Un mio intervento in un documentario americano sull’omicidio di Kathleen Hunt Atwater Peterson

Uno stralcio del mio intervento all’interno di The Missing Pieces: The Staircase, un documentario sull’omicidio di Kathleen Hunt Atwater Peterson di cui ho scritto su questo blog, il regista è Philip Tatler IV.

 

I miei articoli sul caso:

Michael Peterson’s 911 call

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Michael Iver Peterson: a pathological liar and a murderer

Omicidio Marta Russo: analisi di alcune dichiarazioni di Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone

Ferraro e Scattone

Poche ore dopo la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise di Roma il primo giugno 1999, Salvatore Ferraro (Locri, 24 gennaio 1967), condannato per favoreggiamento, e Giovanni Scattone (Roma, 7 febbraio 1968), condannato per omicidio colposo, hanno rilasciato un’intervista al giornalista Francesco Giorgino:

Francesco Giorgino: Scattone, alcune ore fa la sentenza, una condanna a 7 anni per omicidio colposo (…)

Giovanni Scattone: E’ una sentenza che mi ha lasciato molto amareggiato e non me l’aspettavo assolutamente, ero convinto che sarei stato assolto fin dal primo grado e sono… rimango comunque convinto che sarò assolto al termine dell’intero procedimento. Io non ho commessoo… questo omicidio, né colposo, né doloso, né nient’altro e, se avessi commesso un omicidio colposo, lo dicevo subito e non mi facevo un anno e mezzo di carcere che… mmm… sembra che me lo so’ fatto per sport questo anno e mezzo di carcere, lo dicevo immediatamente, anche perché è la prima cosa che mi è stata proposta quando sono stato arrestato.

“Sono basito, incredulo, io non ho ucciso Marta Russo, gli inquirenti ed i giudici hanno commesso un errore grossolano” più o meno questa è la risposta che ci saremmo aspettati da Scattone. 

Se Scattone non avesse commesso l’omicidio, avrebbe potuto negare di aver ucciso Marta Russo limitandosi a proferire meno di una ventina di parole e invece ha mostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità” che è un’impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole che non lasciano dubbi, perché coloro che sono estranei ai fatti a loro contestati non hanno bisogno di convincere nessuno. Scattone, invece, poiché è privo della protezione del “muro della verità”, ha fatto ricorso ad una lunga tirata oratoria finalizzata alla persuasione del suo interlocutore.

Quando Scattone ha detto “Io non ho commessoo… questo omicidio, né colposo, né doloso, né nient’altro”, ha negato non senza difficoltà e ha mostrato vicinanza all’omicidio con l’aggettivo “questo”. Scattone avrebbe potuto negare prendendo le distanze dall’omicidio dicendo, ad esempio “io non ho commesso l’omicidio”.

Giorgino avrebbe dovuto chiedergli: “Perché dovrei crederle?”, posto che chi è capace di mentire una volta non è capace di riferirsi alla propria menzogna dicendo: “Perché dico la verità!” (No man can lie twice).

Salvatore Ferraro: Il disgusto ee… cresce perché quello che è successo durante questo processo, in questo processo e con questa decisione, mi lascia molto interdetto, mi spaventa, anzi.

Anche da Ferraro ci saremmo aspettati una negazione credibile del tipo: “Io non ho coperto Giovanni Scattone, Scattone non ha ucciso Marta Russo, gli inquirenti ed i giudici hanno commesso un errore grossolano” e invece Ferraro non ha negato ma si è limitato a riferire alcune sensazioni, un subdolo tentativo di muovere a compassione.

Francesco Giorgino: Senta Scattone cosa ha provato nel momento in cui il presidente della Corte Amato ha letto il dispositivo della sentenza?

Giovanni Scattone: Molta tristezza perché io mi aspettavo che… che la Corte non… non si facesse influenzare dall’atteggiamento pervicace e ostinato della procura che fino all’ultimo ha voluto fortemente la nostra condanna, non si capisce su quali basi concrete.

Anche in questo caso Scattone non ha negato in modo credibile di aver ucciso la Russo ma con la frase “non si capisce su quali basi concrete” ci ha lasciato intendere che semplicemente, secondo lui, la procura non aveva le prove per condannarli.

Francesco Giorgino: Lei Ferraro ha fiducia nella giustizia italiana?

Salvatore Ferraro: Ma io sono spaventato dalla giustizia italiana.

Francesco Giorgino: Perché?

Giorgino ha chiesto al Ferraro il perché si dica spaventato dalla giustizia, una domanda giusta posto che Ferraro è abituato a non essere chiaro quando parla. 

Salvatore Ferraro: Eh perché questo processo mii… mi porta ad essere spaventato da questa giustizia.

Ferraro, poiché è abituato a manipolare i suoi interlocutori e poi a lasciarli liberi di esprimersi per lui, non è riuscito a rispondere in modo sensato. 

Ferraro si è detto genericamente “spaventato da questa giustizia” ma non è riuscito a dire “Sono spaventato perché io non ho commesso il reato per il quale sono stato condannato”.

Ferraro ha imparato a manipolare chi non sa ascoltare, ha imparato a imboccare, ha imparato a parlare in modo che le sue parole vengano interpretate dai suoi ingenui interlocutori a suo favore. 

Francesco Giorgino: Lei crede alla teoria del complotto da parte degli inquirenti?

Salvatore Ferraro: No, assolutamente no. Fa parte un po’, forse, della metodologia degli inquirenti cominciare con dei teoremi o con… con dei sospetti ed oggii io e Giovanni entriamo di diritto in quel club in cui ci sta Girolimoni dove ci sta Rapotez, dove ci sta Virgilio, dove ci sta Zarrelli, dove ci sta Enzo Tortora, da errore investigativo, oggi siamo un errore giudiziario eee co… lo dico con l’amarezza, la rabbia e il disgusto che è giusto provare quando si sa di essere innocenti e si viene condannati.

Come sua abitudine, Ferraro si è esibito in una tirata oratoria, è andato fuori tema per tentare di portare il punto a casa e ha sfruttato la domanda di Giorgino per equipararsi, senza vergogna, a Gino Girolimoni, Luciano Rapotez, Pasquale Virgilio, Domenico Zarrelli ed Enzo Tortora. Ferraro è un manipolatore, un egocentrico ed è privo di empatia. 

Con la frase “lo dico con l’amarezza, la rabbia e il disgusto che è giusto provare quando si sa di essere innocenti e si viene condannati”, Ferraro racconta sentimenti che è incapace di provare e che, secondo lui, un soggetto innocente condannato ingiustamente è “giusto” che provi. E’ un classico che i soggetti privi di empatia copino i sentimenti di cui sono privi dai soggetti empatici che li circondano.

Francesco Giorgino: I genitori di Marta Russo sono convinti della vostra colpevolezza.

Giovanni Scattone: Sì, bhè, di non accontentarsi di questa, che è una verità di comodo, e non è la verità vera.

Scattone fa riferimento alla verità non alla giustizia, si aggrappa al fatto che la verità dei fatti è diversa da quella processuale.

Francesco Giorgino: Scattone, secondo lei perché la Alletto ha, con determinazione, chiamato in causa sia lei che Ferraro?

Giovanni Scattone: Perché a quel punto aveva fatto delle dichiarazioni che non poteva ritrattare perché le conseguenze per lei sarebbero state pesantissime, sia in termini di perdere la faccia di fronte a tutta l’Italia, sia in termini proprio di condanna penale.

Giovanni Scattone sembra parlare per sé, sembra dirci il perché non abbia confessato l’omicidio colposo.

Francesco Giorgino: Subito dopo la sentenza cosa vi siete detti?

Giovanni Scattone: Io sono rimasto in silenzio, lui imprecava.

Francesco Giorgino: Che cosa impr…

Salvatore Ferraro: Frasi non riproducibili perché, diciamo, prendevano in considerazione un po’ tutto il paese.

Ferraro non prova vergogna.

Francesco Giorgino: Ce ne dia solo un assaggio.

Salvatore Ferraro: No, no, siamo in prima serata, non possiamo.

Ferraro, nonostante il peso della condanna, ha la premura di non dire parolacce in prima serata. Ferraro recita la parte del bravo ragazzo a favore delle telecamere, per lui questa intervista rappresenta la prima udienza del processo d’appello mediatico.In ogni caso solo un “cattivo ragazzo” ha la necessità di rappresentarsi come un “bravo ragazzo”.

Il 9 giugno 1999, 8 giorni dopo la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise di Roma, Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone sono stati ospiti di Porta a Porta:

Salvatore Ferraro: Ma ioo sono convinto di una cosa che questa ragazza… oggi ha bisogno di giustizia e di verità, questo io ho detto durante il processo, l’accuse che si… che ci hanno rivolto a me e a Giovanni non portano a questa verità, la sentenza… che… la Corte… ha emesso una settimana fa purtroppo non ha portato alla verità…

Ferraro, dall’alto dei suoi solidi principi morali (ahinoi), ha detto “questa ragazza… oggi ha bisogno di giustizia e di verità” ma poi dicendo “la sentenza… che… la Corte… ha emesso una settimana fa purtroppo non ha portato alla verità…” ha dimenticato di esprimersi sulla giustizia, che evidentemente è stata fatta.

Bruno Vespa: Voi siete uomini di legge.

Salvatore Ferraro: Sì, no, no, prima di tutto siamo uomini, abbiamo il dovere…

Ferraro è uno che straparla, è uno che si esibisce in sermoni moralistici nell’errata convinzione di essere più furbo degli altri.

Da notare la frase “prima di tutto siamo uomini, abbiamo il dovere…”… una frase che fa accapponare la pelle. Ferraro, a torto, è convinto di essere capace di manipolare il suo prossimo. 

Bruno Vespa: (…) una condanna c’è stata (…)

Salvatore Ferraro:… sto parlando di verità, sto parlando di verità e quello che ho sempre detto è che… noi dobbiamo difendere la nostra innocenza per dare…aprire uno spiraglio alla verità e dare giustizia a Marta…

Ferraro dicendo “noi dobbiamo difendere la nostra innocenza per dare…aprire uno spiraglio alla verità e dare giustizia a Marta…”, mostra una mancanza di senso di colpa e di empatia agghiaccianti.

Bruno Vespa: Però lei me lo dice (…) però anche lei non ha manifestato alcun tipo di partecipazione al dramma di questa ragazza (…) ma insomma quella ragazza che c’entrava?

Salvatore Ferraro: Appunto, questo sto dicendo, io sto dicendo semplicemente che purtroppo a noi è capitata questa incriminazione terribile, essere considerati gli assassini di Marta Russo, la nostra… la nostra lotta, la nostra… la nostra funzione era quella di cercare in tutti i modi di arrivare alla verità difendendo la nostra innocenza, per difendere l’innocenza durante un processo terribile come quello a cui siamo stati sottoposti ci obbligava anche ad un controllo, a mantenere la calma, a mantenere la lucidità, ad andare fino in fondo, a cercare in tutti i modi di difendere la nostra innocenza.

Bruno Vespa: Lei mi sta dicendo che non avrebbe potuto difendere la sua innocenza scrivendo una lettera?

Salvatore Ferraro: Io sto dicendo semplicemente che io sono stato accusato ingiustamente di questo delitto e qualsiasi parola poteva anche essere utilizzata e strumentalizzata, come è accaduto anche durante il processo, io rivolgendomi al padre di Marta Russo durante il processo me ne uscì con questa espressione: “Lei un giorno forse mi ringrazierà”.

Bruno Vespa: (…) voi, in questi due anni, non siete stati capaci di mettere in piedi un alibi credibile un alibi sostenuto da qualcuno, lei dottore (Scattone) ha detto che stava a villa Mirafiori (…) ma non c’è stato nessuno che ha potuto confermarlo.

Giovanni Scattone: C’è stato un professore che sostanzialmente ha confermato che io so’ andato lì, non ricordava l’orario, non ricordava l’orario (…) ma secondo me, c’è… c’è un problema di fondo e cioè che io non avendo fatto nulla, non mi sono mai preoccupato di… di fare mente locale su cosa avessi fatto il 9 maggio, per cui io ho dovuto ricostruire a posteriori, addirittura ho dovuto ricostruire dopo che ero stato arrestato e questo è di fatto praticamente impossibile, anzi troppo siamo riusciti con gli avvocati a ricostruire tutte le cose che avevo fatto.

Scattone non riesce a dire “C’è stato un professore che ha confermato che io ero lì a colloquio con lui nel momento in cui Marta veniva uccisa” ma afferma “C’è stato un professore che sostanzialmente ha confermato che io so’ andato lì, non ricordava l’orario” mostrandosi poco convinto per l’uso dell’avverbio “sostanzialmente” e per la frase “non ricordava l’orario”.

Bruno Vespa: Lei quando sostiene di aver saputo la notizia della morte di Marta Russo?

Giovanni Scattone: L’ho saputo… che c’era stata una ragazza ferita all’università, soltanto nel pomeriggio, l’ho saputo, quando ero all’università però avevo visto che c’era la polizia.

Bruno Vespa: Dottor Ferraro anche per lei c’è un buco telefonico.

Salvatore Ferraro: Sì, c’è un problema telefonico, bhè io voglio prima di tutto ricordare che fui ascoltato dalla polizia 15 giorni dopo il 9 maggio, sfido chiunque a ricordare ee a ricordare cosa ho… cosa ho fatto… ecco io non potevo ricordare con precisione se non ricordare quello che…

Ferraro mostra di essere in difficoltà, la sua difesa non è credibile, “15 giorni dopo il 9 maggio” la polizia gli ha chiesto che cosa avesse fatto il giorno del ferimento di Marta Russo, non poteva non ricordarselo, era accaduto un fatto inusuale proprio nei pressi del suo Istituto e solo di quello si parlava all’Università dal quel giorno, tutti coloro che frequentavano l’Istituto di Filosofia del Diritto si saranno chiesti dove fossero nel momento in cui Marta veniva ferita. 

Bruno Vespa: Voi vi siete rassegnati al fatto di non avere alibi (…)?

Salvatore Ferraro: No, io ho dato il mio contribiu… contributo durante le indagini, ricordavo di essere stato a casa, di aver studiato quel giorno, di aver incontrato Marianna Marcucci ee ma erano poche cose che potevo ricordare perché una giornata è difficile da ricordare. Voglio dire, anche in questo caso, allacciandomi a quello che ha detto Giovanni Scattone prima, ee se avessi compiuto il delitto avrei avuto tutto il tempo a disposizione per costruire un alibi veramente decente.

Quando Ferraro afferma “ricordavo di essere stato a casa, di aver studiato quel giorno, di aver incontrato Marianna Marcucci ee ma erano poche cose che potevo ricordare” ci sta dicendo che le cose che ricordava “di essere stato a casa, di aver studiato (…), di aver incontrato Marianna Marcucci” erano poche rispetto a ciò che aveva fatto quel giorno. 

Quando Ferraro dice “ee se avessi compiuto il delitto avrei avuto tutto il tempo a disposizione per costruire un alibi veramente decente”, o pensa di darla a bere a degli idioti o si manifesta come un ingenuo fornito di un’intelligenza inferiore alla media; nessuno può trovarsi in due posti diversi nello stesso momento, non ci si può costruire un alibi e inoltre non esistono gradi diversi di alibi, ovvero che non esistono un “alibi” ed un “alibi veramente decente”.

In realtà Salvatore Ferraro, proprio perché fu interrogato dopo 15 giorni in relazione ai suoi movimenti del giorno del ferimento della Russo, ha sperato di poterla fare franca raccontando fatti occorsi nei giorni precedenti al 9 maggio come se fossero accaduti quel giorno. In due occasioni, riguardo a quel giorno ha dichiarato:

“Lo ripeto, quel terribile giorno in cui Marta Russo fu ferita mortalmente, per me è stata una giornata normale perchè ero a casa a studiare, ero davanti a un libro arancione di linguistica. Con me c’era mia sorella. Poi ricevetti alcune telefonate e verso le 11.45 ricevetti anche la visita di Marianna Marcucci. Me lo ricordo perchè parlammo della cena per il compleanno di sua sorella ( …)”.

“Quel 9 maggio, per me, fu una giornata incredibilmente normale, di routine (…) Ero a casa a studiare, dopo le prime pratiche mattutine mi sono messo davanti a un libro, di colore arancione, era un libro di linguistica (…) C’era anche mia sorella (…)”.

In entrambi i casi Ferraro ha descritto la giornata del 9 maggio come “normale” e “incredibilmente normale, di routine”, l’uso del termine “normale” è un segnale linguistico detto “Normal Factor” che ci indica che quella fu una giornata tutt’altro che normale per lui.

Francesco Giorgino: Perché prima ha detto di aver ricevuto la telefonata della Marcucci e poi su indicazione della stessa Marcucci ha sposato la tesi dell’incontro di persona intorno all’ora del delitto?

Salvatore Ferraro: Sì, esatto, esatto, Marianna Marcucci era un’amica che mi telefonava circa 30-35 volte al giorno la mattina, infatti l’8 maggio mi chiama circa 18 volte la mattina, tra le 8 e mezza e le 12 e 30, io probabilmente arrivai in procura con questo ricordo preciso di un bombardamento di telefonate fatte da questa amica (…).

Ferraro non è convinto di ciò che dice, lo prova l’uso dell’avverbio “probabilmente”.

Giovanni Scattone: Ma io credo che sia proprio l’impostazione dell’indagine che a un certo punto ha imboccato una pista sbagliata, quindi non credo… cioè io penso che l’unica cosa che il processo d’appello potrà fare è assolvere noi, non scoprire la verità. Io credo che per scoprire la verità occorre indagare su un’altra pista, questa però è una mia opinione.

Se Scattone non avesse commesso l’omicidio non aggiungerebbe “Io credo” e “questa però è una mia opinione” a “per scoprire la verità occorre indagare su un’altra pista”.  

Salvatore Ferraro: No, io mi auguro che venga ancora prima del processo d’appello, venga fuori la verità e cioè che si trovi il vero responsabile dell’omicidio di Marta Russo.

Ferraro mostra di credere che esistano gradi diversi di responsabilità ovvero ritiene che possa esistere un “responsabile” e un “vero responsabile dell’omicidio di Marta Russo”.

Bruno Vespa: Posso chiederle se lei in carcere ha mai pensato a Marta Russo?

Giovanni Scattone:… Sì, bhè, quotidianamente, era inevitabile.

Scattone prende tempo prima di rispondere.

Bruno Vespa: Lei?

Salvatore Ferraro: Ma io più che altro avvertivo questa sensazione terribile di essere considerato l’assassino di Marta Russo, questa era la cosa più sconvolgente, io non pensavo… “guarda”- dicevo- “mi stanno considerando il suo assassino”, era la cosa che mi rendeva… che mi spaventava di più… che mi terrorizzava… che mi addolorava di più.

Ferraro è evasivo, non risponde alla domanda ma, come al solito, coglie l’occasione per parlare di sé e per precisare che non è stato lui a sparare il colpo mortale.

Aureliana e Donato Russo, i genitori di Marta Russo

Dalle dichiarazioni spontanee di Salvatore Ferraro, Corte d’ Assise di Roma, 7 settembre 1998:

Salvatore Ferraro: Un giorno, spero non lontano, spero che la verità venga fuori e quel giorno il padre Donato Russo, invece di guardarmi con odio e con disprezzo, io penso che mi abbraccerà, capir…

Ferraro mostra ancora una volta di essere privo di empatia.

Donato Russo: Io voglio la verità, voglio.

Salvatore Ferraro: Certo professore (incomprensibile) sono contento oggi di poter parlare con lei, finalmente faccia a faccia, io posso dirle con estrema forza, con estrema serenità…

Donato Russo: Tutto falso.

Salvatore Ferraro:… che non c’entro nulla con l’assassinio di… di sua figlia, lei il giorno che uscirà la verità capirà che questo sacrificio che io oggi sto facendo, che in questo anno ho fatto, l’ho fatto minimamente anche per sua figlia.

Da notare la parola “sacrificio” e “minimamente”

Salvatore Ferraro: Non nascondo, con grande vergogna, di aver più di una volta pensato, solo per uscire dal carcere, di fare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di Scattone. Già dal giorno del mio arresto, e lo vorrei raccontare, mi fu offerta questa possibilità (…).

Con questa dichiarazione Ferraro ci dice a cosa si riferisse in precedenza con la parola “sacrificio”, ovvero al fatto di essersi sacrificato per Scattone. 

Le dichiarazioni accusatorie di cui Ferraro parla le aveva già fatte durante il confronto con la Alletto, egli infatti ha domandato alla donna perché non gli avesse chiesto: “il dottor Scattone cosa ha combinato?”, una frase attraverso la quale il Ferraro ha voluto far sapere alla Corte che era stato Giovanni Scattone a sparare il colpo mortale.

Bruno Vespa: (…) lei però gli ha detto: lei mi abbraccerà ma glielo ha detto con gelo (…) lei pensa che per quello che è successo, per il gelo che c’è stato da voi, in questi due anni, il padre di Marta possa mai abbracciarla?

Salvatore Ferraro: No, io mmm sinceramente questo gelooo mmm non l’ho visto, e io dico che la verità che bisogna stare al posto degli imputati per vedere quello che si prova ad essere accusati di omicidio, questo è il discorso.

Ferraro è in difficoltà, ancora una volta mostra di non avere empatia ma soprattutto si dipinge come una vittima.

Bruno Vespa: Bisogna stare anche al posto dei genitori della vittima.

Salvatore Ferraro: Sicuramente, ecco perché io mi son riferito, mi son… mi son rivolto al… al professor Donato Russo dicendo una cosa… eh… ma… abbastanza chiara, io non c’entro nulla con questo omicidio; mi son permesso di dire che, stando in carcere, io ho sempre avuto la possibilità… mi hanno offerto la possibilità… mi hanno offerto la possibilità di accusare Giovanni Scattone ma io sapevo benissimo che la scena raccontata dalla Alletto è una scena assolutamente falsa, una chiusura di questo tipo mi avrebbe permesso di uscire dal carcere ma non l’ho accettato perché non si può accettare una cosa del genere, io non l’ho accettato perché è una scena… è una scena falsa, è un fatto… noi non c’entriamo nulla con questo omicidio, sono convintissimo di ciò. Ho detto che questa nostra scelta di non arrivare ad una dichiarazione di comodo apre uno spiraglio seppur minimo alla verità.

Ancora una volta Ferraro ribadisce che fu Scattone a sparare dicendo “io ho sempre avuto la possibilità… mi hanno offerto la possibilità… mi hanno offerto la possibilità di accusare Giovanni Scattone” “io non c’entro nulla con questo omicidio”, mostrando comunque vicinanza all’omicidio per l’uso dell’aggettivo “questo”. Ferraro non ha mai detto direttamente la verità sull’omicidio di Marta Russo ma è sempre stato estremamente preciso nel definire i ruoli, lo ha fatto di continuo e in presenza di Scattone perché l’amico avesse sempre ben chiaro che il lui, Salvatore Ferraro, si stava “sacrificando” per lui.

Quando Ferraro dice “la scena raccontata dalla Alletto è una scena assolutamente falsa” e “è una scena falsa” parla al presente, di sicuro nel momento in cui parla la scena è falsa; Ferraro, per essere credibile, avrebbe dovuto dire: “Ciò che ha raccontato la Alletto non è mai successo, io e Giovanni non ci trovavamo nell’Aula 6 al momento dello sparo”. 

In questa sequenza “noi non c’entriamo nulla con questo omicidio, sono convintissimo di ciò”, non solo Ferraro continua a mostrare vicinanza all’omicidio con l’uso dell’aggettivo “questo” ma indebolisce la sua affermazione dicendo “sono convintissimo di ciò”.

Scattone e Ferraro non hanno mai negato in modo credibile di aver ucciso Marta Russo, durante le interviste hanno soprattutto dissimulato ma entrambi sono capaci di falsificare. Ferraro ha un alta opinione di sé che lo ha condotto ad esporsi di continuo in lunghe tirate oratorie e in disgustosi sermoni fino a scoprirsi.

Leggi anche:

Omicidio Marta Russo: analisi linguistica del confronto tra Salvatore Ferraro e Gabriella Alletto

Un mio articolo sui luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio sia che il soggetto falsifichi sia che dissimuli è comunque utile per ricostruire i fatti, come lo sono le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e pur dissimulando dice che cosa è successo, ma purtroppo, è triste doverlo ammettere, in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto non solo non sanno ascoltare ma contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo degli avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non è un modo di negare l’azione ed è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

Omicidio Marta Russo: analisi linguistica del confronto tra Salvatore Ferraro e Gabriella Alletto

Marta Russo

Marta Russo (Roma, 13 aprile 1975), una giovane studentessa di giurisprudenza, il 9 maggio del 1997 alle 11 e 42, mentre camminava in compagnia dell’amica Jolanda Ricci nei giardini dell’Università la Sapienza di Roma, è stata colpita da un colpo d’arma da fuoco alla testa ed è morta 5 giorni dopo. Il colpo d’arma da fuoco è stato esploso, attraverso una finestra dell’Aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto da Giovanni Scattone mentre lo stesso si trovava in compagnia di Salvatore Ferraro. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, accusati di omicidio volontario in concorso, sono stati condannati rispettivamente a 5 anni e quattro mesi per omicidio colposo e a 4 anni e due mesi per il reato di favoreggiamento personale.

Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone

Corte d’Assise di Roma, 7 ottobre 1998:

Presidente: Il dottor Ferraro ha detto che non si trovava in quella stanza, non si trovava nemmeno all’Università.

Salvatore Ferraro: Io però signor Presidente non… non so come funziona bene il confronto, avevo bisogno anche di fare qualche domanda, so che normalmente è oggetto del… del confronto, le contestazioni, però se non era eeea, se non l’affatica parecchio.

Gabriella Alletto: L’affatica.

La Alletto sottolinea la parola “affatica” pronunciata dal Ferraro, una parola offensiva e fuoriluogo che l’imputato ha accompagnato all’aggettivo “parecchio”; già da subito è chiaro che il Ferraro è deciso ad umiliare la testimone Alletto. 

Salvatore Ferraro: La posso chiamarla signora Gabriella, ancora?

Gabriella Alletto: Certo.

Salvatore Ferraro: Senta io volevo tornare un attimino a questo questo 9 maggio, no?. Lei ha descritto questa… questa scena… ehm… volevo sapere, lei chi ha visto uscire per prima? Posso porre queste… sono due, tre semplici domande che mi servono… volevo chiederle: Ehm, chi è uscito per prima d… da quell’aula numero 6?

Quando Ferraro dice “Lei ha descritto questa… questa scena”, usa per due volte l’aggettivo “questa” per riferirsi alla scena dell’omicidio, non ne prende le distanze, anzi mostra vicinanza.

Ferraro continua ad usare un linguaggio subdolamente offensivo quando, riferendosi alle domande che intende fare, le definisce “semplici”.

Quando Ferraro dice “lei chi ha visto uscire per prima?” e “chi è uscito per prima d… da quell’Aula numero 6?” ci dice che si trovava nell’Aula 6.

Gabriella Alletto: Io ricordo il dottor Scattone.

Salvatore Ferraro: Eh, io sono uscito prima o dopo di lei, questo lo ricorda?

Ferraro dicendo “io sono uscito”, fa una seconda ammissione.

Gabriella Alletto: Questo lo ricordo, è uscito prima.

Salvatore Ferraro: Mi ha visto uscire?

Ferraro non mette in dubbio la testimonianza della Alletto, non dice “Mi avrebbe visto uscire?” ma “Mi ha visto uscire?” confermandoci ancora una volta che si trovava in quell’Aula e che di lì uscì.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Si ricorda dove… dove sono andato?

Anche in questo caso Ferraro non mette in dubbio la testimonianza della Alletto, non dice “Si ricorda dove sarei andato?” ma “Si ricorda dove… dove sono andato?”.

Gabriella Alletto: Dove è andato? Forse verso la sala cataloghi, sicuramente, sì.

Salvatore Ferraro: Verso la sala cataloghi, scusi se insisto su… su questo particolare, ricorda se nel corridoio ha trovato la presenza, c’era la presenza di studenti, assistenti o impiegati?

Gabriella Alletto: No, non lo ricordo, come di solito qualche persona c’era.

Salvatore Ferraro: C’e… perché lo ricorda?

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Quindi c’era qualche persona?

Gabriella Alletto: Ma non ricordo chi fosse, non l’ho individuata.

Salvatore Ferraro: Sì, sì, no, no, per carità, io no, dato che c’è stata tre volte nel corridoio, poteva conservare questo… questo ricordo, ecco perché mi sono permesso di farle… di farle questa domanda. Senta lei ha detto in un… qualche verbale, no?, io mol… (interrotto) volevo dire, lei, già in un verbale, aveva detto che eee quando arrivavo io ero molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Lei?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti, no?. Quando arrivavo in Istituto, l’ha detto anche in un… no?. Si ricorda?. Si ricorda?. Anche lei ha parlato di una mia.. di una mia disponibilità.

Ferraro sente il bisogno di dipingersi come un “bravo ragazzo”, un bisogno che hanno solo i “cattivi ragazzi”.

Gabriella Alletto: Sì, infatti, collaborava molto con gli studenti, era sempre disponibile.

Salvatore Ferraro: Si ricorda che arrivavano sempre: “E’ arrivato il dottor Ferraro!”. Tutti addosso al dottor…?

Gabriella Alletto: Sì, era l’unica persona disponibile in Istituto, più degli altri, questa è la verità.

Salvatore Ferraro: E’ la verità.

Ferraro riesce a dire che il fatto che lui fosse disponibile “E’ la verità” ma non riesce ad usare questa frase in relazione al suo racconto di quel giorno.

Salvatore Ferraro: Mi chiedo come… come è possibile che nessun studente di giurisprudenza, è la facoltà più numerosa d’Europa, quel giorno non mi abbia visto né entrare e né uscire.

Presidente: Signora Alletto, lei dovrebbe ricordare all’imputato quello che ha visto, che cosa faceva l’imputato?

Gabriella Alletto: L’imputato, lei già si riferisce nella scena in cui eee?. L’imputato Ferraro stava con la mano nei capell… con le mani tra i capelli, in un gesto molto particolare per lui, perché non l’ha mai fatto, e si tirava indietro i capelli, in un gesto di disperazione, secondo me.

Presidente: Lei su questo punto cosa può dire?

Salvatore Ferraro: Guardi, voglio dire questo signora Gabriella, io, come lei sa, non ero in Aula 6, non ero in Istituto quel giorno.

Ferraro è capace di falsificare e di accusare, ma solo indirettamente, la teste di aver detto il falso. Con il “come lei sa” mette alla prova la Alletto che però gli risponde per le rime.

Gabriella Alletto: Io non so questo.

La Alletto prende possesso di ciò che dice con il pronome personale “Io”, in altre parole la testimone nega in modo credibile.

Salvatore Ferraro: No, no, lei lo sa perfettamente.

Ferraro non riesce a dare della bugiarda alla Alletto perché sa che non lo è.

Gabriella Alletto: No.

La Alletto continua a negare in modo credibile e lo fa senza aggiungere parole al proprio “No”, parole che, se fossero state presenti, avrebbero indebolito la sua negazione.

Salvatore Ferraro: No, mmm moderiamoci, no, lei lo sa benissimo tant’è vero che lei l’ha anche preannunciata questa situazione, c’è una famose interc…

Gabriella Alletto: L’ho preannunciata!?

Salvatore Ferraro: Glielo dico subito, lei disse un giorno in un’intercettazione: “Io non c’ero”.

Gabriella Alletto: Sì.

La Alletto ammette.

Salvatore Ferraro:… però mi viene… mi conviene dire che c’ero, cioè ha preannunciato quello che poi ha fatto successivamente.

Gabriella Alletto: No, questo è un atto di disperazione che avevo.

La Alletto dice di non aver parlato per la disperazione ed è credibile visto il clima che si era creato in Istituto.

Salvatore Ferraro: Era un atto di disperazione, del fatto che appunto rischiava di andare in carcere, che quindi bisognava… bisognava…

Gabriella Alletto: No, non rischiavo di andare in carcere, anche se sono stata molte volte avvertita di questa cosa qui, infatti non mi sono messa paura neanche l’11 quando c’è stato l’interrogatorio, se bene ha notato.

Salvatore Ferraro: Signora, guardi iii, alcune persone la vogliono far passare per una mentitrice, io… io la conosco molto bene, io so che è una bravissima persona, che di norma non mente, sicuramente di norma non giura sulla testa dei suoi figli perché lei sa benissimo che io con… so quanto lei vuole bene ai suoi figli, quando lei ha giurato sulla testa dei suoi figli, lei giurava la verità…

Gabriella Alletto: No.

La Alletto nega in modo credibile con un “No”.

Salvatore Ferraro:… sul fatto che non aveva visto nessuno, ma voglio tornare su un punto…

Gabriella Alletto: No, no, Presidente, io mi coprivo dietro un paravento, per me… per me era un aiuto, quello.

La Alletto dice la verità quando afferma di aver mentito per la disperazione, ce lo dice il fatto che prende le distanze dalle proprie menzogne iniziali con un “quello”

Salvatore Ferraro: La testa dei suoi figli (inc)?

Gabriella Alletto: No, quello di mentire in quel momento, basta.

La Alletto nega e precisa a che cosa si riferisse, è concisa e credibile.

Salvatore Ferraro: Sulla testa dei suoi figli, signora?

Gabriella Alletto: Dottor Ferraro, non l’ho mai fatto in vita mia una cosa del genere ed è stata l’unica, spero… spero nella mia vita di madre che sia l’ultima.

Salvatore Ferraro: Era la verità, signora io la conosco bene.

Ferraro è subdolo, spera di minare la sicurezza della Alletto facendo presa sui suoi sentimenti nei confronti dei figli.

Gabriella Alletto: Non è che mi posso… non è che mi metto paura perché lei mi dice che mi conosce bene, le cose sono andate in questo modo e io solamente dopo un mese ho deciso di star… di dire questa cosa, è stata un mmmm una cosa molto grave per me, ha stravolto la mia vita, sono stata anche minacciata recentemente, ho ricevuto una lettera in cui mi dicevano: “Ti venga un cancro alla gola”. Va bene?. E questo è quello che s’aspetta una persona dopo che dice la verità?. Sono queste le cose?. Che mi danno della sgualdrina, della svergognata!. La lettera ce l’hanno gli avvocati, perfetto…

Salvatore Ferraro: Mi dispiace, non dice la verità, comunque… scusi posso continuare, Presidente?

Gabriella Alletto:… perfetto, perfetto!. Io sono stanca di questa situazione, voglio rientrare in seno alla mia famiglia… tranquilla.

Salvatore Ferraro: Sì, certo, ne ha diritto.

Gabriella Alletto: Confessate quello che dovete fare voi!. Io ho fatto quello che dovevo fare.

Un invito forte, la Alletto, mostra senza mezzi termini al Ferraro che lei non lo sta subendo.

Salvatore Ferraro: Signora, io non c’ero ed anche se mi conviene dire che c’ero, purtroppo non c’ero, questo è il problema, però vo… voglio dirle una cosa…

Ferraro è vago, non nega in modo credibile.

Gabriella Alletto: Non mi interessa, sono loro che dovranno giudicare, non io.

Salvatore Ferraro: Lei anche molto gentilmente…

Gabriella Alletto: Sempre gentile e disponibile, non sarei dovuta essere neanche qui, oggi. Sto facendo uno sforzo su me stessa e tutta mia buona volontà.

Salvatore Ferraro: (…) io quello che mi chiedo signora e mi sorprende, lei ha visto questa scena, perché non m’ha mai fatto un riferimento?

Ferraro, affermando e non domandando, ci dice di credere alla Alletto e invece di prendere le distanze dall’omicidio con un “quella scena”, mostra vicinanza alla scena con l’aggettivo “questa”.

Gabriella Alletto: Perché non me l’ha fatto lei?

Salvatore Ferraro: Eh, perché io non avevo nie… nessun riferimento da farle.

La Alletto mette in difficoltà il Ferraro che ha bisogno di due pause per rispondere.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Perché io non avevo nessun riferimento da farle, perché quella scena non esiste.

Una risposta cruciale, Ferraro è capace di dire “quella scena non esiste” perché ne parla al presente ed è logico che non esista nel momento in cui ne parla, finché ne ha parlato al passato l’ha definita “questa scena”. 

Gabriella Alletto: Però dopo che è successa quella cosa lei non è più venuto da (incomp) inIstituto.

Da notare l’uso di “quella” da parte della Alletto, la donna prende le distanza dal fatto, al contrario di Ferraro che usa dire “questa scena”.

Salvatore Ferraro: Cosa?. Ho fatto qualcosa come 15 ee sessioni d’esami, signora, signora.

Gabriella Alletto: Sì, forse evidentemente ha fatto le sessione d’esame dentro la stanza d’esame ma non è più venuta… ma non è più venuto in segreteria, non è più venuto in segreteria.

Salvatore Ferraro: Perché non mi ha fatto… Signora Alletto, abb…. abb… abbiamo fatto le suddivisioni degli esami insieme, io e lei, gomito a gomito per gli esami del 16 e del 19.

Gabriella Alletto: No, no, no, non lo ricordo assolutamente questo che abbiamo fatto le…

Salvatore Ferraro: Ah non lo ricorda.

Gabriella Alletto: No che non lo ricordo.

Salvatore Ferraro: Che non se lo ricorda!

Ferraro insiste su un fatto irrilevante.

Gabriella Alletto: Io mi ricordo che dopo non è più venuto lei con la stessa serenità e disponibilità con cui era prima.

Salvatore Ferraro: No, no, ecco, va bene, va bene, ecco va bene allora.

Ferraro ammette ciò che gli contesta la Alletto ovvero di aver cambiato abitudini. 

Gabriella Alletto: Mi ricordo che lei c’ha avuto delle titubanza a firmare quella lettera di solidarità per il professor Romano perché l’ha sbattuta…

Salvatore Ferraro: No, ho firmato molto tranquillamente.

Il fatto che Ferraro senta la necessità di aggiungere “molto” a “tranquillamente” ci dice che tranquillo non era.

Gabriella Alletto: No, no, no, no.

Salvatore Ferraro: Signora, ha detto che ero chiuso, che ero più chiuso.

Gabriella Alletto: Sì, c’aveva delle titubanze lui a venire in Istituto, tant’è che una volta la signora Maria le ha anche rivolto la parola dicendo: “Ah dottor Ferraro mi sembra che sia dimagrito da quando…“, sospeso tutto quanto, è successo quello che è successo, voleva dire. La signora Maria le ha rivolto questa parola.

Salvatore Ferraro: Allora… signor Presidente si può anche documentare che io da… da… da almeno il 15 maggio…

Gabriella Alletto: Sì, si potrà documentare ma non è venuto verso la segreteria,

Salvatore Ferraro: Sono stato sempre, quotidianamente, in Istituto da quel giorno, tranquillamente, facendo lo spiritoso sulle indagini, rilasciando interviste ai telegiornali e avendo un… un normalissimo rapporto con la signora All… Gabriella, con la quale abbiamo fatto la suddivisione degli esami, io mi chiedo perché la signora…

Ferraro sottolinea che faceva “lo spiritoso sulle indagini”, lo faceva per allontanare i sospetti da sé e per indirizzarli su almeno un altro soggetto. Ilaria Pepe, all’epoca studentessa, ha dichiarato in dibattimento, che il giorno dopo il ferimento di Marta Russo, commentando l’accaduto con il Liparota ed il Ferraro, Salvatore Ferraro disse che il 9 maggio era stato tutta la mattina in casa e che attorno alle 12:00 aveva ricevuto una strana telefonata da parte di una persona “di giù”, cioè della Calabria, che in definitiva non si era capito cosa volesse. Il Ferraro, nel raccontare l’episodio, aveva scherzosamente commentato: “Forse si voleva creare un alibi”. Ferraro ha chiarito in udienza che si trattava della chiamata di Domenico Condemi, uno studente calabrese che effettivamente lo aveva chiamato il 9 maggio, ma non in mattinata, bensì nel pomeriggio, alle 15:44. A detta del Ferraro il Condemi avrebbe solo chiesto “Dottore lei sarà in facoltà nei prossimi giorni?”, e alla sua risposta affermativa ed alla richiesta di cosa volesse, avrebbe mormorato “Niente, niente”, riattaccando subito. Questo episodio prova che il Ferraro, nel tentativo di farla franca, ha cercato di indurre i colleghi a sospettare del Condemi, un comportamento che ce la dice lunga su di lui, sui suoi valori morali e sulla sua pericolosità sociale.  

Perché il Ferraro parlò ai colleghi proprio del Condemi? Perché lo studente calabrese era imputato in un processo per tentato omicidio con arma da fuoco in concorso con alcuni appartenenti alla ‘ndrangheta, pertanto su di lui non sarebbe stato difficile far ricadere la colpa del ferimento della Russo.

Il fatto che Ferraro dica che il rapporto con la Alletto era “normalissimo” ci rivela che normale non lo era più, da un punto di vista verbale infatti ogni riferimento alla normalità lascia intendere il contrario.

Salvatore Ferraro: Il problema è che sia… il problema è che abbiamo avuto modo di vederci e lei non ha fatto mai un… perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?

Perché la Alletto avrebbe dovuto dirgli qualcosa? Il fatto che Ferraro continui a ripetere questa cosa ci fa pensare che avesse supposto che la Alletto non avesse visto l’arma in mano a Scattone.

Gabriella Alletto: Ma io ho lavorato anche con Liparota in Istituto se… se mi fossi veramente esternata con lui, a dirci qualche cosa, a metterci d’accordo, l’avrei fatto anche con lui che vedevo tutte le mattine, anziché con lei.

Salvatore Ferraro: E perché non l’ha fatto? Perché a me non ha detto nulla? Avevamo questo rapporto affettuoso, perché non m’ha detto…?

Ferraro supera il limite definendo il rapporto tra lui e la Alletto “affettuoso”…

Gabriella Alletto: Affettuoso? tra virgolette, affettuoso.

… tanto che la Alletto lo riprende…

Salvatore Ferraro: Tra virgolette, è chiaro, tra virg… è chiaro, tra virgolette.

Gabriella Alletto: E’ chiaro, eh.

… e continua a precisare.

Salvatore Ferraro: Eh, perché non m’ha mai detto nulla? Cosa avete fatto? Cosa ha fatto Giovanni? Ma che fate portate le p…?

Altre ammissioni tra le righe: una cosa fatta in due, una cosa fatta da Giovanni, le pistole in Istituto.

Perché tirare in ballo Scattone? Perché Ferraro non vuole che gli venga attribuito ciò che non gli appartiene, non fu lui a sparare a Marta Russo e intende precisarlo alla Corte.

Gabriella Alletto: Giovanni, quando mai l’ho chiamato Giovanni, io, Scattone, scusi eh?

Salvatore Ferraro: Ah Scattone, dottor… il dottor Scattone cosa ha combinato?. Ma siete pazzi?. Ma che fate con le pistole…?. Perché non m’ha mai fat…

Il 7 settembre 1998 Ferraro, invitato a rilasciare dichiarazioni spontanee, ha affermato: “Non nascondo, con grande vergogna, di aver più di una volta pensato, solo per uscire dal carcere, di fare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di Scattone. Già dal giorno del mio arresto, e lo vorrei raccontare, mi fu offerta questa possibilità…”. 

Le dichiarazioni accusatorie di cui Ferraro parla le aveva già fatte, come abbiamo appena visto, durante il confronto con la Alletto chiedendo alla donna “il dottor Scattone cosa ha combinato?”, una frase attraverso la quale Ferraro aveva voluto far sapere alla Corte che era stato Scattone a sparare il colpo mortale. 

Gabriella Alletto: Ma che… ma che cosa io dovevo dire sapendo quello che mi aspettava e che m’è cascato addosso tutto quello che m’è cascato addosso.

Salvatore Ferraro: Cosa…

Gabriella Alletto: Che cosa…

Salvatore Ferraro: (inc) una verità, signora

Gabriella Alletto: Che cosa, chi? C’avevamo il professor Romano che ci diceva: “Non c’entriamo, Non abbiamo fatto niente!”, mi ha… mi hanno tartassata.

La Alletto spiega il perché non abbia parlato subito ed è credibile.

Salvatore Ferraro: Scusi, lei ha visto questa scena, lei ha visto questa scena.

Da notare che ancora e per ben due volte il Ferraro non domanda alla Alletto se avesse visto la “scena” ma afferma: “lei ha visto questa scena” non solo non mettendo in dubbio la testimonianza della Alletto ma anche mostrando di non essere capace di prendere le distanze dalla “scena” per l’uso dell’aggettivo “questa”.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Io e lei, io e lei privatamente, io e lei, c’entravamo evidentemente, se è vera quella scena che lei racconta. Perché non me ne ha mai parlato?. Perché non m’ha detto?

Un’altra ammissione: “Io e lei, io e lei privatamente, io e lei, c’entravamo evidentemente”.

Gabriella Alletto: Perché era un tarlo dentro il mio cervello, non ha visto che ho cambiato atteggiamento, se m’avesse visto qualche volta.

Salvatore Ferraro: Ma un riferimento alla scena.

Gabriella Alletto: Perché dovevo fare riferimento alla scena?

In conclusione, il confronto tra Salvatore Ferraro e Gabriella Alletto è stato un clamoroso autogol per il Ferraro, il quale ha ammesso di essere stato nell’Aula 6 con Scattone e con la teste. Egli ha inoltre tenuto a precisare che a commettere l’omicidio fu il collega Giovanni Scattone.

La Alletto ha mostrato di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che spesso induce i soggetti che dicono il vero a limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno.

Al contrario della Alletto, Salvatore Ferraro, poiché privo della protezione  del “muro della verità”, non ha mai negato in modo credibile di aver partecipato all’omicidio di Marta Russo ma ha sempre fatto ricorso a lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei suoi interlocutori. 

Pubblicato su Le Cronache Lucane il 13 aprile 2018

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Omicidio Marta Russo: analisi di alcune dichiarazioni di Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone

La ricostruzione dell’omicidio di Clara Bugna attraverso l’analisi delle parole di Bruno Lorandi

Christian Lorandi, 10 anni, scompare da Nuvolera (Brescia) il 28 aprile del 1986, è figlio di Bruno Lorandi e Clara Bugna, viene ritrovato morto sul monte Maddalena, causa della morte: strangolamento, Bruno Lorandi, accusato di essere l’autore del delitto, viene processato e assolto in tutti e tre i gradi di giudizio.

Clara Bugna, 53 anni, viene trovata morta in casa il 10 febbraio 2007, causa della morte: omicidio per strangolamento, Bruno Lorandi, accusato di essere l’autore del delitto, viene processato e condannato all’ergastolo.

Il 2 marzo 2018 la corte d’Appello di Venezia ha respinto l’istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato di Bruno Lorandi, Gabriele Magno.

Nel 2012, Franca Leosini ha intervistato Bruno Lorandi in carcere.

Come avete trascorso la sera prima della tragedia?

– Mi ricordo, perché… giusto… perché era il giorno 9, è la vigilia del mio compleanno. Il 9 sera sono venuto a casa alle sei dal lavoro e come ho viso Clara arrivare con la macchina, ho acceso il gas, difatti dopo 5 minuti, 10 minuti è venuta su e io le ho detto: “Cavoli dove sei stata fino adesso?”, e aveva in mano dei mmm non sono, aveva in mano deii… come si chiamano?… della biancheria, insomma, sul braccio.
Mi ha dato un bacio e mi ha detto: “Ho portato su della roba ad asciugare”, mi pare.
Niente, abbiamo mangiato tutti e due assieme.
Ho tirato fuori la busta paga, gliel’ho data perché prendo solo le straordinarie in liquido e 100 euro di mancia tutti i mesi, le ho dato i soldi a lei, sei… centomila lire, mi pare e 100 Clara mi ha detto: “Questi qua li prendi”, perché il giorno dopo era il mio compleanno, perché sul lavoro, quando uno eee fa gli anni, deve andare fuori a prendere colazione per tutti e me li ha messi nel portafoglio sul tavolo lì vicino, dove avevo le chiavi. Abbiamo mangiato, saranno venute le dieci. Abbiamo iniziato a guardare quel f… trasmissioni, quelle dei pacchi lì, che fanno vedere alla sera. Verso le 11 mi è venuta vicino, ha iniziato a toccarmi “Stai diventando vecchio, qua e là” e lì abbiamo iniziato a fare l’amore lì sul… sul divano. E siamo andati a finire a letto, lì abbiamo fatto l’amore tutti e due, sarà venuto mezza… mezzanotte.

Attraverso queste tre affermazioni: “Mi ha dato un bacio”, “abbiamo mangiato tutti e due assieme” e “abbiamo fatto l’amore tutti e due”, il Lorandi cerca di convincere la sua interlocutrice che il rapporto con sua moglie fosse idilliaco; è superfluo aggiungere “tutti e due assieme” ad “abbiamo mangiato”, il fatto che lo faccia ci induce a pensare che di solito non mangiassero insieme; vale lo stesso nel caso di “tutti e due” aggiunto ad “abbiamo fatto l’amore, “tutti e due” sono parole superflue che aprono al dubbio che le gioie del sesso in casa Lorandi di solito non fossero condivise.

“e me li ha messi nel portafoglio sul tavolo lì vicino, dove avevo le chiavi”, il fatto che Lorandi nomini il tavolo e le chiavi senza ragione ci dice che rappresentano per lui qualcosa di sensitivo.

– Quel mattino lì mi sono alzato, sarà stato le 6 e un quarto, Clara mi è venuta vicino, mi ha detto: “Eccolo qua il mio vecchio!”, m’ha preso per il collo, m’ha tirato le orecchie e m’ha dato un bacio, m’ha detto: “Guarda, di regalo non ti ho fatto niente però ho prenotato 4 o 5 giorni in Val di Non”.

Lorandi racconta di essersi alzato e poi dice che Clara lo aveva avvicinato. E’ qui la chiave del delitto: Clara era già in piedi e non a letto quando il Lorandi si alzò.

Ancora una volta Lorandi sente il bisogno di dire “m’ha dato un bacio” nell’intento di dipingere un rapporto idilliaco.

Ciò che colpisce del suo racconto è la frase “m’ha preso per il collo”, gli analisti di lingua inglese lo chiamano “Leakage”, è un fenomeno per il quale alcune parole che stallano pesantemente nella mente di un soggetto intervistato fuoriescono involontariamente dalla sua bocca. Un altro esempio di “Leakage” si trova in un’intervista a Manuela Cacco, condannata per l’omicidio in concorso di Isabella Noventa; la Cacco ha detto: “Per meee potrebbe essere anche una scomparsa volontaria, per far passare del tempo in modo che si appianinooo tutte queste cose e che poi magariii eee per ritornareee e vedere se le acque si sonoo calmate un po’ e per eee lasciar passare un po’ di tempo da tutta questa caciara che s’èèè mmm creata attorno a loro” e in risposta ad un’altra domanda: “Mai eeee lassame pensà un attimo, perché in tre anni ne è passata acqua sotto i ponti”, il fatto che faccia riferimento a “le acque” e a l’“acqua” è significativo, Isabella potrebbe trovarsi in acqua.

– Quando andavo io a lavorare era sempre a letto, tanto andava alle 10,00 lei, son passato di Clara, le ho dato di nuovo un bacio, poi son andato verso la porta, ho preso il mio portafogli, le mie chiavi sul… sul mobiletto dove c’erano la sera, ho aperto la porta con le chiavi che c’erano già dentro, che sono quelle di Clara, le ho tirate fuori, le ho messe sul mobiletto che c’è proprio lì vicino alla porta, ho preso la bicicletta, le son andato sul lavoro.

Bruno Lorandi non dice che la mattina dell’omicidio sua moglie Clara fosse a letto quando lui uscì di casa ma racconta ciò che normalmente accadeva “Quando andavo io a lavorare era sempre a letto”; non raccontare i fatti relativi al giorno preciso sul quale si è interrogati ma rifarsi alle proprie abitudini, alla normalità, è una tecnica usata da chi dissimula per non raccontare fatti che sarebbero incriminanti e che di sicuro non hanno nulla di normale (Normal Factor). 

Clara Bugna si era già alzata e stava stirando quando suo marito la uccise, non fu lui a costruire una messinscena.

Il momento dell’omicidio è con tutta probabilità quello descritto da Lorandi con queste parole: “son passato di Clara, le ho dato di nuovo un bacio”, il racconto del bacio d’addio (Kiss Goodbye) è spesso un segnale linguistico che indica l’esatto momento in cui viene commesso un omicidio. Da notare che Lorandi non dice di essere tornato da Clara mentre la stessa si trovava ancora a letto ma “son passato di Clara”, che poteva essere ovunque.

Lei ricorda con la proprietaria del ristorante (…) che cosa le dice?

– Sì, sì, le ho detto: “Guarda che doveva stirare, poi mi ha detto che veniva a lavorare”.

Lorandi ci conferma che quando uccise sua moglie Clara lei stava stirando.

Perché la sua reazione è stata questa?

– Perché al venerdì sera quando è venuta a casa dalla parrucchiera e aveva in mano ‘ste biancherie che ha portato… in… camera del bambino, lei mi ha detto solo che doveva stirare perché c’hooo…

Lorandi non termina la frase, un’indicazione che ha soppresso delle informazioni.