APPIAPOLIS: MORTE DI DAVID ROSSI, UN SUICIDIO

APPIAPOLIS,

malke MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIO         

         –      di Ursula Franco  *      –       

Perdersi nei frames del video in cui si vede un luccichio o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse, non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.david rossi MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIO

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano moralmente ed economicamente e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che vengono accusati di aver commesso omicidi che nessuno ha commesso.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi, nel cestino del suo studio, sono stati trovati tre messaggi d’addio da lui scritti e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita. Non solo il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane” è la conferma che, nelle settimane precedenti alla sua morte, David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente, per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.rossi MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIO

Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10.13, David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “help”, la riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza dei tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente, né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover interpellare due grafologi, il Prof. Giuseppe Sofia ed il Dott. Antonio Sergio Sofia. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovava ancora del personale. 

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. 

Non è neanche credibile che i fantomatici assassini siano entrati nello studio di David dopo che lui aveva scritto e buttato nel cestino i biglietti d’addio, si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e abbiano gettato l’orologio più di mezz’ora dopo la precipitazione del Rossi (19.43.43- 20.16).

Pertanto non solo si può escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie ma anche che questi soggetti siano rimasti nello studio del Rossi dopo la caduta fino alle 20.16, momento in cui, secondo alcuni, avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avessero gettato l’orologio nel vicolo. 

Non è una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sinistri sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che il suo orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e che sia finito a poco distanza dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre-precipitazione con un soggetto dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00, mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa,  non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma anche le testimonianze di familiari e colleghi. 

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi la sera stessa del suicidio. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già prima delle 19.41 manifestò al collega del marito, Giancarlo Filippone, al telefono, e alla figlia Carolina, al suo ritorno a casa alle 20.10, una prematura preoccupazione, tanto che entrambi si recarono in banca. 

Il fatto che la Tognazzi si sia mostrata seriamente preoccupata in seguito al ritardo di pochi minuti del marito, è un segnale del fatto che la Tognazzi era consapevole delle difficoltà psichiche del Rossi.

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie il suo timore che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, notò che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sul come se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Nel 40-60% dei suicidi, durante l’esame medico legale, si riscontrano segni di autolesionismo.

Sempre martedì 5 marzo 2013, David Rossi, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto. Ecco la testimonianza di Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, sentito dagli inquirenti, ha dichiarato: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato“.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse di casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a lui con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico del marito, non appena lo stesso uscì di casa, chiamò al telefono il cognato, Ranieri Rossi, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, che era giunto a compiere atti di autolesionismo, e invitandolo a parlare con lui. Proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David Rossi. 

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

OMICIDIO D’IMPETO

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega: 

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega Bondi, ancora presente in Banca, avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

studio rossi MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIO3) è difficile pensare che la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio, avrebbe riportato anch’egli i segni della colluttazione, segni  che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) nello studio di David Rossi si sarebbero dovuti rilevare i segni della colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David i fogli erano ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone risultò integro, mai calpestato da alcuno.

OMICIDIO PREMEDITATO

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso, né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi all’interno della banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripresoda una telecamera della banca o di essere visto dai colleghi del Rossi, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata e in uscita dalla banca non potevano che essere limitati; 

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43.43);

4) anche in questo caso mancano, su mobili e suppellettili presenti nello studio di David, gli inevitabili segni della colluttazione che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita, depongono per un suicidio.

P.S. Per chi mette in dubbio il suicidio di Rossi, sostenendo che David non si sarebbe gettato di schiena, sono rivelatrici le foto scattate e il video girato il 20 maggio 2018 durante il suicidio di Fausto Filippone.

Filippone, come David Rossi, si è suicidato gettandosi di schiena da un viadotto.rossi indagini MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIO

Dall’articolo di repubblica.it: CHIETI – “Ha perso un foglio mentre si lasciava cadere di schiena dal Viadotto Alento (…) Quando è arrivata sul viadotto, Fausto ha alzato la bimba per i fianchi e l’ha lanciata di sotto. Quindi ha scavalcato in un punto senza rete di contenzione e si è sistemato sulla soletta di cemento. La soletta esterna. Sette ore, un’estenuante trattativa, a fasi, e l’ha fatta finita anche lui. Lanciandosi di spalle (…)”.

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ursula franco 1 MORTE DI DAVID ROSSI: UN SUICIDIOMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

MORTE DI MAURO PAMIRO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’IPOTESI PIU’ PROBABILE E’ IL SUICIDIO, SI SMETTA DI RICAMARE

Ai piedi di un cantiere di Crema è stato ritrovato morto Mauro Pamiro, 44 anni, insegnante di informatica e musicista. La moglie Debora Stella è indagata per omicidio ed è al momento ricoverata in Psichiatria. Debora Stella è assistita dall’avvocato Mario Palmieri.

Le Cronache Lucane, 11 luglio 2020

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Ursula Franco, medico e criminologo, allieva del professor Francesco Bruno e del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori). La Franco si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Il cimitero di Crema, dove è stata trovava la bicicletta di Mauro Pamiro, è a meno di 500 metri dal cantiere dove è stato ritrovato il suo corpo.

– Dottoressa Franco, con i pochi dati a disposizione, provi a ricostruire  i fatti che hanno condotto alla morte di Mauro Pamiro.

Sabato pomeriggio Mauro e sua moglie Debora si trovano a casa di amici, Mauro si allontana da solo in bicicletta intorno alle 18:00, raggiunge il cimitero, lascia la bicicletta, si toglie i sandali, si dirige verso il cantiere, si arrampica sulle impalcature e si lancia nel vuoto. E’ probabile che Mauro e Debora avessero discusso in precedenza. Debora, non vedendolo tornare, potrebbe aver pensato che Mauro dovesse “sbollire”, per questo motivo non ha chiesto aiuto e, una volta saputo della morte del marito, il senso di colpa può averla fatta crollare psichicamente. L’immagine da lei postata su Facebook di due uomini che si confrontano potrebbe essere un riferimento ad eventuali discussioni tra lei e il marito. Il fatto che la bicicletta di Mauro Pamiro sia stata ritrovata al cimitero e nel cestino della stessa vi fosse uno dei suoi sandali permette di escludere che sia tornato a casa e che fosse scalzo perché in casa.

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– Secondo Il Fatto Quotidiano: “Il suo corpo era riverso su un fianco, con ferite alla testa e a un braccio. Ma tutto intorno, stando alle prime testimonianze, non c’era neanche una goccia di sangue. Si infittiscono i misteri intorno alla morte di Mauro Pamiro, il docente di informatica 44enne trovato morto in un cantiere edile a Crema lo scorso 29 giugno”, lei che ne pensa?

Nessun mistero. Pamiro è morto in seguito ad una precipitazione. In questi soggetti vi è minima lesività esterna, a meno che durante la precipitazione non incontrino degli ostacoli. La morte interviene in seguito ai traumi chiusi, fratture ossee e degli organi interni, cui vanno incontro quando impattano con il terreno.

Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze. Parla la criminologa Ursula Franco

LABTV.NET 10 Luglio 2020 | by Maresa Calzone

Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze.Parla la criminologa Ursula Franco

Quattro anni fa la morte  della piccola Maria Ungureanu, ritrovata senza vita in una piscina di San Salvatore Telesino. Oggi restano indagati Daniel Ciocan (amico di famiglia) e i genitori della bambina accusati di violenze. Ma la storia sembra non avere fine. Abbiamo sentito via Skype la Criminologa Ursula Franco, consulente di parte di Daniel Ciocan: “Maria non è stata uccisa, l’autopsia parla chiaro. Si indaghi sulle violenze”.

MORTE DI MARIA UNGUREANU: RIPORTIAMO LA PRIMA INTERVISTA CHE LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO HA RILASCIATO 4 ANNI FA DOPO AVER RICEVUTO L’INCARICO DI CONSULENTE DEI FRATELLI CIOCAN

La criminologa Franco ha rilasciato questa intervista a Fanpage a circa un mese dalla morte di Maria Ungureanu

Le Cronache Lucane, 9 luglio 2020

“Maria Ungureanu non è stata uccisa, si è trattato di un incidente”

Intervista a Ursula Franco, la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta a San Salvatore Telesino (Benevento). “Non è stata uccisa, si è trattato di un incidente di gioco. Il caso ricorda quello dei due fratellini di Gravina in Puglia”.

FANPAGE, 28 LUGLIO 2016 10:24

di Ciro Pellegrino

in foto: La criminologa Ursula Franco

Ursula Franco è la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta in circostanze da chiarire a metà giugno a San Salvatore Telesino (Benevento). La professionista, già impegnata nei casi di Elena Ceste e del delitto di Avetrana, è stata chiamata dal legale di Petru Daniel Ciocan, il rumeno nel mirino degli inquirenti per la morte della bambina.

Che ruolo avrà in questa fase delle indagini?

Sto fornendo all’avvocato Giuseppe Maturo un supporto criminologico e la mia esperienza in fatto di incidenti scambiati per omicidi. La posizione di Daniel è molto delicata, quando un incidente viene scambiato per omicidio è facile che gli inquirenti focalizzino su un soggetto e attraverso contorte ricostruzioni senza precedenti nella casistica criminologica, finiscano per incastrarlo, come è accaduto nel caso di Michele Buoninconti. La posizione del presunto colpevole di un omicidio che non c’è stato è molto delicata in quanto egli è purtroppo un colpevole insostituibile, non esistendone uno vero.

Che idea si è fatta, al di là delle accuse mosse a Ciocan, delle circostanze che hanno portato alla morte di Maria?

Dal poco che emerge dalle indagini ritengo che la morte della Ungureanu sia intervenuta in seguito ad un incidente di gioco. Maria, con tutta probabilità, in compagnia di altri bambini, si è recata nel giardino dove ha trovato la morte semplicemente per fare un bagno e prendendo esempio dai suoi compagni di gioco si è spogliata e gettata nelle acque della piscina. I graffi sulla schiena di Maria provano che la bambina entrò nel giardino attraverso un’apertura nella rete che solo chi frequentava quel parco poteva conoscere. È semplicemente una coincidenza che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali; non essendo contestuale alla morte, l’abuso non può essere ritenuto il movente di un omicidio e mancando il movente evidentemente non è difficile inferire che un omicidio non c’è stato. Inoltre, l’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile se non supportata da dati medico legali incontrovertibili.

Quindi che sarebbe accaduto quel giorno?

Credo che la bambina abbia incontrato alle giostre alcuni suoi compagni di giochi, forse coetanei o ragazzini poco più grandi di lei e che questi l’abbiano condotta, attraverso l’apertura nella rete, nel parco per fare un bagno in piscina, si spiegherebbe così il denudamento. I genitori della Ungureanu sostengono che la figlia non sapesse nuotare ma i bambini tendono ad emulare i propri compagni di gioco e per questo motivo Maria si sarebbe gettata in piscina. Infine, ritengo che il caso della Ungureanu non sia dissimile da quello dei due fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardo, i cui amici di gioco tacquero nonostante fossero a conoscenza delle loro sorti e nonostante fosse stato incarcerato il padre dei due scomparsi, Filippo Pappalardo.

Secondo lei i riscontri che si attendono dai Ris metteranno la parola fine al caso individuando in maniera netta le responsabilità?

Non credo, le analisi scientifiche non sono quasi mai risolutive. Le analisi possono essere di supporto alle indagini tradizionali ma è necessario ricostruire i fatti nella loro globalità in modo preciso e secondo la logica, per attribuire eventuali responsabilità.

Senta, sul suo profilo Facebook lei non ha avuto parole tenere per i talk che si occupano dei casi di cronaca nera. Anche nel caso di Maria hanno avuto o hanno un ruolo?

Certamente, la morte di una bambina, per di più abusata, ha scatenato un’orda di miopi giustizialisti che non hanno le competenze per affrontare un caso giudiziario. Purtroppo le notizie che vengono diffuse dai media sono manipolate o frammentarie e vengono spesso interpretate in modo erroneo dagli pseudo esperti stipendiati dai vari programmi televisivi, programmi in cui nessuno è realmente interessato alla verità ed i conduttori appoggiano una tesi piuttosto che un’altra a seconda del loro ritorno in termini di share. L’abitudine, ormai consacrata, di disquisire in tv delle responsabilità di qualcuno in merito ad un reato così grave come l’omicidio non è innocua, i danni che può fare alle vite di coloro che finiscono per trovarsi sotto questa deformante lente d’ingrandimento possono essere incalcolabili, come nel caso di Michele Buoninconti. I media, non soltanto intrattengono la massa ma influenzano i testimoni dei vari procedimenti e spesso forgiano purtroppo anche il pensiero di inquirenti e giudici. Inoltre la pressione mediatica, come noto a tutti, è una delle cause di errore giudiziario.

MORTE DI MARIA UNGUREANU, INCIDENTE PROBATORIO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MARIA NON E’ STATA UCCISA, IL PERCHE’ SI PARLI DI MOVENTE IN UN CASO DI MORTE ACCIDENTALE E’ UN MISTERO

Durante l’udienza di ieri i periti del GIP hanno esposto le loro conclusioni in tema di indagini medico legali e genetiche. Il medico legale Cristoforo Pomara ha escluso che si sia trattato di omicidio e ha detto che a suo avviso non vi sono prove degli abusi sessuali sul cadavere. Nulla di nuovo sul fronte degli esami genetici, nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di suo padre Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino. Marius Ungureanu è assistito dal’avvocato Fabrizio Gallo (noto per aver difeso il figlicida Tullio Brigida), dalla famosa biologa Marina Baldi e dalla ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone. 

Le Cronache Lucane, 8 luglio 2020

Daniel Ciocan è difeso dall’avvocato Salvatore Verrillo, coadiuvato dal medico legale Fernando Panarese e dalla criminologa Ursula Franco.

Criminologa Ursula Franco: “Maria Ungureanu non è stata uccisa, è stato il corpo della bambina a dircelo, è da qui che bisogna partire. Il perché si parli di movente in un caso di morte accidentale è un mistero. La risposta sugli abusi è agli atti. Le intercettazioni e le risultanze degli esami genetici forniscono le risposte di cui la procura ha bisogno. Le indagini permettono di addivenire alla verità. Lo dico senza timore di smentita e per il bene di Daniel Ciocan, un giovane uomo che negli ultimi 4 anni ha dovuto sopportare l’inimmaginabile: la soluzione del caso è nella mia consulenza”  

La procura di Benevento indaga da 4 anni sulla morte di Maria Ungureanu, 9 anni, è annegata il 19 giugno 2016 nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino. Dapprima sono stati indagati due fratelli Cristina e Daniel Ciocan, la posizione di Cristina è poi stata archiviata e le indagini sono state allargate ai genitori della bambina su consiglio dei giudici del Riesame di Napoli e della Cassazione che così si sono espressi: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali’ “ e: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”. 

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Vi avevamo informati che il 7 gennaio 2020, nel laboratorio di Genetica forense del Dipartimento di Biomedica e Prevenzione dell’Università Tor Vergata di Roma il perito Ciro Di Nunzio aveva iniziato le operazioni peritali su frammenti di tessuti isolati da indumenti sequestrati nel procedimento relativo alla morte della piccola Maria Ungureanu. Alle operazioni per la difesa di Daniel Ciocan aveva assistito anche la criminologa Ursula Franco che collabora con l’avvocato Salvatore Verrillo, e proprio lei ci aveva dichiarato: “Non mi aspetto colpi di scena. Mi aspetto che questi nuovi esami forniscano ulteriori elementi di supporto al quadro accusatorio già emerso con forza dalle indagini svolte fino ad oggi, anche se le risultanze degli esami fatti dai RIS di Roma e le intercettazioni disposte dalla procura di Benevento bastano e avanzano per individuare le responsabilità dei soggetti implicati in questo caso giudiziario, un caso di morte accidentale in una bambina abusata”

Nel dicembre scorso la criminologa Ursula Franco aveva dichiarato: “Non c’è più nulla da scoprire, il caso Ungureanu è ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Concordo in pieno con le conclusioni del professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, il quale ha sostenuto che “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, Maria non è stata uccisa. E’ venuto il momento che Daniel Ciocan torni a condurre una vita normale, perché non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere. I fatti sono immarcescibili, non cambiano con il passare degli anni”

OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON “BASTA, BASTA” MARTINA INTENDEVA DIRE “SI, BASTA”

Marco Vannini e Martina Ciontoli

In un post pubblicato il 3 luglio sulla pagina Facebook della trasmissione televisiva Quarto Grado si legge: 

“Caso Vannini: il premio Oscar chiede “giustizia per Marco”.

L’americano Lee Orloff, considerato uno dei tecnici del suono migliori al mondo, vincitore di 1 premio Oscar, sette nomination agli Academy Awards, rivendica in questo video che vi pubblichiamo in esclusiva il suo lavoro di pulizia sull’audio della chiamata al 118 effettuata da Antonio Ciontoli, in cui sono emersi particolari inquietanti”

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che è un’esperta di analisi del linguaggio.

Le Cronache Lucane, 7 luglio 2020

– Il 17 maggio 2015, mentre Antonio Ciontoli era al telefono con il 118, c’è stato il seguente scambio verbale tra Marco Vannini e Martina Ciontoli:

Marco: E basta! Ti prego, ti prego, basta. Ti prego, basta. Ti prego, portami il telefono. Marti, ti prego, ti prego, basta. Portamelo, portamelo, ti prego, il braccio mi fa male. Ti pregooo, basta! Ti prego, basta.

Martina: Basta, basta. 

Marco: Mi fa male, ti prego, scusa.

Dottoressa Franco, che cosa ne pensa?

Escludo che con quel “Basta, basta“ Martina Ciontoli intendesse dire a Marco Vannini di smettere, ritengo invece che abbia ripetuto a pappagallo la parola “basta” (pronunciata da Marco) nel senso di “Sì, basta”. 

– Dottoressa perché Marco diceva “Ti prego, basta!”?

E’ proprio questo il punto. Non entro nei dettagli, voglio solo dirle che ricostruendo i fatti in modo capillare si può facilmente inferire il motivo per il quale Marco dicesse “Ti prego, basta!” 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

APPIAPOLIS: UNO BIANCA, ANALISI CRIMINOLOGICA

APPIAPOLIS, 4 luglio 2020

malke UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA           

–      di Ursula Franco  *   –

Tra il 2007 ed il 2008 ho analizzato le gesta criminali della cosiddetta Banda della Uno Bianca. Su questo gruppo criminale, i non addetti ai lavori hanno speculato a lungo elaborando ipotesi fantasiose come quella che vuole che la Banda fosse legata ai servizi segreti, nulla di più lontano dalla realtà. I Savi non hanno mai goduto di protezioni “altolocate”, ciò che ha condizionato negativamente le indagini, permettendo alla Banda di agire per lungo tempo indisturbata, sono stati i depistaggi del brigadiere dei carabinieri Domenico Macauda, quelli degli informatori Anna Maria Fontana e Simonetta Bersani e la disorganizzazione nelle indagini per l’assenza di coordinamento tra i magistrati e le forze dell’ordine e non un fantomatico legame tra i Savi e i servizi segreti.

Il fatto che gli inquirenti ignorassero la figura dell’omicida seriale ha contribuito a far sì che l’opinione pubblica ed i media ritenessero credibili le ritrattazioni deliranti dei Savi e non le loro confessioni, circostanziate e concordanti.

INTRODUZIONE

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la cosiddetta Banda della Uno Bianca ha seminato morte e terrore in un’area geografica che abbraccia le provincie di Bologna, Forlì e Pesaro. Rapine, tentate rapine e omicidi apparentemente immotivati hanno caratterizzato le azioni di questa gang criminale composta dai tre fratelli Savi, di cui due poliziotti, e da altri tre agenti della Polizia di Stato.

Tra gli episodi criminosi attribuibili alla Banda della Uno Bianca, l’omicidio della guardia giurata Giampero Picello, l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, l’omicidio di due carabinieri in pattuglia a Castelmaggiore, i quattro tentati omicidi di guardie giurate e l’omicidio immotivato del pensionato Adolfino Alessandri, l’omicidio di Primo Zecchi, gli omicidi di Luigi Paschi e Paride Pedini, l’omicidio di tre giovani carabinieri in pattuglia nel quartiere Pilastro a Bologna, l’omicidio di Claudio Bonfiglioli, il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno a Bologna, l’omicidio del benzinaio Graziano Mirri, quello del fattorino Massimiliano Valenti e del bancario Ubaldo Paci, hanno suscitato un vasto allarme sociale.

GLI EPISODI CRIMINOSI

1987

19 giugno – Pesaro: rapina al casello della A-14 di lire 1.300.000.
26 giugno – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.420.000.
2 luglio – Cesena: rapina al casello della A-14 di Cesena nord di lire 2.500.000.
2 luglio – Rimini: rapina al casello di Rimini nord della A-14 di lire 2.400.000.
6 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 4.278.000.
18 luglio – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 5.000.000.
24 luglio – Ancona: rapina al casello della A-14 di Ancona nord di lire 5.530.000.
24 luglio – Coriano (Fo): rapina all’Ufficio Postale di lire 54.000.000.
27 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.515.000.
4 agosto – Rimini: rapina al casello della A-14 di Rimini nord di lire 6.200.000.
13 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.000.000.
31 agosto – San Lazzaro (Bo): tentata rapina al casello della A-14, un ferito.
5 settembre – Cesena; rapina al casello della A-14 di lire 2.200.000.
10 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
23 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
3 ottobre – Cesena: tentata estorsione al km 104 della A14, tre feriti.
11 novembre – Idice (Bo): tentata rapina all’ Ufficio Postale.
21 novembre – Cesena: rapina alla Coop di lire 78.000.000, un ferito.
14 dicembre – Idice (Bo): tentata rapina all’Ufficio Postale.

1988

31 gennaio – Rimini: tentata rapina alla Coop del quartiere Celle, un morto e sei feriti.
4 febbraio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.500.000.
19 febbraio – Casalecchio (Bo): tentata rapina alla Coop, un morto e tre feriti.
20 aprile – Castelmaggiore (Bo): attacco ad una pattuglia di Carabinieri, due morti.
24 maggio – Casteldebole (Bo): rapina alla Conad di lire 20.000.000.
13 agosto – Cattolica: rapina al casello della A-14 di lire 2.900.000.
19 settembre – Forlì: tentata rapina alla Coop, 3 feriti.
21 settembre – San Vito (Fo): rapina all’Ufficio Postale.
13 ottobre – Bologna: rapina alla Coop di via Massarenti di lire 98.000.000, due feriti.
12 novembre – Pesaro: rapina alla Coop di lire 159.500.000.

1989

26 giugno – Bologna: rapina alla Coop di via Gorki di lire 38.000.000, un morto e quattro feriti.
1 dicembre – Bologna: rapina ad un supermercato di lire 27.000.000.

1990

2 gennaio – Bologna: attacco ad un extracomunitario in via Aldo Moro, un ferito.
4 gennaio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.575.000.
15 gennaio – Bologna: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, sessantasette feriti.
25 gennaio – Cesena: rapina ad un distributore di lire 800.000.
7 febbraio – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.700.000.
9 febbraio – Bologna: rapina alla Coop di lire 14.000.000.
17 marzo – Cesena: rapina al Gross Market di lire 30.000.000.
30 aprile – Bologna: rapina di una Fiat Tipo presso il garage di via Saragozza, un ferito.
22 maggio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.935.550.
2 agosto – Bologna: rapina ad un distributore di lire 10.400.000.
9 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.875.350.
10 agosto – Cesenatico: rapina ad un distributore Monte Shell di lire 1.500.000, un ferito.
12 settembre – Pianoro (Bo): rapina ad un distributore di lire 7.200.000, un ferito.
13 settembre – San Lazzaro (Bo): rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
6 ottobre – Longara (Bo): rapina al supermercato CRAI di lire 1.700.000.
6 ottobre – Bologna: rapina alla tabaccheria di via Zanardi di lire 700.000, un morto ed un ferito.
31 ottobre – San Mauro Pascoli (Fo): rapina alla Conad di lire 2.000.000.
10 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi di S. Caterina di Quarto, nove feriti.
22 dicembre – Borgo Panigale (BO): attacco a lavavetri extracomunitari in via De Gasperi, due feriti.
23 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi via Gobetti, due morti e due feriti.
27 dicembre – Castelmaggiore (Bo): rapina al distributore Esso di lire 1.200.000, un morto ed un ferito.
27 dicembre – Trebbo di Reno: un morto.

1991

4 gennaio – Bologna: attacco ad una pattuglia di Carabinieri presso il quartiere Pilastro, tre morti.
15 gennaio – Pianoro (Bo): rapina al distributore AGIP di lire 1.200.000, un ferito.
18 gennaio – Foscherara: tentata rapina ad un supermercato.
20 aprile – Borgo Panigale (Bo): tentata rapina ad un distributore AGIP, un morto.
4 aprile – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.313.000.
24 aprile – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 1.240.000.
30 aprile – Rimini: attacco ad una pattuglia di Carabinieri, tre feriti.
2 maggio – Bologna: rapina di due pistole Beretta presso l’Armeria di via Volturno, due morti.
5 maggio – Riccione: rapina ad un’area di servizio della A-14 di lire 3.448.000.
5 maggio – Sant’Arcangelo (Fo): tentata rapina ad un distributore.
6 maggio – Cattolica: rapina ad un distributore di lire 4.100.000.
12 maggio – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 2.480.000.
26 maggio – Rimini: rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
1 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore di San Mauro in Valle.
8 giugno – San Mauro di Cesena: tentata rapina al distributore Tamoil.
15 giugno – Torre Pedrera, Rimini: rapina ad un distributore di lire 400.000, un morto.
19 giugno – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
19 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore Esso, un morto.
20 giugno – Cesenatico: tentata rapina al distributore Monte Shell.
25 giugno – Riccione: rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
5 luglio – San Lorenzo di Riccione: tentata rapina all’Ufficio Postale.
13 luglio – Morciano di Romagna: agguato al direttore dell’Ufficio Postale di San Lorenzo di Riccione, un ferito.
15 luglio – Cesena: rapina ad un Ufficio Postale di lire 8.000.000.
9 agosto – Rimini: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Campano, un ferito.
18 agosto – San Mauro Mare: attacco a tre cittadini senegalesi, due morti ed un ferito.
18 agosto – San Vito (Fo): attacco ad un auto con tre ragazzi a bordo, un ferito.
28 agosto – Santa Maria delle Fabbrecce (Ps): rapina all’Ufficio Postale di lire 7.700.000.
28 agosto – Gradara (Ps): scontro a fuoco con due poliziotti, due feriti.
4 ottobre – Castel San Petroterme (Bo): rapina ad una banca di lire 66.745.000.
25 novembre – Cesena: rapina alla Banca Popolare di Cesena, agenzia Stadio, di lire 138.703.570.

1992

17 febbraio – San Lazzaro: rapina ad un supermercato di lire 4.000.000.
24 febbraio – Bologna: rapina alla Banca Carimonte in via Gagarin di lire 301.852.000.
10 agosto – Cesena: tentata rapina al Credito Romagnolo, un ferito.
26 agosto – Casalecchio: rapina alla Cassa Risparmio di lire 160.000.000.
23 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa Risparmio di lire 50.000.000.

1993

24 febbraio – Zola Predosa (Bo): rapina al Credito Romagnolo di lire 104.000.000, un morto.
10 maggio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Ravenna in via Barelli di lire 72.000.000.
5 luglio – Cesena: rapina al Credito Romagnolo di lire 38.000.000.
7 ottobre – Riale (Bo): tentata rapina alla Cassa di Risparmio, un morto e due feriti.
12 ottobre – Bologna: rapina alla Banca di Roma in via Ferrarese di lire 76.000.000.
27 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna in via Toscana, di lire 30.000.000.
26 novembre – Rimini: rapina alla Cassa di Risparmio di lire 89.000.000.

1994

14 gennaio – Coriano di Rimini: tentata rapina al Credito Romagnolo, agenzia di Cerasolo d’Ausa, due feriti.
20 gennaio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio in via Barelli di lire 83.000.000.
3 marzo – Bologna: tentata rapina all’Istituto di Credito Cooperativo di Imola in via Bainsizza, due feriti.
21 marzo – Cesena: tentata rapina alla Banca Popolare E.R. Sant’ Egidio.
31 marzo – Forlì: rapina al Credito Romagnolo in via Risorgimento di lire 75.000.000.
24 maggio – Pesaro: tentata rapina alla Cassa Risparmio di Pesaro, un morto.
7 luglio – Ravenna: rapina al Credito Romagnolo Rolo di lire 57.000.000.
6 settembre – Bologna: rapina alla Banca Popolare dell’Adriatico in viale Lenin di lire 127.000.000.
21 ottobre – Bologna: tentata rapina alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in via Caduti di via Fani, due feriti.

Ho redatto l’elenco degli episodi criminosi attribuiti alla Banda della Uno Bianca in base alle risultanze processuali, è assente la lista dei furti delle autovetture usate per commettere i diversi reati.

LA STRUTTURA DELLA BANDA

roberto savi UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

La Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale, dedito a rapine e omicidi, composto dai tre fratelli Savi, Roberto (Forlì, 19.05.54), poliziotto alla Squadra Mobile di Bologna, Fabio (Forlì, 22.04.60), autotrasportatore, ed Alberto, detto Luca (Cesena, 15.02.65), poliziotto presso la Polaria di Rimini e da altri tre complici, tre agenti della Polizia di Stato in forza alla Squadra Mobile di Bologna, tali Marino Occhipinti (Forlì, 25.02.65), Pietro Gugliotta (Messina, 21.05.60) e Luca Vallicelli.

Nonostante un certo livello di complementarità tra Fabio e Roberto Savi, il capo di questo gruppo criminale è stato Roberto Savi, un leader capace di esercitare un alto grado di influenza sugli altri membri della Banda e libero di reclutarne di nuovi senza consultarsi con nessuno.

Fabio e Roberto sono stati l’hardcore della Banda della Uno Bianca, hanno partecipato a tutti gli eventi criminosi e hanno determinato il livello di violenza delle attività criminali del gruppo, riconosciuti colpevoli della quasi totalità dei reati di sangue ascritti alla Banda, sono stati condannati all’ergastolo.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli sono stati membri associati e non hanno mai condiviso lo stesso grado di coinvolgimento di Roberto e Fabio ma hanno rivestito un ruolo per certi versi passivo. In quanto gregari, non si sono mai occupati attivamente dell’organizzazione delle rapine, al contrario, solevano ricevere in macchina precisi ordini da Roberto poco prima di dirigersi verso il luogo prescelto.

Alberto Savi ha preso parte ad alcune rapine ai caselli autostradali, tra cui quella al casello di San Lazzaro, rapina durante la quale è stato ferito il casellante Ricuperati; allo scontro a fuoco durante il tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi; all’assalto alla Coop di via Massarenti; all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini; alla rapina alla Carimonte di via Gagarin ma soprattutto al triplice omicidio dei tre carabinieri al Pilastro e per questi reati e per il reato associativo è stato condannato in via definitiva all’ergastolo.

Marino Occhipinti e Luca Vallicelli hanno partecipato alla rapina incruenta al casello di San Lazzaro, dopo la quale si è chiusa la carriera criminale di Vallicelli; Luca Vallicelli è stato condannato ad una pena irrisoria per il concorso in una sola rapina; Marino Occhipinti, avendo preso parte anche alla tentata rapina in danno della Coop di Casalecchio di Reno, una rapina conclusasi con un omicidio e tre tentati omicidi delle guardie giurate addette al prelievo dell’incasso, è stato condannato, per le due rapine e per il reato associativo, all’ergastolo. Nel gennaio 2012 ha ottenuto la semilibertà. Dal 3 luglio 2018 è un uomo libero.

Pietro Gugliotta è stato condannato in via definitiva a 20 anni per aver partecipato al tentato omicidio di un extracomunitario, tale Driss Akesbi, all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini e ad alcune rapine incruente; è un uomo libero dal luglio 2007, grazie all’indulto e alla buona condotta.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti hanno partecipato ad alcune attività della Banda per motivi economici, per appagare il proprio bisogno emozionale di appartenenza e per compiacere Roberto Savi, il loro leader. Al contrario, il profitto non è mai stato il vero obiettivo di Roberto e Fabio Savi che, nonostante gli introiti, a differenza dei loro gregari, non cambiarono mai il proprio tenore di vita.

I MOVENTI

Il pubblico ministero Walter Giovannini ha insistito spesso durante il processo di Bologna sui temi dell’efferatezza e della gratuità delle azioni dei Savi.

Ecco alcuni interessanti stralci della sua relazione introduttiva: “Una vicenda caratterizzata in modo ritmico da totale indecifrabilità, incomprensibilità, totale assenza di giustificazione che non sia una giustificazione da ricercare nei meandri di una mente malata (…) Episodi di così gratuito spargimento di sangue che forse il movente era altro, insondabile, inspiegabile, irrazionale, che però connota quell’associazione di caratteristiche particolari… Il 2 gennaio 1990 feriscono un cittadino marocchino, tale Driss Akesbi. Ditemi voi che interesse, che motivo ci poteva essere? (…) Il 22 dicembre 1990 su una Golf scura nel parcheggio dell’Ipercoop di via De Gasperi, verso le 13.00, la Smith & Wesson di Roberto Savi spara su due lavavetri extracomunitari e vengono entrambi feriti. Questa volta non c’è neanche la scusante o giustificazione della prova del fuoco. Il tentato omicidio è confessato da entrambi. Questo è ancor meno spiegabile, almeno dovevano iniziare Gugliotta, questa volta no! (…) Il 10 dicembre del 1990 è l’inizio di un dicembre di sangue, un terribile dicembre di sangue. Alle 19,40 al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto giungono quattro persone su una Uno bianca. Sparano due armi, una carabina AR70 e un Revolver 357 e fanno 9 feriti, dentro e fuori le roulottes. E’ pluritentato omicidio, perchè va bene ai feriti! Perché sparano non l’abbiamo capito! (…) Il 23 dicembre 1990, via Gobetti, ore 8,15, spara l’AR70 di Roberto: due morti e due feriti, guardate le fotografie di queste povere vittime! Quel giorno o la sera prima il bisogno di sangue di questi volgari assassini era ben maggiore. E’ solo e soltanto furia omicida? (…) Il 20 aprile del 1991, altra storia che ha dell’incredibile! Omicidio che non ci convince. Dovevano avere un estremo bisogno di denaro!! Uccidono Bonfiglioli ed il suo cane ma lasciano le banconote sparse per terra. Sono così interessati al denaro che ne perdono la maggior parte (…) Il 21 ottobre del 1994, ore 8.00, via Caduti di via Fani, la banca ha la porta bloccata, sparano su 3 persone. E’ un fatto di sangue, anche questo, di una violenza bestiale, sembra che quel giorno non interessasse il denaro! (…) A questo punto vi leggerei pochissime righe del Senatore Libero Gualtieri che ha curato la prefazione ad un libro che si è occupato della Banda della Uno Bianca: Non hanno mai sparato per aprirsi la strada verso l’obiettivo, né per proteggersi la fuga, sparavano per uccidere sembra che solo questo importasse loro, più ancora del bottino. Gli omicidi eseguiti e quelli tentati sono stati nella quasi totalità sproporzionati all’economia dell’azione in corso, sono stati commessi sempre per eccesso, indifferenti alla reazione che tanta ferocia avrebbe provocato…”.

E ancora, uno stralcio della requisitoria del pubblico ministero Giovannini al processo di Bologna: “Un bagno di sangue efferato e troppe volte inspiegabile……. è stato troppe volte connotato da altissimi livelli di ambiguità sia sotto il profilo degli obiettivi che delle azioni…. agghiacciante messaggio di morte di paura di terrore…… esplosione in maniera drammaticamente eclatante della furia omicida del gruppo troppe volte gratuita, seminando sovente in maniera del tutto gratuita panico e terrore sulla popolazione con azioni apparentemente non sorrette da finalità di lucro…. Da subito freddezza, efferatezza lucidità, violenza gratuita”.

Infine, una affermazione della presidentessa dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, Rosanna Zecchi, appare particolarmente significativa: “Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione”.

La risposta ai quesiti ricorrenti del pubblico ministero Giovannini è semplice: la Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale il cui zoccolo duro era composto da una coppia di serial killer, Roberto e Fabio Savi, due uomini determinati ad uccidere categorie di persone diverse, in situazioni diverse, con moventi diversi l’uno dall’altro.

A dispetto dei luoghi comuni, il serial killer, troppo spesso considerato una specie a parte che agisce secondo schemi rigidi e disumani, è invece, in quanto essere umano psichicamente complesso, capace di manifestarsi in modo articolato rispetto ai moventi ed alla scelta delle vittime.

Ad un’analisi superficiale i componenti della Banda della Uno Bianca rispetto ad un buon numero di omicidi commessi durante le rapine, sembrerebbero rientrare nella categoria dei killer utilitaristici, considerando omicidi utilitaristici quelli omicidi commessi per compiere più rapidamente una rapina o per aprirsi una via di fuga; in realtà, solo alcuni dei loro omicidi associati a rapine rientrano in questa categoria, in particolare gli omicidi ed i tentati omicidi delle guardie giurate negli assalti alle Coop, la tentata rapina con uso di esplosivo all’Ufficio Postale di via Mazzini, il tentato omicidio di due poliziotti accorsi mentre i Savi stavano allontanandosi dal luogo di una rapina a Gradara e il ferimento del brigadiere dei carabinieri Tamiazzo che intimò l’alt a Fabio Savi durante la fuga seguita alla rapina ad un distributore, per il resto, gli omicidi commessi dai Savi e correlati a rapine non rientrano tra gli omicidi utilitaristici ma tra gli omicidi situazionali che, secondo la definizione, sono quelli omicidi di vittime casuali commessi con un’arma da fuoco nell’atto di compiere un altro reato o mentre il soggetto sta cercando di mettersi in fuga dopo il reato stesso.

Fabio Savi ha spesso sparato a soggetti che non rappresentavano assolutamente un potenziale pericolo; Fabio sparava mosso dalla rabbia che provava per una rapina non andata a buon fine. Gli omicidi ed i tentati omicidi per mano sua sono, a tutti gli effetti, ritorsioni per il fallimento della rapina. In specie, gli omicidi di Ubaldo Paci, di Carlo Poli, di Graziano Mirri, di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, i tentati omicidi di Amadesi e Zappoli, di Santini e Convertino, di Andrea Farati e di Edoardo Merendi, sono a lui ascrivibili e sono stati generati dalla sua bassa soglia di tolleranza alle frustrazioni.

Roberto, a differenza di Fabio, uccideva quando le rapine andavano a buon fine. Roberto era mosso da una sorta di euforia, un’esaltazione prodotta dall’aumento dell’adrenalina per una rapina ben riuscita. Addebiterei a Roberto, sulla base dei dati emersi dagli interrogatori e di quelli comportamentali, gli omicidi di Massimiliano Valenti, Primo Zecchi ed Adolfino Alessandri.

Alcuni degli omicidi dei Savi rientrano tra gli omicidi perpetrati per futili motivi o per divertimento. Tali omicidi, per definizione, sono quelli omicidi che vengono commessi per ottenere guadagni economici irrisori, per il divertimento di sparare a bersagli umani o per provare l’efficienza di un’arma. Nel caso della Banda della Uno Bianca appartengono a questa categoria i tentati omicidi e gli omicidi ai danni dei nomadi e degli extracomunitari.

Nonostante Roberto e Fabio uccidessero volentieri le stesse categorie di persone non lo facevano per le stesse ragioni. Roberto uccideva nomadi ed extracomunitari per divertimento, invece Fabio quando uccideva gli extracomunitari per pulizia morale.

Infine, i Savi, mossi da sentimenti ostili nei confronti dell’autorità, sparavano a guardie giurate, carabinieri e poliziotti. Questi omicidi rientrano nel novero degli omicidi per vendetta simbolica.

LE VITTIME

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, risale al 19 giugno del 1987 la prima rapina ai danni del casello autostradale di Pesaro; dopo undici rapine incruente, il 31 agosto 1987, durante un tentativo di rapina ai danni del casello di San Lazzaro, i Savi ferirono il casellante Roberto Ricuperati; un mese dopo, il 3 ottobre 1987, durante un tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi, datore di lavoro di Fabio, i Savi spararono a tre poliziotti.

Fabio Savi, a causa di problemi alla vista, nonostante fosse un bravo tiratore, non è riuscito ad entrare in polizia come i fratelli e non ha mai avuto un lavoro regolare. Ciò che lo indusse ad uccidere furono il profondo rancore e il forte desiderio di rivincita nei confronti della società, una società che tendeva ad escluderlo facendolo sentire un fallito.

Nel caso di Roberto, la sua attività di poliziotto non compensava interamente il suo bisogno di agire violenza e la sua cronica necessità di eccitamento, per questo motivo cercò, al di fuori del lavoro, in forme estreme di violenza, ulteriori appaganti gratificazioni.

La Banda della Uno Bianca ha commesso due generi di reati: rapine più o meno cruente e aggressioni seguite ad una caccia all’uomo.

Fabio e Roberto sono stati dei veri cacciatori di uomini, la partecipazione degli associati alla caccia è stata rara. Alberto fu coinvolto solo nel triplice omicidio dei carabinieri al Pilastro e Gugliotta al ferimento di un extracomunitario in zona Fiera, a Bologna.

Le vittime della Banda sono state di due tipi: vittime occasionali, uccise o ferite durante le rapine, e vittime programmate, qualicarabinieri, nomadi ed extracomunitari, uccise o ferite durante gli episodi di caccia all’uomo.

Fabio, durante le sue deposizioni, come molti suoi colleghi serial killer, ha tentato di far passare le vittime come corresponsabili, rappresentando, a volte, l’atto di forza compiuto da lui e dai suoi complici come una risposta ad una reazione o ad un atto di forza delle vittime, arrivando spesso perfino a vantarsi delle proprie capacità in caso di conflitto.

I sopravvissuti alle violenze della Banda della Uno Bianca ed i familiari delle vittime hanno sviluppato un Disturbo post-traumatico da stress caratterizzato da ansia e sintomi dissociativi, sintomi depressivi e riduzione della reattività emozionale che consiste in un generale ottundimento della responsività agli stimoli come meccanismo per controllare i sintomi di una reazione d’allarme crescente.

Tra le vittime della Banda della Uno Bianca sono da annoverarsi anche il padre di Pietro Gugliotta e Giuliano Savi, padre dei tre fratelli Savi, i quali, una volta scoperta la verità sui loro figli, sono stati incapaci di rielaborare il profondo senso di fallimento rispetto al proprio ruolo di educatori e si sono tolti la vita.

IL MODUS OPERANDI

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, ovvero rapine ai caselli autostradali progettate da Roberto sulla falsa riga di quelle commesse da altri, poi sono venuti gli assalti ai furgoni blindati delle Coop, quelli agli Uffici Postali, alle Banche e la caccia all’uomo.

Roberto Savi organizzava gli assalti, curava ogni dettaglio, grazie ai sopralluoghi registrava le abitudini degli ignari futuri protagonisti delle sue rapine e studiava le vie di accesso e di fuga. Roberto progettava le rapine ma non gli omicidi che le accompagnavano, egli pianificava solo la fase simbolicamente più importante per lui.

Per quanto riguarda gli omicidi, Fabio sparava se la vittima si opponeva, disapprovava, protestava od ostacolava il buon esito della rapina mentre Roberto uccideva in preda all’esaltazione di una rapina andata a buon fine.

Sia le ritrattazioni che le confessioni, oltre ai racconti dei testimoni, permettono di inferire che fosse proprio l’azione paramilitare a gratificare Roberto Savi; nella sua ricorrente mise in scéne si riconosce la sua firma, una firma che coincideva con il modus operandi della Banda. Le azioni gratuite sono indicatori della personalità di un soggetto e rappresentano la manifestazione più caratteristica delle sue fantasie. Roberto Savi aveva bisogno di caricare di un valore simbolico il proprio reato in modo da appagare un suo bisogno psicologico.

Nella confessione di Roberto Savi, a pochi giorni dall’arresto, l’uso di alcune parole, “operammo”, “obiettivo” e in particolare “azione”, per definire i propri reati, appaiono fuori luogo ma dopo aver ascoltato la sua ritrattazione ci si rende conto che l’uso di quei termini gli ha permesso , durante la confessione, di rivivere emozionalmente le fasi dell’evento dalle quali lui traeva maggior piacere; inoltre in quei termini è già riconoscibile l’embrione di una sua personale e “delirante” rilettura dei fatti. Questi termini che stonavano nelle sue confessioni, per il resto credibili e circostanziate, non erano altro che il germe della sua prossima e “fantastica” ritrattazione; una ritrattazione dove le “azioni” sono diventate parte di un disegno più complesso e grandioso, di una missione speciale.

Roberto, durante le ritrattazioni, ha addobbato oltremodo il ricordo ormai remoto dell’“azione” e lo ha fatto attraverso la fantasia, il Savi si è arrangiato come poteva per ottenere dal proprio racconto un’ulteriore gratificazione emozionale, raggiungibile ormai solo allontanandosi dalla realtà dei fatti. Nell’immediatezza dell’arresto, Roberto Savi, ha velatamente descritto i reati commessi come azioni paramilitari; durante le ritrattazioni ha tentato di farle passare per azioni paramilitari nell’ambito di un grosso disegno dei servizi segreti, con questo meccanismo Roberto Savi è riuscito ad amplificare l’importanza e la risonanza del fatto narrato per ottenerne una gratificazione psichica simile a quella ottenuta durante la commissione del reato stesso.

Già a due giorni dall’arresto, il 23 novembre 1994, prima della confessione del 28 novembre 1994, Roberto cercò un modo per non soccombere, durante un trasferimento, rivolgendosi ai colleghi disse: “Siamo in tanti, abbiamo i depositi di armi in Veneto, sono protetto, frequento Riccardo Mazza”.

L’uso di ricetrasmittenti, di nomi in codice, l’analisi del tipo di armi usate durante i vari episodi criminosi convergono a sostenere l’ipotesi che Roberto Savi ottenesse una gratificazione emozionale proprio dal mettere in scena delle azioni paramilitari. In molte delle sue azioni egli ha usato una carabina Beretta AR70, versione civile di un fucile d’assalto in dotazione ai soldati delle forze NATO che spara micidiali proiettili calibro .222 ad altissima velocità che si frammentano all’impatto, un’arma da cecchino.

Roberto, a volte, durante le rapine ha finto di parlare con qualcuno attraverso la ricetrasmittente, un atto di supporto alla sua sceneggiatura.

I DEPISTAGGI

Roberto Savi, oltre alle rapine, ha organizzato anche alcuni depistaggi: ha abbandonato al Pilastro, quartiere malfamato di Bologna, la carta d’identità del direttore della Cassa di Risparmio di Casalecchio e il libretto di circolazione della macchina usata per la rapina alla Coop di via Gorki; ha fatto ritrovare alcuni assegni, proventi di una rapina, in un bar di Catania sito nei pressi della stazione; ha fatto ritrovare ad Arezzo alcuni documenti sottratti a cassieri e clienti durante una rapina; dopo l’omicidio di Massimiliano Valenti, sulla Y10 rubata ed usata per la rapina, ha lasciato un biglietto dell’ ATM di Catania; per indirizzare i sospetti verso la criminalità proveniente dal sud Italia, i componenti della banda, durante le rapine, parlavano in dialetto siciliano; a volte Roberto ha fatto in modo che, dopo aver commesso un reato con Fabio, fossero le volanti dei suoi ex complici a giungere sulla scena del crimine, ex complici che lui invitava preventivamente a temporeggiare.

Inoltre, Roberto Savi, come altri serial killer organizzati, in alcuni casi ha partecipato alle indagini riguardanti i suoi stessi reati, lo hanno motivato non solo il desiderio di conoscere l’evoluzione delle stesse ma anche l’eccitamento che un tale azzardo può provocare.

Roberto ha “ritrovato”, in compagnia degli agenti della sua pattuglia, le macchine che lui stesso aveva rubato e usato per commettere alcuni efferati crimini.

In alcuni casi, Roberto Savi, in una sorta di sfida estrema, ha riportato le macchine usate per commettere le rapine nella stessa via in cui le aveva rubate, spesso a due passi da casa sua, sede della centrale operativa della Banda.

Inoltre, Roberto, alla ricerca di un’ulteriore gratificazione emozionale, è tornato sulla scena del crimine, almeno due volte, nell’immediatezza dei fatti: in via Gobetti, dove si è presento in borghese pochi minuti dopo aver assaltato il campo nomadi a colpi di carabina AR70, due morti e due feriti, e nell’armeria di via Volturno, dove è giunto in divisa subito dopo la scoperta dei corpi.

LE INDAGINI

La banda ha operato dal giugno 1987 all’ottobre 1994, l’unica ragione della prolungata impunità sono state le indagini inefficienti dovute alla cecità di fronte ai collegamenti per un difetto di formazione delle forze dell’ordine e per il mancato coordinamento tra gli investigatori.

In ogni indagine si registrano depistaggi casuali e non voluti neanche dai protagonisti, falsi testimoni oculari o interferenze da parte di mitomani, in questo caso, però, la disponibilità di alcune procure ad impegnare risorse su deboli piste investigative ha favorito l’impunità della Banda della Uno Bianca e ha reso possibile l’omicidio di molti cittadini indifesi.

Le difficoltà investigative unite alla scarsa conoscenza dei fatti e dei protagonisti delle vicende hanno alimentato assurde ipotesi giornalistiche che hanno finito per prendere spesso la via del delirio.

L’omicidio dell’educatore carcerario del carcere di Opera, Umberto Mormile, avvenuto nell’aprile del 1990, continua ad essere erroneamente addebitato ai Savi, nonostante le perizie balistiche negative su tutte le calibro .38 Special/.357 Magnum appartenute alla Banda della Uno Bianca.

Nel 1991, dopo quattro anni dalla prima rapina, gli investigatori sono riusciti ad attribuire i reati della Banda ad un unico gruppo criminale ma gli arresti sono venuti solo nel 1994.

I Savi, che seguivano da vicino le indagini, vennero a conoscenza dei collegamenti fatti da chi indagava ma nonostante tutto continuarono ad agire secondo il loro solito modus operandi; la gratificante notorietà e le indubbie difficoltà investigative che mostravano gli inquirenti li indussero a credere di poter agire con una quasi certezza di impunità.

GLI ARRESTI

Roberto Savi 2 UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

Durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1996 Roberto Savi ha dichiarato: “Mi è stata garantita la copertura, il dottor Paci è arrivato a noi per una casualità”.
Tale affermazione appare paradossale, vista la quantità di crimini commessi e di indizi contro la banda, ma potrebbe in parte corrispondere alla realtà dei fatti, è infatti frequentissimo che un serial killer venga catturato per caso. Dai processi non è mai emerso in modo chiaro come il dottor Paci sia effettivamente arrivato ad arrestare i fratelli Roberto e Fabio Savi, i quali, come molti loro colleghi serial killer, si sono lasciati prendere senza opporre resistenza.

I SEQUESTRI

“……. il sequestro di un arsenale, il 22 novembre 1994, in via Signorini,
in zona Vittoria….. i Savi comprano e vendono armi in maniera frenetica, alcune, per la certezza dell’impunità, le usano per fatti gravissimi” (Pubblico ministero Walter Giovannini, relazione introduttiva, processo di Bologna, 1996).

Come molti serial killer anche i Savi collezionavano armi e coltelli. All’indomani dell’arresto dei componenti della Banda della Uno Bianca, Martino Farneti, balista della Polizia Scientifica, nominato consulente dalle procure interessate dai reati, ha eseguito i confronti balistici tra le armi sequestrate alla banda ed i reperti relativi ai diversi episodi criminosi. Le risultanze di tali perizie balistiche hanno contribuito ad attribuire la generale paternità degli episodi alla Banda e la gran parte delle specifiche responsabilità relative ai singoli componenti della stessa in ordine ai fatti a loro contestati. La presenza dei singoli associati alla gang nei diversi reati, emersa da confessioni e deposizioni di testimoni, è stata infatti suffragata dalla presenza di reperti balistici attribuibili ad armi specifiche che hanno spesso permesso di collocarne il proprietario sulla scena del crimine.

Vediamo in dettaglio le armi e le munizioni sequestrate nell’immediatezza degli arresti a ciascun componente della Banda:

Roberto Savi

– Pistola marca P. Beretta, mod. 92S, calibro 9 mm, matricola X36067Z (arma in dotazione).
– Fucile d’assalto Kalashnikov, di fabbricazione sovietica, modello AK-74, calibro 5,45 x 39 mm, matricola 268651.
– Fucile mitragliatore, privo di marca, matricola abrasa.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola F347232.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola R08242.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di marca sconosciuta, priva di matricola.
– Pistola semiautomatica, marca P.Beretta, mod. 98 FS Target, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– Carabina Remington, mod. 700, calibro .222 Remington, matricola C6628745.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola F03210P.
– Rivoltella a tamburo, marca Colt, modello Python, calibro .357 Magnum, matricola V.57016.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 89, calibro .22, matricola C17512U.
– Pugnale con lama di 18 cm e custodia in cuoio.
– Pugnale con lama di 16 cm, manico in madreperla e custodia in cuoio chiara, marca Original.
– Coltello a serramanico in acciaio, marca Puma.
– Coltello a serramanico con manico in gomma, marca Kershaw.
– Pugnale con custodia in pelle nera e manico in gomma, marca SOG.
– 4462 cartucce di munizionamento vario.
– 3022 bossoli.
– 3086 ogive.
– 7089 inneschi.
– 1 kg di polvere da sparo.
– 3 kg di polvere da lancio.
– 1 kg di zolfo in polvere.
– 3 kg di clorato di potassio.
– 1,2 kg di solfocianuro di potassio.

Fabio Savi

– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola B39118.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola 07129.
– Pistola semiautomatica, calibro 7,65 mm, di fabbricazione ungherese, matricola R21114
– Fucile, marca Sig Manurhin, calibro .222 Remington, matricola 112825.
– Rivoltella KHC 75, ad aria compressa, matricola 230388.
– Pistola giocattolo, model 75, calibro 9, forata sulla canna.
– Revolver Me, marca Magnum, a salve.
– Pistola automatica, marca Tanfoglio GT28, a salve.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– 2 pugnali.
– Coltello a scatto.
– 777 cartucce.
– 6100 inneschi.
– 1000 ogive.
– 8 kg di polvere da sparo.

Alberto Savi

– Rivoltella a tamburo, di fabbricazione statunitense, marca Colt, modello Python, calibro. 357 Magnum, matricola T66146.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 92S, matricola X22014Z.
– Fucile Franchi, calibro 12, matr. P00977.
– Fucile Falco, calibro 8, matr. A67013.
– 50 cartucce.

Pietro Gugliotta

– Pistola, marca P. Beretta, modello 92SB, calibro 9 mm, matricola X55926Z.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, calibro .357 Magnum, matricola BBY0864.
– Pistola, marca P. Beretta, modello 89, calibro .22 LR, matricola C19683U.
– Una scatola di munizionamento vario.

Armi sequestrate a terzi che erano appartenute agli indagati:

– Carabina a ripetizione semiautomatica, marca P. Beretta, modello AR70 Sport, calibro .222 Remington, matricola M.47040 appartenuta a Savi Roberto dal 03-01-89 al 06-07-92 e sequestrata il 21-11-94.
– Fucile a pompa, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS202M2, matricola H03058E, appartenuto a Savi Fabio dal 20-11-87 al 19-03-94 e sequestrato il 25-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, matricola AVC4945.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 586-2, calibro .357 Magnum, matricola BAD7395 appartenuta a Savi Roberto dal 07-11-88 al 25-11-91 e sequestrata il 22-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 10-8, calibro .38 Special, matricola 5D44709, appartenuta a Savi Fabio dal 15-04-87 al 27-12-88 e sequestrata il 05-12-94.
– Fucile a pompa, a ripetizione semplice, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS 202 M2, matricola H18326E appartenuta a Savi Roberto dal 14-10-87 al 25-11-91 e sequestrato il 22-11-94.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E27152P.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E04951P.
– Fucile a ripetizione manuale, a pompa, marca P. Beretta, mod. RS202P, calibro 12, matricola F53056E, appartenuto a Occhipinti Marino dal 08-02-88 al 03-12-88 e sequestrato il 29-11-94.
– Fucile a ripetizione semiautomatica, marca Franchi, mod. Elite, matricola S54575, appartenuto a Savi Alberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 17-12-94.
– Fucile a ripetizione ordinaria, a pompa, marca Franchi, mod. 84R, matricola S59002, appartenuto a Savi Roberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 09-01-95.
– Pistola, marca Tanfoglio EA22T, calibro .22 LR, matricola AE-14938, CAT. 6309.

LE CONFESSIONI

Roberto ha confessato il 28 novembre 1994, una settimana dopo l’arresto, da subito si è attribuito la paternità dell’eccidio del Pilastro, nonostante in quel momento, per quel triplice efferato omicidio, ci fosse un processo in corso nei confronti di Marco Medda e dei fratelli Santagata. Perché tanta fretta? Generalmente, una volta scoperto, un serial killer non gradisce che i propri omicidi vengano attribuiti ad altri.

Fabio ha confessato subito dopo Roberto ed inizialmente ha cercato di omettere la presenza di Alberto in alcuni episodi criminosi particolarmente cruenti come l’eccidio del Pilastro.

La confessione è importante per un serial killer, raccontando gli omicidi agli inquirenti, egli infatti li rivive virtualmente tornando a goderne. Inoltre, l’interesse mostrato dagli investigatori per i suoi crimini ne gratifica il bisogno di protagonismo e gli permette ancora una volta il suo gioco preferito, quello manipolatorio.

A volte il serial killer, in una confessione dettagliata, racconta semplificando il più possibile l’atto omicidiario. Durante la confessione, Roberto Savi ha focalizzato su ciò che era per lui più rilevante ovvero l’azione in sé, non l’omicidio. Alcuni autori lo ritengono un meccanismo di difesa psichico. Norris, considerando la personalità del serial killer, ritiene invece che sia verosimile che soggetti incapaci di empatia possano richiamare alla mente gli omicidi in modo vago, impreciso e confuso o come se avessero assistito all’evento da spettatori.

In base all’interpretazione di Norris ed alla constatazione di Lalli che afferma che la strumentalizzazione degli altri è conseguenza dell’incapacità a stabilire un vero rapporto interpersonale e deriva dall’annullamento dell’altro come essere psichico che ridotto a pura realtà materiale può essere tranquillamente eliminato come si elimina un oggetto che dà fastidio o intralcia la strada, è possibile ipotizzare che nei serial killer non sia presente, per la loro totale assenza di empatia, quel sentimento di onnipotenza che molti autori ritengono sottenga il crimine seriale, in quanto, se il soggetto/vittima è per il serial killer un oggetto, allora egli non può provare un senso di onnipotenza nel commettere l’omicidio; a meno che il serial killer, consapevole di commettere il più grave dei reati, nonostante la completa svalutazione del soggetto/vittima, che ai suoi occhi non è altro che un oggetto/vittima, ottenga tale gratificazione dall’infrangere la norma.

LE RITRATTAZIONI

Durante il processo di Pesaro, Roberto ha cominciato a ritrattare, apparentemente senza un perché. Il motivo della ritrattazione è evidente: Savi si è servito della ritrattazione per non confrontarsi con il suo fallimento, l’ha usata per evitare di soccombere. L’isolamento in carcere e l’incapacità di affrontare la sconfitta lo hanno portato quasi subito a “riorganizzarsi” per non frammentarsi, dopo aver percepito che il suo “io” grandioso era minacciato, ha ritrattato attribuendosi il ruolo di pedina in una missione speciale dei servizi segreti e così facendo ha perso il senso della realtà.

Una confessione permette ad un serial killer la ripetizione verbale degli omicidi e ne sazia il bisogno di protagonismo; una ritrattazione lo rende nuovamente attraente facendolo tornare ancora sulla scena, sull’amato palcoscenico della manipolazione. Roberto, esercitato da anni al gioco manipolatorio, ha ritrattato in un susseguirsi di rivelazioni al limite dell’incredibile e lo ha fatto dopo aver rilasciato confessioni circostanziate. La sua è stata una ritrattazione fiume, ha spesso risposto alle domande in modo evasivo, deciso a convincere la corte della sua nuova verità, ha spostato l’attenzione sui temi più cari, quelli dei servizi segreti, delle coperture, dei contatti esteri, in una sorta di delirio megalomane di grandezza e di potere dove si è perso, si è contraddetto, si è esposto al ridicolo tanto da indurre suo fratello Fabio a prendere le distanze da lui.

Roberto Savi ha costruito il suo castello di menzogne, il suo imbroglio, ispirandosi sia alle fantasiose ricostruzioni dei media risalenti all’epoca dei reati, sia a ciò che ha sentito durante le udienze, alle imprecisioni dei testimoni oculari ed a quelle dei consulenti.

Roberto, al processo di Rimini, durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1994 è sembrato un soldato a rapporto dopo una missione, più che un imputato in un processo per ventiquattro omicidi, innumerevoli tentati omicidi e infinite rapine a mano armata. Roberto Savi, non accettandosi nelle vesti di imputato, ha assunto quelle di un agente segreto che si trovava a dover riferire la propria missione ad un superiore che sembrava identificare con il pubblico ministero. Roberto rivolgendosi a Paci ha detto: “… la quantità di ricetrasmittenti tre o quattro, credo che le abbiano recuperate”, ha usato il termine “recuperate” invece che “sequestrate”, e poi con la freddezza di un militare a rapporto ha risposto alle contestazioni con un: “Negativo”.

Roberto Savi, attraverso la sua nuova identità, che si è costruito nella solitudine della sua cella per evitare di frammentarsi, ha raggiunto una grandezza inenarrabile, lui uomo di fiducia, efficientissima pedina dei servizi segreti, le cui azioni hanno fatto parte di un disegno che nessuno riesce a spiegarsi. Durante la deposizione, l’eloquio è stato fluente, ricco di avverbi e di frasi ripetute, di sequenze interrotte, di messaggi ambigui e vaghi, il tono della voce monotono, per ore.

Roberto Savi, dopo aver stravolto il proprio ruolo, da imputato ad agente dei servizi segreti, ha perso ogni credibilità, si è incartato a causa della sua ansia manipolatoria ma è comunque sempre sembrato disinteressato al risultato, Roberto ha recitato semplicemente per se stesso.

Anche Fabio ha ritrattato e poi ha raccontato di averlo fatto “per ripicca”. Al processo di Rimini, durante l’udienza del 9 febbraio 1996, Fabio è apparso comunque più lucido di Roberto, ha risposto a tono, non ha divagato quasi mai, non ha mai perso il controllo, ha fatto di tutto per apparire credibile, è stato saldamente ancorato alla realtà, non ha esondato mai come invece aveva fatto il giorno prima suo fratello.

Il giorno delle ritrattazioni di Roberto, Fabio era presente in aula e ha percepito che il fratello era ormai disancorato dalla realtà, tanto che durante il proprio interrogatorio ha riconosciuto con rammarico che Roberto si era esposto al ridicolo.

Fabio, il giorno delle ritrattazioni di Roberto al processo di Rimini, ha, finalmente, visto con lucidità il capo della sua Banda e l’immagine di Roberto, dell’inafferrabile fratellone inebriato del suo sé meraviglioso, gli si è sgretolata sotto gli occhi. Una volta collassata l’immagine vincente di Roberto Savi è venuto a mancare per sempre anche quell’unicum, da intendersi nell’accezione di mostruoso oltre che di straordinario, che la nostra coppia di serial killer aveva rappresentato fino a quel momento.

I PROCESSI

Roberto e Fabio sono sempre apparsi disinteressati all’esito dei processi; durante le udienze hanno assunto atteggiamenti cinici e beffardi nei confronti dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime sfoggiando una totale mancanza di empatia e di rimorso per le atrocità commesse.

LA DETENZIONE

Roberto e Fabio Savi si sono adattati da subito al regime carcerario, anche se è trapelato che Roberto abbia tentato un suicidio ed un’evasione e Fabio due suicidi. Secondo Holmes i serial killer, come i normali criminali, reagiscono alla reclusione in vari modi: comportandosi come detenuti modello; fingendo una crisi mistica; suicidandosi (2%) o continuando ad uccidere dietro le sbarre (2%). Gli assassini seriali psicopatici imparano durante la loro vita a simulare comportamenti normali attraverso l’osservazione degli altri e dopo la cattura, recitano una parte al solo scopo di riceverne dei benefici. Raramente si tolgono la vita o si pentono in quanto non provano rimorso e sono capaci di proiettare la colpa dei propri crimini sulle vittime.

Pietro Gugliata non si è adattato alla detenzione e, dopo l’arresto, per un ingravescente senso di ripugnanza nei confronti del cibo ha perso più di venti chili.

Alberto Savi, a differenza dei fratelli, almeno inizialmente, ha reagito alla detenzione manifestando rabbia e aggressività, lo ha riferito in aula un ex poliziotto, detenuto con lui nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere.

LA FAMIGLIA

Purtroppo sono poche le informazioni disponibili sulla famiglia dei fratelli Savi, ricche di luoghi comuni e di sensazionalismo. Il padre, Giuliano Savi è stato un gran lavoratore, uomo severo, ligio al dovere, rispettoso dell’autorità; Roberto, è figlio della sua prima moglie, Rosanna Foschi, che ormai separata dal marito, è morta quando Roberto aveva solo 4 anni. Roberto è cresciuto con il padre Giuliano e la sua seconda moglie, Renata Carabini e, a detta dei media, ha scoperto solo dopo il proprio arresto, ormai quarantenne, che la Carabini non era sua madre e che Fabio ed Alberto erano suoi fratellastri.

Disciplina severa, aspettative da adulti, assenza di un confronto empatico con i figli sono stati i punti fermi dell’educazione impartita da Giuliano Savi ai suoi tre figli che, al contrario delle sue attese, crescendo, hanno sviluppato, seppur in grado diverso, difficoltà nell’interazione sociale, bassa autostima e dipendenza da una vita di fantasie di dominio e di controllo nei confronti degli altri.

Educati dal padre all’uso delle armi e alla disciplina, i fratelli Savi sono rimasti affascinati sin da piccoli dalla figura del poliziotto. Appena possibile hanno provato tutti e tre ad entrare in polizia. L’attrazione per un mondo in cui rivedevano il modello genitoriale paterno dell’autorità, l’intensità del lavoro e degli stimoli, la possibilità di canalizzare la loro aggressività verso soggetti stigmatizzati dalla società sono stati i veri motivi che hanno spinto i Savi ad entrare in polizia.

I conflitti a fuoco con carabinieri e poliziotti, non solo durante le rapine ma anche durante la caccia all’uomo, sono il segnale di un rapporto ambivalente con l’autorità, in generale, e con il padre Giuliano, in particolare.

Dopo l’arresto dei figli la Procura di Pesaro ha sequestrato a Giuliano Savi, una rivoltella Colt, calibro .357 Magnum, una carabina marca P. Beretta mod. AR/ 70, un fucile Breda, un fucile P. Beretta, un fucile P. Beretta, una carabina Olimpia, un fucile P. Beretta, un fucile Armitalia, una pistola P. Beretta, mod. 98FS, una carabina Walther e munizioni, gli stessi modelli di armi sequestrate ai figli.

Roberto e Fabio Savi hanno avuto una vita sociale caratterizzata da pochi rapporti interpersonali anche se al momento dell’arresto avevano entrambi una ex moglie, un figlio ed una nuova compagna.

Il poliziotto della stradale di Riccione, Riccardo Mazza era, a detta dei parenti, l’unico amico di Fabio, con il quale si allenava a sparare al Poligono di tiro di Rimini e in una cava lungo il fiume Marecchia.

Nel febbraio 1992 Fabio si era separato dalla moglie, Maria Grazia Angelini e si era trasferito a Torriana, in un monolocale di sua proprietà, con Eva Mikula, all’epoca ancora minorenne. Eva è nata in Romania da famiglia ungherese, trasferitasi a Budapest all’età di 15 anni ha incontrato Fabio nella capitale ungherese nel gennaio del 1991.

All’epoca dell’arresto, Roberto viveva in un appartamento in affitto a Sasso Marconi con una prostituta nigeriana, tale Stella Okonkwo, che pare che il Savi avesse riscattato per 10 milioni.

PSICODIAGNOSI

Roberto e Fabio Savi sono entrambi affetti da un Disturbo antisociale di personalità. La carriera criminale e la vita di relazione dei due fratelli Savi sono state caratterizzate da comportamenti estremamente irresponsabili, atteggiamenti manipolatori, frequente ricorso alla menzogna, freddezza, irritabilità, aggressività, disonestà, impulsività, brutalità, promiscuità sessuale, assenza di rimorso e di sentimenti di colpa per le conseguenze delle proprie azioni, anestesia affettiva, assenza del senso morale, il tutto vissuto in modo egosintonico. Entrambi hanno manifestato tratti sadici di personalità attraverso un abituale comportamento aggressivo, crudele e umiliante nei confronti dei propri familiari e delle vittime dei loro reati.

Per quanto riguarda i gregari della banda, ridotto è il materiale su cui lavorare perché minore è stato l’interesse sia degli investigatori che dei media nei loro confronti.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti sono soggetti con ridotta autostima, fortemente insicuri, facilmente manipolabili, con tratti di personalità dipendente. Tre elementi della Banda che, anche se non estranei alle logiche criminali, non hanno mai avuto come priorità quella di uccidere.
Alberto, Pietro e Marino sono giunti al punto di annullarsi tanto da affidare a Roberto Savi il proprio destino e grazie a loro, Roberto, esperto manipolatore, è stato capace di costituire un gruppo criminale all’interno del quale i suoi bisogni hanno preso il sopravvento.

Caratteristiche particolari di Fabio Savi rispetto al fratello Roberto sono l’incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa con conseguente fallimento professionale e difficoltà economiche; un profondo vissuto di rabbia; un’alternanza di comportamenti aggressivi con atteggiamenti miti e remissivi; la scarsa tolleranza alle frustrazioni che lo ha condotto a commettere molteplici omicidi e tentati omicidi; un tono dell’umore prevalentemente ipertimico che si manifesta esternamente con un sorriso che è apparso completamente fuori luogo durante le drammatiche udienze processuali; una buona capacità di razionalizzare il proprio comportamento dandone la colpa agli altri; un senso dell’ironia non indifferente.

Roberto Savi, oltre ad avere le caratteristiche di un soggetto con un Disturbo antisociale di personalità, ha manifestato caratteristici tratti narcisistici. Nel complesso egli è affetto da una Sindrome di Narcisismo maligno che si colloca in un’area al limite tra il Disturbo narcisistico di personalità e il Disturbo antisociale di personalità.
Roberto è sempre stato un solitario, un megalomane, un mitomane, un essere bisognoso di ammirazione e di protagonismo, un bugiardo patologico con la tendenza a rapportarsi alla realtà ed al suo prossimo in modo manipolatorio, atteggiamenti che nascondono un profondo senso di inferiorità ed insicurezza.

Le cause di tali disturbi sono bio-psico-sociali, la perdita della madre, un padre autoritario ed incapace di empatia, la conseguente ferita narcisistica che si manifesta attraverso depressione, bassa autostima, rabbia verso l’altro da sè vissuto in modo svalutante e persecutorio che diviene inizialmente il bersaglio di fantasie violente e poi finalmente il soggetto in carne ed ossa seppur ridotto al ruolo di oggetto.

Melanie Klein sostiene che la reazione difensiva alla ferita narcisistica è la fuga nell’onnipotenza attraverso l’identificazione con l’aggressore potente e sadico.

Roberto si è inventato un personaggio e lo ha rivenduto ai colleghi, pilota in Nigeria, soldato nella legione straniera, esperto di armi e di esplosivi; alla Squadra Mobile era considerato da tutti un ottimo capo squadra e come tale lo ricordano ancora i poliziotti di Bologna che lo affiancavano.

Dopo l’arresto ha fatto di tutto per mantenere l’immagine di sé che si era costruito in precedenza, anzi, durante le ritrattazioni, l’ha esasperata fino a perdere il senso della realtà, fino a rendersi ridicolo. Roberto, dopo la cattura per impedire al suo “io” di sgretolarsi, si è rimboccato le maniche e ha fantasticato un nuovo modello di grandiosità, di importanza e di potere al quale ha finito per credere lui stesso.

Negli anni Roberto ha inviato centinaia di lettere al suo avvocato, al presidente della corte ed al direttore del carcere manifestando un patologico senso di indignazione. Tale atteggiamento può spiegarsi attraverso l’affermazione di Samenow che recita così: “Con i criminali è diverso, hanno una personale logica, una personale intelligenza, guardano il mondo da una prospettiva sbagliata e hanno una errata stima della propria importanza e di quella degli altri”.

Alberto Savi

Alberto ha in comune con i fratelli lo stesso vissuto familiare e ha condiviso con loro gli stessi desideri, le stesse angosce e paure, e, a differenza degli altri gregari, aveva un legame personale con il capo della Banda che per lui rappresentava non solo il leader del gruppo ma anche un fratello maggiore capace di offrirgli una rassicurante sensazione di protezione. Proprio questo doppio ruolo di Roberto, nel caso di Alberto, ha favorito, più che negli altri associati, lo sgretolarsi di sue eventuali difese tanto da indurlo a far parte di una Banda capace di tante e tali efferatezze. Rabbia, aggressività e vittimismo sono gli atteggiamenti che hanno caratterizzato la sua condotta dopo l’arresto, atteggiamenti dovuti alla sua sensazione di essere stato manipolato, Alberto si è sentito tradito dai fratelli, specialmente da Roberto, e per questo motivo non è riuscito a prendersi le proprie responsabilità e ha avuto difficoltà ad accettare la propria condanna.

Pietro Gugliotta

Pietro Gugliotta ha partecipato con i fratelli Savi ad alcune rapine ed ad unico fatto di sangue, il tentato omicidio di Driss Akesbi, oltre alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini.
Insieme a Luca Vallicelli è l’unico dei componenti storici della banda che non è stato condannato all’ergastolo.
Ecco un elenco degli episodi criminosi nei quali è stato coinvolto:
Il 2 gennaio 1990 partecipa al ferimento del cittadino extracomunitario Driss Akesbi.
Il 15 gennaio 1990 partecipa con tutti e tre i fratelli Savi alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, dove l’esplosione di una bomba posizionata da Roberto Savi ferisce 67 persone.
Il 10 maggio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina presso la Cassa di Risparmio di Ravenna che frutta un bottino di 72 milioni.
Il 5 luglio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina al Credito Romagnolo di Cesena che frutta un bottino di 38 milioni.
Il 12 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Banca di Roma che frutta un bottino di 76 milioni.
Il 27 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna che frutta un bottino di 30 milioni
Il 26 novembre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Cerasolo d’Ausa che frutta un bottino di 89 milioni

Tutte rapine incruente, “pulite”, secondo la definizione del pubblico ministero Giovannini. Gugliotta non è un assassino né tanto meno un serial killer, è solo un rapinatore e ha perfino svolto il ruolo di deterrente per la coppia assassina. Nel 2007 il Tribunale di Sorveglianza, a circa un anno dalla sua definitiva scarcerazione non gli ha concesso un permesso premio, ritenendolo “un soggetto socialmente pericoloso per una personalità altamente deviante ed una forte tendenza di personalità ad emergere, soffocata dal timore dell’insuccesso, e per la mancata presa di coscienza critica della gravità dei fatti da lui commessi e l’assenza di ravvedimento”.

Marino Occhipinti

“Per l’estrema gravità dell’episodio di Casalecchio di Reno, per l’assoluta doppiezza del prevenuto, e per l’assenza di qualsiasi resipiscenza”, Marino Occhipinti è stato condannato all’ergastolo come i tre fratelli Savi. Effettivamente, da quei pochi dati che è stato possibile raccogliere su Marino Occhipinti si evince una certa inspiegabile incoerenza nei suoi comportamenti. Dopo l’omicidio di Carlo Beccari, Occhipinti si è recato alla USL per “una nevrosi depressiva larvata, dovuta a stress occasionale in un soggetto con temperamento emotivo”. Marino è rimasto traumatizzato dalle conseguenze dell’assalto alla Coop di Casalecchio di Reno, tanto che è uscito di scena ma, nel 1996, durante le udienze del processo di Rimini ha avuto, a quasi due anni dall’arresto e nonostante il duro regime di carcerazione cui è sottoposto, un atteggiamento rispettoso nei confronti di Roberto Savi. Occhipinti non ha mai ammesso le proprie responsabilità, nonostante le prove della sua partecipazione all’assalto alla Coop del febbraio 1988, ha anzi professato la propria innocenza ad oltranza, nonostante le chiamate in correità, la testimonianza dell’allora moglie di Roberto Savi, la mancanza di alibi, l’assenza dal servizio quella sera e le perizie balistiche che provano che la guardia giurata Carlo Beccari, deceduta nell’assalto, è stata attinta anche da colpi esplosi dal fucile a pompa appartenuto a lui.

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ursula franco 1 UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

* Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

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Ressler R.K. & Burgess A. W. & Douglas. J.E., Sexual Homicide. Lexington, Mass., Lexington Books, 1988.

Pinatel J., La Criminologie. Paris, Editions Spes, 1960.

Ponti G., Compendio di Criminologia. Raffaello Cortina Editore, 1999.

Sarteschi P. & Maggini C., Manuale di Psichiatria. Parma, Edizioni S.B.M., 1982.

Semerari A., Manuale di Psichiatria Forense. Antonio Delfino Editore, 1981.

Wilson C. & Seamen D., The Serial Killers. New York, Carol Publishing’s, 1990.

Yochelsen S. & Samenow S., The Criminal Personality. New York Press, 1998.

Altre fonti

Commissariato di Rimini – Divisione Anticrimine – I° Sezione Investigativa, Questura di Forlì – Squadra Mobile – III° Sezione Investigativa: Verbali di perquisizione domiciliare e sequestro eseguiti nei confronti di Savi Fabio.

Commissariato di Rimini – Divisione Anticrimine – I° Sezione Investigativa, Questura di Forlì – Squadra Mobile – III° Sezione Investigativa: Elenco delle armi sequestrate a Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto, Savi Giuliano, Mazza Riccardo, Gugliotta Pietro e delle armi appartenute in passato agli imputati e sequestrate a terzi.

Commissione Parlamentare Stragi – La vicenda della Uno Bianca: Il processo alla Banda delle Coop. Atto n. 4-01479 pubblicato il 07 marzo 2007 seduta n. 21.

Corte d’Assise presso il Tribunale di Bologna: Relazione di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguita nell’ambito del procedimento penale nr. 8/93 R.G. e nr. 1/94 R.G. Assise riuniti a carico di Medda Marco+ 3.

Criminalpol – Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna – Direzione Distrettuale Antimafia: Interrogatori di Savi Roberto del 28-11-94 e del 05-12-94 e di Savi Fabio del 28-11-94 e del 29-11-94.

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lodi: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazione di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguita nell’ambito del procedimento penale nr. 505/93 R.G.N.R. nei confronti di Di Falco Antonino +3 per i reati di cui agli articoli: 110-575 C.P. (Omicidio Mormile Umberto).

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Rimini: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

Questura di Bologna – Squadra Mobile – Centro Interprovinciale Criminalpol – Emilia Romagna: Verbali di perquisizione domiciliare e sequestro eseguiti nei confronti di Savi Roberto.

Internet

RadioRadicale.it: Registrazione del processo di Rimini alla banda dei fratelli Savi (Uno Bianca). 15 novembre 1995 – 06 marzo 1996.

RadioRadicale.it: Registrazione del processo di Bologna alla banda dei fratelli Savi (Uno Bianca). 24 maggio 1996 – 31 maggio 1997.

Wikipedia: Banda della Uno bianca.

Wikipedia: Gruppo sociale.

Quotidiani

Cascella P., Sono loro i killer di quei carabinieri. La Repubblica, 10 dicembre 1994.

Cascella P., e Tonelli A. Savi: condanna bis, 24 anni al “corto. La Repubblica, 23 giugno 1995.

Cascella P., Ho commesso solo reati comuni. La Repubblica, 05 agosto 2006.

Cascella P., Savi non ha mai chiesto nessun beneficio carcerario. La Repubblica, 25 agosto 2006.

Corrias P., Uno bianca,quando l’ incubo finì. La Repubblica, 21 novembre 2004.

Gulotta C., Roberto Savi vuole clemenza. La Repubblica, 04 agosto 2006.

Gulotta C., La figlia di Gugliotta: non lo perdono, deve restare in carcere. La Repubblica, 23 marzo 2007.

Marozzi M. e Tonelli A., L’ex moglie di Savi: sì sapevo tutto. La Repubblica, 30 novembre 1994.

Monti V., Chi voleva entrare nel clan doveva sparare a un nero. Il Corriere della Sera, 28 novembre 1994.

Muscali C., L’ultimo scritto del padre dei Savi: non sopporto più la vergogna. Il Corriere della Sera, 01 aprile 1998.

Spezia L., Uno Bianca: anche Gugliotta vuol dialogare con le vittime. La Repubblica, 2 marzo 2006.

Spezia L., In carcere nemmeno una parola sul suo terribile passato criminale. La Repubblica, 04 agosto 2006.

Tonelli A., Il rambo della Uno Bianca tenero solo col figlio. La Repubblica, 31 ottobre 1994.

Tonelli A., Ora ho paura di morire. La Repubblica, 27 novembre 1994.

Tonelli A., Le verità a puntate della donna di Rambo: non c’era un capo. La Repubblica, 4 dicembre 1994.

Tonelli A., Gli arresti dorati di Eva: potevo evitare quei morti. La Repubblica, 16 marzo 1995.

Tonelli A., Tenta il suicidio il ‘Rambo’ della Uno Bianca. La Repubblica, 31 marzo 1995.

Tonelli A., Ho amato Fabio ma adesso lo odio, fuggirò dall’Italia. La Repubblica, 22 maggio 1995.

Tonelli A., Uno Bianca, killer alla sbarra. La Repubblica, 23 maggio 1995.

Tonelli A., Roberto Savi ha tentato la fuga. La Repubblica, 13 ottobre 1995.

Tonelli A., Per noi resta solo un assassino. La Repubblica, 30 ottobre 1995.

Tonelli A., Tuo padre killer per necessità. La Repubblica, 30 ottobre 1995.

Tonelli A., La vendetta dei Savi, Eva era nella banda. La Repubblica, 26 gennaio 1996.

Tonelli A., Secondo ergastolo per i fratelli Savi. La Repubblica, 07 marzo 1996.

Sentenze

Corte di Cassazione – Sentenza – 20 giugno 2000 – 15 dicembre 2000 – Ricorrenti Savi Alberto e Occhipinti Marino.

Corte di Cassazione – Sezione prima penale – Sentenza – 19 dicembre 2007 – 29 gennaio 2008, n. 4512/ 2008 – Ricorrente Gugliotta Pietro.

Trasmissioni televisive

Leosini F., Intervista a Fabio Savi. Storie Maledette, 1998.

MORTE DI MATTIA MINGARELLI, PROCURATORE GITTARDI: NESSUN DELITTO, MORTO PER LA CADUTA E PER IL FREDDO

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli, 30 anni, è stato ritrovato nel tardo pomeriggio del 24 dicembre da alcuni sciatori nel bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), in località Barchi, a poca distanza dal rifugio dove era stato visto per l’ultima volta in compagnia del proprio cane. Mingarelli era scomparso il 7 dicembre 2018. 

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020

Il procuratore di Sondrio Claudio Gittardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Riteniamo altamente probabile che la scomparsa (di Mattia MIngarelli) non sia collegata ad alcuna attività delittuosa. Per una serie di situazioni, forse legate ad uno stato di alterazione, si è allontanato da solo verso dal rifugio “I Barchi”, è stato male, ha perso il telefono, è tornato nella sua abitazione, dove ha lasciato cappello e cappotto, per poi uscire e cadere accidentalmente nel bosco. Non è stato colpito da nessuno, questo è stato accertato, la caduta e il freddo ne hanno causato il decesso. Resta il giallo sul perché si sia inoltrato nel bosco”

A questo punto la domanda sorge spontanea: Chi ha fantasticato su eventuali responsabilità del povero Giorgio Del Zoppo, gestore del rifugio, ne risponderà?

Mattia Mingarelli

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, il 26 dicembre 2018, in un’intervista a Cronache Lucane, la criminologa Franco aveva escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta: “Il fatto che il gestore del rifugio dove Mattia si era recato abbia trovato del vomito a poca distanza dal cellulare del Mingarelli e le basse temperature della notte del 7 dicembre fanno propendere per una morte per assideramento in un soggetto in preda ad una intossicazione alcolica”. Riguardo all’ipotesi che il corpo potesse essere stato spostato la criminologa Franco ci aveva detto: “E’ una colossale sciocchezza, nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo. E’ noto a tutti che le ricerche spesso falliscono ed i cadaveri vengono ritrovati per caso nelle zone già battute da soccorritori e cani da traccia, si vedano i casi di Elena Ceste, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi e Yara Gambirasio”. Mentre riguardo al cane del Mingarelli: “Qualche tempo dopo la caduta di Mattia evidentemente il cane ha preferito andare a giocare con il cane del Del Zoppo. Dante è un cane da compagnia, non capisco perché gli si vogliano attribuire dei “super poteri” che, nonostante siano addestrati, neanche i cani da ricerca hanno. E’ una leggenda che i cani da compagnia siano in grado di ritrovare i cadaveri dei loro padroni”

Mattia Mingarelli

In un’analisi pubblicata sul suo blog il 28 dicembre 2018 la criminologa Franco aveva scritto: 

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli, né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro, se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore senza alcun timore di venir smentito visto che quel pomeriggio il Del Zoppo e il Mingarelli erano soli. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno di una morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia non sono infallibili come vuole la leggenda. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

Mattia Mingarelli

Riportiamo la Lettera aperta della criminologa Ursula Franco a “La Vita in Diretta”, è datata 9 gennaio 2019 ed è stata diffusa dal giornale d’inchiesta Sylo24, di Simone Di Meo:

“Se lo sfortunato Giorgio Del Zoppo fosse stato vostro padre o vostro marito o vostro fratello, gli avreste riservato lo stesso trattamento? Lo chiedo a voi perché avete permesso a soggetti privi di competenze in campo criminologico di riempirsi la bocca con la parola OMICIDIO in un caso evidente di morte accidentale. 

Non ci si inventa criminologi, servono competenze in campo medico (medicina legale, psichiatria, tossicologia, chimica etc, etc), e a queste competenze, che si acquisiscono soltanto all’Università e che vanno documentate con un bel diploma di laurea, va aggiunta una non meno necessaria approfondita conoscenza della casistica. 

Vi rendete conto che certe inferenze dei vostri opinionisti a digiuno di criminologia non solo espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita di chi, suo malgrado, si trova implicato in un caso giudiziario e spesso impediscono ai familiari di chi muore di farsi una ragione di una eventuale archiviazione?

È un campo delicato quello della giustizia e non dovrebbe esserci spazio per l’approssimazione, né per la disinformazione. 

Avete mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale alcuni individui rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi? 

Esprimersi senza competenze su un caso giudiziario non solo è rivelatore di una mancanza di coscienza di sé ma anche di uno sprezzo per i propri simili.

Sapete che la pressione prodotta da un processo mediatico su una procura e sui giudici è equiparabile ad una pressione idraulica ed è la prima causa di errore giudiziario?

Sapete che per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano soltanto in molti anni di studio? 

Avete mai sentito parlare di “autopsia psicologica”? Prima di fasciarsi la testa con ipotesi omicidiarie conviene sempre focalizzare su eventuali fragilità, frustrazioni o sofferenze di uno/a scomparso/a. Nella maggior parte dei casi infatti un’autopsia psicologica permette di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, a meno che non se ne sottovalutino o neghino deliberatamente le risultanze.

Vi è giunta voce che, nonostante le ricerche, i corpi di Melania Rea, Elena Ceste, Yara Gambirasio, Eleonora Gizzi, Daniele Taddei, Rocco Di Nello, Provvidenza Grassi, Lucia Manca e Saverio Tagliafierro, per nominarne qualcuno, sono stati tutti ritrovati per caso?

Sapete che i cani da compagnia non hanno “super poteri”? Hanno difficoltà a trovare i cadaveri gli addestrati Bloodhound, come vi viene in mente che sia anomalo che il cane da compagnia del Mingarelli non abbia condotto i soccorritori al cadavere del proprio padrone ma si sia invece divertito a giocare con un altro cane?

La casistica insegna che le ricerche con i cani da traccia spesso falliscono, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

L’errato assunto che le ricerche con i cani siano infallibili non solo è la riprova di una mancanza di conoscenza della casistica ma è anche fonte di grossolani errori, conduce, infatti, ad ipotizzare fantomatici spostamenti di cadaveri ed altrettanti fantomatici depistaggi che aprono la strada all’errore giudiziario.

Per non sbagliare più, imparate a riservare ai soggetti informati sui fatti, sospettati o indagati lo stesso trattamento che vorreste vi fosse riservato o fosse riservato ad un vostro caro, per chi specula sulle disgrazie altrui c’è spazio in televisione ma non in paradiso.

Ursula Franco”

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE PAROLE DI ANDREA LANDOLFI AD UN’AMICA, “SIAMO PRIMA ROTOLATI” E “L’HO LANCIATA”, CONFERMANO CHE QUELLA SERA FURONO DUE LE CADUTE

Andrea Landolfi e Maria Sestina arcudi

Nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”, un’ulteriore conferma del fatto che quella sera furono due le cadute.

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020 

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. 

La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse: 

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta e non agli eventi che seguirono alla seconda caduta della ragazza, quella mortale”

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

– Dottoressa Franco, c’è un’altra conferma alla sua ricostruzione?

Sì, nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”. Si noti “Siamo prima rotolati”, la parola “prima” è lì ad indicarci che ci furono due eventi, due cadute, una “prima” caduta che coinvolse entrambi i ragazzi ed una seconda che coinvolse la sola Mariasestina.

– Dottoressa Franco, che pensa delle dichiarazioni delle ex fidanzate del Landolfi che lo descrivono come un bravo ragazzo che però cambia in seguito all’ingestione di alcool?

Le rispondo con una dichiarazione al PM dello zio del Landolfi: “Io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti di altre storie di Andrea […] Quelle volte che io l’ho visto di giorno è un ragazzo splendido, poi mi dicono che di notte, quando beve… eee cambia, diventa…. eee cambia… cambia nel senso che diventa nervoso, diventa più… più… più… più… come posso dire, più… un ragazzo più grintoso” e con alcuni stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcool, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti […] Il 23 giugno 2008 è stata la nonna […]  che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un “gesto di violenza” con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che “è a volte violento”. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come “ubriaco e strafatto”.