APPIAPOLIS: LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA

ursula franco 1 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA–       di Ursula Franco*     –       

“Eravate così umano, Padre Malloy, quando a volte prendevate con noi un bicchiere, con noi altri che volevamo riscattare Spoon River dalla freddezza e dalla tetraggine della moralità provinciale…Credevate nella gioia della vita. Non avevate vergogna della carne..”  

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915

guerrina piscaglia 1 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIAScomparsa il primo maggio del 2014 da Ca’ Raffaello, frazione del comune di Badia Tebalda in provincia di Arezzo. Ca’ Raffaello è un exclave toscano nelle Marche popolato da meno di trecento abitanti.

Dopo il matrimonio, la Piscaglia aveva vissuto con il marito Mirko Alessandrini ed il figlio Lorenzo, un ragazzo disabile cui la donna era molto legata. La routine quotidiana di Guerrina e Mirko aveva subito un cambiamento epocale nella primavera del 2013 grazie all’amicizia rivitalizzante con un frate congolese appartenente ad una congregazione africana, tale Padre Gratien Alabi Kumbayo (18/12/1969), vice parroco della parrocchia di Ca’ Raffaello.1430481790628.JPG LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA

Padre Gratien frequentava abitualmente la casa dei coniugi Alessandrini e gli stessi avevano l’abitudine di recarsi spesso a trovarlo nella canonica. Mirko Alessandrini, essendo disoccupato, si era messo a disposizione dei frati e riusciva a racimolare qualche soldo facendo per loro dei lavoretti e svolgendo anche la funzione di autista. Guerrina e Mirko consideravano uno svago accompagnare il frate ad officiare semplici messe o funerali nelle chiesette dei paesi limitrofi e spesso finivano per farsi una bevuta tutti insieme dove capitava, a casa, al bar o nella canonica.

guerrina piscaglia 2 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIALa Piscaglia era stata carina in gioventù, lo si evince dalle foto che la ritraggono il giorno del matrimonio con Mirko, ma la vita di paese, il figlio handicappato ed un disturbo dell’umore l’avevano portata a trascurare il proprio aspetto. Guerrina era arrivata a pesare fino a 100 chili, lei che non raggiungeva il metro e sessanta di altezza. Da qualche tempo però, a detta di tutti, parenti e conoscenti, la donna aveva cominciato a fare del moto per dimagrire, a vestirsi meglio, a truccarsi e ad indossare qualche gioiello. Il cambiamento della donna, accolto con piacere dai familiari, era parso sospetto ad alcuni parrocchiani e in paese si mormorava di un rapporto non proprio religioso tra la Piscaglia e l’esuberante frate congolese, si vociferava perfino di un’imbarazzante gravidanza, poco probabile però, vista l’età di Guerrina.

Prima di sparire, la Piscaglia aveva confidato ad una frequentatrice abituale della parrocchia di essersi perdutamente innamorata di Padre Gratien e che per lui voleva lasciare il marito. La parrocchiana, dopo aver ricevuto la confidenza, aveva inviato una missiva alla curia vescovile di Arezzo nella quale metteva al corrente il vescovo del rapporto particolare tra il parroco e la Piscaglia.padre gratien LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA

Il frate congolese, con i suoi modi affabili, l’abbigliamento eccentrico, il portamento sicuro e compiaciuto, i racconti affascinanti di terre lontane e le assidue frequentazioni dei suoi parrocchiani, aveva evidentemente risvegliato gli ormoni ed i sentimenti di Guerrina, che, forse, i suoi familiari avevano creduto sopiti per sempre. A detta di Mirko e di un’altra parrocchiana, Guerrina non solo era rinata ma si mostrava perfino gelosa delle donne che frequentavano la chiesa quando ad officiare la messa era Padre Gratien. A riprova del fatto che le voci di paese avevano un qualche fondamento, gli inquirenti, dopo la scomparsa di Guerrina, attraverso l’analisi dei tabulati telefonici, hanno scoperto un suggestivo scambio di messaggi tra lei e Padre Gratien, nell’ordine di migliaia, gli ultimi dei quali risalenti al giorno della scomparsa della donna. In una intervista rilasciata ad un giornalista di Chi l’ha visto? il collega di Gratien Alabi, Padre Faustin Mbula Malengo, parroco di Ca’ Raffaello, aveva confermato quella relazione: “Tante volte ho cercato di ridimensionare questa relazione. Padre Gratien ha fatto un grande errore, Guerrina secondo me aveva bisogno di uno psicologo e non di un prete. Padre Gratien ha fatto un lavoro che non era il suo, noi dobbiamo fare i sacerdoti”.

I movimenti di Guerrina

guerrina piscaglia LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIALa mattina del primo maggio 2014, giorno della sua scomparsa, Guerrina si era fatta fare la tinta ai capelli dalla cognata e, a detta della suocera, si era ben vestita ed appariva di buon umore. La Piscaglia, però, verso le 11.30, aveva confidato all’amica edicolante un certo malessere: “Io oggi ho una giornata tremenda, io non so dove sparirei e se potessi andrei anche sotto (da) un ponte”. Viene da pensare che Guerrina, poco prima dell’incontro con l’edicolante, avesse ricevuto una notizia che le aveva spento l’entusiasmo che aveva caratterizzato le prime ore di quella giornata. Quel giorno, dopo aver pranzato a casa dei suoceri con il marito Mirko, Guerrina era tornata a casa propria per poi allontanarsi di nuovo intorno alle 14.30 per una passeggiata. La madre del marito ha riferito agli inquirenti di averla vista dalla finestra di casa sua sulla strada che conduce alla canonica di Ca’ Raffaello, percorso che Guerrina ormai faceva quotidianamente, a suo dire, per perdere un po’ di peso. Due testimoni hanno riferito di averla incontrata pochi minuti dopo sulla strada verso Nuovafeltria. Infine, un ex postino ha raccontato di aver notato, verso le 15.00, una donna seduta sul muretto tra la strada principale del paese ed il sentiero che conduce alla chiesa di Ca’ Raffaello. Non esistono altri testimoni attendibili che abbiano riferito di aver visto la Piscaglia dopo quell’ora.

I movimenti di Mirko e di Padre Gratien

Una testimone racconta di aver incontrato Padre Gratien alle 14.34, a circa 20 metri dalla casa della Piscaglia, e di essersi intrattenuta a parlare con lui per circa 10 minuti, di aver notato nello stesso lasso di tempo Mirko Alessandrini intento, dopo pranzo, a lavare la Ford del frate, macchina che l’uomo era andato a prendere alle 13.00 in canonica.

mirco LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIAMirko ha riferito agli inquirenti di essere tornato in canonica con l’auto del frate pulita intorno alle 14.50, di aver suonato alla porta di Padre Gratien, di avergli consegnato le chiavi della Ford, di aver aspettato in cortile che il vice parroco si cambiasse gli abiti, di averlo poi accompagnato a Presciano di Sestino. Presciano di Sestino è una frazione di Sestino che si trova a circa diciotto chilometri da Ca’ Raffaello.

Padre Gratien Alabi, che era atteso a Presciano di Sestino per officiare un funerale fissato per le 16.00, aveva iniziato la messa in ritardo e finito il funerale, intorno alle 17.00, si era di nuovo mosso in auto con Mirko per raggiungere la vicina Sestino e celebrare la messa delle 18.00 in un’altra chiesa. Verso le 18.45 circa, Padre Gratien e Mirko si erano fermati in un bar a bere qualcosa ed erano stati raggiunti nel giro di  pochi minuti da Padre Silvano, dopo che lo stesso era stato contattato telefonicamente da Padre Gratien.

La mia ricostruzione dell’omicidio della Piscaglia155066424763410117682 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA

Guerrina, quel primo maggio, aveva inviato al frate il seguente messaggio: “Vengo da te cucino il coniglio e poi facciamo l’amore”, Padre Gratien, evidentemente nell’intento di dissuadere la Piscaglia dal presentarsi da lui, le aveva risposto: “Il coniglio l’ha cucinato un’altra signora” e poi, sempre Gratien, alle 13.45, le aveva scritto: “La porta della canonica è aperta”. Il vice parroco non aveva però atteso Guerrina in canonica ma era uscito per non incontrarla. Se Padre Gratien fosse riuscito ad evitate Guerrina fino al momento in cui Mirko si fosse recato da lui per portarlo a Presciano di Sestino, avrebbe potuto non incontrarla per tutto il resto della giornata, per questo motivo il frate lasciò la canonica e si intrattenne a chiacchierare con un’altra parrocchiana che incontrò in strada alle 14.34 (si è potuto ricavare l’orario preciso dell’incontro con la parrocchiana grazie ad un messaggio ricevuto dalla donna mentre si trovava con il frate). Dopo quell’incontro il vice parroco tornò in canonica per cambiarsi gli abiti in quanto doveva recarsi ad officiare due messe nei paesi vicini. Solo al suo rientro in canonica, il vice parroco Alabi trovò ad attenderlo la Piscaglia ed in seguito ad una discussione la uccise.

Subito dopo l’omicidio, Mirko arrivò alla canonica e suonò a Padre Gratien che, come riferito agli inquirenti dall’Alessandrini, non lo fece entrare, ma lo lasciò in cortile ad aspettare perché il frate doveva nascondere temporaneamente l’ingombrante cadavere di Guerrina.

Infine, Mirko e Padre Gratien si diressero in auto a Sestino. Durante il tragitto, il frate chiese all’Alessandrini di tornare indietro con la scusa di dover prendere un libro; il vice parroco, raccontò a Mirko una menzogna, egli volle tornare indietro per prendere il telefonino della Piscaglia o per altro, ma sempre per un motivo legato all’omicidio.

Il ritardo

Il frate nascose temporaneamente in Canonica il cadavere della sua vittima poco dopo averla uccisa, intorno alle 15.00, per questo motivo arrivò in ritardo al funerale.

Se Padre Gratien avesse ucciso Guerrina tra le 13.46 e le 14.39, non sarebbe uscito e non avrebbe perso tempo in chiacchiere con una parrocchiana ma si sarebbe preoccupato di occultarne il corpo in quell’occasione e non sarebbe arrivato in ritardo al funerale.

1492240633039 1550680912.JPG l appello gratien ha strozzato guerrina sesso paura e omicidio LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIAIl ritardo con cui Mirko e Gratien giunsero al funerale è cruciale perché ci permette di collocare temporalmente l’omicidio intorno alle 15.00, infatti, se non ci fosse stato l’imprevisto dell’omicidio o se l’omicidio fosse stato commesso tra le 13.46 e le 14.39, l’Alessandrini ed il frate sarebbero giunti in orario al funerale. Si impiegano solo una ventina di minuti per raggiungere Presciano di Sestino da Ca’ Raffaello e Mirko ha riferito agli inquirenti di essere arrivato in canonica per prendere il vice parroco con largo anticipo. Il ritardo con cui l’Alabi e l’Alessandrini arrivarono al funerale è la chiave del mistero di questa scomparsa.

Questo ritardo ci induce a ritenere che sia successo qualcosa di critico intorno alle 15.00 e che il frate si è fatto attendere dall’Alessandrini per lungo tempo.

A circa sei mesi dalla scomparsa della moglie, verso la metà di ottobre, Mirko, si è ricordato di essere tornato indietro con l’auto, quel primo maggio, perché il frate gli aveva riferito di aver dimenticato un libro in canonica. Mirko: “Mi sono ricordato che si era dimenticato di un libro in chiesa, però non mi ricordo in che punto siamo tornati indietro”. La motivazione addotta dall’Alessandrini non basta a giustificare quel ritardo, Mirko non ci dice quanto tempo Padre Gratien abbia impiegato per prendere il libro, né quanto tempo lo abbia fatto aspettare all’esterno della canonica mentre si cambiava gli abiti. Se lui e padre Gratien fossero partiti e tornati indietro solo per prendere un libro, ipotizzando un’inversione della marcia a circa metà strada, partendo alle 15.10-15.15 come riferito da lui, i due avrebbero impiegato solo 20 minuti in più e quindi sarebbero arrivati alle 15.55-16.00 circa, in tempo per il funerale fissato per le 16.00.

Ancora, il 12 novembre intervistato sul ritardo con cui lui e Padre Gratien erano arrivati al funerale, Mirko ha risposto: “Sì, ma tante cose non te le ricordi.. dopo tanti mesi non te le .. non te le puoi ricordare…ti vengono in mente dopo tanto tempo dai… me ne ero dimenticato”.

Vediamo perché si può ragionevolmente escludere che Padre Gratien abbia ucciso Guerrina in strada:

– Nel messaggio inviato da Gratien a Guerrina si parlava di una porta della canonica aperta.

– Gratien avrebbe discusso solo in un posto sicuro, lontano da orecchie indiscrete, non avrebbe discusso in strada con Guerrina del loro rapporto sentimentale perché lo voleva tenere nascosto tanto che la uccise per evitare che divenisse pubblico.

– Un ambiente chiuso favorisce le reazioni violente al contrario di un luogo pubblico dove il rischio di essere visti le inibisce.

– Gratien non fece entrare Mirko nella canonica ma lo lasciò ad aspettare in cortile perché aveva appena commesso l’omicidio ed il corpo di Guerrina si trovava all’interno della struttura.

– Se il frate avesse ucciso Guerrina tra le 13.46 e le 14.39, non sarebbe arrivato in ritardo al funerale. La uccise invece poco prima di partire per Presciano di Sestino, ovvero qualche minuto prima delle 15.00.

– Gratien non rientrò in canonica per prendere un libro. Il frate invece tornò sulla scena del crimine e, probabilmente, in quell’occasione, prese il cellulare di Guerrina. Una riprova che il corpo della donna si trovava all’interno della canonica.

cellulare LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIAI messaggi dal cellulare di Guerrina

Quel primo maggio, intorno alle 17.26, dal cellulare di Guerrina sono stati inviati due sms con il seguente testo: “scuza dite al mio marito che vado a gubbio con mio amoroso marocchino che è venuto ieri a casa sono stanca di mirko torno domenica per prendere lorenzo”. Hanno ricevuto i messaggi, un prete nigeriano, tale Hilary Hokeke Ndubuisi, che vive a Roma, ed un imprenditore di Ca’ Raffaello. Il prete nigeriano è un conoscente di Padre Gratien sconosciuto a Guerrina. Gli investigatori hanno scoperto che entrambi i numeri di telefono dei destinatari dei messaggi non erano mai stati registrati nella rubrica del telefonino della donna ma solo nella rubrica del telefonino del frate dove il numero del suo collega nigeriano si trovava appena prima del numero dell’imprenditore. L’imprenditore è un parrocchiano che, insieme alla propria moglie, pare avesse segnalato alla curia vescovile di Arezzo l’atipico rapporto che si era instaurato tra il frate e Guerrina. Dopo l’omicidio e l’occultamento del cadavere della Piscaglia, Padre Gratien portò con sé a Presciano di Sestino il telefonino della donna, che, durante l’invio dei messaggi, agganciò la stessa cella dei telefonini di Mirko e del frate. Nel tentativo di depistare, allo scopo di avvalorare la tesi di un allontanamento volontario della donna, l’Alabi pensò di inviare un messaggio all’imprenditore, però, nel copiare il suo numero, il frate commise un errore fatale, copiò il numero del prete nigeriano suo conoscente esclusivo e, dopo essersi accorto di aver mandato il messaggio ad un numero sbagliato, inviò lo stesso messaggio anche all’imprenditore.

Il telefonino di Guerrina ha continuato a funzionare fino al 24 di luglio. L’esame delle celle telefoniche ha rilevato che ogni qualvolta che è stato inviato un messaggio dal telefonino di Guerrina o è stato fatto un tentativo di chiamata dallo stesso, il cellulare della donna scomparsa e quello di Padre Gratien hanno agganciato la stessa cella.

I tentativi del viceparroco di depistare le indagini, messi in atto allo scopo di avvalorare la tesi dell’allontanamento volontario della Piscaglia, sono stati un clamoroso autogol.

Il frate congolese, dopo aver finto di collaborare nelle prime fasi dell’inchiesta nel solo intento di depistare, dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati si è avvalso della facoltà di non rispondere, comportamento quantomeno disdicevole per un religioso e oltremodo sospetto. Ma come ha potuto pensare l’Alabi di essere così furbo da riuscire a depistare gli inquirenti? Padre Gratien ha un’alta opinione di sé e delle proprie capacità manipolatorie che ha testato godendo di buoni risultati fino al giorno della scomparsa di Guerrina. Questo passato di indiscutibili successi lo ha portato a credere di essere più intelligente degli altri. La riprova che il frate goda di un’alta autostima, sono la frequenza con cui ha inviato messaggi dal telefonino della donna scomparsa dopo aver commesso l’omicidio ed il fatto che abbia continuato a falsificare racconti surreali che hanno come protagonista un fantomatico Zi’ Francesco nel convincimento di potersi prendere gioco di tutti, familiari, giornalisti, inquirenti e magistrati.

Il signor Gratien Alabi, 45enne all’epoca dei fatti, è di nazionalità congolese, ha studiato alla Facoltà di Teologia dell’Università Saint Augustin di Kinshasa, al momento della scomparsa della Piscaglia si occupava, da circa un anno, con altri due frati congolesi della parrocchia di Ca’ Raffaello. Alcuni dei suoi ormai ex parrocchiani lo adoravano e lo hanno descritto come estroverso, amichevole, capace di una parola per tutti, mentre i suoi detrattori lo detestavano in quanto ritenevano che i suoi modi non si addicessero ad un uomo di Dio tanto che alcuni di loro hanno abbandonano la sua chiesa ed altri hanno segnalato i suoi comportamenti libertini alla curia vescovile di Arezzo che, nonostante tutto, non ha mai preso provvedimenti nei suoi confronti.

download 1 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIADa un punto di vista psicopatologico, Padre Gratien Alabi è un soggetto con tratti narcistici di personalità, eccentrico, superficiale, egocentrato, atto alla manipolazione degli altri, ha un’idea grandiosa di sé ed un estremo bisogno di ammirazione. Gratien si è fatto frate, non perché avesse una vocazione, ma per approfittare della situazione da un punto di vista economico e per assicurarsi senza durar fatica rispetto e credibilità.

Le indagini effettuate su Padre Gratien hanno rilevato una mole straordinaria di contatti telefonici tra lui e la donna scomparsa. In seguito alle analisi tecniche effettuate dai RIS, sono state trovate tracce del liquido seminale del frate su un divano della canonica, e sul suo computer, due autoscatti della vagina di un’amica suora acquisiti via chat nel mese di agosto 2014. Questi due dati ci permettono di delineare meglio la personalità del frate e sono ulteriori riprove che egli mente sulla sua vocazione. Il signor Gratien Alabi è un semplice profittatore alla ricerca di una vita agiata ed un mattatore che ha scambiato il piccolo paese toscano di Ca’ Raffaello per un teatro e la sua chiesa per un palcoscenico.

Ma torniamo ai messaggi spediti dal telefonino della Piscaglia, sempre quel primo maggio:

– Alle 17.20, un giovane etiope, tale Dawit Tadesse, amico di Padre Gratien e conoscente di Mirko e Guerrina, ha inspiegabilmente ricevuto il seguente sms dal telefono della donna: “io ti ho chiamato e siccome non hai risposto vado a gubbio con il marocchino”.

– Il 3 maggio, la suocera di Guerrina ha ricevuto, a sua volta, un messaggio dal telefonino della nuora: “Ciao.non posso chiamare adesso ma sto bene solamente mirco mi stanca.ritornero per prendere lorenzo”. Il messaggio ricevuto dalla madre di Mirko ha caratteristiche di scrittura peculiari, le stesse dei post che Padre Gratien pubblicava sulla sua pagina di Facebook. Ad esempio, il 25 febbraio 2014, Padre Gratien ha scritto una risposta ad un suo post: “grazie di cuore,Il nostro cardinal è fra gli otto cardinali che aiutano il papa.era già cardinale quando c’era il papa Benedeto.tu come stai,tutto bene ?”.

– Nove giorni dopo la scomparsa di Guerrina, un’amica della donna, preoccupata per le sue sorti, ha invitato l’ex parroco di Ca’ Raffaello, tale Don Arialdo, a pranzo a casa sua ed in quell’occasione gli ha riferito che, poco prima di sparire, la Piscaglia le aveva confidato di essersi perdutamente innamorata di Padre Gratien e che la passione per il frate le provocava forti sofferenze e la rendeva insonne. Sappiamo che Don Arialdo ha riferito la confidenza della sua ex parrocchiana a Padre Gratien. Il giorno seguente la donna ha ricevuto un sms dal cellulare di Guerrina: “Ti ho mandato un messaggio perché mi fido ma sono delusa hai invitato qualcuno a casa tua ed hai parlato male di un uomo di Dio per la mia situazione nessuno di lì mi ha fatto sparire sono dal mio amoroso bisogna avere timore di Dio non ti manderò più un messaggio sei bugiarda e piena di falsità”. La donna, dopo aver ricevuto il messaggio, si è recata dal Vicario Generale della Curia di Arezzo Monsignor Dallara il quale l’ha consigliata di non recarsi dai Carabinieri “per non mettere in moto alcun meccanismo”.

Il movente

Il movente dell’omicidio di Guerrina è da ricercare nel rapporto sentimentale che si era instaurato tra il vice parroco Alabi e la donna, rapporto che, per la Piscaglia era divenuto un ossessione, e, per lui, un incubo.

Nei giorni precedenti l’omicidio, la situazione era ormai fuori controllo, lo si evince dallo scambio di messaggi tra i due, la Piscaglia aveva inviato a Gratien un sms con il seguente testo: “Sono incinta e tu sei il padre del bambino”. Un intervento chirurgico cui era stata sottoposta in aprile la donna e la sua età fanno supporre che la Piscaglia non fosse incinta ma intendesse giocarsi la carta della gravidanza per avvicinare a sé Padre Gratien che percepiva ormai sfuggente. Dopo quel messaggio, il frate aveva preso un appuntamento in un ospedale dove lavorava una sua amica affinché Guerrina si sottoponesse ad un test di gravidanza ma la donna non era voluta andare, una riprova che mentiva sul suo stato. Per quanto riguarda i 4000 messaggi scambiati tra la donna ed il frate, l’Alabi ha riferito che in massima parte erano messaggi inviati da Piscaglia, evidentemente una Guerrina ormai trasformatasi in stalker.

Forse, quel primo maggio, Guerrina, sentendosi ignorata dal frate, lo aveva minacciato di far scoppiare uno scandalo a Ca’ Raffaello e Padre Gratien, ormai consapevole di non poter gestire la Piscaglia, certo che le proprie doti manipolatorie non sarebbero bastate a tenere a bada una donna così perdutamente ed irragionevolmente innamorata di lui, l’aveva uccisa.
 

getimage LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIAAlcune indiscrezioni sul contenuto dei primi interrogatori del frate ci confermano il movente

PMCome ha reagito quando la Piscaglia le ha detto di essere incinta?
Padre GratienAvevo molta paura poteva costringermi a fare il test del DNA e poi diceva anche che mi avrebbe fatto arrestare.
PMPerché invece di rompere i contatti continua a frequentarla?
Padre GratienPerché mi minacciava ed io cercavo di tenere la situazione sotto controllo.

Non mi stupisco degli omicidi per futili motivi che sono più frequenti di quanto si possa immaginare e sono spesso il risultato di anni di tensioni che finalmente esondano per una causa ultima che può essere anche estremamente banale.

Il movente ha due componenti, un trigger che innesca la reazione e lo stato d’animo o la psicopatologia del soggetto agente che regola l’entità della stessa. Gli omicidi vengono commessi per futili motivi perché il movente lo fanno in massima parte gli stati d’animo dei soggetti coinvolti, a volte quelli di entrambi i protagonisti, autore e vittima, altre volte solo quello dell’autore (vedi il caso Marta Russo o gli omicidi commessi dai serial killers).

L’Alabi ha raccontato al collega congolese Padre Faustino di aver incontrato un certo Zi’ Francesco che avrebbe accompagnato Guerrina a Sestino il primo maggio e, una volta raggiunto il frate in chiesa, gli avrebbe riferito che la donna stava piangendo nella sua auto, era disperata e non voleva tornare a casa. A mio avviso questo racconto è in parte reale, quelle che Padre Gratien ha descritto a Padre Fuastino sono le vere condizioni psichiche della Piscaglia di quel giorno, intorno alle 15.00, poco prima dell’omicidio, la donna piangeva, era disperata e non voleva tornare a casa.

MIRKO LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIARiassumo tutti gli elementi che permettono di escludere che Mirko sia coinvolto nell’omicidio di sua moglie:

1) All’arrivo in canonica, verso le 15.00, Padre Gratien invitò Mirko ad aspettare fuori. Mirko ha riferito di aver fumato una sigaretta.

2) Padre Gratien ha costretto Mirko a tornare indietro con l’auto con la scusa di essersi dimenticato un libro ma il vero motivo in realtà aveva a che fare con l’omicidio da lui appena commesso.

caso guerrina piscaglia 1 LA RICOSTRUZIONE DELLOMICIDIO DI GUERRINA PISCAGLIA3) Il venditore marocchino esiste quindi Mirko non ha mentito sul loro incontro del giorno precedente alla scomparsa di Guerrina.

4) Padre Gratien sostiene di non aver detto a Mirko di aver visto quel primo maggio Guerrina con il marocchino. Questa dichiarazione del frate prova che i due non si erano accordati su quel racconto e che il frate intendeva darla a bere ancora una volta al povero Mirko.

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5) Il vice parroco ha raccontato al collega congolese Padre Faustino ed agli inquirenti di aver incontrato un certo Zi’ Francesco che avrebbe accompagnato Guerrina a Sestino il primo di maggio e che in chiesa gli avrebbe riferito che la donna stava piangendo nella sua auto, era disperata e non voleva tornare a casa. Il racconto del frate, che ha sempre riferito che l’Alessandrini si trovava al bar durante quell’incontro, affranca Mirko da un coinvolgimento nella scomparsa della moglie, se Mirko fosse stato complice di Padre Gratien sarebbe stato anch’egli partecipe della storiella del fantomatico Zi’ Francesco.
*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DATI MEDICO LEGALI INSUPERABILI, MARIO BIONDO SI E’ SUICIDATO

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti i tre medici legali che, in tempi diversi, hanno condotto le autopsie sul corpo di Mario Biondo. 

Le Cronache Lucane, 27 febbraio 2020

Il presidente della Commissione Invalidi Civili dell’Asp di Ragusa, Giuseppe Iuvara, consulente medico legale della famiglia di Mario Biondo, è stato accusato di corruzione e arrestato nell’ambito di una vicenda legata a false pensioni di invalidità.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della morte di Mario Biondo?

Mario Biondo si è suicidato. Nel lontano agosto del 1830 il Duca Luigi Enrico di Borbone-Condé  fu trovato impiccato alla «spagnoletta» di una finestra della sua camera da letto nel castello di Saint-Leu, i suoi piedi erano appoggiati a terra. Le speculazioni sulla sua morte non mancarono all’epoca come non mancano oggi quando un suicida mette in atto un impiccamento incompleto.

L’omicidio per impiccamento è raro ed è generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. E’ chiaro che, in caso di messinscena, difficilmente l’autore dell’omicidio simulerà un impiccamento incompleto alla Condé, opterà invece per lo staging di un impiccamento completo.

– Dottoressa, lei si era già espressa dopo che erano state rese pubbliche le conclusioni della seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo a seguito della riesumazione del corpo ed eseguita dal Prof. Paolo Procaccianti. 

Certamente, il Prof. Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi.

Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli. Nelle foto visibili online non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

– Dottoressa, delle lesioni non descritte nella prima autopsia che può dirci, quella eseguita dal medico legale spagnolo?

Ci ha risposto il Prof. Procaccianti: all’autopsia erano assenti segni compatibili con una aggressione. Il segno che Mario Biondo aveva alla tempia non sottende un atto violento capace di stordirlo o fargli perdere coscienza, c’è poco da fare.

– Dottoressa, che mi dice del comportamento di Raquel Sanchez Silva?

La moglie di Mario Biondo è un noto personaggio televisivo che ha, com’è comprensibile, semplicemente cercato di evitare che fosse data in pasto ai media la sua vita privata.

MORTE DI ANNAMARIA SORRENTINO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANCORA PUBBLICITA’ OCCULTA A CHI L’HA VISTO? E INACCETTABILI PARALLELISMI DA GIUSTIZIALISTI TRA DUE VICENDE NON CONNESSE

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 27 febbraio 2020

Il 19 febbraio il programma di RAI3 Chi l’ha visto? ha mandato in onda un video di una colluttazione tra due coniugi sordomuti mentre la conduttrice si interfacciava in studio con i parenti di Annamaria Sorrentino. Pubblichiamo alcuni stralci dei commenti di Gian Pietro Fiore e Federica Sciarelli:

Fiore: C’è un collegamento con… infatti apprezzo molto il collegamento con i familiari di Annamaria perché appunto c’è un collegamento e loro che ora stanno vedendo questo video possono immaginare il perché… Perché nella chat gli amici di queste persone che si vedono nella chat sono amici di Paolo.

Sciarelli: Fa impressione, vi ricorda Annamaria che, insomma, è caduta di sotto ma voi al suicidio non ci avete mai creduto.

Sciarelli: Abbiamo associato questa storia perché la chat dei sordomuti è la stessa. Fiore: L’aggressore, la vittima sono amici di Paolo Foresta, che è totalmente estraneo, ovviamente, alla vicenda, però il modus operandi mi sembra molto simile alla triste vicenda di Annamaria.

Sciarelli: Io lo so che voi state ragionando anche su Annamaria, no che dice: “E’ caduta, ho cercato di fermarla, è caduta!”, ci sono delle cose che fanno impressione, Paolo foresta non c’entra niente con questa storia… però sembra un copione già visto anche questo…. Sembra un copione già visto perché quando vi mostrammo la fotografia di Annamaria Sorrentino con la mano fasciata Paolo Foresta ci disse: “Io non l’ho picchiata è lei che ha picchiato me”.

Ieri, sono andate in onda le interviste ai protagonisti del video e i riferimenti al caso Foresta/Sorrentino non sono mancati.

Sciarelli: Allora Gian Pietro, quando tu hai avuto il video hai collegato subito i due casi.

– Dottoressa Franco, vuole commentare?

E’ inaccettabile. Paolo non ha ucciso Annamaria, la Sorrentino è caduta da sola ma ormai da mesi il povero Paolo è vittima di un disgustoso processo mediatico messo in piedi da soggetti privi di competenze in campo criminologico che tentano di riscrivere i fatti relativi alla morte di sua moglie. Peraltro la Sciarelli continua a fare pubblicità occulta ad un giornaletto che della mistificazione dei fatti relativi ai casi giudiziari ha fatto la sua bandiera. Proprio ieri ha detto: “Anche noi ci siamo stupiti di questo video che per caso è arrivato nelle nostre mani grazie a Gian Pietro Fiore, il collega di GIALLO” e “tu hai anche, avete pubblicato su GIALLO delle fotografie”.

Durante la puntata del 19 febbraio:

Sciarelli: Mi sposto perché c’è un collega con noi che si chiama Gian Pietro Fiore di GIALLO, che è seduto qui con me.

Fiore: Oltre a darlo anche alla redazione di GIALLO, ai colleghi di GIALLO.

Sciarelli: Ringrazio il collega di GIALLO.

Già il 18 settembre 2019, Federica Sciarelli, mentre parlava con i parenti di Annamaria Sorrentino, aveva detto: “Io volevo dire una cosa, il SETTIMANALE GIALLO, che si sta occupando del caso di Annamaria, ha in copertina una NOTIZIA MOLTO FORTE, voi non l’avete potuto vedere, abbiamo l’ANTICIPAZIONE, diciamo, GIA’ USCITO QUI A ROMA: “Suo marito la picchiò mentre era incinta e lei perse il bambino” e insomma un titolo, una notizia forte di GIALLO, di questo SETTIMANALE che sta seguendo appunto la storia di Annamaria”; la Sciarelli ha poi mostrato la copertina del settimanale.

Il 25 settembre 2019, Federica Sciarelli, mentre interrogava il marito di Annamaria Sorrentino, Paolo Foresta: “Senti, sul SETTIMANALE (…) ascolta una cosa Paolo, il SETTIMANALE GIALLO pubblica un tuo messaggio, il MESSAGGIO SHOCK inviato dal marito, lo pubblica GIALLO, in cui tu dici (…)”; al contempo è stata mandata in onda una foto di un articolo del settimanale sul caso in questione.

Il 9 ottobre, sempre nell’ambito di un disgustoso processo al Foresta che si sta tenendo da mesi nello studio di Chi l’ha visto?, la conduttrice aveva detto: “Senti Paolo, c’è un… non so se l’hai vista, la copertina del SETTIMANALE GIALLO, c’è un articolo di Giampietro Fiore cheee…. che dice una cosa terribile cioè che tu avresti, quella notte, cercato di violentare tua moglie, non so se possiamo fargliela vedere la copertina di Giallo a Paolo perché questo c’è scritto, cioè che quella notte, la notte prima, poi ci sono stati altri litigi, eccola qua: PRIMA DI MORIRE ERA FUGGITA DAL MARITO CHE VOLEVA ABUSARE DI LEI. Tu volevi abusare di tua moglie?”.

L’autoregolamentazione della televisione pubblica ed il codice deontologico dei giornalisti vieta ai conduttori di fare pubblicità occulta nei loro programmi. Mi astengo dal giudicare i discutibili contenuti del settimanale, mi chiedo invece se sia lecito promuovere, peraltro con incredibile enfasi, un giornaletto come “Giallo” in una trasmissione di RAI3 senza l’avviso proprio dei messaggi promozionali”.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: PER SMASCHERARE UN MILLANTATORE BASTA LEGGERE IL SUO CURRICULUM VITAE

Annie Dookhan

Gli impostori, più frequentemente, si spacciano per medici, avvocati, ingegneri e criminologi. I reati in cui incorrono sono la truffa aggravata, l’usurpazione di titolo e l’esercizio abusivo della professione. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che da anni denuncia il fenomeno sul nostro giornale.

Le Cronache Lucane, 25 febbraio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi sono i millantatori?

I millantatori sono degli impostori, alcuni sono “quasi innocui”, altri sono invece pericolosi per la nostra società. Gli impostori “quasi innocui” si limitano a raccontare bugie nell’ambito familiare, ad amici e conoscenti. Chi li circonda sa perfettamente dove finisce la realtà e dove iniziano le loro fantasie e, spesso, pur di non contraddirli, li supportano nelle loro menzogne. Gli impostori più pericolosi sono quelli che si insinuano nelle maglie della società civile fino a raggiungere posizioni di potere. I danni che possono fare sono incalcolabili. 

– Secondo Aristotele “Il millantatore è colui il quale fa mostra di titoli di merito che non possiede, esagerando il suo controllo del mondo di cui in realtà è privo”. 

In realtà non è proprio così, solo il 10% degli esseri umani è capace di mentire outright (falsificare), il 90% semplicemente dissimula e questo vale anche per i millantatori che, proprio per questo motivo, sono facili da smascherare semplicemente leggendo il loro curriculum vitae. E’ lo scrittore e avvocato Carlo Goldoni (1707-1793) a spiegarci il perché il 90% di coloro che non dicono il vero dissimuli invece di falsificare: “Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”.

– Restando nel suo campo, un tipo particolare di millantatore è quello che riesce a ricoprire l’incarico di consulente forense, come si smaschera?

Un millantatore non fornisce mai esatte informazioni sui propri titoli di studio (Laurea, Master), è sempre vago, perché teme di venir smascherato. Ci sono millantatori che fanno precedere al proprio nome il titolo di “Ingegnere”, “Dott.”, “Prof. Dott.” o “Dr.” che nel curriculum scrivono “studi in informatica”, o “studi in “ingegneria informatica”, o “esperto in scienze forensi”, o “iscritto all’Università per il conseguimento di una seconda laurea” senza citare la prima, o “laureato presso una prestigiosa Università” senza specificare null’altro. Un millantatore punta soprattutto a pubblicizzare la sua iscrizione all’Albo dei Consulenti Tecnici e dei Periti di un Tribunale e di una Procura, eventuali “docenze”, la partecipazione a convegni come “relatore” e il fatto di essere “membro” di associazioni più o meno sconosciute. Spesso i millantatori posseggono più di un curriculum e si servono di titoli diversi a seconda dell’occasione. 

– Dottoressa, come può un soggetto privo di titoli ritenersi all’altezza di incarichi così delicati?

Gli impostori, nonostante non abbiano i titoli per rivestire certi incarichi, sono convinti di avere le competenze per meritarseli in quanto sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma, soprattutto, non avendo studiato, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

– Dottoressa, viene il dubbio che gli impostori soffrano di un disturbo di personalità.

Certamente. Spesso gli impostori sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali che non solo desiderano ottenere vantaggi materiali e prestigio, ma bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Sono dei perversi che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani da soggetti negligenti se non conniventi. Questo tipo di millantatori non sono dissimili da un punto di vista psicopatologico dai cosiddetti “serial killer missionari” e come loro sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno coraggiosi perché, pur dissimulando o falsificando per appoggiare l’accusa, delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

– Dottoressa, quanta insicurezza si cela dietro la facciata che si costruiscono gli impostori?

Dietro la facciata che si costruiscono gli impostori si cela una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati. 

– Dottoressa, chi o cosa li protegge e come vengono smascherati?  

E’ il sistema stesso che li protegge. La corruzione, la mancanza di controlli, la superficialità con cui vengono conferiti gli incarichi e con viene pubblicizzata la loro attività sul piccolo schermo sono il loro terreno di coltura. Ciò che li frega è quell’illusione di impunità maturata col tempo che li porta ad esporsi senza farsi più scrupoli.

APPIAPOLIS: LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI KATHLEEN HUNT ATWATER PETERSON

ursula franco 1 LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI KATHLEEN HUNT ATWATER PETERSON     –       di Ursula Franco*     –        

Nel dicembre 2014 ho cominciato a studiare l’omicidio di Kathleen Hunt Atwater Peterson per mano del marito nel tentativo di capire come fosse stata uccisa. Il District Attorney, ovvero la pubblica accusa, ed un suo consulente, un esperto di “Blood Pattern Analysis”, avevano infatti commesso errori nella ricostruzione dei fatti, errori che sono costati la scarcerazione di Peterson.

Nel marzo del 2015 ho pubblicato sul mio blog l’accurata ricostruzione dei fatti e il 21 marzo 2016 l’analisi della telefonata di soccorso fatta da Michael Peterson.

Il 21 dicembre 2017, il tema del 100esimo episodio del famoso podcast americano “My Favourite Murder” è stato proprio l’omicidio di Kathleen Hunt Atwater e la conduttrice, Georgia Hardstark, ha pescato nel mio blog.

Michael Iver Peterson e Kathleen Hunt Atwater Peterson LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI KATHLEEN HUNT ATWATER PETERSON
Michael Iver Peterson e Kathleen Hunt Atwater Peterson

 

 

 

 

 

 

 

Dall’aprile 2018 è disponibile un documentario americano dal titolo “The Missing Pieces: The Staircase” con alcuni miei interventi durante i quali analizzo sia la telefonata di soccorso che la dinamica dei fatti. La regia è di Philip Tatler IV.

Michael Iver Peterson è un bugiardo patologico convinto di essere un buon mentitore tanto da aver permesso al regista francese Jean-Xavier de Lestrade di girare un incriminante documentario sulla sua vicenda processuale, “The Staircase” (2004), un documentario di successo che è andato in onda anche in Italia nel 2018 su Netflix. Dal documentario emerge con forza il profilo psicopatologico di Michael Peterson e quello della sua famiglia allargata, uno straordinario esempio di famiglia narcisistica. 

Peterson ha abusato mentalmente delle sue due mogli (Patricia Sue e Kathleen), dei due figli avuti con la prima moglie Patricia (Todd e Clayton) e delle due figlie adottive (Margaret e Martha, figlie di Elizabeth Ratliff), l’unica componente della famiglia che è sfuggita alle manipolazioni di Peterson è la figlia di Kathleen, Caitlin Veronica Atwater.

Michael Peterson è un uomo arrogante, ossessionato da se stesso e dai propri bisogni, privo di empatia, incapace di stabilire relazioni sane con gli altri esseri umani e convinto erroneamente di essere più intelligente dei suoi interlocutori.

Kathleen non è morta in seguito ad una caduta dalle scale né Peterson ha usato l’attizzatoio per colpirla, come invece sostenuto dall’accusa.

Michael Iver Peterson ha ucciso sua moglie Kathleen tra le 23:08 e le 23.53 del 9 dicembre 2001 e ha commesso l’omicidio con le mani nude. 

Michael Iver Peterson ha ucciso sua moglie Kathleen prendendola per i capelli e facendole sbattere ripetutamente e violentemente la testa contro gli scalini di legno della scala di servizio della loro villa.OMICIDIO KATHLEEN HUNT LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI KATHLEEN HUNT ATWATER PETERSON

Durante l’aggressione, che si è sviluppata in almeno due tempi, in un’occasione Michael Peterson ha stretto la gola di Kathleen e con il pollice della mano sinistra le ha rotto il corno superiore della cartilagine tiroidea di sinistra.

 

All’esame autoptico il medico legale ha riscontrato multiple lacerazioni sul cuoio capelluto della vittima e nessuna frattura della teca cranica.

Secondo il medico legale tali lacerazioni furono causate da un oggetto piatto.

Nessun oggetto piatto colpì la testa di Kathleen, fu la testa di Kathleen ad impattare contro gli scalini di legno della scala di servizio.

Tra le mani di Kathleen, sugli ultimi scalini della scala di servizio dove Kathleen trovò la morte e sulla lattina di Diet Coke dalla quale aveva bevuto Michael Peterson dopo l’omicidio, furono repertati alcuni capelli strappati appartenenti alla vittima.

Michael Peterson strappò i capelli a Kathleen durante l’omicidio perché li usò per trattenerla e sbatterle la testa a terra, Kathleen se ne strappò altri nel tentativo di liberarsi dalla presa mortale del marito, per questo motivo vennero ritrovati tra le dita di entrambe le sue mani.

È chiaro che, se i capelli ritrovati sulla scena del crimine fossero stati analizzati al microscopio, i risultati dell’analisi avrebbero permesso agli investigatori di differenziare i capelli strappati da quelli che si erano rotti in seguito all’impatto del cuoio capelluto con gli scalini.

La grande quantità di sangue presente sul cavallo dei pantaloni di Michael Peterson si spiega facilmente:

Michael Peterson assaltò Kathleen una prima volta e la credette morta, Kathleen invece si riprese tanto da riuscire ad alzarsi in piedi, a questo punto Peterson l’aggredì nuovamente dopo essersi seduto su di lei per immobilizzarla, in quell’occasione con i propri pantaloni assorbì il sangue fuoriuscito dalle ferite della moglie e colato sugli abiti della stessa dopo il primo assalto.

Questa ricostruzione è l’unica cui si confanno tutte le risultanze investigative:

– Kathleen non patì alcuna frattura della teca cranica perché la sua testa impattò contro degli scalini di legno.

– Sul cadavere di Kathleen vennero rilevate alcune contusioni nell’area posteriore delle braccia e sulla schiena perché la donna urtò le braccia e il dorso durante l’aggressione.

– Non furono riscontrate contusioni su coste, gambe, piedi o ginocchia di Kathleen perché Kathleen non cadde dalle scale.

– Alcune contusioni furono invece rilevate sui polsi e sulle mani di Kathleen perché la donna si difese cercando di liberare i propri capelli dalla stretta del marito.

– La distribuzione delle macchie di sangue, il tipo di macchie (low/medium velocity blood spatters), l’assenza di cast off nella ristretta area in cui fu perpetrata l’aggressione, l’assenza di un pattern riferibile ad un corpo contundente sia sui muri, che sul cranio della vittima, che sulle sue lesioni da difesa, escludono che Peterson abbia usato un’arma per uccidere sua moglie.

– Infine, nessuna frattura del massiccio facciale è stata rilevata all’esame autoptico; è chiaro che se Kathleen fosse stata aggredita da dietro in quell’area così ristretta, ogni qualvolta fosse stata colpita posteriormente, la donna sarebbe caduta urtando il volto.

Kathleen Peterson LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI KATHLEEN HUNT ATWATER PETERSON
Elizabeth Ratliff

Nel 1985, a Gräfenhausen, in Germania, un’amica di Michael Peterson, Elizabeth Ratliff fu ritrovata morta ai piedi delle scale di casa sua dopo che Peterson l’aveva accompagnata a casa.

In questo caso, all’esame autoptico, eseguito in seguito ad una riesumazione dei resti della Ratliff avvenuta dopo l’omicidio di Kathleen, il medico legale ha rilevato lesioni molto simili a quelle presenti sul corpo di Kathleen, oltre ad una frattura della base cranica.

Michael Peterson perpetrò l’omicidio della Ratliff con le stesse modalità. In questa prima occasione, fracassò la testa della sua vittima contro un pavimento di mattonelle di terracotta e non contro degli scalini di legno.

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

CASERTASERA, CRIMINOLOGIA, L’OMICIDIO DI CHIARA POGGI IN 10 PUNTI

 Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado e assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto Stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL.

In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

9Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito “raccapricciante” dalla corte d’Appello di Milano. Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti da queste stesse parafilie uccidono con maggior frequenza dei soggetti sani.

Il movente dell’omicidio

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che conduce un soggetto ad uccidere, in un altro può destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio. L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni.

Chiara Poggi, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la fidanzata, furono i dissidi con Chiara che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione, ovvero il movente dell’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

  • Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.
  • Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non “sputtanarlo” ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi, rivelazioni che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, Stasi, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, sognava un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore in una delle più importanti università italiane.

Alberto, dopo l’omicidio, ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli abbia ucciso con premeditazione. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della bicicletta di Stasi, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Alberto fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla, avrebbe quantomeno nascosto la sua bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, quando, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli, non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi, la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza.

La telefonata di Stasi al 118

Alberto Stasi ha chiamato il 118 alle 13.50 del 13 agosto 2007:

  • Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che inaspettatamente Stasi non gli rivela spontaneamente.
  • Il tono della voce non è in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
  • Stasi richiede un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova sulle scale che conducono nella cantina della villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello di casa Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico; un comportamento che ci indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
  • Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.
  • Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce “la mia fidanzata”.  Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che aveva con lei, ci informa della qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome gli permette, inoltre, di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Alberto Stasi dai Carabinieri

Stasi ha chiamato il 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso, egli apparve agli uomini dell’Arma, da un punto emotivo, un’altra persona. I carabinieri presenti lo hanno descritto come tachicardico e in preda al panico. Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione.

Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118, ma appena giunto dai Carabinieri, quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascriversi alla scoperta del cadavere della fidanzata, quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio.  Nel “raccontare cosa è successo” ai carabinieri, per usare una sua frase estratta dalla telefonata al 118 (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), Stasi ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino. Una posta in gioco altissima per Alberto: Ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Gli interrogatori di Stasi

Stasi, durante gli interrogatori, ha dissimulato, non ha raccontato né di dissidi precedenti, né di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che, con tutta probabilità, aveva invece cambiato i programmi di quella serata. La Poggi, con tutta probabilità, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto Stasi per la pornografia. Viene da chiedersi il perché, durante gli interrogatori, Alberto abbia taciuto la risposta muta di 12 secondi sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27e perché solo dopo tale risposta si sia diretto in via Pascoli. Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto Stasi non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Durante gli interrogatori, Stasi è incorso in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha infatti sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto, con la sua risposta, non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue di Chiara.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”.

Stasi non si è informato sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

La mancanza di senso di colpa di Stasi dopo l’omicidio

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non emerge alcun turbamento morale ma una profonda anaffettività e l’assenza di rimorso, caratteristiche che si accordano perfettamente con le parafilie di cui egli è affetto, esse stesse prova di una patologica mancanza di senso morale.

All’indomani dell’omicidio, Alberto è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale. Chiara lo aveva infatti minacciato di rivelare squallidi segreti che, una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni, rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

La scena del crimine

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non furono repertate impronte di estranei nell’appartamento; non fu aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto mentre tentava di sfuggire.

Chiara fu attinta al volto dai primi colpi proprio mentre stava parlando con il suo aggressore. All’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani, una riprova del fatto che Chiara non si aspettava di venir colpita.

Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i familiari non si trovavano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa, tanto che si diresse in bagno e vi rimase a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del palmo della sua mano sul dispenser.

L’assassino gettò il cadavere di Chiara giù dalle scale della cantina forse in un ultimo gesto di disprezzo.

Alberto Stasi al funerale di Chiara:

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a debita distanza i presenti a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti durante i funerali delle loro vittime. Sia Stasi che Parolisi, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

Le intercettazioni

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince come abbia seguito ossessivamente le indagini, abbia interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, sia stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato di parte civile dei Poggi e dei loro consulenti e si sia completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio, non fosse mai esistita.

Alberto Stasi, consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”. Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride)“, e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”. Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi, Gianluigi Tizzoni e del consulente Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”.  Infine, uno Stasi sicuro di farla franca, ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.

Alberto, nel tentativo di rimuovere, di esorcizzare un fatto che lo aveva visto protagonista, non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa, né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme, né si mai chiesto il perché di quell’omicidio. Stasi si è concentrato su se stesso e ha cercato di apparire come un capro espiatorio, un povero perseguitato, un nuovo Enzo Tortora. Il suo atteggiamento ha ricalcato quello di molti colpevoli che evitano anche solo di evocare il nome della propria vittima per evitare lo stress che gli produrrebbe.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato così: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico in uscita su un settimanale, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “.E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…”( la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna ). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre dei capelli, ritrovati sulla scena del crimine: “(… ) si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “(…) mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. OK”.

Pochi mesi dopo l’omicidio di Chiara, Alberto, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino. Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio, come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio. Egli ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente. Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto ha desiderato da subito che si chiudesse quel fastidioso capitolo ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo ed a rimandare. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore provocato alla famiglia Poggi, a volte sprezzante ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se non fosse stato lui ad ucciderla e quindi ingiustamente indagato, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, carico di perversioni, menzogne, odio, violenza e sangue, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino mostrando, anche in questo caso, una patologica assenza di empatia e di senso morale. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

La laurea di Alberto

Il 27 marzo 2008, Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano. Egli, nonostante fosse l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata:  “A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto definisca l’assassino di Chiara semplicemente  “qualcuno” non  “un assassino” o  “un omicida” o  “un essere disumano” o  “un mostro”, Stasi non riesce a disprezzare l’autore dell’omicidio perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, Alberto ha commentato così:  “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”.  Questo suo disprezzo nei confronti della famiglia della vittima ci permette di attribuire il giusto disvalore alla dedica sulla tesi.
*Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre 2019 è consulente dell’avvocato Giovanni Pellacchia, difensore di Paolo Foresta.
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