CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

Omicidio di Chiara Poggi, criminologa Ursula Franco: la testimonianza di Manuela Travain è contaminata ed è pertanto da cestinare

Criminologa Franco: “Tutte le risposte sono state suggerite alla Travain da chi le ha posto le domande. Peraltro la Travain ci ha anche rivelato di avere bisogno di convincere quando ha detto “Spalancato” invece che “aperto”, quando ha ripetuto “Sì” per due volte e quando ha fatto riferimento a ciò che aveva visto nei giorni precedenti per avvalorare “Chiuso”. In parole povere la Travain ha mostrato di non potersi avvalere del cosiddetto muro della verità”

Le Cronache Lucane, 29 giugno 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori, si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della testimonianza di Manuela Travain diffusa durante la trasmissione Quarto Grado?

É completamente contaminata ed è pertanto da cestinare.

– Dottoressa Franco, esaminiamola insieme con la Statement Analysis.

D: Ed era aperto il cancelletto?
R: Spalancato.
D: Spalancato… chiusa la porta?
R: Chiusa.
D: Chiuse le finestre anche?
R: Sì, sì.
D: Chiuse tutte le finestre!?
R: Chiuso, come tutti i giorni precedenti.

Tutte le risposte sono state suggerite alla Travain da chi le ha posto le domande. Peraltro la Travain ci ha anche rivelato di avere bisogno di convincere quando ha detto “Spalancato” invece che “aperto”, quando ha ripetuto “Sì” per due volte e quando ha fatto riferimento a ciò che aveva visto nei giorni precedenti per avvalorare “Chiuso”. In parole povere la Travain ha mostrato di non potersi avvalere del cosiddetto muro della verità.

– Dottoressa Franco, perché i testimoni non sempre dicono il vero?

Fattori personali ed elementi esterni agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale, acquisizione, ritenzione e recupero, distorcendolo. Tali distorsioni, sommandosi, tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Alcuni testimoni, pensando di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Spesso sono coloro che li interrogano ad aiutarli a mentire. Chi interroga infatti deve limitarsi a fare domande aperte e non deve introdurre parole nuove.

– Dottoressa Franco, chi ha ucciso Chiara Poggi?

Alberto Stasi.

APPIAPOLIS: L’omicidio di Chiara Poggi in 10 punti

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– Il profilo psichico di Alberto Stasi

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado e assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto Stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL.

In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

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Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito “raccapricciante” dalla corte d’Appello di Milano.

Dal punto di vista dell’analisi statistica, i soggetti affetti da parafilie uccidono con maggior frequenza dei soggetti sani.

– Il movente dell’omicidio

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi sono sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che conduce un soggetto ad uccidere, in un altro può destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Con tutta probabilità, Chiara Poggi, poche ore prima di venir uccisa minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Il 12 agosto, Stasi aveva intenzione di dormire con la fidanzata, furono i dissidi con Chiara che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione, ovvero il movente dell’omicidio. Se avesse avuto intenzione di tornare a casa sua a dormire, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo in via Carducci. 

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

  • Omicidio premeditato: Stasi, dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.
  • Omicidio d’impeto: Stasi, dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non “sputtanarlo”, ma non è riuscito nel suo intento, e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi, rivelazioni che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, Stasi, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, sognava un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore in una delle più importanti università italiane.

Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della bicicletta di Stasi, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima. Se Alberto fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla, avrebbe quantomeno nascosto la sua bicicletta nel giardino di casa Poggi.

– La bicicletta

Il giorno dell’omicidio, Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei Milano.

La signora Franca Bermani ha dichiarato di aver visto una bicicletta nei pressi del cancello di casa Poggi verso le 9.10 del 13 agosto 2007, giorno dell’omicidio di Chiara. La testimone associò la presenza della bicicletta ad un risveglio precoce di Chiara ad opera dell’ospite con la bicicletta. Chiara aveva disattivato l’allarme perimetrale della propria casa alle 9.12, molto probabilmente in concomitanza con l’arrivo di questo soggetto. L’associazione di idee della signora Bermani, bicicletta/risveglio, le ha permesso di ricordare di aver visto una bicicletta a quell’ora, la sua testimonianza è quindi credibile per quanto attiene alla presenza di una generica bicicletta.

La Bermani non si è limitata però a dichiarare di aver visto una bicicletta, che tra l’altro vide da dietro e da circa 15 metri di distanza, ma l’ha descritta, arricchendo di dettagli la sua testimonianza durante l’udienza. La Bermani, nonostante fosse lucida ed in buona fede, ha fornito dettagli che non aveva motivo di ricordare.

Se la testimonianza della teste fosse stata valutata sulla base della psicologia della testimonianza, sarebbero emerse le involontarie falsità e inesattezze riferite dalla Bermani.

Il giudice Vitelli, nonostante avesse compreso il rischio di assumere come veritiera la descrizione in toto della bicicletta ad opera della teste Bermani, nell’analisi critica di tale testimonianza ha purtroppo giudicato credibile quella parte di testimonianza riguardante il modello e il colore della bicicletta.

Unico dato testimoniale certo era invece la presenza di una bicicletta.

Il 25 agosto 2007 la Bermani, in sede di sommarie informazioni, descrisse così la bicicletta: di colore nero, la sella alta con le molle sottostanti cromate, il portapacchi posteriore a molla, la canna curva e non rettilinea, senza i copriruote posteriori, mentre in udienza disse che la bicicletta aveva i copriruote posteriori.

Sella della bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo

La sella alta con le molle sottostanti cromate, il portapacchi posteriore a molla, i copriruote posteriori e pure la canna curva sono elementi descrittivi della bicicletta Umberto Dei Milano in uso ad Alberto Stasi.

Bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo

Quando alla Bermani fu mostrata la bicicletta Bicicletta Umberto Dei Milano, modello Giubileo uomo di Alberto Stasi, la teste negò con forza che fosse quella vista la mattina dell’omicidio. La bicicletta le fu mostrata in una prospettiva frontale e non da dietro come lei ricordava di averla vista e anche per questo non può che esserle apparsa diversa.

Viene da chiedersi su quale base il giudice Vitelli abbia ritenuto che alcuni tra i dettagli riferiti dalla Bermani corrispondessero alla bicicletta di quella mattina e abbia invece escluso tutti quelli riferibili alla bicicletta Umberto Dei Milano di Alberto Stasi.

Il giudice Vitelli, per non sbagliare, avrebbe dovuto attenersi ad un’unica macrodescrizione: bicicletta.

Le parti civili avrebbero dovuto mettere in dubbio che la bicicletta vista dalla Bermani fosse “nera da donna”.

La consulenza di un esperto di psicologia della testimonianza avrebbe permesso di attribuire il giusto (dis)valore alla testimonianza della Bermani. Nessun teste è capace di rievocare i fatti di cui è stato testimone sotto forma di riproduzioni fotografiche. Un teste, suo malgrado, è capace solo di rievocare verità soggettive. A causa di distorsioni, falsi ricordi e dimenticanze, il ricordo non è altro che una personale interpretazione dei fatti osservati. Fattori personali ed elementi esteriori agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale, acquisizione, ritenzione e recupero, distorcendolo. Tali distorsioni, sommandosi, tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Alcuni testimoni, pensando di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Un’altra causa di errore deriva dal modo in cui un esaminatore si rivolge al teste, egli dovrebbe limitarsi a domande aperte, le uniche non suggestive.

Ma veniamo al nostro caso specifico, accertata dunque attraverso la testimonianza della teste Bermani la presenza di una generica bicicletta, la logica avrebbe dovuto condurre il giudice Vitelli a concludere che tale bicicletta non poteva che essere la Umberto Dei Milano in uso ad Alberto Stasi per la presenza del DNA di Chiara sui pedali e che quindi Stasi non poteva che essere l’autore dell’omicidio.

Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina.

Poi, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, Stasi commise un errore grossolano quando tornò in via Giovanni Pascoli dopo le 13.30: non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi. Il fatto che Stasi, pur non essendo entrato in casa Poggi, sia stato in grado  di descrivere la scena del crimine agli inquirenti è la riprova della sua colpevolezza.

– La telefonata di Stasi al 118

Alberto Stasi ha chiamato il 118 alle 13.50 del 13 agosto 2007:

  • Durante tutta la telefonata l’operatore ha dovuto “estorcere” informazioni che inaspettatamente Stasi non gli ha rivelato spontaneamente.
  • Stasi ha richiesto un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi.
  •  Alberto Stasi non ha informato il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trovava sulle scale che conducono nella cantina della villetta.
  • Stasi era a conoscenza che il cancello di casa Poggi era chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza avrebbe rallentato i soccorsi, ma non si è preoccupato di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico. Una riprova del fatto che Stasi non aveva urgenza che Chiara venisse soccorsa.
  • Alberto Stasi ha comunicato la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, peraltro soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.
  • Stasi non ha nominato spontaneamente la vittima. Solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne ha parlato come di una estranea: “credo che abbiano ucciso una persona e lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, l’ha definita “la mia fidanzata”. Il fatto che Stasi non abbia introdotto Chiara con il suo nome e che non abbia riferito che era la sua fidanzata ci ha fornito importanti informazioni sullo stato del loro rapporto al momento della chiamata. Il linguaggio è un riflesso della nostra percezione della realtà, per Alberto Stasi Chiara Poggi era semplicemente “una persona”.
  • Verso la fine della telefonata, Alberto ha mostrato di essere ormai quasi infastidito.

– Alberto Stasi dai Carabinieri

Stasi ha chiamato il 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso, agli uomini dell’Arma, da un punto emotivo, egli apparve un’altra persona. I carabinieri presenti lo hanno descritto come tachicardico e in preda al panico. Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni, gli ha misurato la pressione.

Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118, ma appena giunto dai Carabinieri, quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascriversi alla scoperta del cadavere della fidanzata, ma al timore di commettere degli errori che avrebbero potuto indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio di Chiara.  Nel “raccontare cosa è successo” ai carabinieri, per usare una sua frase estratta dalla telefonata al 118 (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), Stasi ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino. Una posta in gioco altissima per Alberto: ecco perché era in preda al panico in caserma.

Stasi, come Parolisi, manifestava i sintomi somatici di una sindrome di adattamento ad uno stress acuto (General Adaptation Syndrome) evidenziabili non solo nelle vittime sopravvissute ad un grave reato ma anche negli autori dello stesso. Tale sindrome non è altro che una fisiologica reazione che segue ad un’esperienza critica. Il corpo umano reagisce ad uno stress acuto rilasciando una cascata ormonale. Se lo stress è prolungato il corpo non riesce a tornare alla normalità e continua a rilasciare ormoni che provocano un aumento della frequenza cardiaca, ansia, aumento della peristalsi gastrointestinale che può portare ad episodi di vomito o diarrea, inibizione della salivazione, midriasi, aumento della sudorazione e della frequenza urinaria, etc.

– Gli interrogatori di Stasi

Stasi, durante gli interrogatori, ha dissimulato, non ha raccontato né di dissidi precedenti, né di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che, con tutta probabilità, aveva invece cambiato i programmi di quella serata. La Poggi, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto Stasi per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms il contenuto dei quali non è mai stato rivelato da nessuno dei tre.
Marco Panzarasa, dopo essere stato contattato da Alberto, anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13 agosto 2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 secondi sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27 e perché dopo tale risposta si sia diretto in via Pascoli. Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto Stasi non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Durante gli interrogatori, Stasi è incorso in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei. Alberto ha infatti sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto però, con la sua risposta, non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue di Chiara.

Dai sui interrogatori: “[…] Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso […] “.

Stasi non si è informato sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

– La scena del crimine

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non furono repertate impronte di estranei nell’appartamento; non fu aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto mentre tentava di sfuggire.

Chiara fu attinta al volto dai primi colpi proprio mentre stava parlando con il suo aggressore. All’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani, una riprova del fatto che Chiara non si aspettava di venir colpita.

Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i familiari non si trovavano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa, tanto che si diresse in bagno e vi rimase a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del palmo della sua mano sul dispenser.

– Alberto Stasi al funerale di Chiara

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a debita distanza i presenti a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti durante i funerali delle loro vittime. Sia Stasi che Parolisi, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

– Le intercettazioni

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non emerge alcun turbamento morale, ma una profonda anaffettività e l’assenza di rimorso.

All’indomani dell’omicidio, Alberto è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale. Chiara lo aveva infatti minacciato di rivelare squallidi segreti che, una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni, rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince come abbia seguito ossessivamente le indagini, abbia interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, sia stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato di parte civile dei Poggi e dei loro consulenti e si sia completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio, non fosse mai esistita.

  • Alberto Stasi, consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”.
  • Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride), e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”.
  • Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi, Gianluigi Tizzoni e del consulente Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”.
  • Infine, uno Stasi sicuro di farla franca, ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.
  • Non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa, né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme, né si mai chiesto il perché di quell’omicidio, confermando ciò che ha fatto emergere l’analisi della telefonata in merito al rapporto tra lui e la fidanzata.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato così: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico in uscita su un settimanale, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “.E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…” (la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna ). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre dei capelli, ritrovati sulla scena del crimine: “[…] si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “[…] mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. OK”.

Pochi mesi dopo l’omicidio di Chiara, Alberto, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino. Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio, come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio. Egli ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente. Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto ha desiderato da subito che si chiudesse quel fastidioso capitolo, ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore della famiglia Poggi, a volte sprezzante, ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se non fosse stato lui ad ucciderla, e quindi ingiustamente indagato, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente e con il quale ha finito per fare i conti.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

– La laurea di Alberto

Il 27 marzo 2008, Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano. Egli, nonostante fosse l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata: “A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto abbia definito l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano” o “un mostro”. La disposizione linguistica di  Stasi nei confronti dell’assassino di Chiara è neutrale, non riesce a disprezzarlo perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, Alberto ha commentato così: “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”.  Questo suo disprezzo nei confronti della famiglia della vittima ci permette di attribuire il giusto disvalore alla dedica sulla tesi.

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI INTERVISTA URSULA FRANCO

PAROLA AL COLPEVOLE, LinkedIn, 28 maggio 2020

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI* INTERVISTA URSULA FRANCO, Le Cronache Lucane, 28 maggio 2020

*Roberta Sacchi è Psicologa giuridica – Criminologa – Consulente Tecnico di Parte in procedimenti civili e penali

la dottoressa Roberta Sacchi

Sapevate che le parole di un sospettato, di un indagato e di un testimone sono una fonte inesauribile di informazioni per ricostruire un caso giudiziario? Forse sì. E non si tratta di intuito. Esiste una tecnica che può aiutare inquirenti, magistrati e avvocati a non incappare nell’errore giudiziario. Questa tecnica si chiama Statement Analysis.

Ne ho parlato con l’amica e collega dr.ssa Ursula Franco, medico e criminologo. Ursula è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La dottoressa Franco si occupa soprattutto di morti accidentali, incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

Che cos’è la Statement Analysis?

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio di ogni parola presente nelle dichiarazioni di sospettati, indagati e testimoni. E’ una scienza complessa che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio: è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che non stia pescando nella memoria.

Quanto è sottovalutata l’analisi delle dichiarazioni?

Purtroppo molti tra gli addetti ai lavori ritengono che sia una perdita di tempo interrogare coloro che non intendono dire la verità invece l’analisi delle dichiarazioni di un soggetto che non dice il vero è comunque utile per ricostruire i fatti. 

Un luogo comune da sfatare?

In molti ritengono che la gente che non dice il vero falsifichi; in realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso. Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera. Solo il 10% di coloro che non dicono il vero falsificano. Falsificare è infatti molto impegnativo in quanto costringe a ripetere all’infinito la prima bugia e a far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. Inoltre, la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

Come possiamo capire che le informazioni mancano?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”.

Simone Santoleri

Che cos’è il “Leakage”?

E’ un fenomeno che si manifesta in tutti noi, ma che è particolarmente interessante quando si interroga l’autore di un omicidio. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime, dalla dinamica omicidiaria all’occultamento. Faccio un esempio. Due settimane prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli, il figlio Simone Santoleri, durante un’intervista rilasciata alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, disse:

“Ero qui… stavo qui chiamano… chiama il numero di telefono, è un numero strano 0773 che è il prefisso di… 071 è Ancona quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche: e che cazzo di numero è? Pronto? Pronto! Buongiorno, sono il maresciallo della caserma di Cingoli, mi viene Chienti, non so perchè, ma invece è Cingoli […]”.

Incredibilmente Simone Santoleri citò il Chienti, il fiume dove dopo due settimane venne ritrovato il corpo della madre Renata. Questo naturalmente è un caso eclatante, in altri casi in Leakage è più sfumato ma con un’attenta analisi possiamo cogliere molte informazioni.

Che importanza ha l’analisi di una telefonata di soccorso?

Una telefonata di soccorso è equiparabile ad un interrogatorio, anzi è da considerarsi il primo interrogatorio. C’è di più, l’analisi della telefonata di soccorso spesso permette di individuare la strategia d’indagine perché le parole di chi chiama ci rivelano se il soggetto è coinvolto o meno.

Alberto Stasi

Può farci un esempio di telefonata di soccorso incriminante?

La telefonata di Alberto Stasi che ha ucciso la fidanzata Chiara Poggi.

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che inaspettatamente Stasi non gli rivela spontaneamente.

Il tono della voce non è in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

Stasi richiede un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova sulle scale che conducono nella cantina della villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello di casa Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico; un comportamento che ci indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.

Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.

Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce “la mia fidanzata”.  Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che aveva con lei, ci informa della qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome gli permette, inoltre, di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Che significa “contaminare” un’intervista o un interrogatorio?

Significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire. Un interrogatorio contaminato non è analizzabile, va escluso dagli atti.

Quali sono le negazioni credibili?

Gli esseri umani parlano per essere compresi ed in economia di parole. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa. Da un soggetto “innocente de facto”, accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso tizio”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “sto dicendo la verità”. Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso tizio”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “sto dicendo la verità” ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Che cos’è il “muro della verità”?

Gli innocenti “de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie e sermoni finalizzati alla persuasione dei propri interlocutori.

Perché “Sono innocente” non è considerata una negazione credibile?

Perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. L’unica negazione credibile che inglobi la parola “innocente” è la seguente: “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità. Sono innocente”. Solo un soggetto innocente “de facto” è capace di dire “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità”. Un innocente “de iure” ma non “de facto” è capace di dire solo “Sono innocente”.

Può farci alcuni esempi concreti di Statement Analysis?

Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi:

“Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

“Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno.

Francesco Furchì, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alberto Musy:

“Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si una tirata oratoria di 85 parole durante la quale ha provato a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy.

“Una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“Non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia sparato contro nessuno finché non l’ha fatto.

“Non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia preso una pistola in mano finché non l’ha fatto.

Alessandro Cozzi, condannato a 24 anni per l’omicidio di Alfredo Cappelletti: “va da sé che io non sono stato”.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma è anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Un innocente “de facto” avrebbe colto l’occasione per negare in modo credibile di aver commesso l’omicidio del quale è accusato.

Ringrazio Ursula per il suo prezioso lavoro, per la stima e l’amicizia che ci lega e per avermi concesso questa intervista.

Caso Garlasco, dopo 12 anni la verità sul movente: “Ecco cosa aveva cercato Chiara sul pc” (intervista)

Alberto Stasi

Più Donna, BY REDAZIONE, 1 APRILE 2019

Caso Garlasco, dopo 12 anni la verità sul movente: “Ecco cosa aveva cercato Chiara sul pc”

Dottoressa Ursula Franco, che può dirci sul profilo psichico di Alberto Stasi?

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado ed infine assolto in cassazione.
7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL. In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito raccapricciante dalla corte d’Appello di Milano.

Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti dalla stesse parafilie di Alberto Stasi sono capaci di uccidere con maggior frequenza dei soggetti sani.

Qual è il movente dell’omicidio di Chiara Poggi?

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che può condurre un soggetto ad uccidere può in un altro destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio.

L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni. Nonostante l’assoluzione, nessuno può negare che nel computer di Alberto ci fossero files a contenuto pedopornografico, pertanto il movente dell’omicidio resta.

Chiara, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la Poggi, furono i dissidi con la fidanzata che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione ovvero il movente dell’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.
Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non ‘sputtanarlo’ ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.
Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, lui, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante che sognava da tempo un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore.

Alberto dopo l’omicidio ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli uccise con premeditazione o meno, infatti, se egli avesse condotto sulla scena del crimine l’arma potremmo affermare con certezza che quello di Chiara fu un omicidio premeditato, in caso contrario, se egli l’avesse trovata in casa Poggi che fu un delitto d’impeto. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della sua bicicletta, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Stasi fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla avrebbe nascosto la bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Quando Alberto, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi, la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza. Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, non entrò nella villetta per non sporcarsi, temendo che eventuali tracce di sangue lo avrebbero incriminato mentre avrebbe dovuto desiderare di averne addosso per rendere più credibile il racconto della scoperta del cadavere. D’altra parte i colpevoli non riescono a pensare ed a comportarsi da innocenti tout court.

Che può dirci sulla telefonata di Stasi al 118?

La telefonata di Alberto Stasi al 118 delle 13.50 del 13 agosto 2007, esaminata secondo il modello di analisi critica delle telefonate di soccorso del Lt. Tracy Harpster, mostra molti gravi indizi di colpevolezza:

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente.
Il tono della voce è scarsamente modulato, non in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
Stasi richiede un’ambulanza fornendo ai soccorritori un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova all’interno della villetta dei Poggi, sulle scale che conducono in cantina; Alberto non si precipita in strada per aiutare i soccorritori ad entrare aprendo lui il cancello della villetta dei Poggi che sapeva chiuso. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo; tale comportamento ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importante indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.
Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”, mostrando di prendere le distanze da Chiara; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente, ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Come si comportò Alberto Stasi una volta giunto nella caserma dei Carabinieri?

Stasi mentre telefonava al 118 si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso egli è apparso agli uomini dell’Arma emotivamente un’altra persona, lo hanno descritto come tachicardico, in preda al panico, Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione. Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118 ma appena giunto dai Carabinieri quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascrivere alla scoperta del cadavere della fidanzata quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio. Egli nel “raccontare cosa è successo” ai militari, per usare la sua frase (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino, una posta in gioco altissima per Alberto, ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Che può riferirci riguardo agli interrogatori di Stasi?

Stasi durante gli interrogatori ha spesso dissimulato, non ha raccontato nè di dissidi precedenti nè di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che, con tutta probabilità, aveva invece cambiato i programmi di quella serata. Chiara, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms dei quali nessuno dei tre ha mai rivelato i contenuti agli inquirenti.
Marco Panzarasa dopo essere stato contattato da Alberto anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13.8.2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 sec sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27. Perché solo dopo tale risposta si diresse in via Pascoli? Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Stasi è incorso, durante gli interrogatori, in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto con la sua risposta non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”. Stasi non ha fatto domande sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

Indagine su bugiardi (seriali) al di sotto di ogni sospetto

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

di Ursula Franco

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio, sia che un soggetto falsifichi, sia che dissimuli, è comunque utile per ricostruire i fatti e vale lo stesso per le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e, pur dissimulando, dice che cosa è successo, ma purtroppo in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse, che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie, che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo di alcuni avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria, è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

Intervista sull’omicidio di Chiara Poggi

L’OMICIDIO DI CHIARA POGGI ANALIZZATO DA URSULA FRANCO

Conosciuto come il delitto di Garlasco in provincia di Pavia, avvenuto il 13 agosto 2007. Vittima una giovanissima. Nel 2015 la Corte di Cassazione ha riconosciuto definitivamente come colpevole il fidanzato Alberto Stasi

di Domenico Leccese, pubblicato il 15 ed il 22 luglio 2017 sul quotidiano ROMA

Dottoressa, che può dirci sul profilo psichico di Alberto Stasi?

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado ed infine assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL. In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito raccapricciante dalla corte d’Appello di Milano.

Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti dalla stesse parafilie di Alberto Stasi sono capaci di uccidere con maggior frequenza dei soggetti sani.

Qual’è il movente dell’omicidio di Chiara Poggi?

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che può condurre un soggetto ad uccidere può in un altro destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio. L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni. Nonostante l’assoluzione, nessuno può negare che nel computer di Alberto ci fossero files dal contenuto pedopornografico né che Chiara avesse fatto ricerche sui pedofili, pertanto il movente dell’omicidio resta.

Chiara, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la Poggi, furono i dissidi con la fidanzata che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione che precedette l’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

– Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.

– Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non ‘sputtanarlo’ ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, Alberto Stasi sognava da tempo un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore.

Alberto dopo l’omicidio ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli abbia ucciso con premeditazione o meno, infatti, se egli avesse condotto sulla scena del crimine l’arma potremmo affermare con certezza che quello di Chiara fu un omicidio premeditato, in caso contrario, se egli l’avesse trovata in casa Poggi, che fu un delitto d’impeto. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della sua bicicletta, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Stasi fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla avrebbe nascosto la bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Quando Alberto, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi; la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza. Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, non entrò nella villetta per non sporcarsi, temendo che eventuali tracce di sangue lo avrebbero incriminato mentre avrebbe dovuto desiderare di averne addosso per rendere più credibile il racconto della scoperta del cadavere. D’altra parte i colpevoli non riescono a pensare ed a comportarsi da innocenti tout court.

Che può dirci sulla telefonata di Stasi al 118?

La telefonata di Alberto Stasi al 118 delle 13.50 del 13 agosto 2007, esaminata secondo il modello di analisi critica delle telefonate di soccorso del Lt. Tracy Harpster, mostra molti gravi indizi di colpevolezza:

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente.
Il tono della voce è scarsamente modulato, non in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
Stasi richiede un’ambulanza fornendo ai soccorritori un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova all’interno della villetta dei Poggi, sulle scale che conducono in cantina. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo; tale comportamento ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la presunta morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importante indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.
Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente, ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Come si comportò Alberto Stasi una volta giunto nella caserma dei Carabinieri?

Stasi telefonò al 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso egli è apparso agli uomini dell’Arma emotivamente un’altra persona, lo hanno descritto come tachicardico, in preda al panico, Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione. Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118 ma appena giunto dai Carabinieri quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascrivere alla scoperta del cadavere della fidanzata quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio. Egli nel “raccontare cosa è successo” ai militari, per usare la sua frase (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino, una posta in gioco altissima per Alberto, ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Che può riferirci riguardo agli interrogatori di Stasi?

Stasi durante gli interrogatori ha spesso dissimulato, non ha raccontato nè di dissidi precedenti nè di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che aveva invece cambiato i programmi di quella serata. Chiara, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms dei quali nessuno dei tre ha mai rivelato i contenuti agli inquirenti.
Marco Panzarasa dopo essere stato contattato da Alberto anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13.8.2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 sec sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27? Perché solo dopo tale risposta si diresse in via Pascoli? Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Stasi è incorso, durante gli interrogatori, in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto con la sua risposta non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”. Stasi non ha fatto domande sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

Come ha vissuto Alberto Stasi il post omicidio?

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non si evince alcun turbamento morale né alcun senso di colpa, al contrario, emergono con forza la sua anaffettività e l’assenza di rimorso, caratteristiche che si accordano perfettamente con le parafilie di cui egli è affetto, esse stesse prova di una patologica mancanza di senso morale.

Alberto, inoltre, all’indomani dell’omicidio è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Egli, da subito, si è costruito dei salvagenti virtuali che lo hanno aiutano a far quadrare i conti con la propria coscienza. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale, minacciando di rivelare squallidi segreti che una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

La signora Elisabetta Ligabò, madre premurosa, attenta alla cura dell’abbigliamento del figlio, ha avuto la certezza che l’omicida di Chiara fosse Alberto dopo aver constatato la scomparsa degli abiti indossati da Stasi quella mattina e di un paio di scarpe da tennis, quelle stesse scarpe con le quali Stasi aveva lasciato un’impronta insanguinata nel bagno della villetta dei Poggi mentre si lavava le mani dal sangue della fidanzata. Elisabetta Ligabò ha finito con il giustificare moralmente l’atto del figlio ripetendosi intimamente che se quel ragazzo, di cui era così orgogliosa, aveva ucciso Chiara, ci doveva essere stato un ottimo motivo, delle validissime ragioni dovevano aver condotto quel suo figlio biondo ed intelligente, bocconiano e all’apparenza perfetto, a cancellare per sempre la vita di una giovane donna e che la colpa doveva essere della povera Chiara che era stata capace di esasperarlo fino a condurlo a tanto.
Nicola Stasi, invece, padre di Alberto, ha creduto da subito alle parole di quel figlio al quale aveva dato tutto che glu aveva giurato di essere innocente. Nicola Stasi è stato l’unico della famiglia ad avere parole d’affetto per la povera vittima. Da una sua intervista rilasciata ad un giornalista: “Vedevo Chiara come la madre dei miei nipoti, la futura nuora che ogni genitore vorrebbe, bella, intelligente, buona…..”.

Che può dirci sulla scena del crimine?

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non sono state repertate impronte di estranei nell’appartamento; non è stata aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto cui lei tentava di sfuggire. Chiara è stata attinta al volto dai primi colpi proprio mentre parlava con il suo aggressore, di quel gesto così violento ella è rimasta sorpresa tanto che all’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani. L’omicida era determinato ad uccidere e dopo averla stordita con i primi colpi si è accanito sulla giovane colpendola ripetutamente alla testa fino a sfondarle il cranio. Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i Poggi non erano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa tanto che si è diretto in bagno e vi è rimasto a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del dito medio sul dispenser.

L’assassino ha gettato il cadavere di Chiara giù dalle scale della cantina come se fosse stato un oggetto, forse in un ultimo gesto di disprezzo o ha pensato di poter simulare un incidente domestico, alternativa meno probabile. La messinscena dell’incidente sarebbe in ogni caso ascrivibile ad un conoscente, infatti, alterare una scena del crimine presuppone dei potenziali vantaggi per chi ha commesso il crimine, vantaggi che solo un soggetto vicino alla vittima potrebbe avere, un estraneo non ha motivo di alterare una scena criminis perdendo tempo prezioso dopo aver commesso un reato tanto grave.

Come si comportò Alberto Stasi al funerale di Chiara?

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a distanza chiunque fosse presente a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti ma la loro disperazione ai funerali delle proprie compagne è apparsa null’altro che una chiara mistificazione. Entrambi, infatti, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

Ci riferisce il contenuto delle intercettazioni?

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince che egli ha seguito ossessivamente le indagini, ha interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, è stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato dei Poggi e dei loro periti e si è completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio non fosse mai esistita.
Alberto Stasi, mostrandosi consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”. Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride)“, e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”. Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi Gianluigi Tizzoni e del perito Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”. Infine, uno Stasi sicuro di farla franca ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.

Alberto non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza il giorno in cui è stata barbaramente uccisa, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme né si mai chiesto il perché di quell’omicidio. Evidentemente, il suo non è stato altro che il tentativo di un colpevole di rimuovere, di esorcizzare un fatto che lo aveva visto protagonista. Stasi si è concentrato su se stesso e ha cercato di apparire come un capro espiatorio, un povero perseguitato, un nuovo Enzo Tortora. Il suo atteggiamento ha ricalcato alla lettera quello di molti colpevoli che evitano anche solo di evocare il nome della vittima per il timore di mettere a rischio la propria posizione.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato questo atteggiamento di Stasi: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico su di lui, in uscita su un settimanale, di cui Stefania Kappa aveva riferito ad una comune amica, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “. E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…”( la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre di capelli ritrovati sulla scena del crimine: “… si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “… mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. Ok”.

Pochi mesi dopo l’orribile omicidio di Chiara, Stasi, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino; Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio, ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente, Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto è sembrato, da subito, pronto a chiudere quel fastidioso capitolo ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo, a rimandare. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore provato dalla famiglia Poggi, a volte sprezzante ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se egli fosse stato innocente, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, carico di perversioni, menzogne, odio, violenza e sangue, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente e con il quale egli ha finito inesorabilmente per fare i conti.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino ed anche in questo caso, Alberto Stasi ha mostrato una patologica assenza di empatia e di senso morale. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

E’ vero che Alberto Stasi ha scritto una dedica a Chiara sulla sua tesi?

Il 27 marzo 2008 Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano.

Stasi ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata: “A Chiara che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto definisca l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano”, Stasi non riesce ad apostrofare l’assassino della Poggi come merita perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, Alberto, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, ha commentato così: “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”. Tale atteggiamento sarcastico appare, a dir poco, sprezzante nei confronti della famiglia della vittima e ci permette di attribuire il giusto ‘disvalore’ alla dedica sulla tesi.

Questa intervista è stata pubblicata su “Più Donna”, il primo aprile 2019.

Analisi di uno stralcio di interrogatorio di Alberto Stasi

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Ho analizzato alcuni stralci di un interrogatorio di Alberto Stasi durante il quale la PM Rosa Muscio gli ha contestato la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta Umberto Dei.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth) che è un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Una negazione è credibile quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

In sintesi, da Alberto Stasi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso Chiara Poggi e che possegga il cosiddetto “muro della verità”.

La frase “io non ho ucciso Chiara”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Chiara”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile.

Stasi: Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla.

“Io non ho fatto niente a Chiara” e “non ho fatto assolutamente nulla” non solo non sono negazioni credibili ma Stasi mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno, lo fa attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”.

Si noti che Stasi non riesce o non vuole dire “io non ho ucciso Chiara” o “io non ho colpito Chiara”, pertanto non saremo noi a dirlo per lui.

E il sangue di Chiara sui pedali della tua bicicletta?

Stasi: L’unica cosa che mi può venire in mente è che tra il 5 e il 13 sono tornato da Londra e sono andato a casa di Chiara con quella bicicletta, una volta sola e lei in quel periodo aveva il ciclo mestruale, l’unica cosa per cui io posso immaginare di avere quel sangue sui pedali perché non l’ho usata dopo… il lunedì mattina sono rimasto a casa mia fino alle 13.40. E’ l’unica cosa che posso dire.

Alberto Stasi, in primis, non si stupisce del fatto che la P.M. gli riferisca della presenza del sangue di Chiara su entrambi i pedali della sua bicicletta, contro ogni aspettativa non dice: “Ma veramente c’è il sangue di Chiara sui miei pedali?”“Non è possibile che ci sia il sangue di Chiara sui miei pedali” ma cerca, invece, di spiegarsi quella risultanza investigativa in modo che non risulti incriminante.

E’ interessante quando Alberto dice “l’unica cosa per cui io posso immaginare di avere quel sangue sui pedali”, Stasi “immagina”, non riferisce fatti accaduti.

“il lunedì mattina sono rimasto a casa mia fino alle 13.40. E’ l’unica cosa che posso dire”, perché “l’unica cosa che posso dire”? Perché il resto lo incriminerebbe?

Quando?

Stasi: Tra quei giorni lì, tornato da Londra ma prima del 13.

Quindi Chiara aveva il ciclo mestruale?

Stasi: Sì, credo di sì.

Stasi riferisce del ciclo mestruale di Chiara, ma poi dicendo “credo” indebolisce la sua affermazione.

Credi di sì?

Stasi: No, in quel periodo sì, ce l’aveva

Risponde con un “No” per poi correggersi.

E quindi?

Stasi: L’unica idea che mi può venire in mente è che avendo il ciclo magari avrei pestato, insomma, una goccia del suo ciclo mestruale, non so.

A Stasi è venuta in mente un'”idea”; ha bisogno di un'”idea” chi non ha una spiegazione. Alberto è consapevole di aver detto un’assurdità, infatti inserisce nella frase l’interiezione “magari”, l’avverbio “insomma” e un “non so”.

Ma scusami con questa bicicletta ci sei andato tu?

Stasi: Io mi sono recato da casa mia a casa di Chiara.

E Chiara come c’è salita sulla bicicletta?

Stasi: Chiara non è salita sulla bicicletta, io mi sono recato a casa di Chiara con questa bicicletta. E’ l’unica idea che ho perché io non ho usato quella bicicletta in altre occasioni, come il 13, io sono rimasto a casa mia.

Stasi continua a chiamarla “idea”. 

Mi spieghi quando e dove avresti pestato il sangue mestruale di Chiara?

Stasi: Non lo so, non ci ho mai pensato neanche fino adesso… nel senso l’unica cosa…

La PM lo ha messo in crisi e lui barcolla e si autocensura per due volte.

Forse è il caso che cominci a pensarci Alberto!

Stasi: Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara.

Alberto, in questa risposta, cambia il tono di voce, l’ansia lo tradisce, le ripetizioni ci dicono che la domanda è sensitiva. Stasi prova ancora a difendersi dall’accusa di omicidio ma non è in grado di negare di aver ucciso Chiara, perché mentirebbe. “Non ho fatto nulla alla Chiara” non è una negazione credibile. Una negazione credibile sarebbe stata “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità”. 

Mi devi spiegare che cosa ci faceva il sangue di Chiara su tutti e due i pedali della tua bicicletta?

Stasi: Non lo so, oltre a quell’idea, non lo so.

“Idea” uguale “trovata”, non verità. 

Non è un’idea.

Stasi: No, è l’unica cosa…

Alberto si autocensura per non mentire.

Se tu l’hai pestato il sangue di Chiara, immagino che da qualche parte ti sarai reso conto di aver pestato il sangue di Chiara cioè Chiara andava in giro perdendo sangue mestruale per casa?

Stasi: No, non mi sono reso conto, l’unica idea per cui mi può venire in mente che in quel periodo aveva il ciclo mestruale e posso aver pestato, non so, alcune sue gocce di sangue, se mai le avesse perse, io non lo so.

Il tentativo di Stasi di giustificare la presenza del sangue sui pedali della sua bicicletta è fallito ed Alberto ne è consapevole tanto che è il primo a mettere in dubbio la propria spiegazione: “posso aver pestato”,“non so”, “se mai le avesse perse” e “io non lo so”.

Ma ti rendi conto di cosa… di quello che stai dicendo?

Stasi: Io mi rendo conto che non ho fatto nulla, questa è l’unica cosa che mi rendo conto, sono a posto con la mia coscienza, sono a posto con Chiara, lei lo sa che non sono stato io.

Stasi è all’angolo, non cerca più una spiegazione alla presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bicicletta e prova negare: “non ho fatto nulla”, “sono a posto con la mia coscienza”, “sono a posto con Chiara” e “lei lo sa che non sono stato io”. 

Ma, “Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile e non è nemmeno lontanamente equiparabile all’affermazione “Io non ho ucciso Chiara” che Stasi non riesce a dire, perché mentirebbe. 

“Sono a posto con la mia coscienza” non solo non è una negazione credibile ma il segnale di un’indole manipolatoria. Come sappiamo infatti gli psicopatici sono privi di “coscienza” perché incapaci di provare senso di colpa o rimorso.

“Sono a posto con Chiara” non è una negazione credibile. 

“Lei lo sa che non sono stato io”: Chiara è morta, non sa un bel nulla purtroppo.

Lei chi?

La PM si stupisce del fatto che Stasi parli di Chiara come se fosse in vita tanto che chiede a Stasi a chi si stia riferendo.

Stasi: Chiara, lei lo sa benissimo che non sono stato io e sa anche chi è stato perché è stato lui e non io. Non so che altro dire, non sono stato io, non sono stato io, non sono stato io.

Alberto ripete ancora che Chiara sa che non è stato lui ed aggiunge che, invece, è stato “lui”, “lui” chi? Perché Stasi si dice certo che sia stato un uomo ad uccidere Chiara?

“non sono stato io” non è una  negazione credibile.

In sintesi, Stasi ha confermato alla PM che quello sui pedali della sua bicicletta è sangue di Chiara e non è stato in grado di negare di essere l’autore dell’omicidio della sua fidanzata.

Questo articolo è stato pubblicato il 29 giugno 2017 su Le Cronache Lucane e l’8 luglio sul quotidiano ROMA19894891_1503868502969961_6866842606827490565_n.jpg

Breve analisi di due testimonianze

Esiste una sostanziale differenza tra le dichiarazioni rilasciate da Loris Gozi, importante testimone dell’accusa nel caso dell’omicidio di Roberta Ragusa e quelle rilasciate da Franca Bermani, testimone nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi.

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Loris Gozi, sentito dagli inquirenti sugli episodi di cui è stato suo malgrado testimone, si è attenuto a ciò che ha visto e sentito, ha riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra, non ha infiocchettato, non ha inteso mai compiacere nessuno, né gli inquirenti, né i giornalisti. Il Gozi, nonostante l’improvvisa ed involontaria fama, non ha mai cercato di stupire con dettagli aggiuntivi, non si è lasciato prendere dalla notorietà; se imboccato o provocato, non ha confermato eventuali dettagli suggeriti dai giornalisti; ha ripetuto sempre e solo la descrizione dei fatti di cui è stato testimone. Loris Gozi è intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

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La Bermani invece, donna pia, retta, rigida, sempre sicura di sé, convinta, a causa della propria incultura e dell’assenza del dubbio, di non sbagliarsi mai, pur in buonafede, è stata il peggior testimone possibile. La Bermani, una volta entrata nella parte del testimone “credibile”, ha elargito dettagli ed indubitabili certezze, intralciando la ricerca della verità. La sua testimonianza è credibile per quel che attiene la presenza di una bicicletta, intorno alle 9.10 del 13 agosto 2007, vicino al cancello di casa Poggi, perché l’associazione di idee: bicicletta/risveglio precoce di Chiara le ha permesso di fissare nella memoria il ricordo della bicicletta, non è credibile invece per quanto riguarda la descrizione della bicicletta stessa.

La Bermani non si è limitata però a dichiarare di aver visto una bicicletta, che tra l’altro vide da dietro e da circa 15 metri di distanza, ma l’ha descritta. La Bermani, nonostante fosse lucida ed in buona fede, ha fornito dettagli che non aveva motivo di ricordare.

Assumere per veritiere alcune specifiche informazioni fornite dalla teste è stato un errore del giudice del processo di primo grado, Stefano Vitelli.

Se la testimonianza della teste fosse stata valutata sulla base della psicologia della testimonianza, sarebbero emerse le involontarie falsità e inesattezze riferite dalla Bermani.

Per un’analisi approfondita della testimonianza della signora Franca Bermani: Processo ad Alberto Stasi: la testimonianza di Franca Bermani