Intervista sugli abusi sessuali sui minori

VIOLENZE SUI MINORI, UN ORRIBILE CRIMINE SPESSO SOTTOVALUTATO ANCHE IN FAMIGLIA

La criminologa Franco fa un’accurata analisi del fenomeno spiegando come prevenire le molestie.

di Domenico Leccese, pubblicato il 30 maggio 2017 su Roma

Chi sono coloro che abusano dei bambini?

I bambini possono essere vittima di due tipi di child sexual offender: i pedofili molestatori ed i predatori sessuali violenti.

Chi sono i pedofili molestatori?

I pedofili molestatori sono soggetti che intrattengono attività sessuali con bambini prepuberi, nel 30% dei casi sono familiari delle piccole vittime.

Come agiscono?

I pedofili molestatori approcciano le loro vittime attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi, solo gradualmente conducono i bambini verso gli abusi veri e propri. A causa di questi meccanismi manipolatori le vittime degli abusi cronici non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico e nella stragrande maggioranza dei casi non rivelano a nessuno di essere sottoposte a molestie né si ribellano né minacciano né denunciano il loro carnefice.

Perché i bambini non riconoscono gli abusi nel momento in cui li subiscono e perché non si confidano con qualcuno?

I bambini abusati non solo non sono in grado di riconoscere gli abusi come tali a causa della loro immaturità e della gradualità con la quale vi vengono sottoposti ma non li raccontano perché temono di non venir creduti e perché provano vergogna e senso di colpa; inoltre, spesso, hanno paura di perdere un adulto significativo per la loro esistenza dal quale dipendono emotivamente ed economicamente. Solo le vittime che sopravvivono ai predatori sessuali violenti denunciano nell’immediatezza la violenza subita, a meno che non appartengano a famiglie disfunzionali; a volte i loro carnefici ricorrono alle minacce per impedirgli di rivelare gli abusi ma in questi casi le violenze vengono spesso riconosciute dai familiari o dagli educatori grazie ai visibili segni fisici.

Come agiscono i predatori sessuali violenti?

I predatori sessuali violenti sono soggetti che rapiscono, torturano ed uccidono i bambini, alcuni di questi agiscono sulle loro vittime atti sessuali veri e propri, molti invece sono impotenti ed allora si cimentano in atti sessuali sostitutivi.

Ci spieghi che cosa sono gli atti sessuali sostitutivi.

Forme di attività sessuale sostitutiva sono la rimozione degli abiti o il taglio degli stessi, un certo posizionamento del corpo, l’uso gratuito di un’arma da taglio o da punta sul cadavere che spesso viene scambiato per overkilling, le mutilazioni post-mortem, atti che permettono a chi li agisce di ottenere una gratificazione sessuale senza avere un contatto sessuale vero e proprio. Gli omicidi commessi dal Mostro di Firenze, un omicida seriale per lussuria, non sono mai stati accompagnati da una attività sessuale vera e propria ma sono comunque omicidi con un movente prettamente sessuale e sulle vittime sono stati rilevati tutti gli atti sessuali sostitutivi che ho appena elencato.

Ci faccia un esempio di un altro predatore sessuale violento?

Un predatore sessuale violento è Luigi Chiatti, conosciuto come il Mostro di Foligno. Chiatti ha ucciso due bambini prima di essere arrestato, Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13 anni.

Come si riconoscono i bambini abusati?

Generalmente i bambini vengono identificati come vittime di abusi da familiari, educatori o sanitari, non perché denuncino le molestie né per la presenza sul loro corpo di segni fisici di abuso sessuale che spesso sono assenti, ma solo perché gli adulti riconoscono in loro alcuni degli indicatori secondari di abuso sessuale quali depressione, paura o disgusto per alcune persone o luoghi, ansia, disuria, perdite ematiche e fecali (encopresi), enuresi, disturbi del sonno, disturbi del comportamento alimentare, comportamento autolesionista, peggioramento dell’andamento scolastico, lavaggi eccessivi, comportamento sessuale inadeguato etc, etc.

Quanto a lungo un pedofilo molestatore può abusare della solita vittima?

I pedofili molestatori, quando le circostanze glielo permettono, agiscono abusi sulle stesse vittime per anni, anche per questo motivo non hanno ragione di sopprimerle.

E’ vero che non sempre i familiari denunciano i pedofili molestatori?

Gli abusi senza segni fisici visibili possono passare inosservati ai genitori che disconoscono o sottovalutano gli indicatori secondari di abusi. Nel caso di abusi con segni fisici visibili gli indumenti del bambino sono spesso macchiati di perdite ematiche o fecali (encopresi) o di secrezioni causate dalle malattie infettive sessualmente trasmesse dal molestatore alla vittima, questi segnali non possono che essere rivelatori, in specie, per una madre.

E allora perché, nonostante molte madri riconoscano che i loro figli sono abusati, non fanno nulla per impedirlo?

Le madri delle vittime spesso tollerano l’abuso perché sono a conoscenza del fatto che colui che abusa dei loro figli è un familiare dal quale dipendono economicamente ed emotivamente e perché temono il giudizio della comunità in cui vivono, a volte hanno subito abusi loro stesse e se ne sono addossate la colpa per evitare scandali. Inoltre, alcune madri, che a loro volta sono state vittime di abusi, possono provare un senso di compiacimento nel sapere che i loro figli sono abusati, queste donne, spesso, non partecipano agli abusi in prima persona ma, da un punto di vista psicopatologico, non sono dissimili dagli abusati/abusanti pur ricoprendo un ruolo passivo.

In che cosa incorre una madre che non denuncia un marito che abusa del loro figlio?

Una madre che non protegge la propria prole, essendo a conoscenza degli abusi, incorre nel reato di concorso omissivo in violenza sessuale (art. 609 bis C.P.), ella, infatti, è tenuta, per legge, a scongiurare il verificarsi degli episodi illeciti o quantomeno la loro perpetuazione, avendone la concreta possibilità. L’intervento che le si richiede non consiste necessariamente nell’evitare materialmente l’evento lesivo attuando una difesa del bene giuridico mediante strenua opposizione materiale o esplicazione di una vis fisica contro l’aggressore, essendo per contro sufficiente allertare l’Autorità in modo da consentire a quest’ultima di attivarsi così da evitare l’illecito (o la sua reiterazione) mediante i mezzi di coazione di cui essa dispone.

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Caso Maria Ungureanu: una mia intervista

LE NOVITA’ SUL CASO DELLA MORTE DELLA PICCOLA MARIA UNGUREANU

Intervista esclusiva con la Dott.ssa criminologa Ursula Franco, nominata consulente dai difensori di Daniel e Cristina Ciocan, indagati per omicidio.

di Domenico Leccese, pubblicato su Roma il 18 maggio 2017

A che punto stanno le indagini sulla morte della piccola Maria Ungureanu?

La situazione in questo momento è paradossale, stiamo aspettando l’esito di un’udienza di riesame del 30 marzo scorso. In poche parole, la procura di Benevento si è rivolta ai giudici del riesame di Napoli e insiste sull’ipotesi omicidiaria invece di cambiare rotta dopo che il gip Flavio Cusani, per ben due volte, li ha invitati a farlo. Voglio precisare che il gip non ha rigettato le richieste d’arresto invitando a indagare meglio sui Ciocan, come erroneamente sostiene qualcuno, ma ha escluso che Daniel e Cristina abbiano ucciso la bambina e, soprattutto, ha invitato la procura ad indagare sul padre di Maria, Marius Ungureanu, in ordine agli abusi.

Ci riassume brevemente il caso?

Il 19 giugno scorso, intorno alla mezzanotte, una bambina di 9 anni, Maria Ungureanu, è stata trovata senza vita nella piscina di un resort di San Salvatore Telesino. La bambina era nuda ed i suoi abiti erano stati riposti su una sedia a bordo piscina. La procura ha ritenuto che la bambina fosse stata uccisa e, da subito, ha accentrato la sua attenzione sui fratelli Ciocan.

Sappiamo che lei sostiene da sempre che la bambina è morta in seguito ad un incidente, può spiegarci il perché?

È noto che il parco del resort dove è morta Maria fosse un luogo dove i bambini andavano a giocare, il proprietario del ristorante, Antonio Romano, nel cui giardino si trova la piscina, all’indomani della morte della Ungureanu, ha riferito ai giornalisti di aver notato un’apertura nella rete e che i bambini entravano per giocare.

L’area intorno alla piscina non ha nessuna delle caratteristiche di una scena del crimine né può ritenersi una seconda scena del crimine dove il corpo possa essere stato trasportato per uno staging (messinscena) in quanto l’esame medico legale ha accertato che Maria morì in quella piscina e non altrove.

Gli indumenti di Maria erano integri e vennero ritrovati appoggiati su una sedia a bordo piscina, questo dato ci dice che la bambina si denudò volontariamente per fare un bagno e lo fece per rivestirsi con gli abiti asciutti.

Maria non solo si spogliò volontariamente ma lo fece in presenza di qualcuno di cui non si vergognava, con tutta probabilità una ragazzina di sesso femminile con la quale aveva da tempo confidenza e della quale si fidava perché più grande di lei.

I risultati dell’autopsia escludono che Maria sia stata vittima di un omicidio, la bambina è morta in seguito ad una asfissia da annegamento e sul cadavere non sono stati riscontrati segni riferibili ad una colluttazione ma solo alcuni reperti aspecifici risalenti a tempi di produzione diversi facilmente rilevabili in bambini dell’età di Maria, un quadro autoptico compatibile con un incidente e non con un omicidio.

Infine, manca un movente plausibile. La morte di Maria e le violenze sessuali croniche cui era sottoposta, non essendo contestuali alla morte, sono da ritenersi due fatti ben distinti, è un caso che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali. Per quanto riguarda l’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile in quanto non è supportata da alcun dato medico legale.

Le violenze croniche che la bambina subiva non possono essere state il movente dell’omicidio?

Dalla morte di Fortuna Loffredo c’è chi teorizza che i bambini minaccino gli abusanti e per questo vengano uccisi, non è così; i pedofili molestatori che hanno la possibilità di agire cronicamente atti sessuali sui bambini non li sopprimono; solo i predatori sessuali violenti rapiscono ed uccidono le loro vittime, molti di questi sono impotenti al punto che neanche infieriscono sulle vittime con atti sessuali veri e propri ma semplicemente con atti sessuali sostitutivi quali il taglio degli abiti, l’accoltellamento o le mutilazioni. Nella maggior parte dei casi i pedofili molestatori approcciano le loro vittime con cautela attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi; gli abusanti conducono i bambini verso gli abusi veri e propri gradualmente e proprio perché le vittime degli abusi cronici non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico a causa dei meccanismi manipolatori messi in atto dai molestatori, non rivelano a nessuno di essere sottoposte a molestie né si ribellano né minacciano né denunciano il proprio carnefice. Non solo i bambini non sono in grado di decifrare il significato di ciò che stanno subendo a causa della loro immaturità e della gradualità con la quale vengono sottoposti agli abusi ma temono anche di non venir creduti o, quando ad abusarli è un familiare, di perdere un adulto significativo per la loro esistenza o possono essere pervasi da un senso di colpa o dalla vergogna che gli impedisce di rivelare le violenze subite.

Proprio riguardo alle violenze, cosa può dirci?

Dallo studio degli atti emerge che ad abusare della bambina fosse il padre e che la madre ne fosse a conoscenza.
La madre di Maria ha testimoniato che il giorno della sua morte, la bambina uscì solo intorno alle 19.30 ed i medici legali della Procura hanno rilevato che Maria fu abusata nel pomeriggio di quello stesso giorno proprio mentre si trovava in casa con i suoi genitori. Per quanto riguarda l’analisi degli abiti di Maria, i RIS di Roma hanno trovato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo alla bambina e sulla copertina del suo lettino. La maglietta di Maria è stata sequestrata dai RIS in presenza del padre, gli stessi hanno redatto un verbale firmato da Marius Ungureanu dove lo stesso ha asserito che gli abiti sequestrati appartenevano a sua figlia, ulteriori conferme che la maglietta fosse in uso esclusivo a Maria l’abbiamo avute da innumerevoli intercettazioni.

Come si spiega il DNA di Daniel Ciocan sui pantaloncini di Maria?

Per quanto riguarda la presenza del DNA di Daniel su un pantaloncino di Maria, indossato dalla stessa nei giorni precedenti alla sua morte, quel DNA è riferibile a DNA da contatto (touch DNA) e potrebbe essere stato trasferito su quei pantaloncini anche nei giorni seguenti alla morte della bambina, vi ricordo che Daniel frequentava casa Ungureanu e pertanto il suo DNA poteva trovarsi sugli oggetti presenti in quell’abitazione. Voglio precisare che i RIS di Roma, che hanno analizzato quel capo di abbigliamento in mia presenza, non hanno identificato la traccia come sperma ma solo come DNA, un DNA compatibile con una normale frequentazione e in nessun modo riconducibile ad abusi sessuali.

Lei sostiene che, al momento della morte, la bambina era in compagnia di un’amica, ci spiega meglio?

Dall’analisi delle testimonianze dei ragazzini del paese emergono due dati: quella sera Maria Ungureanu, dopo le 20.30, stava cercando sia Daniel Ciocan che un’altra persona, una ragazzina più grande di lei con cui spesso si intratteneva; dalle risultanze investigative si evince che Daniel non lo trovò perché dopo il suo ritorno a San Salvatore Telesino lui e sua sorella Cristina si fermarono dal vicino, Zio Francesco, e poi lasciarono insieme il paese alle 21.02, mentre è molto probabile che Maria, quella sera, abbia invece incontrato una ragazzina con cui si era accordata per una passeggiata già il giorno precedente. Il padre di Maria, Marius Ungureanu, la sera della morte di sua figlia, vide in paese la ragazzina in questione dopo le 22.00; il fatto che Marius abbia incontrato l’amica di Maria a quell’ora, prima di tutto ci permette di escludere che questa ragazzina fosse rimasta in casa e poi ci permette di inferire che, a quell’ora, Maria fosse già annegata.

Qual’è la situazione dei Ciocan?

I Ciocan hanno un alibi solidissimo che basterebbe ad escludere ogni loro coinvolgimento in questa triste vicenda, infatti, secondo i medici legali della Procura, Maria è morta tra le 21.15 e le 23.15 mentre Daniel e Cristina lasciarono il paese di San Salvatore Telesino alle 21.02, secondo celle telefoniche e gps. Daniel e Cristina non solo non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva ma nulla, né impronte né DNA riferibili ai due fratelli, è mai stato repertato sugli abiti che la Ungureanu indossava quella sera né nel luogo dove la bambina è deceduta; allo stesso modo, nulla che possa far pensare ad un omicidio o che permetta di collegare la bambina ai fratelli Ciocan è stato repertato sulla loro auto.

Dove ha sbagliato la Procura di Benevento?

L’errore della procura è stato non solo ritenere che fosse stato commesso un omicidio ma anche indagare su soggetti che conoscevano a malapena la bambina e, invece, tralasciare di indagare su una delle famiglie più vicine alla vittima. Centinaia di ore di intercettazioni inutili hanno impegnato gli inquirenti quando una semplice analisi a tavolino dei fatti avrebbe condotto ad indagini ed intercettazioni mirate che avrebbero permesso di chiudere il caso in pochi giorni.

Questo caso le ricorda altri casi?

Certamente, mi ricorda molti casi, alcuni irrisolti. Mi vengono in mente dei nomi: Francesco e Salvatore Pappalardi, Leandro Celia, Salvatore Ercole e Domenico Maurantonio, ragazzi che al momento della morte si trovavano con i loro compagni di bravate, i quali hanno temuto di dover rispondere delle conseguenze di un comportamento sopra le righe sia ai propri genitori che alle autorità e pertanto sono fuggiti o hanno negato di essere stati presenti durante gli incidenti. Sono certa che gli stessi ragazzi avrebbero agito diversamente se gli incidente fossero avvenuti in circostanze normali e non nel momento in cui stavano violando una norma morale o giuridica e questo vale anche per l’amica di Maria Ungureanu.

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Analisi di un articolo di cronaca sulla morte di Anna Esposito

L’articolo è del 10 maggio scorso ed è firmato Angela Marino, mi hanno colpito le tante certezze diffuse dalla giornalista a mezzo stampa, nonostante la sua incompetenza in campo medico e criminologico. La giornalista, invece di addentrarsi in terreni a lei sconosciuti, avrebbe potuto intervistare gli avvocati ed i consulenti che si sono occupati del caso per riferire ai lettori notizie corrette in merito all’esame medico legale ed alle indagini.

Lo strano suicidio di Anna

di Angela Marino, Fanpage.it

Anna Esposito, dirigente della Digos di Potenza, viene trovata morta la mattina del 12 marzo 2001 nel suo appartamento nella caserma Zaccagnino. La ricostruzione ufficiale stabilisce che si tratta di ‘suicidio’, ma la famiglia è convinta che qualcuno l’abbia uccisa. Lo stesso giorno in cui è stata trovata cadavere Anna aveva appuntamento con il fratello di Elisa Claps. È in quell’incontro mancato la chiave dell’omicidio?

Angela Marino, pur non avendo competenze criminologiche né medico legali, mostra, da subito, di non avere dubbi e lascia intendere che quello di Anna Esposito, a suo avviso, fu un omicidio.

Anna Esposito è una bella donna di 35 anni, mediterranea, solare, volitiva. Originaria di Cava de Tirreni (Salerno), è mamma di due bambine, avute dall’ex marito, con il quale mantiene un rapporto cordiale. È una dirigente della Digos di Potenza, ha ottenuto l’incarico alla soglia dei 30 anni, bruciando le tappe. Fa la spola tra Cava e Potenza, dove alloggia all’ultimo piano della caserma Zaccagnino. La sera dell’11 marzo 2001 torna nel suo appartamento dopo aver passato la domenica con le figlie, i genitori e l’ex marito. Alle 19 e 40 telefona a mamma Olimpia per assicurarla di essere arrivata a Potenza. In serata, racconta alla madre, è attesa a una festa a Matera. Sul tavolo del soggiorno stende dei vestiti neri: un tailleur, un abito scollato, un paio di collant, evidentemente vuole scegliere il più adatto alla serata. Quello che succede tra le 20 e le 9 del giorno dopo entra nelle pagine di quei gialli lucani mai risolti, un groviglio di incongruenze, segreti e omissioni che cominciano l’indomani.

Il suicidio

La mattina del 12 marzo quattro colleghi della Esposito, preoccupati per il suo ritardo al lavoro – sono solo le 9 – e per non essere riusciti a mettersi in contatto telefonico con lei, fanno quello che chiunque farebbe: fanno irruzione in casa sua forzando la porta con un cacciavite. Entrano, cioè, senza un mandato, senza aver allertato il questore, senza aver cercato notizie di Anna presso parenti o amici, nella sua abitazione. Erano allarmati, diranno, e avevano ragione ad esserlo, perché Anna giace sul pavimento del corridoio senza vita. Quaranta minuti dopo viene avvertito il questore e l’appartamento si riempie di poliziotti, alcuni sono lì per i rilievi, altri perché conoscevano Anna. In quel trambusto nessuno si preoccupa di preservare la scena della tragedia.

Com’è morta Anna? È l’Ansa a rispondere a questa domanda ancora prima che venga eseguito l’esame autoptico, con un’agenzia lanciata nelle tarde ore del pomeriggio: SUICIDA DIRIGENTE DIGOS QUESTURA DI POTENZA

Segreti e sospetti

I colleghi di Anna l’hanno trovata semiseduta sul pavimento, i pugni serrati, vestita con un jeans, una T-shirt e gli stivaletti. Attorno al collo, come dichiarato dai testimoni agli inquirenti, avrebbe avuto il cinturone della divisa, una cinghia larga quattro centimetri – dalla quale non viene prelevato nessun DNA – che avrebbe usato per come cappio per impiccarsi alla maniglia della porta. Una modalità usata spesso dai detenuti per togliersi la vita e che dunque è compatibile con la ricostruzione dei testimoni, salvo che per un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide è spezzato. Si tratta di un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea e che difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra persona. C’è ancora un altro particolare che non torna. Al magistrato intervenuto sul posto, uno dei colleghi di Anna dichiara di averla liberata dal cappio nel tentativo di salvarla. Essendo morta dalle 22 della sera precedente, come la successiva autopsia eseguita dall’anatomopatologo, Luigi Strada e dal medico legale, Rocco Maglietta, dimostrerà, Anna era già fredda e rigida: perché alterare lo stato della scena liberandola, senza sapere cosa fosse successo?

La giornalista, nel tentativo di giustificare ai lettori il suo convincimento, afferma che “un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide spezzato” che lei definisce un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea” potrebbe essere la prova che Anna fu uccisa perché quel fantomatico osso “difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra (leggi un’altra) persona”. Innanzitutto non esiste un osso cricoide, l’unico osso presente nel collo è l’osso joide e non è localizzato dietro la cartilagine tiroidea ma in una zona più alta, in corrispondenza della radice della lingua, a livello della quarta vertebra cervicale.

l’osso ioide è quello bianco in alto, la cartilagine tiroidea è quella gialla più in basso

E poi, è falso che l’osso joide si fratturi difficilmente in caso di suicidio per impiccamento con quella dinamica; l’osso joide si frattura anche quando un soggetto si suicida impiccandosi da una posizione bassa.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento, quello completo quando l’individuo è sospeso nel vuoto e quello incompleto quando tocca a terra con i piedi ed è inginocchiato, seduto o semiprono; l’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica erotica. L’omicidio per impiccamento è raro, generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, perciò trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o coricati non esclude questa modalità di morte. Ciò si spiega col fatto che per occludere le vie aeree basta esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre la trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo. Oltre ai fattori asfittico e circolatorio, una compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa (Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale).

Il prete

La Procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio, ma dopo appena 10 mesi il pm Claudia De Luca, chiede l’archiviazione. I genitori di Anna, però, sono fermamente convinti che la figlia sia stata uccisa. Suo padre Vincenzo riceve la visita del cappellano del carcere, Pierluigi Vignola, che dopo aver testimoniato spontaneamente di aver ricevuto in confessione da Anna la confidenza di aver già tentato il suicidio, esorta però il padre a presentare un esposto anonimo che faccia riaprire il caso, si offre addirittura di scriverne una bozza. Insospettito dal cambiamento di posizione del sacerdote, Esposito registra l’incontro nel quale emerge l’ipotesi di un complotto in questura, avvalorata anche da una circostanza: sulla scena del crimine, dai diari che Anna curava fedelmente per il lavoro e la vita privata, sono sparite delle pagine, mai più ritrovate. Chi le ha prese e per nascondere cosa? Don Vignola viene convocato dagli inquirenti ai quali si rifiuta, però, di riferire dell’incontro con Vincenzo Esposito, trincerandosi – questa volta – dietro il segreto della confessione, che secondo lui sarebbe avvenuta in quel contesto. Esposito non si arrende: nel 2011 presenta una memoria in cui elenca punto per punto tutte le incongruenze del caso, avanzando il sospetto che possa trattarsi di un delitto passionale. L’inchiesta viene riaperta e una persona finisce nel registro dell’indagati: si tratta di Luigi Di Lauro, giornalista Rai ed ex fidanzato della Esposito. Con il giornalista potentino sembra che la frequentazione non fosse finita e che l’uomo continuasse a visitare l’appartamento della caserma Zaccagnini, anche di notte.

Elisa e Anna

Se di delitto si tratta, quello di Anna Esposito può avere più moventi. Si può escludere che la dirigente sia stata uccisa per una delle inchieste che stava conducendo? In una intervista alla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ Don Marcello Cozzi di Libera racconta una circostanza singolare. All’indomani del duplice omicidio di Pinuccio Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97, Anna convoca nel suo ufficio un vicino di casa della vittima mostrandogli alcune foto di personaggi legati alla malavita, ma anche di politici e notabili di Potenza. Per capire quanto anomala fosse questa indagine per il capo della Digos è necessario fare un passo indietro. Gianfredi era un personaggio di spicco della malavita locale, aveva accumulato un piccolo capitale prestando i soldi con interessi criminali. Non solo, Gianfredi sarebbe stato al soldo di quel comitato politico-affaristico legato alla massoneria di cui l’inchiesta Toghe lucane – conclusa con l’archiviazione – ipotizzava l’esistenza e che avrebbe deciso a Potenza nomine e appalti. Secondo una pista investigativa dell’epoca, Gianfredi sarebbe stato coinvolto anche nell’occultamento del corpo di Elisa Claps, sparita a 15 anni il 12 settembre 1993 dalla chiesa potentina della Santissima Trinità, dove vice parroco era all’epoca lo stesso Don Vignola che testimonierà sul suicidio di Anna. Perché, dunque, la dirigente della Digos aveva indagato sull’omicidio Gianfredi-Santarsiero? Aveva scoperto qualcosa? Si potrebbe supporre di sì, visto che lo stesso 12 marzo in cui è stata trovata morta Anna aveva un appuntamento con Gildo Claps, fratello di Elisa. È Olimpia Magliano, la mamma di Anna, a ricordare un particolare significativo. La figlia le avrebbe confidato che in questura qualcuno sapeva dove era nascosto il corpo di Elisa. Era questo, come scrive il giornalista, Fabio Amendolara nel suo libro dedicato al caso Esposito, il ‘segreto di Anna’?

L’epilogo

Nel 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza viene trovato il corpo di Elisa Claps: era lì da 17 anni. L’8 novembre 2011, Danilo Restivo viene condannato a 30 anni per l’omicidio della quindicenne. Quattro anni dopo la superperizia disposta dalla Procura sul corpo di Anna Esposito ed eseguita da Francesco  Introna – lo stesso che negò la presenza del DNA di Restivo sui resti di Elisa – ribadisce ancora una volta: suicidio. Di Lauro viene scagionato e le indagini archiviate. Dopo 16 anni la famiglia di Anna continua a credere che sia stata uccisa”.

Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, non solo quello del professor Introna. Esistono due tipi di impiccamento, a seconda della posizione del laccio,  un impiccamento tipico se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo, il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi.

Angela Marino ha pubblicato il suo articolo su Facebook con il seguente commento:

“Secondo voi si può morire suicidi impiccandosi alla maniglia di una porta? Secondo voi è normale che quattro poliziotti facciano irruzione in casa di un dirigente della Digos e cambino la scena del ritrovamento senza che vengano, per questo, indagati? E normale vi sembra, ancora, che un cappellano carcerario ex massone (lo stesso che amministrava la chiesa dove è stata trovata morta Elisa Claps) vada dalla polizia a rivelare quello che la vittima avrebbe detto in confessione? O che un medico legale – lo stesso che per Cucchi parlò di crisi epilettica – liquidi la seconda autopsia come suicidio in presenza di elementi lo confutano? Secondo me no. Per questo il caso del suicidio di Anna Esposito, morta mentre indagava su Elisa Claps, si merita risposte più chiare di quelle che la Procura ha dato finora”.

La giornalista ha scritto che secondo lei non si può morire impiccandosi ad una maniglia di una porta, per evitare di scrivere questa sciocchezza le sarebbe bastato fare qualche ricerca, avrebbe scoperto una casistica infinita di soggetti che si sono suicidati impiccandosi alle maniglie di porte e finestre, alle sponde del letto, agli stipiti delle porte e perfino ai termosifoni, tra questi alcuni personaggi famosi come Robin Williams, David Carradine, Aaron Hernandez e Luigi Enrico di Borbone-Condé. 

P. S.: Questo articolo è stato pubblicato su Roma il 16 maggio 2017.

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Analisi di alcune dichiarazioni di Carmelo Abbate in merito alla morte di Maria Ungureanu

Carmelo Abbate, in una puntata di Quarto Grado, andata in onda venerdì 10 febbraio 2017, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

Analisi delle dichiarazioni del giornalista

Il giornalista, dopo la puntata, ha postato il video su Facebook con la seguente introduzione:

Maria aveva soltanto 10 anni. È morta dopo essere stata ripetutamente e brutalmente abusata. E molto probabilmente uccisa.
Ci sono degli indagati, a carico dei quali pesano indizi seri e concreti. Eppure non sono stati arrestati.
Già, perché non sono stati arrestati, mi chiederete voi?
Perché in Italia ci sono bambini di serie A e di serie B, ed, evidentemente, la povera piccola Maria era una bambina di serie B.

Carmelo Abbate è laureato in scienze politiche e fa il giornalista, non ha alcuna competenza in campo criminologico né, quando si è espresso, conosceva gli atti relativi al caso Ungureanu, atti che erano a disposizione soltanto della difesa, ma nonostante tutto ha definito senza remore gli indizi a carico dei Ciocan “seri e concreti” e ha poi aggiunto “Eppure non sono stati arrestati”. 

Un magistrato competente, il giudice per le indagini preliminari Flavio Cusani, ha smontato ad uno ad uno gli pseudo indizi a carico dei fratelli Ciocan e ha escluso un loro coinvolgimento nella morte della piccola Ungureanu, ciò che stupisce è che, nonostante un giudice abbia rigettato per ben due volte le richieste di una procura, un giornalista senza competenze specifiche né conoscenza degli atti riguardanti il caso si senta in dovere di giudicarne l’operato e di sostituirsi a lui come rappresentante della giustizia fino ad affermare: “Già, perché non sono stati arrestati, mi chiederete voi?”. Badate bene, Abbate è inspiegabilmente convinto che la gente abbia la necessità di avere da lui, e non dal giudice per le indagini preliminari Flavio Cusani, una risposta e lui gliela fornisce: “evidentemente, la povera piccola Maria era una bambina di serie B”, lasciando intendere che sia il GIP a ritenerla tale.

Trascrizione delle dichiarazioni di Abbate a Quarto Grado:

Gianluigi Nuzzi: Però c’è anche la sorella che, insomma, non è proprio una figura così distante da tutto…
Carmelo Abbate: Io ho capito bene che ci sono delle tracce organiche di lui sui pantaloni della bambina?
Gianluigi Nuzzi: Eh, sì, sembrerebbe così. 
Carmelo Abbate: Ho capito bene!? Ok.

Carmelo Abbate, senza alcuna competenza in campo criminologico e senza conoscere gli atti, continua a pontificare su un caso molto delicato. La presenza di DNA da contatto (touch DNA) di Daniel Ciocan su un paio di pantaloncini di Maria non è la prova che il ragazzo abbia violentato la bambina. Daniel frequentava la casa degli Ungureanu, il suo touch DNA potrebbe essere stato trasferito su quell’indumento dai familiari di Maria in qualsiasi momento, anche dopo la sua morte. 

Carmelo Abbate: Ho capito bene che c’è l’intercettazione questa qui che abbiamo fatto ascoltare che lui parla delle mutandine della bambina?

Non ha alcuna rilevanza che Daniel abbia discusso con chicchessia di dettagli riguardanti il caso; è logico che un indagato, innocente o colpevole che sia, si preoccupi dell’andamento delle indagini. 

Carmelo Abbate: Ho capito bene che c’è un intercettazione in cui lui dice: Se mi arrestano me ne trascino dietro altri? 

Se a Quarto Grado avessero mandato in onda l’intercettazione completa dove Daniel afferma che se lo arrestassero si porterebbe dietro “altri”, il pubblico idolatrante avrebbe udito il Ciocan dire che questi fantomatici “altri”, lui, essendo innocente, li avrebbe fatti arrestare per falsa testimonianza perché non potevano che mentire per incastrarlo.   

E io che gli racconto alla gente che ci segue da casa? Che gli dico? Alzo le mani… cioè la gente mi dice: Ma scusa, per molto meno, c’è gente che sta in galera, per molto meno, e io che gli dico adesso? Gli dico che in Italia ci sono bambini di serie A e di serie B? Che questa bambina, forse, è una bambina di serie B? Che gli dico? Signor giudice che per tre volte ha respinto la richiesta della procura di arresto… per tre volte… giudice, che gli dico io alla gente da casa? Cioè, che gli dico quando dagli esami autoptici, adesso queste sono indiscrezioni, comunque sembrerebbe che in ogni caso la violenza sessuale è ripetuta, macabra, contro questa bambina c’è stata… Che gli dico? Che forse questa bambina andava ven… se… se la vendevano e questo se ne trascina altri? Che gli raccontiamo alla gente da casa?

Gianluigi Nuzzi: Assolutamente, infatti.

Quando Carmelo Abbate afferma: “E io che gli racconto alla gente…? Che gli dico? (…) io che gli dico adesso? (…) Che gli dico? (…) che gli dico io alla gente da casa? (…) Che gli dico? (…) Che gli raccontiamo alla gente da casa?”, egli inspiegabilmente assume il ruolo di vero e unico referente in tema di giustizia, si sostituisce al GIP Flavio Cusani che lui accusa di fare differenze tra bambini di serie A e di serie B.

Incredibilmente, l’Abbate giustizialista senza se e senza ma, nonostante stia parlando della morte e delle violenze subite da una bambina di 9 anni, mostra una lucidità rara, non dimentica, neanche per un attimo, le leggi dello spettacolo, tanto da sottolineare di essere a conoscenza di “indiscrezioni” relative all’autopsia: “Cioè, che gli dico quando dagli esami autoptici, adesso, queste sono indiscrezioni, comunque sembrerebbe che in ogni caso la violenza sessuale è ripetuta, macabra (…)”. Dove abbia letto o da cosa abbia dedotto che le violenze subite da Maria fossero “macabre” e cosa significhi questo termine da un punto di vista medico legale, resterà per sempre un mistero.

Infine, Carmelo Abbate lascia intendere che la bambina fosse obbligata a prostituirsi, un’informazione falsa, non supportata da alcuna risultanza investigativa.