MORTE DI LICIA GIOIA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’ANALISI CRIMINOLOGICA CONFERMA LA RICOSTRUZIONE DEL MARITO

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari, 45 anni. La procura di Siracusa ha chiesto il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. Il Ferrari in precedenza era stato accusato di istigazione al suicidio e di omicidio colposo. 

Le Cronache Lucane, 29 novembre 2019

Abbiamo spesso intervistato sul caso la criminologa Ursula Franco che sostiene da sempre che Francesco Ferrari dice la verità: Licia Gioia estrasse l’arma e minacciò di suicidarsi e, mentre il Ferrari tentava di disarmarla, partirono due colpi, il primo dei quali ferì a morte la donna.

I consulenti del GUP, come la Franco, ritengono che il racconto del Ferrari sia credibile: il colpo letale sarebbe stato esploso accidentalmente mentre Francesco Ferrari cercava di disarmare Licia Gioia che, in preda a una crisi nervosa, si sarebbe puntata l’arma d’ordinanza alla testa, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017. 

I consulenti del PM sostengono invece che la dinamica raccontata dal Ferrari non spiegherebbe alcune microtracce ematiche rilevate nel palmo della mano destra di Licia Gioia.

– Dottoressa Franco, lei cosa ne pensa?

Sulle microtracce ematiche presenti sulla mano della Gioia, non avendole viste, non posso esprimermi più di tanto, voglio solo dirle che il colpo è partito mentre il Ferrari tentava di disarmare sua moglie, pertanto l’impugnatura dell’arma da parte della Gioia si potrebbe essere allentata. 

Si tratta comunque di un caso che va studiato nella sua globalità attraverso un’analisi criminologica.

Un medico legale ha sostenuto che Licia Gioia “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale”.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega le microtracce ematiche presenti sulla mano della Gioia e anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

l fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola, ma, soprattutto, il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio. Il SiracusaPost qualche mese fa ha pubblicato le foto e i messaggi WhatsApp che Licia Gioia inviò al marito poche ore prima della tragedia. In una foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; in un’altra foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”. Certi comportamenti rientrano in un quadro denominato Attention Seeking Behavior. 

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna.

Analisi dell’intervista rilasciata da Bruno Lorandi a Gianloreto Carbone nel novembre 2019

Christian Lorandi, 10 anni, scomparve da Nuvolera (Brescia) il 28 aprile del 1986, era figlio di Bruno Lorandi e Clara Bugna, venne ritrovato morto sul monte Maddalena, causa della morte: omicidio per strangolamento, Bruno Lorandi, venne accusato di essere l’autore del delitto, venne processato e assolto in tutti e tre i gradi di giudizio.

Clara Bugna, 53 anni, è stata trovata morta in casa il 10 febbraio 2007, causa della morte: omicidio per strangolamento, Bruno Lorandi, è stato accusato di essere l’autore del delitto, è stato processato e condannato all’ergastolo.

Bruno Lorandi: Ho conosciuto mia moglie che aveva tredici anni, tredici. Io ne avevo diciassette. Otto anni di fidanzamento e quaranta anni assieme, siamo stati. Cosa devo pensare? Che ho ucciso mia moglie?”. Ma mi attacco via subito, ancora o… ancora… ancora stasera. Se solo dovesse (incomprensibile) in mente una cosa del genere e se sono qua è perché ho sorelle, ho nipoti, ho il mio avvocato che, quando le telefono, quasi due o tre volte a settimana, mi dice di aver coraggio.

“ho ucciso mia moglie” è una ammissione.

Si noti che Lorandi vuole lasciar intendere al suo interlocutore che se dovesse pensare di aver ucciso sua moglie si suiciderebbe e poi aggiunge che non si suicida per le sorelle, i nipoti e l’avvocato, lasciando quindi inferire che l’ha uccisa. 

Bruno Lorandi: Quella mattina lì mi sono alzato contentissimo, perché era il mio compleanno, più contento ancora perché era l’ultimo giorno che andavo a lavorare, contento perché mia moglie aveva già prenotato dove andare… e sono andato a lavorare, a festeggiare il mio compleanno e il mio licenziamento perché quel giorno lì mi licenziavo anche, perché era l’ultimo giorno d lavoro e mi vengono a dire: “Hai ucciso tua moglie”. Noo… non… non posso accettarlo, non posso… facciano quello che vogliono, io sono qua, di qua non scappo, cioè non vado via di qua, però, finché sarò in vita combatterò per sapere la verità di mia moglie e, se potrò, anche quella di mio figlio.

“Noo… non… non posso accettarlo, non posso…” non è una negazione credibile.

Bruno Lorandi: E, siccome lei sapeva che il giorno dopo era il mio compleanno, si è messa a toccarmi, abbiamo fatto l’amore lì sul divano e dopo siamo andati (interrotto)

Gianloreto Carbone: E avete continuato a letto.

Bruno Lorandi: Continuato a letto, abbiamo finito a letto.

Bruno Lorandi: La mattina mi sono alzato, solito orario, sempre, sei e un quarto, sei e venti, perché inizio alle sette, non sono lontano da casa per andare a lavorare, sono andato là, lei mi ha detto: “Fai il bravo, buon compleanno”, mi ha tirato le orecchie e m’ha detto una cosa: “Guarda, non ti ho comprato niente perché ho telefonato aaa (interrotto)

Si noti “sono andato là”, “là” dove? Lorandi non è capace di falsificare pertanto non specifica dove fosse la moglie.

Gianloreto Carbone: In Val di Non.

Bruno Lorandi: In Val di Non e andiamo su due o tre giorni e te li pago io, vabbè che pagava sempre lei, (incomprensibile) no che pagavo io”. “Va bene così”, l’ho salutata, mi ha dato un bacio, sono andato in bagno, ho fatto quello che dovevo fare, sono uscito venti alle sette.

Il racconto del bacio d’addio (Kiss Goodbye) è spesso un segnale linguistico che indica l’esatto momento in cui viene commesso un omicidio.

Bruno Lorandi: Che m’è rimasto? Più niente, il bambino portato via a dieci anni, la moglie a cinquantaquattro, soldi non ce n’è più, casa non c’è più, macchina non c’è più, non ho più niente, dignità, più niente, c… che cosa ho? Andar fuori e (incomprensibile) il mostro di Nuvolera? Cioè, mi dica. Uno deve avere… io l’unico sbaglio, gliel’ho detto anche all’avvocato dopo tre mes… tre anni “l’unico sbaglio che ho fatto io, avvocato, non attaccarmi via subito”, non aspettare, subito dovevo farlo, che era finito tutto, basta, non c’era più niente, non le parlavo più neanche, adesso, di loro.

Riferirsi all’omicidio del proprio figlio dicendo “il bambino portato via” è un modo di minimizzare. Minimizzano gli autori degli omicidi, mai i familiari di coloro che vengono uccisi che invece preferiscono usare termini forti come “ammazzato” ed “ucciso”.  

Ancora una volta Lorandi parla di suicidio, in precedenza aveva cercato di convincere Carbone che se fosse stato lui ad uccidere Clara si sarebbe suicidato.

CONCLUSIONI

Deception Indicated.

In questa intervista, Lorandi ha ammesso di aver ucciso la moglie.

P.S.: Il primo marzo 2018, la Corte d’Appello di Venezia ha respinto l’istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato di Bruno Lorandi, Gabriele Magno.

Il 18 luglio 2019, l’avvocato Alberto Scapaticci ha depositato una seconda istanza di revisione. Bruno Lorandi, in questa occasione, ha dichiarato:

“Clara era l’amore della mia vita. Lei sa che sono innocente e voglio solo dimostrarlo”.

La priorità del Lorandi non è negare l’azione omicidiaria ma ingraziarsi l’interlocutore: “Clara era l’amore della mia vita”. 

“Lei sa che sono innocente”, non è una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“Io non ho ucciso Clara, sto dicendo la verità”, sarebbe stata una negazione credibile se Lorandi l’avesse pronunciata all’epoca dei fatti, non dopo più di 12 anni.

Nel novembre 2019, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Venezia ha respinto una ulteriore istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato di Bruno Lorandi, Alberto Scapaticci.

Analisi delle interviste rilasciate da Antonietta e Salvatore a Gianvito Cafaro

Da qualche settimana vanno in onda a Chi l’ha visto? le interviste rilasciate a Gianvito Cafaro da due coniugi, Salvatore ed Antonietta, vediamo cosa emerge dall’analisi delle stesse:

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare con Salvatore.

Non una domanda ma un’affermazione. 

Antonietta: No.

Gianvito Cafaro: Perché? Salvatore ci ha detto che non è un violento.

Antonietta: Perché lui… il male mio è lui.

Gianvito Cafaro: Ma lui non è violento.

Un’altra affermazione.

Antonietta: Eh, no.

Gianvito Cafaro: Lui ci ha detto che non è un viol…

Antonietta: Ma lui può dire pure cheee… è Dio, tanto lui si sente Dio, lui è padrone di me, eh, t’ho detto tutto.

Gianvito Cafaro: Salvatore!?

Salvatore: Che devo dire? E io l’ho sempre detto in televisione, che io non sono il male di questa casa, del gas dell’acqua…

Antonietta: Nooo…

Salvatore:… dei tubi.

Salvatore è un uomo disperato, soprattutto perché non viene creduto.

Gianvito Cafaro: Salva… Salvatore dice che lei sostiene che in questa casa si spostano i muri, c’è il gas che esce dal rubinetto.

Antonietta: E certo, però non l’ha detto che m’ha messo 3 volte le mani aaaa…

Salvatore: Al collo.

Antonietta: Al collo, cioè la cosa più importante non l’ha detta. 

Gianvito Cafaro: Salvatore, non c’ha detto che…

Antonietta: Perché io sono andata via di casa con una denuncia però, io ho fatto… ho fatto un esposto o no? O me ne so’ andata perchèèè…

Gianvito Cafaro: Contro Salvatore.

Salvatore: Contro di me, dicendo che…

Gianvito Cafaro: Salvatore, ha alzato le mani a sua moglie, questo lei non ce l’ha detto.

Salvatore: Ho alzato le mani?

Salvatore,  invece di negare, risponde con una domanda.

Antonietta: No, non mi hai messo le mani al collo?

Antonietta: Pure stamattina. 

Salvatore: E quando faccio questo so’ mani al collo?

Salvatore, invece di negare, minimizza.

Antonietta: Pure stamattina. Che sono venuti a dicere gli assistenti sociali?

Salvatore: Quando faccio questo so’ mani al collo?

Salvatore continua a minimizzare.

Antonietta: Noo, non dicesse che hai fatto così.

Antonietta: Voglio sparire dalla vita sua.

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare con Salvatore?

Antonietta: Con lui, basta. Il problema è lui. Eh, aggio capi’.

Gianvito Cafaro: Perché Salvatore alza le mani?

Antonietta: A parte quello, io ho trovato su un telefono suo, che m’ha dato a me, ‘sta cosa che lui s’è messo in contatto che mi stava avvelenando e io perciò stavo male.

Antonietta lascia intendere che il fatto che Salvatore alzi le mani è meno importante del fatto che la stava avvelenando.

Gianvito Cafaro: Non ho capito perché, lei cosa ha trovato sul telefono?

Antonietta: Che lui ha contattato a questi di Parma, tutto un… un se… un kit che, pe’ avvelenarmi, mentre dormo te deve… 

Gianvito Cafaro: Cioè lui doveva acquistare un kit per avvelenarla?

Antonietta: Già l’a… già ce l’aveva…. pappine e pappelle. Sì.

Gianvito Cafaro: Salvatore, ha comprato lei un kit per avvelenarla?

Salvatore: Ma io non lo so che sta dicendo, pappine e pappelle, io non le conosco ‘ste cose… 

Antonietta: Sì. Mi alzavo coi lividi.

Salvatore:… coi lividi.

Da questi scambi emerge con forza un disturbo delirante. 

Salvatore: Qua già stanno i problemi du gas, du cose, tutte cose.

Gianvito Cafaro: Che problemi ci sono con il gas?

Salvatore: E di nuovo il gas, che stamattina c’hanno buttato il gas sopra, non lo so, chi c’ha buttato u gas?

La risposta di Antonietta, se c’è stata, è stata tagliata.

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare in questa casa.

Antonietta: Sì… con lui.

Gianvito Cafaro: Ok, possiamo andare di sopra un attimo?

Antonietta: Voglio stare da tutto… da un’altra parte ma non con lui, lontana da qua.

Gianvito Cafaro: Benissimo, è libera di farlo, benissimo possiamo andare un at…

Salvatore: Stamattina chi hai visto? Dici, diteci la verità alla televisione, chi hai visto?

Antonietta: Cioé, ‘o vedi, ti vuol far passare da pazza e basta, hai capito!

Gianvito Cafaro: Salvatore, perché lei dice queste cose?

Antonietta: Eh, che io vedo.

Salvatore: Perché dice che stava una persona sotto stamattina e ci buttava il gas sopra.

Antonietta: E’ il padrone di casa, lui lo paga.

Antonietta conferma di credere che Salvatore paghi il padrone di casa per avvelenarla con il gas. 

Gianvito Cafaro: Salvatore dice le bugie?

Antonietta: Sì, sì, sì, sì, dalla mattina alla sera, le dice.

Gianvito Cafaro: Quindi non c’è nessuna persona. Salvatore, lei forse non ha preso atto che sua moglie vuole andare via e quindi non accetta questo e lei dice che sua moglie ha dei problemi.

Cafaro non è capace di ascoltare e di trarre conclusioni in base alle risposte di Antonietta, ha un pregiudizio. 

Salvatore: Noo, ma io ho detto pure, no, no, lei vuole andare via, ho detto: “Ti prendo pure un’altra casa, vai a vivere da sola, va bene, ci sto”, lo dico a tutta Italia, va bene, se il problema sono io e que… va bene, va bene così.

Gianvito Cafaro: Possiamo andare sopra al tavolo, ci sediamo per bene un attimo, possiamo andare ci sediamo per un attimo?

Salvatore: Che ‘nnamo a fa’? 

Gianvito Cafaro: Andiamo a sederci un attimo.

Salvatore: Tutti ci pigliano pe’ pazzi.

Antonietta: No sei tu che mi vuoi fa’ passa’ che so pazza, che so’ manicomio, pe’ questo me ne so’ (incomprensibile)

Salvatore: Mica so’ pazzo io.

Gianvito Cafaro: Andiamoci a sedere, andiamoci a sedere un attimo, facciamo le cose per bene.

Salvatore: Sì, ma Gianvi’, ma così non annamo bene, noi al… noi al posto di fare pace, così ci mettiamo solamente… se venite tutti i giorni non va bene. 

Gianvito Cafaro: Ma noi stia venendo perché c’è una situazione di disagio in questa casa e noi vogliamo aiutarvi.

Salvatore: E magari ci aiutate, però quella lì, Patrizia, là, dice sempre che qui ci stanno i problemi.

Gianvito Cafaro: Federica Sciarelli.

Salvatore: Federica dice sempre che ci stanno i problemi.

Gianvito Cafaro: Ma ci sono dei problemi, Salvatore, sono evidenti, ci possiamo sedere un attimo sopra?

Salvatore: Senti un po’ Gianvi’, allora, mia moglie dice che io c’ho, come si dice? ‘na donna, mo’ non è più donna, è travestito, mo’ c’ho un travestito.

Antonietta: Eh, certo, certo, non è importante quello che dici, non è importante se è travestito, se è donna, non è importante.

Gianvito Cafaro: Signora lei ha detto…

Antonietta: Per un uomo ci vuole una donna o no?

Gianvito Cafaro: Lei ha detto… lei ha detto queste cose a Salvatore?

Antonietta: Sì, sì.

Gianvito Cafaro: O Salvatore dice bugie?

Cafaro ha avuto una risposta affermativa da parte di Antonietta, una risposta che evidentemente non si aspettava ed allora invita la donna a ripetere che è Salvatore a dire bugie.

Antonietta: Dice bugie aaa mattina a sera… 

Gianvito Cafaro: Quindi lei non ha mai detto che ha l’amante…

Antonietta ha già risposto in modo affermativo a questa domanda, Cafaro però ritorna sul tema invitando la donna a negare.

Antonietta: Certo, tanto è vero che non vuole che voi state qua, non vuole (incomprensibile).

Gianvito Cafaro:… e che è un travestito.

Gianvito Cafaro: Lei Antonietta ha mai detto che Salvatore ha l’amante e che è un travestito?

Antonietta: Sì, sì, no, ce l’ha, no, che l’ho detto, ce l’ha, ce l’ha.

Antonietta conferma ciò che aveva già ammesso in precedenza, ovvero di essere convinta che il marito abbia un’amante.

Salvatore: La senti? Eh, dice che c’ho l’amante, ‘ndo sta ‘sta amante? Io voglio vede’ dove sta st’amante.

Antonietta: Capito? Mica chatto io sul telefono, io non ho visto… là ho visto allucinazioni, là ho visto allucinazioni, ca me voleva avvelena’.

Antonietta si sente spalleggiata dal giornalista.

Antonietta: Lei (la suora) doveva cucina’, nessuno poteva cucina’.

Gianvito Cafaro: Lei voleva cucinare invece di suo.

Antonietta: Bravo. No, invece no.

Gianvito Cafaro: Voleva essere autonoma.

Antonietta: Certo. Ho detto: “Non mi volete male ma io con la cosa che c’ho che io non mi fido di nessuno. Perciò, perché mi devi cucina’ te? Io mi devo fa’ da sola e poi mica mi manca qualche braccio.

Antonietta ammette di non fidarsi di nessuno, vuole cucinare lei perché teme di venir avvelenata.

Dalle interviste emerge con forza il delirio persecutorio di Antonietta, un classico delirio di veneficio che potrebbe essere l’unica manifestazione di un disturbo delirante. E’ alquanto probabile però che al delirio di veneficio sia associato anche un delirio di gelosia.

Sulla possibilità che Salvatore alzi le mani è necessario indagare ulteriormente. 

Nel disturbo delirante vi è un disturbo del contenuto del pensiero, ovvero il paziente delira ed è incapace di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie da cui origina il suo delirio ma sono assenti disturbi della forma del pensiero (alterazioni del flusso ideativo, incoerenza, alterazioni dei nessi associativi, eloquio disorganizzato), disturbi della senso percezione (dispercezioni ed allucinazioni uditive, visive, olfattive, tattili, cenestetiche, gustative), disturbi comportamentali di tipo disorganizzato (movimenti bizzarri e denudamento), sintomi autistici, catatonia o isolamento, disturbi che affliggono invece i soggetti in crisi psicotica.

Nel disturbo delirante il paziente appare lucido e il suo funzionamento psicosociale non è compromesso in modo marcato, proprio per questo motivo, i non addetti ai lavori possono essere tratti in inganno e non riconoscere il problema.

Il disturbo delirante può insorgere nel contesto di un preesistente disturbo paranoide di personalità. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: E’ INACCETTABILE CHE I PROGRAMMI TV DIANO VOCE AD INCOMPETENTI E MILLANTATORI

Dr. Ursula Franco

“Sono anni che giornalisti privi di competenze ed impostori pontificano in TV sui casi giudiziari”, su questo tema la criminologa Franco ci ha rilasciato una dichiarazione.

Le Cronache Lucane, 28 novembre 2019

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco, da circa un mese, è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia. 

Dottoressa Ursula Franco: “E’ inaccettabile che i programmi TV diano voce ad incompetenti e millantatori. Sono anni che giornalisti privi di competenze ed impostori pontificano in TV sui casi giudiziari. Certi soggetti ritengono di essere in diritto di esprimersi su un caso giudiziario perché sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma, soprattutto, non avendo studiato, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

E’ venuto il momento di impedire a giornalisti con il solo diploma di deridere i professionisti ed è necessario indagare sui titoli di studio dei consulenti nominati dalle parti prima di dargli la parola in TV e in tribunale. Non è difficile smascherarli. Hanno curricula poco chiari ed improbabili. Molti di questi impostori pubblicano on line più di un curriculum, sono dei trasformisti. Alcuni sono stati iscritti all’Università per un tempo limitato, che so, al Politecnico, non hanno superato neanche un esame e raccontano di essere ingegneri. Altri hanno una laurea breve conseguita, che so, alla facoltà di medicina, e millantano una bella laurea in medicina. E così, magicamente, da strumentisti “diventano” medici”.