Morte di Maria Sestina Arcuri: analisi di un’intervista rilasciata dalla nonna di Andrea Landolfi Cudia

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte.

Andrea Landolfi è indagato per omicidio dalla procura di Viterbo e non ha mai rilasciato dichiarazioni alla stampa in merito ai fatti.

La nonna di Andrea ha invece rilasciato un’intervista ad una giornalista de “La vita in diretta”.

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Non solo la giornalista mette la Iezzi sulla difensiva e contamina l’intervista introducendo il termine “litigare”, ma la invita a negare.

La domanda da fare sarebbe stata: “Ci racconta cosa è successo?” e le domande successive: “E poi?”.

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

La nonna del Landolfi risponde di “No” e poi indebolisce la sua risposta con altre 46 parole mostrando di avere bisogno di convincere.

Si noti “fuori la porta”, di che porta parla la Iezzi? Se Andrea e Sestina si fossero messi “fuori la porta” della camera del bambino la Iezzi non avrebbe detto “perché loro si mettevano fuori la porta” ma “perché parlavano sottovoce”, posto che dormiva nella stessa stanza.  E’ quindi evidente che la Iezzi sta dicendo che tra lei e i due ragazzi c’era una porta, quella porta non può che essere la porta di ingresso in casa.

In questo stralcio “Quella sera, io l’ho sent… non è…” sono presenti due autocensure.

“tutto qui” è un modo per chiudere il topic.

Lucilla Masucci: E tu eri giù e loro su, quindi non li hai visti!?

E’ la giornalista a trarre le conclusioni. Siamo sicuri che i due ragazzi fossero fuori dalla camera e non invece fuori dalla porta di casa? La seconda è l’ipotesi più probabile. 

Mirella Iezzi: No, no, questo che io l’ho visti, no, ho visto quandoo… sono scivolati giù.

La Iezzi, imboccata dalla giornalista, risponde “No, no, questo che io li ho visti, no” e poi aggiunge “ho visto quandoo… sono scivolati giù”. Si notino la ripetizione della lettera “o” nella parola “quandoo” e la sede della pausa.

Lucilla Masucci: Mirella ma in quelle… in quelle ore, tu sei rimasta sveglia accanto a Sestina?

Ancora un suggerimento.

Mirella Iezzi: Sì, sì, sì, ma lei è andata su a dormire, poi è andata a dormire su, tranquillamente, ha fatto le scale.

La risposta è stata contaminata dalla giornalista. “Sì, sì, sì” è semplicemente il frutto di un suggerimento. Il fatto che la Iezzi ripeta “Sì” per tre volte rivela un bisogno di convincere. “ma lei è andata su a dormire” è in contraddizione con “Sì, sì, sì” e ci rivela che la Iezzi non è “rimasta sveglia accanto a Sestina”, come suggerito dalla giornalista.

“poi” rappresenta una lacuna temporale. La giornalista avrebbe potuto approfondire.

Lucilla Masucci: E poi quando ha cominciato a sentir… e Andrea è andato con lei?

Due domande insieme; la prima domanda è incompleta per un’autocensura; la seconda, più che una domanda, è un suggerimento.

E’ sbagliato fare domande plurime perché l’intervistato sceglie a quale rispondere.

Mirella Iezzi: Questo sì, la notte, quasi la mattina, io questo non te lo posso dire, Lucilla, perché io non c’ero.

Lucilla Masucci: Perché sei andata a dormire anche tu?

La giornalista imbocca ancora l’intervistata.

Mirella Iezzi: No, io non c’ero, io mi sono fatta portareee da mio cognato al… mmm…

Lucilla Masucci: Al pronto soccorso.

La giornalista suggerisce i termini “pronto soccorso”.

Mirella Iezzi: Sì, al pronto soccorso dell… dell’ospedale… a Roma.

La risposta è contaminata, ad introdurre i termini “pronto soccorso” è stata la giornalista, non l’intervistata.  

Lucilla Masucci: Quindi tu lasci i due ragazzi da soli dopo la caduta?

Ancora un suggerimento.

Mirella Iezzi: Sì, sì, l’ho lasciati perché ho visto che stavano bene tutte e due, tant’è vero che a mia figlia gli ho detto: “Aaaa e daje, a’ Monica, ma che stiamo rifacendo…”, sai Andrea com’è, un po’… je piaceva scherzare, basta.

Si noti l’autocensura che segue a “ma che stiamo rifacendo…” e a “un po’…”, esternazioni che la giornalista avrebbe potuto approfondire con domande precise. Un amico di Andrea e della sua ex compagna ha infatti dichiarato: È successo un fatto analogo a quello che è successo ad Andrea e Sestina, ovvero la caduta dalle scale è un… è un’immagine che si ripete, ancheee l’ex compagna un giorno ha chiamato… è stata chiamata l’ambulanza, lei stava male ed al (incomprensibile) ha detto che era caduta per le scale, quando invece tutti in comitiva sappiamo che non è così, sempre la stessa identica scena, tutte e due che cascano per le scale, uno si fa male e uno no, e guarda caso quello che non si fa mai male è sempre Andrea, dice che ha dolori alla spalla, dice che ha dolori aal ginocchio, quando invece risulta sano come un pesce”.

“basta” è un modo per chiudere il topic.

Lucilla Masucci: Quindi tu hai lasciato Andrea e Sestina a dormire a casa?

Ancora un suggerimento, che Andrea e Sestina dormissero è la giornalista a dirlo. 

Mirella Iezzi: Sì.

La risposta della Iezzi è frutto di una contaminazione.

Lucilla Masucci: Andrea dormiva?

Mirella Iezzi: No, no, no, è stato sempre vigile, sveglio, vicino a Sestina.

La ripetizione del “No” è sensitiva.

Che Andrea sia “stato sempre vigile, sveglio, vicino a Sestina”, la signora Iezzi non può saperlo, posto che durante la notte si è allontanata da casa per recarsi in ospedale.

Lucilla Masucci: Come sta Andrea?

Mirella Iezzi: Male, Andrea sta malissimo, sta malissimo. Andrea è come se fosse diventato vedovo, lo… lui dice: “Lasciatemi nel mio dolore… nel mio dolore”.

Lucilla Masucci: Andrea non è un assassino?

La giornalista non solo introducendo la parola “assassino” mette la donna sulla difensiva, ma dicendo “Andrea non è un assassino” la invita a negare.

Mirella Iezzi: No, Andrea è un bravissimo ragazzo, e non detto da me, che sono la nonna, tutti lo dicono, tutti. Soltantoooo… sono gli amici, gli amici, non lo so perché, le cattiverie gliele stanno facendo.

La Iezzi, imboccata dalla giornalista, risponde di “No”, ma poi indebolisce la sua risposta con ben 33 parole. La nonna del Landolfi  non dice “Andrea non ha ucciso Sestina” ma “Andrea è un bravissimo ragazzo, e non detto da me, che sono la nonna, tutti lo dicono, tutti”, lo dipinge come un “Good Guy” nel tentativo di indurre chi la ascolta a trarre le conclusioni. 

Degli amici Andrea Landolfi ha detto: “Quello che posso dire èèè… bisogna vedere chi parla e perché parla a volto coperto. Perchéé… se non ci sono problemi, si potrebbe parlare a volto scoperto senza nessun tipo di problema e vedere anche chi sono queste persone che stanno dichiarando queste cose”.

Lucilla Masucci: Dicono che Andrea abbia picchiato anche la fidanzata precedente.

Un’altra domanda che metterà la nonna di Andrea sulla difensiva. La domanda da fare sarebbe stata “Che rapporti aveva Andrea con la sua ex fidanzata?”.

Mirella Iezzi: Non è vero, non è vero, non è vero, c’erano delle discussioni, perché era la mamma del bambino, c’erano delle discussioni familiari, come ce ne sono tante.

La ripetizione di “Non è vero” per tre volte segnala un bisogno di convincere.

Lucilla Masucci: La mamma di Sestina aveva fatto un appello proprio a te, aveva detto: “Mirella, signora Mirella, per favore dica la verità”.

Mirella Iezzi: Ho detto la verità. Si chiama Caterina? Caterina, guarda, se ci possiamo vedere, ti racconto tutto di tua figlia, tutto, tutto, fino all’ultima mattina che abbiamo preso il caffè insieme, perciò te lo posso dire, te lo posso dire, Andrea non gli ha fatto niente. Siate tranquilli, siate tranquilli. Aspettamo… aspettiamo la perizia e poi si vedrà tutto quello che… che è successo.

Quando la Iezzi dice: “ti racconto tutto di tua figlia, tutto, tutto, fino all’ultima mattina che abbiamo preso il caffè insieme”, a che mattina si riferisce? Se è del giorno 3 che parla, perché la Iezzi non fa riferimento all’intera giornata? Non ha più incontrato Sestina dopo la colazione?

“Andrea non gli ha fatto niente” non è una negazione credibile.

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple per impedire all’interrogato/intervistato di scegliere a quale rispondere;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato; è nei sermoni e nelle tirate oratorie che si trovano spesso informazioni utili ed ammissioni tra le righe;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. evitare affermazioni perché non prevedono una risposta;
  6. evitare giudizi morali perché mettono l’interrogato/intervistato sulla difensiva;
  7. non suggerire le risposte.

P.S. La nonna di Andrea Landolfi è indagata per omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NICOLETTA INDELICATO come ADRIANNE JESSICA JONES (intervista)

Nicoletta Indelicato

Nicoletta Indelicato, 25 anni, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 marzo è stata attirata in una trappola dall’amica Margareta Buffa, 29 anni, che l’ha fatta salire in auto e l’ha condotta in un vigneto nelle campagne di Marsala, Contrada Sant’Onofrio, una volta raggiunto il vigneto, dal bagagliaio dell’automobile è uscito il fidanzato di Margareta, Carmelo Bonetta, 34 anni, che ha picchiato e accoltellato Nicoletta e ha poi dato alle fiamme il suo corpo. Secondo indiscrezioni, Nicoletta aveva rivelato a Margareta di aver avuto un breve flirt con il Bonetta e aveva raccontato che il ragazzo faceva uso di droga.

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 21 marzo 2019

Carmelo Bonetta

Dottoressa Franco, quando ha saputo della confessione dell’amico Carmelo e del coinvolgimento nell’omicidio della sua fidanzata, la sua amica Margareta, cosa ha pensato?

Ho pensato subito all’omicidio della giovane Adrianne Jessica Jones, uccisa nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1995 da Diane Michelle Zamora, 17 anni all’epoca dei fatti e dal suo fidanzato diciottenne, David Graham. La Zamora, dopo che il Graham le aveva rivelato di essersi intrattenuto sessualmente con la Jones in un’occasione, lo aveva invitato ad ucciderla per provarle il suo amore. Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, David Graham era passato a prendere la Jones in auto e con una scusa l’aveva condotta in un campo nei pressi di un lago, una volta raggiunto il luogo isolato, dal portabagagli dell’auto era uscita la Zamora che aveva colpito al capo la Jones con un corpo contundente, la ragazza era stata poi finita dal Graham con due colpi d’arma da fuoco esplosi da distanza ravvicinata.

Adrianne Jessica Jones

Dottoressa Franco, quanto è importante conoscere la casistica nel suo lavoro?

Conoscere la casistica è fondamentale per chi si occupa di morti violente e di scomparse, permette infatti di restringere il cerchio dei sospettati e di censurare le ricostruzioni di fantasia.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON TUTTI I COLD CASE SI POSSONO RISOLVERE (intervista)

La criminologa Ursula Franco è consulente della difesa di Michele Buoninconti, dei fratelli Ciocan e di Stefano Binda e si è spesso espressa in modo critico riguardo allo spettacolo cui vengono ridotti alcuni casi giudiziari dai Media.

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

– Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

Ho il dovere morale di sfatare un mito dei programmi spazzatura che invadono il piccolo schermo: non tutti i cold case si possono risolvere.

I motivi per i quali un caso risulta irrisolto sono due: o non sono state tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini o le indagini iniziali sono state lacunose, un’evenienza cui raramente si può rimediare, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa risolvere.

In alcuni casi non si può risolvere un cold case neanche in presenza di una confessione perché tutto ciò che un soggetto che si autoaccusa afferma deve essere corroborato da prove scientifiche che possono essere andate distrutte o possono non essere state raccolte.

Pertanto, chi si inerpica su strade vecchie di decenni rischia grosso, per sé  e soprattutto per il malcapitato preso di mira.

Una conferma del coinvolgimento o meno di un soggetto e della veridicità di ciò che affermano eventuali testimoni, anche a distanza di decenni, viene dall’analisi del loro linguaggio, ma gli interrogatori devono essere condotti e analizzati con tutti i crismi.

Personalmente mi esprimo su un caso vecchio solo in presenza di interviste video che risalgano all’epoca dei fatti, questo perché le vecchie trascrizioni degli interrogatori non sono affidabili.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON E’ STATO STEFANO BINDA AD UCCIDERE LIDIA MACCHI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese). 

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

Nei giorni scorsi è stata respinta l’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Lidia Macchi

Dottoressa Franco, sappiamo che nella sua consulenza ha escluso che ad uccidere la Macchi sia stato Stefano Binda, può dirci se è agli atti il nome del vero assassino?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti, posso dirle però che la lettera recapitata a casa Macchi non è stata scritta dall’assassino, che Patrizia Bianchi non è una superteste, che non solo la Macchi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione, ma che si può escludere che Lidia conoscesse il suo assassino e che abbia avuto rapporti sessuali con lui. Per il resto, purtroppo, le indagini relative a questo caso sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987 non solo sono inutilizzabili per il modo in cui vennero condotti ma sono anche incompleti, non si è infatti indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del giorno della sua morte, in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave. 

Come si poteva risolvere un caso come questo?

In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. 

Dottoressa, che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Infatti quando un omicida colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Riguardo allo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso che può dirci?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale. 

Dottoressa Franco, attraverso l’analisi dei fatti, è riuscita a tracciare un profilo dell’assassino di Lidia Macchi?

Certamente, l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento che è tornato a colpire negli anni seguenti. 

Giuseppe Piccolomo

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo ed è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Dottoressa Franco, è stato giusto escludere che sia stato lui ad uccidere Lidia?

No, perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si è potuto confrontare lo stesso con il DNA di Piccolomo. Peraltro, a differenza del povero Stefano Binda, Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia e un curriculum compatibili con quella dell’assassino di Lidia Macchi. All’epoca del delitto, Piccolomo aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere e confessò l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

Omicidio di Katia Tondi: analisi delle due telefonate di soccorso di Emilio Lavoretano

Katia Tondi ed Emilio Lauretano

Katia Tondi, 31 anni, è stata strangolata nel tardo pomeriggio del 20 luglio 2013, mentre si trovava in casa con il suo bambino di soli sette mesi. Suo marito, Emilio Lavoretano, intorno alle 19.00 è uscito per fare la spesa e al suo ritorno, le 20.00 circa, ha chiamato prima il 118 e poi il 113.

Emilio Lavoretano è stato indagato e poi rinviato a giudizio per l’omicidio di Katia Tondi dalla procura di Santa Maria Capua Vetere.

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da un chiamante, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”. Expected versus Unexpected.

Expected: ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto.

Unexpected: non ci aspettiamo che il chiamante si perda in superflui convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

Telefonata al 118 delle 19.58:

Operatore: Pronto?

Emilio Lavoretano: Eh, buonasera, un’ambulanza subito al Parco Laurus (incomprensibile). 

Il “buonasera” è inaspettato in una chiamata di soccorso.

Il Lavoretano perde tempo a dire “buonasera” e poi inaspettatamente dice “un’ambulanza subito”. 

Operatore: Da quale città mi chiama?

Emilio Lavoretano: San Tammaro, San Tammaro.

Operatore: San Tammaro, vicino Santa Maria?

Emilio Lavoretano: (incomprensibile) sì, sì, sì.

Operatore: Eh, che è successo?

Emilio Lavoretano: Eh, non lo so (incomprensibile), c’è mia moglie a terra.

Con la frase “c’è mia moglie a terra” il Lavoretano non fornisce all’operatore informazioni sulle reali condizioni fisiche della moglie, la moglie potrebbe essere a terra perché si è semplicemente rotta una gamba. 

Operatore: In che via state?

Emilio Lavoretano: Al parco Laurus, parco Laurus, a San Tammaro.

Operatore: Parco Laurus, in che via?

Emilio Lavoretano: Strada provinciale per Curti.

Operatore: Strada provinciale per Curti, mi dice il civico?

Emilio Lavoretano: Non lo so, non lo so il civico, non lo so, per piacere, per… per piacere.

Si noti la sequenza “per piacere, per… per piacere”

Operatore: Respira?

Emilio Lavoretano: Ma non lo so se… è a terra, è nera nera.

La moglie è ancora a terra, il Lavoretano non si è accertato in precedenza, né si accerta dopo la richiesta dell’operatore se la moglie respiri, né chiede di essere aiutato a rianimarla nonostante descriva un quadro oltremodo drammatico “è nera nera”. Peraltro il fatto che la moglie sia “nera” è di conforto all’ipotesi che sia morta da molto più di pochi minuti. 

Operatore: Passatemi qualche persona, sta arrivando l’ambulanza.

Emilio Lavoretano: Fate presto, fate presto.

“Fate presto” è equiparabile a “subito”.

Telefonata al 113:

Emilio Lavoretano: Pronto? Pronto?

Operatore: Sì.

Emilio Lavoretano: Pro… pronto, buonasera (incomprensibile) a parco Laurus, a San Tammaro. Io sto vedendo, c’è mia moglie a terra.

Ancora una volta il “buonasera” è inaspettato come lo sono il “Pro… pronto”.

La sequenza “Io sto vedendo, c’è mia moglie a terra” ci rivela che il Lauretano è uno spettatore passivo. L’uomo è alla sua seconda telefonata e sta ancora “vedendo” la “moglie a terra”. 

L’inattività del Lauretano, che si evince dal contenuto della telefonata, ci induce a sospettare che l’uomo non voglia alterare la scena al fine di mostrarla così com’è agli inquirenti.

Operatore: Dove dobbiamo venire?

Emilio Lavoretano: Dovete venire… a San Tammaro, Parco Laurus, San Tammaro, strada provinciale per Curti.

Operatore: Che è successo?

Emilio Lavoretano: Eh… non lo so, c’è… c’è mia moglie a terra… venite qua, per piacere.

L’espressione “per piacere” è inaspettata.

Il Lauretano continua a ripetere che la moglie è “a terra”.

Operatore: Un’ambulanza? Che è successo?

Emilio Lavoretano: L’ho chiamata già l’ambulanza, l’ho chiamata, c’è mia moglie a terra (incomprensibile).

Il Lauretano continua ripetere che la moglie è “a terra”.

Operatore: Sua moglie è a terra dentro casa?

Emilio Lavoretano: Sta dentro casa tutta… tutto sotto sopra. 

Lauretano non dice “sono stato io”, come ipotizzato da una trasmissione televisiva, ma “tutto sotto sopra”, come riferito dallo stesso in un’udienza.

Dicendo “tutto sotto sopra”, vuol lasciar intendere che si trova di fronte ad una scena compatibile con un furto o quantomeno con un tentativo di furto, “tutto sotto sopra” sono tre parole che gli servono per tentare di allontanare i sospetti da sé e sono in linea con l’ipotesi precedente ovvero che il Lauretano desideri mostrare agli inquirenti la scena del crimine così com’è.

Operatore: Non ho capito, scusatemi.

Emilio Lavoretano: Sta tutto… sta tutto fuori posto… sta… tutto fuori posto, qualcuno è venuto a ruba’. C’è mia moglie a terra.

Il Lavoretano ha una priorità, far credere all’operatore che l’omicidio sia stato commesso da qualcuno entrato per “ruba’”, solo in seguito dice che la moglie è “a terra”. Questa risposta ci conferma che nella risposta precedente il Lavoretano ha detto “tutto sotto sopra”. 

Operatore: Ma c’è sangue, c’è qualcosa?

Emilio Lavoretano: Non lo so, c’è mia moglie a terra, non lo so, c’è la mia vicina di casa, non lo so.

Operatore: Datemi l’indirizzo, scusate.

Emilio Lavoretano: Parco Laurus, Parco Laurus.

Operatore: Parco?

Emilio Lavoretano: Laurus, San Tammaro… Laurus, Laurus, Laurus.

Operatore: Che via è a San Tammaro?

Emilio Lavoretano: Parco Laurus, strada provinciale per Curti, piccoli’ mio.

Operatore: Ma non si muove sua moglie, non è cosciente, niente?

Emilio Lavoretano: Sta tutta nera… sta, tutta nera sta, è tutta lividita, non lo so, secondo me sono venuti i ladri (incomprensibile).

Il fatto che la moglie sia tutta “nera”, “lividita” è ancora di conforto all’ipotesi che Katia sia morta da molto più di pochi minuti. 

Il Lavoretano, per la seconda volta, nel rispondere all’operatore, tenta di suggerire una spiegazione “secondo me sono venuti i ladri”.

In un’intervista ad una giornalista che gli chiedeva: “Ma tu cosa pensi sia successo?”, il Lavoretano ha risposto: (…) hanno rubato, una rapina andata male”. 

Operatore: Ma non respira?

Emilio Lavoretano: No, non respira, no, non respira.

Operatore: Non respira, non si muove?

Emilio Lavoretano: No, sta a terra, non respira, non respira.

Operatore: Come vi chiamate?

Emilio Lavoretano: Lavoretano, Lavoretano.

Operatore: Napoletano?

Emilio Lavoretano: Lavoretano, con la L.

Operatore: Sì le mando subito la pattuglia… le mando subito la pattuglia.

Emilio Lavoretano: Arrivede…

Ancora una volta i convenevoli sono inaspettati.

CONCLUSIONI

In entrambe le telefonate sono presenti dei convenevoli, i convenevoli sono fuori luogo in una telefonata di soccorso ma soprattutto vengono utilizzati di frequente dai soggetti responsabili del reato per ingraziarsi l’operatore.

In presenza di convenevoli, espressioni come “subito” e “Fate presto”, appaiono prodotte, più che dall’urgenza, da una proiezione di un senso di colpa per aver chiamato i soccorsi in ritardo.

L’espressione “per piacere”, che il Lauretano ripete tre volte, ci rivela il suo bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni” al fine di allontanare i sospetti da sé.

Il fatto che il Lavoretano si sia limitato a riferire agli operatori che la moglie era “a terra” e non abbia fatto nulla che potesse alterare la scena del crimine ci induce ad inferire che desiderasse mostrare agli inquirenti la scena così com’era, egli, peraltro, ha tentato ripetutamente di convincere l’operatore che era “tutto sotto sopra”, “tutto fuori posto” a causa di un furto.

Accusa e difesa si stanno scontrando sull’ora della morte, per la difesa di Lavoretano, Katia è morta pochi minuti prima che il marito rientrasse in casa, per l’accusa, Katia è morta molto prima. Il contenuto delle due telefonate di soccorso del Lavoretano e ciò che ha dichiarato la vicina di casa dei Lavoretano che per prima soccorse Katia aiutano a far luce sull’orario della morte:

  • Durante le telefonate, il Lavoretano, in due occasioni, ha detto della moglie: è nera nera e: Sta tutta nera… sta, tutta nera sta, è tutta lividita
  • In un’intervista, la vicina di casa, Rosaria, ha dichiarato: “E poi onestamente mi accorsi che era morta in quanto teneva le labbra livide e le unghie pure, già erano scure e tutte chiazze per il viso (…) erano blue scure tipo ematoma, diciamo, io non ne capisco di queste cose comunque io le ho notate le labbra livide, nere le teneva“.

Pertanto, la donna non poteva essere morta da pochi minuti in quanto il “livor mortis” si manifesta a un’ora dalla morte.

Durante la sua deposizione in aula, Emilio Lavoretano ha detto: (…) andai vicino a Katia, il primo pensiero che pensi… la prima cosa che pensi… dissi: “Questa, secondo me, ha avuto un’ischemia” (…)

Si noti che il Lavoretano parla in terza persona “il primo pensiero che pensi… la prima cosa che pensi” perché non riesce a prendere possesso di ciò che dice e allora ne prende le distanze. Emilio Lavoretano è incapace di dire “la prima cosa che ho pensato” perché mentirebbe.
Spesso l’uso della terza persona è appropriato, lo è quando la circostanza di cui si parla appartiene all’esperienza “universale”.

Dopo la condanna a 27 anni di reclusione, Emilio Lavoretano ha dichiarato: “Per gli errori che hanno fatto loro, errori giudiziari che hanno commesso nelle indagini, non è che deve pagare un innocente. Ma non esiste proprio, assolutamente.”

Dirsi innocente non equivale a negare di aver commesso un omicidio. Lavoretano non è capace di dire: “io non ho ucciso mia moglie Katia, sto dicendo la verità”, si attacca invece agli errori commessi dagli inquirenti.

MORTE DI LICIA GIOIA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON FU OMICIDIO VOLONTARIO (intervista)

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Oggi, 7 marzo 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato.

Abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco che su questo caso si era espressa nei mesi scorsi. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: Licia Gioia estrasse l’arma e minacciò di suicidarsi e, mentre il Ferrari tentava di disarmarla, partirono due colpi, il primo dei quali ferì a morte la donna.

Le Cronache Lucane, 7 marzo 2019

– Dottoressa Franco, lei da sempre sostiene che non fu un omicidio volontario nonostante alcuni dati medico legali escludano il suicidio?

Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

– Dottoressa, ci spieghi cosa è successo quella notte?

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

– Il medico legale ha sostenuto che Licia Gioia “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale”.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

– Dottoressa Franco, in precedenza ha elencato alcuni dati a discolpa del Ferrari, ce li ricorda?

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nit – si vede una pistola di ordinanza, Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura; nella seconda foto con lo stesso sfondo, si vede un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto.

– Il SiracusaPost qualche settimana fa ha pubblicato le foto e i messaggi WhatsApp che Licia Gioia inviò al marito poche ore prima della tragedia. Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

– Dottoressa Franco, che cosa ne pensa?

Le foto e la conversazione tra i due coniugi provano che il Ferrari dice la verità, certi comportamenti rientrano in un quadro denominato Attention Seeking Behavior. Peraltro la giornalista di Chi l’ha visto? ha riferito che la sera del 27 febbraio 2017, Licia Gioia e Francesco Ferrari comprarono dei panini per cena ma che Licia, dopo che i due coniugi giunsero a casa, rimase in auto e non cenò con il marito, un comportamento che, se confermato, sarebbe compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

– Quali sono le caratteristiche di un Attention Seeker?

Generalmente un Attention Seeker è un soggetto immaturo con una bassa autostima. A volte è la gelosia a scatenare i suoi comportamenti, comportamenti manipolatori che possono divenire estremi.

Aggiornamento: Il Gup ha rinviato l’udienza al prossimo 4 aprile, giorno in cui scioglierà la riserva sulla nomina di un perito che dovrà dire se sia da privilegiare la consulenza balistica del professore Compagnini (consulente del GIP), che ritiene verosimile il suicidio, o quella del professore Conti, che ipotizza l’omicidio.

Questa intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea del ROMA/Cronache Lucane dell’8 marzo 2019.

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OMICIDIO DI PAMELA MASTROPIETRO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI (intervista)

Innocent Oseghale

Domani a Macerata si terrà la seconda udienza del processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, unico imputato Innocent Oseghale. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 5 marzo 2019

– Dottoressa Franco, Pamela Mastropietro è vittima della mafia nigeriana?

No, le risultanze investigative parlano chiaro: Pamela è stata uccisa e smembrata dal solo Oseghale, un ragazzo nato per caso in Nigeria e con una psicopatologia da serial killer.  

– Dottoressa Franco, il caso Mastropietro è un caso unico, senza precedenti?

Neanche per sogno. La cronaca è ricca di casi di omicidio e smembramento. 

– Ci ricorda qualche caso simile?

La notizia è di pochi giorni fa, a Madrid, Alberto Gómez, 26 anni, ha ucciso la propria madre, María Soledad e l’ha poi fatta a pezzi, che in parte ha mangiato con l’aiuto del cane.

In Germania, Nhat T., un vietnamita di 24 anni, il 24 agosto 2018, ha ucciso a martellate il cinese Chenxi L., 27 anni, lo ha ridotto in pezzi che ha messo in sacchetti che ha poi gettato.

Nell’ottobre 2017, nella città di Alcala de Eneres, in Spagna, Manuel Moreno, un cameriere di 42 anni, ha ucciso e smembrato la sua fidanzata, Daria O. L., di 22 anni, dopo 15 mesi, i pezzi del cadavere di Daria sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine in un frigorifero nella casa in cui la coppia viveva.

L’inventore danese Peter Madsen, all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall, ne ha poi smembrato il corpo e gettato in mare i pezzi dopo averli infilati in sacchetti di plastica insieme ad alcuni oggetti metallici. Il 25 aprile 2018 una Corte di Copenaghen ha riconosciuto Madsen colpevole di omicidio premeditato e lo ha condannato all’ergastolo.

– E allora perché si continuano a leggere tante menzogne su questo caso?

In un paese come il nostro, dove ormai la disinformazione e l’istigazione al giustizialismo sono il pane quotidiano, la verità non attrae quasi più nessuno perché non fa spettacolo, ma soprattutto non fa comodo a chi fomenta l’odio cercando di far passar il messaggio che le colpe di un singolo assassino vadano spalmate su una comunità intera. 

– Dottoressa cosa vuole aggiungere?

Basta con le strumentalizzazioni, non ci si inventano i casi giudiziari, è agli atti d’indagine che bisogna attenersi. 

Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate dall’infermiera Fausta Bonino

Fausta Bonino

L’infermiera Fausta Bonino, nata a Savona il 9 aprile del 1961, è accusata dalla procura di Livorno di omicidio volontario continuato e pluriaggravato in danno di alcuni pazienti ricoverati nell’unità operativa di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Villa Marina di Piombino tra il 2014 e il 2015.

Il PM Massimo Mannucci, durante l’udienza del 2 marzo 2019 del processo che si svolge con il rito abbreviato, ha chiesto al giudice di condannarla all’ergastolo. L’arringa della difesa è fissata per l’udienza del 22 marzo, il 19 aprile sarà emessa la sentenza.

“Secondo l’ipotesi accusatoria, il decesso dei pazienti era stato determinato dalla deliberata quanto arbitraria somministrazione, in alcun modo prevista dalle terapie prescritte, come da acquisite cartelle cliniche, di un farmaco anticoagulante (l’eparina) in dosi tali da cagionare la morte per improvvisi ed irreversibili episodi emorragici. La presenza di eparina in quantità letali fu accertata nei campioni di sangue delle vittime più recenti, dopo che il dirigente medico del laboratorio di analisi dell’ospedale di Piombino aveva allarmato le competenti autorità sanitarie per la sequenza di morti da mancata coagulazione del sangue e, conseguentemente, aveva inviato i campioni ematici dei suddetti pazienti ad una specialista dell’ospedale Caruggi di Firenze, dott.ssa D. P., in servizio presso il “centro trombosi”, la quale aveva confermato gli esiti delle analisi per presenza nei campioni a lei trasmessi di elevate dosi di eparina, non giustificate dalle patologie sofferte dai degenti e non indicate nelle rispettive cartelle cliniche, e, dunque, riconducibili -secondo la tesi accusatoria- alla volontaria somministrazione della detta sostanza a scopo letale. Ai predetti quattro casi si aggiunsero, nell’indagine, altri otto episodi di morti sospette per analoga eziologia, ovvero per anomali fenomeni emorragici, senza che si fosse proceduto, in tali casi, al prelievo e all’esame di campioni ematici. Il dottor D.P., la dott.ssa P. M. e l’infermiera professionale A.V. stilarono congiuntamente un documento che, con riguardo a ciascuno dei tredici pazienti considerati, indicava l’orario e le ragioni del decesso, l’ora e la data in cui si era verificato il primo sintomo emorragico, ovvero un esito anomalo dei prelievi (indicativo del cosiddetto “scoagulamento” o “scoaugulazione”)* e i turni di servizio del personale. Da tale quadro sinottico emerse che l’unico addetto sempre presente in turni compatibili con gli eventi emorragici o con la manifestazione dei primi sintomi dell’incoagulabilità del sangue era stata l’infermiera professionale, Bonino Fausta, la quale prestava il suo servizio in cinque giorni alla settimana, nella fascia oraria 14-21. Nessun decesso sospetto si era verificato nel periodo dal 5 ottobre al 23 novembre 2015, in cui la Bonino era stata assente per ferie, malattia ed altre ragioni (Ordinanza della Corte di Cassazione. Penale Sent. Sez. 1 Num. 9755 Anno 2017. Udienza: 21/09/2016).”

*Sia chiaro che gli anticoagulanti, come l’eparina e il warfarin sodico, conosciuto come Coumadin, non “scoagulano” il sangue, che è sempre fluido, ma ne rallentano la coagulazione e per questo favoriscono le emorragie.

Poiché Fausta Bonino sostiene di essere innocente, l’analisi delle sue dichiarazioni alla stampa si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un  innocente dica e ciò che la Bonino dice, expected versus unexpected.

Ci aspettiamo che la Bonino:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso i reati di cui è accusata dicendo “non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” e che poi, riferendosi alle sue negazioni, dica: “sto dicendo la verità”.

Da un’intervista a TeleElba del maggio 2016:

Giornalista: Un’accusa pesantissima per Fausta Bonino, terribile, aver ucciso 13, forse 14, persone con premeditazione, come si convive con questo?

Fausta Bonino: Male, molto male, è stato uno shock, un trauma, anche perché io non ho fatto nulla, sentirmi accusata di tutte queste cose, è stato veramente uno shock.

“io non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto atemporale e aspecifica.

Si noti che la Bonino chiama gli omicidi “queste cose”, lo fa per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è accusata.

Giornalista: 21 giorni di carcere, dal 30 marzo al 21 aprile in una cella immaginiamo con dei pensieri, cosa le passava per la testa?

Fausta Bonino: Ma di tutto m’è passato per la testa, peròòò sono sempre stata ottimista, nonostante tutto, perché Cesarina, dal primo giorno che mi è venuta a trovare in prigione, mi ha dato coraggio, mi ha prima abbracciata, poi m’ha detto che gli indi… che secondo lei erano solo indizi, e me l’ha detto subito che m’avrebbe tirato fuori ee se… mi ha detto di avere tanta forza, di mangiare, di stare parecchio su perché se non lo volevo far per me, di farlo per mio marito e i miei figlioli e a me m’ha dato un coraggiooo, l’ho vista proprio battagliera, l’ho vista… se non ci fosse stata lei non lo so come l’avrei presa, però mi haa… infuso tanto coraggio.

La frase “poi m’ha detto che gli indi…” termina con un’autocensura.

“secondo lei erano solo indizi” è una frase inaspettata che induce a chiederci che cosa la Bonino si aspettasse che ci fosse contro di lei.

Giornalista: L’impianto accusatorio era e, per la procura, rimane pesantissimo, com’è potuto succedere questo?

Fausta Bonino: Eh, come sia potuto succedere, io questo non lo so, me lo sto ancora chiedendo eee molto probabilmente se indagassero veramente come dovessero indagare eh…

Si noti che la Bonino non termina la frase ma si autocensura e non ci dice a quali conclusioni “molto probabilmente se indagassero veramente” giungerebbero gli inquirenti.

Giornalista: 36 anni di servizio all’Ospedale Villa Marina di Piombino, conosce perfettamente gli ingranaggi della struttura e anche i suoi colleghi, cosa si sente di dire in questo senso?

Fausta Bonino: Allora, dei miei colleghi, specialmente… ehm… i colleghi infermieri, ma tutti, da quelli che c’ho lavorato lì in reparto, dopo che son stata spostata, a quelli degli ambulatori posso parlare solo che bene veramente ee… tutti quanti mi son venuti a trovare, tutti quanti m’hanno dato la loro sola… so-li-da-rie-tà, nessuno m’ha creduto colpevole, dei colleghi e l’unica personaaa è la caposala, vabbè che lei c’era di mezzo e è l’unica che non è venuta eee… ehm… della struttura mmmm a parteee… a me sembrava che funzionasse aabbastanza bene, eh… c’è… c’era questeee tanti morti, queste morti sospette, però come reparto si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati perché si ricoverava 4, 5 pazienti al giorno e se ne mandava via altri 4 o 5, eh… si può dire che si lavorava male.

Fausta Bonino, raccontandoci del clima nel quale le infermiere si trovavano ad operare, almeno secondo la sua percezione della realtà,“si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”, ci fornisce il possibile movente dell’omicida seriale di Piombino: ridurre le proprie e altrui incombenze, probabilmente per farsi benvolere dalle colleghe.

I cosiddetti angeli della misericordia o della morte, in genere medici o infermieri, uccidono per motivi diversi.

Alcuni, come Richard Angelo e il tedesco Niels Högel, che somministrava ai pazienti un farmaco antiaritmico non necessario, creano un’emergenza per poi dimostrare quanto siano bravi a salvare il paziente (malignant hero).

Invece, l’infermiere americano Charles Edmund Cullen, a suo dire, uccideva i propri pazienti per alleviarne le sofferenze e per evitare che venissero deumanizzati (mercy killer).

Alcuni tra questi serial killer uccidono perché identificano i loro pazienti con degli oggetti rotti e fastidiosi, oggetti di cui è giusto liberarsi, per alleggerire il lavoro a sé e ai colleghi, vi è pertanto anche una componente altruistica o quantomeno il desiderio di fare qualcosa per il gruppo di appartenenza allo scopo di farsi benvolere.

Capire un movente è estremamente importante perché una volta inquadrato lo si può usare come cuneo per far confessare un interrogato, il movente, infatti, chi interroga può trasformarlo in una scappatoia morale che è quella che facilita un’ammissione di responsabilità.

Giornalista: In questo momento, io le do qualche secondo, se lo ritiene opportuno, di dire qualsiasi cosa all’opinione pubblica, lei è stata in qualche modo indicata come un mostro, no?

Fausta Bonino: Io prima di tutto continuo a dichiararmi innocente che non ho fatto nulla, sono solidale con tutti i parenti delle vittime e vorrei che, come me, chiedessero giustizia, non un’indagine a senso unico che si ven… che venisse fuori veramente la verità di quello che è successo e che anche i NAS e il pubblico ministero cambiassero idea e cercassero la verità, non di incolpare me e basta.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria. Peraltro, la Bonino quando dice di essere innocente, dice il vero, perché un soggetto che non è stato giudicato è sempre “innocente de iure”, non sempre lo è “de facto” però.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a Quarto Grado del maggio 2016:

Gianluigi Nuzzi: Lei ha detto anche che ha paura di incontrare la gente (…) perché ha paura di essere riconosciuta, ma… si sente sporca di qualcosa?

Nuzzi parla troppo, contamina e suggerisce risposte, in ogni caso la domanda permetterebbe alla Bonino di negare.

Fausta Bonino: No, no, perché… i primi temp… ora mi sto anche abituando un pochino ad uscire, lo sto anche superando ma i primi giorni, da come mi avevano descritta, io avevo paura ad uscire, sì, perché la gente mi guardava, si giravano tutti, mi guardavano, ero stata sbattuta in prima pagina come un mostro, si immagini.

La Bonino, invece di negare, invece di dire “No, io non mi sento sporca, non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” parla di come l’avevano descritta, del fatto che fosse stata definita un mostro, e poi invita Nuzzi ad immaginare cosa significhi, come se la sua fosse un’esperienza comune e per questo immaginabile.

Gianluigi Nuzzi: (…) pensa di tornare alla normalità anche nel lavoro, negli affetti, nella fiducia verso gli altri?

Fausta Bonino: Nel lavoroo… iooo… mmm… dovrò andare per forza in ambulatorio perché avrò paura anche a fare una puntura, ora come o… in questo momento.. non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura, dico la verità, e quindi non lo so come riuscirò a prendere il lavoro, penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo eee… la serenità con la famiglia, sì, l’ho già ripresa, perché m’hanno dato tanto conforto sia i figli che il marito.

Quando la Bonino dice “avrò paura anche a fare una puntura”“non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura” è credibile perché si riferisce a ciò che ha appena detto con un “dico la verità”.

Si noti “penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo”. Con questa affermazione la Bonino lascia intendere che il reparto dell’Ospedale dove lavorava non fosse un posto tranquillo. In un’intervista a TeleElba, Fausta Bonino, raccontando del clima nel quale le infermiere lavoravano aveva detto “si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”.

Gianluigi Nuzzi: La procura è, comunque, dice: “Ci sono elementi importanti” (…) poi dicono: “La vogliamo portare a processo, speriamo e vogliamo che venga condannata”.

Fausta Bonino: Sì, ma io di andare a processo sarei anch… mi dispiace spendere soldi, spendere tempo, ma sarei anche felice perché io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla, se le prove contro di me non se le inventano… io non riesco a capire cosa mi vogliono portare, perché se non c’è prove concrete, finora che s’è smontato quasi tutto, se non se le inventano non ce n’è, perché io non ho fatto nulla.

“io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla” non sono negazioni credibili in quanto atemporali e aspecifiche. Inoltre, la Bonino mostra di avere bisogno di convincere per l’uso del “veramente”.

Con la frase “se non c’è prove concrete” la Bonino apre alla possibilità, al dubbio.

Con la frase “s’è smontato quasi tutto” la Bonino lascia intendere che non tutto sia stato smontato.

Gianluigi Nuzzi: Ma c’è stato in carcere qualche momento durante le settimane di detenzione di farla finita?

Fausta Bonino: All’inizio proprioo… sì, il primo giorno, finché non è arrivato l’avvocato   (sorride).

Gianluigi Nuzzi: Cioé voleva uccidersi?

Fausta Bonino: L’ho pensato, non che lo volevo, ho anche… (interrotta)

Nuzzi interrompe la Bonino, un errore.

Gianluigi Nuzzi: Ha pensato anche come?

Fausta Bonino: No, no, poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi, di star tranquilla che m’avrebbe tirato fuori, che dovevo aiutarla, che dovevo mangiare, che dovevo non buttarmi giù se non per… se non lo facevo per me, di farlo per i miei familiari.

“poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi” è inaspettato perché la Bonino lascia intendere che ci potesse essere qualcosa di più degli indizi.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Gianluigi Nuzzi: “Avrò mica avuto dei momenti in cui non sapevo quello che facevo?”.

Fausta Bonino: Sì, l’ho p…. me l’hanno fatto pensare da quante volte me l’hanno ripetuto i NAS, era quando… lo disse la prima volta… ce lo disse la caposala dopo aver parlato con i NAS che pensavano che fosse una che avesse fatto queste cose senza ricordarselo e… e tutti gli interrogatori ce l’hanno sempre ripetuto di continuo.

Si noti che, per la seconda volta, la Bonino non chiama i reati a lei contestati con il loro nome, ovvero “omicidi”, ma li definisce “queste cose”.

Perché i NAS suggerirono alla caposala della Bonino che l’angelo della misericordia di Piombino avrebbe potuto agire e poi rimuovere? Perché Sonya Caleffi, un’infermiera serial killer di Lecco, durante un interrogatorio, disse:

“Questa è una persona che non si riflette in me, non è la Sonya che conosco io, ho dei flash, ho delle immagini, ho come dei grandi buchi neri, ho questa immagine di me che inietto quest’aria, è un impulso che non so ricordare, non so definire. E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto. Ero molto fredda, distaccata, subentrava forse una parte di me che io ancora non conosco, quella che agisce, che si fa del male, questo martellamento mentale di dirmi continua ad andare avanti, ripeti fin quando non vedi che sta male, fin quando non vedi che succede qualcosa e mi prendeva anche una sorta di ansia di fare le cose più velocemente. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va proprio a livello di testa, una persona normale non farebbe mai una cosa del genere. Ero cosciente di aver fatto un’azione molto dura, orrenda, sì, solo dei mostri possono fare delle cose del genere“.

Peraltro la Caleffi dicendo “E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto” non si scinde in due perché non dice “fosse” ma “fossi”. 

Gianluigi Nuzzi: Però lei ha detto addirittura: “C’è un complotto contro di me”.

Fausta Bonino: Sì, è vero, lo dimostranooo le c… le nostre prove, che abbiamo ottenuto.

Gianluigi Nuzzi: E qual era il motivo di questo? Cioè lei ha accusato…

Quando è l’intervistato ad interrompere, un giornalista deve tacere, perché sono di interesse unicamente le dichiarazioni del primo.

Fausta Bonino: Questo io preferirei che lo chiedesse all’avvocato o a qualcun altro, queste cose.

Gianluigi Nuzzi: Le faccio solo una domanda…

Ancora una volta è la Bonino ad interrompere Nuzzi e lui lascia fare.

Fausta Bonino: Io so che hanno, dai nostri indizi sono emersi che ci sono prove che mi vogliono incastrare.

Gianluigi Nuzzi: Ecco ma secondo lei è un fatto personale, legato ai sui rapporti…

La Bonino interrompe Nuzzi per la terza volta.

Fausta Bonino: Mmm non…

Purtroppo questa volta Nuzzi commette un grossolano errore, non lascia spazio alla Bonino e si esibisce nella seguente domanda/tirata oratoria dalla quale non ottiene nulla:

Gianluigi Nuzzi: No, mi faccia finire la domanda, mi perdoni, Fausta, cioè è un fatto personale legato ai sui rapporti, al lavoro, a delle gelosie o a delle invidie o magari qualcuno ha buttato del fango su di lei perché deve nascondere delle proprie eee responsabilità o anche inefficienze? Ha capito cosa voglio chiederle?

Non solo Nuzzi ha sbagliato ad interrompere la Bonino ma le ha fatto due domande insieme, fare domande multiple permette ad un intervistato di scegliere a quale rispondere e infatti la Bonino sceglie di rispondere solo alla seconda. Che cosa ha indotto Nuzzi a sbagliare? Il desiderio di esprimere il proprio pensiero sulla vicenda, un classico errore dei giornalisti che spesso si illudono di avere la chiave di volta di un caso giudiziario e invadono ambiti non di loro competenza.

Fausta Bonino: Sì.

La Bonino dice solo di aver capito la domanda ma non risponde e Nuzzi lascia che a farlo sia il di lei marito, le cui affermazioni non sono di alcun interesse in quanto non è il protagonista di questa vicenda.

Gianluigi Nuzzi: (…) lei ha detto: “io me li sogno di notte”– questi pazienti che non ci sono più – “non è possibile che tutte queste persone muoiono quando ci sono io“.

Si noti che, nell’intercettazione, è la Bonino a collocarsi in corsia durante tutti i decessi.

Fausta Bonino: Perché ultimamente c’era stato tutti ‘sti decessi, che quando io arrivavo a casa, io fino, non mi ricordo se sono cinque anni fa?, che lavoravo per conto mio a mettere i pacemaker con un… io e un dottore e si curavano i pazienti, guarivano tutti, poi quandooo siamo diventatisiamo… lui è andato in pensione, io ho smesso di fare quel lavoro, siamo entratii in rianimazione, cardiologia e rianimazione si sono associate, eee di lì, invece di vederli tutti guariti e curati, andavo a casa disperata perché magari ne erano morti uno, due, anche tre (sorride) e quindii… non mi dava più soddisfazione, nel senso che invece di guarirli… e i pensieri mi venivano alla sera… ci pensavo a queste persone.

Si noti che nel racconto relativo al suo impiego precedente la Bonino parla per sé, quando invece rievoca i tempi passati nell’Ospedale di Piombino parla al plurale “siamo”, lo fa per nascondersi tra la folla.

Si noti che la Bonino, dopo la frase “invece di guarirli…”, si autocensura. Nuzzi se ne accorge tanto da chiederle:

Gianluigi Nuzzi: Cosa vuol dire invece di guarirli?

Fausta Bonino: Che di solito li vedi guarire e avevo sempre fatto dei lavori in cui i malati era difficile che morissero, trovandomi in una rianimazione… invece morivano e non mi ero… non c’ero abituata.

Gianluigi Nuzzi: Lei si sentiva in colpa di questo?

Fausta Bonino: No, non mi sentivo in colpa, mi dispiaceva.

Gianluigi Nuzzi: Lei usava l’eparina?

Una domanda diretta ma che comunque permetterebbe alla Bonino di negare il suo coinvolgimento negli omicidi.

Fausta Bonino:… L’eparinaaaa…

La Bonino resta spiazzata e non coglie l’occasione fornitale dal Nuzzi. Si noti il lungo tempo di latenza che precede la risposta. La sua è una risposta evasiva.

Gianluigi Nuzzi: La somministrava ai pazienti?

Non avendo ricevuto una risposta, Nuzzi fa nuovamente la domanda.

Fausta Bonino: Ultimamente poco, si usava tanto prima nelle embolie polmonari, l’eparina quella… in flebo, finché non sono venute fuori ora le nuove eparine sottocute ad alti dosaggi molecolari che, l’eparina quella, non si usava quasi più.

Gianluigi Nuzzi: Scusi, quando lei leggeva, legge, ogni tanto purtroppo sui nostri… nelle nostre cronache accade questi angeli della morte… cioè questi infermieri…

I cosiddetti angeli della morte o della misericordia, in genere medici o infermieri, sono una specie di serial killer che uccidono per motivi diversi soggetti ricoverati in ospedali o in case di cura per lo più somministrando farmaci ad alti dosaggi.

Fausta Bonino: Ah (sorride).

Gianluigi Nuzzi:… che uccidono i pazienti lei cosa pensa?

Fausta Bonino: Cheee… io… mmm… non saprei essere un angelo della morte, non saprei… (sorride) Cosa ne penso? Che son persone pazze, non lo so. Come si fa ad ammazzare una persona?

La Bonino è accusata di essere un angelo della morte dalla procura di Livorno e non dice “io non sono un angelo della morte” ma “io… mmm… non saprei essere un angelo della morte”, una negazione non credibile per la presenza del verbo al condizionale.

Si noti anche che la Bonino si fa la domanda “Cosa ne penso?” per prendere tempo per rispondere ed infine termina la risposta con una domanda “Come si fa ad ammazzare una persona?” . La presenza di due domande nella risposta è indice del fatto che la domanda del giornalista è sensitiva.

Gianluigi Nuzzi: Troveranno qualcosa nel telefonino, secondo lei?

Fausta Bonino: No, assolutamente, poi lo usavo anche pochissimo il telefonino, difatti ogni tre per uno ero dal mio marito a farmelo sistemare perché non ero… sono negata con la tecnologia.

“No” sarebbe stata una buona risposta ma è stata indebolita dalle 28 parole seguite alla negazione.

Si noti la frase “poi lo usavo anche pochissimo il telefonino” una frase che lascia spazio al dubbio.

Da un’intervista a Chi l’ha visto? del 25 maggio 2016:

Fausta Bonino: Abbiamo fatto questa vacanza per andare a trovare nostro figlio (ride) e siamo tornati il 30 (marzo 2016) eee e c’hanno fermato all’aeroporto, dove mi hanno arrestata con tutte ‘ste accuse di omicidio, pensi leiii…

Gianloreto Carbone: E a lei, l’è caduto il mondo addosso?

Da subito il giornalista contamina l’intervista suggerendo non solo una risposta ma uno stato d’animo ad un soggetto accusato di essere un omicida seriale privo di empatia. Un errore grossolano.

Fausta Bonino: A me m’è caduto il mondo addosso, ci hanno separato a me e a mio marito, ed alle cinque mi hanno noificato che ero in stato di arresto e che mi avrebbero portato in prigione.

La Bonino ripete a pappagallo le parole del giornalista. La sua risposta non è analizzabile a causa della contaminazione.

Gianloreto Carbone: Eh, quanto tempo è stata in prigione lei?

Fausta Bonino: 21 giorni.

Gianloreto Carbone: 21 giorni. Ecco, mi parla un po’ della sua carcerazione, qual’è stato er momento più brutto, se è stato un crescendo.

Troppe domande e un suggerimento. 

Fausta Bonino: Allora, il momento… (interrotta)

Il giornalista inspiegabilmente interrompe la Bonino, un altro errore grossolano.

Gianloreto Carbone: A questo punto gli… gli hanno…

Fausta Bonino:… c’è stato un momento più brutto, il giorno dopo… vabbè, a parte l’entrata in carcere, che purtroppo io non so se lo sa, che la spogliano nuda, le fanno far le flessioni, la fanno spingere, cioè…a parte sono donne, va bene, erano… però è traumatico… (interrotta)

Gianloreto Carbone: E’ stato scioccante.

Non solo ancora una volta il giornalista interrompe la Bonino ma, per la seconda volta, contamina l’intervista suggerendo un’impressione, uno stato d’animo. Altri due errori grossolani.

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple per impedire all’interrogato/intervistato di scegliere a quale rispondere;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato; è nei sermoni e nelle tirate oratorie che si trovano spesso informazioni utili ed ammissioni tra le righe;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. evitare affermazioni perché non prevedono una risposta;
  6. evitare giudizi morali perché mettono l’interrogato/intervistato sulla difensiva;
  7. non suggerire le risposte.

Fausta Bonino:… scioccante, per chiii… è veramente scioccante. Eee poi ti portano in questa cella e ti danno, proprio come si vede in televisione, una coperta, un cuscino, le lenzuola da farti il letto e ti rinchiudono lì e via… eee… il giorno dopooo a… c’era l’ora d’aria dalle 9 alle 11, e fuoriii mi hanno detto tutte queste cose, che parlavano di me come una serial killer, che era uscita fuori che ero una killer e lo dicevano tutti. Tant’è vero che poi… mi ha chiamato sia il medico che la psichiatra, m’hanno chiesto come stavo, insomma i medici sono stati veramente carini eh perché, ti seguono, specialmente quando c’è queste cose e io non… non sapevo proprio come comportarmi, m’è cascato il mondo addosso, finché non è arrivata Cesarina, l’avvocato eee Cesarina, quando è arrivata, che m’ha visto piangere in quella maniera, che ero disperata, che io non volevo più mangiare, non volevo più far nulla e m’ha subito dato coraggio, m’ha detto: “Guarda Fausta, c’è solo degli indizi, te mi devi aiutare, io ti tiro fuori ma te mi devi aiutare, non ti devi buttar giù, non devi smettere di mangiare ti devi fare forza, devi combattere, se non lo vuoi fare per te fallo per il tuo marito e i tuoi figlioli”, e io c’ho creduto, me l’ha detto in maniera così convinta che ho deciso di combattere perché sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla quindi ho deciso di combattere, per 5 giorni non ho visto nessuno, mio marito l’ho visto, m’hanno arrestato il mercoledì notte, il lunedì dopo il primo interrogatorio del GIP, la sera, eee li vedevo quando entravano (ride) talmente scioccati che ho cercato di dare la forza lì a loro dicendogli che io stavo bene, che io l’avevo presa bene, cioè ho cercato di fare forza a loro.

Si noti quanti danni può fare contaminare un’intervista, la Bonino ha ripetuto le parole del giornalista per 5 volte in due risposte.

Si noti che la Bonino, dopo aver detto “parlavano di me come una serial killer”, aggiunge “era uscita fuori che ero una killer”, un’affermazione di un certo interesse.

“queste cose” è il termine che, per minimizzare, la Bonino usa al posto di “omicidi”.

“c’è solo degli indizi” è una frase che ancora una volta apre alla possibilità che ci sarebbe potuto essere altro. 

“sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla”, come abbiamo già visto, non sono negazioni credibili.

Gianloreto Carbone: Le hanno chiesto della sua situazione?

Fausta Bonino: Sì, sì, me l’hanno chiesto, io mi son sempre dichiarata innocente. Una un po’ pazzoide, che era lì, che ha tentato il suicidio, ne ha fatte di tutti i colori, eee diceva: “Siamo tutte innocenti!”, (ride) come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti.

Quando la Bonino dice “io mi son sempre dichiarata innocente” non ci dice di essere innocente che peraltro non equivarrebbe a negare l’azione omicidiaria ma che si è sempre dichiarata ale, un’affermazione peraltro ulteriormente indebolita dalla frase a conclusione della risposta “come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti”.

Da un’intervista andata in onda il 27 maggio 2016 su “Il Labirinto – Storie di ordinaria ingiustizia”:

L’intervista alla Bonino è andata in onda priva di domande.

Fausta Bonino: Io non mi sento un’infermiera killer. Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee. 

“Io non mi sento un’infermiera killer” non è una negazione credibile ed è diverso dal dire “Io non sono un’infermiera killer”. 

Si noti la sequenza “Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee” che serve alla Bonino per dipingersi come un “Good Guy” ed ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai. 

“Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale.

Fausta Bonino: Ho sempreeee… parlato forse troppo, anche al lavoro, di me stessa, di tutti miei pensieri, forse per via dei turni che, facendo la giornaliera, ero sempre presente, la più presente nel reparto, io questo non lo so.

Fausta Bonino: Io sono una persona tranquilla, che faccio il mio lavoro, che ho sempre fatto il mio lavoro, mmmadre di famiglia, moglie, coi suoi pregi e i suoi difetti.

Ancora una volta, la Bonino si dipinge come un “Good Guy” per ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Hannooo… preso di mira subito me, senza… indagare a 360 gradi su tu-tto il restooo… che potevano esserci delle negligenze, delle altre responsabilità, delle altre cose, cioè loro… si sono basati su di me e basta, non hanno fatto altre indagini (…) su i protocolli, suuuu le negligenze, suu tutto quello che c’era da indagare.

“delle altre responsabilità” è un’ammissione.
“delle altre responsabilità” è diverso dal dire “responsabilità altrui”.

Fausta Bonino: Dal primo giorno che so’ stata interrogata, intanto come primaaa eee… appena chiamata, dal primo interrogatorio, il capitano m’ha detto: “Si ricordi solo una cosa – è le prime parole che m’ha detto – io oggi la posso aiutare, domani non la potrò più aiutare. Se confessa oggi”.

Fausta Bonino: Hanno cominciato a dire che c’era tutti ‘sti morti d’eparina dal 2014 e poi hanno cominciato a dire che sapevano tutto di me e sapevano le pasticche che facevo e tutto quanto, che io potevo fare le cose senza rendermene conto.

Fausta Bonino: Io nel duemi… nel 91, dopo che ho avuto questa crisi epilettica brutta, che c’è voluto un anno per stabilizzarmi e tutto, ho fatto la visita collegiale, m’hanno esonerato dalle notti e quindi faccio la giornaliera.

Fausta Bonino: Io faccio gli antiepilettici e poi faccio anche un farmaco antidepressivooo da alcuni anni, come tutte le donne in menopausa, me l’ha segnato il mio neurologo, ero giù, con le caldane e tutto, m’ha dato un aiuto.

“come tutte le donne in menopausa” non è una verità.

Fausta Bonino: Io se volevo essere aiutata non dovevo dire che ero innocente ma che dovevo dire che ho fatto le cose senza ricordarmelo (…) Questa cosa me l’hanno talmente… messa nel cervello che fra un po’ ci credevo anch’io che potessi fare qualcosa senza accorgermene.

E’ stato un errore investigativo ipotizzare che le dinamiche mentali del serial killer dell’Ospedale di Piombino ricalcassero quelle di Sonya Caleffi.

Fausta Bonino: Io ho… ho il desiderio di combattere, di dimostrare la mia innocenza proprio senza… che non ci sia nessun ombra di dubbio.

Fausta Bonino: Lo dicevo anche ieri mattina al mi’ marito, mi son svegliata, avevo le pulsazioni, mi son… mi ero sognata di riessere in carcere. Alle sei son sempre… son quasi sempre in piedi; se non viene lui a letto non riesco ad andare a letto, la cosa più grossa è proprio questa del dormire che mi è rimasta ora, che devo dormire con la luci accese, con la televisione accesa, col rumore eee se non viene a letto lui non… prima me ne andavo a letto alle nove, mi dovevo svegliare tutte le mattine, mi chiudevo in camera, barricata, con tutte le luci spente, ora non ce la faccio più eee penso che avrò bisogno anche di una psicologa per superare questa cosa.

Fausta Bonino: Non mi va di vedere la gente, ho paura che mi riconoscaa, che mi giudichi ancora, finché non viene fuori la verità voglioo evitare.

Fausta Bonino: Amo… Amavo molto il mio lavoro forse, ora in questo momentoo non ti sa-prei dire però… se riuscirei… io penso di sì, deve passare un po’ di tempo, poi credo che continuerò ad amarlo, non lo so, in questo momento mi è difficile dirlo.

Fausta Bonino: La responsabilità?… secondo meee… non c’è un serial killer, sono convinta che non esista una persona che possa fare di queste cose conoscendo le mie colleghe eee e… va cercata la responsabilità in tutteee eeee le criticità dell’ospedale, in tuttiii i protocolliii, bisognaaa cercarla, non lo so io mmm.

Purtroppo la domanda non è presente ma è alquanto probabile che il giornalista abbia chiesto alla Bonino a chi attribuisca la responsabilità delle morti, lo si può inferire dalla risposta. Nella replica della Bonino, si notino la domanda iniziale “La responsabilità?”, le pause e le ripetizioni, tutti escamotage che le servono per prendere tempo per dare una risposta sensata e che ci informano che la domanda è sensitiva.

Una dichiarazione di Fausta Bonino a un convegno di Fino a Prova Contraria del 27 luglio 2016:

Perché sono venuta qui? Perché spero che questa riunione, che questo convegno cambi un po’ le cose e a nessun altro succeda quello che è successo a me, di essere sbattuta in galera innocente, io sono assolutamente inn-ocente, non ho fatto nulla eee tutto il clamore mediatico (incomprensibile), tutto quello che è successo dopo, io mi auguro che non succeda a veramente nessun altro perché m’ha cambiato tantissimo la vita e poi posso dire anche una cosa, che se una persona si trova innocente in galera, come mi sono trovata io, e non c’ha soldi, non c’ha dietro una persona come Cesarina, come mio marito, non so se sarebbe uscita fuori, spero proprio che questi vostri convegni cambino la situazione. Io vi ringrazio, non ho nient’altro da dire.

“innocente, io sono assolutamente inn-ocente”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro la Bonino sembra ritenere che esistano gradi di innocenza, ovvero che si possa essere “innocenti” o “assolutamente innocenti”.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a La vita in Diretta del settembre 2016:

Sapevo di non aver fatto nulla e come infermiera sono sempre stata un’ottima infermiera. 

“Sapevo di non aver fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica, peraltro indebolita da “Sapevo”.

La Bonino, invece di negare in modo credibile, sceglie di descriversi come “un’ottima infermiera” (Virtue Signalling), un’escamotage che usa per indurre i suoi interlocutori a tirare le conclusioni. 

Da un’intervista a TeleElba del 12 marzo 2017

Giornalista: Com’è possibile, dopo appunto il carcere, dopo l’attenzione che ha avuto di tutta l’Italiavivere una quotidianità tranquilla, ce la fa comunque ad essere abbastanza, diciamo, oggettiva anche con quello che sta attraversando?

Fausta Bonino: Sì, ce l’ho fatta grazie a mio marito, ai miei figlioli, agli amici e soprattutto a Cesarina che m’ha sempre spronato, m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi, m’ha sempre creduto, m’ha sempre sostenuto, m’ha sempre aiutato moralmente. Io che venisse fuori la verità c’ho sempre creduto.

“m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi” è uno stralcio che fa pensare, è la Bonino infatti ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

Giornalista: Lei si è sempre proclamata innocente.

Fausta Bonino: Sì, ma lo sono innocente, io non ho fatto nulla, mi sono trovata coinvolta in questa situazione e spero che passi presto, che si arrivi presto alla verità.

“sono innocente” e “io non ho fatto nulla” non sono negazioni credibili, come già visto in precedenza.

Giornalista: Lei ha un rapporto molto particolare con il suo avvocato, un avvocato particolarmente coraggioso che penso dia molto coraggio in una situazione così.

Fausta Bonino: Sì, a me m’ha dato tantissimo coraggio dal primo giorno in prigione, che non sapevo cosa fare, è arrivata lei, m’ha subito detto, prima m’ha abbracciato, poi m’ha detto ti tiro fuori, non c’è nessuna prova (…) è fantastica. 

“non c’è nessuna prova” è una frase che, ancora una volta, fa pensare, perché è sempre la Bonino ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Un’intercettazione: 

Fausta Bonino ad una collega infermiera: Io le ho scritto: “Se pensano davvero che fra una di noi”- in un messaggio eee- “ci sia una che fa quello, è un mostro”, e lei m’ha risposto: “No, è una persona malata che va aiutata e bisogna scoprire chi è”, ma come mi hanno detto a me, mi hanno insistito a me che uno può non avere dei momenti, che mi hanno tartassato e tutto, no?, per me quello che ne pensa lei ora, l’hanno convinta e molto probabilmente la prima, sempre presente, l’epilessia qui e là, sono stata io. Ora capisco, capisco tutto e lei ha cambiato molto atteggiamento da quando ha parlato con loro.”

Si noti che “sono stata io” sono parole spontanee della Bonino, non ripetute a pappagallo pertanto rappresentano un’ammissione tra le righe.

Da un’ntervista a RTV38 prima dell’incidente probatorio:

Fausta Bonino: Io sono tranquilla perché non ho fatto nulla, quindi spero venga fuori la verità, vi posso dire solo questo, sto aspettando la verità.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

Il 2 marzo 2019, dopo la richiesta del pubblico ministero:

Fausta Bonino: L’unica cosa che posso dire è che non ho fatto nulla. Sono cose che non ho mai fatto, è stata dura ascoltarlo. Mi sono sempre comportata bene, è impossibile che sia finita in questo incubo

Ancora una volta “non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“cose che non ho mai fatto” non è una negazione credibile.

Si noti che la Bonino ancora una volta non chiama con il proprio nome i reati di cui è accusata ma li definisce “cose”.

E ancora una volta, invece di negare in modo credibile, dicendo “Mi sono sempre comportata bene”, prova a suggerire la conclusione a chi la ascolta dipingendosi come un “Good Guy”.

Il 19 aprile 2019, prima della sentenza:

Giornalista: (incomprensibile)

Fausta Bonino: Non posso dire bene, ma sono ottimista.

Giornalista: Lei ha sempre professato la sua innocenza.

Fausta Bonino: E credo che non ci sia niente che lo… che possa dimostrare il contrario.

“credo” è un qualifier che ci informa che la Bonino non è sicura di ciò che sta per dire.

“che lo…” è un’interessante autocensura.

Fausta Bonino: Eeee però non si sa mai, capito?… cosa possa venir fuori da tutto, come è nata questa storia, è nata così male cheee…

Il 19 aprile 2019, dopo la condanna all’ergastolo per gli omicidi di Franca Morganti, Mario Coppola, Angelo Ceccanti e Bruno Carletti:

Fausta Bonino: “Non è giusto. Non ho fatto nulla”.

“Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“Io non ho iniettato l’eparina a X, Y, W, Z. Questa è la verità” sarebbe stata una negazione credibile.

“Non è giusto. Non ho fatto nulla” sono frasi che dicono i bambini che vengono puniti per aver commesso una marachella.

GIOSUE’ RUOTOLO, ERGASTOLO ANCHE IN APPELLO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: PRIVO DI SENSO DI COLPA E DI RIMORSO (intervista)

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Giosuè Ruotolo è stato arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, è stato poi processato e condannato in primo e secondo grado all’ergastolo.

Le Cronache Lucane, 2 marzo 2019

– Dottoressa Franco, lei analizzò le due brevi interviste rilasciate dal Ruotolo poco dopo il duplice omicidio, che può dirci?

Nelle due interviste Ruotolo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Trifone e Teresa. Non solo non ha mai negato spontaneamente ma non ha neanche provato a ripetere a pappagallo la frase della giornalista che lo imboccava cercando di fargli dire che non era stato lui a commettere il duplice omicidio; è stato evasivo; si è collocato di continuo nel “gruppo” nel tentativo di far passare il messaggio che anche la sera del duplice omicidio non fosse solo e ha poi mentito affermando che andava d’accordo con Trifone mentre le indagini hanno appurato che Giosuè e Trifone ebbero una pesante discussione culminata in una scazzottata.

– Dottoressa Franco, perché Ruotolo non ha confessato?

Perché è incapace di provare senso di colpa e rimorso.

– Dottoressa Franco che cosa ha spinto Giosuè Ruotolo a commettere il duplice omicidio?

Lo ripeto, solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al movente dell’omicidio del Ragone. Il fatto che Giosuè Ruotolo abbia ucciso anche la Costanza ci permette di escludere che lo stesso abbia premeditato il duplice omicidio per paura di essere denunciato da Trifone o perché fosse in competizione con lui. Giosuè Ruotolo avrebbe potuto uccidere Trifone Ragone mentre era solo, pertanto non ha ucciso la sua compagna, Teresa Costanza, perché la donna si trovava per caso con lui quella sera, ma perché la odiava in quanto la viveva come una rivale, e ha ucciso Trifone perché si percepiva come un innamorato respinto. E’ probabile che ci sia stato un contatto sessuale tra il Ruotolo e il Ragone, anche solo scherzoso da parte di Trifone; dopo quel contatto Giosuè si era illuso e si è sentito “tradito” da Trifone quando questi ha mostrato di essere innamorato di Teresa ed è andato a vivere con lei. Giosuè ha quindi provato a distruggere il rapporto tra Teresa e Trifone inviando alla donna alcuni messaggi su Facebook e in seguito ha deciso di lavare con il sangue l’offesa che sentiva di aver patito.

– Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui lui vi giunse con la sua Audi A3, può chiarirci questa storia degli stalli?

Certo che c’erano stalli liberi. Giosuè Ruotolo non ha mai detto che tutti gli stalli del parcheggio della palestra fossero occupati; quando Ruotolo, insieme ai PM, ha ripercorso il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ”(…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, in poche parole Ruotolo ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi erano posti liberi nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo aver ucciso Trifone e Teresa. Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo non ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero ha riferito ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi il Ruotolo ha aggiunto “non avevo posti per parcheggiare” ha fatto riferimento sempre all’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. Ruotolo, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, ha evitato lo stress che gli avrebbe prodotto il riferire una menzogna ovvero che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio.

– Secondo lei è vero che Giosuè chiese 25 euro alla madre di Trifone dopo l’omicidio del figlio?

Non ci sono ragioni per cui la madre della vittima avrebbe dovuto mentire su questo fatto, tra l’altro c’è un testimone, un collega del Ragone e di Ruotolo, che, accortosi della richiesta fuori luogo, allontanò Giosuè. In ogni caso in una email ad una trasmissione televisiva scritta dal Ruotolo nell’intento di smentire la richiesta egli non fa che confermarla. Quando Ruotolo scrive: “… Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”, non solo ci conferma la sua richiesta con “mia presunta richiesta” ma ne spiega pure il motivo.

– Come è possibile che un soggetto coinvolto in un duplice omicidio così efferato si preoccupi di riavere 25 euro?

Probabilmente il rapporto di Giosuè con i soldi è patologico e la sua necessità di riprendersi i pochi euro che aveva prestato al Ragone l’ha indotto a sottovalutare il fatto che con quella richiesta poteva esporsi a critiche e destare sospetti, il Ruotolo non ha valutato il rapporto tra rischi e benefici a causa dei suoi problemi psichici.

Analysis of Bart Whitaker’s 911 call

Kevin, Tricia, Bart and Kent Withaker

Sugar Land, Texas. On the evening of December 10, 2003, Tricia, Kent and their two sons, Bart and Kevin Whitaker had dinner in a popular restaurant to celebrate Bart’s last exam at the Sam Houston State University. After the family arrived back home from the restaurant, a neighbor called 911 to report a shooting:

First operator: 911

Neighbor: Someone’s just shot down our neighbors. Get over here.

First operator: Who’s been shot?

Neighbor: Uh, Trisha and Kent. 

First operator: Who shot them?

Neighbor: Uh, we don’t know, someone in a mask. Please get here soon.

First operator: OK.

First operator: What kind of injuries do they have?

Neighbor: Uh, I don’t know. They’ve just been shot.

First operator: Hang on just a second, we’ve them calling on another line.

While the first operator was on the phone, a second operator received a call from Bart Whitaker:

Second operator: Sugar Land 911, state your emergency.

Bart Whitaker: Yeah, I have been shot.

“Yeah” is unexpected.

Second operator: Who’s been shot?

Bart Whitaker: Uh, it’s my mom and my dad and my brother.

“Uh” is a pause to think.

Note that Bart doesn’t include himself in the list. 

Second operator: Hold on one second, sir. Engine one, all we have one subject right now shot in a arm. Apparently the whole family’s been shot. Stand by.

First operator: Is this Trisha or Kent?

Bart Whitaker: This is Bart, the son.

First operator: OK, Bart, where is your wound?

Bart Whitaker: In my arm, my shoulder, I think. I can’t move my arm.  

First operator: OK, who else has been shot in the house with you?

Bart Whitaker: I can’t see.

Note that Bart was asked the same question before by the other operator and he answered “Uh, it’s my mom and my dad and my brother”. If he “can’t see” now, how he answered before? Note that he doesn’t say “I don’t know” but, preempting a question, he says “I can’t see”, offering a reason “why” he is unable to answer.

First operator: Who else was in the house with you?

Bart Whitaker: We were walking in the house, my brother and my mom and my dad. Oh God, I can’t…

Note that he doesn’t answer the question, he doesn’t say who was in the house but only who was “walking in the house” making the question of “Who else was in the house with you?” to be very sensitive to him.

Humans often speak in an economy of words, especially someone wounded. So why does he feel the need to add “We were walking in the house”?

Additional and unnecessary words are highly important to the analyst.

Note “Oh God”, any reference to the divinity is a linguistic signal of deception. 

First operator: I need you to hang on, Bart, I’ve got help on the way, OK?

First operator: Do you know who shot you?

Bart Whitaker: No.

This is a good answer.

First operator: OK, your neighbors were telling me that he had a mask on, is that true?

Bart Whitaker: No, I think… It’s dark in here.

Note that he first answers “No” then he says “I think. It’s dark in here”. Note that he doesn’t say “I don’t know” but It’s dark in here”, and for the second time, without being asked, he offers a reason “why” he is unable to answer.

First operator: OK, do you think he was burglarising your home or you guys having problems with somebody?

Bart Whitaker: Oh God, I don’t know. I can’t move.

Note “Oh God”, any reference to the divinity is a linguistic signal of deception, in this case it should also be considered a pause to think. 

Note this first “I don’t know”.

Saying “I can’t move”, for the third time, without being asked, he offers a reason “why” he is unable to answer.

First operator: How many shots did he fire Bart?

Bart Whitaker: I don’t know.

Note this second “I don’t know”. Bart doesn’t even try to answer, this is unexpected.

First operator: Can you tell me anything bout him at all? Did he sound black, white, hispanic, middle eastern?

Bart Whitaker: Maybe black, I don’t know. I… I couldn’t say, oh.

Note this third “I don’t know” and “I couldn’t say”. He sounds uncooperative.

Note the stuttering “I”, a signal of increase in anxiety.

First operator: Okay. When he left, Bart, did he leave out your back door?

Bart Whitaker: Yeah, I chased him that way.

Note “I chased him”.

First operator: He let you chase him out toward the back door?

Note that the operator questioned Bart over this because he is not convincing.

Bart Whitaker: Yeah.

First operator: OK, Bart, where were you when he shot you?

Bart Whitaker: Uh, in the living room. Oh, I chased him, I’m in the living room, right by the kitchen. I went after him.

“Uh” is a pause to think.

Note “I chased him” and “I went after him”, something he told the operator three times.

Bart Whitaker shows a need to persuade that he went after the killer.

Remember, he said “I can’t see” and “It’s dark in here”, so how was he able to “chase on him”?

First operator: Slow down, OK? They are on the way. Where are you in the house right now?

Bart Whitaker: I’m in the living room.

First operator: You’re on in the living room?

Bart Whitaker: On the floor. Oh. Someone’s here.

First operator: OK, do you see the officers Bart?

Bart Whitaker: Yeah.

First operator: OK, that’s the officers coming in. I’m gonna go ahead and disconnect with you, OK?

Bart Whitaker: OK.

First operator: Thank you.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated

When the officers arrived on the scene they found Bart’s brother, 19-year-old Kevin, dead by a single bullet in his chest and Bart’s mother and father, Tricia and Kent wounded but alive. Tricia Whitaker died soon after being airlifted to the hospital. Kent Whitaker survived his gunshot to the arm. Bart also had a gunshot to the arm.

There were no evidence of a break-in on the scene, nothing was missing from the house but Bart Whitaker’s cell phone. The assailant had left the gun on the kitchen floor.

A journalists discovered that Bart Whitaker not only had not graduated from Sam Houston State University but he had not even attended the school.

A Sugar Land police officer recalled that he’d been called to the Whitaker house once before, two years earlier, regarding an allegation that Bart had threatened his parents’ life.

A former friend of Bart Whitaker, Adam Hipp told investigators that Bart had hatched another murder plot, the exact mirror image of the actual crime, that was aborted at the last minute, in which he was recruited to be the shooter.

In July 2004, Bart Whitaker fled the country by the name of Rudy Rios to hide in the town of Cerralvo, Mexico. 

A man named Rudy Rios told investigators that he had sold his identity to Bart Whitaker and helped him escape.

In August 2005, Steven Champagne, who lived a few doors down from Bart Whitaker, confessed his involvement in the shooting of the Whitakers.

Champagne told investigators that Bart masterminded the crime and lured his family to dinner to celebrate his fake graduation from college. While they celebrated, Champagne waited in a car in the parking lot of the restaurant and Bart’s roommate, Chris Brashear, entered the family house with the key and disabled the alarm with the code Bart had given him. When the family left the reastaurant Champagne followed them home,  parked on a nearby street and waited inside the car. After Brashear shot the four of them joined Champagne in the car, they fled the scene and threw a bag of evidence into a nearby lake.

Bart had promised his two friends money, “millions of dollars”.

On Sept. 22, 2005, Bart Whitaker was arrested in Mexico.

In March 2007, a jury convicted Bart Whitaker of the capital murder of his mother and his younger brother. He was sentenced to death by lethal injection. The shooter, Brashear, received life in prison without parole. The getaway driver, Champagne, got 15 years for his role. 

Bart Whitaker spent nearly 11 years at the Polunsky Unit near Livingston, Texas, as a death row inmate. On February 22, 2018, 45 minutes before his scheduled execution, Whitaker had his death sentence commuted to life imprisonment without parole by Governor Greg Abbott.

Do you remember how unexpected was Bart’s answer to the following question?

First operator: Who else was in the house with you?

Bart Whitaker: We were walking in the house, my brother and my mom and my dad. Oh God, I can’t…

We noted that he didn’t answer the question, he didn’t tell the operator who was in the house but only who was “walking in the house”. Now we know why: his friend Chris, the shooter, was also in the house and Bart Whitaker found an escamotage not to lie to the operator.