Riflessioni sul caso Chico Forti

“Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente”. Charles Foster Kane, protagonista di Citizen Kane (Quarto Potere), 1941.

Chico Forti

Intorno alle ore 16.00 di giovedì 15 giugno 2000, Enrico Forti, detto Chico, un ex campione italiano di windsurf, è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di un uomo di 43 anni, Dale Pike, figlio di Anthony Pike, proprietario del Pike Hotel di Ibiza che Chico stava cercando di acquisire.

Dale Pike è stato ucciso il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami, con due colpi di cal. 22 alla testa, il secondo colpo è stato esploso a distanza ravvicinata. Un surfista, David Suchinsky, ha ritrovato il suo cadavere su una spiaggia di Key Biscayne, Sewer Beach (Virginia Beach), verso le 18.00 del 16 febbraio 1998. Il corpo di Dale era stato denudato per spostare l’attenzione su una pista omosessuale (staging). E’ escluso che Sewer Beach fosse un luogo d’incontro di omosessuali.

il cadavere di Dale Pike a Sewer Beach

Il 19 febbraio 1998, Chico Forti, interrogato dagli inquirenti come persona informata sui fatti, sostenne di non aver incontrato Dale Pike in Aeroporto al suo arrivo, il 15 febbraio.

Il 20 febbraio, messo di fronte all’evidenza (Chico, il 15 febbraio, alle 19.16 aveva telefonato a sua moglie da Key Biscayne) Forti ritrattò e disse di aver raccolto Pike in Aeroporto alle 18.15 e di averlo lasciato, 25 minuti dopo, nel parcheggio del Rusty Pelican, un locale non distante da Sewer Beach, luogo dove fu ritrovato il cadavere del povero Dale.

Enrico Forti riferì che Dale aveva effettuato una telefonata da una stazione di servizio, che lo stesso sarebbe dovuto andare ad un party e che erano rimasti d’accordo che si sarebbero incontrati tre giorni dopo, all’arrivo del padre di Dale, Anthony Pike.

Chico Forti aggiunse inoltre di aver telefonato alla moglie non appena lasciato Dale Pike nel parcheggio del Rusty Pelican e, ormai in ritardo per l’appuntamento delle 19.00, di essersi diretto immediatamente verso Fort Lauderdale per prendere il suocero.

In un’intervista televisiva, uno dei detective della polizia di Miami che si è occupato del caso, ha riferito che Enrico Forti fornì una seconda versione, Chico disse che se avesse detto la verità alla polizia, un criminale tedesco con cui era in affari, tale Thomas Heinz Knott, si sarebbe vendicato colpendo la sua famiglia, aggiungendo che Knott gli aveva detto che avrebbero dovuto sistemare Dale e che per il bene della sua famiglia, Chico lo avrebbe dovuto prelevare in aeroporto per portarglielo. Forti riferì di aver seguito le indicazioni di Knott e che non sapeva che cosa Thomas avesse pianificato (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

Thomas Heinz Knott

1) Enrico Forti sostiene di aver mentito inizialmente agli investigatori per paura, in quanto non solo era venuto a conoscenza della morte di Dale ma i detective gli avevano riferito, mentendo, che pure il padre di Dale, Anthony Pike, era stato trovato morto. Questa sua giustificazione non regge, egli infatti, già in una telefonata intercorsa tra lui e la moglie alle 19.16 della sera dell’omicidio, telefonata che agganciò una cella vicina a Sewer Beach, luogo in cui fu ritrovato il cadavere di Pike, riferì alla donna di non aver incontrato Dale Pike in aeroporto e in seguito, prima di dire questa stessa menzogna agli inquirenti, la disse sia al suo avvocato, che al padre di Dale, che a Thomas Knott. 

La circostanza che già alle 19.16 del 15 febbraio 1998 Chico Forti negasse con la moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso Dale e che proprio per questo motivo negò a tutti i suoi interlocutori di averlo incontrato.

L’aereo con a bordo Dale arrivò a Miami, alle 16.30, con mezzora di ritardo rispetto all’orario previsto per l’atterraggio (lo afferma Forti nel suo primo interrogatorio, pag. 54).

Chico, a suo dire, prelevò Dale all’aeroporto di Miami intorno alle 18.15 e impiegò circa 25 minuti per raggiungere Sewer Beach (Key Biscayne), alle 19.16 chiamò sua moglie da Key Biscayne, come risulta dai tabulati, pertanto ebbe circa mezzora per uccidere Dale e alterare la scena del crimine (staging).

Riguardo allo staging, sia chiaro che solo un conoscente della vittima avrebbe avuto interesse a far passare l’omicidio di Dale per un delitto maturato in un contesto omosessuale, non un sicario né un assassino occasionale.

Dale Pike

2) Dale Pike fu ucciso con una pistola cal. 22. Qualche tempo prima dell’omicidio, Thomas Knott e Chico Forti avevano comprato una pistola dello stesso calibro, quella pistola, che Chico aveva pagato con la sua carta di credito e che aveva fatto intestare a Knott, non è mai stata ritrovata.

3) Della fantomatica telefonata di Dale Pike, riferita agli investigatori da Forti che, secondo lui, fece da una stazione di servizio, non vi è traccia; viene da chiedersi perché, avendo fretta di andare a Fort Lauderdale a prendere il suocero che doveva arrivare alle 19.00, Enrico non abbia prestato il suo cellulare a Dale, la risposta è semplice: Dale, che doveva pernottare da Forti, non doveva fare e non fece nessuna telefonata. E’ chiaro che Chico non sarebbe andato a prendere Dale Pike in aeroporto se, come cerca di suggerire, Dale avesse avuto intenzione di passare la notte da qualcun altro.

4) Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike e alterò lui stesso la scena del crimine, se avesse avuto dei complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, né avrebbe consentito ai suoi complici di usare un’arma dello stesso calibro della sua. Tra l’altro Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve nefurono.

5) Una scheda telefonica è stata ritrovata accanto al cadavere di Dale Pike, quella scheda era stata usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto). E’ facile inferire che la scheda appartenesse a Dale e che lo stesso avesse tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti vennero fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). Da notare che su quella scheda telefonica non vi è traccia di telefonate ad altri numeri se non a quello di Chico, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto da una stazione di servizio. 

6) Prima di ritrattare, Forti chiese alla moglie di far lavare l’auto con la quale aveva prelevato Dale Pike in aeroporto. E’ Enrico Forti a riferirlo in un’intervista rilasciata dopo la sua condanna: “La macchina… la mia macchina veniva lavata ogni settimana. Circa a metà della settimana. Non fu lavata il giorno dopo, fu lavata… credo tre o quattro giorni dopo… era la domenica e credo che venne lavata o il mercoledì o il giovedì. Ma si trattò di un lavaggio che era un lavaggio di routine, che facevamo ogni settimana. Fu mia moglie che la portò a lavare perché era sempre lei che la portava a lavare”.

Chico Forti uccise Dale Pike domenica 15 febbraio 1998; nei giorni di mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio, fu sentito dai detective della polizia di Miami come persona informata sui fatti.

7) Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il cadavere di Pike, non solo era poco fruibile a chi sarebbe dovuto uscire in windsurf perché la strada d’accesso era chiusa per un precedente uragano ma quel giorno la direzione del vento non era ideale per uscire con la tavola a vela da quello spot, e un esperto di windsurf, un abitué come Chico Forti, sapeva che difficilmente avrebbe incontrato qualcuno su quella spiaggia, in specie dopo le 18.30.

8) Non è vero che Chico Forti si rifiutò di collaborare con i detectives di Miami riguardo alla posizione dell’amico/truffatore Thomas Knott, Chico, già dal primo interrogatorio, cercò di spostare l’attenzione su Knott ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale perché evidentemente Thomas Knott era estraneo ai fatti.

Anthony Pike negli anni 70

9) Questo caso è una matrioska: truffe tra truffatori. Chi difende Chico Forti sostiene che non è vero che stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore, se fosse vero che Pike e Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per far attribuirne a Chico Forti l’omicidio e incastrarlo.

In un’intervista rilasciata dopo la condanna, Chico Forti, ad una domanda sugli eventuali vantaggi che Thomas Knott avrebbe ricavato dalla morte di Dale Pike, ha risposto: “Beh… Dale Pike e Tony Pike… sarebbero andati dal mio avvocato Paul Steinberg a fare un’azione legale per oltre centomila dollari di frode di carte di credito rubate, falsi trasferimenti dal conto di Tony Pike… Tom Knott aveva paura che il suo passato fosse venuto a galla… che le truffe che aveva fatto negli Stati Uniti fossero venute a galla e che avrebbe passato il resto della sua vita in prigione. Quindi, io credo che aveva delle motivazioni gigantesche, non minime, gigantesche, e un interesse enorme, per la morte di Dale Pike”.

Chico Forti continua a sostenere questa tesi nonostante le indagini abbiano rivelato che Anthony Pike e Thomas Knott erano d’accordo nel truffare le assicurazioni delle banche, le quali rimborsavano a Pike il denaro addebitato sulla sua carta di credito dopo la denuncia del furto, denaro con il quale Anthony e Thomas se la spassavano insieme a Miami. E’ quindi logico pensare che, Anthony Pike, avendo progettato con Thomas Knott la truffa alle assicurazioni non sarebbe mai andato da un avvocato per denunciare l’amico Knott rischiando di venir incriminato anch’egli se fossero state fatte indagini più approfondite sui movimenti dei suoi conti correnti e sulla storiella delle carte di credito ‘rubate’.

Pike hotel ibiza

10) Non è vero che Chico Forti sia stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike; nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti).

In ogni caso, se un soggetto viene assolto per un reato correlato in cui è riconoscibile un movente, quel reato non è punito ma non perde automaticamente il suo valore di movente, come nel caso di Alberto Stasi. Stasi uccise Chiara Poggi perché temeva che la ragazza rendesse pubbliche le sue parafilie e l’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non ha cancellato le 7064 immagini e i 542 filmati pornografici, le 21 immagini e i 7 filmati pedo pornografici che si trovavano nel disco rigido del suo computer.

The Sydney Morning Herald

11) Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario durante il quale Enrico Forti mette in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan; se davvero questi personaggi credono a ciò che sostengono, non è paradossale che nessuno di loro tema di venir “incastrato” per aver accusato la polizia di Miami Beach di aver suicidato Cunanan e quella di Miami di aver “incastrato” Chico Forti? Tra l’altro, il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha  danneggiato l’onore dei detective di Miami in nessun modo.

Riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace.

E’ esilarante ciò che ha dichiarato Red Ronnie, uno tra i tanti sostenitori di Chico Forti, in un’intervista a Cesare Cremonini.

Red Ronnie: “Chico Forti fa un servizio sulla uccisione del presunto assassino di Versace”.

Andrew Philip Cunanan si è suicidato e non è stato ucciso come vuol far intendere Red Ronnie che, essendo ragioniere, di spree killer credo mastichi ben poco. Cunanan non è il “presunto assassino di Versace” ma l’assassino di Versace… quando si dice lucciole per lanterne.

Andrew Phillip Cunanan

12) Di seguito un’analisi di uno stralcio di un’intervista tratta da Il caso Forti:

Intervistatore: (Chico) come mai non sei riuscito ad allontanare questa persona (Thomas Knott) che hai descritto come un parassita e che approfittava in questo modo?

Chico Forti: Perché questa persona era eccezionale… io credo che avesse truffato oltre trenta miliardi di lire… all’epoca… in Germania (…).

Chico Forti: Ebbene, dal momento che io e Tony Pike tagliammo Tom Knott fuori dal business, in quel momento, Tom Knott si trasforma in una vipera che è stata calpestata, la persona che è tagliata fuori dalla gallina dalle uova d’oro (…).

Durante l’intervista Chico Forti ha mostrato di stimare il truffatore Tom Knott per le sue capacità criminali e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Queste affermazioni di Forti sono particolarmente utili per delineare la personalità dell’ex campione di windsurf; non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire, ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott perché evidentemente mente quando sostiene di credere che fu lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”, ci conferma che era Chico a voler truffare Pike.

Altri stralci analizzati provenienti da un’intervista rilasciata da Enrico Forti il 4 novembre 2004 dal carcere (Everglades Correctional Institution, Miami, FL):

Chico Forti: Tutte le persone che… mi hanno dimostrato che credono nella mia innocenza, il fatto che… credo, meglio di chiunque altro, so che sono innocente, il fatto che, in fondo in fondo, credo che ci sia un fine all’ingiustizia.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Enrico Forti non nega in modo credibile di aver ucciso Dale Pike, non dice “Io non ho ucciso Dale Pike”.

Chico Forti: Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio.

Per due volte Enrico Forti, riferendosi a Dale Pike, evita di chiamarlo per nome, lo definisce semplicemente “il morto”, lo fa per prenderne le distanze. Perché dovrebbe desiderare prenderne le distanze se non fosse stato lui ad ucciderlo?

Non solo Chico prende le distanze dalla vittima ma anche dai fatti evitando ogni riferimento all’omicidio. Enrico Forti evita di dire “il ragazzo ucciso” o “il ragazzo assassinato” o “il ragazzo ammazzato”, ma dice semplicemente “il morto”, Chico non dice né “ucciso”, né “assassinato”, né “ammazzato” per evitare lo stress che gli produrrebbe l’uso di certi termini, lasciando così trapelare un suo personale coinvolgimento nei fatti.  

Da notare l’ultima frase di Forti, Chico dice “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio. Quel “dopo” è un’indicazione temporale precisaE’ irrilevante sapere che cosa stesse per dire Chico Forti prima di interrompersi e aggiustare la mira, anche se con tutta probabilità stava per dire “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo l’omicidio”, ciò che lo inchioda è il fatto che ci confermi di essere stato a Sewer Beach il 15 febbraio, giorno dell’omicidio, un’ammissione involontaria (Embedded Admission).

Giornalista: Hai ucciso tu Dale Pike?

Ci aspettiamo da Chico Forti che neghi in modo credibile e che dica che sta dicendo la verità.

Chico Forti: Assolutamente no.

“Assolutamente no” non è una negazione credibile.

Dicendo “Assolutamente no” Chico mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Chico non è capace di negare di aver ucciso Dale neanche ripetendo a pappagallo le parole del suo intervistatore.  
 
Giornalista: Hai mai considerato la possibilita’ dell’omicidio?

Chico Forti: Assolutamente no. Non c’era motivo per me di togliere la vita al figlio di una persona che consideravo un amico.

 Dicendo “Assolutamente no” e “Non c’era motivo per me di togliere la vita al figlio di una persona che consideravo un amico” Chico mostra di non possedere la protezione del cosiddetto del “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che induce i soggetti che dicono il vero a limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno.

Ci saremmo aspettati che durante l’intervista Chico dicesse “Io non ho ucciso Dale Pike” e che lo dicesse liberamente.

Enrico Forti è un truffatore, un conman, che finché non è stato inchiodato alle sue responsabilità, ha ritenuto di essere parecchio furbo, un passato di “successi” nel campo della manipolazione del suo prossimo lo ha portato a credere di potersela cavare dopo aver ucciso Dale Pike ed invece si è dovuto confrontare con gente più furba di lui: i detectives e il prosecutor che hanno indagato sull’omicidio.

Anthony ‘Tony’ Pike oggi

13) Durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia ha riferito a chi indagava che, poco tempo prima, Chico aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato, ciò che colpì gli investigatori furono le indicazioni fornite da Forti al potenziale killer, indicazioni che ricordavano da vicino le circostanze in cui era avvenuto l’omicidio di Pike (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

IN CONCLUSIONE:

– Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike, se lo avesse consegnato a uno o più complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero.

– Chico, già alle 19.16, mostrò di sapere che Dale era morto in quanto cominciò a prendere le distanze da lui dicendo a sua moglie che non lo aveva trovato in aeroporto. Forti sapeva che Dale Pike era morto perché era stato lui ad ucciderlo poco prima.

– Enrico Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano. Forti cercò invece, già dal primo interrogatorio, di spostare l’attenzione su Knott ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale perché evidentemente Thomas Knott era estraneo ai fatti. 

– Dale fu ucciso con una pistola cal. 22, Forti possedeva una cal. 22 che scomparve dopo l’omicidio; se Chico avesse chiesto a qualcuno di uccidere Pike, si sarebbe assicurato che non venisse ucciso proprio con una cal. 22., quantomeno non con la sua cal. 22 che per essere scagionato dalle accuse avrebbe avuto la premura di consegnare agli investigatori.

 BIBLIOGRAFIA

chicoforti official site

Chico forti wikipedia

Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story (con interviste ai detectives di Miami che si occuparono del caso)

L’incredibile storia di Chico Forti di Roberto Fodde

Il grande imbroglio di Chico Forti di Claudio Giusti

Il caso Forti

La vera storia di Chico Forti

Felony Murder Rule wikipedia

Delitto Versace- il sorriso della medusa documentario

Andrew Cunanan wikipedia

Andrew Cunanan – The Versace Killer (Serial Killer Documentary)

IL CASO DI CHICO FORTI di Manuela Moreno

Spree Killer wikipedia

Questo articolo, sotto forma di intervista, è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 24 agosto 2017.

 

 

 

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Un articolo del Daily Mirror rimanda al mio blog per l’analisi della telefonata di Michael Peterson al 911

Did famous novelist Michael Peterson batter his ‘beloved’ wife to death with a poker in their luxury mansion?

As BBC Radio 5 live launches its first ever true crime podcast Beyond Reasonable Doubt? presenter Chris Warburton takes a look at the fascinating American court case behind it.

BY CHRIS WARBURTON, Daily Mirror

00:00, 20 JUN 2017 UPDATED 09:44, 20 JUN 2017

Kathleen Hunt Atwater Peterson died at home

I have to confess that I haven’t read any of Michael Peterson’s novels.

A Time of War, which came out in 1990 was described in one review as having ”all the elements of a TV mini-series; lush settings, sexy characters, high-level cloak-and-dagger espionage and acts of personal bravery.”

That review is as nothing when compared with the real-life story of the author himself

Michael Peterson was a bit of a local celebrity in Durham , North Carolina – a city the size of Salford or Southampton and one third of the “Triangle” of cities completed by Raleigh and Chapel Hill.

He wrote a column for the local paper which criticised the authorities, and particularly the police – calling them bigoted and corrupt.

Killer or innocent? A new podcast looks at the death of Michael Peterson’s wife(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

He had a website ‘“ hizzoner.com ” which he used as a platform to criticise and condemn.

Ironically it was officers from that same police force, the Durham Police Dept, who arrived at Michael’s colonial style mansion in the leafy Forest Hills suburb in the early hours of that fateful December morning in 2001.

They were answering a dramatic 911 call from Peterson saying that his second wife, Kathleen, had fallen down the stairs and was no longer breathing.

That call, which even after all these years is chilling and harrowing, has been picked over and analysed. Once heard, not forgotten.

In one night the life of a vibrant, happy go lucky wife, mother and daughter had been snuffed out.

Peterson-trial.jpg
Kathleen Peterson’s sister, Candace Zamperini, at a court hearing (Image: Tribune News Service)

And in her beloved house too – the mansion where she and Michael entertained, held parties and fund raising functions, and celebrated their wedding just a few years earlier.

When Chief Investigator Art Holland and his team arrived they found the 48 year old telecoms executive dead at the foot of a narrow wooden staircase which in a bygone age was used by the servants. There was a lot of blood.

Michael said Kathleen had been drinking, was also taking valium and that she must have slipped and fallen while he, unaware, was sitting out by the swimming pool smoking and finishing off his drink.

That was the best and only explanation he had for the tragedy.


Lawyer David Rudolph with client Michael Peterson

After all, he adored her , they were soul mates he said and the five kids they shared their mansion with (his two boys from his previous marriage, two adopted girls and Kathleen’s daughter from her first marriage) testified as to how much in love Kathleen and Michael were.

He was a pillar of the community – a man who raised money for good causes, a decorated war hero. He’d even run for Mayor.

The police saw it differently. Apart from the blood, some aspects of Michael’s behaviour troubled them and after an autopsy showed lacerations on Kathleen’s skulll, they put forward an alternative version of events.

One which had Michael striking Kathleen repeatedly with a fireplace implement called a blowpoke.

Then, Kathleen, a much loved daughter, mother and sister, bled to death.

The news that Michael was being charged with first degree murder shocked and divided the community.

The case attracted the attention of a French film crew who virtually took up residence with Michael as his case was coming to court. Locals accused them of bias in favour of Michael.

Every major news network was there at the old Durham county courthouse in 2003 when the trial began. It took weeks to simply get a jury sworn in who everyone agreed with.

Beyond Reasonable Doubt is a brand new podcast about the biggest US murder case you’ve never heard of(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

It became the longest and most expensive trial in North Carolina history, watched live on TV, discussed in detail by the talk show hosts.

And they had plenty to talk about. The trial shone a light on Michael’s life, his history, his financial records and his relationship.

The defence and prosecution attorneys became household names – the D.A an upright, calm and imposing figure with a sharp Southern assistant by his side- fire and ice said one reviewer.

On the opposite bench a sharp, clever, charismatic defence attorney who was seen as a hero by some, a bit-too-clever-by-half by others.

Positioned behind them, family, friends and supporters either hung off every word of evidence or grew upset and angry.

They watched star witnesses, conflicting evidence about blood spatter and touching pictures of an earlier, happier life.

Even when the trial was over, it wasn’t really over. In the years that followed there were more court appearances, more twists, more anger, more revelations.

The case didn’t finally reach closure until February this year and I was there to see it.

In the months before I had become a bit obsessed with the case – it does that to you.

I discussed theories with my boss at Radio 5 live and my producer on the trip – they too, obsessed.


Chris Warburton delves into the death of Kathleen Peterson (Image: BBC)

My time in Durham was punctuated by moments of bizarreness which I won’t forget in a hurry and I am looking forward to sharing with you.

Join us on BBC Radio 5 live to follow every fascinating twist and turn of the case week by week, by subscribing to the podcast Beyond Reasonable Doubt?

You may become as obsessed as we are. You will certainly reach your own conclusion as to whether Michael is a cold-blooded killer or an unlucky victim of awful circumstances.

You will think the script was written by a novelist but believe me, every word of it is true.

Caso Ungureanu: intervista a Le Cronache Lucane

PERCHE’ LA PROCURA DI BENEVENTO NON ARRESTA MARIUS UNGUREANU?

Abbiamo sentito la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa dei fratelli Ciocan, avv. Giuseppe maturo e avv. Salvatore Nicola Verrillo.

di Domenico Leccese, pubblicato su Le Cronache Lucane il 22 agosto 2017

Marius Ungureanu

Dottoressa Franco, la sua dichiarazione a Urbanpost ha fatto scalpore tanto che è stata ripresa dalla stampa romena, ci può riferire esattamente che cosa ha detto alla giornalista Michela Becciu?

Ecco il testo originale: Riguardo a certe presunte indiscrezioni trapelate giorni fa sulla stampa scandalistica vorrei precisare che la povera Maria Ungureanu non si è mai confidata con nessuno riguardo alle violenze che subiva e che era suo padre Marius Ungureanu ad abusare di lei. Secondo le risultanze delle indagini, infatti, Maria fu abusata un’ultima volta, poche ore prima di morire, mentre si trovava in casa con entrambi i genitori, inoltre, l’unico dato riferibile ad una violenza sessuale è lo sperma del padre repertato dai RIS su una maglietta appartenente alla bambina e sulla copertina del suo lettino. Per quanto riguarda la maglietta, sia al momento del sequestro che in seguito, i genitori della Ungureanu hanno riferito a chi indagava che quel capo d’abbigliamento era in uso esclusivo alla povera Maria. Aggiungo che, ormai da più di un anno sostengo che durante l’annegamento, che fu semplicemente un evento accidentale, Maria Ungureanu si trovava in compagnia di un’amica più grande di lei, il suo nome è agli atti, Maria aveva un appuntamento con lei per una passeggiata già dal giorno precedente e proprio lei cercò poco prima di morire. Nessuno vide le due ragazzine entrare nel giardino con la piscina perché, sapendo che non avrebbero potuto entrarci, vi sgattaiolarono di nascosto. Dopo l’incidente, l’amica di Maria fuggì perché, proprio a causa di una sua leggerezza, intervenne un fatto gravissimo del quale temette di dover rispondere non solo alle autorità ma anche ai propri genitori. La testimone presente durante l’annegamento di Maria, quando è stata interrogata ha capito che gli inquirenti erano disinteressati ai suoi movimenti del 19 giugno 2016 ed erano invece molto indaffarati nel cercare di incastrare i Ciocan sulla base di un assurdo convincimento del magistrato inquirente, si è pertanto limitata a raccontare i fatti del giorno precedente, fatti che non hanno alcuna rilevanza né riguardo alla morte né riguardo alle violenze che la Ungureanu subiva, l’amica ha descritto un quadro riferibile semplicemente ad una caduta dalla bicicletta, nulla di più. Ciò che mi preoccupa è che l’autore delle violenze non sia neanche indagato e sia pertanto libero di reiterare.

Sono mesi che lei afferma che era il padre Marius Ungureanu ad abusare di Maria, perché la Procura di Benevento non l’ha ancora indagato e arrestato?

E’ la stessa domanda che mi pone la famiglia Ciocan, purtroppo è difficile che una Procura cambi rotta, in questo caso, le nostre istituzioni non solo hanno permesso che venissero lacerate le vite di due ragazzi estranei ai fatti ma, per oltre un anno, hanno lasciato libero di reiterare l’autore delle intollerabili violenze subite dalla piccola Maria.

A fine ottobre verrà discusso in Cassazione il ricorso della Procura che chiede ancora l’arresto di Daniel e Cristina Ciocan, che può dirci?

Tempo e soldi dei contribuenti persi, la soluzione del caso è agli atti e non ha nulla a che vedere con quella prospettata dalla Procura e dalle cd parti civili, non siamo solo noi a dirlo ma anche il GIP Flavio Cusani e i tre guidici del Tribunale del Riesame di Napoli.

Dottoressa, grazie per la sua disponibilità e buon lavoro.

Buon lavoro a voi.

Le mie dichiarazioni sul caso Ungureanu riprese dalla stampa romena

ITALIA: Micuța Maria Ungureanu a fost violată de tatăl ei? Acuzații șocante

Maria Ungureanu

Anchetele morții micuței Maria Ungureanu sunt încă în curs de desfășurare. Fetița a fost găsită fără suflare, înecată în piscina ristorantului din San Salvatore din Benevento. Apărarea celor doi inculpați, Ciocan, îl acuză pe tatăl de micile abuzuri împotriva copilului.

O poveste tristă al fetiței în vârstă de 10 ani de naționalitate română care a fost găsită moartă la data de 19 iunie 2016. Acuzați de decesul fetiței au fost frații Ciocan: Daniel Petru de 21 de ani, un prieten al familiei Ungureanu care ar fi vazut-o pentru ultima oară și Cristina, acuzată de complicitate la crimă. Recent, cererea de arestare a celor doi a fost respinsă pentru a treia oară.

Criminalista Ursula Franco a dat o declarație șoc revistei Urbanpost, în care aceasta acuza vehement pe tatăl fetiței, afirmând: ”Unicul resposabil de violența sexuale micuței Maria este tatăl ei, Marius Ungureanu. Aș dori să subliniez că săraca Maria nu s-a mai destăinut cu nimeni în ceea ce privește violența sexuale și că acea persoană care a abuzat de ea, nu este altul decât tatăl ei! Conform anchetelor, Maria a fost abuzată pentru ultima dată, cu puțin timp înainte de muri, în timp ce se afla în casă cu ambii părinți. De asemenea, singura dată în care se confermă agresiunea sexuală este chiar analiza spermei găsită pe tricoul fetei și pe pătura de pe patul Mariei, aceasta aparținând al tatălui, Marius Ungureanu. În ceea ce privește tricoul, în momentul răpirii, părinții au declarat că fost folosit exclusiv de Maria, deci nu putea fi folosit de nimeni altcineva”, a declarat criminalista.

Accidentul care a provocat moartea Mariei ungureanu , potrivit apărării fraților Ciocan, a avut loc în prezența unuei prietene al victimei, care, potrivit criminalistei Ursula Franco, este conștientă de detaliile importante privind dinamica faptelor. Numele acesteia este deja scris în documente. Cu o zi înainte de a muri, Maria și-a dat întâlnire cu prietena ei, ca să meargă o plimbare. Cele două s-au strecurat în secret în grădina cu piscina, chiar dacă știau că nu au voie să intre acolo. După accident, prietena Mariei s-a speriat și a fugit.

”Anchetatorii au fost dezinteresați de mișcările martorului prezent la fața locului, căci erau foarte ocupați pentru a găsi o acuzație plauzibilă pentru a condamna pe frații Ciocan. Martorul a descris incidentul ca o simplă căzătură Mariei de pe bicicletă, nimic mai mult. Ceea ce mă îngrijorează este că autorul violențelor sexuale, nu este cercetat și prin urmare este lăsat liber să comită și alte violențe”, a adăugat criminalista.

Marius și Elena Ungureanu

http://ro.internazionale.il24.it/italia-micuta-maria-ungureanu-fost-violata-de-tatal-ei-acuzatii-socante/

Analisi delle dichiarazioni di Maria Teresa Scandola, madre di Richard Appoh, un bambino di quattro anni morto per un colpo di calore

Ho analizzato alcune dichiarazioni che Maria Teresa Scandola, 40 anni, ha rilasciato ai giornalisti dopo la morte di uno dei suoi tre figli, Richard Appoh di soli quattro anni. Richard è stato soccorso dopo essere stato colpito da un colpo di calore causato dalla permanenza in un’auto chiusa esposta al sole il giorno di ferragosto.

Maria Teresa Scandola

Intervista a larena.it:

Maria Teresa Scandola: Cercavo, non vedendo più il bambino, lo stavo cercando e, come potete vedere, è uscito dalla finestra da solo con le chiavi della macchina, si è aperto la macchina da solo, è salito, si è chiuso nella macchina dentro, è andato… si è messo nel baule, io dopo un po’ sono uscita in giardino per vedere… per cercare il bambino, l’ho visto in macchina, ho dovuto rompere il finestrino della macchina, tirarlo fuori e chiamare i soccorsi subito.

La Scandola racconta i fatti al giornalista senza coloritura affettiva né mostrando alcun senso di colpa. In realtà sembra preoccuparsi soprattutto di preordinarsi una linea difensiva quando afferma che il bambino è uscito dalla finestra da solo con le chiavi della macchina, si è aperto la macchina da solo, il fatto, in specie, che la donna ripeta per due volte un superfluo da solo è quantomeno una red flag. Maria Teresa Scandola prende le distanze da suo figlio, che tra l’altro è appena morto, chiamandolo il bambino, la donna appare anaffettiva e per nulla turbata dal terribile lutto. Inoltre, è difficile credere che un bambino capace di aprire un’auto usando le chiavi non sia in grado di uscirne.

Francis Appoh, padre di Richard

Intervista a TGVerona Telenuovo:

Maria Teresa Scandola: Pensavo stessero giocando eh, il bambino mi ha detto: suo fratello, mamma, è fuori che gioca. Io ero su, sono venuta giù, ho visto la finestra aperta, l’ho cercato nel giardino… che ho il giardino… pensavo di… speravo di trovarlo e invece no, sono passata da qua vicino alla macchina, ho visto che era sdraiato nel baule, che aveva già iniziato con le crisi epilettiche, prima cosa che ho fatto ehmm, ho chiamato il soccorso, il primo soccorso, che sono usciti subito, sono stati bravissimi e intanto ho rotto il vetro della macchina, ho tirato fuori il bambino, mi avevano detto di girarlo su un fianco e bagnarlo con un po’ di acqua fredda, gli ho buttato una secchiata di acqua fredda, poverino, ma ormai… dopo due minuti c’erano già i soccorsi che hanno fatto la respirazione polmonare.

La Scandola si riferisce ad uno dei suo figli sopravvissuti chiamandolo il bambino e al figlio deceduto con suo fratello, non dice mio figlio né lo chiama per nome, un nome ormai noto ai giornalisti, un segnale di un profondo distacco affettivo.

Maria Teresa Scandola rievoca una sequenza diversa da quella precedente, dice al giornalista di aver prima chiamato i soccorsi e di aver poi rotto il finestrino, se la sequenza degli accadimenti fosse stata questa, sarebbe quantomeno sospetta.

L’affermazione aveva già iniziato con le crisi epilettiche lascia perplessi per la freddezza con cui questa madre parla in termini tecnici di un evento così drammatico.

L’operatore del centralino ha suggerito alla Scandola di bagnare il bambino con un po’ di acqua fredda, lei riferisce di avergli buttato una secchiata di acqua fredda, un gesto poco delicato e molto traumatico in caso di ipertermia. Viste le circostanze, non appare adeguato neanche l’uso del verbo buttare e quello del termine poverino è più adatto ad un animale o ad un estraneo, non al proprio figlio morente. 

E’ quantomeno strano che la Scandola definisca gli operatori del pronto soccorso bravissimi nonostante non siano riusciti a salvare suo figlio. 

Giornalista: Purtroppo poi stamattina non ce l’ha fatta.

Maria Teresa Scandola: No, l’hanno intubato subito. Sono stati bravissimi in ospedale al Borgo Trento, ringrazio tutti eeh… sono stati bravissimi tutti ma il bambino non ce l’ha fatta.

La Scandola, per due volte ancora, afferma che coloro che hanno soccorso suo figlio sono stati bravissimi; senza niente togliere agli operatori che, purtroppo, evidentemente, non sono riusciti a salvare il bambino solo perché allertati troppo tardi, è inusuale che una madre a cui è appena morto il figlio si spertichi in complimenti di questo tenore. Generalmente chi commette un reato e nasconde un cadavere, come nel caso di Antonio Logli, ringrazia gli inquirenti che gli hanno fatto il regalo di non trovarlo; al contrario, quando un soggetto è critico nei confronti di chi indaga, come nel caso di Buoninconti, lo è perché desidera che venga ritrovato il familiare scomparso.

Giornalista: Quanto tempo è passato… signora, che avete cercato, appunto, il piccolo?

Maria Teresa Scandola: Una mezzoretta, una mezzoretta più o meno è passata… i finestrini erano tutti su, dunque anche il bambino non poteva… modo di venir fuori di respirare, purtroppo è stato così.

E’ difficile credere che Richard sia rimasto chiuso in auto solo mezzora. 

Per tutta la durata dell’intervista la Scandola non ha mostrato di sentirsi in colpa né è apparsa disperata per la morte di suo figlio, colpisce che, all’indomani della tragedia, non 20 anni dopo, la donna lasci intendere di essere rassegnata con un inaspettato purtroppo è stato così, una frase da psicopatici dove l’avverbio purtroppo, l’unico flebile segnale di rammarico, non è neanche spontaneo ma mutuato da una precedente affermazione del giornalista.

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Richard Appoh

L’analisi di queste dichiarazioni della madre di Richard permette di affermare che la Scandola ha un disturbo della sfera affettiva che, quantomeno, inficia la cura della sua prole. Una eventuale somministrazione di psicofarmaci seguita al lutto non giustifica la scelta delle parole usate durante le interviste, in specie, quando, invece di riferirsi al figlio chiamandolo mio figlio, lo definisce il bambino o suo fratello.

Suicidi per impiccamento

Ho scritto questo articolo perché, soprattutto nei casi di suicidio per impiccamento incompleto, le dietrologie trovano terreno fertile e non solo impediscono ai familiari di elaborare un lutto incapsulandoli in una vita di odio e di rabbia ma producono anche parecchi danni a soggetti estranei ai fatti cui vengono ‘attribuiti’ omicidi mai avvenuti.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento, l’impiccamento completo quando l’individuo è sospeso nel vuoto e l’impiccamento incompleto quando invece il soggetto viene ritrovato in piedi, in ginocchio, seduto o semisdraiato.

Dai tempi dell’impero persiano ad oggi l’impiccamento completo (impiccagione) rappresenta uno dei metodi di esecuzione capitale.

Nell’impiccamento completo la morte interviene per la lussazione dell’articolazione atlanto-epistrofea e susseguente compressione del midollo allungato da parte del dente dell’epistrofeo.

L’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica autoerotica.

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L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, pertanto trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o semidistesi, non esclude questa modalità di morte.

L’impiccamento incompleto, ormai da secoli riconosciuto dalla scienza come pratica suicidiaria, scatena da sempre fantasiose ricostruzioni da parte dei parenti dei suicidi e della stampa che ignorano che, non solo l’omicidio per impiccamento è raro ma non è necessaria la sospensione nel vuoto del corpo perché si arrivi alla morte. Per occludere le vie aeree infatti, è necessario esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre una trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi e una semplice compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa. 

L’omicidio per impiccamento è raro e generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. Un’analisi accurata dei luoghi e del cadavere permettono di capire se si tratti di omicidio o di suicidio. In caso di omicidio si riscontreranno sia sulla scena del crimine che sul cadavere i segni di una colluttazione, mentre in caso di suicidio potrebbero essere visibili sul defunto precedenti tentativi di togliersi la vita quali tagli all’altezza dei polsi.

Nel caso un cadavere venga sospeso per simulare un suicidio saranno assenti le lesioni vitali (ecchimosi ed emorragie) in corrispondenza dei tessuti profondi del collo e del solco prodotto dal laccio e, nel caso la sospensione del cadavere avvenga tardivamente, saranno visibili ipostasi in posizioni incompatibili con la dinamica suicidiaria. Naturalmente, in caso di simulazione saranno invece presenti segni indicativi di un’altra modalità di morte.

E’ chiaro che, in caso di messinscena (staging), difficilmente l’autore dell’omicidio simulerà un impiccamento incompleto alla Condé ma opterà invece per lo staging di un impiccamento completo.

La morte da impiccamento è ascrivibile ad un fattore asfittico, ad un fattore circolatorio e ad un fattore neuro vegetativo.

  • Fattore asfittico: il laccio, in genere posto nello spazio tiro-joideo, sposta indietro ed in alto l’osso joide e la base della lingua che premendo contro il palato ed il faringe provoca l’occlusione delle vie aeree. Solo nel caso in cui intervenga il fattore asfittico possono manifestarsi convulsioni asfittiche terminali.
  • Fattore circolatorio: l’interruzione del circolo sanguigno a livello delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo (3,5 kg) ed eventualmente delle arterie vertebrali (16,6 kg) produce un’ischemia cerebrale con perdita immediata della coscienza. La chiusura delle giugulari causa invece una stasi venosa acuta del territorio cefalico che produce un’edema.
  • Fattore neuro vegetativo: un’intensa stimolazione del nervo vago, che decorre verticalmente nel fascio vascolonervoso del collo insieme all’arteria carotide anteriormente e alla vena giugulare posteriormente, e dei recettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte da inibizione riflessa.

Sempre da un punto di vista medico legale si riconoscono due tipi di impiccamento, a seconda della posizione del laccio: un impiccamento tipico, se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo; il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi e il fatto che sia denominato atipico non lo rende sospetto.

Il segno più caratteristico dell’impiccamento è il solco dovuto alla compressione del laccio sul collo. Il solco può essere molle o duro a seconda della consistenza del laccio. Il solco è obliquo dal basso in alto, ineguale perchè più profondo a livello dell’ansa e degradante verso il nodo, discontinuo perchè si interrompe a livello del nodo dove la forza di trazione discosta il laccio dalla cute. Nell’impiccamento incompleto in atteggiamento prono il solco può risultare orizzontale.

All’esame medico legale in una vittima di impiccamento, oltre al solco, sono presenti: emorragie nel derma, nel sottocutaneo, nel connettivo interstiziale e nei muscoli cervicali; lacerazione delle fibre dei muscoli del collo; frattura e lussazione dell’osso joide; rottura trasversale dell’intima della carotide comune in prossimità della sua biforcazione (s. di Amussat); ecchimosi nell’avventizia delle carotidi (s. di Friedberg); lacerazione delle fibre nervose del vago (s. di Dotto); ecchimosi retrofaringea o prevertebrale (s. di Brouardel); emorragie sotto il legamento longitudinale anteriore della colonna vertebrale al passaggio dorso-lombare (s. di Simon); cianosi intensa del volto o pallore; presenza di ipostasi nei segmenti distali degli arti e nelle regioni del bacino (ipostasi a mutanda), che possono determinare erezione del pene con emissione di sperma; emorragie puntiformi congiuntivali e enfisema acuto dei polmoni.

Casistica:

Luigi Enrico di Borbone-Condé

Il Duca Luigi Enrico di Borbone-Condé , il 27 agosto 1830 fu trovato impiccato alla «spagnoletta» di una finestra della sua camera da letto nel castello di Saint-Leu, i suoi piedi toccavano terra. Le speculazioni sulla sua morte non mancarono all’epoca come non mancano oggi quando un suicida mette in atto un impiccamento incompleto.

Anna Esposito

Un caso di suicidio per impiccamento incompleto, che per anni ha riempito le pagine di cronaca nera, è stato quello di una dirigente della Digos di Potenza, Anna Esposito, il cui cadavere venne ritrovato impiccato con una cintura di cuoio alla maniglia di una porta del suo appartamento nella caserma Zaccagnino da alcuni colleghi, il 12 marzo 2001. Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, un secondo esame autoptico, eseguito nel 2015, dopo la riesumazione del corpo, concluse ancora per un suicidio.

Il 24 marzo del 2017 la Corte di Cassazione ha finalmente rigettato il ricorso proposto dei familiari di Anna Esposito contro il decreto di archiviazione che il giudice delle indagini preliminari di Potenza aveva firmato.

Sia la posizione in cui fu ritrovato il cadavere (semi sospeso), che la frattura dell’osso joide, che la presenza del nodo sul lato destro del collo anteriormente sono compatibili con un suicidio per impiccamento incompleto e atipico, non solo, non sono mai stati raccolti elementi che potessero attribuire una qualche responsabilità all’unico sospettato, il giornalista della Rai, Luigi Di Lauro, legato alla Esposito da una relazione sentimentale.

Robin Williams

L’attore Robin Williams si è suicidato impiccandosi ad una porta con una cintura.

Aaron Hernandez

Il campione di football americano, Aaron Hernandez, si è suicidato a 27 anni impiccandosi con un laccio ricavato dalle lenzuola alle sbarre della finestra della sua cella del Souza-Baranowski Correctional Center, Massachusetts, dove stava scontando una condanna a vita per l’omicidio di Odin Lloyd.

Hernandez, prima di suicidarsi, ha provato a bloccare la porta della sua cella dall’interno e ha versato sapone liquido sul pavimento per ritardare i soccorsi.

David Carradine

L’attore David Carradine è stato trovato impiccato in un hotel di Bangkok il 4 giugno 2009. La sua morte è stata archiviata come impiccamento incompleto accidentale seguito ad una pratica autoerotica.

Mario Biondo

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti i medici legali spagnoli che hanno eseguito il sopralluogo e la prima autopsia sul cadavere del giovane e alla stessa conclusione è giunto il Prof. Paolo Procaccianti che ha eseguito una seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo a seguito della riesumazione. Il Prof. Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi.

Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli, nelle foto visibili online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché alla trazione la pashmina presenterà strisce di tessuto più estroflesse e pertanto il corpo graverà naturalmente sulla superficie più estroflessa di tutte lasciando un segno sul collo ridotto rispetto alla larghezza della sciarpa. 

Raquel Sanchez Silva, moglie di Mario Biondo all’epoca dei fatti e noto personaggio televisivo, ha da subito collaborato con gli inquirenti e ha semplicemente cercato di evitare che, attraverso la diffusione dei files presenti sul computer del marito, fosse data in pasto ai media la sua vita privata.

Carlotta Benusiglio

Nelle prime ore del mattino del 31 maggio 2016, la 37enne Carlotta Benusiglio si è suicidata impiccandosi ad un albero del parco di Piazza Napoli, a Milano; la ragazza viveva in via dei Vespri Siciliani, a poche decine di metri dal parco. A l momento del ritrovamento, a detta dei soccorritori, i suoi piedi toccavano a terra, si è trattato pertanto di un impiccamento incompleto. Alle ore 3:39:21, circa 2 ore prima del ritrovamento del cadavere di Carlotta, la telecamera Napoli 14, ha ripreso Marco Venturi e Carlotta Benusiglio, che, imboccata via dei Vespri Siciliani, si dirigevano verso la casa di Carlotta, 3 minuti e 4 secondi dopo, alle 3.42.26, la stessa telecamera ha ripreso Marco Venturi mentre percorreva via dei Vespri Siciliani in senso inverso. Non esistono altre riprese delle telecamere di piazza Napoli che abbiano inquadrato Marco Venturi.  Ipotizziamo che una volta raggiunta la casa di Carlotta (alle 3:40:04, la telecamera Napoli 12 riprese Carlotta di fronte a casa sua), il Venturi e la Benusiglio, si siano diretti nel parco, la coppia, per raggiungere l’albero dove è stata trovata impiccata Carlotta, avrebbe impiegato circa un minuto, è pertanto umanamente impossibile che Marco Venturi, in meno di un minuto e 22 secondi abbia potuto stordire Carlotta Benusiglio, sospenderla all’albero e tornare in via dei Vespri Siciliani. Grazie agli orari delle inquadrature della telecamera Napoli 14 possiamo escludere che Marco Venturi abbia avuto il tempo materiale di commettere un omicidio e simulare un suicidio.

Kate Spade

Kate Spade, 55 anni, ricca e famosa designer americana, il 5 giugno 2018 si è tolta la vita impiccandosi con una sciarpa alla porta della camera da letto del suo appartamento di Manhattan.

Anthony Bourdain

L’8 giugno 2018, Anthony Bourdain, famoso chef, si è tolto la vita impiccandosi in una camera d’albergo di un hotel di Kayserberg, France.

Altri casi:

– L’11 settembre 2014 un giovane dirigente del ministero dell’Economia, si è tolto la vita impiccandosi ad un termosifone del suo ufficio di via XX Settembre a Roma.

– Nel giugno 2003, a Massa, D.P., un operaio di 36 anni, padre di due figli si è tolto la vita impiccandosi alla maniglia di una porta con la cinghia di un avvolgibile, ha lasciato un biglietto con scritto: “Non ce la faccio più a vivere così. Sono disperato”.

– Nel giugno del 1991 Giorgio Licata, 34 anni, nato a Ragusa e residente da tempo a Milano, si è tolto la vita impiccandosi con un lembo della coperta alla maniglia della porta del bagno di una cella di sicurezza della questura di Milano.

Bibliografia

Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale

PROBLEMI DIAGNOSTICI MEDICO LEGALI IN TEMA DI STRANGOLAMENTO E DI IMPICCAMENTO

Il Tirreno, 6 giugno 2003, Si uccide un giovane padre di due figli

la Repubblica.it, 8 giugno 1991, SUICIDIO IN CELLA DI SICUREZZA NELLA QUESTURA DI MILANO

Una mia dichiarazione a UrbanPost sul caso Ungureanu

Morte Maria Ungureanu abusi, la difesa dei Ciocan accusa il padre: “Era lui ad abusare di lei”. Le parole della criminologa Ursula Franco

di Michela Becciu, pubblicato su UrbanPost il 3 agosto 2017

Morte Maria Ungureanu, ultime notizie: la criminologa Ursula Franco, del pool difensivo dei fratelli Daniel e Cristina Ciocan indagati a piede libero per il presunto omicidio della bimba rumena trovata morta il 19 giugno di un anno fa, ha rilasciato a UrbanPost delle dichiarazioni in merito al caso.

La Franco ribadisce la sua posizione: i fratelli Ciocan non hanno ucciso la piccola, la quale sarebbe annegata accidentalmente nella piscina del resort a San Salvatore Telesino (Benevento), dove fu rinvenuta cadavere. Non solo, la criminologa ci dice apertamente che il responsabile degli abusi sulla piccola sarebbe suo padre Marius: “Riguardo a certe presunte indiscrezioni trapelate giorni fa sulla stampa scandalistica vorrei precisare che la povera Maria Ungureanu non si è mai confidata con nessuno riguardo alle violenze che subiva e che era suo padre, Marius Ungureanu, ad abusare di lei”.

Maria Ungureanu, come accertato dalla autopsia, fu abusata l’ultima volta prima di trovare la morte: “Secondo le risultanze delle indagini, infatti, Maria fu abusata un’ultima volta, poche ore prima di morire, mentre si trovava in casa con entrambi i genitori, inoltre, l’unico dato riferibile ad una violenza sessuale è lo sperma del padre repertato dai RIS su una maglietta appartenente alla bambina e sulla copertina del suo lettino. Per quanto riguarda la maglietta, sia al momento del sequestro che in seguito, i genitori della Ungureanu hanno riferito a chi indagava che quel capo d’abbigliamento era in uso esclusivo alla povera Maria”.

L’incidente che avrebbe causato la morte della piccola, sarebbe avvenuto – sempre secondo la ricostruzione della difesa dei Ciocan – in presenza di un’amichetta della vittima, che a detta di Ursula Franco sarebbe a conoscenza di dettagli importanti sulla dinamica dei fatti, però trascurati dagli inquirenti: “Aggiungo che, ormai da più di un anno sostengo che durante l’annegamento, che fu semplicemente un evento accidentale, Maria Ungureanu si trovava in compagnia di un’amica più grande di lei, il suo nome è agli atti, Maria aveva un appuntamento con lei per una passeggiata già dal giorno precedente e proprio lei cercò poco prima di morire. Nessuno vide le due ragazzine entrare nel giardino con la piscina perché, sapendo che non avrebbero potuto entrarci, vi sgattaiolarono di nascosto. Dopo l’incidente, l’amica di Maria fuggì perché, proprio a causa di una sua leggerezza, era intervenuto un fatto gravissimo del quale temette di dover rispondere non solo alle autorità ma anche ai propri genitori”.

“La testimone presente durante l’annegamento di Maria quando è stata interrogata, ha capito che gli inquirenti erano disinteressati ai suoi movimenti del 19 giugno 2016” – ha poi precisato la dottoressa Franco – “ed erano invece molto indaffarati nel cercare di incastrare i Ciocan sulla base di un assurdo convincimento del magistrato inquirente, si è pertanto limitata a raccontare i fatti del giorno precedente, fatti che non hanno alcuna rilevanza né riguardo alla morte né riguardo alle violenze che la Ungureanu subiva, l’amica ha descritto un quadro riferibile semplicemente ad una caduta dalla bicicletta, nulla di più. Ciò che mi preoccupa è che l’autore delle violenze non sia neanche indagato e sia pertanto libero di reiterare”.