APPIAPOLIS: OMICIDIO MARTA RUSSO, ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTO

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malke OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTO–      di Ursula Franco  *      –              

marta russo OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOMarta Russo (Roma, 13 aprile 1975), una giovane studentessa di giurisprudenza, il 9 maggio del 1997 alle 11 e 42, mentre camminava in compagnia dell’amica Jolanda Ricci nei giardini dell’Università la Sapienza di Roma, è stata colpita da un colpo d’arma da fuoco alla testa ed è morta 5 giorni dopo. Il colpo d’arma da fuoco è stato esploso, attraverso una finestra dell’Aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto da Giovanni Scattone mentre lo stesso si trovava in compagnia di Salvatore Ferraro. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, accusati di omicidio volontario in concorso, sono stati condannati rispettivamente a 5 anni e quattro mesi per omicidio colposo e a 4 anni e due mesi per il reato di favoreggiamento personale.

ferraro scattone OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOPresidente: Il dottor Ferraro ha detto che non si trovava in quella stanza, non si trovava nemmeno all’Università.

Salvatore Ferraro: Io, però, signor Presidente non… non so come funziona bene il confronto, avevo bisogno anche di fare qualche domanda, so che normalmente è oggetto del… del confronto, le contestazioni, però, se non era eeea… se non l’affatica parecchio.

Si noti “se non l’affatica parecchio”.

Gabriella Alletto: L’affatica.

La Alletto ripete “L’affatica”“se non l’affatica parecchio” è una frase fuoriluogo che l’imputato pronuncia per destabilizzare ed umiliare la testimone Alletto. 

Salvatore Ferraro: La posso chiamarla signora Gabriella, ancora?

Gabriella Alletto: Certo.

Salvatore Ferraro: Senta io volevo tornare un attimino a questo… questo nove maggio, no? Lei ha descritto questa… questa scena… ehm… volevo sapere, lei chi ha visto uscire per prima? Posso porre queste… sono due, tre semplici domande che mi servono… volevo chiederle: Ehm, chi è uscito per prima d… da quell’aula numero 6?

Quando Ferraro dice “Lei ha descritto questa… questa scena”, usa per due volte l’aggettivo “questa” per riferirsi alla scena dell’omicidio, non dice “quella”, non ne prende le distanze.

Ferraro continua ad usare un linguaggio subdolamente offensivo quando, riferendosi alle domande che intende fare alla Alletto, le definisce “semplici”.

Gabriella Alletto: Io ricordo il dottor Scattone.

Salvatore Ferraro: Eh, io sono uscito prima o dopo di lei? Questo lo ricorda?

Ferraro, dicendo “io sono uscito prima o dopo di lei?”, ammette di essere stato in quell’aula. 

Gabriella Alletto: Questo lo ricordo, è uscito prima.

Salvatore Ferraro: Mi ha visto uscire?

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Si ricorda dove… dove sono andato?

Ferraro subisce la Alletto, non la smentisce. Si noti che dice “dove sono andato?” non “dove sarei andato?”. In poche parole ammette di essere stato nell’Aula 6.

Gabriella Alletto: Dove è andato? Forse verso la sala cataloghi, sicuramente, sì.

Salvatore Ferraro: Verso la sala cataloghi, scusi se insisto su… su questo particolare, ricorda se nel corridoio ha trovato la presenza, c’era la presenza di studenti, assistenti o impiegati?

Gabriella Alletto: No, non lo ricordo, come di solito qualche persona c’era.

Salvatore Ferraro: C’è… perché lo ricorda?

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Quindi c’era qualche persona?

Gabriella Alletto: Ma non ricordo chi fosse, non l’ho individuata.

Salvatore Ferraro: Sì, sì, no, no, per carità, io no, dato che c’è stata tre volte nel corridoio, poteva conservare questo… questo ricordo, ecco perché mi sono permesso di farle… di farle questa domanda. Senta lei ha detto in un… qualche verbale, no? Io mol… (interrotto) volevo dire, lei, già in un verbale, aveva detto che eee… quando arrivavo io ero molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Lei?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti, no? Quando arrivavo in Istituto, l’ha detto anche in un… no? Si ricorda? Si ricorda? Anche lei ha parlato di una mia… di una mia disponibilità.

Ferraro sente il bisogno di dipingersi come un “Good Guy” per ingraziarsi la Corte.

Gabriella Alletto: Sì, infatti, collaborava molto con gli studenti, era sempre disponibile.

Salvatore Ferraro: Si ricorda che arrivavano sempre: “È arrivato il dottor Ferraro!”. Tutti addosso al dottor…?

Gabriella Alletto: Sì, era l’unica persona disponibile in Istituto, più degli altri, questa è la verità.

Salvatore Ferraro: È la verità.

Salvatore Ferraro: Mi chiedo come… come è possibile che nessun studente di giurisprudenza, è la facoltà più numerosa d’Europa, quel giorno non mi abbia visto né entrare e né uscire?

Presidente: Signora Alletto, lei dovrebbe ricordare all’imputato quello che ha visto, che cosa faceva l’imputato?

Gabriella Alletto: L’imputato, lei già si riferisce nella scena in cui eee…? L’imputato Ferraro stava con la mano nei capell… con le mani tra i capelli, in un gesto molto particolare per lui, perché non l’ha mai fatto, e si tirava indietro i capelli in un gesto di disperazione, secondo me.

Presidente: Lei su questo punto cosa può dire?

Salvatore Ferraro: Guardi, voglio dire questo signora Gabriella, io, come lei sa, non ero in Aula 6, non ero in Istituto quel giorno.

Ferraro è capace di falsificare e di accusare indirettamente la teste di aver detto il falso. Con il “come lei sa” mette alla prova la Alletto, la quale gli risponde per le rime.

Gabriella Alletto: Io non so questo.

Salvatore Ferraro: No, no, lei lo sa perfettamente.

Gabriella Alletto: No.

Salvatore Ferraro: No, mmm… moderiamoci, no, lei lo sa benissimo tant’è vero che lei l’ha anche preannunciata questa situazione, c’è una famosa interc…

Il Ferraro non riesce a dire alla teste Alletto “Lei sta mentendo, è una bugiarda” perché sa che non è vero.

Gabriella Alletto: L’ho preannunciata!?

Salvatore Ferraro: Glielo dico subito, lei disse un giorno in un’intercettazione: “Io non c’ero”.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: … “però mi viene… mi conviene dire che c’ero”, cioè ha preannunciato quello che poi ha fatto successivamente.

Gabriella Alletto: No, questo è un atto di disperazione che avevo.

La Alletto dice di non aver parlato per la disperazione ed è credibile visto il clima che si respirava in Istituto.

Salvatore Ferraro: Era un atto di disperazione, del fatto che appunto rischiava di andare in carcere, che quindi bisognava… bisognava…

Gabriella Alletto: No, non rischiavo di andare in carcere, anche se sono stata molte volte avvertita di questa cosa qui, infatti non mi sono messa paura neanche l’11, quando c’è stato l’interrogatorio, se bene ha notato.

Salvatore Ferraro: Signora, guardi iii… alcune persone la vogliono far passare per una mentitrice, io… io la conosco molto bene, io so che è una bravissima persona, che di norma non mente, sicuramente di norma non giura sulla testa dei suoi figli, perché lei sa benissimo che io con… so quanto lei vuole bene ai suoi figli, quando lei ha giurato sulla testa dei suoi figli, lei giurava la verità…

Si noti “alcune persone la vogliono far passare per una mentitrice”. Il Ferraro delega, non ha il coraggio di dire “lei è una mentitrice” perché sa che non è così.

Dicendo “io… io la conosco molto bene, io so che è una bravissima persona”, il Ferraro tenta di ingraziarsi la Alletto.

Gabriella Alletto: No.

La Alletto nega in modo credibile con un “No”.

Salvatore Ferraro:… sul fatto che non aveva visto nessuno. Ma voglio tornare su un punto…

Gabriella Alletto: No, no, Presidente, io mi coprivo dietro un paravento, per me… per me era un aiuto, quello.

Salvatore Ferraro: La testa dei suoi figli (incomprensibile)?

Il Ferraro è subdolo, spera di minare la sicurezza della Alletto facendo presa sui suoi sentimenti nei confronti dei figli.

Gabriella Alletto: No, quello di mentire in quel momento, basta.

Salvatore Ferraro: Sulla testa dei suoi figli, signora?

Gabriella Alletto: Dottor Ferraro, non l’ho mai fatto in vita mia una cosa del genere ed è stata l’unica, spero… spero nella mia vita di madre che sia l’ultima.

La Alletto è lineare, credibile.

Salvatore Ferraro: Era la verità, signora, io la conosco bene.

Gabriella Alletto: Non è che mi posso… non è che mi metto paura perché lei mi dice che mi conosce bene, le cose sono andate in questo modo e io solamente dopo un mese ho deciso di star… di dire questa cosa, è stata un mmmm… una cosa molto grave per me, ha stravolto la mia vita, sono stata anche minacciata recentemente, ho ricevuto una lettera in cui mi dicevano: “Ti venga un cancro alla gola”. Va bene? E questo è quello che s’aspetta una persona dopo che dice la verità? Sono queste le cose? Che mi danno della sgualdrina, della svergognata! La lettera ce l’hanno gli avvocati, perfetto…

Salvatore Ferraro: Mi dispiace, non dice la verità, comunque… scusi posso continuare, Presidente?

Si noti “Mi dispiace”. In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato.

Gabriella Alletto: … perfetto, perfetto! Io sono stanca di questa situazione, voglio rientrare in seno alla mia famiglia… tranquilla.

Salvatore Ferraro: Sì, certo, ne ha diritto.

Gabriella Alletto: Confessate quello che dovete fare voi! Io ho fatto quello che dovevo fare.

Un invito forte, la Alletto mostra di non subire il Ferraro.

Salvatore Ferraro: Signora, “io non c’ero ed anche se mi conviene dire che c’ero, purtroppo non c’ero”, questo è il problema, però vo… voglio dirle una cosa…

Perché mai dovrebbe convenirgli dire che c’era?

Gabriella Alletto: Non mi interessa, sono loro che dovranno giudicare, non io.

Salvatore Ferraro: Lei, anche molto gentilmente…

Ancora un tentativo del Ferraro di ingraziarsi la Alletto.

Gabriella Alletto: Sempre gentile e disponibile, non sarei dovuta essere neanche qui, oggi. Sto facendo uno sforzo su me stessa e tutta mia buona volontà.

Salvatore Ferraro: (…) io quello che mi chiedo signora e mi sorprende, lei ha visto questa scena, perché non m’ha mai fatto un riferimento?

Ferraro mostra vicinanza alla scena con l’aggettivo “questa” e assume che la Alletto l’abbia vista quando dice “lei ha visto questa scena”. Si noti che il Ferraro non dice “Se ha visto la scena”.

Perché poi la Alletto avrebbe dovuto fare un riferimento alla scena ad un soggetto coinvolto in un omicidio? 

Gabriella Alletto: Perché non me l’ha fatto lei?

Salvatore Ferraro: Eh, perché io non avevo nie… nessun riferimento da farle.

La Alletto ha messo in difficoltà il Ferraro che ha avuto bisogno di due pause per rispondere.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Perché io non avevo nessun riferimento da farle, perché quella scena non esiste.

Ferraro è capace di dire “quella scena non esiste” perché ne parla al presente ed è logico che non esista nel momento in cui ne parla, mentre finché ne ha parlato al passato l’ha definita “questa scena”, mostrando vicinanza. 

Gabriella Alletto: Però, dopo che è successa quella cosa, lei non è più venuto da (incomprensibile) in Istituto.

Salvatore Ferraro: Cosa? Ho fatto qualcosa come quindici ee… sessioni d’esami, signora, signora.

Gabriella Alletto: Sì, forse, evidentemente ha fatto le sessione d’esame dentro la stanza d’esame, ma non è più venuta… ma non è più venuto in segreteria, non è più venuto in segreteria.

Salvatore Ferraro: Perché non mi ha fatto… signora Alletto, abb…. abb… abbiamo fatto le suddivisioni degli esami insieme, io e lei, gomito a gomito, per gli esami del 16 e del 19.

Gabriella Alletto: No, no, no, non lo ricordo assolutamente questo che abbiamo fatto le…

Salvatore Ferraro: Ah, non lo ricorda.

Gabriella Alletto: No che non lo ricordo.

Salvatore Ferraro: Che non se lo ricorda!

Gabriella Alletto: Io mi ricordo che dopo non è più venuto lei con la stessa serenità e disponibilità con cui era prima.

Salvatore Ferraro: No, no, ecco, va bene, va bene, ecco, va bene allora.

Gabriella Alletto: Mi ricordo che lei c’ha avuto delle titubanze a firmare quella lettera di solidarietà per il professor Romano, perché l’ha sbattuta…

Salvatore Ferraro: No, ho firmato molto tranquillamente.

Si noti il superfluo “molto tranquillamente”

Il Ferraro non nega di aver sbattuto la lettera.

Gabriella Alletto: No, no, no, no.

Salvatore Ferraro: Signora, ha detto che ero chiuso, che ero più chiuso.

“ero più chiuso” sono parole del Ferraro non della Alletto.

Gabriella Alletto: Sì, c’aveva delle titubanze lui a venire in Istituto, tant’è che una volta la signora Maria le ha anche rivolto la parola dicendo: “Ah dottor Ferraro mi sembra che sia dimagrito da quando…“, sospeso tutto quanto, è successo quello che è successo, voleva dire. La signora Maria le ha rivolto questa parola.

Salvatore Ferraro: Allora… signor Presidente si può anche documentare che io da… da… da almeno il 15 maggio…

Gabriella Alletto: Sì, si potrà documentare, ma non è venuto verso la segreteria.

Salvatore Ferraro: Sono stato sempre quotidianamente in Istituto da quel giorno, tranquillamente, facendo lo spiritoso sulle indagini, rilasciando interviste ai telegiornali e avendo un… un normalissimo rapporto con la signora All… Gabriella, con la quale abbiamo fatto la suddivisione degli esami, io mi chiedo perché la signora…

Ferraro sottolinea che faceva “lo spiritoso sulle indagini”, lo faceva per allontanare i sospetti da sé e per indirizzarli su almeno un altro soggetto. Ilaria Pepe, all’epoca studentessa, ha dichiarato in dibattimento che il giorno dopo il ferimento di Marta Russo, commentando l’accaduto con il Liparota ed il Ferraro, Salvatore Ferraro disse che il 9 maggio era stato tutta la mattina in casa e che attorno alle 12:00 aveva ricevuto una strana telefonata da parte di una persona “di giù”, cioè della Calabria, che in definitiva non si era capito cosa volesse. Nel raccontare l’episodio, il Ferraro, aveva scherzosamente commentato: “Forse si voleva creare un alibi”. Ferraro ha chiarito in udienza che si trattava della chiamata di Domenico Condemi, uno studente calabrese che effettivamente lo aveva chiamato il 9 maggio, ma non in mattinata, bensì nel pomeriggio, alle 15:44. A detta del Ferraro il Condemi avrebbe solo chiesto “Dottore lei sarà in facoltà nei prossimi giorni?”, e alla sua risposta affermativa ed alla richiesta di cosa volesse, avrebbe mormorato “Niente, niente”, riattaccando subito. Questo episodio prova che il Ferraro, nel tentativo di farla franca, ha cercato di indurre i colleghi a sospettare del Condemi, un comportamento che ce la dice lunga su di lui, sui suoi valori morali e sulla sua pericolosità sociale.  

Perché il Ferraro parlò ai colleghi proprio del Condemi? Perché lo studente calabrese era imputato in un processo per tentato omicidio con arma da fuoco in concorso con alcuni appartenenti alla ‘ndrangheta, pertanto su di lui non sarebbe stato difficile far ricadere la colpa del ferimento della Russo.

Il fatto che il Ferraro dica che il rapporto con la Alletto era “normalissimo” ci rivela che normale non lo era più, da un punto di vista verbale infatti ogni riferimento alla normalità lascia intendere il contrario.

Salvatore Ferraro: Il problema è che sia… il problema è che abbiamo avuto modo di vederci e lei non ha fatto mai un… perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?

Perché la Alletto avrebbe dovuto dirgli qualcosa? 

È interessante che il Ferraro chieda: “perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?”, non sono parole dette a caso, le dice per chiarire a tutti che a sparare fu Scattone. 

Gabriella Alletto: Ma io ho lavorato anche con Liparota in Istituto se… se mi fossi veramente esternata con lui, a dirci qualche cosa, a metterci d’accordo, l’avrei fatto anche con lui che vedevo tutte le mattine, anziché con lei.

Salvatore Ferraro: E perché non l’ha fatto? Perché a me non ha detto nulla? Avevamo questo rapporto affettuoso, perché non m’ha detto…?

Ferraro supera il limite definendo il rapporto tra lui e la Alletto “affettuoso”, lo fa per ingraziarsela.

Gabriella Alletto: Affettuoso? tra virgolette, affettuoso.

Tanto che la Alletto lo riprende…

Salvatore Ferraro: Tra virgolette, è chiaro, tra virg… è chiaro, tra virgolette.

Gabriella Alletto: È chiaro, eh.

… e continua a precisare.

Salvatore Ferraro: Eh, perché non m’ha mai detto nulla? Cosa avete fatto? Cosa ha fatto Giovanni? Ma che fate? Portate le p…?

Si noti “perché non m’ha mai detto nulla?”. 

Perché mai la Alletto avrebbe dovuto chiedere qualcosa a chi riteneva complice di un omicida.?

Ammissioni tra le righe: “Cosa avete fatto? Cosa ha fatto Giovanni? Ma che fate? Portate le p…?”. 

Perché il Ferraro continua a tirare in ballo Scattone? Perché il Ferraro non vuole che gli venga attribuito ciò che non gli appartiene.

Gabriella Alletto: Giovanni, quando mai l’ho chiamato Giovanni, io, Scattone, scusi eh?

Salvatore Ferraro: Ah Scattone, dottor… il dottor Scattone cosa ha combinato? Ma siete pazzi? Ma che fate con le pistole…? Perché non m’ha mai fat…

Si noti che è stato il Ferraro ad introdurre “le pistole”.

Altre ammissioni: “il dottor Scattone cosa ha combinato? Ma siete pazzi? Ma che fate con le pistole…?”. Si noti che il Ferraro continua ad attribuire l’omicidio a Scattone. E’ Scattone ad aver “combinato”, è lui a riferircelo. 

Il 7 settembre 1998, Salvatore Ferraro, invitato a rilasciare dichiarazioni spontanee, ha affermato: “Non nascondo, con grande vergogna, di aver più di una volta pensato, solo per uscire dal carcere, di fare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di Scattone. Già dal giorno del mio arresto, e lo vorrei raccontare, mi fu offerta questa possibilità.” 

Le dichiarazioni accusatorie di cui Ferraro parla le aveva già fatte durante il confronto con la Alletto quando ha chiesto alla donna “perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?” “il dottor Scattone cosa ha combinato?”, frasi attraverso le quali il Ferraro ha fatto sapere alla Corte che era stato Scattone a sparare il colpo mortale. 

Gabriella Alletto: Ma che… ma che cosa io dovevo dire sapendo quello che mi aspettava e che m’è cascato addosso tutto quello che m’è cascato addosso.

Salvatore Ferraro: Cosa…

Gabriella Alletto: Che cosa…

Salvatore Ferraro: (inc) una verità, signora.

Gabriella Alletto: Che cosa? Chi? C’avevamo il professor Romano che ci diceva: “Non c’entriamo. Non abbiamo fatto niente!”. Mi ha… mi hanno tartassata.

La Alletto spiega il perché non abbia parlato subito ed è credibile.

Salvatore Ferraro: Scusi, lei ha visto questa scena, lei ha visto questa scena.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Io e lei, io e lei privatamente, io e lei c’entravamo evidentemente, se è vera quella scena che lei racconta. Perché non me ne ha mai parlato? Perché non m’ha detto?

Si noti “io e lei c’entravamo evidentemente”.

Il Ferraro continua a chiedere alla Alletto il perché non gli abbia chiesto nulla. 

Gabriella Alletto: Perché era un tarlo dentro il mio cervello, non ha visto che ho cambiato atteggiamento? Se m’avesse visto qualche volta.

Salvatore Ferraro: Ma un riferimento alla scena.

Il Ferraro continua sulla stessa linea mostrando di essere privo di argomenti.

Gabriella Alletto: Perché dovevo fare riferimento alla scena?

Perché la Alletto avrebbe dovuto confrontarsi con colui che riteneva complice di un omicida?

In conclusione, il confronto tra Salvatore Ferraro e Gabriella Alletto è stato un clamoroso autogol per il Ferraro, il quale ha ammesso di essere stato nell’Aula 6 con Scattone. Egli ha inoltre tenuto a precisare che a commettere l’omicidio è stato il collega ed amico Giovanni Scattone.

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ursula franco 1 OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI INTERVISTA URSULA FRANCO

PAROLA AL COLPEVOLE, LinkedIn, 28 maggio 2020

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI* INTERVISTA URSULA FRANCO, Le Cronache Lucane, 28 maggio 2020

*Roberta Sacchi è Psicologa giuridica – Criminologa – Consulente Tecnico di Parte in procedimenti civili e penali

la dottoressa Roberta Sacchi

Sapevate che le parole di un sospettato, di un indagato e di un testimone sono una fonte inesauribile di informazioni per ricostruire un caso giudiziario? Forse sì. E non si tratta di intuito. Esiste una tecnica che può aiutare inquirenti, magistrati e avvocati a non incappare nell’errore giudiziario. Questa tecnica si chiama Statement Analysis.

Ne ho parlato con l’amica e collega dr.ssa Ursula Franco, medico e criminologo. Ursula è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La dottoressa Franco si occupa soprattutto di morti accidentali, incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

Che cos’è la Statement Analysis?

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio di ogni parola presente nelle dichiarazioni di sospettati, indagati e testimoni. E’ una scienza complessa che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio: è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che non stia pescando nella memoria.

Quanto è sottovalutata l’analisi delle dichiarazioni?

Purtroppo molti tra gli addetti ai lavori ritengono che sia una perdita di tempo interrogare coloro che non intendono dire la verità invece l’analisi delle dichiarazioni di un soggetto che non dice il vero è comunque utile per ricostruire i fatti. 

Un luogo comune da sfatare?

In molti ritengono che la gente che non dice il vero falsifichi; in realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso. Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera. Solo il 10% di coloro che non dicono il vero falsificano. Falsificare è infatti molto impegnativo in quanto costringe a ripetere all’infinito la prima bugia e a far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. Inoltre, la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

Come possiamo capire che le informazioni mancano?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”.

Simone Santoleri

Che cos’è il “Leakage”?

E’ un fenomeno che si manifesta in tutti noi, ma che è particolarmente interessante quando si interroga l’autore di un omicidio. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime, dalla dinamica omicidiaria all’occultamento. Faccio un esempio. Due settimane prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli, il figlio Simone Santoleri, durante un’intervista rilasciata alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, disse:

“Ero qui… stavo qui chiamano… chiama il numero di telefono, è un numero strano 0773 che è il prefisso di… 071 è Ancona quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche: e che cazzo di numero è? Pronto? Pronto! Buongiorno, sono il maresciallo della caserma di Cingoli, mi viene Chienti, non so perchè, ma invece è Cingoli […]”.

Incredibilmente Simone Santoleri citò il Chienti, il fiume dove dopo due settimane venne ritrovato il corpo della madre Renata. Questo naturalmente è un caso eclatante, in altri casi in Leakage è più sfumato ma con un’attenta analisi possiamo cogliere molte informazioni.

Che importanza ha l’analisi di una telefonata di soccorso?

Una telefonata di soccorso è equiparabile ad un interrogatorio, anzi è da considerarsi il primo interrogatorio. C’è di più, l’analisi della telefonata di soccorso spesso permette di individuare la strategia d’indagine perché le parole di chi chiama ci rivelano se il soggetto è coinvolto o meno.

Alberto Stasi

Può farci un esempio di telefonata di soccorso incriminante?

La telefonata di Alberto Stasi che ha ucciso la fidanzata Chiara Poggi.

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che inaspettatamente Stasi non gli rivela spontaneamente.

Il tono della voce non è in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

Stasi richiede un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova sulle scale che conducono nella cantina della villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello di casa Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico; un comportamento che ci indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.

Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.

Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce “la mia fidanzata”.  Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che aveva con lei, ci informa della qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome gli permette, inoltre, di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Che significa “contaminare” un’intervista o un interrogatorio?

Significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire. Un interrogatorio contaminato non è analizzabile, va escluso dagli atti.

Quali sono le negazioni credibili?

Gli esseri umani parlano per essere compresi ed in economia di parole. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa. Da un soggetto “innocente de facto”, accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso tizio”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “sto dicendo la verità”. Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso tizio”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “sto dicendo la verità” ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Che cos’è il “muro della verità”?

Gli innocenti “de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie e sermoni finalizzati alla persuasione dei propri interlocutori.

Perché “Sono innocente” non è considerata una negazione credibile?

Perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. L’unica negazione credibile che inglobi la parola “innocente” è la seguente: “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità. Sono innocente”. Solo un soggetto innocente “de facto” è capace di dire “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità”. Un innocente “de iure” ma non “de facto” è capace di dire solo “Sono innocente”.

Può farci alcuni esempi concreti di Statement Analysis?

Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi:

“Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

“Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno.

Francesco Furchì, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alberto Musy:

“Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si una tirata oratoria di 85 parole durante la quale ha provato a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy.

“Una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“Non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia sparato contro nessuno finché non l’ha fatto.

“Non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia preso una pistola in mano finché non l’ha fatto.

Alessandro Cozzi, condannato a 24 anni per l’omicidio di Alfredo Cappelletti: “va da sé che io non sono stato”.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma è anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Un innocente “de facto” avrebbe colto l’occasione per negare in modo credibile di aver commesso l’omicidio del quale è accusato.

Ringrazio Ursula per il suo prezioso lavoro, per la stima e l’amicizia che ci lega e per avermi concesso questa intervista.

Omicidio di Alberto Musy: analisi delle dichiarazioni di Francesco Furchì

Alberto Musy, la vittima

Il 21 marzo 2012, un uomo, che indossava un casco da moto per fingersi un pony express, è entrato nel cortile di un palazzo di via Barbaroux a Milano e ha ferito a colpi di pistola l’avvocato Alberto Musy, docente universitario e consigliere comunale di 45 anni. Quattro dei cinque colpi esplosi dall’attentatore hanno attinto Alberto Musy alla testa e alla schiena. Musy ha poi perso conoscenza ed è morto il 23 ottobre 2013, 19 mesi dopo il ferimento.

Frame da un filmato di una videocamera di sorveglianza che ha ripreso l’attentatore

Il 30 gennaio 2013, Francesco Furchì, un conoscente della vittima, è stato arrestato e accusato di essere l’autore del tentato omicidio. 

Francesco Furchì, l’omicida

Nel maggio 2013 è iniziato il processo a suo carico. Il 23 ottobre 2013, giorno in cui era prevista la deposizione di Furchì, Musy è morto e il dibattimento è stato sospeso. Francesco Furchì è stato condannato in via definitiva al carcere a vita.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate dall’imputato Francesco Furchì durante il processo di primo grado per l’omicidio di Alberto Musy

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Francesco Furlì ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver sparato ad Alberto Musy e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho sparato ad Alberto Musy”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho sparato ad Alberto Musy”, è una negazione credibile. Anche “io non ho sparato ad Alberto Musy, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Alla notizia della morte di Musy, Furchì ha dichiarato ai giornalisti: “Più che dirvi che sono dispiaciuto non posso dire altro”

Furchì ha detto “non posso dire altro” per non mentire. 

“sono dispiaciuto” equivale a dire “mi dispiace”. In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. 

Francesco Furchì: Allora presidente, io sono daa… circa, anzi senza circa, 22 mesi che sono… in carcere perr… con un’accusa gravissima, prima di tentato omicidio e poi di omicidio. Sono una persona incensurata e mi trovo… in una condizione di essere… un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy. Io posso guardare tutti negli occhi, ma tutti veramente, e per prima la moglie di Musy con tutto il rispetto per una signora e di quello che gli è successo e tutti quanti, perché io non ho assolutamente fatto… un gesto del genere, perché non è in me una cosa del genere, potrei avere 1000 difetti, come tutte quante le persone di questo mondo, anzi magari io forse ne ho di più degli altri, però… a 50 anni, eh 50 anni compiuti in carcere l’anno scorso, non… non… m… non… non posso neanche… non potrei neanche pensare come si fa… a… ad attentare alla vita di una persona. Mi sono ritrovato… su tutti i giornali come il mostro, il killer, la persona senza… addirittura, detta dal pubblico ministero, di una capacità estremamente fredda e una persona quasi di ghiaccio e con tutto quello che hanno ricamato i giornali… Io profondamente eee… ho fiducia nella giustizia, come ho sempre avuto, eee… anche se anche la giustizia alle volte magari possa anche sbagliare, come sbagliano tutti, perché è interpretata dagli uomini. 

Francesco Furchì, invece di dire “Signor Presidente, io non ho sparato ad Alberto Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si è esibito in un sermone di 224 parole durante il quale:

– Ha cercato di dipingersi come un “Good Guy” per ingraziarsi gli interlocutori: “Sono una persona incensurata”.

– Si è rivelato un manipolatore: “Io posso guardare tutti negli occhi, ma tutti veramente, e per prima la moglie di Musy con tutto il rispetto per una signora e di quello che gli è successo e tutti quanti […] perché non è in me una cosa del genere”.

– Ha ammesso di essere l’attentatore: “mi trovo… in una condizione di essere… un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy”.

– Ha tentato di negare. “io non ho assolutamente fatto… un gesto del genere”, “non posso neanche… non potrei neanche pensare come si fa… a… ad attentare alla vita di una persona” non sono negazioni credibili.

– Ha giocato la carta della vittima per ingraziarsi gli interlocutori: “50 anni compiuti in carcere l’anno scorso”, “Mi sono ritrovato… su tutti i giornali come il mostro, il killer, la persona senza… addirittura, detta dal pubblico ministero, di una capacità estremamente fredda e una persona quasi di ghiaccio e con tutto quello che hanno ricamato i giornali…”.

Francesco Furchì: Allora molti hanno scritto che MMM…. Musy… i… io avrei usato Musy per… per miei scopi personali e per entrare in lista per poter eh fare chissà quali cose, non me ne fregava nulla, non me ne fregava nulla. Io non ho mai, tra l’altro, cosa molto importante per cui mi si viene accusata dal pubblico ministero, avuto la ripicca nei confronti di Musy per chiedere posti, è demenziale una cosa del genere, perché altrimenti tutti quelli che non vengono eletti che sono praticamente su circa 1000 candidati ne vengono tolti 950, anche di più, eh allora che cosa dovrebbero fare? E ad ogni elezione cosa succederebbe? Una carneficina ogni volta.

Un altro sermone di 109 parole. Si noti che Furchì non dice “Io non ho usato Musy per miei scopi personali”.

Ed infine, invece di negare di aver sparato a Musy, prova a nascondersi tra la folla.

Francesco Furchì: Guardi io non ho rancore con nessuno. Io sono una persona che se devo mandare a stendere qualcuno, lo guardo negli occhi, lo mando a stendere e poi dopo ci vado anche a prendere il caffè che non ho person… non ho problema, perché le persone, se tu hai coraggio di dirgli le cose in faccia, dietro puoi dirgli tutto quello che vuoi, ma prima devi avere il coraggio di dire le cose in faccia. Per me la politica non è per forza che ti devi sedere su una sedia e poi metterci la colla, il vynavil… e poi dopo non toglierti più di lì. Puoi fare tranquillamente politica in modo tranquillamente chiaro, perfetto, occupandoti di alcune cose, ma senza quale fine e di chissà quali cose.

Ancora un sermone di 127 parole durante il quale Furchì si è incartato e ha ammesso di essere capace di “mandare a stendere qualcuno”. 

Francesco Furchì: Credo che per fare il percorso dell’attentatore, vedendo come sono andati i filmati, dove… l’accusa… mi accusa dicendo, da via Garibaldi che poi verificherete voi, valuterete, o lo fa l’uomo ragno, di andando, passando attraverso i tetti per trovarsi… in un lasso così di tempo, dall’altra parte, oppure minimo minimo deve essere il mago Copperfield per andare a “Striscia la Notizia” perché non si può in quel tempo fare una cosa del genere.

Se Furchì non fosse l’attentatore non avrebbe avuto ragione di contestare la ricostruzione della procura ed invece lo ha fatto tentando perfino di ridicolizzarla. 

Francesco Furchì: Non sono quell’attentatore per un semplice motivo… Io cammino… in modo diverso per un semplice motivo, non lo so, magari qualcuno qui avrà sofferto come me, io ho avuto due operazioni di una apicetomia radicale che praticamente è l’unghia dell… dell’alluce alla destra è totalmente tolta e da… dalla sinistra mi è rimasto questo problema… dii appoggio, perché mi ricordo che quando mi tolsero l’unghia, me la tolsero praticamente quasi senza anestesia, che è stata una cosa atroce, e quindi cammino con questo piede girato a sinistra, per cui per certe cose me ne vergognavo pure perché sembro una papera ma… ho sempre camminato così, cammino in qualsiasi modo, voi potete farmi camminare qui, anche in piedi in qualsiasi posto, cammino sempre così e l’attentatore cammina, come aver potuto vedere, in modo… diverso dal mio. Io tutte le volte che guardo quel… quel… quel video e tra l’altro mi chiedo come mai chi… fa… vedere il video in televisione non mette mai neanche una volta la mia camminata, quantomeno per dovere di correttezza.

Un’altra tirata oratoria, peraltro particolarmente controproducente.

Francesco Furchì: Credo che… il pubblico ministero… mi voglia cucire addosso un abito, l’abito anzi dell’attentatore, del killer come lo… l’hanno chiamato alcuni giornali e me lo voglia cucire addosso però senza ago e senza filo, perché quell’abito a me non sta, non starà mai, perché non sono io quella persona, non mi stancherò mai di dirlo e non potete condannare una persona che non lo è. Il vero attentatore è ancora in giro è ha attentato alla vo… alla vita di Musy e non sono io.

“Credo” indebolisce le dichiarazioni che seguono. Furchì è incapace di dire “io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità”.

Si noti che, secondo Furchì, esistono un “attentatore” e un “vero attentatore”.

Francesco Furchì: Sfido chiunque a mettersi nei miei panni essendo dentro accusato di omicidio quando vedo in carcere persone che veramente hanno… ucciso due, tre persone, li vedo quando sono lì, non lo so, cioè, li vedi spenti. Io non ho da vergognarmi di niente, perché non ho fatto niente e non mi sarei mai e poi mai permesso di fare una cosa del genere. Quindi invito la polizia ad andare a cercare il vero colpevole. In questo modo protrete portare il rispetto alla persona che è stata uccisa e forse il rispetto alla legge, se è vera che quella frase: “La legge è uguale per tutti”, perché la cost… la nostra costituzione i padri costituenti l’hanno… l’hanno basata sull’eguaglianza e sul diritto. Un magistrato e un giudice si esprime sul diritto, non su quello che scrivono i giornali oo… su quello che possono essere le apparenze.

Si noti che Francesco Furchì non fa riferimento a chi, come lui, è in carcere per aver ucciso una persona sola, ma parla di “persone che veramente hanno… ucciso due, tre persone”.

“Io non ho da vergognarmi di niente”, “non ho fatto niente e non mi sarei mai e poi mai permesso di fare una cosa del genere” non sono negazioni credibili.

Si noti che, sempre secondo Furchì, esistono un “colpevole” e un “vero colpevole”.

Francesco Furchì: Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere.

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si esibisce nell’ennesima tirata oratoria di 85 parole durante la quale prova a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy. 

“una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Furchì ha detto “perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo” per ingraziarsi la Corte. Cosa che ha fatto anche quando si è dipinto come un uomo capace di provare senso di colpa e rimorso, quindi come un “Good Guy”: “fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”.

“non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Furchì non solo non ha mai negato in modo credibile di aver sparato a Musy ma ha da subito ammesso di essere “un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy”. Facendo ricorso a sermoni e tirate oratorie ha poi mostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità”. Il “sermone” è una lezione morale non necessaria rivelatrice di una proiezione della colpa e di disprezzo nei confronti degli interlocutori. E’ vero che Furchì non ha “mai sparato contro nessuno” finché non ha sparato contro Alberto Musy ed è anche vero che Furchì non ha mai “preso una pistola in mano” finché non l’ha fatto.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANTONIO LOGLI REGGE UNA PARTE PROPRIO COME CHICO FORTI 

Antonio Logli

Antonio Logli è stato è stato condannato in via definitiva a 20 anni di carcere per l’omicidio di sua moglie Roberta Ragusa.

Le Cronache Lucane, 25 maggio 2020

Qualche settimana fa è stata diffusa un’intercettazione in cui si sente Antonio Logli che parla con Sara Calzolaio di un tombino: “Sì, glieli ho fatti vedere. Li aprì, guardò dentro e mi disse: Cosa c’è lì dentro?”. “C’è l’acqua, ma, se vuoi, guarda dentro. Chiama la botte della Gea, vuotali pian piano, se pensi che possa essere”. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che ha diffuso un’accurata ricostruzione dei fatti relativi alla scomparsa della Ragusa

– In tanti hanno pensato che il Logli possa aver nascosto il corpo di Roberta proprio in quel tombino, dottoressa Franco, che ne pensa?

Il Logli non ha ucciso Roberta nei pressi di casa sua, l’ha condotta invece in un luogo isolato dove l’ha colpita a morte e ne ha occultato il corpo. Roberta si lasciò convincere dal marito ed entrò nella C3 perché Antonio, con tutta probabilità, le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara per chiarire. Il Logli non minacciò Roberta dopo essere stato scoperto in autoscuola al telefono con Sara. Il Gozi infatti ha sempre detto di aver sentito solo la voce alterata di una donna: “c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti”. Il Logli non aveva infatti interesse ad attirare l’attenzione di nessuno posto che era deciso ad uccidere sua moglie, una decisione che aveva preso mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort in via Gigli, macchina che cambiò per un problema al filtro del gasolio e che temeva l’avrebbe lasciato a piedi. 

Chico Forti

– Dottoressa Franco, Antonio Logli è stato riconosciuto colpevole, perché non rivela il luogo dell’occultamento?

Il Logli non ammetterà mai di aver ucciso sua moglie, detesta il fatto di essere stato “smascherato”, preferisce rivendersi come una vittima per non perdere la faccia con familiari ed amici, vale lo stesso per i genitori di Maddie McCann e per Chico Forti, reggono tutti una parte. E’ particolarmente interessante ciò che ha recentemente risposto Chico Forti ad un giornalista che gli chiedeva il perché non si fosse dichiarato colpevole: “Per la gente che mi vuole bene, per la gente che crede in me, che crede nella mia innocenza, che crede nella persona che sono e che sono stata. Sarebbe il momento in cui perdo la mia battaglia”. Voglio farle notare che Chico Forti non ha risposto come avrebbe risposto un innocente “de facto”, ovvero non ha detto: “Non mi sono dichiarato colpevole perché sono innocente, io non ho ucciso Dale Pike”. Peraltro, non solo Chico non ha mai negato di aver ucciso Dale Pike, ma le sue interviste sono ricche di ammissioni incriminanti. In una ha perfino detto di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, mentre al giornalista de “Le Iene” ha detto: “E’ la truffa più idiota del mondo, perché stavo truffando me stesso”. 

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANALISI DELLA TELEFONATA DI ANDREA LANDOLFI AL 118

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte. Andrea Landolfi è stato rinviato a giudizio per l’omicidio di Mariasestina.

Andrea Landolfi ha chiamato il 118 alle 5.53 del 4 febbraio.

PREMESSA

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da chi chiama, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”.

Expected versus Unexpected

Expected: ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto.

Unexpected: non ci aspettiamo che il chiamante si perda in superflui convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

Com’è noto, le “auto censure” indicano che chi parla nasconde informazioni, lunghi tempi di latenza prima di rispondere e pause indicano invece che un soggetto ha bisogno di pensare prima di parlare, generalmente, per non dare risposte incriminanti.

Operatore: 118

Andrea Landolfi: Sì. Salve. Io so’ qua a Ronciglione…

Si noti che il Landolfi non esordisce con una richiesta d’aiuto ma con un “Sì” e un “Salve”, due parole inaspettate in una chiamata di soccorso.

“Sì” è una pausa per pensare.

“Salve” rientra tra i convenevoli che, generalmente, servono ad ingraziarsi l’interlocutore (Ingratiation Factor).

“Io so’ qua a Ronciglione” non è ancora una richiesta d’aiuto.

Operatore: Sì?

Andrea Landolfi: So’ a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo ‘a le scale a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…

Ci saremmo aspettati che il Landolfi dicesse: “La mia compagna è cascata dalle scale, ha bisogno d’aiuto”.

La descrizione dei fatti è troppo lunga e manca una richiesta d’aiuto.

Il fatto che il Landolfi senta il bisogno di aggiungere l‘avverbio di luogo “qua” e “stavamo ‘a le scala a chiocciola” apre alla possibilità che la caduta sia avvenuta altrove. Peraltro, nella casa della Iezzi una scala a chiocciola non c’è.

Si noti che il Landolfi riferisce che è la sola Sestina ad essere caduta. 

Operatore: La via?

Andrea Landolfi: E’?

Operatore: La via?

Andrea Landolfi: Via Papirio Serangeli, ho provato a portarla ma non…

Si noti che il Landolfi non ha ancora chiesto aiuto per Maria Sestina.

Operatore: Numero civico?

Andrea Landolfi: Eh, non c’è un numero civico.

Operatore: La portiamo noi.

Operatore: E come vi troviamo allora?

Andrea Landolfi: E’ via Papirio Serangeli, non c’è un numero civico qua.

Operatore: E’ senza numero civico?

Andrea Landolfi: E’ senza numero civico, vengo incontro a voi però.

Operatore: E’ vicino a qualcosa?

Andrea Landolfi: Che ci sta vicino? Non so come dirglielo perché io c’ho casa qua ma io sto a Roma. Noi stiamo qua a casa per riposasse, ogni tanto veniamo qua per… per… per riposasse.

Operatore: Eh, lo so, ho capito però io dove la mando l’ambulanza? La mando in questa via però poi ci saranno altre case?

Andrea Landolfi: Eh, dovrebbe entr… è un… è una cosa interna.

Operatore: Eh.

Andrea Landolfi: E’ un…

Operatore: Allora, aspetta un attimino.

Andrea Landolfi:E’ l’unica via… è l’unica via Pap… è l’unica via che esiste di Via Papirio Serangeli, a Ronciglione e sta davanti ai monaci. Davanti all… davanti al coso.

Operatore: Al convento.

Andrea Landolfi: Esatto. Eee… è un canc… è un cancello che poi si scende giù, è stretto, si scende giù…

Operatore: Beh, sinceramente glieli passo quando stanno lì in zona. Il cognome qual è?

Andrea Landolfi: Eh, Landolfi. Il mio è Landolfi.

Operatore: Senti quanti anni ha la tua ragazza?

Andrea Landolfi: 26.

Operatore: Adesso si è ripresa?

Andrea Landolfi: No, ripresa, nel senso che non… parla, ma dice cose così, nonnn… non lo so, è cascata… io pe’ attutirla… ho sbattuto il bacino, sto con mio figlio, ma io ho sbattuto sulla testa, dietro, vicino al camino… lei haaa… perso il sangue dal naso e da’ orecchie, io so’ preoccupato, perché qua… qua non me risponde lei. Io che debbo fa’?

Si noti “è cascata”, ancora al singolare, non “siamo cascati”.

Il Landolfi si dice preoccupato, ma non ha ancora chiesto aiuto per Mariasestina. Perde tempo, invece, a parlare di sé e a spiegare la dinamica dei fatti. 

“è cascata… io per attutirla ho sbattuto il bacino, sto con mio figlio, ma io ho sbattuto sulla testa, dietro, vicino al camino” sono tutte affermazioni superflue.

Il Landolfi riferisce di essere con il figlio per ingraziarsi l’operatore.

E’ la seconda volta che il Landolfi ripete che Maria Sestina “è cascata”, evidentemente vuole essere certo che l’operatore immagazzini l’informazione.

Operatore: Niente. Adesso ti mando…

Andrea Landolfi: Aiutatemi, ve prego, perché…

“io che debbo fa’?” non equivale a “Cosa posso fare per aiutare la mia compagna?”.

“Aiutatemi” è una richiesta d’aiuto per sé.

“ve prego” rivela un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” e di ingraziarsi l’operatore. In Statement Analysis questi due fenomeni sono denominati “Good Guy/Bad Guy Principle” e “Ingratiation Factor”.

Operatore: Sì, sì, sì, un attimo adesso io ti mando l’ambulanza. 

Andrea Landolfi: Eh. Facciamo qualcosa però, ve prego, non lo so, non me risponde, me dice i numeri…

Con le parole superflue “Facciamo qualcosa però, ve prego” il Landolfi, ancora una volta, sente il bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni”, ovvero di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama (Good Guy/Bad Guy Principle).

Operatore: Più di questo non possiamo fare. Ascolta un attimo, calmati.

Andrea Landolfi: Me dice i numeri, me dice… me dice i numeri, me dice.

Operatore: Allora, è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, da… ‘a scala a chiocciola.

“Eh” è ancora una pausa per pensare. A questo punto ci aspettiamo che, dopo averci pensato, il Landolfi fornisca un dato numerico e invece non risponde alla domanda, ma cita la “scala a chiocciola”, fornendo un’informazione non richiesta e apparentemente inutile ma evidentemente per lui importante.

Le parole del Landolfi ci inducono a chiederci il perché senta il desiderio di assicurarsi che l’operatore abbia capito che sta parlando di una fantomatica “scala a chiocciola”. Una domanda che ci eravamo già posti quando il Landolfi aveva inserito nel racconto iniziale termini inutili quali “qua” e “scala a chiocciola”.

Operatore: La scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Si noti che l’operatore non dice “dalla scala a chiocciola” perché il Landolfi non gli ha detto “dalla scala a chiocciola” ma “da… ‘a scala a chiocciola”.

Andrea Landolfi: Tutta l’abbiamo fatta, perché s’è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, allora, stavamo giocando, scherzando, e io me so’ sbilanciato, lei s’è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la… la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro la schiena o vicino all’orecchio, però poi da là m’ha… l’ho portata a ca… su,ha rigettato quello che ha mangiato.

“Tutta l’abbiamo fatta” è il frutto di una contaminazione, è stato infatti l’operatore a introdurre certi termini attraverso la domanda “l’ha fatta tutta?”.

Il Landolfi, invece di rispondere con un “Sì”, si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale si lascia scappare un “da là m’ha… l’ho portata a ca…”.

Quando il Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca…”, si è autocensurato due volte e ha poi aggiustato il tiro aggiungendo un generico “su”.

Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “l’ho portata a casa”?

Per quanto riguarda il termine ”su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che, subito dopo la caduta, il Landolfi abbia portato Mariasestina in camera. In merito la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento.

Operatore: Quindi ha anche vomitato dopo che è caduta?

Andrea Landolfi: Ha rigettato quello che ha mangiato, tutto. 

Operatore: Sì.

Andrea Landolfi: Però non ha rigettato sangue, ha rigettato solo quello che ha mangiato. 

Si noti “Però non ha rigettato sangue”. Ogni affermazione al negativo è doppiamente importante per chi analizza perché chi racconta fatti accaduti non ha ragione di riferire spontaneamente ciò che non è successo. E’ il Landolfi ad introdurre il termine “sangue”.

Operatore: Alimenti. Okay.

Andrea Landolfi: Okay. L’ho curata, tutto quanto, gli ho… ci ho pensato tutto quanto, gli ho dato il biochetasi, glielo fa… gli ho dato l’acqua fredda e tutto quanto, niente, me continua a di’… non me… non me, me dice i numeri, me dice cose, non lo so, me dice i numeri.

Il Landolfi, che non ha ancora richiesto aiuto per Maria Sestina, perde tempo a descriversi come un “Good Guy”(Good Guy/Bad Guy Factor). Cui prodest? Non certo a Mariasestina.

Operatore: Va bene, guardi, facciamo così, lasci libero questo numero di telefono, io adesso faccio partire l’ambulanza 

Andrea Landolfi: Eh, ma fatemi sape’, perché io mmm…

Eh, ma fatemi sape’, perché io so… cioè…” sono tutte parole superflue che rivelano un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” (Good Guy/Bad Guy Factor).

Operatore: Eh, oh. Io faccio partire l’ambulanza e ti richiamo, lascia libero il numero. Chiaro?

Andrea Landolfi: Chiamateme, ve prego, perché io non lo so… so’ preoccupato, io qua, non so che fa’. Mannaggia.

“chiamate però, ve prego, perché io non lo so… so’ preoccupato sono ancora tutte parole superflue che rivelano un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” (Good Guy/Bad Guy Factor).

Operatore: Tranquillo, mandiamo qualcuno dai.

Andrea Landolfi: Aiutateme, ve prego.

“Aiutateme” è una richiesta d’aiuto per sé.

“ve prego” rivela un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” e di ingraziarsi l’operatore.

Operatore: Mandiamo qualcuno, dai.

Andrea Landolfi: Eh, grazie

Si noti l’inaspettato “grazie”, che chiude la telefonata e che serve al Landolfi per continuare ad ingraziarsi l’operatore.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Il Landolfi non ha mai chiesto aiuto per Mariasestina, ha invece chiesto aiuto per sé per due volte perché evidentemente sapeva di aver bisogno d’aiuto.

Maria Sestina è caduta dalle scale esterne dell’appartamento, le sue lesioni (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. 

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P. S. Stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “la tesi del GIP è inconsistente (…) ha fornito un’interpretazione sempre e comunque orientata a favore dell’indagato, anche a fronte di oggettivi elementi indiziari di segno contrario (…) conclusioni, alle quali perviene il GIP, assolutamente arbitrarie ed errate (…) non tiene in alcun conto, in modo incomprensibile, di quanto affermato dal perito (…) non aver compreso l’argomentazione contenuta nella consulenza dei medici legali (…) Le conclusioni della consulenza sono chiarissime: viene affermato esattamente il contrario di quanto sostenuto dal GIP. Non caduta/rotolamento ma caduta/precipitazione. Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte (…) Landolfi ha certamente ed evidentemente mentito, soprattuto con riferimento alla dinamica della caduta: la ricostruzione degli eventi dell’indagato è falsa (…) la nonna dell’indagato: Mirella Iezzi, le cui dichiarazioni sono certamente mendaci e frutto dell’ostinata volontà di difesa del nipote a dispetto di qualsiasi evenienza anche oggettiva (…)  “certo, quando l’ha buttata giù” (…) non può lasciar adito a dubbi circa il fatto che la nonna conoscesse perfettamente la reale dinamica dei fatti (…) “Zitta, stai zitta ti ho detto. Stronza, piantala” (…) le parole percepite dai testimoni si riferivano al momento successivo alla caduta ed è significativo evidenziare come l’indagato, invece di preoccuparsi delle condizioni di salute della vittima che aveva appena lanciato, la insultasse e la esortasse a rimanere in silenzio. Probabilmente preoccupato di possibili interventi dall’esterno in aiuto della donna (… ) l’indagato ha problemi con l’alcol e ha una personalità instabile, oggetto di plurimi accertamenti da parte del dipartimento di salute mentale della Asl di Roma (…) I problemi che Landolfi ha con l’alcool, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, convincono della sua pericolosità sociale, la cui personalità non offre alcuna affidabilità (…) La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcool, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti (…) Il 23 giugno 2008 è stata la nonna, sempre presente in tutte le circostanze per aiutare e difendere a ogni costo il nipote, che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un “gesto di violenza” con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che “è a volte violento”. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come “ubriaco e strafatto” (…) Dopo la morte di Maria Sestina, Iezzi e la madre di Landolfi, Roberta, hanno manifestato apertamente il timore di una reazione violenta del giovane nei loro confronti, evitando di convivere con lui (…) emerge chiaramente che perfino la nonna e la madre dell’indagato dichiarano di aver paura dell’indagato che potrebbe, l’espressione è della prima, “buttarla di sotto” (…) Tali sentimenti di timore dei parenti dell’indagato sono la più evidente delle dimostrazioni della pericolosità di Landolfi (…) I problemi che Landolfi ha con l’alcool, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, erano a tutti ben noti. La nonna dell’indagato è da sempre pronta a difendere e aiutare il nipote, pur nutrendo timori per i suoi comportamenti aggressivi e a volte incontrollabili. Ma tale atteggiamento del gruppo familiare, comprensibile umanamente, fornisce all’indagato un supporto incondizionato e rafforza nello stesso il sentimento di impunità e forse non è stato d’aiuto a Landolfi, il quale ha continuato a vivere sopra le righe mettendo in pericolo le persone che venivano a contatto con lui ed è stato uno degli antecedenti necessari per la tragica conclusione della vicenda (…) pronta ad aiutare il nipote proteggendolo a dispetto di qualsiasi evidenza, disposta a mentire a chiunque per questo (…) mentito sull’orario di rientro a casa della coppia Landolfi/Arcuri. Ha mentito sulle ragioni che l’hanno spinta ad abbandonare la propria casa e sull’orario nel quale è uscita. Ha mentito sulla reale causa delle lesioni al costato (frattura di tre costole) che, come riferito dalla figlia Roberta, madre dell’indagato, e come risulta dalle intercettazioni ambientali, le sono state procurate da un pugno alle costole sferratole dal nipote. Ha certamente mentito allorché ha dichiarato che la vittima si era procurata le lesioni cadendo dalle scale insieme al nipote e ha certamente mentito anche sul clima sereno esistente tra il nipote e Arcuri, arrivando perfino a riferire, in maniera assolutamente inverosimile, per accreditare la propria versione falsa, di aver sentito Landolfi avvertire: “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” (…) L’episodio drammatico non è stato causato da un’improvvisa e imprevedibile manifestazione di violenza di Landolfi. Aveva già in più occasioni minacciato (ad esempio il nonno con il coltello) o usato violenza sulle donne (la prima fidanzata – tirata per i capelli durante un litigio perché aveva avuto un aborto spontaneo, ndr – e la madre del figlio) o su altri (risulterebbe aver preso a pugni uno zio). Può, quindi, ripetersi (…) pericolo di recidiva, in ragione delle violente modalità di commissione del reato (omicidio volontario aggravato, ndr) e della personalità di Landolfi (…) violenta, instabile (…) sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico di Landolfi che impongono la misura del carcere.

Leggi anche: Omicidio di Maria Sestina Arcuri: analisi di stralci dell’interrogatorio di Mirella Iezzi, nonna di Andrea Landolfi Cudia

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: GIORNALISTI IN COMPETIZIONE CON GLI ESPERTI E ZERBINI DELLE PROCURE

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Le Cronache Lucane, 24 maggio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, è dal 23 maggio 2019 che lei sostiene che Mariasestina Arcuri è caduta dalle scale esterne dell’appartamento della Iezzi, la nonna di Andrea Landolfi, perché nessun giornalista si domanda se sia possibile che i fatti siano andati diversamente da come li ha ricostruiti la procura?

Perché i giornalisti meritevoli di essere definiti tali sono pochissimi. Per la maggior parte di quelli che si occupano di cronaca la verità è un optional perché sono in competizione con gli esperti e sono zerbini delle procure. 

– Abbiamo dato spazio alla sua ricostruzione dei fatti che è supportata dall’analisi degli atti, dov’è il problema?

La procura non ha congelato e non ha fatto analizzare la scena del crimine, ovvero le scale esterne dell’appartamento della Iezzi e la ricostruzione che prevede che Mariasestina sia caduta in casa dopo essere stata spinta o sollevata oltre la balaustra delle scale interne non regge. Mariasestina aveva una lesione da scoppio al cuoio capelluto, ovvero una classica lesione da precipitazione, perché volò giù dalle scale esterne dell’appartamento ed atterrò sul pianerottolo di mezzo, non perché fu sollevata o spinta oltre la balaustra delle scale interne. E Andrea aveva contusioni perché, prima che Mariasestina cadesse dalle scale esterne, i due fidanzati rotolarono giù dalle scale interne dell’appartamento ed in quell’occasione fu il Landolfi a farsi male. La seconda caduta fu una conseguenza della prima. E’ più chiaro così?

– Dottoressa Franco, che consiglio si sente di dare a certi giornalisti?

Fate domanda ad Amazon.

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI ALFREDO CAPPELLETTI, ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI ALESSANDRO COZZI

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–      di Ursula Franco  *      –              

Nel 2011, Alessandro Cozzi ha confessato l’omicidio di Ettore Vitiello, il titolare di un’agenzia per il lavoro di Milano. Cozzi e Vitiello avevano collaborato all’istituzione di corsi di formazione finanziati dalla Regione Lombardia. Cozzi aveva incassato dalla Regione i 34.000 euro che lui e Vitiello avrebbero dovuto dividersi ma li aveva tenuti tutti per sé e in seguito alla richiesta da parte del Vitiello dei propri 17.000 euro il Cozzi lo aveva accoltellato 40 volte alla alessandro cozzi OMICIDIO DI ALFREDO CAPPELLETTI: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI ALESSANDRO COZZIschiena con un coltello da cucina. Non solo un testimone aveva assistito all’omicidio dalla finestra di fronte ma nella colluttazione con il Vitiello il Cozzi aveva riportato ferite sia alle mani che all’addome.

Alessandro Cozzi, che ha condotto la trasmissione Rai Educational “Diario di Famiglia”, è stato condannato a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Ettore Vitiello (29 marzo 2011) e a 24 anni per quello di Alfredo Cappelletti (13 settembre 1998).

La condanna per l’omicidio Cappelletti è tardiva, infatti, in prima istanza il caso era stato inspiegabilmente archiviato come suicidio. Solo dopo l’omicidio del Vitiello, la procura ha riaperto il caso Cappelletti e ha indagato su Alessandro Cozzi.

alfredo cappelletti OMICIDIO DI ALFREDO CAPPELLETTI: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI ALESSANDRO COZZIDomenica 13 settembre 1998, l’imprenditore Alfredo Cappelletti, 49 anni, poche ore dopo essersi recato nel suo ufficio di via Malpighi con Alessandro Cozzi, è stato trovato morto proprio dal Cozzi e da sua figlia Elisabetta. L’autopsia ha rivelato che il Cappelletti era stato ucciso da un’unica coltellata al petto. Dalle indagini è emerso che il Cappelletti voleva chiudere i rapporti di lavoro con il Cozzi in quanto lo stesso aveva deviato pagamenti spettanti alla società del Cappelletti, la “Innova Skills srl”, a una società di cui lui e sua moglie erano titolari, la “People Improvement”.

Nel luglio 2017, al termine del processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti, Alessandro Cozzi è stato condannato all’ergastolo. La Corte d’Assise d’Appello di Milano, dopo aver escluso l’aggravante della premeditazione, ha poi riformato la sentenza del primo grado e lo ha condannato a 24 anni di reclusione.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate dall’imputato Alessandro Cozzi durante il processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Alessandro Cozzi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso il suo amico Alfredo Cappelletti e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Alessandro Cozzi: L’impatto di quel momento è… indescrivibile, ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita, va da sé che io non sono stato, lo dichiaro apertamente, ma… se mi fossi fermato… comunque… questo è successo.

Con la frase “L’impatto di quel momento è… indescrivibile” il Cozzi mostra da subito di essere un manipolatore, egli infatti non ci sta dicendo che cosa provò, è vago e lascia carta bianca ai suoi interlocutori per far sì che siano loro ad interpretare le sue parole. 

Quando il Cozzi dice: “ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita” ci conferma che Alfredo è stato ucciso.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Se è innocente “de facto” ci aspettiamo che colga l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso il Cappelletti.

Il Cozzi dice “lo dichiaro apertamente” lasciando intendere che per negare ci voglia coraggio ed invece negare in modo credibile è gratis.

Si noti la congiunzione coordinativa avversativa “ma” dopo il tentativo di negare. Il “ma” esprime esplicita contrapposizione a ciò che precede. La parola “ma” è utilizzata per confutare o minimizzare, tramite il confronto, le parole che la precedono. Le parole che la seguono sono, nel contesto, più importanti per chi parla di quelle che la precedono. Al “ma”, in questo caso segue un’ammissione tra le righe. Quando il Cozzi dice “se mi fossi fermato… comunque… questo è successo”, dice il vero, se il Cozzi si fosse fermato alla discussione il Cappelletti non sarebbe morto quel giorno. 

Si sappia che il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che possono avere plurime interpretazioni. 

“comunque… questo è successo” è una dichiarazione da sociopatico. Il Cozzi ha scelto di uccidere il povero Cappelletti, non è stato un evento ineluttabile.

Alessandro CozziNoi eravamo molto amici, da tanti anni, ci eravamo conosciuti in oratorio, come ormai sapete tutti, quando io ero ancora un ragazzo, invece lui era un po’ più grande di me e quindi era un animatore giovanile. Noi due, intendo Alfredo ed io, e le nostre famiglie abbiamo a lungo camminato insieme costruendo quella che io credo proprio si possa chiamare una amicizia autentica, solida, che perdurava nel 1998, non aveva avuto intoppi o inciampi. Proprio perché c’era questa amicizia importante tra Alfredo e me coltivata negli anni. Quando io ho completato il mio processo di studi, mi sono laureatoo… hoo… superato la successiva scuola di perfezionamento superiore, è stato anche naturale tra noi due cominciare a parlare di questioni lavorative. Alfredo mi propose di avvicinarmi al suo mondo, quindi alla consulenza ed alla formazione aziendale.

Una tirata oratoria di intento manipolatorio durante la quale il Cozzi ci riferisce che è cattolico, laureato e perfezionato e che ha famiglia. In statement Analysis sappiamo che la necessità da parte di un soggetto di dipingersi come un “Good Guy” nasconde il contrario: “Good Guy” uguale “Bad Guy”. 

Il fatto che il Cozzi si dilunghi e che ripeta quanto stretto fosse il legame di amicizia che lo legava alla vittima e che perdurasse nel 1998 senza intoppi o inciampi rivela un bisogno di convincere che ci induce a sospettare il contrario.

Alessandro Cozzi: Mentre Alfredo si trovava a Londra per un convegno, la famiglia di Alfredo, la moglie ed i due figli mi hanno chiamato… per chiedermi aiuto. Hanno chiamato me, non un altro, perché avevano una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti e si sono rivolti a me. Le prime parole che mi disse Maria Pia (moglie di Alfredo Cappelletti) era: “In nome della antica amicizia, ti dobbiamo parlare”. Va detto che da diversi mesi Alfredo ed io stavamo molto parlando non soltanto di questioni professionali a… come amici appunto, stavamo parlando di lui, di lui, perché era molto a disagioo… con se stesso, lui sentiva ormai esaurito il suo matrimonio e la cosa lo faceva stare molto male. Aveva combattuto contro questa realtà già da tempo maa… la cosa gli stava a suo dire sfuggendo di mano. Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali, perché loro erano molto preoccupati da questo ventilato abbandono. Ci mettiamo d’accordo che appena Alfredo sarebbe ritornato, era previsto ritornasse il sabato di quella stessa settimana, alla prima occasione io gli avrei parlato… E così si arriva alla domenica. Alla domenica mattina mi chiamano da casa beh… Cappelletti alle 8 e 10. E’ stato Alessandro (figlio di Alfredo Cappelletti) per dirmi che effettivamente la sera prima c’era stato di nuovo un momento di tensione, Alfredo aveva formalmente annunciato l’intenzione di abbandono della famiglia, le parole usate sono state queste.

Dicendo “una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti”, “loro erano molto preoccupati”, “c’era stato di nuovo un momento di tensione” “abbandono della famiglia” e “perché (il Cappelletti) era molto a disagioo… con se stesso” il Cozzi tenta di drammatizzare per lasciare intendere che il povero Alfredo avesse perso la testa in modo da accreditare l’ipotesi suicidiaria. 

E poi dice “Hanno chiamato me, non un altro”, “si sono rivolti a me” e “Mi chiedono dunque di parlargli” per giustificare l’incontro con il povero Alfredo.

Si focalizzi su questo stralcio “Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali”. L’uso di “essenzialmente”  indebolisce la sua affermazione e accoppiato alla frase al negativo “non degli aspettii… professionali” lascia inferire che invece abbiano parlato proprio “degli aspetti professionali”.

Alessandro Cozzi: C’era poi questo elemento delle spese… che furono sollevate in quella riunione familiare, essenzialmente da Alessandro, ma poi tutti le avevamo viste eh succedere. Eee… io ricordo bene che… abbiamo avuto anche un momento più leggero ricordando le origini genovesi di Alfredo, non era mai stato incline alla spesa facile, anzi qualche volta lo si rimproverava di essere un po’ ristretto invece da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate. Penso proprio di ricordare di aver detto una frase del tipo: “L’unica maniera sarebbe farlo interdire”, non è possibile infatti, non era un… progetto, né una proposta.

Ancora una volta, il Cozzi, dicendo “tutti le avevamo viste eh succedere” e “da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate” vuol lasciar passare il messaggio che il povero Cappelletti avesse perso la testa. Peraltro l’uso di “davvero” prima di “esagerate” indebolisce la sua affermazione.

Si noti “Penso proprio di ricordare”, una frase che ci informa che ciò che il Cozzi sta per dire è vero, ma anche che ciò che ha riferito in precedenza non lo è. Non avrebbe infatti ragione di sottolineare di ricordarsi questo fatto posto che chi dice il vero riferisce solo ciò che si ricorda.

Alessandro Cozzi: Io non so quanto c’entrasse in questo la… supposta, presunto vicenda con Laura Daglia, abbiamo già sentito dire qui che in ufficio la cosa destava imbarazzo a tutti. Io e lui ne avevamo anche parlato. C’era stato un rimprovero da parte della figliola al padre ed alla Daglia stessa, comunque Alfredo a me personalmente non ha mai detto: “Io ho una relazione con Laura Daglia”, non l’ha neanche negato. Però devo pure testimoniare che non l’ha detto. Mi sembrava che ci fosse un interesse un poco più che amicale. Ma comunque Alessandro (il figlio di Alfredo) la mattina mi conferma che Alfredo vuole andare via, dopodiché siamo andati a messa come era nostra abitudine. Dopo la messa, come già sapete, che vuol dire verso le 11 del mattino, f… forse qualche minuto prima, ho agganciato Alfredo e ho cominciato questa conversazione, siamo arrivati fino all’ufficio.

Si noti che il Cozzi rimarca che, per lui andare a messa era un’abitudine per tornare a rappresentarsi come un “Good Guy”.

All’esame medico legale, sul corpo del Cappelletti sono state rilevate una ferita penetrante da arma da taglio all’emitorace sinistro, sopra il capezzolo, e una piccola ferita da taglio sull’eminenza tenar della mano destra. La ferita al torace interessò gli organi interni, il lobo superiore del polmone sinistro, il sacco pericardico e il lobo inferiore del polmone destro con un tramite alto/basso, sinistra/destra. Assenti sia le classiche lesioni da difesa che presentano alle mani le vittime di omicidi per accoltellamento che le cosiddette ferite “di assaggio” che di solito si auto infliggono, prima del colpo mortale, coloro che intendono suicidarsi accoltellandosi al cuore, al petto. 

Al momento del ritrovamento Alfredo Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra. E’ infrequente che un suicida estragga il coltello dopo essersi accoltellato. A Ospedaletto, Pisa, nel luglio 2019, il cadavere di un uomo che aveva un grosso coltello da cucina conficcato nel petto è stato ritrovato nel parcheggio di un’aera commerciale. L’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza hanno permesso di ricostruire i fatti: l’uomo, un operaio residente a Cascina, ha raggiunto il parcheggio intorno alle 5.00 del mattina, è sceso dall’auto, ha bevuto una bottiglia di trielina estratta dal bagagliaio, si è poi sedutoin macchina e si è accoltellato al petto.

Nel racconto del Cozzi, si noti la frase “ho agganciato Alfredo”. E’ una frase particolarmente interessante per l’uso del termine “agganciato”, termine che il Cozzi non pronuncia a caso. Potrebbe trattarsi di Leakage. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime. In questo caso, il termine “agganciato” potrebbe riferirsi alla dinamica omicidiaria. Alfredo Cappelletti fu infatti pugnalato al torace dopo essere stato “agganciato” dal Cozzi da dietro. In parole povere, il Cozzi pugnalò il Cappelletti prendendolo alle spalle, come ipotizzato dal PM arma delitto OMICIDIO DI ALFREDO CAPPELLETTI: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI ALESSANDRO COZZIMaurizio Ascione, simulando quindi l’azione di un “gancio”, poi estrasse il coltello e lo appoggiò “nella mano sinistra” della vittima perché era a conoscenza del fatto che Alfredo “era stato appena colpito da un’ischemia che aveva indebolito l’intero lato desto del corpo”. La lesione all’eminenza tenar della mano destra è riconducibile, come suggerito da uno dei medici legali, “ad un gesto istintivo, di chi si porta la mano dove è stato colpito”.

Alessandro Cozzi: Io nel pomeriggio l’ho chiamato, alle 16 e 44 eee… sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso. Eee… di nuovo ci siamo recati in ufficio e lì abbiamo, invece, ehm… avuto un colloquio molto denso, questa volta io non sono stato sulle generali, sono stato sicuramente molto più esplicito… ehm… e forse anche un po’ duro… forse sì… e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia e questa volta Alfredo ha corrisposto, abbiamo dialogato più intensamente, ha forse maggiormente aperto eh… se stesso dicendo della sua stanchezza, del suo disagio del… di nuovo abbiamo affrontato il tema della paura di una potenziale paresi per effetto della… dell’ischemia, però nel corso del colloquio eh… dopo una prima parte, diciamo il primo quarto d’ora che è stato anche un po’ spinoso, perché io dicevo cose e lui me le rintuzzava, c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa… e un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava e ha detto: “Beh grazie, tutto questo deve essere oggetto di riflessione”. Io… ho detto: “Va bene, pensaci”. Lui mi ha detto: “Ci pe… voglio pensarci subito e quindi lasciami qua, ci penso, ti richiamo”… Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa, lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso e credo che fosse la cosa giusta per lui, che lui dovesse pensare, che lui dovesse riflettere, per cui sono andato via.

Un’altra tirata oratoria/sermone. Si notino “sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso” e “invece”, parole che ci rivelano che l’argomento della conversazione cambiò rispetto a quello affrontato poche ore prima. 

Questo stralcio “e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia” è da considerarsi un sermone. In Statement Analysis consideriamo il sermone una lezione morale non necessaria rivelatrice di una proiezione della colpa e di disprezzo nei confronti degli interlocutori.

“dicendo della sua stanchezza, del suo disagio” “della paura di una potenziale paresi” sono frasi finalizzate a dipingere la vittima come un potenziale suicida.

Quando il Cozzi dice “c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa”, parla del momento in cui ha ucciso il Cappelletti. “profonda” è stata infatti la pugnalata inferta ad Alfredo. 

Lo ripeto, il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che lasciano spazi a più interpretazioni. 

“Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa” è un tentativo di ingraziarsi gli interlocutori.

In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui è accusato e di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. “io porterò il rammarico” può essere considerata una frase equivalente a “mi dispiace”. 

Quando il Cozzi dice “un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava” e “lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso” ci descrive il post accoltellamento e l’amico morente il quale ormai poteva solo ascoltare ed accennare. Come riferito in udienza dal medico legale, la morte del Cappelletti non fu immediata e il Cozzi ce lo conferma.

Quando il Cozzi dice “e credo fosse la cosa giusta per lui”, si riferisce alla pugnalata. Non prova rimorso.

La moglie di Alfredo Cappelletti, Maria Pia, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamata dopo aver lasciato il marito in ufficio il giorno dell’omicidio dicendole: “Io ho parlato con Alfredo, gli ho detto che ha una brutta faccia e gli ho detto: “Ma ti stai separando da tua moglie o hai un tumore?”, così proprio di… di… eee… lui non gli ha voluto rispondere o qualcosa di simile”.

Il Cozzi con “brutta faccia” fa riferimento alla faccia del povero Alfredo ferito a morte, il quale naturalmente non poteva rispondergli. C’è una sprezzante ironia in queste parole.

Se come riferito in udienza, il Cappelletti temeva di avere un tumore, il Cozzi non può che averle pronunciate per aumentare lo stato d’ansia di Alfredo.

Il figlio di Alfredo Cappelletti, Alessandro, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamato verso le 20 e 10, 20 e 15 sul cellulare il giorno dell’omicidio dicendogli: “Vieni a casa, ho risolto tutto con il papà”

Il Cozzi non mentì ad Alessandro, egli infatti, dopo aver ucciso Alfredo, credette di aver “risolto tutto”. C’è una sprezzante ironia anche in queste parole.

Alessandro Cozzi: Poi mi hanno fatto notare che… non aveva… la macchina per cui ho telefonato in Innova e sul suo cellulare, prima sul telefono fisso e… neanche un minuto dopo sul telefono cellulare. Evidentemente perché avevo intenzione di ri-chiamare sul telefono fisso, cosa che non ho fatto, perché come si vede sempre dal tabulato… a distanza di 3 minuti ho chiamato di nuovo la famiglia Cappelletti e è in questa telefonata che è emersa la possibilità che venisse qualcuno di loro, quindi, probabilmente io ero già in strada, sono tornato indietro, ho raccolto Elisabetta Cappelletti, che si è offerta di venire con me e siamo andati in ufficio. E, come voi sapete, lo abbiamo trovato morto.

La figlia di Alfredo Cappelletti Elisabetta ha dichiarato in udienza: “Mio padre uscì in jeans e camicia, senza le chiavi dell’ufficio, tanto le aveva il consulente. Dopo un paio d’’ore Cozzi ci chiamò per avvertirci che papà avrebbe tardato perché voleva tornare a piedi. Mamma fece notare che non poteva chiudere l’’ufficio e allora lui venne a prendermi”.

Alessandro Cozzi: Ci sono stati giorni frenetici successivamente, bisognava, da un lato cercare di rassicurare tutti eh i clienti e i collaboratori, Gaetano ed io abbiamo fatto del nostro meglio, la famiglia ovviamente… Nelle poche settimane successive a quella metà di settembre è evidentemente maturata la preoccupazione da parte della famiglia, in ufficio si respirava un’aria molto molto pesante e tesa eh… che ha portato, come sapete, al mio allontanamento da Innova Skills che si è formalizzato a fine ottobre di quell’anno.

Alessandro Cozzi: Siamo entrati, il corridoio è breve, camminavamo, Elisabetta ed ioio l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra, per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta. Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto,c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano… non impugnato strettamente, appoggiato nella mano sinistra con la lama, così, diciamo, verso la gola, lui era sdraiato supino per terra ed era chiaramente morto, quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse. Elisabetta è scoppiata in lacrime, si è accasciata lì poco lontano nel corridoio, ho dato una seconda occhiata… penso in questa seconda occhiata di essermi abbassato a toccare il battito eh non sono sicuro esattamente di averlo fatto, però credo proprio di sì. E a quel punto, sconvolto io, naturalmente vedendo Elisabetta sconvolta, avevo bisogno di un sostegno, ho chiamato Gaetano Morgese, che abita molto vicino all’ufficio, sapevo che sarebbe potuto arrivare molto in fretta e poi era l’altra persona, come dire, con cui condividere un momento di questo genere, la persona che in azienda aveva il ruolo… più vicino, l’ho chiamato, lui è arrivato e tutto il resto lo sappiamo già.

La parte iniziale di questo racconto serve al Cozzi per giustificare l’annuncio prematuro fatto ad Elisabetta del “suicidio” del padre: “il corridoio è breve” “io l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra” e “Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto, c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano”.

Si noti che il Cozzi sente la necessità di riferire che il coltello si trovava “nella mano sinistra” della vittima perché è a conoscenza del fatto che i soccorritori spostarono il coltello sul tavolo alterando la sua messinscena (staging). 

Si noti che il Cozzi non dice che il Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra ma “appoggiato nella mano sinistra”, in pratica descrive un’azione, un’azione di cui è a conoscenza perché è stato lui a farla, è stato infatti lui ad appoggiare quel coltello “nella mano sinistra” della vittima. Il Cozzi mise il coltello nella mano sinistra del Cappelletti per strafare, aveva infatti bisogno di convincere che Alfredo si fosse ferito da solo e sapeva che non avrebbe potuto farlo con la mano destra in quanto era ancora indebolita dall’emiparesi che lo aveva colpito. 

Si noti ancora la necessità del Cozzi di rappresentarsi come un “Good Guy” attraverso le frasi “per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta” e “quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse”. Frasi che hanno qualcosa di mostruoso posto che è stato lui a togliere la vita al padre di Elisabetta.

Si noti “avevo bisogno di un sostegno”. E’ il Cozzi ad aver bisogno di un sostegno perché teme di essere accusato di omicidio. “avevo bisogno di un sostegno” è una frase equiparabile ad una inaspettata richiesta d’aiuto per sé, invece che per la vittima, durante una telefonata di soccorso. Anche don Paolo Piccoli, dopo aver ucciso il suo confratello don Giuseppe Rocco cercò conforto per sé.

Don Paolo Piccoli: “(…) e fui chiamato dal capo manutentore eee… che mi disse se potevo andare a dire una preghiera con don Rocco, io lì per lì non ho capito, dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. Eh, son rimasto un po’ così, ho preso un caffè, un attimino per confortarmi, sono rientrato in stanza, ho messo… ho messo la veste velocemente, purtroppo senza… senza ah mettere la camicia e sono salito in camera dove ho proceduto al… intanto ad accertarmi, com’è… com’è obbligatorio fare, della temperatura del cadavere, essendo ancora tiepido, ho proceduto, secondo la consuetudine generale della chiesa, ad impartire il sacramento dell’estrema unzione sotto condizione e poi la benedizione apostolica”.

Alessandro Cozzi: Dopo quell’episodio ischemico di giugno, totalmente imprevisto e imprevedibile, la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato, soprattutto alla luce del fatto che sua sorella, un anno prima, aveva avuto la stessa cosa e ne era rimasta paralizzata, una emiparesi irreversibile. In luglio era tornato al lavoro dopo la… il recupero dalla fa… dal fatto ischemico, però aveva un atteggiamento diverso ehm… mi disse, in luglio, che voleva cambiare tutto, che non andava più bene, che lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione. Poi è venuto l’agosto, lui è andato via, quando l’ho rivisto l’ho trovato sicuramente, come dire, fisicamente riposato… apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato

“la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato”, “lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione” e “apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato” sono ulteriori tentativi di accreditare l’ipotesi suicidiaria.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Alessandro Cozzi non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Alfredo Cappelletti. Ha mostrato di essere un manipolatore, di essere privo di empatia, di senso di colpa e di rimorso. Colpisce la sottile sprezzante ironia presente nelle sue dichiarazioni in udienza e nelle comunicazioni fatte ai familiari della vittima il giorno del suo omicidio. 

Infine, l’uso di testate espressioni antiquate di richiamo poetico caratterizzano il linguaggio del Cozzi e sono finalizzate alla manipolazione dei suoi interlocutori. Ad esempio espressioni come “Alfredo ed io” ed “Elisabetta ed io” sembrano tratte da questo stralcio di un sonetto di Dante Alighieri. 

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio […]”.

Analisi di uno stralcio di una testimonianza di un conoscente del Cappelletti

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ma eh lei rende delle dichiarazioni il gio… il 14 settembre del ’98, ovvero il giorno dopo della morte di Cappelletti, ma come fa ad essere così sicuro che si trattò di suicidio?

Tiziano Colinetti: (tossisce) Io Alfredo Cappelletti l’ho visto a mezzogiorno circa, della domenica, che era sostenuto da Alessando Cozzi, perché era… era scon-volto e… come l’ho visto, sono rimasto…

Si noti che il Colinetti sente la necessità di sottolineare la parola “scon-volto” scandendola, ma prima di pronunciarla prende tempo ripetendo per due volte “era”. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sostenuto? Sostenuto?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano ColinettiSostenuto. Sì, sì. Era veramente fuori di sé completamente ehm… sono rimasto stupito e meravigliato, infatti sono arrivato a casa terminata la messa e ho detto a mia moglie: “Ho visto Alfredo… messo malissimo, malissimo

Ed invece:

  1. ripete “Sostenuto”, per prendere tempo per pensare a cosa dire;
  2. ripete “Sì” per due volte segnalandoci che la domanda dell’avvocato Brambilla è per lui sensitiva;
  3. fa seguire al “Sì” una tirata oratoria nella quale utilizza termini quali “veramente fuori di sé completamente”, “sono rimasto stupito e meravigliato” e “messo malissimo, malissimo” che ci rivelano il suo bisogno di convincere che il Cappelletti possa essersi suicidato. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ha parlato con lui?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano Colinetti: Sì, ci siamo parlati un attimo eee… ho visto che era assentecompletamente assente. Veramente io sono rimasto malissimo e mi sono… detto: “Cosa fa… cosa posso fare?”.

Ancora una tirata oratoria nella quale il Colinetti utilizza termini quali “era assente, completamente assente”, “veramente”, “io sono rimasto malissimo” che ci rivelano ancora una volta che il Colinetti ha bisogno di convincere, un bisogno che se dicesse il vero non avrebbe. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: E come mai oggi, a differenza di ieri, cioè solo oggi ci dice che il Cappelletti era sconvolto?

Tiziano Colinetti: No, guardi che io l’ho detto ai giu… giudici.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Qui dice “triste”, qui dice “triste”, non dice “sconvolto”.

Tiziano Colinetti: Adesso non mi ricordo per quale motivo, comunque sono certo cheee… era sconvolto.

“non mi ricordo” è una frase usata da chi desidera falsificare un vuoto di memoria.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sì, però lo dice solo ora signor… signor Collinetti.

Tiziano Colinetti: Guardi non mi ricordo, sono passati vent’anni posso m… dire eee… sono certo comunque che era sconvolto.

Il Colinetti continua a falsificare un vuoto di memoria.

PM Maurizio Ascione: Perché era sconvolto? “Sconvolto”, poi magari lei appunto anni fa disse “triste”, adesso… Perché aveva questo stato d’animo negativo cappelletti, lei che lo conosceva bene come amico e tutto quanto. Sa che cosa era successo all’epoca?

Tiziano Colinetti: Si sapeva, si mormorava di questa aavventura, di questa uscita, si vedeva… …Eeee…. Pia più volte disse a noi che… era stanca di questa situazione e so che stava per chiedere a Alessandro, che in termini di comunicazione era più capace, di intervenire pesantemente, in termini verbali, sottolineo i termini verbali perché… per… trovare una soluzione a questa situazione.

Il Colinetti non è personalmente a conoscenza di cosa ci fosse realmente tra il Cappelletti e la Daglia, perché si affida a ciò che “si sapeva, si mormorava”? E perché la definisce “avventura” e “uscita”? 

Tiziano Colinetti: Aveva dei problemi già precedentemente mmm…

Giudice: Ma che tipo di problemi?

Tiziano Colinetti: Io… personalmente ero convinto che lui fosse… fosse… dubbioso che in casa recitassero la parte di qualche… per nascondere qualcosa a lui, ad esempio “Hai un tumore però non te lo dico”.

Giudice: Ma quando lei dice sconvolto, ce lo descriva, come fa a dire era sconvolto?Piangeva?

Tiziano Colinetti: Allora, No. Eraa… appoggiato ad Alessandro eh… traballante… musoovolto tristissimo, depresso, testa chinata, alc… alche gli ho detto, io sono veneto di origine, per chiudere il discorso, perché stavo… dovevo andare a messa che ero in ritardo e dove dirigere il coro: “Dai che ci troviamo insieme e beviamo un bel bicchier di vino che ci tiriamo su di morale”.

Si notino sia l’esordio con “Allora” che le pause. Il Colinetti mostra di avere bisogno di tempo per pensare a come organizzare la risposta. Una riprova del fatto che la domanda è sensitiva.

Si noti l’utilizzo di termini forti quali “traballante” e “tristissimo”. In un crescendo, il “triste” delle prime dichiarazioni si è trasformato in un superlativo assoluto e il “sostenuto da Alessandro Cozzi” in “appoggiato ad Alessandro”. In pochi minuti le condizioni del Cappelletti appaiono inspiegabilmente peggiorate ed il legame del Colinetti col Cozzi più manifesto, egli infatti, nella risposta al giudice, ne omette il cognome mostrando vicinanza.

Il Colinetti non possiede la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Durante il processo al duplice omicida Alessandro Cozzi, il Colinetti non solo non ha detto il vero sulle reali condizioni del Cappelletti ma ha mostrato di provare un certo risentimento nei suoi confronti, ne è rivelatore l’uso del termine “muso” in riferimento al volto di un brillante padre di famiglia morto prematuramente. “Muso” invece di “faccia” o “volto” o “viso”. Sono gli animali ad avere il “muso”, non gli esseri umani. 

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ursula franco 1 OMICIDIO DI ALFREDO CAPPELLETTI: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI ALESSANDRO COZZIMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

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BIBLIOGRAFIA

QUARTO GRADO, OMICIDIO DI MARIA SESTINA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA TELEFONATA DI SOCCORSO DI ANDREA LANDOLFI PERMETTE DI RICOSTRUIRE I FATTI ED EQUIVALE AL SUO PRIMO INTERROGATORIO

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

Nella puntata di ieri di Quarto Grado si è parlato della telefonata di soccorso di Andrea Landolfi, ne abbiamo parlato con un’esperta, la criminologa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Vi ricordiamo che Andrea Landolfi è a processo per l’omicidio della sua fidanzata Mariasestina Arcuri che, secondo la procura, avrebbe “buttato dalle scale”.

– Durante la puntata di ieri il conduttore Gianluigi Nuzzi ha chiesto ad Alessandra Viero: “Eh Alessandra, possiamo studiare il tono di Andrea?” E lei ha replicato “È importante il tono ma sono importanti anche le parole”, dottoressa Franco che può dirci?

In Statement Analysis studiamo solo le parole, non il tono della voce di chi chiama o di chi è interrogato perché, come il linguaggio non verbale, è soggetto a troppe variabili, cosa che non accade invece con il linguaggio verbale.

– Quanto sono importanti le parole emesse da chi fa una telefonata di soccorso?

Sono di fondamentale importanza investigativa in quanto rappresentano il primo interrogatorio.

– Il dottor Massimo Picozzi, ospite della trasmissione Quarto Grado, ha detto: “Andrea sembra un po’ mettere le mani avanti, appunto dichiarare che anche lui ha riportato dei traumi”, che ne pensa dottoressa Franco?

Andrea Landolfi ha riportato dei traumi. Andrea ha detto il vero, non ha detto però che ci furono due cadute quella sera. La seconda delle quali coinvolse la sola Mariasestina e le fu fatale, mentre quando Andrea e Mariasestina caddero la prima volta all’interno dell’appartamento fu lui a farsi male.

– Alla domanda di Alessandra Vieri “Quanto sono importanti per gli inquirenti telefonate del genere?”, Picozzi ha risposto: “Ehm, francamente sono suggestioni eh possono contare ma non hanno mai un valore… assoluto, certamente”, dottoressa Franco vuole replicare?

L’ho già detto, le telefonate di soccorso equivalgono ad un primo interrogatorio e, quand’anche il soggetto che chiama dissimuli, spesso permettono di ricostruire i fatti con precisione indicando la strategia d’indagine.

– Come si diventa analista?

Studiando una decina di ore al giorno per qualche anno e poi non smettendo più.

– Torniamo al caso Landolfi/Arcuri, cosa emerge di importante dalla telefonata di Andrea?

Emerge che Mariasestina cadde da sola dalle scale esterne dell’appartamento della nonna di Andrea e questo dopo che i due ragazzi erano caduti insieme all’interno dell’appartamento.

Conferme a questa ricostruzione vengono dall’analisi di un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio.

Mariasestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella dalla quale si accede all’appartamento della Iezzi. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Mariasestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

Quando Mirella Iezzi ha detto al PM di aver sentito suo nipote dire “Attenta Mariasestina che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: “Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?, lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta.

– Ci riporta lo stralcio di telefonata dal quale si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento.

Andrea Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Quando il Landolfi dice “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da l’ha, l’ho portata a casa”? E’ vero che il termine “su” è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina fosse caduta sulle scale esterne dell’appartamento.

– E quello dal quale emerge che cadde da sola.

In ben due occasioni Andrea Landolfi ha detto che Mariasestina era caduta da sola: “La mia compagna è cascata qua dalle scale” e “è cascata”.

– Ci illustri la sua ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri.

I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrerla, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste, poi finì a terra.

Omicidio di Alfredo Cappelletti: analisi delle dichiarazioni di Alessandro Cozzi

Alessandro Cozzi

Nel 2011, Alessandro Cozzi ha confessato l’omicidio di Ettore Vitiello, il titolare di un’agenzia per il lavoro di Milano. Cozzi e Vitiello avevano collaborato all’istituzione di corsi di formazione finanziati dalla Regione Lombardia. Cozzi aveva incassato dalla Regione i 34.000 euro che lui e Vitiello avrebbero dovuto dividersi ma li aveva tenuti tutti per sé e in seguito alla richiesta da parte del Vitiello dei propri 17.000 euro il Cozzi lo aveva accoltellato 40 volte alla schiena con un coltello da cucina. Non solo un testimone aveva assistito all’omicidio dalla finestra di fronte ma nella colluttazione con il Vitiello il Cozzi aveva riportato ferite sia alle mani che all’addome.

Alessandro Cozzi, che ha condotto la trasmissione Rai Educational “Diario di Famiglia”, è stato condannato a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Ettore Vitiello (29 marzo 2011) e a 24 anni per quello di Alfredo Cappelletti (13 settembre 1998).

La condanna per l’omicidio Cappelletti è tardiva, infatti, in prima istanza il caso era stato inspiegabilmente archiviato come suicidio. Solo dopo l’omicidio del Vitiello, la procura ha riaperto il caso Cappelletti e ha indagato su Alessandro Cozzi.

Alfredo Cappelletti, una delle vittime

Domenica 13 settembre 1998, l’imprenditore Alfredo Cappelletti, 49 anni, poche ore dopo essersi recato nel suo ufficio di via Malpighi con Alessandro Cozzi, è stato trovato morto proprio dal Cozzi e da sua figlia Elisabetta. L’autopsia ha rivelato che il Cappelletti era stato ucciso da un’unica coltellata al petto. Dalle indagini è emerso che il Cappelletti voleva chiudere i rapporti di lavoro con il Cozzi in quanto lo stesso aveva deviato pagamenti spettanti alla società del Cappelletti, la “Innova Skills srl”, a una società di cui lui e sua moglie erano titolari, la “People Improvement”.

Nel luglio 2017, al termine del processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti, Alessandro Cozzi è stato condannato all’ergastolo. La Corte d’Assise d’Appello di Milano, dopo aver escluso l’aggravante della premeditazione, ha poi riformato la sentenza del primo grado e lo ha condannato a 24 anni di reclusione.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate dall’imputato Alessandro Cozzi durante il processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Alessandro Cozzi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso il suo amico Alfredo Cappelletti e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Alessandro Cozzi: L’impatto di quel momento è… indescrivibile, ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita, va da sé che io non sono stato, lo dichiaro apertamente, ma… se mi fossi fermato… comunque… questo è successo.

Con la frase “L’impatto di quel momento è… indescrivibile” il Cozzi mostra da subito di essere un manipolatore, egli infatti non ci sta dicendo che cosa provò, è vago e lascia carta bianca ai suoi interlocutori per far sì che siano loro ad interpretare le sue parole. 

Quando il Cozzi dice: “ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita” ci conferma che Alfredo è stato ucciso.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Se è innocente “de facto” ci aspettiamo che colga l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso il Cappelletti.

Il Cozzi dice “lo dichiaro apertamente” lasciando intendere che per negare ci voglia coraggio ed invece negare in modo credibile è gratis.

Si noti la congiunzione coordinativa avversativa “ma” dopo il tentativo di negare. Il “ma” esprime esplicita contrapposizione a ciò che precede. La parola “ma” è utilizzata per confutare o minimizzare, tramite il confronto, le parole che la precedono. Le parole che la seguono sono, nel contesto, più importanti per chi parla di quelle che la precedono. Al “ma”, in questo caso segue un’ammissione tra le righe. Quando il Cozzi dice “se mi fossi fermato… comunque… questo è successo”, dice il vero, se il Cozzi si fosse fermato alla discussione il Cappelletti non sarebbe morto quel giorno.

Si sappia che il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che possono avere plurime interpretazioni. 

“comunque… questo è successo” è una dichiarazione da sociopatico. Il Cozzi ha scelto di uccidere il povero Cappelletti, non è stato un evento ineluttabile.

Alessandro Cozzi: Noi eravamo molto amici, da tanti anni, ci eravamo conosciuti in oratorio, come ormai sapete tutti, quando io ero ancora un ragazzo, invece lui era un po’ più grande di me e quindi era un animatore giovanile. Noi due, intendo Alfredo ed io, e le nostre famiglie abbiamo a lungo camminato insieme costruendo quella che io credo proprio si possa chiamare una amicizia autentica, solida, che perdurava nel 1998, non aveva avuto intoppi o inciampi. Proprio perché c’era questa amicizia importante tra Alfredo e me coltivata negli anni. Quando io ho completato il mio processo di studi, mi sono laureatoo… hoo… superato la successiva scuola di perfezionamento superiore, è stato anche naturale tra noi due cominciare a parlare di questioni lavorative. Alfredo mi propose di avvicinarmi al suo mondo, quindi alla consulenza ed alla formazione aziendale.

Una tirata oratoria di intento manipolatorio durante la quale il Cozzi ci riferisce che è cattolico, laureato e perfezionato e che ha famiglia. In statement Analysis sappiamo che la necessità da parte di un soggetto di dipingersi come un “Good Guy” nasconde il contrario: “Good Guy” uguale “Bad Guy”. 

Il fatto che il Cozzi si dilunghi e che ripeta quanto stretto fosse il legame di amicizia che lo legava alla vittima e che perdurasse nel 1998 senza intoppi o inciampi rivela un bisogno di convincere che ci induce a sospettare il contrario.

Alessandro Cozzi: Mentre Alfredo si trovava a Londra per un convegno, la famiglia di Alfredo, la moglie ed i due figli mi hanno chiamato… per chiedermi aiuto. Hanno chiamato me, non un altro, perché avevano una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti e si sono rivolti a me. Le prime parole che mi disse Maria Pia (moglie di Alfredo Cappelletti) era: “In nome della antica amicizia, ti dobbiamo parlare”. Va detto che da diversi mesi Alfredo ed io stavamo molto parlando non soltanto di questioni professionali a… come amici appunto, stavamo parlando di lui, di lui, perché era molto a disagioo… con se stesso, lui sentiva ormai esaurito il suo matrimonio e la cosa lo faceva stare molto male. Aveva combattuto contro questa realtà già da tempo maa… la cosa gli stava a suo dire sfuggendo di mano. Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali, perché loro erano molto preoccupati da questo ventilato abbandono. Ci mettiamo d’accordo che appena Alfredo sarebbe ritornato, era previsto ritornasse il sabato di quella stessa settimana, alla prima occasione io gli avrei parlato… E così si arriva alla domenica. Alla domenica mattina mi chiamano da casa beh… Cappelletti alle 8 e 10. E’ stato Alessandro (figlio di Alfredo Cappelletti) per dirmi che effettivamente la sera prima c’era stato di nuovo un momento di tensione, Alfredo aveva formalmente annunciato l’intenzione di abbandono della famiglia, le parole usate sono state queste.

Dicendo “una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti”, “loro erano molto preoccupati”, “c’era stato di nuovo un momento di tensione” “abbandono della famiglia” e “perché (il Cappelletti) era molto a disagioo… con se stesso” il Cozzi tenta di drammatizzare per lasciare intendere che il povero Alfredo avesse perso la testa in modo da accreditare l’ipotesi suicidiaria. 

E poi dice “Hanno chiamato me, non un altro”, “si sono rivolti a me” e “Mi chiedono dunque di parlargli” per giustificare l’incontro con il povero Alfredo.

Si focalizzi su questo stralcio “Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali”. L’uso di “essenzialmente”  indebolisce la sua affermazione e accoppiato alla frase al negativo “non degli aspettii… professionali” lascia inferire che invece abbiano parlato proprio “degli aspetti professionali”.

Alessandro Cozzi: C’era poi questo elemento delle spese… che furono sollevate in quella riunione familiare, essenzialmente da Alessandro, ma poi tutti le avevamo viste eh succedere. Eee… io ricordo bene che… abbiamo avuto anche un momento più leggero ricordando le origini genovesi di Alfredo, non era mai stato incline alla spesa facile, anzi qualche volta lo si rimproverava di essere un po’ ristretto invece da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate. Penso proprio di ricordare di aver detto una frase del tipo: “L’unica maniera sarebbe farlo interdire”, non è possibile infatti, non era un… progetto, né una proposta.

Ancora una volta, il Cozzi, dicendo “tutti le avevamo viste eh succedere” e “da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate” vuol lasciar passare il messaggio che il povero Cappelletti avesse perso la testa. Peraltro l’uso di “davvero” prima di “esagerate” indebolisce la sua affermazione.

Si noti “Penso proprio di ricordare”, una frase che ci informa che ciò che il Cozzi sta per dire è vero, ma anche che ciò che ha riferito in precedenza non lo è. Non avrebbe infatti ragione di sottolineare di ricordarsi questo fatto posto che chi dice il vero riferisce solo ciò che si ricorda.

Alessandro Cozzi: Io non so quanto c’entrasse in questo la… supposta, presunto vicenda con Laura Daglia, abbiamo già sentito dire qui che in ufficio la cosa destava imbarazzo a tutti. Io e lui ne avevamo anche parlato. C’era stato un rimprovero da parte della figliola al padre ed alla Daglia stessa, comunque Alfredo a me personalmente non ha mai detto: “Io ho una relazione con Laura Daglia”, non l’ha neanche negato. Però devo pure testimoniare che non l’ha detto. Mi sembrava che ci fosse un interesse un poco più che amicale. Ma comunque Alessandro (il figlio di Alfredo) la mattina mi conferma che Alfredo vuole andare via, dopodiché siamo andati a messa come era nostra abitudine. Dopo la messa, come già sapete, che vuol dire verso le 11 del mattino, f… forse qualche minuto prima, ho agganciato Alfredo e ho cominciato questa conversazione, siamo arrivati fino all’ufficio.

Si noti che il Cozzi rimarca che, per lui andare a messa era un’abitudine per tornare a rappresentarsi come un “Good Guy”.

All’esame medico legale, sul corpo del Cappelletti sono state rilevate una ferita penetrante da arma da taglio all’emitorace sinistro, sopra il capezzolo, e una piccola ferita da taglio sull’eminenza tenar della mano destra. La ferita al torace interessò gli organi interni, il lobo superiore del polmone sinistro, il sacco pericardico e il lobo inferiore del polmone destro con un tramite alto/basso, sinistra/destra. Assenti sia le classiche lesioni da difesa che presentano alle mani le vittime di omicidi per accoltellamento che le cosiddette ferite “di assaggio” che di solito si auto infliggono, prima del colpo mortale, coloro che intendono suicidarsi accoltellandosi al cuore, al petto.

Al momento del ritrovamento Alfredo Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra. E’ infrequente che un suicida estragga il coltello dopo essersi accoltellato. A Ospedaletto, Pisa, nel luglio 2019, il cadavere di un uomo che aveva un grosso coltello da cucina conficcato nel petto è stato ritrovato nel parcheggio di un’aera commerciale. L’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza hanno permesso di ricostruire i fatti: l’uomo, un operaio residente a Cascina, ha raggiunto il parcheggio intorno alle 5.00 del mattina, è sceso dall’auto, ha bevuto una bottiglia di trielina estratta dal bagagliaio, si è poi sedutoin macchina e si è accoltellato al petto.

Nel racconto del Cozzi, si noti la frase “ho agganciato Alfredo”. E’ una frase particolarmente interessante per l’uso del termine “agganciato”, termine che il Cozzi non pronuncia a caso. Potrebbe trattarsi di Leakage. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime. In questo caso, il termine “agganciato” potrebbe riferirsi alla dinamica omicidiaria. Alfredo Cappelletti fu infatti pugnalato al torace dopo essere stato “agganciato” dal Cozzi da dietro. In parole povere, il Cozzi pugnalò il Cappelletti prendendolo alle spalle, come ipotizzato dal PM Maurizio Ascione, simulando quindi l’azione di un “gancio”, poi estrasse il coltello e lo appoggiò “nella mano sinistra” della vittima perché era a conoscenza del fatto che Alfredo era stato appena colpito da un’ischemia che aveva indebolito l’intero lato desto del corpo”. La lesione all’eminenza tenar della mano destra è riconducibile, come suggerito da uno dei medici legali, “ad un gesto istintivo, di chi si porta la mano dove è stato colpito”.

L’arma del delitto

Alessandro Cozzi: Io nel pomeriggio l’ho chiamato, alle 16 e 44 eee… sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso. Eee… di nuovo ci siamo recati in ufficio e lì abbiamo, invece, ehm… avuto un colloquio molto denso, questa volta io non sono stato sulle generali, sono stato sicuramente molto più esplicito… ehm… e forse anche un po’ duro… forse sì… e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia e questa volta Alfredo ha corrisposto, abbiamo dialogato più intensamente, ha forse maggiormente aperto eh… se stesso dicendo della sua stanchezza, del suo disagio del… di nuovo abbiamo affrontato il tema della paura di una potenziale paresi per effetto della… dell’ischemia, però nel corso del colloquio eh… dopo una prima parte, diciamo il primo quarto d’ora che è stato anche un po’ spinoso, perché io dicevo cose e lui me le rintuzzava, c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa… e un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava e ha detto: “Beh grazie, tutto questo deve essere oggetto di riflessione”. Io… ho detto: “Va bene, pensaci”. Lui mi ha detto: “Ci pe… voglio pensarci subito e quindi lasciami qua, ci penso, ti richiamo”… Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa, lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso e credo che fosse la cosa giusta per lui, che lui dovesse pensare, che lui dovesse riflettere, per cui sono andato via.

Un’altra tirata oratoria/sermone. Si notino “sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso” e “invece”, parole che ci rivelano che l’argomento della conversazione cambiò rispetto a quello affrontato poche ore prima. 

Questo stralcio “e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia” è da considerarsi un sermone. In Statement Analysis consideriamo il sermone una lezione morale non necessaria rivelatrice di una proiezione della colpa e di disprezzo nei confronti degli interlocutori.

“dicendo della sua stanchezza, del suo disagio” “della paura di una potenziale paresi” sono frasi finalizzate a dipingere la vittima come un potenziale suicida.

Quando il Cozzi dice “c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa”, parla del momento in cui ha ucciso il Cappelletti. “profonda” è stata infatti la pugnalata inferta ad Alfredo.

Lo ripeto, il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che lasciano spazi a più interpretazioni. 

“Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa” è un tentativo di ingraziarsi gli interlocutori.

In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui è accusato e di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. “io porterò il rammarico” può essere considerata una frase equivalente a “mi dispiace”. 

Quando il Cozzi dice “un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava” e “lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso” ci descrive il post accoltellamento e l’amico morente il quale ormai poteva solo ascoltare ed accennare. Come riferito in udienza dal medico legale, la morte del Cappelletti non fu immediata e il Cozzi ce lo conferma.

Quando il Cozzi dice “e credo fosse la cosa giusta per lui”, si riferisce alla pugnalata. Non prova rimorso.

La moglie di Alfredo Cappelletti, Maria Pia, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamata dopo aver lasciato il marito in ufficio il giorno dell’omicidio dicendole: “Io ho parlato con Alfredo, gli ho detto che ha una brutta faccia e gli ho detto: “Ma ti stai separando da tua moglie o hai un tumore?”, così proprio di… di… eee… lui non gli ha voluto rispondere o qualcosa di simile”.

Il Cozzi con “brutta faccia” fa riferimento alla faccia del povero Alfredo ferito a morte, il quale naturalmente non poteva rispondergli. C’è una sprezzante ironia in queste parole.

Se come riferito in udienza, il Cappelletti temeva di avere un tumore, il Cozzi non può che averle pronunciate per aumentare lo stato d’ansia di Alfredo.

Il figlio di Alfredo Cappelletti, Alessandro, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamato verso le 20 e 10, 20 e 15 sul cellulare il giorno dell’omicidio dicendogli: “Vieni a casa, ho risolto tutto con il papà”

Il Cozzi non mentì ad Alessandro, egli infatti, dopo aver ucciso Alfredo, credette di aver “risolto tutto”. C’è una sprezzante ironia anche in queste parole.

Alessandro Cozzi: Poi mi hanno fatto notare che… non aveva… la macchina per cui ho telefonato in Innova e sul suo cellulare, prima sul telefono fisso e… neanche un minuto dopo sul telefono cellulare. Evidentemente perché avevo intenzione di ri-chiamare sul telefono fisso, cosa che non ho fatto, perché come si vede sempre dal tabulato… a distanza di 3 minuti ho chiamato di nuovo la famiglia Cappelletti e è in questa telefonata che è emersa la possibilità che venisse qualcuno di loro, quindi, probabilmente io ero già in strada, sono tornato indietro, ho raccolto Elisabetta Cappelletti, che si è offerta di venire con me e siamo andati in ufficio. E, come voi sapete, lo abbiamo trovato morto.

La figlia di Alfredo Cappelletti Elisabetta ha dichiarato in udienza: “Mio padre uscì in jeans e camicia, senza le chiavi dell’ufficio, tanto le aveva il consulente. Dopo un paio d’’ore Cozzi ci chiamò per avvertirci che papà avrebbe tardato perché voleva tornare a piedi. Mamma fece notare che non poteva chiudere l’’ufficio e allora lui venne a prendermi”.

Alessandro Cozzi: Ci sono stati giorni frenetici successivamente, bisognava, da un lato cercare di rassicurare tutti eh i clienti e i collaboratori, Gaetano ed io abbiamo fatto del nostro meglio, la famiglia ovviamente… Nelle poche settimane successive a quella metà di settembre è evidentemente maturata la preoccupazione da parte della famiglia, in ufficio si respirava un’aria molto molto pesante e tesa eh… che ha portato, come sapete, al mio allontanamento da Innova Skills che si è formalizzato a fine ottobre di quell’anno.

Alessandro Cozzi: Siamo entrati, il corridoio è breve, camminavamo, Elisabetta ed io, io l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra, per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta. Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto,c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano… non impugnato strettamente, appoggiato nella mano sinistra con la lama, così, diciamo, verso la gola, lui era sdraiato supino per terra ed era chiaramente morto, quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse. Elisabetta è scoppiata in lacrime, si è accasciata lì poco lontano nel corridoio, ho dato una seconda occhiata… penso in questa seconda occhiata di essermi abbassato a toccare il battito eh non sono sicuro esattamente di averlo fatto, però credo proprio di sì. E a quel punto, sconvolto io, naturalmente vedendo Elisabetta sconvolta, avevo bisogno di un sostegno, ho chiamato Gaetano Morgese, che abita molto vicino all’ufficio, sapevo che sarebbe potuto arrivare molto in fretta e poi era l’altra persona, come dire, con cui condividere un momento di questo genere, la persona che in azienda aveva il ruolo… più vicino, l’ho chiamato, lui è arrivato e tutto il resto lo sappiamo già.

La parte iniziale di questo racconto serve al Cozzi per giustificare l’annuncio prematuro fatto ad Elisabetta del “suicidio” del padre: “il corridoio è breve” “io l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra” e “Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto, c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano”.

Si noti che il Cozzi sente la necessità di riferire che il coltello si trovava “nella mano sinistra” della vittima perché è a conoscenza del fatto che i soccorritori spostarono il coltello sul tavolo alterando la sua messinscena (staging).

Si noti che il Cozzi non dice che il Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra ma “appoggiato nella mano sinistra”, in pratica descrive un’azione, un’azione di cui è a conoscenza perché è stato lui a farla, è stato infatti lui ad appoggiare quel coltello “nella mano sinistra” della vittima. Il Cozzi mise il coltello nella mano sinistra del Cappelletti per strafare, aveva infatti bisogno di convincere che Alfredo si fosse ferito da solo e sapeva che non avrebbe potuto farlo con la mano destra in quanto era ancora indebolita dall’emiparesi che lo aveva colpito. 

Si noti ancora la necessità del Cozzi di rappresentarsi come un “Good Guy” attraverso le frasi “per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta” e “quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse”. Frasi che hanno qualcosa di mostruoso posto che è stato lui a togliere la vita al padre di Elisabetta.

Si noti “avevo bisogno di un sostegno”. E’ il Cozzi ad aver bisogno di un sostegno perché teme di essere accusato di omicidio. “avevo bisogno di un sostegno” è una frase equiparabile ad una inaspettata richiesta d’aiuto per sé, invece che per la vittima, durante una telefonata di soccorso. Anche don Paolo Piccoli, dopo aver ucciso il suo confratello don Giuseppe Rocco cercò conforto per sé.

Don Paolo Piccoli: “(…) e fui chiamato dal capo manutentore eee… che mi disse se potevo andare a dire una preghiera con don Rocco, io lì per lì non ho capito, dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. Eh, son rimasto un po’ così, ho preso un caffè, un attimino per confortarmi, sono rientrato in stanza, ho messo… ho messo la veste velocemente, purtroppo senza… senza ah mettere la camicia e sono salito in camera dove ho proceduto al… intanto ad accertarmi, com’è… com’è obbligatorio fare, della temperatura del cadavere, essendo ancora tiepido, ho proceduto, secondo la consuetudine generale della chiesa, ad impartire il sacramento dell’estrema unzione sotto condizione e poi la benedizione apostolica”.

Alessandro Cozzi: Dopo quell’episodio ischemico di giugno, totalmente imprevisto e imprevedibile, la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato, soprattutto alla luce del fatto che sua sorella, un anno prima, aveva avuto la stessa cosa e ne era rimasta paralizzata, una emiparesi irreversibile. In luglio era tornato al lavoro dopo la… il recupero dalla fa… dal fatto ischemico, però aveva un atteggiamento diverso ehm… mi disse, in luglio, che voleva cambiare tutto, che non andava più bene, che lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione. Poi è venuto l’agosto, lui è andato via, quando l’ho rivisto l’ho trovato sicuramente, come dire, fisicamente riposato… apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato

“la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato”, “lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione” e “apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato” sono ulteriori tentativi di accreditare l’ipotesi suicidiaria.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Alessandro Cozzi non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Alfredo Cappelletti. Ha mostrato di essere un manipolatore, di essere privo di empatia, di senso di colpa e di rimorso. Colpisce la sottile sprezzante ironia presente nelle sue dichiarazioni in udienza e nelle comunicazioni fatte ai familiari della vittima il giorno del suo omicidio. 

Infine, l’uso di testate espressioni antiquate di richiamo poetico caratterizzano il linguaggio del Cozzi e sono finalizzate alla manipolazione dei suoi interlocutori. Ad esempio espressioni come “Alfredo ed io” ed “Elisabetta ed io” sembrano tratte da questo stralcio di un sonetto di Dante Alighieri. 

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio […]”.

Analisi di uno stralcio di una testimonianza di un conoscente del Cappelletti

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ma eh lei rende delle dichiarazioni il gio… il 14 settembre del ’98, ovvero il giorno dopo della morte di Cappelletti, ma come fa ad essere così sicuro che si trattò di suicidio?

Tiziano Colinetti: (tossisce) Io Alfredo Cappelletti l’ho visto a mezzogiorno circa, della domenica, che era sostenuto da Alessando Cozzi, perché era… era scon-volto e… come l’ho visto, sono rimasto…

Si noti che il Colinetti sente la necessità di sottolineare la parola “scon-volto” scandendola, ma prima di pronunciarla prende tempo ripetendo per due volte “era”. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sostenuto? Sostenuto?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano Colinetti: Sostenuto. Sì, sì. Era veramente fuori di sé completamente ehm… sono rimasto stupito e meravigliato, infatti sono arrivato a casa terminata la messa e ho detto a mia moglie: “Ho visto Alfredo… messo malissimo, malissimo

Ed invece:

  1. ripete “Sostenuto”, per prendere tempo per pensare a cosa dire;
  2. ripete “Sì” per due volte segnalandoci che la domanda dell’avvocato Brambilla è per lui sensitiva;
  3. fa seguire al “Sì” una tirata oratoria nella quale utilizza termini quali “veramente fuori di sé completamente”, “sono rimasto stupito e meravigliato” e “messo malissimo, malissimo” che ci rivelano il suo bisogno di convincere che il Cappelletti possa essersi suicidato. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ha parlato con lui?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano Colinetti: Sì, ci siamo parlati un attimo eee… ho visto che era assente, completamente assente. Veramente io sono rimasto malissimo e mi sono… detto: “Cosa fa… cosa posso fare?”.

Ancora una tirata oratoria nella quale il Colinetti utilizza termini quali “era assente, completamente assente”, “veramente”, “io sono rimasto malissimo” che ci rivelano ancora una volta che il Colinetti ha bisogno di convincere, un bisogno che, se dicesse il vero, non avrebbe. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: E come mai oggi, a differenza di ieri, cioè solo oggi ci dice che il Cappelletti era sconvolto?

Tiziano Colinetti: No, guardi che io l’ho detto ai giu… giudici.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Qui dice “triste”, qui dice “triste”, non dice “sconvolto”.

Tiziano Colinetti: Adesso non mi ricordo per quale motivo, comunque sono certo cheee… era sconvolto.

“non mi ricordo” è una frase usata da chi desidera falsificare un vuoto di memoria.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sì, però lo deice solo ora signor… signor Collinetti.

Tiziano Colinetti: Guardi non mi ricordo, sono passati vent’anni posso m… dire eee… sono certo comunque che era sconvolto.

Il Colinetti continua a falsificare un vuoto di memoria.

PM Maurizio Ascione: Perché era sconvolto? “Sconvolto”, poi magari lei appunto anni fa disse “triste”, adesso… Perché aveva questo stato d’animo negativo cappelletti, lei che lo conosceva bene come amico e tutto quanto. Sa che cosa era successo all’epoca?

Tiziano Colinetti: Si sapeva, si mormorava di questa aavventura, di questa uscita, si vedeva… …Eeee…. Pia più volte disse a noi che… era stanca di questa situazione e so che stava per chiedere a Alessandro, che in termini di comunicazione era più capace, di intervenire pesantemente, in termini verbali, sottolineo i termini verbali perché… per… trovare una soluzione a questa situazione.

Il Colinetti non è personalmente a conoscenza di cosa ci fosse realmente tra il Cappelletti e la Daglia, perché si affida a ciò che “si sapeva, si mormorava”? E perché la definisce “avventura” e “uscita”? 

Tiziano Colinetti: Aveva dei problemi già precedentemente mmm…

Giudice: Ma che tipo di problemi?

Tiziano Colinetti: Io… personalmente ero convinto che lui fosse… fosse… dubbioso che in casa recitassero la parte di qualche… per nascondere qualcosa a lui, ad esempio “Hai un tumore però non te lo dico”.

Giudice: Ma quando lei dice sconvolto, ce lo descriva, come fa a dire era sconvolto?Piangeva?

Tiziano Colinetti: Allora, No. Eraa… appoggiato ad Alessandro eh… traballantemusoo, volto tristissimo, depresso, testa chinata, alc… alche gli ho detto, io sono veneto di origine, per chiudere il discorso, perché stavo… dovevo andare a messa che ero in ritardo e dove dirigere il coro: “Dai che ci troviamo insieme e beviamo un bel bicchier di vino che ci tiriamo su di morale”.

Si notino sia l’esordio con “Allora” che le pause. Il Colinetti mostra di avere bisogno di tempo per pensare a come organizzare la risposta. Una riprova del fatto che la domanda è sensitiva.

Si noti l’utilizzo di termini forti quali “traballante” e “tristissimo”. In un crescendo, il “triste” delle prime dichiarazioni si è trasformato in un superlativo assoluto e il “sostenuto da Alessandro Cozzi” in “appoggiato ad Alessandro”. In pochi minuti le condizioni del Cappelletti appaiono inspiegabilmente peggiorate ed il legame del Colinetti col Cozzi più manifesto, egli infatti, nella risposta al giudice, ne omette il cognome mostrando vicinanza.

Il Colinetti non possiede la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Durante il processo al duplice omicida Alessandro Cozzi, il Colinetti non solo non ha detto il vero sulle reali condizioni del Cappelletti ma ha mostrato di provare un certo risentimento nei suoi confronti, ne è rivelatore l’uso del termine “muso” in riferimento al volto di un brillante padre di famiglia morto prematuramente. “Muso” invece di “faccia” o “volto” o “viso”. Sono gli animali ad avere il “muso”, non gli esseri umani.

BIBLIOGRAFIA