MORTE DI MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA FRANCO: TRE ANNI DI INDAGINI PER TRE REATI, LA VIOLENZA SESSUALE, L’OMISSIONE DI SOCCORSO E LA FALSA TESTIMONIANZA (intervista)

Avv. Salvatore Verrillo

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2019

Il 19 giugno di 3 anni fa, Maria Ungureanu, 9 anni, è stata trovata senza vita nella piscina di un casale di San Salvatore Telesino, sul suo corpo i medici legali hanno riscontrati gli esiti di violenze sessuali croniche. Da 3 anni la Procura di Benevento indaga su Daniel Ciocan. Dal giugno 2016 al gennaio 2016, Daniel e Cristina Ciocan sono stati indagati dalla procura di Benevento rispettivamente, per violenza sessuale e omicidio, e per omicidio. Nel gennaio 2019 la procura ha richiesto l’archiviazione per i due fratelli e la posizione di Cristina, che quella sera era in compagnia del fratello, è stata stralciata. Sempre nel gennaio scorso, il GIP Flavio Cusani ha imposto alla procura di Benevento il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi e l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria, Marius e Andrea Elena Ungureanu. I coniugi Ungureanu sono difesi dall’avvocato Fabrizio Gallo e dall’avvocatessa Serena Gasperini, i cui consulenti sono la famosa biologa Marina Baldi e la ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone.

L’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan, ha recentemente presentato un’istanza di avocazione dell’inchiesta sulla morte di Maria Ungureanu alla Procura generale di Napoli. Secondo l’avvocato Verrillo, infatti, la procura di Benevento ha disatteso in parte l’invito del GIP Cusani e quello del Tribunale del Riesame di Napoli a focalizzare sui genitori di Maria, e per questo motivo ha chiesto alla Procura generale di avocare a sé l’inchiesta. Del team difensivo di Daniel Ciocan fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco, alla quale abbiamo posto alcune domande.

– Dottoressa Franco, ormai da tre anni, lei sostiene che, non solo le violenze che Maria subiva nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale, ma anche che il nome dell’autore degli abusi sessuali è agli atti da quasi tre anni, non è vero?

Certamente, già nel luglio 2016, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino. Il passare del tempo e la calura estiva non faranno evaporare questa risultanza. Peraltro, proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, si sono espressi nel giugno 2016 i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali”, e, nel dicembre 2017, quelli della Cassazione: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”.

– I giudici della Cassazione si sono espressi pure sulla posizione di Daniel Ciocan.

Certamente, hanno sostenuto, evidentemente inascoltati, che “il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan”.

– L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, legale di Daniel Ciocan, durante l’udienza dell’8 aprile 2019, relativa alla riesumazione dei resti di Maria, si era detto contrario: “I periti hanno confermato quanto io ho evidenziato al giudice Giuliano: dopo tre anni la riesumazione non serve a nulla, né per stabilire l’ora della morte, né in relazione ad altre circostanze. Un no, il mio, motivato anche dalla pietà umana e dal rispetto che si deve alla bimba”, dottoressa Franco, che può dirci?

Sono d’accordo con l’avvocato Verrillo, provano le violenze lo stato degli organi, le infezioni che la bambina aveva al momento del decesso e moltissime intercettazioni, pertanto, da questo punto di vista non c’è più nulla da scoprire. Riguardo alla causa di morte, dei tre medici legali che si sono già pronunciati sul caso, nessuno ha mai sostenuto che la bambina sia stata uccisa, anzi, nel giugno 2018, il professor Francesco Introna ha escluso l’omicidio e, proprio in seguito alla sua consulenza, la Procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione per i fratelli Ciocan. Sono tre i reati in questo caso giudiziario, la violenza sessuale, l’omissione di soccorso e la falsa testimonianza, gli ultimi due sono stati commessi dall’amica con cui Maria si trovava al momento dell’annegamento.

– Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si espresse sul caso nel giugno 2018, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Parole sagge di un giudice di grado superiore ma che, evidentemente e inspiegabilmente, non hanno fatto breccia in procura.

– Dottoressa Franco, glielo chiedo ancora una volta, cosa c’è ancora da scoprire in questo caso giudiziario?

Non c’è più nulla da scoprire. E’ ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Nella mia consulenza, datata 27 marzo 2017, ci sono il nome di chi abusava della bambina e quello della ragazzina che si trovava con Maria la sera che affogò. Per quanto riguarda il povero Daniel, non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere.

– Dottoressa Franco, sulla stampa spazzatura ne abbiamo lette di tutti i colori, ne abbiamo sentite delle belle anche in televisione, ma, soprattutto, si è toccato il fondo quando un giornaletto ha pubblicato la foto del cadavere della bambina per muovere l’opinione pubblica contro Daniel Ciocan.

Il processo mediatico è l’arma di chi tenta di riscrivere fatti già accaduti perché si trova dalla parte sbagliata, ciò che più mi meraviglia non sono gli attori dello stesso, ma il silenzio delle istituzioni.

– Dottoressa Franco, cosa non ha funzionato in questo caso giudiziario?

Ad un mese dalla morte di Maria, c’è stato un corto circuito nelle indagini, il corto circuito ha coinciso con il momento in cui i RIS hanno isolato lo sperma del padre di Maria sulla sua maglietta e sulla coperta del suo lettino. Questo dato estremamente sensibile in un’indagine per violenza sessuale avrebbe dovuto illuminare il pubblico ministero, fermo restando che è a tutti noto che la maggior parte degli abusi sessuali sui minori si consumano in famiglia. Peraltro, gli inquirenti potevano contare anche su intercettazioni incriminanti tra i coniugi Ungureanu. Il fatto che la procura non abbia cambiato rotta non appena i RIS hanno trovato lo sperma di Marius Ungureanu sulla maglietta della bambina e sulla sua coperta è la prova che gli stessi cercavano conferme alla loro ricostruzione, conferme mai ottenute. Questo modo di lavorare è la prima causa di errore giudiziario ed in termini tecnici si chiama “tunnel vision”. In sintesi, la “tunnel vision” è un pregiudizio cognitivo che a volte colpisce gli inquirenti nelle prime fasi delle indagini ed è rappresentabile come una visione centrale ristretta. La mancanza di una visione periferica induce a ritenere che i fatti esaminati abbiano un’unica spiegazione e nonostante nulla conforti l’ipotesi di partenza, chi ne è affetto continua ad indagare a senso unico, sottovalutando, disgregando, ignorando o sopprimendo i dati che non sono di supporto alla propria visione dei fatti e sopravvalutando invece eventuali informazioni di sostegno alla propria ipotesi anche se irrilevanti o inaffidabili.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Non solo il nome dell’autore delle violenze che la bambina subiva da tempo è agli atti, senza se e senza ma, ma, purtroppo, è libero di reiterare da tre lunghi anni.

Annunci

Analisi dell’intervista rilasciata da Marco Carta a Barbara D’Urso dopo l’arresto per furto

Marco Carta

Il 6 giugno 2019, Marco Carta, 34 anni, ha rilasciato un’intervista a Barbara D’Urso su una vicenda giudiziaria che lo vede protagonista. Il 31 marzo, il cantante è stato fermato insieme ad un’amica, l’infermiera Fabiana Muscas, all’uscita de La Rinascente di Milano e accusato di furto in concorso per aver sottratto sei magliette firmate Neil Barrett, per un valore totale di 1200 euro.

Poiché Marco Carta sostiene di essere estraneo al reato per il quale è stato arrestato, ci aspettiamo che, nel corso dell’intervista:

  1. neghi in modo credibile di aver commesso il reato del quale è accusato, ovvero dica: “Io non ho rubato le magliette” e che poi, riferendosi alla sua negazione, dica: “sto dicendo la verità”;
  2. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente.

ANALISI

Barbara D’Urso: Marco Carta!

Marco Carta: Buonasera.

Barbara D’Urso: Vai, okay? Vai.

Marco Carta: Buonasera a tutti.

Si noti la ripetizione del “Buonasera”.

Barbara D’Urso: Allora…

Marco Carta: Eccoci qua.“Buonasera”, si è sentito? Sì?

Marco Carta vuole essere certo che il pubblico di “Non è la D’Urso” abbia sentito il suo “Buonasera”. Il fatto che l’abbia ripetuto tre volte è il segnale che tenta di ingraziarselo (Ingratiation Factor). 

Barbara D’Urso: Sì, so che sei agitatissimo.

Marco Carta: Sì, un po’, parecchio.

Barbara D’Urso: Allora, iniziamo da capo, okay?

Marco Carta: Sì, okay, cerchiamo di… (interrotto)

Barbara D’Urso: Fai tu.

Marco Carta: Faccio io… ehm…

Barbara D’Urso: Fai un riassunto, dimmi quello che è successo.

Una bella domanda.

Marco Carta: Ovviamente, ti racconto quello che posso, ovviamente, dire… (interrotto)

Barbara D’Urso: Naturalmente.

Marco Carta:… Barbara, perché essendoci un processo di mezzo, vorrei dire delle cose che purtroppo non posso dire (interrotto)

Si noti che Carta pronuncia il nome della conduttrice, lo fa per ingraziarsela (Ingratiation Factor). 

Barbara D’Urso: Ecco, poi spieghiamo bene se è vero che sei indagato, quando ci sarà il processo, poi spieghiamo bene tutto.

Marco Carta: Certo.

Barbara D’Urso: Partiamo dall’inizio.

Marco Carta: Assolutamente, sì, eee allora ehm… (interrotto)

Barbara D’Urso: Era un sabato?

Marco Carta: Era un venerdì, era un venerdì.

Barbara D’Urso: Che poi il processo è stato fatto sabato.

Marco Carta: Esatto… ehhm com… come è scritto a verbale, diciamo, ero con una persona che èèèè è stata fermata con… (interrotto)

Barbara D’Urso: Questa donna?

Marco Carta: Sì, con… io, giustamente, non faccio nomi, non faccio cose perché non… non… non…. (interrotto)

Marco Carta sente il bisogno di sottolineare di non aver fatto il nome dell’amica, lo fa per dipingersi come una persona corretta (Good Guy/Bad Guy Factor).

Barbara D’Urso: Allora diciamo che tu sei andato in questo grande magazzino con una ragazza, okay? Con una donna.

Marco Carta: Sì, sì, sì.

Barbara D’Urso: Che è una tua amica.

Marco Carta: È una mia amica, sì.

Barbara D’Urso: Okay, che conosci da tanto tempo.

Marco Carta: Sì, sì, sì, da tantissimi an… assolutamente, sì.

E’ apprezzabile che, in questa occasione, Carta non prenda le distanze dall’amica.

Barbara D’Urso: Da tanto, okay.

Marco Carta: Eeehm… scusa se sono po… posso sembrare poco lucido, forse sono poco lucido, sono molto, molto, molto, molto scosso e vorrei cercare di essere mmm… me… me stesso, ma è difficile quando sei in un manicomio cercare di dimostrare che non sei pazzo.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: In buona sostanza (interrotto)

Barbara D’Urso: Ci proviamo.

Marco Carta: Quindi… vabbé… eh… uhm… ah… mmm… uhm… mmm… vo… volevo dire una cosa, perché tanto poi mi dimentico, perché sono un cretino, ehm… durante l’RVM ho sentito, perché di TG ne ho sentito tanti, il TG5, perché tutti possiamo sbagliare, per carità di Dio, dice: “Marco Carta è stato fermato con… delle magliette con un valore di 1200 euro”, no, io non sono stato fermato con nessuna maglietta, avevo… una busta con delle cose, con lo scontrino, pagate dal sottoscritto, quindi, questa donna è stata fermata, c’erano all’interno delle maglie, quindi da lì è iniziata questa avventura, ovviamente (interrotto)

“perché sono un cretino” “perché tutti possiamo sbagliare” sono due frasi interessanti, parenti strette di una ammissione tra le righe (Embedded Admission). 

Carta chiama in causa “Dio”. Ogni riferimento alla divinità durante un’intervista è da considerarsi una red flag perché spesso chi mente si serve di “Dio” come testimone nel tentativo di ingraziarsi gli interlocutori religiosi.

Si noti che Carta non dice “la mia amica” ma “questa donna”, un modo per prenderne le distanze.

Quando Carta dice “c’erano all’interno delle maglie” è impreciso. All’interno di cosa? Carta non riesce a dire “le maglie erano nella borsa della mia amica”.

Barbara D’Urso: Okay, diciamo, allora, voi siete andati lì.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Avete girato.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Tu hai acquistato delle cose.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Con lo scontrino.

Marco Carta: Con lo scontrino.

Barbara D’Urso: Uscite, suona l’antitaccheggio.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Okay?

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Perfetto, arriva la vigilanza.

Marco Carta: Arriva la vigilanza (interrotto)

Barbara D’Urso: Vi fermano.

Marco Carta: Esattamente, quindi (interrotto)

Barbara D’Urso: Controllano te.

Marco Carta: E control… (interrotto)

Barbara D’Urso: E controllano la borsa di lei.

Marco Carta: Controllan… ma io ho fatto anche il gesto, come dire: “Sì, non c’è problema”.

Una risposta interessante.

Barbara D’Urso: Okay, nessun problema, okay.

Marco Carta: Quando poi hanno voluto controllare leii… ehmmm… può capitare che suona l’anti taccheggio, perché non si smagnetizza bene una cosa.

Carta non ha motivo di dire “può capitare che suona l’anti taccheggio, perché non si smagnetizza bene una cosa” riferendosi ai controlli sull’amica, posto che la donna non aveva comprato nulla.

Barbara D’Urso: Sì, ma succede… ma succede tante volte.

Marco Carta: Ma è successo anche a me miliardi di volte ed è la busta contenente (interrotto)

Un’affermazione nonsense posto che a suonare sono state le magliette che si trovavano nella borsa dell’amica, che non erano state pagate, e che quindi non erano passate per la cassa per essere smagnetizzate.

In pratica, Carta, involontariamente, ci ha insegnato a rubare: se compriamo un capo fornito di anti taccheggio e poi, all’uscita del negozio, i pezzi rubati suonano, si può lasciar credere all’addetto alla sicurezza che l’anti taccheggio del capo acquistato non sia stato ben smagnetizzato.

Barbara D’Urso: Quindi lei ha dato la borsa su… la borsa o una bo… la sua borsa.

Marco Carta: Sì, sì. In maniera assolutamente tranquilla, quindi era…. eravamo lì.

Barbara D’Urso: Lei?

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Aprono la borsa e ci sono…

Marco Carta: No, non l’hanno aperta lì… mmm… oddìo, sì, no, non l’hanno aperta lì e mi… ci hanno detto: “Seguiteci”, e ho detto: “Perché cosa è successo? Qual’è il problema?”. Quindi, vabbè, li abbiamo seguiti e, ad un certo punto, ho visto estrapolare delle magliette, però, già (interrotto)

Si noti che, ancora una volta, Carta chiama in causa “Dio”, dicendo “oddìo” (oh Dio).

“ho visto estrapolare delle magliette”, a parte il termine “estrapolare”, che è errato (si estrapola da un contesto, non da una borsa) e l’uso di “ho visto”, per prendere le distanze dal fatto, Carta è impreciso, non ci dice chi estrasse le magliette e, soprattutto, da dove.

Barbara D’Urso: Dalla sua borsa.

E’ la D’Urso a suggerire che le magliette vennero estratte dalla borsa della Muscas.

Marco Carta: Però, io già qui sto andando un po’… perché io devo rispettare la magistratura.

Carta, dice “io devo rispettare la magistratura”, per apparire un “Good Guy” (Good Guy/Bad Guy Factor).

Barbara D’Urso: Certo.

Marco Carta: Anche per tutelare me, ovviamente.

Barbara D’Urso: Certo.

Marco Carta: Eh, sta di fatto che poi è arrivata la polizia… ehm… ho detto: “Guardi, quando possiamo andar via?”, nel senso cioè: “Cosa succede?” (interrotto)

Barbara D’Urso: Sì, ma scusami, tu vedi che tirano fuori delle magliette dalla borsa della tua amica.

Marco Carta: Sconcertato, allibito, non… non… mmm… mi stavo stropicciando gli occhi perché, comunque, non… non era assolutamente possibile questa cosa qua, cioè piu… piuttosto a vedere un un asino che vola, era (interrotto)

“questa cosa”, quale? Sono due le opzioni e non saremo certo noi a scegliere a quale credere.

Barbara D’Urso: Ma tu che hai detto? Che hai fatto?

Marco Carta: Non… non ave… io gli ho detto: “Ma che cosa succede? Ma perché?” Eee (interrotto)

Barbara D’Urso: A lei gli hai detto: “Ma che hai fatto”?

Marco Carta: Sì, sì, ma non (interrotto)

Barbara D’Urso: E lei?

Marco Carta: Non mi ha detto nulla, non mi ha detto nulla, nel senso che non… mmm… (interrotto)

Barbara D’Urso: Quindi, la scena: eravate in una stanza, immagino.

Marco Carta: Sì, in una stanza anche p… (interrotto)

Barbara D’Urso: Tu, lei e la vigilanza, cioè, chi c’era?

Marco Carta: Diverse persone, anche dei poliziotti, ehm… quindi, non c’è stato neanche, in realtà, il tempo di parlare, perché, ovviamente, queste persone facevano delle domande, chiedevano, disfavano, quindi è stato… anche poco chiaro e io, essendo tanto scosso, non ho dei ricordi, chissà di quale lucidità, ma non solo di quel momento, ma anche dei giorni a venire, dei momenti che io ho passato dentro, che sono stati dei momenti… brutti, perché io continuavo a ripetermi: “Sei una brava persona, sei una brava persona”, e lì io ho capito, quando stavo dentro, che non mi ero mai definito una brava persona prima di quel momento, mi sono sempre… mmm… definito una persona… eee… distratta sr… un po’ sregolata nel modo di… di affrontare le cose, a volte con leggerezza, mi sono sempre definito diverso da quello che in questo momento mi sto definendo, che è tutto tranne quello che è stato detto, cioè “ladro”, che è la cosa più brutta di questo mondo.

Si noti che Carta non dice “io non ho rubato le magliette, sto dicendo la verità” e neanche “io non sono un ladro”, ma si definisce “una brava persona” e spera che, sulla base di questa sua affermazione, il pubblico tragga delle conclusioni. 

“un po’ sregolata nel modo di… di affrontare le cose, a volte con leggerezza” è un’affermazione che fa riflettere, anch’essa parente stretta di una ammissione tra le righe (Embedded Admission). 

Barbara D’Urso: Torniamo al punto, Marco, così cerchiamo di fare capire perché…

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Ci sono delle cose non chiare, okay? Arrivano i poliziotti.

Marco Carta: Arrivano i poliziotti, hanno perquisito tutte le… tutte le… la sua borsa, le sue cose. Hanno trovato (interrotto)

Barbara D’Urso: Hanno perquisito anche te, immagino.

Marco Carta: Assolutamente sì.

Barbara D’Urso: Certo, addosso a te non hanno trovato niente.

Marco Carta: Assolutamente.

Barbara D’Urso: Addosso a lei hanno trovato le magliette.

Marco Carta: Assolutamente.

Barbara D’Urso: E da lì che è successo?

Marco Carta: Da quel momento hanno dettooo il mmm il: “Dovete seguirciii, ci potrebbe essere un arresto”, io: “Come un arresto?”, “Sì, ci potrebbe essere un arresto, dovete seguirci”, quindi c… noi li abbiamo seguiti, ma separatamente, assolutamente in maniera separata.

Si noti che Carta prende le distanze dall’amica, “noi li abbiamo seguiti, ma separatamente, assolutamente in maniera separata”. 

Barbara D’Urso: Cioé, tu hai preso la tua macchina?

Marco Carta: Nooo, dentro una macchina della polizia.

Barbara D’Urso: Ah, della polizia.

Marco Carta: Assolutamente sì, da quel momento in poi, assolutamente, quindi io in una ma…(interrotto)

Barbara D’Urso: Quindi ti han messo in una macchina della polizia, a lei in un’altra macchina della polizia e vi han portato dove?

Marco Carta: Al… al fresco, come si dice, eee…

Barbara D’Urso: Cioé?

Marco Carta: Non mi… non so che parte di Milano fosse.

Barbara D’Urso: In questura?

Marco Carta: No, in…dentro un car…dentro una sorta di carcere, non era proprio un carcere, però era una cella.

Barbara D’Urso: In una cella?

Marco Carta: Sì, dentro una cella, dentro una cella dove io… (interrotto)

Barbara D’Urso: Separati.

Marco Carta: Assolutamente sì, io facevo avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, perché mi sentivo un… un… un animale in gabbia, poi puoi immaginare, ho detto:(interrotto)

Barbara D’Urso: E cosa ti han detto?

Marco Carta: “Posso avere il mio cellulare? Devo chiamare il mio fidanzato, devo chiamare la mia famiglia”, cioé: “Vorrei parlare con delle persone”, che io avevo una cena la sera, quindi il mio fidanzato fino all’una (interrotto)

Barbara D’Urso: A che ora è successo questo, scusami?

Marco Carta: Eeehm… verso le ott… tra le otto e le nove, ma non mi ri…

Barbara D’Urso: Del mattino?

Marco Carta: No, no, tra le venti  e le ventuno, quindi il mio fidanzato non ha più saputo niente di me fino all’una, non ha più… (interrotto)

Barbara D’Urso: Di notte.

Marco Carta: Di notte.

Barbara D’Urso: Quindi tu sei stato in una… in una cella, giusto? Ehm… e andavi avanti e indietro:

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Ehm… tu sei stato in una cella e lei è stata in una cella.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Tu non potevi parlare con nessuno e che cosa ti avevano detto?

Marco Carta: Mi hanno detto che c’era un arresto, in sostanza, in corso e che non potevo sentire nessuno se non un avvocato.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Ehm…

Barbara D’Urso: E tu hai chiamato un avvocato?

Marco Carta: Mmm… ehm… ho detto… mi ha detto: “Se ci devi chiamare l’avvocato, chiamalo adesso”, io ho detto: “No, aspettiamo un attimo, io vorrei chiamare prima casa”, sinceramente dell’avvocato non me ne fregava assolutamente niente… mmm… non mi interessava dell’avvocato, io volevo chiamare la mia famiglia, cioè, in quel momento, io avevo bisogno di sentire loro, di tutto il resto… (interrotto)

Barbara D’Urso: Okay, tu sei stato lì fino all’una di notte, avanti e indietro nella cella, ho capito bene?

Marco Carta: No, non fino all’una di notte, son rimasto fino alle cin… quattro, quattro e mezza del mattino e poi, ad un certo punto, è arrivata una mmm… donna che ricopriva un ruolo ben più alto e mi ha detto: “Guarda che dormirai a casa”, è stata anche carina, devo dir la verità, molto carina e mi ha detto: “Guarda che dormirai a casa, non… non ti preoccupare”, mi ha…. io ero… non in lacrime, perché tendo ad implodere, non esplodo mai, ma si vedeva che ero ehm… non colpito, ma aaassolutamente scioccato e fuori, fuori, fuori di me, ma non perché facevo chissà che cosa, fissavo il vuoto, mi chiedevano se volevo acqua, se volevo… niente, cioè pensavo alla mia famiglia, quindi, mi hanno detto: “Guarda domani ci sarà un processo eee più tardi tornerai a casa”, eh… nel mentre, ho chiesto alla… a questa poliziotta se poteva chiamare il mio fidanzato.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Eh l’ha chiamato, non lo potevo… non gli potevo parlare io personalmente quindi (interrotto)

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Gli ho detto: “Mi raccomando…” (interrotto)

Barbara D’Urso: E ha avvertito il tuo fidanzato.

Marco Carta: Sì, gli ho detto (interrotto)

Barbara D’Urso: Ad un certo punto ti hanno lasciato andare.

Marco Carta: Mi hanno lasciato andare (interrotto)

Barbara D’Urso: Da solo? Ti ha riaccompagnato la macchina della polizia? Cosa è successo?

Marco Carta: Eee… mi hanno riaccompagnato loro.

Barbara D’Urso: La polizia.

Marco Carta: E mi sono rivenuti a prendere loro, perché in quel momento io ero… ero in arresto.

Barbara D’Urso: Eri agli arresti… eri agli arresti domiciliari.

Marco Carta: In quel momento, ufficialmente, ero a…, sì, agli arresti eee…

Barbara D’Urso: Domiciliari.

Marco Carta: Non è domiciliari, non mi viene il termine, comunque, spicciolamente, il senso è più o meno quello, Barbara.

Si noti che Carta chiama la conduttrice per nome per ingraziarsela (Ingratiation Factor). 

Barbara D’Urso: Comunque eri arrestato.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Okay?

Marco Carta: Assolutamente si.

Barbara D’Urso: La mattina dopo.

Marco Carta: La mattina dopo mi hanno detto: “Alle 8 veniamo… veniamo a prenderla”.

Barbara D’Urso: Quindi, alle otto del mattino è arrivata la vola… la macchina della polizia a prenderti.

Marco Carta: Sì, eee… esatto, io appena sono arrivato a casa, sono corso in camera…… era mmm un po’ addormentato e mi ha detto: “Sì, ma guarda che dai, stai tranquillo”, ha cercato anche di minimizzare, perché io ero sconvolto, quindi, quando una persona è sconvolta tu per tranquillizzarla (interrotto)

Barbara D’Urso: A casa con chi c’era il tuo fidanzato?

Marco Carta: Il mio fidanzato.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Ehm… quindi la mattina dopo mi sveglio, ehm… a… arrivo al processo, non posso parlare tanto del processo ma ehm (interrotto)

Barbara D’Urso: Quindi vengo… viene a prenderti la macchina della polizia.

Marco Carta: Sì, sì, sì.

Barbara D’Urso: Che tu, poi, quando mi hai chiamato, no? Che ci siamo sentiti.

La D’Urso fa un passo indietro per raccontare che Carta, il primo aprile, la chiamò subito dopo l’udienza. Una forzatura.

Marco Carta: Sì.

Barbara D’Urso: Appena uscito, tu piangendo mi hai detto: “Ma Barbara, non sai che vergogna, che vergogna, che vergogna, che vergogna”.

Marco Carta: Sì, che vergogna perché (interrotto)

Carta prova a spiegare perché provasse “vergogna”.

Barbara D’Urso: “quando sono venuti a prendermi”, ma ovviamente, giustamente, hanno fatto il loro lavoro, era quello…

Marco Carta: Ma ci mancherebbe, assoluta… (interrotto)

Barbara D’Urso: Ovviamente, però, mi metto nei tuoi panni.

Marco Carta: Che vergogna, sì, perché comunque poi… mmm… (interrotto)

Carta, per la seconda volta, prova a spiegare perché provasse “vergogna”.

Barbara D’Urso: Quindi è venuta la macchina della polizia e ti ha portato in tribunale.

Marco Carta: Mi ha portato in tribunale.

Barbara D’Urso: E c’è stato il processo.

Marco Carta: E c’è stato il processo, quindi, secondo quello che è stato scritto a verbale, è stato, tra virgolette, un bene, nel senso che, comunque, attraverso quel documento e attraverso la mia testimonianza, il giudice, il… il magistrato, sì, ha visionato per ore, è stato molto meticoloso, ha eee… ha… ha tro… diciamo che (interrotto)

Barbara D’Urso: C’eravate tutti e due, sia tu che lei?

Marco Carta: Sì… non ha trovato prove co… eee soprattutto c’erano delle cose non… che non tornavano in questa… mmm…. dichiarazione.

Si noti l’autocensura alla fine della frase di un certo interesse “non ha trovato prove co…”.

Nell’ordinanza del giudice Stefano Caramellino si legge: “(…) Carta non deteneva all’uscita dell’esercizio commerciale la borsa contenente i vestiti sottratti (…) L’unico teste oculare ha descritto un comportamento anteriore ai fatti che ha giudicato sospetto, ma gli elementi di sospetto sono del tutto eterei, inconsistenti: è normale che due acquirenti si guardino spesso attorno all’interno di un esercizio commerciale di grande distribuzione; l’ipotesi che essi stessero controllando se erano seguiti da personale dipendente è formulata in modo del tutto ipotetico e vago” (…) “né di avere visto l’inserimento degli abiti nella borsa dopo che era stata appoggiata nel camerino, né ha affermato di avere sentito alcun rumore compatibile con la rottura delle placche antitaccheggio, peraltro avvenuta con uno strumento solo parzialmente idoneo, vale a dire un cacciavite e non un tronchese” (…) “il fatto che i due coimputati si siano recati in un piano diverso per provare le maglie è compatibile con il proposito di trovare un camerino di prova libero, posto che entrambi hanno affermato che grande era l’affollamento e che lo stesso scontrino in atti conferma che era giorno di offerte speciali, cosidddetto ‘black friday’. Il passaggio della borsa è stato confermato dall’imputato, che quindi sulla dinamica ha confermato integralmente le risultanze delle sommarie rese dall’addetto alla sicurezza” (…) “gli operanti che hanno provveduto all’arresto non hanno visto alcunché dell’azione asseritamente furtiva e che, con riferimento alla posizione di Carta, la versione degli imputati non è allo stato scalfita da alcun elemento probatorio contrario” (…) .

Barbara D’Urso: Quale dichiarazione?

Marco Carta: Quella dichiarazione… la… il verbale… messa a verbale.

Barbara D’Urso: Che poi parliamo anche della dichiarazione dell’addetto alla sicurezza.

Marco Carta: È quella la dichiarazione.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: E’ proprio quella.

Barbara D’Urso: Allora, perché io la faccio sentir…

Marco Carta: Ah, un’altra cosa, no?, scusa Ba… io mi dimentico.

Si noti che Carta pronuncia ancora il nome della conduttrice per ingraziarsela (Ingratiation Factor).

Barbara D’Urso: Dimmi.

Marco Carta: Eee… molte persone da casa hanno capito, perché poi, ovviamente, le… quando si diffondono le notizie, non sempre sono esatte, o le tempistiche non sono sempre quelle, quindi hanno capito che prima sono stato prosciolto, e poi hanno capito, però adesso è arrivata una confessione di una guardia, no, sulla base di quella guardia, grazie al cielo, l’a… l’arresto non è stato convalidato, invece tutti hanno pensato che dopo fosse arrivata questa cosa.

Barbara D’Urso: Esatto, infatti, tu questo mi hai chiamato e mi hai detto: “Guarda, Barbara, lo voglio spiegare bene, perché è successo così, allora spieghiamolo bene”.

Marco Carta: Ecco.

Barbara D’Urso: C’è un addetto alla sicurezza, Marco, però che dice una cosa ben precisa (…) tu non sei entrato nel camerino e lei ti ha passato e magliette?

Marco Carta: Lei me le ha appese, perché magari a me non va di farmi vedere spogliato, anche se è una mia amica, quindi capita, io… io avevo delle magliette e anche lei.

Si noti il balbettio sul pronome personale “io”, un segnale che la domanda è sensitiva.

La frase “perché magari a me non va di farmi vedere spogliato, anche se è una mia amica” è indebolita dal “magari”.

Peraltro, è difficile credergli, viste le foto di sé che il cantante è solito rendere pubbliche.

Una foto pubblicata dallo stesso Carta con il seguente commento: “Conviviamo da 3 anni. Quando stacca dal lavoro alle 19 mi chiama subito, prima di tornare a casa. Lui mi sgrida perché tengo accese tutte le luci, quindi, spesso prima che torni inizio a spegnerle. 
Non l’avete mai visto, ma lo vedrete. Questo dipende da lui. Non è che non si è fatto vedere perché sta con un uomo, ma perché sta con Marco Carta e lui non vuole visibilità. Vuole una vita normale e non vuole che la sua faccia venga spiattellata ovunque. Se è geloso? Sì, lo è. Adesso mi starà guardando da casa, amore mio sei geloso, è inutile che lo neghi e fai bene ad essere geloso.
Se non mi spoglio perché sono fidanzato? Diciamo che è vero. Lui mi dice ‘il boxer sì, ma lo slip no’. Non vuole il pacco in vista. Io se voglio lo slip me lo metto lo stesso. Lui è gelosino dai. Scusatemi per la parola pacco, la Rai mi scuserà”

Marco Carta

Barbara D’Urso: Tu avevi queste magliette per provarle, giusto?

Marco Carta: Sì, assolutamente.

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Quindi però io ti… ti… ti dico Barbara, sì e s… sono uscito con le maglie, quindi eee (interrotto)

Si noti il balbettio.

Si noti che Carta pronuncia il nome della conduttrice per ingraziarsela (Ingratiation Factor).

Barbara D’Urso: Okay.

Marco Carta: Questa cosa.

Barbara D’Urso: Quindi non è vero, almeno, insomma, forse questa persona della sicurezza potrebbe aver visto male, diciamo cosi.

Marco Carta: Diciamo che c’erano migliaia di persone.

Si noti  che Carta non conferma ciò che ha appena detto la D’Urso, ma invita chi lo ascolta a trarre delle conclusioni.

Barbara D’Urso: Posso chiederti almeno se sei andato in quel bagno e se sei andato poi a quel piano?

Marco Carta: E’ stato anche detto che sono andato più volte in bagno (…) se uno sta due, tre ore in Rinascente, è normale che deve andare in bagno, poi nel senso non è che mmmm tecnicamente (interrotto)

La risposta è evasiva. 

Si noti che Carta non dice “sono stato due, tre ore in Rinascente” ma parla di un signor “uno”.

Barbara D’Urso: Okay, allora arriviamo al dunque, cosa è successo? Cioè, tu sei indagato o non sei indagato? Sei rinviato a giudizio o non sei rinviato a giudizio?

Marco Carta: Ah, ecco brava, ecco (….) il magistrato ha chiesto al mio legale se volevamo essere rinviato a giudizio (…)

Il termine “brava” serve a Carta a continuare ad ingraziarsi la conduttrice.

Barbara D’Urso: E tu hai scelto la direttissima.

Marco Carta: Assolutamente sì.

Barbara D’Urso: Okay, quindi, è stato fissato il processo.

Marco Carta: Sìì.

Barbara D’Urso: A settembre.

Marco Carta: Sì, esatto, sì.

Barbara D’Urso: C’è già una data, giusto?

Marco Carta: Sì, sì.

Barbara D’Urso: Okay, tu mi hai detto che avete chiesto voi le telecamere, no?

Marco Carta: Le avrà chieste anche il PM, sicuramente.

Barbara D’Urso: Ma le avete chieste anche voi.

Marco Carta: Assolutamente sì.

Barbara D’Urso: Che dovrebbe essere il segnale chiaro del fatto che tu hai la coscienza a posto, giusto?

Marco Carta: Beh, se uno ha la coda di paglia (interrotto)

Barbara D’Urso: Se ha la coda di paglia non è che dice eee…

Marco Carta:… cerca di dire: “No, no, non lo facciamo”, è chiaro.

Barbara D’Urso: Okay, gli hai chiesto anche tu le telecamere.

Marco Carta: Sì, certo.

Barbara D’Urso: Bisogna arrivare fino a settembre, giusto?

Marco Carta: Assolutamente sì.

Marco Carta: Il mio stato attuale, il mio essere sconvolto e scioccato, a parte la notte che tu dici, vabbè, uno passa la notte al fresco, pazienza, lo sbaglio mio è stato quello di aprire i social e leggere le cattiverie che mi hanno detto: “Meriteresti la pena di morte”, “Meriteresti di stare con i pediofili” e cose molto pesanti, che mi hanno fatto tanto male, capito?

Marco Carta: Io sono preoccupato per la mia famiglia, solo quello, e del… e del mio fidanzato, voglio piangere, scusa, no, non voglio…

Barbara D’Urso: Okay, però è comprensibile, no? Okay, Okay.

Marco Carta: Per me è importante, a me del resto poco importa, mi interessa la mia famiglia, che cammini… che camminino a testa alta, perché è quello che devono fare, perché io non l’ho fatto.

“io non l’ho fatto” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale, Carta, infatti, non fa riferimento né al preciso momento in cui è avvenuto il tentativo di furto, né alle magliette.

All’uscita del tribunale, il primo aprile 2019, Marco Carta ha rilasciato una breve intervista ad alcuni giornalisti:

Giornalista: Allora ci chiarisci un po’ questa vicenda? Ci dici cosa è successo?

Una bella domanda.

Marco Carta: Per fortuna è andato tutto bene, poi chiariremooo… adesso vado a casa che… che…

Si noti che è Marco Carta a tirare in ballo la “fortuna”.

Giornalista: E quindi?

Marco Carta: E quindi, le magliette, per fortuna, non ce l’ho io e l’hanno… l’hanno visto tutti, insomma, il giudice ha capitoooo… un po’ il tutto, sono ovviamente un po’ scosso, perché non sono abituato e non sonooo abi.. abituato a queste cose qua.

Carta ci spiega che la “fortuna” sta nel fatto che “le magliette” non ce l’ha lui.

Carta dice “il giudice ha capitoooo… un po’ il tutto”, non “il giudice ha capito che io non ho rubato le magliette”.

Giornalista: Ma chi l’ha rubate queste magliette?

Una domanda che permetterebbe a Carta di negare.

Marco Carta: E non mi va di dirlo, dai.

Giornalista: La signora di 53 anni che era con te, giusto?

Marco Carta: Non si può dire, non si fa la spia, però non sono stato io, questa è la cosa più importante, sono felice di poterlo dire, anche perché stavano chiacchierando un po’ tutti, quindi mmm…

Carta dice “non si fa la spia” per dipingersi come una persona corretta (Good Guy/Bad Guy Factor).

“non sono stato io” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale, Carta, infatti, non fa riferimento né al preciso momento in cui è avvenuto il tentativo di furto, né alle magliette.

Giornalista: La signora, chi è? Una tua amica?

Marco Carta: Poi chi sentiamo, dai, tra l’altro, poi, magari, ne approfitterò per chiarire bene sui social perché, magari… no, no, anche sui social, adesso, non lo so, sono un po’ scosso.

140 parole, non una negazione credibile.

Carta ha scritto “Sono una persona onesta” per dipingersi come una persona corretta (Good Guy/Bad Guy Factor). 

“certamente non rubo” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale, Carta, infatti, non fa riferimento né al preciso momento in cui è avvenuto il tentativo di furto, né alle magliette.

CONCLUSIONI

Deception Indicated.

Carta non ha mai negato in modo credibile di aver tentato il furto delle magliette, né con i giornalisti all’uscita dell’udienza, né sul post pubblicato su Facebook, né durante l’intervista rilasciata a Barbara D’Urso. In poche parole, Carta non ha mai detto: “Io non ho rubato le magliette, questa è la verità”, due frasi, per un totale di 10 parole, che avrebbero messo tutti a tacere.

Per quanto riguarda Barbara D’Urso, la conduttrice di “Non è la D’Urso” non ha scelto di indagare, ha scelto di prendere le parti di Marco Carta, lo provano i suoi suggerimenti all’intervistato, le infinite interruzioni, le sue conclusioni, i “diciamo”, i “Certo”, gli innumerevoli “okay” “okay?” da lei pronunciati, il racconto della telefonata intercorsa tra loro dopo il rilascio di Marco, il suo comportamento non verbale; d’altra parte la D’Urso non è una giornalista investigativa, né l’intento della sua trasmissione era quello di addivenire alla verità. Inter nos: nonostante tutto la D’Urso ha messo Marco in difficoltà in almeno due occasioni.

MORTE DI LICIA GIOIA: OGGI SI DECIDE IL DESTINO DEL MARITO

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Le Cronache Lucane, 6 giugno 2019

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Oggi, 7 marzo 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato.

Oggi, 6 giugno, il GUP di Siracusa deciderà se rinviare o meno a giudizio Francesco Ferrari.

Su questo caso mediatico si era espressa nei mesi scorsi la criminologa Ursula Franco. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: 

“Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna”.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

Aggiornamenti: Durante l’udienza del 6 giugno, il GUP, Salvatore Palmeri, ha nominato due periti, il balistica Felice Nunziata e il medico legale Cataldo Raffino. La prossima udienza è stata fissata per il 15 ottobre.

The murders of Blake Dickus and Chynna Dickus

Blake Michael and Chynna Lynne Dickus

Franklin, Indiana. On Monday, July 24, 2006, Blake Dickus, 10, and his stepmom Chynna Dickus, 26, were brutally murdered inside the house Chynna shared with her husband, Blake’s father, Sean Dickus. 

The last person who saw Chynna and Blake alive was Sean Dickus, he had lunch with them, then went back to work. 

Sean Dickus was also the one who discovered the two bodies. He arrived home, then several witnesses saw him screaming and vomiting.

Blake had been beaten and stabbed, the coroner found signs of asphyxiation and blunt force trauma. Chynna had been stabbed multiple times.

At home, detectives found no sign of forced entry.

The case is still unsolved.

In 2015, Blake’s mother, Christina Leanne Whittemore and Blake’s father, Stephen Sean Dickus spoke to Crime Watch Daily‘s Andrea Isom about the case.

Christina Leanne Whittemore: “I could hardly pull down their street, there was like cop car after police car and I was, like, you know, What is going on? I’m trying to focus, I looked down and I see yellow caution tape all around and I’m, like: “Oh my gosh! That’s their house!” And there was a coroner’s van, the garage door was up and I just went running down the sidewalk yelling Blake’s name, he (a homicide detective) stopped me at the driveway, he said… he started: “No. Who are you?”. And I’m, like: “I’m Blake’s mom. Where is my son? Where… where is at? What hospital? Just tell me right now”. And he just couldn’t even look at me and I go: “Don’t tell me that (inaudible) just, where is my baby?”. And he just shook his head and I… I just fell (…) He had to be begging for his life, you know, I wonder, was he asking for me?… you know, I mean, what my child went through (…) I don’t know how somebody can do this and continue living with themselves. Why can’t they come forward? Please, our family needs justice”.

Christina Leanne Whittemore and Blake Michael Dickus

Analysis of the interview Stephen Sean Dickus released to correspondent Andrea Isom in 2015:

  • Stephen Sean Dickus: I am faulting by that (being a suspect), I am on the phone so, you know, finger pointed at me, like, I can’t understand that kind of… maybe, we’re drawn to a shell a little bit, God, it was very difficult.

“You know” is a signal that Sean is acutely aware of the interviewer’s presence at this point of the interview.

Sean Dickus uses the word “like” to avoid exactness. 

“I can’t understand that kind of…” is self censoring, an incomplete sentence is an indication of suppressed information. 

Note the word “God”Divinity, within an interview, is a red flag for deception and shows a desire to persuade the interviewer using “God” as a witness.

  • Andrea Isom: You loved your family?

We don’t know what induced the journalist to ask such a question because we don’t have the entire interview but we know that she would never asked Blake’s mother the same question, all the love for her son and the pain for the lost were in her words.

  • Stephen Sean Dickus: I did… and I do… uhm.
  • Andrea Isom: What happened that day?

Great question.

  • Stephen Sean Dickus: Well, I went home for lunch that day and Blake was getting excited about going home because he was gonna go to the movie with his mom and… uhm… you know, I just (inaudible) I can remember rubbing the back of his head and giving him a kiss and, you know, (inaudible) “Goodbye”, I left the garage and I pulled out and Chynna was at the mailbox and I gave her, you know, kiss I said “Goodbye” to her and that’s… that’s the last thing I remember.

“I remember“, in an open statement, is unnecessary wording considering that, in truthful accounts, people can only tell us what they remember, therefore is a signal of suppressed memory.  

Note “giving him a kiss and, you know, (inaudible) “Goodbye” and “I gave her, you know, kiss I said “Goodbye”. Within a statement of a familiar homicide, “The Kiss Goodbye” is often a linguistic signal that points to the time of death, or near the time of death.

Note “I left the garage”. 

The word “left” is unnecessary when used as a connecting verb, if present is an indication of missing information at that period of time. 

Sean doesn’t say “I went to work” but “I left the garage”, this means that his mind is still there, in the garage but he doesn’t say what happened before leaving the house. “Left” represents one of the two highest level of sensitivity in Statement Analysis and here is crucial because is close to another indicator of sensitiveness “The Kiss Goodbye” that, in domestic homicides, usually points to the time of death.

“uhm… you know” is a pause for time to think, an indicator that Sean Dickus needs to focus on what to say because the question is sensitive to him.

“that’s… that’s the last thing I remember” is a way to stop the flow of information either from the subject or through questioning. This is often seen in guilty statements in which the subject does not want any more information to be revealed about the topic.

Few days after the murders, in an interview with Fox59, Sean Dickus said: “I went home for lunch, I spent that time with him and… it was time for me to go back to work so, you know, I left him and they were all happy”.

Note that “I left” is also present here.

Note that Sean Dickus didn’t say “We spent time together” where the word “we” indicates unity, closeness, but “I spent time with him”, where the word “with” creates distance.  

On July 2007, a year after the murder, Sean Dickus, in an interview, said:

“I was here for lunch. I got to rub the back of my son’s head for the last time and tell him goodbye. And I got to hug my wife and tell her goodbye as well. So, you know, I’ll never forget those moments, that last lunch that I had here, and just a few short hours later, I came home to a nightmare that just wasn’t real. I walked into my home and realized there was a problem immediately“. 

Note the presence of the two “goodbye”.

Note the word “problem“, he considers the double murders of his son and wife, simple a “problem“. This is minimization. Minimization is a distancing measure, it’s a way to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions, it’s a common strategy used by guilty people to deal with feelings of guilt. 

The word “immediately” speaks of a delay.

Few days after the murders, in an interview with Fox59, Sean Dickus said: I pull in the garage and I… I stumbled upon… uhm… the scene… boy… was… it was… not pleasant… uhm… I know, straighten, right away, at first, that there was something wrong”.

Note “I pull” and “I know”, he speaks at the present tense of a past event, this is unreliable. He speaks at the present tense because he is not speaking from his experiential memory.

The presence of a stuttering “I” discloses increase of tension which indicates an increase in anxiety. 

Note the pauses to think about his words.

Note that Sean not to describe the scene, tells us what it was not: “it was not pleasant”. Truthful people tells what happened, Thought, felt, not what did not happen, nor what was not thought or felt. When someone tells us what did not happen, or what was not thought we should not only be on alert for deception, but the possibility that the person is telling you the opposite of what it appears.

  • Stephen Sean Dickus: I came home to… to a horror.
  • Andrea Isom: What did you see?

Another great question.

  • Stephen Sean Dickus: Well, I’m… I’m just gonna live with that, it was the worst think imaginable, I can tell that.

Note that Dickus is self focused, he doesn’t speak about what his son and wife went through as Blake’s mother, Christine, did: “He had to be begging for his life, you know, I wonder, was he asking for me?… you know, I mean, what my child went through” but about himself.

  • Stephen Sean Dickus: I wasn’t aware that, you know, until later on, after the fact, that there burglaries going on around the subdivision or anything of that nature… uhm… it was after the fact that I found out those things.

Note that Sean Dickus is unable or unwilling to say words as “murders” or  “homicides”, he chooses the word “the fact” to avoid of dealing with negative emotions

  • Stephen Sean Dickus: We didn’t have any… anyone that didn’t like us (inaudible), we were always happy, we did nothing but enjoying serving others and I don’t understand.

Sean uses the pronoun “We” and “us”, why? China and Blake were killed. He wasn’t even attacked but his desire is to be placed on the side of the victims. 

We didn’t have any…” is self censoring, Sean Dickus is unable or unwilling to even say the word “enemies”.

“we did nothing but enjoying serving others” is Virtue Signaling, an indicator of projected guilt.

  • Stephen Sean Dickus: This is… uhm… being honest (inaudible), is the first time I’ve looked a video of Blake (inaudible) almost 9 years, so it’s… uh… 

Words as “honestly” or “being honest” are often associated with deception.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated

Sean Dickus has guilty knowledge of what happened to his son, Blake, and wife, Chynna.

In an interview, released a year after the murder, Sean Dickus said: Because I know there’s somebody out there that knows something and they’re just not saying anything.

Note that Sean Dickus is unable to say: “out there there is somebody that killed my family” because he is the one who murdered Blake and Chynna.

Note that Sean Dickus is unable or unwilling to condemn morally the author of the crime, he is unable to call him names, moreover, he is even unable to call him “a murderer” because he is the one who committed the crime.

Sean Dickus himself told us that at first he attacked his son and then his wife. He got enraged with his son probably because he was too “excited about going home because he was gonna go to the movie with his mom” and beaten him, Chynna intervened and he stabbed both. 

In the interview released a year after the murder, Sean Dickus also said: “I can’t put words to that. It’s just the worst imaginable thing that you could go through”.

Note that he says: “It is the worst imaginable thing that you could go through” not “that I could go through” as expected. The use of “you” is distancing language that indicates a form of deception. In other words: Dickus is unable to use the pronoun “I” because he would lie and, to avoid the stress of lying, he distance himself from the reality using “you” instead of “I”. 

In the same interview Sean Dickus spoke about living in the house of the murders: “I feel comfort here and I feel safe here and it seems to wrap its arms around me”.

I believe him, he feel safe at home because he is the one who killed Chynna and Blake.

Few days after the murders, in an interview with Fox59, Sean Dickus said: “I’m doing… I’m doing well… uhm… I get my strength from The Lord, Jesus Christ, every day… uhm… it’s hard in the morning when you get up but… but when I wake up, I just start praying for peace and… and it comes and it allows me to be strong right now”.

Note the pauses to think.

Note that the focus is on him, “I’m doing well”, “I get my strength from the Lord”, “it allows me to be strong right now”.

Note the reference to “The Lord, Jesus Christ”.

Note that he doesn’t speak of himself when he says: it’s hard in the morning when you get up”. The use of “you” is distancing language that indicates a form of deception.

Note that he prays for peace, not for justice, because he is the murderer.

On November 13, 2001 Jennifer Blagg, 34, and her daughter Abby, 6, disappeared from their home in Grand Junction, Colorado. On June 4, 2002, Jennifer’s remains were found in a landfill, she had been killed by a gunshot wound in the face. Abby’s body has never been found. Michael Blagg was convicted of murdering his wife Jennifer in Mesa County in 2004, ten years later, a judge threw out his original conviction because a juror lied on her jury questionnaire about being a victim of domestic violence. Blagg was re-tried in Jefferson County and on April 5, 2018, for the second time, a jury convicted him of killing his wife Jennifer. He faces a sentence of life in prison without the possibility of parole.

During an interview, Michael Blagg said: “This has been as draining and physically demanding as anything I’ve ever done in my life, its truly a horrible situation and I know that The Lord will bring me through this and The Lord will bring them home. Anyone who knows anything about my wife and my daughter, I pray that you’ll come forward. Just allow them to come home that’s all I can ask, please allow them to come home”.

Note the focus is on himself.

Note the reference to “The Lord”, twice. 

One of the detectives in the Blagg’s case said that Michael Blagg had told him that in the morning of December 19, the day of his wife and daughter’s disappearance “as he left he went to give Jennifer a kiss and went upstairs and gave Abby a kiss Goodbye“.

About Sean Dickus vomiting at the murder scene:

Nausea and vomiting are classical responses to a prolonged stress. Stress can induce general trouble with the digestive system due to the physiological changes a body goes through.

Not only the victim of a sexual violence or of an aggression but also the perpetuator often shows the symptoms of the so called General Adaptation Syndrome (GAS), a physiological reaction to a stressful event.

GAS is a three-stage process that a body goes through when under stress: Alarm, Resistance and Exhaustion.

Alarm reaction stage: corticoids, adrenaline and noradrenaline are released to induce a a “fight-or-flight” response that allows the body to deal with the threat.

Resistance stage: at the end of a stressful situation, the body enters in a recovery phase to reach the pre stress state.

When the stress is prolonged, the body is unable to recover and continues to release corticoids, adrenaline and noradrenaline. Stomach and intestinal distresses like nausea, vomiting, diarrhea and bloating are symptoms of this prolonged state of alert.

Exhaustion stage: when the stress is chronic a subject deals with symptoms like depression, anxiety and fatigue.

A murderer is in a prolonged state of alert because his/her fear of being caught.

About the result of the polygraph test:

Sean Dickus was administered a polygraph test and he passed, but, according with Peter Hyatt, a Statement Analyst and instructorThe cause of most errors in poligraphy is that the subject is given language that is not part of his personal, internal, subjective dictionary. When the polygraph is administered employing the subjective dictionary of the subject, is close to 100% fool-proof. When the examiner speaks on and on, the subject learns and uses his language; language of which there is no emotional connection and no historical, that is, subjective connection personally”.

Ursula Franco, MD and criminologist

QUARTO GRADO, OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DAVIDE VANNICOLA HA DETTO CHE FU LUI A PENSARE CHE POTESSE ESSERE STATO FEDERICO A SPARARE, NON CHE FU IZZO A DIRGLIELO

Davide Vannicola

La criminologa Ursula Franco ha esaminato stralci dell’intervista rilasciata da Davide Vannicola a Quarto Grado.

Le Cronache Lucane, 1 giugno 2019 

Davide Vannicola: Mi ha dettoooo: “Ti ricordi la questione eee… eee… ?”.

Vannicola sta riferendo le parole che, a suo dire, avrebbe pronunciato l’ex maresciallo Izzo.

Moglie di Vannicola:  No: “Ti ricordi quella persona che ti ho…”.

La moglie di Vannicola interviene per suggerire. 

Davide Vannicola: 

“Quella persona che ti ho presentato?”. 

Dico…: “Cioè?”. 

Diceee: “Quello dei servizi segreti”. 

Ah, dico: “Sì, il Ciontoli, quello che sta in quella vicenda”- dico- “in quella vicenda del Vannini”. 

“Sì”. 

“E allora?”. 

Dice: “La sera stessa cheee… che Marco è morto mi ha chiamato, mi fa: A Robe’ è successo un guaio grosso, la mia famiglia ha fatto un guaio grosso, insomma, c’è… c’è mio genero nella vasca da bagnooo, un colpo di pistola eee… mi devi aiuta’”.

Quando un soggetto parla e riferisce il vero, si esprime in economia di parole. Vannicola si dilunga in un inutile racconto che somiglia ad un copione, un copione che sua moglie conosce a memoria tanto da ritagliarsi il ruolo di suggeritore. Peraltro, nel racconto di Vannicola non c’è nulla di nuovo rispetto a ciò che è agli atti del procedimento. 

Vannicola avrebbe potuto semplicemente dire: “Izzo mi disse che Antonio Ciontoli lo aveva chiamato chiedendogli aiuto dopo che era stato esploso il colpo”, senza infiocchettare il racconto, 18 parole contro le sue 88. Perché Vannicola ha allungato il brodo? Per ansia di protagonismo e per fornire materiale di supporto ai voli pindarici di chi lo intervista.

Davide Vannicola: Andando avanti, poi ho capito che è stato Federico, insomma, perché me l’ha fatto capire lui.

Si noti che Vannicola riferisce che fu lui a pensare che potesse essere stato Federico a sparare, non che fu Izzo a dirglielo.

Giornalista: Lei sta dicendo una cosa importante, a sparare è stato Federico Ciontoli e io lo so perché me lo ha detto il maresciallo dei carabinieri di Ladispoli.

La giornalista interpreta le parole di Davide Vannicola traendo una conclusione errata: Vannicola non ha detto che il maresciallo dei carabinieri di Ladispoli gli avrebbe detto che a sparare fu Federico Ciontoli. 

Aggiungo che, se anche l’ex maresciallo Izzo avesse riferito a Vannicola di avere dubbi sull’identità dello sparatore, le indagini hanno appurato che fu Antonio Ciontoli a sparare. Peraltro, Roberto Izzo ha riferito ad una giornalista di Quarto Grado che, a suo avviso, i Ciontoli non mentirono quella sera sull’identità dello sparatore perché glielo riferirono, senza il timore di venir smentiti, prima che Marco morisse, un’inferenza logica supportata dalle risultanze investigative.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: GLI INTERROGATORI MAL CONDOTTI VIZIANO INDAGINI E PROCESSI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si occupa di errori giudiziari e di analisi del linguaggio, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis.  

Le Cronache Lucane, 31 maggio 2019

Dottoressa Franco, su un social, recentemente, lei ha scritto: “Un innocente non ha motivo di avvalersi della facoltà di non rispondere e, vista l’abilità dei PM italiani in tema di interrogatori, non ha ragione di avvalersene neanche un colpevole… o forse, proprio perché c’è il rischio, per il suddetto motivo, che un PM prenda lucciole per lanterne, hanno ragione di avvalersene proprio gli innocenti”, cosa intende dire?

Intendo dire che, in generale, i PM italiani non sanno condurre un interrogatorio e che questa loro incompetenza viola i diritti di coloro che vengono interrogati. Lei si farebbe fare una diagnosi e prescrivere una terapia da un medico incompetente? Io no, in campo giudiziario non è molto diverso, ne va della vita della gente. A mio avviso si tratta di un’emergenza. I PM incompetenti hanno un costo per i contribuenti che pagano i loro stipendi, poi le loro pensioni e infine i risarcimenti alle vittime dei loro errori. 

Quanti anni di studio servono per imparare a condurre un interrogatorio?

Circa 4.

Qual’è la migliore tecnica d’analisi di un interrogatorio?

La Statement Analysis.

Che cosa si ottiene da un interrogatorio ben condotto di un colpevole di omicidio?

Indicazioni precise per ricostruire i fatti senza smagliature quand’anche il soggetto dissimuli.

Quali sono i principali errori commessi dai magistrati italiani durante un interrogatorio?

Contaminano, interrompono, riepilogano, suggeriscono, invitano a mentire, si alterano.  

Dottoressa Franco, lei sul suo blog analizza spesso telefonate di soccorso relative a casi di omicidio. 

Le telefonate di soccorso sono da considerarsi veri e propri interrogatori, i primi, pertanto, l’analisi delle stesse è spesso sufficiente per capire se un soggetto è colpevole o innocente e molto altro: lo stato del rapporto tra chi chiama e la vittima, il movente, la dinamica dei fatti etc, etc.