CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: I CONSULENTI “PARTIGIANI” SONO UNA PIAGA DEL SISTEMA GIUSTIZIA

Dr. Ursula Franco

I consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès)

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 31 marzo 2020

– Dottoressa Franco, a cosa attribuisce le lungaggini del nostro “sistema giustizia”?

Non esiste una sola causa. Nelle fasi iniziali delle indagini sono un problema l’inesperienza di chi indaga, soprattutto in termini di casistica, e l’assenza di una adeguata preparazione necessaria per affrontare un primo interrogatorio di un sospettato, che invece è cruciale per muovere i primi passi verso la verità perché indica la strategia d’indagine. 

Molto spesso poi i consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. Questo comportamento vizia irrimediabilmente la soluzione di un caso conducendo all’errore giudiziario o ritarda il raggiungimento della verità perché obbliga il giudice a chiedere ulteriori analisi a periti da lui nominati allungando inevitabilmente tempi e costi della giustizia.

Il problema nasce dall’idea diffusa nelle procure che basti una consulenza per chiudere un caso rapidamente ed invece un caso giudiziario è come un puzzle, tutti i pezzi devono andare al loro posto.

Non è una novità ciò che le sto dicendo, ci sono innumerevoli testi americani sull’errore giudiziario dove si parla di consulenti “partigiani”. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès).

– Cosa c’è dietro a questi comportamenti?

I consulenti falsificano o dissimulano perché desiderano ricevere nuovi incarichi, perché sono convinti che le loro consulenze costruite a tavolino servano a sostenere una “nobile causa”, perché desiderano approvazione e prestigio e poi perché bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Alcuni tra questi sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani. Da un punto di vista psicopatologico somigliano ai “serial killer missionari” come Wolfgang Abel e Marco Furlan e, come loro, sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno “coraggiosi” perché, pur falsificando per appoggiare l’accusa, delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

Ludwig: Wolfgang Abel e Marco Furlan

– Che si può fare contro questi consulenti?

Perseguirli. Le loro menzogne hanno un costo enorme in termini umani ed economici per il paese. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN UN CASO GIUDIZIARIO LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E’ TUTTO, NON UN MERO ESERCIZIO DI STILE

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 marzo 2020

Michele Buoninconti

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce inoltre in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario. Faccio un esempio: se la procura di Asti e tutti i giudici che hanno giudicato il povero Michele Buoninconti avessero provato a ricostruire i fatti che condussero alla morte di Elena Ceste si sarebbero resi conto che non era stato commesso un omicidio. 

– E in caso invece sia stato commesso un omicidio?

In caso di omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– In quali casi noti gli inquirenti ed i giudici hanno commesso degli errori nella ricostruzione dei fatti?

In moltissimi. 

– Ci faccia alcuni esempi.

Sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri e in tanti altri casi.

Matilda Borin

– Com’è morta la piccola Matilda Borin?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Lidia Macchi

 – Che errori hanno commesso gli inquirenti nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi?

Una volta riaperto il caso Macchi, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Riguardo alla lettera poesia “IN MORTE DI UN’AMICA”, l’autore anonimo non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera infatti, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

Yara Gambirasio

 – E in quello di Yara Gambirasio?

E’ vero, come affermato dall’accusa, che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale, ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima. Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio. Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto con sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Roberta Ragusa

– Nel caso Ragusa? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

 – Nel caso dell’omicidio di Maria Sestina Arcuri?

Lo abbiamo trattato di recente. Maria Sestina non è caduta dalle scale interne dell’appartamento di Mirella Iezzi ma da quelle esterne. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte della gente si affeziona alle sciocchezze divulgate da stampa e tv spazzatura e snobba la verità anche quando i fatti parlano chiaro?

Perché la gente è incapace di ammettere di essersi lasciata intortare e desidera salvare l’onore del proprio “infallibile intuito” e così, invece di riconoscere i propri limiti, si ingegna su come ridicolizzare la verità e chi se ne fa portavoce. E vissero tutti felici e contenti… Ah, a proposito, per ricostruire i fatti e risolvere un caso servono competenze, non un “infallibile intuito”. L’intuito è il paravento di chi non ha investito nella propria formazione ed è equiparabile alle capacità che millantano di avere i cosiddetti “sensitivi”. Buon lockdown a tutti.

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI

–       di Ursula Franco*     –     NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

APPIAPOLIS, 27 marzo 2020

La scala esterna di accesso all’appartamento della nonna del Landolfi

Il 6 febbraio 2019, Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte. 

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Ronciglione. L’interno della casa della Iezzi

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.”

Dalla telefonata di soccorso del Landolfi, da un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio si inferisce invece che Maria Sestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella attraverso la quale si accede all’appartamento della Iezzi.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Riporto alcuni interessanti stralci della telefonata di Andrea Landolfi al 118:

Andrea Landolfi: Sì. Salve. Io sto qua a Ronciglione…

Si noti che il Landolfi non esordisce con una richiesta d’aiuto ma con un “Sì” e un “Salve”, due parole inaspettate in una chiamata di soccorso.

“Sì” è una pausa per pensare. “Salve” rientra tra i convenevoli che, generalmente, servono ad ingraziarsi l’interlocutore (Ingratiation Factor).

“Io sto qua a Ronciglione” non è ancora una richiesta d’aiuto.

Operatore: Sì?

Andrea Landolfi: Sto a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo sulla scala a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…

Ci saremmo aspettati che il Landolfi dicesse: “La mia compagna è cascata dalle scale, ha bisogno d’aiuto” ed invece non ha ancora chiesto aiuto per Maria Sestina.

Il fatto che il Landolfi senta il bisogno di aggiungere l’avverbio di luogo “qua” e “stavamo sulla scala a chiocciola” apre alla possibilità che la caduta sia avvenuta altrove.

[…]

Operatore: Allora è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, dalla scala a chiocciola.

“Eh” è una pausa per pensare. A questo punto ci aspettiamo che, dopo averci pensato, il Landolfi fornisca un dato numerico e invece non risponde alla domanda, ma tiene nuovamente a precisare “dalla scala a chiocciola”, fornendo un’informazione non richiesta e apparentemente inutile ma evidentemente per lui importante posto che l’ha ripetuta.

Le parole del Landolfi ci inducono a chiederci il perché senta il desiderio di assicurarsi che l’operatore abbia capito che Maria Sestina è caduta “dalla scala a chiocciola”. Una domanda che ci eravamo già posti quando il Landolfi aveva inserito nel racconto iniziale termini inutili quali “qua” e “scala a chiocciola”.

Operatore: Dalla scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Andrea Landolfi: “Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però da là, l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato”

“Tutta l’abbiamo fatta” è il frutto di una contaminazione, è stato infatti l’operatore a introdurre certi termini attraverso la domanda “l’ha fatta tutta?”.

Il Landolfi, invece di rispondere con un “Sì”, si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale si lascia scappare un “da là, l’ho portata a ca…”.

Quando il Landolfi dice da là, l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da là, l’ho portata a casa”? 

Per quanto riguarda il termine su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. In merito, la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con su” il Landolfi intenda su” in casa, non su” in camera e che quindi Maria Sestina sia caduta sulle scale esterne dell’appartamento. 

Ronciglione. Le scale dalle quali è caduta Maria Sestina Arcuri

Ulteriori conferme a questa ricostruzione degli eventi vengono dall’interrogatorio della nonna del Landolfi e da due interviste.

– Durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto: Loro sono saliti, sono… uuu… riusciti i… fuori, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno”.

“Loro sono saliti” è generico ma quando la Iezzi dice “sono… uuu… riusciti i… fuori,“ ci conferma che con quel “saliti” si riferisse alle scale esterne e con “riusciti” alla porta d’ingresso, in specie per l’aggiunta di “fuori”.

– In un’intervista rilasciata a Silvana Cortignani di Tusciaweb Andrea Landolfi ha detto:

“Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, sulle scale di casa. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta”

– Da un’intervista rilasciata da Mirella Iezzi a Lucilla Masucci de “La vita in diretta”:

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

Se Andrea e Sestina si fossero messi “fuori la porta” della camera del bambino, la Iezzi non avrebbe detto “perché loro si mettevano fuori la porta” ma “perché parlavano sottovoce”, posto che dormiva nella stessa stanza, è quindi evidente che la Iezzi sta dicendo che tra lei e i due ragazzi c’era una porta, quella porta non può che essere il portane di ingresso.

Ronciglione. L’ingresso dell’appartamento di Mirella Iezzi

Riguardo alla lesioni da lei ripotate, durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto: “Venerdì. Venerdì che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui.

E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole “scala di ferro”. La “scala di ferro” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è evidentemente un elemento importante per la Iezzi posto che tiene a sottolineare di essersi fatta male proprio lì. 

Ronciglione. L’area antistante l’accesso alle scale esterne

Alla luce di queste analisi si può ragionevolmente concludere che Maria Sestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento di Mirella Iezzi. Le lesioni che riportò (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”

ursula franco 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IL DRAMMA SI E’ CONSUMATO SULLE SCALE ESTERNE DELL’APPARTAMENTO

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte.

L’interno della casa della Iezzi

Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio ma, fino al 25 settembre scorso, era indagato a piede libero.

Le Cronache Lucane, 25 marzo 2020

Dopo che sono stati divulgati stralci dell’interrogatorio della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, siamo tornati a sentire su questo caso la criminologa Ursula Franco. La dottoressa aveva già analizzato la telefonata di soccorso di Andrea Landolfi al 118 e un’intervista rilasciata dalla nonna.

– Dottoressa, che cosa emerge dalle sue analisi?

Dopo che ho analizzato gli stralci dell’interrogatorio della Iezzi mandati in onda da Quarto Grado, la telefonata di soccorso del Landolfi al 118 e l’intervista rilasciata dalla nonna del Landolfi a Lucilla Masucci ritengo alquanto probabile che Maria Sestina Arcuri non abbia subito il trauma che l’ha condotta a morte all’interno dell’abitazione della Iezzi ma all’esterno dell’appartamento, sulla scala esterna con il parapetto in ferro. Sono almeno cinque le occasioni a me note in cui è emersa questa possibilità.

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– Può spiegarsi meglio?

– In un’intervista rilasciata a Silvana Cortignani di Tusciaweb, Andrea Landolfi ha detto:

“Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, SULLE SCALE DI CASA. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta”

– Durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto:

“LORO SONO SALITI, sono… uuu… RIUSCITI I… FUORI, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno”.

Con “LORO SONO SALITI” la Iezzi potrebbe riferirsi sia alle scale esterne che a quelle interne dell’appartamento e poi, dicendo

“sono… uuu… RIUSCITI I… FUORI“ ci induce a pensare che voglia intendere che i due ragazzi fossero “RIUSCITI” dalla porta d’ingresso, in specie per l’aggiunta di “FUORI”.

– Sempre durante l’interrogatorio la Iezzi ha detto: “Venerdì. Venerdì che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una SCALA DI FERRO, bene, sono caduta su una SCALA DI FERRO e ho battuto qui.

E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole “UNA SCALA DI FERRO”. La “SCALA DI FERRO” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è un topic importante per lei posto che lo ripete per due volte. 

– Durante l’intervista rilasciata a Lucilla Masucci, la nonna del Landolfi ha detto: “No, perché loro si mettevano FUORI DALLA PORTA, perché il bambino dormiva, si mettevano FUORI DALLA PORTA e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui”

Ed infine, durante la telefonata al 118, Andrea Landolfi ha detto:

“Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però DA LA’, L’HO PORTATA A CA… SU, ha rigettato quello che ha mangiato”

Quando il Landolfi ha detto “DA LA’, L’HO PORTATA A CA… SU”, si è autocensurato e poi ha aggiustato il tiro aggiungendo un generico “SU”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “DA LA’, L’HO PORTATA A CASA”? Per quanto riguarda il termine ”SU”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale ma appare strano che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. Peraltro, la nonna del Landolfi ha riferito al PM di “essere andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati” dopo la caduta dei ragazzi, è pertanto logico pensare che Sestina fosse nella sala e che quindi con “SU” il Landolfi intendesse “SU” in casa, non “SU” in camera. Aggiungo che le lesioni di Sestina (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste.

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Questa ricostruzione conferma le parole del pubblico ministero: “Maria Sestina appena arrivata a casa è cascata”.

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– Dottoressa, all’interno dell’appartamento sono comunque stati trovate tracce di sangue e vomito.

Non dobbiamo stupircene, dopo il trauma, Maria Sestina è stata portata in casa  e lì ha vomitato e ha continuato a perdere sangue. 

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Omicidio di Maria Sestina Arcuri: analisi di stralci dell’interrogatorio di Mirella Iezzi, nonna di Andrea Landolfi Cudia

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte.

Andrea Landolfi Cudia è stato arrestato il 25 settembre scorso ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi si è costituita parte civile.

La nonna di Andrea Landolfi è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace.

PM: Sappiamo documentalmente… che… il ritorno a casa dei 2 ragazzi (interrotto).

Il PM non ha ragione di rivelare alla Iezzi le risultanze investigative. Chi interroga avrebbe dovuto semplicemente chiedere alla Iezzi “Ci dica che cosa è successo?” in modo da indurla a scegliere da dove cominciare il proprio racconto.

Mirella Iezzi: Sì, è stato verso mezzanotte e mezza.

PM: Assolutamente no, signora.

Il PM non ha ragione di contestare l’orario indicato dalla Iezzi. Il PM avrebbe invece dovuto fingere di non conoscere l’orario esatto del rientro dei ragazzi e chiederle: “Va bene, poi che cosa è successo?”. Durante il primo interrogatorio è necessario raccogliere più materiale possibile da confrontare con le risultanze investigative e con eventuali interviste, registrazioni di telefonate di soccorso e dichiarazioni di testimoni, solo al termine dell’interrogatorio o in un nuovo interrogatorio ha senso contestare le risposte dell’interrogato. 

Mirella Iezzi: Io… per me, io (interrotta).

E’ un errore interrompere la Iezzi posto che è nella sua testimonianza la soluzione del caso. Il goal di chi interroga dovrebbe essere indurre la Iezzi a parlare il più possibile. E’ nelle tirate oratorie che si nascondono informazioni importanti per ricostruire i fatti e spesso anche formidabili ammissioni tra le righe.

PM: Assolutamente è falso, risulta falso. E lei a me deve dire la verità.

Mirella Iezzi: No, ma io dico la verità. Io le posso dire ancora (interrotta)

PM: E no perché, scusi eh, facciamo vedere a che ora sono rientrati, le faccio vedere dalle telecamere.

Chi interroga continua a contestare l’orario indicato dalla Iezzi, una contestazione precoce, non solo gratuita ma anche controproducente. 

Mirella Iezzi: Eh, va bene, io posso avermi sbagliata (incomprensibile) (interrotta).

PM: Signora, non mi interrompa! Non mi interrompa! Non mi interrompa!

Il PM non ha ragione di imporsi così alla Iezzi, la metterà sulla difensiva. Peraltro, è lui che non dovrebbe interrompere l’interrogata, non il contrario. Ai fini della ricostruzione dei fatti, non è interessante cosa lui abbia da dire ma solo cosa ha da dire la Iezzi.

Mirella Iezzi: Per me era quell’ora, io penso di… mi sarò sbagliata.

PM: Che significa “per lei”? L’ora è un’ora… per tutti.

Il PM continua a rivelarsi ostile, dovrebbe invece mettere la Iezzi a suo agio per ingraziarsela e ottenere così le informazioni necessarie per ricostruire i fatti in modo capillare.

Mirella Iezzi: Sì, ma non è che mi vado a mettere lì e guardo l’ora (incomprensibile).

PM: Ah, allora dica: “Non so a che ora sono tornati”.

Chi interroga non ha motivo di suggerire le risposte posto che lo scopo di un interrogatorio è quello di acquisire informazioni dall’interrogato. 

Mirella Iezzi: Eh sì, però so che era tardi perché gli ho detto queste precise parole: “Domani mattina ci dobbiamo alzare presto per andare a Roma”.

[…]

PM: Che ora era?

Lo ripeto, chi interroga non ha ragione di rivelare alla Iezzi le risultanze investigative.

Assistente del PM: Una, 45 e 38, la macchina entra in via Papirio Serangeli.

PM: Alle 2 meno 10 stavano a casa, via.

Mirella Iezzi: Sì, ho capito.

Una risposta di nessuna utilità.

PM: 2 meno 10, è  d-o-c-u-m-e-n-t-a-l-e.

Affermazione che metterà a tacere la Iezzi, purtroppo. 

Mirella Iezzi: Sì, benissimo, benissimo, mi sarò sbagliata per quell’ora.

PM: L’ora è per tutti la stessa.

Mirella Iezzi: Certo. Sì, lo so, però io c’ho pure ottanta anni.

PM: Signora, lei ha dimostrato di essere lucida.

Mirella Iezzi: Sì, sono lucida. Sì, sì.

[…]

PM: Allora, come sono andate quella sera le cose?

Una bella domanda.

Mirella Iezzi: Sono entrati, Andrea è andato di sopra a cambiare il bambino e a metterlo a letto, mentre io e Sistina siamo rimasti giù a parlare.

Si noti il termine “rimasti”, al maschile. Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Rimasti, chi?”.

Mirella Iezzi: Noi siamo stati un qualche… un 5 10 minuti a parlare.

PM: Assolutamente no.

Il PM continua a contestare le dichiarazioni della Iezzi mettendola sulla difensiva.

Mirella Iezzi: Eh io le… io c’ho parlato con Sestina.

PM: Signora, ma saranno stati 5 secondi.

E’ un errore continuare a contestare le dichiarazioni della Iezzi.

Assistente del PM: In questo frangente è successo che sono arrivati…

Mirella Iezzi: Sì.

Assistente del PM: Andrea ha preso il bambino…

Mirella Iezzi: Andrea è andato su, sì.

Assistente del PM: L’ha portato su, l’ha me… gli ha messo il pigiamino…

Mirella Iezzi: Sì, sì.

PM: Lei parlava con Mariasestina.

Mirella Iezzi: Sì, io ho parlato con Mariasestina, sì, sì.

Assistente del PM: Il bambino si è addormentato, Andrea è sceso, è stato con voi…

L’assistente del PM, invece di farlo fare alla Iezzi, ha riassunto i fatti, un errore grossolano. Avrebbe dovuto far ricostruire i fatti  ancora una volta all’interrogata per poi confrontare le versioni.

Mirella Iezzi: No, è stato con noi, è stato un due minuti perché io gli ho detto “Andate su che domani mattina ci dobbiamo alzare presto, andate a dormire”

Assistente del PM: Di che cosa avete parlato?

Mirella Iezzi: Del più e del meno, che loro si volevano sposare, poi è venuto giù Andrea e gli ha detto eee… tanto lei quanto lui, ha detto: “Andiamo a dormire perché domani mattina ci dobbiamo alzare presto”.

PM: Poi che cosa è successo?

Una bella domanda.

Mirella Iezzi: Loro sono saliti, sono… uuu… riusciti i… fuori, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno.

Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Fuori, dove?”. 

– Da un’intervista rilasciata dalla Iezzi a Lucilla Masucci:

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

“No” sarebbe stata la risposta che ci saremmo aspettati. Invece la Iezzi ha indebolito la sua risposta con ulteriori 46 parole, lo ha fatto perché ha bisogno di convincere. La Iezzi non possiede il cosiddetto “muro della verità”. Peraltro, con la sua tirata oratoria ci ha rivelato che, al momento della caduta, i due ragazzi si trovavano sulle scale esterne dell’appartamento.

Se Andrea e Sestina si fossero messi “fuori la porta” della camera del bambino, la Iezzi non avrebbe detto “perché loro si mettevano fuori la porta” ma “perché parlavano sottovoce”, posto che dormiva nella stessa stanza, è quindi evidente che la Iezzi sta dicendo che tra lei e i due ragazzi c’era una porta, quella porta non può che essere la porta di ingresso.

La Iezzi dice “tutto qui” per tentare di chiudere il topic.

– Dalla telefonata di Andrea Landolfi al 118:

Operatore: Allora è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, dalla scala a chiocciola.

Operatore: Dalla scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Andrea Landolfi: Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però da là, l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato.

Si noti che il Landolfi si autocensura: “da là, l’ho portata a ca…” e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”.

Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da là, l’ho portata a casa”? Se così fosse, è possibile che Maria Sestina Arcuri abbia subito il trauma che l’ha condotta a morte non all’interno dell’abitazione della Iezzi ma fuori dalla porta di casa, sulla scala esterna con il parapetto in ferro. Peraltro nella casa della Iezzi una scala a chiocciola non c’è.

Per quanto riguarda il termine ”su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale ma appare strano che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. Una ricostruzione confermata dalla Iezzi in un’intervista: “L’ho rialzato e ho tirato su, vicino al camino, anche Sestina. Poi l’abbiamo messa seduta su una poltroncina che sta lì”.

– Da un’intervista rilasciata da Andrea Landolfi a Silvana Cortignani di Tusciaweb:

Giornalista: Per l’accusa al momento della caduta stavate litigando, secondo sua nonna vi stavate baciando. Lei ha detto che è stata Sestina a spingerla. Ha ricordi diversi di quella sera ora che sono passati dieci mesi?

Andrea Landolfi: Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, sulle scale di casa. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta.

Landolfi dice ed è successo tutto” per non raccontare i fatti nel dettaglio.

[…]

Mirella Iezzi: Tutti insieme io me li sono visti cadere, scivolare giù.

PM: Dov’è la scena che ha visto?

Una bella domanda.

[…]

Assistente del PM: Qual’è la scena?

Un’altra bella domanda.

Mirella Iezzi: Ho visto mio nipote scendere e battere tra la … il muro, stava… il mio nipote stava tra il muro e il…

Si noti che, nonostante la domanda sia generica, la Iezzi parla del solo nipote. I fatti si svolsero forse in due tempi? Ci furono due cadute, una dalla scala interna e una della Arcuri dalle scale esterne?

E’ alquanto probabile che i fatti si siano svolti in due tempi, una prima caduta dalle scale interne nella quale il Landolfi ebbe la peggio e poi quella letale della Arcuri dalle scale esterne.

Assistente del PM: Cioè, sdraiato sui gradini o in piedi stava suo nipote?

Mirella Iezzi: No, no. Erano tutto… erano tutti e due sdraiati.

Il fatto che la Iezzi ripeta la negazione ci rivela che la domanda è sensitiva.

Si noti “Erano” al plurale e “tutto” riferito al solo nipote.

Secondo assistente del PM: Quindi suo nipote?

Mirella Iezzi: Stava vicino tra il muro e il camino. Bene!? E Sistina stava qui, vicino a lui… perché quando io so andata a prenderlo, l’ho tirato su così, l’ho tirato, l’ho aiutato, dice: “Fermati nonna che mi fa male tutto dietro”, “il bacino”, ha detto: “Io mi sono rotto il bacino”. Poi, piano piano l’ho aiutato a tirarsi su e abbiamo tirato su Sistina.

Si noti che la Iezzi racconta di aver aiutato il nipote a “tirarsi su”, è anomalo che abbia aiutato prima lui e non Sestina posto che Andrea è più pesante e, una volta tirata su Sestina, avrebbe potuto farsi aiutare da lei. Si noti anche che la Iezzi non dice che Sestina era a terra ma “E Sistina stava qui, vicino a lui…”. Dopo quella prima caduta Sestina si rialzò da sola perché Sestina cadde su Andrea così come da lui riferito all’operatore del 118: ” […] io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte […], pertanto Andrea non si sarebbe potuto alzare se Sestina non si fosse spostata. Ed è anche vero che in seguito a questa prima caduto fu il Landolfi a farsi male non Sestina. Poco dopo però Sestina si ferì a morte quando cadde da sola dalle scale esterne dell’appartamento della Iezzi.

Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Signora Iezzi, perché tirò su per primo suo nipote?”.

“Poi” è un ponte temporale che nasconde informazioni.

PM: E come c’è andata su in camera da letto Mariasestina?

Mirella Iezzi: Camminava (incomprensibile).

PM: Da sola?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Portava gli occhiali?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Quando è salita?

Mirella Iezzi: Sì, non lo so quando è salita se portava l’occhiali, non lo so.

PM: L’ha vista salire?

Mirella Iezzi: No, io non l’ho vista salire, no.

La Iezzi ci sta dicendo che non vide Mariasestina salire in camera.

PM: Adesso ha detto che l’ha vista, adesso l’ha detto.

Mirella Iezzi: Ossia, no, mi sono sbagliata, loro due sono… io sono uscita, sono uscita, sono uscita.

Nel dicembre 2019, la Iezzi alla giornalista Silvana Cortigiani aveva detto:
(…) Io li ho visti, lei è andata su con le sue gambe, in camera da letto. Certo, era addolorata, non le dico che stava: “Mirella, tutto bene”, no, assolutamente. Ma io l’ho vista salire in cima alle scale con mio nipote, andare in camera da letto.

PM: Quindi lei l’ha lasciata seduta?

Mirella Iezzi: Sì, seduta con mio nipote, sì.

La Iezzi ci sta dicendo che, quando lei uscì per andare al pronto soccorso, Mariasestina era seduta in sala.

PM: E parlava, mi ha detto?

Mirella Iezzi: Parlava, benissimo. A me mi ha detto queste precise parole: “Mirella non mi sono fatta niente, non ti preoccupare, non ti preoccupare, non mi sono fatta niente”

Assistente del PM: Lei ha detto che Mariasestina è salita con il suo…

Mirella Iezzi: No, mi sono sbagliata, mi scusi, io sto in confusione adesso, non… no, non l’ho visti salire io.

PM: Ma lei ha detto ad Andrea che sarebbe andata via?

Mirella Iezzi: No.

PM: Perché?

Mirella Iezzi: Perché erano saliti… ossia li avevo lasciati lì, ho preso… con il dolore… me ne so’ andata.

La Iezzi dice “erano saliti” e aggiunge “li avevo lasciati lì”. Poiché già aveva detto di aver lasciato Mariasestina seduta con Andrea in sala non può che riferirsi al fatto che li vide salire in casa dalle scale esterne dell’appartamento.

PM: Senza salutarli?

Mirella Iezzi: E che dovevo salutarli, andavo sotto al pronto soccorso e ritornavo.

PM: Non gli ha detto dove andava?

Mirella Iezzi: No, non gli ho detto niente.

PM: Abbiamo saputo che lei aveva fatto anche delle lastre.

Un’affermazione che non prevede una risposta.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Eh?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Con un referto che riportava tre costole rotte e frammenti ossei.

Ancora un’affermazione.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Queste lesioni quando se l’è procurate lei?

Finalmente una domanda aperta.

Mirella Iezzi: Venerdì. Venerdì, che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui.

La domanda aperta dà i suoi frutti. E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole “una scala di ferro”. 

La scala di ferro” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è evidentemente un elemento importante per la Iezzi posto che tiene a sottolineare di essersi fatta male proprio lì. 

Si noti però che la Iezzi non dice “la scala di ferro” come ci saremmo aspettati ma “una scala di ferro”. Perché la Iezzi prende le distanze dalla scala di ferro di casa sua? Perché è da quella scala che cadde Sestina ed è contro quella scala che, dopo la caduta della Arcuri, la scaraventò il nipote.

Lo zio del Landolfi ha detto al pubblico ministero: “E mi ha detto che i ragazzi erano caduti dalle scale, Andrea era quello che si era fatto più male, che si era fatto male al bacino, cheee … Sestina si era rialzata … con lei e lei c’aveva parlato, tutto quanto, che anzi le aveva pure aiutata a raccogliere delle cose che stavano per terra e, mentre cadeva, lei si era spostata, aveva dato un colpo al tavolo col fianco, di fatto è questa è stata la deposizione che ho dato ai carabinieri. Dopo, invece, siccome … ho saputo che Sestina era caduta, lei per andare ad aiutare Sestina ad alzarsi Andrea gli ha fatto, gli ha dato così, “Levati, ci penso io” – alla nonna e gli aveva dato un colpo, a me questo sicuramente non l’aveva detto perché io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti delle altre storie di Andrea.”

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Il 9 dicembre 2019 Tusciaweb ha pubblicato un’intervista della Iezzi a Silvana Cortigiani, un estratto: 

Giornalista: Suo nipote è accusato di averla percossa. Che rapporto avete?

Mirella Iezzi: Per me Andrea è un figlio e mio nipote mi adora. Non mi ha mai toccato. E’ un ragazzo dolcissimo. Io gli ho fatto da mamma, perché la mamma, mia figlia, era giovanissima quando lo ha avuto, perciò è stato a casa con me e mio marito. Io l’ho cresciuto. Non si sarebbe mai permesso.

Giornalista: Ma Andrea l’ha spinta, l’ha aggredita in qualche modo, magari nella concitazione del momento? Lei è stata refertata al pronto soccorso…

Mirella Iezzi: Sa cosa ha fatto mio nipote? Io sono andata in cucina e ho preso un panno bagnato per metterglielo sulla testa. Quando sono tornata, Andrea stava in ginocchio, vicino a Sestina, le diceva:”Amore, che ti sei fatta?”. Allora io gli ho messo là il panno e Andrea, per scansarmi, mi ha dato non un manrovescio, ma mi ha scansata con la mano. Io pochi giorni prima ero caduta, il venerdì, su una scala di ferro, ma non lo sapeva nessuno, perché io non volevo farli preoccupare, tutto qui.

E’ vero, Andrea Landolfi non picchiò sua nonna, non le dette un pugno, la spinse e lei urtò contro la balaustra della scala di ferro e si fratturò 3 coste.

PM: Tra il 3 e il 4 febbraio.

Il PM suggerisce una data.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Lei ha subito altre lesioni?

[…]

Mirella Iezzi: Allora, mio nipote, per scansarmi da vicino a signor…. a Sistina, mi ha dato una botta così, sopra, dove già c’avevo dei dolori fortissimi, poi, andando in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati, io sono caduta tra la sedia e il tavolo, perciò mi sono ridata un’altra botta così. C’avevo dei dolori fortissimi, ho preso e sono andata all’ospedale di Sant’Anna… dove non mi hanno fatto niente.

Il fatto che la nonna del Landolfi abbia riferito al PM di essere andata “in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati” dopo la caduta dei ragazzi, ci conferma che, dopo la seconda caduta, Sestina venne portata in sala e che quindi con ”su” il Landolfi intendesse ”su” in casa, non ”su” in camera. Aggiungo che le lesioni di Sestina (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata da una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del corpo della ragazza con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste.

Si noti che la Iezzi dice di aver ricevuto prima una botta dal nipote e poi di essere caduta in cucina tra la sedia ed il tavolo.

Perché la Iezzi dice “io sono caduta tra la sedia e il tavolo, perciò mi sono ridata un’altra botta così”? Per giustificare le proprie fratture costali. Tali fratture infatti non furono la conseguenza diretta del colpo che le dette il Landolfi ma si produssero in seguito all’urto contro una superficie rigida seguito a quel colpo.

Peraltro, nel gennaio scorso, Mirella Iezzi aveva raccontato a Lucilla Masucci di essere stata colpita dal nipote, non quando tentò di aiutare Sestina a rialzarsi, ma in un’altra occasione. Ecco il suo racconto alla giornalista: “No, allora, io dato che eee… volevo aiutarlo, ho preso un tovagliolo e sono andata in cucina, tant’è vero ho sbattuto anche su un tavolo. Era un po’ concitata, ho preso, ho preso del ghiaccio e gliel’ho messo sulla testa. Mentre io facevo così, lui mi ha dato una botta così, dicendomi: “Togliti nonna che ci penso io a Sistina, non ti preoccupare tu, ci penso io.”

Si noti che la Iezzi dice prima di aver sbattuto contro il tavolo della cucina e poi di aver ricevuto una botta dal nipote, in una sequenza invertita rispetto al racconto che ha fatto al PM.

La figlia della Iezzi, Monica, al PM: “Ho sentito mia madre eee… piangeva perché aveva ricevuto un pugno da Andrea, una botta, un pugno sulle costole e lei diceva “Monica eee… devo andare in ospedale, Monica devo andare in ospedale, mi sento male”, sentivo che piangeva, gli faceva male, era dolorante.”
Si noti che, dopo aver detto “pugno”, si corregge con “botta” e poi dice nuovamente “pugno”.

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PM: In quale momento è uscita, scusi?

Mirella Iezzi: Verso le 2, le 2 e un quarto.

PM: Prima delle 2 meno dieci non sono ritornati a casa, le ho fatto vedere le immagini.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Alle due e qualche minuto lei già stava fuori casa! Significa che Maria Sestina appena arrivata a casa è cascata, l’ha capito o no?

Conclusioni che il PM dovrebbe tenere per sé. Il PM, invece di ingraziarsi la Iezzi in modo da ottenere più informazioni possibili, continua a rivelarsi ostile dicendo “l’ha capito o no?”. 

Mirella Iezzi: Noi siamo stati un qualche… un cinque, dieci minuti a parlare.

PM: Assolutamente no!

Ancora una controproducente contestazione.

Mirella Iezzi: Se io devo dire che loro stavano litigando, gli dico di no, perché quando sono risaliti su erano d’amore e d’accordo, perciò, non… non posso dire che non è vero. Io questo, mi batterò, lo dirò perché li ho visti scivolare insieme. Basta! Mio nipote non ha ammazzato nessuno.

“loro stavano litigando” è un’ammissione tra le righe.

La Iezzi riesce a dire “li ho visti scivolare insieme” perché la prima volta il Landolfi e Sestina caddero insieme. Solo in seguito Sestina cadde dalle scale esterne.

“Mio nipote non ha ammazzato nessuno” non equivale a dire “Mio nipote non ha ammazzato Maria Sestina” perché è un’affermazione aspecifica ed atemporale.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI, ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

APPIAPOLIS, 21 marzo 2020
 di Ursula Franco* 

NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

cesaroni 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO
Simonetta Cesaroni

Martedì 7 agosto 1990, intorno alle 23:30, Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca e Salvatore Volponi, Giuseppa De Luca e Mario Vanacore rinvennero il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni sul pavimento di una stanza di un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù sito in via Carlo Poma n. 2, scala B, terzo piano, interno 7, un ufficio nel quale, da circa due mesi, la ragazza si recava ogni martedì e giovedì. Il corpo di Simonetta, trafitto da 29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità del capo e dei capelli scomposti, il pavimento recava impronte rosacee semicircolari, come per parziale detersione; l’ambiente circostante si presentava in ordine, in un angolo erano allineate le sue scarpe da tennis slacciate. Simonetta era arrivata in ufficio intorno alle 15:45 ed aveva aperto con un mazzo di chiavi in suo possesso, alle 17:35 aveva parlato al telefono con una collega, poi, nell’intervallo di tempo tra la fine della telefonata e le 18:30/19:00 orario in cui avrebbe dovuto chiamare Volponi per riferirgli a che punto fosse con il lavoro, Simonetta era stata uccisa. Simonetta Cesaroni aveva 21 anni.

raniero busco 2 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO
Raniero Busco

Circa vent’anni dopo l’omicidio, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco, fidanzato della Cesaroni al momento dei fatti, è stato condannato a 24 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Roma.

Il 27 aprile 2012, Busco è stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Roma.

Il 26 febbraio 2014, la Corte Suprema di Cassazione ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco nonostante il procuratore generale avesse chiesto l’annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio.

Ma veniamo all’analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate da Raniero Busco.

Raniero Busco, essendo stato assolto, è innocente “de iure”, se lo è anche “de facto” mi aspetto che negli anni abbia negato in modo credibile.

Ovvero mi aspetto che abbia ripetuto ai giornalisti, agli inquirenti, al pubblico ministero Ilaria Calò e ai giudici soprattutto queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Simonetta” e “ho detto la verità”. 

Mi aspetto anche che Busco abbia dimostrato, in specie ai giudici, di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

E mi aspetto infine di trovare nelle sue dichiarazioni parole di affetto per Simonetta e di comprensione per la sua famiglia oltre a parole di condanna e disprezzo per il suo assassino, non solo perché gli ho ucciso la fidanzata, o quantomeno un’amica, ma anche perché l’ha costretto a subire un processo per omicidio.

— Busco è stato interrogato nel 2010 durante un’udienza del processo a suo carico dal pubblico ministero Ilaria Calò:

PM Calò: Che tipo di rapporto avevate?

La domanda della PM, essendo generica, lascia molto spazio a Busco e permette a noi di capire quali sono le sue priorità. 

Raniero Busco: Principalmente ci vedevamo nei fine settimana perché io facendo i turni, lavoravo, quindi normalmente ci vedevamo nei fine settimana.

Da notare che Busco non nomina la povera Simonetta.

Busco non descrive lo stato del rapporto da un punto di vista sentimentale ma focalizza semplicemente sulla frequenza con la quale si incontravano. Si noti che ripete per due volte “ci vedevamo nei fine settimana”. Convincere la PM del fatto che lui e Simonetta si vedessero nei fine settimana è la sua priorità ma, poiché non è capace di mentire, fa precedere alla prima frase l’avverbio “Principalmente” e all’ultima “normalmente”, lasciando intendere che non si incontrassero esclusivamente “nei fine settimana”.

PM Calò: I rapporti sessuali che aveva con Simonetta erano rapporti per certi versi violenti o umilianti per lei?

Raniero Busco: No, assolutamente no… guardi, avevamo rapporti normalissimi, non c’è niente di umiliante e niente diii… particolarmente violento.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

“No” è una buona risposta ma Busco la indebolisce facendo seguire alla negazione 17 parole, tra cui un “assolutamente no” che tradisce un bisogno di convincere che generalmente gli innocenti non hanno.  

Quando Busco dice “non c’è niente di umiliante”, parla al presente per non riferirsi ai rapporti avuti con Simonetta, un escamotage che usa per non mentire. 

E poi aggiunge “e niente diii… particolarmente violento”, lasciando intendere, attraverso l’inserimento dell’avverbio “particolarmente”, che invece fossero caratterizzati da un certo grado di violenza.  

PM Calò: Era lei ad aver telefonato? Vi siete accordati per vedervi quel pomeriggio?

La PM commette un errore, fa due domande insieme permettendo a Busco di scegliere a quale domanda rispondere.

Raniero Busco: No, assolutamente, non ero io, cioè non sono stato io.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

Busco risponde alla prima domanda della PM con un “No” ma poi aggiunge 9 parole che indeboliscono la sua negazione. 

L’uso dell’avverbio “assolutamente” tradisce un bisogno di convincere. 

“non ero io” e “non sono stato io” non sono negazioni credibili. 

Busco prova a negare di essere l’autore della telefonata ma non nega di essersi accordato con Simonetta per vedersi quel pomeriggio in seguito ad una telefonata della ragazza.

Dopo l’analisi di questa risposta trovo che sia condivisibile l’assunto dei giudici del primo grado che hanno scritto di “ritenere verosimile che la lunga telefonata dell’ora di pranzo, di cui ha riferito la madre di Simonetta, e che tutte le sue amiche e i suoi colleghi di lavoro hanno attendibilmente negato di avere fatto o ricevuto quel giorno e a quell’ora, abbia avuto come interlocutore proprio il Busco”.

PM Calò: Il 6 dicembre 2004, lei ha fornito ai carabinieri un alibi falso.

Non una domanda ma un’affermazione che purtroppo mette Busco sulla difensiva.

Raniero Busco: No, guardi, questa circostanza, le ripeto, a me mi è stata richiesta nel… nel 2005…

Nel 2004 Busco ha sostenuto di essere stato al bar “Portici” con Simone Palombi nel pomeriggio del 7 agosto 1990, un alibi mai confermato dall’amico. Palombi, infatti, già nel 1990, aveva riferito a chi indagava di essere stato a Frosinone durante tutta la giornata del 7 agosto 1990, di essere tornato a Roma intorno alle 19:45 e di aver visto Busco al bar “Portici” soltanto a quell’ora. Sentito nel 2004 nell’ambito delle nuove indagini relative all’omicidio di Simonetta, Palombi ha confermato la circostanza e l’ha confermata anche nel confronto sostenuto con Raniero durante il quale Busco ha invece ammesso che poteva essersi sbagliato sulla presenza del Palombi al bar quel pomeriggio in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. 

PM Calò: 2004.

La PM lo corregge. 

Raniero Busco:… adesso non mi ricordo la data, 2004, quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni, avevo questo ricordo, infatti al maresciallo dei carabinieri chiesi: “Mi ricordo di essere stato con Simone, non sono sicuro, andate a verificare quello che ho dichiarato all’epoca” e qui la risposta del maresciallo fu: “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è” e da lì è nato l’equivoco, anche perché, ripeto, con Simone ci vedevamo spesso nei pomeriggi in quanto lui all’epoca non lavorava, io ero libero dai turni, spesso mi veniva a trovare nell’officina, quindi spesse volte stavamo… stavamo insieme. Sicuramente ho confuso il giorno perché lo stesso Simone, mi sembra che l’8 agosto del ’90, sentito dagli inquirenti, aveva detto di essere stato da un’altra parte, cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno, non sarà stato quel giorno, sarà stato il giorno prima, cioè con Simone ci vedevamo spesso.

Busco risponde inizialmente con un “No” ma poi sente il bisogno di esibirsi in una lunga tirata oratoria di ben 202 parole durante la quale apre alla possibilità di essersi sbagliato.

Raniero Busco, nonostante la PM gli abbia appena riferito la data esatta del colloquio, ovvero “6 dicembre 2004”, dice di non ricordarla e, nonostante il suggerimento, continua a giocare con le date dicendo “quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni”.

Busco riferisce alla PM che il maresciallo gli avrebbe detto “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è”, in realtà il verbale c’è, la verità è che nel verbale del ’90 non c’è nessuna dichiarazione di Raniero in merito ai suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché, nel 1990, nessuno chiese a Busco dove fosse stato nel pomeriggio del 7 agosto, né il dr. Antonio Del Greco, che lo interrogò alle 6:30 del mattino dell’8 agosto, dopo averlo fatto prelevare in Aeroporto, né l’ispettore Fabrizio Brezzi che lo interrogò due giorni dopo, il 10 agosto 1990.

Dal processo a Busco, le testimonianze degli inquirenti che si occuparono dell’omicidio di Simonetta Cesaroni:

Dr. Nicola Cavaliere, dirigente della Squadra Mobile: (…) non era sicuramente una persona su cui noi quella notte puntammo la nostra attenzione (…) certamente non è stato un… un verbale molto approfondito, sempre in quell’ottica ecco di… anche perché il Busco, se non vado errato (…) risultò che non sapesse neanche dove… dove la ragazzina lavorasse (…).

Ispettore Fabrizio Brezzi: (…) mi hanno da subito detto che aveva un alibi già… già accertato, già, diciamo, conclamato, diciamo, e quindi perché io non lo chieda non lo so, posso soltanto fare delle (…) che aveva un alibi e che non poteva essere lui il responsabile, all’epoca questo si diceva in ufficio (…) questo era quello che si diceva in ufficio, quando io, appunto, sono tornato, ho chiesto le posizioni dei… delle varie persone implicate, appunto, potenzialmente nella vicenda e mi fu detto che il Busco non poteva essere perché si trovava a lavoro (…).

Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile: (…) A quel punto occorreva conoscere questa… questa ragazza e la dovevamo conoscere attraverso una testimonianza pulita da parte dei … dei testi e non… non condizionata dalla… dalla richiesta per esempio di cosa avesse fatto lui nel corso del pomeriggio (…) non avevamo neanche certezza peraltro circa l’orario della morte, perché non era scritto da nessuna parte l’orario della morte della… della ragazza (…) Così come non è stato chiesto a lui che cosa avesse fatto quel pomeriggio, non è stato chiesto neanche a Volponi (…) ritengo che la testimonianza che il Busco dovesse rendere quel… quel giorno, era per dare indicazioni, quindi diciamo che veniva sentito ancora ulteriormente come teste, quindi non era assolutamente indagato, né la sua posizione era sospetta. Anche alla luce, ripeto di quel particolare che ritenni importante, nel momento in cui avviai l’indagine, di accertare in maniera precisa, che non vi fosse conoscenza del posto di lavoro da parte … da parte di lui. Cioè lui aveva fatto una dichiarazione e secondo me quella era una dichiarazione importante. Così lui, come l’aveva fatta anche… anche Volponi, non conoscere il posto di lavoro (…) non ho chiesto l’alibi. Non gli ho chiesto perché da Busco Raniero io mi aspettavo una come… una collaborazione, se io avessi chiesto l’alibi a Busco Raniero avrei trovato sicuramente una chiusura perché era una persona che improvvisamente, di colpo, gli veniva contestato un qualche cosa, era una…. una strategia investigativa (…)

L’ispettore Danilo Gobbi, a sua volta, durante un’udienza, ha confermato che quella notte Busco era stato prelevato dalla Polizia sul posto di lavoro e ha confermato alla PM che, verosimilmente, non gli era stato chiesto alcun alibi dato che il cadavere era stato rinvenuto alle undici di sera, un orario in cui Busco stava facendo appunto il turno di notte all’aeroporto di Fiumicino.

Da notare che Busco, nel finale “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno”, per non mentire, non dice di essere stato interrogato sull’alibi né di aver detto di essere stato con Simone ma fa solo ipotesi e spera che chi lo ascolta tragga personali conclusioni. 

PM Calò: omissis

Raniero Busco: Guardi, io quel pomeriggio ricordo face… quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni. Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio, poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva. Adesso io non ricordo se c’era Simone, Fabrizio, comunque sia, era, diciamo, routine, andare al bar quasi tutte le se… tutti i pomeriggi per stare quell’oretta lì. E poi ripeto, quando facevo questo turno di notte, stavo fino all’ora di cena, poi tornavo a casa e riprendevo il turno a Fiumicino, quindi era questa, era un… diciamo una routine, le giornate erano più o meno tutte uguali, quindi anche quel giorno ho fatto quelle cose, io questo ricordo. Poi se gli altri mi hanno visto, non mi hanno visto… io questo non glielo posso dire.

1) Busco inizia a rispondere parlando del pomeriggio del 7 agosto 1990 “io quel pomeriggio ricordo face…”, il fatto che dica “ricordo” è un’indicazione che sta per dire il vero ma anche che in precedenza ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con “ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne dette in precedenza. In ogni caso, prima di riferire alcunché, Busco si autocensura e

2) poi comincia a raccontare alla PM della sua routine “quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni”, 

3) poi torna a parlare di quel pomeriggio “Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio” senza specificare quanto sia rimasto in officina e che cosa intenda per “tardo pomeriggio”

4) e infine torna a parlare della sua routine “poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva”.

Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno sul quale viene interrogato.

Raniero Busco: Allora io sono… iniziavo i turni di notte, ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato…

Busco sta parlando del giorno 7 agosto 1990 e quando dice “ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato” è credibile perché prende possesso di ciò che dice, parla di un fatto preciso e usa il verbo al passato.

PM Calò: A che ora?

La PM gli fa una domanda precisa sempre sul 7 agosto 1990.

Raniero Busco: Andavo… uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 7:00 di mattina, poi con i mezzi sociali tornavo a casa, quindi alle ore 8:00 stavo più o meno, 8:00 insomma dipende poi dal traffico da Fiumicino a… a dove ho casa tutt’ora e d’abitudine andavo a riposare fino all’ora di pranzo, quindi…

Busco non risponde a tono, invece di far riferimento al 7 agosto 1990, continua a parlare della sua routine. 

Da notare che Busco riferisce alla PM che il suo turno in Aeroporto iniziava alle 23:00. 

PM Calò:  Quindi era andato a dormire.

La PM si riferisce ancora al 7 agosto 1990. 

Raniero Busco: Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due. Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine… noi all’epoca avevamo una officina sotto casa, scendevo per fare dei piccoli lavoretti nell’officina. Qui rimanevo, normalmente, di solito, fino a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi anche perché…

Quando Busco dice “Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due” parla del 7 agosto 1990 ma poi, per non parlare di quel giorno, torna a descrivere la sua routine “Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine (…) scendevo (…) rimanevo, normalmente, di solito (…) quindi il pomeriggio tardi anche perché…”. Da notare che è dal racconto del pranzo che Busco comincia a riferirsi a quella che era la sua routine.

PM Calò: Mi scusi, ma come faceva questi lavoretti nell’officina?

Raniero Busco: Avevamo quell…

PM Calò: Tutti i giorni? Avevate un’officina?

Raniero Busco: Sì, sì, avevamo una officina di macchine agricole e motorini, quindi, spesso e volentieri, venivano amici con piccoli problemi e insomma li… li aggiustavamo insieme, stavamo insieme. Quindi verso… posso?

E’ Busco a specificare che non lavorava in officina tutti i giorni ma “spesso e volentieri”.

Busco aggiunge al racconto cinque parole non necessarie ”li aggiustavamo insieme, stavamo insieme” mostrando di avere bisogno di nascondersi tra la folla, un bisogno che gli innocenti non hanno. 

PM Calò: Prego, prego.

Raniero Busco: E poi era consuetudine che a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi, sei e mezza, sette, uscivo per recarmi al bar dove era la comitiva. Lì rimanevo fino…

Busco non dice di essersi recato al bar nel pomeriggio del 7 agosto 1990 ma riferisce soltanto che recarsi al bar era una “consuetudine”.

Raniero Busco spera di riuscire a convincere i giudici che anche il 7 agosto 1990 si trovasse al bar al solito orario, un orario, peraltro, le sette di sera, che gli avrebbe comunque permesso di commettere l’omicidio. In ogni caso, all’indomani dei fatti, il suo amico Simone Palombi riferì agli inquirenti di aver visto Busco al bar solo alle 19:45.

PM Calò: No, ecco, dovrebbe un po’ focalizzare su quel giorno.

La PM chiede a Busco di focalizzare sul 7 agosto 1990 proprio perché lui continua a parlare di ciò che era “consuetudine”, delle sue “abitudini”, di ciò che “normalmente, di solito” faceva e non del pomeriggio del giorno dell’omicidio. 

Raniero Busco: Quel giorno… eh, quel giorno come… come… come insomma gli altri giorni sono rimasto a riparare la macchina di mio fratello Paolo fino a una certa ora, quindi, adesso non ricordo di preciso, sono uscito poi verso le sei e mezza, sette, credo, e mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino. Questa è diciamo que…

Il fatto che Busco, invece di parlare del pomeriggio del 7 agosto 1990, continui ad equipararlo al pomeriggio degli altri giorni ci permette di inferire che quel pomeriggio non fu un pomeriggio come gli altri. 

“fino ad una certa ora” non rappresenta un riferimento temporale preciso, anzi.

Quando Busco dice “sono uscito poi verso le sei e mezza, sette” non precisa da dove fosse uscito a quell’ora. Con tutta probabilità, anche chi uccise Simonetta, uscì intorno alle “sei e mezza, sette” dall’ufficio di Via Carlo Poma n. 2. 

“dopodiché” rappresenta una lacuna temporale. Busco, dopo aver lasciato il bar, prima di tornare a casa, ha fatto qualcosa che non ci dice, non necessariamente qualcosa di rilevante, potrebbe essersi semplicemente fermato a fare benzina o a comprare le sigarette.

Quando Busco dice “mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino” è credibile. Da notare che in questa occasione non fa alcun riferimento alla routine, che ha ripetutamente introdotto in precedenza quando ha raccontato gli accadimenti di quel pomeriggio precedenti al suo arrivo al bar.

 PM Calò: Dopodiché?

Raniero Busco: Dopodiché all’inci… alle 03:00 di notte, credo, adesso non mi ricordo con precisione l’orario, sono venuti i Poliziotti che mi dicevano di andare con loro e non… non dicendomi quello che era successo, dice: “Devi venire con noi, dobbiamo andare in Questura” e da lì mi hanno portato in Questura, a Via Genova, e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto. Sono rimasto…

Questo racconto di Busco è credibile. 

Quando Busco dice “e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto”, ancora una volta non usa termini appropriati come “omicidio”, “uccisa” o “ammazzata” ma minimizza facendo ricorso al termine “accaduto”. Inoltre, neanche in questa occasione nomina la povera vittima eppure per lui sarebbe stato assai più semplice dire “Mi hanno detto che Simonetta era stata ammazzata” o quantomeno “Mi hanno detto che Simonetta era morta”.

PM Calò: Ma è stato interrogato?

Raniero Busco: Sì, sono stato interrogato … sono rimasto, mi ricordo io, fino all’ora di pranzo, fino all’una, credo, poi da lì mi hanno rimandato a casa e mi sono rivenuti a riprendere nello stesso giorno, nel pomeriggio, mi sono venuti a prendere…

Questo racconto di Busco è credibile, il verbo è coniugato al passato e la frase “mi ricordo” ci confermano che sta dicendo il vero.

Il fatto che Busco dica “mi ricordo” riguardo all’orario d’uscita dalla caserma, è un’indicazione che ha mentito in precedenza, che ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con un “mi ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “mi ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne raccontate in precedenza.

PM Calò: E che cosa le è stato chiesto?

Raniero Busco: Eeh… mi è stato chiesto quello che avevo fatto, presumo, il problema è questo: Che adesso, a distanza di… di vent’anni cioè non risulta a verbale quello che io abbia dichiarato quel giorno… eee… cioè è assurda una cosa del genere, secondo me, poi… non so quello che ha succ… sic… sicuramente, perché, ripeto, quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi, hanno fatto pressioni psicologiche dicendomi: “Guarda che cosa hai fatto, diccelo, confessa” e da lì sono stato rimandato a casa, poi. Tutto questo mi pare… poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato. Quindi io non…

Busco, poiché non vuole riferire alla PM dove si trovava nel momento in cui veniva uccisa Simonetta, fa ricorso ad una lunga tirata oratoria durante la quale si incarta clamorosamente.

E’ l’emotività che spinge Busco a rispondere con 133 parole ed è brava la PM a non interromperlo, dalle tirate oratorie di sospettati, indagati e imputati si possono estrapolare informazioni importanti ma, soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso.  

“quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso: mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi” è una sequenza incriminante. Solo un assassino può sentirsi “messo di fronte all’evidenza”, peraltro Busco spiega dettagliatamente che cosa lui intenda per “evidenza”, “evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi”.

Busco cerca di aggrapparsi agli errori fatti dagli inquirenti quando dice “poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato”. 

La frase di Busco “Quindi io non…“ è monca, o a causa di un’autocensura o perché la PM lo ha interrotto. Se l’interruzione fosse volontaria sarebbe un invito alla PM e ai giudici a trarre conclusioni che l’imputato non trae per non mentire. 

PM Calò: Ma lei ricorda che cosa aveva detto in quella circostanza?

Non una buona domanda perché permette a Busco di tornare a sottolineare ancora gli errori investigativi, peraltro la PM è a conoscenza del fatto che chi indagò nel 1990 non chiese a Busco dove avesse passato il tardo pomeriggio del 7 agosto. 

Raniero Busco: Sicuramente ho detto che ero a casa anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era, diciamo, una routine, una abitudine. Ho ricostruito con i miei familiari, con i miei amici così… quello che avevo fatto quel giorno. Quindi sicuramente ho detto… ho detto quella cosa lì, il problema è che non sta… è stato messo a verbale, cioè io questa cosa l’ho saputa nel 2005 che non c’era la mia versione dei fatti.

Ancora una volta Busco descrive il pomeriggio del 7 agosto 1990 come un pomeriggio come gli altri “una routine, una abitudine”. 

Busco è privo del cosiddetto “muro della verità” e per tentare di convincere il suo interlocutore fa ricorso a:

1) “Sicuramente ho detto” 

2) “sicuramente ho detto… ho detto”

3) “anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era diciamo una routine, una abitudine” è un tentativo di spiegare il motivo per il quale non ricorda. La presenza dei due “diciamo” ci suggerisce che Busco è approssimativo.

Da notare che Busco non ha speso una parola per la vittima, appare quindi fuori luogo che definisca gli eventi iniziati alle 3:00 dell’8 agosto “il mio evento traumatico”. “traumatico” in che senso? Avrebbe dovuto chiedergli la PM.

PM Calò: Va bene. Lei ha mai dato morsi a Simonetta?

Raniero Busco: Assolutamente.

“Assolutamente” non ha valore di “No”. “Assolutamente” non è una negazione credibile.

PM Calò: No.

Un suggerimento.

Raniero Busco: No. Assolutamente no.

La risposta è stata contaminata dalla PM. Busco ripete a pappagallo il “No” ma poi dice “Assolutamente no” mostrando ancora una volta di essere privo del “muro della verità”.

PM Calò: omissis

Raniero Busco: No, la mia coscienza era pulita quindi perché avrei dovuto esa… esaspe… cioè… nel senso… io non avevo fatto niente e loro mi hanno anche schiaffeggiato, quindi…

“la mia coscienza era pulita” non è una negazione credibile.

Dire di avere “la coscienza pulita” non equivale a negare l’azione omicidiaria, peraltro i soggetti che non provano senso di colpa e rimorso, come i sociopatici, hanno sempre “la coscienza pulita”.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile. Busco continua a non nominare Simonetta e a minimizzare usando il termine “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe l’uso delle parole “ucciso”, “ammazzato” e “Simonetta”. 

Da notare che Busco dice “loro mi hanno anche schiaffeggiato” senza specificare chi lo avrebbe schiaffeggiato. 

E’ un’incredibile coincidenza che l’omicida abbia schiaffeggiato Simonetta, a mio avviso, proprio dopo aver ricevuto un primo schiaffo da lei. 

Nelle Motivazioni della Sentenza di Primo Grado, in massima parte condivisibili, i giudici hanno scritto: “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi (al riguardo è sufficiente una rapida scorsa alle rispettive testimonianze: ad esempio, Volponi, su altre circostanze quantomeno impreciso, ricorda perfino di aver scambiato qualche parola con l’uomo delle pulizie nei pressi della tabaccheria, Cipollone Gaetano che ha confermato) (…) E’ indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che il Busco fosse il meno “coinvolto” tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, (e sui quali egli asserisce anche di essere stato interrogato nel ’90 e proprio sui suoi movimenti del pomeriggio, per di più a suon di ceffoni e con l’ostensione delle foto del cadavere, e dunque avendo validissimi motivi per ricordare), in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una Volante della Polizia in piena notte e poi trattenuto per molte ore in Questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro”.

PM Calò:  Ecco un’altra domanda ancora, sempre a proposito di questi interrogatori a cui è stato sottoposto in Questura, insomma di queste domande che le hanno fatto.

Raniero Busco: Del ’90, parla?

PM Calò: Prego?

Raniero Busco: Dell’epoca, del ’90?

PM Calò: All’epoca, all’epoca, all’epoca, nel ’90. Come mai lei non ha mai detto niente di questo, insomma, non ha mai rappresentato questa cosa che aveva subìto in Questura?

Raniero Busco: A chi scusi?

PM Calò: Una denuncia, per esempio.

Raniero Busco: Erano stati… cioè sono stati due schiaffi, ho… ho pensato che in quel momento era prassi comportarsi così, credo, poi ripeto…

PM Calò: Va bene.

Raniero Busco:… a venti… ventitré anni, quindi ge… mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte, quindi lascio immaginare il mio stato d’animo.

Da notare che quando Busco dice “mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte” evita per l’ennesima volta di nominare la povera Simonetta Cesaroni.

E’ interessante che Raniero Busco non descriva il proprio stato d’animo ma lo lasci soltanto “immaginare”, come se la sua fosse stata un’esperienza comune ai suoi interlocutori.

— Raniero Busco interrogato in aula dall’Avv. Mondani (parte civile per Paola Cesaroni) ha affermato: Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato.

La risposta data da Busco all’avvocato “Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato” non è dissimile da una risposta data in precedenza alla PM “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare”.

In realtà gli inquirenti “lasciarono andare” Busco quella notte ed il giorno seguente perché commisero un errore grossolano, non lo interrogarono sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta, Raniero si trovava al lavoro, inoltre credettero a Busco quando gli disse di non sapere che Simonetta lavorava in via Carlo Poma. E infine, incredibilmente, non si preoccuparono di informarsi sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 neanche quando, dalle risultanze dell’esame medico legale, vennero a conoscenza dell’orario della morte della Cesaroni. 

— Nell’intercettazione ambientale del 13 aprile 2005, delle ore 15:50 del colloquio svoltosi tra Simone Palombi e Raniero Busco nell’anticamera del Procuratore Aggiunto allorchè i due erano in attesa di essere chiamati per effettuare il confronto di cui sopra Busco si preoccupa di chiedere all’amico se già l’8 agosto 1990 egli avesse riferito agli inquirenti di aver passato il pomeriggio dell’omicidio in visita ad una zia suora e se tale circostanza fosse stata verbalizzata, lamentando, posto che le loro dichiarazioni non erano collimanti, “perché non m’hai chiamato, non c’hai chiamato subito pe’ chiari’ ‘ste cose” (Motivazioni della sentenza di primo grado).

Raniero Busco: Ma .. tu .. io quello che ti volevo chiedere, a te quando t’han… quando t’hanno sentito? Quindici anni fa o adesso? Quand’è la prima volta che t’hanno sentito a te, che t’hanno chiesto che facevi quel giorno?

Simone Palombi: A me .. io non mi ricordo di ‘sta volta o quindici anni.

Raniero Busco: Cioè tu, quindici anni fa hai messo a verbale qualcosa? No? T’hanno sentito a te?

Raniero Busco: Io quello che voglio di’… se tu hai dichiarato quello là e l’hanno messo a verbale… OK, può darsi pure che me so’ sbagliato io.

Raniero Busco: Più adesso, sono quindici anni, io la mano sul fuoco non ce la metto che… che t’ho detto che stavo con te. Io lo… lo… ciò ‘sto flash perché… a parte confermato da quello che ho dichiarato quel… quel giorno che era successo il giorno dopo, quindi tu .. mi dici a me che ho fatto quel pomeriggio no… Cazzo sei il primo indiziato… io ho fatto, io so’… stavo… mi ricordo che stavo con te, ci siamo fermati lì da (inc.) a fa’ benzina e poi non so so’ do’ cazzo siamo andati, siamo andati al bar… intorno a quell’ora… lo…. ma se tu… se tu però… quello voglio di’ io, se tu invece… è una cosa che t’hanno chiesto dopo dieci anni… è normale, ce sta il… il dubbio che tu ti puoi essere pure… te puoi sbaglia’ con un altro giorno no!? Capito che te voglio… io è questo… solo questa cosa qui… poi il resto tranquillo, non c’è…

Busco cerca di insinuare il dubbio nell’amico.

Simone Palombi: No, io so solo che quel giorno, guarda, io ho parlato pure con mia madre, perché siamo andati … – dice guarda, siamo andati al paese, la mattina e semo ritornati (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Non è che era il lunedì?

Busco cerca di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli che poteva essere il lunedì (Simonetta fu infatti uccisa martedì 7 agosto 1990).

Simone Palombi: No no, perché… no… perché, lo sai perché? Perché io c’ho pure il toso… m’hanno richiesto pure il co… – perché siete andati là? – Ho fatto – guarda, c’ho una zia così, si può di’ che era morta e… stava… in fin di vita, infatti è morta quella (inc. voci sovrapposte) all’una e mezza –

Raniero Busco: (inc.) Sì, però quello che te voglio di’, perché quando era… allora dove… non avrei mai detto che stavo con te, hai capito quello (inc. voci sovrapposte) No… sì, cazzo, io non me lo ricordo, cioè… il giorno… il giorno… è successo, il giorno dopo… io non mi ricordo quello che ho fatto il giorno prima? Capito che ti voglio di’? Io, è questa la cosa… il mio… l’unica mia… dico, perplessità no!?… Tu sicuro che non era… non era lunedì?

Busco cerca ancora di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli ancora una volta che poteva essere il lunedì.

Simone Palombi: No, ee… ho… te giuro que… cento volte con mia madre… Lo sai perché, siamo andati lì oh… si ricorda pure mia madre, alla mattina e semo tornati prima de cena, il sette… il sette questo.

Raniero Busco: Il sette era martedì?

Simone Palombi: Il sette! Che cazzo ne so

Raniero Busco: Martedì… eh.

Simone Palombi: Il sette! Poi io… alla sera, siamo ritornati alle otto, alle sette… non so se so’ uscito, non mi ricordo un cazzo, so solo che il giorno dopo sono andato a fa’ una visita all’ospedale… al San Giacomo, che de… dovevo parti’ alla sera per anda’ in Sardegna e il pomeriggio so’ venuto da te, te ricordi che stavamo da te e dopo due minuti è venuta la Polizia e c’hanno portato là. Sono sicuro (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Me lo ricordo sì, quello me lo ricordo Simo’, però…

Da notare il “però” che serve a Busco per tentare di insinuare nuovamente il dubbio.

Simone Palombi: Solo ‘ste cose mi ricordo.

Raniero Busco: Comunque questi… cioè te di’ quando… contesta’ una cosa del genere, io… cioè se tu… tu a… asserisci questo, per me, oh, è così, però… (inc. voci sovrapposte) io quello che me chiedo è come mai… se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito (inc. voci sovrapposte).

Un altro “però” serve ancora a Busco per tentare di insinuare il dubbio.

Busco dicendo “se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito” vuol far pensare all’amico di aver fatto la dichiarazione anche nel 1990, in realtà non dice di aver detto nel 1990 che era con lui tanto che non riesce a dire “e questo qui non me l’hanno contestato subito” ma “e questo qui non ce l’hai contestato subito” perché, non avendogli mai chiesto dove fosse stato, non potevano di certo contestargli nulla.

Simone Palombi: Io l’avevo detto pure la prima volta, quando m’avevano chiamato? Cinque mesi fa?

Raniero Busco: Eh, ho capito, però un conto è quello che dichiari il giorno dopo e un conto che lo dichiari dopo dieci anni, io non mi ricordo manco quello che ho magnato l’altro mese, cioè quello che ho fatto l’altro… il mese scorso.

L’ennesimo tentativo di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Ma io sicuramente… ma… Ranie, sicuramente me l’avranno chiesto pure a me come dici te.

Raniero Busco: E perché non l’hanno messo a verbale allora?

Simone Palombi: Io, sicuramente, sicuramente avrò detto che io ero stato a Vallecorsa tutta la (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Sì ma me pare strano che non l’hanno messo a verbale, a… a… a Simo’.

Simone Palombi: E che ne so, non lo so (inc) Ranie, non lo so.

Raniero Busco: Hai capito? Se io dico… io dico… allora, per farme l’alibi, per esempio… loro hanno (inc. voci sovrapposte) sì ma io so’ stato il primo, prima entro io – tu fatti l’alibi, chi t’ha visto? Dove sei stato? – stavo con Simone quel giorno e ok! Sentono a te…

Busco vuol far credere a Simone di aver detto agli inquirenti “stavo con Simone quel giorno“ ma lo fa precedere da un “per esempio” che ci rivela che sta facendo semplicemente un esempio.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Per prima cosa… E non lo metti per iscritto? Cioè scusa, se c’era la… la deposizione tua, tanto di cappello oh, avrò sbagliato io, che te devo di, me so’… me sarò confuso, che non c’avrò capito niente quel giorno.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Ma se tu… adesso a te t’hanno sentito dopo quindici anni e gli dici – io so’ stato … sì, non è vero, so’ stato da un’altra pa – cioè lascia il tempo che trova, ma mica per te eh, per… per loro… lo… ci sta una dichiarazione.

Raniero Busco: Ci vuole la massima collaborazione ma più di questo che devo fa’? Cioè la cosa è stata che tu mi … mi chiedi di sforzarmi de ricorda’ quello che ho fatto io quindici anni fa… capisco che la cosa è grande, ma io se… ma io adesso la mano sul fuoco non ce la metto che … che stavo con te! Capito quello che ti voglio di, solo questo.

Dal tenore complessivo della conversazione si desume il tentativo da parte del Busco di far coincidere le due versioni o inducendo nell’amico il dubbio (il lunedì anziché il martedì), oppure, laddove fosse risultata verbalizzata fin dal 1990 la versione del Palombi, prospettando l’impossibilità per lui (Busco) di ricordare cosa avesse fatto a distanza i quindici anni (Motivazioni della sentenza di primo grado).

— La seguente intervista, rilasciata da Raniero Busco al giornalista Giampiero Marzi a meno di un mese dall’omicidio di Simonetta, è stata pubblicata sul quotidiano “Il momento locale” il 4 settembre1990 e trascritta nelle motivazioni della sentenza di primo grado:

Giornalista: Io non so neanche quanti anni hai tu.

Raniero Busco: Ventiquattro.

Giornalista: Ventiquattro, e lavori, lavoravi?

Raniero Busco: Lavoro… lavoro.

Il fatto che Busco ripeta per due volte la parola “lavoro” ci annuncia che il “lavoro” è un tema importante per lui. Raniero Busco, come vedremo, non deluderà le nostre aspettative.

Giornalista: Quando hai conosciuto Simonetta?

Raniero Busco: Due anni fa.

Giornalista: Due anni fa, e ci puoi raccontare dove l’hai conosciuta?

Raniero Busco: L’abbiamo conosciuta tramite amici, l’ho conosciuta qua a Roma.

E’ inaspettato che Busco non nomini Simonetta, che inizialmente parli al plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” e solo in seguito affermi “l’ho conosciuta qua a Roma”, ancora una volta senza nominarla. 

L’uso del plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” tradisce un desiderio di nascondersi tra la folla che generalmente gli innocenti non hanno. Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per duplice omicidio e Marco Mottola, indagato per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno fatto di frequente ricorso a questo escamotage.

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Perché hai detto questo? Non devi dire queste cose.

La Teatini si meraviglia del fatto che il figlio abbia detto al giornalista che conosceva la Cesaroni e lo esorta a “non dire queste cose”. Il fatto che la madre di Busco inviti Raniero a prendere le distanze dalla povera Simonetta ci induce a ritenere che la madre tema che il figlio sia coinvolto, un comportamento comune a molti dei familiari di soggetti sospettati o/e indagati.

Giornalista: No, è soltanto… così…

Il giornalista cerca di giustificarsi con la Teatini, evidentemente teme che la donna gli impedisca di intervistare Raniero.

Raniero Busco: Normale conoscenza tra amici, tramite amiche, me l’hanno presentata… così.

Busco, dicendo “Normale conoscenza tra amici”, prende le distanze da Simonetta. 

Giornalista: Quanto tempo fa mi hai detto?

Raniero Busco: Due anni.

Giornalista: In due anni hai avuto modo di conoscerla bene?

Raniero Busco: Abbastanza.

Giornalista: Che ricordo hai di lei?

Raniero Busco: Un buon ricordo… un buon ricordo.

Busco, inaspettatamente, non solo non dedica neanche una parola d’affetto alla vittima ma neanche la nomina.  

Giornalista: Ci puoi raccontare cosa successe quel 7 agosto? Ti telefonò la sorella Paola?

Il giornalista non solo sbaglia a fare due domande perché permette a Busco di scegliere a quale domanda rispondere ma introduce un’avvenimento relativo alla sera del 7 agosto 1990 che avrebbe dovuto riferirgli Raniero. 

Raniero Busco: Niente, io non so niente di quel giorno… quel giorno io stavo lavorando… quindi…

Busco fornisce una risposta evasiva e nel finale ricorre all’autocensura. 

“Niente, io non so niente di quel giorno” non è un modo credibile di negare di aver ucciso Simonetta. Raniero Busco non può non sapere “niente” di quel giorno, mica era in coma farmacologico. Peraltro il giornalista lo ha invitato a parlare della telefonata che gli fece la sorella di Simonetta dopo il ritrovamento del cadavere, non degli avvenimenti del pomeriggio.

Da notare che Raniero Busco, dicendo “quel giorno io stavo lavorando…”, tenta di lasciar intendere al giornalista che stesse lavorando mentre la Cesaroni veniva uccisa, invece Busco cominciò il suo turno in Aeroporto solo alle 23:00, ovvero dalle 4 ore e mezzo alle 5 ore e mezzo dopo l’omicidio. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto.

Quando la Teatini dice “Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto”, vuol lasciare intendere che nel pomeriggio del giorno dell’omicidio suo figlio stesse lavorando nell’officina sotto casa, ma, per non mentire, non specifica né il giorno né l’orario in cui Raniero sarebbe stato “lì a lavorare”. La Teatini spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Il fatto che la Teatini cerchi di fornire un alibi a Raniero per il pomeriggio del 7 agosto 1990, seppure in maniera abborracciata, è la riprova che di questo fantomatico alibi, evidentemente, in casa Busco, a circa un mese dall’omicidio di Simonetta, si continuava a parlare.

Raniero Busco: Io non sapevo nemmeno dove stava questo… dove lavorava in via Carlo Poma… quindi…

Busco non commenta ciò che ha detto sua madre, né smentisce, né conferma di aver lavorato nell’officina sotto casa.

Quando Raniero dice “Io non sapevo nemmeno dove stava questo…” non solo si autocensura ma sceglie di usare il termine “questo” (e non “quello” o “quell’ufficio”) per riferirsi all’ufficio di via Poma, mostrando vicinanza al luogo dove è stata uccisa la Cesaroni. 

Ancora una volta Busco prende le distanze dalla vittima non nominandola ma limitandosi a dire “dove lavorava in via Carlo Poma…” senza neanche usare la terza persona singolare femminile “lei”.

“quindi…” è un’altra frase monca, Busco spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Giornalista: E come mai non lo sapevi, cioè vi incontravate solo il sabato e la domenica voi?

Il giornalista, invece di fare una domanda aperta, invita Busco a dire che incontrava Simonetta “solo il sabato e la domenica”, un errore grossolano.

Raniero Busco: Sì, io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni, quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh.

Busco, su suggerimento del giornalista, risponde affermativamente ma poi non conferma che lui e Simonetta si vedessero solo il sabato e la domenica, torna a parlare del suo lavoro “io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni” e a prendere le distanze da Simonetta  “quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh”. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Lavorava all’Alitalia.

La Teatini sottolinea ciò che ha appena riferito suo figlio.

Raniero Busco: Cioè lavoro all’Alitalia, quindi, se è… ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente.

Ancora una volta Busco ricorda al giornalista che lui lavora “all’Alitalia”. 

E’ interessante il fatto che Busco torni sulla frase del giornalista “vi incontravate solo il sabato e la domenica voi” precisando “ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente”, egli infatti, togliendo l’avverbio “solo” e aggiungendo l’avverbio “generalmente”, ci dice che poteva anche capitare che si incontrassero durante la settimana. 

Giornalista: Quindi neanche aveva motivo di dirti dove lavorava in questo ufficio.

Ancora una volta è il giornalista a suggerire una risposta. 

Raniero Busco: Sapevo che lavorava sulla Casilina, ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto.

Il Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile che nel 1990 indagò sull’omicidio della Cesaroni, ha riferito di aver creduto che Busco non conoscesse l’indirizzo dell’ufficio di via Poma pertanto mi sarei aspettata che Raniero rispondesse con un “No” ed invece ha mostrato di avere bisogno di convincere.

Giornalista: Quando ti sei visto l’ultima volta con Simonetta?

Raniero Busco: Il giorno prima del fatto.

Chiamare l’omicidio di Simonetta “il fatto” è un modo di minimizzare. Busco usa una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe usare il termine “omicidio”. Per questo stesso motivo Busco evita di fare il nome della povera vittima. 

Giornalista: Proprio il giorno prima e come vi siete lasciati?

Raniero Busco: Niente, ci siamo visti mezz’ora… siamo… capito…  perché lei…non ci dovevamo nemmeno vedere perché… eravamo rimasti d’accordo che ci vedevamo dentro la settimana, venerdì, in quanto facevo le notti io… quindi ci dovevamo vedere… niente… invece lei è capitata lì al bar dove ci incontravamo di solito… è stata mezz’ora con me… e: “Ciao, ciao”, siamo andati a casa a mangiare perché dovevo andare a lavorare io… finita lì.

La domanda è sensitiva, la lunghezza della risposta, le pause e le autocensure provano che Busco è in difficoltà e che è in ballo la sua emotività. 

Busco torna a parlare dei suoi turni di lavoro “in quanto facevo le notti”.

Da notare che Raniero ripete per due volte che si videro solo mezz’ora, un modo per prendere le distanze dalla Cesaroni.  

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Ha fatto il turno di notte, capito?

La Teatini si intromette ripetendo che il figlio “Ha fatto il turno di notte”, sembrerebbe un’informazione di nessuna rilevanza, posto che il fatto che Busco abbia lavorato in Alitalia di notte non gli fornisce di certo un alibi per l’orario dell’omicidio. Ne approfondiremo il senso.

Raniero Busco: Facevo il turno di notte, iniziavo alle nove.

Busco fa ancora riferimento al suo turno di notte. 

Da notare che Busco, a un mese dall’omicidio, ha detto al giornalista di aver iniziato il turno “alle nove” mentre, durante il processo, ha riferito alla PM Calò che il suo turno iniziava alle 23:00 “Andavo … uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 07:00 di mattina”. Non un dettaglio da poco.

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate da chi indagò sull’omicidio di Simonetta appare chiaro il perché Busco e sua madre, durante l’intervista al giornalista Marzi, abbiano ripetutamente fatto riferimento al lavoro in Alitalia e ai suoi turni di lavoro “quel giorno io stavo lavorando”, “io faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia, faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia”, “facevo le notti io”, “perché dovevo andare a lavorare io” e “Facevo il turno di notte”. Raniero Busco era infatti a conoscenza del grave errore investigativo fatto dagli inquirenti che esclusero un suo coinvolgimento solo perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta lui si trovava al lavoro. 

Solo chi ha indagato nel 2004 ha realizzato che il fatto che Busco fosse entrato a lavorare alle 23:00 non permetteva di escludere che nel pomeriggio avesse ucciso la Cesaroni.  

Durante un’udienza del processo, il giornalista Marzi ha dichiarato: “In Questura è stato presentato Busco come persona estranea ai fatti perché aveva… si trovava appunto sul posto di lavoro”.

Giornalista: E’ stato un colpo durissimo… immagino.

Raniero Busco: Eh… senza dubbio.

Inaspettatamente, ancora una volta, Busco sceglie di non parlare della vittima.

In conclusione:

1) Raniero Busco ha dissimulato;

2) si è spesso autocensurato;

3) non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Simonetta Cesaroni;

4) non ha mai affermato di aver detto la verità;

5) ha spesso preso le distanze dalla vittima; 

6) non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, “accoltellata”, “assassino”, ”mostro” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; per lo stesso motivo ha detto un’unica volta “Simonetta”;

7) ha spesso mostrato di aver necessità di convincere e quindi di non possedere il cosiddetto “muro della verità”;

8) non ha mai speso neanche una parola d’affetto né per la vittima, né per la famiglia Cesaroni;

9) non ha mai fornito un alibi verificabile ma si è sempre e solo aggrappato agli errori investigativi;

10) ed infine, non ha mai avuto parole di condanna e di disprezzo per l’assassino di Simonetta non solo per aver ucciso una giovane donna che lui conosceva ma anche per averlo costretto ad affrontare un processo per omicidio.

— Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee:

Raniero Busco: Buongiorno eee signori giudici, naturalmente scusatemi la mia emozione se riesco ad essereee chiaro, sento però il bisogno, arrivati a questooo… al termine di questo giudizio, di aprire il mio cuore a voi cheee vi apprestate aaa a giudicarmi, io voglio riaffermare che io volevo bene a Simonetta, naturalmente non posso sapere come la nostra storia si… avrebbe potuto concludersi maaa mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna e inorridisco al solo pensiero che qualcuno possa pensare che abbia io provocato la morte di Simonetta, con questo ee voglio dire che ho provatooo il dolore più grande della mia vita da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa, questo dolore è st… l’ho provato solamente quando èèè è morto mio padre eee anche quando sono stato condannato in primo grado, non tanto… ehm… per la condannaaa in sé anche per… anche se per me è mostruosa, ma quanto per il fatto che i giudici mi abbiano ritenutooo capace di un delittoooo così incredibile, grazie.

“mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna” non è una negazione credibile.

“abbia io provocato la morte di Simonetta” è un’ammissione.

Nella frase “da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa” il tempo del verbo è scorretto, a circa 20 anni dall’omicidio, Busco avrebbe dovuto dire “da quando ho saputo che Simonetta era stata uccisa”. Il fatto che Busco parli come se l’omicidio della Cesaroni fosse appena avvenuto è significativo. Raniero potrebbe non aver mai superato psicologicamente quell’esperienza e soffrire di un PTSD (Sindrome Post Traumatica da Stress).

— Da un’intervista del settembre 1990 rilasciata da Raniero Busco alla trasmissione Chi l’ha visto?:

Giornalista: Lei si sente un sospettato?

Raniero Busco: Mi sento sospettatooo… non lo so, forse dalle pe… dal di fuori, dalle persone potrei anche essere portato a ritenermi di sospettato però io personalmente eee no, sono… sono pulito, ho la coscienza a posto. Una cosa normale essendooo il ragazzo, l’ultima persona cheee… che c’è stato insieme, diciamo, è il primo, diciamo, ad essere sospettato, però da parte mia… ehm… tranquillissimo.

Busco conferma al giornalista di sentirsi un sospettato e invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Simonetta, Raniero sceglie di raccontarsi come un soggetto “pulito” con “la coscienza a posto”, rassicurazioni che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori. Peraltro, i soggetti che non provano senso di colpa e rimorso, come gli psicopatici, i sociopatici e i narcisisti, hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto, dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“l’ultima persona cheee…” è l’inizio di una frase incriminante che Busco si guarda bene dal concludere. Busco voleva forse dire “l’ultima persona che ha incontrato Simonetta?”. 

Raniero Busco, dopo aver pronunciato le prime tre parole si autocensura e, sia la ripetizione delle “e” della congiunzione “che”, che la pausa, gli servono a prendere tempo per pensare ad una conclusione più o meno sensata come “che c’è stato insieme”. “insieme” in che senso? Gli avrei chiesto io.

— Da un’intervista rilasciata da Raniero Busco durante il processo:

Giornalista: Cosa pensa di questo processo?

La domanda del giornalista è generica e permetterebbe a Busco di negare. I soggetti innocenti accusati di omicidio, negano ogni qualvolta gli si presenti l’occasione. 

Raniero Busco: Eee penso che sia tutto così assurdo quello che hanno… le ricostruzioni, ripeto, è tutto basato su delle ipotesi, delle loro considerazioni, bisogna poi vedere contestualmente all’epoca chi è stato, io non ho fatto… niente, io, la mia forza è l’innocenza, basta.

Busco, ancora una volta, perde l’occasione di negare in modo credible. 

Raniero è incapace di dire “io non ho ucciso Simonetta, sto dicendo la verità” e non saremo noi a dirlo per lui. 

“io non ho fatto… niente” non solo non è una negazione credibile ma è indebolita dalla pausa tra “fatto” e “niente”. 

Da notare che Busco continua a minimizzare. Egli infatti, a distanza di più di venti anni dall’omicidio di Simonetta, continua ad usare le parole “fatto” e “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe pronunciare termini come “omicidio”, “ucciso” e “ammazzato”. 

“io, la mia forza è l’innocenza” non è una negazione credibile. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. 

“basta” è un termine che Busco usa per chiudere la conversazione.

— Uno stralcio di un’intervista rilasciata dopo l’assoluzione:

Giornalista: Raniero che cosa ti hanno tolto questi 7 anni di calvario?

Raniero Busco: Il fatto di… comunque aver trascurato la mia famiglia, i miei bambini, questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane.

Si noti “questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male”.

Busco è incapace di dire “questa è la cosa che più mi fa male” perché mentirebbe.

Busco non sta descrivendo un’esperienza comune ma alquanto rara, pertanto, l’uso del “ti” invece che del “mi” si spiega in un modo solo: Raniero vorrebbe dire “mi fa male” ma per evitare lo stress che gli produrrebbe dire una bugia, prende le distanze dalla realtà e lo fa generalizzando.

Anche quando conclude dicendo “certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” continua a parlare in modo generico. 

Raniero Busco: La giustiziaaa… in questo caso, secondo me, ha fallito.

E’ Busco a dire che la giustizia ha fallito, lo dice dopo essere stato assolto, e io gli credo.

Raniero Busco non ha mai fornito un alibi agli inquirenti, è difficile credere che, anche a 14 anni dai fatti, non ricordasse i propri movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 visto che in casa Busco il suo alibi è stato un argomento di conversazione per molto tempo. Ed è poi stato lo stesso Raniero a riferire ai giudici di aver provato il dolore più grande della sua vita dopo aver saputo che “Simonetta è stata uccisa”. 

I giudici della Corte di Assise di Roma hanno così ricostruito l’omicidio della giovane Cesaroni: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini. Durante i preliminari, Simonetta, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si rifiutò di proseguire il rapporto. Il rifiuto, probabilmente accompagnato da parole sferzanti indusse l’assassino, come reazione, ad infliggerle un terribile morso al capezzolo sinistro. La reazione della ragazza, anche solo verbale, a tale gesto, provocò un ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco dapprima l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina incapace di opporre una sia pur minima resistenza in quanto il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”. 

A mio avviso i fatti andarono un pò diversamente: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente per l’assenza sul suo cadavere, sul reggiseno o sul corpetto di segni riferibili ad un tentativo di violenza sessuale. Durante i preliminari, quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino le morse con forza il capezzolo sinistro e, per reazione, la ragazza lo schiaffeggiò, lui l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto, poi, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate. In altre parole: la Cesaroni non aggredì il suo assassino verbalmente o quantomeno non solo verbalmente ma lo schiaffeggiò dopo che lui la morse al seno durante i preliminari. Il potente schiaffone che atterrò la Cesaroni fu pertanto una classica reazione ad uno schiaffo che l’assassino aveva ricevuto dalla povera vittima. Se Simonetta si fosse semplicemente rifiutata di acconsentire ad un rapporto sessuale prima di ricevere il morso, come hanno sostenuto i giudici del primo grado, l’assassino non sarebbe riuscito ad addentare il suo capezzolo se non dopo morta. Infine, per quanto riguarda il movente, il contesto è la chiave: in certi ambienti e per certi soggetti, uno schiaffo è un’onta da lavare con il sangue”.

Pietrino Vanacore il portiere di via Carlo Poma FOTO 3 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

Il ruolo di Pietrino Vanacore

“Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A) aiutato l’autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell’Autorità e segnatamente: il 7/8/1990 si introduceva nell’appartamento in cui era stato commesso il delitto, puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima (…)”.

Gli errori commessi da chi ha indagato nel 1990 sull’omicidio di Simonetta Cesaroni hanno impedito alla famiglia Cesaroni di avere giustizia e hanno contribuito a trasformare in un giallo un caso giudiziario estremamente semplice. 

1) Gli inquirenti non interrogarono mai Raniero Busco sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990, eppure Simonetta fu uccisa ben prima che Busco si recasse al lavoro. 

2) Chi indagava non si accorse di aver sequestrato sulla scena del crimine non solo le due agendine di Simonetta ma anche quella del portiere Vanacore. 

Il 6 settembre 1990, un’agendina rossa Lavazza prelevata dagli inquirenti nell’ufficio di via Poma venne dissequestrata dall’ispettore Brezzi a favore del padre della vittima, Claudio Cesaroni, in quanto erroneamente ritenuta parte degli effetti personali di Simonetta. Claudio Cesaroni, resosi conto che oltre alle due agendine della figlia, una rosa e una celeste, gli era stata restituita un’agendina rossa Lavazza con i numeri dei familiari di Vanacore, ed appartenente proprio al portiere dello stabile Pietrino Vanacore, la riportò in Questura. In data 22 ottobre 2008, come riferito dal Maresciallo Luigino Prili durante l’udienza dibattimentale del 7 maggio 2010, il PM  e i Carabinieri effettuarono una perquisizione domiciliare che ebbe esito negativo, a Monacizzo, nell’abitazione dei coniugi Vanacore, diretta anche al rinvenimento dell’agendina (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

3) Infine, gli inquirenti sottovalutarono la testimonianza della moglie del portiere Vanacore, Giuseppa De Luca, che disse di aver visto uscire dal cortile condominiale, verso le 18:00 del 7 agosto 1990, un ragazzo biondo con un fagotto sotto il braccio e che costui le era sembrato un giovane inquilino del palazzo, l’architetto Forza. L’architetto Forza, che quel giorno non poteva essere uscito dallo stabile di via Poma in quanto si trovava in vacanza all’estero, somigliava a Raniero Busco, ma gli inquirenti archiviaro come menzogna la dichiarazione della De Luca perché credettero che la donna avesse detto il falso per aiutare il marito che in quel momento era detenuto con l’accusa di omicidio aggravato.

4) Gli inquirenti credettero che Busco non sapesse che, da più di due mesi, Simonetta lavorava nell’ufficio dell’A.I.A.G. di via Carlo Poma n. 2 ogni martedì e giovedì pomeriggio.

Vanacore, il 9 agosto 1991, sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Squadra Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere. Dichiarava infatti che il giorno 7 agosto 1990, dalle ore 17:10 alle ore 17:30 aveva innaffiato delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle ore 18:00 alle ore 20:00 escludendo che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B). Aggiungeva inoltre che in serata, dopo essersi recato verso le ore 22:30 nell’abitazione ubicata due piani sopra, all’interno 7 di proprietà dell’ottantanovenne Valle Cesare, al solo fine di prestare assistenza notturna a quest’ultimo, raggiunto poco dopo da sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l’interno 7, scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni. Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle ore 18:00 alle ore 19:00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti dopo il rinvenimento del cadavere. Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Secondo la PM Calò, nella ricostruzione dei fatti precedenti all’arrivo sulla scena del crimine di Paola Cesaroni e del fidanzato Antonello Barone, nonché di Salvatore e Luca Volponi, avrebbero operato due diverse catene causali che si sarebbero snodate in parallelo: la catena causale Busco e la catena causale Vanacore. In questa ricostruzione si continua ad attribuire un ruolo, ancorché successivo alla commissione del delitto, al portiere Vanacore. Secondo la PM gli elementi a riprova del coinvolgimento di Vanacore sono:

1) Il possesso da parte della De Luca del mazzo di chiavi con il nastrino giallo, chiavi che le furono sequestrate il 21 agosto 1990; Il mazzo di chiavi con il nastrino giallo non era né quello in uso a Simonetta né quello già in uso alla portineria, (i portieri avevano altre chiavi, consegnate in precedenza al Vanacore per fare dei piccoli lavori di riparazione all’interno degli uffici A.I.A.G. commissionatigli dal direttore Carboni), ma il mazzo “di scorta” degli ostelli che si trovava appeso a un chiodino accanto alla porta di ingresso degli uffici AIAG di via Carlo Poma n. 2, dunque non vi era alcuna giustificazione del possesso di tale mazzo da parte dei portieri il 7 agosto 90.

2) La resistenza della portiera Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, a consegnare le chiavi ai familiari e al datore di lavoro che cercavano Simonetta e poi agli agenti delle Volanti della Questura intervenuti sul posto.

3) Il rinvenimento dell’agendina rossa Lavazza appartenente a Vanacore sulla scrivania di Simonetta.

4) Le telefonate fatto a Macinati Mario allo scopo di contattare l’avv. Caracciolo (presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù) alle 20:30/21:00 e alle 23:00 del 7 agosto 1990.

5) Le discrepanze di luoghi e orari per Vanacore alle 22:30 – 23:00 del 7 agosto 1990.

6) La circostanza che il telefono di Volponi fosse stato a lungo occupato alle 20:30/21:00 del 7 agosto 1990 (a mio avviso, Salvatore o/e Luca Volponi non furono informati del ritrovamento del cadavere di Simonetta da Pietrino Vanacore).

Secondo la versione prospettata dal Pubblico Ministero, il portiere Vanacore, avendo trovato la porta dell’ufficio degli ostelli socchiusa, (perché lasciata così dall’omicida), era entrato, aveva rinvenuto il cadavere nell’ufficio del direttore Carboni e, invece di chiamare la Polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda, (direttore Carboni, nella cui stanza era stato rinvenuto il cadavere di Simonetta, presidente Caracciolo, datori di lavoro della ragazza: Bizzocchi e Volponi), lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici A.I.A.G. (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

In questo scenario assumono fondamentale rilevanza le telefonate a Macinati Mario, “factotum” di Caracciolo, presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù. L’avv. Caracciolo, infatti, quando si trovava presso la tenuta di campagna di Tarano, era reperibile all’utenza fissa della casa del contadino suo dipendente, Mario Macinati. Il 7 agosto 1990 Caracciolo, dopo aver accompagnato alle h. 17.30 (come riscontrato), la figlia e le sue amiche all’aeroporto, si era recato in ferie a Tarano. La sera del 7 agosto giungevano due telefonate a casa Macinati, da parte di soggetto di sesso maschile che diceva di chiamare “dagli Ostelli” e di aver urgenza di parlare con l’avv. Caracciolo. La prima delle due telefonate arrivava intorno alle ore 20,30, quindi prima che l’omicidio fosse stato scoperto da Paola Cesaroni, e prima che venisse avvisata la Polizia. Un’altra telefonata del medesimo tenore giungeva a casa Macinati più tardi, dopo le ore 23:00. Ed invero, Vanacore, dopo aver cenato con la famiglia, era uscito di casa alle 22.30 per andare a dormire a casa dell’anziano Cesare Valle cui faceva compagnia la notte, ma, alle 23.00, quando la portiera De Luca aveva chiamato a casa del Valle chiedendo del marito, (perché erano arrivati Paola Cesaroni e gli altri che le chiedevano di aprire l’appartamento dell’A.I.A.G.), Cesare Valle le aveva detto che Pietrino in realtà non era ancora arrivato (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Si può facilmente escludere che Pietrino Vanacore, portiere dello stabile di via Carlo Poma n. 2, abbia ucciso Simonetta. Vanacore:

1) non poteva avere la certezza che la ragazza fosse sola nell’appartamento e quindi particolarmente vulnerabile posto che nei giorni precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

2) non avrebbe rivelato a sua moglie Giuseppa De Luca della presenza di un cadavere di una ragazza seminuda in un ufficio del palazzo o quantomeno non le avrebbe detto di non far entrare nessuno in quell’ufficio; 

3) non avrebbe lasciato la sua agendina sul tavolo di Simonetta perché non avrebbe telefonato a nessuno; 

4) ed infine avrebbe rimosso il cadavere di Simonetta da quell’ufficio. 

È invece probabile che una volta trovato il cadavere di Simonetta, Vanacore non si sia posto il problema di chi avesse ucciso la ragazza ma abbia pensato semplicemente di far sparire il suo corpo e di ripulire la scena del crimine in modo da impedire che la morte della Cesaroni venisse collegata all’Associazione per la quale la ragazza lavorava, e che, proprio per questi suoi servigi, i responsabili dell’Associazione lo avrebbero ricompensato economicamente.ursula franco 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

Omicidio di Mariella Cimò: analisi di alcune dichiarazioni di Salvatore Di Grazia

Salvatore Di Grazia e Mariella Cimò

Salvatore Di Grazia, 84 anni, è stato condannato in primo e secondo grado a 25 anni di reclusione per l’omicidio di sua moglie Mariella Cimò, scomparsa da Catania il 25 agosto 2011.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Salvatore Di Grazia ci aspettiamo pertanto che neghi in modo credibile di aver ucciso sua moglie e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso mia moglie Mariella”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso mia moglie”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso mia moglie, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

Da un’intervista rilasciata a Simone Toscano

Salvatore Di Grazia: Non c’è una prova, perché non c’è nemmeno… dove sono i ragionamenti… che fanno? Ah questo, quello, quel… abbiamo fatto. Ma che cosa avete fatto? Cosa c’è? Da che cosa si deduce che io ho ucciso mia moglie?

Di Grazia, invece di negare di aver ucciso sua moglie Mariella, cerca di convincere il giornalista che gli inquirenti non abbiano provato l’omicidio. Trentotto parole contro una decina di parole che gli sarebbero bastate per negare in modo credibile. Peraltro, il Di Grazia ha condito la sua tirata oratoria con una bella ammissione tra le righe: “io ho ucciso mia moglie”.

Salvatore Di Grazia: Se tutti gli adulte… gli adulteri, in Italia, mmmm… commettessero omicidio, mi pare che non ci… nnnn… non ci si troverebbe più… non ci sarebbero più né mo… mogli né mariti.

Ancora una tirata oratoria di trenta parole che non equivale ad una negazione credibile e rivela il bisogno del Di Grazia di nascondersi tra la folla.

Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee

Salvatore Di Grazia: Consentitemi di leggere queste poche note che ho vergato. Sono nato nella primavera del 1936 sul versante dell’Etna che degrada verso il mare dei ciclopi […] Non ho mai forzato i confini etnici e giuridici. Ho lavorato dall’età di 15 anni a tutt’oggi […] Tralascio per ovvie ragioni di tempo i miei trascorsi di vita fino all’incontro con mia moglie che avvenne il 28 dicembre del 1968. Eravamo entrambi travolti dalla tempesta della vita. Io affranto e stordito dal dolore per la perdita di un figlio di 4 mesi frutto di un disastroso matrimonio andato in frantumi. Lei affannata a raccogliere gli esigui cocci di vita esitati da una tormentata relazione con un uomo rivelatosi sposato con moglie e figli. Ci siamo abbracciati per salvarci e lo siamo rimasti per 43 anni. Ancora oggi mi ha creato innumerevoli notti insonni, non riesco a capire e giustificare cosa sia successo il 25 agosto 2011. Ma neanche gli inquirenti del resto hanno capito. Hanno deciso anche in assenza di prove per l’inverosimile teorema dell’omicidio […] Sono stato eee… 53 giorni in carcere, sono stato assegnato per 3 anni ai domiciliari  e un anno all’obbligo di firma e dal 4 luglio del 2017 obbligo di presentazione alla autorità e sono stato finalmente dichiarato libero il primo ottobre del 2018 oggi sono qui dinanzi a voi per essere nuovamente giudicato perché forte della mia innocenza che mi è… aiutato a superare indenne questi 7 anni […] Questa Corte prevalente per genere, che in un processo per femminicidio scoraggerebbe chiunque, ma io conosco molto bene le donne tanto da sapere che l’utilizzo di un diverso emisfero cerebrale le pone in condizioni di pensare e decidere con più umanità. […] Sicuro della vostra scrupolosa attenzione confido in una serena esegesi degli eventi che certamente condurranno alla verità reale che diventerà giudiziaria con un ineluttabile riconoscimento della mia innocenza.

Solo questi stralci raggiungono le 293 parole, molte in più delle 10/13 parole che sarebbero bastate a Salvatore Di Grazia per negare in modo credibile di aver ucciso sua moglie.

“Non ho mai forzato i confini etnici e giuridici” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Dicendo “Ho lavorato dall’età di 15 anni a tutt’oggi”, “Io affranto e stordito dal dolore per la perdita di un figlio di 4 mesi frutto di un disastroso matrimonio andato in frantumi”, “Ci siamo abbracciati per salvarci e lo siamo rimasti per 43 anni”, “Sono stato eee… 53 giorni in carcere, sono stato assegnato per 3 anni ai domiciliari  e un anno all’obbligo di firma e dal 4 luglio del 2017 obbligo di presentazione alla autorità”, “Questa Corte prevalente per genere, che in un processo per femminicidio scoraggerebbe chiunque, ma io conosco molto bene le donne tanto da sapere che l’utilizzo di un diverso emisfero cerebrale le pone in condizioni di pensare e decidere con più umanità” il Di Grazia tenta di ingraziarsi la Corte. Si tratta del cosiddetto “Ingratiation Factor”. 

Si noti l’uso della parola “giustificare” nel seguente stralcio: “Ancora oggi mi ha creato innumerevoli notti insonni, non riesco a capire e giustificare cosa sia successo il 25 agosto 2011”. “Giustificare” cosa?

Si noti la presenza di “anche” nel seguente stralcio: “Hanno deciso, anche in assenza di prove, per l’inverosimile teorema dell’omicidio”.

Riguardo ai due riferimenti alla sua innocenza: “forte della mia innocenza”, “ineluttabile riconoscimento della mia innocenza”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni spontanee, Di Grazia “innocente de iure” lo era.

CONCLUSIONI

Salvatore Di Grazia non solo non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso sua moglie Mariella Cimò e ha mostrato di essere un manipolatore, ma ha ammesso di averla uccisa.

APPIAPOLIS: UNABOMBER

ANALISI DI ALCUNE INTERVISTE RILASCIATE DA ELVO ZORNITTA

NEI LABIRINTI DEL CRIMINE UNABOMBER

        –       di Ursula Franco*     –     

Nel Nord-Est del nostro paese, tra Pordenone, Portogruaro e Lignano, tra il 1993 e il 2006, un serial bomber ha seminato 32 trappole esplosive che hanno ferito e menomato chi ha avuto la sfortuna di toccarle.

Il serial bomber italiano è stato soprannominato Unabomber, proprio come quel Theodore Kaczynski, un ex assistant professor di matematica alla Berkeley University, che ha terrorizzato gli Stati Uniti per 18 lunghi anni, dal 1978 al 1995, ferendo e menomando agli arti e agli occhi 23 persone ed uccidendone tre. Il serial bomber americano è stato soprannominato Unabomber perché i suoi bersagli erano le università e le compagnie aeree (UNiversity and Airline BOMBER). Kaczynski è stato condannato al carcere a vita e si trova nel United States Penitentiary Administrative Maximum Facility of Florence, Colorado, numero di identificazione: 04475–046.

Theodore Kaczynski

Theodore Kaczynski

Elenco degli attentati attribuiti all’Unabomber italiano:

  • 8 dicembre 1993, Portogruaro, giorno dell’Immacolata, esplode una cabina telefonica.
  • 21 agosto 1994, Sacile, sagra dei Osei, esplode un tubo bomba imbottito di polvere da sparo e di biglie di vetro, ferisce Daniela Pasquali ed i suoi due figli. I tubi bomba (pipe bombs) sono costituiti da scarti di tubi da idraulico chiusi da tappi e riempiti di miscele di polvere da sparo.
  • 17 dicembre 1994, Pordenone, esplode un tubo bomba nascosto sotto un cespuglio, una ragazza resta ferita.
  • 18 dicembre 1994, quarta domenica di Avvento, Aviano, mentre i fedeli escono dalla messa esplode un tubo bomba nascosto sotto un cespuglio.
  • 5 marzo 1995, domenica di carnevale, Azzano Decimo, esplodono due tubi bomba.
  • 30 settembre 1995, Pordenone, Anna Pignat Giovannetti raccoglie un tubo bomba vicino ad un cassonetto e perde la mano destra in seguito all’esplosione; un altro tubo viene raccolto e consegnato ai carabinieri, invece di analizzarlo, gli uomini dell’arma lo fanno brillare. Per attrarre la sua vittima Unabomber aveva posizionato una banconota vicino al tubo.
  • 11 dicembre 1995, Aquileia, esplode una cabina telefonica.
  • 24 dicembre 1995, Latisana, esplode una cabina telefonica.
  • 26 dicembre 1995, Bibione, San Michele al Tagliamento, località balneare della provincia di Venezia.
  • 2 aprile 1996, Claut, dolomiti friulane.
  • 22 aprile 1996, Bannia, Fiume Veneto.
  • 4 agosto 1996, domenica, spiaggia di Lignano, Udine, un tubo bomba nascosto all’interno di un ombrellone cade al momento dell’apertura, Roberto Curcio lo raccoglie, il tubo esplode provocandogli la sezione dell’arteria femorale e gravi danni alla mano destra. Il tubo era avvolto nell’edizione pordenonese del quotidiano Il Messaggero Veneto del 2 agosto 1996.
  • 4 agosto 1996, Bibione, San Michele al Tagliamento, un bagnino rinviene un tubo bomba e lo getta nell’immondizia.
  • 6 marzo 2000, lunedì di Carnevale, San Vito al Tagliamento, viene raccolta una bomboletta di stelle filanti che nasconde un ordigno inesploso.
  • 6 luglio 2000, Lignano Sabbiadoro, un tubo bomba esplode e ferisce in modo grave Giorgio Novelli.
  • 13 settembre 2000, San Stino di Livenza, un tubo bomba esplode in un vigneto durante la vendemmia e ferisce una donna.
  • 31 ottobre 2000, Portogruaro, un uomo trova un ordigno in un uovo tra le uova contenute in una confezione acquistata in un ipermercato. L’ordigno è composto da selz, esplosivo, un innesco e una piccola pila. Nell’uovo vengono repertate due tracce: un capello e della saliva sul nastro adesivo usato per collegare la pila al guscio dell’uovo. Con tutta probabilità, in questo caso, le due tracce sono state lasciate involontariamente da chi ha montato la trappola esplosiva. Vale la pena però di ricordare che era abitudine di Theodore Kaczynski lasciare volontariamente delle tracce sugli ordigni allo scopo di prendersi gioco degli investigatori.
  • 1 novembre 2000, San Stino di Livenza, un tubo bomba viene trovato nello stesso vigneto in cui ne era esploso un altro il 13 settembre precedente.
  • 7 novembre 2000, Portogruaro-Pinè, Cordignano, un tubetto di conserva di pomodoro acquistato all’ipermercato di Portogruaro esplode e ferisce gravemente Nadia Ros ad una mano.
  • 17 novembre 2000, Portogruaro-Roveredo in Piano, una bomba viene trovata all’interno di un tubetto di maionese.
  • 2 novembre 2001, giorno dei morti, Motta di Livenza, un cero votivo esplode tra le mani di Anita Buosi, custode di un cimitero, la donna viene ferita in modo grave sia alle mani che all’occhio destro.
  • 23 luglio 2002, Porcia, una donna compra all’IperStanda un vasetto di Nutella che le esplode in casa.
  • 2 settembre 2002, Pordenone, un tubetto di bolle di sapone acquistato al Mercatone Zeta esplode in mano a Claudio Cicalò, un bambino di cinque anni.
  • 25 dicembre 2002, Cordenons, durante la messa di mezzanotte un tubo bomba fornito di timer esplode sopra uno dei confessionali della chiesa di Santa Maria Maggiore. Il prete aveva appena finito di leggere un versetto di Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. In seguito ad una perquisizione un altro tubo viene trovato inesploso nella stessa chiesa.
  • 24 marzo 2003, Pordenone, una bomba esplode in uno dei bagni del secondo piano del Palazzo di Giustizia dove si trovava l’ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che indagava su Unabomber. Le immagini delle videocamere di sorveglianza risultano illeggibili.
  • 25 aprile 2003, giorno della liberazione, Fagarè della Battaglia, San Biagio di Callalta, un pennarello evidenziatore trovato sul greto del Piave esplode in mano ad una bambina di nove anni, Francesca Girardi, che perde tre dita ed un occhio.
  • 2 aprile 2004, Portogruaro, la perpetua della chiesa di Sant’Agnese scopre una bomba alla nitroglicerina (nitroglicerina all’interno di una filetta Paneangeli) nascosta all’interno di un cuscino di un inginocchiatoio.
  • 26 gennaio 2005, Treviso, un ragazzino prende a calci l’interno di plastica di un ovetto Kinder che esplode senza ferirlo.
  • 13 marzo 2005, Motta di Livenza, chiesa di San Nicola vescovo, al termine della messa domenicale, Greta M., una bambina di sei anni, accende una candela votiva elettrica che esplode ferendola gravemente alla mano sinistra. Al cero era stata sostituita la fiammella con una lampadina esplosiva.
  • 16 marzo 2005, le Suore della Misericordia di Bacău in Romania trovano un ordigno inesploso in una scatola di sgombri inviata insieme ad altri aiuti umanitari dalle consorelle di Concordia Sagittaria.
  • 9 luglio 2005, Portogruaro, Unabomber colloca un ordigno costruito con la nitroglicerina sotto il sellino di una bicicletta, la pioggia battente lo disinnesca.
  • 6 maggio 2006, Porto Santa Margherita, Caorle, presso la foce del Livenza, Massimiliano Bozzo raccoglie una bottiglia con un messaggio all’interno, è un ordigno che gli esplode in mano ferendolo gravemente.

Unabomber è un frustrato, si ritiene un “genio incompreso”. Le sue aspettative frustrate lo hanno indotto a tentare di riscattarsi sfidando le istituzioni attraverso la mise-en-scène di azioni riprovevoli.

Unabomber non si è mai confrontato con chi lo faceva soffrire ma ha scaricato la sua rabbia su vittime sostitutive, estranei colpiti a caso, perfino su dei bambini.

Gli attentati gli hanno permesso di urlare ai suoi simili: “Guardate di cosa sono capace! Guardate come sono intelligente!”.

Unabomber ha avuto due periodi di inattività, tra il 1996 e il 2000 e dal 2006 ad oggi, motivi disparati possono averlo obbligato, o indotto a fermarsi: un arresto, una malattia, una psicoterapia che può averlo aiutato a controllare la rabbia, o semplicemente alcuni gratificanti cambiamenti intervenuti nella sua vita possono aver ridotto il suo desiderio di riscatto.

Il modus operandi di chi commette reati seriali, serial killer o serial bomber è in work in progress, con il passare del tempo le capacità di un serial bomber migliorano e per questo motivo i suoi ordigni diventano sempre più sofisticati. Unabomber, inoltre, ha imparato dai propri errori, errori che gli investigatori hanno purtroppo reso pubblici.

Gli ordigni confezionati da Unabomber erano ordigni di bassa qualità costruiti con oggetti riciclati di uso comune. L’analisi delle trappole esplosive di un bombarolo è d’aiuto per stilarne il profilo personologico, i componenti delle trappole riflettono infatti il tipo di vita vissuta dallo stesso.

Come ha sempre sostenuto dal professor Francesco Bruno, nonostante la tragicità dei fatti, il senso dell’ironia è una delle caratteristica principali della personalità di Unabomber. 

La presenza di banconote/esca vicino ad un tubo bomba, la conserva di pomodoro esplosiva, la maionese esplosiva, la scatoletta di sgombri esplosiva, il barattolo di Nutella esplosivo, il sellino della bicicletta esplosivo, i ceri esplosivi, la bottiglia con il messaggio all’interno esplosiva, il cuscino dell’inginocchiatoio esplosivo, l’uovo esplosivo, l’evidenziatore esplosivo, l’ovetto kinder esplosivo, il tubetto di bolle di sapone esplosivo, la bomboletta di stelle filanti esplosiva, sembrano tutte idee mutuate dai cartoni animati che hanno come protagonisti Wile E. Coyote e Beep Beep.

L’Unabomber italiano sembra essersi ispirato a Wile E. Coyote, quello americano ad un romanzo di Joseph Conrad. Nel gennaio 1995, Milt Jones, uno studente della Brigham Young University, leggendo il romanzo, “L’agente segreto” di Conrad, si accorse delle similitudini tra la storia dell’Unabomber americano e quella del protagonista del libro. All’arresto di Kaczynski, avvenuto qualche mese dopo, si scoprì che l’uomo, come il protagonista del libro di Conrad, aveva abbandonato la vita da professore per vivere in mezzo alla natura, inoltre, Kaczynski riferì agli investigatori di aver letto il libro molte volte e di aver usato, durante la latitanza, gli pseudonimi Conrad e Konrad.

o molte volte e di aver usato, durante la latitanza, gli pseudonimi Conrad e Konrad.

Il biglietto da visita di Wile E. Coyote

Il biglietto da visita di Wile E. Coyote

Gli esplosivi di Wile E. Coyote

Gli esplosivi di Wile E. Coyote, nitroglicerina, dinamite e trinitrotoluene

Palle da tennis esplosive

Palle da tennis esplosive

Wile E. Coyote mette pallini d'acciaio nei semi per Beep Beep

Wile E. Coyote inserisce pallini d’acciaio nel mangime di Beep Beep

Semi esplosivi

Mangime gratuito (esplosivo)

Probabilmente Unabomber conoscerà la canzone di Eugenio Finardi, Vil Coyote, che si trova nel suo album Il vento di Lenora del 1989 ed è dedicata a Wile E. Coyote:

“C’é chi nasce come Paperino:
Sfortunato e sempre pieno di guai
E c’é chi invece é come Topolino:
Carino, intelligente e simpatico alla gente
Come Paperon de’ Paperoni
Pieno di fantastiliardi di milioni
Ma poi sta sveglio tutte le notti
Per paura che arrivi la Banda Bassotti

Ma io mi sento come Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai
Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
Ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

C’é chi vive come Eta Beta
Sembra che stia con la testa su un altro pianeta
non si alza la pmattina
Se non si spara un po’ di pnaftalina
C’é chi é come Pietro Gambadilegno
E’ sempre preso in qualche loschissimo disegno
E c’é chi vorrebbe avere tutte le risposte
Come nel Manuale delle Giovani Marmotte

Io mi sento come Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai
Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

Ma io mi sento Vil Coyote
Che cade ma non molla mai
Che fa progetti strampalati e troppo complicati
E quel Bip Bip lui non lo prenderà mai 

Ma siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai

Sì sì siamo tutti come Vil Coyote
Che ci ficchiamo sempre nei guai
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso
Ma noi non ci arrenderemo mai”.

Elvo Zornitta

Le indagini sull’Unabomber italiano hanno condotto gli inquirenti a sospettare dell’ingegner aeronautico Elvo Zornitta. Zornitta è nato in Veneto nel 1957; si è laureato al Politecnico di Torino; ha lavorato alla Oto Melara di La Spezia, una fabbrica di carri armati e cannoni; vive in una villetta ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone e, all’epoca dei fatti, possedeva una casa al mare a Bibione e una mansarda a Belluno.

Durante una perquisizione nel capanno-laboratorio e nell’abitazione di Zornitta, gli inquirenti trovarono pile stilo uguali a quelle usate da Unabomber, materiale elettrico, ovetti Kinder, un potenziometro, petardi svuotati dal loro contenuto e fialette Paneangeli.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, che analizzò Elvo Zornitta, concluse per una compatibilità tra il suo profilo e quello di Unabomber.

Lo studio della distribuzione geografica dei vari reati attraverso la tecnica del Geographic Profiling permise di concludere che l’area dove vive Zornitta è sovrapponiibile a quella in cui viveva Unabomber.

Su richiesta della Procura della Repubblica, il 2 marzo 2009, il fascicolo relativo a Zornitta è stato archiviato per mancanza di elementi sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio. La richiesta di archiviazione è arrivata, soprattuto, in seguito ad un fatto gravissimo, un balista della polizia, Ezio Zernar, responsabile del Laboratorio Indagini Criminalistiche della Procura di Venezia, durante le analisi del materiale proveniente da un tubo bomba inesploso attribuito ad Unabomber, ha manomesso un lamierino tagliandolo con un paio di forbici sequestrate a Zornitta, per questo motivo è stato condannato per falso ideologico e frode processuale.

Infine, il DNA isolato da un pezzetto di nastro adesivo repertato sull’uovo bomba, trovato il 31 ottobre 2000 in un supermercato di Portogruaro, non apparteneva a Zornitta.

Elvo Zornitta

L’ingegner Elvo Zornitta

Analisi di alcuni stralci di un’intervista rilasciata da Elvo Zornitta a Giovanni Minoli nel marzo 2009 per il programma televisivo La storia siamo noi:

Elvo Zornitta: “Tutta la vicenda che mi riguarda è cominciata nel maggio del 2004… come tutta la gente che ha vissuto in questa zona, avevo sentito parlare di Unabomber, ma come si sente di tante cose che succedono, alla televisione”.

“come tutta la gente che ha vissuto in questa zona” sono parole non necessarie pronunciate allo scopo di nascondersi tra la folla.

Elvo Zornitta: “Ho passato un periodo in cui mi aspettavo ogni mattina, sinceramente, che venissero a bussare alla mia porta e mi portassero in prigione eee… e l’ho anche chiesto, perché piuttosto che vivere in quella maniera”.

Elvo Zornitta: “La mia vita non tornerà più ad essere normale eee… né potrebbe essere altrimenti, fate conto che a cinquantanni, il periodo forse migliore per un uomo, la mia vita è stata quasi stroncata, alla mia carriera lavorativa, le mie aspettative, le mie uniche speranze che avevo ancora eee… certi ideali che avevo eee… uno non può… cioè forse, se fosse capitato a venti anni o a trenta, uno aveva anche le energie, la forza di riprendersi, di ricominciare da capo tutto, a cinquantanni è molto più difficile”.

Elvo Zornitta: “L’unica cosa che io, francamente, ci tengo aa… far sapere a tutti quelli che vedranno questo programma è che si sta poco a far… a pensare a un mostro, a far credere un criminale una persona…”.

Zornitta dice: “l’unica cosa che io, francamente, ci tengo aa far sapere a tutti quelli che vedranno questo programma è che si sta poco a far… a pensare a un mostro, a far credere un criminale una persona…”, ed è vero ciò che afferma, ovvero che ci vuole poco a trasformare un uomo in un mostro, ma riferire questa verità non equivale a negare di essere Unabomber, che dovrebbe essere invece la sua priorità. 

Elvo Zornitta: “Era il 26 maggio del 2004 eee… sono capitati qua, erano le le sette meno venti, mi sono presentato alla porta in pigiama, tanto per intenderci, ancora dovevo vestirmi e prepararmi per andare al lavoro… son venuti ,hanno perquisito casa mia, hanno perquisito eee… casa di mia madre, casa di mio fratello, il piccolo locale che i miei avevano al mare, mi ricordo interrogatori abbastanza pesanti, il primo è stato di sette, otto ore, ees… in cui ee… e mi sono stati contestate alcune cose che erano state trovate a casa mia”.

E’ poco rilevante che lui fosse ancora in pigiama, che dovesse ancora vestirsi e prepararsi per andare al lavoro, dettagli, un tentativo di far sorridere gli interlocutori che non può che stonare rispetto allo stigma che seguì a quella perquisizione. E’ come se Zornitta cercasse sempre il lato comico, spesso gratuitamente; in questo caso il cercare l’ironia a tutti costi è per lui controproducente perché allevia la tragicità dei fatti occorsi.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, lei vive e lavora esattamente nell’area di trenta km all’interno della quale si è verificata gran parte degli attentati di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Ma sa questo è un pochino strano…”.

La risposta di Zornitta è stata in parte tagliata dagli autori del programma. In effetti è una strana coincidenza che proprio uno come lui, che conosce gli esplosivi, che ha una grande manualità e che ama maneggiare oggetti simili a quelli usati da Unabomber per costruire i suoi ordigni, viva all’interno della zona in cui sono state depositate le trappole esplosive, non a Catania, o a Pisa. 

Elvo Zornitta: “Alcuni di quei posti dove sono avvenute le esplosioni, non li ho neanche mai visti, perché èèè… il mioo l’istinto da montanaro è sempre quello di spingermi verso nord, quando vado al sud, al limite vado al mare”.

Una cosa è dire “non ci sono mai stato”, “non ci ho mai messo piede” e un’altra è dire “non li ho neanche mai visti”, “visti” fa pensare a visitati. Zornitta si diverte a provocare quando afferma: “… quando vado al sud, al limite vado al mare”, il riferimento al mare induce automaticamente a pensare ai tubi bomba lasciati da Unabomber in spiaggia, a San Michele al Tagliamento e a Lignano Sabbiadoro.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, in casa sua sono stati trovati dei refill di penne bic, come queste, solo i refill, senza le cannucce e delle cannucce di penne Bic sono state usate da Unabomber per alcuni dei suoi ordigni, sua moglie poi ha confermato agli inquirenti di aver trovato in casa alcuni di questi refill senza le cannucce esterne”.

Elvo Zornitta: “Mia moglie eee… a quanto mi ha raccontato, ha detto di aver trovato aaa… dei tubetti esterni mancanti della cannuccia eee… perché probabilmente esaurita e buttata via, ma eee… tra l’altro a casa nostra di Bic, mi sembra che non ce ne siano ee… le penne che usiamo sono un altro tipo”.

Zornitta mostra di avere difficoltà a rispondere, per ben cinque volte prende tempo con delle pause.

Giovanni Minoli: “Senta ingegnere, poi ci sono le fialette Paneangeli, una componente per fare i dolci, alcune di queste, della stessa marca e aroma, trovate a casa sua, sono state riempite di nitroglicerina per alcuni degli ordigni di Unabomber”.

Elvo Zornitta: “Eee, ho mia moglie che faceva dolci… eeee… Paneangeli, purtroppo, è una delle marche più note, più comuni per eee… per dolcificare, dare aroma”.

Zornitta mostra di avere difficoltà a rispondere, per ben tre volte prende tempo con delle pause.

Giovanni Minoli: “Ingegner Zornitta, durante le perquisizioni a casa sua sono stati trovati dei petardi spezzati a metà, senza la polvere pirica, lei dice di aver usato quella polvere per fare dei fuochi d’artificio per un capodanno”.

Elvo Zornitta: “C’è stato un anno in cui ho tentato di fare dei fuochi artificiali ma molto, molto banali, cioè le classiche fontanelle usando la polvere dei petardi ee… l’esito non è stato tra i più felici, nel senso che la fontanella si è esaurita subito e senza aa… e senza fare quell’effetto scenografico che io avrei voluto”.

Zornitta non dice: “Quell’anno ho tentato di fare dei fuochi artificiali” o “Pochi mesi prima avevo tentato di fare dei fuochi artificiali” ma un generico “C’è stato un anno in cui ho tentato di fare dei fuochi artificiali”, “un anno” può riferirsi a molti anni prima, sembra strano che abbia conservato i petardi svuotati per lungo tempo.

Interessante l’uso del termine “scenografico” perché scenografici sono stati pure molti degli attentati attribuiti ad Unabomber.

Giovanni Minoli: “In realtà però sua moglie e alcuni colleghi dicono che lei non ha mai fatto fuochi d’artificio e allora?”.

Elvo Zornitta: “……. eee anche questa èèè… direi estremamente buffo, perché se io dico di aver fatto dei fuochi d’artificio ,che non so… che non hanno funzionato, che non hanno l’effetto, che volevo, eccetera, eccetera e si va a chiedere a un mio amico se ha mai visto questi fuochi d’artificio, non vedo il nesso, è chiaro, è ovvio che il mio amico dirà: “Non li ho mai visti, non me li ha mai mostrati”.

Zornitta attende a lungo prima di rispondere. Ciò che è strano è che un soggetto prepari dei fuochi d’artificio per il capodanno e poi li provi tutti prima della mezzanotte del 31 dicembre, in specie da solo.

Giovanni Minoli: “Fialette, polvere pirica, cannucce, pile della stessa marca di quelle utilizzate da Unabomber e molto altro, ingegnere, mettiamola così, lei sarebbe in grado di fare degli ordigni come quelli di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Io sono progettista, se uno mi da un disegno, uno schema eee qualcosa, una traccia, gli faccio l’oggetto, punto e a capo, non ho mai fatto bombe, non so come si fanno ma non penso che sia una cosa particolarmente difficile”.

Zornitta riferisce a Minoli di saper fare tutto anche solo con una semplice traccia, un modo per buttare benzina sul fuoco.

“non ho mai fatto bombe” è una negazione credibile, resta da capire se gli ordigni che costruiva Unabomber Zornitta li considerasse “bombe”.

Elvo Zornitta: Mi ero reso conto di essere seguito eee… stranamente, perché io di solito non guardo mai nello specchietto retrovisore”.

Elvo Zornitta: “Mi ricordo, era a fine agosto del duemila eee e sei eee uscivo da messa e em… i giornalisti sono venuti aaa a prendermi, in pratica, fuori dalla chiesa per dirmi che era stata trovata la prova che mi criminava”.

Elvo Zornitta: “La questione, se si è fermato veramente, se ricomincerà, è una domanda che mi sono posto e che continuerò a pormi a lungo”.

La conclusione della risposta “e che continuerò a pormi a lungo” lascia pensare. Zornitta non dice: “e che, forse, continuerò a pormi a lungo” perché inspiegabilmente non prende in considerazione il fatto che potrebbero arrestare Unabomber.

Elvo Zornitta

L’ingegner Elvo Zornitta

Stralci di un’intervista televisiva del 21 febbraio 2009:

Domanda di un telespettatore: “Lei cosa pensa, se può dirci?”.

Elvo Zornitta: “E’… guardi, la prima cosa che mi viene da dire è che la magistratura eee… utilizza degli strumenti e delle… e degli argomenti che gli vengono dati da qualcuno, dalla parte investigante e non sempre questa è at… sono atti a dimostrare o a non dimostrare una cosa, anzi certe volte, volutamente, sono spinti verso un lato piuttosto che dall’altro, quindi io mi immagino chi deve poi prendere le decisioni ee decisioni in casi come questa, soprattutto, in cui sono molto complesse, non ha certamente la vita facile, poi è ovvio che non posso essere contento dei tempi che sono stati impiegati per arrivare quasi alla risoluzione”.

Giornalista: “Non è ancora finita?”.

Elvo Zornitta: “Non è ancora finita, nel senso chee… c’è una richiesta di archiviazione da parte di quelli che dovrebbero essere gli accusatori, cioè i pubblici ministeri, adesso è in mano ad un giudice di Trieste che deciderà se concedere questa archiviazione eee però al di là di questo, cinque anni, secondo me, di gogna, sono veramente troppi per una persona”.

Giornalista: “Lei in questi cinque anni ha mai pensato, non ne esco più?”.

Elvo Zornitta: “Ho pensato più di una volta, non ne esco più, ho pensato più di una volta a cosa valeva, se valeva ancora la pena continuare a vivere in una situazione del genere”.

Giornalista: “Lei ha pensato al suicidio?”.

Elvo Zornitta: “C’è stato un momento in cui me l’ho pensato eee l’ho pensato come una soluzione, non tanto per me quanto per i miei cari eee e è proprio questo che mi ha fermato, sostanzialmente, se avessi avuto una figlia grande probabilmente avrei potuto pensarci e accarezzare di più questa idea, in realtà avendo una f… piccola da allevare, non era assolutamente il caso, non era giusto”.

Zornitta si contraddice, prima afferma di aver pensato al suicidio per affrancare la famiglia e poi di non averci pensato perché aveva una figlia piccola.

Giornalista: “Secondo lei sua moglie ha mai dubitato?”.

Elvo Zornitta: “La risposta è no.. perché… io e mia moglie ci siamo parlati molto spesso, della cosa e lei mi ha sempre difeso più di quanto mi sentissi io di difendermi”.

Zornitta avrebbe dovuto dire al giornalista che la domanda in questione avrebbe dovuto farla a sua moglie. 

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di stralci di un’altra intervista:

Elvo Zornitta: “Questa è una grossa soddisfazione eeem… finalmente la giustizia ha… ha avuto il suo esito finale, certamente non mi può e non mi potrà mai ripagare di tutto quello che ho patito in questi anni”.

Non “la giustizia ha trionfato”, ma “la giustizia ha avuto il suo esito finale”

Elvo Zornitta: “Non so e non voglio neanche pensare ad Ezio Zerman, io mi chiedo solo se ad un poliziotto, a cui tutto sommato affidiamo la nostra vita ee vada a manomettere qualcosa che è in suo possesso e che può incriminare una persona”.

E’ forte e giusto ciò che dice Zornitta su Ezio Zernar. 

Elvo Zornitta: “Nella fase cruciale l’abbiamo vissuta tutti molto uniti ma con gran… grandissimi problemi, grandissimi problemi perché voi capite perfettamente, non è facile svegliarsi la mattina con i telecronisti fuori dalla porta”.

Lo Stato non tutela gli indagati e le loro famiglie, è imperdonabile.

Elvo Zornitta: “Il problema grosso secondo me è che qualunque cosa io possa fare nella mia vita aleggerà sempre intorno a me il sospetto: Ma può essere stato lui, non può essere stato lui?”.

E’ vero che, dopo che un soggetto, seppur innocente, viene trasformato dai Media in un mostro, il sospetto su di lui resta, ma di sicuro Zornitta un po’ ci marcia, gli piace che aleggi e parecchio.

Elvo Zornitta: “Pretendo, voglio che questa pena, questo problema, tutto questo venga risarcito in qualche maniere, se la persona che è stata indicata come colpevole per questa manomissione non potrà farlo, ovviamente ricorreremo io e gli avvocati che mi stanno seguendo eee… tramite altri altri procedimenti”.

Elvo Zornitta: “Può essere una persona che non è più in grado di agire per incapacità fisica, oppure perché in prigione, oppure perché è malato èèè… può essere una persona che semplicemente si è anche ravveduta, per paura, soprattutto”.

Perché Unabomber avrebbe dovuto aver paura se non per essere finito tra i sospettati? Gli unici che possono essere stati intimiditi dagli inquirenti sono coloro che sono stati indagati. Zornitta ci sta dicendo che Unabomber è uno di loro e che il motivo per il quale si è ravveduto è la “paura”. Ecco a cosa mi riferisco quando dico che a Zornitta piace che “aleggi”, così come non vuole pensare a Ezio Zernar, non dovrebbe voler pensare neanche ad Unabomber ed invece lo giudica, ne traccia profili e spiega al pubblico i motivi per i quali il bombarolo non colpisce più. Zornitta non ha le competenze criminologiche per parlare di bombaroli seriali, sono competenze che si acquisiscono in seguito a decenni di studi, non per essere stati indagati per i loro reati. 

Giornalista: “Unabomber è un vigliacco?”.

Elvo Zornitta: “E’ certamente, certamente, èè… a mio avviso, si disinteressava completamente di chi andava a colpire, fossero bambini, donne, vecchi, non importava, l’importante era accentrare l’attenzione su di lui e questo è un altro particolare strano, perché se uno vuole accentrare così tanto l’attenzione e poi non fa più niente per accentrarla”.

Zornitta si esprime ancora su Unabomber spingendosi a spiegare il motivo per il quale agisse.

Il bombarolo italiano non colpisce più perché qualcosa è cambiato nella sua vita, probabilmente ha ottenuto finalmente, con il suo nome e cognome, le gratificazioni che aveva desiderato per anni e, per questo motivo, non ha più bisogno di cercarsele nelle vesti di Unabomber.

Un giornalista chiede alla moglie di Zornitta, Donata, se abbia mai avuto un sospetto su di lui:

Donata Zornitta: “Non l’ho mai avuto, noi ci conosciamo ormai da 28 anni ma guardi mai, assolutamente, lui è sempre a casa con me”.

E’ molto ingenuo che la signora affermi: “lui è sempre a casa con me”, tra l’altro non usa il verbo al passato, non dice: “lui era sempre a casa con me”, non si riferisce al periodo in cui Unabomber colpiva, ma parla del presente. 

Donata Zornitta: “Non ci credevo, non era possibile che fosse uscita tutta questa storia che, completamente avulsi da… da tutto, ciò che può essere vero, insomma, era tutto inventato”.

Il materiale sequestrato a Zornitta era compatibile con quello impiegato per preparare gli ordigni ed il suo profilo psicopatologico è compatibile con quello di Unabomber, il fatto che Ezio Zernan abbia manomesso il lamierino è  inaccettabile, ma che tutto il resto fosse stato inventato non corrisponde al vero.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

 Dopo l’archiviazione del procedimento a suo carico avvenuta il 2 febbraio 2009:

Elvo Zornitta: “E’ un periodo di pace, di serenità e soprattutto di tranquillità diciamo che si sta normalizzando tutta una vita che è stata sbalzata completamente dal suo iter”.

Strano che Zornitta dica che “si sta normalizzando tutta una vita”, che è ben diverso dal dire: “la mia vita sta tornando alla normalità”, con questa frase, egli lascia intendere che la sua vita non sia stata normale dal giorno della sua nascita a quel momento.

Elvo Zornitta: “Io ho utilizzato quel tipo di fialette esclusivamente per fare dei lampadari nel presepe che stavo realizzando a casa mia, l’ho realizzato proprio tra il 2001 e il 2005”.

Da un’altra intervista rilasciata a Francesco Macaluso nel marzo 2016 e proiettata ad Jesolo, ad un convegno sui serial killer:

Elvo Zornitta: “Un mio ex collaboratore mi segnalò, forse per vendetta e per sciocchezze accadute nel posto di lavoro, venti anni fa. Sono ingegnere aeronautico, laureato al Politecnico di Torino. Ho lavorato alla Oto Melara di La Spezia che fabbricava carri armati e cannoni, ma mi occupavo di ricerca a livello teorico con particolare attenzione alle blindature. In gioventù ho realizzato, per gioco, petardi con la polvere pirica, tutto qui”.

“In gioventù ho realizzato, per gioco, petardi con la polvere pirica, tutto qui”, non è vero che è tutto lì, nell’intervista rilasciata a Giovanni Minoli ha sostenuto di aver preparato fuochi di artificio per un capodanno usando la polvere pirica di alcuni petardi e proprio nel periodo in cui Unabomber operava. 

Elvo Zornitta: “In questi anni mi sono fatto l’idea di Unabomber come di un matto lucido che poteva agire per vendette personali o per allertare una determinata e circoscritta zona d’Italia. Io ho una figlia, all’epoca bambina, soltanto una persona con profonde turbe potrebbe agire in quel modo sapendo che i bersagli potrebbero essere bambini, come la propria figlia, che a sua volta potrebbe essere vittima di questi ordigni. E’ quello che ho sempre cercato di far comprendere agli inquirenti”.

Prendiamo per buono che Zornitta stia dicendo che lui non può essere Unabomber perché aveva una figlia piccola all’epoca degli attentati, non sono d’accordo sul fatto che vada escluso che Unabomber avesse dei figli, anzi, gli ordigni costruiti per colpire i bambini fanno sospettare il contrario.

Unabomber aveva almeno un figlio e riciclava i contenitori interni dei suoi ovetti Kinder così come riciclava le fialette Paneangeli della moglie, inoltre costruiva ordigni per ferire i bambini perché, ad un certo punto della sua vita, si è sentito affettivamente in competizione con loro, si è sentito derubato delle attenzioni di sua moglie e per questo motivo ha iniziato a colpirli. Alla nascita di un figlio, un uomo si sente messo da parte, le attenzioni che la donna riversa sul nuovo nato, lo speciale rapporto madre-figlio tendono ad escludere il maschio che può sentirsi abbandonato ed esserne geloso, in specie se ritiene di non aver ricevuto da piccolo quelle stesse cure. 

Aggiungo che la moglie di Zornitta, Donata, nonostante sia architetto, ha insegnato per molti anni alla scuola primaria.

In ogni caso, se Unabomber avesse avuto dei figli e una moglie e non avesse voluto che si ferissero con i suoi ordigni, avrebbe comunque potuto proteggerli non conducendoli nelle zone dove li aveva piazzati e andando lui personalmente a fare la spesa, cosa che, probabilmente, a volte faceva, di sicuro quando lasciò tra gli scaffali dei supermercati la maionese esplosiva, le uova esplosive, il tubetto di concentrato di pomodoro esplosivo, la Nutella esplosiva e la confezione con l’uovo esplosivo.

Alle prime frustrazioni che avevano condotto Unabomber ad abbandonare i tubi bomba per strada, frustrazioni probabilmente riguardanti l’ambito lavorativo, si può essere aggiunta una crisi coniugale dovuta alla nascita di un figlio, crisi coniugale che lo ha portato a detestare i bambini e a produrre trappole esplosive destinate proprio a loro. Un serial bomber è un soggetto in divenire, non solo dal punto di vista del modus operandi ma anche per quanto riguarda la scelta delle vittime.

Zornitta continua ad esprimersi su Unabomber, sulla sua personalità e sui motivi che l’hanno spinto a colpire: “… mi sono fatto l’idea di Unabomber come di un matto lucido che poteva agire per vendette personali o per allertare una determinata e circoscritta zona d’Italia”, ciò che stupisce sono i giudizi emessi su Unabomber ed i toni usati dall’ingegnere nei suoi confronti.  

Elvo Zornitta: Allora, doveva trattarsi magari di una persona che ha dimestichezza con gli esplosivi, ordigni rudimentali, inizialmente con la polvere pirica per arrivare alla nitroglicerina. Mi chiedo perché non si sia indagato sui fornitori di questo materiale che non sono molti. Io penso a una persona che non ha legami affettivi qui e che può avere anche a che fare con le forze militari non italiane di stanza sul territorio”.

“Allora, doveva trattarsi magari di una persona che ha dimestichezza con gli esplosivi…”, si noti l’uso di un verbo al passato “doveva” e di un altro al presente “ha”. Zornitta, nonostante Unabomber non agisca più, non prende nemmeno lontanamente in considerazione l’ipotesi che possa essere morto, ma parla di lui come se fosse vivo e, proprio perché ne sembra convinto, non si comprende il perché continui ad irritarlo. Unabomber ha lasciato un ordigno nei bagni del secondo piano del Palazzo di Giustizia dove si trovava l’ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che indagava su di lui e Zornitta lo sa, il perché non tema che Unabomber reagisca alle sue continue provocazioni è un “mistero”.

Elvo Zornitta: “Non voglio accusare nessuno, ma credo che a disseminare terrore potrebbe esserci una mano militare: magari di qualche soldato presente in Friuli e non italiano”. 

Elvo Zornitta: “Secondo me la pazzia di quest’uomo che ha… di questo Unabomber, è stata proprio questa che ha inscenato tutta una serie di attentati senza sapere quelle che potevano essere le conseguenze, senza sapere, senza voler neanche conoscere quali erano poi gli obiettivi, bambini piuttosto che vecchi, persone che assolutamente non c’entravano niente con lui, persone che non gli avevano fatto niente. Io posso ancora riuscire a capire quando uno per vendetta di qualche cosa, di qualche torto che ritiene di aver subito decide di fare un gesto di questo tipo, permaloso, ma non verso il pubblico, verso la gente”.

Perché Zornitta giustifica Unabomber dicendo che, secondo lui, non aveva contezza delle conseguenze? Come poteva non “sapere” dopo aver fatto i primi feriti gravi? Perché Zornitta continua a pontificare sulla psicopatologia di Unabomber senza averne le competenze? Si noti la frase “Io posso ancora riuscire a capire quando uno per vendetta di qualche cosa, di qualche torto che ritiene di aver subito decide di fare un gesto di questo tipo, permaloso, ma non verso il pubblico, verso la gente”, Zornitta capisce che si possa fare “un gesto di questo tipo” per “vendetta“ ma solo nell’intento di colpire un soggetto preciso “non verso il pubblico, verso la gente”. E’ bizzarro che Zornitta parli di “pubblico”, un termine che il mattatore Unabomber userebbe volentieri.

Elvo Zornitta: “E visto che tutto sommato siamo sull’argomento quello che ci tenevo anche a dire è una cosa prima di tutto, uno che ha figli a meno che non abbia delle grosse turbe personali psicologiche non va a colpire altri bambini, io con mia figlia, soprattutto allora, era una bambina, ero legatissimo, sono a tuttora che ha vent’anni, sono a tuttora legato in una maniera pazzesca”.

Zornitta mostra di avere bisogno di convincere.

Elvo Zornitta: “Tua figlia fa parte dei bambini, voglio dire, domani può darsi che si trovi davanti uno di questi oggetti che questo criminale ha lasciato in giro, questo che mi sono anche chiesto, perché gli inquirenti non hanno mai pensato a… non è che io potessi stare a casa ventiquattro ore su ventiquattro, o che abbia mai detto a mia moglie non andare in quel supermercato, quindi se fossi veramente stato io, sarei stato due volte criminale, avrei messo a repentaglio anche mia figlia, anche mia moglie”.

Non si può escludere che Unabomber fosse sposato con figli, come ho già accennato, una parte della sua rabbia sarebbe potuta derivare da un rapporto coniugale particolarmente frustrante; infine, nulla ci dice che Unabomber non sperasse di ferire i suoi familiari con le trappole lasciate al supermercato ma, in ogni caso, non sarebbe stato difficile impedire a sua moglie di comprare maionese, uova, concentrato di pomodoro e Nutella, sarebbe bastato rifornire la credenza di quei prodotti o collocare gli ordigni all’interno di confezioni di marche non utilizzate in famiglia, per il resto, sarebbe stato alquanto improbabile che i suoi familiari si imbattessero nei suoi ordigni se lui non li avesse condotti, durante le feste, nei luoghi dove li aveva posizionati. 

E’ Zornitta ad aprire alla possibilità di essere Unabomber quando dice “se fossi veramente stato io”.

Elvo Zornitta: “L’attentatore certamente ha avuto un grossissimo passaggio da quando è partito dai tubi pieni di polvere pirica, di quello che era ed è arrivato alla nitroglicerina, io, francamente, non me ne intendo tantissimo di esplosivo, ma qualcosetta quand… nel primo periodo della mia vita, l’ho vista, ho visto i danni che può fare un tipo di esplosivo militare o addirittura civile eee passare da una polvere pirica a un materiale così delicato da maneggiare ma soprattutto da fare, m’ha sempre lasciato qualche perplessità, cioè se uno poteva ricorrere a degli esplosivi eee non riesco a capire perché vada a finire proprio sulla nitroglicerina, che è pericolosa da maneggiare, da realizzare, a meno… a meno che non abbia una fonte che lo rifornisce, in qualche maniera, di questo materiale, baa… una fonte, non così difficile da scoprire e su questo che io ho sempre detto in tutti i colloqui che ho avuto con personale inquirente, ho detto: Puntate gli occhi su questo lato”.

Zornitta mostra di sapere cosa ci fosse nei tubi e in che quantità “… tubi pieni di polvere pirica, di quello che era…”, non è tanto il fatto che dica cosa ci fosse nei tubi, informazione che era stata pubblicizzata dagli inquirenti, ma che abbia la necessità di correggersi subito dopo averlo affermato con un “… di quello che era…” per mostrare di non saperlo per certo. 

“… io, francamente, non me ne intendo tantissimo di esplosivo ma qualcosetta quand…” l’uso dell’avverbio “francamente” prova che Zornitta vuole convincere il suo interlocutore, sia l’aggettivo qualificativo di grado superlativo assoluto “tantissimo” che l’avverbio “francamente” indeboliscono la sua affermazione. La frase convincente da dire sarebbe stata: “io non ho dimestichezza con gli esplosivi”. In ogni caso, dopo aver affermato che non se ne intende “tantissimo”, è quantomeno bizzarro che Zornitta sciorini le sue conoscenze in fatto di esplosivi esprimendosi da esperto su quelli usati da Unabomber: “… non riesco a capire perché vada a finire proprio sulla nitroglicerina che è pericolosa da maneggiare, da realizzare, a meno… a meno che non abbia una fonte che lo rifornisce, in qualche maniera, di questo materiale, baa… una fonte, non così difficile da scoprire e su questo che io ho sempre detto in tutti i colloqui che ho avuto con personale inquirente, ho detto: Puntate gli occhi su questo lato”.

La nitroglicerina si può fabbricare, non necessariamente va acquistata, il fatto che Zornitta abbia insistito con gli inquirenti perché cercassero una fonte ha naturalmente accentuato i sospetti su di lui in quanto è risaputo che i seriali spesso si intromettono nelle indagini. 

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di un’intervista rilasciata da Elvo Zornitta ad Andrea Pasqualetto e pubblicata su Il Corriere della Sera del 7 novembre 2014:

Andrea Pasqualetto: “Oggi, ‘l’ingegnere cattolico dagli occhi di ghiaccio’, come la chiamavano i giornali quando le prove contro di lei sembravano schiaccianti, crede ancora nella giustizia?”.

Elvo Zornitta: “E’ una domanda imbarazzante, ho dei problemi a dare una risposta netta. Diciamo che credo ad alcuni magistrati, a quelli che fanno il loro lavoro a costo della vita. Basta così, ecco”.

Andrea Pasqualetto: “Che effetto le ha fatto finire all’interno di un processo che è stato anche, giocoforza, mediatico? L’attenzione di giornali e tv, alle quali lei non si è mai sottratto, come l’ha vissuta?”.

Elvo Zornitta: “E’ stato un trauma. La prima volta sotto i riflettori, per me, nella vita, non la dimenticherò più. E’ stato pesante anche l’aspetto della carta stampata, perché, come si immagina, non sempre si gioca in maniera pulita. Mi ricordo di una frase che io ho detto una volta a una persona, una cosa del tipo: ‘Chi ha provato una volta la nitroglicerina non torna alla polvere da sparo’, buttata lì per scherzare con un amico; me la sono ritrovata scritta sul giornale, in un senso che mi sembrava stravolto, quasi come fosse una specie di confessione”. 

Zornitta non dice: “la stampa non sempre gioca in maniera pulita” ma “non sempre si gioca in maniera pulita”, coinvolgendo nel gioco sporco pure se stesso.

Con il suo racconto: “… io ho detto una volta a una persona, una cosa del tipo: “Chi ha provato una volta la nitroglicerina non torna alla polvere da sparo…”  Zornitta ci mostra quanto ami provocare, quanto goda del fatto che la gente nutra ancora sospetti su di lui.

Andrea Pasqualetto: “E poi?”.

Elvo Zornitta: “Dopo che il mio nome è diventato pubblico, i giornali non mi hanno lasciato più in pace; in tv sono andato dopo, quando è stata presentata la controperizia. Io mi sono esposto prima, però, perché tutti sapevano chi ero. Volevo dare un messaggio forte, perché l’aria intorno a me stava diventando pesante. Leggevo su internet che si diceva: “Trovato il mostro”, o cose del genere”.

Andrea Pasqualetto: “Ha mai avuto paura di non uscirne più?”.

Elvo Zornitta: “Ho avuto la sensazione di portarmi un peso enorme sulle spalle. Questo sì”.

Andrea Pasqualetto: “E i rapporti umani? Ci sono state persone che hanno chiuso i rapporti con lei perché la credevano un pericoloso criminale?”.

Elvo Zornitta: “In effetti, ci sono stati colleghi di lavoro che mi hanno detto di averci creduto fino a gennaio 2007. Sembra incredibile, per lo meno a me”.

Andrea Pasqualetto: “Se il risarcimento arrivasse, sarebbe un uomo felice?”.

Elvo Zornitta: “Non è una questione di cifre, nessuno mi ripagherà di quanto accaduto a mia figlia, a mia moglie, ai miei genitori. Deciderà il giudice. Io sono tranquillo”.

Andrea Pasqualetto: “Qualche anno fa, alla fine di un dibattito, abbiamo scambiato due chiacchiere. Lei, prima di andare, ha rassicurato scherzosamente me e la persona che parlava con noi dicendoci: “State tranquilli, non ho lasciato nulla sotto la sedia dove ero seduto”. Noi ci siamo messi a ridere, ma oggi le capita ancora di essere guardato con sospetto, a distanza di anni?”.

Ancora una provocazione. 

Elvo Zornitta: “Con sospetto no, sinceramente mi sono trovato in poche occasioni in difficoltà; anzi, ora si preferisce raccontare altro. Mi sono trovato però a discuterne, qualche volta, e mi è sembrato non fosse un tabù persino scherzarci su. L’ironia continuo ad averla. E’ la mia forma di salvezza”.

Dopo aver subito un’ingiustizia è comprensibile che l’ironia sia un salvagente, io ironizzerei però su chi ha commesso l’errore giudiziario e su chi ha provato a incastrarmi, non su Unabomber.

Andrea Pasqualetto: “Cosa le rimane di questa vicenda?”.

Elvo Zornitta: “Un ricordo penoso, ero diventato il mostro e la mia famiglia viveva con il mostro. Un’esperienza che mi ha toccato mentalmente, socialmente, economicamente, ho perso anche il lavoro da dirigente, oggi faccio praticamente l’impiegato e guadagno molto meno”.

Zornitta non dice: “mi ritenevano un mostro” ma “ero diventato un mostro”, non dice “la mia famiglia pensava di vivere con il mostro” ma “la mia famiglia viveva con il mostro”, frasi che suonano come ammissioni. 

Andrea Pasqualetto: “Perché puntarono su di lei?”.

Elvo Zornitta: Forse perché avevano bisogno di un colpevole, c’era troppa pressione mediatica, un pool di 40 persone che indagavano e gli attentati sempre più frequenti, dovevano dare una risposta rapida”.

Si noti il “Forse”.

In realtà Zornitta ha caratteristiche in comune con il profilo di Unabomber e gli vennero sequestrati oggetti simili a quelli usati dal serial bomber per costruire le sue trappole.

Andrea Pasqualetto: “Riconoscerà comunque che il suo profilo era sospetto ingegnere, appassionato di bricolage un piccolo laboratorio, la casa al centro della zona Unabomber, la frequentazione di alcuni luoghi degli ordigni, cosa avrebbe fatto lei al posto degli inquirenti?”.

Elvo Zornitta: “Avrei forse deciso anch’io una perquisizione perchè era evidente che il folle andava cercato tra gli appassionati di bricolage e avrei messo anche una pattuglia a seguirmi, come quella che avevo alle calcagna ma poi mi sarei fermato perché avrei capito che Zornitta non poteva costruire quelle trappole da meccanico imbranato”.

Zornitta vuol far intendere di sentirsi superiore ad Unabomber, lo chiama “folle”  e “meccanico imbranato”, si mette o finge di mettersi in competizione con lui, cerca di sminuirlo. Ciò che è strano, direi sospetto, è che non abbia paura di offenderlo, che non tema che Unabomber possa colpire la sua famiglia. Se Unabomber gli inviasse un ordigno in un plico, lo stesso potrebbe esplodere in mano a sua figlia o a sua moglie. Tra l’altro, come abbiamo visto in una intervista precedente, Zornitta ha sostenuto che lui non poteva essere Unabomber perché aveva una figlia, pertanto, non può che apparire una contraddizione il fatto che continui ad offendere pubblicamente Unabomber senza preoccuparsi di una possibile ritorsione nei confronti della sua famiglia,  in specie nei confronti di sua figlia cui si dice legatissimo. 

Tra l’altro, Unabomber non era affatto “imbranato”, ma, per sua scelta, costruiva ordigni con i quali non voleva uccidere, solo ferire. Perché chiamarlo “meccanico imbranato”? Perché minimizzare? Tendono a minimizzare la gravità di un reato coloro che lo hanno commesso.

Andrea Pasqualetto: “Al di là del lamierino a casa, le furono trovati 48 involucri di ovetti kinder e la fialetta della Paneangeli, come quelli delle bombe e poi i petardi?”

Elvo Zornitta: “I petardi erano quelli di capodanno, gli ovetti li raccoglieva mia figlia, la fialetta era come quelle che usavo per fare le lampadine dei miei presepi, mi dissero: Non è possibile. Ecco la tesi precostituita”.

Andrea Pasqualetto: “C’è anche il fatto che da quando è scoppiato il suo caso Unabomber non ha più colpito, una sfortuna pazzesca non crede?”.

Elvo Zornitta:” Lo credo, sì”.

Andrea Pasqualetto: “Il momento più brutto?”.

Elvo Zornitta: “Il giorno in cui mi è stato detto da un giornalista che avevano trovato la prova regina contro di me, ho pensato che avessero già deciso una sentenza e mi è venuta paura. La grande sofferenza è stata, invece, mia figlia, aveva otto anni ora ne ha 18 è cresciuta con l’indagine su Unabomber, una pena, penso sia maturata prima delle sue coetanee, più forte e grintosa ed ha le idee chiare, non farà mai l’avvocato, il magistrato o il poliziotto, dedicherà la sua vita ad aiutare gli altri nel mondo della sanità”.

Si noti che Zornitta dice: “La grande sofferenza è stata, invece, mia figlia…” non“Mia figlia ha sofferto” o “Io ho sofferto per mia figlia”

Andrea Pasqualetto: “Chiederà un risarcimento?”.

Elvo Zornitta: “A chi? Zernar risulta nullatenente, il mio avvocato Maurizio Paniz, che ringrazio, farà causa allo Stato per responsabilità organica del funzionario ma la vedo molto complicata”.

Andrea Pasqualetto: “Qualcuno dirà che lei è stato così diabolico da far condannare anche chi la stava per incastrare”.

Elvo Zornitta: “Già e correrò per il nobel del crimine”.

Ironia e ancora desiderio che su di lui aleggi il sospetto.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Analisi di un’intervista rilasciata da Zornitta a Stefano Lorenzetto e pubblicata su Il Giornale il 20 dicembre 2009:

Elvo Zornitta: “Non ce la faccio. Ho visto quanto poco ci mettono a fabbricare un mostro.Il mio entrò da quella porta il 26 maggio 2004″.

Stefano Lorenzetto: “Che cosa ricorda di quel giorno?”.

Elvo Zornitta: “Erano le sei e quaranta, mia moglie e io stavamo ancora a letto. Sentii una scampanellata ultimativa. Pensavo che fosse accaduto qualcosa ai vicini. Andai ad aprire in pigiama e vidi due persone vestite di scuro al cancello: “Lei è il signor Zornitta Elvo? C’è una cosa importante che dobbiamo dirle”. Mi avvicinai senza farli entrare. Esibirono un mandato di perquisizione. Dopo un quarto d’ora avevo in casa sedici persone. Mi impedirono persino d’andare in bagno. Solo alle dieci mi fu concesso di vestirmi, con tre agenti in camera a guardarmi. Alle tredici mi portarono a Belluno per un’altra perquisizione nella mansarda, dove però non trovarono nulla d’interessante. Lì cominciò il dramma anche per i miei genitori. Prima d’allora non avevo mai visto mio padre piangere”.

Zornitta racconta ancora dettagli irrilevanti, oltre che quasi comici: che era in pigiama, che non lo fecero andare in bagno e che tre agenti assistettero al suo cambio d’abiti.

Stefano Lorenzetto: “Quante perquisizioni ha subìto?”.

Elvo Zornitta: “Altre quattro, la seconda a distanza di un anno. Nel corso della terza mi sequestrarono un paio di forbici da elettricista con l’impugnatura di plastica rossa, marca Valex. Ho appreso che le produce la ditta Franzini di Bergamo. Mai saputo: negli acquisti mi fido solo del mio occhio, vedo subito se c’è un buon rapporto fra qualità e prezzo. Ne ho comprate altre sei paia uguali e le ho fatte numerare”.

Zornitta si autocelebra, è bravo a scegliere forbici di buona qualità ad un prezzo competitivo.

Stefano Lorenzetto: “A che scopo?”.

Elvo Zornitta: “Per difendermi nell’incidente probatorio. Sapevo d’essere innocente.Quindi, se il perito nominato dal giudice affermava che quelle forbici erano servite per tagliare il ponticello d’ottone di uno degli ordigni confezionati da Unabomber, i casi potevano essere solo due: o non erano mie o il taglio era stato rifatto ad arte per incastrarmi. Ai miei periti avevo raccomandato solo una cosa: anche se io so di non essere colpevole, vi chiedo di non dire mai bugie per dimostrarlo. Una notte uno di loro mi svegliò di soprassalto, s’era accorto che il taglio sul lamierino esibito durante l’incidente probatorio non coincideva con quello visibile nelle foto scattate dai carabinieri”.

Dirsi innocenti non equivale ad affermare di non aver commesso un reato, chi si dichiara innocente nega la conclusione sulla sua colpevolezza, non l’azione. 

“anche se io so di non essere colpevole” non è una negazione credibile. 

E’ vero che una prova fu costruita contro di lui, però quel deprecabile comportamento di un singolo poliziotto non ha cancellato in toto gli indizi raccolti contro Zornitta. 

Stefano Lorenzetto: “Quanti interrogatori?”.

Elvo Zornitta: “Tre. Il primo, in Procura a Trieste, durò otto ore. Una pressione psicologica tremenda. Con mia grande sorpresa, seduto accanto al PM trovai il professor Vittorino Andreoli. Noti bene che il magistrato non ha mai ordinato una perizia psichiatrica a mio carico”.

Stefano Lorenzetto: “Allora che ci faceva lì uno psichiatra?”.

Elvo Zornitta: “Lo ignoro. Ancor più anomalo è che il professor Andreoli abbia poi stilato una relazione senza essersi degnato di interagire con me. Tranne che per una battuta”.

Il professor Andreoli non aveva bisogno di confrontarsi con lui per esaminarlo, si fanno di norma autopsie psicologiche su soggetti deceduti. 

Stefano Lorenzetto: “Quale battuta?”.

Elvo Zornitta: “Non posso dirlo”.

Stefano Lorenzetto: “E perché mai?”.

Elvo Zornitta: “Si tratta di una battuta irriferibile, tale da squalificare l’intero interrogatorio. Credo che il verbalizzante non l’abbia neppure riportata”.

Zornitta è uno che ama scherzare, ma stigmatizza Andreoli per una battuta tra adulti.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli concluse che la personalità dell’ingegnere era compatibile con quella del bombarolo seriale.

Nel libro I racconti perduti di Andreoli si trova un racconto, Il soldatino di carne, che parla di un bombarolo seriale che costruisce ordigni come quelli di Unabomber, eccone alcuni stralci: “non voleva costruire bombe da guerra ma fare dei giocattoli, capaci certo di esplodere e combinare qualche guaio ma sempre senza esagerare(…) giocare era forse l’espressione giusta (…) si sentì un colpo, un botto e poi le urla… avvertì un piacere folle e si sentì animato da una forza straordinaria che poteva notare perfino entro i pantaloni dove era accaduta un’erezione con eiaculazione (…) da nessuno (…) era diventato ora il centro dell’attenzione pubblica (…) la cosa che lo colpì sul piano personale fu la sferzata di vita che ottenne da quella prova, da quella dimostrazione di esistere ancora e in maniera così forte, da essere diventato un personaggio sconosciuto ma ricercato, immaginato dagli identikit (…) nessuno immaginava che fosse proprio lui ma lui lo sapeva bene e sul piano personale non faceva differenza, significava parlare di lui (…) ogni errore investigativo gli faceva pensare che aveva ragione, era la dimostrazione che si trattava di un incapace e che al posto giusto vanno sempre le persone sbagliate, non quelle che avrebbero onorato con la dedizione e l’intelligenza la funzione (…) Un termine (vittime) questo, usato dai cronisti e che egli trovava offensivo, perché lui colpiva anonimi e quindi persone scelte dal destino. Non ce l’aveva con nessuno (…) ce l’aveva col prossimo in modo generico ma non aveva propriamente nemici e comunque non era nella sua mente colpirli (…) lo sistemava, lo metteva a posto, il resto spettava al destino (…) la televisione era il suo mondo, il mondo in cui andava in scena”.

Dopo aver letto il racconto di Andreoli viene da pensare che la battuta dello psichiatra, che Zornitta definisce una “battuta irriferibile”, avesse un contenuto prettamente sessuale.

Stefano Lorenzetto: “Quante volte ha dovuto difendersi nelle aule di giustizia?”.

Elvo Zornitta: “Una ventina, fra Trieste, Pordenone e Venezia”.

Stefano Lorenzetto: “Quanto ha speso?”.

Elvo Zornitta: “Le dico solo che a un certo punto mi sono ritrovato con duemila euro sul conto in banca”.

Stefano Lorenzetto: “Ha avuto risarcimenti?”.

Elvo Zornitta: “No. Il tribunale ha stabilito che il poliziotto condannato dovrebbe rifondermi duecento mila euro. Se li ha. Ma c’è di mezzo il processo d’appello e poi, immagino, si andrà in Cassazione. Campa cavallo”.

Stefano Lorenzetto: “Qualcuno le ha chiesto scusa?”.

Elvo Zornitta: “Nessuno”.

Stefano Lorenzetto: “Ma tutta questa gente che ha dato la caccia a lei lo starà ancora cercando, Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Lo spero. Ma ne dubito”.

Stefano Lorenzetto: “Perché pensa d’aver attirato la loro attenzione?”.

Elvo Zornitta: “Me lo sono chiesto milioni di volte”.

Stefano Lorenzetto: “E che risposta s’è dato?”.

Elvo Zornitta: “Certamente qualcuno ha fatto il mio nome”.

Stefano Lorenzetto: “Chi?”.

Elvo Zornitta: “Un subalterno che nel 1984 mi ha avuto come capo sul lavoro. Immagino che nutrisse un forte risentimento per farsi vivo dopo vent’anni, suggestionando gli investigatori”.

Uno sprezzante Zornitta definisce “subalterno” un possibile informatore degli inquirenti che indagavano su Unabomber. E’ difficile credere che il “subalterno” abbia suggestionato gli investigatori più di quanto non lo abbiano fatto gli indizi a carico dell’ingegnere: le sue conoscenze, le sue capacità e la corrispondenza innegabile tra gli oggetti a lui sequestrati ed i materiali usati da Unabomber per costruire gli ordigni.

Nel caso di Theodore Kaczynski furono alcuni familiari, il fratello David e sua moglie Linda, i primi a sospettare di lui e proprio loro ne permisero la cattura. 

Stefano Lorenzetto: “Lei è appassionato di armi?”.

Elvo Zornitta: “No. Anche se, appena laureato, ho lavorato per due anni alla Oto Melara di La Spezia, industria del ramo difesa, dove mi occupavo di missili. I testi militari sequestrati a casa mia risalivano tutti a quel periodo”.

E’ irrilevante che i testi militari ritrovati in casa di Zornitta fossero di un’epoca molto precedente agli attentati, ciò che è rilevante è che quel tipo di cultura faccia parte del suo background, serial bomber non si diventa da un giorno all’altro.

Stefano Lorenzetto: “Che parole hanno usato per licenziarla alla Csr Italia di Fiume Veneto, dov’era direttore tecnico?”.

Elvo Zornitta: “Le avverse condizioni di mercato rendono superfluo il suo ruolo in azienda. Ho risposto: siate onesti, mi cacciate perché danneggio la vostra immagine. Inutile aggiungere che sono stato l’unico licenziato”.

Stefano Lorenzetto: “Ma l’ex parlamentare leghista Giuseppe Covre, titolare dell’azienda di mobili Eureka, le ha subito offerto un altro posto in segno di solidarietà”.

Elvo Zornitta: “A parole. Al colloquio mi è stato obiettato che non avevo il profilo adatto. In realtà gli unici aiuti mi sono venuti da coloro che non hanno fatto passerella sui giornali. Purtroppo ora c’è la crisi e alla Torneria meccanica di Azzano Decimo, che mi aveva assunto solo per darmi una mano, non hanno più bisogno di un responsabile del controllo qualità”.

E’ bizzarro che Zornitta, parlando di se stesso in ambito lavorativo, dica“… mi è stato obiettato che non avevo il profilo adatto”, l’uso della parola “profilo”,mutuata dalla criminologia, appare l’ennesima provocazione.

Stefano Lorenzetto: “I suoi cari non sono mai stati sfiorati da qualche sospetto?”.

Una domanda non da rivolgere a Zornitta.

Elvo Zornitta: “Assolutamente no. Però non è facile per una moglie affrontare i clienti del supermercato che ti osservano a bocca aperta o ricevere per posta lettere anonime. Mia figlia ha avuto per cinque anni un feroce mal di testa che le è passato solo alla fine di questa vicenda allucinante”.

Zornitta non può saperlo. Avrebbe dovuto dire che non stava a lui rispondere a questa domanda. Elvo Zornitta ammette di aver ricevuto lettere anonime da chi lo credeva Unabomber, alla luce di questo fatto è ancora più incomprensibile che non tema che lo stesso bombarolo gli invii un plico esplosivo per vendicarsi delle continue offese che lui gli rivolge in pubblico. 

Stefano Lorenzetto: “E lei come sta?”.

Elvo Zornitta: “Ho tirato avanti con questi (Laroxyl, Citalopram e altri psicofarmaci). Di notte avevo gli incubi. Sognavo di restare sotto una valanga o di affogare in una cisterna d’acqua. Mi mancava il respiro. Il Lormetazepam continuo a prenderlo”.

Stefano Lorenzetto: “Perché ha ancora bisogno di un ansiolitico?”.

Elvo Zornitta: “Non riesco a dormire più di tre ore”.

Stefano Lorenzetto: “Com’è trattato dall’opinione pubblica?”.

Elvo Zornitta: “Il settanta per cento delle persone mi riconosce per strada. È uno stress continuo. Domenica scorsa a Feltre i passanti si voltavano a guardarmi. Un giorno sono passato davanti a una trattoria di Borgo Pio, vicino al Vaticano. L’oste era sulla porta e mi ha gridato: “Ahò, a Unabomber!” Poi s’è scusato: “Non sapevo come chiamarla, non volevo offenderla”.

Stefano Lorenzetto: “Che cosa prova quando legge sui giornali di presunti mostri, come le due maestre d’asilo di Pistoia accusate di seviziare i bambini?”.

Elvo Zornitta: “Mi dico: ma perché i magistrati non aspettano una sentenza di condanna nel primo grado di giudizio? Poi divulghino pure nomi e foto”.

Stefano Lorenzetto: “Che idea s’è fatto di Unabomber?”.

Elvo Zornitta: “Un matto ma perfettamente cosciente, molto lucido nei suoi disegni, che ha ricevuto qualche torto e cerca di farlo pagare al mondo intero”.

Ancora giudizi su Unabomber.

Stefano Lorenzetto: “Un PM di Udine ha ipotizzato che l’attentatore sia un solitario, un conservatore, anche un po’ razzista, che vuol tenere alta l’attenzione delle forze dell’ordine per allontanare dal Friuli gli immigrati extracomunitari”.

Elvo Zornitta: “Non è un’ipotesi che mi convinca”.

L’ennesimo giudizio criminologico di Zornitta, il grande esperto di bombaroli seriali.

Stefano Lorenzetto: “Secondo il criminologo Francesco Bruno potrebbe essere dotato di un discreto senso dell’ironia. Spiegazione: «Il pomodoro che schizza da tutte le parti e l’uovo che scoppia tra le mani sono chiari elementi che suscitano ilarità”.

Elvo Zornitta: “Allora anche chi mette la varechina nell’acqua minerale è un buontempone? A me sembra invece che l’uso di oggetti di largo consumo sia finalizzato solo a far sì che gli ordigni possano essere maneggiati dal maggior numero di persone,come le mine-farfalla che dilaniano i bambini in Afghanistan”.

Le mine farfalla sono cluster bomb antiuomo, sono state usate dall’esercito sovietico in Afghanistan, sono provviste di due alette verdi che ne rallentano la velocità di caduta una volta sganciate e gli permettono di distribuirsi in grandi aree. Queste bombe sono divenute famose a causa delle vittime che hanno fatto tra i bambini che, attratti da questi simil giocattoli, li raccoglievano per mostrarle agli amici e spesso venivano dilaniati in gruppo dall’esplosione. Queste mine non esplodono se non in seguito a una pressione pari a 5 chili, se calpestate esplodono subito, se vengono raccolte esplodono quando la pressione complessiva delle manipolazioni raggiunge i 5 chili.

Stefano Lorenzetto: “Affibbiare al criminale il soprannome di Theodore Kaczynski, arrestato negli Stati Uniti dopo una caccia all’uomo durata 12 anni, non poteva che gratificare l’ego del mitomane, non crede?”.

Elvo Zornitta: “È sempre dannoso assegnare a un attentatore seriale titoli che lo facciano sentire importante”.

Elvo Zornitta: “Nel 2000 proposi di chiamarlo Monabomber per la sua scellerata imbecillità, paradosso che dopo cinque anni fu usato in titoli e testi dal direttore del Gazzettino, con seguito di polemiche”.

E’ strano che Zornitta abbia proposto un soprannome diverso per Unabomber, è logico che questa sua intromissione abbia indotto gli investigatori a focalizzare su di lui. E’ bizzarro che Zornitta, nonostante non abbia le competenze per farlo, emetta giudizi sulle condizioni psichiche di Unabomber e che in specie continui ad offenderlo dandogli del “Mona” e dell’”imbecille” mostrando di non aver paura di eventuali ritorsioni.

Stefano Lorenzetto: “Lei come l’avrebbe chiamato?”.

Elvo Zornitta: 
“Gli avrei dato ogni volta un nome diverso, quindi nessun nome”.

Questa risposta mi ha fatto pensare per giorni:

  • Ipotizziamo per assurdo che Zornitta sia Unabomber, ci starebbe dicendo che cambiò genere di ordigni per far pensare agli inquirenti che, per incrementare il panico, i bombaroli fossero più d’uno.
  • In alternativa, Elvo Zornitta, nonostante si esprima sugli attentatori seriali, non ha mai aperto un testo che parli di loro, mostra infatti di ignorare un dato che li caratterizza:  la variabilità del loro modus operandi. 

Stefano Lorenzetto: “Degli investigatori da cui è stato interrogato che idea s’è fatto?”.

Elvo Zornitta: “Di grande superficialità. Uno è arrivato a classificare come termometro per la fabbricazione della nitroglicerina quello che negli anni ’80 si montava sulle auto per misurare la temperatura esterna”.

Zornitta è in aperta sfida con gli inquirenti, li sfida sulle loro competenze in tema di esplosivi, li ridicolizza, proprio come faceva Unabomber. 

Stefano Lorenzetto: “Ma lei se la sentirebbe di aiutare gli inquirenti a dare la caccia allo squilibrato?”.

Elvo Zornitta: “Per quanto assurdo possa sembrare, dopo la prima perquisizione scrissi una lettera al sostituto procuratore di Trieste, Pietro Montrone, spiegandogli che si stavano sbagliando e dando una serie di suggerimenti investigativi, purtroppo. Col senno di poi, temo che gli inquirenti l’abbiano presa come una conferma delle loro teorie, anziché come un aiuto”.

E’ noto a tutti che molti seriali sono abili manipolatori e, proprio per questo motivo, si intromettono spesso nelle indagini. E’ quindi logico che il suo atteggiamento abbia insospettito gli inquirenti. 

A Cleveland, Ohio, Ariel Castro, tra il 2002 ed il 2004, ha rapito 3 giovani donne, Michelle Knight, Amanda Berry e Georgina DeJesus, ne ha abusato fino al 6 maggio 2016; Castro ha partecipato alle ricerche di una di loro, ha suonato per raccogliere fondi per le sue ricerche ed è stato vicino ai suoi familiari durante la veglia in suo onore.

Stefano Lorenzetto: “Mi dica uno dei suggerimenti”.

Elvo Zornitta: “Dal 2003 la nitroglicerina non è più in libera circolazione. Si usa solo per i farmaci contro le sindromi coronariche. Però su Internet si trovano le formule per ottenerla in casa da acido nitrico e acido solforico puri, miscelati con un’altra sostanza di comune reperibilità. Quindi bisognava cercare nei laboratori chimici, nelle industrie della plastica e in quelle metallografiche, nelle cantine che testano la qualità dei vini”.

Stefano Lorenzetto: “
L’ultimo attentato risale al 6 maggio 2006. Unabomber non è mai rimasto inattivo per più di tre anni. Non le pare strano?”.

Elvo Zornitta: “Io posso solo dirle che ben cinque attentati sono avvenuti mentre ero sotto osservazione diretta degli inquirenti. L’ho scoperto solo alla fine della mia odissea, consultando il fascicolo processuale”.

Stefano Lorenzetto: “Che intende per osservazione diretta?”.

Elvo Zornitta: “Sei GPS collocati nella mia auto e in quella di mia moglie per rilevare via satellite, dalla questura, qualsiasi movimento. Una telecamera, accesa 24 ore su 24, piazzata all’inizio della strada dove abito. Tre microspie in altrettante prese elettriche della casa. Monitoraggio costante dei siti web che visitavo. Cinque anni di intercettazioni telefoniche. Pedinamenti assidui: uno degli ordigni fu trovato a Portogruaro, mentre ero guardato a vista. Sondaggi con metal e gas detector in tutte le mie proprietà per rilevare eventuali tracce di metalli o di esplosivi: mai trovato nulla“.

“mai trovato nulla” non equivale a dire che non ci fosse mai stato nulla da trovare.

Stefano Lorenzetto: 
”I giornali l’hanno definita: belva oscena e ripugnante, mostro disumano, personaggio ambiguo e sconcertante, anche l’ingegnere cattolico”.

Elvo Zornitta: “Le prime due non me le ricordavo. È un fatto che sono cattolico e praticante. In tutti questi anni ad andare in giro per strada mi sono spesso vergognato. In chiesa mai”.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

L’11 febbraio 2016 Elvo Zornitta è ospite di Giancarlo Magalli alla trasmissione televisiva I fatti vostri:

Giancarlo Magalli: “Nel maggio del 2004 i carabinieri arrivarono a casa sua perquisirono e la accusarono di essere la mano dietro questi attentati ma quali prove vennero trovate che potessero avvalorare questa ipotesi?”.

Elvo Zornitta: “Inizialmente devo dire che è molto particolare questo tipo di reati per cui in effetti se uno ruba o commette un omicidio si sa esattamente la data in cui l’ha commesso, in casi come questi ovviamente rimane il mistero di quando viene posizionato l’ordigno, quindi può essere avvenuto un giorno prima o un mese prima con la stessa facilità, è quindi molto difficile riuscire a difendersi con un alibi da tutto questo che può capitare”.

La risposta di Zornitta è evasiva, il presentatore gli ha chiesto quali prove gli inquirenti avessero trovato, lui ha parlato di quanto sia difficile procurarsi un alibi.

Elvo Zornitta

Elvo Zornitta

Da un articolo del 7 novembre  2014 firmato da Elisa Marini:

Elisa Marini: “Chi è Unabomber e perché non ha più agito?”.

Elvo Zornitta: “Agisce con logica, dunque non è un pazzo. Potrebbe essere morto, menomato da un incidente. Nessuno l’ha mai pensato ma credo che potrebbe essere qualcuno che è stato sfiorato da questa grande indagine e che si è spaventato vedendo quello che è successo a me. Una cosa è giocare col fuoco, un’altra cominciare a scottarsi”.

“Una cosa è giocare col fuoco, un’altra cominciare a scottarsi” è una frase di un certo interesse.

CONCLUSIONI

Zornitta non ha mai negato in modo credibile di essere Unabomber.

Elvo Zornitta continua a rilasciare interviste, non per parlare esclusivamente dell’ingiustizia da lui subita, ma, nella consapevolezza che il suo modo di porsi non fa che danneggiarlo, per atteggiarsi a super esperto di profili di bombaroli seriali senza averne le competenze.

Ciò che emerge da queste interviste è il bisogno di Zornitta di tenere in vita il mito di Unabomber.

Quando Elvo Zornitta dice: “qualcuno che è stato sfiorato da questa grande indagine e che si è spaventato vedendo quello che è successo a me”, sembra tradirsi. Unabomber non può aver avuto paura di ciò che è successo a Zornitta, solo Zornitta ne ha avuto paura. Se Unabomber non è Zornitta, il bombarolo non può che aver goduto ancora una volta dell’errore degli inquirenti.

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ursula franco 1 UNABOMBER*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

BOMBAROLO DI ROMA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SI STRINGE IL CERCHIO

Sono una decina i pacchi bomba inviati a Roma negli ultimi giorni, tre dei quali sono esplosi in mano a tre donne ferendole. Una settimana fa ne avevamo parlato con la criminologa Ursula Franco e ci aveva detto che il bombarolo conosce almeno uno dei destinatari e prova rancore nei suoi confronti. Visti gli sviluppi, siamo tornati ad intervistarla.

Le Cronache Lucane, 13 marzo 2020

– Dottoressa, uno dei pacchi bomba, quello individuato nel centro di smistamento di Ronciglione era destinato a Francesco Chiricozzi, ex militante di Casapound, condannato in primo grado a tre anni per uno stupro di gruppo, mittente farlocco, l’avvocato Mazzatosta, difensore del coimputato Riccardo Licci, che può dirci?

Il fatto che il bombarolo abbia inviato il pacco pochi mesi dopo le condanne, peraltro lievi, e conosca il nome dell’avvocato del coimputato del Chiricozzi non è un caso. Aggiungo che, nel novembre scorso, dopo la sentenza, gli avvocati di Licci e Chiricozzi vennero minacciati: “Ma gli avvocati sono i peggio”, “i due vanno condannati in base alle leggi, vanno puniti, ma chi andrebbe arrestato seduta stante deve essere l’avvocato”, “Lasciateli al popolo, saprà fare giustizia più di quella togata… non dimenticate il legale che andrebbe anche radiato” e “io metterei in galera pure gli avvocati che favoreggiano sti maledetti difendendoli”.

– E quindi?

Il bombarolo ha inviato una decina di pacchi bomba per “sviare” le indagini, in realtà ha un conto in sospeso solo con uno dei destinatari, con tutta probabilità Francesco Chiricozzi. 

– Riguardo al suo profilo, che può dirci?

Il fatto che, nel tentativo di garantirsi l’impunità, il bombarolo non si sia preoccupato dell’incolumità degli altri destinatari, ci rivela che è un soggetto con tratti antisociali. Aggiungo anche che mi sembra convinto, a torto, di essere parecchio furbo.