Analisi dell’intervista rilasciata da Simone Santoleri prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli

Renata Rapposelli

Renata Rapposelli è scomparsa il 9 ottobre 2017 dopo una visita all’ex marito e al figlio a Giulianova (Teramo), un suo amico, tale Tonino Beccacece, ne ha denunciato la scomparsa alla questura di Cingoli il 16 ottobre 2017.
Ercole Rocchetti ha intervistato il figlio di Renata, Simone Santoleri, il 28 ottobre 2017. Simone e suo padre Giuseppe sono indagati per omicidio e occultamento di cadavere. Il corpo della Rapposelli è stato ritrovato per caso,  il 12 novembre 2017, nel comune di Tolentino (Macerata), a pochi metri dal fiume Chienti da un automobilista.

Simone Santoleri racconta a Rocchetti ciò che, a suo dire, gli avrebbe riferito il padre Giuseppe: “(…) l’ho porta… voleva andare a Loreto, voleva andare a pregare, l’ho lasciata… però no che prega’, tu… tutto il viaggio mi ha chiesto i soldi, i soldi, i soldi e l’ho lasciata lungo la strada del santuario, dico: Come lungo la strada del santuario? Sì, no ma fa… mm non c’avevo manco voglia di arriva’ fino a su perché m’ha fatto arrabbia’ che voleva ‘sti soldi, sempre i soldi, i soldi, i soldi, l’ho lasciata circa 2, 3 chilometri dal santuario, ho rigirato la macchina e sono tornato a casa, basta non la voglio sentire più!”.

Mettendo in bocca a suo padre per 7 volte la parola “soldi”, Simone ci fa capire che “i soldi” sono per lui un problema.

Simone Santoleri: “Ho saputo dove viveva… la via di do… il nome della via di dove viveva daa… dal mio avvocato, quando mi ha fatto vede’ gli atti del mantenimento”.

Simone parla di sua madre al passato, non dice “Ho saputo dove vive” ma per due volte ripete “dove viveva”, facendoci intuire che per lui è morta.

Simone Santoleri: “(…) cioè mia madre è stata una bigotta proprio a livelli…”.

E’ a tutti noto che fino al giorno della scomparsa la Raposelli frequentava ad Ancona alcuni gruppi religiosi. Simone parla di sua madre al passato, non dice “mia madre è una bigotta” ma “mia madre è stata una bigotta“, facendoci ancora intuire che per lui è morta.

Ercole Rocchetti: Cosa pensi sia successo quel giorno? Può essere addirittura che si sia arrabbiato, le abbia fatto del male?

E’ sbagliato fare due domande di seguito perché un intervistato sceglie a quale domanda rispondere, la prima domanda da sola sarebbe stata la domanda ideale.

Simone Santoleri: “No, è impossibile ehm è una persona troppo… troppo buona… cioè mi… non mi vengono altri termini, oltre tutto, perdonatemi, visto che stiamo entrando, mamma a livello di peso, pesa tre volte papà, cioè io vorrei… con una mano oltretutto disabile papà eh… papà c’ha la mano sinistra che è completamente in disuso cioè riesce a muovere soltanto… non ha più la muscolatura della mano sinistra, quindi… sarebbe la famosa formica contro un elefante, scusate il termine ma è quello”.

Simone invita i suoi interlocutori a perdonarlo con un “perdonatemi”, evidentemente ha qualcosa da farsi perdonare, una red flag.

E poi parla di un cadavere da spostare, un’altra red flag.

Ercole Rocchetti: Non c’è stato neanche un attimo di piacere nel vederla?

Simone Santoleri: “Se fosse entrata, m’avesse detto: Come stai? se s… se si fosse comportata una volta, una, come una madre, come una mamma…. ma tanto era inutile, era inutile. Gli ho detto a papà: Prova, che ti devo di’, vuoi parlarci? Parlaci ma tanto… io lo ripeto sono stato in cucina, ve lo posso assicurare, io sono entrato in cucina, non li ho neanche voluti… li ascoltavo ma non li ascoltavo con un orecchio sì e un orecchio no perché ero sempre li con la speranza che lei, che lei si comportasse da mamma, si comportasse da madre”.

Simone è credibile e visibilmente commosso. La madre, il 9 ottobre 2017, l’ha deluso, evidentemente il Santoleri sperava ancora in una manifestazione d’affetto da parte della Raposelli. 

Simone Santoleri: “(…) spero che torni, spero che torni, spero che si rifaccia viva, soprattutto spero che non è successo niente nonostante (incomprensibile), ma adesso questo lo sta dicendo perché… no, no, perché… perché ss è assurdo dirlo ma… ma ci sto male, cioè tu dici: Ma con tutto quello che hai fatto?… non l’hai sentita e tutto”.

Il fatto che, in un caso di scomparsa, un sospettato usi la frase “spero che si rifaccia viva” è una red flag. Tra l’altro Santoleri non dice “spero che si faccia viva” ma “spero che si rifaccia viva”, nel senso che resusciti.

Ma con tutto quello che hai fatto?”, a che cosa si riferisce Simone con quel “tutto” che ripete due volte? Simone si riferisce a qualcosa che ha fatto e non a ciò che non ha fatto, come non sentire sua madre, come prova a far credere. Aggiungendo “non l’hai sentita” il Santoleri cerca di mettere una toppa a ciò che possiamo considerare un’ammissione tra le righe (embedded admission).

Simone Santoleri: “(…) siccome avevo ricevuto la chiamata dei carabinieri che mi avvisavano di questa scomparsa (…)”.

Simone inaspettatamente non dice “della scomparsa di mia madre” ma “di questa scomparsa”, usa il termine “questa” per prenderne le distanze, un termine che ci illumina sullo stato dei loro rapporti.

Simone Santoleri: “Ero qui… stavo qui chiamano… chiama il numero di telefono è un numero strano 0733 che è il prefisso di… 071 è Ancona quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche: eh che cazzo di numero è? Pronto, pronto! Buongiorno sono il maresciallo della caserma di Cingoli, mi viene Chienti, non so perché, ma invece è Cingoli, fa: Qui si è presentato un signore che ha sporto denuncia per la probabile scomparsa della signora Renata Raposelli, la conosce? E’ mia madre!”.

Nel racconto di Simone si percepisce una sottile vena di ironia che appare fuori luogo.

Incredibilmente Simone cita il Chienti, questo due settimane prima che, a pochi metri dal fiume Chienti, venisse ritrovato il cadavere della Rapposelli.

Il 1 novembre 2017 Simone Santoleri risponde ad una domanda della conduttrice di Chi l’ha visto in diretta:

Federica Sciarelli: Simone, visto che sei così disponibile, visto che sei così disponibile, come dici te, tagliamo la testa al toro, tu non hai fatto male a tua mamma?

Non solo le domande dirette sono da evitare ma lo sono in specie quelle costruite per suggerire all’intervistato una risposta negativa. 

Simone Santoleri:… “(gasp gasp) Non… allora innanzitutto sarebbe incredibile capire poi come ehm cioè… io la… la casa praticamente l’ho presa, l’ho comprata, è mia, quindi sinceramente io della pensione di papà, a me non mi interessa, quindi sono delle situazioni, sinceramente no, se vi posso assicurare per certo che ci sono delle situazioni completamente diverse cioè nel senso io ho vissuto da solo per una vita e quindi io, anzi spessissimo ho detto a papà se vuoi tornare su con mamma ti riprendi tutte le cose tue e ritorni su con mamma oppure se vuoi andare a vivere per i fatti tuoi prendi e vai io non mai costretto papà a stare qui anzi papà mi è stato mandato diciamo mi è stato portato qui perché papà viveva già per strada e quindi è stato lui a venir qui quindi…”

Simone aspetta circa 5 secondi prima di emettere suoni. Il tempo di latenza tra la fine della domanda e la prima reazione di Santoleri è abnormemente lungo ed è una prova che la domanda è sensitiva.

Simone avrebbe dovuto rispondere con un “Sì” o con un “No” e invece risponde con un “Non” seguito da frasi frammentate.

Simone Santoleri non è in grado di negare in modo credibile di aver fatto del male a sua madre, non dice “No” o “No, io non ho fatto del male a mia madre” ma si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale solo dopo 39 parole accenna un “sinceramente no”, dove l’avverbio “sinceramente” indebolisce il tentativo di negare un suo coinvolgimento nella scomparsa della madre.

Santoleri cerca ripetutamente di convincere il proprio interlocutore della bontà delle proprie affermazioni dicendo “sinceramente io della pensione di papà” e “se vi posso assicurare per certo” ma non fa che indebolirle.

A metà risposta la Sciarelli prova ad interrompere Simone ma lui continua a parlare e le due voci si sovrappongono:

Federica Sciarelli:  Quindi ti sei fatto carico di tuo papà, giusto? ti sei… ti sei fatto carico di tuo papà, sei tu che lavori, sei tu che fai tutto, che badi alla casa.

Simone Santoleri: “… per quanto riguarda fare del male a mia madre sinceramente…”

Ancora un “sinceramente” che indebolisce ciò che Simone sta dicendo. 

Simone Santoleri: “Sì, esattamente… io fare… mi è stato chiesto se mi… mi avete chiesto se ho fatto del male a mia madre, non ne avrei modo, nel senso non avrei motivo ecco, non avrei motivo in quanto ho una certa posizione adesso quindi se… quando ero ragazzo, magari con quelle insofferenze che avrei passato in precedenza, ma adesso c’ho 43 anni, quindi è molto diversa la cosa molto molto diversa vi posso assicurare e comunque ripeto e comunque, mi scusi, ripeto, volevo solo chiedere, chiarire questa a 43 anni sarà un po’ l’età, sarà la maturità maa non sono più un ragazzino, diciamo, quindi per l’amor di Dio e mamma sarà stata anche diciamo… (Simone viene inspiegabilmente nuovamente interrotto)

Il fatto che Simone non completi alcune frasi ci dice che qualcosa è stato lasciato fuori. Il Santoleri non nega in modo credibile ma cerca di convincere il suo interlocutore che oggi non “avrebbe” motivo di uccidere la madre, non che non “aveva” motivo all’epoca dei fatti. 

Con “vi posso assicurare” e “per l’amor di Dio” Santoleri continua ad indebolire le proprie affermazioni tra le quali peraltro non è presente alcuna negazione credibile. 

Simone Santoleri avrebbe potuto negare rispondendo alla Sciarelli semplicemente con un “No!” e invece si è esibito in una tirata oratoria di 133 parole senza mai negare.

Simone Santoleri: “Io veramente mi credete io ho… ho mi sono messo subito a disposizione immediatamente quindi considerate che il 16 ho avuto l’informazione dai carabinieri e lo stesso giorno sono stato subito chiamato diciamo aaa a fornire informazioni proprio a vo… a un canale rai quindi immediatamente dopo cioè praticamente mi sono subito dato ho dato subito immediatamente disposizione per questo (…) Allora io sono stato io so… io sono stato chiamato come persona informata sui fatti immediatamente come persona informata sui fatti e ho lasciato la mia deposizione in caserma Giulianova immediatamente… inoltre, inoltre io ho messo subito, ho detto subito di sì a qualunque trasmissione a qualunque canale che potesse, diciamo, darci una mano quindi non ho mai negato a nessuno la possibilità di entrare qui in casa e di chiedere informazioni”.

Santoleri prova a corazzarsi dietro ad un’infinità di avverbi nel tentativo di convincere il suo interlocutore di essere estraneo ai fatti e invece ottiene l’effetto contrario.

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L’incompetenza del PM e l’eterogenesi dei fini (giudiziari)

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Consulenti disonesti e giudici pigri concorrono nella formazione dell’errore giudiziario che è trasversale e può colpire chiunque

Stylo24, 29 gennaio 2018

di Ursula Franco

Il problema degli errori giudiziari è trasversale, non dipende dal sistema giuridico del paese in cui vengono commessi ma da un insieme di mancanze che affliggono il magistrato inquirente e che sono la sua incapacità di processare le risultanze delle indagini secondo la logica, il fatto che disconosca la casistica, la superficialità e i suoi pregiudizi nei confronti di alcune categorie di persone come possono esserlo i meridionali o i romeni. In una parola sola, ciò che conduce all’errore giudiziario è l’incompetenza del PM che però deve essere necessariamente associata alla mancanza di cultura della verità di tutti gli altri attori del sistema giustizia, giudici e consulenti forensi. In pratica, un PM incompetente da solo va poco lontano, ha bisogno di consulenti forensi disonesti che lo supportino e di Giudici “pigri”.

Gli Innocence Deniers

Non solo i PM ed i giudici commettono grossolani errori giudiziari ma quando se ne accorgono sono incapaci di riconoscere di essersi sbagliati e lasciano che un innocente e la sua famiglia continuino a soffrire per causa loro. Gli americani chiamano questi magistrati che ostacolano la giustizia “Innocence Deniers” ovvero “coloro che negano l’innocenza”.

Il fine ultimo del lavoro del PM non dovrebbe essere quello di far condannare qualcuno ma cercare la verità e ottenere giustizia. I magistrati sono al servizio dei cittadini e hanno il dovere di perseguire un colpevole ma anche quello di impedire che un innocente abbia la vita distrutta a causa di una interminabile indagine o per una condanna sbagliata.

Alcuni PM sono così “affezionati” al proprio errato convincimento che, anche quando le indagini dimostrano che la cosiddetta vittima in realtà non è stata vittima di un omicidio ma è morta in seguito ad un incidente o ad un suicidio, continuano a negare l’evidenza e si rifiutano di dismettere il caso, o, quando vengono raccolte prove a carico di un soggetto diverso da quello preso di mira, si rifiutano di perseguire il vero colpevole del reato.

Il costo degli errori giudiziari per lo Stato italiano

Gli errori dei magistrati non solo pesano sulle vite di soggetti innocenti e sulle loro famiglie ma hanno un costo economico per i contribuenti non indifferente. Dal 1991 al 2012 lo Stato italiano ha sborsato circa 576 milioni di euro di risarcimenti alle vittime della malagiustizia, a questi milioni vanno aggiunte le centinaia di migliaia di euro di stipendi versati ai magistrati incompetenti e i milioni di euro dispersi in indagini inutili al solo scopo di foraggiare il carrozzone che circonda le procure, consulenti e strutture addette alle analisi forensi.

Marlene Postell Johnson released a statement after she was sentenced to life in prison: analysis

Marlene Postell Johnson

Marlene Postell Johnson, 66, was convicted of first-degree murder on January 24, 2018 in Salisbury, North Carolina. She was sentenced to life for stabbing to the death 62-year-old Shirley Goodnight Pierce, her husband’s secretary on July 2013. She had a prior conviction for assaulting Goodnight Pierce in 2011. Investigators found blood DNA at the crime scene that matched the victim and Marlene Postell Johnson.

Shirley Goodnight Pierce

Here the analysis of a short conversation between Judge Stuart Albright and Marlene Postell Johnson:

Judge Stuart Albright: Ma’am, you will die in prison. That is my order!

Marlene Postell Johnson: I disagree with the decision. I am innocent. I was never there. I would not hurt anybody. I would not have killed Shirley Pierce.

Marlene Stuart Johnson didn’t issue a reliable denial.

A reliable denial has 3 components:

1.  the pronoun “I”
2.  past tense verb “did not” or “didn’t”
3.  accusation answered 

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.  

“I did not kill her” followed by “I told the truth”, while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

In this case, we look for Mrs Johnson to say “I didn’t kill her” or “I didn’t kill Shirley Pierce” using the pronoun, “I”, the past tense “didn’t” or “did not” and add in the specific accusation.

She doesn’t deny the action of killing, she just “disagree with the yury’s decision”. 

“I am innocent” is not a reliable denial.

To say, “I am innocent” is to deny the judicial outcome, not the action.  An innocent de facto is someone who did not “do it” and is able to say “I didn’t do it” and eventually to add in the judicial conclusion. 

“I was never there” is not a reliable denial and is different from “I wasn’t there the day of the murder”.  The word “never” is not a substitute for “no”. “Never” is often used by liars to avoid a specific time frame, thus it is unreliable.

“I would never hurt anybody” is not a reliable denial either. She substitutes “kill” with the softer “hurt” violating component three of a reliable denial and she substitutes “I didn’t” to “I would never” violating component two of a reliable denial. 

She used twice the word “never” in few words. “Never” seeks vagueness and is unreliable as this was a single specific event. “Never” is, itself, sensitive, it becomes even weaker as it combines with the need to persuade that we find in her few words. 

“I would not have killed Shirley Pierce” is not a reliable denial either, because she says “I would not have” instead of “I didn’t” violating component two of a reliable denial. She “would not have killed Shirley Pierce” now, because she has been caught.

Judge Stuart Albright: The DNA squarely contradicts everything that you just said!

She didn’t issue at any time in her statement a denial of the action, that’s why the Judge was wrong when he said that DNA contradicts her words.

She didn’t deny the killing and showed a need to persuade due to the absence of the “Wall of truth”, an impenetrable psychological barrier that commonly leads an innocent de facto to few words as an innocent who “didn’t do it” has no need to convince anyone of anything.

Ursula Franco, MD and Criminologist

The murder of Blaze Bernstein: motive

Blaze Bernstein

Blaze Bernstein, 19, was a pre-med student at the University of Pennsylvania, on January 2, 2018 he disappeared in Orange County, California where he was visiting his parents during a holiday break. A week later, Bernstein’s body was found in a shallow grave in Borrego Park, in Lake Forest, Los Angeles, not far from his parents’ home. Bernstein had been stabbed more than 20 times.

Borrego Park, Lake Forest, Los Angeles, California

Samuel Lincoln Woodward, 20, a friend from high school had picked up Blaze Bernstein from his parents’ house in Lake Forest on January 2, 2018, around 11.00 p.m.

Samuel Lincoln  Woodward

During an interview with the police, Woodward appeared nervous (breathing heavy, talking fast and visibly shaking) had scratched hands and dirt under the fingernails on both hands, avoided touching doors with his hands and told investigators that Bernstein tried to kiss him on the lips on the night he went missing and that he shoved him away, dropped him off his car in Borrego Park and went to meet his girlfriend but he could remember neither the name nor address of the girl.

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Samuel Lincoln Woodward, was arrested few days after Bernstein’s body was found and charged with one felony count of murder with a sentence enhancement for using a knife. Prosecutors revealed that Woodward changed his appearance dyeing his hair from blond to black after Bernstein disappeared, returned to the scene of the crime while under police surveillance and washed his car.

Samuel Lincoln Woodward and Blaze Bernstein had a previous sexual contact. In June 2017, Blaze wrote to two of his female friends that Samuel made him promise to keep it a secret: ”he made me promise not to tell anyone… but I have texted every one, uh oh.”

This is an indication that Woodward too is attracted by male but he struggles to accept his own impulses and desires.

This is a case of “internalized homophobia” in a sociopath.

“Internalized homophobia” is an issue that affects most of the LGBTQ individuals as a result of the social stigma that surrounds them.

“Self-hatred” leads to verbal or physical abuse within friendships and romantic relationships and is also a powerful motive in homicide between homosexuals due to a desire of secrecy, internal struggle of self denial and shame about homosexual experiences.

Samuel Lincoln Woodward stabbed to death Blaze Bernstein because Blaze uncovered their intercourse and put him in front of his homosexuality.

This not a “hate crime” but a case of “self hate crime”.

During the interview with the detectives, Woodward had the need to persuade them that he is heterosexual, he told the investigators that he refused Blaze’s advances and that he has a girlfriend but he was unable to provide her name and her address.

Omar Mateen, a 29-year-old security guard, on June 11, 2016, killed 49 people at the gay nightclub Pulse in Orlando, Florida for the same motive: he hated himself for being homosexual and turned his internal conflicts outward.

Both Woodward and Mateen turned their “internalized homophobia” or “self hate” outward towards others.

Gay serial killers often murder other homosexuals to try to overcome their own sexual desires.

Ursula Franco, MD and criminologist

Caso Maria Ungureanu: Arrestate i genitori!

“Arrestate i genitori!”, lo gridano a gran voce gli italiani dopo le rivelazioni di Federica Sciarelli. Sono ben nove i giudici che hanno invitato la Procura di Benevento ad aprire gli occhi sul padre della piccola Maria che prima di morire aveva subito un’ultima violenza proprio mentre si trovava in casa.

Le Cronache Lucane, 18 gennaio 2018

Marius Ungureanu è difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo, dalla criminologa Roberta Bruzzone e dalla genetista Marina Baldi.

Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco che collabora alla difesa dei fratelli Daniel Petru e Cristina Ciocan con gli avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo, una difesa che, in questo anno e mezzo, ha mietuto un successo dopo l’altro.

Dottoressa, finalmente la verità è emersa, diciamo anche grazie al programma televisivo Chi l’ha visto, la difesa che cosa si aspetta?

La difesa si aspetta che la Procura di Benevento faccia ciò che non ha fatto nel luglio 2016, ovvero che emetta una Richiesta per l’applicazione della misura cautelare carceraria per il reato di violenza sessuale per Marius Ungureanu e che agisca nei confronti di Andrea Elena Ungureanu in merito al reato di Concorso omissivo in violenza sessuale. La madre della bambina, nonostante fosse a conoscenza del fatto che era suo marito Marius ad abusare di sua figlia, per salvarlo, ha calunniato da subito il povero Daniel attribuendogli le violenze.

Dottoressa, quando è avvenuto il “cortocircuito nelle indagini” di cui lei ha recentemente parlato?

Il “cortocircuito” è avvenuto nel momento in cui i RIS hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu da una maglietta in uso esclusivo alla piccola Maria e dalla copertina del suo lettino e la Procura, invece di richiedere l’arresto di Marius, ha richiesto quello di due soggetti estranei ai fatti. La difesa è curiosa di sapere perché, appurato che gli stessi operatori dei RIS, di Roma che hanno esaminato i reperti ed isolato lo sperma, si sono occupati del sequestro di maglietta e copertina a casa degli Ungureanu e hanno fatto firmare a Marius Ungureanu un verbale nel quale l’uomo dichiarava che tutto ciò che i RIS avevano sequestrato apparteneva a Maria, ad un mese dai fatti, avendo la soluzione in mano, non si è proceduto all’arresto di Marius Ungureanu. Lei capisce che, in un’indagine per violenza sessuale, l’aver ignorato un dato così rilevante come la presenza dello sperma del padre su un indumento in uso esclusivo a Maria, ha ritardato il raggiungimento della verità, lasciando libero un soggetto capace di reiterare, ma soprattutto questo grossolano errore della Procura ha distrutto la vita di due ragazzi estranei ai fatti.

Dottoressa, resta da chiarire la dinamica della morte della piccola Maria.

La dinamica è chiara: Maria con un’amica, di cui sappiamo nome e cognome, e con la quale aveva appuntamento dal giorno precedente per quella sera, si intrufolò di nascosto nel giardino del ristorante per fare il bagno ed affogò. L’amica fuggì perché temette di dover rispondere delle conseguenze di un suo comportamento sopra le righe sia ai propri genitori che alle autorità. Sono passati quasi due anni, la ragazzina è ora maggiorenne, credo che sia venuto il momento che la Procura la interroghi come si deve in merito ai suoi movimenti della sera del 19 giugno 2016, solo così potrà risolvere definitivamente questo caso.

Analisi di un’intervista rilasciata da Raffaele Sollecito al giornale britannico “The Mirror”

Raffaele Sollecito

Il giornalista Valerio Lo Muzio ha intervistato Raffaele Sollecito per il giornale britannico The Mirror.

Giornalista: Ogni tanto ci pensi a Meredith?

Raffaele Sollecito: Ho una sorta di distacco nei confronti di questo caso perché non ho vissuto quella casa, non ho vissuto quelle ragazze, ho vissuto solo Amanda cinque giorni. Mi dispiace perché è una ragazza di vent’anni che è morta in quella maniera barbara, ovviamente per me è assurdo ed è inconcepibile, ma io non ho visto nemmeno il corpo, quindi, quando penso a lei mi dispiace tantissimo per la sua famiglia, ma non riesco a immedesimarmi più di tanto perché non la conoscevo.

Sollecito non dice di non aver incontrato o conosciuto Meredith, oltre a non nominarla, dice semplicemente di non aver “vissuto quella casa” e “quelle ragazze”, relegando le ragazze al secondo posto dopo la casa e mettendo la Kercher nel gruppo per prenderne le distanze. Descrive l’omicidio come un atto barbaro, come un fatto assurdo e inconcepibile e poi riferisce al giornalista di non aver neanche visto il “corpo”. Sollecito non dice di non aver incontrato Meredith quella sera o di non averla accoltellata o uccisa, ma semplicemente di non aver visto il “corpo”. Un “corpo” è un cadavere. La Kercher è morta in seguito ad una insufficienza cardiorespiratoria acuta dovuta all’emorragia seguita al triplice accoltellamento, non è morta nell’immediatezza del ferimento e sappiamo che l’unico componente del gruppo che uccise Meredith e che si trattenne sulla scena criminis fu Rudy Guede, pertanto, se anche Sollecito fosse stato presente ed attivo durante l’accoltellamento, non avrebbe comunque visto il “corpo/cadavere” della ragazza. “Corpo” che Amanda e Raffaele non videro neanche la mattina del 2 novembre 2007 quando Luca Altieri e gli agenti della polizia postale decisero, intorno alle 13.15, di abbattere la porta della camera della Kercher e la venne rinvennero morta.

Amanda Knox, la sera stessa della scoperta del cadavere, riferì alle amiche inglesi di Meredith che il cadavere si trovava davanti all’armadio, coperto dalla trapunta, con un piede fuori e la gola tagliata, il sangue dappertutto. La stessa affermò durante gli interrogatori dei giorni seguenti di non aver visto la camera al momento dell’apertura della porta ed i testimoni confermarono che sia lei che Sollecito non potevano vedere all’interno della camera, palcoscenico del delitto, in quanto si trovavano in cucina. In una email, Amanda scrisse, ad amici e parenti, di essere stata in cucina al momento della scoperta del cadavere e di essere stata trascinata fuori dalla casa da Raffaele subito dopo.

Tali testimonianze provano come la Knox non potesse che avere informazioni sulla scena criminis per una precedente conoscenza diretta, per essere stata protagonista dell’evento delittuoso.

Ancora, il 2 novembre Amanda rispose ad un’amica della vittima che diceva di sperare che Meredith non avesse sofferto con un: ‘What do you think? They cut her throat.. she fucking bled to death!*’. Come poteva la Knox conoscere la causa della morte della Kercher due giorni prima dell’autopsia se non per aver partecipato all’omicidio?

*”Che credi? Le hanno tagliato la gola… E’ morta dissanguata!”

Raffaele Sollecito: Nel carcere ho vissuto momenti veramente bui, resistevo perché avevo… desiderio di verità. Le spese che sono… che abbiamo affrontato a livello familiare in questa vicenda sono state estremamente ingenti, abbiamo dovuto vendere due appartamenti di famiglia e ci siamo indebitati per quasi 400 mila euro. Cioè mi tengono incarcerato nei debiti, incarcerato in una società che non mi lascia vivere serenamente, devo dare giustificazione a tutto e a tutti perché ci sono ancora dei dubbi su di me, no, che dubbi?. Non ci sono dubbi sulla mia innocenza.

Sollecito è “innocente de iure” perché è stato assolto ma non possiamo non notare che ancora una volta non è capace di negare di aver ucciso Meredith. Sollecito non dice: “Io non ho ucciso Meredith Kercher” o “Io non ho accoltellato Meredith Kercher”, egli parla semplicemente di “innocenza”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”.

Raffaele Sollecito: Dove io ho passato 10 anni di…. di tragedia, ho passato 4 anni in carcere, tre mesi… sei mesi in isolamento, tre anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza e sicuramente oggi come oggi non mi sento decisamente totalmente libero ma mi sento ingabbiato in una sorta di arresti domiciliari, c’è questa società che è rimasta purtroppo con un’idea molto negativa di me.

Raffaele Sollecito: Sono andato a fare la spesa, ci sono state due ragazze che si sono avvicinate: “Ah, ma sei tu!” e una delle due ha detto: “Ah, ma che storia di merda!”.

Giornalista: Hai mai pensato di trasferirti di lasciare l’Italia?

Raffaele Sollecito: Dovrei scappare da qualcosa? Mi devo vergognare di qualcosa che devo andare via?

Interessante risposta, una risposta evasiva perché composta da due domande che in ogni caso contengono informazioni che fanno riflettere.

Giornalista: Sei fidanzato oppure anche lì c’è un problema?

Raffaele Sollecito: Ho vissuto periodi in cui si avvicinavano persone che mi vedevano come… erano affascinate dalla mia aura nera. La brava ragazza è quasi inorridita o spaventata da me (…) perché io mi frequento con una ragazza, quando doveva dirlo a casa (…) ma c’erano sempre qualche componente della famiglia che diceva: Oddio, ma sarà veramente com’è?. Io sono preoccupato… preoccupata! Insomma, si creavano questo tipo di ehm… di problematiche. Vorrei ricominciare la mia vita normalmente come qualsiasi cittadino.

Raffaele si dipinge nel ruolo di vittima, in realtà sono pubblici i suoi odiosi commenti postati su un gruppo di Facebook dove si divertiva a vestire gli abiti del “maestro del crimine impunito”, commenti a dir poco insolenti e dissacranti che hanno rivelato una totale mancanza di empatia nei confronti della famiglia di Meredith Kercher, poco rispetto nei confronti di Amanda Knox e soprattutto l’incapacità di Sollecito di difendersi dalle dinamiche di gruppo. Il gruppo deresponsabilizza e conduce alcuni soggetti a fare colossali sciocchezze. Chi ha sofferto sulla propria pelle d’innocente l’infamia di un’accusa tanto grave come quella di aver ucciso qualcuno, di solito evita di apparire su Facebook come un assassino che l’ha fatta franca; un innocente desidera che i sospetti su di lui scompaiano e non fa nulla per alimentarli ma soprattutto, se è lui a divertirsi sulla propria “aura nera” non può poi lamentarsi delle reazioni altrui. 

I post da Raffaele Sollecito pubblicati su Facebook non lasciano trasparire un suo desiderio di essere ritenuto innocente dalle “persone” ma mirano all’esatto contrario. 

Ad una ragazza che gli ha scritto: “Ti vedo pallido, non stai andando al mare?”, Sollecito ha risposto: “Eh, vedo tanta gente impallidire, sarà che suscito candore”. Raffaele non può che riferirsi al pallore/candore indotto da un dissanguamento, solo casualmente la causa di morte della povera Kercher?

Raffaele Sollecito ha poi scritto: “Oscar James morirai presto”.

A Giulia che gli ha scritto: “Non essere crudele mentre mi uccidi che sono piuttosto sensibile”, Sollecito ha risposto: “sarò gentile e indolore”.

Raffaele Sollecito, dopo tutto quello che ha passato, secondo i giudici della cassazione, da innocente, si diletta a vestire il ruolo dell’assassino nei gruppi di Facebook, non solo non nega di essere capace di uccidere ma ne descrive pure le modalità.

Sollecito ha pubblicato anche una barzelletta home made e l’ha associata all’emoticon ‘feeling annoyed’: “Quando vado in un negozio di pentole e chiedo: “Avreste un set in rame?” Ed il commesso ti guarda, ci pensa qualche secondo e fa: “Per i set di coltelli dovresti rivolgerti al negozio a fianco”. 

In un gruppo, un membro gli ha chiesto: “Posso farti una domanda?” e lui ha risposto: “Se si tratta di neri chiedi a Falanga, se si tratta di Amanda chiedi al 118, per il resto dimmi pure”.

A Denis che gli ha scritto: “Maestro mi impari come cancellare le tracce dopo un delitto che ho un paio di questioni da risolvere?”Sollecito ha risposto: “Semplice. Ci caghi sopra e nessuno si avvicina!”. 

Il 5 dicembre 2015, Raffaele ha pubblicato una sua foto a tavola di fronte ad un piatto di carne arrosto e l’ha accompagnata con la frase: “Cena con gli ex colleghi… purtroppo sono finiti nel piatto”, lasciando intendere di averli uccisi. Un membro del gruppo ha replicato: “Gli occhi di chi ne ha viste tante, il coltello di chi le ha affettate tutte” e lui ha scritto: “Dai questa è forte”, seguita da tre faccette sorridenti con le lacrime agli occhi. Un altro membro ha commentato: “Dal colore della carne direi che è Rudy” e Raffaele: “Ahahah questa è simpatica!”, non negando, tra l’altro che Rudy fosse un ex collega.