Suicidio di David Rossi: analisi delle telefonate di soccorso di Bernardo Mingrone

David Rossi è morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio; David era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Informato della sua caduta, Bernardo Mingrone, capo dell’area finanza di Monte dei Maschi ha chiamato i soccorsi e i carabinieri.

Bernardo Mingrone

– Analisi della chiamata al 118 delle 20.43 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatore: 118?

Bernardo Mingrone: Deve mandare subito a Siena, Rocca Salimbeni… subito un’ambulanza.

Richiesta di soccorsi immediata e concisa. Nessun convenevole.

“subito” segnala un’urgenza e delinea la personalità del Mingrone.

Operatore: Siena?

Bernardo Mingrone: Subito un’ambulanza!

Seconda richiesta di soccorsi a distanza di pochi secondi.

Operatore: Sì, ho capito ‘ndove?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni, subito.

Operatore: E’ una via? C’è una via lì? Che cos’è?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni a su… Oh mio dio, oh mio dio, a Siena subitoooo!!!

Operatore: Allora, in che civico andiamo?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni tre, subito.

Operatore: Sì, sta arrivando.

Bernardo Mingrone: Come si chiama quella strada? Mandi in Piazza Salimbeni, subito… al tre.

Terza richiesta di soccorso. Mingrone, o non ricorda o non sa il nome del vicolo dove è caduto David, non perde tempo, invita il 118 a raggiungere Piazza Salimbeni che è a pochi passi.

Operatore: Sì che è successo?

Bernardo Mingrone: Si è appena buttata una persona dalla finestra.

Operatore: In Piazza Salimbeni?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni, tre!!!

L’enfasi sulla parola “tre” è un invito a far presto.

Operatore: Sì, stiamo arrivando, stiamo arrivando.

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. La richiesta di assistenza immediata sarà più intensa nel caso in cui la vittima per cui viene richiesta sia una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale e generalmente tale richiesta si trova nelle fasi iniziali della telefonata.

1) Mingrone fa una precisa richiesta d’aiuto all’operatore non appena ottiene da lui una risposta e tale richiesta è immediata e concisa.

2) Mingrone non si perde in convenevoli. Le buone maniere sono fuori luogo durante un’emergenza, mal si accordano con una telefonata di soccorso e quando sono presenti sono sospette perché generalmente servono a chi chiama per accattivarsi l’operatore al fine di celare eventuali responsabilità. Vi rimando all’analisi della telefonata al 118 della famiglia Ciontoli

3) La richiesta d’aiuto di Mingrone è ferma, ripetuta e sottolineata dall’urgenza, in un breve scambio con l’operatore ripete la parola “subito” per ben sei volte.

4) Per tutta la durata della telefonata, il tono della voce di Bernardo Mingrone è modulato in accordo con i fatti descritti e tradisce il suo stato d’ansia dovuto ad un forte e sincero coinvolgimento emotivo. 

Al contrario, l’assenza di modulazione del tono della voce è un indicatore di menzogna, chi simula è in grado di modulare il proprio tono della voce solo nelle fasi iniziali di una telefonata di soccorso o a picchi, questo perché chi mente non riesce a concentrarsi a lungo sul tono di voce da usare essendo impegnato nel tentativo di costruire risposte verbali non incriminanti.

– Analisi della seconda chiamata al 118 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatrice: 118 Siena?

Bernardo Mingrone: Sì, ho chiamato per un’ambulanza in via dei Rossi, non è ancora arrivato nessuno.

Un’altra richiesta.

Operatrice: Allora in via dei Rossi?

Bernardo Mingrone: Dei Rossi, sì.

Operatrice: Ma dove? A Siena?

Bernardo Mingrone: In Piazza, sì, Salimbeni.

Mingrone capisce che l’operatrice non ha chiaro dove si trovi via dei Rossi, per questo motivo continua a far riferimento alla più nota Piazza Salimbeni, David, peraltro, si trova in vicolo Monte Pio.

Operatrice: Ah, in Piazza Salimbeni stanno arrivando, son partiti, erano a un pronto soccorso, stavano scaricando un altro malato.

Operatrice: Che succede signore?

Bernardo Mingrone: Eh, si è suicidata una persona.

Operatrice: Ma è…

Bernardo Mingrone: Si è buttata da una finestra.

Operatrice: A che piano?

Bernardo Mingrone: Dal terzo, è immobile per terra, io non so che… no… non riesco ad andarci.

Operatrice: Lo vede che respira?

Bernardo Mingrone: Sì, sì, non… non respira.

Bernando Mingrone, su richiesta dell’operatrice, riferisce che David non respira più ma nonostante tutto desidera che si faccia al più presto un disperato tentativo di soccorrerlo.

Mingrone, a differenza di Alberto Stasi, non si rassegna alla morte del proprio collega. Mingrone non è in grado di metabolizzare un’informazione così sconvolgente ed insiste affinché David venga rapidamente soccorso. La mancata accettazione della morte è un indice di innocenza, al contrario, nel caso di Stasi, l’accettazione della morte di Chiara è un indice della sua colpevolezza.

Operatrice: Sento le sirene, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, questa è la polizia.

Operatrice: Uhm, è la polizia? OK.

Bernardo Mingrone: Sì, è la polizia.

Operatrice: Comunque, guardi, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No… ah… ecco l’ambulanza.

Operatrice: E’ l’ambulanza, OK, arrivederci.

– Analisi della telefonata effettuata da Mingrone al 112:

Carabiniere: Pronto?

Bernardo Mingrone: Pronto?

Carabiniere: Pronto, buonasera, Carabinieri di Siena, prego…

Bernardo Mingrone: Può mandare subito una macchina a via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi!? Si è buttata una persona dalla finestra.

Si noti che Mingrone non risponde al “buonasera” del carabiniere ma chiede “subito” una pattuglia, mostrando urgenza.

È chiaro che Mingrone fa sempre riferimento a Piazza Salimbeni e non a via dei Rossi perché è convinto, a ragione, che la Piazza sia più conosciuta della via e che non sarà difficile indirizzare da lì i carabinieri e i soccorsi in via dei Rossi. In ogni caso Mingrone fornisce al carabiniere più riferimenti possibili: “via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi”, perché non ci siano dubbi su dove mandare la pattuglia.

Carabiniere: Come si chiama lei scusi? Pronto? Come si chiama lei?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mi…?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Miii…?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mingrone.

Carabiniere: Di nome?

Bernardo Mingrone: Bernardo, Bernardo.

Carabiniere: Bernando, via dei Rossi?

No comment.

Bernardo Mingrone: Via dei Rossi, com’è il numero? (Mingrone si informa da altre persone per rispondere al carabiniere con precisione) all’incrocio di via dei Rossi.

Mingrone chiede informazioni ad altri soggetti vicini a lui per essere il più preciso possibile con il carabiniere.

Carabiniere: Via dei Rossi…?

Bernardo Mingrone: Mandate una macchina qua in Piazza Salimbeni, al volo.

Mingrone è spazientito, fa capire al suo interlocutore che le sue domande sono una perdita di tempo e chiede che venga mandata un’auto “al volo”.

Carabiniere: Salimbeni, lì, è da… davanti al Monte!

Bernardo Mingrone: Sì, esatto!

Il carabiniere mostra di conoscere Piazza Salimbeni, Mingrone appare sollevato.

Carabiniere: Da dove si è buttato questo signore?

Bernardo Mingrone: Dal terzo cazzo di piano!

Mingrone è esasperato dalle domande del carabiniere e glielo fa capire.

Carabiniere: Oh, signore, io sto facendo delle domande… (Mingrone interrompe il carabiniere)

Non solo Bernardo Mingrone dice la parola “cazzo” ma interrompe il carabiniere, è stremato dai tempi morti della telefonata e manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi. Di certo Mingrone non fa nulla per accattivarsi l’interlocutore, mostrandoci così di non avere nulla da nascondere, egli desidera sinceramente che si faccia il possibile per salvare David.

Parolacce ed imprecazioni si trovano di frequente nelle telefonate di soccorritori innocenti mentre nelle telefonate di soccorso di soggetti implicati nei fatti si riscontrano spesso eccessive buone maniere. 

Bernardo Mingrone: Una macchina, per favore.

Il contesto è la chiave, l’espressione, “per favore”, non rientra tra i convenevoli ma è al limite del polemico, non viene utilizzata per ingraziarsi l’operatore ma per accelerare i tempi.

Carabiniere: Eh, vi si manda, va bene? Un attimino.

Bernardo Mingrone: Sì, grazie.

Mingrone ringrazia mostrandosi finalmente sollevato.

CONCLUSIONI

La richiesta d’aiuto di Mingrone è stata immediata e ripetuta e caratterizzata dall’urgenza (“subito”,“al volo”).

Bernardo Mingrone non ha fornito più informazioni del necessario, né informazioni estranee al contesto, né informazioni contraddittorie, né ha mai risposto in modo evasivo.

Mingrone ha mostrato di avere difficoltà ad accettare la morte di David Rossi.

Nelle sue risposte sono assenti le ripetizioni, le pause e le domande, tutti espedienti che i colpevoli usano per prendere tempo per cercare di costruire risposte non incriminanti.

Mingrone non si è esibito in convenevoli, al contrario, ha lasciato intendere al carabiniere di essere irritato con lui mostrando di non temere di inimicarselo.

In sintesi, le tre telefonate di Bernando Mingrone provano la sua estraneità ai fatti e sono un esempio straordinario di una sincera richiesta di soccorso.

Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled.

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the fact.

A UK trained Analyst with whom I collaborate, also noted: Aside from the missing information, the big thing is where he says “I’m sorry*” which is a big red flag. He minimises via use of passivity “an error”. He has a need to add the unnecessary words “deliberate act…”. What is he thinking about? This is leakage. What did he see her die of? “Something” is passive. He doesn’t say he saw her fall down as the pronoun “I” is missing. Interestingly he has the need to add another unnecessary word, which makes it important to him when her says, her “whole” body. Again, he has knowledge of everything. This is leakage. He can’t seem to help himself with the need to explain and the missing information and leakage. He himself is his priority.

* “I’m sorry” is often an indicator of a form of regret; for some, for what they have done (or failed to do) and for others, for being caught.  

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The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject.

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”.

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Madsen’s biographer, Djursing, revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

Suicidio di David Rossi: analisi dell’intervista estorta a Pierluigi Piccini da Le Iene

“Liberamente nel campo di Siena, ogni vergogna deposta, s’affisse”.

Dante, purgatorio, XI canto

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio nella sede del Monte dei Paschi di Siena; David era il responsabile della comunicazione della banca.

Nel marzo 2014 e nel luglio 2017 il GIP ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di David come suicidio.

L’inviato del programma televisivo “Le Iene”, Antonino Monteleone, ha parlato con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, i due, in compagnia di altre due persone, erano seduti al tavolo all’aperto di un bar di Piazza del Campo, la loro conversazione è stata registrata da una telecamera e da un microfono nascosti ed è stata  mandata in onda, senza il consenso del Piccini, nella puntata de “Le Iene” di domenica 8 ottobre 2017.

Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena

Antonino Monteleone: Ma se uno volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda?

Pierluigi Piccini: No, tutte cazzate, tutte cazzate, David Rossi aveva in mano… Lui ha gestito più di 50 milioni di euro in 4 anni… aveva le porte aperte dappertutto.

Piccini sembra escludere l’ipotesi del suicidio di David.

Antonino Monteleone: Lei crede sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure che effettivamente ci siano delle anomalie tali da… ?

Pierluigi Piccini: No, le anomalie ci sono, le anomalie ci sono, è inevitabile e poi David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto e dice: “Io di questa città conosco tutto, dai tempi del Piccini fino ad oggi”, David Rossi fa il grande errore di dire: “Io parlo”.

Piccini dice: “David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto” e poi, in aggiunta, cita una frase di David dove compare il suo nome, lo fa per darsi importanza; in ogni caso Piccini lascia intendere che Rossi sapesse alcune cose e che potrebbe essere stato ucciso per evitare che le rivelasse.

Vediamo che cosa ha dichiarato riguardo a questo punto la moglie di David, Antonella Tognazzi: 

Giornalista: E’ vero che suo marito voleva andare in procura? Per dire che cosa?

Antonella Tognazzi: Ma in realtà niente, questo… io sono altamente certa di questo, è… il problema è che evidentemente qualcuno con la coscienza eee poco pulita eee non sapeva che cosa voleva o poteva andare a dire e forse si è preso, non lo so, in mente un momento di panico, io non lo so, io non lo so.

Antonino Monteleone: Cioè non c’è complottismo nel dire: Questo non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Pierluigi Piccini: No, no.

Piccini continua a lasciar intendere che, a suo avviso, David è stato ucciso, senza dirlo esplicitamente.

Antonino Monteleone: Lei a che ora ha saputo?

Pierluigi Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Piccini risponde con una domanda per prendere tempo e poi non dice “poco dopo” ma desidera che si sappia che lui è stato uno di quelli ad essere informati nell’immediatezza dei fatti.

Antonino Monteleone: E ha pensato: Oddio è impazzito David, o ha pensato: Non quadra?

Pierluigi Piccini: Non… no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida, la città è convinta che sia stato ucciso.

Piccini lascia intendere che non frequentasse David Rossi da tempo, non può pertanto essere d’aiuto per comprendere lo stato d’animo di Rossi prima della sua morte; poiché Piccini non è in grado di motivare il proprio convincimento riferisce al giornalista che, come lui, “la città è convinta che sia stato ucciso”.

Antonino Monteleone: Ma può avere… questa benedetta perquisizione… per la fuga di notizie aver… cioè tu sei uno che si mangia il mondo, ad un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…?

Pierluigi Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa, eh, ha paura di una perquisizione?

Piccini continua ad esprimersi senza essere a conoscenza dello stato d’animo di Rossi prima della sua morte; l’ex sindaco non solo non frequentava più David ma non lavorava neanche più per il Monte dei Paschi.

La vedova di David, Antonella Tognazzi, nonostante si sia sempre detta convinta che David non si sarebbe suicidato, ha rilasciato dichiarazioni agli inquirenti che smentiscono Piccini:

“Ha cominciato a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al. Presidente Mussari, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il Mussari, la vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l’ultima volta che si erano sentiti era a Natale. Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. La perquisizione del suo ufficio e dell’abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal Rossi successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni”.

Il dottor Fabrizio Viola, amministratore delegato della Banca Monte dei Paschi di Siena, smentisce anch’egli Piccini. Viola, sempre in merito alla perquisizione, ha dichiarato agli inquirenti:

“Premetto che il 19 febbraio lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisiziohe lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti; gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese atto di questo. Dall’indomani tuttavia iniziò a ridirmi. di sentirsi “messo in mezzo” da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento” .

Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, sentito il giorno dopo il suicidio di David, ha manifestato agli inquirenti le preoccupazioni del Rossi:

“Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”. 

Antonino Monteleone: Dice: Pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Pierluigi Piccini: Mah, scusa, ma… eh? Allora sennò veramente… ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini è vago, evasivo e, non facendo un regalo né a David, né a se stesso, lascia intendere che in banca succedessero cose da “pelo sullo stomaco”.

Piccini parla della carenza di documenti nell’ufficio di David:

Pierluigi Piccini: Questo è strano perché David aveva l’abitudine quando faceva l’addetto stampa mio di prendere sempre appunti, cioè io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano e quindi poi una memoria la teneva lui, questo fatto che lui non abbia lasciato nulla.

Piccini ha bisogno di precisare i ruoli, David “faceva l’addetto stampa mio”, “lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente”, non “David lavorava con me” o “David collaborava con me”, vuol far sapere al suo interlocutore che un uomo importante come Rossi era un suo sottoposto. 

Antonino Monteleone: David era un semplice capo dell’area comunicazione?

Pierluigi Piccini: Sì, ma non scherziamo, io vengo dalla banca, eh, cioè… ora non scherziamo.

Antonino Monteleone: Non faceva solo l’addetto stampa?

Pierluigi Piccini: Macchè, lui era l’uomo… il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo, ma uno che gestisce 54, 50 milioni di euro in 4 anni, ma ma ti rendi conto quanti sono? Cioè, che lui avesse una particolare, anche come dire, appeal all’interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì, ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì.

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Ma con ruoli attivi o di spettatore privilegiato?

Pierluigi Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì e poi dopo come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni, quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperle.

Antonino Monteleone: Quindi non può essere un uomo che è rimasto solo, che è crollato?

Pierluigi Piccini: Ma quali solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia, non aveva un problema di lavoro assolutamente.

Pierluigi Piccini: E dice alla madre: Vengo a prendere le polpette?!

Antonino Monteleone: Per non farla preoccupare.

Pierluigi Piccini: Ma sì e poi s’ammazza, dai via su, alla madre dice: “Guarda sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, we, non esiste.

Antonino Monteleone: E dice alla moglie: Vengo a farti la puntura?!

Pierluigi Piccini: Ma dai! Ma non esiste, no? Vengo a prendere le polpette alla madre… non ti sembra strano? Tu a tua madre dici: “Mamma vengo a prendere le polpette e poi t’ammazzi?”, così la madre non se ne accorge che te sei ammazzato? Dai via, cioè, no, no, no, non… però l’indagine è stata fatta male. Il problema: parte male questa indagine all’inizio e devo dire, anche la famiglia nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono sparite delle… dei vestiti, io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Pierluigi Piccini sostiene che il fatto che David Rossi avesse preso degli impegni a ridosso della sua morte sia con la madre che con la moglie è la riprova che non possa essersi ucciso, un’affermazione smentita dalla casistica.  

Antonino Monteleone: Chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato e quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Pierluigi Piccini: Allora c’è un’altra storia parallela.

L’ex sindaco lascia intendere che David è stato ucciso a causa di una storia parallela che vede comunque coinvolta la banca. 

Antonino Monteleone: In che senso?

Pierluigi Piccini: C’è un’altra sto… c’è un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni!?”. Io: Ma scusa, perché? Era un’amica mia dove il marito era nei servizi… “Ma guarda”, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”… Perché la magistratura potrebbe anche aver abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale, non so se mi sono spiegato? Questo filone non è mai stato preso. E Questo avvocato romano mi ha detto: “Non state lì a girare tanto le scatole. C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare dove facevano i festini”. Chi andava a queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi, ad esempio? Maaah? Ci andava qualche personaggio nazionale? Maaaah? La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Piccini riferisce un fatto riferitogli da un avvocato romano al quale lo avrebbe riferito un’amica, moglie di un uomo dei servizi segreti, tanto basterebbe per farsi una sonora risata se l’argomento della conversazione non fosse tragico.

Ma veniamo alla natura della clamorosa rivelazione fatta a “Le Iene” da Piccini e a sua volta confidatagli da un fantomatico avvocato romano, non un suo amico evidentemente perché l’ex sindaco ne parla con distacco, forse qualcuno con cui Piccini si è intrattenuto a parlare della morte di David per qualche minuto, insomma, questo signore, che, per accreditarne le rivelazioni, l’ex sindaco definisce “avvocato”, a detta di Piccini, lo avrebbe invitato ad “indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”, incredibilmente, secondo questa storia, l’avvocato romano non si sarebbe rivolto direttamente alla Procura di Siena ma avrebbe invitato il signor Pierluigi Piccini ad indagare, un racconto a dir poco esilarante.

Piccini, durante la chiacchierata con Monteleone, dopo aver riferito le rivelazioni del fantomatico “avvocato romano”, ipotizza che la magistratura senese possa anche aver insabbiato tutto per evitare che scoppiasse una “bomba morale” e poi lascia intendere che, tra chi andava ai festini, potessero esserci pure alcuni magistrati senesi ed aggiunge che a Siena gira cocaina a fiumi.

In un’intervista a La Repubblica del 10 ottobre 2017 Piccini afferma: “Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”, confermando di aver semplicemente riportato delle voci e mostrando di non ricordare neanche chi gliele avesse riferite, “mi sembra un avvocato romano”; inoltre, ancora una volta, afferma che sono voci che “circolano da tempo in città”, al pari della voce che David Rossi sia stato ucciso e poi aggiunge altri ingredienti alla sua zuppa, racconta che “nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”.

Evidentemente è entrato ormai nella tradizione popolare toscana, insieme alla zuppa di pane raffermo e verdure, quando non si sa che pesci pigliare, il fantasticare di festini in qualche villa isolata, in specie dopo che si è diffusa l’infondata “credenza” che il cosiddetto mostro di Firenze, un serial killer a tutti gli effetti, avrebbe prelevato i tanto bramati trofei per cederli ad un fantomatico “secondo livello” che organizzava festini a luci rosse per professionisti e intellettuali. Un’enorme boiata che purtroppo continua a mietere vittime innocenti. Il Mostro di Firenze, autore di 8 duplici omicidi, è stato un singolo assassino seriale che ha ucciso per lussuria, un incompetente sessuale che ha agito sulle sue vittime atti sessuali sostitutivi come la penetrazione con il coltello del seno e del pube o l’asportazione degli stessi, pezzi anatomici che gli hanno permesso di rivivere emozionalmente l’omicidio a distanza di tempo.

Antonino Monteleone: In italia.

Pierluigi Piccini: Sì, domandalo a (nome censurato) quanta ne… quanto uso ne fa!

Piccini fa un nome e dice che il soggetto in questione è un consumatore abituale di cocaina. Un’idea sul nome censurato da “Le Iene” non è difficile farsela. Che c’entra con la morte di David il fatto che questo signore faccia o meno uso di cocaina? Piccini evidentemente prova rancore nei confronti del soggetto in questione e si è semplicemente tolto un sassolino dalla scarpa. Non è la prima volta che durante la chiacchierata con Monteleone trapela una certa frustrazione da parte dell’ex primo cittadino.

Antonino Monteleone: Ne fa o ne faceva?

Pierluigi Piccini: Ne fa.

Pierluigi Piccini insiste. Non ne esce bene, di certo più da pettegolo che da eroe, come invece qualcuno vorrebbe dipingerlo.

Pierluigi Piccini: Questa è un’altra storia parallela e mi fermo qui e se esce mezza parola, io vi denuncio perché io non posso fare, io sono una persona pubblica in questa città, mi candido a fare il sindaco e non posso farlo. Ad un certo punto, io posso anche capire magistratura che di fronte ad una cosa del genere, guarda che te sto a dire, cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile… e lo posso anche capire.

L’ex sindaco non solo lascia intendere che la magistratura avrebbe insabbiato “perché altrimenti diventa una cosa molto difficile” ma dice che può capirli, non uscendone bene neanche stavolta.

Antonino Monteleone: Sempre resta irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare?

Pierluigi Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo, non lo vedi che ancora non riescono a risolvere i probl… Si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Piccini è evasivo, non gli è facile trovare collegamenti che non esistono.

Antonino Monteleone: Ma dello IOR gli avevi chiesto?

Pierluigi Piccini: Ragazzi mi volete mandar… che volete fare di me, mi volete rovinare?

Antonino Monteleone: Ci dice davanti ad una telecamera: “Per me David Rossi non si è suicidato”?

Pierluigi Piccini: Questo ve lo posso dire, l’ho scritto dicendo che ho seri dubbi sul fatto che si sia suicidato, questo l’ho scritto.

Piccini dice di poter dire davanti alla telecamera che David non si è suicidato, mostrando di essere convinto che “Le Iene” debbano ancora cominciare a registrare.

Antonino Monteleone: I dubbi ti vengono dal vedere le immagini o dalla conoscenza?

Pierluigi Piccini: Eh, ma son tanti fattori, tutta questa indagine ha dei punti…

Pierluigi Piccini: Ragazzi ma io devo fare… so’ candidato a sindaco, mi volete mettere contro la magistratura, facciamo un patto scritto e io… va bene… Io vi devo misurare perché se voi fate uscire mezza parola di quello che ho detto io non vi faccio l’intervista.

Pierluigi Piccini crede che dopo questa chiacchierata inizieranno a registrare l’intervista vera e propria.

Antonino Monteleone: Lui assume che abbiamo registrato, lui da per scontato…

Pierluigi Piccini: Sì, sì.

Piccini ha il timore che la sua voce possa essere già stata registrata.

Accompagnatore di Monteleone: Quindi le cose che ci ci ha detto ce le ha dette sapendo che potevamo registrarlo ma potrà dire ma mi registravano io che ne sapevo.

L’accompagnatore di Monteleone dice questa frase per usarla in forma di consenso, per poi pubblicare la chiacchierata con Piccini. Piccini non è consapevole di essere registrato e per questo non replica a questa affermazione.

Pierluigi Piccini: Io ti ho dato una serie di informazioni, gestiscile.

Piccini invita ingenuamente Monteleone ad indagare sulla “pista parallela” da lui prospettata pensando che “Le Iene” approfondiranno la nuova “pista” senza fare il suo nome.

Pierluigi Piccini: Voi mi dite che non m’avete registrato niente, cosa che non ci credo perché tu c’hai un sorriso strano, ‘sto ragazzo c’ha un sorriso strano, anche questo so’ due paraculi questi, fammi vedere l’altro telefono, ne hai tanti… però ci diventa rosso, lo vedi eh? Mi volevate inculare? Che teste di cazzo, no, mi volevate inculare, siete teste di cazzo tutti e due. Aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, no, eh, no, eh, no, io vi denuncio, io vi denuncio davvero, eh… Guarda, eh, no, eh, non va bene, levala dai, c’ha il registratore, tira fuori, queste sono delinquenzate, siete dei delinquenti, dammi l’apparecchio, dammi l’apparecchio, tu non ti muovi da qui, eh, tu mi devi dare quella registrazione, è così, se tu adoperi le parole che io ho detto, dato che c’ho testimoni, ti denuncio. Tu mi hai carpito una cosa, ora mi fate incazzare davvero, eh, ma che stiamo a scherza’, ma tu mi carpisci le cose senza dirmi niente e vuoi anche avere ragione? Stai cercando di giustificare quello che hai fatto? Ma che stiamo a scherzare, stiamo!?

Pierluigi Piccini è sinceramente preoccupato, non aveva la consapevolezza di essere registrato, “Le Iene”, come Piccini lascia intendere durante la conversazione, gli avevano fatto credere che lo avrebbero intervistato e registrato solo dopo la chiacchierata informale al tavolino del bar, tanto che al termine della puntata, Piccini ha rilasciato il seguente comunicato stampa: “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset), preciso che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”.

Antonino Monteleone durante messa in onda della registrazione ha dichiarato: Avete capito, lui poteva immaginarlo benissimo che avremmo potuto registrarlo ma nonostante questo c’abbiamo pensato a lungo prima di decidere cosa fare di questa conversazione e abbiamo deciso di pubblicare questo incontro perché comunque sia stiamo parlando della morte di una persona e della richiesta di verità da parte dei familiari anche perché delle tante persone incontrate a Siena in questi giorni, in un clima a dir poco omertoso, l’ex sindaco Piccini è l’unico dei personaggi non legati alla famiglia che ci ha detto sinceramente come la pensa e anche come la pensa una buona parte della città.

Antonino Monteleone, prima di tutto, per giustificare la messa in onda di una registrazione estorta, vuol fare credere al suo pubblico televisivo che Piccini potesse immaginare di essere registrato e che pertanto quel “poter immaginare” possa essere interpretato come una specie di consenso, un abominio. Monteleone aggiunge inoltre di aver deciso di mandare in onda la conversazione estorta per un’impellenza morale, perché la registrazione riguardava la morte di una persona, nulla di più lontano dalla verità, bastava analizzare superficialmente le dichiarazioni di Piccini per capire che l’ex sindaco non aveva riferito nulla che potesse far luce sulla morte di David Rossi ma solo impressioni personali e pettegolezzi. “Le Iene” hanno mandato in onda la registrazione estorta semplicemente per fare spettacolo, ben consapevoli che avrebbero arrecato un danno a Pierluigi Piccini.

La registrazione è stata trasmessa alla Procura di Genova non perché le rivelazioni dell’ex sindaco abbiano alcun peso riguardo alla morte di Rossi ma per le gravi “accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena” da parte di Piccini e “per la sistematica delegittimazione, come quella da ultimo operata dall’interlocutore delle Iene (rilanciata scientemente senza alcun filtro e con la consapevolezza di non aver compiuto alcun riscontro), che senza alcuna conoscenza diretta della complessa attività di indagine, dei risultati degli accertamenti tecnici, degli immani sforzi compiuti per dare spiegazione ad ogni elemento di criticità, sulla base di un pregiudizio personale, senza indicare alcun argomento di merito, tenta di accreditare, con esternazione ignote per provenienza, una propria tesi personale suffragandola con pesantissime accuse ai danni dei magistrati che hanno seguito la vicenda giudiziaria, additandoli come partecipi di un oscuro disegno criminoso”, così come dichiarato dal Procuratore capo Salvatore Vitello.

Personalmente vorrei dire a Monteleone che non ha nessun diritto di definire omertoso chi non parla con lui. Il signor Antonino Monteleone non è nessuno per pretendere risposte da chicchessia, i signori da lui definiti omertosi, le risposte le hanno già date alla magistratura.

L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma mi dispiace che il Nautilus sia affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall, da lui commesso, si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto difensivo, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla od occultarla e da questa attività superflua, che possiamo considerare a tutti gli effetti una personation, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento diverrà la sua firma.

Non sappiamo se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli investigatori abbiamo ritrovato gli indumenti intimi della Wall all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino l’ha evidentemente presa all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando è stato localizzato, il sottomarino stava navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovavano a bordo; il ritrovamento della biancheria della Wall all’interno del Nautilus chiude il cerchio, non è stata una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall; gli assassini come Peter Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima, un cosiddetto “souvenir”, che, ogni qualvolta lo desiderino, gli permette di accedere alle proprie memorie per rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall

La decapitazione

«La decapitazione umilia la vittima, ma nella camorra non è un gesto raro»

La criminologa Ursula Franco: da Aldo Semerari a Bambulella, la storia della criminalità organizzata campana conta diversi episodi di teste mozzate

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 4 ottobre 2017

Gli antichi greci e romani ritenevano che la pena di morte attraverso la decapitazione fosse la forma di esecuzione più rapida e meno disonorevole. In Europa, inizialmente riservata a nobili e sovrani, fu praticata dai boia nelle pubbliche piazze fino agli ultimi decenni del 1900.

Un affresco raffigurante una decapitazione XIV secolo (Stylo24)

Da un punto di vista criminologico la decapitazione rientra tra gli smembramenti e come tale può essere un atto eseguito sul cadavere o può coincidere con la causa di morte. Da un punto di vista simbolico, decapitare significa non solo mutilare una parte del corpo ma anche annientare nel modo più definitivo possibile ciò che la testa contiene ovvero il cervello con i suoi pensieri, credenze ed emozioni e quattro degli organi di senso (vista, udito, olfatto e gusto), in pratica tutto ciò che rende un soggetto unico.

Il serial killer Edmund Kemper

Il serial killer Edmund Kemper, necrofilo e cannibale, tra il maggio del 1972 e l’aprile del 1973, ha ucciso 6 giovani donne, sua madre e la migliore amica di sua madre; dopo aver decapitato le sue vittime, si è servito delle loro teste, compresa quella della madre, per mettere in pratica atti sessuali violenti (irrumatio). Una volta arrestato ha dichiarato: “La testa è la sede di tutto, cervello, occhi, bocca. Rappresenta la persona. Ricordo che da bambino mi dissero: Se tagli la testa, il corpo muore. Il corpo è nulla dopo che è stata tagliata la testa… anzi, non è proprio vero, c’è ancora molto in un corpo di ragazza senza la testa”.

Nel caso di serial killers necrofili come Edmund Kemper, decapitare le proprie vittime costituisce una necessità psicologica, la messa in pratica (act out) di una fantasia patologica attraverso la quale l’omicida ottiene una gratificazione, altre volte, e mi riferisco ad organizzazioni criminali come la camorra, la decapitazione di una vittima rappresenta una forma di comunicazione, un avvertimento, come può esserlo una decapitazione eseguita in piazza, infatti, più un delitto di camorra è efferato, più se ne parla e più rende a chi lo ha commesso in termini di strategia del terrore.

E’ di questi giorni la notizia che, nel gennaio 2005, con la testa mozzata di Giulio Ruggiero, un affiliato al clan Di Lauro, i suoi carnefici giocarono a palla in un ultimo atto di disprezzo. Il prendere a calci una testa mozzata non è un gesto infrequente, anzi è spesso messo in pratica dopo le decapitazioni dei rivali che avvengono nelle strutture carcerarie.

Il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo

Nell’estate del 1982, nel carcere di Poggioreale, Raffaele Catapano, un uomo della Nuova Camorra Organizzata, dopo aver simulato un disturbo fisico, si fece portare in infermeria e, armato di pistola e coltello, prese in ostaggio un medico, raggiunse con lui la cella di un altro detenuto, tale Antonio Vangone che decapitò e a cui estrasse il cuore.

Sempre nel 1982, al cutoliano Giacomo Frattini detto Bambulella, Paolo Di Lauro e Aniello La Monica, uomini della Fratellanza Napoletana, tagliarono la testa e le mani ed estrassero il cuore. All’interno del carcere di Poggioreale, Frattini aveva guidato gli uomini della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo durante i regolamenti di conti con la Nuova Famiglia nei giorni a ridosso del terremoto del 23 novembre 1980, tre morti e diversi feriti.

Il boss della camorra Paolo Di Lauro al momento dell’arresto

Il primo aprile 1982, in una Fiat 128, di fronte all’abitazione di Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo, in viale Elena, ad Ottaviano, venne ritrovato il corpo decapitato del criminologo Aldo Semeraro che era scomparso il 26 marzo dal Royal Hotel di Napoli, la testa sul sedile anteriore, il corpo nel bagagliaio. Il discusso criminologo fu ucciso da Umberto Ammaturo perché, dopo aver difeso gli affiliati della Nuova Famiglia, cui Ammaturo apparteneva, aveva redatto una perizia psichiatrica per un uomo del clan di Raffaele Cutolo.