CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON LA STATEMENT ANALYSIS SI COSTRUISCONO CASTELLI ACCUSATORI INDISTRUTTIBILI FONDATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REI

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 aprile 2020

Criminologa Ursula Franco: “La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte dei PM italiani non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie?

In primis, perché non sanno interrogare e contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili e poi perché non ascoltano e dismettono come false le dichiarazioni di indagati e testimoni che non si adattano all’idea pregiudiziale che si sono fatti, ed invece indagati e testimoni raramente falsificano, in più del 90% dei casi non raccontano tutto, ovvero dissimulano, ma dicono il vero. 

– Dottoressa, da cosa si capisce se un soggetto dice il vero, dissimula o falsifica?

Dalla struttura delle frasi che compongono le sue dichiarazioni. 

– Come si chiama la più diffusa tecnica di analisi delle dichiarazioni di indagati, sospettati e testimoni?

Statement Analysis. La Statement Analysis è una scienza complessa con un’infinità di regole ben precise che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati, ad esempio, è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che stia falsificando, ovvero non stia pescando nella memoria. 

– Dottoressa, sappiamo che servono anni di studio per diventare analisti, le faccio comunque una domanda che le potrà sembrarle banale, come si fa a capire se un soggetto dice il vero ma non racconta tutto?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle sue dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”. Questi indicatori ci rivelano che in una certa sede mancano delle informazioni.

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

Quando un caso è controverso, ovvero quando il referto medico legale non è dirimente o manca il cadavere, serve ad assicurarsi che sia stato commesso un omicidio o ad escluderlo. Nel caso sia stato commesso un omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– Dottoressa Franco, quanto siamo indietro nel nostro paese?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Le dico solo che la maggior parte di chi si occupa di casi giudiziari (PM, parti civili, consulenti forensi) non solo non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie ma non riconosce la verità neanche quando gli viene servita su un piatto d’argento. Le ripeto, individuare un colpevole non basta, è necessario costruire castelli accusatori indistruttibili e con la Statement Analysis si può, perché tali castelli accusatori si fondano sulle dichiarazioni degli indagati stessi che, se interrogati come si deve, rivelano tutto.

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MARIA SESTINA CADDE DUE VOLTE, CON IL LANDOLFI DALLE SCALE INTERNE E POI DA SOLA DALLE SCALE ESTERNE DELL’APPARTAMENTO DELLA IEZZI

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

Il 6 febbraio 2019, Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte. 

Le Cronache Lucane, 28 aprile 2020

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.”

La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse: “I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa della spinta del nipote.

Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale.

Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.”

Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. Invece, nell’intercettazione “Certo, quando l’ha buttata giù”, la Iezzi ha fatto riferimento alla seconda caduta, quella della sola Maria Sestina dalle scale esterne dell’appartamento. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Sestina dopo la prima caduta.”

Le scale dalle quali cadde Maria Sestina Arcuri

Riportiamo gli stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma cui abbiamo fatto riferimento: “Landolfi ha certamente ed evidentemente mentito, soprattuto con riferimento alla dinamica della caduta: la ricostruzione degli eventi dell’indagato è falsa […] la nonna dell’indagato: Mirella Iezzi, le cui dichiarazioni sono certamente mendaci e frutto dell’ostinata volontà di difesa del nipote a dispetto di qualsiasi evenienza anche oggettiva […] “CERTO, QUANDO L’HA BUTTATA GIU’” […] non può lasciar adito a dubbi circa il fatto che la nonna conoscesse perfettamente la reale dinamica dei fatti” […] “Zitta, stai zitta ti ho detto. Stronza, piantala” […] le parole percepite dai testimoni si riferivano al momento successivo alla caduta […] emerge chiaramente che perfino la nonna e la madre dell’indagato dichiarano di aver paura dell’indagato che potrebbe, l’espressione è della prima, “BUTTARLA DI SOTTO” […]La nonna dell’indagato […] per accreditare la propria versione falsa, di aver sentito Landolfi avvertire: “ATTENTA MARIA SESTINA, CHE CADI DALLE SCALE E MI FAI CADERE” […]. 

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MARIA SESTINA CADDE DALLE SCALE ESTERNE DELL’APPARTAMENTO, ANDREA URTO’ IL BACINO SU QUELLE INTERNE

Andrea Landolfi e Maria Sestina arcudi

Il 6 febbraio 2019, Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte. 

Le Cronache Lucane, 26 aprile 2020

Le scale dalle quali è caduta Maria Sestina Arcuri

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.”

Lo zio del Landolfi ha dichiarato al pubblico ministero: “(Mirella Iezzi) Mi ha detto che i ragazzi erano caduti dalle scale. Andrea era quello che si era fatto più male, che si era fatto male al bacino, cheee … Sestina si era rialzata … con lei e lei c’aveva parlato, tutto quanto, che anzi la aveva pure aiutata a raccogliere delle cose che stavano per terra e, mentre cadeva, lei (la Iezzi) si era spostata, aveva dato un colpo al tavolo, col fianco. Di fatti è … questa è stata la deposizione che io ho dato ai carabinieri. Dopo, invece, siccome … ho saputo che Sestina era caduta, lei per andare ad aiutare Sestina ad alzarsi, Andrea gli ha fatto, gli ha dato così – “Levati, ci penso io” – alla nonna e gli aveva dato un colpo. A me questo sicuramente non l’aveva detto, perché io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti delle altre storie di Andrea.”

Dottoressa Franco, è d’accordo con la ricostruzione della procura?

No. Dalla telefonata di soccorso del Landolfi, da un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio si inferisce che Maria Sestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella dalla quale si accede all’appartamento della Iezzi. 

Dottoressa, si può inferire qualcosa di nuovo dalle dichiarazioni al pubblico ministero del marito della zia di Andrea Landolfi diffuse dalla trasmissione televisiva Quarto Grado?

Lo zio del Landolfi ha riferito al pubblico ministero di aver saputo dalla Iezzi che “i ragazzi erano caduti dalle scale”, non ha detto però “caduti insieme dalle scale”. E ha detto “mentre cadeva” e “Sestina era caduta” facendo riferimento alla sola Sestina.

E’ pertanto alquanto probabile che i fatti si siano svolti in due tempi, una prima caduta dalle scale interne nella quale il Landolfi ebbe la peggio e poi quella letale della Arcuri dalle scale esterne.

Questa ricostruzione spiega le seguenti parole di Mirella Iezzi al pubblico ministero “Ho visto mio nipote scendere e battere tra la… il muro, stava… il mio nipote stava tra il muro e il…” e “Stava vicino tra il muro e il camino”. Si noti come, nel raccontare la caduta, la Iezzi abbia sempre fatto solo riferimento al nipote. Questa ricostruzione spiega il perché la Iezzi abbia detto al pubblico ministero “perché quando io so andata a prenderlo, l’ho tirato su così, l’ho tirato, l’ho aiutato”, Sestina infatti, quella prima volta, si rialzò da sola.

Si notino poi le seguenti parole dello zio del Landolfi “Sestina si era rialzata … con lei (la Iezzi)” e “lei (la Iezzi) per andare ad aiutare Sestina ad alzarsi, Andrea gli ha fatto, gli ha dato così – “Levati, ci penso io” – alla nonna e gli aveva dato un colpo”. Poiché il Landolfi colpì la nonna per impedirle di soccorrere Sestina, quel “Sestina si era rialzata … con lei” ci induce a ritenere che quella notte entrambe le donne fossero cadute, sebbene da altezze diverse, e poi si fossero rialzate insieme. 

Peraltro, nel gennaio scorso, Mirella Iezzi aveva raccontato a Lucilla Masucci di essersi fatta male alle coste non quando tentò di aiutare Sestina a rialzarsi, ma quando le mise del ghiaccio in testa. Ecco il racconto della Iezzi alla giornalista: “No, allora, io dato che eee… volevo aiutarlo, ho preso un tovagliolo e sono andata in cucina, tant’è vero ho sbattuto anche su un tavolo. Era un po’ concitata, ho preso, ho preso del ghiaccio e gliel’ho messo sulla testa. Mentre io facevo così, lui mi ha dato una botta così, dicendomi: “Togliti nonna che ci penso io a Sistina, non ti preoccupare tu, ci penso io.”

La ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri è la seguente: 

I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere anche Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio, cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste e finì a terra.

E’ stata la Iezzi a riferire al pubblico ministero di essersi procurata le fratture proprio in quel luogo quando gli ha detto “io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui” ed è stato il Landolfi a riferire all’operatore del 118 che Sestina era caduta sulle scale esterne “da là, l’ho portata a ca… su”.

A confermarci questa ricostruzione è il Landolfi durante la chiamata al 118. Quando Andrea Landolfi ha detto “Sto a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo sulla scala a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…”, ha riferito che Sestina era caduta, e solo lei, e che entrambi si trovavano sulla scala. Peraltro, nella casa della Iezzi una scala a chiocciola non c’è.

Maria Sestina è caduta dalle scale esterne dell’appartamento di Mirella Iezzi e le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.”

CASE SOLVED

APPIAPOLIS, OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA: ANALISI CRITICA DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA DI ANTONIO LOGLI

       –       di Ursula Franco *     –                

1 6 OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA: ANALISI CRITICA DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA DI ANTONIO LOGLILa ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Nel caso una procura si trovi a perseguire un colpevole, le falle nella ricostruzione dei fatti lasciano spazio alla sua difesa.

Di seguito un’analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Antonio Logli emessa dalla Corte d’Appello di Firenze nel maggio 2018.

Secondo i giudici: “La notte della scomparsa la donna (Roberta Ragusa) è in tenuta da notte, intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto, il Logli è invece in soffitta a parlare con l’amante impegnato in tre successive conversazioni telefoniche l’ultima delle quali iniziata alle ore 00:17, si interrompe in pochi secondi”.

E’ vero che il Logli la notte della scomparsa di sua moglie Roberta fece tre telefonate all’amante, Sara Calzolaio:

a) una prima telefonata di 42 minuti che iniziò alle 23.08 e terminò alle 23.50;

b) una seconda telefonata di 20 minuti che iniziò alle 23.56 e terminò alle 24.16;

c) una terza telefonata di soli 17 secondi che iniziò alle 00.17,

ma non corrisponde al vero che Antonio Logli abbia fatto tutte e tre le telefonate a Sara dalla soffitta.

Di sicuro il Logli fece la prima telefonata all’amante mentre lo stesso si trovava in soffitta, è stata la stessa Sara Calzolaio a riferire agli inquirenti di aver sentito le voci dei bambini durante quella prima telefonata e che il Logli le aveva confidato di essere in soffitta. Dopo la fine di quella telefonata però, ovvero dopo le 23.50, Antonio Logli prelevò sua figlia dal letto matrimoniale e la mise nel lettino e poi lo stesso si recò in autoscuola e da lì fece le altre due telefonate. Chiamò nuovamente Sara alle 23.56 e infine alle 00.17 per un’ultimo saluto affettuoso.

Una ricostruzione confermata dal Logli in un’intervista: “Abbiamo cenato eeee i bambini sono andati a lettooo un po’ più tardi del solito, verso le 11.00, ioooo ho fatto… mmm… delle cose che avevo da fare qui, ho messo a posto della roba in soffitta, sono andato all’autoscuola”.

Inoltre, non è vero ciò che sostengono i giudici, ovvero che Roberta, intorno alle 23.50, al termine della prima telefonata, fosse “intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto”; la Ragusa, quando il Logli scese dalla soffitta e prelevò sua figlia dal letto matrimoniale, si trovava nel letto al fianco della bambina, lo prova il fatto che il suo telefonino, al mattino dopo, venne ritrovato sul comodino.

Il Logli, su questo punto, in una delle prime interviste, si è tradito: “(…) e poi la sera siamo andati in casa, abbiamo mangiato e come le altre sere, no, veramente, no, come le altre sere, sono andato a letto un pochino prima io di lei”, in pratica ha riferito alla giornalista che, come le altre sere, Roberta era andata a letto prima di lui e poi si è corretto dicendo che, a differenza dal solito, era andato a letto “un pochino prima” della moglie, peraltro lasciando intendere di essere a conoscenza dell’orario e del fatto che Roberta andò a letto quella sera.

Sempre secondo i giudici: “Il Logli quindi non è a letto, come da lui falsamente dichiarato, è sveglio, ha contezza di dove sia la moglie e assiste anche alla sua fuga, avvenuta in prossimità di questo orario: da tali fatti si evince con chiarezza che la donna si è allontanata in tenuta da notte sotto l’influsso di un’enorme emozione e paura che non può che essere dipesa dalla scoperta definiva dell’identità dell’amante con la qual il marito si intratteneva. Ad avviso di questa Corte la Ragusa, resa più sospettosa e guardinga dagli eventi dei giorni precedenti aveva cercato di comprendere, forse spiando, come aveva fatto già nella precedente occasione, con chi il marito si intrattenesse, finendo viceversa con l’essere essa stessa scoperta. In altri termini la Ragusa, allarmata, in stato di allerta ma ansiosa di raggiungere la verità fino ad allora sfuggita, deve essersi posta in stato di vigilanza, spiando le mosse del marito e cercando di carpirne i dialoghi, fino ad essere essa stessa scoperta: una reciproca sorpresa in flagranza con un istantaneo e terribile faccia a faccia tra i coniugi, rivelatore della scoperta della reciproca raggiunta, consapevolezza”.

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola; Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credeva di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta). Probabilmente il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore grossolano pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli. 

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La sabbia è la chiave del caso. 

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.foto 2 OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA: ANALISI CRITICA DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA DI ANTONIO LOGLI

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta. 

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola sia nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta sia nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. foto 3 OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA: ANALISI CRITICA DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA DI ANTONIO LOGLI

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.
In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo. 

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.  

ursula franco 1 OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA: ANALISI CRITICA DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA DI ANTONIO LOGLIMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

Omicidio di Maria Sestina Arcuri: analisi di uno stralcio estratto dalle dichiarazioni rilasciate dallo zio di Andrea Landolfi al pubblico ministero

Ronciglione. L’ingresso dell’appartamento di Mirella Iezzi

Il marito della zia di Andrea Landolfi è stato sentito dal pubblico ministero come persona informata sui fatti. La trasmissione televisiva Quarto Grado ha diffuso uno stralcio delle sue dichiarazioni:

“(Mirella Iezzi) Mi ha detto che i ragazzi erano caduti dalle scale. Andrea era quello che si era fatto più male, che si era fatto male al bacino, cheee … Sestina si era rialzata … con lei e lei c’aveva parlato, tutto quanto, che anzi la aveva pure aiutata a raccogliere delle cose che stavano per terra e, mentre cadeva, lei (la Iezzi) si era spostata, aveva dato un colpo al tavolo, col fianco. Di fatti è … questa è stata la deposizione che io ho dato ai carabinieri. Dopo, invece, siccome … ho saputo che Sestina era caduta, lei per andare ad aiutare Sestina ad alzarsi, Andrea gli ha fatto, gli ha dato così – “Levati, ci penso io” – alla nonna e gli aveva dato un colpo. A me questo sicuramente non l’aveva detto, perché io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti delle altre storie di Andrea.”

Lo zio del Landolfi ha riferito al pubblico ministero di aver saputo dalla Iezzi che “i ragazzi erano caduti dalle scale”, si noti però che non ha detto “caduti insieme dalle scale”. E ha detto “mentre cadeva” e “Sestina era caduta” facendo riferimento alla sola Sestina.

E’ pertanto alquanto probabile che i fatti si siano svolti in due tempi, una prima caduta dalle scale interne e poi quella letale della Arcuri dalle scale esterne.

Questa ricostruzione spiega le seguenti parole di Mirella Iezzi al pubblico ministero “Ho visto mio nipote scendere e battere tra la… il muro, stava… il mio nipote stava tra il muro e il…” e “Stava vicino tra il muro e il camino” e “perché quando io so andata a prenderlo, l’ho tirato su così, l’ho tirato, l’ho aiutato”, Sestina infatti, quella prima volta, si rialzò da sola.

Si notino poi le seguenti parole dello zio del Landolfi Sestina si era rialzata … con lei (la Iezzi)” e “lei (la Iezzi) per andare ad aiutare Sestina ad alzarsi, Andrea gli ha fatto, gli ha dato così – “Levati, ci penso io” – alla nonna e gli aveva dato un colpo”. Poiché il Landolfi colpì la nonna per impedirle di soccorrere Sestina, quel Sestina si era rialzata … con lei” ci induce a ritenere che quella notte entrambe le donne fossero cadute, sebbene da altezze diverse, e poi si fossero rialzate insieme. 

Peraltro, nel gennaio scorso, Mirella Iezzi aveva raccontato a Lucilla Masucci di essersi fatta male alle coste non quando tentò di aiutare Sestina a rialzarsi, ma in un’altra occasione. Ecco il racconto della Iezzi alla giornalista: “No, allora, io dato che eee… volevo aiutarlo, ho preso un tovagliolo e sono andata in cucina, tant’è vero ho sbattuto anche su un tavolo. Era un po’ concitata, ho preso, ho preso del ghiaccio e gliel’ho messo sulla testa. Mentre io facevo così, lui mi ha dato una botta così, dicendomi: “Togliti nonna che ci penso io a Sistina, non ti preoccupare tu, ci penso io.”

Si noti la sequenza: “A me questo sicuramente non l’aveva detto, perché io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti delle altre storie di Andrea”. Il fatto che lo zio del Landolfi senta la necessità di inserire l’avverbio “sicuramente” e di spiegare un “perché” indebolisce la sua affermazione.

La ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri è la seguente: 

Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere anche Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio, cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste e finì a terra.

E’ stata la Iezzi a riferire al pubblico ministero di essersi procurata le fratture proprio in quel luogo quando gli ha detto “io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui” ed è stato il Landolfi a riferire all’operatore del 118 che Sestina era caduta sulle scale esterne “da là, l’ho portata a ca… su”.

A confermarci questa ricostruzione è il Landolfi durante la chiamata al 118. Quando Andrea Landolfi ha detto “Sto a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo sulla scala a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…”, ha riferito che entrambi si trovavano sulla scala ma che solo Sestina era caduta. Peraltro, nella casa della Iezzi una scala a chiocciola non c’è.

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

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Morte di Maria Sestina Arcuri: analisi della telefonata di soccorso di Andrea Landolfi

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The murder of Katrina Smith: analysis of her husband Todd Smith’s emergency call

Katrina and Todd Smith

In Statement Analysis, we assume that the speaker is “de facto innocent” and that he speaks to be understood. Therefore, we don’t expect to find in the language of a “de facto innocent” characteristic indicators of the statements of those who do not speak the truth. We begin every analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us with possibly deception. The context is the key to understand if behind one or more sensitivity indicators there is guilty knowledge. Basically we analyze the words that we don’t expect to hear or read (The Expected Versus The Unexpected).

Machesney Park, Winnebago County, Illinois.

On October 23, 2012, Todd Smith made the following emergency call:

Dispatcher: Sheriff communications, can I help you?

Todd Smith: My wife is house … sitting for some … somebody who is out of town and … I haven’t be able to reach her on the phone.

Note that Todd Smith’s priority is to tell the dispatcher that his wife is house sitting.  He is pre empting a possibly question by the dispatcher. Is this “Alibi building”?

In Statement Analysis, the Social Introduction, in context, can give insight into the quality of a relationship. A Complete Social Introduction is a sign of a good relatioship. “My wife” is an Incomplete Social Introduction, it has only two of the three components we look for: the possessive pronoun “my”, the title “wife”, not the name “Katrina”. Usually, an Incomplete Social Introduction is a signal of a poor relationship. We assume that during an emergency call the reason for an Incomplete Social Introduction could be the urgency but we still note it to see if it matches with other sensitivity indicators.

The pauses here “My wife is house … sitting” and here “and … I” and the stuttering “some … somebody” are noted as sensitive.

Please also note that the word “somebody” is distancing language. Why is he unwilling to say “a friend” or “her friend XY”?

Note that he says “I haven’t been able to reach her on the phone” (in the past) not “I’m not able to reach her” (in the present). One should wonder if, instead, he did reach her physically.

Dispatcher: You haven’t been able to reach your wife?

Note that the dispatcher had to ask Todd Smith who he wasn’t able to reach, that’s because he didn’t say “I’m not able to reach my wife Katrina who is house sitting at her friend XY’s house” as expected.

Todd Smith: Right.

Dispatcher: What’s your wife name?

Note that the dispatcher had to ask him his wife’s name.

Todd Smith: Katrina.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated

Katrina’s body was found in the Rock River near Byron (Illinois) on November 9, 2012. On November 24, 2012, Todd was charged with first degree murder, aggravated battery, aggravated domestic battery, and concealment of a homicidal death.

On April 4, 2017 Todd Smith was sentenced to 59 year years in prison. According with the investigation, after Todd battered Katrina to death with a baseball bat, he sent her a message: “Sweet dreams, I love you.”

According to Court records, in 1985, when he was 17 years old, Todd Smith was sentenced to 30 months probation after being convicted of arson after setting his family’s Machesney Park home on fire. His parents and brother, who were inside, narrowly escaped. The home was destroyed. Smith — whose name at the time was Todd C. Raprager — told police he did it because he was having problems with his parents. In 1992, he legally changed his given name of Todd C. Raprager to Todd Smith.

 

During his allocution statement in court, Todd Smith said: “I’m sorry for failing in my role as husband and protector. In closing, although I am not guilty of the acts the state portrayed, I harbor no ill will towards anyone”

“I’m sorry” is an indicator of a form of regret that usually enters the language of the guilty. 

“I’m not guilty of the acts the state portrayed” is not a reliable denial.

Saying “I harbor no ill will towards anyone”, Todd Smith shows a desire to represents himself as a “Good Guy” because he is not.

Todd Smith, not to lie, never issued a reliable denial. He was unable to say these few words “I didn’t kill my wife Katrina. I’m telling the truth”, therefore, we are not allowed to say so for him.