INCHIESTA “ANGELI E DEMONI”, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NEL NOSTRO PAESE LA CONTAMINAZIONE DI UN INTERROGATORIO NON E’ UNA RARITA’ 

I carabinieri davanti al municipio di Bibbiano

Reggio Emilia. Diciotto persone, tra cui il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, sono state raggiunte da misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Psicoterapeuti, politici, medici, psicologi, assistenti sociali sono accusati di aver sottratto i minori alle famiglie per darli in affido retribuito a conoscenti. Il sindaco di Bibbiano risponde solo di abuso d’ufficio e falso. Gli viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori. Questa mattina, una Onlus di Moncalieri, la ”Hansel e Gretel”, è stata perquisita.

I destinatari delle misure cautelari sono accusati, a vario titolo, di frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamenti su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso, per aver allontanato decine di bambini dalle loro famiglie ed averli collocarli in affido retribuito da amici e conoscenti. Abbiamo sentito in merito la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 28 giugno 2019

– Dottoressa Franco, la testata “La Repubblica” ha diffuso un video di un’audizione protetta durante la quale la psicologa Cristina Roccia, che è consulente del tribunale di Modena, chiede alla bambina: “Di sicuro qualcuno ti ha fatto male al sederino e alla patatina e questo… è proprio sicuro perché l’ha detto la dottoressa, se tu anche dici che è vero, raccontare cosa è successo al… al tuo sederino e alla tua patatina è una di quelle cose che non bisogna dire perché sennò il diavolo poi… può farti del male o è una cosa che pensi di riuscire a dire?”, che ne pensa?

E’ un caso evidente di contaminazione. Non me ne stupisco, non è un caso unico, è raro il contrario, molti pubblici ministeri contaminano malamente gli interrogatori di soggetti indagati per omicidio e nessuno si è mai sognato di prendere provvedimenti nei loro confronti, anzi, vengono tutti inesorabilmente promossi. 

– Dottoressa, che valore hanno audizioni e interrogatorio così condotti?

Nessun valore, non sono analizzabili, vanno cestinati.

– Dottoressa Franco, secondo lei perché un consulente del Tribunale si comporta così?

Molti consulenti sono semplicemente incompetenti, altri contaminano le audizioni, gli interrogatori, o manipolano i dati scientifici sui quali sono tenuti ad esprimersi perché si sentono paladini di una nobile causa. E poi ci sono i consulenti criminali, quelli che falsificano o dissimulano per ottenere vantaggi materiali, consenso e fama. Nelle file dei consulenti criminali si trovano anche i millantatori, soggetti che sono riusciti ad iscriversi all’Albo dei consulenti e dei periti dei Tribunali dichiarando il falso sui propri titoli.

– Dottoressa Franco, lo stesso vale per noi giornalisti, non è vero?

Certamente, i giornalisti, o perché si sentono paladini di una nobile causa, o perché sono in competizione con gli esperti, spesso diffondono sciocchezze spacciandole per verità, viziando così l’andamento di un caso giudiziario.

– Dottoressa, che danni hanno fatto a Reggio Emilia?

Le indagini accerteranno se il loro modo di lavorare fosse dovuto a malafede o a incompetenza, in ogni caso ha danneggiato i bambini, quelli vittime di abusi non avranno giustizia perché nessuno crederà più alle loro parole, gli altri vivranno nel convincimento di essere stati abusati, che non è diverso dall’essere stati abusati.

SUICIDIO DI LUCIANA FANTATO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DOV’ERANO I SERVIZI SOCIALI?

Pierino Marcantognini

Luciana Fantato si è allontanata dalla casa di Gambolò dove viveva con la suocera, il marito ed i due figli, il 10 novembre 2017; il 23 giugno, in un’area golenale del torrente Terdoppio nel comune di Alagna Lomellina (Pavia) sono stati ritrovati quelli che con tutta probabilità sono i suoi resti, il torrente scorre infatti anche nell’abitato di Gambolò. Il marito della Fantato, Pierino Marcantognini, è noto al pubblico della trasmissione Chi l’ha visto? per la sua mania di accumulare oggetti. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 27 giugno 2019

Pierino

– Dottoressa Franco, cosa ha spinto la Fantato al suicidio?

Un insieme di fattori, tra questi il disturbo da accumulo del marito che ormai le impediva di condurre una vita normale.

– Ci spiega in cosa consiste questo disturbo?

Il disturbo da accumulo compulsivo, o disposofobia, è una patologia caratterizzata dalla tendenza a raccogliere e accumulare oggetti “che un giorno potrebbero servire”. Nel caso in specie, il Marcantognini ha invaso la casa soprattutto di giornali ed il cortile di ferraglia riducendo drasticamente gli spazi abitativi e impedendone la pulizia. E’ chiaro che una situazione del genere non può che aver innescato un conflitto tra Pierino ed i suoi familiari che sono stati costretti a vivere in una specie di discarica che ne ha perfino limitato le relazioni sociali.

– Quanto è diffuso questo disturbo?

Dal 2 al 5% della popolazione è affetto da disposofobia, ma non sempre la forma è così grave come nel caso di Pierino Marcantognini.

– Dottoressa, si poteva fare qualcosa per Luciana e i suoi figli?

Ci si poteva provare, è naturale chiedersi il perché i servizi sociali non abbiano aiutato questa famiglia posto che le condizioni in cui viveva erano visibili anche dall’esterno.

– Recentemente i cosiddetti salvagenti sociali ci sono parsi latitanti.

E’ una triste verità, vale per Giuseppe Dorice, il bambino ucciso dal patrigno nel Napoletano, una vittima di maltrattamenti che datavano da tempo e che erano noti alle insegnanti; e vale anche per la povera Maria Ungureanu, una vittima di violenze sessuali croniche. Maria “veniva appellata capra lebbrosa da diversi compagni di classe” a causa del suo cattivo odore e, secondo un’insegnante di sostegno, “mentre era a scuola la bambina a volte aveva dei mal di pancia talmente forti che si piegava più volte e si teneva il basso ventre”.

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI L’UOMO: L’ITALIA RISARCISCA AMANDA KNOX (intervista)

Il 24 gennaio scorso la Corte di Strasburgo aveva riconosciuto l’Italia colpevole della violazione del diritto alla difesa di Amanda Knox e ha chiesto allo Stato di risarcirla per i danni morali subiti, recentemente ha rigettato il ricorso del Governo italiano che chiedeva di pronunciarsi di nuovo sul caso. Il legale della Knox, l’avvocato Dalla vedova, aveva richiesto un indennizzo complessivo pari a 500 mila euro, la CEDU ha deciso per 10 mila e 400 euro, oltre agli 8 mila di spese legali. Il legale della Knox ha precisato che la violazione del diritto alla difesa è stata riconosciuta perché Amanda Knox non fu avvertita di essere indagata, non le venne fornito un avvocato e nemmeno un interprete. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 26 giugno 2019

– Dottoressa Franco, che cosa pensa del risarcimento alla Knox?

E’ giusto, quando si indaga su un omicidio ci sono regole da rispettare, solo lavorando nel pieno rispetto dei diritti di un indagato, un PM può farsi valere in dibattimento. Il rispetto delle regole, se un indagato è colpevole, permette di blindare il castello accusatorio; se invece è innocente, permette di scagionarlo. Purtroppo, e lo dico con rammarico, in Italia i diritti degli indagati vengono violati di continuo, questo modo di lavorare, non solo lascia spazio alla difesa di un colpevole, come nel caso della Knox, ma favorisce errori giudiziari ancora più dolorosi.

– Dottoressa Franco, ci faccia qualche esempio di violazione del diritto alla difesa di un indagato?

Sono due le principali violazioni: molti PM non hanno idea di come si conduca un interrogatorio e molti altri si servono di consulenti partigiani capaci di falsificare per incastrare un indagato.

– Dottoressa Franco, quanto è importante un interrogatorio ben condotto?  

Se l’interrogato è colpevole, un interrogatorio ben condotto, sia che il soggetto falsifichi, sia che dissimuli, è estremamente utile per ricostruire i fatti; se invece è innocente, permette di escluderlo dalla cerchia dei sospettati. Vale lo stesso per le interviste televisive e le telefonate di soccorso, bravi giornalisti e bravi operatori del 118 sarebbero una manna per chi indaga.

– Dottoressa Franco, quali sono i principali errori commessi dai PM durante un interrogatorio di un indagato?

Contaminano le risposte introducendo termini nuovi; fanno domande chiuse perché hanno fretta di veder confermata la propria ipotesi; fanno domande multiple che permettono ad un interrogato di scegliere a quale rispondere; interrompono, mostrando di ignorare che è proprio nelle tirate oratorie che si trovano più spesso incriminanti ammissioni; si sperticano in giudizi morali inducendo l’indagato a mettersi sulla difensiva; lo invitano a negare.

– Dottoressa, da dove nascono questi errori?

Dall’incompetenza, il peggior nemico della verità e della giustizia.

The murder of Sarah Stern: signals of guilty knowledge in Liam McAtasney’s early statements

Sarah Stern (CBS New York)

Sarah Stern, 19, was killed inside her Neptune City home in the afternoon of Friday December 2, 2016.

Monmouth County prosecutors said Sarah’s friend, Liam McAtasney, strangled her during a robbery attempt from which he thought he was going to get $100,000; he got about $8,000. After the murder, McAtasney and his roommate, Preston Taylor, dumped Stern’s body off the Route 35 bridge in Belmar and left her car on the bridge to make it appear a suicide. Her remains were never found.

Sarah Stern and Liam McAtasney

Preston Taylor, who attended junior prom with Stern, took a plea deal and testified against Liam McAtasney. During the trial Taylor said: “It started off as plans to either burglarize her house or to rob her personally. Over time the conversations progressed to killing her”.

Preston Taylor and Sarah Stern

On January 31, 2017, Liam McAtasney confessed to killing Stern to his friend, Anthony Curry, who secretly recorded him discussing the murder in vivid detail. Curry had previously reported to authorities that, on Thanksgiving, McAtasney had told him he had plans to rob and murder his friend Sarah Stern and throw her body off the bridge.

On June 17, 2019, Liam McAtasney was sentenced by Monmouth County Superior Court Judge Richard W. English, to Life in a New Jersey state prison without the possibility of parole, for first degree Murder. Judge English also sentenced McAtasney to a concurrent term of 20 years on first degree robbery, a consecutive term of 10 years on second degree disturbing or desecrating human remains and a concurrent 5 year term on third degree hindering.

Preston Taylor has not yet been sentenced. He faces up to 20 years in prison on counts including robbery, conspiracy, disturbing or desecrating human remains and hindering apprehension.

Liam McAtasney and Preston Taylor
(MONMOUTH COUNTY PROSECUTOR’S OFFICE)

Let’s see if we can find signals of Liam McAtasney’s guilty knowledge in his early statements.

12 hours after the murder, on Saturday December 3, 2016, around 4:01, after an Uber driver called 911 to report Sarah Stern’s abandoned car on a bridge, Sgt. Bradley Hines went to Liam McAtasney’s house to question him about her, here the record of the conversation he had with him:

Sgt. Bradley Hines: Liam, you’re Liam? You’ve got a second? Can I come talk to you real quick?

Liam McAtasney: Yeah, no problem, officer.

Note that an officer woke up Liam McAtasney at 4:01 in the morning but he doesn’t seem worried at all, he doesn’t ask the reason why the officer is there, he doesn’t ask anything, nothing about his family, he sounds relaxed, this is unexpected.

Note the words “no problem, officer” Liam uses to ingratiate himself with the officer. 

Sgt. Bradley Hines: Is Sarah here by chance?

Liam McAtasney: No.

Note that, at this point, Liam doesn’t ask questions like “Why are you questioning me about my friend Sarah? What happened?”, this is also unexpected.

Sgt. Bradley Hines: When was the last time you talked to her?

Liam McAtasney: I was with her today.

The word “with” between people is distancing language. 

Sgt. Bradley Hines: Gonna turn some light on, if you don’t mind.

Liam McAtasney: I mean, we went to get food today.

Liam feels the need to spontaneously add “I mean, we went to get food today”.

“I mean” are unnecessary words, “I mean” is the equivalent of a pause. Liam shows a need to stall for time to think before speaking.

In the sentence “We went to get food”, “we” shows closeness and cooperation in this specific occurrence.

Sgt. Bradley Hines: And you went to work at what time?

Liam McAtasney: Uh… 4:30.

“Uh” is a pause.

Sgt. Bradley Hines: Okay, so you haven’t talked to her since 4:30?

A suggestion, not a question. 

Liam McAtasney: No.

Sgt. Bradley Hines: You have a cell phone, you can reach to her on?

Liam McAtasney: No. Actually, I haven’t been able to find my cell phone.

Sgt. Bradley Hines: Any idea where it is at?

Liam McAtasney: I’ve been calling it all day.

Note that Liam doesn’t answer the question, he is unable to say “No”, probably because he has an “idea where it is at“.

Stern’s cousins, Meagan Barr, found Liam’s cellphone next to a walkway beside the driveway in front of Stern’s home.

Sgt. Bradley Hines: What was her mindset the last time you talked to her?

Liam McAtasney: I just know she’s been trying to get away. She’s been telling me, she’s going to Canada.

Note the word “just”“just” is a dependent word, its communication is found in dependence upon another thought, Liam is comparing his knowledge about Sarah with something else.

Sgt. Bradley Hines: Trying to get away. Okay. Canada. She’s been real depressed lately?

This is a “Yes” or “No” question.

Liam McAtasney: Her dad is… crazy.

Note that Liam doesn’t answer the question, he is unable to confirm that Sarah “has been real depressed lately”.

Sgt. Bradley Hines: Okay, and then she’s dealing with the loss of her mother.

Sgt. Bradley Hines: You hear anything, call the Neptune City or Neptune Township Police Department, please let us know.

Liam McAtasney: Okay.

Note that Liam doesn’t ask the officer if he can join them in the search for his friend Sarah.

Sgt. Bradley Hines: Thank you.

Around 10:30 am of Saturday December 3, 2016, detectives questioned Liam outside his flat:

Sgt. Michael Kepler: Liam, I’m gonna get something in here, you know what’s going on here? You know why we are standing to talk to you?

Liam McAtasney: Yeah, I have a pretty good idea.

I believe him. 

Sgt. Michael Kepler: The resources that are out there right now looking for her, the amount of manpower, we have people swimming in the Shark river, in this cold water, we have boats we have helicopters, If you know anything about where this girl is, if you have any contact with her, you need to let us know.

Liam McAtasney: Believe me, officer (interrupted by the officer)

Note Liam’s desire to be believed.

Sgt. Michael Kepler: And exactly, what it was that you have spoke to her about yesterday afternoon before you went… she went her way, you need to open up and let detectives know everything.

Sgt. Michael Kepler: Has she been different, a normal lady or what?

Liam McAtasney: Well, in the past she has… had a tendency to… have self-destructive suicidal behavior, I… actually… I know about.

Note the word “Well” and the pauses. Liam shows a need to stall for time to answer.

Note that Liam first talks at the present “has” and then he corrects with the past “had”.

The presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety. The question is sensitive to him.

Note the word “actually”. “actually” like “just” is a dependent word, its communication is found in dependence upon another thought.

Sgt. Michael Kepler: How long ago?

Liam McAtasney: Years ago.

Liam McAtasney: Over the past few months, she has been telling me… excuse me… how bad the relation with her father is and how she… she just needs to get out of here.

Note the pause and the words “excuse me”, he shows anxiety here, so strong that he wasn’t able to talk. 

Sgt. Michael Kepler: Why was it bad? What made it bad?

Liam McAtasney: Fighting. 

Sgt. Michael Kepler: Arguing, fighting.

Liam McAtasney: Arguing, fighting, constantly, constantly.

Note the repetition, a signal that Liam has a need to persuade the officer that Sarah was “constantly” fighting with her father.

Det. John Mahoney: So, yesterday you guys went to Taco Bell (inaudible).

It’s a mistake to recap what an interviewed said previously. The officer should have asked Liam to recap for him what he did the day before.

Liam McAtasney:  Uhm, uhm.

To recap for an interviewed allows him not to speak.

Det. John Mahoney: You went to Taco Bell first or you went to the (inaudible)?

The officer is suggesting.

Liam McAtasney: Taco Bell first (interrupted by the officer)

To interrupt the flow of information is a mistake.

Note that the personal pronoun and the verb are missing here.

Det. John Mahoney: Then to the (inaudible)

To suggest is a mistake.

Liam McAtasney: (inaudible) (interrupted by the officer)

Det. John Mahoney: And you left.

Another suggestion, with this suggestion the officer badly contaminates the interview with the word “left”. We always look for the word “left” in an interview because when used as a connecting verb is an indication of missing information. 

Liam McAtasney: Then to her house.

No personal pronoun, no verb.

Det. John Mahoney: Then to her house.

To repeat what an interviewed said stops the flow of information and allows him to take time to think.

Liam McAtasney: Hung out, I left.

Note “hung out”, the personal pronoun is missing, a dropped pronoun means no commitment, a signal that Liam is psychological distancing himself from this action. 

We cannot analyse “I left” because the officer contaminated the interview.

Det. John Mahoney: What time was (inaudible)?

Liam McAtasney: Uh… 4:45.

“Uh” is a pause.

Det. John Mahoney: 4:45, and then you work till when?

Another suggestion. Liam didn’t say that he went to work after 4:45, the officer said so for him.

Liam McAtasney: I worked until uh… 10:00 o’clock. I was supposed to work till midnight, I get off at 10:00 o’clock uhm…

Note the pauses.

The officer should have asked why he didn’t work till midnight.

Det. John Mahoney: Then you just came back here?

Another suggestion. Liam didn’t say that he went home after work, the officer said so for him. “what happened then?” would have been the right question to ask.

Liam McAtasney: Ya, went back there.

Deceptive people often don’t use pronouns in their sentences. Note that the personal pronoun is missing here. Who went back “there”?, “There”, where?.

We note the word “there” because usually people parott the words of an interviewer and the officer said “here”, so there should be a reason Liam answered “there”.

We know that Liam killed Sarah’s at her house in the afternoon of December 2, then, later that night, went back to the crime scene with his friend Preston Taylor to get rid of her body, he had left into the bushes, and to stage a suicide leaving her car on the bridge. 

On December 6,  2016, three days into search for Sarah Stern Liam McAtasney was interviewed at the police station:

Detective: What’s the extent of your relationship?

Liam McAtasney: Uh… I would say, we’re pretty close friends.

Note the pause, he shows a need to stall for time to answer.

“I would say, we’re pretty close friends” is weaker than “we’re close friends”.

Detective: Okay… uhm… was she ever your girlfriend?

Liam McAtasney: No.

Detective: Did she ever talk about liking guys or?

Liam McAtasney: Not that I know.

Liam is unable or unwilling to say “No”.

Detective: Girls?

Liam McAtasney: No. She has been known to obsess over girls in the past though. She just always say stuff like: “Maggie, if you don’t come right now, I’m gonna kill myself”.

Liam McAtasney: One think I wanted to talk to you guys about some… uhm… if she… she did jump off the bridge, what the odds are that she’s not somewhere all the way out in the ocean by now?

“some…” is self censoring.

“uhm” is a pause.

Detective: Did she tell you she was going to jump off the bridge?

Liam McAtasney: No. If she had told me that I… that she was going to jump off the bridge, there would have been no way that I could have gone to work that night.

“that I…” is also self censoring.

Note that Liam feels the need to be seen in a positive light by presenting himself as a “Good Guy” to the detectives to avoid arousing suspicion. 

Liam McAtasney: Over the past few weeks uhm… she has been just packeging things up in containers and, you know, moving them to… other people’s houses.

The presence of “you know” is a signal of an acute awareness of the audience.

Detective: Do you believe… do you think her behavior was odd?

Liam McAtasney: Yeah. I didn’t think that at first but I… she always wanted to go to Canada.

“but I…” is also self censoring, a signal of suppressed information.

Liam McAtasney: She’s been saying she needs to get away, go to Canada. Get away from her dad.

Detective: Is she in Canada?

Liam McAtasney: I… I couldn’t telll you. I cannot honestly tell you that I’m one of her closest friends and I have no idea why she wouldn’t tell me anything before she left.

Note the stuttering “I”. The presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety. The question appears sensitive to him.

The word “honestly” is associated with deception, it indicates a change of sorts, for the subject. The presence of “honestly” is often an indicator that the subject has not been honest up to this point in the statement.

Detective: When did you last see Sarah?

Liam McAtasney: When I was leaving her house to go to work.

Liam could say “before going to work”, he chose to describing a prolonged action saying “When I was leaving her house to go to work” . Something that Liam doesn’t tell us happened at the time of his “leaving her house”, he killed her, according with the prosecutors.

Ursula Franco, MD and criminologist

OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NESSUN DUBBIO SULL’IDENTITA’ DELLO SPARATORE (intervista)

Si continua a speculare sull’identità del soggetto che avrebbe sparato a Marco Vannini. Siamo tornati ad intervistare la criminologa ursula Franco.

Davide Vannicola

Le Cronache Lucane, 21 giugno 2019

– Dottoressa Franco, che valore hanno le dichiarazioni di Davide Vannicola riguardo a ciò che gli avrebbe riferito l’ex maresciallo Izzo?

Solo chi ignora gli atti d’indagine può pensare che a sparare possa essere stato Federico. Con ciò non sto dicendo che Izzo non abbia lasciato intendere a Vannicola di avere dei dubbi sull’identità dello sparatore, ma una cosa sono gli eventuali dubbi di Izzo, un’altra cosa sono le risultanze investigative, le indagini hanno appurato che fu Antonio Ciontoli a sparare. Aggiungo anche che Izzo ha riferito ad una giornalista di Quarto Grado che, a suo avviso, i Ciontoli non mentirono quella sera sull’identità dello sparatore perché glielo riferirono, senza il timore di venir smentiti, prima che Marco morisse, un’inferenza logica supportata dalle risultanze investigative. La verità è agli atti e, come in altri casi giudiziari, non coincide con le speculazioni di opinione pubblica e opinionisti.

– Dottoressa Franco, perché Vannicola ha rilasciato l’intervista a “Le Iene”?

Il motivo per il quale Davide Vannicola ha rilasciato l’intervista a “Le Iene” è personale ed è legato al suo rapporto con Roberto Izzo, un rapporto che, per una qualche ragione, si era incrinato, è stato lui a rivelarlo additando Izzo come “uno che pensavo fosse il mio miglior amico” e riferendo pubblicamente di avergli detto: “sei un coglione, non t’aspettare nulla da me”.

– Dottoressa Franco, c’è ancora chi sostiene che sia stato omicidio volontario.

Un caso va analizzato nella sua totalità, Antonio Ciontoli chiamò i soccorsi con Marco cosciente, accettando il “rischio” che avrebbe raccontato la dinamica del ferimento, perciò l’omicidio volontario non rientra nell’ambito delle possibilità, la diatriba è più raffinata ed è tra la colpa cosciente e il dolo eventuale.

– Dottoressa Franco, perché Antonio Ciontoli mentì all’operatrice del 118 sulla causa del ferimento?

Perché voleva riferire lui al medico di aver sparato a Marco per chiedergli di non rivelare la causa della ferita. Per questo motivo voleva portarlo Antonio al pronto soccorso. E’ un dato che emerge senza se e senza ma dai racconti dei suoi familiari, dalla telefonata di soccorso e dai fatti: appena arrivò al PIT, Antonio Ciontoli rivelò al medico di aver ferito Marco con un’arma da fuoco.
E, una volta valutate le condizioni di Marco, al medico è bastato sapere che era stato attinto da un colpo d’arma da fuoco per capire che aveva un’emorragie interna. Il resto sono speculazioni gratuite.

OMICIDIO VALERIANO POLI, SI UCCIDE IN CELLA L’IMPUTATO

Valeriano Poli

Stefano Monti, imputato per l’omicidio del buttafuori Valeriano Poli, si è tolto la vita nel carcere della Dozza di Bologna ad una settimana dalla sentenza. Il PM aveva chiesto l’ergastolo, la difesa l’assoluzione. 

Le Cronache Lucane, 20 giugno 2019

BOLOGNA – Stefano Monti, 59 anni, era imputato per l’omicidio di Valeriano Poli, un omicidio del 5 dicembre 1999, si è ucciso impiccandosi nel bagno della sua cella. Il 26 giugno sarebbe arrivata la sentenza della Corte di Assise di Bologna. Monti era stato arrestato nel giugno 2018, a 19 anni dai fatti. 

Secondo il PM Ceroni, che ha coordinato le indagini, Monti aveva ucciso Poli perché lo aveva picchiato durante una rissa fuori dalla discoteca dove il Poli lavorava.

Stefano Monti era stato indagato all’epoca dei fatti, ma poi la sua posizione era stata archiviata.

Dopo il suicidio di Monti, il suo avvocato ha dichiarato:

“E’ una tragedia che nasce da una vicenda delicata e complessa, le ragioni più intime non le conosco, ma posso parlare del clima nel quale questa vicenda è maturata. La solitudine e la violenza del carcere su un incensurato, non più giovane, per la prima volta in cattività estrema, possono incidere sulla tenuta di una persona. E’ un presunto innocente per un fatto di 20 anni fa, cautelato da mesi. E’ un contesto nel quale il disagio, la difficoltà personale e la solitudine, incidono. Non dimentichiamo che non ha avuto permessi di colloquio fino all’inizio del processo, gli sono stati concessi solo dopo la prima udienza e questo ha lasciato il segno”.

La criminologa Ursula Franco, che si era espressa sul caso all’indomani dell’arresto, ha dichiarato:

“Il suicidio di un imputato è un fallimento del sistema, Monti, non solo, inspiegabilmente, visto che è stato arrestato a 19 anni dai fatti, non ha potuto interloquire con i familiari per mesi, ma è stato sottoposto ad un disgustoso processo mediatico, la massima violazione dello Stato di Diritto”.

OMICIDIO DI MARCO VANNINI: INDAGATO IL MARESCIALLO ROBERTO IZZO (intervista)

Secondo NEXT, il maresciallo Roberto Izzo è indagato dalla procura di Civitavecchia per favoreggiamento e falsa testimonianza. Abbiamo sentito in merito la criminologa Ursula Franco.
Le Cronache Lucane, 19 giugno 2019
– Dottoressa Franco, una eventuale condanna di Izzo potrebbe cambiare qualcosa?
Nulla potrà mai cambiare i fatti accaduti, a sparare a Marco Vannini fu Antonio Ciontoli, c’è da dire però che una eventuale condanna di Izzo per falsa testimonianza non danneggerebbe i Ciontoli, al contrario, li favorirebbe e ne è consapevole l’avvocato Celestino Gnazi che qualche settimana fa, a Chi l’ha visto, ha detto: “…su queste dichiarazioni (di Vannicola) assumiamo, con molto sforzo, un atteggiamento assolutamente laico, non sappiamo se sono vere o non sono vere, nell’uno e nell’altro caso ci sarà da perseguire qualcuno, questi genitori sono comunque parti lese nei confronti di eventuali responsabilità che emergeranno e che ancora non sono emerse, oppure parti offese
nei confronti di chi sta tentando di alzare una nuvola che potrebbe danneggiarci”.
– Dottoressa Franco, ci spieghi il perché?
Perché Izzo ha sempre sostenuto di non aver riferito ai Ciontoli, nell’immediatezza della morte di Marco, il tragitto che aveva fatto il proiettile e la sede dell’ogiva, mentre i Ciontoli sostengono che fu Izzo a riferirgli traiettoria e sede dell’ogiva. Pertanto, se Izzo venisse condannato per falsa testimonianza, lei capisce, che la sua testimonianza non verrebbe più ritenuta credibile e si alleggerirebbero altre posizioni.
– Dottoressa Franco, come si fa a capire chi dice la verità?
E’ molto semplice: analizzando le dichiarazioni di Izzo e dei Ciontoli con la Statement Analysis. Non renderò pubblica l’analisi, posso solo dirle che una cosa potrebbe non escludere l’altra, ovvero Izzo potrebbe aver riferito ai Ciontoli qualcosa che già sapevano.

Analysis of Noura Jackson’s 911 call

Noura and Jennifer Jackson

On June 5, 2005, around 5.00 am, 18 years old Noura Jackson ran to a neighbor and then made a call to 911.

911: Hello, 911.

Noura Jackson: Please, I need…. I need an ambulance, I need an ambulance right now.

Note that Noura’s first word is “Please”. We always note the use of politeness in an emergency call. 

Note the stuttering “I need”.

Note the repetition ” I need…. I need an ambulance, I need an ambulance”.

911: Ambulance on the line, don’t hang up.

Noura Jackson: (heavy breathing)

911: Fire Department. 

Noura Jackson: My name is…

911: What’s the address of the emergency?

Noura Jackson: 5001 New Haven Avenue.

911: What’s the problem? Tell me exactly what happened.

Noura Jackson: Someone broke into the house! My mom… my mom is bleeding!

Noura’s priority: “Someone broke into the house!”, not that her mom needs medical assistance. Noura’s priority is to built an alibi for herself.

911: Is she breathing?

Noura Jackson: No, she is not breathing… she is not breathing… she is not breathing, please, help me!

Note the repetition “she is not breathing… she is not breathing… she is not breathing”.

Note the word “please”, again. 

Note that her mother is not breathing and she asks for help for herself. 

911: Ma’am was anyone shot?

Noura Jackson: No, but there is blood everywhere, please, I need a police officer, I nee…

Noura Jackson’s mother, Jennifer, had been stabbed 50 times. How Noura knew she wasn’t shot?

Note the word “please”, again.

Note that Noura needs a police officer for herself, not a doctor to take care of her mother.

911: Okay ma’am, and how old is your mother?

Noura Jackson: She is 39 years old. Oh my God, oh my God, oh my God. Please, please, help me.

Note the repetition “Oh my God, oh my God, oh my God“. God is invoked but not as testimony witness.  

Note “please” repeated twice, again.

All these repetition, “My mom”, “She’s not breathing”, “I need”, “please” sound more as fillers, she is trying to fill the pause not to be questioned. 

Note “help me”, again.

911: Okay, listen to me, ma’am, I need you to calm down, okay? So we can help your mother, okay?

Noura Jackson: (Inaudible) She is not breathing.

She already said “She is not breathing”, it’s not useful to repeat it again.

911: Okay, listen to me. Did you see what happened?

Noura Jackson: No! No! I just got home.

“No” is repeated to persuade. 

“I just got home” is unnecessary to say, it’s alibi building.

911: Someone broke into your house?

Noura Jackson: Yes, I was going to get my kitten out of the kitchen and there’s glass everywhere, please send an ambulance, please send an ambulance, (inaudible)

Note the repetition of “send an ambulance”.

Note “please” repeated twice, again.

911: We have help on the way, we’re gonna help your mother.

Noura Jackson: Somebody… somebody gotta help me right now!!!

Note “help me”, again.

911: Ma’am, I need you to calm down, so we can help her, okay?

Noura Jackson: (crying)

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated

During this short phone call, she repeated the word “please” seven times, showing  an acute needs to ingratiate herself and align herself with the good guys.

She also repeated sentences as “I need an ambulance”, “help me”, “she is not breathing”, “Oh my God”, “send an ambulance” to stall for time to think and also to fill the gaps not to be questioned. Read also Michael Peterson’s 911 call.

During an interview with correspondant Richard Schlesinger (48 Hours Mystery documentary My Mother’s Murder, aired in April 2010) Noura Jackson said “There was blood everywhere. I guess that’s basically the thing that sticks with me. I guess the only thing that was on my mind was that I needed help”, confirming what emerges from the analysis of her 911 call, she was the one in need of help.

She also said to Richard Schlesinger: “My grief was interrupted because you get arrested and you have your back up against the wall and you‘re constantly having, y‘know, to explain “I didn’t do this, I didn’t do this”. You don’t have time to grieve. You have to defend yourself”.

Note that she is unable to take ownership of what she is saying, she is unable to use the personal pronoun “I”. The use of “you” is distancing language that indicates a form of deception. In other words: She is unable to use the pronoun “I” because she would lie and, to avoid the stress of lying, she distance herself from the reality using “you” instead of “I”. 

“I didn’t do this” is not a reliable denial.

Noura Jackson, during another interview with correspondant John Quiñones (20/20 , said: Being incarcerated it’s tough in itself, being incarcerated for something you didn’t do it is… is something else entirely”.

Again, she is unable or unwilling to take ownership of what she is saying. 

Noura Jackson was arrested on September 29, 2005 and charged with second degree murder. She was then convicted of committing matricide and sentenced to 20 year and 9 months with no possibility of parole on March 27, 2009.

On Aug. 22, 2014, the Tennessee Supreme Court overturned Noura’s conviction and as she was still charged with murder, the new prosecutor offered her a deal.

On May 20, 2015, after serving nine years in prison, Noura Jackson entered an Alford plea to a charge of voluntary manslaughter in the death of her mother, Jennifer Jackson.

Ursula Franco, MD and criminologist

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA FAMIGLIA DI MEREDITH KERCHER NON HA AVUTO GIUSTIZIA (intervista)

Solo chi aveva commesso l’omicidio e possedeva le chiavi di casa aveva motivo di simulare un furto nel tentativo di far credere che al furto fosse seguito un omicidio ad opera di un estraneo entrato da una finestra.

Le Cronache Lucane, 18 giugno 2019

Amanda Knox ha partecipato ad un festival organizzato dalla Camera Penale di Modena e da Innocence Project Italia, abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco che da anni si occupa di errori giudiziari.

– Il celebre avvocato americano, professore alla Harvard University, Alan Dershowitz, su Amanda Knox ha detto: “La mia convinzione è frutto di un attento esame del caso. Le prove circostanziali a suo carico sono sufficienti per provarne la colpevolezza. Non siamo di fronte a un omicidio premeditato ma a un delitto impulsivo: un raptus causato da un’orgia a base di sesso, droga e alcol. Sul caso Knox esiste una spaccatura tra ambienti giudiziari colpevolisti e opinione pubblica universalmente innocentista. Tutti gli avvocati e giudici che conosco hanno un’opinione ben diversa sul caso rispetto all’americano della strada che guarda solo il suo volto angelico e crede ai reportage della tv Usa, superficiale e di parte”, dottoressa Franco, secondo lei, la Knox, è vittima di un errore giudiziario?

Paradossalmente lo è, nel senso che è stata assolta per un omicidio da lei commesso in concorso. Voglio invitarla a notare che il professor Dershowitz non si fa problemi a rivelare il proprio convincimento sul caso Kercher, in America c’è libertà di parola, qui no, in Italia querelano gli esperti per intimorirli allo scopo di insabbiare la verità.

– Perché non può essere stato il solo Rudy Guede ad uccidere Meredith?

Perché l’assenza di lesioni da difesa sul corpo di Meredith, senza altre ragioni che ne giustificassero una minorata difesa, come una eventuale intossicazione alcolica, è la prova che durante l’aggressione intervennero più soggetti che, agendo in contemporanea, limitarono i movimenti della vittima, ma, soprattutto, la scena del crimine fu oggetto di staging. Il simulato furto nella stanza di una delle coinquiline di Meredith è uno dei punti cruciali di questo caso. Chi commette un reato, a volte, si prodiga nell’alterare una scena del crimine per allontanare da sé i sospetti. Lo “staging” circoscrive ai conoscenti la cerchia dei sospetti perché, logicamente, un estraneo non ha alcun interesse ad alterare una scena criminis. Chi uccise Meredith simulò un furto nella camera di Filomena Romanelli, una coinquilina, creò una situazione di evidente disordine e ruppe un vetro in una sequenza che fece emergere la messiscena, il finto disordine anticipò la rottura del vetro e non vi fu una effettiva attività di ricerca o di sottrazione di oggetti. Dalla casa furono asportati soltanto i telefonini della vittima e gettati in un giardino di via Sperandio, operazione architettata nell’intento di ritardare la scoperta del cadavere. I telefonini di Meredith smisero di agganciare la cella di via della pergola alle 0.10.31 del 2 novembre.

Infine, la scena del crimine fu ripulita. Rudy Guede, di sicuro, non si prodigò nello “staging”, che non aveva alcuna ragione di mettere in scena non avendo un particolare legame con la vittima e, infatti, non vennero repertati segni della sua presenza nella stanza della Romanelli e, come risultò evidente dalle impronte insanguinate delle sue scarpe che andavano direttamente dalla camera della vittima alla porta principale, egli lasciò la casa subito dopo i fatti. Se Guede si fosse fermato ad alterare la scena del crimine, avrebbe tirato lo sciacquone del water dove aveva defecato e pulito le proprie impronte insanguinate, ma non avrebbe mai simulato un furto. Guede non aveva ragione di simulare un furto perché, avendo un precedente per lo stesso reato, avrebbe rischiato di accentrare l’attenzione su di sé, Rudy, infatti, non è stato condannato per lo “staging”, che è stato comunque riconosciuto nella sentenza ed attribuito ai concorrenti nel reato. La simulazione di furto aveva lo scopo di sviare i sospetti da chi fosse stato fornito delle chiavi del portone d’ingresso per essere un inquilino dell’appartamento e orientarli su qualcuno che non avesse tale disponibilità e che, pertanto, si sarebbe dovuto introdurre dalla finestra, tale circostanza portò giustamente gli inquirenti a sospettare di Amanda. La Knox, tra l’altro, a differenza di Guede, sapeva di poter avere il controllo della scena, la stessa, infatti, non temette di venir scoperta od interrotta in quanto era a conoscenza che le altre due coinquiline e gli occupanti del piano di sotto avrebbero dormito fuori quella notte ed agì, quindi, in tutta tranquillità.

– Dottoressa Franco, emerge qualcosa dall’analisi delle due telefonate di soccorso relative a questo caso?

Riguardo alle telefonate di soccorso, Raffaele Sollecito riferì all’operatore del 112 che nulla era stato portato via dall’appartamento, un’informazione non richiesta, ma, soprattutto, della quale Sollecito non poteva avere contezza. Solo chi aveva simulato il furto poteva sapere che non era stato asportato nulla dall’appartamento, un soggetto appena giunto in una casa, dove, peraltro, non abitava, non avrebbe potuto sapere che nulla era stato sottratto alle coinquiline, o nella stanza chiusa a chiave, e non avrebbe potuto saperlo neanche la Knox, visto che il disordine era in una camera non occupata da lei e che la porta della stanza di Meredith era chiusa. Inoltre, è anomalo e inaspettato il fatto che Raffaele abbia riferito della presenza di macchie di sangue solo dopo aver descritto uno scenario riconducibile ad un tentato furto. Nel momento in cui si scoprono delle macchie di sangue, vi è una porta chiusa ed una coinquilina non è rintracciabile, un tentato furto dovrebbe passare in secondo piano rispetto ad una possibile aggressione.

– Dottoressa Franco, che può dirci riguardo al memoriale di Amanda che comincia così This is very strange, I know, but really what happened is as confusing to me as it is to everyone else (…)”?

E’ chiaro che quel memoriale è analizzabile perché non è contaminato e per questo motivo la inchioda alle sue responsabilità indicandoci senza ombra di dubbio il suo coinvolgimento in un omicidio sessuale. Purtroppo, però, nel nostro paese la Statement Analysis non trova ancora applicazione.

– Dottoressa Franco, che rischio c’è che Amanda reiteri?

Un rischio molto alto, i sociopatici, come lei, non imparano dall’esperienza. E, a parte il rischio che la Knox reiteri, è estremamente diseducativo permettere ad un soggetto come lei, che è capace di falsificare, di farsi portavoce delle vittime di errore giudiziario.

– Dottoressa Franco, ci ricorda alcuni casi in cui un soggetto non identificabile come serial killer abbia commesso almeno due omicidi?

Certamente, le faccio alcuni esempi. In Italia, Bruno Lorandi, nel 1986 ha ucciso suo figlio Christian, 10 anni, è stato accusato del suo omicidio, processato e assolto; nel 2007, Bruno Lorandi ha reiterato uccidendo sua moglie Clara Bugna, 53 anni, madre di Christian, in quest’ultimo caso è stato processato e condannato all’ergastolo. Alessandro Cozzi, nel 1998 ha ucciso Alfredo Cappelletti, è stato indagato, ma non rinviato a giudizio; nel 2011, Cozzi è stato indagato e processato per un secondo omicidio, quello di Ettore Vitiello. Nel 2012, il caso Cappelletti è stato riaperto, Cozzi rinviato a giudizio e condannato all’ergastolo per omicidio premeditato (nel 2017, 19 anni dopo il delitto). In USA, Barton Corbin, un dentista dello Stato della Georgia, ha avuto la possibilità di uccidere sua moglie Jennifer nel 2004, 14 anni dopo l’omicidio di una sua ex fidanzata, Dorothy Hearn, in quanto, in seguito ad indagini superficiali, non è stato condannato per il primo omicidio. Vale lo stesso per il pastore Arthur Schirmer, Schirmer ha ucciso due delle sue mogli, Jewel e Betty Jean, la prima nel 1999, la seconda nel 2008.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Non solo la famiglia di Meredith Kercher non ha avuto giustizia ma la Knox continua ad insultare pubblicamente la memoria di Meredith speculando su un omicidio da lei commesso e per il quale è stata inspiegabilmente assolta. Voglio anche dirle che non c’è differenza tra la condanna di un innocente da parte di un giudice e la scarcerazione di un colpevole attraverso Innocence Project USA, perché i danni che fa Innocence Project USA alle famiglie delle vittime, a inquirenti, consulenti e giudici non sono da meno di quelli che fa, agli stessi attori di un caso giudiziario, un giudice che condanni un soggetto estraneo ai fatti. Un esempio: i Central Park Five sono colpevoli, come lo sono molti dei clienti di Innocence Project USA, un’associazione che è ormai un big business e per la quale la verità non è la priorità.