Caso Maria ungureanu: una mia dichiarazione

CASO MARIA UNGUREANU: IL RICORSO DELLA PROCURA E’ INAMMISSIBILE

pubblicato su Le cronache Lucane e sul Casertasera il 28 ottobre 2017

Una dichiarazione della criminologa Franco che fa parte del pool difensivo, avvocati Salvatore Nicola Verrillo e Giuseppe Maturo.

L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo

“Il quarto tentativo di far arrestare i fratelli Daniel e Cristina Ciocan messo in atto da parte della procura di Benevento è fallito, il ricorso in cassazione, presentato dalla pm Scamarcio dopo il rigetto del tribunale del Riesame di Napoli, è stato dichiarato inammissibile. A mio avviso non possiamo più parlare di miopia investigativa ma di cecità. Il nome di chi abusava di Maria Ungureanu è noto, si tratta di suo padre Marius, nessun dato medico legale indica che la bambina sia stata vittima di un omicidio e l’analisi degli atti permette di inferire che al momento dell’incidente si trovasse con un’amica di cui conosciamo le generalità. O la procura cambierà rotta seguendo le indicazioni de giudici e della difesa o accumulerà fallimenti su fallimenti e non risolverà mai il caso”.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava. L’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le Cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo credibile di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.

Morte di Maria Ungureanu: analisi di un’intervista rilasciata dai genitori a Maurizio Flaminio

Nel marzo 2017, a seguito di una mia intervista in cui ho rivelato al giornalista Maurizio Flaminio di MediaTV che dagli atti emergeva che l’autore delle violenze sessuali ai danni di Maria Ungureanu era suo padre, Marius e Andrea Ungureanu hanno rilasciato un’intervista allo stesso giornalista.

Analisi dell’intervista televisiva rilasciata da Marius e Andrea Ungureanu:

Maurizio Flaminio: Perché Daniel sarebbe stato costretto ad andare presso la piscina per uccidere Maria? Lei ha un’idea?

Marius Ungureanu: Io s… io sì, c’ho un’idea, perché se Maria, mia figlia, arrivava a casa e diceva che ehm …. si sentiva male e Daniel gli aveva fatto qualcosa di male che pensava Daniel? Che iooo faccio qualcosa, lui si metteva paura di me e succedevano altri problemi.

Marius cerca di elaborare un fantomatico movente che avrebbe condotto Daniel ad uccidere Maria ma il fatto che non sia capace di chiamare le violenze sessuali che la bambina subiva da tempo con il loro nome tradisce un suo personale coinvolgimento nei fatti.

Maria Ungureanu era oggetto di violenze sessuali, suo padre Marius Ungureanu non è capace di riferirsi alle stesse con il loro nome “violenze, violenze sessuali, abusi, abusata”, ma si limita ad usare termini blandi e aspecifici come “si sentiva male” e “qualcosa di male”. Marius Ungureanu minimizza la gravità dei fatti per evitare lo stress che gli produrrebbe il chiamare con il proprio nome il grave reato da lui commesso ai danni di sua figlia.

Maurizio Flaminio: Maria è venuta a dirle che Daniel le avrebbe fatto del male?

Marius Ungureanu: No, no, Maria non mi ha… non è venuta a dirlo, a dirmi a me questa cosa, perché se arrivava a casa di dirmi: “Papà, Daniel mi ha fatto male in questo modo…”, lui Daniel c’aveva paura di me… a casa non l’ha detto niente, non… non ha detto niente, stava sempre sorridendo, però eee io credo che, in ultimo momento, lei mm quella che ha detto l’avvocato, che si sentiva male, secondo me lui ee ha approfittato di questa situazione che io stavo là sotto al lavoro e io stavo lontano di paese quindi…

Ancora una volta Marius Ungureanu minimizza l’entità del reato, una strategia verbale comune a chi commette abusi sessuali sui bambini; invece di chiamare le violenze sessuali cui veniva sottoposta Maria con il loro nome, le definisce “questa cosa” e poi, sempre riferendosi alle violenze, dice: “ha fatto male in questo modo”, “quella che ha detto l’avvocato” e “che si sentiva male”.

Nonostante Marius Ungureanu sia a conoscenza degli esiti dell’esame autoptico eseguito sul corpo di sua figlia dopo l’annegamento che ha concluso che la bambina veniva sottoposta a violenze sessuali da tempo, cerca di far passare il messaggio che Maria fosse stata abusata solo “in ultimo momento” ed infine, si colloca al lavoro, lontano dal paese, mentre le violenze avvenivano. E’ chiaro che Marius Ungureanu tenta di far credere al suo interlocutore che la bambina non fosse abusata in modo cronico ma che l’avessero violentata solo poco prima della morte perché è ben consapevole che i sospetti, in caso di violenze ripetute, non potrebbero che ricadere su di lui. Difficile, infatti, sarebbe, sia per lui che per sua moglie, continuare a sostenere di non essersi accorti delle conseguenze psichiche e fisiche di quelle violenze ripetute.

Maurizio Flaminio: Daniel non le ha riferito che Maria era stata in macchina, perché?

Marius Ungureanu: Non lo so, non lo so, questo me lo ha detto anche in caserma a me: “A me mi dispiace, mi dispiace, ti volevo chiamà al telefono, non ti ho chiamato più”, a me questo mi fa male, questa cosa.

L’unico rimprovero che Marius Ungureanu è capace di muovere a Daniel Ciocan riguarda il fatto che il ragazzo non l’abbia avvisato che avrebbe portato con sé Maria in auto; Marius non ha altri motivi di rabbia nei confronti di Daniel Ciocan perché sa che non è lui l’autore delle violenze sessuali.

Maurizio Flaminio: Rispetto alle accuse che ha fatto la dottoressa Franco, quindi accuse gravi, molto gravi, lei che cosa si sente di rispondere da padre di Maria?

Marius Ungureanu: Iooo, praticamente, mi sento molto male di quello che ha detto lei eee aspettiamo la giustizia e vediamo quello chee…

Marius Ungureanu non è capace di negare in modo credibile di aver abusato di sua figlia. La sua risposta è evasiva, un importante indice di colpevolezza. Marius Ungureanu non è capace di chiamare le violenze sessuali con il loro nome ma si riferisce alle stesse dicendo “di quello che ha detto lei”, un escamotage verbale che gli permette di non confrontarsi con lo stress che gli producono le accuse di essere un pedofilo molestatore.

Marius inizia la frase con un “Iooo”, mostrando da subito di essere in difficoltà a rispondere, il pronome personale “Io” è una delle parole che usiamo più di frequente, ogni inciampo, allungamento, balbettio su questa parola è un segnale di stress.  

Il fatto che dica che si sente male per le accuse rivoltegli è logico, teme, in primis, il giudizio dei parenti di Andrea, poi dei romeni tutti ed infine sa che un giorno dovrà rispondere del reato di violenza sessuale alla giustizia italiana.

Maurizio Flaminio: Lei ha sofferto?

Marius Ungureanu: E certo, eee normale che ho sofferto, perché in casa io a mia figlia le volevo bene non, non è quello che dice lei, cioè, è normale che mi sento male di questa frase.

Marius non è capace di negare di aver abusato di Maria ma continua semplicemente a dire di sentirsi male per le accuse rivoltegli e poi riferisce al giornalista che voleva bene a sua figlia, un’affermazione scontata e non necessaria ma estremamente rivelatrice. Il bisogno di riferire di aver amato sua figlia nasce dal desiderio di far credere agli interlocutori di aver avuto una buona relazione con la bambina, poiché è scontato che un padre ami sua figlia, il fatto che Marius senta la necessità di affermarlo suggerisce il contrario.

– Il padre di JonBenét Patricia Ramsey, John Ramsey, durante un’intervista andata in onda il primo gennaio 1997, alla domanda se credesse che la figlia fosse stata rapita e uccisa da estranei, rispose: “Sì, noi non, lei sa, è difficile da sapere ma noi siamo, la nostra famiglia è una famiglia amorevole. E’ una famiglia gentile. Abbiamo perso una figlia. Sappiamo quanto preziose siano le loro vite”. John Ramsey mostrò di non essere in grado di rispondere a proprio nome e, invece di focalizzare su chi avrebbe potuto commettere l’omicidio, introdusse una sorta di linea difensiva fondata su quanto amore ci fosse in famiglia e tentò di muovere a compassione l’interlocutore ricordando di aver perso una figlia.

– Samantha Brown dopo essere stata accusata di tentato omicidio ai danni dei suoi due figli di 8 e 9 anni ha affermato: “Non avrei mai fatto le cose delle quali mi si accusa, mai. Amo i miei figli. Non gli avrei mai fatto del male. Mai fatto del male, mai”. “Non avrei mai fatto…” non è una negazione credibile, non è equivalente a “non ho tentato di uccidere i miei figli”. “Amo i miei figli”, è un elemento linguistico non necessario, usato per difendersi dalle accuse che come abbiamo visto è presente anche nelle risposte di Marius Ungureanu ed in quella  di John Ramsey. Dire: “le cose delle quali mi si accusa” è un modo di evitare di confrontarsi con l’accusa stessa, lo stesso escamotage verbale usato ripetutamente da Marius Ungureanu.

Maurizio Flaminio: Lei spera ancora che qualcuno racconti qualcosa?

Marius Ungureanu: Se qualcuno ha visto eee, quella sera, può parlare e dire qualcosa, così ci tranquillizziamo anche noi e facciamo luce a mia figlia… se qualcuno ha visto, quella sera, iooo questa… è la mia parola cioè non…

Maria Ungureanu è morta in seguito ad un incidente mentre si trovava in compagnia di un’amica. Marius Ungureanu è estraneo ai fatti che hanno condotto alla morte di sua figlia, ciò che colpisce di questa risposta è che inviti la gente a riferire solo ciò che hanno visto “quella sera”, in una breve frase egli ripete “quella sera” per ben due volte. Evidentemente, Marius Ungureanu non desidera che si scavi nel passato, non gli fa comodo, se pensasse ad un omicidio commesso allo scopo di coprire le violenze che Maria subiva da anni e non ne fosse stato l’autore, dovrebbe ritenere la morte di sua figlia l’atto finale di un processo che si trascinava nel tempo e di conseguenza sperare in indagini accurate e non solo sui fatti di “quella sera”.

Maurizio Flaminio: Quali sono le sue sensazioni?

Andrea Ungureanu: Noi prima non sapeva nulla che loro si frequentano perché nessuno non me l’ha detto, tante queste testimonianze che c’è, non me l’ha detto prima nessuno eee, lui in caserma non teneva manco il coraggio di guardami negli occhi… no maa non teneva neanche il coraggio di parlare, solo: “Mi dispiace, mi dispiace”, da per che cosa non sapeva poi: “Ti voleva chiamà, non ti ho chiamato più”.

Andrea Elena Ungureanu né fa il nome di sua figlia né si riferisce a lei chiamandola “mia figlia”, dice semplicemente “loro” riferendosi al Ciocan e a Maria, un modo per prendere le distanze dalla bambina.

Maria non ha mai frequentato Daniel da sola, non è agli atti, non esistono le fantomatiche “tante testimonianze” cui fa riferimento Andrea, Andrea mente perché non desidera che si giunga alla verità in specie sulle violenze che la bambina subiva. Daniel ha 21 anni e considerava Maria una sorella minore, non poteva che dirsi dispiaciuto per la sua morte.

Maurizio Flaminio: Quindi lei si è fatta già in quei giorni una convinzione?

Andrea Ungureanu: Sì, sì, perché quando sei un amico di famiglia capita una cosa del genere, vai, sei primo lì sotto, lui quella sera stessa non stava, nessun familiare sotto, dove è successo, in Piazza Pacelli.

Ancora una volta la madre non fa alcun riferimento preciso alla figlia, non dice “mia figlia Maria”, non la nomina, nonostante stia parlando di lei, un modo per prenderne le distanze.

Daniel e Cristina non si trovavano in paese nel momento in cui venne ritrovato il cadavere di Maria né mentre erano in corso le ricerche, per questo motivo non parteciparono alle stesse.

Marius Ungureanu: Cioè tutte le persone stavano venute, tutto San Salvatore è uscito fuori e lo…

Maurizio Flaminio: Avete mai avuto timore che alla bimba potesse succedere qualcosa?

Marius Ungureanu: No.

Andrea Ungureanu: No, perché…

Marius Ungureanu: No, perché.

Andrea Ungureanu:… quando usciva non stava… usciva sempre orario di chiesa.

Ancora una volta Andrea Ungureanu non dice “mia figlia Maria”, mostrando di prendere le distanze da lei.

Marius Ungureanu: Mezz’ora, massimo mezzora stava fuori e poi tornava.

Andrea Ungureanu: Massimo e tornava a casa.

Maurizio Flaminio: In questo periodo di tempo che è trascorso dalla morte della piccola Maria avete ricevuto segnalazioni?

Andrea Ungureanu: No, che mo’ non viene nessuno, stiamo abbandonati.

Marius Ungureanu: No, non è che stiamo abbandonati, ci stanno le persone che stanno venendo però ognuno…

Marius teme che la dichiarazione della moglie possa danneggiarli, per questo motivo cerca di aggiustare il tiro, non vuole che passi il messaggio che qualcuno li abbia abbandonati, non potrebbe che averlo fatto perché sospetta di loro.

Maurizio Flaminio: Il paese ha paura di essere vicino a voi?

Marius Ungureanu: No, noi aspettiamo… finale.

Andrea Ungureanu: Noi aspettiamo, non è come (incomprensibile) prima, non me l’ha detto nessuno niente, noi…

Maurizio Flaminio: Una madre non si accorge delle violenze? Non si è accorta che la bambina…?

Andrea Ungureanu: No, no.

Anche ad Andrea Ungureanu sono state mosse gravi accuse, il concorso omissivo in violenza sessuale, e anche lei come il marito non è capace di negare in modo credibile il suo coinvolgimento.

Maurizio Flaminio: Neppure lei?

Marius Ungureanu: No, io no… io la sera quando tornavo da lavoro… andavo a fare la doccia, mi riposavo (ride) che lavoro (sospiro)…

In questa risposta di Marius Ungureanu è presente uno straordinario indice di colpevolezza in merito agli abusi. Ogni parola non necessaria presente in una dichiarazione ha una storia da raccontare. In una precedente risposta Marius ha sottolineato di aver voluto bene a sua figlia, un’affermazione superflua, un subdolo tentativo di difendersi dalle accuse, in questa risposta si trova un non necessario riferimento all’acqua. Il fatto che Marius Ungureanu senta la necessità di dire “andavo a fare la doccia” ci suggerisce che per lui è estremamente importante affermarlo e che aveva bisogno di ripulirsi. Ogni riferimento non necessario all’acqua, al lavarsi, alla doccia è strettamente e specificamente correlato con gli abusi sessuali. Acqua e abusi sessuali vanno a braccetto sia da un punto di vista comportamentale che linguistico, sia per quanto riguarda le vittime che gli autori di questi reati. E’ estremamente significativo non solo il fatto che per Marius sia necessario riferire della “doccia” ma anche il contesto stesso in cui inserisce questo dettaglio, Marius Ungureanu collega “la doccia” agli abusi e sente il bisogno di affermarlo pubblicamente. 

Marius Ungureanu, in questa breve risposta, ripete per due volte la parola “lavoro” e riferisce che si riposava, entrambe le informazioni che fornisce non sono necessarie, non sono d’aiuto alle indagini, gli servono solo per difendersi, egli intende dire che non poteva sapere degli abusi perché era al lavoro o si riposava.

La priorità di Marius Ungureanu non è aiutare a risolvere il caso ma apparire un gran lavoratore e crearsi un alibi in merito agli abusi.

Maurizio Flaminio: Che cosa fa adesso?

Marius Ungureanu: Sempre in campagna lavoro, faccio potare le olive, faccio i giardini, quello che capita di giorno.

Maurizio Flaminio: Lei signora?

Andrea Ungureanu: Io sto a casa.

Marius Ungureanu: A parte quello che a me mi dispiace perché in questo paese mi sono sentito come al mio paese in Romania, qua tengo le persone che rispetto come a mio padre e ce l’ho ancora queste persone, ci stanno, li rispetto come mio padre, mi danno un consiglio e li ascolto io.

In questa spontanea e gratuita dichiarazione, Marius mostra ancora una volta di avere una priorità: tentare di dare un’immagine pulita di sé. Il suo interesse primario non è aiutare a capire come siano andati i fatti che hanno condotto alla morte di Maria ma raccontarsi come un uomo rispettoso e per questo degno di stima allo scopo di allontanare i sospetti da sé.

Maurizio Flaminio: Vi fa più male pensare che i colpevoli siano romeni?

Marius Ungureanu: Certo, che sono romeni, certo, che sono romeni.

Andrea Ungureanu: Che sono romeni e poi a Daniel mio marito l’aiutava molto in lavoro, io non tanto tenevo conferenze con loro perché io lavoravo, non tanto ci frequentiamo tra noi.

Marius Ungureanu: Io quando sono venuto qua in Italia a me non mi ha aiutato nessuno, so’ partito da zero, ci stavano i giorni che non avevo da mangiare e sono andato avanti e quindi una cosa del genere che io ti sto aiutando a te non me lo puoi fare e mi devi chiamare al telefono, prima che, ti devi permettere di chiam… di prendere mia figlia in macchina o quando vieni a frequentare la casa mia, non ti puoi permettere senza di me a casa.

Ancora una volta e sempre spontaneamente, Marius Ungureanu si racconta come un uomo tutto d’un pezzo, un gran lavoratore, capace di aiutare i suoi compaesani in difficoltà. Marius si dice arrabbiato con Daniel per l’unica cosa a lui rimproverabile, l’aver portato Maria in auto per una mezz’ora senza avvisarlo ma non ce la fa ad attribuirgli le violenze sessuali di cui è responsabile lui stesso. E’ stato bravo il giornalista a non interrompere Marius Ungureanu durante le sue tirate oratorie che sono sempre rivelatrici.

Maurizio Flaminio: Se Daniel e Cristina Ciocan dovessero risultare estranei, vi sentireste meglio?

Marius Ungureanu: Meglio non mi sento mai…

Andrea Ungureanu: Mai.

Due risposte adeguate di due genitori in lutto.

Marius Ungureanu: No, meglio non mi sento mai, ma purtroppo eee abbiamo aspettato fino a mo’, io c’ho la fiducia nella giustizia.

No comment.

Maurizio Flaminio: Maria era stata altre volte in compagnia di Daniel, in auto? L’aveva frequentata? Vi fidavate di Daniel?

Marius Ungureanu: Ma veramente non… l’abbiamo saputo all… alla fine, quando è successo di mia figlia, perché lui l’ha presa già tante volte in macchina e lei non ha mai detto… è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià, perché la prendi in macchina senza chiamarmi? Chiamami.

E’ estremamente significativo che Marius dica che il fatto che Daniel non lo abbia avvisato “è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià”, questo perché sa che non era Daniel ad abusare di sua figlia e non ha il coraggio di accusare il povero Daniel delle violenze che era invece lui a perpetrare. 

Maurizio Flaminio: La difesa dei due fratelli Ciocan sostiene che ci sia una ragazzina, in particolare, a conoscenza dei fatti, non avete mai avuto contezza di chi potesse essere?

Marius Ungureanu: Nooo.

Andrea Ungureanu: No, lasciamo la giustizia per faree… gli inquirenti il suo lavoro.

Marius Ungureanu: Noo… chi è questa ragazzina non lo so.

Andrea Ungureanu: No, non sappiamo.

Non è strano che non gli interessi l’ipotesi alternativa a quella omicidiaria, un’ipotesi peraltro meno dolorosa, non gli interessa perché, se la procura indagasse in quel senso le violenze sessuali, verrebbero finalmente attribuite a chi le ha commesse, a lui, a Marius Ungureanu.

Maurizio Flaminio: Maria aveva delle amiche?

Marius Ungureanu: Sì, sì, ci stavano sempre vicino dalla chiesa, in piazza.

Andrea Ungureanu: Una vicino dalla chiesa e un’altra vicina di casa.

Marius Ungureanu: No, di fronte di casa, la stradina, il vicoletto che va d’intorno alla chiesa.

Per tutto il corso dell’intervista Marius ed Andrea si sono riempiti la bocca con la parola “chiesa” ben consapevoli del potere purificatore del termine stesso.

Maurizio Flaminio: Secondo voi le indagini sono state complete?

Andrea Ungureanu: Noi questo non lo sa… sappiamo che ha fatto un gran lavoro però qui s’ha da parla’ Daniel.

Maurizio Flaminio: Secondo voi solo Daniel?

Andrea Ungureanu: Sì, ultimo, lui s’ha da parlà quello che ha combina’, lui s’ha da parla’.

Andrea sa che era il marito ad abusare della bambina ma è comunque convinta che Daniel sia a conoscenza delle circostanze della morte di Maria, per questo motivo è capace di scagliarsi contro di lui.

Maurizio Flaminio: E la responsabilità di Cristina, secondo voi c’è?

Andrea Ungureanu: Noi non sappiamo della Cristina, inquirenti l’hanno accusata, non noi.

Marius Ungureanu: Noi non sappiamo niente della Cristina.

Entrambi gli Ungureanu prendono le distanze dalle accuse mosse a Cristina dalla procura, in specie Andrea, che ha da subito accusato Daniel e che non poteva immaginare che le sue menzogne ed omissioni avrebbero travolto non solo lui ma anche sua sorella, un’altra innocente. Andrea, nonostante fosse a conoscenza del fatto che era Marius ad abusare di Maria, è stata capace di accusare Daniel di essere coinvolto nella morte di sua figlia perché, quantomeno inizialmente, non aveva dubbi che la bambina fosse stata prima violentata e poi uccisa.

In conclusione, Marius Ungureanu:

– risponde in modo evasivo quando viene messo di fronte alle accuse;

– non è capace di negare in modo credibile di aver abusato di sua figlia;

– non è concretamente capace di difendersi dalle accuse di essere un pedofilo come invece avrebbe fatto un soggetto innocente;

– minimizza, non è capace di chiamare le violenze sessuali che sua figlia subiva con il loro nome, non ne è capace perché non riesce a confrontarsi con l’infame reato da lui commesso, usa parole più blande come “male” o addirittura si riferisce a “quella che ha detto l’avvocato”;

– non è capace di accusare Daniel di altro se non di aver trasportato Maria in auto senza avvisarlo, tranne fare ipotetiche elucubrazioni su un fantomatico movente di un fantomatico omicidio perché sa che non era il Ciocan ad abusare sua figlia;

– cerca goffamente di collocarsi sempre al lavoro;

– afferma di aver amato la figlia allo scopo di prendere le distanze dalle accuse;

– senza alcun motivo fa riferimento alla “doccia”, ogni parola non necessaria ha una storia da raccontare, il suo linguaggio è quello degli abusi sessuali;

– si esibisce in gratuite tirate oratorie sganciate dal contesto, semplicemente per dipingersi come un gran lavoratore che rispetta gli anziani, come un uomo al di sopra di ogni sospetto;

Il desiderio di dipingersi come un uomo onesto è stato per tutto il corso dell’intervista il suo obiettivo, la sua priorità, il vero e unico motivo per il quale il padre di Maria Ungureanu ha rilasciato l’intervista, un atteggiamento tipico di chi si macchia di reati sessuali. La necessità di Marius di rappresentarsi come un “good guy” cela un “bad guy”.

Morte di Maria Ungureanu: intervista

Secondo la criminologa dei fratelli Ciocan la Procura di Benevento è decisa a commettere un errore giudiziario e non ha alcuna intenzione di risolvere il caso Ungureanu.

Maria Ungureanu ha perso la vita il 19 giugno 2016 in una piscina di San Salvatore Telesino, la difesa dei fratelli Ciocan, avvocato Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo non ha dubbi, i loro assistiti sono estranei ai fatti. La criminologa che collabora con loro, la dottoressa Ursula Franco, è sicura che si sia trattato di una morte accidentale e che Maria fosse in compagnia di un’amica al momento dell’incidente.

di Domenico Leccese, pubblicata su Le Cronache Lucane il 23 ottobre 2017

Vediamo cosa ci ha dichiarato la criminologa Ursula Franco poco prima della discussione degli avvocati del ricorso in Cassazione presentato dalla Procura dopo il terzo rigetto: “Venerdì 27 ottobre 2017 si consumerà in Cassazione un altro episodio della inaccettabile saga “in morte di Maria Ungureanu”; la Procura giocherà un’ulteriore carta per tentare di commettere un lapalissiano errore giudiziario. Nonostante tre rigetti e le accuse di razzismo mosse al pubblico ministero Maria Scamarcio dai Giudici del Tribunale del Riesame di Napoli, la Scamarcio non rivede le sue posizioni. Per nostra fortuna i fatti non si possono cambiare a posteriori e non c’è nulla agli atti che possa far pensare ad un coinvolgimento dei Ciocan nella morte della bambina mentre emerge con forza dalle indagini la più semplice soluzione del caso, una verità che la Procura non vuol vedere perché non vuole ammettere di aver preso lucciole per lanterne. La verità “senza se e senza ma” su questo triste caso giudiziario è questa: la responsabilità in ordine alle violenze che la piccola Maria Ungureanu subiva è del padre, il signor Marius Ungureanu, mentre è coinvolta nella morte della bambina una sua amica di qualche anno più grande la quale si trovava con lei quella sera e omise di soccorrerla per paura di ripercussioni. Il fatto che la Procura abbia pubblicizzato di aver coinvolto un nuovo medico legale con l’incarico di riesaminare gli esiti dell’autopsia eseguita per la Procura stessa da due medici legali di fama, è una circostanza che fa venire i brividi, non aggiungo altro”.

Morte di David Rossi: un suicidio

David Rossi

Perdersi nei frames del video in cui si vede un luccichio o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse, non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano moralmente ed economicamente e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che vengono accusati di aver commesso omicidi che nessuno ha commesso.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta  immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi, nel cestino del suo studio, sono stati trovati tre messaggi d’addio da lui scritti e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita. Non solo il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane” è la conferma che, nelle settimane precedenti alla sua morte, David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente, per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.

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Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10.13, David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “help”, la riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza dei tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente, né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover interpellare due grafologi, il Prof. Giuseppe Sofia ed il Dott. Antonio Sergio Sofia. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovava ancora del personale.

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. 

Non è neanche credibile che i fantomatici assassini siano entrati nello studio di David dopo che lui aveva scritto e buttato nel cestino i biglietti d’addio, si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e abbiano gettato l’orologio più di mezz’ora dopo la precipitazione del Rossi (19.43.43- 20.16).

Pertanto non solo si può escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie ma anche che questi soggetti siano rimasti nello studio del Rossi dopo la caduta fino alle 20.16, momento in cui, secondo alcuni, avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avessero gettato l’orologio nel vicolo.

Non è una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sinistri sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che il suo orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e che sia finito a poco distanza dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre-precipitazione con un soggetto dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00, mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa,  non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma anche le testimonianze di familiari e colleghi.

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi la sera stessa del suicidio. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già prima delle 19.41 manifestò al collega del marito, Giancarlo Filippone, al telefono, e alla figlia Carolina, al suo ritorno a casa alle 20.10, una prematura preoccupazione, tanto che entrambi si recarono in banca.

Il fatto che la Tognazzi si sia mostrata seriamente preoccupata in seguito al ritardo di pochi minuti del marito, è un segnale del fatto che la Tognazzi era consapevole delle difficoltà psichiche del Rossi.

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie il suo timore che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, notò che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sul come se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Nel 40-60% dei suicidi, durante l’esame medico legale, si riscontrano segni di autolesionismo.

Sempre martedì 5 marzo 2013, David Rossi, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto. Ecco la testimonianza di Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, sentito dagli inquirenti, ha dichiarato: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato“.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse di casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a lui con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico del marito, non appena lo stesso uscì di casa, chiamò al telefono il cognato, Ranieri Rossi, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, che era giunto a compiere atti di autolesionismo, e invitandolo a parlare con lui. Proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David Rossi.

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

Omicidio d’impeto

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega:

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega Bondi, ancora presente in Banca, avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

3) è difficile pensare che la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio, avrebbe riportato anch’egli i segni della colluttazione, segni  che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) nello studio di David Rossi si sarebbero dovuti rilevare i segni della colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David i fogli erano ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone risultò integro, mai calpestato da alcuno. 

La finestra dello studio di David Rossi

Omicidio premeditato

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso, né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi all’interno della banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripresoda una telecamera della banca o di essere visto dai colleghi del Rossi, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata e in uscita dalla banca non potevano che essere limitati;

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43.43);

4) anche in questo caso mancano, su mobili e suppellettili presenti nello studio di David, gli inevitabili segni della colluttazione che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita, depongono per un suicidio.

P.S. Per chi mette in dubbio il suicidio di Rossi, sostenendo che David non si sarebbe gettato di schiena, sono rivelatrici le foto scattate e il video girato il 20 maggio 2018 durante il suicidio di Fausto Filippone.

Filippone, come David Rossi, si è suicidato gettandosi di schiena da un viadotto.

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Dall’articolo di repubblica.it: CHIETI – “Ha perso un foglio mentre si lasciava cadere di schiena dal Viadotto Alento (…) Quando è arrivata sul viadotto, Fausto ha alzato la bimba per i fianchi e l’ha lanciata di sotto. Quindi ha scavalcato in un punto senza rete di contenzione e si è sistemato sulla soletta di cemento. La soletta esterna. Sette ore, un’estenuante trattativa, a fasi, e l’ha fatta finita anche lui. Lanciandosi di spalle (…)”.

Suicidio di David Rossi: analisi di alcuni scambi verbali tra Giancarlo Filippone e Antonino Monteleone

Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena

Durante la puntata de Le Iene del 1 ottobre 2017 sono andate in onda, tra le altre, un’intervista a Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi e un tentavivo di intervista a Giancarlo Filippone che era amico e capo della segreteria di Rossi all’epoca dei fatti.

Carolina Orlandi ha spiegato ad Antonino Monteleone il perché si trovasse nella sede del Monte dei Paschi nel momento in cui venne scoperto il corpo di David Rossi sul selciato sottostante la finestra del suo ufficio: Alle 8 e 10 sono tornata a casa per cena, vedo mia mamma che era già a letto perché era malata che mi diceeee: Sono preoccupata, David non sta tornando a casa, mi aveva detto che alle 7 e mezzo sarebbe stato qua a farmi la puntura.

Ciò che colpisce del racconto di Carolina è il fatto che riferisca che sua madre le abbia detto: “Sono preoccupata” nonostante il ritardo di David fosse di poche decine di minuti. Essere “preoccupata” alle 8.10 è da ritenersi a dir poco prematuro, a meno che la Tognazzi non avesse seri motivi per esserlo. Antonella era al corrente del momento delicato in cui si trovava la banca e avrebbe potuto semplicemente pensare che David non le rispondesse al telefono perché magari si stava intrattenendo a parlare con qualcuno. 

Carolina Orlandi: Sono arrivata qua davanti, stavo per salire da quell’entrata là, mi chiama mia madre, mi dice: dove sei? Sto entrando al Monte, sto andando da David, lei mi dice: Ho chiamato Giancarlo Filippone, lui ha detto di aspettare davanti all’ingresso, ho detto: Guarda tanto posso salire, sono qua davanti, no, no, ha detto di aspettarlo, ho aspettato che arrivasse, siamo saliti insieme fino all’area comunicazione, che c’è subito la porta dell’ufficio di David, lui mi dice: Accomodati qua che entro io, nell’ufficio accanto che era il suo, in quel momento non mi son fatta domande e poi ho sentito un respiro mozzato, lui è venuto fuori ci siamo trovati praticamente in mezzo ai due uffici e lui con le mani nei capelli mi ha detto: Carolina, una tragedia, s’è ammazzato, e io rimango paralizzata ovviamente, gli chiedo cosa fosse effettivamente successo e lui mi dice: S’è buttato di sotto.

La circostanza che Antonella Tognazzi  abbia allertato Carolina e Filippone, nonostante David fosse in ritardo di poche decine di minuti, è la riprova del fatto che la Tognazzi aveva seri motivi di preoccupazione. Il fatto che Filippone abbia chiesto ad Antonella di dire a Carolina di aspettarlo fuori dall’ufficio di David potrebbe spiegarsi in due modi:

  • Filippone poteva pensare che Rossi fosse occupato con qualcuno
  • oppure, dopo la telefonata di Antonella, anche lui realizzò che David avrebbe potuto fare un gesto anticonservativo e non voleva che fosse Carolina a trovarlo ferito o addirittura morto. 

Di certo non un comportamento da assassino, se Giancarlo Filippone avesse ucciso David Rossi avrebbe trovato mille scuse per non tornare in banca in modo che fossero altri a scoprirne il corpo o al limite avrebbe lasciato che Carolina salisse da sola nell’ufficio di David e che fosse la ragazza a scoprirne il cadavere nel vicolo. 

Antonino Monteleone: Filippone è una delle ultime persone che vede vivo David in banca quel pomeriggio, quello stesso giorno David aveva incontrato per pranzo suo fratello Ranieri che agli inquirenti racconta: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico di cui si era fidato lo aveva tradito”. Chi è l’amico fidato che aveva tradito David?

Antonino Monteleone fa un lavoro sporco, associa la figura di Filippone ad un fantomatico “amico fidato” che avrebbe tradito David. Vediamo perché “l’amico fidato” traditore non esiste; sul verbale, che Le Iene hanno mostrato in televisione, si legge: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”; non solo Monteleone non riporta esattamente ciò che ha detto Ranieri Rossi agli inquirenti sopprimendo la parola “conoscente” ma rincara la dose definendolo “l’amico fidato” invece che “un suo amico/conoscente di cui si era fidato”, due concetti ben diversi, “l’amico fidato” è l’amico di cui ci si fida, al quale si confida tutto o quasi, “un suo amico/conoscente di cui si era fidato” è una figura diversa di cui probabilmente Rossi si era fidato in una precisa circostanza o per un limitato periodo di tempo. 

Tra l’altro è agli atti il fatto che Ranieri Rossi avesse parlato di questa rivelazione di David con la Tognazzi e che quest’ultima le avesse detto di credere che David si riferisse ad un giornalista.

Antonino Monteleone: Uno degli ultimi colleghi che l’hanno visto vivo in banca è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo, il suo amico e segretario Giancarlo Filippone, che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare.

E’ grave che, dopo due archiviazioni del fatto come suicidio, Antonino Monteleone inserisca in questa presentazione di una specie di intervista a Filippone la frase: “è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo”, lasciando intendere, con l’uso dell’avverbio “ufficialmente” che o Filippone o altri fossero già a conoscenza della caduta di David.

E’ inoltre intollerabile che Monteleone dica: “il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare”, in modo da lasciar passare il messaggio che sia un demerito non parlare con la stampa da parte di chi può essere informato su alcuni fatti relativi ad un caso giudiziario. Filippone, come gli altri, ha collaborato con i magistrati ed è un punto di merito che non desideri né apparire in televisione né speculare sulla morte di un amico. 

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Carolina Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Antonino Monteleone: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno da più o meno quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato, non ci ha più contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Antonino Monteleone: Cioè, a te è capitato di incrociarlo e nemmeno vi salutate più!?

Carolina Orlandi: No.

Antonino Monteleone: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, però diciamo che certe domande me le sono fatte.

Non è difficile capire il motivo per cui Filippone ha preso le distanze dalla famiglia dell’amico David, evidentemente ritiene che l’unico vero referente sia la magistratura perché la sua posizione e quella della famiglia non coincidono.

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone?

Giancarlo Filippone: Sì.

Antonino Monteleone: Buongiorno, Italia 1, Le Iene.

Giancarlo Filippone: No lascia perdere.

Antonino Monteleone: Ci stiamo occupando della morte di David Rossi

Giancarlo Filippone: Sì, sì, ma lascia perdere. Esci da qui.

Antonino Monteleone: Le volevo chiedere se ci può dire se il giorno che c’è stato l’evento lei era al corrente diiii…?

Giancarlo Filippone: No, non ero al corrente di niente.

Antonino Monteleone: Perché non c’aiuta? Non credo che sia importante…

Giancarlo Filippone: Sì, ma mi lasci fare? Vuoi che chiami qualcheduno? Allora esci.

Antonino Monteleone: Uno dei più stretti collaboratori, la sua testimonianza ci aiuta a capire meglio cosa è successo quel giorno.

Incredibilmente Monteleone si permette di insinuare che Filippone sia stato un testimone reticente, che sappia più di quanto non abbia detto ai magistrati.

Antonino Monteleone: Ma perché reagisce così? Scusi. Ma per quale motivo non vuole parlare? Cioè lei è una delle prime persone che ha visto il cadavere sul selciato…

Non è difficile capire il perché Filippone non voglia parlare con il giornalista, ha risposto ai magistrati e non desidera speculare sulla morte dell’amico.

Giancarlo Filippone: Sì, ma non è il caso, scusami. Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: E’ al corrente di impegni che aveva quel giorno?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Lei perché quando la signora Tognazzi la chiama per dirle che era preoccupata si precipita per venire qui? Sospettava qualcosa?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Perché quando arriva con Carolina Orlandi le chiede di aspettare nella stanza, quando entra nell’ufficio di Davide Rossi?

Giancarlo Filippone: Scusate, eh. Scusate, eh.

Antonino Monteleone: Ma perché non si ferma a parlare di un suo caro amico? Stiamo cercando di fare luce su questo evento!

Antonino Monteleone: Lei si è rivisto nel filmato della telecamera di sorveglianza?
C’è una freddezza in quelle immagini, si vede lei e Mingrone che guardate quel povero ragazzo a terra.

Analizzando il video della telecamera di sicurezza, Monteleone ritiene di essere in grado di riconoscere in Filippone e in Mingrone, non i segni di uno shock che emergono con forza dalle tre telefonate di soccorso fatte da Bernardo Mingrone nell’immediatezza della scoperta del cadavere di David Rossi e dal racconto di Carolina Orlandi ma quelli di “una freddezza”.

Giancarlo Filippone: Uscite di qui, eh. Allora, te esci.

Antonino Monteleone: Le posso chiedere perché lei non vuol rispondere a due domande su una questione che è clamorosa, ha segnato la storia di questa città? Filippone lei ha ricevuto…

Giancarlo Filippone: Sì, ma non starmi vicino, ce la fa?

Antonino Monteleone: Ma perchè s’arrabbia, mi scusi?

Giancarlo Filippone: Te ‘un ti preoccupa’?

Antonino Monteleone: Mi sarei aspettato una reazione diversa!

Giancarlo Filippone: Certo, eh, è logico.

Antonino Monteleone: Sì che è logico, scusi.

Giancarlo Filippone: Ehh.

Antonino Monteleone: Lei sarebbe disposto a incontrare i familiari di David, ci risulta che da quando c’è stato l’evento si siano interrotti tutti i rapporti, le posso chiedere perché?

Monteleone continua a far credere al pubblico televisivo che Filippone nasconda qualcosa mentre sa benissimo che Giancarlo Filippone si è messo a disposizione dei magistrati da subito.

Antonino Monteleone: C’ha un freddezza, la stessa freddezza di quando ha visto quel corpo sul selciato che mi fa impressione Filippone, anche questa reazione.

Monteleone lascia passare il messaggio che il comportamento di Giancarlo Filippone denoti “freddezza” mentre invece rivela tutt’altro. Monteleone è ben consapevole che ciò che rimarrà nella mente dei telespettatori sono le sue continue e gratuite insinuazioni e non le risposte di Filippone, tantomeno le immagini di un uomo braccato in modo disgustoso.

Giancarlo Filippone: Eh, ora vieni.

Antonino Monteleone: Dove devo venire?

Giancarlo Filippone: Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: Ma perché non accetta di rispondere a due domande e ci aiuta a chiarire tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale? Due archiviazioni, un uomo che cade dalla finestra faccia al muro.

E’ gravissimo che Monteleone dica che se Filippone rispondesse a due sue domande si chiarirebbero “tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale”, lasciando intendere che Filippone sappia più di quanto abbia riferito ai magistrati e che quindi sia da annoverarsi tra i testimoni reticenti.

Giancarlo Filippone: Perché lo chiedete a me?

Giustamente Filippone chiede al giornalista il perché chieda a lui dei buchi che, secondo Monteleone, ci sono nella ricostruzione ufficiale.

Antonino Monteleone: Ma perché lei è uno delle prime persone che era lì.

Antonino Monteleone: Filippone, abbia pazienza solo 5 minuti, ma è importante.

Giancarlo Filippone: Basta dai, per favore.

Antonino Monteleone: Se lei fosse al mio posto si chiederebbe le stesse cose.

Giancarlo Filippone: Mi lasci in pace, per favore, lasciami fare, non ti preoccupare.

Antonino Monteleone: Ma come non mi faccio a preoccupare? Ma come una persona con cui lei lavorava fianco a fianco vola in quel modo dalla finestra dell’ufficio e per lei lascia fare?

Giancarlo Filippone: Basta, ma te ‘un ti preoccupare, te lascia fare.

Antonino Monteleone: Quand’è l’ultima volta che ha visto David? Ma perché non c’avete voglia di ricostruire questa storia, per lei è normale quello che è successo?

Antonino Monteleone continua a porre domande a Filippone fingendo di ignorare il perché un caro amico di David Rossi non desideri parlare con un giornalista di uno show televisivo come “Le Iene”, che ha trasformato in uno spettacolo la sua morte.

Per tutto il tempo della fallita intervista Giancarlo Filippone ha mantenuto un comportamento equilibrato e ha mostrato di non voler apparire, non perché abbia qualcosa da nascondere ma per rispetto all’amico David Rossi, due atteggiamenti che gli fanno onore e che mostrano che di sicuro non è lui “l’amico fidato che aveva tradito David”, non essendo un egocentrico chiacchierone.

Al termine della messa in onda della fallita intervista a Giancarlo Filippone, una vera e propria persecuzione, Antonino Monteleone ha dichiarato: “Filippone non ci vuole aiutare a ricostruire quello che è successo quella sera e allora proviamo con l’altro collega di David arrivato nel vicolo assieme a lui, Bernardo Mingrone”.

Ancora una volta Monteleone, per condizionare l’opinione pubblica, insinua gratuitamente il dubbio che Filippone sappia e taccia cose che se fossero note ai magistrati cambierebbero le risultanze delle indagini sulla morte di David Rossi.

Suicidio di David Rossi: analisi delle telefonate di soccorso di Bernardo Mingrone

David Rossi è morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio; David era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Informato della sua caduta, Bernardo Mingrone, capo dell’area finanza di Monte dei Maschi ha chiamato i soccorsi e i carabinieri.

Bernardo Mingrone

– Analisi della chiamata al 118 delle 20.43 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatore: 118?

Bernardo Mingrone: Deve mandare subito a Siena, Rocca Salimbeni… subito un’ambulanza.

Richiesta di soccorsi immediata e concisa. Nessun convenevole.

“subito” segnala un’urgenza e delinea la personalità del Mingrone.

Operatore: Siena?

Bernardo Mingrone: Subito un’ambulanza!

Seconda richiesta di soccorsi a distanza di pochi secondi.

Operatore: Sì, ho capito ‘ndove?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni, subito.

Operatore: E’ una via? C’è una via lì? Che cos’è?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni a su… Oh mio dio, oh mio dio, a Siena subitoooo!!!

Operatore: Allora, in che civico andiamo?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni tre, subito.

Operatore: Sì, sta arrivando.

Bernardo Mingrone: Come si chiama quella strada? Mandi in Piazza Salimbeni, subito… al tre.

Terza richiesta di soccorso. Mingrone, o non ricorda o non sa il nome del vicolo dove è caduto David, non perde tempo, invita il 118 a raggiungere Piazza Salimbeni che è a pochi passi.

Operatore: Sì che è successo?

Bernardo Mingrone: Si è appena buttata una persona dalla finestra.

Operatore: In Piazza Salimbeni?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni, tre!!!

L’enfasi sulla parola “tre” è un invito a far presto.

Operatore: Sì, stiamo arrivando, stiamo arrivando.

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. La richiesta di assistenza immediata sarà più intensa nel caso in cui la vittima per cui viene richiesta sia una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale e generalmente tale richiesta si trova nelle fasi iniziali della telefonata.

1) Mingrone fa una precisa richiesta d’aiuto all’operatore non appena ottiene da lui una risposta e tale richiesta è immediata e concisa.

2) Mingrone non si perde in convenevoli. Le buone maniere sono fuori luogo durante un’emergenza, mal si accordano con una telefonata di soccorso e quando sono presenti sono sospette perché generalmente servono a chi chiama per accattivarsi l’operatore al fine di celare eventuali responsabilità. Vi rimando all’analisi della telefonata al 118 della famiglia Ciontoli

3) La richiesta d’aiuto di Mingrone è ferma, ripetuta e sottolineata dall’urgenza, in un breve scambio con l’operatore ripete la parola “subito” per ben sei volte.

4) Per tutta la durata della telefonata, il tono della voce di Bernardo Mingrone è modulato in accordo con i fatti descritti e tradisce il suo stato d’ansia dovuto ad un forte e sincero coinvolgimento emotivo. 

Al contrario, l’assenza di modulazione del tono della voce è un indicatore di menzogna, chi simula è in grado di modulare il proprio tono della voce solo nelle fasi iniziali di una telefonata di soccorso o a picchi, questo perché chi mente non riesce a concentrarsi a lungo sul tono di voce da usare essendo impegnato nel tentativo di costruire risposte verbali non incriminanti.

– Analisi della seconda chiamata al 118 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatrice: 118 Siena?

Bernardo Mingrone: Sì, ho chiamato per un’ambulanza in via dei Rossi, non è ancora arrivato nessuno.

Un’altra richiesta.

Operatrice: Allora in via dei Rossi?

Bernardo Mingrone: Dei Rossi, sì.

Operatrice: Ma dove? A Siena?

Bernardo Mingrone: In Piazza, sì, Salimbeni.

Mingrone capisce che l’operatrice non ha chiaro dove si trovi via dei Rossi, per questo motivo continua a far riferimento alla più nota Piazza Salimbeni, David, peraltro, si trova in vicolo Monte Pio.

Operatrice: Ah, in Piazza Salimbeni stanno arrivando, son partiti, erano a un pronto soccorso, stavano scaricando un altro malato.

Operatrice: Che succede signore?

Bernardo Mingrone: Eh, si è suicidata una persona.

Operatrice: Ma è…

Bernardo Mingrone: Si è buttata da una finestra.

Operatrice: A che piano?

Bernardo Mingrone: Dal terzo, è immobile per terra, io non so che… no… non riesco ad andarci.

Operatrice: Lo vede che respira?

Bernardo Mingrone: Sì, sì, non… non respira.

Bernando Mingrone, su richiesta dell’operatrice, riferisce che David non respira più ma nonostante tutto desidera che si faccia al più presto un disperato tentativo di soccorrerlo.

Mingrone, a differenza di Alberto Stasi, non si rassegna alla morte del proprio collega. Mingrone non è in grado di metabolizzare un’informazione così sconvolgente ed insiste affinché David venga rapidamente soccorso. La mancata accettazione della morte è un indice di innocenza, al contrario, nel caso di Stasi, l’accettazione della morte di Chiara è un indice della sua colpevolezza.

Operatrice: Sento le sirene, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, questa è la polizia.

Operatrice: Uhm, è la polizia? OK.

Bernardo Mingrone: Sì, è la polizia.

Operatrice: Comunque, guardi, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No… ah… ecco l’ambulanza.

Operatrice: E’ l’ambulanza, OK, arrivederci.

– Analisi della telefonata effettuata da Mingrone al 112:

Carabiniere: Pronto?

Bernardo Mingrone: Pronto?

Carabiniere: Pronto, buonasera, Carabinieri di Siena, prego…

Bernardo Mingrone: Può mandare subito una macchina a via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi!? Si è buttata una persona dalla finestra.

Si noti che Mingrone non risponde al “buonasera” del carabiniere ma chiede “subito” una pattuglia, mostrando urgenza.

È chiaro che Mingrone fa sempre riferimento a Piazza Salimbeni e non a via dei Rossi perché è convinto, a ragione, che la Piazza sia più conosciuta della via e che non sarà difficile indirizzare da lì i carabinieri e i soccorsi in via dei Rossi. In ogni caso Mingrone fornisce al carabiniere più riferimenti possibili: “via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi”, perché non ci siano dubbi su dove mandare la pattuglia.

Carabiniere: Come si chiama lei scusi? Pronto? Come si chiama lei?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mi…?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Miii…?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mingrone.

Carabiniere: Di nome?

Bernardo Mingrone: Bernardo, Bernardo.

Carabiniere: Bernando, via dei Rossi?

No comment.

Bernardo Mingrone: Via dei Rossi, com’è il numero? (Mingrone si informa da altre persone per rispondere al carabiniere con precisione) all’incrocio di via dei Rossi.

Mingrone chiede informazioni ad altri soggetti vicini a lui per essere il più preciso possibile con il carabiniere.

Carabiniere: Via dei Rossi…?

Bernardo Mingrone: Mandate una macchina qua in Piazza Salimbeni, al volo.

Mingrone è spazientito, fa capire al suo interlocutore che le sue domande sono una perdita di tempo e chiede che venga mandata un’auto “al volo”.

Carabiniere: Salimbeni, lì, è da… davanti al Monte!

Bernardo Mingrone: Sì, esatto!

Il carabiniere mostra di conoscere Piazza Salimbeni, Mingrone appare sollevato.

Carabiniere: Da dove si è buttato questo signore?

Bernardo Mingrone: Dal terzo cazzo di piano!

Mingrone è esasperato dalle domande del carabiniere e glielo fa capire.

Carabiniere: Oh, signore, io sto facendo delle domande… (Mingrone interrompe il carabiniere)

Non solo Bernardo Mingrone dice la parola “cazzo” ma interrompe il carabiniere, è stremato dai tempi morti della telefonata e manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi. Di certo Mingrone non fa nulla per accattivarsi l’interlocutore, mostrandoci così di non avere nulla da nascondere, egli desidera sinceramente che si faccia il possibile per salvare David.

Parolacce ed imprecazioni si trovano di frequente nelle telefonate di soccorritori innocenti mentre nelle telefonate di soccorso di soggetti implicati nei fatti si riscontrano spesso eccessive buone maniere. 

Bernardo Mingrone: Una macchina, per favore.

Il contesto è la chiave, l’espressione, “per favore”, non rientra tra i convenevoli ma è al limite del polemico, non viene utilizzata per ingraziarsi l’operatore ma per accelerare i tempi.

Carabiniere: Eh, vi si manda, va bene? Un attimino.

Bernardo Mingrone: Sì, grazie.

Mingrone ringrazia mostrandosi finalmente sollevato.

CONCLUSIONI

La richiesta d’aiuto di Mingrone è stata immediata e ripetuta e caratterizzata dall’urgenza (“subito”,“al volo”).

Bernardo Mingrone non ha fornito informazioni non necessarie, né estranee al contesto, né contraddittorie, né ha mai risposto in modo evasivo.

Mingrone ha mostrato di avere difficoltà ad accettare la morte di David Rossi.

Nelle sue risposte sono assenti le ripetizioni, le pause e le domande, tutti espedienti che i colpevoli usano per prendere tempo per cercare di costruire risposte non incriminanti.

Mingrone non si è esibito in convenevoli, al contrario, ha lasciato intendere al carabiniere di essere irritato con lui mostrando di non temere di inimicarselo.

In sintesi, le tre telefonate di Bernando Mingrone provano la sua estraneità ai fatti e sono un esempio straordinario di una sincera richiesta di soccorso.

Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled.

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the fact.

A UK trained Analyst with whom I collaborate, also noted: Aside from the missing information, the big thing is where he says “I’m sorry*” which is a big red flag. He minimises via use of passivity “an error”. He has a need to add the unnecessary words “deliberate act…”. What is he thinking about? This is leakage. What did he see her die of? “Something” is passive. He doesn’t say he saw her fall down as the pronoun “I” is missing. Interestingly he has the need to add another unnecessary word, which makes it important to him when her says, her “whole” body. Again, he has knowledge of everything. This is leakage. He can’t seem to help himself with the need to explain and the missing information and leakage. He himself is his priority.

* “I’m sorry” is often an indicator of a form of regret; for some, for what they have done (or failed to do) and for others, for being caught.  

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The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject.

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”.

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Madsen’s biographer, Djursing, revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

Suicidio di David Rossi: analisi dell’intervista estorta a Pierluigi Piccini da Le Iene

“Liberamente nel campo di Siena, ogni vergogna deposta, s’affisse”.

Dante, purgatorio, XI canto

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio nella sede del Monte dei Paschi di Siena; David era il responsabile della comunicazione della banca.

Nel marzo 2014 e nel luglio 2017 il GIP ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di David come suicidio.

L’inviato del programma televisivo “Le Iene”, Antonino Monteleone, ha parlato con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, i due, in compagnia di altre due persone, erano seduti al tavolo all’aperto di un bar di Piazza del Campo, la loro conversazione è stata registrata da una telecamera e da un microfono nascosti ed è stata  mandata in onda, senza il consenso del Piccini, nella puntata de “Le Iene” di domenica 8 ottobre 2017.

Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena

Antonino Monteleone: Ma se uno volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda?

Pierluigi Piccini: No, tutte cazzate, tutte cazzate, David Rossi aveva in mano… Lui ha gestito più di 50 milioni di euro in 4 anni… aveva le porte aperte dappertutto.

Piccini sembra escludere l’ipotesi del suicidio di David.

Antonino Monteleone: Lei crede sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure che effettivamente ci siano delle anomalie tali da… ?

Pierluigi Piccini: No, le anomalie ci sono, le anomalie ci sono, è inevitabile e poi David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto e dice: “Io di questa città conosco tutto, dai tempi del Piccini fino ad oggi”, David Rossi fa il grande errore di dire: “Io parlo”.

Piccini dice: “David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto” e poi, in aggiunta, cita una frase di David dove compare il suo nome, lo fa per darsi importanza; in ogni caso Piccini lascia intendere che Rossi sapesse alcune cose e che potrebbe essere stato ucciso per evitare che le rivelasse.

Vediamo che cosa ha dichiarato riguardo a questo punto la moglie di David, Antonella Tognazzi: 

Giornalista: E’ vero che suo marito voleva andare in procura? Per dire che cosa?

Antonella Tognazzi: Ma in realtà niente, questo… io sono altamente certa di questo, è… il problema è che evidentemente qualcuno con la coscienza eee poco pulita eee non sapeva che cosa voleva o poteva andare a dire e forse si è preso, non lo so, in mente un momento di panico, io non lo so, io non lo so.

Antonino Monteleone: Cioè non c’è complottismo nel dire: Questo non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Pierluigi Piccini: No, no.

Piccini continua a lasciar intendere che, a suo avviso, David è stato ucciso, senza dirlo esplicitamente.

Antonino Monteleone: Lei a che ora ha saputo?

Pierluigi Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Piccini risponde con una domanda per prendere tempo e poi non dice “poco dopo” ma desidera che si sappia che lui è stato uno di quelli ad essere informati nell’immediatezza dei fatti.

Antonino Monteleone: E ha pensato: Oddio è impazzito David, o ha pensato: Non quadra?

Pierluigi Piccini: Non… no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida, la città è convinta che sia stato ucciso.

Piccini lascia intendere che non frequentasse David Rossi da tempo, non può pertanto essere d’aiuto per comprendere lo stato d’animo di Rossi prima della sua morte; poiché Piccini non è in grado di motivare il proprio convincimento riferisce al giornalista che, come lui, “la città è convinta che sia stato ucciso”.

Antonino Monteleone: Ma può avere… questa benedetta perquisizione… per la fuga di notizie aver… cioè tu sei uno che si mangia il mondo, ad un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…?

Pierluigi Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa, eh, ha paura di una perquisizione?

Piccini continua ad esprimersi senza essere a conoscenza dello stato d’animo di Rossi prima della sua morte; l’ex sindaco non solo non frequentava più David ma non lavorava neanche più per il Monte dei Paschi.

La vedova di David, Antonella Tognazzi, nonostante si sia sempre detta convinta che David non si sarebbe suicidato, ha rilasciato dichiarazioni agli inquirenti che smentiscono Piccini:

“Ha cominciato a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al. Presidente Mussari, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il Mussari, la vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l’ultima volta che si erano sentiti era a Natale. Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. La perquisizione del suo ufficio e dell’abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal Rossi successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni”.

Il dottor Fabrizio Viola, amministratore delegato della Banca Monte dei Paschi di Siena, smentisce anch’egli Piccini. Viola, sempre in merito alla perquisizione, ha dichiarato agli inquirenti:

“Premetto che il 19 febbraio lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisiziohe lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti; gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese atto di questo. Dall’indomani tuttavia iniziò a ridirmi. di sentirsi “messo in mezzo” da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento” .

Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, sentito il giorno dopo il suicidio di David, ha manifestato agli inquirenti le preoccupazioni del Rossi:

“Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”. 

Antonino Monteleone: Dice: Pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Pierluigi Piccini: Mah, scusa, ma… eh? Allora sennò veramente… ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini è vago, evasivo e, non facendo un regalo né a David, né a se stesso, lascia intendere che in banca succedessero cose da “pelo sullo stomaco”.

Piccini parla della carenza di documenti nell’ufficio di David:

Pierluigi Piccini: Questo è strano perché David aveva l’abitudine quando faceva l’addetto stampa mio di prendere sempre appunti, cioè io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano e quindi poi una memoria la teneva lui, questo fatto che lui non abbia lasciato nulla.

Piccini ha bisogno di precisare i ruoli, David “faceva l’addetto stampa mio”, “lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente”, non “David lavorava con me” o “David collaborava con me”, vuol far sapere al suo interlocutore che un uomo importante come Rossi era un suo sottoposto. 

Antonino Monteleone: David era un semplice capo dell’area comunicazione?

Pierluigi Piccini: Sì, ma non scherziamo, io vengo dalla banca, eh, cioè… ora non scherziamo.

Antonino Monteleone: Non faceva solo l’addetto stampa?

Pierluigi Piccini: Macchè, lui era l’uomo… il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo, ma uno che gestisce 54, 50 milioni di euro in 4 anni, ma ma ti rendi conto quanti sono? Cioè, che lui avesse una particolare, anche come dire, appeal all’interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì, ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì.

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Ma con ruoli attivi o di spettatore privilegiato?

Pierluigi Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì e poi dopo come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni, quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperle.

Antonino Monteleone: Quindi non può essere un uomo che è rimasto solo, che è crollato?

Pierluigi Piccini: Ma quali solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia, non aveva un problema di lavoro assolutamente.

Pierluigi Piccini: E dice alla madre: Vengo a prendere le polpette?!

Antonino Monteleone: Per non farla preoccupare.

Pierluigi Piccini: Ma sì e poi s’ammazza, dai via su, alla madre dice: “Guarda sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, we, non esiste.

Antonino Monteleone: E dice alla moglie: Vengo a farti la puntura?!

Pierluigi Piccini: Ma dai! Ma non esiste, no? Vengo a prendere le polpette alla madre… non ti sembra strano? Tu a tua madre dici: “Mamma vengo a prendere le polpette e poi t’ammazzi?”, così la madre non se ne accorge che te sei ammazzato? Dai via, cioè, no, no, no, non… però l’indagine è stata fatta male. Il problema: parte male questa indagine all’inizio e devo dire, anche la famiglia nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono sparite delle… dei vestiti, io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Pierluigi Piccini sostiene che il fatto che David Rossi avesse preso degli impegni a ridosso della sua morte sia con la madre che con la moglie è la riprova che non possa essersi ucciso, un’affermazione smentita dalla casistica.  

Antonino Monteleone: Chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato e quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Pierluigi Piccini: Allora c’è un’altra storia parallela.

L’ex sindaco lascia intendere che David è stato ucciso a causa di una storia parallela che vede comunque coinvolta la banca. 

Antonino Monteleone: In che senso?

Pierluigi Piccini: C’è un’altra sto… c’è un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni!?”. Io: Ma scusa, perché? Era un’amica mia dove il marito era nei servizi… “Ma guarda”, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”… Perché la magistratura potrebbe anche aver abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale, non so se mi sono spiegato? Questo filone non è mai stato preso. E Questo avvocato romano mi ha detto: “Non state lì a girare tanto le scatole. C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare dove facevano i festini”. Chi andava a queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi, ad esempio? Maaah? Ci andava qualche personaggio nazionale? Maaaah? La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Piccini riferisce un fatto riferitogli da un avvocato romano al quale lo avrebbe riferito un’amica, moglie di un uomo dei servizi segreti, tanto basterebbe per farsi una sonora risata se l’argomento della conversazione non fosse tragico.

Ma veniamo alla natura della clamorosa rivelazione fatta a “Le Iene” da Piccini e a sua volta confidatagli da un fantomatico avvocato romano, non un amico perché l’ex sindaco ne parla con distacco, forse qualcuno con cui Piccini si è intrattenuto a parlare della morte di David per qualche minuto, insomma, questo signore, che, per accreditarne le rivelazioni, l’ex sindaco definisce “avvocato”, a detta di Piccini, lo avrebbe invitato ad “indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”. In poche parle, il fantomatico avvocato romano non si sarebbe rivolto direttamente alla Procura di Siena ma avrebbe invitato il signor Pierluigi Piccini ad indagare. Fantascienza.

Piccini, durante la chiacchierata con Monteleone, dopo aver riferito le rivelazioni del fantomatico avvocato romano, ipotizza che la magistratura senese possa anche aver insabbiato tutto per evitare che scoppiasse una “bomba morale” e poi lascia intendere che, tra coloro che andavano ai festini, potessero esserci alcuni magistrati senesi ed aggiunge che a Siena gira cocaina a fiumi.

In un’intervista a La Repubblica del 10 ottobre 2017 Piccini afferma: “Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”, confermando di aver semplicemente riportato delle voci e mostrando di non ricordare neanche chi gliele avesse riferite, “mi sembra un avvocato romano”; inoltre, ancora una volta, afferma che sono voci che “circolano da tempo in città”, al pari della voce che David Rossi sia stato ucciso e poi aggiunge che “nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”.

Evidentemente è entrato ormai nella tradizione popolare toscana, insieme alla zuppa di pane raffermo e verdure, quando non si sa che pesci pigliare, il fantasticare di festini in qualche villa isolata, in specie dopo che si è diffusa l’infondata “credenza” che il cosiddetto mostro di Firenze, un serial killer a tutti gli effetti, avrebbe prelevato i tanto bramati trofei per cederli ad un fantomatico “secondo livello” che organizzava festini a luci rosse per professionisti e intellettuali. Un’enorme boiata che purtroppo continua a mietere vittime innocenti. Il Mostro di Firenze, autore di 8 duplici omicidi, è stato un singolo assassino seriale che ha ucciso per lussuria, un incompetente sessuale che ha agito sulle sue vittime atti sessuali sostitutivi come la penetrazione con il coltello del seno e del pube o l’asportazione degli stessi, pezzi anatomici che gli hanno permesso di rivivere emozionalmente l’omicidio a distanza di tempo.

Antonino Monteleone: In italia.

Pierluigi Piccini: Sì, domandalo a (nome censurato) quanta ne… quanto uso ne fa!

Piccini fa un nome e dice che il soggetto in questione è un consumatore abituale di cocaina. Un’idea sul nome censurato da “Le Iene” non è difficile farsela. Che c’entra con la morte di David il fatto che questo signore faccia o meno uso di cocaina? Piccini evidentemente prova rancore nei confronti del soggetto in questione e si è semplicemente tolto un sassolino dalla scarpa. Non è la prima volta che durante la chiacchierata con Monteleone trapela una certa frustrazione da parte dell’ex primo cittadino.

Antonino Monteleone: Ne fa o ne faceva?

Pierluigi Piccini: Ne fa.

Pierluigi Piccini insiste. Non ne esce bene, di certo più da pettegolo che da eroe, come invece qualcuno vorrebbe dipingerlo.

Pierluigi Piccini: Questa è un’altra storia parallela e mi fermo qui e se esce mezza parola, io vi denuncio perché io non posso fare, io sono una persona pubblica in questa città, mi candido a fare il sindaco e non posso farlo. Ad un certo punto, io posso anche capire magistratura che di fronte ad una cosa del genere, guarda che te sto a dire, cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile… e lo posso anche capire.

L’ex sindaco non solo lascia intendere che la magistratura avrebbe insabbiato “perché altrimenti diventa una cosa molto difficile” ma dice che può capirli, non uscendone bene neanche stavolta.

Antonino Monteleone: Sempre resta irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare?

Pierluigi Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo, non lo vedi che ancora non riescono a risolvere i probl… Si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Piccini è evasivo, non gli è facile trovare collegamenti che non esistono.

Antonino Monteleone: Ma dello IOR gli avevi chiesto?

Pierluigi Piccini: Ragazzi mi volete mandar… che volete fare di me, mi volete rovinare?

Antonino Monteleone: Ci dice davanti ad una telecamera: “Per me David Rossi non si è suicidato”?

Pierluigi Piccini: Questo ve lo posso dire, l’ho scritto dicendo che ho seri dubbi sul fatto che si sia suicidato, questo l’ho scritto.

Piccini dice di poter dire davanti alla telecamera che David non si è suicidato, mostrando di essere convinto che “Le Iene” debbano ancora cominciare a registrare.

Antonino Monteleone: I dubbi ti vengono dal vedere le immagini o dalla conoscenza?

Pierluigi Piccini: Eh, ma son tanti fattori, tutta questa indagine ha dei punti…

Pierluigi Piccini: Ragazzi ma io devo fare… so’ candidato a sindaco, mi volete mettere contro la magistratura, facciamo un patto scritto e io… va bene… Io vi devo misurare perché se voi fate uscire mezza parola di quello che ho detto io non vi faccio l’intervista.

Pierluigi Piccini crede che dopo questa chiacchierata inizieranno a registrare l’intervista vera e propria.

Antonino Monteleone: Lui assume che abbiamo registrato, lui da per scontato…

Pierluigi Piccini: Sì, sì.

Piccini ha il timore che la sua voce possa essere già stata registrata.

Accompagnatore di Monteleone: Quindi le cose che ci ci ha detto ce le ha dette sapendo che potevamo registrarlo ma potrà dire ma mi registravano io che ne sapevo.

L’accompagnatore di Monteleone dice questa frase per usarla in forma di consenso, per poi pubblicare la chiacchierata con Piccini. Piccini non è consapevole di essere registrato e per questo non replica a questa affermazione.

Pierluigi Piccini: Io ti ho dato una serie di informazioni, gestiscile.

Piccini invita ingenuamente Monteleone ad indagare sulla “pista parallela” da lui prospettata pensando che “Le Iene” approfondiranno la nuova “pista” senza fare il suo nome.

Pierluigi Piccini: Voi mi dite che non m’avete registrato niente, cosa che non ci credo perché tu c’hai un sorriso strano, ‘sto ragazzo c’ha un sorriso strano, anche questo so’ due paraculi questi, fammi vedere l’altro telefono, ne hai tanti… però ci diventa rosso, lo vedi eh? Mi volevate inculare? Che teste di cazzo, no, mi volevate inculare, siete teste di cazzo tutti e due. Aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, no, eh, no, eh, no, io vi denuncio, io vi denuncio davvero, eh… Guarda, eh, no, eh, non va bene, levala dai, c’ha il registratore, tira fuori, queste sono delinquenzate, siete dei delinquenti, dammi l’apparecchio, dammi l’apparecchio, tu non ti muovi da qui, eh, tu mi devi dare quella registrazione, è così, se tu adoperi le parole che io ho detto, dato che c’ho testimoni, ti denuncio. Tu mi hai carpito una cosa, ora mi fate incazzare davvero, eh, ma che stiamo a scherza’, ma tu mi carpisci le cose senza dirmi niente e vuoi anche avere ragione? Stai cercando di giustificare quello che hai fatto? Ma che stiamo a scherzare, stiamo!?

Pierluigi Piccini è sinceramente preoccupato, non aveva la consapevolezza di essere registrato, “Le Iene”, come Piccini lascia intendere durante la conversazione, gli avevano fatto credere che lo avrebbero intervistato e registrato solo dopo la chiacchierata informale al tavolino del bar, tanto che al termine della puntata, Piccini ha rilasciato il seguente comunicato stampa: “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset), preciso che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”.

Antonino Monteleone durante messa in onda della registrazione ha dichiarato: Avete capito, lui poteva immaginarlo benissimo che avremmo potuto registrarlo ma nonostante questo c’abbiamo pensato a lungo prima di decidere cosa fare di questa conversazione e abbiamo deciso di pubblicare questo incontro perché comunque sia stiamo parlando della morte di una persona e della richiesta di verità da parte dei familiari anche perché delle tante persone incontrate a Siena in questi giorni, in un clima a dir poco omertoso, l’ex sindaco Piccini è l’unico dei personaggi non legati alla famiglia che ci ha detto sinceramente come la pensa e anche come la pensa una buona parte della città.

Antonino Monteleone, prima di tutto, per giustificare la messa in onda di una registrazione estorta, vuol fare credere al suo pubblico televisivo che Piccini potesse immaginare di essere registrato e che pertanto quel “poter immaginare” possa essere interpretato come una specie di consenso, un abominio. Monteleone aggiunge inoltre di aver deciso di mandare in onda la conversazione estorta per un’impellenza morale, perché la registrazione riguardava la morte di una persona, nulla di più lontano dalla verità, bastava analizzare superficialmente le dichiarazioni di Piccini per capire che l’ex sindaco non aveva riferito nulla che potesse far luce sulla morte di David Rossi ma solo impressioni personali e pettegolezzi. “Le Iene” hanno mandato in onda la registrazione estorta semplicemente per fare spettacolo, ben consapevoli che avrebbero arrecato un danno a Pierluigi Piccini.

La registrazione è stata trasmessa alla Procura di Genova non perché le rivelazioni dell’ex sindaco abbiano alcun peso riguardo alla morte di Rossi ma per le gravi “accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena” da parte di Piccini e “per la sistematica delegittimazione, come quella da ultimo operata dall’interlocutore delle Iene (rilanciata scientemente senza alcun filtro e con la consapevolezza di non aver compiuto alcun riscontro), che senza alcuna conoscenza diretta della complessa attività di indagine, dei risultati degli accertamenti tecnici, degli immani sforzi compiuti per dare spiegazione ad ogni elemento di criticità, sulla base di un pregiudizio personale, senza indicare alcun argomento di merito, tenta di accreditare, con esternazione ignote per provenienza, una propria tesi personale suffragandola con pesantissime accuse ai danni dei magistrati che hanno seguito la vicenda giudiziaria, additandoli come partecipi di un oscuro disegno criminoso”, così come dichiarato dal Procuratore capo Salvatore Vitello.

Personalmente vorrei dire a Monteleone che non ha nessun diritto di definire omertoso chi non parla con lui. Il signor Antonino Monteleone non è nessuno per pretendere risposte da chicchessia, i signori da lui definiti omertosi, le risposte le hanno già date alla magistratura.