Morte di David Rossi: un suicidio

David Rossi

Perdersi nei frames del video in cui si vede un misterioso oggetto volante o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto, incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che rientrano tra i potenziali assassini cui attribuire inesistenti omicidi.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta per sempre immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi nel cestino del suo studio sono stati trovati tre messaggi d’addio scritti di suo pugno e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita; non solo, il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”, è la conferma che nelle settimane precedenti alla sua morte David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.

Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10.13 David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio, Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “HELP” a lettere maiuscole. La riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza di questi tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover far verificare l’autenticità degli stessi da due grafologi. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto ed è davvero difficile pensare che dei sicari possano essersi trattenuti oltre la commissione di un omicidio rischiando di incontrare i colleghi della vittima o i suoi parenti. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovavano ancora alcuni colleghi di David.

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. Una serie di coincidenze impossibili.

Oltre ad escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie, non è credibile neanche che gli stessi siano rimasti nello studio del Rossi dopo il fantomatico omicidio fino alle 20.16, momento in cui avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avesse gettato l’orologio nel vicolo, più di tre quarti d’ora, una circostanza che non sta né in cielo né in terra. Non è credibile neanche che i fantomatici assassini si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e che abbiano gettato l’orologio più di mezz’ora dopo (19.43.43- 20.16), tra l’altro le lesioni sul polso di David Rossi sono compatibili con un violento impatto dorsale e non certo con una colluttazione.

Non può essere una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto dorsale a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che l’orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e sia finito poco distante dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre precipitazione con un soggetto peraltro dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00 mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa, circostanza che lascia spazio ad elucubrazioni fantastiche, non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma le testimonianze di familiari e colleghi.

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi conseguente al ritardo di David di pochi minuti, la sera del 6 marzo 2013, un segnale della consapevolezza da parte della donna delle difficoltà psichiche del Rossi. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già alle 20.10, manifestò sia alla figlia Carolina al suo ritorno a casa che a Giancarlo Filippone al telefono, una prematura preoccupazione, inducendo entrambi a recarsi in banca. 

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, ha notato che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sulle circostanze in cui se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Sempre martedì 5 marzo 2013, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto come testimoniato da Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, ha dichiarato agli inquirenti: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse da casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a David con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che evidentemente aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico di David Rossi, non appena era uscito di casa, aveva chiamato al telefono il cognato, Ranieri RossiI, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, invitandolo pertanto a parlare con lui e proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si a fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David.

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano il fatto che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

Omicidio d’impeto

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega:

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega ancora presente in Banca avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

3) è difficile pensare che, in questo caso, la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio avrebbe riportato anch’egli i segni di quella colluttazione che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) lo studio di David Rossi avrebbe dovuto mostrare i segni di quella colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David si notano fogli ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone integro, mai calpestato da alcuno. 

La finestra dello studio di David Rossi

Omicidio premeditato

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi in banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripreso/i da una telecamera della banca o di essere visto/i dai colleghi di David, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata in banca non potevano che essere limitati;

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43);

4) anche in questo caso mancano gli inevitabili segni della colluttazione che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione su mobili e suppellettili presenti nello studio di David;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita depongono irrimediabilmente per un suicidio.

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Morte di David Rossi: analisi di alcuni scambi verbali tra Giancarlo Filippone e Antonino Monteleone

Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena

Durante la puntata de Le Iene del 1 ottobre 2017 sono andate in onda, tra le altre, un’intervista a Carolina Orlandi, figlia di Alessandra Tognazzi, moglie di David Rossi e un tentavivo di intervista a Giancarlo Filippone che era amico e capo della segreteria di Rossi all’epoca dei fatti.

Carolina Orlandi spiega ad Antonino Monteleone il perché si trovasse nella sede del Monte dei Paschi nel momento in cui venne scoperto il corpo di David Rossi sul selciato sottostante la finestra del suo ufficio: Alle 8 e 10 sono tornata a casa per cena, vedo mia mamma che era già a letto perché era malata che mi diceeee: Sono preoccupata, David non sta tornando a casa, mi aveva detto che alle 7 e mezzo sarebbe stato qua a farmi la puntura.

Ciò che colpisce del racconto di Carolina è il fatto che riferisca che sua madre le abbia detto: “Sono preoccupata” nonostante il ritardo di David fosse di poche decine di minuti. Essere “preoccupata” alle 8.10 è da ritenersi a dir poco prematuro, a meno che la Tognazzi non avesse seri motivi per esserlo. Antonella era al corrente del momento delicato in cui si trovava la banca e avrebbe potuto semplicemente pensare che David non le rispondesse al telefono perché magari si stava intrattenendo a parlare con qualcuno. 

Carolina Orlandi: Sono arrivata qua davanti, stavo per salire da quell’entrata là, mi chiama mia madre, mi dice: dove sei? Sto entrando al Monte, sto andando da David, lei mi dice: Ho chiamato Giancarlo Filippone, lui ha detto di aspettare davanti all’ingresso, ho detto: Guarda tanto posso salire, sono qua davanti, no, no, ha detto di aspettarlo, ho aspettato che arrivasse, siamo saliti insieme fino all’area comunicazione, che c’è subito la porta dell’ufficio di David, lui mi dice: Accomodati qua che entro io, nell’ufficio accanto che era il suo, in quel momento non mi son fatta domande e poi ho sentito un respiro mozzato, lui è venuto fuori ci siamo trovati praticamente in mezzo ai due uffici e lui con le mani nei capelli mi ha detto: Carolina, una tragedia, s’è ammazzato, e io rimango paralizzata ovviamente, gli chiedo cosa fosse effettivamente successo e lui mi dice: S’è buttato di sotto.

La circostanza che, come riferito dalla Orlandi, sua madre, Antonella Tognazzi, non solo abbia allertato Carolina ma abbia anche chiamato Filippone nonostante David fosse in ritardo di poche decine di minuti è la riprova del fatto che la Tognazzi aveva seri motivi di preoccupazione. Il fatto che Filippone abbia chiesto ad Antonella di dire a Carolina di aspettarlo fuori dall’ufficio di David potrebbe spiegarsi in due modi: Filippone poteva pensare che Rossi fosse occupato con qualcuno oppure, dopo la telefonata di Antonella, anche lui realizzò che David avrebbe potuto fare un gesto anticonservativo e non voleva che fosse Carolina a trovarlo ferito o addirittura morto. 

Di certo non un comportamento da assassino, se Giancarlo Filippone avesse ucciso David Rossi avrebbe trovato mille scuse per non tornare in banca in modo che fossero altri a scoprirne il corpo o al limite non avrebbe detto ad Antonella di fare aspettare Carolina in Piazza Salimbeni ma avrebbe lasciato che salisse da sola nell’ufficio di David e che fosse la ragazza a scoprirne il cadavere nel vicolo. 

Antonino Monteleone: Filippone è una delle ultime persone che vede vivo David in banca quel pomeriggio, quello stesso giorno David aveva incontrato per pranzo suo fratello Ranieri che agli inquirenti racconta: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico di cui si era fidato lo aveva tradito”. Chi è l’amico fidato che aveva tradito David?

Antonino Monteleone fa un lavoro sporco, associa la figura di Filippone ad un fantomatico “amico fidato” che avrebbe tradito David. Vediamo perché “l’amico fidato” traditore non esiste; sul verbale, che tra l’altro Le Iene hanno mostrato in televisione, si legge: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”; non solo Monteleone non riporta esattamente ciò che ha detto Ranieri Rossi agli inquirenti sopprimendo la parola “conoscente” ma rincara la dose definendolo “l’amico fidato” invece che “un suo amico/conoscente di cui si era fidato”, due concetti ben diversi, “l’amico fidato” è l’amico di cui ci si fida, al quale si confida tutto o quasi, “un suo amico/conoscente di cui si era fidato” è una figura diversa di cui probabilmente Rossi si era fidato in una precisa circostanza o per un periodo. 

Tra l’altro è agli atti il fatto che Ranieri Rossi avesse parlato di questa rivelazione di David con la Tognazzi e che quest’ultima le avesse detto di credere che David si riferisse ad un giornalista.

Antonino Monteleone: Uno degli ultimi colleghi che l’hanno visto vivo in banca è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo, il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare.

E’ gravissimo che, dopo due archiviazioni del fatto come suicidio, Antonino Monteleone inserisca, in questa presentazione di una specie di intervista a Filippone, la frase: “è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo”, lasciando intendere, con l’uso dell’avverbio “ufficialmente” che o Filippone o altri fossero già a conoscenza della caduta di David.

E’ inoltre intollerabile che dica: “il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare”, in modo da lasciar passare il messaggio che sia un demerito non parlare con la stampa da parte di chi può essere informato su alcuni fatti relativi ad un caso giudiziario. Filippone, come gli altri, ha collaborato con i magistrati, è un punto di merito che non desideri né apparire in televisione né speculare sulla morte di un amico. 

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Carolina Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Antonino Monteleone: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno da più o meno quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato, non ci ha più contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Antonino Monteleone: Cioè, a te è capitato di incrociarlo e nemmeno vi salutate più!?

Carolina Orlandi: No.

Antonino Monteleone: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, però diciamo che certe domande me le sono fatte.

Non è difficile capire il motivo per cui Filippone ha preso le distanze dalla famiglia dell’amico David, evidentemente ritiene che l’unico vero referente sia la magistratura perché la sua posizione e quella della famiglia non coincidono.

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone?

Giancarlo Filippone: Sì.

Antonino Monteleone: Buongiorno, Italia 1, Le Iene.

Giancarlo Filippone: No lascia perdere.

Antonino Monteleone: Ci stiamo occupando della morte di David Rossi

Giancarlo Filippone: Sì, sì, ma lascia perdere. Esci da qui.

Antonino Monteleone: Le volevo chiedere se ci può dire se il giorno che c’è stato l’evento lei era al corrente diiii…?

Giancarlo Filippone: No, non ero al corrente di niente.

Antonino Monteleone: Perché non c’aiuta? Non credo che sia importante…

Giancarlo Filippone: Sì, ma mi lasci fare? Vuoi che chiami qualcheduno? Allora esci.

Antonino Monteleone: Uno dei più stretti collaboratori, la sua testimonianza ci aiuta a capire meglio cosa è successo quel giorno.

Incredibilmente Monteleone si permette di insinuare che Filippone sia stato un testimone reticente, che sappia più di quanto non abbia detto ai magistrati.

Antonino Monteleone: Ma perché reagisce così? Scusi. Ma per quale motivo non vuole parlare? Cioè lei è una delle prime persone che ha visto il cadavere sul selciato…

Non è difficile capire il perché Filippone non voglia parlare con un giornalista, ha risposto ai magistrati e non desidera speculare sulla morte dell’amico.

Giancarlo Filippone: Sì, ma non è il caso, scusami. Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: E’ al corrente di impegni che aveva quel giorno?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Lei perché quando la signora Tognazzi la chiama per dirle che era preoccupata si precipita per venire qui? Sospettava qualcosa?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Perché quando arriva con Carolina Orlandi le chiede di aspettare nella stanza, quando entra nell’ufficio di Davide Rossi?

Giancarlo Filippone: Scusate, eh. Scusate, eh.

Antonino Monteleone: Ma perché non si ferma a parlare di un suo caro amico? Stiamo cercando di fare luce su questo evento!

Antonino Monteleone: Lei si è rivisto nel filmato della telecamera di sorveglianza?
C’è una freddezza in quelle immagini, si vede lei e Mingrone che guardate quel povero ragazzo a terra.

Monteleone ha occhi di falco, è stato in grado di riconoscere in Filippone e in Mingrone, non i segni di uno shock che emergono con forza dalle tre telefonate di soccorso fatte da Bernardo Mingrone nell’immediatezza della scoperta del cadavere di David Rossi e dal racconto di Carolina Orlandi ma quelli di “una freddezza”.

Giancarlo Filippone: Uscite di qui, eh. Allora, te esci.

Antonino Monteleone: Le posso chiedere perché lei non vuol rispondere a due domande su una questione che è clamorosa, ha segnato la storia di questa città? Filippone lei ha ricevuto…

Giancarlo Filippone: Sì, ma non starmi vicino, ce la fa?

Antonino Monteleone: Ma perchè s’arrabbia, mi scusi?

Giancarlo Filippone: Te ‘un ti preoccupa’?

Antonino Monteleone: Mi sarei aspettato una reazione diversa!

Giancarlo Filippone: Certo, eh, è logico.

Antonino Monteleone: Sì che è logico, scusi.

Giancarlo Filippone: Ehh.

Antonino Monteleone: Lei sarebbe disposto a incontrare i familiari di David, ci risulta che da quando c’è stato l’evento si siano interrotti tutti i rapporti, le posso chiedere perché?

Monteleone continua a far credere al pubblico televisivo che Filippone nasconda qualcosa mentre sa benissimo che Giancarlo Filippone si è messo a disposizione dei magistrati da subito.

Antonino Monteleone: C’ha un freddezza, la stessa freddezza di quando ha visto quel corpo sul selciato che mi fa impressione Filippone, anche questa reazione.

Monteleone, noto esperto di analisi del comportamento non verbale, internazionalmente conosciuto come il “Paul Ekman de’ noantri”, lascia passare il messaggio che il comportamento di Giancarlo Filippone denoti “freddezza” mentre invece svela tutt’altro. Monteleone è ben consapevole che ciò che rimarrà nella mente dei telespettatori sono le gratuite insinuazioni che continua a ripetere e non le risposte di Filippone, tantomeno le immagini di un uomo braccato in modo disgustoso.

Giancarlo Filippone: Eh, ora vieni.

Antonino Monteleone: Dove devo venire?

Giancarlo Filippone: Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: Ma perché non accetta di rispondere a due domande e ci aiuta a chiarire tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale? Due archiviazioni, un uomo che cade dalla finestra faccia al muro.

E’ gravissimo che Monteleone dica che se Filippone rispondesse a due sue domande si chiarirebbero “tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale”, lasciando intendere che Filippone sappia più di quanto abbia riferito ai magistrati e che quindi sia da annoverarsi tra i testimoni reticenti.

Giancarlo Filippone: Perché lo chiedete a me?

Giustamente Filippone chiede al Tenente Colombo de’ Reggio Calabria il perché chieda a lui dei buchi che, secondo Monteleone, ci sono nella ricostruzione ufficiale.

Antonino Monteleone: Ma perché lei è uno delle prime persone che era lì.

Antonino Monteleone: Filippone, abbia pazienza solo 5 minuti, ma è importante.

Giancarlo Filippone: Basta dai, per favore.

Antonino Monteleone: Se lei fosse al mio posto si chiederebbe le stesse cose.

Giancarlo Filippone: Mi lasci in pace, per favore, lasciami fare, non ti preoccupare.

Antonino Monteleone: Ma come non mi faccio a preoccupare? Ma come una persona con cui lei lavorava fianco a fianco vola in quel modo dalla finestra dell’ufficio e per lei lascia fare?

Giancarlo Filippone: Basta, ma te ‘un ti preoccupare, te lascia fare.

Antonino Monteleone: Quand’è l’ultima volta che ha visto David? Ma perché non c’avete voglia di ricostruire questa storia, per lei è normale quello che è successo?

Antonino Monteleone continua a porre domande a Filippone senza chiedersi il perché un caro amico di David Rossi dovrebbe parlare con un giornalista di un programma semi serio come Le Iene per ridurre a spettacolo la sua morte.

Per tutto il tempo della fallita intervista Giancarlo Filippone ha mantenuto un comportamento equilibrato e ha mostrato di non voler apparire, non perché abbia qualcosa da nascondere ma per rispetto all’amico David Rossi, due atteggiamenti che gli fanno onore e che mostrano che di sicuro non è lui “l’amico fidato che aveva tradito David”, non essendo un egocentrico chiacchierone.

Al termine della messa in onda della fallita intervista a Giancarlo Filippone, una vera e propria persecuzione, Antonino Monteleone ha dichiarato: “Filippone non ci vuole aiutare a ricostruire quello che è successo quella sera e allora proviamo con l’altro collega di David arrivato nel vicolo assieme a lui, Bernardo Mingrone”.

Ancora una volta Monteleone, per condizionare l’opinione pubblica, insinua gratuitamente il dubbio che Filippone sappia e taccia cose che se fossero note ai magistrati cambierebbero le risultanze delle indagini sulla morte di David Rossi.

Morte di David Rossi: analisi delle telefonate di soccorso di Bernando Mingrone

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio; David era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Dopo la caduta, Bernando Mingrone, capo dell’area finanza di Monte dei Maschi ha chiamato i soccorsi e i carabinieri.

Bernardo Mingrone

Le chiamate di soccorso contengono indicatori che possono aiutare gli investigatori nelle indagini. Studi statistici americani su registrazioni di telefonate di soccorso al 911 in molteplici casi di omicidio hanno dimostrato che esistono degli indicatori verbali sia di colpevolezza che di innocenza. Tali indicatori non sono indicatori assoluti o definitivi ma grazie alla significativa correlazione statistica con innocenza e colpevolezza possono essere utilizzati per indirizzare le indagini. L’approccio retrospettivo è il metodo di studio utilizzato in queste ricerche, ovvero sono state analizzate le registrazioni di chiamate di soccorso dopo la soluzione dei casi. Circa il 20% delle chiamate di soccorso è opera di chi ha commesso l’omicidio. Dopo aver esaminato ogni dettaglio delle chiamate, dal tono della voce alle parole usate da chi riportava l’omicidio, è stato elaborato un modello di analisi delle stesse, il modello di analisi critica delle chiamate è costituito da 20 variabili, 8 indicatori di innocenza e 12 indicatori di colpevolezza (Lt. Tracy Harpster, 2006).

Analisi della chiamata al 118 delle 20.43 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatore: 118?

Bernardo Mingrone: Deve mandare subito a Siena, Rocca Salimbeni… subito un’ambulanza.

Richiesta di soccorsi immediata e concisa. Nessun convenevole.

Operatore: Siena?

Bernardo Mingrone: Subito un’ambulanza!

Seconda richiesta di soccorsi in pochi secondi.

Operatore: Sì, ho capito ‘ndove?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni, subito.

Operatore: E’ una via? C’è una via lì? Che cos’è?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni a su… Oh mio dio, oh mio dio, a Siena subitoooo!!!

Da notare l’enfasi sulla parola “subito”.

Operatore: Allora, in che civico andiamo?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni tre, subito.

Operatore: Sì, sta arrivando.

Bernardo Mingrone: Come si chiama quella strada? Mandi in Piazza Salimbeni, subito… al tre.

Terza richiesta di soccorso. Mingrone o non ricorda o non sa il nome del vicolo dove si trova David dopo essere caduto, non perde tempo, invita il 118 a raggiungere Piazza Salimbeni che è a pochi passi.

Operatore: Sì che è successo?

Bernardo Mingrone: Si è appena buttata una persona dalla finestra.

Operatore: In Piazza Salimbeni?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni, tre!!!

L’enfasi sulla parola “tre” è un invito a far presto.

Operatore: Sì, stiamo arrivando, stiamo arrivando.

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. La richiesta di assistenza immediata sarà più intensa nel caso in cui la vittima per cui viene richiesta sia una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale e generalmente tale richiesta si trova nelle fasi iniziali della telefonata.

1) Mignone fa una precisa richiesta d’aiuto all’operatore non appena ottiene da lui una risposta e tale richiesta è immediata e concisa.

2) Mignone non si perde in convenevoli, neanche saluta. Le buone maniere sono fuori luogo durante un’emergenza, mal si accordano con una telefonata di soccorso e quando sono presenti sono sospette perché generalmente servono a chi chiama per accattivarsi l’operatore al fine di celare eventuali responsabilità. Vi rimando all’analisi della telefonata al 118 della famiglia Ciontoli

3) La sua richiesta d’aiuto (plea for help) è ferma, ripetuta e sottolineata dall’urgenza. Mingrone dice, per ben sei volte in un breve scambio con l’operatore, la parola “subito”, non solo, la pronuncia con enfasi.

Tra tutti gli indicatori d’innocenza, l’urgenza, la manifesta premura e l’insistenza nella richiesta dei soccorsi sono i parametri più importanti, i più dirimenti.

4) Per tutta la durata della telefonata, il tono della voce di Bernardo Mignone è modulato in accordo con i fatti descritti e tradisce il suo stato d’ansia dovuto ad un forte e sincero coinvolgimento emotivo. 

Al contrario, l’assenza di modulazione del tono della voce è un indicatore di menzogna, chi simula è in grado di modulare il proprio tono della voce solo nelle fasi iniziali di una telefonata di soccorso o a picchi, questo perché chi mente non riesce a concentrarsi a lungo sul tono da usare essendo impegnato nel tentativo di costruire risposte verbali non incriminanti.

Analisi della seconda chiamata al 118 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatrice: 118 Siena?

Bernardo Mingrone: Sì ho chiamato per un’ambulanza in via dei Rossi, non è ancora arrivato nessuno.

Operatrice: Allora in via dei Rossi?

Bernardo Mingrone: Dei Rossi, sì.

Operatrice: Ma dove? A Siena?

Bernardo Mingrone: In Piazza, sì, Salimbeni.

Mingrone capisce che l’operatrice non ha chiaro dove si trovi via dei Rossi, per questo motivo continua a far riferimento alla più nota Piazza Salimbeni. David peraltro si trova in vicolo Monte Pio.

Operatrice: Ah, in Piazza Salimbeni stanno arrivando, son partiti, erano a un pronto soccorso, stavano scaricando un altro malato.

Operatrice: Che succede signore?

Bernardo Mingrone: Eh, si è suicidata una persona.

Operatrice: Ma è…

Bernardo Mingrone: Si è buttata da una finestra.

Operatrice: A che piano?

Bernardo Mingrone: Dal terzo, è immobile per terra io non so che… no… non riesco ad andarci.

Operatrice: Lo vede che respira?

Bernardo Mingrone: Sì, sì, non… non respira.

Bernando Mingrone solo su richiesta dell’operatrice riferisce che David non respira più ma nonostante tutto desidera che si faccia al più presto un disperato tentativo di soccorrerlo.

Mingrone, a differenza di Alberto Stasi, non accetta la morte del proprio collega. Mingrone non è in grado di metabolizzare un’informazione così sconvolgente ed insiste perché David venga rapidamente soccorso. La mancata accettazione della morte è un indice di innocenza, al contrario, nel caso di Stasi, l’accettazione della morte di Chiara è indice della sua colpevolezza.

Operatrice: Sento le sirene, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, questa è la polizia.

Operatrice: Uhm, è la polizia? Ok.

Bernardo Mingrone: Sì, è la polizia.

Operatrice: Comunque, guardi, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, ah, ecco l’ambulanza.

Operatrice: E’ l’ambulanza, ok, arrivederci.

Analisi della telefonata effettuata da Mingrone al 112:

Carabiniere: Pronto?

Bernardo Mingrone: Pronto?

Carabiniere: Pronto buonasera, Carabinieri di Siena, prego…

Bernardo Mingrone: Può mandare subito una macchina a via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi!? Si è buttata una persona dalla finestra.

È chiaro che Mingrone fa sempre riferimento a Piazza Salimbeni e non a via dei Rossi perché è convinto, a ragione, che la Piazza sia più conosciuta della via e che non sarà difficile indirizzare da lì i carabinieri e i soccorsi in via dei Rossi. In ogni caso fornisce al carabiniere più riferimenti possibili: “via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi”, perché non ci siano dubbi su dove mandare la pattuglia.

Carabiniere: Come si chiama lei scusi? Pronto? Come si chiama lei?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mi?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Miii?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mingrone.

Carabiniere: Di nome?

Bernardo Mingrone: Bernardo, Bernardo.

Carabiniere: Bernando, via dei Rossi?

No comment.

Bernardo Mingrone: Via dei Rossi, com’è il numero? (Mingrone si informa da altre persone per rispondere al carabiniere con precisione) all’incrocio di via dei Rossi.

Mingrone cerca di essere il più preciso possibile con il carabiniere chiedendo informazioni ad altri soggetti vicini a lui.

Carabiniere: Via dei Rossi…?

Bernardo Mingrone: Mandate una macchina qua in Piazza Salimbeni, al volo.

Mingrone è spazientito, fa capire al suo interlocutore di essere stufo delle sue domande che gli appaiono evidentemente una gran perdita di tempo e chiede che venga inviata un’auto al più presto.

Carabiniere: Salimbeni, lì, è da… davanti al Monte!

Bernardo Mingrone: Sì, esatto!

Il carabiniere mostra di conoscere Piazza Salimbeni, Mingrone appare sollevato.

Carabiniere: Da dove si è buttato questo signore?

Bernardo Mingrone: Dal terzo cazzo di piano!

Carabiniere: Oh, signore io sto facendo delle domande… (Mingrone interrompe il carabiniere)

Non solo Bernardo Mingrone dice la parola “cazzo” ma interrompe il carabiniere, è stremato dai tempi morti della telefonata e manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi. Di certo Mingrone non ha nulla da nascondere, desidera sinceramente che si faccia il possibile per salvare David e per capire cosa gli sia successo.

Parolacce ed imprecazioni si trovano frequentemente nelle telefonate di soccorritori innocenti mentre nelle telefonate di soccorso di soggetti implicati nei fatti si riscontrano spesso eccessive buone maniere (inappropriate politeness). 

Bernardo Mingrone: Una macchina per favore.

Carabiniere: Eh, vi si manda, va bene? Un attimino.

Bernardo Mingrone: Sì, grazie.

Solo dopo aver mostrato il proprio nervosismo al carabiniere, Mingrone dice: “per favore” e “grazie”, lo fa per ottenere ciò che desidera, una pattuglia dei carabinieri.

In conclusione, le tre telefonate di Bernando Mingrone provano la sua estraneità ai fatti e sono un esempio straordinario di una sincera richiesta di soccorso. Nelle tre telefonate sono presenti i due più importanti indicatori di innocenza: l’immediata richiesta d’aiuto, non unica ma ripetuta, e l’urgenza e sono assenti tutti gli indicatori di colpevolezza: Mingrone non fornisce più informazioni del necessario, né informazioni estranee al contesto (extraneous information), né informazioni contraddittorie, né risposte evasive, né si perde in tortuose dissertazioni (rambling dissertation); Bernando Mingrone non accetta che David Rossi sia morto; nelle sue risposte sono assenti sia ripetizioni che pause e domande, tutti espedienti che i colpevoli usano per prendere tempo per cercare di costruire risposte non incriminanti; Mingrone non si perde in convenevoli, al contrario, lascia intendere al carabiniere di essere irritato con lui mostrando di non temere di inimicarselo.

Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled. 

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the facts.

The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject. 

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”. 

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Something that shouldn’t surprise Djursing, Madsen’s biographer, who revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.  

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

Morte di David Rossi: analisi dell’intervista estorta a Pierluigi Piccini da Le Iene

“Liberamente nel campo di Siena, ogni vergogna deposta, s’affisse”.

Dante, purgatorio, XI canto

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio nella sede del Monte dei Paschi di Siena; David era il responsabile della comunicazione della banca. Nel marzo 2014 e nel luglio 2017 il GIP ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di David come suicidio.

L’inviato de Le Iene Antonino Monteleone ha parlato con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente della banca Monte dei Paschi, i due, in compagnia di altre due persone, erano seduti al tavolo all’aperto di un bar di Piazza del Campo, la loro conversazione è stata registrata da una telecamera e da un microfono nascosti ed è stata  mandata in onda, senza il consenso di Piccini, nella puntata de Le Iene di domenica 8 ottobre 2017.

Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena

Antonino Monteleone: Ma se uno volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda?

Pierluigi Piccini: No, tutte cazzate, tutte cazzate, David Rossi aveva in mano… Lui ha gestito più di 50 milioni di euro in 4 anni… aveva le porte aperte dappertutto.

Piccini esclude con forza l’ipotesi del suicidio di David.

Antonino Monteleone: Lei crede sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure che effettivamente ci siano delle anomalie tali da… ?

Pierluigi Piccini: No, le anomalie ci sono, le anomalie ci sono, è inevitabile e poi David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto e dice: “Io di questa città conosco tutto, dai tempi del Piccini fino ad oggi”, David Rossi fa il grande errore di dire: “Io parlo”.

Piccini dice: “David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto” e poi, in aggiunta, cita una frase di David dove compare il suo nome, lo fa per darsi importanza; in ogni caso Piccini lascia intendere che Rossi sapesse alcune cose e che potrebbe essere stato ucciso per evitare che le rivelasse.

Vediamo che cosa ha dichiarato riguardo a questo punto la moglie di David, Antonella Tognazzi: 

Giornalista: E’ vero che suo marito voleva andare in procura? Per dire che cosa?

Antonella Tognazzi: Ma in realtà niente, questo io sono altamente certa di questo, è il problema è che evidentemente qualcuno con la coscienza eee poco pulita eee non sapeva che cosa voleva o poteva andare a dire e forse si è preso, non lo so, in mente un momento di panico, io non lo so, io non lo so.

Antonino Monteleone: Cioè non c’è complottismo nel dire: Questo non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Pierluigi Piccini: No, no.

Piccini continua a dire che, a suo avviso, David è stato ucciso.

Antonino Monteleone: Lei a che ora ha saputo?

Pierluigi Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Piccini risponde con una domanda per prendere tempo e poi non dice “poco dopo” ma desidera che si sappia che lui è stato uno di quelli ad essere informati nell’immediatezza.

Antonino Monteleone: E ha pensato: Oddio è impazzito David, o ha pensato: Non quadra?

Pierluigi Piccini: Non… no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida, la città è convinta che sia stato ucciso.

Piccini lascia intendere che non frequentasse David Rossi da tempo, non può pertanto essere d’aiuto per comprendere il suo stato d’animo prima della morte; poiché Piccini non è in grado di motivare il proprio convincimento riferisce al giornalista che, come lui, “la città è convinta che sia stato ucciso”.

Antonino Monteleone: Ma può avere… questa benedetta perquisizione… per la fuga di notizie aver… cioè tu sei uno che si mangia il mondo, ad un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…?

Pierluigi Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa, eh, ha paura di una perquisizione?

Piccini continua ad esprimersi senza essere a conoscenza dello stato d’animo di Rossi per non averci parlato a ridosso dei fatti; l’ex sindaco non solo non frequentava più David ma non lavorava neanche più al Monte dei Paschi, non può pertanto sapere che timori avesse il povero Rossi.

La vedova di David, Antonella Tognazzi, nonostante si sia sempre detta convinta che David non si sarebbe suicidato, ha rilasciato dichiarazioni agli inquirenti che smentiscono Piccini:

“Ha cominciato a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al. Presidente Mussari, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il Mussari, la vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l’ultima volta che si erano sentiti era a Natale. Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. La perquisizione del suo ufficio e dell’abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal Rossi successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni”.

Il dottor Fabrizio Viola, amministratore delegato della Banca Monte dei Paschi di Siena, smentisce anch’egli Piccini. Viola, sempre in merito alla perquisizione, ha dichiarato agli inquirenti:

“Premetto che il 19 febbraio lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisiziohe lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti; gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese atto di questo. Dall’indomani tuttavia iniziò a ridirmi. di sentirsi “messo in mezzo” da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento” .

Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, sentito il giorno dopo il suicidio di David, ha manifestato agli inquirenti le preoccupazioni del Rossi:

“Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”. 

Antonino Monteleone: Dice: Pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Pierluigi Piccini: Mah, scusa, ma… eh? Allora sennò veramente… ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini è vago, evasivo, ma lascia intendere che in banca succedessero cose da “pelo sullo stomaco”, non facendo un regalo né a David né a se stesso.

Piccini parla della carenza di documenti nell’ufficio di David:

Pierluigi Piccini: Questo è strano perché David aveva l’abitudine quando faceva l’addetto stampa mio di prendere sempre appunti, cioè io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano e quindi poi una memoria la teneva lui, questo fatto che lui non abbia lasciato nulla.

Piccini ha bisogno di precisare i ruoli,  David “faceva l’addetto stampa mio”, “lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente”, non “lavorava con me” o “collaborava con me”, vuol far sapere al suo interlocutore che un uomo importante come Rossi era un suo sottoposto. 

Antonino Monteleone: David era un semplice capo dell’area comunicazione?

Pierluigi Piccini: Sì, ma non scherziamo, io vengo dalla banca, eh, cioè… ora non scherziamo.

Antonino Monteleone: Non faceva solo l’addetto stampa?

Pierluigi Piccini: Macchè, lui era l’uomo… il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo, ma uno che gestisce 54, 50 milioni di euro in 4 anni, ma ma ti rendi conto quanti sono? Cioè, che lui avesse una particolare, anche come dire, appeal all’interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì, ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì.

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Ma con ruoli attivi o di spettatore privilegiato?

Pierluigi Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì e poi dopo come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni, quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperle.

Antonino Monteleone: Quindi non può essere un uomo che è rimasto solo, che è crollato?

Pierluigi Piccini: Ma quali solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia, non aveva un problema di lavoro assolutamente.

Pierluigi Piccini: E dice alla madre: Vengo a prendere le polpette?!

Antonino Monteleone: Per non farla preoccupare.

Pierluigi Piccini: Ma sì e poi s’ammazza, dai via su, alla madre dice: “Guarda sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, we, non esiste.

Antonino Monteleone: E dice alla moglie: Vengo a farti la puntura?!

Pierluigi Piccini: Ma dai! Ma non esiste, no? Vengo a prendere le polpette alla madre… non ti sembra strano? Tu a tua madre dici: “Mamma vengo a prendere le polpette e poi t’ammazzi?”, così la madre non se ne accorge che te sei ammazzato? Dai via, cioè, no, no, no, non… però l’indagine è stata fatta male. Il problema: parte male questa indagine all’inizio e devo dire, anche la famiglia nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono sparite delle… dei vestiti, io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Pierluigi Piccini sostiene che il fatto che Rossi avesse preso degli impegni a ridosso della sua morte sia con la madre che con la moglie sia la riprova che non possa essersi ucciso, un’affermazione sciocca di chi parla senza competenze specifiche, chi ha pensieri suicidi può continuare a vivere la quotidianità fino alla messa in pratica di un gesto disperato.  

Antonino Monteleone: Chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato e quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Pierluigi Piccini: Allora c’è un’altra storia parallela.

L’ex sindaco lascia intendere che David è stato ucciso a causa di una storia parallela che vede comunque coinvolta la banca; Piccini parla di una storia parallela perché non potrebbe essere altrimenti visto che David è precipitato dalla finestra del suo ufficio, visto che il fatto è accaduto proprio nella sede della banca. 

Antonino Monteleone: In che senso?

Pierluigi Piccini: C’è un’altra sto… c’è un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni!?”. Io: Ma scusa, perché? Era un’amica mia dove il marito era nei servizi… “Ma guarda”, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”… Perché la magistratura potrebbe anche aver abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale, non so se mi sono spiegato? Questo filone non è mai stato preso. E Questo avvocato romano mi ha detto: “Non state lì a girare tanto le scatole. C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare dove facevano i festini”. Chi andava a queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi, ad esempio? Maaah? Ci andava qualche personaggio nazionale? Maaaah? La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Piccini riferisce un fatto riferitogli da un avvocato romano al quale lo avrebbe riferito un’amica, moglie di un uomo dei servizi segreti, tanto basterebbe per farsi una sonora risata se l’argomento della conversazione non fosse tragico. Ma veniamo alla natura della clamorosa rivelazione fatta a Le Iene da Piccini e a sua volta confidatagli da un fantomatico avvocato romano, non un suo amico evidentemente perché l’ex sindaco ne parla con distacco, forse qualcuno con cui Piccini si è intrattenuto a parlare per qualche minuto della morte di David, insomma, questo signore, che per accreditarne le rivelazioni l’ex sindaco definisce “avvocato”, a detta di Piccini lo ha invitato ad “indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”, incredibilmente, secondo questo racconto, l’avvocato romano non è rivolto direttamente alla Procura di Siena ma ha invitato il signor Pierluigi Piccini ad indagare, a dir poco esilarante. Piccini durante la chiacchierata con Monteleone, dopo aver riferito le rivelazioni del fantomatico “avvocato romano”, ipotizza che la magistratura senese possa anche aver insabbiato tutto per evitare che scoppiasse una “bomba morale” e poi lascia intendere che tra chi andava ai festini potessero esserci pure alcuni magistrati senesi ed aggiunge che a Siena gira cocaina a fiumi.

In un’intervista a La Repubblica del 10 ottobre 2017 Piccini afferma: “Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”, confermando di aver semplicemente riportato delle voci e mostrando di non ricordare neanche chi gliele abbia riferite, “mi sembra un avvocato romano”; inoltre, ancora una volta, afferma che sono voci che “circolano da tempo in città” al pari della voce che David Rossi sia stato ucciso e poi aggiunge altri ingredienti alla sua zuppa, racconta che “nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”.

Evidentemente è entrato ormai nella tradizione toscana, insieme alla zuppa di pane raffermo e verdure, quando non si sa che pesci pigliare, il fantasticare di festini accompagnati da orge e riti satanici in qualche villa isolata, in specie dopo che si è diffusa l’infondata “credenza” che il cosiddetto mostro di Firenze, un serial killer a tutti gli effetti, avrebbe prelevato i tanto bramati trofei per cederli ad un fantomatico “secondo livello” che organizzava festini a luci rosse per professionisti e intellettuali. Un’enorme boiata che purtroppo continua a mietere vittime innocenti. Il Mostro di Firenze, autore di 8 duplici omicidi, è stato un singolo assassino seriale che ha ucciso per lussuria, un incompetente sessuale che ha agito sulle sue vittime atti sessuali sostitutivi come la penetrazione con il coltello del seno e del pube o l’asportazione degli stessi, pezzi anatomici che gli hanno permesso di rivivere emozionalmente l’omicidio a distanza di tempo.

Antonino Monteleone: In italia.

Pierluigi Piccini: Sì, domandalo a (nome censurato) quanta ne… quanto uso ne fa!

Piccini fa un nome e dice che il soggetto in questione è un consumatore abituale di cocaina. Un’idea sul nome censurato da Le Iene non è difficile farsela. Che c’entra il fatto che questo signore  faccia uso di cocaina con la morte di David? Piccini evidentemente prova rancore nei confronti del soggetto in questione e si è semplicemente tolto un sassolino dalla scarpa. Non è la prima volta che durante la chiacchierata con Monteleone trapela una certa frustrazione da parte dell’ex primo cittadino.

Antonino Monteleone: Ne fa o ne faceva?

Pierluigi Piccini: Ne fa.

Pierluigi Piccini insiste. Non ne esce assolutamente bene, di certo più da pettegolo che da eroe come invece qualcuno vorrebbe dipingerlo.

Pierluigi Piccini: Questa è un’altra storia parallela e mi fermo qui e se esce mezza parola, io vi denuncio perché io non posso fare, io sono una persona pubblica in questa città, mi candido a fare il sindaco e non posso farlo. Ad un certo punto, io posso anche capire magistratura che di fronte ad una cosa del genere, guarda che te sto a dire, cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile… e lo posso anche capire.

L’ex sindaco non solo lascia intendere che la magistratura avrebbe insabbiato “perché altrimenti diventa una cosa molto difficile” ma dice che può capirli, non uscendone bene neanche stavolta.

Antonino Monteleone: Sempre resta irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare?

Pierluigi Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo, non lo vedi che ancora non riescono a risolvere i probl… Si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Piccini è evasivo, non gli è facile trovare collegamenti che non esistono.

Antonino Monteleone: Ma dello IOR gli avevi chiesto?

Pierluigi Piccini: Ragazzi mi volete mandar… che volete fare di me, mi volete rovinare?

Antonino Monteleone: Ci dice davanti ad una telecamera: “Per me David Rossi non si è suicidato”?

Pierluigi Piccini: Questo ve lo posso dire, l’ho scritto dicendo che ho seri dubbi sul fatto che si sia suicidato, questo l’ho scritto.

Piccini dice di poter dire davanti alla telecamera che David si è suicidato, mostrando di essere convinto che Le Iene debbano ancora cominciare a registrare.

Antonino Monteleone: I dubbi ti vengono dal vedere le immagini o dalla conoscenza?

Pierluigi Piccini: Eh, ma son tanti fattori, tutta questa indagine ha dei punti…

Pierluigi Piccini: Ragazzi ma io devo fare… so’ candidato a sindaco, mi volete mettere contro la magistratura, facciamo un patto scritto e io… va bene… Io vi devo misurare perché se voi fate uscire mezza parola di quello che ho detto io non vi faccio l’intervista.

Pierluigi Piccini crede che dopo questa chiacchierata inizieranno a registrare l’intervista vera e propria.

Antonino Monteleone: Lui assume che abbiamo registrato, lui da per scontato…

Pierluigi Piccini: Sì, sì.

Piccini non ne è certo ma ha il timore che la sua voce possa essere stata registrata.

Accompagnatore di Monteleone: Quindi le cose che ci ci ha detto ce le ha dette sapendo che potevamo registrarlo ma potrà dire ma mi registravano io che ne sapevo.

L’accompagnatore di Monteleone dice questa frase per usarla in forma di consenso per poi pubblicare la chiacchierata con Piccini. Piccini non è consapevole di essere registrato e per questo non replica a questa affermazione.

Pierluigi Piccini: Io ti ho dato una serie di informazioni, gestiscile.

Piccini invita ingenuamente Monteleone ad indagare sulla “pista parallela” da lui prospettata pensando che Le Iene approfondiscano la nuova “pista” senza fare il suo nome.

Pierluigi Piccini: Voi mi dite che non m’avete registrato niente, cosa che non ci credo perché tu c’hai un sorriso strano, ‘sto ragazzo c’ha un sorriso strano, anche questo so’ due paraculi questi, fammi vedere l’altro telefono, ne hai tanti… però ci diventa rosso, lo vedi eh? Mi volevate inculare? Che teste di cazzo, no, mi volevate inculare, siete teste di cazzo tutti e due. Aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, no, eh, no, eh, no, io vi denuncio, io vi denuncio davvero, eh… Guarda, eh, no, eh, non va bene, levala dai, c’ha il registratore, tira fuori, queste sono delinquenzate, siete dei delinquenti, dammi l’apparecchio, dammi l’apparecchio, tu non ti muovi da qui, eh, tu mi devi dare quella registrazione, è così, se tu adoperi le parole che io ho detto, dato che c’ho testimoni, ti denuncio. Tu mi hai carpito una cosa, ora mi fate incazzare davvero, eh, ma che stiamo a scherza’, ma tu mi carpisci le cose senza dirmi niente e vuoi anche avere ragione? Stai cercando di giustificare quello che hai fatto? Ma che stiamo a scherzare, stiamo!?

Pierluigi Piccini è sinceramente preoccupato, non aveva consapevolezza di essere registrato, Le Iene, come Piccini lascia intendere durante la conversazione, gli avevano fatto credere che lo avrebbero intervistato e registrato solo dopo la chiacchierata informale al tavolino del bar, tanto che al termine della puntata de Le Iene, Piccini ha rilasciato il seguente comunicato stampa: “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset), preciso che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”.

Antonino Monteleone durante messa in onda della registrazione ha dichiarato: Avete capito, lui poteva immaginarlo benissimo che avremmo potuto registrarlo ma nonostante questo c’abbiamo pensato a lungo prima di decidere cosa fare di questa conversazione e abbiamo deciso di pubblicare questo incontro perché comunque sia stiamo parlando della morte di una persona e della richiesta di verità da parte dei familiari anche perché delle tante persone incontrate a Siena in questi giorni, in un clima a dir poco omertoso, l’ex sindaco Piccini è l’unico dei personaggi non legati alla famiglia che ci ha detto sinceramente come la pensa e anche come la pensa una buona parte della città.

Antonino Monteleone, prima di tutto, per giustificare la messa in onda di una registrazione estorta, vuol fare credere al pubblico televisivo che Piccini potesse immaginare di essere registrato e che pertanto quel “poter immaginare” possa essere interpretato come una specie di consenso, un abominio. Monteleone aggiunge inoltre di aver deciso di mandare in onda la conversazione estorta per un impellenza morale, perché la registrazione riguardava la morte di una persona, nulla di più lontano dalla verità, bastava analizzare superficialmente le dichiarazioni di Piccini per capire che l’ex sindaco non aveva riferito nulla che potesse far luce sulla morte di David Rossi ma solo impressioni personali e pettegolezzi. Le Iene hanno mandato in onda la registrazione estorta semplicemente per fare spettacolo ben consapevoli che avrebbero arrecato un danno gratuito a Pierluigi Piccini.

La registrazione è stata trasmessa alla Procura di Genova non perché le rivelazioni dell’ex sindaco abbiano alcun peso riguardo alla morte di Rossi ma per le gravi “accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena” da parte di Piccini e “per la sistematica delegittimazione, come quella da ultimo operata dall’interlocutore delle Iene (rilanciata scientemente senza alcun filtro e con la consapevolezza di non aver compiuto alcun riscontro), che senza alcuna conoscenza diretta della complessa attività di indagine, dei risultati degli accertamenti tecnici, degli immani sforzi compiuti per dare spiegazione ad ogni elemento di criticità, sulla base di un pregiudizio personale, senza indicare alcun argomento di merito, tenta di accreditare, con esternazione ignote per provenienza, una propria tesi personale suffragandola con pesantissime accuse ai danni dei magistrati che hanno seguito la vicenda giudiziaria, additandoli come partecipi di un oscuro disegno criminoso”, così come dichiarato dal Procuratore capo Salvatore Vitello.

Personalmente vorrei dire a Monteleone che non ha nessun diritto di definire omertoso chi non parla con lui. Il signor Antonino Monteleone non è nessuno per pretendere risposte da chicchessia, i signori da lui definiti omertosi, le risposte le hanno già date alla magistratura.

L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma sono triste perché il Nautilus è affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall da lui commesso si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello di 70 kg e che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto “difensivo”, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla e da questa attività “superflua”, che possiamo considerare a tutti gli effetti una “personation”, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento, la sua “personation”, diverrà la sua “firma”.

Non è dato sapere se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli indumenti intimi della Wall siano stati ritrovati dagli investigatori all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino la prese all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando venne localizzato, il sottomarino stesse navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovassero a bordo; in pratica l’aver recuperato la biancheria della Wall all’interno del Nautilus è un ritrovamento che chiude il cerchio, non fu una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall, gli assassini come Peters Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima che assume il ruolo di “souvenir” e che gli permette di accedere alle proprie memorie in modo da rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall