Morte di Denis Bergamini: analisi della telefonata del cosiddetto supertestimone

Denis Bergamini

Chi l’ha visto? ha mandato in onda uno stralcio di una telefonata di un cosiddetto (dalla stampa) supertestimone alla sorella di Denis:

“No, comunque son tanti anni che seguo… sempre anche Chi l’ha visto?, guarda, son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa. Quella sera di tanti anni fa, ia… io ero poco più che un ragazzo e mi trovavo per circostanze di lavoro, anche io, dietro… dietro a quel camion, questo camion frena improvvisamente, io dietro di lui mi fermo, piovigginava quella sera, questo camion si ferma e io dietro di lui mi fermo, poi non ripartiva, perché non riparte? che è successo? scendo, e l’autista era ancora nel camion, io apro lo sportello, (incomprensibile) ma cosa è successo? e lui diceva: “Mi han…. io… non c’era, non c’era, io non l’ho visto, non l’ho colpito, era già per terra, era per terra”, questo diceva: “Era per terra, era per terra (…) era per terr…”, sì, lui diceva questo: “Era per terra, era per terra”. Dal lato di là, comunque, dalla strada, dalla piazzola, mi sono accorto che c’era… c’erano 3 persone, di cui c’era una donna, una ragazza (incomprensibile)… eee…. questa donna che urlava disperata, ma urlava veramente disperata che io non… non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire, io attraverso la strada e vado dal lato di là, c’erano due uomini e dico a questa signora, questa ragazza, gli dico: Scusate ma è un vostro parente?”.

La prima sequenza “No, comunque son tanti anni che seguo… sempre anche Chi l’ha visto?, guarda, son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa”, è rivelatrice, il “supertestimone” anticipa con l’uso del “potervi” che non ha mai avuto nulla da dire ma che ha appreso quel “qualcosa” che sta per dire da Chi l’ha visto?.

Egli non dice: “son stato sempre tentato… di dirvi ciò a cui ho assistito” o “son stato sempre tentato… di dirvi ciò che so in merito ai fatti” ma “son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa”, rivelando un desiderio di protagonismo.

Le sequenze che seguono lo confermano, non avendo nulla da dire rispetto alla dinamica dei fatti, il “supertestimone” allunga il brodo riferendo dettagli inutili quali: “Quella sera di tanti anni fa”, “ia… io ero poco più che un ragazzo”, “mi trovavo per circostanze di lavoro”, “piovigginava quella sera”. 

“ia… io”, il balbettio sul pronome personale è un segno di stress, compatibile con lo stato psichico di chi mente.

Il fatto che il “supertestimone” senta il bisogno di collocarsi in un gruppo con un “anche io” ci illumina sul suo ragionamento a monte: se c’era altra gente, perché non “anche io”.

Il fatto che ripeta per quatto volte di essere stato “dietro” il camion è sospetto, rivela il suo bisogno di convincere.

“io ero poco più che un ragazzo e mi trovavo per circostanze di lavoro, anche io, dietro… dietro a quel camion, questo camion frena improvvisamente, io dietro di lui mi fermo, piovigginava quella sera, questo camion si ferma e io dietro di lui mi fermo, poi non ripartiva, perché non riparte? che è successo? scendo, e l’autista era ancora nel camion, io apro lo sportello,”, il “supertestimone” usa prima i verbi al passato “ero” e “mi trovavo” e poi al presente “frena”, “mi fermo”, “si ferma”,  di nuovo “mi fermo”, “scendo”, “apro lo sportello”, questa variazione indica che il soggetto sta falsificando. Il “supertestimone” non riesce a parlare al passato perché il fatto che narra non è accaduto, egli pensa al presente perché falsifica e di conseguenza usa il verbo al presente.

Dice “c’erano tre persone, di cui c’era una donna”, non Isabella Internò ma una donna. E’ chiaro che se avesse visto una donna urlare “quella sera”, in quella circostanza, oggi potrebbe affermare con certezza che non poteva che essere Isabella, ma se ne guarda bene.

Il cosiddetto “supertestimone”, nel tentativo di apparire credibile, ripete per due volte che la donna “urlava disperata”, la seconda volta aggiunge il gratuito avverbio “veramente” che indebolisce la sua affermazione. 

Il fatto che il “supertestimone” ripeta per due volte “quella sera” indica che vuole convincere l’interlocutore che proprio “quella sera” si trovasse su quella strada, se dicesse la verità non ne avrebbe bisogno.

Il “supertestimone”, dato che ha sempre seguito la vicenda, è inaspettato che non chiami per nome il camionista che investì Denis ma parli di lui semplicemente come “l’autista”.

Poiché il “supertestimone” non può dire di aver visto l’incidente in quanto si trovava “dietro”, egli falsifica un dialogo con Raffaele Pisano ricco di ripetizioni: “Mi han…. io… non c’era, non c’era, io non l’ho visto, non l’ho colpito, era già per terra, era per terra, questo diceva: Era per terra, era per terra (…) era per terr…”, sì, lui diceva questo: “Era per terra, era per terra”. 

Dal 12 aprile 2017, la ex fidanzata di Denis, Isabella Internò, è indagata per omicidio premeditato in concorso con Raffaele Pisano, il conducente del camion.

Se il camionista Raffaele Pisano fosse stato complice di chi, secondo la sorella, uccise Denis e ne simulò un investimento, non avrebbe detto a nessuno che Bergamini “era a terra”; se fosse vero ciò che afferma il “supertestimone”, il camionista non sarebbe coinvolto nell’omicidio di Denis e, se i Giudici avessero creduto al “supertestimone”, non avrebbero indagato il camionista per omicidio premeditato in concorso.

Per dovere di cronaca, ciò che Raffaele Pisano riferì ai Giudici all’epoca dei fatti, è molto diverso da ciò che il “supertestimone” ha riferito alla sorella di Bergamini, di sicuro non che Denis “era a terra”; Pisano disse che la Maserati di Denis era in sosta a circa 3-4 metri dalla striscia gialla che delimita la carreggiata, che Bergamini era in piedi vicino allo sportello anteriore sinistro dell’autovettura e che appena l’autocarro giunse alla sua altezza, con un gesto fulmineo il calciatore si gettò sotto la ruota anteriore destra dell’automezzo.

Il “supertestimone” parla di 3 persone maidi Denis, il cui cadavere avrebbe dovuto colpirlo più di tutto; “mi sono accorto che c’era… c’erano” è un affermazione debole e sospetta, diversa dall’incisiva “c’erano”.

Infine, per due volte il “supertestimone” riferisce di non aver capito “io non… non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire”. 

“non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire, io attraverso la strada e vado dal lato di là, c’erano due uomini e dico a questa signora, questa ragazza, gli dico: Scusate ma è un vostro parente?”, anche in questa occasione l’uso dei verbi un po’ al passato, “non riuscivo a capire” e “c’erano”, e un po’ al presente, “attraverso la strada e vado”, “dico”, “gli dico”, ci informa che il “supertestimone” sta falsificando.

In conclusione, il “supertestimone” ha riferito alla sorella di Denis di non aver avuto nulla da dire in tutti questi anni e si è inventato di aver chiesto all’autista del camion che colpì Bergamini che cosa fosse successo, probabilmente ha mescolato nel racconto fatti che gli sono realmente accaduti ma che non sono relativi al caso in specie, e notizie apprese dalla televisione.

Il “supertestimone” è semplicemente un soggetto non credibile in cerca di visibilità, nulla di più.

Morte di Maria Ungureanu: la mia dichiarazione in merito alla riesumazione su cronachedellacampania.it

La piscina di un casale che ospita ricevimenti dove è stato trovato il cadavere di una bambina nuda di circa dieci anni, a San Salvatore Telesino, in provincia di Benevento, 20 giugno 2016.
ANSA/ PRIMA PAGINA

cronachecampane.it 30 novembre 2017

Ha suscitato non poche reazioni la decisione di riesumare la salma della piccola Maria, trovata morta in una piscina a San Salvatore Telesino a Giugno del 2016. Gli avvocati difensori degli indagati Daniel e Cristina Ciocan hanno preannunciato di chiedere l’intervento probatorio al Giudice per le indagini Preliminari.
“Per quanto riguarda la riesumazione del cadavere di Maria – dichiara la criminologa Ursula Franco che assiste i due indagati – alla ricerca di segni di una colluttazione che sono stati esclusi dai due precedenti medici legali, consulenti della Procura, non posso che dirmene disgustata, la Procura non riesce ad ammettere di aver commesso un errore, continua a buttare i soldi dei contribuenti in indagini inutili invece di seguire le indicazioni dei Giudici e della difesa”. E’ la stessa criminologa che, in una nota, ricorda che per quattro volte la Procura ha chiesto l’arresto e per quattro volte i giudici, anche quelli della Cassazione, hanno espresso parere negativo. “I vari giudici, sostiene la criminologa Franco – che hanno respinto gli arresti dei due indagati, hanno suggerito alla Procura di “indagare anche nell’ambito familiare circa eventuali abusi sessuali sulla bambina”. I giudici, inoltre, “hanno avanzato l’ipotesi della morte accidentale seguita ad un gioco ed hanno escluso che Daniel Petru e Cristina Ciocan fossero in paese mentre la bambina moriva. La difesa dei Ciocan, di cui io faccio parte in veste di criminologo consulente, ha sempre sostenuto che Maria, la sera della sua morte, aveva un appuntamento con un’amica, ormai maggiorenne, e con lei si diresse in piscina per fare un bagno, si spogliò e purtroppo affogò. L’amica era più grande e molto intima, per questo motivo Maria si fidò e non si vergognò di lei. L’aver scambiato un semplice caso di morte accidentale, in un contesto familiare degradato, per un omicidio, ha distrutto la vita di due giovani che sono estranei ai fatti, lo provano i testimoni, le celle telefoniche, l’assenza di un movente, ma, soprattutto, Daniel Petru e Cristina Ciocan non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva”.

Morte di Maria Ungureanu: una mia dichiarazione al casertasera.it

S.SALVATORE TELESINO, SUL CASO DI MARIA RITROVATA SENZA VITA IN PISCINA UNA NUOVA DECISIONE:LA RIESUMAZIONE DEL CORPO. PARLA LA CRIMINOLOGA DELLA DIFESA

casertasera.it 29 novembre 2017

San Salvatore Telesino (Benevento)

Ritorna nuovamente di grande attualità la vicenda di Maria la bambina rumena ritrovata senza vira nella piscina di un resort di San Salvatore Telesino.Ora ci sarà la riesumazione del corpicino. “Per quattro volte la Procura di Benevento ha chiesto l’arresto e per quattro volte i giudici italiani, anche quelli della Suprema Corte di Cassazione, glielo hanno negato”.

A parlare è la criminologa della difesa Ursula Franco (nella foto).

I Giudici del Tribunale del Riesame –continua- hanno perfino accusato la Procura di razzismo e tutti i Giudici (GIP, 3 Giudici del Riesame di Napoli, Giudici della Suprema Corte) hanno suggerito alla Procura di incriminare il padre di Maria, per gli abusi sessuali sulla bambina in quanto il suo sperma è stato trovato sui vestiti di Maria e sulla coperta del suo lettino, inoltre, i Giudici hanno tutti suggerito alla Procura di percorrere l’ipotesi della morte accidentale seguita ad un gioco ed hanno escluso che Daniel Petru e Cristina Ciocan fossero in paese mentre la bambina moriva. La difesa dei Ciocan, di cui io faccio parte in veste di criminologo consulente, ha sempre sostenuto che Maria, la sera della sua morte, aveva un appuntamento con un’amica, ormai maggiorenne, e con lei si diresse in piscina per fare un bagno, si spogliò e purtroppo affogò. L’amica era più grande e molto intima, per questo motivo Maria si fidò e non si vergognò di lei. Gli abusi sessuali sono sicuramente attribuibili al padre di Maria e purtroppo dalle indagini emerge che la madre di Maria, Elena, non poteva non sapere delle terribili violenze e sofferenze patite dalla bambina visto le gravi infezioni e lesioni vaginali che aveva e che le producevano perdite che sporcavano i suoi indumenti intimi. Per quanto riguarda la riesumazione del cadavere di Maria alla ricerca di segni di una colluttazione che sono stati esclusi dai due precedenti medici legali, consulenti della Procura, non posso che dirmene disgustata, la Procura non riesce ad ammettere di aver commesso un errore, continua a buttare i soldi dei contribuenti in indagini inutili invece di seguire le indicazioni dei Giudici e della difesa. L’aver scambiato un semplice caso di morte accidentale, in un contesto familiare degradato, per un omicidio, ha distrutto la vita di due giovani che sono estranei ai fatti, lo provano i testimoni, le celle telefoniche, l’assenza di un movente, ma, soprattutto, Daniel Petru e Cristina Ciocan non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva in compagnia dell’amica di famiglia, la quale per paura non la soccorse”.

Caso Ungureanu. Interviene la criminologa Franco: “Riesumazione? Disgustata”

Caso Ungureanu. Interviene la criminologa Franco: “Riesumazione? Disgustata”

 ilquaderno.it 29/11/2017

Ieri la decisione della Procura di Benevento sulla riesumazione, a parlare è la criminologa Ursula Franco consulente della difesa dei due fratelli Ciocan.

“Per 4 volte la Procura di Benevento ha chiesto l’arresto e per 4 volte i giudici italiani, anche quelli della Suprema Corte di Cassazione, glielo hanno negato”. Comincia in questo modo la nota della criminologa Ursula Franco, consulente della difesa dei fratelli Daniel e Cristina Ciocan, indagati per la morte di Maria Ungureanu la bambina di 9 anni rinvenuta senza vita all’interno della di una piscina in un resort di San Salvatore Telesino il 19 giungo del 2016. L’intervento della criminologa arriva a 24 ore dalla decisione assunta dalla Procura sulla riesumazione del corpo della piccola Maria che avverrà il 13 dicembre.

La Franco ha poi scritto di sentirsi “disgustata” rispetto alla decisione di “riesumazione del cadavere di Maria alla ricerca di segni di una colluttazione che sono stati esclusi dai due precedenti medici legali, consulenti della Procura”.

La criminologa poi aggiunge: “La difesa dei Ciocan, di cui io faccio parte in veste di criminologo consulente, ha sempre sostenuto che Maria, la sera della sua morte, aveva un appuntamento con un’amica, ormai maggiorenne, e con lei si diresse in piscina per fare un bagno, si spogliò e purtroppo affogò. L’amica era più grande e molto intima, per questo motivo Maria si fidò e non si vergognò di lei”.

In merito alle indagini ha poi detto: “la Procura non riesce ad ammettere di aver commesso un errore, continua a buttare i soldi dei contribuenti in indagini inutili invece di seguire le indicazioni dei Giudici e della difesa. L’aver scambiato un semplice caso di morte accidentale, in un contesto familiare degradato, per un omicidio, ha distrutto la vita di due giovani che sono estranei ai fatti, lo provano i testimoni, le celle telefoniche, l’assenza di un movente, ma, soprattutto, Daniel Petru e Cristina Ciocan non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva in compagnia dell’amica di famiglia la quale per paura non la soccorse”.

Morte di Maria Ungureanu: riesumazione di Maria, la criminologa Franco: “Disgustata”

Riesumazione di Maria, la criminologa Franco: “Disgustata”
E’ consulente della difesa dei 2 fratelli rumeni indagati per la morte della bimba di S. Salvatore

Ottopagine.it 29 novembre 2017

San Salvatore Telesino

La piscina dove è annegata Maria Ungureanu

Si dice “disgustata” dalla decisione “di riesumare il cadavere di Maria alla ricerca di segni di una colluttazione che sono stati esclusi dai due precedenti medici legali, consulenti della Procura”, la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa dei due fratelli rumeni indagati per la tragica fine della bimba di 9 anni, anch’ella rumena, trovata senza vita il 19 giugno del 2016, morta annegata, nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino.

In una nota la dottoressa Franco ricorda che il gip Flavio Cusani, il Riesame e la Cassazione hanno detto no all’arresto di Daniel e Cristina Ciocan, assistiti dagli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Verrillo – i due legali sembrano intenzionati a chiedere l’incidente probatorio che trasferirebbe al Gip il compito di nominare un perito – e afferma che “la Procura non riesce ad ammettere di aver commesso un errore, continua in indagini inutili invece di seguire le indicazioni dei Giudici e della difesa. L’aver scambiato un semplice caso di morte accidentale, in un contesto familiare degradato, per un omicidio, ha distrutto la vita di due giovani che sono estranei ai fatti, lo provano i testimoni, le celle telefoniche, l’assenza di un movente, ma, soprattutto, Daniel Petru e Cristina Ciocan non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva in compagnia dell’amica di famiglia la quale per paura non la soccorse”.

La difesa dei Ciocan – aggiunge – “ha infatti sempre sostenuto “che Maria, la sera della sua morte, aveva un appuntamento con un’amica, ormai maggiorenne, e con lei si diresse in piscina per fare un bagno, si spogliò e purtroppo affogò. L’amica era più grande e molto intima, per questo motivo Maria si fidò e non si vergognò di lei”.

Una mia dichiarazione alla stampa romena sulla riesumazione del cadavere di Maria Ungureanu

Procurorii italieni cer o nouă autopsie în cazul morții Mariei Ungureanu, o fetiță de 10 ani, găsită înecată

by Petre Cojocaru, Italia Diaspora, Noi 29, 2017

Il funerale di Maria Ungureanu

Procuratura italiană a decis să reexamineze cadavrul Mariei Ungureanu, copila de 10 ani descoperită înecată într-o piscină din stațiunea San Salvatore Telesino, în iunie, anul trecut. Hotărârea a fost luată în lumina unor noi elemente aduse anchetei.

Doi români, Daniel Ciocan si sora acestuia, Maria Cristina, au fost acuzați la acea vreme, si sunt în continuare principalii suspecți, chiar dacă pănă acum probele nu duc direct la o sentință.

Procurorii i-au înstiințat pe apărătorii celor doi de reautopsierea cadavrului, care va avea loc peste două săptămâni, în 13 decembrie. În luna octombrie a acestui an, Curtea de Casație a respins recursul Procuraturii la măsura de nearestare a celor doi, dictată de Tribunal.

Ursula Franco, expert criminalist si unul dintre apărătorii acuzaților, ne-a declarat următoarele:

”În patru rânduri, Procuratura din Benevento a cerut arestarea celor doi, dar de patru ori judecătorii italieni, inclusiv cei de la Înalta Curte de Casație au refuzat măsura de reținere. Judecătorii de la Tribunal au acuzat Procuratura de acte de rasism si toți judecătorii implicați până acum în acest caz au sugerat Procuraturii să îl incrimineze pe Marius Ungureanu, tatăl Mariei, pentru abuzuri sexuale împotriva copilei, dat fiind faptul că, la examenele de specialitate, sperma acestuia a fost identificată pe hainele Mariei sau pe covertura patului în care dormea micuța.

Judecătorii au sugerat ca si cauză a morții un accident si au admis că Daniel Petru si Cristina Ciocan nu se aflau în localitate în momentul producerii tragediei. Apărarea lui Ciocan, din care fac parte ca expert criminalist, a susținut tot timpul că Maria, în seara fatidică, avea o întâlnire cu o prietenă, acum majoră, cu care Maria a mers să facă o baie. Pentru că era prietene intime, victima nu s-a sfiit să se dezbrace de față cu ea.

Abuzurile sexuale pe care le-a suferit defuncta sunt atribuibile tatălui si, din cercetările făcute până acum, este indubitabil faptul că mama victimei nu ar fi stiut acest lucru, având în vedere leziunele prezente pe corpul copilei (inclusiv în zona intimă), leziuni care provocau pierderi de sânge care murdăreau lenjeria intimă.

În ceea ce priveste decizia de dezhumare a corpului si efectuare a unei noi autopsii, în vederea unor noi probe care nu au putut fi probate de precedentele examene de medicină legală, nu pot decât să mă declar cu un gust amar, în sensul în care procuratura nu admite că a comis o eroare si continuă să arunce banii contribuabililor în anchete inutile, în loc să țină cont de recomandărilor judecătorilor. Un nefericit caz de moarte accidentală (petrecut într-un mediu degradat) a fost schimbat în omucidere, două vieți a doi tineri au fost aproape distruse, desi acestia sunt străini de fapt, drept mărturie fiind declarațiile martorilor, telefoanele acuzaților si un motiv pentru care să fi comis ei fapta. Mai mult decât atât, Daniel si Cristina Ciocan nu se aflau în San Salvatore Telesino în timp ce Maria îsi pierdea viața în ochii prietenei ei, care, de frică, nu a putut să o salveze”, a declarat Ursula Franco.

Rudele celor doi darsi mulți alți reprezentanți ai comunității românesti au negat în permanență vinovăția acuzaților. Rămâne de văzut dacă după reexaminarea rezultatului noii autopsii, anchetatorii vor avea în sfârsit o concluzie.

Traduzione in italiano della mia dichiarazione:

Per 4 volte la Procura di Benevento ha chiesto l’arresto e per 4 volte i giudici italiani, anche quelli della Suprema Corte di Cassazione, glielo hanno negato. I Giudici del Tribunale del Riesame hanno perfino accusato la Procura di razzismo e tutti i Giudici (GIP, 3 Giudici del Riesame di Napoli, Giudici della Suprema Corte) hanno suggerito alla Procura di incriminare Marius Ungureanu, il padre di Maria, per gli abusi sessuali sulla bambina in quanto il suo sperma è stato trovato sui vestiti di Maria e sulla coperta del suo lettino, inoltre, i Giudici hanno tutti suggerito alla Procura di percorrere l’ipotesi della morte accidentale seguita ad un gioco ed hanno escluso che Daniel Petru e Cristina Ciocan fossero in paese mentre la bambina moriva. La difesa dei Ciocan, di cui io faccio parte in veste di criminologo consulente, ha sempre sostenuto che Maria, la sera della sua morte, aveva un appuntamento con un’amica, ormai maggiorenne, e con lei si diresse in piscina per fare un bagno, si spogliò e purtroppo affogò. L’amica era più grande e molto intima, per questo motivo Maria si fidò e non si vergognò di lei. Gli abusi sessuali sono sicuramente attribuibili al padre di Maria e purtroppo dalle indagini emerge che la madre di Maria, Elena, non poteva non sapere delle terribili violenze e sofferenze patite dalla bambina visto le gravi infezioni e lesioni vaginali che aveva e che le producevano perdite che sporcavano i suoi indumenti intimi. Per quanto riguarda la riesumazione del cadavere di Maria alla ricerca di segni di una colluttazione che sono stati esclusi dai due precedenti medici legali, consulenti della Procura, non posso che dirmene disgustata, la Procura non riesce ad ammettere di aver commesso un errore, continua a buttare i soldi dei contribuenti in indagini inutili invece di seguire le indicazioni dei Giudici e della difesa. L’aver scambiato un semplice caso di morte accidentale, in un contesto familiare degradato, per un omicidio, ha distrutto la vita di due giovani che sono estranei ai fatti, lo provano i testimoni, le celle telefoniche, l’assenza di un movente, ma, soprattutto, Daniel Petru e Cristina Ciocan non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva in compagnia dell’amica di famiglia la quale per paura non la soccorse.

Analisi della replica di Giuseppe Tornatore alle accuse di molestie mossegli da Miriana Trevisan

Miriana Trevisan

Il 3 novembre 2017 Miriana Trevisan ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair, ecco lo stralcio in cui accusa il regista Tornatore di molestie:

Giornalista: Due settimane fa lei ha scritto un articolo sul sito Linkiesta in cui afferma che, sull’onda di questo grande dibattito mondiale sulle molestie, le sono tornati alla mente una serie di episodi. Per esempio?

Mariana Trevisan: Per esempio, appunto, vent’anni fa, andai negli uffici di Giuseppe Tornatore. Era un appuntamento che mi aveva organizzato il mio agente. Non era un provino, ma un primo incontro in vista di un film in lavorazione, La leggenda del pianista sull’Oceano. C’era una segretaria che mi accolse ma poi se ne andò. Rimanemmo soli. Dopo qualche tranquilla chiacchiera sul film, quando ci stavamo salutando, il regista mi chiese di uscire con lui quella sera per andare a mangiare una pizza. Io risposi che avevo già un impegno, lo ringraziai e mi alzai per andarmene. Lui mi seguì fino alla porta, mi appoggiò al muro e cominciò a baciarmi collo e orecchie, le mani sul seno, in modo abbastanza aggressivo. Riuscii a sfilarmi e scappai via. Ero entrata sentendomi una principessa, a un passo da un sogno che si realizzava, pensavo “forse farò un film con un regista premio Oscar” e sono uscita sentendomi uno straccio. Non riesco a dimenticarmi il suo sguardo: incantato al mio ingresso, pieno d’odio mentre uscivo. Come se avesse scoperto che il giocattolo erotico aveva la batteria scarica. Mamma, quanto ho pianto.

Giornalista: È consapevole delle accuse che sta muovendo?

Mariana Trevisan: So benissimo che è la mia parola contro la sua.

La Trevisan ha ragione, è dall’analisi delle parole usate, da lei per accusare e da Tornatore per difendersi, che facilmente emerge la verità.

Giuseppe Tornatore

Di seguito la prima replica di Tornatore:

Sono lusingato che una giovane donna si ricordi di me dopo tanti anni. Io rammento solo un incontro cordiale, pertanto respingo le insinuazioni mosse nei miei confronti riservandomi di agire nelle competenti sedi a tutela della mia onorabilità.

E’ chiaro che in una replica di un soggetto accusato di molestie ci aspettiamo di trovare la più semplice e diretta negazione credibile: “Io non ho molestato Miriana Trevisan”. La priorità di Tornatore non è negare di aver molestato la Trevisan ma fare ironia, deriderla, un modo per minimizzare le accuse. In seguito, il regista non dice di non aver molestato la soubrette ma racconta di rammentare “solo un incontro cordiale” ed è sulla base di ciò che “rammenta” che “pertanto” respinge le “insinuazioni” Infine, il regista non dice che querelerà Miriana Trevisan per diffamazione ma sposta il focus su di sé e dice che si riserva di agire nelle competenti sedi a tutela della sua onorabilità. 

Giuseppe Tornatore il 26 novembre 2017 è stato invitato da Fabio Fazio alla trasmissione Che tempo che fa, di seguito lo stralcio dell’intervista relativo alle accuse di molestie:

Fabio Fazio: Senti abbiamo una foto bellissima in cui siete un bel gruppo eee (ride), siete un bel gruppo di a… di… di… di amici, volevo farla vedere se… se ti dice qualcosa, che cosa ti dice questa fotografia eh?

Fabio Fazio mostra a Giuseppe Tornatore una fotografia che lo ritrae una ventina di anni prima  in compagnia di Ennio Morricone, Gerard Depardieu e, guarda caso, di Roman Polanski. E’ noto a tutti che gli Usa dalla fine degli anni 70 hanno emesso un mandato di cattura internazionale per Roman Polanski per una violenza sessuale su una ragazzina di 13 anni e che il regista, per evitare il carcere, è fuggito a Parigi e non è mai tornato negli USA. Fazio non può non saperlo.

Giuseppe Tornatore: Ah, questa è la fotografia a Cannes quando andammo per “Una pura formalità” c’è Ennio, Gerard Depardieu, Roman Polanski, quindi 1994.

Quando Tornatore chiama Morricone con il nome di battesimo, “Ennio”, mostra vicinanza, mentre, nominando per ultimo “Polanski” e per cognome, indica di volerne prenderne le distanze. 

Fabio Fazio introduce il tema delle accuse di molestie mosse a Tornatore dalla Trevisan:

Fabio Fazio: Senti eeee io ti auguro ogni bene e volevo farti una domanda sgradevole maa doverosa ehm uhm qualche settimana fa sei stato nelle cronache per questa affermazione di Miriana Trevisan circa una tua inappropriata, diciamo, 20 anni fa, approccio a lei che lei ha chiamato molestie o come… pressappoco. Come ti senti rispetto a questo? Come ti sei sentito? E che cosaaa… che cosa, se pensi di dover dire qualcosa.

Il doppiogiochista Fazio, dopo aver imbarazzato Tornatore con la foto che lo ritrae con Polanski, non ha la spina dorsale per chiedere al regista se abbia molestato o meno Miriana Trevisan.

Il conduttore, prima di tutto, cerca di ingraziarsi Tornatore dicendo “io ti auguro ogni bene” e lo prepara alla “domanda sgradevole ma doverosa”, perché poi Fazio la definisca “doverosa” è incomprensibile, non è obbligato a fargliela ed è semplicemente una domanda che tutti si aspettano e che il conduttore sa benissimo che farà salire lo share della trasmissione.

Fazio, inspiegabilmente, visto che è privo di competenze per farlo, si sente di assolvere il regista tanto che definisce le molestie un “approccio a lei”. Il conduttore Fazio fa sapere al suo pubblico che la Trevisan ha scambiato un “approccio” di Tornatore per “molestie” e, a Tornatore, di essere dalla sua parte, tanto da suggerirgli una risposta precisa: “un approccio vecchio di 20 anni”.

Il conduttore, alla fine del suo sermone, non chiede se sia vero o meno che Tornatore abbia molestato la Trevisan ma semplicemente come si senta e come si sia sentito, non rispetto alle accuse di molestie ma rispetto a “questo”, invitandolo quindi, non a replicare alle accuse, ma a dare una risposta di nessun interesse.

Giuseppe Tornatore: Mah, ma sai io innanzitutto ho la coscienza a posto quindi questo incidente non mi ha ingeneratoooo amarezze o particolari sofferenze. Stupore sì, perché questa esperienza mi ha fatto vivere una dimensione che non conoscevo, cioè, tu una mattina ti svegli, apri il giornale o accendi il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza eeee sciolto delle parole, ee poi diventi uno stuprator… insomma tu scopri di essere uno che non conosci, che non sei e questa è un’esperienza strana, e, soprattutto, scopri tutto questo grazie a a certi metodi di certe, di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non… non seguono delle regole ortodosse. Perché eeee scrivono che tu sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai, se vorrai, come vorrai, ma intanto il danno è fatto, questo un sistema veramente mostruoso, ecco, questo è inaccettabile.

La priorità di Tornatore non è negare l’addebito, generalmente chi è accusato di un reato che non ha commesso non perde occasione per difendersi.

Giuseppe Tornatore, in primis, afferma di avere “la coscienza a posto”, il fatto che lui abbia la coscienza a posto non significa nulla, non è la prova che non abbia molestato la Trevisan. 

E’ inaspettato che Tornatore racconti quali “non” siano i suoi sentimenti “quindi questo incidente non mi ha ingeneratoooo amarezze o particolari sofferenze”, non ha motivo di asserire ciò che non è, ma evidentemente per lui è importante. 

Tornatore non si dice stupito per aver scoperto di essere stato accusato di un reato che non ha commessoma  per aver scoperto “di essere un mostro, un molestatore, un violentatore”.

In queste ultime sequenze: “cioè, tu una mattina ti svegli, apri il giornale o accendi il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza eeee sciolto delle parole, ee poi diventi uno stuprator… insomma, tu scopri di essere uno che non conosci, che non sei e questa è un’esperienza strana, e soprattutto scopri tutto questo grazie a… a certi metodi di certe, di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non… non seguono delle regole ortodosse. Perché eeee scrivono che tu sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai se vorrai come vorrai, ma intanto il danno è fatto, questo un sistema veramente mostruoso, ecco questo è inaccettabile”, Tornatore, per ridurre lo stress che gli produce parlare di sé rispetto a questo argomento, sposta il focus, non usa il pronome personale “io” ma “tu”, “tu una mattina ti svegli (…), poi diventi (…), scopri tutto (…), tu scopri di essere uno (…), scrivono che tu sei un assassino (…), poi tu ti difenderai (…)”.

Tornatore gonfia le accuse, in un crescendo, al fine di ridicolizzarle: “un mostro, un molestatore, un violentatore, uno stupratore, un assassino”.

E’ interessante quando dice: “scopri di essere un mostro (…) insomma, tu scopri di essere uno che non conosci, che non sei (…) e, soprattutto, scopri tutto questo grazie a… a certi metodi di certe, di certi organi di stampa”, Tornatore non dice di essere venuto a conoscenza di essere stato accusato  dagli organi di stampa di essere un mostro ma di esserlo e di non conoscersi. E’ interessante che sottolinei che è “soprattutto” come ha scoperto di essere un mostro e di non conoscersi che lo ha segnato, non le accuse mossegli e colpisce pure l’uso del “grazie”, avrebbe potuto usare altre parole come ad esempio la parola attraverso e invece ha scelto la parola “grazie”.

Quando Tornatore dice “poi tu ti difenderai, se vorrai, come vorrai”, lascia intendere che potrebbe non difendersi. 

In sintesi, Giuseppe Tornatore nella sua lunga tirata oratoria che gli è servita per ingraziarsi il suo interlocutore e il pubblico televisivo, non ha negato di aver molestato Miriana Trevisan.

Omicidio di Serena Mollicone: analisi di un’intervista estorta a Marco Mottola

Serena Mollicone

Marco Mottola è uno dei tre indagati per l’omicidio di Serena Mollicone, commesso ad Arce, in provincia di Frosinone, il primo giugno del 2001. Sono indagati per lo stesso reato, sua madre Anna e suo padre Franco, ex maresciallo dei carabinieri di Arce.

Il cadavere di Serena, ritrovato due giorni dopo la sua scomparsa in un bosco a pochi chilometri da Arce, presentava i segni di un trauma contusivo alla tempia sinistra, aveva mani e gambe legate, nastro adesivo sulla bocca e un sacchetto di plastica sulla testa. L’esame medico legale ha stabilito che la giovane Mollicone era morta per asfissia.

Marco Mottola

Analisi dell’intervista di Chiara Ingrosso a Marco Mottola:

L’analisi di questa breve intervista si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un innocente dica e ciò che Marco Mottola dice, expected versus unexpected.

 In poche parole, ci aspettiamo che Mottola:

  1. mostri di possedere  il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver ucciso Serena Mollicone, 

ovvero, dica queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Serena” e “sto dicendo la verità”.

Giornalista: Ma tu sei Marco?

Marco Mottola: Sì.

Giornalista: Ma Marco Mottola?

Marco Mottola: Perché?

Giornalista: Seiii il ragazzo che era coinvolto con l’omicidio di Serena?

Marco Mottola: Sì.

Giornalista: Perché io sono una giornalista, mi chiamo Chiara, piacere di conoscerti. E come mai sei qua? Pensavano tutti che eri scomparso, sparito.

Marco Mottola: Non mi sono mai mosso da… (interrotto)

Marco Mottola comincia a parlare ma la giornalista lo interrompe. 

Giornalista: No, ma lo sai, perché lo leggevo recentemente sulla storia della perizia.

Marco Mottola: Sì, sì, sì.

Giornalista: E siete rimasti solo voi indagati, dopo 16 anni, voglio dire, si stringe contro…

Marco Mottola: Noo.

Giornalista: Si stringe a voi, la famiglia, insomma, tu, papà, mamma.

Marco Mottola: Mah, alla fineee… noi abbiamo parlato con l’avvocato, ha detto cheee sono tutte supposizioni. Da come la… dalla perizia si dice che ci sono dei piccoli punti che potrebbero essere… (interrotto)

Marco Mottola, invece di negare di aver ucciso Serena, minimizza. E purtroppo la giornalista lo interrompe nuovamente.

Giornalista: Nella perizia della Cristina Cattaneo c’è scritto che non si può dire con certezza che non è stato quel pugno a dare quella forma su quella porta, però la testa di Serena è compatibile al 100%. Cioè, le fratture de Serena so’ quelle.

Marco Mottola: A me l’avvocato mi ha detto di no.

Mottola non nega ma si attiene a ciò che gli avrebbe detto l’avvocato, eppure chi meglio di lui può sapere che cosa abbia danneggiato la porta. 

Giornalista: Tuo padre, se non mi sbaglio, si è rifiutato, no? Di dire come… in che dinamica… non ho presente bene, però, in che dinamica lui l’avrebbe sferrato questo, questo pugno.

Marco Mottola: No, no, no, io… (interrotto)

Ancora una volta la giornalista interrompe il Mottola in un momento cruciale…

Giornalista: E la Cattaneo dice che la testa, è compatible al 100% con la testa di Serena.

… ed è lei a concludere. E’ inutile che un giornalista incontri un indagato se lo fa semplicemente per mostrare di aver letto alcune parti dell’istruttoria. 

Giornalista: Ma Serena quel giorno è venuta o non è venuta in caserma?

Marco Mottola: (ride e scuote la testa)

Quella del Mottola è una reazione di imbarazzo, Mottola è stato messo all’angolo, è evasivo, non gli resta che sorridere per coprire un’emozione negativa.  

Il fatto che Marco scuota la testa in segno di “no” non è equiparabile ad una negazione credibile. 

Il fatto che Marco Mottola non risponda a questa domanda è particolarmente significativo.

Giornalista: Ma tu che rapporto c’avevi con Serena?

Marco Mottola: Mah, da un po’ di anni nessuno, cioéééé… ci salutavamo, eravamo amici quando andavamo alle medie, i primi anni delle superiori, poi… ci eravamo divisi le comitive, lei si era fidanzata fuori paese, quindi non la vedevamo proprio, non la vedevamo pr… (interrotto).

Mottola prende le distanze da Serena a più riprese e, per spostare il focus da sé,.  si colloca in un gruppo con un “non la vedevamo pr…” per poi essere nuovamente interrotto. E’ nella “folla” che spesso tentano di nascondersi i colpevoli.

Giornalista: Cioè è vera ‘sta cosa che Serena era convinta che tu fossi il capo dello spaccio di Arce e che quindi voleva venire a dire qualcosa in faccia?

Marco Mottola: Assolutamente. Cioè io a 18 anni ero il capo degli spacciatori? Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo… (interrotto)

L’avverbio “Assolutamente” non è una negazione credibile, anzi, rivela un bisogno di convincere.

Per non rispondere, Marco Mottola risponde ad una domanda con una domanda “Cioè io a 18 anni ero il capo degli spacciatori?”

Quando Mottola dice “Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo… “ ci parla delle sue abitudini dell’epoca, ma non nega di essere stato “il capo degli spacciatori”, il suo è semplicemente un modo di buttare fumo negli occhi al suo interlocutore perché non riesce a negare.

Nella frase “Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo…”, inizialmente parla per sé poi, improvvisamente e senza un evidente motivo, per la seconda volta in questa intervista, si colloca in una comitiva, ovvero si nasconde tra la “folla”. Giosuè Ruotolo, appena indagato, durante uno scambio con i giornalisti, ha usato lo stesso escamotage. 

Giornalista: No, perché questo potrebbe dire allora, l’ha spinta, magari un litigio, una cosa.

Marco Mottola: Quello che facevo io, lo facevano l’ottanta per cento dei ragazzi di quel paese.

Ancora una volta Marco Mottola non nega in modo credibile ma, ancora una volta, tenta di nascondersi tra la “folla”. 

Giornalista: Voi avevate richiesto chiarimenti al GIP riguardo alla vostra posizione qualche anno fa e che cosa vi è stato risposto?

Marco Mottola: Eh… no, adesso facciamo le ultime analisi cosìììì… risulterà che vi abbiamo fatto qualsiasi tipo di controllo (interrotto).

Mottola risponde con un “no” e poi lascia intendere che gli inquirenti abbiano indagato sulla famiglia Mottola non perché li ritenessero responsabili dell’omicidio di Serena ma per mettere a tacere le voci su di loro. Poi, purtroppo, Mottola viene nuovamente interrotto.

Giornalista: E perché papà tuo, allora, si è rifiutato di dare di… di riferire la dinamica di quel pugno su quella porta della caserma?

Marco Mottola: Ma lui la riferì allora.

Marco Mottola: Io ho chiestoooo: fatemi (ride) la macchina della verità, fatemi con l’ipnosi, cioè provate qualsiasi modo per provare che io sto dicendo la verità e non dico bugie, ehm… DNA, impronte, fate qualsiasi cosa. E’ stato fatto di tutto, analizzate le macchine di tut… cioè siamo stati noi a portarle a loro un sacco di volte, eppure: “No, no”, stavolta è finita perché abbiamo analizzato tutto, quindi la storia è finita (interrotto).

Purtroppo Mottola viene interrotto nel bel mezzo di una tirata oratoria che poteva essere fonte di importanti informazioni.

Un buon interrogatorio sarebbe risolutivo, altro che macchina della verità e ipnosi che, tra l’altro, Marco Mottola, essendo figlio di un carabiniere, sa benissimo che in Italia non trovano applicazione. 

Poiché Marco Mottola dissimula e non falsifica, è capace di dire: “io sto dicendo la verità e non dico bugie”.

Ancora una volta Mottola ricorda Giosuè Ruotolo, il quale, durante una telefonata alla fidanzata, disse: Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia”. Ruotolo, come Mottola, riferisce di non aver detto bugie perché ha dissimulato e non falsificato.

Dissimulare, ovvero nascondere alcune informazioni senza dire nulla di falso, è la tecnica preferita di chi intenda coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio. La dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione ed essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa del comportamento attivo di chi falsifica. Inoltre, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, può sostenere di non aver detto qualcosa per dimenticanza o di aver avuto intenzione di rivelarlo più tardi.

Falsificare significa riferire il falso, non solo tacere un’informazione vera ma presentarne una falsa come fosse vera. Falsificare è molto impegnativo, con il passare del tempo chi falsifica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia, ma che la stessa, per tenere in piedi l’inganno iniziale, va ripetuta all’infinito, spesso accompagnandola con superfetazioni sempre più articolate.

Il 90% dei soggetti che mentono, dissimulano, lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto, non solo al senso di colpa, visto che anche i soggetti privi di empatia dissimulano, ma spesso al fatto che mentire li espone rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati di un certo reato.

La legge prevede il reato di falsa testimonianza non solo nel caso un soggetto falsifichi ma anche nel caso dissimuli. L’Art. 372 del codice penale parla chiaro: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

 Giornalista: Però non vi hanno prosciolto.

Marco Mottola: … e poi (interrotto)

Ancora un’inspiegabile interruzione.

Marco Mottola: Esatto.

Marco Mottola: Ogni volta che cambia un procuratore loro riiniziano da là.

Giornalista: Questa morte di Tuzi è la cosa che ha lasciato più dubbi, no? perché uno dice, com’è che questo qua tre giorni prima diceva: “Io so qualcosa sull’omicidio di Serena Mollicone”, e poi tre giorni dopo muore.

Santino Tuzi

Santino Tuzi, un carabiniere che si trovava nella caserma di Arce il giorno dell’omicidio di Serena, si è ucciso sparandosi con la pistola d’ordinanza all’interno della sua auto nel 2008, poche ore dopo essere stato sentito sui fatti del primo giugno 2001. Tuzi aveva appena riferito agli inquirenti di aver visto Serena entrare in caserma poco dopo le 11.30 e di non averla vista uscire almeno fino alla fine del suo turno di servizio, le 14.30.

Marco Mottola: Eeeeeh… cioè… per noi è stato peggio (interrotto)

Mottola viene ancora interrotto.

Giornalista: Tu hai sospetti su lui stesso? Com’era ‘sto Santino Tuzi, raccontamelo.

Marco Mottola: Ah (sbuffa)

Giornalista: Non lo sai.

Marco Mottola: No, cioè… lo so, ma non… cioè (interrotto)

Ennesima interruzione.

Giornalista: Non ti va di rivangare?

Marco Mottola: (incomprensibile) una persona che non è più in vita. Non mi piace parlare.

Quando Mottola dice “una persona che non è più in vita”, vuol lasciar passare il messaggio che non gli piaccia parlar male di un morto mentre invece non ha nulla da dire su Tuzi, anche perché, se avesse delle cose rilevanti da dire su Santino, le avrebbe già dette milioni di volte per salvarsi. 

Il fatto che dica “Non mi piace parlare” è compatibile con la sua paura di dire cose incriminanti.

Le dichiarazioni di Marco Nottola su Santino Tuzi hanno giustamente irritato sua figlia Maria che, all’indomani della messa in onda di questa intervista, ha dichiarato: “Mio padre era un uomo perbene e se per tutto quel tempo non ha parlato forse l’ha fatto per tutelare noi. Ma non consento a nessuno di infangare la sua memoria. Se Marco Mottola è a conoscenza di fatti riguardanti papà e inerenti l’omicidio di Serena, lo deve dire, altrimenti stia zitto. Dovrebbe raccontare la verità. E non limitarsi a far intendere cose non vere. Forse ancora e dopo sedici anni non si è reso corto che sono morte due persone e che da sedici anni due famiglie vivono con un dolore costante nel cuore e nella mente”.

Giornalista: Si dice che Tuzi… la figlia di Tuzi sostiene che lui sapesse che Serena, con certezza, era entrata quel giorno lì, cioè, poteva…

Marco Mottola: Sarà tutto travisato, come al solito, quindi è meglio che uno non parla.

Mottola è incapace di negare, è incapace di dire Serena non è entrata in caserma quel giorno”.

Giornalista: Vabbè, ma sei indagato, non sei imputato.

Marco Mottola: Lo so ma per la gente è come se fossi imputato, parliamoci chiaro.

Con la frase “parliamoci chiaro” Mottola ci informa che finora non ha parlato chiaro.

Giornalista: E’ che siete rimasti da soli, purtroppo, nel senso, non è che ci sono più altre piste, ormai il cerchio è quello, siete…

Marco Mottola: No, ma è sempre stato focalizzato là.

Si noti che Mottola non ha mai nominato “Serena” né ha mai usato termini come “ammazzata”, “uccisa”, “morte”, “morta”, “omicidio” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle, uno stress che è generato sia dal senso di colpa, dal rimorso e dal timore di venir smascherati.

Giornalista: E vabbè, prima c’è stato il processo al carrozziere (Carmine Belli), però.

Il carrozziere Carmine Belli di Rocca d’Arce è stato processato per l’omicidio di Serena Mollicone e definitivamente assolto nel 2006.

Carmine Belli

Marco Mottola: All’inizio ee… peròòò… c’hanno messo sempre in mezzo (interrotto)

Un’altra interruzione. 

Giornalista: Ma perché? Tu come te lo spieghi?

Marco Mottola: Mi devi credere, io, ancora oggi mi chiedo com’è possibile che dal nulla sia nata una voce del genere eee guarda, veramente, non riesco a spiegarmelo in nessun modo… proprio non ho parole, proprio.

Si noti “Mi devi credere”, Mottola mostra di avere bisogno di convincere.

Marco dice il vero quando afferma “proprio non ho parole, proprio”, gli mancano “proprio” le parole per negare in modo credibile.

CONCLUSIONI

Marco Mottola:

  1. non ha mai avuto parole di condanna o di disprezzo per l’assassino di Serena, il quale è anche responsabile dell’inferno che è stata la vita di Marco dopo quell’omicidio;
  2. non solo non ha mai speso neanche una parola d’affetto per Serena o per il di lei padre Guglielmo ma non è mai stato capace di pronunciarne il suo nome né parole come “morte”, “omicidio”, “uccisa” e “ammazzata”;
  3. è stato evasivo;
  4. si è nascosto tra la “folla”;
  5. ha mostrato di non essere in possesso del cosiddetto “muro della verità”;
  6. non è mai riuscito a negare in modo credibile di aver ucciso l’amica e non è mai riuscito a dire “Serena non è stata nella caserma di Arce il primo giugno 2001”. Il motivo è molto semplice.

I baby killer di Forcella tatuati come la gang dei Maras (intervista a Stylo24)

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Intervista alla criminologa Ursula Franco: la barba incolta richiama l’efferatezza dei jihadisti, ed è un messaggio immediato e potente di terrore. Il logo ES17 si ispira a quello sudamericano MS13

Stylo24 il 25 novembre 2017

(Ursula Franco è medico chirurgo e criminologo. In questa intervista con «Stylo24», spiega una delle possibili origini della simbologia delle baby-gang analizzando la necessità, per i giovanissimi affiliati alle bande criminali, di aver segni di riconoscimento immediati e terribili)

Come definirebbe da un punto di vista “estetico” gli affiliati al clan Sibillo di Forcella?

“Gli affiliati al clan Sibillo sono dei “self-styled soldiers” come lo sono gli affiliati a molte altre organizzazioni criminali. Il clan Sibillo pesca “à la carte” tra i simboli dei gruppi criminali più spietati, sono riconoscibili le barbe alla moda dei jihadisti e un logo che ricorda quello di una famosa gang centro americana. La barba incolta da jihadista è un messaggio potente, ben più decifrabile del simbolismo di cifre e numeri, è un messaggio capace di raggiungere chiunque. Alla barba incolta da jihadista, che ormai fa parte del nostro immaginario collettivo, noi tutti colleghiamo istantaneamente efferatezza e morte, lo stesso non può dirsi del logo ES17 dei Sibillo, quantomeno non in Italia”.

Che può dirci dell’immagine di Emanuele diffusa dal clan che ricorda le serigrafie di Andy Wahrol?

“E’ un’immagine facilmente leggibile, immediata, che si rivolge ai giovani di Forcella, è un omaggio ad Emanuele Sibillo così come lo è la variazione del logo del clan da FS17 a ES17; sia il logo che il ritratto pop di Emanuele, tatuato sulla pelle o stampato su capi di abbigliamento, sono ormai due dei simboli di appartenenza al clan Sibillo”.

Secondo lei qual’è l’origine del logo ES17?

“Prima della morte di Emanuele sui muri di Forcella, gli affiliati del clan Sibillo, per marcare il loro territorio, scrivevano FS17, da dopo l’estate 2015 scrivono le iniziali di Emanuele accompagnate dal numero 17, ES17. Ritengo molto probabile che l’idea iniziale, quella del logo FS17 si rifaccia al logo dei Mara Salvatrucha, MS13. L’MS13 è un’organizzazione criminale transnazionale tra le più violente che ha affiliati in America, in Canada, in Messico, nei paesi del centro america e perfino nel nostro nord Italia. La gang MS13 è relativamente giovane, è nata come street gang a Los Angeles negli anni 80; i suoi membri, detti Maras, erano prevalentemente americani di origine salvadoregna o honduregna o soggetti con doppia cittadinanza. Per quanto riguarda il logo: M e S sono naturalmente le iniziali delle parole Mara (gruppo) e Salvatrucha (salva-furbo) mentre l’origine del 13 non è chiara, potrebbe rappresentare un numero magico o il numero della strada in cui la gang si formò. I membri di questa gang sono famosi nel mondo per i tatuaggi che gli ricoprono il corpo ed il volto. Negli ultimi tempi però l’organizzazione è cambiata, si è evoluta, questo a causa degli arresti di massa dei suoi membri che risultavano riconoscibili alle forze dell’ordine proprio grazie a tatuaggi distintivi come quelli del logo MS13. Oggi, per i Maras è vitale risultare “invisibili” e quindi evitano di tatuarsi i simboli della gang in modo da sfuggire agli arresti”.

Cos’altro accomuna i Maras ai membri del clan Sibillo?

“Da qualche anno è semplicemente attraverso un particolare taglio di capelli che i nuovi membri del MS13 dichiarano la propria appartenenza alla gang, nulla di irreversibile. Lo stesso accade a Forcella, gli affiliati al clan Sibillo, come risulta dall’inchiesta di Giancarlo Tommasone, indossano sulla nuca il logo del clan, ES17, che ottengono facendosi rasare i capelli in profondità”.

Com’è possibile che un membro di un clan camorristico o di una gang dedita a omicidi e rapine, si faccia tatuare simboli religiosi?

“I tatuaggi a simbologia religiosa non sono necessariamente una dichiarazione di fede, appartengono alla nostra cultura e possono semplicemente servire per lasciar passare un certo messaggio e per costruirsi un personaggio”.

David Rossi: analisi grafologica

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato la scrittura dei biglietti ritrovati nel cestino dello studio di David Rossi dopo la sua morte.

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La grafia dei biglietti di David Rossi qui riprodotti è compatibile o meno con le grafie note dei soggetti che hanno deciso di andarsene per mano propria?
Come scrivono le persone che si uccidono, per come è stato possibile comprendere sinora? Quale contributo potrebbe apportare la grafologia alle scienze forensi e criminologiche?

E’ in discussione la paternità delle scritte di tre biglietti contenenti possibili messaggi di congedo di una persona che potrebbe essersi suicidata, il signor David Rossi. Una consulenza tecnico grafica grafologica di parte, su incarico o per conto della moglie del signor Rossi, attribuisce la paternità dei biglietti a tale signore. E’ stato reso noto, però, che la stessa consulenza ha ravvisato nella grafia dei biglietti “delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.
Se ne ricava che il titolo dell’articolo del giornale interessato (cfr. fig.) è errato: stando i colleghi si sarebbe in presenza di biglietti autografi, seppur – “presumibilmente”, ossia non certamente – realizzati per effetto di coercizione. Si fa riferimento infatti ad una presumibile mancanza di libertà fisica (della persona e non della mano scrivente) e di conseguenza è verosimile che si sia voluto ipotizzare che il tenore dello scritto sia stato imposto con la forza da una minaccia concreta e presente nel momento in cui le scritte sarebbero state realizzate.
Posto quanto sopra, anche le dichiarazioni della moglie diventerebbero più comprensibili. Frasi come “Io odio di essere chiamata Tony” e le altre che si possono leggere in fig. quindi sarebbero la prova che lo scrivente avesse voluto comunicare, all’insaputa di chi lo stava obbligando a redigere, che stava scrivendo sotto minaccia. Si entra in un campo rispetto dal quale debbo astenermi, perché non appartiene al dominio grafologico, ma è ben palese che le conclusioni dei colleghi autorizzano i sospetti della moglie del signor Rossi.

C’è un aspetto che debbo necessariamente premettere: nelle condizioni date, una mia censura del merito della consulenza sarebbe scorretta ed ingiustificata, ma qui voglio solo asserire che il suo giudizio si basa su una falsa credenza e che tale questione è di interesse sia della grafologia sia della giustizia. Ma è anche di interesse di coloro che studiano il suicidio (tra i quali non rientrano i grafologi), come si vedrà.
Prima conviene che precisi ancora meglio. La perizia grafologica è un atto che appartiene alle scienze criminalistiche (l’insieme delle tecniche che accertano un reato). Ci si esprime anche sul modo in cui è stato eseguito l’eventuale falso (ad esempio, per imitazione a mano libera, per ricalco, ecc..), ma solo in alcuni casi è autorizzato il riferimento ad una costrizione, in quanto sono stati studiati. Ci si riferisce alla fattispecie di “mano guidata” e soprattutto di “mano forzata”, che interessano la persone molto anziane e solitamente la stesura dei testamenti. Nella “mano forzata” (una mano anonima impugna la mano di una persona e le fa “scrivere” ciò che vuole), ad esempio, si suppone che la mano del testatore fosse completamente inerte o quasi, per grave debilitazione fisica. La mano forzata la si individua con grande facilità. Non interessa la stesura dei biglietti qui discussi, indiscutibilmente.
La questione quindi è ben diversa e la si può riassumere nel seguente interrogativo: i due colleghi erano autorizzati ad esprimersi nei termini di “presumibile impedimento fisico”, riferito alla persona? La risposta è no. Indiscutibilmente no.
All’inverso, questo mio intervento, sul piano etico e deontologico, si giustifica per quanto seguirà: parlerò della grafia dei soggetti suicidi, per come risulta da un mio studio del 2010 e pubblicato in sintesi (Cfr. Fig.), che ha esaminato poco meno di 600 campioni, provenienti da più nazionalità …. Con evidenza, si tratta di uno studio di interesse generale e di questa pagina di criminologia (lo studio a livello scientifico della delinquenza, del fenomeno criminale, vi rientra anche il suicidio).

Ma nel ragionamento dei colleghi vi è anche una contraddizione e la segnalo in quanto introduce il tema che voglio trattare.
Hanno scritto (per quello che risulta), infatti, che nei biglietti vi sarebbe: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Preciso, ad uso del lettore non grafologo: ai “tratti fluidi e sciolti” vi corrispondono sensazioni di libertà, di sicurezza, di benessere e di leggerezza, mentre ai “movimenti lenti, incerti o stentati” vi corrispondono sensazioni opposte.
Ci interessa questa contraddizione di stati d’animo opposti. Tuttavia è palese: se una persona scrive sotto minaccia, come potrebbe redigere parole fluide e sciolte? La sua grafia sarebbe sempre, in ogni punto, “lenta, incerta e stentata”, se non peggiore (e sarebbe ben peggiore, verosimilmente).

La falsa credenza è questa: si suppone che la grafia dei soggetti che si uccidono o che hanno probabilità di uccidersi sia sofferente. In realtà, si scopre che ci si può uccidere con qualsiasi grafia, bella o brutta che sia, e che non ci si può uccidere con qualsiasi scrittura. E’ sconsolante, ma è così.
Ciò spiega il motivo per cui tanto suicidi appaiono inspiegabili ed inattesi (ma c’è anche altro, specifico, che poi preciserò). Ciò spiega perché – anche nella clinica – il suicidio sia, magari, supponibile a ragione o a torto, non si sa, ma non è prevedibile. E prima di proseguire, però, ho l’obbligo di introdurre tre precisazioni:
1) La grafia non consente di dire se una persona si suiciderà;
2) La grafologia non può studiare il suicidio. Può studiare il prodotto di un pensiero, in quanto la scrittura tale è. E, sulla base della ricerca di cui sopra, e di innumerevoli riscontri empirici, sembrerebbe che possa accertare il ricorso al pensiero suicidario. Tale pensiero nella forma lieve è relativamente diffuso, e consiste in frasi del tipo “non fossi mai nato” al quale si associa un momento di malessere, spesso non avvertito ma che è sempre prontamente rimosso. Solo una piccolissima percentuale degli scriventi ha la tendenza al pensiero suicidario acuto (uno stato di malessere persistente ed acuto, con bisogno di sottrarsi al qui ed ora) e l’esperienza dimostra che solo una percentuale infima di loro può incorrere (ossia non è certo) nell’atto del suicidio. Nulla può dire la grafologia sull’eventuale passaggio all’atto, in quanto, per l’appunto, non studia il suicidio;
3) Lo studio della grafia dei soggetti che si sono sottratti al qui ed ora per loro mano (si noti: si tratta di una formulazione grafologica, al pari del pensiero suicidario) è, indiscutibilmente, oggetto della grafologia. Una grafologia che chi scrive vuole di tipo “speciale” (semplificando, che si occupa anche delle grafie dei comportamenti deviati, dei fenomeni di interesse psicosociale), che si sta cercando di edificare su base di ricerca e di sperimentazione.

Dunque, bisognava chiedersi non come scrivono i soggetti che si sono uccisi, ma che cosa hanno in comune le loro grafie.
Si sono isolati così alcuni indici grafici di forte interesse, che sono stati pubblicati.
Qui non posso elencarli tutti. Mi limito a questo dato, facilmente riscontrabile da chiunque:
le grafie dei soggetti maschi suicidi (ne sono stati studiati più di 350) hanno tutte, dicasi tutte, una fisionomia femminea, ossia sembrano scritte da una donna (vedi le figure. allegate). Naturalmente si sa spiegare il perché, ma qui debbo soprassedere.
Debbo precisare due concetti, ai quali tengo moltissimo:
1) La grafia detta femminea nulla dice sulle scelte sessuali dello scrivente;
2) Non vale la relazione inversa: coloro che hanno una grafia detta femminea (in psicologia, si direbbe che hanno un eccesso di anima; come si vede non si tratta di una caratteristica di personalità negativa) non hanno la probabilità di suicidarsi. Insomma, nei maschi, la grafia femminea sembrerebbe una condizione necessaria, ma è senza dubbio molto insufficiente se considerata da sola.

Se, invece, ci si riferisce alle grafie dei biglietti di addio, ossia redatti negli istanti precedenti alla morte, che cosa si nota? Debbo informare che sinora sono stati osservati circa 70 di questi biglietti: sono pochi. Di conseguenza ci si sta riferendo ad un dato probabile, ma non certo, ossia non si può essere sicuri che lo si rinvenga in ogni situazione. In tutti i casi studiati, però, è stato osservato esattamente questo: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Già, esattamente questo, ossia esattamente quello che hanno constatato i due colleghi che hanno effettuato la consulenza sui biglietti a firma di David Rossi.
Lo si è detto: i colleghi sono stati vittima di false credenze.

Quanto sopra è coerente con questa osservazione: là dove è stato possibile comparare il biglietto di addio con le produzioni grafiche precedenti, emerge che la grafia dei biglietti è qualitativamente superiore alle precedenti, nei termini di clima dello stato emotivo che si palesa, semeiotica grafologica alla mano. Il fenomeno si verifica secondo due direzioni: il biglietto di addio, grafologicamente parlando, è relativamente più “sereno” oppure è contrastato, ma palesa forti momenti di euforia. Sì, di euforia e poi bisognerà che ne dia una spiegazione.

Nei pochissimi casi in cui è stato possibile esaminare più biglietti di addio, redatti nello stesso momento ed immediatamente prima del fatto, che cosa è stato possibile constatare?
Mano a mano che scrive, lo stato d’animo dello scrivente diventa progressivamente più “sereno” e persino talora “euforico”.
Lo so che fa male: ma è così. Ovviamente, si tratta di fenomeni di auto inganno che altri – psicologi e psichiatri – potrebbero spiegare: a me compete registrare e proporre una teoria giustificativa. Una teoria, ovviamente, grafologica, in quanto ricavata su base di osservazione e studio della scrittura.

Sintetizzando, che cosa si è autorizzati a sostenere? Beninteso: non si è nel campo della psicologia.
Lo studio del pensiero suicidario – per delle ragioni grafologiche che qui sarebbe troppo lungo illustrare – era partito da questa premessa: si desidera tornare nel passato più remoto, ossia ad uno stadio di esistenza senza la vita. Per l’appunto: “non fossi mai nato” è un rifiuto della vita, ma non la negazione dell’esistere.
Tutto quanto scritto in precedenza è palesemente coerente con la premessa di cui sopra.
Per proprio conto, se l’esistere è opposto alla durezza e alla sofferenza del vivere, allora appare conseguente che l’avvicinarsi dell’atto suicidario, è visto come liberazione e dunque può indurre persino ad “euforia”. Che si tratti di autoinganno, per proprio conto, è testimoniato dalla non omogeneità: gli indici di sofferenza sono ben presenti, ragione per cui le “euforie”, per l’appunto, sono autoinganno. Gli indici, invece, di “serenità” sono momenti di sequestro emozionale, un altro tipo di autoinganno.

L’altra ipotesi di partenza, invece, partiva da questa domanda: che cosa hanno in comune tutti i suicidi? Indiscutibilmente, già lo si è detto: il bisogno di sottrarsi al qui ed ora per propria mano.
Perché ci si vuole sottrarre alla vista? Quale è l’emozione che spinge a sottrarsi alla vista? Ci si è risposti: la vergogna. Tutto diventa ben peggiore se alla vergogna segue il sentimento di colpa.
Ed anche su questo punto si sono avute le conferme che si ricercavano.
In particolare, è stato possibile isolare due fattispecie di ordine generale:
1) Grafie “estroversive” (nulla a che vedere con l’estroversione, sono le grafie che hanno le lettere abbastanza o eccessivamente distanziate);
2) Grafie “introversive” (strettezza tra lettere).
Nel campione studiato prevale il tipo misto (contemporanea presenza dei due tipi), ma con prevalenza o delle caratteristiche estroversive o delle caratteristiche introversive.
Rispetto alla vergogna i due tipi si comportano in questo modo:
1) Grafia estroversiva. Lo scrivente “elabora” piani che inesorabilmente, magari con il tempo, lo portano allo smacco e alla vergogna.
2) Grafia introversiva. Lo scrivente “elabora” piani per evitare occasioni che potrebbero indurlo alla vergogna ed è tutto ripiegato in se stesso. Interessa maggiormente le donne. Qui si paga la sensazione della compressione interiore e dell’incomunicabilità. L’organizzazione introversiva nettamente prevalente, in quanto presenta momenti estroversivi, la si è riscontrata nei casi detti di “suicidio impulsivo”, ossia di un atto subitaneo ad uno smacco.

Tranne che nei casi dei sucidi impulsivi, lo si sostiene anche in ambiti specialistici, tra il momento in cui lo scrivente ha deciso di togliersi la vita e il momento in cui attuerà il suo gesto possono passare anche mesi. Tutto qui si sposta sulla scelta del momento più opportuno.
Durante questo periodo – ormai se ne conoscono le ragioni – lo scrivente può apparire sereno (insomma, esagerando un po’, è come se non si percepisse più nella dimensione del vivere)..

Ci sarebbero altri due punti da trattare (tra quelli che grafologicamente si possono sostenere). Ne cito solo uno: una persona che si vuole suicidare comunica all’ambiente la sua decisione. Lo fa, però, in maniera non scoperta (magari con una frase del tipo: ti amo da morire, come risulta). Ed il motivo per cui lo fa in maniera non scoperta è semplicemente questo: vuole avere la conferma che per gli altri è “invisibile”.
Sul punto mi sono consigliato con suicidologi: ci sarebbe un modo per disinnescare la “trappola” di cui sopra. Ho visto che funziona, in più casi di non urgente interesse dello psicologo o dello psichiatra. Non è attinente, però, e quindi mi astengo.

Veniamo alla grafia di David Rossi:
1) E’ femminea (sembra scritta da una donna);
2) E’ di tipo misto, con prevalenza del tipo estroversivo (si osservi la distanza tra le lettere);
3) E’ contrastata, ma in un tale ambito spiccano momenti di fluidità e persino di “esuberanza” (si osservi la parola evidenziata dall’ellisse);
4) Il primo biglietto è indubbiamente più sofferente degli altri due, ed il secondo è meno “esuberante” del terzo. E’ persino possibile sostenere – con buone probabilità di aver visto giusto – che i biglietti sono stati scritti nell’ordine indicato in figura (quello in alto a sinistra sarebbe il primo e quello in basso a sinistra sarebbe il terzo);
5) Il contenuto del messaggio fa riferimento a “l’ultima che ho fatto è troppo grossa da poterla sopportare”. Ovvero si opera un riferimento ad uno smacco autoprocurato, un vero e proprio auto sabotaggio, rispetto al quale si prova vergogna, così come ci si attendeva, visto la prevalenza della grafia estroversiva;
6) La reazione della moglie è di tipo incredulo: non aveva sospettato che suo marito si sarebbe ucciso. Ed anche questo fatto è nella logica delle cose.

Da dire che il tutto sopra è stato pubblicato già nel 2010 (nella versione integrale, sul sito di Filografia, sezione forum, in “Dalla genesi di un segno…”). Da dire ancora che tutto quello che fu scritto allora ha sempre avuto puntuale riscontro, ad iniziare dalla grafia di Monicelli (se ne andò pochi giorni dopo la pubblicazione della versione integrale).
Ovviamente si è parlato sempre di riflessioni autonome, imposte dall’osservazione e dallo studio della grafia. Si è sempre parlato di un pensiero suicidario concepito grafologicamente e di ciò che emerge dal campione delle grafie studiate delle persone che si sono uccise. Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

Dunque, voglio sostenere che David Rossi si sarebbe ucciso? No, questo fatto appartiene ad un altro dominio, appartiene alle scienze criminologiche. Ho voluto solo dire che la grafia del signor David Rossi è conforme alle grafie dei suicidi studiati sinora. Si è restati nell’ambito criminalistico: nulla di più.
E sono gli stessi colleghi che hanno effettuato la consulenza peritale sulla grafia dei biglietti a confermare i miei studi, ma a loro insaputa, ovviamente.
Lo studio delle grafie dei suicidi o, degli omicidi, dei serial killer, o degli anoressici o di qualunque altro fenomeno è (o meglio, sarebbe) di solo esclusivo dominio della grafologia: non si ribalta. Di una grafologia, però, che bandisca le false credenze e i recinti auto imposti (i metodi tradizionali della grafologia escludono tali fenomeni dal proprio campo) e che si fondi sulla ricerca e sullo studio autonomo (dalla psicologia, per iniziare). E’ la grafologia speciale che insieme ad altri sto cercando di edificare. Una grafologia che ha bisogno di formulare teorie autonome che spieghino la classe dei fenomeni che intende indagare, e sempre ovviamente con esclusivo riferimento alla grafia. Insomma, per semplificare, non si può studiare la grafia degli anoressici, se per anoressia si intende un concetto psicologico: non si ribalta. Attualmente, ad esempio, insieme ad altri sto studiando le grafie di coloro che subiscono le “fobie spaziali”. E per fobie spaziali, ovviamente, si intendono concetti grafologici (di grafica simbolizzata, per la precisione).

Dott. Guido Angeloni
(Già docente del corso di Laurea in Scienze grafologiche – LUMSA, Roma).