Stage di Erba: analisi di alcuni stralci dell’intervista rilasciata da Rosa Bazzi a “Le Iene” 

Rosa Bazzi

Rosa Bazzi (12 settembre 1963) e suo marito Olindo Romano (10 febbraio 1962) sono gli autori della cosiddetta “Strage di Erba”. L’11 dicembre 2006, i due coniugi hanno ucciso Raffaella Castagna, 30 anni, suo figlio Youssef, 2 anni, la madre della Castagna, Paola Galli Castagna, 60 anni, una vicina, Valeria Cherubini, 55 anni, e hanno tentato di uccidere Mario Frigerio, marito della Cherubini.

Nel maggio 2011, i Romano sono stati condannati all’ergastolo in via definitiva per omicidio plurimo pluriaggravato e tentato omicidio.

Nell’aprile 2019, il programma televisivo “Le Iene” ha mandato in onda parte di un’intervista rilasciata da Rosa Bazzi ad Antonio Monteleone. L’intervista trasmessa non è integrale ed è affetta da tagli e ricomposizioni, in ogni caso alcuni stralci risultano analizzabili. Poiché la Bazzi e suo marito desiderano che venga riaperto il caso, ci aspettiamo che, in quest’intervista, Rosa:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso il quadruplice omicidio per il quale sta scontando una condanna all’ergastolo.

Rosa Bazzi: È megliooo… due stupidi in carcere cheee… ammettere che ci sono degli assassini a spasso.

Si noti che la Bazzi parla in modo generico, non dice “gli assassini di Valeria, Paola, Raffaella e Youssef” ma “degli assassini”, sapendo che “degli assassini a spasso” ci sono sempre. Peraltro, parlando al plurale e non al singolare, ci informa che ad uccidere Valeria, Paola, Raffaella e Youssef non fu un unico soggetto.

Rosa Bazzi: Sono molto, molto nervosa.

Antonino Monteleone: Anche perché l’ultima volta che c’avevi una telecamera in faccia… 

Rosa Bazzi: Mi sono beccata anche una bella condanna… almeno se l’avrei fatto.

Si noti che la Bazzi non prende moralmente le distanze dal quadruplice omicidio.

Rosa Bazzi: Con la rabbia che ho addosso non ce la faccio a spiegarvelo perché nn… non parlarne vuol dire che io sono colpevole, non parla-rne più vuol dire: “Va bene, lasciali in galera, sono due stupidi, lasciamoli in galera”; parlarne ancora, la gente è stanca (…) di parlare sempre di noi due, non capisco perché… perché andiamo in cassazione, andiamo eeehm (…) in tutti i posti che vanno gli avvocati, trovano sempre un muro, cioè ma per… cioè, la verità, falla uscire (…) poi se sono colpevole, basta, lasciatemi in galera, sto in galera, ma se c’è proprio veramente tutte queste prove… Perché li hanno bruciate? Perché li nascondete?

Si noti “Con la rabbia che ho addosso”.

“io sono colpevole” è un’ammissione tra le righe.

La Bazzi, dicendo “la verità, falla uscire (…) poi se sono colpevole“, non lascia spazio ad alternative e ci comunica che la verità è che lei è colpevole.

Antonino Monteleone: Quindi, dici, il più grande errore che tu hai fatto, secondo te, in tutta questa storia?

Rosa Bazzi: Sono le mie confessioni, lo sto pagando. 

Antonino Monteleone: Cioè, dici, se tu non avessi confessato, non c’era niente.

In seguito a questa domanda ci aspettiamo che, se innocente, la Bazzi neghi in modo credibile.

Rosa Bazzi: No. Sto pagando le mie confessioni, non sto pagando perché son salita, perché non sono salita, sto pagando le mie confessioni.

La Bazzi non coglie l’occasione per negare.

Si noti che la Bazzi si tradisce quando dice “son salita”, rivelandoci che si trovava sulla scena del crimine, in seguito tenta di correggersi.

Rosa Bazzi: Quello che penso, sono molto, molto arrabbiata.

Si noti “sono molto, molto arrabbiata”.

Antonino Monteleone: Oggi sei arrabbiata?

Rosa Bazzi: Molto, perché… pensavo di… di credere nella giustizia e invece su di me la giustizia italiana non ha fattooo… ha fatto proprio un buco nell’acqua.

Antonino Monteleone: C’è chi pensa che arrestando te e Olindo, invece, la giustizia italiana abbia fatto centro.

Rosa Bazzi: Sì, hanno fatto centro, peròòò… non siamo stati noi due.

La Bazzi, dicendo “Sì, hanno fatto centro”, ci comunica che lei e suo marito sono i responsabili del quadruplice omicidio e poi, ancora una volta, cerca di correggersi, ma “non siamo stati noi due” non è una negazione credibile.

Rosa Bazzi: Non hanno svolto bene il lavoro che hanno fatto… se lo fa… se lo facevano bene… cioè… come mai spar…spariscono le cose adesso e che potevano andare a controllarliii allora… 

La Bazzi non riesce a concludere la frase “se lo facevano bene…”. Rosa Bazzi non riesce a dire che se gli inquirenti avessero lavorato bene sarebbero giunti a conclusioni diverse, perché mentirebbe.

Rosa Bazzi: Faccio un po’ fatica a credere (…) nella giustizia.

“Le Iene” hanno tagliato ciò che la Bazzi ha detto tra “Faccio un po’ fatica a credere” e “nella giustizia”.

Se Rosa Bazzi fosse vittima di un errore giudiziario e si riferisse alla giustizia, dopo la condanna definitiva all’ergastolo non farebbe “un po’ fatica a credere”, non ci crederebbe proprio più. 

Rosa Bazzi: I reperti sono andati a bruciarli (…) adesso ditemi un po’ voi se io, cioè, devo ancora avere fiducia, a quel punto qui la fiducia… a quel punto qui la fiducia è persa, è morta.

Si noti che la Bazzi è vaga, non fa seguire al termine “fiducia” le parole “nella giustizia”, perché non riesce a mentire. Questo stralcio, peraltro, ci aiuta a capire il perché “Le Iene” abbiano artificiosamente costruito la precedente risposta della Bazzi “Faccio un po’ fatica a credere (…) nella giustizia”.

Antonino Monteleone: Voi non eravate arrabbiati con Raffaella?

Rosa Bazzi: No, arrabbiati no, eravamo solamente… che i problemi c’erano ma non potevamo arrivare eee… alle mani.

Si noti che la Bazzi non dice “non potevamo arrivare ad uccidere” per evitare lo stress che le provocherebbe il confrontarsi con un termine tanto evocativo.

Antonino Monteleone: Perché uccidere anche la Cherubini, è una domanda?

Si noti che Monteleone tiene a precisare alla Bazzi che le sta facendo una domanda, questa sua precisazione lascia intendere che abbia contaminato l’intervista, quantomeno con sue personali affermazioni.

Rosa Bazzi: Ma noi non l’abbiamo fatto, non siamo saliti noi.

“Ma noi non l’abbiamo fatto, non siamo saliti noi” non è un modo credibile di negare un quadruplice omicidio.

Rosa Bazzi: (…) non abbiamo fatto niente.

“non abbiamo fatto niente” non è una negazione credibile.

Antonino Monteleone: Rosa, perché hai confessato?

Rosa Bazzi: Bella domanda… lo chiediamo all’Olindo, lo chiediamo ai carabinieri.

Una risposta evasiva.

Antonino Monteleone: Cioè, possibile che pur di stare insieme, voi due vi accollate quattro omicidi, pur di non essere separati?

Rosa Bazzi: Allora era così, cioè, io non sapendo… perché non mi era mai successo una cosa del genere (…) allora le cose erano così, adesso le cose sono cambiate ee…

Antonino Monteleone: Tra te e Olindo.

Rosa Bazzi: Sì, nel senso che abbiamo capito lo sbaglio, abbiamo capito ma nnn…

Antonino Monteleone: Qual’è stato lo sbaglio, uccidere quattro persone?

In seguito a questa domanda ci aspettiamo che, se innocente, la Bazzi neghi in modo credibile.

Rosa Bazzi: No (…) accollarci quello che c’hanno detto i carabinieri.

La Bazzi non nega in modo credibile di aver commesso l’omicidio, anzi, ci riferisce non di aver sbagliato ad uccidere, ma solo di aver sbagliato a confessare. 

Rosa Bazzi: E non era successo niente.

“non era successo niente” non è una negazione credibile.

Antonino Monteleone: Il RIS di Parma battuto da Rosa Bazzi, cioè i carabinieri del RIS di Parma non trovano una traccia di Rosa e e Olindo perché come pulisce Rosa, cioè più forte tu di 15 carabinieri?

In seguito a questa domanda ci aspettiamo che, se innocente, la Bazzi neghi in modo credibile.

Rosa Bazzi: Beh però non… non c’era neanche niente da trovare, perché, su una cosa del genere, penso che scendevi che eri in un lago di sangue, (…) vedendo le foto era una cosa indescrivibile… era.

La Bazzi non nega di aver commesso il quadruplice omicidio, né di aver pulito, anzi, il “Beh però” e il “neanche” la tradiscono. 

Antonino Monteleone: Soprattutto fa arrabbiare le persone comuni che dicono, ma come hanno fatto una donna ed un uomo ad ammazzare in quel modo un bambino di due anni e mezzo?

In seguito a questa domanda ci aspettiamo che, se innocente, la Bazzi neghi in modo credibile di aver ucciso il piccolo Youssef.

Rosa Bazzi:……… Non lo so, non ci sono salita e non l’ho vi… non… non so… mmmm… non so come spiegargliela questa cosa.

La domanda è sensitiva, la Bazzi aspetta a lungo prima di rispondere, si autocensura e prende tempo con ripetizioni e pause. 

“non ci sono salita” non è una negazione credibile.

“non so come spiegargliela questa cosa” è un’ammissione tra le righe, la Bazzi mica è un’esperta, perché dovrebbe sentirsi in dovere di spiegarci “questa cosa”, se non perché ha ucciso lei il bambino. Peraltro, con l’uso dell’aggettivo “questa” mostra vicinanza all’omicidio.

Antonino Monteleone: Quale cosa?

Rosa Bazzi: Di avere ucciso un bambino, perché… devi andare praticamente… ce l’hai con… la mamma o il papà, non c’entra niente lui, cioè nnn…

“Di aver ucciso un bambino” è un’ammissione tra le righe.

Antonino Monteleone: Tu ce l’avevi con la mamma e col papà?

Rosa Bazzi: No, non ce l’avevo con nessuno dei due, non ce l’avevo, cioè, non potevo arrivare a questo punto.

Si noti che, ancora una volta, la Bazzi è incapace di dire “non potevo arrivare ad uccidere”.

Rosa Bazzi: Chi l’ha fatto veramenteee è stato atroce (…) cioè ha avuto proprio addosso una rabbia fortissima.

Si noti che la Bazzi non è capace di condannare l’autore dell’omicidio di Youssef, con il termine “atroce” definisce l’omicidio, non il suo autore.

Vi ricordo che, in precedenza, la Bazzi ha detto: “Con la rabbia che ho addosso”,   “sono molto, molto arrabbiata” e, alla domanda del giornalista: Oggi sei arrabbiata?”, ha risposto: “Molto”ed adesso ci dice che ci uccise Youssef “ha avuto proprio addosso una rabbia fortissima”, non “avrà avuto”, ma, si badi bene, “ha avuto”.

CONCLUSIONI

Nonostante gli innumerevoli “taglia e cuci”, l’intervista rilasciata dalla Bazzi si è rivelata un clamoroso autogol.

Rosa Bazzi non è riuscita a dire “Io non ho ucciso Valeria, Paola, Raffaella e Youssef, sto dicendo la verità“, né “Sono in carcere perché sono stata accusata di aver commesso una strage, ma la verità è che io non l’ho commessa e sono stata condannata ingiustamente”, perché avrebbe mentito.

Rosa Bazzi non è riuscita ad emettere parole di condanna morale nei confronti degli autori del quadruplice omicidio, eppure, se Olindo e Rosa fossero innocenti proprio a loro dovrebbero la condanna all’ergastolo. Rosa Bazzi non è riuscita a scagliarsi contro gli assassini di Valeria, Paola, Raffaella e Youssef, perché lei è una di quelli.

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OMICIDIO LIDIA MACCHI, RIESAME PER SCARCERAZIONE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: STEFANO BINDA VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO

Lidia Macchi

Mercoledì 17 aprile, Stefano Binda era presente all’udienza del Tribunale del Riesame durante la quale i suoi avvocati, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno discusso il ricorso proposto contro l’ordinanza con la quale poche settimane fa la prima Corte di Assise di Appello di Milano ha rigettato la richiesta di scarcerazione del loro assistito. Il Tribunale del Riesame ha trenta giorni per esprimersi.

Le Cronache Lucane, 18 aprile 2019

L’avvocatessa Patrizia Esposito ha dichiarato: “Per quanto sia un detenuto modello, in carcere funge da bibliotecario e si occupa dello sportello amico, tre anni di carcere si stanno facendo sentire. Da quando fu arrestato avrà perso una trentina di chili”.

La criminologa Ursula Franco, che è consulente della difesa dal luglio 2018, ha così commentato: “Stefano Binda è vittima di un errore giudiziario, non solo non è lui l’autore della lettera “IN MORTE DI UN’AMICA” ma quella lettera non è stata scritta dall’assassino, la corretta ricostruzione dei fatti permette di escluderlo senza ombra di dubbio. L’omicidio di Lidia non fu un omicidio sessuale. Chi scrisse la lettera riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari e dai giornali, un’ipotesi errata. Lidia fu uccisa da un predatore violento che non si intrattenne sessualmente con lei, né prima, né dopo l’omicidio. Riguardo alla richiesta di scarcerazione, non solo non c’è il pericolo che Binda reiteri perché non è stato lui ad uccidere Lidia, ma non c’è neanche nulla nei 30 anni di vita di Binda post 1987 che lasci pensare che possa uccidere, mentre in quella di Giuseppe Piccolomo, la cui posizione è stata inspiegabilmente stralciata, ci sono due omicidi. Si torni ad indagare su di lui, peraltro Piccolomo ha confessato l’omicidio alle proprie figlie e da casa sua avrebbe potuto raggiungere a piedi l’ospedale di Cittiglio, dove Lidia raccolse il suo assassino. Aggiungo che, non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di un soggetto sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera che, ripeto, non fu scritta dall’autore dell’omicidio”.

Scomparsa di Samira Sbiaa: analisi di alcuni stralci di interviste rilasciate da Salvatore Caruso

Salvatore Caruso e sua moglie Samira

Samira Sbiaa è scomparsa da Torino il 7 aprile 2002, suo marito, Salvatore Caruso, è stato recentemente indagato per omicidio.

Ci aspettiamo che nelle risposte alle domande dei giornalisti che lo hanno intervistato dopo che gli inquirenti lo hanno indagato, Caruso:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso il reato di cui è accusato dicendo “Io non ho ucciso Samira” e che poi, riferendosi alla sua negazione, dica: “sto dicendo la verità”.

Nicola Endimioni: Scusi, quando Samira scompare, che lei non la trova più quella benedetta mattina, lei che fa?

Salvatore Caruso: Che fai? Io vado dai carabinieri, faccio fare la denuncia… eh… telefonai ai suoi per vedere se… perché io credevo che era andata via con il fratello, poi lui dice: “No, io non so dov’è”, e allora che fine ha fatto?

“Che fai?” equivale ad una pausa, il Caruso prende tempo per pensare a come costruire una risposta.

Purtroppo la risposta del Caruso non può essere analizzata perché è contaminata, il giornalista si è espresso coniugando i verbi al presente.

Se la domanda fosse stata “Mi dice che cosa è successo nell’aprile 2002?”, si sarebbero invece potuti analizzare i tempi dei verbi utilizzati dal Caruso e le sue priorità, perché sarebbe stato lui a decidere da dove iniziare il racconto. In Statement Analysis si analizzano i tempi verbali utilizzati da un soggetto invitato a rievocare un evento accaduto, eventuali dichiarazioni in cui il verbo sia coniugato al presente sono da considerarsi non credibili. In poche parole, chi falsifica, non pescando nell’esperienza, usa il verbo al presente.

Salvatore Caruso: Io ero uscito, al ritorno…quando ritorno, non l’ho più trovata.

Nicola Endimioni: Dove era andato lei?

Salvatore Caruso: Ero andato a Torino a fare un po’ di spesaaa. Ero andato a Torino a fare un po’ di spesa.

Si noti la ripetizione di “Ero andato a Torino a fare un po’ di spesa”, un indice che la domanda è sensitiva.

Nicola Endimioni: Se lo ricorda bene quel giorno? 

Salvatore Caruso: Sì, sì, sì, sì, era un giorno come tanti che uscivo, andavo a fare la spesa, la sera tornavo indietro eee.

Si noti la ripetizione del “Sì”, un indice che la domanda è sensitiva.

Si noti la frase “era un giorno come tanti”. Si tratta del “Normal Factor”. Il fatto che Salvatore Caruso senta il bisogno di equiparare quel giorno a “tanti” altri giorni ci permette di inferire che quel giorno non fu un giorno come “tanti” altri.

Nicola Endimioni: Quindi lei quel giorno si ricorda di essere andato a Torino a fare delle spese?

Salvatore Caruso: Sì, sono andato a Torino.

Nicola Endimioni: Che spese?

Salvatore Caruso: Ma che spese?… Ho comprato de… de… de… della frutta, della verdura, quello che serviva, su.

“Ma che spese?” equivale ad un pausa, Caruso ha bisogno di tempo per rispondere. Si notino le pause e le ripetizioni nella risposta. La domanda è sensitiva.

Nicola Endimioni: Fino a Torino per comprare frutta e verdura?

Salvatore Caruso: Sì, perché io normalmenteee la spesa la faccio a Torino.

Si noti che il Caruso non si limita a rispondere con un “Sì” ma fornisce anche un “perché”.

Si noti “normalmenteee”. Si tratta ancora del “Normal Factor”. Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno sul quale viene intervistato/interrogato.

Nicola Endimioni: Quel giorno, quel pomeriggio, quante ore sta via?

Il giornalista continua a parlare al presente.

Salvatore Caruso: Sarò stato 2 ore, 2 ore e mezzo, 3 ore, adesso non vado a guardare l’orologio. Quando rientro non la trovo a casa. Alla mattina sono andato a fare la denuncia dai carabinieri.

E purtroppo, ancora una volta, la risposta del Caruso non può essere analizzata perché contaminata.

Il Caruso non precisa di che tipo di “denuncia” si tratti.

Nicola Endimioni: Dopo 12 ore, subito?

Salvatore Caruso: Eh, io speravo che rientrasse.

Una risposta evasiva che ci lascia intendere che la domanda è sensitiva.

Il giornalista ha riferito che il Caruso non ha mai sporto denuncia di scomparsa ma ha invece querelato Samira per appropriazione indebita.

Nicola Endimioni: Salvatore, ci sta dicendo la verità?

Purtroppo il giornalista introduce il termine “verità” contaminando irrimediabilmente la risposta. La domanda da fare in questi casi è “Perché dovremmo crederle?” o “Perché dovrei crederle?” e l’unica risposta credibile è “Perché sto dicendo la verità”. 

Salvatore Caruso: Certo che sto dicendo la verità. Cosa… cosa dovrei nascondere? Cosa avrei da nascondere io?, che c’ho s… rimesso la salute eeee i soldi e tutto.

La risposta del Caruso “Certo che sto dicendo la verità” non ha valore perché l’uomo ripete a pappagallo le parole del giornalista. 

Quando Caruso dice “Cosa… cosa dovrei nascondere? Cosa avrei da nascondere io?” è lui ad aprire alla possibilità che abbia qualcosa da nascondere. Peraltro le domande gli servono per prendere tempo per rispondere.

Nicola Endimioni: I carabinieri qualche settimana fa, qualche mese fa l’hanno chiamata? L’hanno convocata?

Salvatore Caruso: Una telefonata, ma nient’altro, per avere notizie se… se si era fatta viva o non si era fatta viva. E basta.

Si noti che il Caruso non fa il nome della moglie scomparsa, un modo per prenderne le distanze.

Nicola Endimioni: Quando ha ricevuto questa telefonata da parte dei carabinieri?

Salvatore Caruso: Qualche mesetto fa, 20 giorni fa, un mesetto fa circa.

Nicola Endimioni: E lei cosa ha risposto?

Salvatore Caruso: Eeee… quello che sto rispondendo a lei. Che io ho divorziato, questa persona non si è fatta più viva, l’ho cercata, non s’è fatta viva eee cosa… cosa dovevo fare di più? Dovevo impiccarmi pure io, dovevo impiccarmi?

“Eeee” è una pausa per pensare.

Riferirsi a Samira con “questa persona”, gender neutral, è un modo per prenderne le distanze.

Per un qualche motivo le parole “Dovevo impiccarmi pure io” sono presenti nella mente del Caruso e gli sono sfuggite, si tratta di “Leakage”. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni. 

Nicola Endimioni: Perché mi dice “pure io”?

Una buona domanda.

Salvatore Caruso: Ehhh… io di come è andata la faccenda… del nervoso che… che mi sono preso potevo anche fare… fare qualche fesseria, ma sono riuscito a controllarmi e sono ancora qui, cosa vuole che le dica?

La pausa “Ehh”, la ripetizione del “che” e la domanda “cosa vuole che le dica?” ci informano che la domanda del giornalista è sensitiva.

Salvatore Caruso: E cosa penso, penso che non c’è niente, è tutta una messinscena e basta.

Nicola Endimioni: E quelle ossa secondo lei non sono umane?

Purtroppo il giornalista suggerisce al Caruso di negare che siano ossa umane. In ogni caso, il Caruso potrebbe cogliere l’occasione per negare di aver ucciso sua moglie.

Salvatore Caruso: Ma io non lo so, credo di no, almeno io… io è da 30 anni che sono qua, prima non lo so (incomprensibile).

Un’occasione persa.

Salvatore Caruso: È una bidonata, bidonata, lo capisci? Sì o no?

Nicola Endimioni: Lei è stato bidonato!?

Salvatore Caruso: Sì, so’ stato bidonato.

Nicola Endimioni: Da chi?

Salvatore Caruso: Da lei e dalla sua famiglia dopo che li ho aiutati… economicamente. Cosa vuole le dica di più?

Salvatore Caruso: Non ho niente da aggiungere, stanno perdendo tempo, stanno perdendo, scusa.

Nicola Endimioni: Lei ha detto ieri, allora lei è rimasto coerente su alcune frasi, lei ha detto: “Io sono sempre stato bidonato e quella di ieri è una messinscena”.

Salvatore Caruso: (Incomprensibile) messinscena, stanno perdendo tempo perché stanno cercando quello che non c’è, buongiorno.

Nicola Endimioni: Ma perché messinscena?

Salvatore Caruso: Perché… io non ho detto messinscena, questa è tutta una complicazione di quello che è successo e basta e poi la gente critica, critica, critica, gonfia le cose e via (incomprensibile) buongiorno.

Nicola Endimioni: Non conviene chiarire alcuni passaggi, Salvatore?

Salvatore Caruso: Non ho nulla da chiarire, non ho niente da chia… non ho fatto niente, non ho fatto niente, se a questa famiglia… io dovrei chiedere i danni a questa famiglia, dovrei chiedere.

“non ho fatto niente” non è una negazione credibile in quanto atemporale e aspecifica. Si noti che il Caruso, per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è accusato, minimizza.

Salvatore Caruso: Non ho da difendermi da niente perché io non ho fatto niente, anzi dovrei essere io a chiedere i danni a questa famiglia, quindi è inutile che ci giriamo intorno.

“io non ho fatto niente” non è una negazione credibile

Nicola Endimioni: Al fine di chiarire tutti i dubbi, le ossa nel giardino?

Salvatore Caruso: Eh… eh. 

Nicola Endimioni: Dal suo punto di vista?

Salvatore Caruso: Eh… saranno ossa di un animale, eh… iooo qui sono arrivato nell’88, prima dell’88 c’era un… una discarica pubblica lì, i muri di cinta non esistevano, non esisteva il cancello, tutto… tutto all’aperto, chi arrivava buttavano macerie, io ho portato un’impresa con l’escavatore, con un camion e l’ho buttata fuori, ho pulito tutto allora (incomprensibile).

Nicola Endimioni: Ma se fossero ossa umane?

Salvatore Caruso: Macché ossa umane (incomprensibile) lasciamo perdere, buongiorno.

Salvatore Caruso: Ma io a quella profondità non c’ho mai scavato, quindi… lì c’era un… una discarica che era tutto aperto, non è chiuso come adesso, io l’ho chiuso io, lì c’era un muretto di 30 centimetri e chi arrivava buttava roba, non c’era il cancello, non c’era niente allora, io sto parlando dell’88, non era ieri e da… da quella parte, da quel lato in avanti eh non so cosa è successo qua dentro. Io ho scavato (incomprensibile) 25, 30 centimetri, per piantare le piante e basta, il ciliegio, il fico e il caco e basta.

Salvatore Caruso: Io non ho ucciso mai nessuno, non ho ucciso.

“Io non ho ucciso mai nessuno” non è una negazione credibile in quanto, con il “mai”, il Caruso si riferisce ad un indefinito periodo di tempo. 

Giornalista donna: Quindi non l’ha ammazzata Samira?!

Una sorta di domanda/affermazione che non solo invita il Caruso a negare ma lo mette anche sulla difensiva.

Salvatore Caruso: Ma che ammazzata eee ammazzata, non c’ho mai alzato una mano, né a lei, né ad altre donne.

“Ma che ammazzata eee ammazzata” e “non c’ho mai alzato una mano, né a lei, né ad altre donne” non sono negazioni credibili. 

Giornalista donna: Però sono delle accuse pesanti.

Salvatore Caruso: Eee accuse pesanti, si smonteranno tutte accuse.

Giornalista donna: Perché?

La domanda permetterebbe al Caruso di negare.

Salvatore Caruso: Perché io non ho fatto niente e perché… perché… perché… non ho fatto niente io.

“Perché io non ho fatto niente” non è una negazione credibile

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un “Sì” o un “No”;
  2. evitare le domande multiple;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato;
  4. non introdurre termini nuovi;
  5. fare domande in relazione alle risposte usando le parole dell’interrogato/intervistato;
  6. evitare affermazioni;
  7. evitare giudizi morali;
  8. non suggerire le risposte. 

 

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 17 aprile 2019.

The murder of Celia Martinez: analysis of some excerpts from Armando Aleman’s interview with Homicide Detective Curtis Walke

San Antonio, Texas. On May 26, 2004, Celia Martinez, 29 and mother of seven kids, was found dead in the shower of her home. She had neck injuries and blunt trauma to her head. Martinez’s mother and brother had initially arrived at the house to take Martinez to an appointment, and they entered the home when Martinez failed to answer the door. They discovered blood throughout the home and could not find Martinez. Martinez’s mother found Armando Aleman and Theresa Bracamontes in their second-floor bedroom. Aleman and Bracamontes rented a second-floor portion of Martinez’s home. She saw blood in their room and noticed they were cleaning their hands. She asked them where her daughter was, and they did not answer. At that point, she told her son to call the police, and she went downstairs and blocked the door so Aleman and Bracamontes could not leave before the police arrived. When the first police officer arrived at the scene, Armando Aleman and his wife, Theresa, were in the home with Martinez’s mother and brother. When police officers arrived at the scene, Aleman had blood on his ear, pants, socks, and shoes. An evidence technician collected Aleman’s shoes. A homicide detective asked Aleman if he would go to the police station and give a statement, and Aleman said he would. 

Homicide Detective Curtis Walker interviewed Aleman at the police station for approximately two hours. Here some excerpts from he interview:

What we look for in these experts is for Armando Aleman to issue a reliable denial.

A reliable denial has 3 components:

1.  the pronoun “I”

2.  past tense verb “did not” or “didn’t”

3.  accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable. 

“I did not kill Celia Martinez” followed by “I’m telling the truth”, while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true.

A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

Detective Walter: I don’t know anything about the case, I got to get everything from you, OK?

This is a good question. Aleman knows the focus is on him, this is an open question that allows him to issue a reliable denial.

Armando Aleman: Her mum was accusing us of uhm killing her daughter and we had nothing to do with it. We were upstairs.

Note the place of the pause “uhm”.

Note his priorities:

1) He tells the detective that Celia’s mother accused them (him and his wife) of killing her. Note that he doesn’t enter the victim’s name. He doesn’t specify who the “us” are.

2) He tries to deny the killing issuing an unreliable denial: “we had nothing to do with it”.

Deceptive people alter their denials to avoid a direct lie.

“we had nothing to do with it” is an unreliable denial, he violated component two and three of a reliable denial. He doesn’t specify who the “we” are.

3) “We were upstairs” in not enough to be considered an alibi, Aleman is unable or unwilling to say when “we were upstairs when Celia was killed”.

Detective Walter: What happened?

Armando Aleman: Oh, I don’t know. I guess there’s like a lot of blood on the floor or something.

“Oh” is a pause to think. The question is sensitive to him.

Detective Walter: OK. Did you see that or did someone (inaudible)?

Armando Aleman: No, we were upstairs. No, I didn’t see it.

Note that Aleman repeats “we were upstairs”, he could have seen the blood after the murder. He shows a need to take the distance from the crime scene.

Detective Walter: Did you meet her first at the club?

Armando Aleman: Yes, we met at the club. 

Detective Walter: Or met her first at the apartments?

Armando Aleman: At club.

Detective Walter: And how long ago was that?

Armando Aleman: We’ve been going there for awhile. Uh gee. Well, I don’t know, I couldn’t really tell, you know, how long.

“you know” shows acute awareness of the audience.

Armando Aleman: See I don’t really talk to the person.

When a subject speaks of an event in the past, he is expected to use the past tense language. We know that Aleman can speak in the past tense but he chooses to use the present tense “I don’t talk”. Past tense increases reliability, while present tense reduces it and is deemed “unreliable” in Statement Analysis. 

“really” weakens is assertion.

He knew the victim, she was his landlord. Note that he speaks of the victim as “the person” not as “Celia” or “Martinez”. This is distancing language.

Detective Walter: I have noticed and one of the officers told me that you had some what looked like blood on you.

Armando Aleman: They mentioned that. I said “Where?”

Detective Walter: Can you tell me how that might have happened?

Armando Aleman: Well, I scratched my ear because something was biting me, so.

“Well” is a pause to think. The question is sensitive to him. To answer with a pause is like to answer with a question.

Note that he gives the reason why he scratched his ear without being asked, a way to preempt the question.

Detective Walter: OK. So, well, that explains that.

Detective Walter: You are not telling me why and how you killed Celia. 

Armando Aleman: I didn’t.

“I didn’t” is not a reliable denial. He violated component three of a reliable denial.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception indicated

A little more than half-way through the interview, Aleman admitted that he and his wife murdered Celia Martinez. 

Bracamontes made the following incriminating statements: that she hit Martinez on the head three times with “a stick” (which police later determined to be a metal expandable baton); that she poked Martinez with a knife; and that she and Aleman were both responsible for Martinez’s murder.

A jury found Armando Aleman guilty of murder and assessed punishment at life in prison. 

MORTE DI MARIA UNGUREANU: NO DEI PERITI NOMINATI DAL GIP ALLA RIESUMAZIONE DEL CORPO

Avvocato Salvatore Nicola Verrillo

Il corpo di Maria Ungureanu non verrà riesumato. I periti ai quali il GIP della Procura di Benevento ha affidato l’incarico di procedere ad un nuovo esame autoptico ritengono che la riesumazione sia inutile. Campioni biologici di tutti gli organi della Ungureanu vennero infatti prelevati durante la prima autopsia dai medici legali, Buccelli e Fonzo.

Le Cronache Lucane, 12 aprile 2019

L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, legale di Daniel Ciocan, che durante l’udienza dell’8 aprile si era detto contrario alla riesumazione, ha così commentato ad Ottopagine: “I periti hanno confermato quanto io ho evidenziato al giudice Giuliano: dopo tre anni la riesumazione non serve a nulla, né per stabilire l’ora della morte, né in relazione ad altre circostanze. Un no, il mio, motivato anche dalla pietà umana e dal rispetto che si deve alla bimba”.

Dei tre medici legali che si sono già pronunciati sul caso, nessuno ha mai sostenuto che la bambina sia stata uccisa, anzi, il professor Francesco Introna lo ha escluso.

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Riguardo agli abusi sessuali, nel luglio 2016, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, che dal gennaio 2019 sono indagati per violenza sessuale, già nel giugno 2017, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli si erano così espressi: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali” e nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione avevano così concluso: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”.

Del team difensivo di Daniel Ciocan fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco. La dottoressa Franco, ormai da quasi tre anni, sostiene che le violenze che Maria subiva nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale: “Maria non è stata uccisa ed è morta mentre si trovava in compagnia di un’amica con la quale aveva fissato un appuntamento per quella sera”.

Analysis of some excerpts from Oral Nick Hillary’s interviews

Garrett Phillips

Potsdam, New York. 12-year-old Garrett Phillips was strangled to death on Oct. 24, 2011, at the 100 Market St. apartment where he lived with his mother, Tandy L. Cyrus, and younger brother, Aaron. Oral Nick Hillary, 42, a former Clarkson University men’s soccer coach, who dated Garrett’s mother, was arrested for his homicide, put on trial for second-degree murder and acquitted in 2016. Nick Hillary had been painted by prosecutors as an obsessive ex-boyfriend of Garrett’s mother, who broke off a yearlong relationship after her son told her he did not like Nick. According with the DA Nick had killed Garrett in retribution for the breakup. 

What we look for in these excerpts is for Nick Hillary to issue a reliable denial.

A reliable denial has 3 components:

1.  the pronoun “I”;

2.  past tense verb “did not” or “didn’t”;

3.  accusation answered. 

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.  

“I did not kill Garrett” followed by “I’m telling the truth”, while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true.

A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

Tandy L. Collins and Oral Nick Hillary

Here is what Oral Nick Hillary said to the journalist after his arrest:

Nick Hillary: (inaudible) hundred percent innocent, hundred percent innocent, that’s all I have to say.

“I am innocent” is not a reliable denial. To say, “I am innocent” is a way to deny the judicial outcome, not the action. An innocent de facto is someone who “did not do it” and is able to say “I didn’t do it” and eventually to add in the judicial conclusion.

Note the words “hundred percent innocent”, there are not degrees of innocence, “hundred percent” represents an unexpected emphasis due to a need to persuade.

Note the unnecessary closing “that’s all I have to say” which seeks to stop the flow of information.

Some excerpts from an interview released by Nick Hillary to 20/20:

Journalist: First of all, whose idea was the break up?

Nick Hillary: Uhm… I mean… the idea was… both of forces… I mean… I… I believe…

“Uhm” and “I mean”, repeated twice, are pauses to think. These pauses are noted as sensitive. To answer with a pause is like to answer with a question.

Note the stuttering “I”, a signal of increase in tension.

“I believe” is a qualifier that shows a lack of conviction.

The question whose idea was the break up?” is sensitive to him.

Journalist: She said she was the one who broke up.

This is not a question.

Nick Hillary: Uhm… I… I think, was the two of (inaudible), we made a decision.

“Uhm” is a pause to think and is noted as sensitive.  

Note the stuttering “I”, a signal of increase in tension.

“I think” is a qualifier that shows a lack of conviction.

“We made a decision” is non-specific because he is referring to “a decision” not to “the decision to break”.

The theme of the “break up” is sensitive to Nick Hillary.

Journalist: There are people who’re saying they know that the reason you and Tandy broke up was because Garry wanted you out of the house.

The journalist shouldn’t have asserted but asked why he and Tandy broke up.

Nick Hillary: Not true.

“Not true” is not a reliable denial.

Journalist: You are saying there wasn’t tension between you and Garrett?

The journalist invites Hillary to deny.

Nick Hillary: No, no.

Note that “No” is repeated. He has a need to persuade.

Journalist: That you didn’t argue?

The journalist invites Hillary to deny, again.

Nick Hillary: No, we didn’t. No, we didn’t.

“No, we didn’t” in response to “you didn’t argue” is not a reliable denial, as it is parroted. “argue” is also missing. 

Note that he repeats his denial two times to persuade.

Journalist: Were you aware that police officers were at the game videotaping you?

A “Yes or No” question. “Yes or No” questions are low stress questions for liars because are the easiest to lie to. Anyway, if the subject says, “No” and when asked, “Why should we believe you?” says, “Because I told the truth when I said “No”, it is still a very strong denial.

Nick Hillary: Absolutely no clue.

Hillary is unable or unwilling to answer with a “No”.

 The word “absolutely” is sensitive, he has a need for emphasis.

Journalist: (…) 24 hours later you were already prime suspect, number one.

The journalist likes to assert.

Nick Hillary: Yes.

Journalist: Did you get out your car once you parked?

A “Yes or No” question.

Nick Hillary: No, I didn’t.

“No” is a good answer. Each word after the word “No” are important to us because in innocency there is no need to explain.

“No, I didn’t” in response to “Did you get out your car?” is not a reliable denial, as it is parroted. Moreover “get out my car” is also missing.

Journalist: Why not?

Nick Hillary: Because it was raining, I was waiting for the rain to break, I think it was probably about halftime in the game at the time and I was waiting, waiting, just didn’t brake and I decided: OK, I will just have to continue with my day.

Journalist: Did you see Garrett skateboard by?

A “yes or no” question.

Nick Hillary: No, I didn’t.

“No, I didn’t” in response to “Did you see Garrett?” is not a reliable denial, as it is parroted. “see” is also missing. 

Journalist: Because, obviously, surveillance tape shows that he did to go home.

Nick Hillary: Exactly, exactly.

Journalist: And it is a pretty straordinary coincidence.

Nick Hillary: Pretty much so.

Journalist: Given what happened.

Nick Hillary: Yes.

Journalist: Why did you turn left?

Nick Hillary: When I made the left my intentions were to get to the office and I quickly realized I need to make provisions for my daughter at home.

We know that Nick Hillary can speak in the past tense but he chooses to say “I need” which is present tense. When a subject speaks of an event in the past, he is expected to use the past tense language. Past tense increases reliability, while present tense reduces it and is deemed “unreliable” in Statement Analysis.

Hillary says “I need” because he is not fishing in his experiential memory. 

During an interview with investigators when Hillary was asked where he went after leaving the parking lot, he said: 

Nick Hillary: I went home.

Investigator: Where were you going?

Nick Hillary: I mean, I could make either a left or a right and still go home.

Note the pause “I mean”, he needs time to think before answering. The question is sensitive to him.

Investigator: Well, Mr. Hillary you told me under oath you didn’t stop anywhere on your way going home, correct?

Nick Hillary: That is correct.

Investigator: And your home would be in the opposite direction of where you turn, correct?

Nick Hillary: Like I said before I cannot recall turning left or right.

Note “Like I said before”, to avoid the stress of experiential memory he uses the ‘self reference’ of what he said before. 

See the inconsistency, he told the investigator that he couldn’t “recall turning left or right” and to the journalist that his “intentions were to get to the office”. 

More of the interview with the journalist of 20/20:

Journalist: At what time did you get home?

Nick Hillary: Around five.

Journalist: (inaudible)

Nick Hillary: We spoke for a little bit, talked about dinner arraignment.

Journalist: What she was going to cook for dinner?

Nick Hillary: Some kind of macaroniii with some kind of tuna casserole.

“Some kind”, repeated twice, weakens his answer.

We know that he didn’t make any dinner arraignment with his daughter because at 6:30 she sent him the following message: “What’s for dinner?”.

Journalist: Did you kill Garrett?

A “Yes or No” question.

Nick Hillary: No, I did not.

“No, I didn’t” in response to “Did you kill Garrett?” is not a reliable denial, as it is parroted. “kill Garrett” is also missing. 

Journalist: Did you hurt him in any way?

A “Yes or No” question.

Nick Hillary: I have absolutely noothing… to do with what has happened to Garrett.

He is unable to say “No”.

“I have absolutely noothing… to do with what has happened to Garrett” is an unreliable denial. Moreover, he adds emphasis to the answer through the word “absolutely” showing a need to persuade. He also adds emphasis to his answer underlying the word “noothing” by repeating the letter “o”.

“I have absolutely noothing… to do with what has happened to Garrett” is an unreliable denial because he said “have absolutely noothing… to do” instead of “didn’t”, violating component two of a reliable denial and then he substituted “kill” or “murder” or “strangle” with the softer “with what has happened”, violating component three of a reliable denial.

Journalist: Why do you think there is this depth of fervor to get you?

Nick Hillary: Because, I think, I have crossed the line… of being a black man… honestly.

“I think” weakens his answer.

When Hillary says “I have crossed the line” I believe him.

Note the place of the pauses.

The word “honestly” is often associated with deception.

Journalist: Do you think is all about race?

A “Yes or No” question.

Nick Hillary: It is… I sincerely think is all about race.

He is unable or unwilling to answer with a “Yes”.

“I sincerely think” weakens his answer.

Journalist: Did you go to their apartment that day?

A “Yes or No” question.

Nick Hillary: No, I did not.

“No, I didn’t” in response to “Did you go to their apartment?” is not a reliable denial, as it is parroted. “go to their apartment” is also missing. 

Journalist: You didn’t follow that boy home and go in that apartment?

The journalist invites Hillary to deny.

Nick Hillary: No, I did not.

“No, I did not” in response to “You didn’t follow that boy home and go in that apartment?” is not a reliable denial, as it is parroted. “follow Garrett home” is also missing. 

Journalist: You didn’t jump out of the window and injured your ankle trying to escape?

The journalist invites Hillary to deny.

Nick Hillary: (giggling) No, I did not. I absolutely have nothing… to do with… the death of Garrett Philipps.

“No” is a good answer. When “No” is not alone we count each word that follows weakening the response. 

“No, I did not” in response to “You didn’t jump out of the window and injured your ankle trying to escape?” is not a reliable denial, as the denial is parroted. “jump out of the window” is also missing.

“I absolutely have nothing… to do with… the death of Garrett Philipps” is an unreliable denial. He said “absolutely have nothing… to do” instead of “didn’t”, violating component two of a reliable denial and then he substituted “kill” or “murder” or “strangle” with the softer “with the death”, violating component three of a reliable denial.

Note that he is unable or unwilling to say the words “murder”, “kill” or “strangle”.

Moreover, he adds emphasis to the answer through the word “absolutely” showing a need to persuade.

An expert from an interview to 20/20 after the sentence.

Journalist: At the center of this case there is a dead child, is a child you knew quite well, what do you say to Tandy to his little brother Erin who was subbing in the court room this morning?

Nick Hillary: I’m extremely, extremely sorry for their loss and I wish I could have been of more comfort to them.

In Statement Analysis, we flag the word “sorry” or “I’m sorry” any time and in any place it appears, for whatever reason. “I’m sorry” is often an indicator of a form of regret that usually enters the language of the guilty. 

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated.

He didn’t issue at any time a denial of the action and showed multiple times a need to persuade due to the absence of the “Wall of truth”, an impenetrable psychological barrier that commonly leads an innocent de facto to few words as an innocent who “didn’t do it” has no need to convince anyone of anything.

He has guilty knowledge of what happened to Garrett Phillips.

He got away with murder.

On April 5, 2019, in the Dominican Republic, Francisco Polo Mateo, 25, sexually abused and murdered Yarinelis Domínguez Rijo, his ex-girlfriend’s 12-year-old daughter. He attacked the girl after the victim’s mother, Jenifer Rijo Rojas, kicked him out of their family home and filed a harassment complaint.

The victim, Yarinelis Domínguez Rijo

Yarinelis’s body was found on a bed of the apartment she shared with her mother. After the murder Francisco Polo Mateo wrote the following message on the wall: “It pains me that I will not be there to see you suffer too, but I am happy because of what I did to you”.

The message on the wall

Analysis of William Richard Stevens’ 911 call

William Stevens

Nashville, Tennessee. At around 8:30 a.m., on December 22, 1997, William Richard Stevens made the following 911 call:

911 Operator: 911 what’s your emergency?

Bill Stevens: I… I need… I need a police car.

Note that Stevens doesn’t answer the question.

Note the stuttering “I”, a signal of increase in anxiety. 

Note Stevens’ priority: a police car for himself. He is the one in “need” of something. 

911 Operator: What’s going on? Calm down, calm down. What’s going on?

Bill Stevens: I… I… I think someone ju… just killed my family.

Note the stuttering “I”, again.

The pause after “ju…” shows that he has a need to think before speaking, the question is sensitive to him. 

Why Stevens uses the word “just”? “just” is a dependent word used in comparison. This means its communication is found in dependence upon another thought. When Stevens left his house and for how long?

The victims are Stevens’ wife Sandra and Sandra’s mother Myrtle, Stevens chooses to say “my family”. We do not always expect a complete social introduction in the opening response to a question like “What’s going on?” due to urgency. Therefore, we cannot conclude here that the absence of the names of the victims is an indication of a poor relationship.

Note that Stevens offers the operator a premature explanation of what happened without telling him anything about anybody involved or about the scene. 

 911 Operator: Sir, calm down, okay? Why do you think someone killed your family?

The 911 Operator is trying to understand why Stevens announced a killing with no prior description of the scene. 

Bill Stevens: (inaudible) They’re… they’re laying in the house, just send somebody, now!

The pause after “They’re…” shows that Stevens has a need to think before speaking, the question is sensitive to him.

“They’re laying in the house” is far from a description of a family murder. 

“They’re” is still an incomplete social introduction. 

“just send somebody, now!” is a closing. Stevens is unwilling to give more information to the operator.

To say “now” is also a way to put himself on the side of the good guys (Good Guy/Bad Guy Factor).

Bill Stevens: Talk to him, talk to him.

Bill Stevens asks a friend to talk to the 911 Operator. This is unexpected. Does he know that his friend has more information to give to the operator? 

In a taped statement given on the day of his arrest, Stevens said that when he walked up to the front door of his trailer, he observed that the door was ajar.  When he stepped inside, he noticed that the Christmas tree was lying on its side and that “stuff was laying all over”, and he “knew something was wrong”. He looked towards his bedroom, saw his wife’s leg “laying across the bed,” and immediately assumed that both his wife and his mother-in-law were dead. Stevens said that he never went into either bedroom to actually check on the women, nor did he ever see his mother-in-law’s body. This is the reason why he gave few information to the 911 operator and also the reason he asked his friend to talk to him”.

Note these words from Stevens’ statement: “stuff was laying all over”, “stuff” doesn’t lay, neither does a Christmas tree. When an inanimate object is given human body posture, we should look for a staging of the scene.

Analysis conclusion:

Deception Indicated.

Bill Stevens:

  • never asked for a specific help for the victims;
  • was evasive with the 911 operator;
  • didn’t facilitate the flow of information;
  • referred to the victims as “my family” and as “They”. The social introduction speaks about the state of a relationship, an incomplete social introduction is a signal of a poor relationship.

The follow up of the 911 call:

Corey Milliken: Hello.

Greetings are unexpected in an emergency call. Greetings are a signal that a caller feels the need to ingratiate himself with the operator (the Ingratiating Factor). Usually a guilty person makes friends with 911 operators, police and journalists, to be seen in a positive light and reduce the suspicion upon them. 

911 Operator: Okay, what’s going on?

Corey Milliken: I don’t know, I’m a neighbour.

Note “I don’t know”.

911 Operator: What’s his name?

Corey Milliken: He’s Bill Stevens.

911 Operator: Why do you think someone just killed somebody?

Corey Milliken: I don’t know, he just… he came over my house, wanted to use my phone. I got his son over here with me, so he’s alright. There are two people have been murdered over there.

Note “I don’t know”.

“just” is a dependent word used in comparison. This means its communication is found in dependence upon another thought. Did Corey meet Stevens and his son before?

“I got his son over here with me, so he’s alright” tells us that he lied when he said “I don’t know”, because saying that Stevens’ son is “alright” evidently he compares him to somebody else that is not alright.

The sentence “There are two people have been murdered over there” also contradicted his prior words showing that he knows.

Note that the operator suggested the words to use to Corey Milliken when he said “Why do you think someone just killed somebody?” but  Milliken chose to say “There are two people have been murdered”. “There are two people have been murdered” is passive. Passivity in language is used to conceal identity or responsibility. 

911 Operator: Ok, hang on just a second.

Corey Milliken: Oh man.

Analysis conclusion:

Deception Indicated.

William Richard Stevens (March 1, 1956) was convicted of two counts of first-degree murder for the 1997 deaths of his wife Sandra Jean, 45, and her mother Myrtle Wilson, 75. He was found guilty of hiring 18-year-old Corey Milliken to murder the two women and stage a burglary at their home. He offered to pay 18-year-old Corey Milliken $5,000 to murder them. Corey strangled Sandra to death, and stabbed and strangled her mother. Stevens was sentenced to death on July 23, 1999. In 2002, the Tennessee Supreme Court upheld Stevens’ death sentence. 

On April 4, 2016, after nearly 20 years on death row, William Stevens died at the age of 60 at a Nashville hospital. He was an inmate at Riverbend Maximum Security Prison in Nashville. 

Corey Milliken is serving a life sentence.