MORTE DI MATTIA MINGARELLI, PROCURATORE GITTARDI: NESSUN DELITTO, MORTO PER LA CADUTA E PER IL FREDDO

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli, 30 anni, è stato ritrovato nel tardo pomeriggio del 24 dicembre da alcuni sciatori nel bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), in località Barchi, a poca distanza dal rifugio dove era stato visto per l’ultima volta in compagnia del proprio cane. Mingarelli era scomparso il 7 dicembre 2018. 

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020

Il procuratore di Sondrio Claudio Gittardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Riteniamo altamente probabile che la scomparsa (di Mattia MIngarelli) non sia collegata ad alcuna attività delittuosa. Per una serie di situazioni, forse legate ad uno stato di alterazione, si è allontanato da solo verso dal rifugio “I Barchi”, è stato male, ha perso il telefono, è tornato nella sua abitazione, dove ha lasciato cappello e cappotto, per poi uscire e cadere accidentalmente nel bosco. Non è stato colpito da nessuno, questo è stato accertato, la caduta e il freddo ne hanno causato il decesso. Resta il giallo sul perché si sia inoltrato nel bosco”

A questo punto la domanda sorge spontanea: Chi ha fantasticato su eventuali responsabilità del povero Giorgio Del Zoppo, gestore del rifugio, ne risponderà?

Mattia Mingarelli

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, il 26 dicembre 2018, in un’intervista a Cronache Lucane, la criminologa Franco aveva escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta: “Il fatto che il gestore del rifugio dove Mattia si era recato abbia trovato del vomito a poca distanza dal cellulare del Mingarelli e le basse temperature della notte del 7 dicembre fanno propendere per una morte per assideramento in un soggetto in preda ad una intossicazione alcolica”. Riguardo all’ipotesi che il corpo potesse essere stato spostato la criminologa Franco ci aveva detto: “E’ una colossale sciocchezza, nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo. E’ noto a tutti che le ricerche spesso falliscono ed i cadaveri vengono ritrovati per caso nelle zone già battute da soccorritori e cani da traccia, si vedano i casi di Elena Ceste, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi e Yara Gambirasio”. Mentre riguardo al cane del Mingarelli: “Qualche tempo dopo la caduta di Mattia evidentemente il cane ha preferito andare a giocare con il cane del Del Zoppo. Dante è un cane da compagnia, non capisco perché gli si vogliano attribuire dei “super poteri” che, nonostante siano addestrati, neanche i cani da ricerca hanno. E’ una leggenda che i cani da compagnia siano in grado di ritrovare i cadaveri dei loro padroni”

Mattia Mingarelli

In un’analisi pubblicata sul suo blog il 28 dicembre 2018 la criminologa Franco aveva scritto: 

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli, né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro, se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore senza alcun timore di venir smentito visto che quel pomeriggio il Del Zoppo e il Mingarelli erano soli. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno di una morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia non sono infallibili come vuole la leggenda. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

Mattia Mingarelli

Riportiamo la Lettera aperta della criminologa Ursula Franco a “La Vita in Diretta”, è datata 9 gennaio 2019 ed è stata diffusa dal giornale d’inchiesta Sylo24, di Simone Di Meo:

“Se lo sfortunato Giorgio Del Zoppo fosse stato vostro padre o vostro marito o vostro fratello, gli avreste riservato lo stesso trattamento? Lo chiedo a voi perché avete permesso a soggetti privi di competenze in campo criminologico di riempirsi la bocca con la parola OMICIDIO in un caso evidente di morte accidentale. 

Non ci si inventa criminologi, servono competenze in campo medico (medicina legale, psichiatria, tossicologia, chimica etc, etc), e a queste competenze, che si acquisiscono soltanto all’Università e che vanno documentate con un bel diploma di laurea, va aggiunta una non meno necessaria approfondita conoscenza della casistica. 

Vi rendete conto che certe inferenze dei vostri opinionisti a digiuno di criminologia non solo espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita di chi, suo malgrado, si trova implicato in un caso giudiziario e spesso impediscono ai familiari di chi muore di farsi una ragione di una eventuale archiviazione?

È un campo delicato quello della giustizia e non dovrebbe esserci spazio per l’approssimazione, né per la disinformazione. 

Avete mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale alcuni individui rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi? 

Esprimersi senza competenze su un caso giudiziario non solo è rivelatore di una mancanza di coscienza di sé ma anche di uno sprezzo per i propri simili.

Sapete che la pressione prodotta da un processo mediatico su una procura e sui giudici è equiparabile ad una pressione idraulica ed è la prima causa di errore giudiziario?

Sapete che per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano soltanto in molti anni di studio? 

Avete mai sentito parlare di “autopsia psicologica”? Prima di fasciarsi la testa con ipotesi omicidiarie conviene sempre focalizzare su eventuali fragilità, frustrazioni o sofferenze di uno/a scomparso/a. Nella maggior parte dei casi infatti un’autopsia psicologica permette di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, a meno che non se ne sottovalutino o neghino deliberatamente le risultanze.

Vi è giunta voce che, nonostante le ricerche, i corpi di Melania Rea, Elena Ceste, Yara Gambirasio, Eleonora Gizzi, Daniele Taddei, Rocco Di Nello, Provvidenza Grassi, Lucia Manca e Saverio Tagliafierro, per nominarne qualcuno, sono stati tutti ritrovati per caso?

Sapete che i cani da compagnia non hanno “super poteri”? Hanno difficoltà a trovare i cadaveri gli addestrati Bloodhound, come vi viene in mente che sia anomalo che il cane da compagnia del Mingarelli non abbia condotto i soccorritori al cadavere del proprio padrone ma si sia invece divertito a giocare con un altro cane?

La casistica insegna che le ricerche con i cani da traccia spesso falliscono, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

L’errato assunto che le ricerche con i cani siano infallibili non solo è la riprova di una mancanza di conoscenza della casistica ma è anche fonte di grossolani errori, conduce, infatti, ad ipotizzare fantomatici spostamenti di cadaveri ed altrettanti fantomatici depistaggi che aprono la strada all’errore giudiziario.

Per non sbagliare più, imparate a riservare ai soggetti informati sui fatti, sospettati o indagati lo stesso trattamento che vorreste vi fosse riservato o fosse riservato ad un vostro caro, per chi specula sulle disgrazie altrui c’è spazio in televisione ma non in paradiso.

Ursula Franco”

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE PAROLE DI ANDREA LANDOLFI AD UN’AMICA, “SIAMO PRIMA ROTOLATI” E “L’HO LANCIATA”, CONFERMANO CHE QUELLA SERA FURONO DUE LE CADUTE

Andrea Landolfi e Maria Sestina arcudi

Nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”, un’ulteriore conferma del fatto che quella sera furono due le cadute.

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020 

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. 

La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse: 

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta e non agli eventi che seguirono alla seconda caduta della ragazza, quella mortale”

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

– Dottoressa Franco, c’è un’altra conferma alla sua ricostruzione?

Sì, nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”. Si noti “Siamo prima rotolati”, la parola “prima” è lì ad indicarci che ci furono due eventi, due cadute, una “prima” caduta che coinvolse entrambi i ragazzi ed una seconda che coinvolse la sola Mariasestina.

– Dottoressa Franco, che pensa delle dichiarazioni delle ex fidanzate del Landolfi che lo descrivono come un bravo ragazzo che però cambia in seguito all’ingestione di alcool?

Le rispondo con una dichiarazione al PM dello zio del Landolfi: “Io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti di altre storie di Andrea […] Quelle volte che io l’ho visto di giorno è un ragazzo splendido, poi mi dicono che di notte, quando beve… eee cambia, diventa…. eee cambia… cambia nel senso che diventa nervoso, diventa più… più… più… più… come posso dire, più… un ragazzo più grintoso” e con alcuni stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcool, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti […] Il 23 giugno 2008 è stata la nonna […]  che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un “gesto di violenza” con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che “è a volte violento”. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come “ubriaco e strafatto”.

Omicidio di Chiara Poggi, criminologa Ursula Franco: la testimonianza di Manuela Travain è contaminata ed è pertanto da cestinare

Criminologa Franco: “Tutte le risposte sono state suggerite alla Travain da chi le ha posto le domande. Peraltro la Travain ci ha anche rivelato di avere bisogno di convincere quando ha detto “Spalancato” invece che “aperto”, quando ha ripetuto “Sì” per due volte e quando ha fatto riferimento a ciò che aveva visto nei giorni precedenti per avvalorare “Chiuso”. In parole povere la Travain ha mostrato di non potersi avvalere del cosiddetto muro della verità”

Le Cronache Lucane, 29 giugno 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori, si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della testimonianza di Manuela Travain diffusa durante la trasmissione Quarto Grado?

É completamente contaminata ed è pertanto da cestinare.

– Dottoressa Franco, esaminiamola insieme con la Statement Analysis.

D: Ed era aperto il cancelletto?
R: Spalancato.
D: Spalancato… chiusa la porta?
R: Chiusa.
D: Chiuse le finestre anche?
R: Sì, sì.
D: Chiuse tutte le finestre!?
R: Chiuso, come tutti i giorni precedenti.

Tutte le risposte sono state suggerite alla Travain da chi le ha posto le domande. Peraltro la Travain ci ha anche rivelato di avere bisogno di convincere quando ha detto “Spalancato” invece che “aperto”, quando ha ripetuto “Sì” per due volte e quando ha fatto riferimento a ciò che aveva visto nei giorni precedenti per avvalorare “Chiuso”. In parole povere la Travain ha mostrato di non potersi avvalere del cosiddetto muro della verità.

– Dottoressa Franco, perché i testimoni non sempre dicono il vero?

Fattori personali ed elementi esterni agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale, acquisizione, ritenzione e recupero, distorcendolo. Tali distorsioni, sommandosi, tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Alcuni testimoni, pensando di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Spesso sono coloro che li interrogano ad aiutarli a mentire. Chi interroga infatti deve limitarsi a fare domande aperte e non deve introdurre parole nuove.

– Dottoressa Franco, chi ha ucciso Chiara Poggi?

Alberto Stasi.

PADRI E MADRI CHE UCCIDONO, INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA FRANCO

Anche i predatori sessuali violenti uccidono i bambini dopo averli rapiti ma la maggior parte degli omicidi di bambini sono commessi dai familiari: ragazze madri, madri e padri che vivono in famiglia, padri de facto e padri separati.

Le Cronache Lucane, 29 giugno 2020

Abbiamo intervistato la dottoressa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi uccide i bambini e perché?

Anche i predatori sessuali violenti uccidono i bambini dopo averli rapiti ma la maggior parte degli omicidi di bambini sono commessi dai familiari: ragazze madri, madri e padri che vivono in famiglia, padri de facto e padri separati. I bambini vittime delle madri sono mediamente più giovani di quelli vittime dei padri. Spesso chi uccide è affetto da un disturbo di personalità o è un soggetto che proviene da una famiglia disfunzionale. Le ragazze madri che uccidono, sono donne immature a causa della giovane età e con bassa autostima, spesso prive di supporto economico, sociale e affettivo. Le madri che vivono in famiglia e uccidono, nella maggior parte dei casi sono affette da un disturbo psichiatrico sottovalutato dal medico curante e dai familiari, una psicosi, una depressione post partum o un disturbo di personalità. Veronica Panarello e Annamaria Franzoni sono affette rispettivamente da un disturbo borderline accompagnato da tratti istrionici e narcisistici e da un disturbo borderline accompagnato da tratti isterici, narcisistici, paranoidi e psicotici. I padri de facto (patrigni), ovvero quegli uomini che hanno una relazione con una donna che ha avuto uno o più figli con un altro uomo, quando uccidono, il più delle volte sopprimono un unico bambino in modo violento e l’omicidio è l’ultimo atto di un “percorso” di abusi. Raramente questi uomini si suicidano dopo il delitto. In molti casi la madre si “associa” con il patrigno contro il bambino. I padri che uccidono in seguito al fallimento del matrimonio, sia quelli separati che quelli che vivono ancora in famiglia, in genere pianificano ogni dettaglio degli omicidi, uccidono più persone, spesso tutti i loro figli e nella metà dei casi anche la madre degli stessi. Alcuni di loro, dopo aver commesso gli omicidi, si suicidano. Una storia di violenze intra-familiari è quasi sempre il motivo della separazione dalla moglie o compagna. Per i padri separati che sterminano tutta la famiglia, gli omicidi sono un modo perverso di riprendere il controllo sui loro figli e sulla ex compagna. Ciò che invece conduce i padri separati ad uccidere soltanto i figli sono la rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti della madre dei bambini. In questi casi il padre che uccide non vede più i propri figli come esseri umani ma come oggetti, pedine da usare per avere una rivalsa nei confronti della ex. Spesso lasciano messaggi attraverso i quali cercano di spiegare il loro gesto, di solito attribuendone indirettamente la responsabilità alle loro ex.

– Dottoressa, può farci alcuni esempi?

A Cisterna di Latina (Roma), il 28 febbraio 2018, Luigi Capasso, un carabiniere di 43 anni ha sparato tre colpi d’arma da fuoco alla ex compagna Antonietta Gargiulo , ha ucciso le loro due bambine di 8 e 13 anni e poi, dopo una trattativa di 9 ore con i negoziatori, si è suicidato. Capasso ha lasciato alcuni assegni e 5 lettere indirizzate ai suoi familiari. Alla moglie Antonietta ha scritto: “Non dovevi farlo”.

A San Giovanni La Punta (Catania), iI 22 agosto 2014, Roberto Russo, 47 anni, ha accoltellato a morte la figlia Laura di 12 anni, ha ferito gravemente l’altra figlia Marika, 14 anni, e ha poi tentato di togliersi la vita. Russo era stato licenziato e sua moglie Giovanna Zizzo lo aveva lasciato dopo aver scoperto di essere stata tradita. Russo, prima di aggredire le figlie, aveva scritto una nota che è stata ritrovata dai carabinieri dei RIS di Messina.

Il 3 febbraio 2011 Matthias Schepp, un ingegnere di 44 anni, si è suicidato gettandosi sotto un treno in corsa a Cerignola (Foggia). Schepp viveva in Francia, era separato dalla moglie Irina Lucidi con la quale aveva due figlie gemelle, Alessia e Livia. Prima di uccidersi l’uomo ha ucciso le bambine e ha nascosto i loro corpi. Matthias Schepp ha lasciato un testamento, ha scritto alla moglie due cartoline e ha impostato otto lettere con 6000 euro in contanti, due di queste, con un totale di 1500 euro al loro interno, sono state trovate nella cassetta delle poste della stazione di Cerignola. Schepp in una missiva destinata alla moglie ha scritto: ”Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio. Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e venire a Neuchatel, era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!! Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo. Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare”.

Il 4 gennaio del 1994, Tullio Brigida (Civitavecchia, 1956) ha ucciso i suoi tre figli Laura, Armandino e Luciana di 13, 8 e 3 anni al fine di far soffrire la ex moglie Stefania Adami. Brigida, dopo aver addormentato i bambini con un sonnifero, li ha asfissiati con il monossido di carbonio proveniente dal tubo di scappamento della sua auto e ha poi seppellito i loro corpi nelle campagne di Cerveteri. I loro resti sono stati ritrovati il 20 aprile del 1995. Il PM che si occupò del caso ebbe a dichiarare: “Li ha uccisi per colpire la moglie, per farla soffrire. Del resto non li ha mai amati. Nei loro confronti nutriva soltanto una forma di possesso. Erano diventati uno strumento contro Stefania Adami. E’ un uomo senza cuore. L’ ho interrogato una trentina di volte, non mi ha mai detto cosa faceva per tranquillizzare Laura, Armando e Luciana, non mi ha mai voluto dire come li confortava dopo averli strappati alla madre… li portò via di casa per l’ odio maturato contro Stefania. Non c’ è stata nessuna Rosaria Greco (la presunta baby sitter di cui parlò l’ imputato n.d.r.); né c’ è stata alcuna responsabilità dell’ ex amico di Brigida, Vincenzo Bilotta. Chiedo l’ ergastolo”. Gianluca Graziani, invece, difensore di Tullio Brigida, vuole l’ assoluzione perché “Brigida non ha commesso il fatto, o comunque, per insufficienza di prove”.

Pochi giorni fa, a Margno, nel Lecchese, Mario Bressi, 45 anni, ha ucciso i suo due figli gemelli, un maschio ed una femmina di 12 anni e si è poi suicidato gettandosi dal Ponte della Vittoria a Maggio di Cremeno. La madre dei bambini si era recata nella casa palcoscenico del duplice delitto dopo aver ricevuto dal marito un inquietante messaggio: “Non li rivedrai più”. Sui social il Bressi aveva inoltre pubblicato una foto sua e dei gemelli accompagnata dal seguente commento: “Con i miei ragazzi sempre insieme”

– Dottoressa Franco, la depressione può condurre un padre ad uccidere i propri figli?

Certamente, un padre depresso, ad esempio per motivi legati alla perdita del lavoro, può decidere di suicidarsi e di portare con sé tutti i familiari per i quali è incapace di vedere un futuro. In questi casi si parla di “suicidio allargato”. Dal punto di vista di un soggetto depresso che uccide i familiari e si suicida, gli omicidi dei familiari sono omicidi altruistici commessi per tutelarli dalle sofferenze che, a suo avviso, la vita ha in serbo per loro. In altri casi il movente è legato all’imminente separazione tra i coniugi. 

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere altro?

Esistono soggetti che sterminano la famiglia perché la vivono come un ostacolo.

Il 14 giugno del 2014, Carlo Lissi ha sgozzato la propria moglie Cristina Omes ed i due figli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, per liberarsi di loro e vivere da single il suo nuovo amore, tra l’altro un amore non ricambiato. Lissi ha dichiarato agli inquirenti: “Mi consideravo un buon papà e un pessimo marito. Prima di conoscere Maria ho avuto altre due esperienze extraconiugali con colleghe. Ho conosciuto Maria a marzo. Condivideva la mia passione per la moto, abbiamo iniziato a parlare, andavamo a pranzo insieme, la nostra intesa aumentava. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, lei aveva una relazione e mi ha detto che non avrebbe mai tradito il partner. Ma io ho creduto che lei fosse il vero amore. Ho iniziato a pensare alla separazione, avevo visto che ci poteva essere il divorzio veloce, ho chiesto a due miei colleghi: uno mi aveva detto di avere dovuto affrontare qualche sacrificio economico e di avere perduto l’affetto dei figli per colpa della ex moglie. Avevo tanti pensieri, ma il mio fine era lei, avrei sopportato di stare da solo per qualche tempo con la prospettiva di attenderla. Pensavo a lei ogni momento libero. Non so se voi vi siate mai innamorati alla follia? Sentivo lo stomaco in subbuglio, attendevo sempre di vederla, pensavo a lei in continuazione. Volevo la separazione ma ero bloccato, preoccupato del giudizio dei miei genitori, dei parenti di lei, angosciato dal timore di una conflittualità in cui il rapporto con i figli ne avrebbe risentito”.

In Illinois, nel maggio 2009, Christopher Coleman ha strangolato nel sonno sua moglie Sheri, 31 anni, e i loro due figli, Garrett e Gavin, di 11 e 9 anni e ha poi imbrattato i muri della casa ed il letto di uno dei bambini con messaggi scritti con una bomboletta spray allo scopo di sviare i sospetti da sé. 

APPIAPOLIS: L’omicidio di Chiara Poggi in 10 punti

images

– Il profilo psichico di Alberto Stasi

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado e assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto Stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL.

In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

9

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito “raccapricciante” dalla corte d’Appello di Milano.

Dal punto di vista dell’analisi statistica, i soggetti affetti da parafilie uccidono con maggior frequenza dei soggetti sani.

– Il movente dell’omicidio

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi sono sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che conduce un soggetto ad uccidere, in un altro può destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Con tutta probabilità, Chiara Poggi, poche ore prima di venir uccisa minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Il 12 agosto, Stasi aveva intenzione di dormire con la fidanzata, furono i dissidi con Chiara che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione, ovvero il movente dell’omicidio. Se avesse avuto intenzione di tornare a casa sua a dormire, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo in via Carducci. 

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

  • Omicidio premeditato: Stasi, dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.
  • Omicidio d’impeto: Stasi, dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non “sputtanarlo”, ma non è riuscito nel suo intento, e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi, rivelazioni che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, Stasi, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, sognava un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore in una delle più importanti università italiane.

Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della bicicletta di Stasi, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima. Se Alberto fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla, avrebbe quantomeno nascosto la sua bicicletta nel giardino di casa Poggi.

– La bicicletta

Il giorno dell’omicidio, Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei Milano.

La signora Franca Bermani ha dichiarato di aver visto una bicicletta nei pressi del cancello di casa Poggi verso le 9.10 del 13 agosto 2007, giorno dell’omicidio di Chiara. La testimone associò la presenza della bicicletta ad un risveglio precoce di Chiara ad opera dell’ospite con la bicicletta. Chiara aveva disattivato l’allarme perimetrale della propria casa alle 9.12, molto probabilmente in concomitanza con l’arrivo di questo soggetto. L’associazione di idee della signora Bermani, bicicletta/risveglio, le ha permesso di ricordare di aver visto una bicicletta a quell’ora, la sua testimonianza è quindi credibile per quanto attiene alla presenza di una generica bicicletta.

La Bermani non si è limitata però a dichiarare di aver visto una bicicletta, che tra l’altro vide da dietro e da circa 15 metri di distanza, ma l’ha descritta, arricchendo di dettagli la sua testimonianza durante l’udienza. La Bermani, nonostante fosse lucida ed in buona fede, ha fornito dettagli che non aveva motivo di ricordare.

Se la testimonianza della teste fosse stata valutata sulla base della psicologia della testimonianza, sarebbero emerse le involontarie falsità e inesattezze riferite dalla Bermani.

Il giudice Vitelli, nonostante avesse compreso il rischio di assumere come veritiera la descrizione in toto della bicicletta ad opera della teste Bermani, nell’analisi critica di tale testimonianza ha purtroppo giudicato credibile quella parte di testimonianza riguardante il modello e il colore della bicicletta.

Unico dato testimoniale certo era invece la presenza di una bicicletta.

Il 25 agosto 2007 la Bermani, in sede di sommarie informazioni, descrisse così la bicicletta: di colore nero, la sella alta con le molle sottostanti cromate, il portapacchi posteriore a molla, la canna curva e non rettilinea, senza i copriruote posteriori, mentre in udienza disse che la bicicletta aveva i copriruote posteriori.

Sella della bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo

La sella alta con le molle sottostanti cromate, il portapacchi posteriore a molla, i copriruote posteriori e pure la canna curva sono elementi descrittivi della bicicletta Umberto Dei Milano in uso ad Alberto Stasi.

Bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo

Quando alla Bermani fu mostrata la bicicletta Bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo di Alberto Stasi, la teste negò con forza che fosse quella vista la mattina dell’omicidio. La bicicletta le fu mostrata in una prospettiva frontale e non da dietro come lei ricordava di averla vista e anche per questo non può che esserle apparsa diversa.

Viene da chiedersi su quale base il giudice Vitelli abbia ritenuto che alcuni tra i dettagli riferiti dalla Bermani corrispondessero alla bicicletta di quella mattina e abbia invece escluso tutti quelli riferibili alla bicicletta Umberto Dei Milano di Alberto Stasi.

Il giudice Vitelli, per non sbagliare, avrebbe dovuto attenersi ad un’unica macrodescrizione: bicicletta.

Le parti civili avrebbero dovuto mettere in dubbio che la bicicletta vista dalla Bermani fosse “nera da donna”.

La consulenza di un esperto di psicologia della testimonianza avrebbe permesso di attribuire il giusto (dis)valore alla testimonianza della Bermani. Nessun teste è capace di rievocare i fatti di cui è stato testimone sotto forma di riproduzioni fotografiche. Un teste, suo malgrado, è capace solo di rievocare verità soggettive. A causa di distorsioni, falsi ricordi e dimenticanze, il ricordo non è altro che una personale interpretazione dei fatti osservati. Fattori personali ed elementi esteriori agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale, acquisizione, ritenzione e recupero, distorcendolo. Tali distorsioni, sommandosi, tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Alcuni testimoni, pensando di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Un’altra causa di errore deriva dal modo in cui un esaminatore si rivolge al teste, egli dovrebbe limitarsi a domande aperte, le uniche non suggestive.

Ma veniamo al nostro caso specifico, accertata dunque attraverso la testimonianza della teste Bermani la presenza di una generica bicicletta, la logica avrebbe dovuto condurre il giudice Vitelli a concludere che tale bicicletta non poteva che essere la Umberto Dei Milano in uso ad Alberto Stasi per la presenza del DNA di Chiara sui pedali e che quindi Stasi non poteva che essere l’autore dell’omicidio.

Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina.

Poi, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, Stasi commise un errore grossolano quando tornò in via Giovanni Pascoli dopo le 13.30: non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi. Il fatto che Stasi, pur non essendo entrato in casa Poggi, sia stato in grado  di descrivere la scena del crimine agli inquirenti è la riprova della sua colpevolezza.

– La telefonata di Stasi al 118

Alberto Stasi ha chiamato il 118 alle 13.50 del 13 agosto 2007:

  • Durante tutta la telefonata l’operatore ha dovuto “estorcere” informazioni che inaspettatamente Stasi non gli ha rivelato spontaneamente.
  • Stasi ha richiesto un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi.
  •  Alberto Stasi non ha informato il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trovava sulle scale che conducono nella cantina della villetta.
  • Stasi era a conoscenza che il cancello di casa Poggi era chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza avrebbe rallentato i soccorsi, ma non si è preoccupato di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico. Una riprova del fatto che Stasi non aveva urgenza che Chiara venisse soccorsa.
  • Alberto Stasi ha comunicato la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, peraltro soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.
  • Stasi non ha nominato spontaneamente la vittima. Solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne ha parlato come di una estranea: “credo che abbiano ucciso una persona e lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, l’ha definita “la mia fidanzata”. Il fatto che Stasi non abbia introdotto Chiara con il suo nome e che non abbia riferito che era la sua fidanzata ci ha fornito importanti informazioni sullo stato del loro rapporto al momento della chiamata. Il linguaggio è un riflesso della nostra percezione della realtà, per Alberto Stasi Chiara Poggi era semplicemente “una persona”.
  • Verso la fine della telefonata, Alberto ha mostrato di essere ormai quasi infastidito.

– Alberto Stasi dai Carabinieri

Stasi ha chiamato il 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso, agli uomini dell’Arma, da un punto emotivo, egli apparve un’altra persona. I carabinieri presenti lo hanno descritto come tachicardico e in preda al panico. Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni, gli ha misurato la pressione.

Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118, ma appena giunto dai Carabinieri, quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascriversi alla scoperta del cadavere della fidanzata, ma al timore di commettere degli errori che avrebbero potuto indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio di Chiara.  Nel “raccontare cosa è successo” ai carabinieri, per usare una sua frase estratta dalla telefonata al 118 (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), Stasi ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino. Una posta in gioco altissima per Alberto: ecco perché era in preda al panico in caserma.

Stasi, come Parolisi, manifestava i sintomi somatici di una sindrome di adattamento ad uno stress acuto (General Adaptation Syndrome) evidenziabili non solo nelle vittime sopravvissute ad un grave reato ma anche negli autori dello stesso. Tale sindrome non è altro che una fisiologica reazione che segue ad un’esperienza critica. Il corpo umano reagisce ad uno stress acuto rilasciando una cascata ormonale. Se lo stress è prolungato il corpo non riesce a tornare alla normalità e continua a rilasciare ormoni che provocano un aumento della frequenza cardiaca, ansia, aumento della peristalsi gastrointestinale che può portare ad episodi di vomito o diarrea, inibizione della salivazione, midriasi, aumento della sudorazione e della frequenza urinaria, etc.

– Gli interrogatori di Stasi

Stasi, durante gli interrogatori, ha dissimulato, non ha raccontato né di dissidi precedenti, né di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che, con tutta probabilità, aveva invece cambiato i programmi di quella serata. La Poggi, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto Stasi per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms il contenuto dei quali non è mai stato rivelato da nessuno dei tre.
Marco Panzarasa, dopo essere stato contattato da Alberto, anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13 agosto 2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 secondi sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27 e perché dopo tale risposta si sia diretto in via Pascoli. Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto Stasi non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Durante gli interrogatori, Stasi è incorso in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei. Alberto ha infatti sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto però, con la sua risposta, non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue di Chiara.

Dai sui interrogatori: “[…] Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso […] “.

Stasi non si è informato sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

– La scena del crimine

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non furono repertate impronte di estranei nell’appartamento; non fu aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto mentre tentava di sfuggire.

Chiara fu attinta al volto dai primi colpi proprio mentre stava parlando con il suo aggressore. All’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani, una riprova del fatto che Chiara non si aspettava di venir colpita.

Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i familiari non si trovavano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa, tanto che si diresse in bagno e vi rimase a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del palmo della sua mano sul dispenser.

– Alberto Stasi al funerale di Chiara

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a debita distanza i presenti a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti durante i funerali delle loro vittime. Sia Stasi che Parolisi, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

– Le intercettazioni

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non emerge alcun turbamento morale, ma una profonda anaffettività e l’assenza di rimorso.

All’indomani dell’omicidio, Alberto è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale. Chiara lo aveva infatti minacciato di rivelare squallidi segreti che, una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni, rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince come abbia seguito ossessivamente le indagini, abbia interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, sia stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato di parte civile dei Poggi e dei loro consulenti e si sia completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio, non fosse mai esistita.

  • Alberto Stasi, consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”.
  • Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride), e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”.
  • Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi, Gianluigi Tizzoni e del consulente Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”.
  • Infine, uno Stasi sicuro di farla franca, ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.
  • Non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa, né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme, né si mai chiesto il perché di quell’omicidio, confermando ciò che ha fatto emergere l’analisi della telefonata in merito al rapporto tra lui e la fidanzata.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato così: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico in uscita su un settimanale, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “.E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…” (la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna ). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre dei capelli, ritrovati sulla scena del crimine: “[…] si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “[…] mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. OK”.

Pochi mesi dopo l’omicidio di Chiara, Alberto, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino. Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio, come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio. Egli ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente. Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto ha desiderato da subito che si chiudesse quel fastidioso capitolo, ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore della famiglia Poggi, a volte sprezzante, ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se non fosse stato lui ad ucciderla, e quindi ingiustamente indagato, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente e con il quale ha finito per fare i conti.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

– La laurea di Alberto

Il 27 marzo 2008, Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano. Egli, nonostante fosse l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata: “A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto abbia definito l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano” o “un mostro”. La disposizione linguistica di  Stasi nei confronti dell’assassino di Chiara è neutrale, non riesce a disprezzarlo perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, Alberto ha commentato così: “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”.  Questo suo disprezzo nei confronti della famiglia della vittima ci permette di attribuire il giusto disvalore alla dedica sulla tesi.

PROCESSO AD ANDREA LANDOLFI, CRIMINOLOGA FRANCO: MARIASESTINA CADDE DALLE SCALE ESTERNE, SI ASCOLTI LA TELEFONATA AL 118

La scala esterna di accesso all’appartamento della nonna del Landolfi

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è a giudizio per omicidio. La nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Le Cronache Lucane, 26 giugno 2020

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte”

IMG_4248

Secondo il colonnello Paolo Fratini del Ris di Roma: “Andrea ha afferrato Maria Sestina per il braccio destro quando erano entrambi sul pianerottolo delle scale, l’ha spinta contro il parapetto e da lì lei è volata di sotto. La ricostruzione fornita da Landolfi che siano cioè caduti insieme per le scale non è compatibile con il quadro delle lesioni riscontrate. E’ impossibile che i due corpi abbiano rotolato fino al caminetto. Così come è del tutto improbabile l’ipotesi che la ragazza sia caduta dal pianerottolo del piano superiore. La ragazza però non è caduta a piombo come fa un corpo senza spinta, è caduta più in là, come se avesse ricevuta una spinta. Il che giustificherebbe anche la presenza del livido sul braccio’’

90269018_4289301954428977_7314766451154354176_n

La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse da quelle del colonnello dei RIS: 

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Sestina dopo la prima caduta”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa da quale stralcio della telefonata del Landolfi al 118 si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento?

 “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Aggiungo che la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “a ca… su” il Landolfi intenda “a casa, su” non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento. A conferma di questa ricostruzione sono le numerose tracce ematiche da gocciolamento trovate un po’ ovunque al piano terra e in quantità minore al piano di sopra. Quindi, dopo che Mariasestina cadde dalle scale esterne, il Landolfi non la portò in camera ma la portò “su” in sala. 

– In parole povere dottoressa, dove andava cercato il sangue?

Il sangue andava cercato sia sulle scale esterne che su quelle interne, a mio avviso se ne sarebbe trovato sul pianerottolo che si trova a metà delle scale esterne perché è su quella superficie che impattò la testa di Mariasestina.

– Dottoressa Franco, la nonna del Landolfi intercettata in procura e sempre secondo il consulente potrebbe aver detto: “Non è vero, certo (… quel sangue, ndr…) quando l’ha buttata giù” o “Non è vero, certo, quel sangue ndr…) quando l’ha portata giù”, secondo lei?

 Secondo me è probabile che la Iezzi abbia detto: “Non è vero, certo (… quel sangue, ndr…) quando l’ha portata su”.