LA STORIA DI CHICO FORTI, NE ABBIAMO PARLATO CON LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CASO CHIARO E CHIUSO DA 20 ANNI 

Chico Forti

Intorno alle ore 16.00 di giovedì 15 giugno 2000, Enrico Forti, detto Chico, un ex campione italiano di windsurf, è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di Dale Pike, 43 anni, figlio di Anthony Pike, proprietario del famoso Pike Hotel di Ibiza, che Chico stava cercando di acquisire. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 31 ottobre 2019

– Dottoressa Franco, chi è Chico Forti?

Chico Forti è un omicida che è stato condannato al carcere a vita in USA. 

– Dottoressa Franco può riassumerci i fatti relativi all’omicidio da lui commesso?

Intorno alle 18.00 del 16 febbraio 1998, un surfista, tale David Suchinsky, ha ritrovato il cadavere di Dale Pike sulla spiaggia di Sewer Beach, Key Biscayne. Dale Pike era stato ucciso, con due colpi d’arma da fuoco alla testa, la sera prima, il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami; l’omicida ne aveva poi denudato il corpo senza vita per spostare l’attenzione su una pista omosessuale. Pista subito esclusa dagli investigatori, posto che il luogo del ritrovamento del corpo non era un luogo d’incontro di omosessuali, ma un noto spot per surfisti. Riguardo a questa messinscena, solo un conoscente della vittima avrebbe avuto interesse a far passare l’omicidio per un delitto maturato in un contesto omosessuale, non un sicario, né tantomeno un assassino occasionale. L’omicidio è stato commesso con una cal.22, una pistola dello stesso calibro della pistola che Chico aveva pagato con la sua carta di credito ma che aveva fatto intestare ad un amico, il tedesco Thomas Heinz Knott, pistola che non è mai stata ritrovata. Il 18 e il 19 febbraio 1998, Chico Forti, è stato interrogato dagli inquirenti come persona informata sui fatti ed ha sostenuto, mentendo, di essere andato in Aeroporto in quanto aveva un appuntamento con Dale, ma di non averlo incontrato. Il 20 febbraio, messo di fronte all’evidenza (Chico, il 15 febbraio, giorno dell’omicidio, alle 19.16, aveva telefonato a sua moglie proprio da Key Biscayne, zona del ritrovamento del cadavere) Forti ha ritrattato e raccontato di aver raccolto Pike in Aeroporto alle 18.15 e di averlo lasciato, 25 minuti dopo, nel parcheggio del Rusty Pelican, un locale non distante da Sewer Beach. Enrico Forti ha anche riferito che Dale Pike aveva effettuato una telefonata da una stazione di servizio, che lo stesso sarebbe dovuto andare ad un party e che erano rimasti d’accordo che si sarebbero incontrati tre giorni dopo, all’arrivo a Miami del padre di Dale, Anthony Pike. 

– Forti continua a sostenere di aver mentito inizialmente agli investigatori per paura, lei che ne pensa?

Forti mentì agli investigatori perché aveva ucciso lui Dale Pike. Peraltro, Chico Forti non mentì solo alla polizia, ma in una telefonata, quella delle 19:16, intercorsa tra lui e la moglie la sera dell’omicidio, Forti le riferì di non aver incontrato la vittima in Aeroporto e in seguito, prima di raccontare questa stessa menzogna agli inquirenti, la raccontò sia al suo avvocato, che al padre di Dale, che a Thomas Knott. La circostanza che, già alle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti negasse con la moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso personalmente Dale e che, proprio per questo motivo, da quel momento negò a tutti i suoi interlocutori di averlo incontrato.

Dale Pike

 – Perché Chico uccise Dale Pike?

Perché Chico Forti stava cercando di truffare Anthony Pike, padre di Dale. Forti voleva appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza, noto hotel fondato da Anthony Pike verso la fine degli anni 70. Il giovane Pike aveva capito che stava succedendo qualcosa di poco chiaro e, proprio per questo motivo, si era recato a Miami per parlare con Forti.

– Lei si è sempre detta convinta che ad uccidere Pike sia stato materialmente Chico Forti, perché?

Se Forti avesse avuto dei complici non avrebbe consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua, né sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, un ritardo che permette di attribuire personalmente a Chico l’omicidio di Dale. Tra l’altro, Forti non fece i nomi dei suoi fantomatici complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano.

– Dale Pike fece o no una telefonata dalla stazione di servizio?

Della fantomatica telefonata di Dale Pike, riferita agli investigatori da Forti, non vi è traccia; viene da chiedersi perché, avendo fretta di andare a Fort Lauderdale a prendere il suocero, che doveva arrivare alle 19.00, Chico non avesse prestato il proprio cellulare a Dale per fare quella telefonata, la risposta è semplice: Dale, che doveva pernottare da Forti, non fece alcuna telefonata.

– E della scheda telefonica ritrovata vicino al cadavere di Pike, che può dirci?

La scheda telefonica ritrovata accanto al cadavere di Dale Pike era stata usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto). E’ facile inferire che la scheda appartenesse a Dale e che lo stesso avesse tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti vennero fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (da “La vera storia di Enrico Chico Forti” di Claudio Giusti). Si sappia che su quella scheda telefonica non vi è traccia di telefonate ad altri numeri se non a quello di Chico, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto dalla stazione di servizio. 

– Chi difende Forti dice che non c’è un movente in quanto Chico è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike.

Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike, nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule, che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio. Vi invito a leggere in merito “La vera storia di Enrico Chico Forti” di Claudio Giusti. Peraltro, l’ultima truffa di Forti è stata quella di dare a bere a molti italiani di non aver ucciso Dale Pike. 

– Secondo Chico Forti, Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffarlo rifilandogli un hotel senza valore.

Se fosse vero che Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per far attribuirne a Chico Forti l’omicidio ed incastrarlo.

– Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario durante il quale Forti mette in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan, che può dirci in merito?

Non è stata la polizia di Miami Beach ad occuparsi dell’omicidio di Dale Pike ma quella di Miami. Invece, riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, quelle sulla sua morte sono semplicemente dietrologie, infatti, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano, è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace. 

– Ma com’è possibile che in tanti si siano convinti dell’innocenza di Forti?

Non è difficile manipolare la mente degli incompetenti attraverso i Media, lo sanno bene gli “opinionisti” e i conduttori dei tv show spazzatura che da anni tentano di riscrivere i fatti relativi ai casi giudiziari di cui si occupano, non senza costi aggiuntivi per i poveri contribuenti, già oltremodo vessati. La lista delle sciocchezze dette su questo caso è lunga.

– Le sue analisi delle interviste rilasciate da Chico lo inchiodano alle sue responsabilità, che cosa emerge?

Chico Forti non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Pike, neanche durante la recente intervista rilasciata ad Erin Moriarty di “48 Hours”. Peraltro, se Chico avesse commissionato l’omicidio sarebbe stato capace di dire “io non ho ucciso Dale”, perché non sarebbe stato lui a sparare. Chico si è spesso detto innocente, dirsi innocente, però, non equivale a negare l’azione omicidiaria. Durante un’intervista, Chico Forti ha mostrato di stimare Thomas Knott per le sue capacità e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità di Forti; non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire, ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott, perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”, ci conferma che era Chico a voler truffare Pike. In un’intervista del 4 novembre 2004 dal carcere, Forti ha detto: “Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”.

Enrico Forti ha evitato di chiamare per nome la vittima, lo ha definito semplicemente “il morto”, lo ha fatto per prenderne le distanze. Non solo Chico ha preso le distanze dalla vittima, ma anche dai fatti, evitando accuratamente ogni riferimento all’omicidio. L’’ultima frase di questo stralcio è incriminante: “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio. Quel “dopo” è un’indicazione temporale precisa. E’ irrilevante sapere che cosa stesse per dire Chico Forti prima di interrompersi ed aggiustare la mira, anche se con tutta probabilità stava per dire “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo l’omicidio”, ciò che lo inchioda è il fatto che ci confermi di essere stato a Sewer Beach il 15 febbraio, giorno dell’omicidio, un’ammissione involontaria (Embedded Admission), una pietra tombale.

– Cosa la irrita di più in questo caso?

Il tentativo più o meno velato di attribuire l’omicidio a Thomas Heinz Knott, si tratta di una calunnia bella e buona. Non è vero che Chico Forti si rifiutò di collaborare con i detectives di Miami riguardo alla posizione dell’ex amico Thomas Knott, Chico, già dal primo interrogatorio, cercò di spostare l’attenzione su Knott, che aveva precedenti per truffa, ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale, perché evidentemente Thomas Knott era estraneo ai fatti. 

– Sul quotidiano “L’Adige” , qualche giorno fa, si leggeva: “Vent’anni dopo non ha più importanza se Chico sia innocente o colpevole; se il processo sia stato viziato da molte irregolarità sul piano del diritto o se il verdetto di colpevolezza debba essere rispettato perché espressione unanime della giuria popolare. Oggi ci confrontiamo con la tragedia umana di un padre che dopo tanti anni in cella non può neppure sperare in un permesso per abbracciare i suoi figli, che erano bambini quando tutto cominciò e ora sono adulti. L’unica cosa che conta è portare via Chico dalle paludi della Florida, lontano da una sentenza che si è rivelata impossibile da scardinare con gli strumenti della giurisprudenza. Ora più che mai è il momento della diplomazia, dei governi. Dopo tanti anni trascorsi dietro alle sbarre ad urlare la propria innocenza nella speranza che la giustizia trionfi, come succede solo nei telefilm americani, anche Chico è d’accordo. Chiede ai vertici delle istituzioni italiane – al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al premier Giuseppe Conte – di percorrere una strada nuova: uno scambio di prigionieri. Enrico Forti in cambio di un detenuto a stelle e strisce. Non è facile, ma vale la pena provarci”, dottoressa, che cosa ne pesa?

La risposta è nel testo dell’articolo: “la sentenza si è rivelata impossibile da scardinare con gli strumenti della giurisprudenza”, sa perché? Perché il processo a Forti non è stato viziato da alcuna irregolarità. Chico Forti è stato condannato al carcere a vita per un omicidio da lui commesso. Il caso è chiaro e chiuso da 20 anni. 

ESCLUSIVA, PROCESSO A STEFANO BINDA: INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO SULLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA EMESSA DAI GIUDICI DELL’APPELLO NEL LUGLIO SCORSO

Lidia Macchi

Per l’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto, Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, che era stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che secondo l’accusa era stata scritta dall’assassino.

Le Cronache Lucane, 28 ottobre 2019

Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco, che è stata consulente della difesa di Stefano Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

La dottoressa Franco, da noi intervistata più volte in merito al caso Binda/Macchi, ha sempre sostenuto che la lettera- poesia IN MORTE DI UN’AMICA non era stata scritta dall’assassino e che, di conseguenza, il caso non era da ritenersi un caso di interesse grafologico: “Attribuire a qualcuno la lettera-poesia IN MORTE DI UN’AMICA equivale ad escludere che lo stesso sia l’assassino, perché chi la scrisse mostrò di non essere a conoscenza della dinamica omicidaria. La ricostruzione di un omicidio è il punto da cui partire, una ricostruzione senza smagliature conduce alla verità storica, una ricostruzione sbagliata all’errore giudiziario, come in questo caso, un caso che resterà irrisolto a causa degli errori investigativi”. 

In questo caso giudiziario non sono mancati scontri tra la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Stefano Binda, e l’avvocato della madre di Lidia Macchi, Daniele Pizzi. 

Nel febbraio di quest’anno, la Franco aveva rilasciato un’intervista a Paolo Grosso e il quotidiano di Varese “La Prealpina” aveva titolato così: “La criminologa Ursula Franco scagiona Stefano Binda: l’assassino è un predatore sconosciuto”, il contenuto dell’intervista aveva scatenato le ire di Pizzi che aveva così replicato: «(…) dire che “il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti” non è altro che l’ennesimo oltraggio alla sua memoria! L’unica cosa che ad oggi conta è la sentenza della Corte di Assise di Varese. Ed è soltanto rispettando questa sentenza che si rispetta la memoria di Lidia. La famiglia Macchi è rimasta esterrefatta dinanzi alle esternazioni della dottoressa Ursula Franco a proposito della morte di Lidia, dal momento che il nome di questa dottoressa non è mai entrato in nessun atto processuale e in nessuna aula giudiziaria. Inoltre mi sorprende leggere che nel processo di appello la difesa di Stefano Binda utilizzerà la consulenza della dottoressa Franco (…) ad uccidere Lidia è stata una persona che lei conosceva bene, come sentenziato dalla Corte d’Assise di Varese che ha condannato Binda all’ergastolo. Quanto sostenuto dalla dottoressa Franco cozza totalmente con quanto riconosciuto anche da tutti gli altri giudici che si sono pronunciati sinora, ovvero il Gip di Varese nonché il Tribunale del Riesame di Milano e la Suprema Corte di Cassazione di Roma, quando decisero sulla richiesta di scarcerazione di Binda, stabilendo che sarebbe dovuto rimanere in carcere. Dire che “nessuno ha mai approfondito i movimenti di Lidia e di altri di quel pomeriggio” è una scorrettezza bella e buona nei confronti di tutti gli sforzi investigativi profusi dalla Procura Generale di Milano per circostanziare al meglio le ultime ore di vita di Lidia. Mi si accappona la pelle leggendo che “Stefano Binda è la vittima ideale di un errore giudiziario”: questo significa voler screditare a tutti i costi l’operato attento e meticoloso della Corte d’Assise di Varese nel processo che ha portato alla condanna di Stefano Binda. Quelle che, a questo punto, sarebbero da approfondire sono le competenze specifiche della dottoressa Franco (…)». Nel luglio scorso, durante il processo d’appello, sempre l’avvocato di parte civile, Daniele Pizzi, legale della madre della Macchi, aveva detto: ”Noi siamo in attesa che Stefano Binda dica cosa è successo a Lidia”, la dottoressa Franco aveva così replicato: “Binda ha detto la verità, non ha ucciso lui Lidia Macchi. E’ paradossale che si chiedano risposte in merito ad un caso di omicidio ad un imputato estraneo ai fatti. Sono le procure italiane che devono ricostruire nei dettagli gli omicidi di cui si occupano e dare risposte ai familiari delle vittime, non gli imputati, soprattutto quando sono estranei ai fatti”. 

Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco su tutta la linea, riguardo all’avvocato Daniele Pizzi, nell’elaborato dei giudici del secondo grado che hanno assolto Binda, tra l’altro, si legge: “Strada (…) più profittevole di quella invocata ancora oggi, inspiegabilmente, dal Patron di Parte civile (avvocato Daniele Pizzi) d’inseguire sterilmente l’agognata verità attraverso la confessione dell’imputato che suona, per un verso, inutilmente irridente nei suoi confronti e, per altro verso, in aperta contraddizione con i continui proclami pubblici di voler solo la verità e non un colpevole pur che sia”. 

– Dottoressa Franco, che effetto le hanno fatto l’assoluzione di Stefano Binda e le motivazioni della relativa sentenza?

Ho provato la soddisfazione che si prova quando accade una cosa “giusta”, una soddisfazione che non è quantitativamente equiparabile allo sconforto che assale quando viene condannato un innocente. Sono contenta per Stefano Binda, personalmente non mi esprimo se non ho certezza delle mie conclusioni e attendo le conclusioni dei giudici per l’imputato, non per avere conferme o smentite ai miei convincimenti. Purtroppo, spesso, l’errore giudiziario non viene riconosciuto ma, anzi, viene consacrato dalla Suprema Corte di Cassazione, perché, con il tempo, la verità viene sommersa da una quantità ingombrante di ricostruzioni fantastiche, in questo caso, fortunatamente, i giudici hanno potuto contare sul dettagliato atto d’Appello redatto dagli avvocati della difesa, Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

– Ricordiamo ai nostri lettori che la dottoressa Franco ha sempre sostenuto come la teste dell’accusa Patrizia Bianchi, spacciata da tutti come  “superteste”, non abbia apportato alcun contributo alle indagini e di come la stessa, durante le sue deposizioni,  avesse invece dissimulato, si fosse auto censurata ed avesse fatto ricorso ad escamotage linguistici per apparire convincente; ebbene, i giudici così si sono espressi sulla cosiddetta “superteste” dell’accusa: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”, dottoressa cosa vuole aggiungere?

Sono d’accordo con i giudici dell’Appello e l’ho spesso dichiarato: nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno corda. Nel caso Macchi esiste un Faldone nel quale sono raccolte le testimonianze di diversi soggetti che si erano convinti di poter essere d’aiuto alla soluzione del caso, è in quel Faldone che andavano archiviate le ‘informazioni’ fornite dalla signora Patrizia Bianchi alla vice ispettrice Nanni. 

– Dottoressa Franco, che ruolo hanno avuto i Media in questo caso?

Quasi tutti i Media non sono stati super partes, infatti, invece di dar voce ad accusa e difesa, hanno spesso ridicolizzato le ragioni della difesa e sostenuto la procura, contribuendo così a creare un “mostro” che non esiste. Andrebbero perseguiti per questo. Tra i giornalisti ci sono state alcune voci fuori dal coro, la sua, Domenico Leccese, quella di Simone Di Meo, direttore del giornale d’inchiesta Stylo24 e quella dell’ottima Monica Terzaghi di Telesettelaghi, una giornalista equilibrata e preparata che merita un encomio in quanto ha preso una posizione personale netta a difesa di Stefano Binda.

– Dottoressa Franco, si arriverà mai alla soluzione del caso?

Non credo. A volte occorre rassegnarsi. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo e, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grosso fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso, infatti, né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente.

PER LA PROCURA DI PALERMO MARIO BIONDO SI E’ SUICIDATO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CONCLUSIONI SCONTATE

Raquel Sánchez Silva e Mario Biondo

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti gli inquirenti spagnoli, alla stessa conclusione è giunto il Prof. Paolo Procaccianti che ha eseguito la seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo. A seguito della riesumazione del corpo Il Prof. Procaccianti non aveva riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi. Alle stesse conclusioni sono giunti gli esperti del Policlinico di Palermo chiamati a svolgere una terza autopsia.

Le Cronache Lucane, 23 ottobre 2019

La criminologa Ursula Franco ha da sempre sostenuto, anche sulla nostra testata, che Mario Biondo si era suicidato. La Franco, più di due anni fa, aveva dichiarato: 

“Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli, nelle foto visibili online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

Raquel Sanchez Silva, moglie di Mario Biondo all’epoca dei fatti e noto personaggio televisivo, ha da subito collaborato con gli inquirenti e ha semplicemente cercato di evitare che, attraverso la diffusione dei files presenti sul computer del marito, fosse data in pasto ai media la sua vita privata”.

ESCLUSIVA, MORTE DI ANNAMARIA SORRENTINO: LA DIFESA DEPOSITA UNA MEMORIA

Nel pomeriggio del 16 agosto 2019 Annamaria Sorrentino è caduta dal terrazzo di un appartamento in affitto al secondo piano di una palazzina di Tropea, la ragazza è morta due giorni dopo in un ospedale di Catanzaro. Gli unici testimoni, ovvero i quattro amici e il marito di Annamaria, Paolo Foresta, hanno riferito agli inquirenti che si è trattato di un gesto volontario. Paolo Foresta non è indagato, ma è stato semplicemente sentito in Procura come persona informata sui fatti. E’ aperta invece un’indagine per istigazione al suicidio contro ignoti. 

Le Cronache Lucane, 17 ottobre 2019

Il Collegio difensivo del Foresta è composto dall’avvocato romano Giovanni Pellacchia e dalla criminologa Ursula Franco che da anni si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

Questa mattina l’avvocato Pellacchia ha depositato in Procura (Tribunale Penale di Vibo Valentia) una memoria. Ne abbiamo parlato con la criminologa Franco che fa parte del team difensivo di Paolo Foresta.

– Dottoressa Franco, sappiamo che recentemente ha dichiarato  a Michela Becchiu di UrbanPost: «È difficile accettare che un familiare si sia tolto la vita, è più facile cercare un capro espiatorio. La verità è che Annamaria Sorrentino si è tolta la vita. il racconto di Paolo Foresta relativo alla caduta è credibile, e sono convinta che Annamaria abbia scavalcato il parapetto e sia poi caduta, così come riferito dal Foresta. Non ho ancora avuto accesso alle dichiarazioni rilasciate in procura dai presenti, pertanto non so esattamente che cosa abbiano visto, ma di sicuro non hanno visto Paolo gettare Annamaria dal terrazzo, né picchiarla, perché così non è stato. La povera Annamaria ha fatto tutto da sola e Paolo non è riuscito a salvarla. È ai fatti e alle dichiarazioni dei presenti che bisogna attenersi, non a ciò che credono o meno i familiari di Annamaria. E’ stato montato un caso sulla base del nulla, non è il primo e non sarà l’ultimo, purtroppo», può rivelarci a grandi linee il contenuto della memoria difensiva?

La nostra memoria difensiva affronta le problematiche relative al superamento dell’ostacolo linguistico nel caso a rilasciare dichiarazioni sia un soggetto sordo. Abbiamo poi trattato il problema della “contaminazione” di un interrogatorio e il tema della rievocazione delle tracce mnestiche.

– Dottoressa Franco, conoscendola, sappiamo quanto lei sia attenta al come viene sentito un soggetto informato sui fatti o un indagato, è facile inferire che le problematiche in caso di sordità siano maggiori, può spiegarci meglio quali sono?

In ambito giuridico, in caso di testimoni o indagati sordi, il superamento dell’ostacolo linguistico avviene attraverso il contributo di un interprete capace di “tradurre” in parole la lingua dei segni e, se da un lato, la traduzione in parole è la realizzazione concreta del diritto all’assistenza linguistica di un sordo, dall’altro, la “traduzione” della lingua dei segni in italiano non rappresenta una “traduzione” alla lettera di ciò che il soggetto sordo intendeva comunicare, ma è invece il frutto di una interpretazione personale di chi “traduce” in parole la lingua dei segni e viceversa, pertanto, quand’anche l’interprete possegga adeguate competenze, il fatto che si debba far affidamento su una sua “interpretazione” non può che rappresentare un limite della garanzia del diritto di un soggetto “sordo” all’assistenza linguistica, limite che occorre valutare con attenzione quando ci si trovi a trarre conclusioni sul contenuto della “traduzione”, in quanto, come già detto in precedenza, la “traduzione” è solo il frutto di un’interpretazione.

– E invece relativamente al rischio di “contaminazione” dell’interrogatorio?

Come ormai sapete, nell’analisi di un interrogatorio, le domande non sono meno importanti delle risposte, ed è proprio l’analisi delle domande che permette di escludere una “contaminazione” da parte di chi interroga. In questo caso il rischio di “contaminazione” è doppio perché le parole del magistrato sono state “tradotte” nella lingua dei segni da un interprete. 

– In ultimo, quali problemi possono esserci relativamente alla rievocazione dei contenuti mnestici?

In un soggetto che ha assistito ad uno o più eventi emozionali, si può produrre un’amnesia di fissazione, ovvero si può avere un’alterazione dei processi di registrazione mnestica che consiste nel blocco della memorizzazione a lungo termine che impedisce ai ricordi, fissati inizialmente nella memoria primaria, di imprimersi in quella secondaria. Questa forma di amnesia, definita psicogena, è un sintomo di facile riscontro in soggetti che abbiano subito uno o più eventi emotivamente stressanti in un tempo limitato ed è spesso la causa delle incongruenze presenti nel loro racconto.

MORTE DI LICIA GIOIA, DOMANI SI DECIDE IL DESTINO DEL MARITO, CRIMINOLOGA FRANCO: NON FU OMICIDIO

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

Le Cronache Lucane, 14 ottobre 2019

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Domani, 15 ottobre 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato. Durante l’udienza del 6 giugno, il GUP, Salvatore Palmeri, aveva nominato due periti, il balistica Felice Nunziata e il medico legale Cataldo Raffino. 

Su questo caso mediatico si era espressa nei mesi scorsi la criminologa Ursula Franco. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: 

“Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna”.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

Morte Annamaria Sorrentino, criminologa Ursula Franco a UrbanPost: «La verità è che si è tolta la vita»

Morte Annamaria Sorrentino, il marito della ex Miss morta in vacanza a Tropea, Paolo Foresta, non è indagato ma da diverse settimane è spesso presente in televisione per spiegare la sua versione dei fatti circa la lite furibonda che ha preceduto la caduta della moglie dal balcone lo scorso 16 agosto. La famiglia della ex Miss Campania ha esplicitamente dichiarato a mezzo stampa di nutrire forti dubbi sulla veridicità delle sue parole, reputando sospette le sue versioni, molteplici e discordanti, sulla caduta di Annamaria e il frangente temporale ad essa precedente. L’uomo sostiene infatti si sia suicidata, i familiari della donna negano con forza siffatta ipotesi. Nel ricordare che al momento la magistratura inquirente indaga a carico di ignoti per istigazione al suicidio, UrbanPost ha intervistato la criminologa Ursula Franco, entrata ufficialmente a far parte del team difensivo del signor Paolo Foresta, difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Di Michela Becciu per URBANPOST, 12 ottobre 2019

Abbiamo rivolto alla dottoressa Franco alcune domande sugli aspetti al momento più spinosi e poco chiari relativi alla tragica vicenda, in attesa che le indagini chiariscano meglio la dinamica dei fatti. Così la criminologa ha risposto ai nostri quesiti:

Dottoressa Franco, Paolo Foresta – che non è indagato – è quasi ‘costretto’ ad andare in televisione per difendersi dalle accuse (non poi tanto sottese) che gli vengono rivolte dalla famiglia Sorrentino. Le pregresse violenze (da lui ammesse) ai danni di Annamaria potrebbero avere innescato i forti dubbi nutriti nei suoi confronti circa la sua versione dei fatti? 

«È difficile accettare che un familiare si sia tolto la vita, è più facile cercare un capro espiatorio. La verità è che Annamaria Sorrentino si è tolta la vita».

Sul cadavere di Annamaria, secondo quanto trapelato finora, non sarebbe stata eseguita l’autopsia. Cosa possono dire le ferite esterne sul suo corpo riscontrate (e fotografate) dai familiari durante la sua agonia in ospedale? La donna è caduta di spalle? Fuggiva da qualcuno o il suo è stato un gesto volontario? Che idea si è fatta al riguardo? 

«Quello di Annamaria Sorrentino è stato un gesto volontario. Come sapete io mi occupo di analisi del linguaggio, il racconto di Paolo Foresta è veritiero ed è supportato dalle testimonianze dei presenti, altrettanto veritiere. Salvatore ha sostenuto che Paolo “voleva prenderla, non picchiarla” e Gaetano (amico della coppia tra i presenti in casa al momento dell’accaduto ndr) ha detto: “Paolo ha un po’ sbagliato a rilasciare delle interviste, le cose vengono travisate e ingigantite. La mamma di Annamaria non gli crede ed è apparsa più volte in video, questo è un problema che riguarda solo loro. Le televisioni inventano storie, cercano di indagare, di parlare di vicende che appartengono al passato ma tutto questo non deve interessare, adesso dobbiamo occuparci dell’evento accaduto recentemente. Nessuno andrà in prigione, nessuno l’ha spinta, dico la verità, nessuno. Dico la verità, nessuno l’ha spinta”».

Paolo Foresta e le vacanze programmate insieme all’amante (peraltro suo amico) della propria moglie: una scelta che non ha un senso logico. Le molteplici spiegazioni al riguardo fornite da Foresta in televisione sono state divergenti. Lei ha avuto modo di chiarire con lui questa circostanza?

«All’epoca Paolo Foresta non aveva certezza del tradimento della moglie perché Annamaria continuava a negare questa circostanza».

Il ruolo degli altri presenti in casa al momento della precipitazione di Annamaria: possibile che nessuno abbia visto il momento in cui la donna avrebbe scavalcato il balcone? La famiglia Sorrentino esclude a priori, dalla prima ora, l’ipotesi del suicidio. Secondo lei come sarebbero andate le cose?

«Le ripeto: il racconto di Paolo Foresta relativo alla caduta è credibile, e sono convinta che Annamaria abbia scavalcato il parapetto e sia poi caduta, così come riferito dal Foresta. Non ho ancora avuto accesso alle dichiarazioni rilasciate in procura dai presenti, pertanto non so esattamente che cosa abbiano visto, ma di sicuro non hanno visto Paolo gettare Annamaria dal terrazzo, né picchiarla, perché così non è stato. La povera Annamaria ha fatto tutto da sola e Paolo non è riuscito a salvarla. È ai fatti e alle dichiarazioni dei presenti che bisogna attenersi, non a ciò che credono o meno i familiari di Annamaria. E’ stato montato un caso sulla base del nulla, non è il primo e non sarà l’ultimo, purtroppo».