Perché un PM è incapace di riconoscere di aver commesso un errore?

E’ nelle procedure abborracciate alla meno peggio per incompetenza o per volontà criminale, che prospera l’errore giudiziario (…) La conclusione (…) è che i giudici, quando la loro convinzione è preconcetta, acconsentono con entusiasmo a essere indotti in inganno, e che gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare.

Da Gli errori giudiziari di Jacques Vergès

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Gli ingredienti necessari per un errore giudiziario sono: l’incompetenza del magistrato inquirente, un coagulo di consulenti partigiani e un coagulo di giudici incompetenti.

Tutto ha inizio quando il magistrato inquirente genera nella sua mente una ricostruzione di come potrebbero essere andati i fatti, spesso tale ricostruzione non ha eguali nella storia della criminologia ma questo dato non è in grado di scalfire il suo convincimento in quanto non è a conoscenza della casistica.

Dopo aver “ricostruito” i fatti, il PM, insieme ai suoi valorosi collaboratori, cerca riscontri, se non li trova, non si demoralizza, né cambia idea. Spesso, oltre a non supportare la sua ricostruzione, le risultanze investigative indicano la strada giusta da seguire ma la tunnel vision impedisce al magistrato inquirente di mettere in dubbio il proprio convincimento.

Una volta che il PM in oggetto si accorge dell’assenza di riscontri investigativi alla propria ricostruzione, della quale, nonostante tutto, è ancora convinto, egli agisce su due fronti: nomina un coagulo di consulenti disonesti che gli forniscano le fondamenta per il suo castello accusatorio e rivela ai Media informazioni parziali e selezionate relative alle indagini che li inducano a supportare la sua ipotesi investigativa.

In questa fase il PM è ancora convinto di non essere incappato in un errore, che sia solo un caso che manchino riscontri alla sua ricostruzione e che, trovandosi a perseguire un importante interesse pubblico, l’inappropriata condotta, sua e dei suoi consulenti, sia giustificabile. Nonostante la sua incompetenza, il magistrato è ben consapevole di aver indotto i propri consulenti a mentire o a dissimulare ma ritiene che la causa per la quale li ha invitati a farlo sia una causa nobile. Questo fenomeno si chiama Noble Cause Corruption.

La seconda fase dell’orrore giudiziario comincia quando, finalmente, il PM viene messo di fronte alla propria incompetenza ma soprattutto all’errore da lui commesso. Il magistrato non riconosce l’errore, non soltanto per evitare una brutta figura ed eventuali ripercussioni in ambito lavorativo, ma anche perché, nonostante sia ormai consapevole di essersi sbagliato, è ancora convinto di fare l’interesse pubblico, egli, infatti, con l’aiuto della stampa, è riuscito a creare un mostro che non è mai esistito ma al quale ha finito per credere lui stesso e ritiene che, seppure il soggetto in questione non sia responsabile dei fatti a lui contestati, il malcapitato, per le sue caratteristiche personologiche, non sia comunque un innocente tout court e per questo meriti la galera.

In altre parole, il magistrato inquirente, nel momento in cui capisce di essersi sbagliato, perde di vista il proprio ruolo e, per salvarsi, si erge a giudice supremo.

Bibliografia

Jacques Vergès, Gli Errori Giudiziari, LiberLibri, 2011.

MacFarlane Bruce A., Wrongful Convictions: The Effect of Tunnel Vision and Predisposing Circumstances in the Criminal Justice System.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 6 luglio 2017.

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Morte di Maria Ungureanu: un’intervista

GIALLO DI S. SALVATORE TELESINO, RIGETTATE LE MISURE CAUTELARI PER I DUE FRATELLI, RINVIATA L’UDIENZA AL 30 MARZO.

LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ”DANIEL NON ABUSAVA DELLA BAMBINA”

di Lorenzo Applauso del Casertasera.it

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San Salvatore Telesino. Il GIP Flavio Cusani ha rigettato due richieste di misura cautelare emesse dalla procura di Benevento per i fratelli Ciocan. Ci riferiamo al giallo della morte della piccola Maria, la bambina romena trovata senza vita nella piscina di un resort di S. Salvatore Telesino lo scorso 19 luglio.

La Procura si è rivolta al tribunale del riesame ma l’udienza che era stata fissata per oggi è stata rinviata per un difetto di notifica al 30 marzo. La difesa dei fratelli Ciocan, avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo, coadiuvati dalla criminologa Ursula Franco invita gli inquirenti a riaprire le indagini.

La criminologa Franco ci riferisce che le risultanze delle analisi dei RIS, in primis, hanno escluso che Daniel abusasse di Maria e poi, hanno fornito una precisa via alternativa da seguire. “Inoltre, dalle indagini è emerso – spiega la nota criminologa che si occupa di altrettanti casi importanti – che Daniel e Cristina non solo non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva ma nulla, né impronte né DNA riferibili ai due fratelli, è stato repertato sugli abiti della Ungureanu né nel luogo dove la bambina è deceduta; allo stesso modo, nulla che possa far pensare ad un omicidio o che permetta di collegare la bambina ai fratelli Ciocan è stato repertato sulla loro auto. L’errore della procura – sempre a detta della criminologa – è stato non solo ritenere che fosse stato commesso un omicidio ma anche indagare su soggetti che conoscevano a malapena la bambina e, invece, tralasciare di indagare su una delle famiglie più vicine alla vittima. Centinaia di ore di intercettazioni inutili hanno impegnato gli inquirenti quando una semplice analisi a tavolino dei fatti avrebbe condotto ad indagini ed intercettazioni mirate che avrebbero permesso di chiudere il caso in pochi giorni. L’analisi delle testimonianze dei ragazzini del paese mi ha consentito – dice la Franco – di estrapolare due dati”.

-Quali esattamente?

“Quella sera Maria Ungureanu, dopo le 20.30, stava cercando sia Daniel Ciocan che un’altra persona, una ragazzina più grande di lei con cui spesso si intratteneva; dalle risultanze investigative si evince che Daniel non lo trovò perché dopo il suo ritorno a San Salvatore Telesino lui e sua sorella Cristina si fermarono dal vicino, Zio Francesco, e poi lasciarono insieme il paese alle 21.02, mentre è molto probabile che Maria, quella sera, abbia invece incontrato la ragazzina in questione che era rimasta a San Salvatore Telesino e che il padre di Maria, Marius Ungureanu, vide in paese dopo le 22.00 e con lei si sia recata a fare un bagno nella piscina dove è avvenuto l’incidente”.

Morte di Maria Ungureanu: Novità sul caso e un’intervista alla Criminologa Ursula Franco

Oggi doveva esserci l’udienza del riesame cui la Procura si era appellata dopo il rigetto, da parte del GIP Flavio Cusani, di due richieste di misura cautelare.
La causa del rinvio riguarda un difetto di notifica, udienza rinviata quindi al 30 marzo 2017
Una triste storia quella scritta sulle pagine della cronaca il 19 giugno 2016, quando una bambina, Maria Ungureanu, è stata trovata priva di vita nella piscina di un Resort nel comune di San Salvatore Telesino (BN).
Mesi di indagini, di novità, approfondimenti, dichiarazioni e soprattutto sete di giustizia. Abbiamo ospitato più volte i ragionamenti della criminologa Ursula Franco, la quale assiste la difesa dei fratelli Daniel e Cristina Ciocan, ad oggi iscritti nel registro degli indagati. Difesa formata dagli avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo.
Dall’altra parte, a rappresentare la famiglia della piccola Maria è l’avvocato Fabrizio Gallo, assistito dalla criminologa Roberta Bruzzone.

di Guglielmo Ferrazzano

Ursula Franco e Maria Ungureanu

Ursula Franco e Maria Ungureanu

Per il Corriere Caserta.it abbiamo nuovi approfondimenti della criminologa Franco che riportiamo di seguito:

1) Che cosa ha dedotto dalla lettura degli atti?

Riguardo al pedofilo molestatore, le risultanze delle analisi dei RIS escludono che possa trattarsi di Daniel Ciocan mentre forniscono una precisa via alternativa da seguire.
Per il resto, Daniel e Cristina non solo non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva ma nulla, né impronte né DNA riferibili ai due fratelli, è stato repertato sugli abiti della Ungureanu né nel luogo dove la bambina è deceduta; allo stesso modo, nulla che possa far pensare ad un omicidio o che permetta di collegare la bambina ai fratelli Ciocan è stato repertato sulla loro auto.
La presenza di DNA di Daniel, mai definito sperma dai RIS, su un paio di pantaloncini di Maria è compatibile con una normale frequentazione e si tratta, con tutta probabilità, di sudore.
L’errore della procura è stato non solo ritenere che fosse stato commesso un omicidio ma anche indagare su soggetti che conoscevano a malapena la bambina e, invece, tralasciare di indagare su una delle famiglie più vicine alla vittima. Centinaia di ore di intercettazioni inutili hanno impegnato gli inquirenti quando una semplice analisi a tavolino dei fatti avrebbe condotto ad indagini ed intercettazioni mirate che avrebbero permesso di chiudere il caso in pochi giorni.

2) Riguardo al luogo in cui è morta Maria cosa può dirci?

È noto che il parco del resort dove è morta Maria fosse un luogo dove i bambini andavano a giocare, il proprietario del ristorante, Antonio Romano, nel cui giardino si trova la piscina, all’indomani della morte della Ungureanu, ha riferito ai giornalisti di aver notato un’apertura nella rete e che i bambini entravano per giocare.

L’area intorno alla piscina non ha alcuna delle caratteristiche tipiche di una scena del crimine né può ritenersi una seconda scena del crimine dove il corpo possa essere stato trasportato per uno staging (messinscena) in quanto l’esame medico legale ha accertato che Maria morì in quella piscina e non altrove.

Gli indumenti di Maria erano integri e vennero ritrovati appoggiati su una sedia a bordo piscina, questi dati ci confermano un denudamento volontario. La bambina si spogliò deliberatamente per fare un bagno e lo fece per rivestirsi con gli abiti asciutti.

Maria non solo si spogliò volontariamente ma lo fece in presenza di qualcuno di cui non si vergognava, chi se non una ragazzina di sesso femminile con la quale aveva da tempo confidenza. La Ungureanu non solo non si vergognava della sua compagna di giochi ma si fidava di lei, molto probabilmente perché era più grande e per questo motivo entrò in acqua, lo fece anche perché fu rassicurata sull’altezza dell’acqua della piscina che le permetteva di toccare tranne, purtroppo, nel punto in cui l’acqua le arrivava agli orifizi e proprio in quel punto il panico ebbe la meglio su di lei.

3) Quindi lei, come già detto in precedenza, è sicura che si sia trattato di incidente?

Dalle indagini non è emerso alcun movente che possa sostenere l’ipotesi omicidiaria e la causa di morte di Maria è compatibile con un incidente, la bambina è morta in seguito ad una asfissia da annegamento e sul cadavere non sono stati riscontrati segni riferibili ad una colluttazione ma solo alcuni reperti aspecifici (piccole ecchimosi ed escoriazioni) risalenti a tempi di produzione diversi facilmente rilevabili in bambini dell’età di Maria.

4) A che ora pensa sia morta la bambina?

Sulla base del contenuto gastrico presente al momento dell’autopsia, rappresentato da un panino che Maria aveva ingerito poco dopo le 20.00, i medici legali della procura hanno collocato l’orario della morte della Ungureanu nella forcella temporale che inizia dopo le 21.15 e termina alle 23.15, è però logico pensare che Maria, avendo 9 anni e sapendo di dover tornare a casa non sarebbe rimasta fuori tanto a lungo da morire quantomeno dopo le 22.00, a tal riguardo sia l’assenza di segni di violenza sul suo corpo che ci permette di escludere che la bambina sia stata trattenuta contro la sua volontà ed il fatto che gli abiti fossero asciutti o solo umidi induce a pensare che Maria sia stata a casa di qualcuno di cui si fidava mentre pioveva, pertanto, è probabile che Maria sia annegata tra le 21.30 circa e le 22.00, in un lasso di tempo, tra l’altro, in cui gli accessi principali al resort erano chiusi e la piscina era raggiungibile soltanto attraverso il varco nella rete di recinzione.

5) Con chi era Maria quella sera?

Dall’analisi delle testimonianze dei ragazzini del paese emergono due dati: quella sera Maria Ungureanu, dopo le 20.30, stava cercando sia Daniel Ciocan che un’altra persona, una ragazzina più grande di lei con cui spesso si intratteneva; dalle risultanze investigative si evince che Daniel non lo trovò perché dopo il suo ritorno a San Salvatore Telesino lui e sua sorella Cristina si fermarono dal vicino, Zio Francesco, e poi lasciarono insieme il paese alle 21.02, mentre è molto probabile che Maria, quella sera, abbia invece incontrato la ragazzina in questione che era rimasta a San Salvatore Telesino e che il padre di Maria, Marius Ungureanu, vide in paese dopo le 22.00; il fatto che Marius abbia incontrato l’amica di Maria a quell’ora, prima di tutto ci permette di escludere che la ragazzina fosse rimasta in casa e poi permette di inferire che l’annegamento della bambina, a quell’ora, era già avvenuto.

Scomparsa di Dolores Lombardi detta Dora: analisi di un’intervista televisiva rilasciata dal marito

Dolores Lombardi detta Dora, era una casalinga, madre di due figli e moglie del capo dei vigili di Bresso, Giovanni Di Stefano, al momento della sua scomparsa, avvenuta il 13 luglio 2004, aveva cinquantanove anni.

Quel giorno, suo marito, nonostante fosse in servizio, l’aveva accompagnata in auto al consultorio familiare verso le 9.00 e poi al supermercato verso le 11.30 ma dopo le 13.00, al suo ritorno a casa per il pranzo, non l’aveva trovata.

Dora Lombardi

Dora Lombardi

Di seguito l’analisi del’intervista che il marito della scomparsa, Giovanni Di Stefano, ha rilasciato al giornalista Giuseppe Rinaldi.

Lei per quelle ore, quel giorno, ha dimostrato di avere un alibi?

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Il giornalista non appena il Di Stefano inizia a parlare lo interrompe, un errore grossolano.

Lei dove stava?

Mah, allora, io fino a verso le 12, intorno alle 12 eee sono stato là eem in questo deposito di mmm… dii… di questo recuperatore che ci faceva le m… ci recuperava le auto poi sono rientrato in ufficio verso le 12 e dieci, 12 e un quarto, adesso l’orario preciso non… (interrotto)

Una risposta con molte incertezze ad una domanda cruciale; una domanda che, tra l’altro, gli inquirenti avranno rivolto migliaia di volte al Di Stefano, sembra strano che non abbia ricostruito al minuto i suoi spostamenti.

Lei stava in ufficio?

Ancora una volta, il giornalista interrompe il Di Stefano con una domanda chiusa ed inutile. 

Esatto.

“Esatto” è una risposta inutile ad una domanda inutile; il Di Stefano aveva già detto che si trovava in ufficio. Purtroppo non ci è dato sapere che cosa avrebbe aggiunto alla sua precedente risposta, di sicuro che non ricordava con precisione l’orario ma forse altro che il giornalista ha inesorabilmente censurato.

Il goal di chi intervista non dovrebbe essere avere una risposta precisa e concisa ma far parlare a ruota libera l’intervistato in modo da ricavare più informazioni possibili ed eventualmente farlo cadere in contraddizione.

E’ stato in ufficio fino a che ora?

Fino a… come tutti gli altri giorni, intorno alla una.

Ancora una volta, il Di Stefano, non riferisce un orario preciso ma dice: “intorno all’una”. Il fatto che aggiunga “Fino a… come tutti gli altri giorni” non  garantisce nulla, anzi, il generalizzare, raccontando che cosa facesse di solito, indebolisce una affermazione.

Durante questi 12 anni lei ha avuto modo di pensare che cosa è successo a sua moglie?

C’è da dire un’altra cosa, il mese di settembre del… dell’anno precedente per cui del duemila e tre, lei ha subito un incidente e, quella volta, io ero con lei (pausa) eravamo scesi dalla macchina, arriva una macchina, la prende in pieno, la sbatte per aria e lei è caduta a terra, ha battuto la testa, si è rotta il polso… però la macchina è andata.

Una risposta evasiva, una importante red flag. Il Di Stefano non risponde a tono alla domanda ma racconta un aneddoto che, evidentemente, aveva il desiderio di inserire in una risposta, lo fa senza esporsi troppo, senza trarre conclusioni, nella speranza di imboccare il suo interlocutore. Racconta che la moglie era stata vittima di un incidente e che chi guidava non si era fermato, non certo un comportamento raro di chi investe, in ogni caso lui lo carica di un significato particolare ma soprattutto dice: “quella volta, io ero con lei” e poi fa una pausa subito dopo. Perché ha la necessità di aggiungere “quella volta”? Perché sta paragonando quell’evento ad un altro durante il quale non era presente? Perché fa una pausa prolungata dopo aver detto “quella volta”? E’ chiaro che la domanda da fare in seguito a questa risposta sarebbe stata: Quella volta rispetto a quale altra volta?.  

Se quel pirata della strada non fosse una persona qualsiasi ma qualcuno che voleva colpire sua moglie?

Un’inferenza del giornalista, un suggerimento che non avrebbe dovuto dare al Di Stefano. Il giornalista con una domanda aperta avrebbe dovuto chiedere all’intervistato il perché stesse raccontando quella storia.

Potrebbe essere un’ipotesi… (interrotto)

Molti magistrati non sono in grado di interrogare un indagato, la loro incompetenza è certo più grave di quella di un giornalista che, però, per la fretta ed il desiderio di avere risposte precise ha comunque sprecato un’occasione.

Le ho fatto questa domanda perché lei agli inquirenti ha raccontato una cosa particolare…

Sì, perché negli anni precedenti avevo seguito delle indagini tant’è vero mi recapita… mi fecero recapitare attaccando un… una busta sulla porta di servizio del comando con dentro un proiettile calibro 765.

Ed era indirizzato a lei?

Ehm, (fa cenno di sì con testa) fuori c’era scritto con i trasferelli: Fai attenzione ai familiari.

E’ logico che le minacce ricevute 10 anni prima non c’entrino nulla con la scomparsa della moglie, è sospetto che il Di Stefano continui a parlarne o che comunque, se indotto a farlo, non minimizzi. 

Questo fatto avviene circa 10 anni prima della scomparsa più o meno!?

Un’affermazione più che una domanda.

Più o meno sì.

Una risposta vivace dal punto di vista del linguaggio non verbale.

Sua moglie potrebbe aver deciso di allontanarsi volontariamente?

Ehh non ci credo ad un allontamento volontario, non ci credo.

Il Di Stefano torna rigido e chiuso. Parla di allontanamento volontario ripetendo a pappagallo le parole del giornalista, non lo fa spontaneamente ma soprattutto parla senza alcun coinvolgimento emotivo.

Se la donna bionda le avesse raccontato guarda io so con certezza che tuo marito ti tradisce?

Non credo che avrebbe fatto una… una cosa del genere.

Di Stefano tiene le distanze dai fatti, è vago, non si espone, dice: “una cosa del genere”, non riesce a dire spontaneamente: “non si sarebbe mai allontanata volontariamente” e poiché non lo dice lui non lo diremo noi per lui.

Quando lei e la sua amante vi incontrate e vi guardate negli occhi, che cosa vi dite?

Eh ci siamo guardati in faccia e l’unica cosa che abbiamo detto: “Speriamo non sia per colpa nostra”.

Per il Di Stefano sarebbe stato più facile ripetere le parole del giornalista mentre invece che “guardati negli occhi” dice: “guardati in faccia”, è noto che è più impegnativo guardarsi negli occhi che in faccia. Inoltre, afferma di aver detto: “Speriamo non sia per colpa nostra”, ma non specifica cosa, non dice la parola scomparsa, moglie, fuga, suicidio, è ancora una volta vago e appare insensibile.

Dopo la scomparsa di sua moglie lei ha continuato a frequentare la sua amante?

Subito no, subito no, non…

Quando vi siete rincontrati?

Eh, dopo… dopo un bel po’.

Quant’è questo bel po’?

Eh insomma, non lo ricordo… dopo un po’ di mesi.

Dopo questa affermazione il giornalista avrebbe dovuto chiedere il motivo dell’interruzione dei rapporti, avrebbe dovuto sondare l’affettività del Di Stefano, il quale, non solo è apparso rigido da un punto di vista fisico ma anche anaffettivo, non ha mai mostrato di provare alcun sentimento o pena per la madre dei suoi figli né, tantomeno, di sentirsi in colpa.

I rapporti tra lei e sua moglie quando sua moglie scompare quali erano?

Mah, erano buoni, non c’erano, non c’era nessuuun ee astio, non c’era assolutamente nulla, non… sospettava che ci fosse qualche cosa.

E’ difficile pensare che non ci fosse “assolutamente nulla”, nel senso di nessun problema tra loro, visto che la moglie, all’epoca della scomparsa, sospettava che il marito avesse un’amante e sia lui che la figlia ne erano al corrente; visto l’andamento di questa intervista viene da pensare che quell’“assolutamente nulla” sia riferito all’assenza di sentimenti da parte sua nei confronti della moglie.

Sospettava male?

Sospettava ma… (interrotto)

Il giornalista mostra di essere alla ricerca di risposte precise e continua ad interrompere l’intervistato incappando, per l’ennesima volta, in un errore grossolano; le tirate oratorie permettono di acquisire informazioni importanti ai fini dell’analisi dell’intervista e di conseguenza della soluzione dei casi, al contrario delle risposte alle domande chiuse.

Senta sua moglie sospettava in maniera giusta? C’era un’altra donna?

La regola prevede che chi intervista faccia una domanda per volta, in caso contrario l’intervistato sceglierà a quale domanda rispondere.

Ma non… c’era ma non c’era, diciamo, ecco, perché eee il… c’era un feeling con questa persona ma non (interrotto)

Il giornalista, ancora una volta, interrompe il Di Stefano.

Lei aveva una storia con un’altra donna?

Sì, avevo quesa storia ma non, non era una cosa ehm duratura, diciamo ecco di… era un diciamo, come si può dire, era una scappatella, come si suol dire, ma niente di più.

I fatti parlano chiaro, il Di Stefano e la donna di cui parla stanno insieme da tredici anni, difficile far passare il messaggio che non si tratti una storia “duratura”, magari Giovanni Di Stefano. 

Con questa donna lei ci sta ancora?

Sì, attualmente sì.

Una risposta interessante, il Di Stefano con l’avverbio “attualmente” cerca di affrancarsi dal passato e di far passare la sua relazione come una storia recente, un tentativo di catarsi che ottiene il risultato opposto.

Ma vive in questa casa?

No.

Vive in un’altra?

Vive nella sua… nel suo appartamento.

Una storia che dopo sarebbe divenuta importate?

Sì, dopo, eh, dopo è diventata… (interrotto)

Il Di Stefano, ancora una volta, cerca di convincere il suo interlocutore che si è reso conto dell’importanza della storia con la sua amante solo dopo la scomparsa della moglie e lo fa ripetendo “dopo” due volte, dopodiché, purtroppo viene nuovamente interrotto.

Questa donna è una sua collega.

Più un’inutile affermazione che una domanda.

Sì.

Si è mai reso conto che gli inquirenti sospettavano di lei come autore di un ipotetico delitto, quello di sua moglie?

Questo me lo sono se… reso conto immediatamente perché eee dovunque andavo ero seguito e ee ma non solo io ancheee tutti e due i figli.

Ciò che colpisce di questa risposta, oltre al fatto che il Di Stefano rida, è che ricordi al giornalista che nella lista dei sospetti c’erano anche i suoi due figli, mostrando di non proteggerli sebbene sia il loro padre. E’ significativo che Giovanni Di Stefano, invece di parlare solo di sé, coinvolga altre due persone, il ‘bisogno di folla’ è rivelatore dell’incapacità di un soggetto di prendersi le proprie responsabilità e spesso cela un concorso di colpa. 

E anche la donna che lei frequentava?

Al novantanove per cento anche… ehm… anche lei eee però, non avendo fatto niente né io, nessuno di tutte queste persone, non c’era eee, non hanno potuto trovare assolutamente nie… ma non l’hanno trovato perché non c’era.

Di Stefano quando afferma: “non avendo fatto niente né io, nessuno di tutte queste persone” non parla solo per se stesso ma anche per gli altri nonostante non possa saper con certezza che gli altri non sono coinvolti. Inoltre: “non avendo fatto niente né io” non è una negazione credibile quale può esserlo: “Io non ho ucciso mia moglie”. Infine, quando dopo aver detto: “non hanno potuto trovare assolutamente nie…” aggiunge “ma non l’hanno trovato perché non c’era”, nel tentativo di spiegare, mette in evidenza la precedente frase infelice che, una volta resosi conto di poter essere frainteso, non è riuscito neanche a terminare.

Quel giorno un suo collega vede parlare sua moglie esattamente…

Chi intervista continua ad affermare più che a chiedere, il giornalista dovrebbe contenersi e lasciare all’intervistato dall’80 al 90% dello spazio. La domanda giusta da fare sarebbe stata: Qualcuno vide sua moglie quella mattina?

Nel punto, nel punto in cui io l’ho lasciata.

Una risposta suggerita e, per questo motivo, concisa ed inutile.

La vede parlare con chi?

Eh, la ve… da quello che disse lui eee la vede parlare con una donna bionda che però stava di spalle, da come è passato lui con la macchina, per cui lui non, non, non è stato mai in grado nean… neanche diii… di descriverla, l’unica cosa che lui aveva visto che era una donna bionda poi il resto basta.

La sua attuale compagna è bionda?

Sì, è bionda.

Dov’era quel giorno?

Era in servizio… era in pattuglia dalla mattina fino al termine del turno.

Di sicuro non un alibi granitico visto che anche il Di Stefano quella mattina era in servizio ed aveva accompagnato sua moglie al consultorio ed al supermercato.  

Il turno a che ora finiva?

Finiva alle undici… all’una e trenta.

Una risposta sospetta. 

Di certo il Di Stefano non esce bene da questa intervista né da un punto di vista umano, più che morale, né da un punto di vista professionale. Inoltre, ciò che stupisce, oltre alla sua anaffettività, è il fatto che l’uomo appaia completamente disinteressato alle sorti della moglie, che non si dica stanco dei sospetti e che mai respinga in modo netto le accuse. I figli si sono chiesti il perché nessuna donna bionda si sia mai fatta viva per dire che era lei la donna che quella mattina parlò con la loro madre, i testimoni spesso sbagliano, probabilmente quella donna bionda vista dall’amico di famiglia non stava parlando con Dora e per questo motivo non li contattò. Infine, è difficile credere che Dora abbia chiamato il marito per farsi accompagnare al supermercato a mani vuote e che poi pensasse di tornare a casa da sola carica di buste della spesa.

Morte di Maria Ungureanu: una mia intervista dopo il rigetto da parte del GIP della richiesta di applicazione di misure cautelari per i fratelli Ciocan

INTERVISTA ESCLUSIVA DI “CASERTASERA.it” ALLA CRIMINOLOGA, SUL CASO DELLA PICCOLA MARIA: FU TROVATA SENZA VITA NELLA PISCINA DI S. SALVATORE TELESINO

S. Salvatore Telesino. Uno dei fatti di cronaca che sta maggiormente appassionando l’opinione pubblica è certamente quello della morte di Maria, la bambina romena, ritrovata senza vita in una piscina del piccolo centro del Sannio lo scorso anno. Dal 19 luglio ad oggi, ancora nessuna conclusione delle indagini con il caso che si colora sempre piu’ di “giallo”, con una famiglia distrutta dal dolore, due persone, sulla cui testa pende la spada di Damocle della giustizia, perché sospettate, sia pure in libertà, della morte della piccola ed indifesa bambina. Noi abbiamo sentito, in questa lunga ed articolata intervista esclusiva, la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa, per conoscere la sua versione dei fatti, nel pieno rispetto della magistratura.

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di Lorenzo Applauso

– Che ruolo ha un criminologo in un caso giudiziario?

Un criminologo è un consulente che una volta esaminate tutte le risultanze investigative ha il compito di valutarle globalmente e di integrarle in una spiegazione plausibile ma, soprattutto, è un professionista in grado di escludere scenari fantasiosi grazie alla conoscenza della casistica criminologica.

– Cosa dicono le statistiche per morti o se preferisce per casi come quello di Maria?

La maggior parte delle morti per annegamento sono accidentali. Le statistiche internazionali sulle cause di morte riportano che l’annegamento è la seconda tra le cause di morte nel gruppo di età che va dagli 0 ai 14 anni. La mancanza di barriere di sicurezza nelle piscine private o in quelle pubbliche durante le ore di chiusura degli impianti e una sorveglianza non adeguata da parte degli adulti sono le cause principali degli annegamenti tra i bambini; aggiungo che i ragazzini non sono capaci di soccorrere i propri coetanei.
Raramente un soggetto che muore in seguito ad un annegamento è vittima di un omicidio. Nei pochi casi in cui ciò accade, all’esame autoptico non si rilevano solo i segni di un annegamento ma anche traumi cranici, segni di strangolamento, traumi compressivi toracici, ferite ed abrasioni, a meno che la vittima, a causa della sua tenera età o dell’abuso di sostanze psicoattive, non sia stata in grado di reagire. Pertanto, come nel caso della Ungureanu, in mancanza di dati autoptici riferibili ad una colluttazione non si può affermare che un soggetto sia stato vittima di un omicidio per annegamento.

– Lei quando è stata chiamata come consulente della difesa dei fratelli Ciocan?

Sono stata contattata dagli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Verrillo a metà luglio 2016, in concomitanza con i primi segnali di un’indagine a senso unico. Dagli atti si evince che la procura, già all’indomani del ritrovamento del cadavere della bambina e ben prima della consegna dei risultati autoptici da parte dei medici legali, era convinta di dover indagare per omicidio; un approccio al caso che ha viziato irrimediabilmente le indagini.

– A che punto siamo con le indagini?

La procura ha emesso due richieste di misura cautelare in carcere nei confronti dei fratelli Ciocan, entrambe rigettate dal giudice per le indagini preliminari, Flavio Cusani. Il fatto che non ci siano prove o indizi contro i Ciocan non è un caso, purtroppo, a Benevento hanno indagato sulle persone sbagliate. Se la procura vuole risolvere il caso deve continuare ad indagare, intercettando le persone giuste e tornando ad interrogare i ragazzini che sono stati sentiti all’indomani della morte della bambina, questa volta per informarsi sui loro alibi o sulla loro eventuale presenza nel resort al momento della morte di Maria e non su Daniel Ciocan. Vi ricordo che, poco dopo la morte di Maria, il proprietario del resort ha dichiarato pubblicamente di essere a conoscenza del fatto che vi fosse un’apertura nella rete di recinzione e che i bambini si introducevano nel giardino dove si trova la piscina per giocare. In poche parole, devono tornare in questura i ragazzini che frequentavano Maria, una di loro in particolare sa che cosa è successo quella sera. Possibile che lei ed i suoi familiari non si facciano avanti e che permettano che vengano gratuitamente devastate le vite di due innocenti?

– Perché, secondo lei molti processi, particolarmente quelli che diventano casi mediatici finiscono con sentenze indiziarie e sempre con meno prove, spesso molto fragili?

Prima di tutto alcuni casi giudiziari divengono mediatici per volere delle procure, se le procure non fornissero gli atti ai giornalisti ciò non accadrebbe. Sono i magistrati incapaci di costruire un impianto accusatorio che regga a cercare l’appoggio dell’opinione pubblica, magistrati che non si rendono conto che solo quando un indagato è innocente non si trovano prove contro di lui. Lo dico con cognizione di causa, da due anni sono consulente della difesa di Michele Buoninconti, un uomo condannato prima dall’opinione pubblica e poi dal giudice per un omicidio mai avvenuto.

– Lei ritiene che sia positivo o negativo parlare di processi in tv?

Lo trovo abominevole, le speculazioni degli incompetenti che popolano i salotti televisivi arrecano danno alla società contribuendo agli errori giudiziari che hanno un costo umano incalcolabile per i protagonisti ed uno economico per i cittadini. I media, infatti, non soltanto intrattengono la massa ma influenzando i testimoni dei vari procedimenti ne condizionano inevitabilmente le testimonianze e spesso forgiano anche il pensiero di inquirenti e giudici pigri. Purtroppo, frequentemente, sono gli stessi indagati ed i loro parenti ad alimentare il processo mediatico; chi si trova all’improvviso coinvolto in un caso giudiziario è equiparabile ad un malato terminale, è facilmente manipolabile e soprattutto crede che una faccia televisiva possa aiutarlo, a prescindere dalle sue competenze e dai suoi convincimenti.

– Ritorniamo al punto centrale della nostra intervista relativo al caso di Maria. Lei ha detto: i fratelli Ciocan o meglio Daniel non sono responsabili, la bambina non è stata uccisa. Su quali basi fonda la sua convinzione se è possibile conoscerli, tenuto conto che c’è un’indagine in corso?

Prima di tutto, come ho già detto, i risultati dell’autopsia escludono l’ipotesi omicidiaria e poi manca un movente plausibile. E’ semplicemente un caso che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali, la sua morte e le violenze sessuali croniche di cui era vittima, non essendo contestuali alla morte, sono da ritenersi due fatti ben distinti. Invece, l’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile in quanto non è supportata da alcun dato medico legale.
Inoltre, non solo i fratelli Ciocan hanno un alibi solidissimo ma non ci sono testimoni che possano collocarli nel resort nel momento in cui Maria moriva, anzi le tre persone presenti quella sera escludono di aver visto la loro macchina nel parcheggio; non ci sono impronte dei fratelli Ciocan né è stato isolato il loro DNA intorno alla piscina e non c’è il loro DNA sugli abiti che la bambina indossava quella sera. Per quanto riguarda la presenza del DNA di Daniel su un pantaloncino di Maria indossato in precedenza, tengo a precisare che i RIS di Roma che hanno analizzato quel capo di abbigliamento in mia presenza, non hanno identificato la traccia come sperma ma solo come DNA, quel DNA potrebbe essere semplicemente sudore, una presenza compatibile con una normale frequentazione.

– Quali possibilità lei ritiene di avere per convincere i giudici dell’innocenza dei fratelli Ciocan?

Escludo un processo a carico dei Ciocan, il primo giudice che si è espresso sulla richiesta della misura cautelare per i fratelli Ciocan ha smontato punto per punto le fallimentari indagini della procura di Benevento; in caso contrario, la procura, ancora una volta, investirà incautamente i soldi dei contribuenti.