alla constatazione di Lalli che afferma che la strumentalizzazione degli altri è conseguenza dell’incapacità a stabilire un vero rapporto interpersonale e deriva dall’annullamento dell’altro come essere psichico che ridotto a pura realtà materiale può essere tranquillamente eliminato come si elimina un oggetto che dà fastidio o intralcia la strada, è possibile ipotizzare che non sia presente nei serial killer, per la loro totale assenza di empatia, quel sentimento di onnipotenza che molti autori ritengono sottenga il crimine seriale, in quanto, se il soggetto/vittima è per il serial killer un oggetto, allora egli non può provare un senso di onnipotenza nel commettere l’omicidio; a meno che il serial killer, consapevole di commettere il più grave dei reati, nonostante la completa svalutazione del soggetto/vittima, che ai suoi occhi non è altro che un oggetto/vittima, ottenga tale gratificazione dall’infrangere la norma.

LE RITRATTAZIONI

Durante il processo di Pesaro, Roberto ha cominciato a ritrattare, apparentemente senza motivo. Il motivo della sua ritrattazione è evidente, Savi si è servito della ritrattazione per non confrontarsi con il suo fallimento, l’ha usata per evitare di soccombere. L’isolamento in carcere e l’incapacità di affrontare la sconfitta lo hanno portato quasi subito a “riorganizzarsi” per non frammentarsi, dopo aver percepito che il suo “io” grandioso era minacciato, ha ritrattato attribuendosi il ruolo di pedina in una missione speciale dei servizi segreti e perdendo il senso della realtà.

Una confessione permette ad un serial killer  la ripetizione verbale degli omicidi e ne sazia il bisogno di protagonismo, una ritrattazione lo rende nuovamente attraente facendolo tornare ancora sulla scena, sull’amato palcoscenico della manipolazione. Roberto, esercitato da anni al gioco manipolatorio, ha ritrattato in un susseguirsi di rivelazioni al limite dell’incredibile e lo ha fatto dopo aver rilasciato confessioni circostanziate. La sua è stata una ritrattazione fiume, ha spesso risposto alle domande in modo evasivo, deciso a convincere la corte della sua nuova verità, ha spostato l’attenzione sui temi più cari, quelli dei servizi segreti, delle coperture, dei contatti esteri, in una sorta di delirio megalomane di grandezza e di potere dove si è perso, si è contraddetto, si è esposto al ridicolo tanto da indurre suo fratello Fabio, interrogato dopo di lui, a prenderne le distanze.

Roberto Savi ha costruito il suo castello di menzogne, il suo imbroglio, ispirandosi sia alle ricostruzioni più irreali dei media risalenti all’epoca dei reati, sia a ciò che ha sentito durante le udienze, alle imprecisioni dei testimoni oculari ed a quelle dei consulenti.

Roberto, al processo di Rimini, durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1994 è sembrato un soldato a rapporto dopo una missione, più che un imputato in un processo per ventiquattro omicidi, innumerevoli tentati omicidi e infinite rapine a mano armata. Roberto Savi, non accettandosi nelle vesti di imputato, ha assunto quelle di un agente segreto che si trovava a dover riferire la propria missione ad un superiore che sembrava identificare con il pubblico ministero, rivolgendosi a Paci ha detto: “… la quantità di ricetrasmittenti tre o quattro, credo che le abbiano recuperate”, ha usato il termine “recuperate” invece che “sequestrate”, e poi con freddezza militare ha risposto alle contestazioni con un: “Negativo”.

Roberto Savi, attraverso la sua nuova identità, che si è costruito nella solitudine della sua cella, ha evitato di frammentarsi, ha raggiunto, anzi, una grandezza inenarrabile, lui uomo di fiducia, efficentissima pedina dei servizi segreti, le cui azioni hanno fatto parte di un disegno che nessuno riesce a spiegarsi. Durante la deposizione, l’eloquio è stato fluente, ricco di avverbi e di frasi ripetute, di sequenze interrotte, di messaggi ambigui e vaghi, il tono della voce monotono, per ore.

Roberto, dopo aver stravolto il proprio ruolo, da imputato ad agente dei servizi segreti, ha perso ogni credibilità, incartandosi a causa della sua ansia manipolatoria ma è sempre sembrato disinteressato al risultato, egli ha recitato, semplicemente per se stesso.

Anche Fabio ha ritrattato e poi ha raccontato di averlo fatto “per ripicca”. Al processo di Rimini, durante l’udienza del 9 febbraio 1996, Fabio è apparso comunque più lucido di Roberto, ha risposto a tono, non ha divagato quasi mai, non ha mai perso il controllo, ha fatto di tutto per essere credibile, è stato saldamente ancorato alla realtà, non ha esondato mai come invece aveva fatto il giorno prima suo fratello.

Il giorno delle ritrattazioni di Roberto, Fabio era presente in aula e ha percepito il fratello diverso dal solito, disancorato dalla realtà tanto che durante il proprio interrogatorio ha riconosciuto con rammarico che Roberto si era esposto al ridicolo.

Fabio, il giorno delle ritrattazioni di Roberto al processo di Rimini, ha, finalmente, visto con lucidità il capo della sua Banda e l’immagine mitizzata dell’inafferrabile fratellone inebriato del suo sé meraviglioso fino a perdersi, gli si è sgretolata sotto gli occhi. Una volta collassata l’immagine vincente di Roberto Savi è venuto a mancare per sempre anche quell’unicum, da intendersi nell’accezione di mostruoso oltre che di straordinario, che la nostra coppia di serial killer aveva rappresentato fino a quel momento.

I PROCESSI

Roberto e Fabio sono sempre apparsi disinteressati all’esito dei processi; durante le udienze hanno assunto atteggiamenti cinici e beffardi nei confronti dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime sfoggiando una totale mancanza di empatia e di rimorso per le atrocità commesse.

LA DETENZIONE

Roberto e Fabio Savi si sono adattati da subito al regime carcerario, anche se è trapelato che Roberto abbia tentato un suicidio ed un’evasione e Fabio due suicidi. Secondo Holmes i serial killer, come i normali criminali, reagiscono alla reclusione in vari modi: comportandosi come detenuti modello; fingendo una crisi mistica; suicidandosi (2%) o continuando ad uccidere dietro le sbarre (2%). Gli assassini seriali psicopatici imparano durante la loro vita, osservando gli altri, a simulare comportamenti normali, e, dopo la cattura, la maggior parte delle loro azioni continuano a rientrare nello stesso costrutto manipolatorio tanto che in carcere recitano una parte al solo scopo di riceverne dei benefici. Raramente si tolgono la vita o si pentono in quanto non provano rimorso e invece di ammettere le proprie responsabilità sono capaci di proiettare la colpa dei propri crimini sulle vittime. In caso di evasione o di rilascio tornano ad uccidere.

Pietro Gugliata non si è adattato alla detenzione e, dopo l’arresto, per un ingravescente senso di ripugnanza nei confronti del cibo ha perso più di venti chili.

Alberto Savi, a differenza dei fratelli, almeno inizialmente, ha reagito alla detenzione manifestando rabbia e aggressività, lo ha riferito in aula un ex poliziotto, detenuto con lui nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere.

LA FAMIGLIA

Purtroppo sono poche le informazioni disponibili sulla famiglia dei fratelli Savi, ricche di luoghi comuni e di sensazionalismo. Il padre, Giuliano Savi è stato un gran lavoratore, uomo severo, ligio al dovere, rispettoso dell’autorità; Roberto, è figlio della sua prima moglie, Rosanna Foschi, che ormai separata dal marito, è morta quando Roberto aveva solo 4 anni. Roberto è cresciuto con il padre Giuliano e la sua seconda moglie, Renata Carabini e, a detta dei media, ha scoperto solo dopo il proprio arresto, ormai quarantenne, che la Carabini non era sua madre e che Fabio ed Alberto erano suoi fratellastri.

Disciplina severa, aspettative da adulti, assenza di un confronto empatico con i figli, sono stati i punti fermi dell’educazione impartita da Giuliano Savi ai suoi tre figli che, al contrario delle sue attese, crescendo hanno sviluppato, seppur in grado diverso, difficoltà nell’interazione sociale, bassa autostima e dipendenza da una vita di fantasie di dominio e di controllo nei confronti degli altri che li hanno condotti al ricorso alla violenza.

Educati dal padre all’uso delle armi ed alla disciplina, i fratelli Savi sono rimasti affascinati sin da piccoli dalla figura del poliziotto. Appena possibile hanno provato tutti e tre ad entrare in polizia. In gradi diversi, l’attrazione per un mondo in cui rivedevano il modello genitoriale paterno dell’autorità, l’intensità del lavoro e degli stimoli, la possibilità di canalizzare la loro aggressività verso soggetti stigmatizzati dalla società sono stati i veri motivi che hanno spinto i Savi ad entrare in polizia.

I conflitti a fuoco con carabinieri e poliziotti, non solo durante le rapine ma anche durante la caccia all’uomo sono la spia di un’ambivalenza nel loro rapporto con l’autorità e, di conseguenza, nel rapporto con il padre Giuliano.

Dopo l’arresto dei figli la Procura di Pesaro ha sequestrato a Giuliano Savi, una rivoltella Colt, calibro .357 Magnum, una carabina marca P. Beretta mod. AR/ 70, un fucile Breda, un fucile P. Beretta, un fucile P. Beretta, una carabina Olimpia, un fucile P. Beretta, un fucile Armitalia, una pistola P. Beretta, mod. 98FS, una carabina Walther e munizioni, gli stessi modelli di armi sequestrate ai figli.

Roberto e Fabio Savi hanno avuto una vita sociale caratterizzata da pochi rapporti interpersonali anche se al momento dell’arresto avevano entrambi una ex moglie, un figlio ed una nuova compagna.

Il poliziotto della stradale di Riccione, Riccardo Mazza era, a detta dei parenti, l’unico amico di Fabio, con il quale si allenava a sparare al Poligono di tiro di Rimini e, in una cava lungo il fiume Marecchia.

Nel febbraio 1992 Fabio si era separato dalla moglie, Maria Grazia Angelini e si era trasferito a Torriana, in un monolocale di sua proprietà, con Eva Mikula, all’epoca ancora minorenne. Eva è nata in Romania da famiglia ungherese, trasferitasi a Budapest all’età di 15 anni ha incontrato Fabio nella capitale ungherese nel gennaio del 1991.

All’epoca dell’arresto, Roberto viveva in un appartamento in affitto a Sasso Marconi con una prostituta nigeriana, tale Stella Okonkwo, che si racconta il Savi avesse riscattato per 10 milioni.

PSICODIAGNOSI

Roberto e Fabio Savi sono entrambi affetti da un Disturbo antisociale di personalità. La carriera criminale e la vita di relazione dei due fratelli Savi sono state caratterizzate da comportamenti estremamente irresponsabili, atteggiamenti manipolatori, frequente ricorso alla menzogna, freddezza, irritabilità, aggressività, disonestà, impulsività, brutalità, promiscuità sessuale, assenza di rimorso e di sentimenti di colpa per le conseguenze delle proprie azioni, anestesia affettiva, assenza del senso morale, il tutto vissuto in modo egosintonico. Entrambi hanno manifestato tratti sadici di personalità attraverso un abituale comportamento aggressivo, crudele e umiliante nei confronti dei propri familiari e delle vittime dei loro reati.

Per quanto riguarda i gregari della banda, ridotto è il materiale su cui lavorare perché minore è stato l’interesse sia degli investigatori che dei media nei loro confronti.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti sono soggetti con ridotta autostima, fortemente insicuri, facilmente manipolabili, con tratti di personalità dipendente. Tre elementi della Banda che, anche se non estranei alle logiche criminali, non hanno mai avuto come priorità quella di uccidere, eppure, a causa della loro duttilità, si sono macchiati in modo diverso di reati di sangue.
Alberto, Pietro e Marino sono giunti al punto di annullarsi tanto da affidare a Roberto Savi il proprio destino e grazie a loro, Roberto, esperto manipolatore, è stato capace di costituire un gruppo criminale all’interno del quale i suoi bisogni hanno preso il sopravvento.

Fabio Savi

Fabio Savi durante un’udienza

Fabio Savi

Caratteristiche particolari di Fabio Savi rispetto al fratello Roberto sono l’incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa con conseguente fallimento professionale e difficoltà economiche; un profondo vissuto di rabbia; un’alternanza di comportamenti aggressivi con atteggiamenti miti e remissivi; la scarsa tolleranza alle frustrazioni che lo ha condotto a commettere molteplici omicidi e tentati omicidi; un tono dell’umore prevalentemente ipertimico che si manifesta esternamente con un sorriso che è apparso completamente fuori luogo durante le drammatiche udienze processuali; una buona capacità di razionalizzare il proprio comportamento dandone la colpa agli altri; un senso dell’ironia non indifferente.

Roberto Savi

Roberto Savi durante un’udienza

Roberto Savi

Roberto Savi, oltre ad avere le caratteristiche di un soggetto con un Disturbo antisociale di personalità, ha manifestato caratteristici tratti narcisistici. Nel complesso egli è affetto da una Sindrome di Narcisismo maligno che si colloca in un’area al limite tra il Disturbo narcisistico di personalità e il Disturbo antisociale di personalità.
Roberto è sempre stato un solitario, un megalomane, un mitomane, un essere bisognoso di ammirazione e di protagonismo, un bugiardo patologico con la tendenza a rapportarsi alla realtà ed al prossimo in modo manipolatorio, atteggiamenti che in realtà nascondono un profondo senso di inferiorità ed insicurezza.
Le cause di tali disturbi sono bio-psico-sociali, la perdita della madre, un padre autoritario ed incapace di empatia, la conseguente ferita narcisistica che si manifesta attraverso depressione, bassa autostima, rabbia verso l’altro da sè vissuto in modo svalutante e persecutorio che diviene inizialmente il bersaglio di fantasie violente e poi ‘finalmente’ il soggetto in carne ed ossa seppur ridotto al ruolo di oggetto.

Melanie Klein sostiene che la reazione difensiva alla ferita narcisistica è la fuga nell’onnipotenza attraverso l’identificazione con l’aggressore potente e sadico.

Roberto si è inventato un personaggio e lo ha rivenduto ai colleghi, pilota in Nigeria, soldato nella legione straniera, esperto di armi e di esplosivi; alla Squadra Mobile era considerato da tutti un ottimo capo squadra e come tale lo ricordano ancora i poliziotti di Bologna che lo affiancavano.

Dopo l’arresto ha fatto di tutto per mantenere l’immagine di sé che si era costruito in precedenza, anzi, durante le ritrattazioni, l’ha esasperata fino a perdere il senso della realtà, fino a rendersi ridicolo. Roberto, dopo la cattura per impedire al suo “io” di sgretolarsi, si è rimboccato le maniche e ha fantasticato un nuovo modello di grandiosità, di importanza e di potere al quale ha finito per credere lui stesso, mi riferisco alle sue deliranti dichiarazioni di appartenenza ai servizi segreti.

Un tratto molto spiccato di Roberto Savi, comune ai soggetti affetti da disturbi di personalità sono le richieste eccessive ed i comportamenti esigenti. Roberto ha inviato centinaia di lettere al suo avvocato, al presidente della corte ed al direttore del carcere manifestando un patologico senso di indignazione. Tale atteggiamento si può spiegare attraverso l’affermazione di Samenow che recita così: “Con i criminali è diverso, hanno una personale logica, una personale intelligenza, guardano il mondo da una prospettiva sbagliata ed hanno una errata stima della propria importanza e di quella degli altri”.

Alberto Savi

Alberto ha in comune con i fratelli lo stesso vissuto familiare e ha condiviso con loro gli stessi desideri, le stesse angosce e paure, e, a differenza degli altri gregari, aveva un legame personale con il capo della Banda che per lui rappresentava non solo il leader del gruppo ma anche un fratello maggiore capace di offrirgli una rassicurante sensazione di protezione. Proprio questo doppio ruolo di Roberto, nel caso di Alberto, ha favorito, più che negli altri associati, lo sgretolarsi di sue eventuali difese residuali tanto da indurlo a far parte di una Banda capace di tante e tali efferatezze. Rabbia, aggressività e vittimismo sono gli atteggiamenti che hanno caratterizzato la sua condotta dopo l’arresto, atteggiamenti che provengono dalla sua sensazione di essere stato manipolato, Alberto si è sentito tradito dai fratelli, specialmente da Roberto e per questo motivo non è riuscito a prendersi le proprie responsabilità e ha avuto difficoltà ad accettare la propria condanna.

Pietro Gugliotta

Pietro Gugliotta ha partecipato con i fratelli Savi ad alcune rapine ed ad unico fatto di sangue, il tentato omicidio di Driss Akesbi, oltre alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini.
Insieme a Luca Vallicelli è l’unico dei componenti storici della banda che non è stato condannato all’ergastolo.
Ecco un elenco degli episodi criminosi nei quali è stato coinvolto:
Il 2 gennaio 1990 partecipa al ferimento del cittadino extracomunitario Driss Akesbi.
Il 15 gennaio 1990 partecipa con tutti e tre i fratelli Savi alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, dove l’esplosione di una bomba posizionata da Roberto Savi ferisce 67 persone.
Il 10 maggio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina presso la Cassa di Risparmio di Ravenna che frutta un bottino di 72 milioni.
Il 5 luglio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina al Credito Romagnolo di Cesena che frutta un bottino di 38 milioni.
Il 12 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Banca di Roma che frutta un bottino di 76 milioni.
Il 27 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna che frutta un bottino di 30 milioni
Il 26 novembre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Cerasolo d’Ausa che frutta un bottino di 89 milioni

Tutte rapine incruente, “pulite”, secondo la definizione del pubblico ministero Giovannini. Gugliotta non è un assassino né tanto meno un serial killer, è solo un rapinatore e ha perfino svolto il ruolo di deterrente per la coppia assassina. Ciò non toglie che sia un criminale tanto che nel 2007 il Tribunale di Sorveglianza, a circa un anno dalla sua definitiva scarcerazione non gli ha concesso un permesso premio, ritenendolo “un soggetto socialmente pericoloso per una personalità altamente deviante ed una forte tendenza di personalità ad emergere, soffocata dal timore dell’insuccesso, e per la mancata presa di coscienza critica della gravità dei fatti da lui commessi e l’assenza di ravvedimento”.

Marino Occhipinti

“Per l’estrema gravità dell’episodio di Casalecchio di Reno, per l’assoluta doppiezza del prevenuto, e per l’assenza di qualsiasi resipiscenza”, Marino Occhipinti è stato condannato all’ergastolo come i tre fratelli Savi. Effettivamente, da quei pochi dati che è stato possibile raccogliere su Marino Occhipinti si evince una certa inspiegabile incoerenza nei suoi comportamenti. Dopo l’omicidio di Carlo Beccari, Occhipinti si è recato alla USL per “una nevrosi depressiva larvata, dovuta a stress occasionale in un soggetto con temperamento emotivo”. Marino è rimasto traumatizzato dalle conseguenze dell’assalto alla Coop di Casalecchio di Reno, tanto che è uscito di scena ma, nel 1996, durante le udienze del processo di Rimini ha avuto, a quasi due anni dall’arresto e nonostante il duro regime di carcerazione cui è sottoposto, un atteggiamento rispettoso nei confronti di Roberto Savi.
Occhipinti non ha mai ammesso le proprie responsabilità nonostante le prove della sua partecipazione all’assalto alla Coop del febbraio 1988 né ha mai manifestato angoscia o rimorso per la vittima ed i suoi familiari, ha anzi professato la propria innocenza ad oltranza nonostante le chiamate in correità, la testimonianza dell’allora moglie di Roberto Savi, la mancanza di alibi, l’assenza dal servizio quella sera e le perizie balistiche che provano che la guardia giurata Carlo Beccari, deceduta nell’assalto, è stata attinta anche da colpi esplosi dal fucile a pompa appartenuto a lui.

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Altre fonti

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Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

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Procura della Repubblica presso il Tribunale di Rimini: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

Questura di Bologna – Squadra Mobile – Centro Interprovinciale Criminalpol – Emilia Romagna: Verbali di perquisizione domiciliare e sequestro eseguiti nei confronti di Savi Roberto.

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RadioRadicale.it: Registrazione del processo di Rimini alla banda dei fratelli Savi (Uno Bianca). 15 novembre 1995 – 06 marzo 1996.

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Corrias P., Uno bianca,quando l’ incubo finì. La Repubblica, 21 novembre 2004.

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Gulotta C., La figlia di Gugliotta: non lo perdono, deve restare in carcere. La Repubblica, 23 marzo 2007.

Marozzi M. e Tonelli A., L’ex moglie di Savi: sì sapevo tutto. La Repubblica, 30 novembre 1994.

Monti V., Chi voleva entrare nel clan doveva sparare a un nero. Il Corriere della Sera, 28 novembre 1994.

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Sentenze

Corte di Cassazione – Sentenza – 20 giugno 2000 – 15 dicembre 2000 – Ricorrenti Savi Alberto e Occhipinti Marino.

Corte di Cassazione – Sezione prima penale – Sentenza – 19 dicembre 2007 – 29 gennaio 2008, n. 4512/ 2008 – Ricorrente Gugliotta Pietro.

Trasmissioni televisive

Leosini F., Intervista a Fabio Savi. Storie Maledette, 1998.