OMICIDIO DEL CARABINIERE MARIO CERCIELLO REGA, INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

A A Roma, nel quartiere Prati, nella notte fra giovedì e venerdì, Finnegan Lee Elder, 19 anni, mentre era in compagnia del suo connazionale, il coetaneo Christian Gabriel Natale Hjorth, ha accoltellato a morte il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, 35 anni. I due statunitensi sono stati arrestati e accusati, rispettivamente, di omicidio e concorso in omicidio.

Le Cronache Lucane, 29 luglio 2019

Sui tragici fatti di Roma, abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco. La dottoressa Franco, che cura un blog (MALKE CRIME NOTES) dove analizza sia casi americani che italiani, è allieva del Dr. Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La dottoressa Franco si è occupata di importanti casi mediatici, dal caso Ceste al caso Ungureanu, all’omicidio di Lidia Macchi, sempre come consulente della difesa degli indagati.

– Dottoressa Franco, chi sono Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth?

I vicini di casa di Finnegan Lee lo hanno descritto come “un piantagrane. Sempre ubriaco” e si sono detti non sorpresi di quel che è successo. Un amico di Christian Gabriel Natale Hjorth ha dichiarato: “Quando Gabe (Gabriel) è fatto va fuori di testa. È pieno di rabbia. Tutti sanno che spaccia. Ha avuto tanti di quei guai da queste parti, ma pensa di cavarsela sempre”. I due ragazzi hanno tentato un’estorsione (in forma aggravata) in una grande città di un paese straniero. Elder Finnegan Lee era in possesso di un coltello militare tipo “Trenknife”, a lama fissa di 18 cm, che ha usato per accoltellare a morte il vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega. Nell’ordinanza del GIP Chiara Gallo si legge: “totale inconsapevolezza da parte degli indagati del disvalore delle proprie azioni, come apparso evidente nel corso degli interrogatori durante i quali nessuno dei due indagati ha dimostrato di aver compreso la gravità delle conseguenze delle proprie condotte, mostrando un’immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età, dal grado di violenza che connota le condotte di entrambi. Non deve inoltre dimenticarsi che i due erano alla ricerca di sostanze stupefacenti nel corso della serata e che entrambi avevano bevuto alcool, come dagli stessi dichiarato. Si tratta di circostanze da valutate unitamente alle modalità delle loro condotte testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale”. Un quadro che induce ad ipotizzare la presenza di tratti antisociali di personalità in entrambi i ragazzi.

– L’immagine dell’americano bendato e ammanettato con le mani dietro la schiena ha fatto il giro del mondo, scatenando feroci polemiche in specie in Italia e in USA. Secondo lei, scandalizzarsi è giusto o si tratta di eccesso di garantismo?

I diritti degli indagati vanno difesi “senza se e senza ma” perché solo nel pieno rispetto degli stessi si possono ricostruire i fatti ed evitare gli errori giudiziari. Ogni errore giudiziario è il frutto di una o più violazioni dei diritti dell’indagato, dall’acquisizione di interrogatori contaminati all’uso in dibattimento di consulenze e perizie di soggetti privi di titoli o di esperti partigiani delle procure. Non voglio fare la maestrina ma, dopo il risultato ottenuto per aver violato il diritto alla difesa di Amanda Knox durante il primo interrogatorio, non mi sarei aspettata che si commettesse un altro errore capace di viziare un procedimento che coinvolgesse uno o pù americani. Dopo aver visto la foto dell’indagato bendato e ammanettato, Alan Dershowitz, uno dei penalisti più famosi degli Stati Uniti e professore emerito di legge alla Harvard University, ha dichiarato: “L’Italia fa parte dell’Unione Europea, e quindi di tutti i suoi organismi giuridici, come la Corte di giustizia. Inoltre è membro di altre istituzioni continentali, come la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, che ha proprio lo scopo di garantire i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini. Gli avvocati italiani dei due arrestati potrebbero subito rivolgersi a queste sedi, usando la foto come la prova di un trattamento che viola la legge per bloccare o annullare il processo. La violazione della legge è chiara. Mette in discussione l’intero comportamento delle autorità italiane, qualunque siano le responsabilità dei due arrestati, e le corti europee hanno il dovere di far rispettare i diritti degli imputati. Negli Stati Uniti qualunque confessione o prova raccolta con quei metodi sarebbe inammissibile al processo. È possibile poi allargare la questione, mettendo in dubbio la legalità dell’intero trattamento ricevuto. Da un punto di vista legale non esiste un procedimento in vigore per l’estradizione inversa: il presunto reato è stato commesso in Italia, e ricade sotto la giurisdizione italiana. Sul piano diplomatico, però, gli Stati Uniti potrebbero presentare una protesta formale, e chiedere che il ragazzo venga mandato in America per il processo, l’impatto mediatico della foto potrebbe spingerli ad agire”.

– Il procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato: “All’interrogatorio c’erano i difensori e gli indagati sono arrivati senza bende o manette. I due non hanno detto nulla e i magistrati hanno registrato ogni fase e compilato il verbale. Prima dell’inizio, a entrambi gli indagati sono stati letti i diritti, se ci fosse stato qualcosa di cui lamentarsi quella era la sede opportuna”. Che può dirci dottoressa Franco?

Se l’americano fosse stato bendato prima dell’interrogatorio, l’interrogatorio è da ritenersi inammissibile.

– Dottoressa Franco, secondo lei, Elder Finnegan Lee aveva capito che l’uomo che ha ucciso era un rappresentante delle forze dell’ordine?

E’ probabile che, non sapendo la nostra lingua, non l’avesse capito. Potrò confermarle o meno la mia ipotesi se avrò la possibilità di analizzare il testo del suo interrogatorio.

– Dottoressa Franco, secondo lei, Christian Gabriel Natale Hjorth sapeva che Elder Finnegan Lee aveva con sé un coltello?

Anche in questo caso, potrei risponderle con certezza se avessi preso visione del testo del suo interrogatorio.

OMICIDIO LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TROPPI GLI ERRORI INVESTIGATIVI (intervista)

Lidia Macchi

Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. Ieri, Stefano Binda, 19enne all’epoca dei fatti e conoscente della Macchi, che era stato condannato in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese all’ergastolo, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano. Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Binda. La dottoressa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu ed è nota per la sua capacità di ricostruire le dinamiche omicidiarie.

Le Cronache Lucane, 25 luglio 2019

Prima della sentenza, la criminologa Franco, rispondendo all’avvocato Pizzi, aveva dichiarato: “La ricostruzione di chi indagò all’epoca dei fatti è lontana anni luce dalla verità storica e, nonostante la verità storica si evinca senza difficoltà dagli atti, la prima ricostruzione non è mai stata messa in dubbio in questi 32 anni. Lidia fu uccisa da un predatore violento, non da un conoscente. Il movente dell’omicidio non fu sessuale. Chi uccise la Macchi desiderava semplicemente uccidere e scelse a caso la sua vittima. Attribuire a qualcuno la lettera-poesia “In morte di un’amica” equivale ad escludere che lo stesso sia l’assassino, perché chi la scrisse mostrò di non essere a conoscenza della dinamica omicidaria. La ricostruzione di un omicidio è il punto da cui partire, una ricostruzione senza smagliature conduce alla verità storica, una ricostruzione sbagliata all’errore giudiziario, come in questo caso”.

– Dottoressa Franco, si può incardinare una condanna all’ergastolo sugli indizi legati alla supposta paternità di uno scritto e all’interpretazione psicologica dello stesso?

No, in specie prima di aver ricostruito l’omicidio. Come si fa a dire che una lettera è stata scritta dall’assassino se non si sa come sono andati i fatti?

– Dottoressa Franco, che cosa ha pensato non appena è stata emessa la sentenza?

Ho pensato alle tante vittime di errore giudiziario e di come, a volte, un castello accusatorio inconsistente possa crollare in un battito d’ali ma, anche, a quegli errori giudiziari che vengono consacrati dalla Corte di Cassazione. Ne sa qualcosa Michele Buoninconti, condannato a 30 anni per un omicidio mai avvenuto.

– Dottoressa Franco, si risolverà mai l’omicidio di Lidia Macchi?

No. Il caso Macchi resterà un caso irrisolto a causa degli errori investigativi.

– Quali errori?

In primis, non sono mai stati ricostruiti con cura i movimenti di Lidia del pomeriggio del giorno dell’omicidio, né la dinamica omicidiaria, né il movente. Identificare il soggetto da lei incontrato nel pomeriggio del 5 gennaio 1987 avrebbe aiutato gli inquirenti a ricostruire il suo omicidio e ad escludere il movente sessuale. Il fatto che non sia mai stata ricostruita correttamente la dinamica omicidiaria ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. La Macchi, invece, fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. E poi, sono stati distrutti gli abiti di Lidia.

– Che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino e quindi il suo DNA. Un omicida che colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente, si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. In omicidi così vecchi, solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che, a monte, si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire.

– E, invece, lo sperma raccolto durante le prime indagini, e poi scomparso?

Lidia non ebbe rapporti sessuali con l’omicida, quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, lo ripeto, se fosse stato attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse l’errata pista dell’omicidio sessuale.

– Dottoressa, cosa è successo il 5 gennaio 1987?

L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo che impiegarono per raggiungere il bosco di Sass Pinin e il tempo della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse, lo raccolse in un posto particolare, un ospedale; questo soggetto può essersi spacciato per un medico, per un infermiere, per un parente addolorato, per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere. Chi uccise Lidia si era organizzato per uccidere, aveva condotto il coltello con sé lasciando al caso la scelta della vittima e, con tutta probabilità, raggiunse l’Ospedale di Cittiglio in treno o a piedi. E’ alquanto improbabile, infatti, che l’assassino di Lidia, che era deciso ad uccidere qualcuno, avesse lasciato nel parcheggio dell’Ospedale la propria auto e, dopo aver commesso l’omicidio, fosse tornato a riprenderla, questo perché, conoscendo bene i luoghi, sapeva che, data la poca affluenza nel parcheggio dopo le 20.30, avrebbe rischiato di essere notato. Lidia fu uccisa intorno alle 20.15 del 5 gennaio 1987 e fu ritrovata da tre amici intorno alle 9.00 del 7 gennaio, pertanto, il suo corpo rimase a lungo in quell’area, circa 36 ore; al momento del ritrovamento il cadavere era coperto da un cartone, cartoni simili vennero individuati dagli inquirenti in una discarica a poca distanza dall’auto, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che, con tutta probabilità, a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse perché pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

– Riguardo a Giuseppe Piccolomo, che ha commesso due omicidi in tempi diversi e che confessò alle figlie l’omicidio della Macchi, che può dirci?

Proprio perché non è mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera- poesia, che non fu scritta dall’autore dell’omicidio.

– Riguardo alla poesia anonima recapitata a casa Macchi e considerata decisiva dagli inquirenti, la madre di Lidia ha affermato: “Quando è arrivata, il giorno del funerale, ho subito pensato che fosse stata scritta dall’assassino. Quando l’ho letta, mi ha dato impressione che descrivesse la morte di mia figlia”, dottoressa Franco, ci spieghi meglio il perché non fu l’assassino a scriverla?

Perché la corretta ricostruzione della dinamica omicidiaria permette di escludere senza ombra di dubbio che l’autore della poesia avesse commesso l’omicidio. L’autore anonimo, infatti, non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera, infatti, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

– Dottoressa Franco, l’avvocato di parte civile, Daniele Pizzi, legale della madre della Macchi, ha continuato a chiedere a Binda di dire la verità.

Binda ha sempre detto la verità, non ha ucciso lui Lidia Macchi. E’ paradossale che Pizzi abbia continuato a chiedere risposte a Stefano Binda. Sono le procure italiane che devono ricostruire nei dettagli gli omicidi di cui si occupano e dare risposte ai familiari delle vittime, non gli imputati, soprattutto quando sono estranei ai fatti.

– La mia speranza e di quelli che da anni la seguono attraverso il suo blog (MALKE CRIME NOTES) è che gli avvocati difensori, quelli di parte civile e le procure, per risolvere i casi, si affidino sempre di più ad esperti criminologi, è evidente, infatti, che noi contribuenti, gli indagati e le famiglie delle vittime ne potremmo trarre grande giovamento, una riprova l’abbiamo avuta ieri con l’assoluzione di Stefano Binda. Dottoressa Franco, buone vacanze.

Grazie.

OMICIDIO LIDIA MACCHI: LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO REPLICA ALL’AVVOCATO DI PARTE CIVILE (intervista)

Stefano Binda

Le Cronache Lucane, 18 luglio 2019

Milano, 18 luglio 2019. Questa mattina si è tenuta la seconda udienza del processo d’appello per l’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. 

L’imputato, Stefano Binda, 51 anni, conoscente della Macchi, è stato condannato in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese all’ergastolo. La criminologa Ursula Franco, che è nota per la sua capacità di ricostruire le dinamiche omicidiarie, un anno fa, ha fornito una consulenza alla difesa dell’imputato.

L’udienza di oggi è stata caratterizzata da un colpo di scena, l’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini ha riferito ai giudici che un suo cliente, nel 2017, gli ha confessato di essere l’autore della lettera-poesia “In morte dell’amica”, lettera che era stata attribuita a Stefano Binda: “Non conoscevo Lidia Macchi, ma condividevamo lo stesso contesto di Comunione e Liberazione a Varese. Ho scritto io la lettera inviata alla famiglia di Lidia Macchi”.

L’avvocato di parte civile Daniele Pizzi, che assiste i familiari della vittima, ha proposto istanza di ricusazione del collegio giudicante, ritenuto “assolutamente prevenuto” di fronte a qualunque eccezione presentata dalla difesa di parte civile. Pizzi ha aggiunto che sono 30 anni che la famiglia Macchi attende la verità. Una verità processuale aderente alla verità storica.

La criminologa Franco ha risposto all’avvocato Pizzi: “La ricostruzione di chi indagò all’epoca dei fatti è lontana anni luce dalla verità storica e, nonostante la verità storica si evinca senza difficoltà dagli atti, la prima ricostruzione non è mai stata messa in dubbio in questi 32 anni. Lidia fu uccisa da un predatore violento, non da un conoscente. Il movente dell’omicidio non fu sessuale. Chi uccise la Macchi desiderava semplicemente uccidere e scelse a caso la sua vittima. Attribuire a qualcuno la lettera-poesia “In morte di un’amica” equivale ad escludere che lo stesso sia l’assassino, perché chi la scrisse mostrò di non essere a conoscenza della dinamica omicidaria. La ricostruzione di un omicidio è il punto da cui partire, una ricostruzione senza smagliature conduce alla verità storica, una ricostruzione sbagliata all’errore giudiziario, come in questo caso”.

PROCESSO A STEFANO BINDA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: E ORA SI FACCIA AVANTI L’UOMO CHE INCONTRO’ LIDIA QUEL POMERIGGIO (intervista)

Lidia Macchi

Nel caso Macchi è successo un fatto straordinario, la Corte d’Assise d’appello di Milano ha accolto l’eccezione preliminare presentata dagli avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli annullando così l’ordinanza che aveva messo l’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini nelle condizioni di tacere riguardo all’autore di “In morte di un’amica”, la lettera-poesia attribuita a Binda dalla Procura Generale di Milano e dai giudici del primo grado, lettera che, invece, sarebbe stata scritta da un cliente di Vittorini. La criminologa Ursula Franco, che lo scorso anno ha fornito una consulenza alla difesa di Binda, ci ha concesso una nuova intervista.

Le Cronache Lucane, 18 luglio 2019

– Dottoressa Franco, cosa pensa della convocazione dell’avvocato Vittorini per l’udienza di oggi, 18 luglio, del processo a carico di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi?

L’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini è un vero super-testimone. La sua testimonianza farà crollare l’impianto accusatorio. Binda non scrisse quella lettera, sulla quale, peraltro, è stato isolato un DNA che, naturalmente, non è quello di Binda ma appartiene, invece, all’autore della stessa. Aggiungo che, a questo punto, dovrebbe farsi avanti un altro super-testimone, l’uomo che incontrò Lidia nel pomeriggio del giorno della sua morte, tra le 17.00 e le 18.00, poche ore prima che venisse uccisa.

– Dottoressa, perché sarebbe importante la testimonianza di questo signore?

Perché, finalmente, smonterà l’errata ricostruzione dell’omicidio fatta dai primi inquirenti e mai sottoposta ad un’analisi critica. La Macchi fece salire in auto il suo assassino e fu uccisa, pochi minuti dopo, appena raggiunto il bosco di Sass Pinin; nulla lascia pensare che la Macchi e l’omicida si conoscessero ma, soprattutto, Lidia non si intrattenne sessualmente con l’assassino, né volontariamente, né sotto minaccia, è un dato che emerge con forza dalle studio degli atti.

– Dottoressa Franco, spieghi perché l’autore della lettera-poesia e l’uomo che Lidia incontrò quel pomeriggio non si sono mai presentati in procura?

Perché gli inquirenti ritengono che la lettera-poesia sia stata scritta dall’assassino e che anche lo sperma isolato dal corpo di Lidia fosse appartenuto a lui. Nulla di più sbagliato, è proprio l’errata ricostruzione dei fatti che ha impedito di risolvere il caso.

MOSTRO DI FIRENZE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: INCHIESTA “LUCCIOLE PER LANTERNE” (intervista)

L’inchiesta sul Mostro di Firenze è lastricata di fallimenti, dal 1968 ad oggi, abbiamo sentito in merito la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 16 luglio 2019

– E’ di ieri la notizia diffusa da “La Nazione di Firenze” che le strie sull’ogiva ritrovata nell’orto di Pietro Pacciani nel 1992 sarebbero state artefatte in modo che somigliassero a quelle presenti sulle 51 ogive repertate nei duplici omicidi del Mostro di Firenze, lo afferma il balista Paride Minervini, consulente della procura. In poche parole, l’ogiva ritrovata nell’orto di Pacciani non sarebbe mai stata incamerata nella Beretta calibro .22 Long Rifle con la quale il Mostro uccise almeno 16 persone, dottoressa Franco, cosa ne pensa?

Se la notizia venisse confermata non ci sarebbe da stupirsi, è fresco il ricordo del lamierino artefatto nel caso Unabomber, ma, soprattutto, vorrei che si sapesse che sono le conclusioni inerenti lo studio delle celle telefoniche ad essere spesso artefatte da consulenti disonesti allo scopo di incastrare i soggetti indagati dalle procure.

– Il delitto di Signa, quello del 1968 resta ancora senza un colpevole; ai compagni di merenda, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, sono stati attribuiti solo alcuni dei delitti; Pietro Pacciani è stato assolto in appello ed è poi morto, dottoressa Franco, che può dirci? 

Siamo seri, la Beretta calibro .22 non è mai passata di mano, tutti gli otto duplici omicidi sono stati commessi dalla stessa persona, un singolo serial killer da manuale. Vanni, Lotti e Pacciani erano tutti estranei ai fatti. 

– Dottoressa Franco, perché si può escludere che Pietro Pacciani fosse il Mostro di Firenze?

La psicopatologia di Pacciani nulla aveva a che fare con quella del Mostro. Pacciani era un ipersessuale con un passato di abusi nei confronti delle proprie figlie. L’autore degli 8 duplici omicidi era un soggetto sessualmente incompetente che agiva sì per lussuria, ma che raggiungeva la propria gratificazione sessuale mettendo in pratica atti sessuali sostitutivi e non atti sessuali veri e propri.

– E’ di 2 giorni fa la richiesta di archiviazione della procura di Firenze per Giampiero Vigilanti, 89 anni, ex legionario, e Francesco Caccamo, 88 anni, medico, gli ultimi due indagati, in ordine di tempo, per l’inchiesta sugli otto duplici delitti attribuiti al mostro di Firenze, che ne pensa?

Durante l’inchiesta, che andrebbe ribattezzata “Lucciole per Lanterne”, sono stati fatti errori grossolani e sono state sottovalutate le preziose informazioni che alcuni esperti americani di omicidi seriali avevano fornito a chi indagava; si è ricamato sui “trofei” asportati dal Mostro, le escissioni sono state attribuite ad un esperto, nulla di più lontano dalla realtà dei fatti. Gli interventi del Mostro sui cadaveri furono sempre approssimativi, le escissioni rozze, abborracciate e i tagli netti, semplicemente, perché il coltello era molto affilato. Sempre riguardo ai “trofei”, chi indagava ha sostenuto che venissero asportati per conto terzi, niente di più sbagliato. Il Mostro asportò i “trofei” per custodirli in modo da rivivere emozionalmente l’omicidio. Dopo l’omicidio, infatti, i serial killer attraversano una fase totemica caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo la loro eccitante esperienza, o tornando sulla scena del crimine, o recandosi sulla tomba delle vittime, o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse, o parti del loro corpo. Un serial killer è un cacciatore di umani e, come i suoi colleghi che cacciano animali, si porta a casa i cosiddetti “trofei” che gli permettono di accedere alle proprie memorie e riviverle emozionalmente ogni qualvolta lo desideri. 

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quello del Mostro di Firenze è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano, ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali. E’ un vizio italiano quello di tentare di spiegarsi un caso giudiziario senza pescare nella casistica.