Omicidio di Gianna Del Gaudio: le contraddizioni di Antonio Tizzani

La signora Gianna Del Gaudio, 63 anni, è stata uccisa nella notte tra il 26 ed il 27 agosto 2016 da un unico fendente sferratole alla gola. Il marito, Antonio Tizzani, è l’unico indagato per questo delitto.

Antonio Tizzani

Ad un anno dall’omicidio, Antonio Tizzani ha rilasciato una nuova intervista ad un giornalista di Mediaset, innumerevoli sono le contraddizioni che emergono dal confronto tra questa intervista e le precedenti.

Giornalista: So che ti parli con Gianna…

Antonio Tizzani: Sempre.

Giornalista: Dove ci parli con Gianna?

Antonio Tizzani: In… in… dove l’ho vista l’ultima volta.

Tizzani teme di contraddirsi, per questo motivo rimane vago, già con questa risposta mostra di non avere intenzione di dire la verità sui fatti della sera dell’omicidio di sua moglie Gianna.

Giornalista: In cucina… l’incappucciato è uscito da qua.

Tizzani ha mutuato dalla nuora la figura dell’incappucciato, la donna nei giorni precedenti all’omicidio si era lamentata con il marito del fatto che di notte un uomo incappucciato le suonasse il campanello, una storia rivelatasi falsa dopo il delitto ma ben nota a Tizzani che credeva fosse vera e alla quale si ispirò dopo l’omicidio. 

Antonio Tizzani: Da qua.

Giornalista: E tu l’hai visto scavalcare!?

Antonio Tizzani: No, scavalcare no, andare via, i… io mi so’ soffermato… quando uno esce e io vedo Gianna là che ha fatto l’ultimo rantolo… guardandomi ha fatto l’ultimo rantolo, così, no? Sai quelli quando uno muore, ho detto: Gianna! E come ‘na cosa scura, così, no? Dalla bocca, dalla testa, insom… da quella zona là, così alta (indica con la mano sinistra un’altezza più o meno pari alla sua), se n’è uscita, vestita nera, vestita nera, nera era e se n’è uscita, io mi so’ ancora soffermato, ho detto: Gianna, ooo! Mi ero soffermato perché il corpo era là, quando so’ uscito non c’era più nessuno… lei era co… rivolta verso… con la testa verso la… l’uscita e come se avessi visto da… da… dalla bocca che…

Giornalista: Lo spirito che se ne andava!?

Antonio Tizzani: Ehè, e c’ho pure detto Gianna dove vai? Gianna dove vai? Resta qua, resta qua con me e se n’è and… ecco perché poi ho seguito…

Roba da matti.

Giornalista: Però nessuno ti crede o almeno gli inquirenti non ti credono.

Antonio Tizzani: E io non lo so…. mi dicessero le domande giuste, vediamo dove io sbaglio, io sempre questo ho detto.

Il fatto che Tizzani ripeta di aver detto sempre le stesse cose (che poi non è vero) non ne fa delle verità.

Giornalista: Se si andrà a processo, hai paura?

Antonio Tizzani: No, perché a processo cosa mi fanno? Cosa mi dicono? Quello che mi stai dicendo tu?

Giornalista: Ti contesteranno di aver ucciso tua moglie.

Antonio Tizzani: Eh, e io dirò: Come? Datemi i tempi per aver… poterlo… averlo potuto fare, eh, io non lo so.

Ancora una volta Tizzani non nega in modo credibile di aver ucciso sua moglie Gianna Del Gaudio.

Vediamo le differenze tra queste ultime affermazioni di Tizzani e quelle registrate nelle sue precedenti interviste:

1) Racconta di aver sentito un ultimo rantolo di Gianna mentre in precedenza ha affermato: Eee quando, quando tu vedi che ormai non respira più, aspetti almeno l’ultimo respiro (incomprensibile) manco quello ha fatto…

2) Dice al giornalista di aver visto l’aggressore fuggire mentre in precedenza, in almeno tre occasioni, ha affermato di averlo prima di tutto sorpreso con le mani dentro la borsa della moglie:

a) Quando io so’ rientrato, dopo fatto quello che dovevo fa’, e vedo sssto (guarda in basso) questo qua, mi fermo e dici: Cosa fai nella borsa di mia moglie? Chi sei tu? Chi t’ha fatto entrare? e: (…) a questa altezza qua, entrando, quindi io sto di qua da quella porta e vedo qua questo così, con le mani dentro… 

b) Io dico che… Chi sei? Che fai? Che stai facendo? Quella è la borsa di mia moglie, che stai facendo? 

c) Le mani libere nella borsa di mia moglie… Scure, nere, scure (incomprensibile).

3) Parla dell’assassino al femminile: se n’è uscita, vestita nera, vestita nera, nera era e se n’è uscita, mentre in precedenza ne ha sempre parlato al maschile: E’ andato e io lo inseguo, Gianna, Gianna. Quindi Gianna, Gianna, questo scappa, scappa in quel modo là, arriva a questa altezza, più o meno, più o meno, da fuori, più o meno, più o meno.

4) In un’altra occasione lascia intendere che gli assalitori fossero due: Eeh… eh, c’è più di uno, più di uno, quindi… più di uno… come sempre ho detto io, uno guardava dentro la borsa, l’altro ha fatto i (incomprensibile) suoi…

5) Riferisce che l’aggressore era vestito di nero mentre nelle interviste precedenti ha sostenuto che indossasse una felpa grigia:

Giornalista: Non era Ku klux klan lei dice, mi deve dire, c’aveva una felpa grigio scura, ha detto.

Tizzani: Grigio.

6) Indica l’altezza dell’aggressore, un’altezza non dissimile dalla sua, nelle passate interviste quando gli è stato chiesto di descrivere il ladro assassino ha risposto di non averlo visto in posizione eretta perché accucciato: 

a) Giornalista: Era alto era ba… rispetto a lei?

Tizzani: No, quello no, non l’ho visto era così (si mette in ginocchio) come fai a vederlo?

b) Questo come mi sente gridare… se ne va come un ragno. 

c) Così stava e così… e così se ne è andato acquatta… acquattato, per questo non so né ‘a taglia né altro.

7) A Telelombardia, Tizzani ha descritto un aggressore fornito di un baffo che scendeva e di occhiali da vista che con la luce hanno fatto un riflesso verde, verde pisellino. 

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Il caso Sissy Trovato Mazza

SISSY TROVATO MAZZA: TENTATO OMICIDIO O TENTATO SUICIDIO?

Una mia intervista pubblicata su Le Cronache Lucane il 27 settembre 2016

Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza, una giovane agente di Polizia Penitenziaria di Taurianova in forza alla Polizia Penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia, martedì primo novembre 2016 si era recata nel padiglione Jona dell’ospedale Civile di Venezia per sorvegliare una detenuta che aveva appena partorito, alle 11.20 è stata ritrovata all’interno di uno degli ascensori dello stesso ospedale in stato di coma a causa di una ferita da colpo d’arma da fuoco alla testa. Sissy aveva due grandi passioni, Gianna Nannini ed il calcio a cinque che praticava ai massimi livelli con la squadra Rambla di Curtarolo nel ruolo di portiere.

Abbiamo posto alcune domande su questo caso alla criminologa Dott.ssa Ursula Franco.

Molte trasmissioni televisive hanno trattato questo caso mettendo in dubbio l’ipotesi del tentato suicidio sostenuta dagli inquirenti, dottoressa Franco, lei che cosa ne pensa?

Semplicemente non esiste un caso Trovato Mazza, la giovane agente ha tentato di togliersi la vita, ha fatto tutto da sola.
Il corpo di Sissy è stato trovato nell’ascensore dell’ospedale dove si era recata per servizio dopo che un proiettile partito dalla sua pistola di ordinanza l’aveva colpita alla testa, l’analisi dei fatti non lascia spazio al dubbio:

1) secondo le telecamere interne dell’ospedale alle 11.17 l’agente Trovato Mazza si è diretta verso l’ingresso dell’ascensore dove alle 11.20 è stata ritrovata ferita, le telecamere non hanno registrato la presenza di nessun altro in quell’area in quei minuti;

2) il colpo che ha attinto la Trovato Mazza alla testa è partito dalla sua pistola d’ordinanza ed è stato esploso da una distanza ravvicinata, dati che supportano l’ipotesi del tentato suicidio;

3) secondo indiscrezioni giornalistiche la sede del foro d’entrata del proiettile è la parte inferiore del volto a destra (gola), un’area compatibile con un tentativo di suicidio;

4) se un fantomatico aggressore avesse colpito Sissy con la sua arma d’ordinanza, il colpo sarebbe seguito ad una discussione e ad una colluttazione perché l’aggressore avrebbe dovuto impadronirsi dell’arma della Trovato Mazza per spararle; allo stesso modo una colluttazione avrebbe dovuto precedere il colpo d’arma da fuoco anche nel caso che qualcuno che conosceva Sissy fosse entrato in ospedale con l’intento di ucciderla;

5) difficilmente un aggressore occasionale o qualcuno che aveva premeditato l’omicidio avrebbe sparato alla Trovato Mazza in un ascensore per rimanerci poi chiuso.

Dottoressa, in alcune trasmissioni si è parlato di incongruenze nella descrizione della scena da parte dei soccorritori?

Piccole incongruenze di nessun valore montate ad arte da chi ama fare spettacolo delle tragedie.

Dottoressa Franco ci spiega perché generalmente parenti ed amici non riescono ad accettare che un proprio caro si sia suicidato?

Non è facile fare i conti con il senso di colpa che nasce dal non aver capito o dall’aver sottovalutato i segnali del disagio del proprio caro, è più semplice cercare un capro espiatorio cui attribuire la morte del proprio familiare e contro il quale riversare odio e rabbia per affrancarsi dal proprio senso di colpa.

Dottoressa Franco di cosa hanno bisogno i familiari di chi si suicida?

Hanno bisogno di un sostegno che li aiuti ad elaborare il lutto, purtroppo invece incappano spesso in uno dei nuovi “business” di stampa, tv e consulenti forensi: riscrivere i fatti di cronaca a scapito della verità.

Lo smembramento

Delitto di Aversa, la criminologa: cadavere smembrato per disprezzo

L’intervento della studiosa Ursula Franco: l’assassino di Vincenzo Ruggiero ha voluto lanciare un messaggio di odio post-mortem

Vincenzo Ruggiero

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta, diretto da Simone Di Meo, il 25 settembre 2017

“Le ragioni che conducono chi commette un omicidio a smembrare il cadavere della vittima sono variabili, più frequentemente lo smembramento di un cadavere è un atto di tipo ‘difensivo’, l’omicida fa a pezzi il corpo della sua vittima per tentare di renderne più difficile l’identificazione e per occultarlo più facilmente.

Vi è poi uno smembramento di tipo ‘aggressivo’, in questo caso l’aggressività che conduce un soggetto a commettere un omicidio non si esaurisce con il delitto stesso. A volte lo smembramento può coincidere con le torture cui viene sottoposta la vittima e con la causa di morte. Un caso di smembramento di tipo ‘aggressivo’ passato alla storia è quello cui venne sottoposto l’ex pugile Giancarlo Ricci da parte di Pietro Negri, il canaro della Magliana (Roma) nel febbraio del 1988.

La prima pagina del Messaggero con la notizia dell’omicidio di Pietro Negri

Altre volte lo smembramento è il vero obiettivo dell’assassino, in questi casi è un atto di tipo ’offensivo’ che generalmente mette in pratica un assassino seriale necro sadistico o chi agisce per lussuria. Gli assassini seriali per lussuria sono ben rappresentati dal Mostro di Firenze, questi soggetti spesso conservano parti anatomiche delle proprie vittime, i cosiddetti trofei che gli permettono di accedere alle loro memorie e di riviverle emozionalmente ogni qual volta lo desiderino. I serial killers infatti dopo il delitto attraversano una fase totemica caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo l’omicidio o tornando sulla scena del crimine o recandosi sulla tomba delle vittime o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse o parti del loro corpo come capelli, pube, mammella, testa, organi genitali o piedi.

In altri casi chi seziona un cadavere è affetto da un disturbo psicotico.

A volte la mutilazione e lo smembramento di una vittima sono una forma di comunicazione, rappresentano un modo di mandare messaggi intimidatori ai propri nemici da parte di organizzazioni criminali.

Per quanto riguarda il profilo di un omicida che smembra il cadavere della sua vittima, l’autore è nel 76% dei casi di sesso maschile ed è, in caso di omicidi non perpetrati da assassini seriali, un soggetto molto vicino alla vittima quale può esserlo un familiare o un amico.

Nel 69% dei casi lo smembramento è un atto di tipo ‘difensivo’ ma paradossalmente chi lo mette in pratica ottiene l’effetto contrario a quello sperato; lo smembramento di un cadavere infatti lascia molte tracce e conduce facilmente gli inquirenti ad indagare sui soggetti più vicini alla vittima. Nell’agosto 2017 il ritrovamento nei cassonetti del quartiere Flaminio dei resti smembrati del cadavere di Nicoletta Diotallevi, 59 anni, hanno condotto in poche ore gli inquirenti all’arresto del fratello Maurizio.

Secondo Holmes & Holmes (2002) lo smembramento è l’atto più disumanizzante nei confronti di una vittima e il più gratificante per l’autore di un omicidio, è la rappresentazione più estrema dell’avversione dell’assassino per la vittima, è un ultimo atto in cui un’omicida riafferma il proprio potere e valore riducendo ciò che lui disprezza in piccoli pezzi di nulla.

Nel caso dell’omicidio di Vincenzo Ruggiero, il giovane ucciso per gelosia, fatto a pezzi, cosparso di acido e parzialmente murato in un garage a Ponticelli, è alquanto probabile che Ciro Guarente, come la maggior parte degli autori di un omicidio abbia commesso molti errori a causa dello stato psicologico in cui si trovava e non si sia ben organizzato per occultare il cadavere di Vincenzo,nonostante si fosse già recato in quel garage nei giorni precedenti all’omicidio, e solo una volta trovatosi lì con il corpo si sia visto costretto a mutilarlo ma è anche possibile, considerato appunto il fatto che si è trattato di un omicidio premeditato, che lo smembramento ad opera del Guarente sia stato un ultimo atto di rabbia e disprezzo nei confronti di colui che riteneva un rivale in amore; lo stesso può dirsi dell’uso dell’acido muriatico che da un lato il Guarente potrebbe aver usato per ridurre l’odore della decomposizione del cadavere del Ruggiero e dall’altro per sfregiare per sempre il bel Vincenzo”.

La tv predica la giustizia sommaria

L’omicidio di Noemi Durini, 16 anni, ad opera di Lucio Marzo, diciassettenne, reo confesso, è l’ultimo delitto di cui si stanno occupando i media in un clima di caccia alle streghe.

L’Italia pullula di trasmissioni televisive che hanno fatto della disinformazione e dell’istigazione al giustizialismo la loro bandiera, in un paese civile verrebbero tutti indagati per intralcio alla giustizia.

I programmi televisivi che si occupano di crimine, e che vanno per la maggiore, sono condotti da giornalisti che hanno conseguito, quando va bene, la licenza superiore, ma che hanno la presunzione di ergersi a giudici dicendosi pubblicamente “terzi” nonostante disconoscano completamente la criminologia, la psichiatria, la medicina legale e la casistica, questi individui sono affetti da una distorsione cognitiva detta effetto Dunning-Kruger a causa della quale rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi.

I conduttori degli “show del dolore” amano riempirsi la bocca con i capi d’accusa; lasciano passare il messaggio che indagato significhi colpevole, ad eccezione di quando gli indagati sono loro stessi; predicano la compassione esclusivamente per le famiglie delle vittime, ma non la mettono in pratica in nome dello share; stigmatizzano senza mezzi termini le famiglie dei carnefici attribuendo inspiegabilmente a tutti i familiari di un reo la sua colpa così com’è usanza nelle terre in cui certi cittadini tutelano il proprio diritto autonomamente attraverso le faide familiari.

Un omicidio, com’è facile da intuire, è una tragedia sia per la famiglia della vittima che per quella del reo ma, purtroppo, inspiegabilmente, in un paese cattolico, il trend non è la compassione ma il giustizialismo. Questo perché quei giornalisti spietati che speculano sulla vita di chi improvvisamente si trova coinvolto in un caso giudiziario hanno tratti psicopatici di personalità che gli permettono di mentire, di approfittarsi di chi soffre e di manipolare i fatti senza provare alcun senso di colpa.

Le trasmissioni tanto amate dai telespettatori dove la verità non interessa a nessuno e dove non c’è spazio per il contraddittorio, da una parte fingono di condannare la violenza e dall’altra manipolano il loro pubblico adorante mistificando i fatti e convincendolo che è preferibile la giustizia sommaria a quella di Stato.

Purtroppo i parenti delle vittime di un omicidio non cercano più verità e giustizia nell’intimità delle aule giudiziarie ma in televisione e, allo stesso modo, le famiglie dei carnefici trovano sollievo nella temporanea gratificazione che possono dargli le performance televisive dei loro avvocati e consulenti, molti dei quali gli vengono ’suggeriti’ dai conduttori degli stessi programmi televisivi che li ospitano.

Il processo mediatico, fucina di errori giudiziari, ha sostituito nella mente degli italiani il vero e proprio processo, tutti desiderano soprattutto apparire o essere rappresentati di fronte a milioni di telespettatori alla ricerca di ciò che oggi sembra contare di più: l’appoggio dell’opinione pubblica, di un’opinione pubblica alla quale vengono forniti dati parziali e manipolati e che se anche potesse leggere gli atti per intero non sarebbe in grado di trarre conclusioni di valore in quanto priva delle competenze necessarie. L’indignazione dell’opinione pubblica è un’arma potente, a doppio taglio, è capace di far riaprire dei procedimenti ormai chiusi ma anche di far condannare dei soggetti innocenti.

Analisi dell’intervista rilasciata dai genitori di Lucio Marzo

Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di aver ucciso la sua fidanzata, Noemi Durini di 16 anni, dopo le 5.00 del mattino del 3 settembre 2017 e di averne coperto il cadavere con delle pietre, i genitori di Marzo hanno rilasciato un’intervista a Chi l’ha visto? durante la quale la giornalista Paola Grauso li ha informati della confessione del figlio.

Noemi Durini

Madre di Lucio Marzo: “Altro che ragazza solare, ragazza notturna, notturna era, è entrata in casa mia di notte (incomprensibile) Un anno d’inferno… abbiamo passato… abbiamo preso anche l’ans… l’ansiolitico… adesso io sto male, sto male, sto malee…”.

Nell’affermazione d’esordio della madre di Lucio: “Un anno d’inferno… abbiamo passato…”, c’è qualcosa di definitivo, la donna riferisce che l’inferno è “passato”, che, lei ed i suoi familiari, se lo sono lasciati alle spalle, lasciando intendere che Noemi è morta; se la madre di Lucio non avesse saputo della morte di Noemi avrebbe detto “da un anno stiamo vivendo un inferno” mentre nella sua dichiarazione non c’è spazio né per il presente né per il futuro. 

Madre di Lucio Marzo: “(riferendosi a sua figlia) Sta cercando mio figlio adesso, forse si sta … è andato a qualche parte ad ammazzarsi?! A questo punto”.

Paola Grauso: “Non è a casa, quindi?”.

Madre di Lucio Marzo: “No, ho paura”.

Biagio Marzo

Biagio Marzo: ”Questa ragazza è entrata in casa mia ben accetta come la fidanzatina di mio figlio…”.

Paola Grauso: “Questo un anno fa, circa?”.

Biagio Marzo: “… un anno fa. Dopo neanche un mese, invitata ad una festa, qua vicino, con mio fratello, ha piazzato un casino della Madonna contro una ragazza che si chiamava Rebecca. Per gelosia. Ok?. A me me l’ha detto chiaramente: “Ti devo fare impazzire”, ok?. A me mi ha chiamato “drogato, coglione”, di tutti gli epiteti mi ha… perché non l’accetto più in casa… per rispetto a mio figlio e per la salute mentale di mio figlio ho tollerato il rapporto con questa ragazza, i carabinieri di Alessano ne sono informati, purché lo facesse fuori dal mio paese perché mi creava vergogna. (…) Io… la mia paura è che trascinasse mio figlio nei suoi problemi, ecco perché gli sono stato tanto dietro a mio figlio, perché tutto volevo meno che fosse trascinato in questi problemi. E’ cominciato un rapporto malato tra ‘sta ragazza e un ragazzo perché era così gelosa ma così gelosa, mio figlio mi diceva: “Papà se arrivo ad un incrocio e mi giro e c’è ‘na ragazza in macchina mi fa un putiferio”, quindi lui doveva andare dritto, m’hanno chiamato dalla scuola… (interrotto)”.

Paola Grauso: “Erano tutti e due molto legati l’uno all’altra, no?!”.

Biagio Marzo: “Sì, questo sì, però mio figlio, pensa che ha avuto tre trattamenti sanitari obbligatori da quando ho conosciuto a ‘sta ragazza”.

Paola Grauso: “E come mai?”.

Biagio Marzo: “E come mai…”.

Paola Grauso: “E’ un po’ strano che fanno il trattamento sanitario obbligatorio, come mai?”.

Biagio Marzo: “Eh, perché dava di volta il cervello, da quando ho conosciuto ‘sta ragazza, la prima ragazza della sua vita, è successo il finimondo. Lei pensi che una notte a un mio diniego di chiamare sua madre e dirle: “Guardi che sua figlia rimane qua con me stanotte”, perché non ho voluto, lei due notti dopo si è infilata dalla finestra, si è chiusa nell’armadio e nottetempo è andata a dormire con mio figlio”.

Il signor Marzo è talmente protettivo nei confronti del figlio da dire “da quando ho conosciuto a ‘sta ragazza”, e non “da quando ha conosciuto questa ragazza” e ancora “guardi che sua figlia rimane qua con me stanotte” e non “rimane con mio figlio” o “dorme da noi”, non c’è perversione nelle sue parole, Biagio vive suo figlio come un’appendice e soffre mortalmente il suo fallimento come padre. Il signor Marzo è a rischio di suicidio. Biagio non si rende conto che l’esordio dei problemi psichici di suo figlio non è attribuibile a Noemi ma ha semplicemente coinciso con il suo primo ‘innamoramento’, è difficile accettare che un proprio caro sia affetto da un disturbo psichico.

Paola Grauso: “Questo quando è successo?”.

Biagio Marzo: “Verso gennaio, prima”.

Madre di Lucio Marzo: “ll 26”.

Biagio Marzo: “Eh, più o meno quel periodo lì, di gennaio…”.

Madre di Lucio Marzo: “Noi non abbiamo chiavi in casa alle porte non le abbiamo, quel giorno c’era gente al fuoco, e lui chiuso a chiave, mah, poi dopo, quando ho aperto per darmi i vestiti sporchi, lo vedevo ridere ma mica è scemo, rideva e c’era lei”.

Paola Grauso: “Però, diciamo una cosa che fra di loro si erano innamorati, questi due ragazzi!?”.

Biagio Marzo: “Sì, per carità, si erano innamorati”.

Paola Grauso: “E quindi sembrava più una cosa tra ragazzi, ragazzini, insomma, cosa è successo?”.

Biagio Marzo: “Sembrava… se fossero ragazzini tutti e due ma la ragazzina, pur avendo un anno meno di mio figlio, aveva e… un bagaglio d’esperienza molto più grande ed era lei che comandava nel gruppo, nei due, tant’è vero che ‘na volta mi chiamò un professore dalla scuola di Alessano, professionale, mi dice: Biagio, signor Marzo, guardi che li ho visti coi miei occhi, ‘sta ragazza, la Noemi, che assalisce suo figlio. E se ne venne tutto graffiato completamente. Era lei che picchiava mio figlio”.

Madre di Lucio Marzo: “Io ho visto tutto”.

Paola Grauso: “Però dicono… dicono che anche il contrario… anche il ragazzo…”.

Biagio Marzo: “Sì, è successo, dopo tre trattamenti sanitari mio figlio… (interrotto)”.

Madre di Lucio Marzo: “Voleva togliersela da dosso”.

Biagio Marzo: “…mio figlio dice: Basta, papà, devo cambiare vita, ho capito che sto sbagliando tutto, e sere fa quando c’era la festa del patrono ad Alessano, sceso con due amici, ‘sta ragazza gli si para incontro, comincia ad abbracciarci sopra e “Ti voglio bene” e “Ti amo”, lui voleva scrollarsela, non ce l’ha fatta più e le ha dato quattro schiaffoni per dire: Stammi lontano”.

Paola Grauso: “Questo quando?”.

Biagio Marzo: “Alla festa del patrono, la domenica… (interrotto)”.

Paola Grauso: “Pochi giorni fa?”.

Biagio Marzo: “La domenica della festa del patrono, tant’è vero che io non ho mai sporto… non ho mai sporto querela verso questa ragazza per allontanarla da mio figlio perché sapevo che mio figlio comunque non si allontanava da lei”.

Biagio Marzo: “Questa ragazza era tutt’altro che brava ragazza, si accompagnava con de-lin-quen-tii di 30, 40 anni ed era ragazzina di 16 e non voglio andare oltre, ok?. Addirittura incitava mio figlio e per questo sono andato dall’avvocato a sporgere querela, incitava mio figlio affinché ci scannasse tutti e due”.

Madre di Lucio Marzo: “Aveva trovato i soldi per…”.

Biagio Marzo: “Addirittura aveva trovato una somma di denaro da dare a un certo tipo per comprare una pistola per spararci, sentito questo, io mi son rivolto ad un legale e ho sporto querela affinché fosse allontanata da mio figlio e questo neanche tre settimane fa, ok?. Era tutt’altro che una brava ragazza. Era una ragazza cresciuta allo stato brado, capisce?… cresciuta già da 12-13 anni in mezzo alla strada, ti ripeto…”.

Biagio Marzo non solo parla di Noemi al passato, lasciando intendere di essere a conoscenza del fatto che la ragazza è morta, ma ne parla male (blaming the victim) è un tentativo di spiegarsi l’omicidio, di giustificare in parte il figlio e di attenuare la sua devastante percezione di avere fallito come padre. Biagio Marzo, all’indomani di queste dichiarazioni e della confessione del figlio, avvenuta 10 giorni dopo l’omicidio, ha infatti ammesso di aver saputo da Lucio della morte di Noemi il giorno precedente alla registrazione dell’intervista. Alcune agenzie di stampa hanno pubblicato una sua dichiarazione post- intervista: “Io estraneo. Mio figlio mi confessò l’omicidio martedì. Non sapevo nulla e mai avrei aiutato mio figlio a commettere un simile gesto. Lui mi ha detto dell’omicidio la sera prima del ritrovamento del corpo di Noemi e mi ha comunicato anche la sua decisione di volersi costituire ai carabinieri. Io gli ho risposto: Se hai le palle ci devi andare da solo”. Biagio Marzo è credibile, è estraneo alle accuse che gli vengono mosse, non ha avuto alcun ruolo né nell’omicidio né nell’occultamento, tra l’altro, a rigor di logica, se qualcuno avesse aiutato Lucio ad occultare il cadavere di Noemi, lo avrebbero sepolto e non semplicemente coperto con delle pietre.

Paola Grauso: “Allora tornando…”.

Biagio Marzo: “Mo’, adesso basta balle in televisione, io non ho mai picchiato suo padre, non ho mai spalleggiato mio figlio a picchiare nessuno, io sono stato soltanto un genitore attento e accorto e ho visto tutti i cambiamenti di mio figlio, e meno male, e tutti i medici mi hanno fatto i complimenti: “Biagio hai preso tuo figlio in tempo per salvarlo”, quando mio figlio… ‘sta ragazza usava ‘na tecnica per obbligare mio figlio ai suoi voleri: “Ti lascio”, e mio figlio sbatteva la testa contro il muro, sbatteva la testa per terra, quando ho visto queste cose ho dovuto intervenire coi sanitari e via il primo trattamento, il secondo e il terzo, quindi…”.

Biagio Marzo prende possesso di ciò che dice e nega in modo credibile. E’ un uomo distrutto che sperava di poter salvare il proprio figlio che ama più di se stesso, ma purtroppo Lucio è affetto da un grave disturbo di personalità e probabilmente l’incontro con Noemi, una ragazza ribelle e anche lei molto difficile, così come la definisce sua sorella Benedetta: “E’ stata sempre una ragazza diciamo un po’ ribelle però era molto buona, cercava sempre di vincere anche delle sfide impossibili con persone molto, magari, difficili, a loro volta”, è stato fatale per entrambi. Per ridurre il proprio senso di colpa Biagio Marzo afferma “io sono stato soltanto un genitore attento e accorto e ho visto tutti i cambiamenti di mio figlio, e meno male, e tutti i medici mi hanno fatto i complimenti: “Biagio hai preso tuo figlio in tempo per salvarlo”, cerca una via d’uscita, in realtà poco avrebbe potuto fare per salvare suo figlio. 

Paola Grauso: “Ma loro programmavano di scappare insieme?”.

Biagio Marzo: “Questo… sì, perché mio figlio ho visto che aveva ‘no foglio con con na…numeri di… per cercare case in affitto, ma questo qualche mese fa”.

Paola Grauso: “Senta, ma lei… glielo dico perché si dice in giro, è anche bene se vuole di smentire, no perché dicono che lei… Lucio ma anche lei, ha avuto problemi con la drogaaaa”.

La Grauso si affida ai chiacchiericci, alle voci di paese, a ciò che si dice in giro e fa all’intervistato una domanda incredibile…

Biagio Marzo: “Guarda, io non lo nego, a me qualche cannetta di quella vecchia erba santa, addirittura qualche tisana mi facevo, perché so che fa bene”.

… alla quale Biagio Marzo risponde con serenità e sincerità.

Paola Grauso: “Ma penso cose più pesanti dellee…”.

Biagio Marzo: “No, no, no, non ho avuto niente di pesante io, possono… sono disponibile a farmi qualsiasi tipo di analisi”.

Marzo nega con forza e da un punto di vista non verbale appare offeso dall’accusa mossagli.

Paola Grauso: “Perché ha avuto questi ricoveri di t.s.o., di trattamento sanitario obbligatorio, contro la sua volontà evidentemente?”.

Biagio Marzo: “Guardi, questo dovrebbe chiederlo ai medici, perché mio figlio era stressato da questo rapporto qua, tant’è vero che mia moglie tendenzialmente diceva: Io questa ragazza non la voglio in casa, io dicevo, guardi, perché mi accorgevo, se allontano mio figlio… ’sta ragazza da casa, io allontano mio figlio, io mio figlio lo voglio in casa perché io ho capito che mio figlio aveva bisogno della mia presenza per sentirsi, come dire maschio contro di lei, ok?”.

Biagio Marzo non riesce a dire alla Grauso che suo figlio è affetto da un disturbo psichico, non lo accetta e continua ad attribuire le colpe soltanto al rapporto difficile che Lucio aveva con Noemi.

Paola Grauso: “Non ce la faceva da solo”.

Biagio Marzo: “Non ce la faceva da solo, è chiaro, quindi in casa lei doveva trattenersi, ok? Ecco perché l’ho tollerata in casa mia giusto fino al momento in cui si è chiusa nell’armadio di mio figlio, ok? da… di mia figlia, da allora in poi io in casa non l’ho voluta più”.

 Paola Grauso: “Senta, no, la cosa che ha colpito molto questo piccolo video che gira che Lucio…”.

Biagio Marzo: “Le spiego perché: (interrotto).”.

Paola Grauso: “Dopo la scomparsa…”.

Biagio Marzo: “Il papà della ragazza…”.

Paola Grauso: “… ha distrutto questa macchina, aspetti, aspetti…”.

Biagio Marzo: “… è venuto spalleggiato da cinque…”.

Madre di Lucio Marzo: “C’era mia figlia assieme”.

Biagio Marzo: “C’era mia figlia assieme al bar”.

Paola Grauso: “Adesso mi spiega cosa è successo, però è stata una cosa molto violenta che colpisce l’immaginazione”.

Biagio Marzo: “Certo però le spiego cosa è successo e perché Lucio si è accanito contro quell’auto, Lucio era in bar insieme a mia figlia seduta sui gradini che si stava collegando a internet perché abbiamo la… eh come si dice? la wifi libera, è arrivato ‘sto signore che era il papà della Noemi, ha chiamato Lucio e gli ha dato un cazzotto, gli ha spacc…. gli ha fatto sei punti di sutura”.

Paola Grauso: “Il papà di Noemi è arrivato insieme ad altre persone”.

Madre di Lucio Marzo: “Sette, otto”.

Biagio Marzo: “Mio figlio siccome conosce tutto quell’ambiente che è un brutto ambiente, cosa ha fatto? furbo, io gli sfascio l’auto, sapeva già che l’auto, sapeva già che l’auto era stata regalata da un certo tizio a ‘sta ragazza, colei che ha accompagnato ‘sti signori a picchiare mio figlio, è andato con la sedia… la ragazza è di Depressa (…) con quella la macchina, mio figlio cosa ha fatto? pur avendo 18 anni 17 anni e mezzo, con una sedia gli ha sfasciato tutti i vetri, a modo che loro non scappassero e intervenissero i carabinieri anche perché mio figlio sapeva che la macchina camminava senza documenti senza assicurazione”.

In un certo senso Biagio Marzo si dice orgoglioso di suo figlio perché ha trovato il modo di impedire al padre di Noemi di andarsene dopo l’aggressione ai suoi danni.

Paola Grauso: “Però non è questo il modo, cioè spacchi la sedia…”.

Biagio Marzo: “Mi ascolti, che sia il modo, però mio figlio è stato colpito con un cazzotto e l’imma… e lei può immaginare, con sei punti di sutura, tutto l’occhio sventrato e in quel momento ha visto solo quel tipo di reazione per bloccarli, perché stavano andando via, è andato lì, gli ha sfasciato i vetri in modo che non si spostassero, infatti sono venuti i carabinieri e hanno sequ… hanno chiesto i documenti che non avevano e hanno sequestrato la macchina, ok?”

Paola Grauso: “Domenica mattina allora…”.

Biagio Marzo: “No, venerdì pomeriggio, dopo mezzogiorno, Lucio si è preso una macchina da solo dal lavoro di mia moglie avendo la seconda chiave, io tutto potevo immaginare men che meno che mio figlio guidasse già la macchina, ma molto pro… probabilmente tirando giù fuori la macchina dal garage mettendola nel garage ha imparato le prime elementi per poterla guidare, comunque sta di fatto che il venerdì prende sta macchina va a Specchia a trovare la sua ragazza e si danno un appuntamento per il sabato notte: “Visto che c’ho la macchina a disposizione, quando dorme il papà”, e le premetto che io sono quasi tre mesi che non chiudo occhio”.

Biagio Marzo è un uomo ridotto ai minimi termini, tormentato dal senso di colpa per non essere stato in grado di controllare suo figlio, un padre che continua ad immedesimarsi in lui e a dargli voce con parole proprie: “Visto che c’ho la macchina a disposizione, quando dorme il papà”, da notare il fatto che Biagio parla di se stesso con affetto definendosi “il papà”.

Madre di Lucio Marzo: “Piangendo, dice che l’ha chiesto: per favore portami eee usciamo”.

Biagio Marzo: “Usciamo sabato”.

Paola Grauso: “Lo ha detto Lucio?”.

Biagio Marzo: “Lo dice Lucio, comunque, mio figlio è andato per incontrare una ragazza e avere un momento di intimità nella macchina sai… finalmente… piuttosto…”.

Paola Grauso: “Questo domenica mattina?”.

Biagio Marzo: “Domenica mattina, sabato notte, sabato notte, quindi…”.

Madre di Lucio: “Lui pensava questo”.

Biagio Marzo: “Lui pen… forse pensava questo”.

Paola Grauso: “Erano le cinque di mattina quando stava lì fuori casa?!”.

Biagio Marzo: “Sai perché, perché io sono andato a letto alle tre e mezzo, quattro meno un quarto, io son… io sono da tre mesi, le stavo dicendo, che non chiudo più occhio la notte (…) viveva presso una signora di Alessano, ok? e mio figlio di notte prendeva la bici del vicino e andava a trovarla di notte (…) io è da tre mesi che non dormo più la notte, cioè prima mi accerto che mio figlio dorma e poi me ne vado a letto”.

Paola Grauso: “Allora, quella sera cosa succede?”.

Biagio Marzo: “La sera del? Sabato?

Paola Grauso: “Eh”.

Biagio Marzo: “Succede che io fino alle tre e mezzo, le 4 meno un quarto veglio, dò un’occhiata Lucio è in casa, mi sembra che dorme, tranquillo me ne vado a letto e poi non le posso dire niente più, di fatto ho saputo dai carabinieri… (interrotto)”.

Biagio Marzo è credibile, ciò che afferma spiega il perché Lucio sia uscito così tardi da casa per andare a prendere Noemi. E’ un’altra conferma dell’estraneità ai fatti di Biagio Marzo.

Paola Grauso: “Non sente che esce di casa!?”.

Biagio Marzo: “Come faccio a sentirlo…”.

Paola Grauso: “Comunque esce di casa”.

Biagio Marzo: “… se me ne vado a letto”.

Paola Grauso: “Poi, dopo, quando lo sente Lucio dice: Io la ragazza l’ho vista merco… venerdì l’ultima volta e poi non l’ho più vista!?”.

Biagio Marzo: “Giovedì, giovedì, ha detto giovedì lui”.

Paola Grauso: “E ha mentito perché c’era la prova”.

Biagio Marzo: “Certo che ha mentito, certo, perché c’era la prova di venerdì ma poteva dire ben… mi scusi… (interrotto)”. 

Paola Grauso: “Di domenica, la telecamera che lo inquadra”.

Biagio Marzo: “… mi scusi poteva pure dire l’ho vista venerdì ma siccome a me ha mentito perché venerdì gli ho detto: Me l’hai fatta nuovo Bia… eh Lucio, te ne sei andato per trovare la ragazza? dice: No papà ho fatto un giro qua in sant’angelo, è una zona qua, per starmene un po’ solo i…, non ti credo(parlando della moglie) ma Biagio non gli credi mai! dico va bene, ma io non lo credo comunque, quindi torniamo al discorso di prima che con la testa aggio me lo levo de capo… (suona di continuo il telefonino della Grauso, il non plus ultra della maleducazione) non lo spegni così finiamo l’intervista e te ne vai?”.

Paola Grauso: “Ritorniamo alla domenica mattina allora lui era lì perché c’è la telecamera”.

Biagio Marzo: Oooh, lui ha aspettato che io andassi a letto e se n’è uscito con ‘sta Cristo de macchina, ok?”.

Paola Grauso: “L’ha aspettata là fuori, evidentemente si son parlati, lei è uscita, sono andati via insieme poi alle cinque di mattina”.

Biagio Marzo: “E certo che se lo stava aspettando, avevano preso l’appuntamento il venerdì per il sabato notte, mi sta capendo? quindi molto probabilmente lei era pronta a scendere perché dalla strada mi… devi fare un baccano per farla uscire”.

Paola Grauso: “Lucio cosa le ha detto che è successo poi dopo?”.

Biagio Marzo: “A me Lucio non mi ha detto prima niente, quando sono venuti i carabinieri e io ho iniziato a preoccuparmi, ha cominciato a fare le prime ammissioni: Eh, sì, l’ho accompagnata a Morciano, poi arrivano i carabinieri e: Guarda, abbiamo i fotogrammi, abbiamo i fotogrammi che anche venerdì sei andato a mezzogiorno, cose che lui mi ha sempre negato che si era spostato da casa io: “Cazzo, balle me ne dici a bizzeffe, non conto più niente, fai tutto da te?, poi… te lo dico, fammi finire… Morciano, poi il maresciallo dice: Abbiamo trovato dei fotogrammi, prima ha detto l’ho vista giovedì, c’era papà vicino al bar per cui l’ho vista giovedì, vengono hanno trovato dei fotogrammi che l’ha vista domenica mattina presto e venerdì, ok?”.

Biagio Marzo ci dice praticamente che il figlio gli ha confessato l’omicidio perché non dice “ha ammesso di averla portata a Marciano” ma “ha cominciato a fare le prime ammissioni”, lasciando intendere che dopo le prime ammissione il figlio ne abbia fatte altre.

Biagio Marzo: “Io stesso: dì la verità, inutile andare da balzi a balzi, dì la verità, allora, Lucio: Guardi, l’ho dovuta accompagnare a Barbarano”.

Paola Grauso: “A Barbarano che c’è?”.

Biagio Marzo: “Eh, questo non lo so io che c’era”.

Paola Grauso: “Glielo ha chiesto lei, la ragazza?”.

Biagio Marzo: “Lucio è arrivato su ‘sto campetto qua, di fronte c’era una macchina parcheggiata sembra una Seat scura nera bordeux, nera blue scuro che Lucio dice neanche se n’è accorto di ‘sta macchina, Noemi è scesa e si è incamminata verso la macchina, si è accorto della macchina quando hanno acceso in moto, lei è salita su, hanno fatto marcia indietro e sono andati via”.

BIagio Marzo per la prima volta falsifica, si inventa una storia, quella della solita auto scura con cui svaniscono spesso gli scomparsi.

Paola Grauso: “Con un’altra macchina quindi?”.

Biagio Marzo: “Mio figlio è rimasto li, un po’ di stucco”.

Paola Grauso: “Adesso suo figlio dov’è?”

Madre di Lucio Marzo: “Adesso siamo preoccupati”.

Biagio Marzo: “Adesso sono preoccupato”.

Paola Grauso: “Non è che l’hanno portato in caserma?”.

Biagio Marzo: “Non l’hanno portato da nessuna parte perché è un minore quindi dovrebbero chiederlo a me, è uscito dalle dieci e mezzo, lo stiamo tartassando tutti, i carabinieri, io sto facendo un’indagine su di lui”.

Paola Grauso: “Quindi Lucio dice di non aver fatto del male alla ragazza!?”.

Biagio Marzo: “Lucio: “Papà stai sereno quando troveranno la ragazza capiranno che io non c’entro niente”, ma io di questo non mi fido, continuo a tartassarlo, lo sprono a dirmi, ma ti ricordi niente del passato? Le minacce! Lucio non mi sa dire niente, non mi parla proprio di queste cose qua”.

Biagio Marzo tira il sasso e ritira la mano, dice che non crede che il figlio non c’entri niente ma al contempo tira fuori la storia delle minacce in un ultimo fallimentare tentativo di scacciare il suo incubo, l’omicidio. Marzo è combattuto, si sente perduto.

Paola Grauso: “Allora le voglio dire quello che mi stanno che sta uscendo in questo momento: Hanno trovato la ragazza”.

Biagio Marzo: “Bene! Sono contento!”

Paola Grauso: “E’ morta!”.

Madre di Lucio Marzo: “No!”.

Paola Grauso: “Morta e Lucio ha confessato, questo mi arriva, non so altro”.

La madre di Lucio, alla notizia della confessione del figlio, non reagisce, non riesce a fingere perché è a conoscenza della morte di Noemi.

Biagio Marzo: “Vita mia, vita mia, Gesù mio (incomprensibile)”.

Madre di Lucio Marzo: “E’ esasperato”.

Madre di Lucio Marzo: “Sua madre ha mandato gente di Taviano per ammazzarlo, un tossico”.

La madre è alla ricerca di attenuanti.

Biagio Marzo: “Hanno creato un mostro!”.

Madre di Lucio Marzo: “Hanno creato un mostro, perché noi…”.

Biagio Marzo: ”Hanno creato un mostro e il mostro se l’è mangiati! Hanno creato un mostro e il mostro se l’è mangiati tutti! Maledetti! Maledetti! Maledetti! Maledetti! Maledetti!”.

Biagio Marzo è incapace di riconoscere di avere un figlio con un disturbo di personalità. A detta del procuratore del tribunale dei minori, Maria Cristina Rizzo, che ha interrogato Lucio, il ragazzo “Era lucido, chiaro nella ricostruzione, non ha avuto crisi di pianto o momenti di sconforto”, non solo, all’uscita dalla caserma Lucio Marzo ha sfidato la folla pronta a linciarlo con saluti, linguacce ed un sorriso, tutti atteggiamenti tipici dei soggetti antisociali che mancano di empatia, di senso di colpa e di rimorso.

Lucio all’uscita dalla caserma

Madre di Lucio Marzo: “Noi non volevamo sua figlia, non la accettavamo, hanno mandato gente da Taviano per ammazzarlo, sul bar c’erano gli amici, un tossico hanno mandato per ammazzarlo”.

Paola Grauso: “Non ha detto niente a voi?”.

Madre di Lucio Marzo: “Niente, che se lo sapevamo, l’abbiamo detto tutta stanotte pure.
Se sai qualcosa, parla, parla, che tuo padre, lui stavano indagando, pure”.

Paola Grauso: “Lui ha detto sempre che non sapeva nulla!?”.

Madre di Lucio Marzo: “Non sapeva nulla, sempre ripetendo sempre ‘ste cose, sempre ‘ste cose”.

Madre di Lucio Marzo: “Biagio, è finita, dai”.

Con questa frase la madre mostra di essere stata a conoscenza dell’omicidio di Noemi ad opera del figlio già da prima dell’intervista, la donna appare sollevata dalla confessione.

Madre di Lucio Marzo: “Ora siamo morti, dalla famiglia siamo mortiiiii!!!! Contenti??? Contenti???”.

La trasmissione Chi l’ha visto? ha scelto di registrare e mandare in onda le reazioni dei genitori di Lucio alla notizia della confessione del figlio, uno spettacolo osceno. Evidentemente gli autori del programma disconoscono la compassione, quel sentimento di pietà tanto pubblicizzato dalla Chiesa ma raramente partecipato.

Biagio Marzo dopo il fermo del figlio ha dichiarato ai giornalisti assiepati fuori dalla sua abitazione: “Io quando sarà il processo dirò tutto quanto ho nel cuore”.

Sono due la famiglie distrutte da questo fatto di sangue.

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 19 settembre 2017.

Caso Maria Ungureanu: una mia intervista a UrbanPost

Morte Maria Ungureanu, per la difesa dei fratelli Ciocan fu il padre ad abusare di lei: l’intervista esclusiva di UrbanPost alla criminologa Ursula Franco. Prove inconfutabili inchioderebbero l’uomo

di Michela Becciu

pubblicata su UrbanPost il 15 settembre 2017

Maria Ungureanu, bimba rumena di 9 anni, fu ritrovata senza vita, nuda, nella piscina del resort a San Salvatore Telesino (Benevento) ormai più di un anno fa. Morì per annegamento nella tarda serata del 19 giugno 2016. I fratelli Daniel e Maria Cristina Ciocan (quest’ultima è accusata di concorso in omicidio), connazionali amici e vicini di casa della famiglia Ungureanu, sono indagati a piede libero dalla prima ora per il presunto omicidio della bambina.

Il giovane per la Procura avrebbe ucciso Maria, e sarebbe lui l’autore degli abusi sessuali pregressi che l’autopsia evidenziò sul corpo della piccola. La tesi della Procura – e con essa la richiesta di arresto per i due indagati – tuttavia è stata rigettata due volte dal Gip del Tribunale di Benevento, Flavio Cusani, e una volta dai giudici del Riesame di Napoli. In attesa che il prossimo 27 ottobre la Corte di Cassazione si pronunci in merito al ricorso presentato dalla Procura di Benevento contro questa decisione del Riesame, UrbanPost ha intervistato la criminologa Ursula Franco, facente parte del pool difensivo dei fratelli Ciocan.

La tesi della difesa dei Ciocan è antitetica a quella della Procura e sostiene che la bimba sia morta annegata accidentalmente, mentre giocava. Non solo, la dottoressa Franco fa delle precise e pesanti accuse al padre di Maria. Ecco le sue parole a UrbanPost:

In qualità di criminologa della difesa di Daniel Ciocan lei ha espressamente puntato il dito contro Marius Ungureanu, accusando lui degli abusi sessuali sulla piccola evidenziati dall’autopsia: sulla scorta di quali elementi la difesa dei due indagati fa queste pesanti accuse al padre di Maria?

“Premesso che non siamo solo noi a puntare il dito sul padre di Maria, ma anche il Gip nelle motivazioni del secondo rigetto e anche il tribunale del Riesame di Napoli, ci sono dei dati inconfutabili: la difesa ritiene che non ci sia stato un omicidio, ma sul corpo della bambina ci sono i segni di una violenza sessuale pregressa che il medico legale della Procura reputa che sia stata inferta alla bambina qualche ora prima della morte, circa cinque ore. Violenze che sarebbero state reiterate, croniche. Praticamente i dati inconfutabili sono questi: la Procura sta indagando per una violenza sessuale, l’unico dato riferibile ad una violenza sessuale è la presenza dello sperma del padre della bambina su una sua maglietta e su una coperta sequestrata sul suo lettino. Perché noi diciamo che siamo assolutamente certi che la maglietta appartenesse alla bambina e non, come dicono alcuni, che questa maglietta fosse in uso alla madre? Perché quando questi indumenti sono stati sequestrati il signor Marius Ungureanu ha firmato un verbale dove dichiarava che quegli abiti erano di sua figlia. È lui che ci dice a chi appartenevano quei vestiti … La difesa di Ungureanu non può sostenere che appartenessero alla madre. E emerge con chiarezza in decine di intercettazioni telefoniche inequivocabili che entrambi gli Ungureanu coprono queste violenze. L’ultima violenza subita dalla bambina è avvenuta in un momento in cui lei si trovava in casa con il padre e la madre, perché quel giorno abbiamo la certezza che la bambina non uscì, infatti la madre ha sostenuto negli interrogatori che non uscirono perché faceva molto caldo. Per cui: violentata in casa, lo sperma del padre e intercettazioni incriminanti.

La posizione del padre di Maria è di apparente silenzio dinnanzi a queste gravissime accuse. O no?

“Diciamo che la madre di Maria prima ha accusato Daniel delle violenze sessuali, pur sapendo che era il marito, quindi è incorsa in un reato che è la calunnia, perché dalle intercettazioni si capisce chiaramente che lei sa chi abusava della bambina … La posizione del padre, beh, quando in un’intervista gli sono state rivolte le accuse che gli ho fatto io lui non ha detto ‘Io non l’ho abusata’, insomma. Tra l’altro poiché il medico legale ha escluso che ci fosse mai stata una colluttazione e ha escluso anche che la morte della bambina fosse avvenuta in un luogo diverso da quello del ritrovamento, è evidente che c’è stato un incidente mentre la bambina giocava. Pertanto, non essendo la violenza sessuale contestuale alla morte, non può essere considerata un movente: la morte della bambina e le violenze sessuali sono due fatti distinti”.

Come giustifica le indiscrezioni dei mesi scorsi in merito a presunte tracce biologiche di Daniel Ciocan rinvenute su alcuni indumenti della piccola Maria?

“Si tratta di Dna da contatto, pertanto un Dna da contatto su abiti che la bambina non aveva indosso la sera della sua morte, ma abiti che la bambina aveva indossato per più giorni, nei giorni precedenti. Trovarci un ‘touch Dna’ di un soggetto che frequentava la sua abitazione è nella norma, non significa nulla. Se poi l’indagine è per violenza sessuale a noi interessa la traccia di sperma”.

Lei colloca in questo scenario di morte anche un’altra persona: un’amichetta di Maria, che sarebbe a conoscenza di particolari importanti e risolutivi per le indagini.

“Esatto, una testimone, una ragazzina che è quasi maggiorenne e dal giorno precedente la morte aveva un appuntamento con Maria per fare una passeggiata in paese quella sera (domenica 19 giugno 2016 ndr). Cosa è successo: Maria è uscita di casa intorno alle 20:15 e praticamente ci sono testimoni che la vedono fino alle 20:45; in quella mezz’ora Maria chiede a delle amiche se avessero visto Daniel, ma al contempo chiede anche se avessero visto l’amica con la quale aveva un appuntamento. Non solo, queste amiche la vedono suonare alla porta di casa della nonna di questa ragazzina, che testimonia e dice di aver detto a Maria che l’amica era andata a casa sua. Maria si avvia verso casa di questa ragazzina (le testimonianze ci consentono di ricostruire il suo percorso). Pertanto la soluzione del caso è agli atti, purtroppo la Procura si è impuntata perché non vuole ammettere l’errore”.

Cosa avrebbe visto di preciso quest’amica di Maria cui lei fa riferimento?

“La ragazzina che aveva appuntamento con Maria e che assiste alla morte di Maria ha sostenuto, quando interrogata, di essere stata a casa perché era cominciato a piovere. Il padre di Maria la incontra, alle 22:00; questo mi fa pensare che a quell’ora Maria fosse morta, e che quindi questa ragazzina a casa non fosse rimasta tutta la sera.”

Avrebbe mentito, perché?

“No, non ha mentito, diciamo che lei ha dissimulato. Ha detto che si è mossa da casa di sua nonna a casa sua perché pioveva, senza spiegare troppo. Si è fatta fare solo domande sul sabato (il giorno prima della morte di Maria ndr) e non sulla domenica (19 giugno ndr). Non ha raccontato cosa avesse fatto lei la domenica e nessuno glielo ha chiesto. Questa ragazzina non è stata interrogata come si deve, il suo telefono non è mai stato messo sotto controllo, né quello della sua famiglia. Questa è una lacuna enorme, perché questa famiglia è una delle famiglie più vicine a quella della vittima; è stato intercettato chiunque in quel paese, anche chi non aveva mai visto in faccia questa bimba (Maria Ungureanu ndr). Manca un interrogatorio ben fatto alla ragazzina sul giorno della morte di Maria, lei non ha detto tutto, ecco. Mancano dei tasselli perché a questa ragazzina sono state fatte solo delle domande perché lei confermasse le ipotesi degli investigatori, lei si è vista ‘salva’…”.

Per tre volte è stata rigettata la richiesta di custodia cautelare in carcere per Daniel Ciocan e la sorella Cristina, il 27 ottobre la Cassazione si esprimerà in merito al ricorso fatto dalla Procura. Cosa vi aspettate?

“La Cassazione confermerà quello che hanno sostenuto i giudici del Riesame e il Gip, che non hanno soltanto impedito alla Procura di arrestare i Ciocan, ma hanno sostenuto, i giudici del Riesame, che la Procura si muova sulla base di un pregiudizio e l’hanno invitata ad indagare sul padre di Maria. Per tre volte viene negato l’arresto: il Gip ha inoltre sostenuto (e questo è un punto fermo per lui ) – e il Riesame ha abbracciato le sue conclusioni – che i Ciocan sono andati via alle 21:02 e i medici legali che la morte di Maria è intervenuta tra le 21:15 e le 23:15; quindi una persona non può essere in due posti diversi contemporaneamente, pertanto l’alibi dei Ciocan esclude la necessità di altre indagini in tal senso. Non c’è il loro Dna sul luogo del ritrovamento de cadavere, non c’è il loro Dna sotto le unghie della bambina. Loro non c’erano quando Maria moriva”.

Qualora la Cassazione si pronunciasse come la difesa si aspetta, come pensate agirà la Procura? Prenderà in considerazione l’ipotesi della morte accidentale o persevererà con quella dell’omicidio?

“Questa è una bella domanda… la Procura può continuare ad andare sulla sua strada e rinviare a giudizio, se ciò accadrà ci troveremo di fronte ad una persecuzione più che a un’indagine e qualcuno dovrà prendere dei provvedimenti se la Procura non accetterà la decisione della Cassazione che noi prevediamo sarà molto simile a quella del Riesame. Se ci sarà un rinvio a giudizio dei Ciocan, la difesa non è serena, di più..”

Caso Maria Ungureanu: una mia dichiarazione a Le Cronache Lucane

Stamani i RIS e i carabinieri del Comando provinciale di Benevento hanno eseguito nuovi rilievi e alcuni test fonografici nel giardino dove si trova la piscina dove poco più di un anno fa è affogata la piccola Maria Ungureanu e secondo indiscrezioni nelle prossime ore verranno riascoltati in Procura alcuni testimoni. Un rappresentante della Procura ha affermato: “Non lasceremo nulla di intentato. Il nostro obiettivo è accertare cosa è accaduto a San Salvatore Telesino, non tralasciando nessun aspetto della vicenda”.

di Redazione, 5 settembre 2017

Riportiamo una dichiarazione della criminologa Ursula Franco che fa parte del team difensivo dei germani Ciocan, avv. Giuseppe Maturo e avv. Salvatore Nicola Verrillo.

“La Procura si è ormai irrimediabilmente impantanata in un’ipotesi investigativa fantasiosa non supportata dalla casistica criminologica né da alcuna risultanza eppure non ammette il proprio errore. Purtroppo, se la Procura continuerà a non seguire i consigli della difesa, del GIP Flavio Cusani e dei tre giudici del Tribunale del Riesame di Napoli questo caso non troverà una soluzione. La soluzione è molto semplice ed è agli atti: Maria è affogata accidentalmente in compagnia di un’amica e ad abusarla era suo padre Marius Ungureanu. Per avere conferma di ciò che dico basterebbe interrogare l’amica con cui si trovava Maria quella sera, il suo nome è nella mia consulenza. La Ungureanu aveva appuntamento con lei per quella sera già dal giorno precedente, poco prima di morire la cercò dalla nonna e chiese di lei a due ragazzine. Per quanto riguarda le violenze sessuali, le risultanze investigative, analisi degli abiti e intercettazioni telefoniche, inchiodano suo padre Marius Ungureanu”.