Omicidio di Serena Mollicone: analisi di un’intervista estorta a Marco Mottola

Serena Mollicone

Marco Mottola è uno dei tre indagati per l’omicidio di Serena Mollicone, commesso ad Arce, in provincia di Frosinone, il primo giugno del 2001. Sono indagati per lo stesso reato, sua madre Anna e suo padre Franco, ex maresciallo dei carabinieri di Arce.

Il cadavere di Serena, ritrovato due giorni dopo la sua scomparsa in un bosco a pochi chilometri da Arce, presentava i segni di un trauma contusivo alla tempia sinistra, aveva mani e gambe legate, nastro adesivo sulla bocca e un sacchetto di plastica sulla testa. L’esame medico legale ha stabilito che la giovane Mollicone era morta per asfissia.

Marco Mottola

Analisi dell’intervista di Chiara Ingrosso a Marco Mottola:

L’analisi di questa breve intervista si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un innocente dica e ciò che Marco Mottola dice, expected versus unexpected.

 In poche parole, ci aspettiamo che Mottola:

  1. mostri di possedere  il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver ucciso Serena Mollicone, 

ovvero, dica queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Serena” e “sto dicendo la verità”.

Giornalista: Ma tu sei Marco?

Marco Mottola: Sì.

Giornalista: Ma Marco Mottola?

Marco Mottola: Perché?

Giornalista: Seiii il ragazzo che era coinvolto con l’omicidio di Serena?

Marco Mottola: Sì.

Giornalista: Perché io sono una giornalista, mi chiamo Chiara, piacere di conoscerti. E come mai sei qua? Pensavano tutti che eri scomparso, sparito.

Marco Mottola: Non mi sono mai mosso da… (interrotto)

Marco Mottola comincia a parlare ma la giornalista lo interrompe. 

Giornalista: No, ma lo sai, perché lo leggevo recentemente sulla storia della perizia.

Marco Mottola: Sì, sì, sì.

Giornalista: E siete rimasti solo voi indagati, dopo 16 anni, voglio dire, si stringe contro…

Marco Mottola: Noo.

Giornalista: Si stringe a voi, la famiglia, insomma, tu, papà, mamma.

Marco Mottola: Mah, alla fineee… noi abbiamo parlato con l’avvocato, ha detto cheee sono tutte supposizioni. Da come la… dalla perizia si dice che ci sono dei piccoli punti che potrebbero essere… (interrotto)

Marco Mottola, invece di negare di aver ucciso Serena, minimizza. E purtroppo la giornalista lo interrompe nuovamente.

Giornalista: Nella perizia della Cristina Cattaneo c’è scritto che non si può dire con certezza che non è stato quel pugno a dare quella forma su quella porta, però la testa di Serena è compatibile al 100%. Cioè, le fratture de Serena so’ quelle.

Marco Mottola: A me l’avvocato mi ha detto di no.

Mottola non nega ma si attiene a ciò che gli avrebbe detto l’avvocato, eppure chi meglio di lui può sapere che cosa abbia danneggiato la porta. 

Giornalista: Tuo padre, se non mi sbaglio, si è rifiutato, no? Di dire come… in che dinamica… non ho presente bene, però, in che dinamica lui l’avrebbe sferrato questo, questo pugno.

Marco Mottola: No, no, no, io… (interrotto)

Ancora una volta la giornalista interrompe il Mottola in un momento cruciale…

Giornalista: E la Cattaneo dice che la testa, è compatible al 100% con la testa di Serena.

… ed è lei a concludere. E’ inutile che un giornalista incontri un indagato se lo fa semplicemente per mostrare di aver letto alcune parti dell’istruttoria. 

Giornalista: Ma Serena quel giorno è venuta o non è venuta in caserma?

Marco Mottola: (ride e scuote la testa)

Quella del Mottola è una reazione di imbarazzo, Mottola è stato messo all’angolo, è evasivo, non gli resta che sorridere per coprire un’emozione negativa.  

Il fatto che Marco scuota la testa in segno di “no” non è equiparabile ad una negazione credibile. 

Il fatto che Marco Mottola non risponda a questa domanda è particolarmente significativo.

Giornalista: Ma tu che rapporto c’avevi con Serena?

Marco Mottola: Mah, da un po’ di anni nessuno, cioéééé… ci salutavamo, eravamo amici quando andavamo alle medie, i primi anni delle superiori, poi… ci eravamo divisi le comitive, lei si era fidanzata fuori paese, quindi non la vedevamo proprio, non la vedevamo pr… (interrotto).

Mottola prende le distanze da Serena a più riprese e, per spostare il focus da sé,.  si colloca in un gruppo con un “non la vedevamo pr…” per poi essere nuovamente interrotto. E’ nella “folla” che spesso tentano di nascondersi i colpevoli.

Giornalista: Cioè è vera ‘sta cosa che Serena era convinta che tu fossi il capo dello spaccio di Arce e che quindi voleva venire a dire qualcosa in faccia?

Marco Mottola: Assolutamente. Cioè io a 18 anni ero il capo degli spacciatori? Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo… (interrotto)

L’avverbio “Assolutamente” non è una negazione credibile, anzi, rivela un bisogno di convincere.

Per non rispondere, Marco Mottola risponde ad una domanda con una domanda “Cioè io a 18 anni ero il capo degli spacciatori?”

Quando Mottola dice “Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo… “ ci parla delle sue abitudini dell’epoca, ma non nega di essere stato “il capo degli spacciatori”, il suo è semplicemente un modo di buttare fumo negli occhi al suo interlocutore perché non riesce a negare.

Nella frase “Mi fumavo spinelli, andavamo a ballare, facevamo…”, inizialmente parla per sé poi, improvvisamente e senza un evidente motivo, per la seconda volta in questa intervista, si colloca in una comitiva, ovvero si nasconde tra la “folla”. Giosuè Ruotolo, appena indagato, durante uno scambio con i giornalisti, ha usato lo stesso escamotage. 

Giornalista: No, perché questo potrebbe dire allora, l’ha spinta, magari un litigio, una cosa.

Marco Mottola: Quello che facevo io, lo facevano l’ottanta per cento dei ragazzi di quel paese.

Ancora una volta Marco Mottola non nega in modo credibile ma, ancora una volta, tenta di nascondersi tra la “folla”. 

Giornalista: Voi avevate richiesto chiarimenti al GIP riguardo alla vostra posizione qualche anno fa e che cosa vi è stato risposto?

Marco Mottola: Eh… no, adesso facciamo le ultime analisi cosìììì… risulterà che vi abbiamo fatto qualsiasi tipo di controllo (interrotto).

Mottola risponde con un “no” e poi lascia intendere che gli inquirenti abbiano indagato sulla famiglia Mottola non perché li ritenessero responsabili dell’omicidio di Serena ma per mettere a tacere le voci su di loro. Poi, purtroppo, Mottola viene nuovamente interrotto.

Giornalista: E perché papà tuo, allora, si è rifiutato di dare di… di riferire la dinamica di quel pugno su quella porta della caserma?

Marco Mottola: Ma lui la riferì allora.

Marco Mottola: Io ho chiestoooo: fatemi (ride) la macchina della verità, fatemi con l’ipnosi, cioè provate qualsiasi modo per provare che io sto dicendo la verità e non dico bugie, ehm… DNA, impronte, fate qualsiasi cosa. E’ stato fatto di tutto, analizzate le macchine di tut… cioè siamo stati noi a portarle a loro un sacco di volte, eppure: “No, no”, stavolta è finita perché abbiamo analizzato tutto, quindi la storia è finita (interrotto).

Purtroppo Mottola viene interrotto nel bel mezzo di una tirata oratoria che poteva essere fonte di importanti informazioni.

Un buon interrogatorio sarebbe risolutivo, altro che macchina della verità e ipnosi che, tra l’altro, Marco Mottola, essendo figlio di un carabiniere, sa benissimo che in Italia non trovano applicazione. 

Poiché Marco Mottola dissimula e non falsifica, è capace di dire: “io sto dicendo la verità e non dico bugie”.

Ancora una volta Mottola ricorda Giosuè Ruotolo, il quale, durante una telefonata alla fidanzata, disse: Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia”. Ruotolo, come Mottola, riferisce di non aver detto bugie perché ha dissimulato e non falsificato.

Dissimulare, ovvero nascondere alcune informazioni senza dire nulla di falso, è la tecnica preferita di chi intenda coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio. La dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione ed essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa del comportamento attivo di chi falsifica. Inoltre, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, può sostenere di non aver detto qualcosa per dimenticanza o di aver avuto intenzione di rivelarlo più tardi.

Falsificare significa riferire il falso, non solo tacere un’informazione vera ma presentarne una falsa come fosse vera. Falsificare è molto impegnativo, con il passare del tempo chi falsifica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia, ma che la stessa, per tenere in piedi l’inganno iniziale, va ripetuta all’infinito, spesso accompagnandola con superfetazioni sempre più articolate.

Il 90% dei soggetti che mentono, dissimulano, lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto, non solo al senso di colpa, visto che anche i soggetti privi di empatia dissimulano, ma spesso al fatto che mentire li espone rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati di un certo reato.

La legge prevede il reato di falsa testimonianza non solo nel caso un soggetto falsifichi ma anche nel caso dissimuli. L’Art. 372 del codice penale parla chiaro: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

 Giornalista: Però non vi hanno prosciolto.

Marco Mottola: … e poi (interrotto)

Ancora un’inspiegabile interruzione.

Marco Mottola: Esatto.

Marco Mottola: Ogni volta che cambia un procuratore loro riiniziano da là.

Giornalista: Questa morte di Tuzi è la cosa che ha lasciato più dubbi, no? perché uno dice, com’è che questo qua tre giorni prima diceva: “Io so qualcosa sull’omicidio di Serena Mollicone”, e poi tre giorni dopo muore.

Santino Tuzi

Santino Tuzi, un carabiniere che si trovava nella caserma di Arce il giorno dell’omicidio di Serena, si è ucciso sparandosi con la pistola d’ordinanza all’interno della sua auto nel 2008, poche ore dopo essere stato sentito sui fatti del primo giugno 2001. Tuzi aveva appena riferito agli inquirenti di aver visto Serena entrare in caserma poco dopo le 11.30 e di non averla vista uscire almeno fino alla fine del suo turno di servizio, le 14.30.

Marco Mottola: Eeeeeh… cioè… per noi è stato peggio (interrotto)

Mottola viene ancora interrotto.

Giornalista: Tu hai sospetti su lui stesso? Com’era ‘sto Santino Tuzi, raccontamelo.

Marco Mottola: Ah (sbuffa)

Giornalista: Non lo sai.

Marco Mottola: No, cioè… lo so, ma non… cioè (interrotto)

Ennesima interruzione.

Giornalista: Non ti va di rivangare?

Marco Mottola: (incomprensibile) una persona che non è più in vita. Non mi piace parlare.

Quando Mottola dice “una persona che non è più in vita”, vuol lasciar passare il messaggio che non gli piaccia parlar male di un morto mentre invece non ha nulla da dire su Tuzi, anche perché, se avesse delle cose rilevanti da dire su Santino, le avrebbe già dette milioni di volte per salvarsi. 

Il fatto che dica “Non mi piace parlare” è compatibile con la sua paura di dire cose incriminanti.

Le dichiarazioni di Marco Nottola su Santino Tuzi hanno giustamente irritato sua figlia Maria che, all’indomani della messa in onda di questa intervista, ha dichiarato: “Mio padre era un uomo perbene e se per tutto quel tempo non ha parlato forse l’ha fatto per tutelare noi. Ma non consento a nessuno di infangare la sua memoria. Se Marco Mottola è a conoscenza di fatti riguardanti papà e inerenti l’omicidio di Serena, lo deve dire, altrimenti stia zitto. Dovrebbe raccontare la verità. E non limitarsi a far intendere cose non vere. Forse ancora e dopo sedici anni non si è reso corto che sono morte due persone e che da sedici anni due famiglie vivono con un dolore costante nel cuore e nella mente”.

Giornalista: Si dice che Tuzi… la figlia di Tuzi sostiene che lui sapesse che Serena, con certezza, era entrata quel giorno lì, cioè, poteva…

Marco Mottola: Sarà tutto travisato, come al solito, quindi è meglio che uno non parla.

Mottola è incapace di negare, è incapace di dire Serena non è entrata in caserma quel giorno”.

Giornalista: Vabbè, ma sei indagato, non sei imputato.

Marco Mottola: Lo so ma per la gente è come se fossi imputato, parliamoci chiaro.

Con la frase “parliamoci chiaro” Mottola ci informa che finora non ha parlato chiaro.

Giornalista: E’ che siete rimasti da soli, purtroppo, nel senso, non è che ci sono più altre piste, ormai il cerchio è quello, siete…

Marco Mottola: No, ma è sempre stato focalizzato là.

Si noti che Mottola non ha mai nominato “Serena” né ha mai usato termini come “ammazzata”, “uccisa”, “morte”, “morta”, “omicidio” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle, uno stress che è generato sia dal senso di colpa, dal rimorso e dal timore di venir smascherati.

Giornalista: E vabbè, prima c’è stato il processo al carrozziere (Carmine Belli), però.

Il carrozziere Carmine Belli di Rocca d’Arce è stato processato per l’omicidio di Serena Mollicone e definitivamente assolto nel 2006.

Carmine Belli

Marco Mottola: All’inizio ee… peròòò… c’hanno messo sempre in mezzo (interrotto)

Un’altra interruzione. 

Giornalista: Ma perché? Tu come te lo spieghi?

Marco Mottola: Mi devi credere, io, ancora oggi mi chiedo com’è possibile che dal nulla sia nata una voce del genere eee guarda, veramente, non riesco a spiegarmelo in nessun modo… proprio non ho parole, proprio.

Si noti “Mi devi credere”, Mottola mostra di avere bisogno di convincere.

Marco dice il vero quando afferma “proprio non ho parole, proprio”, gli mancano “proprio” le parole per negare in modo credibile.

CONCLUSIONI

Marco Mottola:

  1. non ha mai avuto parole di condanna o di disprezzo per l’assassino di Serena, il quale è anche responsabile dell’inferno che è stata la vita di Marco dopo quell’omicidio;
  2. non solo non ha mai speso neanche una parola d’affetto per Serena o per il di lei padre Guglielmo ma non è mai stato capace di pronunciarne il suo nome né parole come “morte”, “omicidio”, “uccisa” e “ammazzata”;
  3. è stato evasivo;
  4. si è nascosto tra la “folla”;
  5. ha mostrato di non essere in possesso del cosiddetto “muro della verità”;
  6. non è mai riuscito a negare in modo credibile di aver ucciso l’amica e non è mai riuscito a dire “Serena non è stata nella caserma di Arce il primo giugno 2001”. Il motivo è molto semplice.