Intervista sul caso Ungureanu

MARIA UNGUREANU AFFOGO’ MENTRE ERA IN COMPAGNIA DI UN’AMICA

Intervista alla criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Daniel e Cristina Ciocan: “La Procura di Benevento è cristallizzata in un grossolano errore investigativo”

di Domenico Leccese, pubblicato il 1 agosto 2017 su Le Cronache Lucane

Il GIP Flavio Cusani e i tre giudici del Tribunale del Riesame di Napoli, per ben tre volte, hanno dato ragione agli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Nicola Verrillo e alla criminologa Ursula Franco che assistono i fratelli Ciocan. Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Franco che, da subito, ha sostenuto che la morte di Maria fu un evento accidentale, che la bambina, in quell’occasione, si trovava in compagnia di un’amica e che le violenze sessuali che Maria subiva sono ascrivibili a suo padre, Marius Ungureanu. Secondo le risultanze delle indagini, infatti, Maria fu abusata un’ultima volta, poche ore prima di morire, mentre si trovava in casa proprio con i genitori, inoltre, l’unico dato riferibile ad una violenza sessuale è lo sperma del padre repertato dai RIS su una maglietta appartenente alla bambina e sulla copertina del suo lettino. Per quanto riguarda la maglietta, sia al momento del sequestro che in seguito, i genitori della Ungureanu hanno riferito a chi indagava che quel capo d’abbigliamento era in uso esclusivo alla povera Maria.

Secondo lei esiste una ragazza con cui Maria possa essersi confidata in merito alle violenze che subiva?

Maria non si è mai confidata con nessuno riguardo alle violenze che subiva in famiglia e non esiste una ragazza a conoscenza di violenze perpetrate da Daniel Ciocan perché Daniel non ha mai abusato della piccola Maria, esiste invece una testimone, il cui nome è agli atti, che si trovava con la Ungureanu mentre la bambina moriva e che, non solo non l’ha soccorsa ma ha taciuto per tutto questo tempo permettendo che la Procura, la famiglia Ungureanu e le cosiddette parti civili dilaniassero la vita di due ragazzi estranei a tutto ciò che riguarda il caso Ungureanu.

Secondo lei gli abitanti di San Salvatore Telesino sono omertosi?

Lo escludo, gli atti parlano chiaro, proprio attraverso le testimonianze dei cittadini del paese la difesa ed i Giudici sono riusciti a ricostruire i corretti movimenti di Maria nelle ore che precedettero la sua morte, nessuno abitante di San Salvatore Telesino ha raccontato di aver visto Maria in compagnia dell’amica, semplicemente perché nessuno le vide entrare in quel giardino con la piscina in quanto le due ragazzine, consapevoli di agire contro le regole, vi sgattaiolarono di nascosto.

La famiglia Ungureanu non ha condannato la diffusione delle immagini del cadavere della piccola Maria, a differenza della famiglia Gambirasio, secondo lei cosa significa?

Non è un caso che gli Ungureanu non abbiano denunciato il giornaletto Giallo, la diffusione delle immagini del cadavere di Maria è stato un tentativo studiato a tavolino e messo in pratica da chi desidera non solo distogliere l’attenzione dalla famiglia della povera Maria ma anche aumentare la pressione mediatica sulla procura di Benevento, ormai irrimediabilmente cristallizzata in un grossolano errore investigativo.

La procura di Benevento ha chiesto ai Giudici della Cassazione di esprimersi in merito al caso Ungureanu, cosa succederà dopo l’udienza del 21 ottobre?

La Cassazione non cambierà di una virgola le conclusioni dei tre Giudici del Tribunale del Riesame di Napoli e del GIP Flavio Cusani che, dal luglio scorso ad oggi, per tre volte, hanno respinto la richiesta d’arresto per i due fratelli Ciocan e hanno invitato la Procura a cambiar rotta. Cristina e Daniel Ciocan sono in una botte di ferro, l’esame medico legale ci conferma che la morte di Maria fu accidentale, le indagini hanno accertato che i due Ciocan non avevano motivo di uccidere Maria e che, soprattutto, non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre la Ungureanu affogava. Per fortuna i fatti accaduti sono immarcescibili e non possono essere manipolati a posteriori.

Nel caso la Cassazione abbracciasse le conclusioni del GIP e dei Giudici del Riesame, secondo lei la Procura potrebbe richiedere comunque un rinvio a giudizio?

Potrebbe certamente farlo ma sarebbe l’ennesimo errore, in specie dopo le tante indicazioni che la Procura ha avuto dai Giudici e dalla difesa per giungere alla soluzione del caso. Comunque andrà, un eventuale rinvio a giudizio dei Ciocan non ci spaventa; a me, personalmente, dispiacerebbe lo spreco di denaro pubblico che comporterebbe il rinvio a giudizio di due innocenti mentre avrei piacere che, attraverso il processo, emergessero le responsabilità della squadra composta da tutti coloro che si sono macchiati del reato di favoreggiamento personale nei riguardi del vero autore delle violenze sessuali e quelle della ragazzina che era con Maria al momento dell’incidente.

Da circa un anno lei sostiene che la morte di Maria è ascrivibile ad un evento accidentale e che la bambina si trovava in compagnia di un’amica mentre affogava, perché questa ragazzina, che lei ha identificato, continua a tacere?

L’amica di Maria al momento dei fatti è fuggita perché, in seguito ad una sua leggerezza, era intervenuto un fatto gravissimo e ha avuto paura di doverne rispondere non solo alle autorità ma anche ai propri genitori. Quando è stata sentita si è messa in tasca gli inquirenti che ha percepito disinteressati ai suoi movimenti del 19 giugno 2016 e invece, molto indaffarati nel cercare di incastrare i Ciocan sulla base di un assurdo convincimento del magistrato inquirente. Oggi, direi che questa ragazzina, che a novembre sarà maggiorenne, è sola, il comportamento dei suoi genitori è a dir poco riprovevole, infatti, se la aiutassero ad aprirsi ed a raccontare la verità su quella sera, i due Ciocan, ormai vittime di un grossolano errore giudiziario, tornerebbero a vivere serenamente, lei si libererebbe di un pesante fardello destinato a segnarla per sempre, le accuse nei suoi confronti si alleggerirebbero e magari la Procura indagherebbe finalmente l’uomo responsabile degli abusi che Maria subiva e chi lo ha coperto, in specie per prevenire il reiterarsi del reato.

Annunci

Intervista sull’omicidio di Chiara Poggi

L’OMICIDIO DI CHIARA POGGI ANALIZZATO DA URSULA FRANCO

Conosciuto come il delitto di Garlasco in provincia di Pavia, avvenuto il 13 agosto 2007. Vittima una giovanissima. Nel 2015 la Corte di Cassazione ha riconosciuto definitivamente come colpevole il fidanzato Alberto Stasi

di Domenico Leccese, pubblicato il 15 ed il 22 luglio 2017 sul quotidiano ROMA

Dottoressa, che può dirci sul profilo psichico di Alberto Stasi?

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado ed infine assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL. In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito raccapricciante dalla corte d’Appello di Milano.

Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti dalla stesse parafilie di Alberto Stasi sono capaci di uccidere con maggior frequenza dei soggetti sani.

Qual’è il movente dell’omicidio di Chiara Poggi?

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che può condurre un soggetto ad uccidere può in un altro destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio. L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni. Nonostante l’assoluzione, nessuno può negare che nel computer di Alberto ci fossero files dal contenuto pedopornografico né che Chiara avesse fatto ricerche sui pedofili, pertanto il movente dell’omicidio resta.

Chiara, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la Poggi, furono i dissidi con la fidanzata che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione che precedette l’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

– Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.

– Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non ‘sputtanarlo’ ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, Alberto Stasi sognava da tempo un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore.

Alberto dopo l’omicidio ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli abbia ucciso con premeditazione o meno, infatti, se egli avesse condotto sulla scena del crimine l’arma potremmo affermare con certezza che quello di Chiara fu un omicidio premeditato, in caso contrario, se egli l’avesse trovata in casa Poggi, che fu un delitto d’impeto. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della sua bicicletta, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Stasi fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla avrebbe nascosto la bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Quando Alberto, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi; la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza. Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, non entrò nella villetta per non sporcarsi, temendo che eventuali tracce di sangue lo avrebbero incriminato mentre avrebbe dovuto desiderare di averne addosso per rendere più credibile il racconto della scoperta del cadavere. D’altra parte i colpevoli non riescono a pensare ed a comportarsi da innocenti tout court.

Che può dirci sulla telefonata di Stasi al 118?

La telefonata di Alberto Stasi al 118 delle 13.50 del 13 agosto 2007, esaminata secondo il modello di analisi critica delle telefonate di soccorso del Lt. Tracy Harpster, mostra molti gravi indizi di colpevolezza:

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente.
Il tono della voce è scarsamente modulato, non in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
Stasi richiede un’ambulanza fornendo ai soccorritori un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova all’interno della villetta dei Poggi, sulle scale che conducono in cantina. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo; tale comportamento ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la presunta morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importante indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.
Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente, ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Come si comportò Alberto Stasi una volta giunto nella caserma dei Carabinieri?

Stasi telefonò al 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso egli è apparso agli uomini dell’Arma emotivamente un’altra persona, lo hanno descritto come tachicardico, in preda al panico, Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione. Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118 ma appena giunto dai Carabinieri quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascrivere alla scoperta del cadavere della fidanzata quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio. Egli nel “raccontare cosa è successo” ai militari, per usare la sua frase (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino, una posta in gioco altissima per Alberto, ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Che può riferirci riguardo agli interrogatori di Stasi?

Stasi durante gli interrogatori ha spesso dissimulato, non ha raccontato nè di dissidi precedenti nè di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che aveva invece cambiato i programmi di quella serata. Chiara, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms dei quali nessuno dei tre ha mai rivelato i contenuti agli inquirenti.
Marco Panzarasa dopo essere stato contattato da Alberto anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13.8.2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 sec sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27? Perché solo dopo tale risposta si diresse in via Pascoli? Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Stasi è incorso, durante gli interrogatori, in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto con la sua risposta non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”. Stasi non ha fatto domande sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

Come ha vissuto Alberto Stasi il post omicidio?

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non si evince alcun turbamento morale né alcun senso di colpa, al contrario, emergono con forza la sua anaffettività e l’assenza di rimorso, caratteristiche che si accordano perfettamente con le parafilie di cui egli è affetto, esse stesse prova di una patologica mancanza di senso morale.

Alberto, inoltre, all’indomani dell’omicidio è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Egli, da subito, si è costruito dei salvagenti virtuali che lo hanno aiutano a far quadrare i conti con la propria coscienza. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale, minacciando di rivelare squallidi segreti che una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

La signora Elisabetta Ligabò, madre premurosa, attenta alla cura dell’abbigliamento del figlio, ha avuto la certezza che l’omicida di Chiara fosse Alberto dopo aver constatato la scomparsa degli abiti indossati da Stasi quella mattina e di un paio di scarpe da tennis, quelle stesse scarpe con le quali Stasi aveva lasciato un’impronta insanguinata nel bagno della villetta dei Poggi mentre si lavava le mani dal sangue della fidanzata. Elisabetta Ligabò ha finito con il giustificare moralmente l’atto del figlio ripetendosi intimamente che se quel ragazzo, di cui era così orgogliosa, aveva ucciso Chiara, ci doveva essere stato un ottimo motivo, delle validissime ragioni dovevano aver condotto quel suo figlio biondo ed intelligente, bocconiano e all’apparenza perfetto, a cancellare per sempre la vita di una giovane donna e che la colpa doveva essere della povera Chiara che era stata capace di esasperarlo fino a condurlo a tanto.
Nicola Stasi, invece, padre di Alberto, ha creduto da subito alle parole di quel figlio al quale aveva dato tutto che glu aveva giurato di essere innocente. Nicola Stasi è stato l’unico della famiglia ad avere parole d’affetto per la povera vittima. Da una sua intervista rilasciata ad un giornalista: “Vedevo Chiara come la madre dei miei nipoti, la futura nuora che ogni genitore vorrebbe, bella, intelligente, buona…..”.

Che può dirci sulla scena del crimine?

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non sono state repertate impronte di estranei nell’appartamento; non è stata aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto cui lei tentava di sfuggire. Chiara è stata attinta al volto dai primi colpi proprio mentre parlava con il suo aggressore, di quel gesto così violento ella è rimasta sorpresa tanto che all’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani. L’omicida era determinato ad uccidere e dopo averla stordita con i primi colpi si è accanito sulla giovane colpendola ripetutamente alla testa fino a sfondarle il cranio. Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i Poggi non erano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa tanto che si è diretto in bagno e vi è rimasto a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del dito medio sul dispenser.

L’assassino ha gettato il cadavere di Chiara giù dalle scale della cantina come se fosse stato un oggetto, forse in un ultimo gesto di disprezzo o ha pensato di poter simulare un incidente domestico, alternativa meno probabile. La messinscena dell’incidente sarebbe in ogni caso ascrivibile ad un conoscente, infatti, alterare una scena del crimine presuppone dei potenziali vantaggi per chi ha commesso il crimine, vantaggi che solo un soggetto vicino alla vittima potrebbe avere, un estraneo non ha motivo di alterare una scena criminis perdendo tempo prezioso dopo aver commesso un reato tanto grave.

Come si comportò Alberto Stasi al funerale di Chiara?

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a distanza chiunque fosse presente a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti ma la loro disperazione ai funerali delle proprie compagne è apparsa null’altro che una chiara mistificazione. Entrambi, infatti, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

Ci riferisce il contenuto delle intercettazioni?

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince che egli ha seguito ossessivamente le indagini, ha interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, è stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato dei Poggi e dei loro periti e si è completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio non fosse mai esistita.
Alberto Stasi, mostrandosi consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”. Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride)“, e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”. Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi Gianluigi Tizzoni e del perito Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”. Infine, uno Stasi sicuro di farla franca ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.

Alberto non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza il giorno in cui è stata barbaramente uccisa, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme né si mai chiesto il perché di quell’omicidio. Evidentemente, il suo non è stato altro che il tentativo di un colpevole di rimuovere, di esorcizzare un fatto che lo aveva visto protagonista. Stasi si è concentrato su se stesso e ha cercato di apparire come un capro espiatorio, un povero perseguitato, un nuovo Enzo Tortora. Il suo atteggiamento ha ricalcato alla lettera quello di molti colpevoli che evitano anche solo di evocare il nome della vittima per il timore di mettere a rischio la propria posizione.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato questo atteggiamento di Stasi: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico su di lui, in uscita su un settimanale, di cui Stefania Kappa aveva riferito ad una comune amica, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “. E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…”( la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre di capelli ritrovati sulla scena del crimine: “… si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “… mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. Ok”.

Pochi mesi dopo l’orribile omicidio di Chiara, Stasi, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino; Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio, ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente, Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto è sembrato, da subito, pronto a chiudere quel fastidioso capitolo ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo, a rimandare. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore provato dalla famiglia Poggi, a volte sprezzante ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se egli fosse stato innocente, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, carico di perversioni, menzogne, odio, violenza e sangue, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente e con il quale egli ha finito inesorabilmente per fare i conti.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino ed anche in questo caso, Alberto Stasi ha mostrato una patologica assenza di empatia e di senso morale. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

E’ vero che Alberto Stasi ha scritto una dedica a Chiara sulla sua tesi?

Il 27 marzo 2008 Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano.

Stasi ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata: “A Chiara che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto definisca l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano”, Stasi non riesce ad apostrofare l’assassino della Poggi come merita perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, Alberto, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, ha commentato così: “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”. Tale atteggiamento sarcastico appare, a dir poco, sprezzante nei confronti della famiglia della vittima e ci permette di attribuire il giusto ‘disvalore’ alla dedica sulla tesi.

Una breve intervista sul femicidio

DRAGONI, STAMATTINA L’ULTIMO SALUTO A MARIA TINO. ECCO COSA HA DETTO LA NOTA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ”IL FEMICIDIO CONSEGUENZA DI UNA SOCIETA’ RETROGRADA”

Pubblicato il 16 luglio 2017 da Lorenzo Applauso in Cronaca, Molisannio

Dragoni. Ultimo saluto fra una grande folla commossa , stamattina, nella Chiesa dell’Annunziata di Dragoni, piccolo centro del casertano, per Maria Tino la 49enne uccisa lo scorso giovedì la suo compagno Massimo Bianchi ora rinchiuso in carcere. Chiesa gremita e tanta commozione dentro e fuori. Un ennesimo caso di femminicidio, tre in due giorni, avvenuti in Italia ha focalizzato maggiormente l’attenzione dei media su questo fenomeno dilagante che ogni anno fa oltre un centinaio morti.

I FATTI

Lo ricordiamo, erano le 15.15 circa del 13 luglio scorso quando nella piccolissima piazza Municipio, del centro storico del piccolo comune, cosi viene chiamata ancora oggi la piazzetta, dove una volta c’era la casa comunale e la vita del piccolo centro, Massimo Bianchi ha esploso tre colpi di pistola legittimamente detenuta, centrando mortalmente al torace la compagna quella che lui diceva di amare.

Le motivazione, secondo le indagini della Magistratura sono verosimilmente da condurre alla volontà della vittima di interrompere la relazione sentimentale. Il 61enne poi dopo aver ucciso la donna è rimasto sul posto senza allontanarsi, contriariamente a come si era detto e avevamo scritto. L’uomo è stato poco dopo fermato ed arrestato sul posto dai Carabinieri del personale della Stazione di Alvignano competente per territorio. L’omicida al momento, risulta di non essere mai stato denunciato dalla vittima. La donna lascia due figli adulti in un profondo dolore già provati per la precedente vicenda, quando il padre , ora in carcere, lo scorso anno accoltellò Maria Tino che fini in ospedale fra la vita e la morte, probabilmente per lo stesso uomo che oggi l’ha uccisa Ma cosa succede esattamente nella testa di un uomo in casi come questi? Qual è il meccanismo che scatta e che porta a tragedie cosi grandi e cosi frequenti, sotto l’aspetto criminologico? Lo abbiamo chiesto alla nota criminologa Ursula Franco che si occupa a livello nazionale dei maggiori casi di cronaca e di casi analoghi al caso di Dragoni.

IL PARERE DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: “IL FEMICIDIO CONSEGUENZA DI UNA SOCIETA’ RETROGRADA”

“Da un punto di vista sociologico per femminicidio si intende l’omicidio di una femmina commesso per punirla nel caso che, allontanandosi dal ruolo ideale imposto dalla tradizione, si sottragga al potere e al controllo del proprio padre, marito, compagno o amante che sia. Da un punto di vista criminologico – spiega ancora l’autorevole professionista – l’omicidio di genere è detto invece femicidio. Il femicidio è una conseguenza della mentalità retrograda e maschilista su cui si fonda la società patriarcale che riconosce, purtroppo, nella donna una sorta di possedimento del maschio. I femicidi, in genere, maturano in famiglia, possono essere l’atto finale di un percorso caratterizzato da minacce e violenze che la donna subisce per anni o la conseguenza dell’incapacità del maschio di accettare l’abbandono da parte della femmina, in questi casi, spesso, dopo il delitto, l’omicida si toglie la vita. Nel primo caso molte donne subiscono soprusi e violenze a causa della dipendenza economica dal partner, dell’educazione alla sottomissione e per proteggere i propri figli”.

Caso Maria Ungureanu: una mia intervista al CASERTASERA

LA MORTE DI MARIA NELLA PISCINA DI S. SALVATORE TELESINO, LA PROCURA VA IN CASSAZIONE? PARLA LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

pubblicato il 3 luglio 2017 da Lorenzo Applauso in Cronaca, Molisannio

San Salvatore Telesino. Secondo fonti certe, la Procura ricorrerà in Cassazione in merito alla richiesta d’arresto degli unici indagati per la morte della piccola Maria Ungureanu, i due fratelli: Daniel e Cristina. Ricorderete tutti la storia della bambina trovata senza vita nella piscina di un resort di San salvatore Telesino. Una storia lunga ed infinita che ha fatto tanto discutere nel piccolo e tranquillo comune sannita. Su quello che saranno i futuri scenari di questa vicenda che assume sempre più i colori di un giallo abbiamo sentito la criminologa Ursula Franco che è consulente della difesa di Daniel e Cristina Ciocan, avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Nicola Verrillo.

– Dottoressa Franco, quali sono state le conclusioni del GIP, Flavio Cusani, e dei Giudici del Riesame di Napoli in merito alle richieste della Procura?

“Quattro Giudici, dopo aver studiato gli atti, hanno criticato con veemenza gli inquirenti riguardo allo svolgimento delle indagini, hanno smontato punto per punto il fallace impianto accusatorio della Procura di Benevento e hanno finalmente fatto riferimento ad una ricostruzione alternativa dei fatti, la morte accidentale, che è l’unica che si confà alle risultanze investigative. Inoltre, sia il GIP che i tre Giudici del Riesame hanno invitato la Procura di Benevento ad indagare sul padre di Maria, in quanto il suo sperma è stato repertato dai RIS su una maglietta della bambina e sulla coperta del suo lettino e sono agli atti un’infinità di intercettazioni incriminanti a suo carico”.

– Dottoressa, se è così perché la Procura di Benevento non dovrebbe rivedere le proprie posizioni?

“Bella domanda, una domanda da un milione di dollari. E’ difficilissimo che una Procura cambi rotta ed invece i P.M. devono essere educati a riconoscere i propri errori, errare è umano ma ciò che la Procura di Benevento, da oltre un anno, sta facendo a due ragazzi estranei ai fatti, è umanamente inaccettabile. I fatti accaduti non si possono cambiare a posteriori, è inutile continuare a percorrere la via sbagliata, in questo caso giudiziario gli atti parlano chiaro, ci dicono che la morte della bambina fu accidentale e che ad abusarla era il padre”.

– Dottoressa Franco, dove porterà il ricorso della Procura in Cassazione?

“Da nessuna parte. Da un punto di vista tecnico ci dice che, purtroppo, il nuovo Procuratore appoggia la tesi della P.M. e che quindi verità e giustizia per Maria Ungureanu sono lontane”.

Caso Maria Ungureanu: una mia intervista a Le Cronache Lucane

PER QUATTRO GIUDICI I FRATELLI CIOCAN SONO ESTRANEI AI FATTI MA LA PROCURA DI BENEVENTO NON DEMORDE, E’ MASOCHISMO?

Maria Ungureanu e Daniel Ciocan

di Domenico Leccese, pubblicato il 3 luglio 2017 su Le Cronache Lucane

Secondo indiscrezioni, la Procura ricorrerà in Cassazione in merito alla richiesta d’arresto degli unici indagati per la morte della giovane Maria Ungureanu, a tal proposito abbiamo sentito la dottoressa Ursula Franco, criminologa e consulente della difesa di Daniel e Cristina Ciocan, avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Nicola Verrillo

Dottoressa, può riassumerci le conclusioni del GIP, Flavio Cusani, e dei Giudici del Riesame di Napoli in merito alla richiesta di arresto dei fratelli Ciocan emessa dalla Procura di Benevento?

I quattro Giudici hanno smontato punto per punto il fallace impianto accusatorio della Procura di Benevento e hanno finalmente fatto riferimento ad una ricostruzione alternativa dei fatti, la morte accidentale, che è l’unica che si confà alle risultanze investigative, inoltre sia il GIP che i tre Giudici del Riesame hanno invitato la Procura di Benevento ad indagare sul padre di Maria, Marius Ungureanu, in quanto il suo sperma è stato repertato dai RIS su una maglietta della bambina e sulla coperta del suo lettino e sono agli atti un’infinità di intercettazioni incriminanti a suo carico.

Che significato ha il ricorso della procura in Cassazione?

Da un punto di vista tecnico ci dice che il nuovo Procuratore appoggia la tesi della P.M., dal punto di vista dei contribuenti significa che si aggiungeranno altri costi oltre a quelli delle inutili indagini a senso unico fatte finora e, a mio avviso, è un segnale di masochismo.

Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Le procure devono imparare a riconoscere i propri errori, errare è umano ma ciò che la Procura di Benevento, da oltre un anno, sta facendo a due ragazzi innocenti è inaccettabile. I fatti accaduti non si possono cambiare a posteriori, in questo caso giudiziario gli atti parlano chiaro, ci dicono che la morte della bambina fu accidentale e che ad abusarla era il padre.

Marius e Andrea Ungureanu

Intervista sull’omicidio di Marina Di Modica

L’OMICIDIO DELLA LOGOPEDISTA MARINA DI MODICA

Per il crimine è stato condannato Paolo Stroppiana a 14 anni di reclusione. La criminologa Ursula Franco ne svela i punti salienti ed il profilo psicopatologico del reo

Paolo Stroppiana è stato condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio della logopedista Marina Di Modica, omicidio che, in dubio pro reo, la cassazione ha ritenuto preterintenzionale. Stroppiana è rinchiuso in carcere dal 14 aprile 2011.
Nella sua requisitoria il procuratore generale Vittorio Corsi ha affermato: “Signori giurati, guardatelo, è una maschera di falsità, processi come questo ne capitano uno ogni cento anni, l’uomo che vedete, come hanno raccontato diverse sue amanti, ha abitudini sessuali rischiose, predilige stringere il loro collo dopo averle ammanettate, dovete assicurarlo alla giustizia e non assolverlo”. Secondo i giudici di secondo grado: “L’esecuzione dell’omicidio è stata facilitata dalla fiducia che la Di Modica aveva ingenuamente concesso allo Stroppiana nella convinzione di avere a che fare con una persona leale e corretta, nella particolare circostanza, aveva fatto affidamento sulla presunzione che colui, il cui invito aveva accettato, rispettasse delle elementari norme di civiltà adottate in tutti gli ambiti sociali ed in tutti i tempi e si era perciò completamente rimessa alla sua lealtà” (Sentenza 21 luglio 2008, Corte di Assise di Appello di Torino).

di Domenico Leccese, pubblicato su ROMA il 1 luglio 2017

Dottoressa chi è Paolo Stroppiana?

Paolo Stroppiana è nato a Torino il 21 agosto del 1957 e ancora minorenne si è iscritto al Fronte della Gioventù di cui è divenuto segretario provinciale e presto dirigente nazionale; ha frequentato per tre anni il Quinto liceo; nel 1973, per motivi politici, si è trasferito all’Istituto privato Mazzarello; negli anni del liceo ha partecipato a pestaggi di studenti di sinistra; alla fine degli anni ’70 ha aderito al gruppo eversivo di estrema destra NAR Terza Posizione; ha partecipato a furti di mezzi di trasporto ed a rapine che il gruppo faceva per autofinanziarsi. Nel 1982, arrestato a Roma dopo una rapina, accusato di rapina pluriaggravata, ricettazione, banda armata, detenzione di armi e lesioni personali, il camerata Stroppiana si è dissociato e ha collaborato con gli inquirenti fornendo dettagli circa i fatti ed indicando i nomi dei compagni. Testimone al processo di piazza Fontana ed a quello per la strage di Bologna ha fatto rivelazioni sugli intrecci tra i gruppi di estrema destra. Negli anni ha accumulato alcune condanne per emissione di assegni a vuoto.

Chi era Marina Di Modica e come conobbe Stroppiana?

Marina di Modica era nata a Torino il 19 giugno del 1956, aveva lavorato in ospedale come logopedista, incontrò il filatelico Stroppiana a casa dell’amica comune Bianca Tovo e purtroppo per lei lo trovò “interessante, anche se un po’ stranocchio”, così almeno lo descrisse alla moglie del padre. Marina parlò a Paolo di alcuni francobolli trovati nella soffitta della madre e, dopo circa un mese, Stroppiana la invitò a cena.

Quando scomparve la Di Modica e cosa ricondusse a Stroppiana?

Dalla sera in cui Marina avrebbe dovuto incontrare Stroppiana a cena, sono scomparsi i francobolli ed è scomparsa Marina. La donna è svanita nel nulla lasciando un appunto sull’agenda, al giorno 8 maggio 1996, tra le ore 18 e le 19: Cena Paolo per francobolli. Grazie a questo appunto gli inquirenti sono risaliti facilmente a Stroppiana, il quale solo dopo molti anni è stato processato e finalmente è entrato in carcere nell’aprile del 2011. Sono molti gli indizi contro di lui, le ritrattazioni e le menzogne che ha raccontato negli anni agli inquirenti e ai giudici, tali che Stroppiana è stato condannato senza che il corpo di Marina fosse mai trovato.

Com’era Marina e cosa fece prima di sparire?

La Di Modica era una donna di 39 anni, riflessiva, riservata, timida, educata, un po’ introversa, salutista, single ma desiderosa, a detta delle amiche, di un compagno e di un figlio, è scomparsa dopo essere stata dal parrucchiere, dopo essersi comprata scarpe e calze nuove per una cena con una persona “interessante”.

Come si è comportato Stroppiana durante il processo a suo carico per l’omicidio della Di Modica?

Paolo Stroppiana, durante le udienze del processo per omicidio, non ha manifestato emozioni, ha letto alcune dichiarazioni scritte, per il resto, ha parlato in modo monotono come se leggesse, ha trascorso la maggior parte del tempo con una o entrambe le mani davanti alla bocca, ha ascoltato impassibile il suo colorito avvocato ed a volte, mentre rispondeva al giudice, è stato a dir poco indelicato nei confronti della vittima, infine, ha sorriso molto. Durante gli anni che lo hanno visto protagonista del caso Di Modica, ha concesso varie interviste ai giornalisti e si è lasciato andare a battute ironico sarcastiche del tipo:  “… per fortuna quella sera (quella della scomparsa di Marina) ero fuori a cena con amici e non ero a casa con il mal di pancia. Sarebbe stato antipatico doverlo andare a spiegare”. In primo grado, alla lettura della sentenza di condanna a 21 anni per omicidio volontario, è rimasto basito. In secondo grado, alla lettura della sentenza che lo ha condannato ad una pena minore, 16 anni per omicidio preterintenzionale, ha riso fino a mostrare le gengive, ha riso di un sorriso intrattenibile.

Chi è Stroppiana da un punto di vista psicopatologico?

Paolo Stroppiana è un uomo incline alla violenza come prova il suo curriculum. Da giovane è entrato, con tutta probabilità, in un gruppo eversivo di estrema destra solo per la sua necessità di agire violenza. Stroppiana non è mai stato motivato politicamente. Appena lo hanno arrestato, a Roma, dopo una rapina, si è dissociato e durante il processo d’Appello ha dichiarato: “Non ero motivato per fare il terrorista e per fare la lotta armata, non ne condividevo… ” (udienza del 29 aprile 2008).

Paolo Stroppiana è sommerso da un punto di vista emozionale da sentimenti di rabbia, ostilità e disprezzo, in specie nei confronti delle donne e proprio queste sono le motivazioni che lo hanno condotto a comportamenti aggressivi e violenti.

Stroppiana è uno psicopatico che indossa la maschera della sanità, ha ucciso perché disprezza le donne ma non ha ucciso tutte quelle con cui ha avuto rapporti sessuali, la sua vittima ideale è una donna vulnerabile. Stroppiana ha un elevato grado di controllo su tutto, si è preso il tempo necessario a studiare la sua vittima e ad organizzare la trappola nei dettagli, anche in passato, a parte le risse, ha sempre valutato rischi e benefici, non si è mai esposto troppo durante la lotta armata, sceglieva i mezzi da rubare o le banche da rapinare ma, in realtà, non partecipava mai in prima linea alle rapine. Egli, come ha potuto, per ottenere vantaggi per sé, ha venduto i compagni. Stroppiana è sempre stato un opportunista, un vigliacco, ha ucciso una donna indifesa, infatuata di lui. Il suo fascino per trascorsi politici e relative conoscenze, le sue capacità manipolatorie, il lavoro alla Bolaffi, le amicizie altolocate, in una Torino borghese e provinciale, sono state la sua tela di ragno. Stroppiana, non a caso, con Marina Di Modica ha messo in pratica la tecnica del ragno, una delle tre tecniche usate dai serial killer per catturare le proprie vittime; dopo averla manipolata, l’ha attirata in casa sua e l’ha uccisa.

Come inquadra l’omicidio della Di Modica?

Stroppiana ha fantasticato e pianificato nel dettaglio l’omicidio di Marina Di Modica finché il risentimento che ha dato vita alle sue fantasie lo ha condotto a metterle in pratica. Paolo Stroppiana è un anger-retaliatory sexual murderer il cui movente è l’odio nei confronti delle donne, un odio che nasce da un rapporto problematico con una figura femminile, forse la madre; le sue vittime non sono che surrogati di quella figura.

Sembrerebbe un omicidio ascrivibile ad un serial killer.

Stroppiana è un serial killer organizzato che ha avuto, fuori dal carcere, una vita sociale ordinaria e perfettamente funzionale ai suoi impulsi di morte. Della sua vita sociale ordinaria hanno fatto parte un impiego alla Bolaffi dal 1987, il fidanzamento con la collega Beatrice Della Croce di Dojola ed una passione per l’alpinismo. Durante i 18 anni di fidanzamento con Beatrice, Stroppiana ha avuto molte amanti, Elena Strobbia, Margherita Meneghin, A. A. e molte altre, che, sentite durante il processo, hanno permesso di delinearne la personalità, facendo emergere una figura di arrampicatore sociale, apparentemente normale nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali ma incapace di un vero rapporto d’amore e rispetto, desideroso di rapporti sessuali particolari, mentitore abituale, capace di atti di intimidazione e di violenza se rifiutato.

Perché Stroppiana scelse di uccidere proprio la Di Modica?

Quando il giudice, durante il processo, ha chiesto a Paolo Stroppiana se fosse a conoscenza del fatto che Marina soffrisse la sua solitudine, ha risposto: “… è evidente che se una persona di 40 anni è sola….”, Stroppiana evidentemente sapeva.  Il filatelico scelse la Di Modica proprio per le sue debolezze, una vittima perfetta, una donna vulnerabile da manipolare utilizzando il proprio carisma, una donna da usare come un oggetto per soddisfare i proprio bisogni patologici. Paolo disprezzava la Di Modica, ne fantasticò l’omicidio e al momento giusto mise in atto le proprie fantasie.

Secondo lei, Beatrice Della Croce di Dojola, la fidanzata di Stroppiana, ha rischiato di essere uccisa?

No, Stroppiana ha mostrato di rispettare la propria fidanzata, Beatrice, non l’ha uccisa perché la usava, la donna aveva un cognome altisonante e un giro di amicizie altolocate. La Della Croce gli serviva, lo ha aiutato a costruirsi il personaggio. A volte, durante l’atto sessuale la legava, l’ammanettava, una volta le ha stretto il collo fino a renderla cianotica, ma non l’ha uccisa, “.. non ho mai messo Beatrice in condizioni di pericolo” (Udienza del Processo della corte d’Assise d’Appello). Proprio la Della Croce lo ha protetto per anni con un alibi falso quando è stato ritrovato l’appunto sull’agenda di Marina ma poi la donna ha ‘chiaccherato’ troppo, si è tradita e si è scoperto tutto.

Beatrice Della Croce, ha quindi mentito agli inquirenti?

Beatrice ha mentito ma non è stata processata per favoreggiamento a causa della prescrizione del reato; per i giudici che hanno condannato Stroppiana, hanno mentito sull’alibi sia lei che sua figlia Maria Alberta, la quale ha confessato in aula di averlo fatto per “paura di fare male a Paolo”.

Che Torino è emersa dal processo a Stroppiana?

Dal processo è venuta fuori una Torino bene provinciale, piccolo borghese, un gruppo di amici dispatici, chiaccheroni, frustrati, sentimentalmente falliti e insensibili. Un gruppo del quale facevano parte conoscenti comuni a Paolo e a Marina, nessuno dei quali si è mai preso la briga di mettere in guardia la delicata Marina da un mostro come Paolo Stroppiana.

Perché Stroppiana non ha rivelato il luogo dell’occultamento del corpo di Marina?

Paolo Stroppiana, invitato dall’avvocato Zancan, durante un’udienza, a liberarsi, a parlare, non ha confessato l’omicidio, non ha detto dove aveva occultato il corpo della Di Modica; nonostante i vantaggi che ne avrebbe tratto processualmente, il filatelico ha scelto di non parlare, non perché non gli interessasse una riduzione della pena ma perché ha ben valutato, ancora una volta, rischi e benefici; se avesse indicato dove si trovano i resti di Marina, la sua posizione si sarebbe aggravata, avrebbe rischiato, forse, di essere giudicato per almeno un altro omicidio. Raramente quando ci si imbatte in un serial killer si viene in contatto con lui al primo omicidio.

Dottoressa, che cosa pensa della condanna per omicidio preterintenzionale a soli 14 anni?

Il rischio che, una volta libero, Stroppiana torni ad uccidere è elevato. Non dimentichiamoci poi di Camilla Bini, la cui scomparsa è facilmente riconducibile a Paolo Stroppiana, in specie alla luce della condanna per l’omicidio della Di Modica.

Chi era Camilla Bini e perché lei afferma che la sua scomparsa sia riconducibile a Stroppiana?

Camilla Bini, amica e collega comune di Beatrice Della Croce e di Paolo Stroppiana, è scomparsa da Torino nell’agosto del 1989. Camilla, madre somala e padre italiano, era nata a Mogadiscio il 6 luglio del 1955, ultima di 6 figlie, ed era cresciuta in collegio. A 15 anni si era trasferita in Italia, a Subiaco, presso un convitto di suore e aveva lavorato come segretaria d’azienda. Dopo qualche anno si era trasferita a Torino dove era impiegata alla Bolaffi. E’ stata descritta dai conoscenti come bella, gentile e diffidente. E’ scomparsa l’8 agosto del 1989, il giorno prima di partire per le ferie estive. All’epoca della scomparsa frequentava Paolo Stroppiana, a volte da solo, a volte in compagnia di Beatrice. In quel periodo il filatelico aveva confessato ad un collega di aver avuto rapporti intimi con lei, mentre, dopo la scomparsa della ragazza, aveva negato le frequentazioni assidue e aveva riferito agli inquirenti di averla conosciuta solo superficialmente. Camilla era mulatta, africana, di famiglia modesta, caratteristiche che sono per Stroppiana un disvalore e che hanno risvegliato in Stroppiana il disprezzo. Beatrice e Paolo hanno descritto Camilla come “una con molti fidanzati, alla ricerca di un uomo ricco da sposare”. Beatrice Della Croce ha riferito agli amici: “La Bini aveva il complesso di essere una ragazza africana e voleva che le presentassi ragazzi ricchi”. La giovane Camilla, lontana dalla propria famiglia, in procinto di partire per le ferie estive, rappresentava la vittima ideale, per caratteristiche psichiche e situazionali. Il suo omicida era a conoscenza della imminente progettata partenza per le vacanze estive e sapeva che nessuno avrebbe cercato Camilla per lungo tempo, non poteva sperare in un momento migliore per ucciderla e farne sparire il corpo.

19665612_1497143720309106_2632557962296176040_n