Morte di Mattia Mingarelli: analisi del racconto di Giorgio Del Zoppo e analisi criminologica

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli è stato ritrovato il 25 dicembre 2018 a poche centinaia di metri dal rifugio Ai Barchi (Chiesa Valmalenco, Sondrio) dove il ragazzo era stato visto per l’ultima volta dal gestore Giorgio Del Zoppo detto “il gufo” intorno alle 19 e 30 del 7 dicembre 2018.

Non solo il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio ma non era occultato, due dati che permettono di escludere che Mattia sia stato ucciso e che invece avvalorano l’ipotesi della morte accidentale, con tutta probabilità una morte per assideramento in un soggetto con una certa quantità di alcool in corpo.

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Mattia Mingarelli

Mercoledì 19 dicembre 2018 l’intervista dell’inviato di Chi l’ha visto? al proprietario del rifugio Giorgio Del Zoppo viene annunciata dalla conduttrice Federica Sciarelli in questi termini: “La scomparsa davvero misteriosa di questo giovane (…) allora è un caso davvero misterioso (…) c’è una testimonianza strana del proprietario di questo rifugio perché dice di aver ritrovato del vomito e poi aver trovato il cellulare di questo giovane commercialista”.

Vedremo a breve come invece non c’è niente di “misterioso” in questa scomparsa né di “strano” nella testimonianza del proprietario del rifugio “Ai Barchi” dove Mingarelli si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì sono la riprova che il ragazzo si è sentito male dopo essere uscito dal rifugio.

Mattia Mingarelli

Giorgio Del Zoppo detto il Gufo, gestore del ristoro Ai Barchi ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto?: “15 e 30 all’incirca… eh… poi poteva essereee 15 e 45, abbiam bevuto una cosa e poi è ritornato, verso le… le… le sei, un… un orario del genere”.

Gli orari riferiti dal Del Zoppo sono approssimativi, un dato che non rende sospetto il suo racconto, anzi.

Giornalista: “Quindi è venuto, avete bevuto una cosa insieme”.

Giorgio Del Zoppo: “Poi è andato via, è andato via, è ritornato la seconda volta, abbiamo fatto un aperitivo, abbiamo bevuto un paio di calici di vino, un tagliere di… di… di crudo… eee verso le sette e mezza è andato via, che tra l’altro lui è venuto perché mi aveva chiesto una camera per il 30/31.

Mattia Mingarelli, nel giro di due ore e mezzo circa, si è recato al rifugio Ai Barchi per due volte per bere alcolici, in precedenza, durante il pranzo, che era terminato un’ora prima che si recasse la prima volta al rifugio di Giorgio Del Zoppo, Mattia aveva bevuto una mezza bottiglia di vino, lo ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto? Graziella Polattini, la proprietaria del Ristorante la Gusa: “Sì, sì è venuto qua a pranzo, è stato fuori che c’era il bel sole e poi verso le due e un quarto, due e mezzo è andato via, aveva solamente bevuto la mezza bottiglia di vino, l’altra mezza aveva detto che la bevevamo assieme alla sera a cena, infatti gli ho detto di salire che facevo la minestra e cenavamo assieme ma io… lui non si è presentato, mi ha detto che sarebbe sceso a San Giuseppe a portare la macchina perché aveva paura che nevischiasse e poi sarebbe andato a fare un giro fino al lago Palù”.

Giornalista: “Voi non è che vi conoscevate, no? Vi siete visti un paio di volte…”.

Con questa domanda il giornalista suggerisce al Del Zoppo una risposta negativa cui segue non una seconda domanda ma un’affermazione.

Giorgio Del Zoppo: “Ma ci siam visti quella volta là due anni fa e venerdì, certo”.

Giornalista: “E quindi lui è venuto da lei…”.

Giorgio Del Zoppo: “Che poi (interrotto)”.

Il giornalista interrompe l’intervistato, un errore grossolano.

Giornalista: “Più che altro per chiedere…”.

Un’altra affermazione del giornalista.

Giorgio Del Zoppo: “Per chiedermi le camere, sì, che poi tra l’altro mi ha lasciato un numero quel pomeriggio lì, mi ha lasciato il suo numero perché io non è che avevo il suo numero”.

Si noti che il Del Zoppo continua la frase del giornalista dalla quale però esclude le parole “Più che altro”, probabilmente perché non le condivide.

Giornalista: “Quindi a che ora se ne andato dal…”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo”.

Giornalista: “… dal… dal tuo rifugio?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo, sette e quaranta, quell’ora lì comunque”.

Non è sospetto che il Del Zoppo non sappia riferire l’orario esatto in cui Mattia lasciò il suo rifugio, anzi.

Giornalista: “E poi durante la notte è successo qualcosa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Durante la notte, io l’unica cosa che ho visto il suo cane che è arrivato in camera mia con il mio, perché io ho lasciato aperta la porta aperta dietro, perché il mio cane ogni tanto va, viene, hai capito? Allora ho lasciato la porta aperta e all’una e mezzo all’incirca… eh… più o meno vedo ‘sti due cani in camera, dico: Ma come mai?. Allora scendo, scendo, lascio andare il suo cane, chiudo la porta e me ne son tornato su… tranquillo. Sai, non è che uno va a pensare chissà cosa. Il mattino dopo cosa capita: Apro la porta, vedo lì davanti al mio terrazzo, lì per terra, dove c’è un tavolo, del vomito e dico: “Mah vabbè, lo pulisco”. Scendo le scale del terrazzo, lì sotto c’era il telefono, cosa faccio: Prendo il telefono… eee… l’ho tenuto lì un attimo poi ho detto: “Adesso vado giù io, lo porto lì a casa”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non avrebbe conservato il suo telefono né avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio.

Giornalista: “Ma tu sapevi che era il telefono di Mattia?”.

Giorgio Del Zoppo: “Eh, più o meno, all’incirca sì, perché l’avevo visto che ce l’aveva lì in mano, quindi ho detto: “Sarà il suo”. Perché poi tra l’altro c’era solo lui. Io ho visto solo lui quella sera perché ero anche chiuso”.

Giorgio Del Zoppo: “Cos’ho fatto? L’ho me… l’ho messo sotto carica e ho visto che la la SIM era bloccata, allora ho detto gu…”.

Giornalista: “In che senso la SIM era bloccata?”.

Giorgio Del Zoppo: “SIM bloccata. E’ uscito: “SIM bloccata”, quando l’ho messo sotto carica, è uscito: “SIM bloccata”.

Giornalista: “Ma quando hai trovato il cellulare era spento comunque”.

Giorgio Del Zoppo: “Era spento il telefono, sì”.

Giornalista: “Quindi hai provato ad accenderlo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sì, sì, e dopo ho detto: “Vabbè”. Cosa ho fatto: ho messo dentro la mia SIM per vedere se andava il telefono, hai capito? Perché ho detto: “Provo a veder se va”. Una roba così e ho visto…”.

Giornalista: “Quindi hai tolto la SIM di…”.

Giorgio Del Zoppo: “Ho tolto la SIM e ho messo una delle mie, dodici e mezza, io ricevo un messaggio su quel numero, su quel telefono lì da un 338 e dico: “Mah, mi sembra strano comunque…”.

Giornalista: “Però c’era la tua SIM”.

Giorgio Del Zoppo: “C’era la mia SIM però adesso non so se su Messenger o non lo so, comunque ho ricevuto quel messaggio lì e io che ho fatto? Ho chiamato con l’altro mio telefono ‘sto numero qua ed era il suo papà”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile. Giorgio Del Zoppo ha ricevuto un messaggio sul profilo WhatsApp di Mattia, che non è collegato alla SIM ma allo smartphone, e non su Messenger, come da lui ipotizzato, perché in quel caso non sarebbe comparso il numero. Nessun mistero.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe chiamato con il proprio telefono il numero dal quale era stato inviato un messaggio sul cellulare di Mattia Mingarelli.

Giornalista: “Però è un po’ strano che con la tua SIM ricevi un messaggio di chiamata del numero suo”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma guarda io ti dic… ma infat… Sai cosa ho pensato lì all’attimo: Magari qua è un messaggio rivolto verso di me, capisci? E allora ho detto, non lo so chi è, ho fatto il numero che era Luca, che era suo papà, e alchè mi dice: “Guarda sonooo… sono Giorgio dei Barchi”, gli ho detto, “quello del ristorante”. “Eh sono il papà di Luca”. Gli ho detto: “Guarda c’ho qua il telefono io che stamattina ho provato a portarglielo giù ma non c’era perché iersera è stato qua e probabilmente l’ha perso”.

Un racconto credibile e circostanziato durante il quale Giorgio Del Zoppo non prende le distanze dal padre del Mingarelli, così come non le ha mai prese da Mattia. 

Il giornalista, prima di riprendere l’intervista condisce il suo servizio con il seguente intermezzo: È un racconto davvero strano quello di Giorgio “il gufo”: trova il cellulare di Mattia e inserisce la sua SIM, poi riceve un messaggio dal papà sul suo numero, ma com’è possibile? E che fine fa il telefono?”.

Giorgio Del Zoppo: “Dopo pranzo vado giù, arrivo lì, nel momento che arrivo io arriva il proprietario di casa, proprio il proprietario quello… e arrivo lì dico: “Guarda so’ proprio qua adesso perchééé eh sto… sto consegnando il telefono al ragazzo che c’è qua perché l’ha perso ieri”. E assieme abbiamo picchiato le finestre, le porte non ha dato segno di vita dico boh chissà dov’è io ho pensato che ste… che era in giro a sciare boh, hai capito?”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Giornalista: “Quindi lei ha consegnato il cellulare di Mattia al proprietario di casa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Abbiamo aperto la porta, ha aperto la porta lui, ho appoggiato il telefono sul… sul… sul… tavolo. E basta, io da lì”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Il giornalista, prima di riprendere l’intervista, guarnisce il suo servizio con il seguente intermezzo: “(…) Dopo i primi giorni di ricerche i carabinieri entrano al ristoro Barchi e decidono di sequestrarlo per permettere agli specialisti della scientifica di Milano di compiere degli accertamenti, arrivano anche le unità cinofile specializzate, guardate questo cane molecolare dove punta subito dopo aver annusato un oggetto di Mattia. Giorgio “il gufo” è stato sentito come persona informata sui fatti ma le sue parole sono al vaglio degli inquirenti, soprattutto quelle relative alle circostanze sul telefonino di Mattia e al vomito che avrebbe trovato fuori dal suo ristoro”.

Giornalista: “Quando Mattia se n’è andato dopo questo aperitivo questi due calici di vino e il tagliere di salumi, stava bene il ragazzo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma sì che stava bene, guarda a me non ha dato nessun segno di squilibrio per quanto riguarda, però lui è andato lì di fuori, magari si è seduto di fuori in panchina, io ero dentro con la musica perché avevo la musica accesa, le luci di fuori erano spente, però se stava male veramente sarebbe anche tornato dentro non è che uno scompare nel nulla”.

E’ estremamente interessante questa risposta del Del Zoppo perché ci permette di escludere ancora una volta che l’uomo sia coinvolto nella morte di Mattia, se infatti avesse ucciso il Mingarelli avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore peraltro senza alcun timore di venir smentito perché il Del Zoppo e il Mingarelli bevvero i due calici di vino da soli.

Giornalista: “Non è successo niente di particolare che possa…?”.

Giorgio Del Zoppo: “No, assolutamente, ma assolutamente no, assolutamente, assolutamente, assolutamente proprio”.

Giornalista: “Che sia stato un malore piuttosto che altro lei lo esclude?”.

Giorgio Del Zoppo: “Mah assolutamente, ma anche perché ammetti che uno poteva star male e tutto quanto l’avrebbero trovato lì di fuori, cioè voglio dire non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Il Del Zoppo non solo torna ad escludere il malore, un’ulteriore riprova che è estraneo ai fatti ma mostrando una totale buonafede afferma “non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Mattia Mingarelli

Federica Sciarelli: “(…) per giorni e giorni è stato cercato questo ragazzo veramente in tutti i modi e con tutti i mezzi, se avesse avuto un malore comunque dovevano riuscire a trovarlo… perché c’è anche questa storia strana del ritrovamento di un cellulare poi questa persona soprannominata il gufo che mette la sua SIM però dice di aver ricevuto la telefonata da parte dei genitori di Mattia insomma tutto questo è davvero molto strano”.

Non accredita di certo l’omicidio il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era occultato dalla neve caduta dopo la sua morte mentre le ricerche con i cani, per i motivi più svariati, sono lastricate di fallimenti. Ecco una breve casistica:

Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del suo cadavere, una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori. 

Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche ad uno dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa.

Nel caso di Yara Gambirasio le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011.

Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito ‘direzione autostrada’ mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta.

CONCLUSIONI

Giorgio Del Zoppo detto “il gufo” è un testimone credibile ed è estraneo ai fatti. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio Ai Barchi e con tutta probabilità è morto per assideramento.

L’unico fatto strano e misterioso relativo a questo caso è che soggetti senza competenze in campo criminologico e in tema di analisi del linguaggio si esprimano pubblicamente sulla credibilità o meno di un testimone pur sapendo di parlare a milioni di italiani privi di capacità critiche, italiani che in pochi minuti hanno sottoposto ad un linciaggio mediatico il signor Giorgio Del Zoppo, così com’è accaduto recentemente all’ispettore Francesco Ferrari.

CASE CLOSED

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane.

Morte di Mattia Mingarelli, criminologa Ursula Franco: non è omicidio (intervista)

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli, 30 anni, è stato ritrovato nel bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), in località Barchi, a poca distanza dal rifugio dove era stato visto per l’ultima volta in compagnia del proprio cane. Mingarelli era scomparso il 7 dicembre 2018. Nel tardo pomeriggio del 24 dicembre alcuni sciatori hanno avvistato nel bosco che confina con le piste il corpo senza vita del Mingarelli. La criminologa Ursula Franco, con i pochi dati a sua disposizione, ci fa il punto su questo caso.

Le Cronache Lucane, 26 dicembre 2018

– Dottoressa Franco, com’è morto Mattia Mingarelli?

Il fatto che il gestore del rifugio dove Mattia si era recato abbia trovato del vomito a poca distanza dal cellulare del Mingarelli e le basse temperature della notte del 7 dicembre fanno propendere per una morte per assideramento in un soggetto in preda ad una intossicazione alcolica.

– Il corpo del Mingarelli è stato trovato in una zona che era già stata battuta invano dagli uomini del Soccorso Alpino, dai militari del SAGF, dai vigili del fuoco, dai volontari della protezione civile e dai cani da traccia, alcuni organi di stampa hanno ipotizzato che Matta sia stato ucciso ed il suo corpo spostato, lei cosa ne pensa?

E’ una colossale sciocchezza, nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo. E’ noto a tutti che le ricerche spesso falliscono ed i cadaveri vengono ritrovati per caso nelle zone già battute da soccorritori e cani da traccia, si vedano i casi di Elena Ceste, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi e Yara Gambirasio. In merito le ricordo le parole del padre di Eleonora Gizzi, pronunciate all’indomani del ritrovamento del corpo della figlia: “Sono certo che sia lei, me lo sento. La cosa che mi tormenta è che è poco distante da casa ma soprattutto sono luoghi che sono stati battuti da chi la cercava. Non riesco a trovare pace ma io non mi muovo da qui, aspetto finché non mi daranno delle risposte”, e quelle di Renato Guillet, marito di Christiane Seganfreddo: “È paradossale. Proprio stamattina ho avuto un’altra segnalazione e un attimo dopo mi dicono che Christiane è stata trovata nelle vigne sopra casa nostra dove era passato anche il cane da ricerca. Ho un po’ di rabbia addosso”.

– Possibile che il cane di Mattia non abbia saputo condurre i soccorritori al cadavere del suo padrone?

E’ una leggenda che i cani da compagnia siano in grado di ritrovare i cadaveri dei loro padroni. La casistica insegna che anche gli addestrati cani da traccia sono spesso fallibili, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca.

– Può elencarci i fattori capaci di viziare una ricerca?

Le ricerche dei dispersi eseguite con l’ausilio dei cani dei gruppi cinofili possono fallire per molteplici ragioni: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

S. SALVATORE TELESINO, MARIA UNGUREANU NON E’ STATA UCCISA. LO DICE IL MEDICO LEGALE E LO AFFERMA DA TEMPO LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO. A GENNAIO NUOVA UDIENZA. ARCHIVIAZIONE?

CasertaSera.it, 21 dicembre 2018

da Redazione in Cronaca, Molisannio

San Salvatore Telesino.  Ve lo ricordate il caso della piccola  Maria Ungureanu, 9 anni,  annegata il 19 giugno 2016 nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino? Bene, il medico legale Francesco Introna ha escluso l’omicidio. Il 16 gennaio 2019, il GIP Flavio Cusani deciderà se archiviare o meno l’inchiesta a carico dei fratelli Ciocan. Si terrà infatti una camera di consiglio stabilita in seguito all’opposizione dell’avvocato difensore degli Ungureanu. Il team difensivo dei due fratelli Ciocan è composto dagli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Verrillo e dalla criminologa Ursula Franco (nella foto) che ha da sempre sostenuto che Daniel e Cristina sono estranei ai fatti e che Maria non è stata uccisa. E’ stata la piu’ battagliera e con carte alla mano, ha sempre difeso strenuamente i fratelli Ciocan asserendo che le colpe erano da un’altra parte. Ora bisogna vedere cosa succederà il 16 gennaio prossimo alla Procura di Benevento. Dobbiamo anche considerare che sarà lo stesso GIP Cusani, che ha rigettato le due richieste di arresto per i Ciocan, e che, come i giudici del Riesame e della Cassazione, ha invitato la procura ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. Vedremo.

Morte Maria Ungureanu: il medico legale Francesco Introna ha escluso l’omicidio

Maria Ungureanu, 9 anni, è annegata il 19 giugno 2016 nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino. Il 16 gennaio 2019 il GIP Flavio Cusani deciderà se archiviare o meno l’inchiesta a carico dei fratelli Ciocan, si terrà infatti una camera di consiglio stabilita in seguito all’opposizione dell’avvocato difensore degli Ungureanu. Il team difensivo dei due fratelli Ciocan è composto dagli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Verrillo e dalla criminologa Ursula Franco che ha da sempre sostenuto che Daniel e Cristina sono estranei ai fatti e che Maria non è stata uccisa. 

Le Cronache Lucane, 20 dicembre 2018

Ottopagine, in un articolo firmato dal giornalista Enzo Spiezia ha riportato il finale della Richiesta di Archiviazione della procura di Benevento: “stante l’intervenuto giudicato cautelare formatosi sulla insussistenza dei gravi indizi di reità, si ritiene che le risultanze investigative non offrano una utile chance ai fini dell’opzione dell’esercizio dell’azione penale, laddove i ritenuti elementi di dubbio (anche) in ordine alla dinamica del fatto, all’eziologia omicidiaria ed alla sua datazione (orario dell’exitus) non risultano superabili in forza dei risultati delle espletate investigazioni nè altrimenti emendabili da ulteriori approfondimenti”. 

“I ritenuti elementi di dubbio in ordine alla dinamica del fatto” nascono dalla consulenza del medico legale, professor Introna che ha confermato che “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua”, in poche parole, anche per il professor Introna, Maria non è stata uccisa.

Sarà lo stesso GIP Cusani, che ha rigettato le due richieste di arresto per i Ciocan, e che, come i giudici del Riesame e della Cassazione, ha invitato la procura ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi, ad esprimersi il 16 gennaio 2019.

I giudici del Tribunale del Riesame di Napoli, nell’Ordinanza del 5 giugno 2017, avevano scritto: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali”.

Mentre i giudici della Corte Suprema di Cassazione nelle motivazioni della sentenza depositate il 19 dicembre 2017: omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27″ eIl pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali, a) tracce di sperma del padre della bambina erano state rinvenute su una maglietta e sulla copertina del letto; b) per il tenore di alcune conversazioni registrate che facevano trasparire la preoccupazione del padre della bambina, al riguardo; c) la circostanza che l’ultimo rapporto sessuale subito dalla bambina risale al pomeriggio del giorno della sua morte, quando si trovava a casa” Inquietanti sospetti evidenziati nell’ordinanza impugnata gravitanti sul padre della bambina sulla possibilità che l’ultimo rapporto sessuale subito dalla vittima potesse essere collocato in ambito domestico” ecome fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate”.

Morte del maresciallo Licia Gioia: analisi criminologica

Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. La procura di Siracusa ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. Francesco Ferrari ha 45 anni ed è un poliziotto tuttora in servizio alla Questura di Siracusa. Il Ferrari in precedenza era stato accusato di istigazione al suicidio e di omicidio colposo. Il caso è stato trattato dalla trasmissione Chi l’ha visto? ed alcuni giornali hanno pubblicato parte degli atti di indagine.

I RAPPORTI TRA I DUE CONIUGI

Il maresciallo Licia Gioia non era contenta della propria vita coniugale. Almeno tre soggetti lo hanno riferito ai giornalisti: un’amica di Licia, il vicino di casa dei coniugi Licia Gioia e Francesco Ferrari e la madre di Licia.

A) Un’amica della donna alla quale una giornalista di Chi l’ha visto? ha chiesto se Licia fosse cambiata da quando si era sposata ha detto: “Allora era cambiata, litigavano, li abbiamo visti litigare per strada eee… però era sempre lei molto agitata».

B) La stessa giornalista di Chi l’ha visto? ha intervistato un vicino. Di seguito lo scambio tra i due:

Vicino: “Loro litigavano e poi andavano a correre insieme”.

Giornalista: “Quindi era…”

Vicino: “Quindi non c’era …”

Giornalista: “… un rapporto burrascoso… intenso”.

Vicino: “Esatto… non c’era nulla che potesse far pensare a tutto quello che poi in realtà si è verificato”.

Giornalista: “Però litigavano… questo…”

Vicino: “E questo lo dicono tutti, potete girare ovunque, ogni giorno c’era una discussione”.

Giornalista: “Lui ci ha detto di no però… che non litigavano”.

Vicino: “Guardi, si sentiva solo lei, lui non si sentiva”.

C) Donata Gioia, madre di Licia, durante la puntata di Chi l’ha visto? del 12 dicembre 2018 ha detto:

Madre: “Ma mia figlia… lui continua a dire che mia figlia era gelosa ma mia figlia non lo era gelosa, mia figlia lamentava il comportamento del marito che non era idoneo e consono per essere un marito…”

Padre: “C’era mancanza di rispetto”.

Madre: “… mancanza di rispetto che aveva nei confronti di mia figlia, questo lei lamentava. Lei proprio lamentava proprio il fatto che lui non avesse rispetto nei suoi confronti, non aveva un comportamento da marito, questo lamentava mia figlia”.

STRALCI DAI VERBALI DELL’ISPETTORE FRANCESCO FERRARI RESI PUBBLICI DAI MEDIA

Riguardo alla giornata del 27 febbraio 2017 Francesco Ferrari ha dichiarato: “Dalla mattina alle 8:00, quando di consueto ci siamo preparati per accompagnare il bambino a scuola e poi accompagnare mia moglie in ufficio, mia moglie si era turbata ed era iniziata una discussione a causa del fatto che io dovevo partecipare alle esequie del mio ex cognato che si sarebbero svolte nel pomeriggio. Preciso che questo fatto di avere rapporti, sia pure per motivi giustificati, con la famiglia della mia ex moglie turbava moltissimo mia moglie al punto che ripetutamente vi erano discussioni in famiglia perché lei era ossessionata dal fatto che non si era potuto recidere, a suo dire, il legame con la famiglia di sangue della mia ex moglie. Comunque siamo usciti di casa, abbiamo prima accompagnato mio figlio e poi siamo passati dalla caserma dove prestava servizio mia moglie. Preciso che per tutta la mattinata ci siamo scambiati messaggi su whatsapp il cui contenuto era sempre lo stesso, cioè che mia moglie pretendeva che io non avessi nessun rapporto diretto né con la mia ex moglie né con i suoi familiari”.

Francesco Ferrari: “Preciso che mia moglie aveva manifestato oltre a qualche gesto autolesionisti, del tipo sbattere la testa al muro, aveva più di una volta minacciato di suicidarsi sempre con il gesto della pistola, in un caso addirittura nella pubblica via ebbi modo di filmare un breve video con il cellulare nel quale si vedeva lei prostrata a terra con gli occhi sgranati, con la pistola che io le avevo sottratto e nascosto con la mano dietro la mia spalla, con una mossa che era stata notata da alcuni bambini che erano scappati. Preciso che io feci questo filmato con l’intento di farlo visionare a Licia quando fosse ritornata in sé per rendersi conto di come si riduceva in qualche episodio”.

Poche ore prima della sua morte il maresciallo Licia Gioia inviò queste due foto al marito Francesco Ferrari: nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge “Ho due opzioni” (SIRACUSAPOST).

Francesco Ferrari: “Mia moglie mi ha mandato una foto inquietante che ritrova lei stessa in una posizione tale da fare ingenerare la possibilità che si potesse gettare da una scogliera… in quanto nella foto si vedevano i piedi di mia moglie e il dirlo a mare con i flutti… io mi sono preoccupato e mi sono premurato di andare verso il luogo dove poteva trovarsi…”.

Se i racconti del Ferrari venissero confermati da eventuali testimoni o dai dati informatici, i comportamenti del maresciallo Licia Gioia farebbero emergere un quadro denominato Attention Seeking Behavior.

Generalmente un Attention Seeker è un soggetto immaturo con una bassa autostima. A volte è la gelosia a scatenare questi comportamenti, comportamenti manipolatori che possono divenire estremi.

I FATTI RELATIVI ALLA NOTTE TRA IL 27 E IL 28 FEBBRAIO 2017

La giornalista di Chi l’ha visto? ha riferito che la sera del 27 febbraio 2017, Licia Gioia e Francesco Ferrari comprarono dei panini per cena ma che Licia, dopo che i due coniugi giunsero a casa, rimase in auto e non cenò con il marito, un comportamento che, se confermato, rientrerebbe nell’ambito dell’Attention Seeking Behavior e sarebbe pertanto compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

LA MORTE DI LICIA GIOIA

Il racconto che Francesco Ferrari ha fatto riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali.

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre il marito cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, uno dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il primo colpo non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì quel colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

E’ proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché quando Licia Gioia è stata attinta dal colpo mortale “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale, non perché il marito l’abbia uccisa ma perché il colpo è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla. Lo provano la ridotta distanza dalla quale è stato esploso il colpo e le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi e che hanno dato esito positivo in entrambi i casi. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Dai verbali di Francesco Ferrari: “Subito dopo, sarà passato mezzo secondo, un tempo molto ristretto, io ho cercato di togliere la pistola dalle mani di mia moglie portandola via dalla testa e in quel momento è partito il secondo colpo che ha colpito me e alla gamba mia moglie. Preciso in sede di verbalizzazione che il colpo è partito quando ho posizionato la pistola ancora nelle mani di mia moglie, sul letto. Ritengo che materialmente a spingere il grilletto sia stato il dito di mia moglie, anche perché la mia mano sinistra era posizionata sopra il carrello mentre la mia mano destra era libera”.

Quel secondo colpo, in accordo con le risultanze medico legali, è stato esploso quando Licia era ormai morta, quindi dopo “non meno di dieci secondi” dal primo. La prova che Licia fosse ormai morta quando è stata attinta per la seconda volta ce la forniscono la mancanza di vitalità delle ferite provocate dal secondo colpo, infatti, sempre in accordo con le osservazioni del medico legale “il gluteo e la parte di pigiama corrispondente della Gioia presentavano scarse tracce ematiche”.

Se l’arma fosse stata nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Pertanto le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio.

Peraltro il Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

L’ARMA USATA

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa.

Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

I COMPORTAMENTI TENUTI DA FRANCESCO FERRARI DOPO L’INCIDENTE NON HANNO UNA SPIEGAZIONE UNIVOCA

– Il fatto che il Ferrari abbia un’altra compagna non prova certo che non amasse sua moglie né tantomeno lo rende un soggetto sospetto.

– Il Ferrari non parla con i suoceri semplicemente perché gli stessi hanno messo in dubbio la sua ricostruzione dell’incidente.

Di seguito uno scambio tra la giornalista di Chi l’ha visto? e il Ferrari:

Giornalista: “Loro (i genitori di Licia) sono molto delusi, sai”.

Francesco Ferrari: “Sì, anche io sono molto deluso perché io pensavo chee… facessero squadra intorno a me in questo momento, come io voglio fare intorno a loro, insomma, quindi non… siamo più o meno nella stessa… situazione”.

Infine, non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi docet.

CASE CLOSED.

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 19 dicembre 2018.

Criminologa Ursula Franco: non mi spiego il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario (intervista)

La dottoressa Ursula Franco è da sempre sensibile al tema delle morti accidentali e dei suicidi scambiati per omicidi.

Le Cronache Lucane, 13 dicembre 2018

– Dottoressa Franco, capita sempre più di frequente che a causa della pressione mediatica le procure italiane riaprano casi che avevano in precedenza archiviato come suicidi, cosa ne pensa?

Non posso risponderle in modo generico, ogni caso è un caso a sé e va analizzato nello specifico. Diciamo che recentemente mi sono stupita in almeno tre casi ma soprattutto non mi spiego il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. E’ chiaro che quando Licia Gioia è stata attinta dal colpo mortale “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale” perché il colpo è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla. Lo provano la distanza dalla quale è stato esploso il colpo e le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi e che hanno dato esito positivo in entrambi i casi. 

– Quali sono i casi di suicidio più controversi?

Le dietrologie trovano terreno fertile soprattutto nei casi di suicidio per impiccamento incompleto eppure da secoli la casistica insegna che non solo l’omicidio per impiccamento è raro ma non è necessaria la sospensione nel vuoto del corpo perché si arrivi alla morte, insomma si può morire pure impiccandosi alla maniglia di una porta.

– Dottoressa Franco, che significa impiccamento atipico?  

Da un punto di vista medico legale si riconoscono due tipi di impiccamento a seconda della posizione del laccio: un impiccamento tipico, se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico, se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo; il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi e il fatto che sia denominato atipico non lo rende sospetto.

– Che cosa comporta scambiare un suicidio per un omicidio?

Quando è una procura a scambiare un suicidio per un omicidio c’è il rischio che venga commesso un errore giudiziario. Quando invece qualche consulente convince i familiari di un suicida che il loro caro è stato ucciso non fa che impedirgli di elaborare il lutto e li incapsula in una vita di odio e di rabbia nei confronti del soggetto a cui li stessi attribuiscono l’omicidio, un omicidio che in realtà non è mai stato commesso. Pertanto chi li sostiene non gli fa un regalo, non lo fa alla verità e tantomeno alla giustizia.

– Da un punto di vista psicologico dove sta il problema?

I familiari di un suicida non accettano di non aver compreso che il loro caro stesse vivendo un momento difficile e, per liberarsi dal senso di colpa, cercano la via dell’omicidio attribuendolo spesso al coniuge del suicida, al quale soprattutto non perdonano di essere sopravvissuto, ciò innesca un processo dove non c’è spazio per la verità e che, sebbene li liberi dal senso di colpa per non aver capito l’entità del disagio del proprio familiare, può condurre ad un errore giudiziario.

– E’ possibile che in questo processo i genitori di un suicida arrivino a dissimulare? 

E’ possibile. Spesso i genitori di chi si suicida dissimulano senza provare vergogna o senso di colpa perché si sentono paladini di una nobile causa e sono forti del sostegno che ottengono dall’opinione pubblica che non vede l’ora di individuare un “mostro” contro cui scagliarsi.

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Francesco Ferrari e Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. La procura di Siracusa ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. Francesco Ferrari ha 45 anni ed è un poliziotto tuttora in servizio alla Questura di Siracusa. Il Ferrari in precedenza era stato accusato di istigazione al suicidio e di omicidio colposo. Abbiamo sentito sul caso la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Michele Buoninconti, di quella di Stefano Binda e dei fratelli Daniel e Cristina Ciocan.

Roma/Cronache Lucane, 12 dicembre 2018

– Dottoressa Franco, il maresciallo Licia Gioia si è suicidata o è vittima di un omicidio volontario?

Licia Gioia non si è suicidata ma ha minacciato di farlo e mentre il marito, Francesco Ferrari, cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, uno dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro alla gamba. Pertanto non si tratta di un vero e proprio suicidio ma neanche di un omicidio volontario. Peraltro il Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre, secondo alcune indiscrezioni, la Gioia era molto gelosa e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con lui e con suo figlio, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

– Esclude quindi che il Ferrari impugnasse l’arma e che sia stato lui ad esplodere volontariamente il colpo?

La soluzione del caso è nell’arma. L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Gioia, non quella in dotazione al Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Il fatto che il colpo non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo pochi secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata (da subito) nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

– Dottoressa come si spiega il secondo colpo?

Non ho le risultanze medico legali ma posso ipotizzare che, dopo che la ragazza è stata attinta alla testa dal primo colpo ed è morta, il suo braccio ha ceduto ed il Ferrari, che si trovava in piedi di fronte a lei e che stava tentando di disarmarla, ha perso l’appoggio tanto da cadere su di lei e in un estremo tentativo di appropriarsi dell’arma ha fatto partire il secondo colpo che lo ha attinto alla gamba sinistra e ha attinto Licia al gluteo destro, posto che quel colpo è stato esploso dopo “non meno di dieci, quindici, venti secondi” dal primo.

– Vuole aggiungere qualcosa?

I comportamenti del Ferrari post incidente non hanno una spiegazione univoca.

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