Analisi dell’intervista rilasciata da Simone Santoleri prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli

Renata Rapposelli

Renata Rapposelli è scomparsa il 9 ottobre 2017 dopo una visita all’ex marito e al figlio a Giulianova (Teramo), un suo amico, tale Tonino Beccacece, ne ha denunciato la scomparsa alla questura di Cingoli il 16 ottobre 2017.

Ercole Rocchetti ha intervistato il figlio di Renata, Simone Santoleri, il 28 ottobre 2017. Simone e suo padre Giuseppe sono indagati per omicidio e occultamento di cadavere. Il corpo della Rapposelli è stato ritrovato per caso,  il 12 novembre 2017, nel comune di Tolentino (Macerata), a pochi metri dal fiume Chienti da un automobilista.

Simone Santoleri racconta a Rocchetti ciò che, a suo dire, gli avrebbe riferito il padre Giuseppe: “(…) l’ho porta… voleva andare a Loreto, voleva andare a pregare, l’ho lasciata… però no che prega’, tu… tutto il viaggio mi ha chiesto i soldi, i soldi, i soldi e l’ho lasciata lungo la strada del santuario, dico: Come lungo la strada del santuario? Sì, no… ma fa… mmm… non c’avevo manco voglia di arriva’ fino a su perché m’ha fatto arrabbia’ che voleva ‘sti soldi, sempre i soldi, i soldi, i soldi… l’ho lasciata circa 2, 3 chilometri dal santuario, ho rigirato la macchina e sono tornato a casa. Basta non la voglio sentire più!”.

Mettendo in bocca a suo padre per 7 volte la parola “soldi”, Simone ci fa capire che “i soldi” sono per lui un problema.

Simone Santoleri: “Ho saputo dove viveva… la via di do… il nome della via di dove viveva daa… dal mio avvocato, quando mi ha fatto vede’ gli atti del mantenimento”.

Simone parla di sua madre al passato, non dice “Ho saputo dove vive” ma per due volte ripete “dove viveva”, facendoci intuire che per lui è morta.

Simone Santoleri: “(…) cioè mia madre è stata una bigotta proprio a livelli…”.

Simone parla di sua madre al passato, non dice “mia madre è una bigotta” ma “mia madre è stata una bigotta“, facendoci ancora intuire che per lui è morta.

E’ a tutti noto che fino al giorno della scomparsa la Raposelli, ad Ancona, frequentasse alcuni gruppi religiosi.

Ercole Rocchetti: Cosa pensi sia successo quel giorno? Può essere addirittura che si sia arrabbiato, le abbia fatto del male?

E’ sbagliato fare due domande di seguito perché un intervistato sceglie a quale domanda rispondere, la prima domanda da sola sarebbe stata una domanda ideale.

Simone Santoleri: “No, è impossibile… ehm… è una persona troppo… troppo buona… cioè mi… non mi vengono altri termini, oltre tutto, perdonatemi, visto che stiamo entrando, mamma a livello di peso, pesa tre volte papà, cioè io vorrei… con una mano oltretutto disabile, papà eh… papà c’ha la mano sinistra che è completamente in disuso, cioè riesce a muovere soltanto… non ha più la muscolatura della mano sinistra, quindi… sarebbe la famosa formica contro un elefante, scusate il termine ma è quello”.

Simone invita i suoi interlocutori a perdonarlo con un “perdonatemi”, evidentemente ha qualcosa da farsi perdonare.

E poi parla di un cadavere da spostare paragonando sua madre ad un “elefante”.

Ercole Rocchetti: Non c’è stato neanche un attimo di piacere nel vederla?

Simone Santoleri: “Se fosse entrata, m’avesse detto: Come stai? Se s… se si fosse comportata una volta, una, come una madre, come una mamma…. ma tanto era inutile, era inutile. Gli ho detto a papà: “Prova, che ti devo di’, vuoi parlarci? Parlaci, ma tanto…”, io, lo ripeto, sono stato in cucina, ve lo posso assicurare, io sono entrato in cucina, non li ho neanche voluti… li ascoltavo, ma non li ascoltavo, con un orecchio sì e un orecchio no, perché ero sempre lì con la speranza che lei, che lei si comportasse da mamma, si comportasse da madre”.

Simone appare visibilmente commosso. La madre, il 9 ottobre 2017, l’ha deluso, evidentemente il Santoleri sperava ancora in una manifestazione d’affetto da parte della Raposelli. 

Santoleri, dicendo “ve lo posso assicurare”, mostra di avere bisogno di convincere.

Simone Santoleri: “(…) spero che torni, spero che torni, spero che si rifaccia viva, soprattutto spero che non è successo niente nonostante (incomprensibile), ma adesso questo lo sto dicendo perché… no, no, perché… perché… ss… è assurdo dirlo ma… ma ci sto male, cioè tu dici: Ma con tutto quello che hai fatto?… Non l’hai sentita e tutto”.

Si noti la frase “spero che si rifaccia viva”, tra l’altro Santoleri non dice “spero che si faccia viva” ma “spero che si rifaccia viva”, nel senso che resusciti.

Ma con tutto quello che hai fatto?”, a che cosa si riferisce Simone con quel “tutto” che ripete due volte? Simone si riferisce a qualcosa che ha fatto e non a ciò che non ha fatto, come non sentire sua madre, come prova a far credere. Aggiungendo “non l’hai sentita” il Santoleri cerca di mettere una toppa a ciò che possiamo considerare un’ammissione tra le righe (embedded admission).

Simone Santoleri: “(…) siccome avevo ricevuto la chiamata dei carabinieri che mi avvisavano di questa scomparsa (…)”.

Simone non dice “della scomparsa di mia madre” ma “di questa scomparsa”, usa il termine generico “questa”, un termine che ci illumina sullo stato dei loro rapporti.

Simone Santoleri: “Ero qui… stavo qui, chiamano… chiama il numero di telefono è un numero strano 0733 che è il prefisso di… 071 è Ancona, quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche. E che cazzo di numero è? Pronto, pronto! Buongiorno sono il maresciallo della caserma di Cingoli – mi viene Chienti, non so perché, ma invece è Cingoli, fa – Qui si è presentato un signore che ha sporto denuncia per la probabile scomparsa della signora Renata Raposelli, la conosce? E’ mia madre!”.

Nel racconto di Simone appaiono fuori luogo sia il termine “cazzo” che la sottile vena di ironia che si percepisce. 

Incredibilmente Simone cita il Chienti, questo due settimane prima che venisse ritrovato il cadavere della Rapposelli a pochi metri dal fiume Chienti. Si tratta di Leakage. Il Leakage consiste nel rilascio involontario di informazioni. In caso di omicidio, quasi sempre il Leakage è relativo all’occultamento, l’ultima immagine che si fissa in modo indelebile nella mente di un assassino. 

Il 1 novembre 2017 Simone Santoleri ha risposto ad alcune domande rivoltegli dalla conduttrice di Chi l’ha visto in diretta:

Federica Sciarelli: Simone, visto che sei così disponibile, visto che sei così disponibile, come dici te, tagliamo la testa al toro, tu non hai fatto male a tua mamma?

Non solo le domande dirette sono da evitare, peraltro la Sciarelli non chiede al Santoleri se abbia ucciso la propria madre ma gli suggerisce di negare di averle fatto del male. La classica negazione non credibile utilizzata da chi si è macchiato di un omicidio è proprio “io non le ho mai fatto del male” perché chi ha ucciso e prova a negare preferisce minimizzare.

Simone Santoleri:… “(gasp gasp) Non… allora innanzitutto sarebbe incredibile capire poi come ehm cioè… io la… la casa praticamente l’ho presa, l’ho comprata, è mia, quindi sinceramente io della pensione di papà, a me non mi interessa, quindi sono delle situazioni, sinceramente no, se vi posso assicurare per certo che ci sono delle situazioni completamente diverse cioè nel senso io ho vissuto da solo per una vita e quindi io, anzi spessissimo ho detto a papà se vuoi tornare su con mamma ti riprendi tutte le cose tue e ritorni su con mamma oppure se vuoi andare a vivere per i fatti tuoi prendi e vai io non mai costretto papà a stare qui anzi papà mi è stato mandato diciamo mi è stato portato qui perché papà viveva già per strada e quindi è stato lui a venir qui quindi…”

Simone aspetta circa 5 secondi prima di emettere suoni. Il tempo di latenza tra la fine della domanda e la prima reazione di Santoleri è abnormemente lungo ed è una prova che la domanda è sensitiva.

Simone Santoleri non è neanche in grado di dire “No, io non ho fatto del male a mia madre” ripetendo a pappagallo le parole della giornalista, si esibisce invece in una lunga tirata oratoria durante la quale solo dopo 39 parole accenna un “sinceramente no”, dove l’avverbio “sinceramente” indebolisce ulteriormente il blando tentativo di negare un suo coinvolgimento nella scomparsa della madre.

Santoleri cerca ripetutamente di convincere la Sciarelli della bontà delle proprie affermazioni dicendo “sinceramente io della pensione di papà” e “se vi posso assicurare per certo”.

A metà risposta la Sciarelli prova ad interrompere Simone ma lui continua a parlare e le due voci si sovrappongono:

Federica Sciarelli:  Quindi ti sei fatto carico di tuo papà, giusto? ti sei… ti sei fatto carico di tuo papà, sei tu che lavori, sei tu che fai tutto, che badi alla casa.

Simone Santoleri: “… per quanto riguarda fare del male a mia madre sinceramente…”

“per quanto riguarda fare del male a mia madre sinceramente…”non è una negazione credibile.

Simone Santoleri: “Sì, esattamente… io fare… mi è stato chiesto se mi… mi avete chiesto se ho fatto del male a mia madre, non ne avrei modo, nel senso non avrei motivo ecco, non avrei motivo in quanto ho una certa posizione adesso quindi se… quando ero ragazzo, magari con quelle insofferenze che avrei passato in precedenza, ma adesso c’ho 43 anni, quindi è molto diversa la cosa molto molto diversa vi posso assicurare e comunque ripeto e comunque, mi scusi, ripeto, volevo solo chiedere, chiarire questa, a 43 anni, sarà un po’ l’età, sarà la maturità maa non sono più un ragazzino, diciamo, quindi per l’amor di Dio e mamma sarà stata anche diciamo… (Simone viene inspiegabilmente nuovamente interrotto)

Il fatto che Simone non completi alcune frasi ci dice che qualcosa è stato lasciato fuori. Il Santoleri non nega in modo credibile ma cerca di convincere il suo interlocutore che oggi non “avrebbe” motivo di uccidere la madre, non che non “aveva” motivo all’epoca dei fatti. 

Con “vi posso assicurare” e “per l’amor di Dio” Santoleri continua a mostrare di avere bisogno di convincere. 

Simone Santoleri avrebbe potuto negare rispondendo alla Sciarelli semplicemente con un “No” e invece si è esibito in una tirata oratoria per provare a convincere la conduttrice di un qualcosa che non è capace di negare in modo diretto. Santoleri non è capace di dire “io non ho ucciso mia madre”.

Simone Santoleri: “Io veramente mi credete, io ho… ho… mi sono messo subito a disposizione, immediatamente, quindi considerate che il 16 ho avuto l’informazione dai carabinieri e lo stesso giorno sono stato subito chiamato, diciamo… aaa… a fornire informazioni proprio a vo… a un canale RAI, quindi immediatamente dopo, cioè, praticamente mi sono subito dato… ho dato subito immediatamente disposizione per questo (…). Allora io sono stato… io so… io sono stato chiamato come persona informata sui fatti immediatamente, come persona informata sui fatti e ho lasciato la mia deposizione in caserma Giulianova immediatamente… inoltre… inoltre io ho messo subito… ho detto subito di sì a qualunque trasmissione, a qualunque canale che potesse, diciamo, darci una mano, quindi non ho mai negato a nessuno la possibilità di entrare qui in casa e di chiedere informazioni”.

Santoleri dicendo “Io veramente, mi credete” mostra ancora una volta di avere bisogno di convincere. L’uso ripetuto degli avverbi “subito” e “immediatamente” indica il contrario, ovvero un ritardo.

Simone Santoleri ha mostrato di non potersi avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di rispondere con poche parole.  

L’incompetenza del PM e l’eterogenesi dei fini (giudiziari)

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Consulenti disonesti e giudici pigri concorrono nella formazione dell’errore giudiziario che è trasversale e può colpire chiunque

Stylo24, 29 gennaio 2018

di Ursula Franco

Il problema degli errori giudiziari è trasversale, non dipende dal sistema giuridico del paese in cui vengono commessi ma da un insieme di mancanze che affliggono il magistrato inquirente e che sono la sua incapacità di processare le risultanze investigative secondo la logica, il fatto che ignori la casistica, la superficialità e i suoi pregiudizi nei confronti di alcune categorie di persone. In una parola sola, ciò che conduce all’errore giudiziario è l’incompetenza del PM che però deve essere necessariamente associata alla mancanza di cultura della verità di tutti gli altri attori del sistema giustizia, giudici e consulenti forensi. In pratica, un PM incompetente da solo va poco lontano, ha bisogno di consulenti forensi disonesti che lo supportino e di giudici “pigri”.

Gli Innocence Deniers

Non solo i PM ed i giudici commettono grossolani errori giudiziari, ma sono incapaci di riconoscere di essersi sbagliati e lasciano che un innocente e la sua famiglia continuino a soffrire per causa loro. Gli americani chiamano questi magistrati che ostacolano la giustizia “Innocence Deniers” (coloro che negano l’innocenza).

Il fine ultimo del lavoro del PM non dovrebbe essere quello di far condannare qualcuno, ma cercare la verità e ottenere giustizia. I magistrati sono al servizio dei cittadini e hanno il dovere di perseguire un colpevole, ma anche quello di impedire che un innocente abbia la vita distrutta a causa di una interminabile indagine o per una condanna sbagliata.

Alcuni PM sono così “affezionati” al proprio errato convincimento che, anche quando le indagini dimostrano che la cosiddetta vittima in realtà non è stata vittima di un omicidio, ma è morta in seguito ad un incidente o ad un suicidio, continuano a negare l’evidenza e si rifiutano di dismettere il caso, o, quando vengono raccolte prove a carico di un soggetto diverso da quello preso di mira, si rifiutano di perseguire il vero colpevole del reato.

Il costo degli errori giudiziari per lo Stato italiano

Gli errori dei magistrati non solo pesano sulle vite di soggetti innocenti e sulle loro famiglie ma hanno un costo economico per i contribuenti non indifferente. Dal 1991 al 2012 lo Stato italiano ha sborsato circa 576 milioni di euro di risarcimenti alle vittime della malagiustizia, a questi milioni vanno aggiunte le centinaia di migliaia di euro di stipendi versati ai magistrati incompetenti e i milioni di euro dispersi in indagini inutili al solo scopo di foraggiare il carrozzone che circonda le procure, consulenti e strutture addette alle analisi forensi.

Marlene Postell Johnson released a statement after she was sentenced to life in prison: analysis

Marlene Postell Johnson

Marlene Postell Johnson, 66, was convicted of first-degree murder on January 24, 2018 in Salisbury, North Carolina. She was sentenced to life for stabbing to the death 62-year-old Shirley Goodnight Pierce, her husband’s secretary on July 2013. She had a prior conviction for assaulting Goodnight Pierce in 2011. Investigators found blood DNA at the crime scene that matched the victim and Marlene Postell Johnson.

Shirley Goodnight Pierce

Here the analysis of a short conversation between Judge Stuart Albright and Marlene Postell Johnson:

Judge Stuart Albright: Ma’am, you will die in prison. That is my order!

Marlene Postell Johnson: I disagree with the decision. I am innocent. I was never there. I would not hurt anybody. I would not have killed Shirley Pierce.

Marlene Stuart Johnson didn’t issue a reliable denial.

A reliable denial has 3 components:

1.  the pronoun “I”
2.  past tense verb “did not” or “didn’t”
3.  accusation answered 

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.  

“I did not kill her” followed by “I told the truth”, while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

In this case, we look for Mrs Johnson to say “I didn’t kill her” or “I didn’t kill Shirley Pierce” using the pronoun, “I”, the past tense “didn’t” or “did not” and add in the specific accusation.

She doesn’t deny the action of killing, she just “disagree with the jury’s decision”. 

“I am innocent” is not a reliable denial.

To say, “I am innocent” is to deny the judicial outcome, not the action.  An innocent de facto is someone who did not “do it” and is able to say “I didn’t do it” and eventually to add in the judicial conclusion. 

“I was never there” is not a reliable denial and is different from “I wasn’t there the day of the murder”.  The word “never” is not a substitute for “no”. “Never” is often used by liars to avoid a specific time frame, thus it is unreliable.

“I would never hurt anybody” is not a reliable denial either. She substitutes “kill” with the softer “hurt” violating component three of a reliable denial and she substitutes “didn’t” with “would never” violating component two of a reliable denial. 

She used twice the word “never” in few words. “Never” seeks vagueness and is unreliable as this was a single specific event. “Never” is, itself, sensitive, it becomes even weaker as it combines with the need to persuade that we find in her few words. 

“I would not have killed Shirley Pierce” is not a reliable denial either, because she says “would not have” instead of “didn’t” violating component two of a reliable denial. She “would not have killed Shirley Pierce” now, because she has been caught.

Judge Stuart Albright: The DNA squarely contradicts everything that you just said!

She didn’t issue at any time in her statement a denial of the action, that’s why the Judge was wrong when he said that DNA contradicts her words.

She didn’t deny the killing and showed a need to persuade due to the absence of the “Wall of truth”, an impenetrable psychological barrier that commonly leads an innocent de facto to few words as an innocent who “didn’t do it” has no need to convince anyone of anything.

Ursula Franco, MD and Criminologist

The murder of Blaze Bernstein: motive

Blaze Bernstein

Blaze Bernstein, 19, was a pre-med student at the University of Pennsylvania, on January 2, 2018 he disappeared in Orange County, California where he was visiting his parents during a holiday break. A week later, Bernstein’s body was found in a shallow grave in Borrego Park, in Lake Forest, Los Angeles, not far from his parents’ home. Bernstein had been stabbed more than 20 times.

Borrego Park, Lake Forest, Los Angeles, California

Samuel Lincoln Woodward, 20, a friend from high school had picked up Blaze Bernstein from his parents’ house in Lake Forest on January 2, 2018, around 11.00 p.m.

Samuel Lincoln  Woodward

During an interview with the police, Woodward appeared nervous (breathing heavy, talking fast and visibly shaking) had scratched hands and dirt under the fingernails on both hands, avoided touching doors with his hands and told investigators that Bernstein tried to kiss him on the lips on the night he went missing and that he shoved him away, dropped him off his car in Borrego Park and went to meet his girlfriend but he could remember neither the name nor address of the girl.

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Samuel Lincoln Woodward, was arrested few days after Bernstein’s body was found and charged with one felony count of murder with a sentence enhancement for using a knife. Prosecutors revealed that Woodward changed his appearance dyeing his hair from blond to black after Bernstein disappeared, returned to the scene of the crime while under police surveillance and washed his car.

Samuel Lincoln Woodward and Blaze Bernstein had a previous sexual contact. In June 2017, Blaze wrote to two of his female friends that Samuel made him promise to keep it a secret: ”he made me promise not to tell anyone… but I have texted every one, uh oh.”

This is an indication that Woodward too is attracted by male but he struggles to accept his own impulses and desires.

This is a case of “internalized homophobia” in a sociopath.

“Internalized homophobia” is an issue that affects most of the LGBTQ individuals as a result of the social stigma that surrounds them.

“Self-hatred” leads to verbal or physical abuse within friendships and romantic relationships and is also a powerful motive in homicide between homosexuals due to a desire of secrecy, internal struggle of self denial and shame about homosexual experiences.

Samuel Lincoln Woodward stabbed to death Blaze Bernstein because Blaze uncovered their intercourse and put him in front of his homosexuality.

This not a “hate crime” but a case of “self hate crime”.

During the interview with the detectives, Woodward had the need to persuade them that he is heterosexual, he told the investigators that he refused Blaze’s advances and that he has a girlfriend but he was unable to provide her name and her address.

Omar Mateen, a 29-year-old security guard, on June 11, 2016, killed 49 people at the gay nightclub Pulse in Orlando, Florida for the same motive: he hated himself for being homosexual and turned his internal conflicts outward.

Both Woodward and Mateen turned their “internalized homophobia” or “self hate” outward towards others.

Gay serial killers often murder other homosexuals to try to overcome their own sexual desires.

Ursula Franco, MD and criminologist

Caso Maria Ungureanu: Arrestate i genitori!

“Arrestate i genitori!”, lo gridano a gran voce gli italiani dopo le rivelazioni di Federica Sciarelli. Sono ben nove i giudici che hanno invitato la Procura di Benevento ad aprire gli occhi sul padre della piccola Maria che prima di morire aveva subito un’ultima violenza proprio mentre si trovava in casa.

Le Cronache Lucane, 18 gennaio 2018

Marius Ungureanu è difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo, dalla criminologa Roberta Bruzzone e dalla genetista Marina Baldi.

Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco che collabora alla difesa dei fratelli Daniel Petru e Cristina Ciocan con gli avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo, una difesa che, in questo anno e mezzo, ha mietuto un successo dopo l’altro.

Dottoressa, finalmente la verità è emersa, diciamo anche grazie al programma televisivo Chi l’ha visto, la difesa che cosa si aspetta?

La difesa si aspetta che la Procura di Benevento faccia ciò che non ha fatto nel luglio 2016, ovvero che emetta una Richiesta per l’applicazione della misura cautelare carceraria per il reato di violenza sessuale per Marius Ungureanu e che agisca nei confronti di Andrea Elena Ungureanu in merito al reato di Concorso omissivo in violenza sessuale. La madre della bambina, nonostante fosse a conoscenza del fatto che era suo marito Marius ad abusare di sua figlia, per salvarlo, ha calunniato da subito il povero Daniel attribuendogli le violenze.

Dottoressa, quando è avvenuto il “cortocircuito nelle indagini” di cui lei ha recentemente parlato?

Il “cortocircuito” è avvenuto nel momento in cui i RIS hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu da una maglietta in uso esclusivo alla piccola Maria e dalla copertina del suo lettino e la Procura, invece di richiedere l’arresto di Marius, ha richiesto quello di due soggetti estranei ai fatti. La difesa è curiosa di sapere perché, appurato che gli stessi operatori dei RIS, di Roma che hanno esaminato i reperti ed isolato lo sperma, si sono occupati del sequestro di maglietta e copertina a casa degli Ungureanu e hanno fatto firmare a Marius Ungureanu un verbale nel quale l’uomo dichiarava che tutto ciò che i RIS avevano sequestrato apparteneva a Maria, ad un mese dai fatti, avendo la soluzione in mano, non si è proceduto all’arresto di Marius Ungureanu. Lei capisce che, in un’indagine per violenza sessuale, l’aver ignorato un dato così rilevante come la presenza dello sperma del padre su un indumento in uso esclusivo a Maria, ha ritardato il raggiungimento della verità, lasciando libero un soggetto capace di reiterare, ma soprattutto questo grossolano errore della Procura ha distrutto la vita di due ragazzi estranei ai fatti.

Dottoressa, resta da chiarire la dinamica della morte della piccola Maria.

La dinamica è chiara: Maria con un’amica, di cui sappiamo nome e cognome, e con la quale aveva appuntamento dal giorno precedente per quella sera, si intrufolò di nascosto nel giardino del ristorante per fare il bagno ed affogò. L’amica fuggì perché temette di dover rispondere delle conseguenze di un suo comportamento sopra le righe sia ai propri genitori che alle autorità. Sono passati quasi due anni, la ragazzina è ora maggiorenne, credo che sia venuto il momento che la Procura la interroghi come si deve in merito ai suoi movimenti della sera del 19 giugno 2016, solo così potrà risolvere definitivamente questo caso.

Analisi di un’intervista rilasciata da Raffaele Sollecito al giornale britannico “The Mirror”

Raffaele Sollecito

Il giornalista Valerio Lo Muzio ha intervistato Raffaele Sollecito per il giornale britannico The Mirror:

Giornalista: Ogni tanto ci pensi a Meredith?

Raffaele Sollecito: Ho una sorta di distacco nei confronti di questo caso, perché non ho vissuto quella casa, non ho vissuto quelle ragazze, ho vissuto solo Amanda cinque giorni. Mi dispiace perché è una ragazza di vent’anni che è morta in quella maniera barbara, ovviamente per me è assurdo ed è inconcepibile, ma io non ho visto nemmeno il corpo, quindi, quando penso a lei mi dispiace tantissimo per la sua famiglia, ma non riesco a immedesimarmi più di tanto, perché non la conoscevo.

Sollecito descrive l’omicidio come un atto barbaro, come un fatto assurdo e inconcepibile, e poi riferisce al giornalista di non aver neanche visto il “corpo”. Sollecito non dice di non aver incontrato Meredith quella sera, o di non averla accoltellata, o uccisa, come ci saremmo aspettati, ma semplicemente di non aver visto il “corpo”. Un “corpo” è un cadavere. La Kercher è morta in seguito ad un’insufficienza cardiorespiratoria acuta dovuta all’emorragia seguita al triplice accoltellamento, non è morta nell’immediatezza del ferimento e sappiamo che l’unico componente del gruppo che uccise Meredith e che si trattenne sulla scena criminis fu Rudy Guede, pertanto, se anche Sollecito fosse stato presente ed attivo durante l’accoltellamento, non avrebbe comunque visto il “corpo” della ragazza. “corpo” che, a detta loro, Amanda e Raffaele non videro neanche la mattina del 2 novembre 2007 quando, intorno alle 13.15,  Luca Altieri e gli agenti della polizia postale decisero di abbattere la porta della camera della Kercher.

Amanda Knox, la sera stessa della scoperta del cadavere, riferì alle amiche inglesi di Meredith che il cadavere si trovava davanti all’armadio, coperto dalla trapunta, con un piede fuori e la gola tagliata, il sangue dappertutto. La stessa, durante gli interrogatori dei giorni seguenti, affermò di non aver visto la camera al momento dell’apertura della porta ed i testimoni confermarono che sia lei che Sollecito non potevano vedere all’interno della camera, palcoscenico del delitto, in quanto si trovavano in cucina. In una email, Amanda scrisse, ad amici e parenti, di essere stata in cucina al momento della scoperta del cadavere e di essere stata trascinata fuori dalla casa da Raffaele subito dopo.

Tali testimonianze provano come la Knox non potesse che avere informazioni sulla scena criminis per una precedente conoscenza diretta, per essere stata protagonista dell’evento delittuoso.

Ancora, il 2 novembre Amanda rispose ad un’amica della vittima che diceva di sperare che Meredith non avesse sofferto con un: ‘What do you think? They cut her throat.. she fucking bled to death!*’. Come poteva la Knox conoscere la causa della morte della Kercher due giorni prima dell’autopsia se non per aver partecipato all’omicidio?

*”Che credi? Le hanno tagliato la gola… E’ morta dissanguata!”

Raffaele Sollecito: Nel carcere ho vissuto momenti veramente bui, resistevo perché avevo… desiderio di verità. Le spese che sono… che abbiamo affrontato a livello familiare in questa vicenda sono state estremamente ingenti, abbiamo dovuto vendere due appartamenti di famiglia e ci siamo indebitati per quasi 400 mila euro. Cioè mi tengono incarcerato nei debiti, incarcerato in una società che non mi lascia vivere serenamente, devo dare giustificazione a tutto e a tutti perché ci sono ancora dei dubbi su di me, no, che dubbi?. Non ci sono dubbi sulla mia innocenza.

Sollecito è “innocente de iure” perché è stato assolto ma non possiamo non notare che ancora una volta non è capace di negare di aver ucciso Meredith. Sollecito non dice: “Io non ho ucciso Meredith Kercher” o “Io non ho accoltellato Meredith Kercher”, egli parla semplicemente di “innocenza”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”.

Raffaele Sollecito: Dove io ho passato 10 anni di…. di tragedia, ho passato 4 anni in carcere, tre mesi… sei mesi in isolamento, tre anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza e sicuramente oggi come oggi non mi sento decisamente totalmente libero, ma mi sento ingabbiato in una sorta di arresti domiciliari, c’è questa società che è rimasta purtroppo con un’idea molto negativa di me.

Raffaele Sollecito: Sono andato a fare la spesa, ci sono state due ragazze che si sono avvicinate: “Ah, ma sei tu!” e una delle due ha detto: “Ah, ma che storia di merda!”.

Giornalista: Hai mai pensato di trasferirti di lasciare l’Italia?

Raffaele Sollecito: Dovrei scappare da qualcosa? Mi devo vergognare di qualcosa che devo andare via?

Giornalista: Sei fidanzato oppure anche lì c’è un problema?

Raffaele Sollecito: Ho vissuto periodi in cui si avvicinavano persone che mi vedevano come… erano affascinate dalla mia aura nera. La brava ragazza è quasi inorridita o spaventata da me (…) perché io mi frequento con una ragazza, quando doveva dirlo a casa (…) ma c’erano sempre qualche componente della famiglia che diceva: “Oddio, ma sarà veramente com’è?. Io sono preoccupato… preoccupata!”. Insomma, si creavano questo tipo di ehm… di problematiche. Vorrei ricominciare la mia vita normalmente come qualsiasi cittadino.

Raffaele si dipinge come una vittima, in realtà sono pubblici i suoi odiosi commenti postati su un gruppo di Facebook dove si divertiva a vestire gli abiti del “maestro del crimine impunito”, commenti a dir poco insolenti e dissacranti. Tali commenti rivelano una sua totale mancanza di empatia nei confronti della famiglia di Meredith Kercher, poco rispetto nei confronti di Amanda Knox e, soprattutto, la sua incapacità di difendersi dalle dinamiche di gruppo. Il gruppo deresponsabilizza e conduce alcuni soggetti a fare colossali sciocchezze. Chi ha sofferto sulla propria pelle d’innocente l’infamia di un’accusa tanto grave come quella di aver ucciso qualcuno, di solito evita di apparire su Facebook come un assassino che l’ha fatta franca; un innocente desidera che i sospetti su di lui scompaiano e non fa nulla per alimentarli ma, soprattutto, se è lui a divertirsi sulla propria “aura nera” non può poi lamentarsi delle reazioni altrui. 

I post pubblicati da Raffaele Sollecito su Facebook non lasciano trasparire un desiderio di essere ritenuto innocente dalle “persone”, ma mirano all’esatto contrario. 

Ad una ragazza che gli ha scritto: “Ti vedo pallido, non stai andando al mare?”, Sollecito ha risposto: “Eh, vedo tanta gente impallidire, sarà che suscito candore”. Raffaele non può che riferirsi al pallore/candore indotto da un dissanguamento, solo casualmente la causa di morte della povera Kercher?

Raffaele Sollecito ha poi scritto: “Oscar James morirai presto”.

A Giulia che gli ha scritto: “Non essere crudele mentre mi uccidi che sono piuttosto sensibile”, Sollecito ha risposto: “sarò gentile e indolore”.

Raffaele Sollecito, dopo tutto quello che ha passato, secondo i giudici della cassazione, da innocente, si diletta a vestire il ruolo dell’assassino nei gruppi di Facebook, non solo non nega di essere capace di uccidere ma ne descrive pure le modalità.

Sollecito ha pubblicato anche una barzelletta home made e l’ha associata all’emoticon ‘feeling annoyed’: “Quando vado in un negozio di pentole e chiedo: “Avreste un set in rame?” Ed il commesso ti guarda, ci pensa qualche secondo e fa: Per i set di coltelli dovresti rivolgerti al negozio a fianco”. 

In un gruppo, un membro gli ha chiesto: “Posso farti una domanda?” e lui ha risposto: “Se si tratta di neri chiedi a Falanga, se si tratta di Amanda chiedi al 118, per il resto dimmi pure”.

A Denis che gli ha scritto: “Maestro mi impari come cancellare le tracce dopo un delitto che ho un paio di questioni da risolvere?”Sollecito ha risposto: “Semplice. Ci caghi sopra e nessuno si avvicina!”. 

Il 5 dicembre 2015, Raffaele ha pubblicato una sua foto a tavola di fronte ad un piatto di carne arrosto e l’ha accompagnata con la frase: “Cena con gli ex colleghi… purtroppo sono finiti nel piatto”, lasciando intendere di averli uccisi. Un membro del gruppo ha replicato: “Gli occhi di chi ne ha viste tante, il coltello di chi le ha affettate tutte” e lui ha scritto: “Dai questa è forte”, seguita da tre faccette sorridenti con le lacrime agli occhi. Un altro membro ha commentato: “Dal colore della carne direi che è Rudy” e Raffaele: “Ahahah questa è simpatica!”, non negando, tra l’altro che Rudy fosse un ex collega.

Analisi dell’interrogatorio di Lucio Marzo

Lucio Marzo

PM: Ti chiami?

Lucio Marzo: Marzo Lucio

PM: Nato?

Lucio Marzo: A Serate, Milano

PM: Il due…

Lucio Marzo: Il due, dodici, millenovecentonovantanove.

PM: Hai qualche soprannome?

Lucio Marzo: Zu.

PM: Nella notte fra il 2 e il 3, quindi fra sabato e domenica 2, 3 settembre eee, ci vuoi raccontare esattamente che cosa è successo?

Lucio Marzo: Ma devo partire per forza dal giorno della scomparsa o posso dire cose (interrotto)

PM: Tu ci puoi dire tutto quello che ci vuoi dire.

Lucio Marzo: Da due mesetti, cioè da quando sono uscito da Casarano, ho saputo che Noemi Durini eee insieme a Fausto Nicolì aveva deciso eee di prendere una pistola, la volevano… volevano togliere di mezzo mio padre e mia madre.

Quando Lucio dice: “da quando sono uscito da Casarano”, si riferisce probabilmente al suo ricovero in TSO al reparto psichiatrico dell’ospedale di Casarano.

PM: Sì.

Lucio Marzo: In modo tale che io potevo vivere la vita normalissima con Noemi, però io gli ho spiegato a Noemi che, se ci teneva a me, no?. Eee, visto che io ci tengo ai miei genitori: “Non voglio ammazzare i miei genitori” eee gli avevo detto di aspettare che io facevo i 18 anni (…) mi trovavo un lavoro, mi trovavo una casa e ce ne andavamo per fatti nostri.

Lucio Marzo: Però ad un certo punto poi mio padre eee ha detto… ha visto la situazione eee ha detto: “Se tu vuoi frequentare questa ragazza, la frequenti fuori da casa mia!”. Io la frequentavo fuori di casa mia, solo che mio padre si stava accorgendo che mi stava perdendo perché stavo sempre 24 ore su 24 fuori casa… con lo scooter fuori casa, tornavo a casa solo per chiedere soldi per la benzina e per portare la Noemi a spasso.

PM: E quella notte perché vi siete incontrati?

Lucio Marzo: Quella notte ci siamo incontrati perché lei ha detto: “Vienimi a prendere così andiamo e ammazziamo i genitori tuoi!” eee lei mi aveva quasi del tuttooo… come posso dire… fatto il lava… il lavaggio del cervello perché ero attratto da lei, ero innamorato di lei, non volevo perderla.

PM: E poi perché non siete andati a casa tua ad ammazzare i genitori?

La PM non interrompe Lucio ma lo incalza, un errore, non lascia spazio a una eventuale tirata oratoria del Marzo.

Lucio Marzo: Perché io non volevo, io volevo farla ragionare, al di che, io non ho preso la strada di casa mia per andare a casa mia ad ammazzare i genitori miei, ho preso la via di Novaglie, ho fatto la litoranea e sono sbucato a Leuca.

Lucio Marzo: Lei aveva il coltello in mano, è come se mi… mi minacciava pure anche a me: “Dobbiamo andare ad ammazzarli” perché lei li voleva… (interrotto)

Il fatto che la PM interrompa Lucio è un errore grossolano.

PM: Questo coltello da dove arriva?

Lucio Marzo: Era il suo?

PM: E non lo so, ce lo devi dire tu. Questo coltello da dove arriva?

Lucio Marzo: Lei lo aveva.

PM: L’aveva con sé?

Lucio Marzo: Sì, lo aveva con sé.

PM: Ce lo puoi descrivere questo coltello, come era fatto?

Lucio Marzo: (Lucio disegna un coltello) Era così, con una lama così.

PM: Era un coltello a scatto oppure un coltello normale…

Seconda PM: Uno da cucina, era un coltello?

Le due PM presenti fanno domande a Lucio in contemporanea, un altro errore grossolano. 

Lucio Marzo: Da cucina era poi… (interrotto)

Ancora un’incompresibile interruzione.

PM: Eravate lì sulla litoranea di Leuca a fumare le sigarette e poi che è successo?

Lucio Marzo: E poi lei ha detto “Beh, andiamo” e ci siamo fermati in una campagna. Lei ha detto: “Fermiamoci qua e lei…” (interrotto)

Lucio viene ancora inspiegabilmente interrotto e proprio mentre sta raccontando ciò che accadde tra lui e Noemi nei momenti che precedettero l’omicidio.

PM: E cosa avete fatto?

Lucio Marzo: Abbiamo avuto un rapporto.

PM: Poi?

Lucio Marzo: Eee poi siamo scesi dalla macchina, lei ha cominciato a gridare: “No dobbiamo ammazzarli, dobbiamo ammazzarli” eee, come ha fatto in passato, cheee prendeva comando su di me, ha cominciato a spingermi, a graffiarmi, no? A fare le cose così eee e e io, da là, non ci ho visto più.

PM: Che è successo?

Lucio Marzo: È successo cheee gli sono andato di dietro e le ho infilzato il coltello in testa e poi con delle pietre le ho frantumato la testa, l’ho lasciata stesa, ho messo delle pietre sopra so… sopra di lei, però in quel momento non capivo niente, so di averla colpita alla nuca ma non so in quale punto… poi si è spezzata la lama dentro, io mi sono trovato il manico in mano… (interrotto)

PM: Il manico di plastica, il manico di plastica.

Mentre Lucio sta descrivendo l’omicidio, la PM lo interrompe per ripetere per due volte “il manico di plastica”, un errore imperdonabile.

Lucio Marzo: E me lo sono… me lo sono messo in tasca, l’ho colpita con la pietra un paio di volte e poi l’ho… l’ho trascinata dove ho visto che c’era un muretto (in dialetto) scarrato, l’ho trascinata là, io l’ho messa di fianco, le pietre le ho prese e l’ho coperta… l’ho coperta, ero talmente agitato, sono corso in macchina, non mi ricordo neanche il luogo dov’era Castrignano talmente tanto che ero agitato, tremavo così, mi sono fatto una sigaretta mi son tolto la maglietta, ero in aperta campagna, non stavo nel paese, eh era aperta campagna, mi son tolto la maglietta, ho messo il manico dentro, ho fatto a palla, ho fatto una buca nella terra e ho chiuso.

Oltre ad aver interrotto Lucio Marzo per ripetere per due volte “il manico di plastica”, contro ogni protocollo, per almeno altre due volte la PM parla mentre Lucio Marzo sta ricostruendo per lei l’omicidio di Noemi.  

PM: Eri sporco quando sei arrivato a casa?

Lucio Marzo: (Lucio si tocca il petto e le braccia) Ero sporco di sangue qua.

PM: Dove eri sporco?

Lucio Marzo: (Lucio si tocca il petto e le braccia) Qua di… di sangue eee le scarpe erano comp… completamente sporche di sangue e le ho buttate.

PM: Dove le hai buttate?

Lucio Marzo: Non mi ricordo, non mi ricordo perché stavo agitato, signora, non mi ricordo.

PM: Ma ti ricordi che scarpe erano?

Lucio Marzo: Sì, Lotto, le usavo per andare a calcetto.

PM: E di che colore?

Lucio Marzo: Bianche, una striscia blue e qualche striscia rossa.

PM: Tu sei entrato in auto, quindi verosimilmente l’hai sporcata.

Lucio Marzo: C’avevo… penso di aver avuto le mani sporche.

PM: Cioè tu sei arrivato a casa ma l’auto…

Lucio Marzo: Sono arrivato…

PM: L’hai lavata o non l’hai lavata?

Ancora una volta la PM interrompe Lucio Marzo. 

Lucio Marzo: Sì, sono andato in bagno, prima di farmi la doccia eee ho preso uno spray e ho preso una pezza e ho pulito, ho cercato di pulire il volante.

PM: Che cosa? Il volante, poi?

La PM continua inspiegabilmente ad incalzare Lucio invece di lasciarlo libero di esprimersi.

Lucio Marzo: Il volante, i pedali.

Lucio Marzo: Mia madre, mia sorella e mio padre stavano ancora dormendo, per fortuna, e io in silenzio mi sono fatto la doccia, mi sono pulito tutto, mi sono cambiato le mutande, ho messo le mutande nella biancheria eee pure i calzini nella biancheria eehm sono andato a letto.

PM: Mi stupisce che tua sorella tuo padre e tua madre continuassero a dormire o qualcuno si è svegliato?

Lucio Marzo: No, tutti dormivano, eee mio padre è andato a dormire verso le 3 e mezza 4, perché mi controlla.

PM: Ok, ma quando sei tornato a casa all’alba, hai utilizzato delle precauzioni per evitare di far rumore perché hai detto che… ?

Lucio Marzo: Certo, la macchinaa ha un problema alla marmitta, no? Mamma?

Lucio si rivolge alla madre che, insieme al padre, assiste al suo interrogatorio.

PM: Che fa rumore?

Lucio Marzo: Sì, fa rumore come un rombo, appena ha iniziato la discesa per andare a casa mia, io la macchina l’ho spenta però con le chiavi inserite con il gir… con il quadro girato, il bloccasterzo non si metteva e quindi io ho camminato lo stesso, pure non c’era la luce delle macchine si vedeva lo stesso perché era… c’era già luce quasi, no?. L’alba, c’era l’alba eee era discesa e frenavo con il freno a mano perché il freno a pompa non funzionava e frenavo con il freno a mano, no?. Piano piano, piano piano e sono riuscito ad arrivare fino al garage, però al garage c’è come un gradino, no?. E là ho dovuto fare la macchina indietro e poi prendere la rincorsa.

PM: Quindi l’hai rimessa esattamente dov’era?

Lucio Marzo: Dov’era.

Lucio Marzo: Questa mattina, io siccome è da giorni che non mangio e non dormo, poi vedo i miei genitori che stanno ammazzati, non hanno telefoni, non hanno macchina, hanno paura casomai che avevo fatto qualcosa eee mi è venuta la vogliaaa… sono andato al garage, avevo l’idea di prendere un mattone, attaccare la corda, buttarmi dalla grotta diii… di Novaglie eee affogarmi… nel mare, perché non ce la facevo più.

Lucio racconta che al mattino ha desiderato togliersi la vita ma sembra tutto passato visto che, invece di dire: “non ce la faccio più”, dice: “non ce la facevo più”. In questo stralcio Marzo rivela la sua priorità: se stesso, è lui che non mangia e non dorme, poi vengono i suoi genitori.

PM: Ma perché non l’hai lasciata? La lasciavi, dici: “Non ti voglio più vedere”, proprio:  “Non ti voglio più vedere”.

Lucio Marzo: Brava.

PM: Perché quella sera non le hai detto questo?. La lasciavi tu in mezzo… in mezzo alla via.

Lucio Marzo: Ma tu lo… ma tu… ma tu lo sai che… ma tu lo sai che io la chiamo… che io certe volte, certe settimane non la chiamavo, uscivo eee, controllato da mio padre, e la trovavo in paese che cercava me?

Lucio Marzo: Lei ha capito che questa ragazza mi stava facendo il lavaggio del cervello, no?. Ho commesso un reato ad ammazzarla. Questa ragazza, da quando l’ho conosciuta… io non ero così, sono cambiato da quando ho conosciuto lei, io er… ero uno schiav… cioèè, ero uno schiavo praticamente.

Lucio Marzo: Non so se mi hai capito o non mi hai capito peròòò mi sono trovato in una situazione di merda perchééé io ero succube, io ero innamorato di questa ragazza e nello stesso tempo non volevo perdere la mia famiglia eee mò che piano piano sto iniziando a ragionare io… io quest’anno, io quest’anno sto andando scuola per poter prendermi il secondo anno.

PM: Perché vuoi prendere in mano la tua vita.

Lucio Marzo: Ascolta, il secondo anno, il terzo anno, prendere la qualifica di elettrotecnico e poi fare le scuole private.

PM: Lucio.

Lucio Marzo: Due anni, un attimo, due anni in uno.

PM: Bisogna interrompere, Lucio.

Lucio Marzo: Per poter diventare perito elettrotecnico.

PM: Va bene. Lo hai già detto.

Lucio Marzo: Per poter andare a lavorare a Milano con i miei parenti.

PM: Allora, Lucio, io devo interrompere il verbale e, ma queste cose verranno tutte… non stai in una barzelletta, questa è la vita vera, non sono domande che puoi fare in questo momento, è il momento dell’interrogatorio.

In conclusione, Lucio è credibile sia per quanto riguarda il racconto dell’omicidio che per quello delle ore seguenti.

Il movente da lui suggerito non regge, non escludo che Noemi avesse proposto a Lucio di uccidere i suoi genitori, anzi è probabile, ma non è questo il motivo per il quale Marzo l’ha uccisa, il suo è solo un tentativo di razionalizzare l’evento e di fornire una “giustificazione morale” ad un atto riprovevole. Quello di Noemi potrebbe essere un omicidio senza un apparente movente o per futili motivi, come lo sono gli omicidi commessi dai sociopatici, soggetti capaci di atti estremi di violenza a causa della loro bassa tolleranza alle frustrazioni. Il fatto che Lucio abbia dato segni di squilibrio in concomitanza con la frequentazione di Noemi, non è ascrivibile alla Durini, il disturbo antisociale di personalità comincia, infatti, a manifestarsi proprio alla sua età, ma non è, invece, una coincidenza che Lucio frequentasse Noemi, una ragazza anche lei “ribelle” e “difficile”, ce lo conferma sua sorella Benedetta: “E’ stata sempre una ragazza diciamo un po’ ribelle però era molto buona, cercava sempre di vincere anche delle sfide impossibili con persone molto, magari, difficili, a loro volta”.

Il finale dell’interrogatorio è interessante, Lucio mostra di non rendersi conto che dovrà scontare una lunga pena per il reato da lui commesso, fa progetti per il futuro e lascia intendere che, riguardo al rapporto con Noemi, l’unica soluzione possibile fosse quella da lui adottata, l’omicidio. Non solo Lucio non prova alcun rimorso o senso di colpa per aver ucciso la Durini ma tenta di autoassolversi biasimando ripetutamente la vittima per convincere i suoi interlocutori che Noemi meritasse di morire. Tutti atteggiamenti da sociopatico.

L’uso di stupefacenti dai 12 anni di età e i tre TSO che hanno preceduto l’omicidio non fanno che confermare la diagnosi.

leggi anche: Analisi dell’intervista rilasciata dai genitori di Lucio Marzo

Morte di Maria Ungureanu: una mia dichiarazione ripresa dalla stampa romena

Andrea e Marius Ungureanu, i genitori della bambina trovata morta in una piscina a San Salvatore Telesino (Benevento), lasciano la loro abitazione insieme ai Carabinieri, 22 giugno 2016. ANSA / CIRO FUSCO

Cazul Maria Ungureanu, interceptarea care schimbă totul: ”O să sfârșim în închisoare…știm de ce… noi suntem vinovați!”

By Petre Cojocaru On Ian 15, 2018 ITALIADIASPORA.IT

Continuă să planeze misterul asupra morții Mariei Ungureanu, micuța de 10 ani descoperită înecată într-o piscină din stațiunea San Salvatore Telesino, în iunie, anul trecut. Zilele trecute, realizatorii programului de televiziune ”Chi l’ha visto?” au difuzat o interceptare ambientală, care îi incriminează pe părinții fetiței.

”O să sfârșim în închisoare Ma(rius)… amândoi… noi suntem vinovați, știm de ce”, sunt cuvintele care îi transformă pe Andreea Elena si Marius Ungureanu (foto matesenews.it), părinții Mariei, în principali suspecți.

Nu este o noutate, pentru că la dosar există probe care l-au incriminat direct pe tatăl micuței, care ar fi abuzat-o în repetate rânduri, cu știrea mamei. Inițial au fost reținute două persoane, Daniel Petru si Cristina Ciocan, dar s-a dovedit că reținerea lor nu s-a justificat, cei doi nici nu se aflau în localitate când s-a întâmplat nenorocirea.

”Judecătorii de la Tribunal au acuzat Procuratura de acte de rasism si toți judecătorii implicați până acum în acest caz au sugerat Procuraturii să îl incrimineze pe Marius Ungureanu, tatăl Mariei, pentru abuzuri sexuale împotriva copilei, dat fiind faptul că, la examenele de specialitate, sperma acestuia a fost identificată pe hainele Mariei sau pe covertura patului în care dormea micuța”, ne-a declarat Malke Ursula Franco, expert criminalist si apărător al lui Daniel si Cristinei Ciocan.

Din păcate, se apropie un an de când micuța Maria și-a pierdut viața, dar legiuitorii încă nu au făcut lumină în acest caz. Sperăm ca acest lucru să se petreacă însă cât mai repede, astfel încât sufletul chinuit al copilei să se poată odihni, într-un final, în pace.

Morte di Maria Ungureanu: i sospetti ora sono tutti sulla famiglia della povera Maria

«Ungureanu, i sospetti ora sono tutti sulla famiglia della povera Maria»

Intervista alla criminologa Ursula Franco dopo la messa in onda, su “Chi l’ha visto?”, di una intercettazione ambientale tra il padre e la madre della bambina annegata in piscina nel Beneventano

Stylo24, 15 gennaio 2018

Abbiamo intervistato la dottoressa Ursula Franco in merito alle sconvolgenti rivelazioni del programma Chi l’ha visto relative ad un controverso caso giudiziario. La criminologa collabora con gli avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo che difendono i fratelli Cristina e Daniel Ciocan accusati di aver violentato e ucciso Maria Ungureanu. Due le tesi contrapposte, quella della Procura e del team che assiste Marius ed Andrea Elena Ungureanu composto dall’avvocato Fabrizio Gallo, dalla criminologa Roberta Bruzzone e dalla genetista Marina Baldi che ritengono che Maria sia stata vittima di un pedofilo omicida e quella della difesa dei Ciocan e dei nove Giudici che si sono pronunciati sul caso che ritengono che la morte della bambina sia ascrivibile ad un evento accidentale e che ad abusarla fosse suo padre Marius.

Dottoressa Franco, sappiamo che, pochi giorni fa, Chi l’ha visto si è occupato del caso Ungureanu, la conduttrice ha reso pubblico il contenuto di un’intercettazione ambientale registrata in caserma poche ore dopo il ritrovamento del cadavere della piccola Maria, sua madre Andrea Elena Ungureanu avrebbe detto: “Finiamo in carcere Ma(rius)… tutti e due… noi, siamo noi colpevoli, noi sappiamo perché”, secondo lei a cosa si riferiva?

Le faccio notare che Andrea Elena Ungureanu, nonostante fosse stata appena messa al corrente, non solo della morte di sua figlia ma delle ripetute violenze sessuali di cui era stata vittima, mostrò non disperazione per la grave perdita ma preoccupazione per le proprie sorti e per quelle del marito Marius. La signora Ungureanu, in questa intercettazione, si riferisce alle ripetute violenze sessuali cui Marius Ungureanu sottoponeva sua figlia e delle quali lei evidentemente era a conoscenza. Il maggiore Zerella aveva appena fatto notare ai due coniugi che non potevano non essersi accorti che Maria era vittima di abusi cronici, queste parole, pronunciate poche ore dopo la morte della bambina, non possono che leggersi come una ammissione, provano infatti che Andrea Elena Ungureanu conosceva il nome dell’autore degli abusi già da prima che i RIS trovassero lo sperma di Marius sulla maglietta della bambina.

Dottoressa, sempre nella stessa puntata è andata in onda un’intervista a Marius Ungureanu durante la quale l’inviata Veronica Briganti lo ha messo di fronte ad una risultanza investigativa incriminante, ovvero la presenza del suo sperma su una maglietta in uso esclusivo a sua figlia Maria e sulla copertina del suo lettino, cosa può dirci in merito alla reazione di Marius Ungureanu?

Marius Ungureanu non è stato capace di negare in modo credibile di aver abusato di sua figlia, non ha negato con Maurizio Flaminio in un’intervista risalente al marzo 2017 e non lo ha fatto con Veronica Briganti. Nelle due interviste, Marius, non solo non è stato capace di negare in modo credibile ma non è stato neanche capace di chiamare le violenze sessuali che sua figlia subiva con il loro nome perché non riesce a confrontarsi con l’infame reato da lui commesso.

Abbiamo sentito l’avvocato Gallo asserire che i RIS avrebbero attribuito la fatidica maglietta alla madre di Maria, Andrea Elena Ungureanu, che può dirci in merito?

La maglietta era in uso esclusivo alla piccola Maria, non solo lo si inferisce facilmente da innumerevoli intercettazioni di conversazioni tra i genitori ed altri soggetti, ma sul verbale redatto dai RIS due giorni dopo la morte di Maria e relativo al sequestro della maglietta incriminata e della copertina su cui è stato isolato lo sperma di Marius Ungureanu, si legge: “tutti gli atti venivano compiuti con la presenza costante di Marius, padre della vittima, il quale a specifica domanda riferiva che tutti gli indumenti e la coperta di cui sopra erano in uso alla propria figlia”. Per quanto riguarda gli esami eseguiti sulla maglietta nel tentativo di individuarne il proprietario, è falso che i RIS abbiano concluso che fosse in uso a Andrea Elena Ungureanu, i RIS hanno semplicemente isolato sulla maglietta miscele genetiche dei componenti della famiglia Ungureanu, come logico, dato che la bambina condivideva parte del suo DNA con entrambi i genitori.

Dottoressa, in merito alla maglietta incriminante, che cosa pensano i nove Giudici che si sono pronunciati sul caso?

I tre Giudici del Tribunale del riesame di Napoli, il GIP e i cinque Giudici della Cassazione, non hanno dubbi riguardo a chi avesse in uso esclusivo la maglietta tanto che si sono espressi in questi termini: “L’attribuzione degli abusi al Ciocan, non solo è da ritenersi indimostrata, ma anche improbabile e in contraddizione con il contesto e che, anzi, sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali, per le tracce di sperma del padre su una maglietta e sulla copertina del suo lettino, per il tenore di alcune conversazioni registrate che fanno trasparire la di lui preoccupazione e per la circostanza che l’ultimo rapporto sessuale subito dalla bambina risale al pomeriggio del giorno della sua morte, quando si trovava a casa (…) Gli inquirenti si sono “fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate”.