Omicidio di Simonetta Cesaroni: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Raniero Busco

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Simonetta Cesaroni

Martedì 7 agosto 1990, intorno alle 23:30, Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca e Salvatore Volponi, Giuseppa De Luca e Mario Vanacore rinvennero il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni, 21 anni, sul pavimento di una stanza di un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù sito in via Carlo Poma n. 2, scala B, terzo piano, interno 7, dove la ragazza lavorava ogni martedì e giovedì dal mese di giugno. La giovane, trafitta da 29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità del capo e dei capelli scomposti, il pavimento recava impronte rosacee semicircolari, come per parziale detersione; l’ambiente circostante si presentava in ordine, in un angolo erano allineate le sue scarpe da tennis slacciate. Simonetta era arrivata in ufficio intorno alle 15:45 ed aveva aperto con un mazzo di chiavi in suo possesso, alle 17:35 aveva parlato con una collega al telefono e nell’intervallo di tempo tra la fine della telefonata e le 18:30/19:00 orario in cui avrebbe dovuto chiamare Volponi per riferirgli a che punto fosse con il lavoro, Simonetta era stata uccisa.

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Raniero busco

 Circa vent’anni dopo l’omicidio, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco, fidanzato della Cesaroni al momento dei fatti, è stato condannato a 24 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Roma. 

Il 27 aprile 2012, Busco è stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Roma . 

Il 26 febbraio 2014, la Corte Suprema di Cassazione ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco nonostante il PG avesse chiesto l’annullamento con rinvio del verdetto emesso dalla Corte d’Assise di Appello di Roma.

Ma veniamo all’analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate da Raniero Busco.

Raniero Busco, essendo stato assolto, è innocente “de iure”, se lo è anche “de facto” mi aspetto che negli anni abbia negato in modo credibile, ovvero mi aspetto che abbia ripetuto ai giornalisti, agli inquirenti, alla PM Ilaria Calò e ai giudici soprattutto queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Simonetta” e “ho detto la verità”. 

Mi aspetto anche che Busco abbia dimostrato, in specie ai giudici, di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

E mi aspetto infine di trovare nelle sue dichiarazioni parole di affetto per Simonetta e di comprensione per la sua famiglia oltre a parole di condanna e disprezzo per il suo assassino, non solo per avergli ucciso la fidanzata, o quantomeno un’amica, ma anche per averlo costretto a subire un processo per omicidio.

— Interrogato nel 2010 durante un’udienza del processo a suo carico dal pubblico ministero Ilaria Calò: 

PM Calò: Che tipo di rapporto avevate?

La domanda della PM, essendo generica, lascia molto spazio a Busco e permette a noi di capire quali sono le sue priorità. 

Raniero Busco: Principalmente ci vedevamo nei fine settimana perché io facendo i turni, lavoravo, quindi normalmente ci vedevamo nei fine settimana.

Da notare che Busco non nomina la povera Simonetta.

Busco non descrive lo stato del rapporto tra lui e Simonetta da un punto di vista sentimentale ma focalizza semplicemente sulla frequenza con la quale si incontravano ripetendo per due volte “ci vedevamo nei fine settimana”. Convincere la PM del fatto che lui e Simonetta si vedessero nei fine settimana è la sua priorità ma poiché non è capace di mentire fa precedere alla frase l’avverbio “Principalmente”, lasciando intendere che non si incontrassero esclusivamente “nei fine settimana”.

Da notare l’introduzione dell’avverbio “normalmente”. Vedremo in seguito come e perché Raniero Busco abbia fatto spesso riferimento alla routine nelle sue risposte.

PM Calò: I rapporti sessuali che aveva con Simonetta erano rapporti per certi versi violenti o umilianti per lei?

Raniero Busco: No, assolutamente no… guardi, avevamo rapporti normalissimi, non c’è niente di umiliante e niente diii particolarmente violento.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

“No” è una buona risposta ma Busco la indebolisce facendo seguire alla negazione 17 parole, tra cui un “assolutamente no” che tradisce un bisogno di convincere che generalmente gli innocenti non hanno e un “guardi, avevamo rapporti normalissimi” che  tradisce ancora un bisogno di convincere per l’uso del superlativo “normalissimi” e lascia supporre il contrario.  

Quando Busco dice “non c’è niente di umiliante”, parla al presente per non riferirsi ai rapporti avuti con Simonetta, un escamotage che usa per non mentire. 

E poi aggiunge “e niente diii particolarmente violento”, lasciando intendere, attraverso l’inserimento dell’avverbio “particolarmente”, che invece fossero caratterizzati da un certo grado di violenza.  

PM Calò: Era lei ad aver telefonato? Vi siete accordati per vedervi quel pomeriggio?

La PM commette un errore, fa due domande insieme permettendo a Busco di scegliere a quale domanda rispondere.

Raniero Busco: No, assolutamente, non ero io, cioè non sono stato io.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

Busco risponde alla prima domanda della PM con un “No” ma poi aggiunge 9 parole che indeboliscono la sua negazione. 

L’uso dell’avverbio “assolutamente” tradisce un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. 

“non ero io” e “non sono stato io” non sono negazioni credibili. 

Busco prova a negare di essere l’autore della telefonata ma non di essersi accordato con Simonetta per vedersi quel pomeriggio in seguito ad una telefonata della ragazza.

Dopo l’analisi di questa risposta trovo che sia condivisibile l’assunto dei giudici del primo grado che hanno scritto di “ritenere verosimile che la lunga telefonata dell’ora di pranzo, di cui ha riferito la madre di Simonetta, e che tutte le sue amiche e i suoi colleghi di lavoro hanno attendibilmente negato di avere fatto o ricevuto quel giorno e a quell’ora, abbia avuto come interlocutore proprio il Busco”.

PM Calò: Il 6 dicembre 2004, lei ha fornito ai carabinieri un alibi falso.

Non una domanda ma un’affermazione che costringe Busco a mettersi sulla difensiva.

Raniero Busco: No, guardi, questa circostanza, le ripeto, a me mi è stata richiesta nel… nel 2005…

Nel 2004 Busco ha sostenuto di essere stato al bar “Portici” con Simone Palombi nel pomeriggio del 7 agosto 1990, un alibi mai confermato dall’amico. Palombi infatti, già nel 1990, aveva riferito a chi indagava di essere stato a Frosinone durante tutta la giornata del 7 agosto 1990, di essere tornato a Roma intorno alle 19:45 e di aver visto Busco al bar “Portici” soltanto a quell’ora. Sentito nel 2004 nell’ambito delle nuove indagini relative all’omicidio di Simonetta, Palombi ha confermato la circostanza e l’ha confermata anche nel confronto sostenuto con Raniero mentre Busco ha invece ammesso che poteva essersi sbagliato sulla presenza del Palombi al bar quel pomeriggio in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. 

PM Calò: 2004. 

La PM lo corregge. 

Raniero Busco:… adesso non mi ricordo la data, 2004, quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni, avevo questo ricordo, infatti al maresciallo dei carabinieri chiesi: “Mi ricordo di essere stato con Simone, non sono sicuro, andate a verificare quello che ho dichiarato all’epoca” e qui la risposta del maresciallo fu: “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è” e da lì è nato l’equivoco, anche perché, ripeto, con Simone ci vedevamo spesso nei pomeriggi in quanto lui all’epoca non lavorava, io ero libero dai turni, spesso mi veniva a trovare nell’officina, quindi spesse volte stavamo… stavamo insieme. Sicuramente ho confuso il giorno perché lo stesso Simone, mi sembra che l’8 agosto del ’90, sentito dagli inquirenti, aveva detto di essere stato da un’altra parte, cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno, non sarà stato quel giorno, sarà stato il giorno prima, cioè con Simone ci vedevamo spesso. 

Busco risponde inizialmente con un “No” ma poi sente il bisogno di esibirsi in una lunga tirata oratoria di ben 202 parole durante la quale tenta di giustificare le proprie dichiarazioni del 2004 in merito all’alibi ammettendo di potersi essere sbagliato.

Raniero Busco, nonostante la PM gli abbia appena riferito la data esatta del colloquio, ovvero “6 dicembre 2004”, dice di non ricordarla e, nonostante il suggerimento, continua a giocare con gli anni di distanza dicendo “quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni”.

Busco riferisce alla PM che il maresciallo gli avrebbe detto “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è”, in realtà il verbale c’è, la verità è che nel verbale del ’90 non c’è nessuna dichiarazione di Raniero in merito ai suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché nell’agosto 1990, nessuno chiese a Busco dove fosse stato nel pomeriggio del 7 agosto, né il dr. Antonio Del Greco, che lo interrogò alle 6:30 del mattino dell’8 agosto, dopo averlo fatto prelevare in Aeroporto, né l’ispettore Fabrizio Brezzi che lo interrogò due giorni dopo, il 10 agosto 1990.

Dal processo a Busco, le testimonianze degli inquirenti che si occuparono dell’omicidio di Simonetta Cesaroni:

Dr. Nicola Cavaliere, dirigente della Squadra Mobile:  (…) non era sicuramente una persona su cui noi quella notte puntammo la nostra attenzione (…) certamente non è stato un… un verbale molto approfondito, sempre in quell’ottica ecco di… anche perché il Busco, se non vado errato (…) risultò che non sapesse neanche dove… dove la ragazzina lavorasse (…).

Ispettore Fabrizio Brezzi: (…) mi hanno da subito detto che aveva un alibi già… già accertato, già diciamo conclamato, diciamo, e quindi perché io non lo chieda non lo so, posso soltanto fare delle (…) che aveva un alibi e che non poteva essere lui il responsabile, all’epoca questo si diceva in ufficio (…) questo era quello che si diceva in ufficio, quando io, appunto, sono tornato, ho chiesto le posizioni dei… delle varie persone implicate, appunto, potenzialmente nella vicenda e mi fu detto che il Busco non poteva essere perché si trovava a lavoro (…).

Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile: (…) A quel punto occorreva conoscere questa… questa ragazza e la dovevamo conoscere attraverso una testimonianza pulita da parte dei … dei testi e non… non condizionata dalla… dalla richiesta per esempio di cosa avesse fatto lui nel corso del pomeriggio (…) non avevamo neanche certezza peraltro circa l’orario della morte, perché non era scritto da nessuna parte l’orario della morte della… della ragazza (…) Così come non è stato chiesto a lui che cosa avesse fatto quel pomeriggio, non è stato chiesto neanche a Volponi (…) ritengo che la testimonianza che il Busco dovesse rendere quel… quel giorno, era per dare indicazioni, quindi diciamo che veniva sentito ancora ulteriormente come teste, quindi non era assolutamente indagato, né la sua posizione era sospetta. Anche alla luce, ripeto di quel particolare che ritenni importante, nel momento in cui avviai l’indagine, di accertare in maniera precisa, che non vi fosse conoscenza del posto di lavoro da parte … da parte di lui. Cioè lui aveva fatto una dichiarazione e secondo me quella era una dichiarazione importante. Così lui, come l’aveva fatta anche… anche Volponi, non conoscere il posto di lavoro (…) non ho chiesto l’alibi. Non gli ho chiesto perché da Busco Raniero io mi aspettavo una come… una collaborazione, se io avessi chiesto l’alibi a Busco Raniero avrei trovato sicuramente una chiusura perché era una persona che improvvisamente, di colpo, gli veniva contestato un qualche cosa, era una…. una strategia investigativa (…)

L’ispettore Danilo Gobbi, a sua volta, durante un’udienza, ha confermato che quella notte Busco era stato prelevato dalla Polizia sul posto di lavoro e ha confermato alla PM che verosimilmente non gli era stato chiesto alcun alibi dato che il cadavere era stato rinvenuto alle undici di sera, un orario in cui Busco stava facendo appunto il turno di notte all’aeroporto di Fiumicino.

Da notare che nel finale “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno” Busco, per non mentire, non dice di essere stato interrogato sull’alibi né di aver detto di essere stato con Simone ma fa solo ipotesi e spera che chi lo ascolta tragga personali conclusioni. 

PM Calò: omissis

Raniero Busco: Guardi, io quel pomeriggio ricordo face… quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni. Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio, poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva. Adesso io non ricordo se c’era Simone, Fabrizio, comunque sia, era, diciamo, routine, andare al bar quasi tutte le se… tutti i pomeriggi per stare quell’oretta lì. E poi ripeto, quando facevo questo turno di notte, stavo fino all’ora di cena, poi tornavo a casa e riprendevo il turno a Fiumicino, quindi era questa, era un… diciamo una routine, le giornate erano più o meno tutte uguali, quindi anche quel giorno ho fatto quelle cose, io questo ricordo. Poi se gli altri mi hanno visto, non mi hanno visto… io questo non glielo posso dire. 

1) Busco inizia a rispondere parlando del pomeriggio del 7 agosto 1990 “io quel pomeriggio ricordo face…”, il fatto che dica “ricordo” è un’indicazione che sta per dire il vero ma anche che in precedenza ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con “ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne dette in precedenza. In ogni caso, prima di riferire alcunché, Busco si autocensura e

2) poi comincia a raccontare alla PM della sua routine “quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni”, 

3) poi torna a parlare di quel pomeriggio “Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio” senza specificare quanto sia rimasto in officina e che cosa intenda per “tardo pomeriggio”

4) e infine torna a parlare della sua routine “poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva”.

Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno sul quale viene intervistato/interrogato.

Raniero Busco: Allora io sono… iniziavo i turni di notte, ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato… 

Busco sta parlando del giorno 7 agosto 1990 e quando dice “ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato” è credibile perché prende possesso di ciò che dice, parla di un fatto preciso e usa il verbo al passato.

PM Calò: A che ora? 

La PM gli fa una domanda precisa sempre sul 7 agosto 1990.

Raniero Busco: Andavo… uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 7:00 di mattina, poi con i mezzi sociali tornavo a casa, quindi alle ore 8:00 stavo più o meno, 8:00 insomma dipende poi dal traffico da Fiumicino a… a dove ho casa tutt’ora e d’abitudine andavo a riposare fino all’ora di pranzo, quindi…

Busco non risponde a tono, invece di far riferimento al 7 agosto 1990, continua a parlare della sua routine. 

Da notare che Busco riferisce alla PM che il suo turno in Aeroporto iniziava alle 23:00. 

PM Calò:  Quindi era andato a dormire.

La PM si riferisce ancora al 7 agosto 1990. 

Raniero Busco: Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due. Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine… noi all’epoca avevamo una officina sotto casa, scendevo per fare dei piccoli lavoretti nell’officina. Qui rimanevo, normalmente, di solito, fino a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi anche perché…

Quando Busco dice “Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due” parla del 7 agosto 1990 ma poi, per non parlare di quel giorno, torna a descrivere la sua routine “Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine (…) scendevo (…) rimanevo, normalmente, di solito (…) quindi il pomeriggio tardi anche perché…”. Da notare che è dal pranzo che Busco comincia a riferirsi a quella che era la sua routine.

PM Calò: Mi scusi, ma come faceva questi lavoretti nell’officina? 

Raniero Busco: Avevamo quell…

PM Calò: Tutti i giorni? Avevate un’officina? 

Raniero Busco: Sì, sì, avevamo una officina di macchine agricole e motorini, quindi, spesso e volentieri, venivano amici con piccoli problemi e insomma li… li aggiustavamo insieme, stavamo insieme. Quindi verso… posso?

E’ Busco a specificare che non lavorava in officina tutti i giorni ma “spesso e volentieri”.

Busco aggiunge al racconto cinque parole non necessarie ”li aggiustavamo insieme, stavamo insieme” mostrando di avere bisogno di nascondersi tra la folla, un bisogno che gli innocenti non hanno. 

PM Calò: Prego, prego. 

Raniero Busco: E poi era consuetudine che a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi, sei e mezza, sette, uscivo per recarmi al bar dove era la comitiva. Lì rimanevo fino… 

Busco non dice che di essersi recato al bar nel pomeriggio del 7 agosto 1990 ma riferisce soltanto che recarsi al bar era una “consuetudine”.

Raniero Busco spera di riuscire a convincere i giudici che anche il 7 agosto 1990 si trovasse al bar al solito orario, un orario peraltro, le sette di sera, che gli avrebbe comunque permesso di commettere l’omicidio. In ogni caso, all’indomani dei fatti, il suo amico Simone Palombi riferì agli inquirenti di aver visto Busco al bar solo alle 19:45.

PM Calò: No, ecco, dovrebbe un po’ focalizzare su quel giorno. 

La PM chiede a Busco di focalizzare sul 7 agosto 1990 proprio perché lui continua a parlare di ciò che era “consuetudine”, delle sue “abitudini”, di ciò che “normalmente, di solito” faceva e non del pomeriggio del giorno dell’omicidio. 

Raniero Busco: Quel giorno… eh, quel giorno come… come… come insomma gli altri giorni sono rimasto a riparare la macchina di mio fratello Paolo fino a una certa ora, quindi, adesso non ricordo di preciso, sono uscito poi verso le sei e mezza, sette, credo, e mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino. Questa è diciamo que…

Il fatto che Busco invece di parlare del pomeriggio del 7 agosto 1990 continui ad equipararlo al pomeriggio degli altri giorni lascia intendere che quel pomeriggio non fu un pomeriggio come gli altri. 

“fino ad una certa ora” non rappresenta un riferimento temporale preciso, anzi.

Quando Busco dice “sono uscito poi verso le sei e mezza” non precisa da dove sia uscito a quell’ora. Con tutta probabilità, anche chi uccise Simonetta, uscì intorno alle “sei e mezza, sette” dall’ufficio di Via Carlo Poma n. 2. 

“dopodiché” rappresenta una lacuna temporale, Busco, dopo aver lasciato il bar, prima di tornare a casa, ha fatto qualcosa che non ci dice, non necessariamente qualcosa di rilevante, potrebbe essersi semplicemente fermato a fare benzina o a comprare le sigarette.

Quando Busco dice “mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino” è credibile. Da notare che in questa occasione non fa alcun riferimento alla routine che ha ripetutamente introdotto in precedenza trovandosi a dover raccontare gli accadimenti di quel pomeriggio precedenti all’arrivo al bar.

 PM Calò: Dopodiché? 

Raniero Busco: Dopodiché all’inci… alle 03:00 di notte, credo, adesso non mi ricordo con precisione l’orario, sono venuti i Poliziotti che mi dicevano di andare con loro e non… non dicendomi quello che era successo, dice: “Devi venire con noi, dobbiamo andare in Questura” e da lì mi hanno portato in Questura, a Via Genova, e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto. Sono rimasto…

Questo racconto di Busco è credibile. 

Quando Busco dice “e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto”, ancora una volta non usa termini appropriati come “omicidio”, “uccisa” o “ammazzata” ma minimizza facendo ricorso al termine “accaduto”. Inoltre, neanche in questa occasione nomina la povera vittima eppure per lui sarebbe stato assai più semplice dire “Mi hanno detto che Simonetta era stata ammazzata” o quantomeno “Mi hanno detto che Simonetta era morta”.

PM Calò: Ma è stato interrogato? 

Raniero Busco: Sì, sono stato interrogato … sono rimasto, mi ricordo io, fino all’ora di pranzo, fino all’una, credo, poi da lì mi hanno rimandato a casa e mi sono rivenuti a riprendere nello stesso giorno, nel pomeriggio, mi sono venuti a prendere…

Questo racconto di Busco è credibile, il verbo è coniugato al passato e la frase “mi ricordo” ci confermano che sta dicendo il vero.

Il fatto che Busco dica “mi ricordo” riguardo all’orario d’uscita dalla caserma, è un’indicazione che ha mentito in precedenza, che ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con un “mi ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “mi ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne raccontate in precedenza.

PM Calò: E che cosa le è stato chiesto?

Raniero Busco: Eeh… mi è stato chiesto quello che avevo fatto, presumo, il problema è questo: Che adesso, a distanza di… di vent’anni cioè non risulta a verbale quello che io abbia dichiarato quel giorno… eee… cioè è assurda una cosa del genere, secondo me, poi… non so quello che ha succ… sic… sicuramente, perché, ripeto, quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi, hanno fatto pressioni psicologiche dicendomi: “Guarda che cosa hai fatto, diccelo, confessa” e da lì sono stato rimandato a casa, poi. Tutto questo mi pare… poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato. Quindi io non… 

E’ l’emotività che spinge Busco a rispondere con 133 parole ed è brava la PM a non interromperlo, dalle tirate oratorie di sospettati, indagati e imputati si possono estrapolare informazioni importanti ma soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso.  

Busco, poiché non vuole riferire alla PM dove si trovasse nel momento in cui veniva uccisa Simonetta, fa ricorso ad una lunga tirata oratoria durante la quale si incarta clamorosamente.

“quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi,” è una sequenza incriminante. Solo un assassino può sentirsi “messo di fronte all’evidenza”, peraltro Busco spiega dettagliatamente che cosa lui intenda per “evidenza”, “evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi”.

Busco cerca di aggrapparsi agli errori fatti dagli inquirenti quando dice “poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato”. 

La frase di Busco “Quindi io non…“ è monca, o a causa di un’autocensura o perché la PM lo ha interrotto. Se l’interruzione fosse volontaria sarebbe un invito alla PM e ai giudici a trarre conclusioni che l’imputato non riesce a trarre perché mentirebbe. 

PM Calò:  Ma lei ricorda che cosa aveva detto in quella circostanza?

Non una buona domanda perché permette a Busco di tornare a sottolineare ancora gli errori investigativi, peraltro la PM è a conoscenza del fatto che chi indagò nel 1990 non chiese a Busco come aveva passato il tardo pomeriggio del 7 agosto. 

Raniero Busco: Sicuramente ho detto che ero a casa anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era, diciamo, una routine, una abitudine. Ho ricostruito con i miei familiari, con i miei amici così… quello che avevo fatto quel giorno. Quindi sicuramente ho detto… ho detto quella cosa lì, il problema è che non sta… è stato messo a verbale, cioè io questa cosa l’ho saputa nel 2005 che non c’era la mia versione dei fatti.

Ancora una volta Busco insiste sul fatto che il pomeriggio del 7 agosto 1990 fosse stato un pomeriggio come gli altri “una routine, una abitudine”. 

Busco mostra di essere privo del “muro della verità”, egli infatti tenta di convincere l’interlocutore dicendo:

1) “Sicuramente ho detto” 

2) “sicuramente ho detto… ho detto”

3) “anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era diciamo una routine, una abitudine” un tentativo di spiegare il motivo per il quale non ricorda, una frase dove peraltro la presenza dei due “diciamo” ci suggerisce che Busco non è convinto di ciò che dice.

Da notare che Busco non ha speso una parola per la vittima, pertanto appare fuori luogo che definisca gli eventi iniziati alle 3:00 dell’8 agosto “il mio evento traumatico”. “traumatico” in che senso? Avrebbe dovuto chiedergli la PM.

PM Calò: Va bene. Lei ha mai dato morsi a Simonetta? 

Raniero Busco: Assolutamente.

“Assolutamente” non ha valore di “No”,  la parola “mai” e la parola “assolutamente” non sono negazioni credibili.

PM Calò: No.

Raniero Busco: No. Assolutamente no.

Busco aggiunge a “No”, “Assolutamente no” mostrando ancora una volta di essere privo del “muro della verità”.

PM Calò: omissis

Raniero Busco: No, la mia coscienza era pulita quindi perché avrei dovuto esa… esaspe… cioè… nel senso… io non avevo fatto niente e loro mi hanno anche schiaffeggiato, quindi…

Busco invece di negare riferisce alla PM “la mia coscienza era pulita”, una rassicurazione che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” ad avere la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”.  

Dire di avere “la coscienza pulita” non equivale a negare l’azione omicidiaria, peraltro, i soggetti che non provano senso di colpa e rimorso, come i sociopatici, hanno sempre “la coscienza pulita”.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile. Busco continua a non nominare Simonetta e a minimizzare usando il termine “niente” per evitare lo stress che gli indurrebbe l’uso delle parole “ucciso”, “ammazzato” e “Simonetta”. 

Da notare che Busco dice “loro mi hanno anche schiaffeggiato”, senza specificare chi lo avrebbe schiaffeggiato. 

E’ una incredibile coincidenza che l’omicida abbia schiaffeggiato Simonetta, a mio avviso, dopo aver ricevuto un primo schiaffo proprio da lei.

Nelle Motivazioni della Sentenza di Primo Grado, in massima parte condivisibili, i giudici hanno scritto: “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi (al riguardo è sufficiente una rapida scorsa alle rispettive testimonianze: ad esempio, Volponi, su altre circostanze quantomeno impreciso, ricorda perfino di aver scambiato qualche parola con l’uomo delle pulizie nei pressi della tabaccheria, Cipollone Gaetano che ha confermato) (…) E’ indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che il Busco fosse il meno “coinvolto” tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, (e sui quali egli asserisce anche di essere stato interrogato nel ’90 e proprio sui suoi movimenti del pomeriggio, per di più a suon di ceffoni e con l’ostensione delle foto del cadavere, e dunque avendo validissimi motivi per ricordare), in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una Volante della Polizia in piena notte e poi trattenuto per molte ore in Questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro”.

PM Calò:  Ecco un’altra domanda ancora, sempre a proposito di questi interrogatori a cui è stato sottoposto in Questura, insomma di queste domande che le hanno fatto. 

Raniero Busco: Del ’90, parla? 

PM Calò: Prego? 

Raniero Busco: Dell’epoca, del ’90? 

PM Calò: All’epoca, all’epoca, all’epoca, nel ’90. Come mai lei non ha mai detto niente di questo, insomma, non ha mai rappresentato questa cosa che aveva subìto in Questura? 

Raniero Busco: A chi scusi?

PM Calò: Una denuncia, per esempio. 

Raniero Busco: Erano stati… cioè sono stati due schiaffi, ho… ho pensato che in quel momento era prassi comportarsi così, credo, poi ripeto… 

PM Calò: Va bene. 

Raniero Busco:… a venti… ventitré anni, quindi ge… mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte, quindi lascio immaginare il mio stato d’animo.

 Da notare che quando Busco dice “mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte” evita per l’ennesima volta di nominare la povera Simonetta Cesaroni.

E’ interessante che Raniero Busco non descriva il proprio stato d’animo ma lo lasci soltanto “immaginare”, come se la sua fosse stata un’esperienza comune agli interlocutori.

— Raniero Busco interrogato in aula dall’Avv. Mondani (parte civile per Paola Cesaroni) ha affermato: Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato.

La risposta data da Busco all’avvocato “Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato” non è dissimile da una risposta data in precedenza alla PM “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare”.

In realtà gli inquirenti lasciarono andare Busco quella notte ed il giorno seguente perché commisero un errore grossolano, non lo interrogarono sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 in quanto al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta, Raniero si trovava al lavoro, inoltre credettero a Busco quando sostenne di non sapere che Simonetta lavorasse in via Carlo Poma.

E infine non si preoccuparono di informarsi sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 una volta venuti a conoscenza delle risultanze dell’esame medico legale. 

— Nell’intercettazione ambientale del 13 aprile 2005, delle ore 15:50 del colloquio svoltosi tra Simone Palombi e Raniero Busco nell’anticamera del Procuratore Aggiunto allorchè i due erano in attesa di essere chiamati per effettuare il confronto di cui sopra Busco si preoccupa di chiedere all’amico se già l’8 agosto 1990 egli avesse riferito agli inquirenti di aver passato il pomeriggio dell’omicidio in visita ad una zia suora e se tale circostanza fosse stata verbalizzata, lamentando, posto che le loro dichiarazioni non erano collimanti, “perché non m’hai chiamato, non c’hai chiamato subito pe’ chiari’ ‘ste cose” (Motivazioni della sentenza di primo grado).

Raniero Busco: Ma .. tu .. io quello che ti volevo chiedere, a te quando t’han… quando t’hanno sentito? Quindici anni fa o adesso? Quand’è la prima volta che t’hanno sentito a te, che t’hanno chiesto che facevi quel giorno?

Simone Palombi: A me .. io non mi ricordo di ‘sta volta o quindici anni.

Raniero Busco: Cioè tu, quindici anni fa hai messo a verbale qualcosa? No? T’hanno sentito a te?

Raniero Busco: Io quello che voglio di’… se tu hai dichiarato quello là e l’hanno messo a verbale… OK, può darsi pure che me so’ sbagliato io.

Raniero Busco: Più adesso, sono quindici anni, io la mano sul fuoco non ce la metto che… che t’ho detto che stavo con te. Io lo… lo… ciò ‘sto flash perché… a parte confermato da quello che ho dichiarato quel… quel giorno che era successo il giorno dopo, quindi tu .. mi dici a me che ho fatto quel pomeriggio no… Cazzo sei il primo indiziato… io ho fatto, io so’… stavo… mi ricordo che stavo con te, ci siamo fermati lì da (inc.) a fa’ benzina e poi non so so’ do’ cazzo siamo andati, siamo andati al bar… intorno a quell’ora… lo…. ma se tu… se tu però… quello voglio di’ io, se tu invece… è una cosa che t’hanno chiesto dopo dieci anni… è normale, ce sta il… il dubbio che tu ti puoi essere pure… te puoi sbaglia’ con un altro giorno no!? Capito che te voglio… io è questo… solo questa cosa qui… poi il resto tranquillo, non c’è…

Busco cerca di insinuare il dubbio nell’amico.

Simone Palombi: No, io so solo che quel giorno, guarda, io ho parlato pure con mia madre, perché siamo andati … – dice guarda, siamo andati al paese, la mattina e semo ritornati (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Non è che era il lunedì?

Busco cerca di insinuare il dubbio che possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli che poteva essere il lunedì, Simonetta fu infatti uccisa martedì 7 agosto 1990.

Simone Palombi: No no, perché… no… perché, lo sai perché? Perché io c’ho pure il toso… m’hanno richiesto pure il co… – perché siete andati là? – Ho fatto – guarda, c’ho una zia così, si può di’ che era morta e… stava… in fin di vita, infatti è morta quella (inc. voci sovrapposte) all’una e mezza –

Raniero Busco: (inc.) Sì, però quello che te voglio di’, perché quando era… allora dove… non avrei mai detto che stavo con te, hai capito quello (inc. voci sovrapposte) No… sì, cazzo, io non me lo ricordo, cioè… il giorno… il giorno… è successo, il giorno dopo… io non mi ricordo quello che ho fatto il giorno prima? Capito che ti voglio di’? Io, è questa la cosa… il mio… l’unica mia… dico, perplessità no!?… Tu sicuro che non era… non era lunedì?

Busco cerca ancora di insinuare il dubbio che possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli ancora una volta che poteva essere il lunedì.

Simone Palombi: No, ee… ho… te giuro que… cento volte con mia madre… Lo sai perché, siamo andati lì oh… si ricorda pure mia madre, alla mattina e semo tornati prima de cena, il sette… il sette questo.

Raniero Busco: Il sette era martedì? 

Simone Palombi: Il sette! Che cazzo ne so 

Raniero Busco: Martedì… eh.

Simone Palombi: Il sette! Poi io… alla sera, siamo ritornati alle otto, alle sette… non so se so’ uscito, non mi ricordo un cazzo, so solo che il giorno dopo sono andato a fa’ una visita all’ospedale… al San Giacomo, che de… dovevo parti’ alla sera per anda’ in Sardegna e il pomeriggio so’ venuto da te, te ricordi che stavamo da te e dopo due minuti è venuta la Polizia e c’hanno portato là. Sono sicuro (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Me lo ricordo sì, quello me lo ricordo Simo’, però…

Da notare il “però” che serve a Busco per tentare di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Solo ‘ste cose mi ricordo.

Raniero Busco: Comunque questi… cioè te di’ quando… contesta’ una cosa del genere, io… cioè se tu… tu a… asserisci questo, per me, oh, è così, però… (inc. voci sovrapposte) io quello che me chiedo è come mai… se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito (inc. voci sovrapposte).

Un altro “però” serve a Busco per tentare di insinuare il dubbio.

Busco dicendo “se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito” vuol far pensare all’amico di aver fatto la dichiarazione anche nel 1990, in realtà non dice di aver detto nel 1990 che fosse con lui tanto che non riesce a dire “e questo qui non me l’hanno contestato subito” ma “e questo qui non ce l’hai contestato subito” perché non avendogli mai chiesto dove fosse stato non potevano di certo contestargli nulla.

Simone Palombi: Io l’avevo detto pure la prima volta, quando m’avevano chiamato? Cinque mesi fa?

Raniero Busco: Eh, ho capito, però un conto è quello che dichiari il giorno dopo e un conto che lo dichiari dopo dieci anni, io non mi ricordo manco quello che ho magnato l’altro mese, cioè quello che ho fatto l’altro… il mese scorso.

Un ennesimo tentativo di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Ma io sicuramente… ma… Ranie, sicuramente me l’avranno chiesto pure a me come dici te.

Raniero Busco: E perché non l’hanno messo a verbale allora?

Simone Palombi: Io, sicuramente, sicuramente avrò detto che io ero stato a Vallecorsa tutta la (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Sì ma me pare strano che non l’hanno messo a verbale, a… a… a Simo’.

Simone Palombi: E che ne so, non lo so (inc) Ranie, non lo so.

Raniero Busco: Hai capito? Se io dico… io dico… allora, per farme l’alibi, per esempio… loro hanno (inc. voci sovrapposte) sì ma io so’ stato il primo, prima entro io – tu fatti l’alibi, chi t’ha visto? Dove sei stato? – stavo con Simone quel giorno e ok! Sentono a te…

Busco vuol far credere a Simone di aver detto agli inquirenti “stavo con Simone quel giorno“ ma lo fa precedere da un “per esempio” che ci rivela che sta facendo semplicemente un esempio.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Per prima cosa… E non lo metti per iscritto? Cioè scusa, se c’era la… la deposizione tua, tanto di cappello oh, avrò sbagliato io, che te devo di, me so’… me sarò confuso, che non c’avrò capito niente quel giorno.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Ma se tu… adesso a te t’hanno sentito dopo quindici anni e gli dici – io so’ stato … sì, non è vero, so’ stato da un’altra pa – cioè lascia il tempo che trova, ma mica per te eh, per… per loro… lo… ci sta una dichiarazione.

Raniero Busco: Ci vuole la massima collaborazione ma più di questo che devo fa’? Cioè la cosa è stata che tu mi … mi chiedi di sforzarmi de ricorda’ quello che ho fatto io quindici anni fa… capisco che la cosa è grande, ma io se… ma io adesso la mano sul fuoco non ce la metto che … che stavo con te! Capito quello che ti voglio di, solo questo.

Dal tenore complessivo della conversazione si desume il tentativo da parte del Busco di far coincidere le due versioni o inducendo nell’amico il dubbio (il lunedì anziché il martedì), oppure, laddove fosse risultata verbalizzata fin dal 1990 la versione del Palombi, prospettando l’impossibilità per lui (Busco) di ricordare cosa avesse fatto a distanza i quindici anni (Motivazioni della sentenza di primo grado).

— La seguente intervista, rilasciata da Raniero Busco al giornalista Giampiero Marzi a meno di un mese dall’omicidio di Simonetta, è stata pubblicata sul quotidiano “Il momento locale” il 4 settembre1990 e trascritta nelle motivazioni della sentenza di primo grado:

Giornalista: Io non so neanche quanti anni hai tu. 

Raniero Busco: Ventiquattro.

Giornalista: Ventiquattro, e lavori, lavoravi? 

Raniero Busco: Lavoro… lavoro.

Il fatto che Busco ripeta per due volte la parola “lavoro” ci annuncia che il “lavoro” è un tema importante per lui. Raniero Busco, come vedremo, non deluderà le aspettative.

Giornalista: Quando hai conosciuto Simonetta? 

Raniero Busco: Due anni fa. 

Giornalista: Due anni fa, e ci puoi raccontare dove l’hai conosciuta?

Raniero Busco: L’abbiamo conosciuta tramite amici, l’ho conosciuta qua a Roma. 

E’ inaspettato che Busco non nomini Simonetta, che inizialmente parli al plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” e solo in seguito affermi “l’ho conosciuta qua a Roma”, ancora una volta senza nominarla. 

L’uso del plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” tradisce un desiderio di nascondersi tra la folla che generalmente gli innocenti non hanno. Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per duplice omicidio e Marco Mottola, indagato per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno fatto di frequente ricorso a questo escamotage.

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Perché hai detto questo? Non devi dire queste cose. 

La Teatini si meraviglia del fatto che il figlio abbia detto al giornalista che conosceva la Cesaroni e lo esorta a “non dire queste cose”. Il fatto che la madre di Busco inviti Raniero a prendere le distanze dalla povera Simonetta ci induce a ritenere che la madre teme che il figlio sia coinvolto, un comportamento comune a molti dei familiari di soggetti sospettati o/e indagati.

Giornalista: No, è soltanto… così… 

Il giornalista cerca di giustificarsi con la Teatini, evidentemente teme che la donna gli impedisca di intervistare Raniero.

Raniero Busco: Normale conoscenza tra amici, tramite amiche, me l’hanno presentata… così. 

Busco dicendo “Normale conoscenza tra amici” prende le distanze da Simonetta. La regola vuole che il fatto che Raniero senta il bisogno di definire la conoscenza “Normale” sia un indice del contrario.

Giornalista: Quanto tempo fa mi hai detto?

Raniero Busco: Due anni.

Giornalista: In due anni hai avuto modo di conoscerla bene? 

Raniero Busco: Abbastanza.

Giornalista: Che ricordo hai di lei? 

Raniero Busco: Un buon ricordo… un buon ricordo.

Busco inaspettatamente non solo non dedica neanche una parola d’affetto alla vittima ma neanche la nomina.  

Giornalista: Ci puoi raccontare cosa successe quel 7 agosto? Ti telefonò la sorella Paola?

Il giornalista non solo sbaglia a fare due domande perché permette a Busco di scegliere a quale domanda rispondere ma introduce un’avvenimento relativo alla sera del 7 agosto 1990 che avrebbe dovuto riferirgli Raniero. 

Raniero Busco: Niente, io non so niente di quel giorno… quel giorno io stavo lavorando… quindi…

Busco fornisce una risposta evasiva e nel finale ricorre all’autocensura. 

“Niente, io non so niente di quel giorno”, non solo non è un modo credibile di negare di essere coinvolto nell’omicidio di Simonetta ma è anche una risposta sospetta. Raniero Busco non può non sapere “niente” di quel giorno, mica era in coma farmacologico. Peraltro il giornalista lo ha invitato a parlare della telefonata che gli fece la sorella di Simonetta dopo il ritrovamento del cadavere, non degli avvenimenti del pomeriggio.

Da notare che Raniero Busco dicendo “quel giorno io stavo lavorando…” tenta di lasciar intendere al giornalista che stesse lavorando mentre la Cesaroni veniva uccisa, invece Busco entrò a lavorare in Aeroporto solo alle 23:00, ovvero dalle 4 ore e mezzo alle 5 ore e mezzo dopo l’omicidio. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto.

La Teatini quando dice “Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto”, vuol lasciare intendere che nel pomeriggio del giorno dell’omicidio suo figlio stesse lavorando nell’officina sotto casa ma, per non mentire, non specifica né il giorno né l’orario in cui Raniero sarebbe stato “lì a lavorare”. La Teatini spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Il fatto che la Teatini cerchi di fornire un alibi a Raniero per il pomeriggio del 7 agosto 1990, seppure in maniera abborracciata, è la riprova che di questo fantomatico alibi, evidentemente, in casa Busco, a circa un mese dall’omicidio di Simonetta, si continuava a parlare.

Raniero Busco: Io non sapevo nemmeno dove stava questo… dove lavorava in via Carlo Poma… quindi…

Busco non replica all’intervento della madre, né smentendo né confermando di aver lavorato nell’officina sotto casa.

Quando Raniero dice “Io non sapevo nemmeno dove stava questo…” non solo si autocensura ma sceglie di usare il termine “questo” (e non “quello” o “quell’ufficio”) per riferirsi all’ufficio di via Poma, mostrando vicinanza al luogo dove è stata uccisa la Cesaroni. 

Ancora una volta Busco prendere le distanze dalla vittima non nominando la povera Simonetta ma limitandosi a dire “dove lavorava in via Carlo Poma…” senza neanche usare la terza persona singolare femminile “lei”.

“quindi…” è un’altra frase monca, Busco spera che sia il giornalista a trarre eventuali conclusioni a lui favorevoli.

Giornalista: E come mai non lo sapevi, cioè vi incontravate solo il sabato e la domenica voi? 

Il giornalista invece di fare una domanda aperta, invita Busco a dire che incontrava Simonetta “solo il sabato e la domenica”, un errore grossolano.

Raniero Busco: Sì, io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni, quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh.

Busco, su suggerimento del giornalista, risponde affermativamente ma poi non conferma che lui e Simonetta si vedessero solo il sabato e la domenica ma torna a parlare del suo lavoro “io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni” e a prendere le distanze da Simonetta  “quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh”. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Lavorava all’Alitalia.

La Teatini sottolinea ciò che ha appena riferito suo figlio.

Raniero Busco: Cioè lavoro all’Alitalia, quindi, se è… ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente.

Ancora una volta Busco riferisce al giornalista di lavorare all’Alitalia. 

E’ interessante il fatto che Busco torni sulla frase del giornalista “vi incontravate solo il sabato e la domenica voi” precisando “ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente”, egli infatti, togliendo l’avverbio “solo” e aggiungendo l’avverbio “generalmente”, ci dice che poteva anche capitare che si incontrassero durante la settimana. 

Giornalista: Quindi neanche aveva motivo di dirti dove lavorava in questo ufficio.

Il giornalista ancora una volta suggerisce una risposta. 

Raniero Busco: Sapevo che lavorava sulla Casilina, ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto. 

Il Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile che nel 1990 indagò sull’omicidio della Cesaroni ha riferito di aver creduto che Busco non conoscesse l’indirizzo dell’ufficio di via Poma pertanto mi sarei aspettata che Raniero rispondesse con un “No” ed invece, ad un superfluo preambolo “Sapevo che lavorava sulla Casilina”, Busco aggiunge “ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto”, una negazione non credibile per la presenza del “mai”.

Giornalista: Quando ti sei visto l’ultima volta con Simonetta?

Raniero Busco: Il giorno prima del fatto.

Chiamare l’omicidio di Simonetta “il fatto” è un modo di minimizzare. Busco usa una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’usare il termine “omicidio”. Per questo stesso motivo Busco evita di fare il nome della povera vittima. 

Giornalista: Proprio il giorno prima e come vi siete lasciati? 

Raniero Busco: Niente, ci siamo visti mezz’ora… siamo… capito…  perché lei…non ci dovevamo nemmeno vedere perché… eravamo rimasti d’accordo che ci vedevamo dentro la settimana, venerdì, in quanto facevo le notti io… quindi ci dovevamo vedere… niente… invece lei è capitata lì al bar dove ci incontravamo di solito… è stata mezz’ora con me… e: “Ciao, ciao”, siamo andati a casa a mangiare perché dovevo andare a lavorare io… finita lì.

La domanda è sensitiva, la lunghezza della risposta, le pause e le autocensure provano che Busco è in difficoltà e che è in ballo la sua emotività. 

Busco torna a parlare dei suoi turni di lavoro “in quanto facevo le notti”.

Da notare che Raniero ripete per due volte che si videro solo mezz’ora, un modo per prendere le distanze dalla Cesaroni.  

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Ha fatto il turno di notte, capito?

La Teatini si intromette ripetendo che il figlio “Ha fatto il turno di notte”, sembrerebbe un’informazione di nessuna rilevanza, posto che il fatto che Busco abbia lavorato in Alitalia di notte non gli fornisce di certo un alibi per l’orario dell’omicidio, ne vedremo meglio in seguito il senso.

Raniero Busco: Facevo il turno di notte, iniziavo alle nove. 

Busco fa riferimento ancora al suo turno di lavoro notturno. 

Da notare che Busco, dopo un mese dall’omicidio, ha detto al giornalista di aver iniziato il turno “alle nove” mentre, durante il processo, ha riferito alla PM Calò che il suo turno iniziava alle 23:00 “Andavo … uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 07:00 di mattina”. Non un dettaglio da poco.

Alla luce delle dichiarazioni in aula di chi indagò sull’omicidio di Simonetta appare chiaro il perché Busco e sua madre, durante l’intervista rilasciata al giornalista Marzi, abbiano ripetutamente fatto riferimento al lavoro in Alitalia e ai suoi turni di lavoro “quel giorno io stavo lavorando”, “io faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia, faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia”, “facevo le notti io”, “perché dovevo andare a lavorare io” e “Facevo il turno di notte”. Raniero Busco era infatti a conoscenza del grave errore investigativo fatto dagli inquirenti che esclusero un suo coinvolgimento solo perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta lui si trovava al lavoro. 

Solo chi ha indagato nel 2004 ha realizzato che il fatto che Busco fosse entrato a lavorare alle 23:00 non permetteva di escludere che nel pomeriggio avesse ucciso a Cesaroni.  

Durante un’udienza del processo il giornalista Marziha dichiarato: (…) in Questura è stato presentato Busco come persona estranea ai fatti perché aveva… si trovava appunto sul posto di lavoro (…).

Giornalista: E’ stato un colpo durissimo… immagino. 

Raniero Busco: Eh… senza dubbio.

Inaspettatamente, ancora una volta, Busco sceglie di non parlare della vittima.

In conclusione:

1) Raniero Busco ha dissimulato;

2) si è spesso autocensurato;

3) non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Simonetta Cesaroni;

4) non ha mai affermato di aver detto la verità;

5) ha spesso preso le distanze dalla vittima; 

6) non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, “accoltellata”, “assassino”, ”mostro” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; per lo stesso motivo ha detto un’unica volta “Simonetta”;

7) ha spesso mostrato di aver necessità di convincere e quindi di non possedere il “muro della verità”;

8) non ha mai speso neanche una parola d’affetto per la vittima, né per la famiglia Cesaroni;

9) non ha mai fornito un alibi verificabile ma si è sempre e solo aggrappato agli errori investigativi;

10) ed infine, non ha mai avuto parole di condanna e di disprezzo per l’assassino di Simonetta non solo per aver ucciso una giovane donna che lui conosceva ma anche per averlo costretto ad affrontare un processo per omicidio.

— Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee:

Raniero Busco: Buongiorno eee signori giudici, naturalmente scusatemi la mia emozione se riesco ad essereee chiaro, sento però il bisogno, arrivati a questooo… al termine di questo giudizio, di aprire il mio cuore a voi cheee vi apprestate aaa a giudicarmi, io voglio riaffermare che io volevo bene a Simonetta, naturalmente non posso sapere come la nostra storia si… avrebbe potuto concludersi maaa mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna e inorridisco al solo pensiero che qualcuno possa pensare che abbia io provocato la morte di Simonetta, con questo ee voglio dire che ho provatooo il dolore più grande della mia vita da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa, questo dolore è st… l’ho provato solamente quando èèè è morto mio padre eee anche quando sono stato condannato in primo grado, non tanto… ehm… per la condannaaa in sé anche per… anche se per me è mostruosa, ma quanto per il fatto che i giudici mi abbiano ritenutooo capace di un delittoooo così incredibile, grazie.

“mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna” non è una negazione credibile.

“abbia io provocato la morte di Simonetta” è un’ammissione.

Nella frase “da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa” il tempo del verbo è scorretto, a circa 20 anni dall’omicidio, Busco avrebbe dovuto dire “da quando ho saputo che Simonetta era stata uccisa”. Il fatto che Busco parli come se l’omicidio della Cesaroni fosse appena avvenuto è significativo. Raniero potrebbe non aver mai superato psicologicamente quell’esperienza e soffrire di un PTSD (Sindrome Post Traumatica da Stress).

— Da un’intervista del settembre 1990 rilasciata da Raniero Busco alla trasmissione Chi l’ha visto?:

Giornalista: Lei si sente un sospettato?

Raniero Busco: Mi sento sospettatooo… non lo so, forse dalle pe… dal di fuori, dalle persone potrei anche essere portato a ritenermi di sospettato però io personalmente eee no, sono… sono pulito, ho la coscienza a posto. Una cosa normale essendooo il ragazzo, l’ultima persona cheee… che c’è stato insieme, diciamo, è il primo, diciamo, ad essere sospettato, però da parte mia… ehm… tranquillissimo.

Busco conferma al giornalista di sentirsi un sospettato e invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Simonetta, Raniero sceglie di raccontarsi come un soggetto “pulito” con “la coscienza a posto”, rassicurazioni che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” a sentire la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”. Peraltro i soggetti che non provano senso di colpa né rimorso come gli psicopatici, i sociopatici e i narcisisti, hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“l’ultima persona cheee…” è l’inizio di una frase incriminante che Busco si guarda bene dal concludere (lascio a voi il compito), Raniero Busco dopo aver pronunciato le prime tre parole si autocensura e sia la ripetizione delle “e” della congiunzione “che” che la pausa gli servono a prendere tempo per pensare ad una conclusione più o meno sensata come “che c’è stato insieme”.

— Da un’intervista rilasciata da Raniero Busco durante il processo:

Giornalista: Cosa pensa di questo processo?

La domanda del giornalista è generica e permetterebbe a Busco di negare. I soggetti innocenti accusati di omicidio, negano ogni qualvolta gli si presenti l’occasione. 

Raniero Busco: Eee penso che sia tutto così assurdo quello che hanno… le ricostruzioni, ripeto, è tutto basato su delle ipotesi, delle loro considerazioni, bisogna poi vedere contestualmente all’epoca chi è stato, io non ho fatto… niente, io, la mia forza è l’innocenza, basta.

Busco ancora una volta perde l’occasione di negare in modo credible. 

Raniero è incapace di dire “io non ho ucciso Simonetta” e non saremo noi a dirlo per lui. 

“io non ho fatto… niente” non solo non è una negazione credibile ma è indebolita dalla pausa tra “fatto” e “niente”. 

Da notare che Busco continua a minimizzare. Egli infatti, a distanza di più di venti anni dall’omicidio di Simonetta, continua ad usare le parole “fatto” e “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe pronunciare termini come “omicidio”, “ucciso” e “ammazzato”. 

“io, la mia forza è l’innocenza” non è una negazione credibile. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. 

“basta” è un termine che Busco usa per chiudere la conversazione.

— Uno stralcio di un’intervista rilasciata dopo l’assoluzione: 

Giornalista: Raniero che cosa ti hanno tolto questi 7 anni di calvario?

Raniero Busco: Il fatto di… comunque aver trascurato la mia famiglia, i miei bambini, questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane.

Quando Busco dice: “questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” non parla di sé come ci saremmo aspettati; Raniero non dice “questa è la cosa proprio che, diciamo, più mi fa male” ma prende le distanze dicendo “ti fa male”. Busco non sta descrivendo un’esperienza comune ma alquanto rara pertanto l’uso del “ti” invece che del “mi” si spiega in un modo solo: Raniero vorrebbe dire “mi fa male” ma mentirebbe e per evitare lo stress che gli produrrebbe dire una bugia, prende le distanze dalla realtà generalizzando. Anche quando conclude dicendo “certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” continua a parlare in modo generico. 

Raniero Busco: La giustiziaaa… in questo caso, secondo me, ha fallito.

E’ Busco a dire che la giustizia ha fallito, lo dice dopo essere stato assolto, e io gli credo.

Raniero Busco non ha mai fornito un alibi agli inquirenti, è difficile credere che, anche a 14 anni dai fatti, non ricordasse i propri movimenti del pomeriggio 7 agosto 1990 visto che in casa Busco il suo alibi è stato un argomento di conversazione per molto tempo ed è poi stato lo stesso Raniero a riferire ai giudici di aver provato il dolore più grande della sua vita dopo aver saputo che “Simonetta è stata uccisa”. 

I giudici della Corte di Assise di Roma hanno così ricostruito l’omicidio della giovane Cesaroni: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini. Durante i preliminari, Simonetta, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si rifiutò di proseguire il rapporto. Il rifiuto, probabilmente accompagnato da parole sferzanti indusse l’assassino, come reazione, ad infliggerle un terribile morso al capezzolo sinistro. La reazione della ragazza, anche solo verbale, a tale gesto, provocò un ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco dapprima l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina incapace di opporre una sia pur minima resistenza in quanto il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”. 

A mio avviso i fatti andarono un pò diversamente: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente per l’assenza sul suo cadavere, sul reggiseno o sul corpetto di segni riferibili ad un tentativo di violenza sessuale. Durante i preliminari, quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino le morse con forza il capezzolo sinistro, la ragazza, per reazione, lo schiaffeggiò, lui l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate. In altre parole: la Cesaroni non aggredì il suo assassino verbalmente o quantomeno non solo verbalmente ma lo schiaffeggiò, dopo che lui la morse durante i preliminari. Il potente schiaffone che atterrò la Cesaroni fu pertanto una classica reazione ad uno schiaffo che l’assassino aveva ricevuto dalla povera vittima. Se Simonetta si fosse semplicemente rifiutata di acconsentire ad un rapporto sessuale prima di ricevere il morso, come hanno sostenuto i giudici del primo grado, l’assassino non sarebbe riuscito ad addentare il suo capezzolo se non dopo morta. Infine per quanto riguarda il movente, il contesto è la chiave: in certi ambienti e per certi soggetti, uno schiaffo è un’onta da lavare con il sangue”.

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Pietrino Vanacore, il portiere di via Carlo Poma n. 2

Il ruolo di Pietrino Vanacore

“Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A) aiutato l’autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell’Autorità e segnatamente: il 7/8/1990 si introduceva nell’appartamento in cui era stato commesso il delitto, puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima (…)”.

Gli errori commessi da chi ha indagato sull’omicidio di Simonetta nel 1990 hanno impedito alla famiglia Cesaroni di avere giustizia e hanno contribuito a trasformare in un giallo un caso giudiziario estremamente semplice. 

1) Gli inquirenti non solo non interrogarono Raniero Busco sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 dopo averlo prelevato in Aeroporto e condotto in caserma poche ore dopo l’omicidio ma inspiegabilmente non lo fecero neanche all’indomani del deposito delle risultanze dell’esame medico legale che indicava l’orario della morte della povera Simonetta; 

2) Chi indagava non si accorse di aver sequestrato sulla scena del crimine non solo le due agendine di Simonetta ma anche quella del portiere Vanacore. 

Il 6 settembre 1990, un’agendina rossa Lavazza prelevata dagli inquirenti nell’ufficio di via Poma venne dissequestrata dall’ispettore Brezzi a favore del padre della vittima, Claudio Cesaroni, in quanto erroneamente ritenuta parte degli effetti personali di Simonetta. Claudio Cesaroni, resosi conto che oltre alle due agendine della figlia, una rosa e una celeste, gli era stata restituita un’agendina rossa Lavazza con i numeri dei familiari di Vanacore, ed appartenente proprio al portiere dello stabile Pietrino Vanacore, la riportò in Questura. In data 22 ottobre 2008, come riferito dal Maresciallo Luigino Prili durante l’udienza dibattimentale del 7 maggio 2010, il PM  e i Carabinieri effettuarono una perquisizione domiciliare che ebbe esito negativo, a Monacizzo, nell’abitazione dei coniugi Vanacore, diretta anche al rinvenimento dell’agendina (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

3) Infine, gli inquirenti sottovalutarono la testimonianza della moglie del portiere Vanacore, Giuseppa De Luca, che disse di aver visto uscire dal cortile condominiale, verso le 18:00 del 7 agosto 1990, un ragazzo biondo con un fagotto sotto il braccio e che costui le era sembrato un giovane inquilino del palazzo, l’architetto Forza. L’architetto Forza, che quel giorno non poteva essere uscito dallo stabile di via Poma in quanto si trovava in vacanza all’estero, somigliava a Raniero Busco ma gli inquirenti archiviaro come menzogna la dichiarazione della De Luca perché credettero che la donna avesse detto il falso per aiutare il marito che in quel momento era detenuto con l’accusa di omicidio aggravato.

4) Gli inquirenti ritennero che Busco non sapesse che, da più di due mesi, Simonetta era solita lavorare nell’ufficio dell’A.I.A.G. di via Carlo Poma n.2 ogni martedì e giovedì pomeriggio.

Vanacore, il 9 agosto 1991, sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Squadra Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere. Dichiarava infatti che il giorno 7 agosto 1990, dalle ore 17:10 alle ore 17:30 aveva innaffiato delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle ore 18:00 alle ore 20:00 escludendo che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B). Aggiungeva inoltre che in serata, dopo essersi recato verso le ore 22:30 nell’abitazione ubicata due piani sopra, all’interno 7 di proprietà dell’ottantanovenne Valle Cesare, al solo fine di prestare assistenza notturna a quest’ultimo, raggiunto poco dopo da sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l’interno 7, scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni. Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle ore 18:00 alle ore 19:00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti dopo il rinvenimento del cadavere. Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Secondo la PM Calò, nella ricostruzione dei fatti precedenti all’arrivo sulla scena del crimine di Paola Cesaroni e del fidanzato Antonello Barone, nonché di Salvatore e Luca Volponi, avrebbero operato due diverse catene causali che si sarebbero snodate in parallelo: la catena causale Busco e la catena causale Vanacore. In questa ricostruzione si continua ad attribuire un ruolo, ancorché successivo alla commissione del delitto, al portiere Vanacore. Secondo la PM gli elementi a riprova del coinvolgimento di Vanacore sono: 

1) Il possesso da parte della De Luca del mazzo di chiavi con il nastrino giallo, chiavi che le furono sequestrate il 21 agosto 1990; Il mazzo di chiavi con il nastrino giallo non era né quello in uso a Simonetta né quello già in uso alla portineria, (i portieri avevano altre chiavi, consegnate in precedenza al Vanacore per fare dei piccoli lavori di riparazione all’interno degli uffici A.I.A.G. commissionatigli dal direttore Carboni), ma il mazzo “di scorta” degli ostelli che si trovava appeso a un chiodino accanto alla porta di ingresso degli uffici AIAG di via Carlo Poma n. 2, dunque non vi era alcuna giustificazione del possesso di tale mazzo da parte dei portieri il 7 agosto 90. 

2) La resistenza della portiera Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, a consegnare le chiavi ai familiari e al datore di lavoro che cercavano Simonetta e poi agli agenti delle Volanti della Questura intervenuti sul posto. 

3) Il rinvenimento dell’agendina rossa Lavazza appartenente a Vanacore sulla scrivania di Simonetta. 

4) Le telefonate fatto a Macinati Mario allo scopo di contattare l’avv. Caracciolo (presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù) alle 20:30/21:00 e alle 23:00 del 7 agosto 1990. 

5) Le discrepanze di luoghi e orari per Vanacore alle 22:30 – 23:00 del 7 agosto 1990. 

6) La circostanza che il telefono di Volponi fosse stato a lungo occupato alle 20:30/21:00 del 7 agosto 1990 (a mio avviso, Salvatore o/e Luca Volponi non furono informati del ritrovamento del cadavere di Simonetta dal Pietrino Vanacore, le loro testimonianze in merito a quella sera sono credibili). 

Secondo la versione prospettata dal Pubblico Ministero, il portiere Vanacore, avendo trovato la porta dell’ufficio degli ostelli socchiusa, (perché lasciata così dall’omicida), era entrato, aveva rinvenuto il cadavere nell’ufficio del direttore Carboni e, invece di chiamare la Polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda, (direttore Carboni, nella cui stanza era stato rinvenuto il cadavere di Simonetta, presidente Caracciolo, datori di lavoro della ragazza: Bizzocchi e Volponi), lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici A.I.A.G. (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

In questo scenario assumono fondamentale rilevanza le telefonate a Macinati Mario, “factotum” di Caracciolo, presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù. L’avv. Caracciolo, infatti, quando si trovava presso la tenuta di campagna di Tarano, era reperibile all’utenza fissa della casa del contadino suo dipendente, Mario Macinati. Il 7 agosto 1990 Caracciolo, dopo aver accompagnato alle h. 17.30 (come riscontrato), la figlia e le sue amiche all’aeroporto, si era recato in ferie a Tarano. La sera del 7 agosto giungevano due telefonate a casa Macinati, da parte di soggetto di sesso maschile che diceva di chiamare “dagli Ostelli” e di aver urgenza di parlare con l’avv. Caracciolo. La prima delle due telefonate arrivava intorno alle ore 20,30, quindi prima che l’omicidio fosse stato scoperto da Paola Cesaroni, e prima che venisse avvisata la Polizia. Un’altra telefonata del medesimo tenore giungeva a casa Macinati più tardi, dopo le ore 23:00. Ed invero, Vanacore, dopo aver cenato con la famiglia, era uscito di casa alle 22.30 per andare a dormire a casa dell’anziano Cesare Valle cui faceva compagnia la notte, ma, alle 23.00, quando la portiera De Luca aveva chiamato a casa del Valle chiedendo del marito, (perché erano arrivati Paola Cesaroni e gli altri che le chiedevano di aprire l’appartamento dell’A.I.A.G.), Cesare Valle le aveva detto che Pietrino in realtà non era ancora arrivato (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Si può facilmente escludere che Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Carlo Poma n. 2, abbia ucciso Simonetta in quanto:

1) non poteva avere la certezza che la ragazza fosse sola nell’appartamento e quindi particolarmente vulnerabile, posto che nei giorni precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

2) non avrebbe rivelato a sua moglie Giuseppa De Luca della presenza di un cadavere di una ragazza seminuda in un ufficio del palazzo o quantomeno non le avrebbe detto di non far entrare nessuno in quell’ufficio; 

3) non avrebbe lasciato la sua agendina sul tavolo di Simonetta perché non avrebbe telefonato a nessuno; 

4) ed infine avrebbe rimosso il cadavere da quell’ufficio. 

E’ invece probabile che Vanacore, una volta trovato il cadavere di Simonetta, non si sia posto il problema di chi avesse ucciso la ragazza ma abbia pensato semplicemente di far sparire il corpo e di ripulire la scena del crimine in modo da impedire che la morte della Cesaroni venisse collegata all’Associazione per la quale la ragazza lavorava, danneggiandola, e che, proprio per questi suoi servigi, i responsabili dell’Associazione lo avrebbero ricompensato economicamente.

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Omicidio di Lidia Macchi: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Stefano Binda

Stefano Binda

Lidia Macchi è stata uccisa con 29 coltellate il 5 gennaio del 1987, il suo corpo senza vita è stato ritrovato due giorni dopo nel bosco di Cittiglio, in provincia di Varese.

Lidia, nelle ore precedenti alla sua morte, aveva avuto un rapporto sessuale.

Nel 1987, il medico legale che eseguì l’autopsia sul cadavere di Lidia Macchi scrisse che prima di morire la ragazza aveva avuto un rapporto sessuale consenziente. Nel 2016, nell’ordinanza che ha disposto l’arresto di Stefano Binda, il GIP ha ammesso che il rapporto sessuale fu probabilmente consenziente ma ha avanzato l’ipotesi che la costrizione avrebbe potuto essere, non fisica, bensì effettuata con minaccia.

Il dato medico legale fa testo, sul cadavere di Lidia non sono stati riscontrati segni che indichino una violenza sessuale.

Il 15 gennaio 2016 è stato arrestato ed accusato dell’omicidio della Macchi un suo ex compagno di liceo, Stefano Binda, 49 anni.

Binda, il 18 maggio 2016, ha rilasciato brevi dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame di Milano durante un’udienza relativa all’istanza di scarcerazione presentata dai suoi legali:

Stefano Binda: “Non c’entro nulla con l’omicidio, non ho ucciso io Lidia, non ho inquinato le prove, né potrei farlo“.

“non ho ucciso io Lidia, non ho inquinato le prove” sono negazioni credibili, Binda prende possesso di ciò che dice aggiungendo il pronome personale “io” ad una frase che non ne avrebbe avuto bisogno.

Binda ha parlato di “prove”, non spontaneamente, lo ha fatto perché il GIP riteneva che non dovesse essere scarcerato per il pericolo di inquinamento delle prove.

Da notare che Binda usa le parole “omicidio” e “ucciso” invece di minimizzare facendo ricorso a termini più blandi, come fanno di solito i colpevoli. Chi commette un reato generalmente minimizza per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è sospettato o accusato, non è questo il caso.

Binda ha detto poche parole, quelle giuste e ha mostrato di non avere alcun bisogno di convincere nessuno.

Il legale della famiglia Macchi, Daniele Pizzi, ha così commentato le dichiarazioni di Binda:

“Se Stefano Binda è davvero innocente, come continua a ripetere, è bene che dica una volta per tutte tutto ciò che sa”.

L’avvocato Daniele Pizzi ci riferisce di non essere convinto della colpevolezza del Binda in quanto lascia spazio alla possibilità che sia innocente. Un innocente non “sa”, come potrebbe dire “una volta per tutte tutto ciò che sa”?

Nell’aprile 2016 il corpo di Lidia Macchi è stato riesumato, nessun reperto biologico isolato dai resti della Macchi è risultato ascrivibile a Stefano Binda. Ciò che stupisce è che la riesumazione e gli esami sui reperti biologici siano stati effettuati all’indomani dell’arresto del Binda e non prima.

Stefano Binda, una volta venuto a conoscenza dei risultati degli esami sui reperti biologici isolati sui resti di Lidia, ha dichiarato:

“Sono sereno, si conferma quanto ho sempre sostenuto: non ho ucciso io Lidia”.

“non ho ucciso io Lidia” è una negazione credibile.

Il 24 aprile 2018 i giudici della Corte d’assise di Varese hanno condannato Stefano Binda all’ergastolo sulla base di due consulenze riguardanti la poesia “In morte di un’amica”, recapitata a casa Macchi dopo l’omicidio.

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Susanna Contessini, la grafologa, consulente della procura, ha attribuito la poesia “In morte di un’amica” a Stefano Binda.

La psicologa Vera Slepoj, consulente della procura, ha sostenuto che la poesia “In morte di un’amica”,  è da attribuire all’assassino in quanto rappresenta “un atto liberatorio, un gesto dovuto dall’omicida entro il meccanismo complesso della verità e del desiderio di dare una spiegazione inconsapevole della vicenda e forse una simbolica assoluzione a se stesso. E’ una sorta di tentativo di coprire i rimorsi e un bisogno simbolico di sepoltura per rimuovere le proprie responsabilità”.

Cinzia Altieri, la consulente grafologa della difesa, ha comparato la grafia di “In morte di un’amica” con la grafia presente sulla busta che conteneva la missiva e con quella della frase “Stefano è un barbaro assassino” trovata a casa di Binda e secondo lei nessuna delle tre grafie è riconducibile a Binda.

Secondo la Altieri lo stampatello di “In morte di un’amica” è la scrittura abituale dell’estensore, così come è naturale e abituale la grafia degli scritti sequestrati a Binda. Cinzia Altieri ha dichiarato: “Esistono somiglianze fra scritture di mani diverse, ma qui sono rilevanti le differenze che sono sostanziali. Per esempio Binda non è uso mettere i punti sopra le “i”. Fa uno scarsissimo ricorso ai segni d’interpunzione. Sembra amare il punto esclamativo che invece non viene usato in “In morte di un’amica” dove avrebbe trovato una giustificazione nell’enfasi che pervade la prosa anonima. Diversa la formazione di “r”, “l”, “t”. Conclusione: né “In morte di un’amica”, né l’indirizzo sulla busta, né la frase “Stefano è un barbaro assassino” sono stati scritti da Binda. L’attribuzione non presenta elementi inequivocabili di identificazione”.

Le conclusioni della Altieri sono logiche e condivisibili.

Non solo non vi è certezza scientifica che la poesia “In morte di un’amica” sia stata scritta da Stefano Binda ma è aleatorio attribuire quella poesia all’assassino di Lidia Macchi.

Per quanto riguarda l’analisi del linguaggio, le parole analizzate sono sicuramente attribuibili a Stefano Binda (a differenza della poesia) e sono le parole di un soggetto che nega in modo credibile e che non apre alla possibilità di essere l’autore dell’omicidio di Lidia.

Binda possiede la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole, in quanto gli stessi non sentono la necessità di convincere nessuno.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 7 febbraio 2019.

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Omicidio di Lidia Macchi: analisi della lettera anonima “IN MORTE DI UN’AMICA”

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Delitto Macchi, una poesia ha portato un innocente in carcere (intervista)

Analysis of an interview Dr. Timothy Stryker released to correspondent Richard Schlesinger

Dr Linda Goudey and Dr. Timothy Stryker

On October 4, 1993, four days after she was last seen at the hospital were she worked, Dr. Linda Goudey, a successful OB/GYN, specializing in high-risk pregnancies, was found murdered in her car, in the parking lot of the New England Memorial Hospital of Stoneham. Goudey’s body was covered in a blanket. She had been strangled.

Her boyfriend, Dr. Timothy Stryker, an endocrinologist, was never criminally charged in the death of Dr. Linda Goudey but 13 years after the homicide a jury of a civil court trial found him guilty of Lin Goudey murder and ordered him to pay Lin’s family $15 million.

After Dr. Linda Goudey die, Dr. Timothy Stryker married and had two daughter.

Dr. Timothy Stryker died of cancer on January 12, 2011 at the Lemuel Shattuck prison Hospital in Boston while he was serving a four-year prison sentence after pleading guilty to perjury related to the investigation.

Deane Stryker

On Feb. 24, 2018, one of Dr. Timothy Stryker daughter, Deane Kenny, a medical student, 22, was killed in a unprovoked attack by Jeffrey Yao, 24, at the Winchester public library (Massachusetts). Jeffrey Yao stabbed Deane 20 times with a 10-inch hunting knife while she was studying at a table of the public library.

Dr. Timothy Stryker

What we look for in this interviews is for Dr. Timothy Stryker to issue a reliable denial, to say “I didn’t kill Linda” not simply parroting back the interviewer’s words but in the free editing process and we look for him to show the protection of the “wall of truth”.

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

Dr. Timothy Stryker: I always knew I was gonna be a doctor, my father is a doctor, my mother is a nurse, so it was always in my blood to be a doctor, I never questioned it. 

Dr. Timothy Stryker: One of my attractions to Lin and was that she was in a similar situation, of being a very dynamic person, the very busy practice.

Dr. Timothy Stryker: Yeah, I respected her so much, how she went that extra mile to… uhm… really take care of patient and do everything that needed to be done, help a mother have a healthy baby.

Dr. Timothy Stryker: We went jogging together, we had dinner together, we had so much to share, so much compatibility.

Dr. Timothy Stryker: We didn’t speak on the phone that evening that she died because she stayed at the hospital, she had phoned me to tell me she wasn’t coming over for dinner that night.

Note that he doesn’t say “that evening that she was killed” but “that evening that she died” not to deal with the words “killed” or “murdered”, this is common among guilty people.

Dr. Timothy Stryker: It was that kind of stunned shut down everything else sort of single but more like a Twilight zone… uhm… around me.

Dr. Timothy Stryker: It started going to this good cop/bad cop routine and I knew at that point I was clearly being in play.

Dr. Timothy Stryker: How I could be blame for something as terrible as this.

Note that Stryker is unable to use the words homicide or murder, again. This is minimization, a distancing measure. 

“this” shows closeness to the homicide.

Dr. Timothy Stryker: I know that I’m innocent here.

“I’m innocent” is an unreliable denial. “here” is unexpected. Is he guilty elsewhere? 

To affirm to be innocent is different from saying “I didn’t kill Lin”, which is expected.

Stryker is able to say “I’m innocent” because he is innocent “de iure”, he has never been  judged. When people say they are innocent, they are just denying the conclusion that they are guilty not the action.  An innocent “de facto” is someone who did not “do it” and is able to say “I didn’t do it” and eventually to add in the judicial conclusion. 

Dr. Timothy Stryker: I spent hours sitting and thinking, you know, how could people think that I could be guilty of something like this.

Note the word “sitting”. There is no reason to describe his own body posture, therefore we assume that for Stryker the event was memorable and we consider his need to recall his body posture a signal of an increase in tension.

There is no empathy for the victim, the focus is on himself, he is not telling us that he spent hours thinking about the murder, why, who, when, how but about how could people think that he could be the author. 

“you know” is a pause and a signal of an acute awareness of the interviewer. 

The use of the word “this” shows closeness to the homicide, again.

Dr. Timothy Stryker: It just makes me sad, you know, that people could think this way about me.

Dr. Timothy Stryker: I just knew it from a very young age, that’s what I wanted to do, you know, because it’s… it’s my nature to want to help people.

“it’s my nature to want to help people” is an unnecessary information. Stryker feels the need to represent himself as a “good guy” to ingratiate himself with the interviewer. When a subject has the need to portray himself as the “good guy”, we often find evidence that he is a “bad guy”. Virtue Signaling is often a signal of projected guilt, “good guy/bad guy”.

Dr. Timothy Stryker: So we met over lunches at the hospital, and… we started to share patients, because I would refer patients to her as a gynecologist.

Dr. Timothy Stryker: We would sit and read together at night, and… do movies, and… she gotten me into skiing and then I got her into scuba diving in the Caribbean trips that we took together.

Note the word “sit”, the description of their body posture is an unnecessary information and a signal of tension in the relationship.

Richard Schlesinger: Were you in love with her?

Dr. Timothy Stryker: Yes, I was.

Dr. Timothy Stryker: I was looking very much forward (he is referring to a trip).

Richard Schlesinger: Was she?

Dr. Timothy Stryker: Yes, and she was actually the one that made the reservations for the trip. And it was her idea. She was very happy about it.

Dr. Timothy Stryker: In this dream she… had this vision of being in a car, I think it was on the side of a mountain, and driving around and then… then seeing a plane go crash into the side of the mountain, and she took this as some possible bad omen that perhaps, you know, we might have a plane crash.

Richard Schlesinger: Was she gonna go in that trip?

Dr. Timothy Stryker: Yes, she never said that she wasn’t going.

Dr. Timothy Stryker: I guess towards the end of the relationship… uhm… you know, there may have been some stagnation… uhm… because she was going to burn down… uhm… from how hard she was working.

Richard Schlesinger: Are you a flexible man?

Dr. Timothy Stryker: Uhm… I have to be flexible, to be available. When a patient has chest pain, or to be available when somebody’s traumatized or…

He doesn’t say he is a flexible man and he speaks just about his relationship with his patients.

Richard Schlesinger: What about your personal life?

This is a good question.

Dr. Timothy Stryker: I have to be flexible with my kids, with my wife, and…. uh… you know, so again, this is a story they tried to tell.

He doesn’t say he is a flexible man.

Dr. Timothy Stryker: I didn’t really start to… get concerned until Saturday night, because, you know, she would go a day without calling me, uhm, but, you know, to go two days, uhm, without calling me and didn’t feel right.

Dr. Timothy Stryker: They had located her car and then, after I got up to the hospital, one of the, uhm, midwives, actually at the hospital walking in the hall with me, saying, you know, they found her body, she is death.

Dr. Timothy Stryker: You know, when she died, initially I was stunned but, then, after that, for me it was just sadness.

Dr. Timothy Stryker: I was actually called in to speak with a detective right there on the spot. And he asked me, you know, “Who do you think could have killed her?”

Dr. Timothy Stryker: And there was a time when she got very angry in my kitchen because I called her a pea brain and she had a temper tantrum. There was a cup of peas, and a cup of potatoes, and cup of corn and here she was just throwing these at the walls, at my paintings. I grabbed her to pull her away from picking up the next thing to hurl at the wall and that’s when she fell down and hit the floor, and that’s when she bruised her ribs that time.

Dr. Timothy Stryker: I was never in any way verbally, physically, abusive to her. And I would like for people to talk to my wife, or talk to the girlfriend that I had from 15 years ago, before I started going out with Lin that, you know, that has never been me.

“I was never in any way verbally, physically, abusive to her” is an unreliable denial. “that has never been me” is also unreliable.

Dr. Timothy Stryker: Well, I cooperated with them by giving them, you know, the briefcase that was in my house.

Note that he doesn’t say “her briefcase” but “the briefcase”

Dr. Timothy Stryker: I gave them that jacket to facilitate them looking for her jacket, so they knew what they were supposed to be looking for. I was trying to help them. And, they looked at it for blood stains and all that kind of stuff, and obviously that wasn’t there.

Stryker says “that jacket” and not “my jacket” because the jacket he gave the investigators was Linda’s jacket not his’s. Linda’s briefcase and her jacket were in Stryker’s house because Dr. Linda Goudey went there to have dinner with him. He killed her at his house then put her in the car and drove back to the hospital.

Dr. Timothy Stryker: Actually became an opportunity to actually have some time away and for me to sit in a quiet space and start to deal with the emotions that I had to kind of shut down right after her death. In retrospect I wish I hadn’t gone, even though at the time it was therapeutic for me to do that.

Note “for me to sit” is another unnecessary reference to his body posture, a signal of increase in tension.

Dr. Timothy Stryker: And they (police) told me that everything about my story was checking out OK and… but they just wanted to do a little polygraph so they could rule me out as a suspect.

Note that Stryker is referring to his recalling of the event as “my story”, this tells us that he told the investigators a “story” not the truth.

Here some excerpts from Stryker lie detector session:

Polygraph examiner: Do you know why I have asked you here?

Dr. Timothy Stryker: The boyfriend is usually the number one suspect.

Polygraph examiner: Did you cause the death of Lin Goudey?

Dr. Timothy Stryker: No.

Polygraph examiner: Do you think she was murdered?

Dr. Timothy Stryker: It’s easier to accept suicide.

Richard Schlesinger: Did you say after the lie detector test, “I just put the noose around my neck?”

Dr. Timothy Stryker: No, I would never say something like that. Uhm… it would have been more like, “You guys are trying to put a noose around my neck”, because my feeling at the time was that these people were trying to badger me.

“No” is a good answer and is expected. It would be best to say “No” and nothing else since there should not be need to explain. We count every word added to “No”, weakening the response.

“I would never say something like that” is an unreliable denial.

Richard Schlesinger: Did you kill Lin Goudey?

Dr. Timothy Stryker: No, I did not.

This is not a reliable denial. Stryker is unable or unwilling to say “I did not kill Lin Goudey” not even parroting Schlesinger’s words.

Richard Schlesinger: Do you know who did kill Lin Goudey?

Dr. Timothy Stryker: No, I don’t and if I did I wouldn’t be in this situation.

“No” is a good answer, and is expected. It would be best to say “No” and nothing else since there should not be need to explain anything. We count every word added to “No”, weakening the response.

Dr. Timothy Stryker: I think about what I would do if my daughter died, you know, and if I suspected that somebody else may have killed her and I could see how I would have an agenda, you know, to try to bring somebody to justice but they obviously are blaming the wrong person.

Dr. Stryker doesn’t deny his involvement in Dr. Linda Goudey’s murder, he allows blame to be put upon him. There is not the protection of the “wall of truth” within him.

During the civil case Lin’s family attorney Michael Altman confront Stryker in court:

Attorney Michael Altman: Did you express feeling of anger towards her?

Dr. Timothy Stryker: I never screamed at her, I never cursed at her, so I never, you know, expressed anger in any significant way.

“Never” seeks vagueness and is unreliable as this was a single specific event.

“I never screamed at her” is an unreliable denial.

“I never cursed at her” is an unreliable denial.

“I never, you know, expressed anger in any significant way” is an unreliable denial.

Saying “expressed” Stryker admits that he felt anger.

Saying “significant” he contradicts himself, he admits that he expressed anger but not in a “significant way”.

Attorney Michael Altman: What’s going on inside, did you feel anger toward her?

This is a great question, Attorney Michael Altman is a good listener.

Dr. Timothy Stryker: Some… times.

Attorney Michael Altman: On October 1, did you get angry enough to want to strangle her?

Dr. Timothy Stryker: No, sir.

Note the word “sir”, Stryker tries to ingratiate himself with Attorney Michael Altman.

Attorney Michael Altman: Did you kill Lin Goudey?

Dr. Timothy Stryker: No, sir.

Note the word “sir”, Stryker tries to ingratiate himself with Attorney Michael Altman, again.

Dr. Timothy Stryker: I think this was baked up upon emotions and so we’ll definitely be appealing.

Stryker doesn’t say that the sentence was a mistake but that “was baked up upon emotions”, was he expecting more evidence? Probably yes, this is the reason he adds “and so we’ll definitely be appealing”. 

Dr. Timothy Stryker: It’s been obviously very difficult because I’m sitting here with this potential financial disaster over my head.

Note the reference to his body posture “I’m sitting”, a signal of increase in tension.

Nine months after a civil court found him responsible for the death of Goudey, he was ordered to pay her family $15 million Dr Thimoty Stryker revealed that a witness, Graig Pizzano, had called him saying that on the night of September 30th of 1993, he saw someone in Linda Goudey’s car who didn’t look him.

Dr. Timothy Stryker: He called me, you know, on the phone at my office. And apparently he had seen all this publicity. And he realized, when he saw my face on the screen, that I wasn’t the person that he saw with Lin Goudey that night.

Dr. Timothy Stryker: and he told me that his went to a bar with his friends, picked up a girl,  took her over to this parking lot, over at the hospital.

Dr. Timothy Stryker: He happened to pull up next to their car. And things started to get hot and heavy between him and this girl he picked up. And he walked over to their car to actually ask for a condom, he saw them engaged in sexual activity.

Richard Schlesinger: He said that he clearly saw Lin?

Dr. Timothy Stryker: Yes.

Richard Schlesinger: And he clearly saw the man she was with.

Dr. Timothy Stryker: Correct.

Richard Schlesinger: And how did he describe the man she was with to you?

Dr. Timothy Stryker: Over six foot tall, over 200 pounds, you know, a big man with blonde hair.

Richard Schlesinger: It’s a wacky story, to put it politely.

Dr. Timothy Stryker: Yes. No. And that’s why I asked him a number of questions at the time, to see if I could verify his story. And he also seemed to have information that clearly he wouldn’t have had if just from reading the newspapers.

Stryker contradicts himself with “Yes. No”.

When Dr. Stryker says “to see if I could verify his story” he tells us that Pizzano told a “story” not the truth.

“And he also seemed to have information that clearly he wouldn’t have had if just from reading the newspapers” is weak. 

Richard Schlesinger: Did you know this guy?

Dr. Timothy Stryker: No.

Richard Schlesinger: You never met before?

Dr. Timothy Stryker: Never met him.

“Never met him”, note the missing “I”. A dropped pronoun means no commitment to the action described. Stryker is counting on us to assume and interpret. This is a technique used in deception.

Richard Schlesinger: Have you given this fellow any money at all?

Dr. Timothy Stryker: I have not given Craig Pisano any money or anything else that would anyway encourage him to came forward.

“I have not given Craig Pisano any money or anything else that would anyway encourage him to came forward” is not a reliable denial.

Richard Schlesinger: Were you involved in him coming forward at all?

Dr. Timothy Stryker: In no way.

“In no way” is not a reliable denial.

Analysis Conclusion:

Deception Indicated.

Dr. Timothy Stryker is unable to deny his involvement in Linda Goudey murder.

The absence of a denial, it is a concern. If Stryker is unable or unwilling to say that he didn’t kill Linda, we are not permitted to say so for him. 

Dr. Timothy Stryker accepts what the de facto innocent doesn’t accept: he allows people to believe he is involved in Dr. Goudey murder. There is no “wall of Truth” within him. This is why he allows blame to be put upon him.

Stryker has guilty knowledge of what happened to Linda Goudey.

Ursula Franco, MD and criminologist

La ricostruzione dell’omicidio di Kathleen Hunt Atwater Peterson

Nel 2014 ho analizzato l’omicidio di Kathleen Hunt Atwater Peterson, nel marzo del 2015 ho pubblicato su questo blog la ricostruzione dei fatti, il 21 marzo 2016 l’analisi della telefonata di soccorso fatta da Michael Peterson e l’8 maggio 2016 un’analisi delle dichiarazioni di Peterson.

Nell’agosto 2017, il Daily Mirror ha consigliato ai suoi lettori di leggere la mia analisi della telefonato di soccorso di Michael Peterson.

Il 21 dicembre 2017, il tema del 100esimo episodio del famoso podcast americano “My Favourite Murder” è stato l’omicidio di Kathleen Hunt Atwater, la conduttrice, Georgia Hardstark, ha parlato del mio blog MALKE CRIME NOTES, della mia analisi criminologica del caso e della mia analisi della telefonata di soccorso di Michael Peterson.

Dall’aprile 2018 è disponibile un documentario americano dal titolo The Missing Pieces: The Staircase con alcuni miei interventi durante i quali analizzo sia la telefonata di soccorso che la dinamica dei fatti, la regia è di Philip Tatler IV.

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Michael Iver Peterson è un bugiardo patologico convinto di essere un buon mentitore tanto da aver permesso, al regista francese Jean-Xavier de Lestrade, di girare un incriminante documentario, The Staircase (2004), sulla sua vicenda processuale.

Dal documentario The Staircase emerge con forza il profilo psicopatologico di Michael Peterson e quello della sua famiglia allargata, uno straordinario esempio di famiglia narcisistica.

Peterson ha abusato mentalmente delle sue due mogli (Patricia Sue e Kathleen), dei due figli avuti con la prima moglie Patricia (Todd e Clayton) e delle due figlie adottive (Margaret e Martha, figlie di Elizabeth Ratliff), l’unica componente della famiglia che è sfuggita alle manipolazioni di Peterson è la figlia di Kathleen, Caitlin Veronica Atwater.

Michael Peterson è un uomo ossessionato da se stesso e dai propri bisogni, privo di empatia, arrogante e sprezzante nei confronti del suo prossimo, incapace di stabilire relazioni sane con gli altri esseri umani, convinto erroneamente di essere più intelligente degli altri.

Michael Iver Peterson uccise sua moglie Kathleen tra le 23:08 e le 23.53 del 9 dicembre 2001 con le mani nude. Kathleen non morì in seguito ad una caduta dalle scale né Peterson usò l’attizzatoio per colpirla, come invece sostenuto dall’accusa.

Michael Iver Peterson uccise sua moglie Kathleen prendendola per i capelli e facendole sbattere ripetutamente e violentemente la testa contro gli scalini di legno della scala di servizio della loro villa.

Durante l’aggressione, che si sviluppò almeno in due tempi, in un’occasione Michael Peterson strinse la gola di Kathleen e con il pollice della mano sinistra le ruppe il corno superiore della cartilagine tiroidea di sinistra.

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All’esame autoptico vennero rilevate multiple lacerazioni sul cuoio capelluto della vittima ma nessuna frattura della teca cranica. Secondo il medico legale tali lacerazioni vennero causate da un oggetto piatto, nessun oggetto colpì la testa di Kathleen ma fu la testa di Kathleen ad impattare contro gli scalini di legno della scala di servizio.

Tra le mani di Kathleen, sugli ultimi scalini della scala di servizio dove Kathleen trovò la morte e sulla lattina di Diet Coke dalla quale aveva bevuto Michael Peterson dopo l’omicidio, furono ritrovati alcuni capelli strappati appartenenti alla vittima.

Peterson strappò i capelli a Kathleen durante l’omicidio perché li usò per trattenerla e sbatterle la testa a terra, Kathleen se ne strappò altri nel tentativo di liberarsi dalla presa mortale del marito, per questo motivo vennero ritrovati ta le sue dita di entrambe le mani.

E’ chiaro che se i capelli ritrovati sulla scena del crimine fossero stati analizzati al microscopio, i risultati dell’analisi avrebbero permesso agli investigatori di differenziare i capelli strappati da quelli che si erano rotti in seguito all’impatto del cuoio capelluto con gli scalini.

La grande quantità di sangue presente sul cavallo dei pantaloni di Michael Peterson si spiega facilmente:

Michael Peterson assaltò Kathleen una prima volta e la credette morta, Kathleen invece si riprese tanto da riuscire ad alzarsi in piedi, a questo punto Peterson l’aggredì nuovamente e questa volta, sedendosi su di lei per immobilizzarla, con i propri pantaloni assorbì il sangue fuoriuscito dalle ferite della vittima e colato sugli abiti dopo il primo assalto.

Questa ricostruzione è l’unica cui si confanno tutte le risultanze investigative:

– Kathleen non patì alcuna frattura della teca cranica perché la sua testa impattò contro degli scalini di legno.

– Sul cadavere di Kathleen vennero rilevate alcune contusioni nell’area posteriore delle braccia e sulla schiena perché la donna urtò le braccia e il dorso durante l’aggressione.

– Non furono riscontrate contusioni su coste, gambe, piedi o ginocchia di Kathleen perché Kathleen non cadde dalle scale.

– Alcune contusioni furono invece rilevate sui polsi e sulle mani di Kathleen perché la donna si difese cercando di liberare i propri capelli dalla stretta del marito.

– La distribuzione delle macchie di sangue, il tipo di macchie (low/medium velocity blood spatters), l’assenza di cast off nella ristretta area in cui fu perpetrata l’aggressione, l’assenza di un pattern riferibile ad un corpo contundente sia sui muri, che sul cranio della vittima, che sulle sue lesioni da difesa, escludono che Peterson abbia usato un’arma per ucciderla.

– Infine, nessuna frattura del massiccio facciale è stata rilevata all’esame autoptico; è chiaro che se Kathleen fosse stata aggredita da dietro in quell’area così ristretta, ogni qualvolta fosse stata colpita posteriormente, la donna sarebbe caduta urtando il volto.

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Nel 1985, a Gräfenhausen, in Germania, un’amica di Michael Peterson, Elizabeth Ratliff fu ritrovata morta ai piedi delle scale di casa sua dopo che Peterson l’aveva accompagnata a casa.

In questo caso all’esame autoptico, eseguito in seguito ad una riesumazione dei resti della Ratliff avvenuta dopo l’omicidio di Kathleen, il medico legale ha rilevato lesioni molto simili a quelle presenti sul corpo di Kathleen, oltre ad una frattura della base cranica.

Michael Peterson perpetrò l’omicidio della Ratliff con le stesse modalità. In questa occasione, fracassò la testa della sua vittima contro un pavimento di mattonelle di terracotta e non contro degli scalini di legno, per questo motivo fu capace di fratturare il cranio di Elizabeth Ratliff.

leggi anche:

Michael Peterson’s 911 call

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Michael Iver Peterson: a liar and a murderer

Analysis of some interviews released by Rick Wayne Valentini aka Bryan Stewart

Jamie Laiaddee

On March 18, 2010, Jamie Laiaddee vanished from a suburb of Phoenix, Arizona. When detectives started searching for Jamie, they found that her boyfriend Bryan Stewart was a con man whose real name is Rick Wayne Valentini. In 2011 Valentini was found guilty of fraud and Jamie’s murder.

Bryan Stewart known to his jailers as Rick Wayne Valentini is serving, as Inmate 268586, his 54-year prison term at the Arizona State Prison complex in Florence.

On June 21, 2018, Jamie Laiaddee remains were found in Sun Lakes (Arizona).

Rick Wayne Valentini aka Bryan Stewart

What we look for in this interviews is for Bryan Stewart to issue a reliable denial, to say “I didn’t kill Jamie” not simply parroting back the interviewer’s words but in the free editing process and we look for him to show the protection of the “wall of truth”.

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

Bryan Stewart: Jamie Laiaddee is alive, she took 100 thousands dollars of daddy’s money and she left the State of Arizona… bring it on, I know she’s alive.

Bryan Stewart: She was hot (laughs), I mean how else do you put it?

Bryan Stewart: She had a really good smile and… and really got enthusiastic about the football games and would jump up and cheer and would sing with the fight song.

Erin Moriarty: Did she pay most of the bills?

Bryan Stewart: Most of the big ones, yeah, but it’s not like I was dependent upon her.

Erin Moriarty: Did you love Jamie?

Bryan Stewart: I still love Jamie, you know, I just want Jamie to be happy. It’s hard because I don’t know if Jamie knows wha… what it takes to make her happy.

 “you know” is a pause and a signal of an acute awareness of the interviewer. 

Saying “I don’t know if Jamie knows wha… what it takes to make her happy” Bryan reveals one of the reason of his frustration in the relation with Jamie.

Bryan Stewart: She came in, asked me to take a week off from work. And she’s like: “We’re gonna go to Denver. We’re gonna get a house, you know, I’ve got a job offer up there… uhm… It’s time to go. I wanna go. I wanna get out of the State”. Basically, I… I told her: “No, I’m not leaving Arizona. I’m not gonna marry you”.

Note how inaccurate he is in referring their last conversation, he says “she’s like” and “Basically”.

Bryan Stewart: She was laying in bed. And I gave her a kiss, told her I loved her and got in the truck and drove to work.

This answer is revealing.

Note “She was laying in bed”. The description of Jamie’s body posture is an unnecessary information and, as any unnecessary information, is doubly important for us. When an unnecessary description of a body posture enters a statement, it indicates an increase in emotional tension.

“And I gave her a kiss, told her I loved her”, the “kiss Goodbye” and the sentence “told her I loved her” are two linguistic signals of the time of death.

Note that when Bryan says “And got in the truck and drove to work” he goes against the law of economy in words, he doesn’t say “I went to work” but “got in the truck and drove to work” where “truck” and “drove” are unnecessary words. Why has he the need to say these two words? Was he disposing her body at that time?

Erin Moriarty: When is the last time you saw Jamie?

Bryan Stewart: Physically saw her? 3:15 a.m. March 18, 2010.

Note that “Physically saw her?” does not have a pronoun.

When a subject asks a question and does not wait for the interviewer to answer, it may be an indication that the subject is re-living the event, working from experiential memory, and speaking to himself.

Why Bryan has the need to add the word “Physically” to his sentence? Is he comparing “Physically” with something else? Was she an inanimate body at 3:15 a.m.? 3:15 a.m. is the time of her death? Did he leave for work at 3:15 a.m.? At what time was he supposed to be at work? How long did he take to get to work?

Bryan Stewart: Weee never had anybody over for dinner. We never had any parties. Nobody came over to watch television or to just hang out. So…

This is something close to blaming the victim. A red flag.

Erin Moriarty: Why not?

Bryan Stewart: I… I… one of the great mysteries. I dont know.

A stuttering “I” shows increase in tension and tells us that the question is sensitive to Bryan.

Detective Moffat: How long have you and Jamie been dating?

Bryan Stewart: Give or take three years.

Det. Moffat: OK. When did you guys move in together?

Bryan Stewart: Honestly, I don’t know.

Note the word “Honestly”.  

Det. Moffat: OK.

Bryan Stewart: (Laughs)

Det. Moffat: Where you cheating on Jamie at all before?

Bryan Stewart: No.

Det. Moffat: Walk me through what happened around March.

Bryan Stewart: It was simple, really. She hated everything about this State. She wanted out. Now, she’d been up there for interviews. I suspected that she would get the Denver offer.

Note the word “really”

Det. Moffat: Did you hurt Jamie? 

Bryan Stewart: (shaking his head “no”) Unh-uh .

Bryan is unable to answer, not even parroting Detective Moffat’s words.

Det. Moffat: Did you have anything to do with her disappearance?

This question is good to allow Bryan to say “I didn’t cause Jamie disappearance”,  “I didn’t kill her” and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”.

Bryan Stewart:… (shaking his head “no”) Unh-uh.

Bryan wait longer than usual to emit a sound, an indication that the question is sensitive to him. Bryan is unable to answer, not even parroting Detective Moffat’s words. 

Det. Moffat: You have nothing to hide?

The detective suggests a negative answer.

Bryan knows that the blame is upon him, this question is still good to allow him to say “I didn’t cause Jamie disappearance”, “I didn’t kill her” and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”.

Bryan Stewart: No. Unh-uh.

Det. Moffat: I have no freakin’ clue who’s sitting in front of me. And it’s extremely uneasy for me as I’m investigating a case of this magnitude. I mean, you’re talking about a woman who’s been gone for two months now. And I have a person in front of me that has different Social Security numbers, a couple of different dates of birth.

Erin Moriarty: You’re not really Bryan Stewart at all, are you?

Bryan Stewart: To me, I am.

Erin Moriarty: But not legally, are you?

Bryan Stewart: Well, legally, I’m not anything.

Bryan Stewart: Driving from Michigan to Arizona, that’s all I did. “Bryan Stewart, Bryan Stewart, Bryan Stewart, Bryan Stewart”. I was always saying, listening for “Bryan Stewart, Bryan Stewart”. Because it’s a new name.

Bryan Stewart: And if you don’t want to accept that… I don’t want you around. I don’t want you in my life.

Erin Moriarty: Why not just change your name legally? Why go to the trouble of forging a birth certificate?

Bryan Stewart: No, it… it was my understanding that to… to change your name legally would take years.

Note the stuttering “it” and the pause, the question is sensitive to him. 

Bryan Stewart: Everybody takes their name for granted. You… your name is the very core essence of who you are, of what you are. And you find out it… that it’s all a lie… And then you find out that your own father doesn’t even know you exist, because your own mother didn’t bother to tell him.

Erin Moriarty: When you talked to Detective Moffat…when he sat you down, he asked you about your military record. And you said you had been to Iraq and Afghanistan. You hadn’t, had you?

Bryan Stewart: Unh-uh.

Erin Moriarty: No, you lied.

Bryan Stewart: I was…

Erin Moriarty: You lied.

Bryan Stewart: Yeah.

Erin Moriarty: You tell a lotta stories though…don’t you?

Bryan Stewart: I have a lotta stories to tell.

Erin Moriarty: But you tell a lotta lies.

Bryan Stewart: Uhm, lies mixed in with the truth.

Erin Moriarty: You never actually went to the University of Michigan, did you?

Bryan Stewart: No.

Erin Moriarty: But, you let people think you did?

Bryan Stewart: Sure.

Erin Moriarty: Why?

Bryan Stewart: It was just… a tie-in to my home state. And it was just part of the… the pride that I had. I’ve been a Michigan fan since I was a little boy.

Bryan Stewart is a pathological liar without any sense of shame.

Erin Moriarty: Did you kill Jamie?

Bryan Stewart: No. I’ve never killed anybody in my life. Not ever.

We count the words added to “No” weakening the response.

“I’ve never killed anybody in my life. Not ever.” is an unreliable denial. Bryan is deceptive, he altered his denial to avoid a direct lie. The word “never” is used by deceptive people to avoid referring to a specific time period, “never” spans a large and sometimes indefinite amount of time, thus it is vague and unreliable. 

Bryan Stewart is unable to say “I did not kill Jamie” not even parroting the interviewer’s words.

A reliable denial has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb “did not” or “didn’t”
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“No, I did not kill Jamie” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it would more than 99% likely to be true.

Erin Moriarty: Did you two fight that night?”

Bryan Stewart: No.

Bryan is able to say “No”, probably because the fight took place early in the morning or because he is a pathological liar or because the word “fight” doesn’t fit his personal internal and subjective dictionary, in other words “fight” could be not his idea of what happened. Erin Moriarty should have tried different words as “struggle”, “violent confrontation”, “row”, “altercation” and so on.

Erin Moriarty: Were you angry with her?

Bryan Stewart: No… she told me that… that she was gonna be leaving the next day.

“No” is a good answer, and is expected. There is no reason to add “she told me that… that she was gonna be leaving the next day”, Bryan with this sentence is answering a possible question, a question that Erin Moriarty never made. Bryan doesn’t say “she was going to leave” or “she would have left” but “she was gonna be leaving”“she was gonna be leaving” is a sentence that goes against the law of economy in words.

Erin Moriarty: And where was she going?

Bryan Stewart: It was my impression Denver.

Just an impression.

Bryan Stewart: I taught Jamie how to create a whole new life for herself. That… included a new identification, a whole new persona… a whole new way of looking at things.

Erin Moriarty: Are you saying that you helped Jamie change her identity?

Bryan Stewart: Yeah. I showed her how to do it. The only thing that she ever lived for was to be free of her family. She wanted to be on her own.

Bryan Stewart: If you think using the name Bryan Stewart is fraudulent, hey, we’re gonna fight it out in court.

Erin Moriarty: That’s nervy, isn’t it?

According to police, Valentini used Laiaddee’s credit cards to go on dating websites after Jamie vanished. 

Bryan Stewart: Yeah, it’s pretty nervy (laughs).

Erin Moriarty: And pretty insensitive too, isn’t it?

Bryan Stewart: Uhm.

Erin Moriarty: Ya.

Bryan Stewart: You know, a little, because… well, let me… let me explain.

Erin Moriarty: You used her credit cards to go on dating sites to meet other women.

Bryan Stewart: Well, you know what? Look, Jamie… Jamie was leaving.

Note that Bryan doesn’t say “Jamie left” or “she left” but he describes Jamie in her act of “leaving”.

Erin Moriarty: Why did you cut up her driver’s licence?

Bryan Stewart: I didn’t cut ‘em up.

He lies according with the evidence.

Bryan Stewart: I am the only human being who knows what happened. I am the only human being who knows why things happened, when they happened.

This is an embedded admission. He and Jamie knew “what happened” and “why things happened” and “when they happened” but clearly he is telling us that Jamie didn’t survive.

Max Covil, Defender Attorney: What was your relationship like?

Bryan Stewart:… It was, I would say 95 percent great.

This long latency period before answering shows that Bryan needs to take time to answer because the question is sensitive to him.  

Max Covil: Did you… did you argue?

Bryan Stewart: No, not really.

“not really” tells us that something happened. 

Max Covil: Did you kill Jamie to use her credit cards?

Bryan Stewart: Absolutely not.

Bryan is unable to say “No”. “Absolutely not” shows a need to persuade that innocent people don’t have. There is no “wall of truth” within him.

Max Covil : Did you have general permission to use her credit cards?

Bryan Stewart: Yes.

Max Covil: Why do you feel that you had permission to use the cards?

Bryan Stewart: Even from our first date, it was literally a… an instruction to use them.

Bryan doesn’t say that Jamie instructed him to use her credit cards but he uses a inappropriate passive form as “it was literally a… an instruction to use them” to
conceal his own responsibility in the fraud.  

Bryan’s lawyer asked him why he believed Jamie was alive at the time of her disappearance.

Bryan Stewart: Because I would get back to my condo and things would be moved around or things would be left behind…

Bryan is describing his mood after the homicide, he was under stress.

Max Covil: OK, now how did she get into your apartment.

Bryan Stewart: She had a key.

Max Covil: How did she communicate with you?

Bryan Stewart: Email and telephone.

Erin Moriarty: You have told people that if you had a computer you could find her. I’ve got a computer here. You wanna try? Got my iPad here. How would you find her?

Bryan Stewart: I… I would have to look on mine uhm.

A stuttering “I’” shows increase in tension. The question is sensitive to Bryan.

Erin Moriarty: I mean, if I got this whole thing set up, could you…

Bryan Stewart: No, because I need to get into my computer because there’s a special Email site that we were working through.

Erin Moriarty: You must know, Bryan, that sounds a little crazy that you wouldn’t give this information to your attorneys and they wouldn’t go looking for the one person who could save you from going to prison for life.

Bryan Stewart: I… you know, I… I told them that. And I never heard anything.

A stuttering “I” shows increase in tension. The question is sensitive to Bryan.

Max Covil : Did you murder Jamie Laiaddee?

Bryan Stewart: No, Jamie Laiaddee is alive.

Bryan is able to fabricate reality, he is dangerous.

Erin Moriarty: She would just let you go on trial for murder? Go to prison? For the rest of your life?

Bryan Stewart: I don’t know. I don’t know. I don’t think that… I don’t think either one of us ever expected it to get this far.

Note the repetitions, the question is sensitive to him.

Max Covil: Would you be at all surprised if I told you that she was about to walk through that door?

Bryan Stewart:… No.

Bryan waits too long before answering, the question is sensitive to him. He knows that Jamie couldn’t walk through the door because he killed her.

Prosecutor Juan Martinez: You didn’t actually talk to her in that condo, did you?

Bryan Stewart: No.

Juan Martinez: You haven’t seen her at any time and she hasn’t walked in now, right?

Bryan Stewart: Right.

Juan Martinez: And she won’t walk in because you killed her, right?

Bryan Stewart: Wrong.

Bryan Stewart recalling the moment he was told that the jury had reached a verdict: Oh, yeah, they’re like: “Yeah, you’re good. Any time a jury comes back that quick”. And I was like: “OK, well, wow, all right, that’s pretty good”.

Bryan Stewart: I just sat there, like to me, my life was over with. I just couldn’t understand, you know? I mean, if I would have killed her, I would have admitted to it.

When Bryan says “if I would have killed her” he tells us that there is the possibility that he killed her. Innocent people don’t allow anybody to believe they are involved in a murderer.

Erin Moriarty: You’ve told so many stories, it’s hard to believe you.

Bryan Stewart: Let’s look at the Army, OK?

Erin Moriarty: No, let’s look at what happened to Jamie. That’s what really matters.

Erin Moriarty’s statement is good to allow him to say “I didn’t cause Jamie disappearance”, “I didn’t kill her” and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”.

Bryan Stewart: Jamie took $100,000 and she left the state of Arizona. I’ve said it for 18 months. I say it now. And I’m gonna say it for the next 18 years.

Note that Bryan is unable to deny the allegations. He doesn’t say “I didn’t kill  Jamie” which was expected.

“I’ve said it for 18 months. I say it now. And I’m gonna say it for the next 18 years” doesn’t make it the truth.

On June 30, 2018, few days after Jamie remains were found, Bryan spoke from prison:

Bryan Stewart: I have no clue. All I can tell you is… is that I’ve never killed anyone in my life and I maintain that to this day.

“I’ve never killed anyone in my life” is an unreliable denial.

Analysis Conclusion:

Deception Indicated.

Bryan Stewart is unable to deny his involvement in Jamie Laiaddee disappearance. 

The absence of a denial, it is a concern. If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him. 

Bryan Stewart accepts what the de facto innocent doesn’t accept: he allows people to believe he is involved in Jamie murderer. There is no “wall of Truth” within Bryan. This is why he allows blame to be put upon him.

Bryan is not only withholding information but he is also able to fabricate reality. Less than 10% of those who are deceptive, will fabricate reality, 90% plus of lies are via missing information.

Bryan Stewart didn’t just overcome the internal stress of lying because he doesn’t experience any sense of shame for being caught in his lies.

Bryan Stewart has guilty knowledge of what happened to Jamie Laiaddee.

Ursula Franco, MD and criminologist