CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’UNICO PROBLEMA DI TELEFONATE DI SOCCORSO, INTERROGATORI E INTERVISTE E’ LA CONTAMINAZIONE

Dr. Ursula Franco

Omicidio di Sarah Scazzi: analisi di un’intervista rilasciata da Ivano Russo a Simone Toscano

Ivano Russo

Ivano Russo, che era stato sentito durante le indagini relative alla scomparsa di Sarah Scazzi, è stato rinviato a giudizio insieme ad altre 11 persone in un processo bis per l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana (Taranto) da sua cugina Sabrina Misseri. 

Secondo la procura questi 12 soggetti erano a conoscenza di fatti importanti per le indagini che non hanno raccontato. Ivano Russo è accusato di false informazioni al PM e falsa testimonianza alla Corte d’Assise.

All’epoca dei fatti, Russo riferì a chi indagava di non essere uscito di casa il pomeriggio del giorno della scomparsa di Sarah e di aver lasciato il cellulare in macchina la sera prima, ma, secondo la sua ex, Virginia Coppola, che è madre di suo figlio, Russo, dopo pranzo uscì di casa. 

Nell’udienza di discussione del processo che ha visto imputato Ivano Russo, il Pubblico Ministero ha chiesto una condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per Michele Misseri per autocalunnia, per essersi accusato dell’uccisione della nipote per scagionare moglie e figlia; 3 anni per Alessio Pisello, un amico di Sarah e Sabrina; 5 anni di reclusione per Ivano Russo;  2 anni e 4 mesi per Elena Baldari, madre di Ivano Russo, e 2 anni per il fratello di Russo e la sua ex fidanzata Antonietta Genovin; 2 anni per Giuseppe Serrano e Dora Serrano; 3 anni per Maurizio Misseri, nipote di Michele; 3 anni per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri; 3 anni per Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri e 3 anni per Giuseppe Augusto Olivieri.

Il 21 gennaio 2020, Ivano Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione per false informazioni al PM e falsa testimonianza alla Corte d’Assise.

Il 15 maggio 2015, Quarto Grado ha diffuso la seguente intervista di Simone Toscano ad Ivano Russo: 

Simone Toscano: Ivano c’è una nuova indagine, tu sei uno degli indagati per false dichiarazioni e false testimonianza eee… secondo l’accusa, quel giorno hai mentito, non eri a casa fino alle cinque, come invece hai detto di essere, e non è vero che fino alle cinque non hai visto il telefonino.

Si noti che quella di Simone Toscano non è una domanda ma permetterebbe comunque a Ivano Russo di negare di aver mentito in modo credibile. 

Ivano Russo: Anche se, da una parte, essere indagati… da una parte, è una preoccupazione… dall’altra parte, hoo…. sono abbastanza tranquillo, perché iooo… sono a posto con la mia coscienza.

Questo stralcio non sembra la risposta di Russo alla domanda di Toscano, se lo fosse sarebbe una risposta evasiva. Dirsi “abbastanza tranquillo” perché a posto con la coscienza” non equivale a negare in modo credibile di aver mentito.

Simone Toscano: Sei stato a casa fino alle 5.

E’ Simone Toscano a affermare che Russo rimase a casa fino alle cinque.

Ivano Russo: Fino alle 5 sono stato a casa (incomprensibile).

L’affermazione di Ivano Russo non è credibile perché non è spontanea, il Russo è stato imboccato e ha ripetuto a pappagallo le parole del giornalista. 

Simone Toscano: Eh, c’è un’intercettazione ambientale dove sembrerebbe che tu stia dicendo a tua madre: “Dì che sono stato a casa fino a quell… fino alle cinque”.

Ci aspettiamo che, in seguito a questa affermazione di Simone Toscano, Russo neghi in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque.

Ivano Russo: Mia madre, purtroppo, di quel giorno era un po’ confusa… è che, comunque… ehm… praticamente, si ricordava una cosa che era mettere… dice che c’era il cellulare sul tavolo, al che io in quell’intercettazione (interrotto)

Russo mostra di avere difficoltà a rispondere, la domanda del Toscano è evidentemente sensitiva.

Russo non nega in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque ma si limita a riferire che la madre “quel giorno era un po’ confusa”. Russo si perde in una lunga introduzione e Simone Toscano lo interrompe commettendo un errore grossolano. 

Simone Toscano: Tu avevi detto: “Ho lasciato il telefonino in macchina”, invece tua madre ha detto: “No, io il telefonino l’ho sentito… anzi l’ho anche sentito squillare in casa”.

Simone Toscano si intromette per fare delle inutili precisazioni. Il giornalista mostra di non avere pazienza ed invece è proprio nelle tirate oratorie degli interrogati/intervistati che si trova materiale utile per ricostruire un caso giudiziario.

Ivano Russo: A parte… a parte che il… cellulare aveva due suonerie diverse per i messaggi e p-e-r le chiamate eeee… erano diverse in quanto eee… in quello dei messaggi erano una suoneria molto più breve e meno squillante, quella delle chiamate era un po’ più lunga e più squillante, io mi chiedo, no?: Ma eee… se ha sentito quel messaggio, che lei dichiara, che è uno, come ha fatto a non sentire le chiamate? Evidentemente una persona eee… normale può anche confondereee una cosa del genere, tant’è vero che io in quella intercettazione, se la si prende ine… interamente, se non sbaglio, io le dissi una cosa del tipo: “Se non ricordi bene un qualche cosa è meglio non dirla, perché se non ricordi bene non… non bisogna dire una cosa. Bisogna ricordare perfettamente, perché ci si può confondere, perché tante cose”.

La risposta di Ivano Russo è evasiva. Si noti che quando Russo dice “Evidentemente una persona eee… normale può anche confondereee una cosa del genere” non sta parlando di sua madre ma di “una persona” che lui definisce “normale”.

Simone Toscano: C’è una persona che dice che tu gli avresti raccontato che quel giorno in realtà sei uscito per andare a comprare le sigarette, dunque, secondo questa teoria, tu avresti mentito ai magistrati, avresti reso false dichiarazioni.

Ci aspettiamo che Russo neghi in modo credibile di essere uscito per andare a comprare le sigarette.

Ivano Russo: Allora questa persona ci sono stati… a parte che ehm… stiamo parlando dopo 4 anni… e dopo che questa persona stesso mi ha difeso in tutte le maniere, innanzitutto è venuto in un momento ehm… cioè nel dicembre del 2000 e 13, se non sbaglio, sì, eee… ci sono stati dei diverbi, denunce… da parte sua (interrotto)

Russo mostra di avere difficoltà nel rispondere e, invece di negare, si perde in una lunga introduzione che Simone Toscano interrompe commettendo ancora un errore grossolano.

Simone Toscano: Stiamo parlando della madre di tuo figlio, la tua ex.

Ivano Russo: De… denunce da parte mia, da parte sua, strano caso a gennaio duemila e quattordici fa delle dichiarazioni spontanee davanti ad un PM eh… che non lo so, però, passato un mese da quelle denunce eee… nel 2014 nel gennaio 2014 ha reso queste dichiarazioni, una cosa che eeee… che, comunque, eeee… io provvederò anche a esporre una denuncia per calunnia nei confronti di queste persone, perché, comunque, una cosa è dire una cosa del genere dopo 4 anni, una cosa è dimostrarla.

Ivano Russo non nega di essere uscito per andare a comprare le sigarette come sostiene la sua ex compagna, tenta invece di far passare il messaggio che le dichiarazioni della donna siano il frutto di un conflitto tra loro e, quando dice: “una cosa è dire una cosa del genere dopo 4 anni, una cosa è dimostrarla”, lascia aperta la porta alla possibilità che la sua ex, Virginia Coppola, dica il vero.

Dal Verbale di Virginia Coppola: Non mi capacitavo della motivazione che spingeva lui e la sua famiglia a mentire davanti agli inquirenti. Sulla circostanza sono diventata sempre più insistente nonostante all’epoca ci frequentassimo non in maniera assidua (…) Preciso che messo alle strette in ordine alle mie richieste di chiarimento relativamente a quanto appreso dalla cognata, lo stesso {Ivano, ndr), arrabbiato, mi diceva che effettivamente quel pomeriggio, ma solo per qualche minuto, era uscito per comprare le cartine {per le sigarette, ndr) e alla mia esplicita domanda se avesse visto la bambina, cioè Sarah Scazzi, mi disse vagamente: “Quelle stavano litigando”.

Claudio Russo, fratello di Ivano, nell’aprile 2012, sentito come teste durante un’udienza, ha dichiarato: “Dopo la scomparsa di Sarah, i Misseri vennero a casa nostra a portare un cesto di funghi e chiesero a mia madre cosa avesse detto Ivano ai carabinieri (…) Ivano aveva paura delle microspie”

Simone Toscano: Tu quel giorno non hai minimamente visto Sabrina e Sarah?!

Quando Simone Toscano dice “Tu quel giorno non hai minimamente visto Sabrina e Sarah” mostra di credere ad Ivano Russo e si aspetta da lui che neghi di aver incontrato le due ragazze il giorno dell’omicidio.

Ivano Russo: Io non ho visto Sabrina e Sarah, io quel giorni… quei giorni lì… dato che io giorni prima ah… avevo chiuso un rapporto con Sabrina, ci sono messaggi, c’è… c’è tutto, io dico, giorni dopo, eee… andare ad incontrare Sabrina, che senso aveva? Che interesse avevo?

Nonostante sia stato imboccato dal giornalista, il Russo non è capace di ripetere a pappagallo le sue parole, si limita a dire “Io non ho visto Sabrina e Sarah”  eliminando dal suggerimento del Toscano “quel giorno”. Si noti che il Russo comincia una seconda frase con “quel giorni” (“quel” è singolare e “giorni” è plurale) e poi aggiunge “quei giorni lì” (tutto al plurale). Il Russo non dice “quel giorno” per non mentire.

E poi Ivano Russo chiude con due domande.

Riguardo all’intervista, per ottenere informazioni il giornalista avrebbe dovuto semplicemente chiedere ad Ivano Russo di riferirgli che cosa avesse fatto il giorno dell’omicidio di Sarah Scazzi. 

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple per impedire all’interrogato/intervistato di scegliere a quale rispondere;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato; è nei sermoni e nelle tirate oratorie che si trovano spesso informazioni utili ed ammissioni tra le righe;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. evitare affermazioni perché non prevedono una risposta;
  6. evitare giudizi morali perché mettono l’interrogato/intervistato sulla difensiva;
  7. non suggerire le risposte.

CONCLUSIONI

Russo, nonostante sia stato imboccato dal giornalista, non ha negato in modo credibile di aver visto Sabrina e Sarah il giorno dell’omicidio. 

Ivano Russo non ha negato in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque.

Il contenuto dell’intercettazione cui ha fatto riferimento il giornalista è il seguente:

Ivano Russo: Ma’… se ti chiedono qualcosa, dici: Mio figlio stava dormendo… sopra. E’ sicura? Sì, sono sicura perché c’era anche mio figlio e mia cognata, che stavano sopra… arrivarono in ritardo, quel giorno c’era la partita del Napoli, c’era la partita del Napoli.

Elena Russo, madre di Ivano: No, non è che erano arrivati in ritardo.

Ivano Russo: Arrivarono in ritardo, io e mio figlio (incomprensibile) avevamo già mangiato e lui è andato subito sopra per andare a dormire… e quindi lui neanche li hai visti.

Elena Russo, madre di Ivano: No, tu l’hai… li avevi visti (incomprensibile).

Claudio Russo, fratello di Ivano, nell’aprile 2012, sentito come teste, durante un’udienza ha dichiarato: «Dopo la scomparsa di Sarah, i Misseri vennero a casa nostra a portare un cesto di funghi e chiesero a mia madre cosa avesse detto Ivano ai carabinieri (…) Ivano aveva paura delle microspie».

Al processo, in merito ai suoi movimenti del giorno dell’omicidio di Sarah, Ivano Russo ha risposto al PM così: “Mi sono steso prima sul divano e poi, quando è arrivato mio fratello, siccome è attivo, fa sempreeee… rumoreggia abbastanza, mi sono alzato e me ne sono andatooo… cioè mi sono alzato e sono andato sopra nel letto a dormire”

Russo è in difficoltà.

Quando dice “siccome è attivo e fa sempreeee… rumoreggia abbastanza” spiega un perché senza che gli sia stato richiesto, lo fa per prevenire la domanda del pubblico ministero. Poi aggiunge un primo non necessario “mi sono alzato” e infine si autocensura e aggiunge “e me ne sono andatooo…”. “Me ne sono andato, dove?” avrebbe dovuto chiedergli il pubblico ministero.

Russo non riesce a mentire outright, non riesce a dire “Mi sono steso prima sul divano e poi sono andato sopra nel letto a dormire”.

Ivano sente il bisogno di riferire un perché e di aggiungere per ben due volte “mi sono alzato”, parole non necessarie che nascondono informazioni. Attraverso queste 3 parole il Russo ci dice di aver fatto qualcos’altro e che, proprio perché lo ripete due volte, quel qualcos’altro è importante per lui. In inglese sono equiparabili alla parola “left”, ad esempio, non c’è bisogno di dire “after breakfast I left the house to go to work”, basta dire “after breakfast I went to work”, quel “left” indica che qualcosa di non detto è successo in quel frangente.

Nel caso di Russo sappiamo che, prima di andare a letto in camera, uscì di casa e incontrò Sabrina e Sarah.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 28 dicembre 2019.

Leggi anche: Analisi dell’intervista rilasciata da Sabrina Misseri a Franca Leosini

 

OMICIDIO GIANNA DEL GAUDIO, NO ALL’ACQUISIZIONE DELLE INTERVISTE TELEVISIVE RILASCIATE DALL’IMPUTATO ANTONIO TIZZANI

Gianna Del Gaudio e il marito Antonio Tizzani

No all’acquisizione delle registrazioni delle interviste televisive rilasciate da Antonio Tizzani chieste come fonte di prova dal PM. Secondo i giudici “è il dibattimento la sede privilegiata per la formazione della prova”. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori.

Le Cronache Lucane, 19 dicembre 2019

– La difesa di Tizzani non ha ottenuto l’acquisizione degli atti relativi agli accertamenti scientifici dell’omicidio di Daniela Roveri e neanche la PM ha ottenuto l’acquisizione delle interviste televisive rilasciate da Tizzani, dottoressa Franco, cosa ne pensa?

A mio avviso la richiesta del pubblico ministero Letizia Cocucci era giusta. Le interviste ben condotte, come eventuali chiamate di soccorso, sono equiparabili ad intercettazioni ed interrogatori.

– In che caso, a suo avviso, eventuali dichiarazioni rilasciate da un indagato non andrebbero prese in considerazione?

Le interviste, come le registrazioni delle chiamate di soccorso e gli interrogatori, non sono di nessun valore solo se vengono contaminati dall’interlocutore, cosa non infrequente durante gli interrogatori.

OMICIDIO DI GLORIA ROSBOCH, LA CASSAZIONE CONFERMA LE CONDANNE A DEFILIPPI E OBERT, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DEFILIPPI HA UCCISO PERCHE’ NON TOLLERA LE FRUSTRAZIONI

Gabriele Defilippi

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 18 dicembre 2019

Gabriele Defilippi

– Dottoressa Franco, chi è Gabriele Defilippi da un punto di vista psichico?

Gabriele Defilippi è un soggetto affetto da un disturbo antisociale di personalità, un disturbo che gli si è manifestato sin dall’adolescenza. Defilippi è un disonesto, un truffatore, un megalomane, un soggetto con identità multiple, un mentitore abituale, un opportunista, un ragazzo irritabile ed aggressivo che ha dimostrato di essere capace di uccidere.

Defilippi, prima di truffare ed uccidere la Rosboch, ha ricattato altre donne, le ha adescate su internet e, dopo averle sedotte, le ha obbligate a pagarlo per non pubblicare le foto scattate durante i loro rapporti sessuali. Il Defilippi, non soddisfatto delle somme irrisorie derivate da questi ricatti, circa due anni fa, ha puntato ad una somma più importante, i 187 mila euro di risparmi della sua ex professoressa di francese, Gloria Rosboch.

Defilippi prova profondo disprezzo per le sue vittime, le ammalia con il suo aspetto, il fascino superficiale, le attenzioni ed il linguaggio forbito e poi le usa come fossero oggetti per raggiungere i propri scopi. Il linguaggio forbito, il Defilippi, non lo ha abbandonato neanche dopo l’arresto, si è infatti rivolto al procuratore capo Giuseppe Ferrando in questi termini: “Ferrando, io sono uno che ha cercato di allargare i suoi orizzonti, guardando in maniera diversa il contesto sociale che mi circondava”.

– Dottoressa, quali tecniche mettono in atto i truffatori come il Defilippi?

I truffatori come il Defilippi non sono in grado di instaurare legami d’attaccamento di tipo emotivo con i loro simili ma sono invece abili nel costruire relazioni fasulle e superficiali. Questi soggetti, attraverso lusinghe e promesse irrealistiche, vantandosi delle proprie capacità e mostrando a volte anche false credenziali, si impossessano della fiducia delle loro vittime per un proprio tornaconto personale, spesso di stampo economico.

– Dottoressa Franco, che caratteristiche hanno le vittime prescelte da soggetti come il Defilippi?

Le vittime di personaggi come Gabriele Defilippi sono persone vulnerabili con le quali questi mostri creano una falsa relazione, un falso rapporto di intimità e di fiducia, mostrandosi affidabili, fingendo di avere una morale e desideri comuni, prospettando loro un rapporto sentimentale a lungo termine e recitando la parte dei compagni protettivi ed interessati al loro benessere, mentre in realtà hanno un unico obiettivo, il tornaconto economico. Non appena le vittime comprendono di essere state manipolate e truffate e chiedono indietro i loro averi, personaggi come il Defilippi le accusano di creare problemi nella relazione e, facendole sentire in colpa, rinviano le loro richieste, prendono tempo, accampano mille scuse per non riconsegnare il denaro arrivando a minacciarle, a diffamarle pubblicamente e perfino a denunciarle per molestie.

– Dottoressa, che cosa ha indotto il Defilippi ad uccidere?

La frustrazione, uno dei sentimenti che i soggetti come lui provano più di frequente. Chi è che affetto da un disturbo antisociale di personalità spesso uccide perché non tollera la frustrazione e si libera di chi gliela provoca. La professoressa Gloria Rosboch aveva denunciato Gabriele Defilippi per truffa e per questo motivo lui ha desiderato che morisse. In ogni caso uccidere la Rosboch è stato un gesto da irresponsabile, Defilippi ha mostrato di sottovalutare i rischi e le conseguenze delle sue azioni, la scomparsa della professoressa infatti non poteva che condurre gli inquirenti a colui che l’aveva truffata e che la donna aveva denunciato.

– Dottoressa, è possibile che Gabriele Defilippi si sia pentito dell’omicidio?

Lo escludo, il dato psicodinamico fondamentale di un soggetto con un disturbo di personalità come il suo è la mancanza di senso di colpa. Gabriele Defilippi non solo non conosce l’empatia ma è anche incapace di provare rimorso e per questo è un soggetto estremamente pericoloso. Il Defilippi non ha mai smesso di recitare, dopo l’arresto ha detto: “Come vi permettete? Non capisco il motivo per cui mi state trattenendo”, e: “Quando ho visto Gloria morire, sono rimasto impietrito, avevo anch’io paura dell’assassino, non sono riuscita a difenderla… voglio farla finita… No, non posso più vivere”. Gabriele Defilippi ha recitato di fronte al magistrato sentimenti che non prova ma che ha imparato a mettere in scena copiando coloro che li hanno.

Roberto Obert

– Dottoressa, il complice di Gabriele Defilippi, Roberto Obert, è anch’egli una sua vittima?

Credo proprio di sì, Obert era, come si definisce lui, verosimilmente un suo servo, un uomo completamente soggiogato dal Defilippi.

– Dottoressa Franco, si può recuperare un ragazzo di 22 anni affetto da un disturbo antisociale di personalità di questo grado?

La casistica ci dice di no. Gabriele Defilippi è un soggetto socialmente pericoloso, capace di reiterare, che, durante la permanenza in carcere, si servirà di tutte le sue doti manipolatorie per mostrarsi come un uomo nuovo, cercherà di truffare il sistema carcerario, impresa riuscita ad Angelo Izzo, un altro sociopatico pluriomicida.

OMICIDIO KATIA TONDI, EMILIO LAVORETANO CONDANNATO A 27 ANNI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DELITTO DELLA CAMERA CHIUSA

Katia Tondi ed Emilio Lavoretano

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Emilio Lavoretano al funerale dlla moglie

Le Cronache Lucane, 18 dicembre 2019

La Franco ha definito l’omicidio di Katia Tondi, da un punto di vista tecnico: “un delitto della camera chiusa”.

Dottoressa Franco, cosa emerge dall’analisi delle due telefonate di soccorso di Lavoretano?

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da un chiamante, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”. 

In casi come questo ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto. Non ci aspettiamo invece che il chiamante si perda in superflui convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

In entrambe le telefonate del Lavoretano sono presenti dei convenevoli (“buonasera”, “Arrivede…”), i convenevoli sono fuori luogo in una telefonata di soccorso ma soprattutto vengono utilizzati di frequente dai soggetti responsabili del reato per ingraziarsi l’operatore.

Peraltro, in presenza di convenevoli, espressioni come “subito” e “Fate presto”, appaiono prodotte, più che dall’urgenza, da una proiezione di un senso di colpa per aver chiamato i soccorsi in ritardo.

L’espressione “per piacere”, che il Lauretano ripete tre volte, ci rivela il suo bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni” al fine di allontanare i sospetti da sé.

Il fatto che il Lavoretano si sia limitato a riferire agli operatori che la moglie era “a terra” e non abbia fatto nulla che potesse alterare la scena del crimine ci induce ad inferire che desiderasse mostrare agli inquirenti la scena così com’era, egli, peraltro, ha tentato ripetutamente di convincere l’operatore che era “tutto sotto sopra”, “tutto fuori posto” a causa di un furto.

Dottoressa Franco, accusa e difesa si sono scontrate soprattutto sull’ora della morte di Katia Tondi, che può dirci?

Per la difesa di Lavoretano, Katia è morta pochi minuti prima che il marito rientrasse in casa, per l’accusa, Katia è morta molto prima. Il contenuto delle due telefonate di soccorso del Lavoretano e ciò che ha dichiarato la vicina di casa dei Lavoretano, che per prima soccorse Katia, aiutano a far luce sull’orario della morte:

1) Durante le telefonate, il Lavoretano, in due occasioni, ha detto della moglie: “è nera nera” e: “Sta tutta nera… sta, tutta nera sta, è tutta lividita”. 

2) In un’intervista, la vicina di casa, Rosaria, ha dichiarato: “E poi onestamente mi accorsi che era morta in quanto teneva le labbra livide e le unghie pure, già erano scure e tutte chiazze per il viso (…) erano blue scure tipo ematoma, diciamo, io non ne capisco di queste cose comunque io le ho notate le labbra livide, nere le teneva”.

Pertanto, la donna non poteva essere morta da pochi minuti in quanto il “livor mortis” si manifesta a un’ora dalla morte.

IL CASO CHICO FORTI A CHI L’HA VISTO?, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MEGLIO SCEGLIERE LA VERITA’ AL CONSENSO

Chico Forti

Enrico detto “Chico” Forti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike. Pike è stato ucciso con due colpi di cal. 22 su una spiaggia di Miami il 15 febbraio 1998. In Italia, ormai da anni, un vasto stuolo di personaggi pubblici esprime dubbi in merito alla sentenza di condanna emessa in USA. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che è certa della colpevolezza di Forti.

Dale Pike

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

La Franco aveva recentemente dichiarato: “I processi mediatici sono un mezzo utilizzato da sempre per convincere della colpevolezza o dell’innocenza di un soggetto coinvolto in un caso giudiziario. E, come in questo caso, si fondano su dissimulazione e falsificazione. Voglio precisare che non sono contraria alla richiesta di grazia per Forti, non accetto semplicemente che si tenti di riscrivere i fatti relativi all’omicidio di Dale e che si tenti di incastrare un innocente.”

Le Cronache Lucane, 16 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, che ne pensa del servizio giornalistico su Chico Forti andato in onda a “Chi l’ha visto?” Mercoledì 11 dicembre?

E’ sempre meglio scegliere la verità al consenso perché non tutti ignorano gli argomenti trattati. Il servizio realizzato su Chico Forti da “Chi l’ha visto?” è frutto di una totale mistificazione dei fatti. Ma come si fa a prendere posizione su un caso giudiziario senza conoscerlo, senza competenze in ambito criminologico e ignorando l’ordinamento americano? A RAI3 non si chiedono il perché Chico possa sperare solo nella grazia e non in una revisione?

– Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami abbia “incastrato” Forti per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami riguardo al suicidio di Cunanan, proprio in merito, durante la trasmissione di RAI3 Ercole Rocchetti ha detto: “Nel documentario viene messa fortemente in dubbio la versione ufficiale della polizia di Miami secondo la quale l’assassino di Versace sarebbe il serial killer Andrew Cunanan, Forti sostiene che il presunto assassino sarebbe stato ucciso 48 ore prima del ritrovamento e solo una volta morto sarebbe stato poi posizionato dentro quella casa galleggiante solo allo scopo di chiudere il caso, una ricostruzione che la polizia di Miami non ha affatto gradito”, può fare chiarezza?

Riguardo al suicidio di Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace. Riguardo invece al documentario di Enrico Forti, “Il sorriso della Medusa”, quel documentario non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective della polizia di Miami Beach, peraltro, chi difende Forti non dice che Chico è stato arrestato per l’omicidio di Dale Pike dalla polizia di Miami non da quella di Miami Beach, che si era occupata invece dell’omicidio Versace.

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– Dottoressa, Ercole Rocchetti, durante il suo servizio, ha detto che accanto al cadavere di Dale erano “in bella vista tutti i suoi effetti personali” lasciando chiaramente intendere che facessero parte di una messinscena per incastrare Chico, che può dirci in merito?

E’ una sciocchezza, per analizzare correttamente un caso giudiziario servono competenze, in questo caso anche in tema di “staging” della scena del crimine: se Dale non fosse stato ucciso da Chico e l’assassino avesse apparecchiato la scena con gli effetti personali della vittima, non avrebbe avuto senso spogliarne il cadavere per simulare un omicidio sessuale posto che Forti non è gay. Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in Aeroporto, aveva interesse ad allontanare i sospetti da sé simulando un omicidio in ambito omosessuale. In ogni caso, Dale sarebbe stato comunque identificato, ciò che ha aiutato a smascherare Forti è stato il fatto che sulla scheda telefonica usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto), in quanto Dale aveva tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti vennero fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti), non vi era traccia di telefonate ad altri numeri, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto da una stazione di servizio.

– L’inviato di Chi l’ha visto? Ercole Rocchetti ha sostenuto che “la telefonata (di Chico) alla moglie ci consente di localizzare il suo cellulare nel tragitto verso un’altra località dove ha un appuntamento con il suocero”, che ne dice dottoressa?

Che vuole che le dica? Le ripeto: un caso bisogna conoscerlo prima di esprimersi. La telefonata alla moglie ha incastrato Chico perché ha consentito agli inquirenti di localizzare il suo telefono a poca distanza dalla scena del crimine. In quella telefonata Chico disse alla moglie di non aver incontrato Dale.

– Quindi non si trattò di una “stupida bugia che ritratterà a mente fredda il giorno dopo”, come sostenuto da Rocchetti nel servizio?

Evidentemente no, Chico non mentì solo alla polizia riguardo all’incontro con Dale, come da lui sostenuto in un’intervista del 2001, Chico mentì già alla moglie alle 19.16 del giorno dell’omicidio, al suocero, ad Anthony Pike e all’amico tedesco Thomas Knott. Chico, già alle 19.16 del giorno dell’omicidio, cominciò a prendere le distanze da Dale Pike in quanto sapeva che era morto perché era stato lui ad ucciderlo poco prima. Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike, se lo avesse consegnato a uno o più complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero.

– Chico sostiene di aver mentito agli investigatori per paura?

E’ vero, Chico temeva di essere incriminato perché era stato l’ultimo a vedere Dale e lo aveva ucciso.

– Perché Chico avrebbe scelto Sewer Beach per uccidere Dale?

Perché sapeva che Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il cadavere di Pike, non solo era poco fruibile a chi sarebbe dovuto uscire in windsurf perché la strada d’accesso era chiusa per un precedente uragano ma quel giorno la direzione del vento non era ideale per uscire con la tavola a vela da quello spot, pertanto, Chico, in quanto esperto di windsurf ed abitué, sapeva che difficilmente vi avrebbe incontrato qualcuno, in specie dopo le 18.30.

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– Riguardo ai granelli di sabbia ritrovati sul Range Rover di Chico, che può dirci?

E’ stato Chico a dirci che il giorno dell’omicidio di Dale Pike si recò a Sewer Beach, lo ha fatto in un’intervista. “Chico Forti: Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio.”

Si noti l’ultima frase di Forti, “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, un’ammissione involontaria, una pietra tombale.

– E’ vero che Forti è stato condannato senza un movente perché era stato assolto dall’accusa di truffa?

E’ un’altra sciocchezza. Nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa ai danni di Anthony Pike, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). Chi difende Chico Forti sostiene che non è vero che Chico stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che erano invece Anthony Pike e Thomas Knott che stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore, se fosse vero che Pike e Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto motivo di uccidere Dale per incastrare Chico Forti e così veder sfumato il guadagno.

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– Dottoressa, è vero che, come dice Ercole Rocchetti, “sono sparite le registrazioni di quegli interrogatori ma il contenuto finisce comunque nel fascicolo del Prosecutor, il pubblico ministero”?

E’ falso, posseggo anch’io una copia della trascrizione dell’interrogatorio di 85 pagine cui fu sottoposto Chico il 19 febbraio 1998.

– E’ vero che Chico non ha mai parlato al processo?

E’ stata una scelta processuale di Chico e della sua difesa non convocarlo come teste. Per il resto, il processo americano non prevede che un imputato rilasci dichiarazioni spontanee prima della sentenza. Le ricordo che l’ordinamento americano è diverso dal nostro.

– E’ vero che quella riguardante Chico Forti, come dice Rocchetti, “è una delle storie più controverse della giustizia americana, anche a detta dell’opinione pubblica di quel paese, che chiede a gran voce la revisione del processo”?

Esilarante. Che distorsione! Controversa? L’opinione pubblica!? Chiedetevi perché Forti non sia riuscito a vincere un appello e perché non si sia rivolto ad associazioni come “Innocence Project”. A Chico non resta che chiedere la grazia al presidente Donald Trump perché è stato lui ad uccidere il povero Dale Pike.

– Dottoressa, è vero, così come dice Rocchetti, che “in questa vicenda ci sono una serie impressionanti di violazioni del principio del giusto processo e dei diritti di difesa”?

Se vi fossero state le fantomatiche suddette violazioni, Chico sarebbe stato assolto in appello.

– Veniamo a Thomas Heinz Knott, definito da Federica Sciarelli ed Ercole Rocchetti “truffatore”, che vuol dirci?

In primis vorrei ricordare che sia Thomas Knott che Chico Forti sono stati condannati per i reati a loro contestati, il primo per truffa, il secondo per omicidio, pertanto invito chi definisce Knott “truffatore” a chiamare Chico “assassino”. Trovo scorretto e disonorevole l’uso spudorato del cosiddetto criterio dei “due pesi e due misure”. Riguardo al rapporto tra Forti e Knott è utile leggere uno stralcio di un’intervista tratta da Il caso Forti:

“Intervistatore: (Chico) come mai non sei riuscito ad allontanare questa persona (Thomas Knott) che hai descritto come un parassita e che approfittava in questo modo?

Chico Forti: Perché questa persona era eccezionale… io credo che avesse truffato oltre trenta miliardi di lire… all’epoca… in Germania (…).

Chico Forti: Ebbene, dal momento che io e Tony Pike tagliammo Tom Knott fuori dal business, in quel momento, Tom Knott si trasforma in una vipera che è stata calpestata, la persona che è tagliata fuori dalla gallina dalle uova d’oro (…).”

Durante l’intervista Chico Forti ha mostrato di stimare Tom Knott per le sue capacità e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità dell’ex campione di windsurf; non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott, perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro” ci conferma che era Chico a voler truffare Anthony Pike.

– Dottoressa, vuole aggiungere qualcosa?

Durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia ha riferito a chi indagava che, poco tempo prima, Chico aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato, ciò che colpì gli investigatori furono le indicazioni fornite da Forti al potenziale killer, indicazioni che ricordavano da vicino le circostanze in cui era avvenuto l’omicidio di Pike (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).