Morte di Maria Sestina Arcuri: analisi di un’intervista rilasciata dalla nonna di Andrea Landolfi

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte.

Andrea Landolfi è indagato per omicidio dalla procura di Viterbo e non ha mai rilasciato dichiarazioni alla stampa in merito ai fatti.

La nonna di Andrea ha invece rilasciato un’intervista ad una giornalista de “La vita in diretta”.

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Non solo la giornalista mette la Iezzi sulla difensiva e contamina l’intervista introducendo il termine “litigare”, ma la invita a negare.

La domanda da fare sarebbe stata: “Ci racconta cosa è successo?” e le domande successive: “E poi?”.

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

La nonna del Landolfi, imboccata dalla giornalista, risponde di “No”, ma poi indebolisce la sua risposta con ben 46 parole.

Si noti che “perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano” non è un racconto riferibile a quella sera, è invece il racconto dei comportamenti tenuti da Maria Sestina ed Andrea in altre occasioni.

In questo stralcio “Quella sera, io l’ho sent… non è…” sono presenti due autocensure.

“tutto qui” è un modo per chiudere il topic.

Lucilla Masucci: E tu eri giù e loro su, quindi non li hai visti!?

Ancora una volta la giornalista imbocca l’intervistata, le suggerisce una spiegazione e la invita a negare.

Mirella Iezzi: No, no, questo che io l’ho visti, no, ho visto quandoo… sono scivolati giù.

La Iezzi, imboccata dalla giornalista, risponde “No, no, questo che io li ho visti, no” e poi aggiunge “ho visto quandoo… sono scivolati giù”. Si notino la ripetizione della lettera “o” nella parola “quandoo” e la sede della pausa.

Lucilla Masucci: Mirella ma in quelle… in quelle ore, tu sei rimasta sveglia accanto a Sestina?

Ancora un suggerimento.

Mirella Iezzi: Sì, sì, sì, ma lei è andata su a dormire, poi è andata a dormire su, tranquillamente, ha fatto le scale.

La risposta è stata contaminata dalla giornalista. “Sì, sì, sì” è semplicemente il frutto di un suggerimento. Il fatto che la Iezzi ripeta “Sì” per tre volte rivela un bisogno di convincere. “ma lei è andata su a dormire” è in contraddizione con “Sì, sì, sì” e ci rivela che la Iezzi non è “rimasta sveglia accanto a Sestina”, come suggerito dalla giornalista.

“poi” rappresenta una lacuna temporale. La giornalista avrebbe potuto approfondire.

Lucilla Masucci: E poi quando ha cominciato a sentir… e Andrea è andato con lei?

Due domande insieme; la prima domanda è incompleta per un’autocensura; la seconda, più che una domanda, è un suggerimento.

E’ sbagliato fare domande plurime perché l’intervistato sceglie a quale rispondere.

Mirella Iezzi: Questo sì, la notte, quasi la mattina, io questo non te lo posso dire, Lucilla, perché io non c’ero.

Lucilla Masucci: Perché sei andata a dormire anche tu?

La giornalista imbocca ancora l’intervistata.

Mirella Iezzi: No, io non c’ero, io mi sono fatta portareee da mio cognato al… mmm…

Lucilla Masucci: Al pronto soccorso.

La giornalista suggerisce i termini “pronto soccorso”.

Mirella Iezzi: Sì, al pronto soccorso dell… dell’ospedale… a Roma.

La risposta è contaminata, ad introdurre i termini “pronto soccorso” è stata la giornalista, non l’intervistata.  

Lucilla Masucci: Quindi tu lasci i due ragazzi da soli dopo la caduta?

Ancora un suggerimento.

Mirella Iezzi: Sì, sì, l’ho lasciati perché ho visto che stavano bene tutte e due, tant’è vero che a mia figlia gli ho detto: “Aaaa e daje, a’ Monica, ma che stiamo rifacendo…”, sai Andrea com’è, un po’… je piaceva scherzare, basta.

Si noti l’autocensura che segue a “ma che stiamo rifacendo…” e a “un po’…”, esternazioni che la giornalista avrebbe potuto approfondire con domande precise. Un amico di Andrea e della sua ex compagna ha infatti dichiarato: È successo un fatto analogo a quello che è successo ad Andrea e Sestina, ovvero la caduta dalle scale è un… è un’immagine che si ripete, ancheee l’ex compagna un giorno ha chiamato… è stata chiamata l’ambulanza, lei stava male ed al (incomprensibile) ha detto che era caduta per le scale, quando invece tutti in comitiva sappiamo che non è così, sempre la stessa identica scena, tutte e due che cascano per le scale, uno si fa male e uno no, e guarda caso quello che non si fa mai male è sempre Andrea, dice che ha dolori alla spalla, dice che ha dolori aal ginocchio, quando invece risulta sano come un pesce”.

“basta” è un modo per chiudere il topic.

Lucilla Masucci: Quindi tu hai lasciato Andrea e Sestina a dormire a casa?

Ancora un suggerimento, che Andrea e Sestina dormissero è la giornalista a dirlo. 

Mirella Iezzi: Sì.

La risposta della Iezzi è frutto di una contaminazione.

Lucilla Masucci: Andrea dormiva?

Mirella Iezzi: No, no, no, è stato sempre vigile, sveglio, vicino a Sestina.

La ripetizione del “No” è sensitiva.

“è stato sempre vigile, sveglio, vicino a Sestina”, la signora Iezzi non può saperlo, posto che durante la notte si è allontanata da casa per recarsi in ospedale.

Lucilla Masucci: Come sta Andrea?

Mirella Iezzi: Male, Andrea sta malissimo, sta malissimo. Andrea è come se fosse diventato vedovo, lo… lui dice: “Lasciatemi nel mio dolore… nel mio dolore”.

Lucilla Masucci: Andrea non è un assassino?

La giornalista non solo, introducendo la parola “assassino”, mette la donna sulla difensiva, ma dicendo “Andrea non è un assassino” la invita a negare.

Mirella Iezzi: No, Andrea è un bravissimo ragazzo, e non detto da me, che sono la nonna, tutti lo dicono, tutti. Soltantoooo… sono gli amici, gli amici, non lo so perché, le cattiverie gliele stanno facendo.

La Iezzi, imboccata dalla giornalista, risponde di “No”, ma poi indebolisce la sua risposta con ben 33 parole. La nonna del Landolfi  non dice “Andrea non ha ucciso Sestina” ma “Andrea è un bravissimo ragazzo, e non detto da me, che sono la nonna, tutti lo dicono, tutti”, lo dipinge come un “Good Guy” nel tentativo di indurre chi la ascolta a trarre le conclusioni. 

Degli amici Andrea Landolfi ha detto: “Quello che posso dire èèè… bisogna vedere chi parla e perché parla a volto coperto. Perchéé… se non ci sono problemi, si potrebbe parlare a volto scoperto senza nessun tipo di problema e vedere anche chi sono queste persone che stanno dichiarando queste cose”.

Lucilla Masucci: Dicono che Andrea abbia picchiato anche la fidanzata precedente.

Un’altra domanda che metterà la nonna di Andrea sulla difensiva. La domanda da fare sarebbe stata “Che rapporti aveva Andrea con la sua ex fidanzata?”.

Mirella Iezzi: Non è vero, non è vero, non è vero, c’erano delle discussioni, perché era la mamma del bambino, c’erano delle discussioni familiari, come ce ne sono tante.

La ripetizione di “Non è vero”, per ben tre volte, segnala un bisogno di convincere.

Lucilla Masucci: La mamma di Sestina aveva fatto un appello proprio a te, aveva detto: “Mirella, signora Mirella, per favore dica la verità”.

Mirella Iezzi: Ho detto la verità. Si chiama Caterina? Caterina, guarda, se ci possiamo vedere, ti racconto tutto di tua figlia, tutto, tutto, fino all’ultima mattina che abbiamo preso il caffè insieme, perciò te lo posso dire, te lo posso dire, Andrea non gli ha fatto niente. Siate tranquilli, siate tranquilli. Aspettamo… aspettiamo la perizia e poi si vedrà tutto quello che… che è successo.

Quando la Iezzi dice: “ti racconto tutto di tua figlia, tutto, tutto, fino all’ultima mattina che abbiamo preso il caffè insieme”, a che mattina si riferisce? Se è del giorno 3 che parla, perché la Iezzi non fa riferimento all’intera giornata? Non ha più incontrato Sestina dopo la colazione?

“Andrea non gli ha fatto niente” non è una negazione credibile.

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. fare domande in relazione alle risposte usando le parole dell’interrogato/intervistato;
  6. evitare affermazioni;
  7. evitare giudizi morali;
  8. non suggerire le risposte. 
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CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NICOLETTA INDELICATO come ADRIANNE JESSICA JONES (intervista)

Nicoletta Indelicato

Nicoletta Indelicato, 25 anni, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 marzo è stata attirata in una trappola dall’amica Margareta Buffa, 29 anni, che l’ha fatta salire in auto e l’ha condotta in un vigneto nelle campagne di Marsala, Contrada Sant’Onofrio, una volta raggiunto il vigneto, dal bagagliaio dell’automobile è uscito il fidanzato di Margareta, Carmelo Bonetta, 34 anni, che ha picchiato e accoltellato Nicoletta e ha poi dato alle fiamme il suo corpo. Secondo indiscrezioni, Nicoletta aveva rivelato a Margareta di aver avuto un breve flirt con il Bonetta e aveva raccontato che il ragazzo faceva uso di droga.

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 21 marzo 2019

Carmelo Bonetta

Dottoressa Franco, quando ha saputo della confessione dell’amico Carmelo e del coinvolgimento nell’omicidio della sua fidanzata, la sua amica Margareta, cosa ha pensato?

Ho pensato subito all’omicidio della giovane Adrianne Jessica Jones, uccisa nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1995 da Diane Michelle Zamora, 17 anni all’epoca dei fatti e dal suo fidanzato diciottenne, David Graham. La Zamora, dopo che il Graham le aveva rivelato di essersi intrattenuto sessualmente con la Jones in un’occasione, lo aveva invitato ad ucciderla per provarle il suo amore. Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, David Graham era passato a prendere la Jones in auto e con una scusa l’aveva condotta in un campo nei pressi di un lago, una volta raggiunto il luogo isolato, dal portabagagli dell’auto era uscita la Zamora che aveva colpito al capo la Jones con un corpo contundente, la ragazza era stata poi finita dal Graham con due colpi d’arma da fuoco esplosi da distanza ravvicinata.

Adrianne Jessica Jones

Dottoressa Franco, quanto è importante conoscere la casistica nel suo lavoro?

Conoscere la casistica è fondamentale per chi si occupa di morti violente e di scomparse, permette infatti di restringere il cerchio dei sospettati e di censurare le ricostruzioni di fantasia.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON TUTTI I COLD CASE SI POSSONO RISOLVERE (intervista)

La criminologa Ursula Franco è consulente della difesa di Michele Buoninconti, dei fratelli Ciocan e di Stefano Binda e si è spesso espressa in modo critico riguardo allo spettacolo cui vengono ridotti alcuni casi giudiziari dai Media.

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

– Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

Ho il dovere morale di sfatare un mito dei programmi spazzatura che invadono il piccolo schermo: non tutti i cold case si possono risolvere.

I motivi per i quali un caso risulta irrisolto sono due: o non sono state tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini o le indagini iniziali sono state lacunose, un’evenienza cui raramente si può rimediare, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa risolvere.

In alcuni casi non si può risolvere un cold case neanche in presenza di una confessione perché tutto ciò che un soggetto che si autoaccusa afferma deve essere corroborato da prove scientifiche che possono essere andate distrutte o possono non essere mai state raccolte.

Pertanto, chi si inerpica su strade vecchie di decenni rischia grosso, per sé ma soprattutto per il malcapitato preso di mira.

Una conferma del coinvolgimento o meno di un soggetto e della veridicità di ciò che affermano eventuali testimoni, anche a distanza di decenni, viene dall’analisi del loro linguaggio ma gli interrogatori devono essere condotti e analizzati con tutti i crismi.

Personalmente mi esprimo su un caso vecchio solo in presenza di interviste video che risalgano all’epoca dei fatti, questo perché le vecchie trascrizioni degli interrogatori non sono affidabili.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON E’ STATO STEFANO BINDA AD UCCIDERE LIDIA MACCHI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese). 

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

Nei giorni scorsi è stata respinta l’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Lidia Macchi

Dottoressa Franco, sappiamo che nella sua consulenza ha escluso che ad uccidere la Macchi sia stato Stefano Binda, può dirci se è agli atti il nome del vero assassino?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti, posso dirle però che la lettera recapitata a casa Macchi non è stata scritta dall’assassino, che Patrizia Bianchi non è una superteste, che non solo la Macchi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione, ma che si può escludere che Lidia conoscesse il suo assassino e che abbia avuto rapporti sessuali con lui. Per il resto, purtroppo, le indagini relative a questo caso sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono inutilizzabili per il modo in cui vennero condotti ma sono anche incompleti, non si è infatti indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del giorno della sua morte, in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave. 

Come si poteva risolvere un caso come questo?

In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. 

Dottoressa, che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Infatti quando un omicida colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Riguardo allo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso che può dirci?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale. 

Dottoressa Franco, attraverso l’analisi dei fatti, è riuscita a tracciare un profilo dell’assassino di Lidia Macchi?

Certamente, l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento che è tornato a colpire negli anni seguenti. 

Giuseppe Piccolomo

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo ed è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Dottoressa Franco, è stato giusto escludere che sia stato lui ad uccidere Lidia?

No, perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si è potuto confrontare lo stesso con il DNA di Piccolomo. Peraltro, a differenza del povero Stefano Binda, Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia e un curriculum compatibili con quella dell’assassino di Lidia Macchi. All’epoca del delitto, Piccolomo aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere e confessò l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

Omicidio di Katia Tondi: analisi delle due telefonate di soccorso di Emilio Lavoretano

Katia Tondi ed Emilio Lauretano

Katia Tondi, 31 anni, è stata strangolata nel tardo pomeriggio del 20 luglio 2013, mentre si trovava in casa con il suo bambino di soli sette mesi. Suo marito, Emilio Lavoretano, intorno alle 19.00 è uscito per fare la spesa e al suo ritorno, le 20.00 circa, ha chiamato prima il 118 e poi il 113.

Emilio Lavoretano è stato indagato e poi rinviato a giudizio per l’omicidio di Katia Tondi dalla procura di Santa Maria Capua Vetere.

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da un chiamante, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”. Expected versus Unexpected.

Expected: ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto.

Unexpected: non ci aspettiamo che il chiamante si perda in superflui convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

Telefonata al 118 delle 19.58:

Operatore: Pronto?

Emilio Lavoretano: Eh, buonasera, un’ambulanza subito al Parco Laurus (incomprensibile). 

Il “buonasera” è inaspettato in una chiamata di soccorso.

Il Lavoretano perde tempo a dire “buonasera” e poi inaspettatamente dice “un’ambulanza subito”. 

Operatore: Da quale città mi chiama?

Emilio Lavoretano: San Tammaro, San Tammaro.

Operatore: San Tammaro, vicino Santa Maria?

Emilio Lavoretano: (incomprensibile) sì, sì, sì.

Operatore: Eh, che è successo?

Emilio Lavoretano: Eh, non lo so (incomprensibile), c’è mia moglie a terra.

Con la frase “c’è mia moglie a terra” il Lavoretano non fornisce all’operatore informazioni sulle reali condizioni fisiche della moglie, la moglie potrebbe essere a terra perché si è semplicemente rotta una gamba. 

Operatore: In che via state?

Emilio Lavoretano: Al parco Laurus, parco Laurus, a San Tammaro.

Operatore: Parco Laurus, in che via?

Emilio Lavoretano: Strada provinciale per Curti.

Operatore: Strada provinciale per Curti, mi dice il civico?

Emilio Lavoretano: Non lo so, non lo so il civico, non lo so, per piacere, per… per piacere.

Si noti la sequenza “per piacere, per… per piacere”

Operatore: Respira?

Emilio Lavoretano: Ma non lo so se… è a terra, è nera nera.

La moglie è ancora a terra, il Lavoretano non si è accertato in precedenza, né si accerta dopo la richiesta dell’operatore se la moglie respiri, né chiede di essere aiutato a rianimarla nonostante descriva un quadro oltremodo drammatico “è nera nera”. Peraltro il fatto che la moglie sia “nera” è di conforto all’ipotesi che sia morta da molto più di pochi minuti. 

Operatore: Passatemi qualche persona, sta arrivando l’ambulanza.

Emilio Lavoretano: Fate presto, fate presto.

“Fate presto” è equiparabile a “subito”.

Telefonata al 113:

Emilio Lavoretano: Pronto? Pronto?

Operatore: Sì.

Emilio Lavoretano: Pro… pronto, buonasera (incomprensibile) a parco Laurus, a San Tammaro. Io sto vedendo, c’è mia moglie a terra.

Ancora una volta il “buonasera” è inaspettato come lo sono il “Pro… pronto”.

La sequenza “Io sto vedendo, c’è mia moglie a terra” ci rivela che il Lauretano è uno spettatore passivo. L’uomo è alla sua seconda telefonata e sta ancora “vedendo” la “moglie a terra”. 

L’inattività del Lauretano, che si evince dal contenuto della telefonata, ci induce a sospettare che l’uomo non voglia alterare la scena al fine di mostrarla così com’è agli inquirenti.

Operatore: Dove dobbiamo venire?

Emilio Lavoretano: Dovete venire… a San Tammaro, Parco Laurus, San Tammaro, strada provinciale per Curti.

Operatore: Che è successo?

Emilio Lavoretano: Eh… non lo so, c’è… c’è mia moglie a terra… venite qua, per piacere.

L’espressione “per piacere” è inaspettata.

Il Lauretano continua a ripetere che la moglie è “a terra”.

Operatore: Un’ambulanza? Che è successo?

Emilio Lavoretano: L’ho chiamata già l’ambulanza, l’ho chiamata, c’è mia moglie a terra (incomprensibile).

Il Lauretano continua ripetere che la moglie è “a terra”.

Operatore: Sua moglie è a terra dentro casa?

Emilio Lavoretano: Sta dentro casa tutta… tutto sotto sopra. 

Lauretano non dice “sono stato io”, come ipotizzato da una trasmissione televisiva, ma “tutto sotto sopra”, come riferito dallo stesso in un’udienza.

Dicendo “tutto sotto sopra”, vuol lasciar intendere che si trova di fronte ad una scena compatibile con con un furto o quantomeno con un tentativo di furto. “tutto sotto sopra” sono tre parole che gli servono per tentare di allontanare i sospetti da sé e sono in linea con l’ipotesi precedente ovvero che il Lauretano desideri mostrare agli inquirenti la scena del crimine così com’è.

Operatore: Non ho capito, scusatemi.

Emilio Lavoretano: Sta tutto… sta tutto fuori posto… sta… tutto fuori posto, qualcuno è venuto a ruba’. C’è mia moglie a terra.

Il Lavoretano ha una priorità, far credere all’operatore che l’omicidio sia stato commesso da qualcuno entrato per “ruba’”, solo in seguito dice che la moglie è “a terra”. Questa risposta ci conferma che nella risposta precedente il Lavoretano ha detto “tutto sotto sopra”. 

Operatore: Ma c’è sangue, c’è qualcosa?

Emilio Lavoretano: Non lo so, c’è mia moglie a terra, non lo so, c’è la mia vicina di casa, non lo so.

Operatore: Datemi l’indirizzo, scusate.

Emilio Lavoretano: Parco Laurus, Parco Laurus.

Operatore: Parco?

Emilio Lavoretano: Laurus, San Tammaro… Laurus, Laurus, Laurus.

Operatore: Che via è a San Tammaro?

Emilio Lavoretano: Parco Laurus, strada provinciale per Curti, piccoli’ mio.

Operatore: Ma non si muove sua moglie, non è cosciente, niente?

Emilio Lavoretano: Sta tutta nera… sta, tutta nera sta, è tutta lividita, non lo so, secondo me sono venuti i ladri (incomprensibile).

Il fatto che la moglie sia tutta “nera”, “lividita” è ancora di conforto all’ipotesi che Katia sia morta da molto più di pochi minuti. 

Il Lavoretano nel rispondere all’operatore, per la seconda volta, tenta di suggerire una spiegazione “secondo me sono venuti i ladri”, senza che gli sia stato richiesto.

In un’intervista ad una giornalista che gli chiedeva: “Ma tu cosa pensi sia successo?”, il Lavoretano ha risposto: (…) hanno rubato, una rapina andata male”. 

Operatore: Ma non respira?

Emilio Lavoretano: No, non respira, no, non respira.

Operatore: Non respira, non si muove?

Emilio Lavoretano: No, sta a terra, non respira, non respira.

Operatore: Come vi chiamate?

Emilio Lavoretano: Lavoretano, Lavoretano.

Operatore: Napoletano?

Emilio Lavoretano: Lavoretano, con la L.

Operatore: Sì le mando subito la pattuglia… le mando subito la pattuglia.

Emilio Lavoretano: Arrivede…

Ancora una volta i convenevoli sono inaspettati.

CONCLUSIONI

In entrambe le telefonate sono presenti dei convenevoli, i convenevoli sono fuori luogo in una telefonata di soccorso ma soprattutto vengono utilizzati di frequente dai soggetti responsabili del reato per ingraziarsi l’operatore.

“subito” e “Fate presto”, in presenza di convenevoli, appaiono espressioni prodotte, più che dall’urgenza, da una proiezione di un senso di colpa per aver chiamato i soccorsi in ritardo.

L’espressione “per piacere”, che il Lauretano ripete tre volte, ci rivela il suo bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni” al fine di allontanare i sospetti da sé.

Il fatto che il Lavoretano si sia limitato a riferire agli operatori che la moglie era “a terra” e non abbia fatto nulla che potesse alterare la scena del crimine ci induce ad inferire che desiderasse mostrarla agli inquirenti così com’era, egli, peraltro, ha tentato ripetutamente di convincere l’operatore che era “tutto sotto sopra”, “tutto fuori posto” a causa di un furto.

Accusa e difesa si stanno scontrando sull’ora della morte, per la difesa di Lavoretano, Katia è morta pochi minuti prima che il marito rientrasse in casa, per l’accusa, Katia è morta molto prima. Risolvono la diatriba le due telefonate di soccorso del Lavoretano e ciò che ha dichiarato la vicina di casa dei Lavoretano che per prima soccorse Katia:

  • il Lavoretano, durante le telefonate ha descritto Katia in due occasioni dicendo è nera nera e Sta tutta nera… sta, tutta nera sta, è tutta lividita
  • in un’intervista, la vicina di casa, Rosaria, ha dichiarato: “E poi onestamente mi accorsi che era morta in quanto teneva le labbra livide e le unghie pure, già erano scure e tutte chiazze per il viso (…) erano blue scure tipo ematoma, diciamo, io non ne capisco di queste cose comunque io le ho notate le labbra livide, nere le teneva“.

pertanto, la donna non poteva essere morta da pochi minuti in quanto il “livor mortis” si manifesta a un’ora dalla morte.

MORTE DI LICIA GIOIA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON FU OMICIDIO VOLONTARIO (intervista)

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Oggi, 7 marzo 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato.

Abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco che su questo caso si era espressa nei mesi scorsi. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: Licia Gioia estrasse l’arma e minacciò di suicidarsi e, mentre il Ferrari tentava di disarmarla, partirono due colpi, il primo dei quali ferì a morte la donna.

Le Cronache Lucane, 7 marzo 2019

– Dottoressa Franco, lei da sempre sostiene che non fu un omicidio volontario nonostante alcuni dati medico legali escludano il suicidio?

Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

– Dottoressa, ci spieghi cosa è successo quella notte?

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

– Il medico legale ha sostenuto che Licia Gioia “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale”.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

– Dottoressa Franco, in precedenza ha elencato alcuni dati a discolpa del Ferrari, ce li ricorda?

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nit – si vede una pistola di ordinanza, Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura; nella seconda foto con lo stesso sfondo, si vede un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto.

– Il SiracusaPost qualche settimana fa ha pubblicato le foto e i messaggi WhatsApp che Licia Gioia inviò al marito poche ore prima della tragedia. Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

– Dottoressa Franco, che cosa ne pensa?

Le foto e la conversazione tra i due coniugi provano che il Ferrari dice la verità, certi comportamenti rientrano in un quadro denominato Attention Seeking Behavior. Peraltro la giornalista di Chi l’ha visto? ha riferito che la sera del 27 febbraio 2017, Licia Gioia e Francesco Ferrari comprarono dei panini per cena ma che Licia, dopo che i due coniugi giunsero a casa, rimase in auto e non cenò con il marito, un comportamento che, se confermato, sarebbe compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

– Quali sono le caratteristiche di un Attention Seeker?

Generalmente un Attention Seeker è un soggetto immaturo con una bassa autostima. A volte è la gelosia a scatenare i suoi comportamenti, comportamenti manipolatori che possono divenire estremi.

Aggiornamento: Il Gup ha rinviato l’udienza al prossimo 4 aprile, giorno in cui scioglierà la riserva sulla nomina di un perito che dovrà dire se sia da privilegiare la consulenza balistica del professore Compagnini (consulente del GIP), che ritiene verosimile il suicidio, o quella del professore Conti, che ipotizza l’omicidio.

Questa intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea del ROMA/Cronache Lucane dell’8 marzo 2019.

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OMICIDIO DI PAMELA MASTROPIETRO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI (intervista)

Innocent Oseghale

Domani a Macerata si terrà la seconda udienza del processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, unico imputato Innocent Oseghale. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 5 marzo 2019

– Dottoressa Franco, Pamela Mastropietro è vittima della mafia nigeriana?

No, le risultanze investigative parlano chiaro: Pamela è stata uccisa e smembrata dal solo Oseghale, un ragazzo nato per caso in Nigeria e con una psicopatologia da serial killer.  

– Dottoressa Franco, il caso Mastropietro è un caso unico, senza precedenti?

Neanche per sogno. La cronaca è ricca di casi di omicidio e smembramento. 

– Ci ricorda qualche caso simile?

La notizia è di pochi giorni fa, a Madrid, Alberto Gómez, 26 anni, ha ucciso la propria madre, María Soledad e l’ha poi fatta a pezzi, che in parte ha mangiato con l’aiuto del cane.

In Germania, Nhat T., un vietnamita di 24 anni, il 24 agosto 2018, ha ucciso a martellate il cinese Chenxi L., 27 anni, lo ha ridotto in pezzi che ha messo in sacchetti che ha poi gettato.

Nell’ottobre 2017, nella città di Alcala de Eneres, in Spagna, Manuel Moreno, un cameriere di 42 anni, ha ucciso e smembrato la sua fidanzata, Daria O. L., di 22 anni, dopo 15 mesi, i pezzi del cadavere di Daria sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine in un frigorifero nella casa in cui la coppia viveva.

L’inventore danese Peter Madsen, all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall, ne ha poi smembrato il corpo e gettato in mare i pezzi dopo averli infilati in sacchetti di plastica insieme ad alcuni oggetti metallici. Il 25 aprile 2018 una Corte di Copenaghen ha riconosciuto Madsen colpevole di omicidio premeditato e lo ha condannato all’ergastolo.

– E allora perché si continuano a leggere tante menzogne su questo caso?

In un paese come il nostro, dove ormai la disinformazione e l’istigazione al giustizialismo sono il pane quotidiano, la verità non attrae quasi più nessuno perché non fa spettacolo, ma soprattutto non fa comodo a chi fomenta l’odio cercando di far passar il messaggio che le colpe di un singolo assassino vadano spalmate su una comunità intera. 

– Dottoressa cosa vuole aggiungere?

Basta con le strumentalizzazioni, non ci si inventano i casi giudiziari, è agli atti d’indagine che bisogna attenersi.