Caso Maria ungureanu: una mia dichiarazione

CASO MARIA UNGUREANU: IL RICORSO DELLA PROCURA E’ INAMMISSIBILE

pubblicato su Le cronache Lucane e sul Casertasera il 28 ottobre 2017

Una dichiarazione della criminologa Franco che fa parte del pool difensivo, avvocati Salvatore Nicola Verrillo e Giuseppe Maturo.

L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo

“Il quarto tentativo di far arrestare i fratelli Daniel e Cristina Ciocan messo in atto da parte della procura di Benevento è fallito, il ricorso in cassazione, presentato dalla pm Scamarcio dopo il rigetto del tribunale del Riesame di Napoli, è stato dichiarato inammissibile. A mio avviso non possiamo più parlare di miopia investigativa ma di cecità. Il nome di chi abusava di Maria Ungureanu è noto, si tratta di suo padre Marius, nessun dato medico legale indica che la bambina sia stata vittima di un omicidio e l’analisi degli atti permette di inferire che al momento dell’incidente si trovasse con un’amica di cui conosciamo le generalità. O la procura cambierà rotta seguendo le indicazioni de giudici e della difesa o accumulerà fallimenti su fallimenti e non risolverà mai il caso”.

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Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016, per il duplice efferato di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, l’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo convincente di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso, tra le righe, che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.

Morte di Maria Ungureanu: analisi di un’intervista rilasciata dai genitori

Nel marzo 2017, a seguito di una mia intervista in cui ho rivelato al giornalista Maurizio Flaminio di MediaTV che dagli atti emergeva che l’autore delle violenze sessuali ai danni di Maria Ungureanu era suo padre, Marius e Andrea Ungureanu hanno rilasciato un’intervista allo stesso giornalista.

Analisi dell’intervista televisiva rilasciata da Marius e Andrea Ungureanu:

Maurizio Flaminio: Perché Daniel sarebbe stato costretto ad andare presso la piscina per uccidere Maria? Lei ha un’idea?

Marius Ungureanu: Io s… io sì, c’ho un’idea, perché se Maria, mia figlia, arrivava a casa e diceva che ehm …. si sentiva male e Daniel gli aveva fatto qualcosa di male che pensava Daniel? Che iooo faccio qualcosa, lui si metteva paura di me e succedevano altri problemi.

Marius cerca di elaborare un fantomatico movente che avrebbe condotto Daniel ad uccidere Maria ma il fatto che non sia capace di chiamare le violenze sessuali che la bambina subiva da tempo con il loro nome tradisce un suo personale coinvolgimento nei fatti.

Maria Ungureanu era oggetto di violenze sessuali, suo padre Marius Ungureanu non è capace di riferirsi alle stesse con il loro nome “violenze, violenze sessuali, abusi, abusata”, ma si limita ad usare termini blandi e aspecifici come “si sentiva male” e “qualcosa di male”. Marius Ungureanu minimizza la gravità dei fatti per evitare lo stress che gli produrrebbe il chiamare con il proprio nome il grave reato da lui commesso ai danni di sua figlia.

Maurizio Flaminio: Maria è venuta a dirle che Daniel le avrebbe fatto del male?

Marius Ungureanu: No, no, Maria non mi ha… non è venuta a dirlo, a dirmi a me questa cosa, perché se arrivava a casa di dirmi: “Papà, Daniel mi ha fatto male in questo modo…”, lui Daniel c’aveva paura di me… a casa non l’ha detto niente, non… non ha detto niente, stava sempre sorridendo, però eee io credo che, in ultimo momento, lei mm quella che ha detto l’avvocato, che si sentiva male, secondo me lui ee ha approfittato di questa situazione che io stavo là sotto al lavoro e io stavo lontano di paese quindi…

Ancora una volta Marius Ungureanu minimizza l’entità del reato, una strategia verbale comune a chi commette abusi sessuali sui bambini; invece di chiamare le violenze sessuali cui veniva sottoposta Maria con il loro nome, le definisce “questa cosa” e poi, sempre riferendosi alle violenze, dice: “ha fatto male in questo modo”, “quella che ha detto l’avvocato” e “che si sentiva male”.

Nonostante Marius Ungureanu sia a conoscenza degli esiti dell’esame autoptico eseguito sul corpo di sua figlia dopo l’annegamento che ha concluso che la bambina veniva sottoposta a violenze sessuali da tempo, cerca di far passare il messaggio che Maria fosse stata abusata solo “in ultimo momento” ed infine, si colloca al lavoro, lontano dal paese, mentre le violenze avvenivano. E’ chiaro che Marius Ungureanu tenta di far credere al suo interlocutore che la bambina non fosse abusata in modo cronico ma che l’avessero violentata solo poco prima della morte perché è ben consapevole che i sospetti, in caso di violenze ripetute, non potrebbero che ricadere su di lui. Difficile, infatti, sarebbe, sia per lui che per sua moglie, continuare a sostenere di non essersi accorti delle conseguenze psichiche e fisiche di quelle violenze ripetute.

Maurizio Flaminio: Daniel non le ha riferito che Maria era stata in macchina, perché?

Marius Ungureanu: Non lo so, non lo so, questo me lo ha detto anche in caserma a me: “A me mi dispiace, mi dispiace, ti volevo chiamà al telefono, non ti ho chiamato più”, a me questo mi fa male, questa cosa.

L’unico rimprovero che Marius Ungureanu è capace di muovere a Daniel Ciocan riguarda il fatto che il ragazzo non l’abbia avvisato che avrebbe portato con sé Maria in auto; Marius non ha altri motivi di rabbia nei confronti di Daniel Ciocan perché sa che non è lui l’autore delle violenze sessuali.

Maurizio Flaminio: Rispetto alle accuse che ha fatto la dottoressa Franco, quindi accuse gravi, molto gravi, lei che cosa si sente di rispondere da padre di Maria?

Marius Ungureanu: Iooo, praticamente, mi sento molto male di quello che ha detto lei eee aspettiamo la giustizia e vediamo quello chee…

Marius Ungureanu non è capace di negare in modo credibile di aver abusato di sua figlia. La sua risposta è evasiva, un importante indice di colpevolezza. Marius Ungureanu non è capace di chiamare le violenze sessuali con il loro nome ma si riferisce alle stesse dicendo “di quello che ha detto lei”, un escamotage verbale che gli permette di non confrontarsi con lo stress che gli producono le accuse di essere un pedofilo molestatore.

Marius inizia la frase con un “Iooo”, mostrando da subito di essere in difficoltà a rispondere, il pronome personale “Io” è una delle parole che usiamo più di frequente, ogni inciampo, allungamento, balbettio su questa parola è un segnale di stress.  

Il fatto che dica che si sente male per le accuse rivoltegli è logico, teme, in primis, il giudizio dei parenti di Andrea, poi dei romeni tutti ed infine sa che un giorno dovrà rispondere del reato di violenza sessuale alla giustizia italiana.

Maurizio Flaminio: Lei ha sofferto?

Marius Ungureanu: E certo, eee normale che ho sofferto, perché in casa io a mia figlia le volevo bene non, non è quello che dice lei, cioè, è normale che mi sento male di questa frase.

Marius non è capace di negare di aver abusato di Maria ma continua semplicemente a dire di sentirsi male per le accuse rivoltegli e poi riferisce al giornalista che voleva bene a sua figlia, un’affermazione scontata e non necessaria ma estremamente rivelatrice. Il bisogno di riferire di aver amato sua figlia nasce dal desiderio di far credere agli interlocutori di aver avuto una buona relazione con la bambina, poiché è scontato che un padre ami sua figlia, il fatto che Marius senta la necessità di affermarlo suggerisce il contrario.

– Il padre di JonBenét Patricia Ramsey, John Ramsey, durante un’intervista andata in onda il primo gennaio 1997, alla domanda se credesse che la figlia fosse stata rapita e uccisa da estranei, rispose: “Sì, noi non, lei sa, è difficile da sapere ma noi siamo, la nostra famiglia è una famiglia amorevole. E’ una famiglia gentile. Abbiamo perso una figlia. Sappiamo quanto preziose siano le loro vite”. John Ramsey mostrò di non essere in grado di rispondere a proprio nome e, invece di focalizzare su chi avrebbe potuto commettere l’omicidio, introdusse una sorta di linea difensiva fondata su quanto amore ci fosse in famiglia e tentò di muovere a compassione l’interlocutore ricordando di aver perso una figlia.

– Samantha Brown dopo essere stata accusata di tentato omicidio ai danni dei suoi due figli di 8 e 9 anni ha affermato: “Non avrei mai fatto le cose delle quali mi si accusa, mai. Amo i miei figli. Non gli avrei mai fatto del male. Mai fatto del male, mai”. “Non avrei mai fatto…” non è una negazione credibile, non è equivalente a “non ho tentato di uccidere i miei figli”. “Amo i miei figli”, è un elemento linguistico non necessario, usato per difendersi dalle accuse che come abbiamo visto è presente anche nelle risposte di Marius Ungureanu ed in quella  di John Ramsey. Dire: “le cose delle quali mi si accusa” è un modo di evitare di confrontarsi con l’accusa stessa, lo stesso escamotage verbale usato ripetutamente da Marius Ungureanu.

Maurizio Flaminio: Lei spera ancora che qualcuno racconti qualcosa?

Marius Ungureanu: Se qualcuno ha visto eee, quella sera, può parlare e dire qualcosa, così ci tranquillizziamo anche noi e facciamo luce a mia figlia… se qualcuno ha visto, quella sera, iooo questa… è la mia parola cioè non…

Maria Ungureanu è morta in seguito ad un incidente mentre si trovava in compagnia di un’amica. Marius Ungureanu è estraneo ai fatti che hanno condotto alla morte di sua figlia, ciò che colpisce di questa risposta è che inviti la gente a riferire solo ciò che hanno visto “quella sera”, in una breve frase egli ripete “quella sera” per ben due volte. Evidentemente, Marius Ungureanu non desidera che si scavi nel passato, non gli fa comodo, se pensasse ad un omicidio commesso allo scopo di coprire le violenze che Maria subiva da anni e non ne fosse stato l’autore, dovrebbe ritenere la morte di sua figlia l’atto finale di un processo che si trascinava nel tempo e di conseguenza sperare in indagini accurate e non solo sui fatti di “quella sera”.

Maurizio Flaminio: Quali sono le sue sensazioni?

Andrea Ungureanu: Noi prima non sapeva nulla che loro si frequentano perché nessuno non me l’ha detto, tante queste testimonianze che c’è, non me l’ha detto prima nessuno eee, lui in caserma non teneva manco il coraggio di guardami negli occhi… no maa non teneva neanche il coraggio di parlare, solo: “Mi dispiace, mi dispiace”, da per che cosa non sapeva poi: “Ti voleva chiamà, non ti ho chiamato più”.

Andrea Elena Ungureanu né fa il nome di sua figlia né si riferisce a lei chiamandola “mia figlia”, dice semplicemente “loro” riferendosi al Ciocan e a Maria, un modo per prendere le distanze dalla bambina.

Maria non ha mai frequentato Daniel da sola, non è agli atti, non esistono le fantomatiche “tante testimonianze” cui fa riferimento Andrea, Andrea mente perché non desidera che si giunga alla verità in specie sulle violenze che la bambina subiva. Daniel ha 21 anni e considerava Maria una sorella minore, non poteva che dirsi dispiaciuto per la sua morte.

Maurizio Flaminio: Quindi lei si è fatta già in quei giorni una convinzione?

Andrea Ungureanu: Sì, sì, perché quando sei un amico di famiglia capita una cosa del genere, vai, sei primo lì sotto, lui quella sera stessa non stava, nessun familiare sotto, dove è successo, in Piazza Pacelli.

Ancora una volta la madre non fa alcun riferimento preciso alla figlia, non dice “mia figlia Maria,non la nomina nonostante stia parlando di lei, mostrando di prenderne le distanze.

Daniel e Cristina non si trovavano in paese nel momento in cui venne ritrovato il cadavere di Maria né mentre erano in corso le ricerche, per questo motivo non parteciparono alle stesse.

Marius Ungureanu: Cioè tutte le persone stavano venute, tutto San Salvatore è uscito fuori e lo…

Maurizio Flaminio: Avete mai avuto timore che alla bimba potesse succedere qualcosa?

Marius Ungureanu: No.

Andrea Ungureanu: No, perché…

Marius Ungureanu: No, perché.

Andrea Ungureanu:… quando usciva non stava… usciva sempre orario di chiesa.

Ancora una volta Andrea Ungureanu non dice “mia figlia Maria”, mostrando di prendere le distanze da lei.

Marius Ungureanu: Mezz’ora, massimo mezzora stava fuori e poi tornava.

Andrea Ungureanu: Massimo e tornava a casa.

Maurizio Flaminio: In questo periodo di tempo che è trascorso dalla morte della piccola Maria avete ricevuto segnalazioni?

Andrea Ungureanu: No, che mo’ non viene nessuno, stiamo abbandonati.

Marius Ungureanu: No, non è che stiamo abbandonati, ci stanno le persone che stanno venendo però ognuno…

Marius teme che la dichiarazione della moglie possa danneggiarli, per questo motivo cerca di aggiustare il tiro, non vuole che passi il messaggio che qualcuno li abbia abbandonati, non potrebbe che averlo fatto perché sospetta di loro.

Maurizio Flaminio: Il paese ha paura di essere vicino a voi?

Marius Ungureanu: No, noi aspettiamo… finale.

Andrea Ungureanu: Noi aspettiamo, non è come (incomprensibile) prima, non me l’ha detto nessuno niente, noi…

Maurizio Flaminio: Una madre non si accorge delle violenze? Non si è accorta che la bambina…?

Andrea Ungureanu: No, no.

Anche ad Andrea Ungureanu sono state mosse gravi accuse, il concorso omissivo in violenza sessuale, e anche lei come il marito non è capace di negare in modo credibile il suo coinvolgimento.

Maurizio Flaminio: Neppure lei?

Marius Ungureanu: No, io no… io la sera quando tornavo da lavoro… andavo a fare la doccia, mi riposavo (ride) che lavoro (sospiro)…

In questa risposta di Marius Ungureanu è presente una importante red flag, uno straordinario indice di colpevolezza in merito agli abusi. Ogni parola non necessaria presente in una dichiarazione ha una storia da raccontare. In una precedente risposta Marius ha sottolineato di aver voluto bene a sua figlia, un’affermazione superflua, un subdolo tentativo di difendersi dalle accuse, in questa risposta si trova un non necessario riferimento all’acqua. Il fatto che Marius Ungureanu senta la necessità di dire “andavo a fare la doccia” ci suggerisce che per lui è estremamente importante affermarlo e che aveva bisogno di ripulirsi. Ogni riferimento non necessario all’acqua, al lavarsi, alla doccia è strettamente e specificamente correlato con gli abusi sessuali. Acqua e abusi sessuali vanno a braccetto sia da un punto di vista comportamentale che linguistico, sia per quanto riguarda le vittime che gli autori di questi reati. E’ estremamente significativo non solo il fatto che per Marius sia necessario riferire della “doccia” ma anche il contesto stesso in cui inserisce questo dettaglio, Marius Ungureanu collega “la doccia” agli abusi e sente il bisogno di affermarlo pubblicamente. 

Marius Ungureanu, in questa breve risposta, ripete per due volte la parola “lavoro” e riferisce che si riposava, entrambe le informazioni che fornisce non sono necessarie, non sono d’aiuto alle indagini, gli servono solo per difendersi, egli intende dire che non poteva sapere degli abusi perché era al lavoro o si riposava.

La priorità di Marius Ungureanu non è aiutare a risolvere il caso ma apparire un gran lavoratore.

Maurizio Flaminio: Che cosa fa adesso?

Marius Ungureanu: Sempre in campagna lavoro, faccio potare le olive, faccio i giardini, quello che capita di giorno.

Maurizio Flaminio: Lei signora?

Andrea Ungureanu: Io sto a casa.

Marius Ungureanu: A parte quello che a me mi dispiace perché in questo paese mi sono sentito come al mio paese in Romania, qua tengo le persone che rispetto come a mio padre e ce l’ho ancora queste persone, ci stanno, li rispetto come mio padre, mi danno un consiglio e li ascolto io.

In questa spontanea e gratuita dichiarazione, Marius mostra ancora una volta di avere una priorità: tentare di dare un’immagine pulita di sé. Il suo interesse primario non è aiutare a capire come siano andati i fatti che hanno condotto alla morte di Maria ma raccontarsi come un uomo rispettoso e per questo degno di stima allo scopo di allontanare i sospetti da sè.

Maurizio Flaminio: Vi fa più male pensare che i colpevoli siano romeni?

Marius Ungureanu: Certo, che sono romeni, certo, che sono romeni.

Andrea Ungureanu: Che sono romeni e poi a Daniel mio marito l’aiutava molto in lavoro, io non tanto tenevo conferenze con loro perché io lavoravo, non tanto ci frequentiamo tra noi.

Marius Ungureanu: Io quando sono venuto qua in Italia a me non mi ha aiutato nessuno, so’ partito da zero, ci stavano i giorni che non avevo da mangiare e sono andato avanti e quindi una cosa del genere che io ti sto aiutando a te non me lo puoi fare e mi devi chiamare al telefono, prima che, ti devi permettere di chiam… di prendere mia figlia in macchina o quando vieni a frequentare la casa mia, non ti puoi permettere senza di me a casa.

Ancora una volta e sempre spontaneamente, Marius Ungureanu si racconta come un uomo tutto d’un pezzo, un gran lavoratore, capace di aiutare i suoi compaesani in difficoltà. Marius si dice arrabbiato con Daniel per l’unica cosa a lui rimproverabile, l’aver portato Maria in auto per una mezz’ora senza avvisarlo ma non ce la fa ad attribuirgli le violenze sessuali di cui è responsabile lui stesso. E’ stato bravo il giornalista a non interrompere Marius Ungureanu durante le sue tirate oratorie che sono sempre rivelatrici.

Maurizio Flaminio: Se Daniel e Cristina Ciocan dovessero risultare estranei, vi sentireste meglio?

Marius Ungureanu: Meglio non mi sento mai…

Andrea Ungureanu: Mai.

Due risposte adeguate di due genitori in lutto.

Marius Ungureanu: No, meglio non mi sento mai, ma purtroppo eee abbiamo aspettato fino a mo’, io c’ho la fiducia nella giustizia.

No comment.

Maurizio Flaminio: Maria era stata altre volte in compagnia di Daniel, in auto? L’aveva frequentata? Vi fidavate di Daniel?

Marius Ungureanu: Ma veramente non… l’abbiamo saputo all… alla fine, quando è successo di mia figlia, perché lui l’ha presa già tante volte in macchina e lei non ha mai detto… è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià, perché la prendi in macchina senza chiamarmi? Chiamami.

E’ estremamente significativo che Marius dica che il fatto che Daniel non lo abbia avvisato “è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià”, questo perché sa che non era Daniel ad abusare di sua figlia e non ha il coraggio di accusare il povero Daniel delle violenze che era invece lui a perpetrare. 

Maurizio Flaminio: La difesa dei due fratelli Ciocan sostiene che ci sia una ragazzina, in particolare, a conoscenza dei fatti, non avete mai avuto contezza di chi potesse essere?

Marius Ungureanu: Nooo.

Andrea Ungureanu: No, lasciamo la giustizia per faree… gli inquirenti il suo lavoro.

Marius Ungureanu: Noo… chi è questa ragazzina non lo so.

Andrea Ungureanu: No, non sappiamo.

Non è strano che non gli interessi l’ipotesi alternativa a quella omicidiaria, un’ipotesi peraltro meno dolorosa, non gli interessa perché, se la procura indagasse in quel senso le violenze sessuali, verrebbero finalmente attribuite a chi le ha commesse, a lui, a Marius Ungureanu.

Maurizio Flaminio: Maria aveva delle amiche?

Marius Ungureanu: Sì, sì, ci stavano sempre vicino dalla chiesa, in piazza.

Andrea Ungureanu: Una vicino dalla chiesa e un’altra vicina di casa.

Marius Ungureanu: No, di fronte di casa, la stradina, il vicoletto che va d’intorno alla chiesa.

Per tutto il corso dell’intervista Marius ed Andrea si sono riempiti la bocca con la parola “chiesa” ben consapevoli del potere purificatore del termine stesso.

Maurizio Flaminio: Secondo voi le indagini sono state complete?

Andrea Ungureanu: Noi questo non lo sa… sappiamo che ha fatto un gran lavoro però qui s’ha da parla’ Daniel.

Maurizio Flaminio: Secondo voi solo Daniel?

Andrea Ungureanu: Sì, ultimo, lui s’ha da parlà quello che ha combina’, lui s’ha da parla’.

Andrea sa che era il marito ad abusare della bambina ma è comunque convinta che Daniel sia a conoscenza delle circostanze della morte di Maria, per questo motivo è capace di scagliarsi contro di lui.

Maurizio Flaminio: E la responsabilità di Cristina, secondo voi c’è?

Andrea Ungureanu: Noi non sappiamo della Cristina, inquirenti l’hanno accusata, non noi.

Marius Ungureanu: Noi non sappiamo niente della Cristina.

Entrambi gli Ungureanu prendono le distanze dalle accuse mosse a Cristina dalla procura, in specie Andrea che ha da subito accusato Daniel e che non poteva immaginare che le sue menzogne ed omissioni avrebbero travolto non solo lui ma anche sua sorella, un’altra innocente. Andrea, nonostante fosse a conoscenza del fatto che era Marius ad abusare di Maria, è stata capace di accusare Daniel di essere coinvolto nella morte di sua figlia perché, quantomeno inizialmente, non aveva dubbi che la bambina fosse stata prima violentata e poi uccisa.

In conclusione, Marius Ungureanu:

– risponde in modo evasivo quando viene messo di fronte alle accuse;

– non è capace di negare in modo credibile di aver abusato di sua figlia;

– non è concretamente capace di difendersi dalle accuse di essere un pedofilo come invece avrebbe fatto un soggetto innocente;

– minimizza, non è capace di chiamare le violenze sessuali che sua figlia subiva con il loro nome, non ne è capace perché non riesce a confrontarsi con l’infame reato da lui commesso, usa parole più blande come “male” o addirittura si riferisce a “quella che ha detto l’avvocato”;

– non è capace di accusare Daniel di altro se non di aver trasportato Maria in auto senza avvisarlo, tranne fare ipotetiche elucubrazioni su un fantomatico movente di un fantomatico omicidio perché sa che non era il Ciocan ad abusare sua figlia;

– cerca goffamente di collocarsi sempre al lavoro;

– afferma di aver amato la figlia allo scopo di prendere le distanze dalle accuse;

– senza alcun motivo fa riferimento alla “doccia”, ogni parola non necessaria ha una storia da raccontare, il suo linguaggio è quello degli abusi sessuali;

– si esibisce in gratuite tirate oratorie sganciate dal contesto, semplicemente per dipingersi come un gran lavoratore che rispetta gli anziani, come un uomo al di sopra di ogni sospetto;

Il desiderio di dipingersi come un uomo onesto è stato per tutto il corso dell’intervista il suo obiettivo, la sua priorità, il vero e unico motivo per il quale il padre di Maria Ungureanu ha rilasciato l’intervista, un atteggiamento tipico di chi si macchia di reati sessuali.

Morte di Maria Ungureanu: intervista

Secondo la criminologa dei fratelli Ciocan la Procura di Benevento è decisa a commettere un errore giudiziario e non ha alcuna intenzione di risolvere il caso Ungureanu.

Maria Ungureanu ha perso la vita il 19 giugno 2016 in una piscina di San Salvatore Telesino, la difesa dei fratelli Ciocan, avvocato Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo non ha dubbi, i loro assistiti sono estranei ai fatti. La criminologa che collabora con loro, la dottoressa Ursula Franco, è sicura che si sia trattato di una morte accidentale e che Maria fosse in compagnia di un’amica al momento dell’incidente.

di Domenico Leccese, pubblicata su Le Cronache Lucane il 23 ottobre 2017

Vediamo cosa ci ha dichiarato la criminologa Ursula Franco poco prima della discussione degli avvocati del ricorso in Cassazione presentato dalla Procura dopo il terzo rigetto: “Venerdì 27 ottobre 2017 si consumerà in Cassazione un altro episodio della inaccettabile saga “in morte di Maria Ungureanu”; la Procura giocherà un’ulteriore carta per tentare di commettere un lapalissiano errore giudiziario. Nonostante tre rigetti e le accuse di razzismo mosse al pubblico ministero Maria Scamarcio dai Giudici del Tribunale del Riesame di Napoli, la Scamarcio non rivede le sue posizioni. Per nostra fortuna i fatti non si possono cambiare a posteriori e non c’è nulla agli atti che possa far pensare ad un coinvolgimento dei Ciocan nella morte della bambina mentre emerge con forza dalle indagini la più semplice soluzione del caso, una verità che la Procura non vuol vedere perché non vuole ammettere di aver preso lucciole per lanterne. La verità “senza se e senza ma” su questo triste caso giudiziario è questa: la responsabilità in ordine alle violenze che la piccola Maria Ungureanu subiva è del padre, il signor Marius Ungureanu, mentre è coinvolta nella morte della bambina una sua amica di qualche anno più grande la quale si trovava con lei quella sera e omise di soccorrerla per paura di ripercussioni. Il fatto che la Procura abbia pubblicizzato di aver coinvolto un nuovo medico legale con l’incarico di riesaminare gli esiti dell’autopsia eseguita per la Procura stessa da due medici legali di fama, è una circostanza che fa venire i brividi, non aggiungo altro”.

Morte di David Rossi: un suicidio

David Rossi

Perdersi nei frames del video in cui si vede un misterioso oggetto volante o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto, incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che rientrano tra i potenziali assassini cui attribuire inesistenti omicidi.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta per sempre immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi nel cestino del suo studio sono stati trovati tre messaggi d’addio scritti di suo pugno e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita; non solo, il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”, è la conferma che nelle settimane precedenti alla sua morte David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente, per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.

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Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10.13 David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “help”La riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza di questi tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover far verificare l’autenticità degli stessi da due grafologi. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto ed è davvero difficile pensare che dei sicari possano essersi trattenuti oltre la commissione di un omicidio rischiando di incontrare i colleghi di Rossi o i suoi parenti. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovava ancora del personale.

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. Una serie di coincidenze impossibili.

Oltre ad escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie, non è credibile neanche che gli stessi siano rimasti nello studio del Rossi dopo il fantomatico omicidio fino alle 20.16, momento in cui, secondo alcuni, avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avesse gettato l’orologio nel vicolo, più di tre quarti d’ora, una circostanza che non sta né in cielo né in terra.

Non è neanche credibile che i fantomatici assassini siano entrati nello studio di David dopo che lui aveva scritto e buttato nel cestino i biglietti d’addio, si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e abbiano gettato l’orologio più di mezz’ora dopo la precipitazione del Rossi (19.43.43- 20.16).

Non è una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che l’orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e sia il quadrante che il cinturino siano finiti a poco distanza dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre precipitazione con un soggetto peraltro dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00 mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa, circostanza che lascia spazio ad elucubrazioni fantastiche, non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma le testimonianze di familiari e colleghi.

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi conseguente al ritardo di David di pochi minuti, la sera del 6 marzo 2013, un segnale della consapevolezza da parte della donna delle difficoltà psichiche del Rossi. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già alle 20.10, manifestò sia alla figlia Carolina al suo ritorno a casa che al collega del marito, Giancarlo Filippone, al telefono, una prematura preoccupazione, inducendo entrambi a recarsi in banca. 

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, notò che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sulle circostanze in cui se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Sempre martedì 5 marzo 2013, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto come testimoniato da Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, ha dichiarato agli inquirenti: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse da casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a lui con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che evidentemente aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico del marito, non appena lo stesso uscì di casa, chiamò al telefono il cognato, Ranieri Rossi, dicendogli, piangendo, che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, e invitandolo a parlare con lui. Proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si a fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David.

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano il fatto che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

Omicidio d’impeto

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega:

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega ancora presente in Banca avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

3) è difficile pensare che, in questo caso, la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio avrebbe riportato anch’egli i segni della colluttazione che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) lo studio di David Rossi avrebbe dovuto mostrare i segni della colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David si notano fogli ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone integro, mai calpestato da alcuno. 

La finestra dello studio di David Rossi

Omicidio premeditato

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi all’interno della banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripreso/i da una telecamera della banca o di essere visto/i dai colleghi di David, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata e in uscita dalla banca non potevano che essere limitati;

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43.43);

4) anche in questo caso mancano gli inevitabili segni della colluttazione, che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione, su mobili e suppellettili presenti nello studio di David;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita, depongono, senza lasciare dubbi, per un suicidio.

P.S. Per chi mette in dubbio il suicidio di Rossi, sostenendo che David non si sarebbe gettato di schiena, sono rivelatrici le foto scattate e il video girato il 20 maggio 2018 durante il suicidio di Fausto Filippone.

Filippone, come David Rossi, si è suicidato gettandosi di schiena da un viadotto, lo prova il filmato.

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dall’articolo di repubblica.it: CHIETI – Ha perso un foglio mentre si lasciava cadere di schiena dal Viadotto Alento (…) Quando è arrivata sul viadotto, Fausto ha alzato la bimba per i fianchi e l’ha lanciata di sotto. Quindi ha scavalcato in un punto senza rete di contenzione e si è sistemato sulla soletta di cemento. La soletta esterna. Sette ore, un’estenuante trattativa, a fasi, e l’ha fatta finita anche lui. Lanciandosi di spalle (…).

Morte di David Rossi: analisi di alcuni scambi verbali tra Giancarlo Filippone e Antonino Monteleone

Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena

Durante la puntata de Le Iene del 1 ottobre 2017 sono andate in onda, tra le altre, un’intervista a Carolina Orlandi, figlia di Alessandra Tognazzi, moglie di David Rossi e un tentavivo di intervista a Giancarlo Filippone che era amico e capo della segreteria di Rossi all’epoca dei fatti.

Carolina Orlandi spiega ad Antonino Monteleone il perché si trovasse nella sede del Monte dei Paschi nel momento in cui venne scoperto il corpo di David Rossi sul selciato sottostante la finestra del suo ufficio: Alle 8 e 10 sono tornata a casa per cena, vedo mia mamma che era già a letto perché era malata che mi diceeee: Sono preoccupata, David non sta tornando a casa, mi aveva detto che alle 7 e mezzo sarebbe stato qua a farmi la puntura.

Ciò che colpisce del racconto di Carolina è il fatto che riferisca che sua madre le abbia detto: “Sono preoccupata” nonostante il ritardo di David fosse di poche decine di minuti. Essere “preoccupata” alle 8.10 è da ritenersi a dir poco prematuro, a meno che la Tognazzi non avesse seri motivi per esserlo. Antonella era al corrente del momento delicato in cui si trovava la banca e avrebbe potuto semplicemente pensare che David non le rispondesse al telefono perché magari si stava intrattenendo a parlare con qualcuno. 

Carolina Orlandi: Sono arrivata qua davanti, stavo per salire da quell’entrata là, mi chiama mia madre, mi dice: dove sei? Sto entrando al Monte, sto andando da David, lei mi dice: Ho chiamato Giancarlo Filippone, lui ha detto di aspettare davanti all’ingresso, ho detto: Guarda tanto posso salire, sono qua davanti, no, no, ha detto di aspettarlo, ho aspettato che arrivasse, siamo saliti insieme fino all’area comunicazione, che c’è subito la porta dell’ufficio di David, lui mi dice: Accomodati qua che entro io, nell’ufficio accanto che era il suo, in quel momento non mi son fatta domande e poi ho sentito un respiro mozzato, lui è venuto fuori ci siamo trovati praticamente in mezzo ai due uffici e lui con le mani nei capelli mi ha detto: Carolina, una tragedia, s’è ammazzato, e io rimango paralizzata ovviamente, gli chiedo cosa fosse effettivamente successo e lui mi dice: S’è buttato di sotto.

La circostanza che, come riferito dalla Orlandi, sua madre Antonella Tognazzi non solo abbia allertato Carolina ma abbia anche chiamato Filippone, nonostante David fosse in ritardo di poche decine di minuti, è la riprova del fatto che la Tognazzi aveva seri motivi di preoccupazione. Il fatto che Filippone abbia chiesto ad Antonella di dire a Carolina di aspettarlo fuori dall’ufficio di David potrebbe spiegarsi in due modi: Filippone poteva pensare che Rossi fosse occupato con qualcuno oppure, dopo la telefonata di Antonella, anche lui realizzò che David avrebbe potuto fare un gesto anticonservativo e non voleva che fosse Carolina a trovarlo ferito o addirittura morto. 

Di certo non un comportamento da assassino, se Giancarlo Filippone avesse ucciso David Rossi avrebbe trovato mille scuse per non tornare in banca in modo che fossero altri a scoprirne il corpo o al limite non avrebbe detto ad Antonella di far aspettare Carolina in Piazza Salimbeni ma avrebbe lasciato che salisse da sola nell’ufficio di David e che fosse la ragazza a scoprirne il cadavere nel vicolo. 

Antonino Monteleone: Filippone è una delle ultime persone che vede vivo David in banca quel pomeriggio, quello stesso giorno David aveva incontrato per pranzo suo fratello Ranieri che agli inquirenti racconta: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico di cui si era fidato lo aveva tradito”. Chi è l’amico fidato che aveva tradito David?

Antonino Monteleone fa un lavoro sporco, associa la figura di Filippone ad un fantomatico “amico fidato” che avrebbe tradito David. Vediamo perché “l’amico fidato” traditore non esiste; sul verbale, che tra l’altro Le Iene hanno mostrato in televisione, si legge: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”; non solo Monteleone non riporta esattamente ciò che ha detto Ranieri Rossi agli inquirenti sopprimendo la parola “conoscente” ma rincara la dose definendolo “l’amico fidato” invece che “un suo amico/conoscente di cui si era fidato”, due concetti ben diversi, “l’amico fidato” è l’amico di cui ci si fida, al quale si confida tutto o quasi, “un suo amico/conoscente di cui si era fidato” è una figura diversa di cui probabilmente Rossi si era fidato in una precisa circostanza o per un limitato periodo di tempo. 

Tra l’altro è agli atti il fatto che Ranieri Rossi avesse parlato di questa rivelazione di David con la Tognazzi e che quest’ultima le avesse detto di credere che David si riferisse ad un giornalista.

Antonino Monteleone: Uno degli ultimi colleghi che l’hanno visto vivo in banca è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo, il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare.

E’ gravissimo che, dopo due archiviazioni del fatto come suicidio, Antonino Monteleone inserisca, in questa presentazione di una specie di intervista a Filippone, la frase: “è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo”, lasciando intendere, con l’uso dell’avverbio “ufficialmente” che o Filippone o altri fossero già a conoscenza della caduta di David.

E’ inoltre intollerabile che Monteleone dica: “il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare”, in modo da lasciar passare il messaggio che sia un demerito non parlare con la stampa da parte di chi può essere informato su alcuni fatti relativi ad un caso giudiziario. Filippone, come gli altri, ha collaborato con i magistrati ed è un punto di merito che non desideri né apparire in televisione né speculare sulla morte di un amico. 

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Carolina Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Antonino Monteleone: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno da più o meno quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato, non ci ha più contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Antonino Monteleone: Cioè, a te è capitato di incrociarlo e nemmeno vi salutate più!?

Carolina Orlandi: No.

Antonino Monteleone: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, però diciamo che certe domande me le sono fatte.

Non è difficile capire il motivo per cui Filippone ha preso le distanze dalla famiglia dell’amico David, evidentemente ritiene che l’unico vero referente sia la magistratura perché la sua posizione e quella della famiglia non coincidono.

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone?

Giancarlo Filippone: Sì.

Antonino Monteleone: Buongiorno, Italia 1, Le Iene.

Giancarlo Filippone: No lascia perdere.

Antonino Monteleone: Ci stiamo occupando della morte di David Rossi

Giancarlo Filippone: Sì, sì, ma lascia perdere. Esci da qui.

Antonino Monteleone: Le volevo chiedere se ci può dire se il giorno che c’è stato l’evento lei era al corrente diiii…?

Giancarlo Filippone: No, non ero al corrente di niente.

Antonino Monteleone: Perché non c’aiuta? Non credo che sia importante…

Giancarlo Filippone: Sì, ma mi lasci fare? Vuoi che chiami qualcheduno? Allora esci.

Antonino Monteleone: Uno dei più stretti collaboratori, la sua testimonianza ci aiuta a capire meglio cosa è successo quel giorno.

Incredibilmente Monteleone si permette di insinuare che Filippone sia stato un testimone reticente, che sappia più di quanto non abbia detto ai magistrati.

Antonino Monteleone: Ma perché reagisce così? Scusi. Ma per quale motivo non vuole parlare? Cioè lei è una delle prime persone che ha visto il cadavere sul selciato…

Non è difficile capire il perché Filippone non voglia parlare con il giornalista, ha risposto ai magistrati e non desidera speculare sulla morte dell’amico.

Giancarlo Filippone: Sì, ma non è il caso, scusami. Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: E’ al corrente di impegni che aveva quel giorno?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Lei perché quando la signora Tognazzi la chiama per dirle che era preoccupata si precipita per venire qui? Sospettava qualcosa?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Perché quando arriva con Carolina Orlandi le chiede di aspettare nella stanza, quando entra nell’ufficio di Davide Rossi?

Giancarlo Filippone: Scusate, eh. Scusate, eh.

Antonino Monteleone: Ma perché non si ferma a parlare di un suo caro amico? Stiamo cercando di fare luce su questo evento!

Antonino Monteleone: Lei si è rivisto nel filmato della telecamera di sorveglianza?
C’è una freddezza in quelle immagini, si vede lei e Mingrone che guardate quel povero ragazzo a terra.

Monteleone ha occhi di falco, analizzando il video della telecamera di sicurezza è stato in grado di riconoscere in Filippone e in Mingrone, non i segni di uno shock che emergono con forza dalle tre telefonate di soccorso fatte da Bernardo Mingrone nell’immediatezza della scoperta del cadavere di David Rossi e dal racconto di Carolina Orlandi, ma quelli di “una freddezza”.

Giancarlo Filippone: Uscite di qui, eh. Allora, te esci.

Antonino Monteleone: Le posso chiedere perché lei non vuol rispondere a due domande su una questione che è clamorosa, ha segnato la storia di questa città? Filippone lei ha ricevuto…

Giancarlo Filippone: Sì, ma non starmi vicino, ce la fa?

Antonino Monteleone: Ma perchè s’arrabbia, mi scusi?

Giancarlo Filippone: Te ‘un ti preoccupa’?

Antonino Monteleone: Mi sarei aspettato una reazione diversa!

Giancarlo Filippone: Certo, eh, è logico.

Antonino Monteleone: Sì che è logico, scusi.

Giancarlo Filippone: Ehh.

Antonino Monteleone: Lei sarebbe disposto a incontrare i familiari di David, ci risulta che da quando c’è stato l’evento si siano interrotti tutti i rapporti, le posso chiedere perché?

Monteleone continua a far credere al pubblico televisivo che Filippone nasconda qualcosa mentre sa benissimo che Giancarlo Filippone si è messo a disposizione dei magistrati da subito.

Antonino Monteleone: C’ha un freddezza, la stessa freddezza di quando ha visto quel corpo sul selciato che mi fa impressione Filippone, anche questa reazione.

Monteleone, noto esperto di analisi del comportamento non verbale, internazionalmente conosciuto come il “Paul Ekman de’ noantri”, lascia passare il messaggio che il comportamento di Giancarlo Filippone denoti “freddezza” mentre invece svela tutt’altro. Monteleone è ben consapevole che ciò che rimarrà nella mente dei telespettatori sono le sue continue e gratuite insinuazioni e non le risposte di Filippone, tantomeno le immagini di un uomo braccato in modo disgustoso.

Giancarlo Filippone: Eh, ora vieni.

Antonino Monteleone: Dove devo venire?

Giancarlo Filippone: Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: Ma perché non accetta di rispondere a due domande e ci aiuta a chiarire tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale? Due archiviazioni, un uomo che cade dalla finestra faccia al muro.

E’ gravissimo che Monteleone dica che se Filippone rispondesse a due sue domande si chiarirebbero “tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale”, lasciando intendere che Filippone sappia più di quanto abbia riferito ai magistrati e che quindi sia da annoverarsi tra i testimoni reticenti.

Giancarlo Filippone: Perché lo chiedete a me?

Giustamente Filippone chiede al Tenente Colombo de’ Reggio Calabria il perché chieda a lui dei buchi che, secondo Monteleone, ci sono nella ricostruzione ufficiale.

Antonino Monteleone: Ma perché lei è uno delle prime persone che era lì.

Antonino Monteleone: Filippone, abbia pazienza solo 5 minuti, ma è importante.

Giancarlo Filippone: Basta dai, per favore.

Antonino Monteleone: Se lei fosse al mio posto si chiederebbe le stesse cose.

Giancarlo Filippone: Mi lasci in pace, per favore, lasciami fare, non ti preoccupare.

Antonino Monteleone: Ma come non mi faccio a preoccupare? Ma come una persona con cui lei lavorava fianco a fianco vola in quel modo dalla finestra dell’ufficio e per lei lascia fare?

Giancarlo Filippone: Basta, ma te ‘un ti preoccupare, te lascia fare.

Antonino Monteleone: Quand’è l’ultima volta che ha visto David? Ma perché non c’avete voglia di ricostruire questa storia, per lei è normale quello che è successo?

Antonino Monteleone continua a porre domande a Filippone senza chiedersi il perché un caro amico di David Rossi dovrebbe parlare con un giornalista di uno show televisivo come Le Iene per ridurre a spettacolo la sua morte.

Per tutto il tempo della fallita intervista Giancarlo Filippone ha mantenuto un comportamento equilibrato e ha mostrato di non voler apparire, non perché abbia qualcosa da nascondere ma per rispetto all’amico David Rossi, due atteggiamenti che gli fanno onore e che mostrano che di sicuro non è lui “l’amico fidato che aveva tradito David”, non essendo un egocentrico chiacchierone.

Al termine della messa in onda della fallita intervista a Giancarlo Filippone, una vera e propria persecuzione, Antonino Monteleone ha dichiarato: “Filippone non ci vuole aiutare a ricostruire quello che è successo quella sera e allora proviamo con l’altro collega di David arrivato nel vicolo assieme a lui, Bernardo Mingrone”.

Ancora una volta Monteleone, per condizionare l’opinione pubblica, insinua gratuitamente il dubbio che Filippone sappia e taccia cose che se fossero note ai magistrati cambierebbero le risultanze delle indagini sulla morte di David Rossi.