Analisi di un’intervista rilasciata da Raffaele Sollecito al giornale britannico “The Mirror”

Raffaele Sollecito

Il giornalista Valerio Lo Muzio ha intervistato Raffaele Sollecito per il giornale britannico The Mirror.

Giornalista: Ogni tanto ci pensi a Meredith?

Raffaele Sollecito: Ho una sorta di distacco nei confronti di questo caso perché non ho vissuto quella casa, non ho vissuto quelle ragazze, ho vissuto solo Amanda cinque giorni. Mi dispiace perché è una ragazza di vent’anni che è morta in quella maniera barbara, ovviamente per me è assurdo ed è inconcepibile, ma io non ho visto nemmeno il corpo, quindi, quando penso a lei mi dispiace tantissimo per la sua famiglia, ma non riesco a immedesimarmi più di tanto perché non la conoscevo.

Sollecito non dice di non aver incontrato o conosciuto Meredith, oltre a non nominarla, dice semplicemente di non aver “vissuto quella casa” e “quelle ragazze”, relegando le ragazze al secondo posto dopo la casa e mettendo la Kercher nel gruppo per prenderne le distanze. Descrive l’omicidio come un atto barbaro, come un fatto assurdo e inconcepibile e poi riferisce al giornalista di non aver neanche visto il “corpo”. Sollecito non dice di non aver incontrato Meredith quella sera o di non averla accoltellata o uccisa, ma semplicemente di non aver visto il “corpo”. Un “corpo” è un cadavere. La Kercher è morta in seguito ad una insufficienza cardiorespiratoria acuta dovuta all’emorragia seguita al triplice accoltellamento, non è morta nell’immediatezza del ferimento e sappiamo che l’unico componente del gruppo che uccise Meredith e che si trattenne sulla scena criminis fu Rudy Guede, pertanto, se anche Sollecito fosse stato presente ed attivo durante l’accoltellamento, non avrebbe comunque visto il “corpo/cadavere” della ragazza. “Corpo” che Amanda e Raffaele non videro neanche la mattina del 2 novembre 2007 quando Luca Altieri e gli agenti della polizia postale decisero, intorno alle 13.15, di abbattere la porta della camera della Kercher e la venne rinvennero morta.

Amanda Knox, la sera stessa della scoperta del cadavere, riferì alle amiche inglesi di Meredith che il cadavere si trovava davanti all’armadio, coperto dalla trapunta, con un piede fuori e la gola tagliata, il sangue dappertutto. La stessa affermò durante gli interrogatori dei giorni seguenti di non aver visto la camera al momento dell’apertura della porta ed i testimoni confermarono che sia lei che Sollecito non potevano vedere all’interno della camera, palcoscenico del delitto, in quanto si trovavano in cucina. In una email, Amanda scrisse, ad amici e parenti, di essere stata in cucina al momento della scoperta del cadavere e di essere stata trascinata fuori dalla casa da Raffaele subito dopo.

Tali testimonianze provano come la Knox non potesse che avere informazioni sulla scena criminis per una precedente conoscenza diretta, per essere stata protagonista dell’evento delittuoso.

Ancora, il 2 novembre Amanda rispose ad un’amica della vittima che diceva di sperare che Meredith non avesse sofferto con un: ‘What do you think? They cut her throat.. she fucking bled to death!*’. Come poteva la Knox conoscere la causa della morte della Kercher due giorni prima dell’autopsia se non per aver partecipato all’omicidio?

*”Che credi? Le hanno tagliato la gola… E’ morta dissanguata!”

Raffaele Sollecito: Nel carcere ho vissuto momenti veramente bui, resistevo perché avevo… desiderio di verità. Le spese che sono… che abbiamo affrontato a livello familiare in questa vicenda sono state estremamente ingenti, abbiamo dovuto vendere due appartamenti di famiglia e ci siamo indebitati per quasi 400 mila euro. Cioè mi tengono incarcerato nei debiti, incarcerato in una società che non mi lascia vivere serenamente, devo dare giustificazione a tutto e a tutti perché ci sono ancora dei dubbi su di me, no, che dubbi?. Non ci sono dubbi sulla mia innocenza.

Sollecito è “innocente de iure” perché è stato assolto ma non possiamo non notare che ancora una volta non è capace di negare di aver ucciso Meredith. Sollecito non dice: “Io non ho ucciso Meredith Kercher” o “Io non ho accoltellato Meredith Kercher”, egli parla semplicemente di “innocenza”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile  è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”.

Raffaele Sollecito: Dove io ho passato 10 anni di…. di tragedia, ho passato 4 anni in carcere, tre mesi… sei mesi in isolamento, tre anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza e sicuramente oggi come oggi non mi sento decisamente totalmente libero ma mi sento ingabbiato in una sorta di arresti domiciliari, c’è questa società che è rimasta purtroppo con un’idea molto negativa di me.

Raffaele Sollecito: Sono andato a fare la spesa, ci sono state due ragazze che si sono avvicinate: “Ah, ma sei tu!” e una delle due ha detto: “Ah, ma che storia di merda!”.

Giornalista: Hai mai pensato di trasferirti di lasciare l’Italia?

Raffaele Sollecito: Dovrei scappare da qualcosa? Mi devo vergognare di qualcosa che devo andare via?

Interessante risposta, una risposta evasiva perché composta da due domande che in ogni caso contengono informazioni che fanno riflettere.

Giornalista: Sei fidanzato oppure anche lì c’è un problema?

Raffaele Sollecito: Ho vissuto periodi in cui si avvicinavano persone che mi vedevano come… erano affascinate dalla mia aura nera. La brava ragazza è quasi inorridita o spaventata da me (…) perché io mi frequento con una ragazza, quando doveva dirlo a casa (…) ma c’erano sempre qualche componente della famiglia che diceva: Oddio, ma sarà veramente com’è?. Io sono preoccupato… preoccupata! Insomma, si creavano questo tipo di ehm… di problematiche. Vorrei ricominciare la mia vita normalmente come qualsiasi cittadino.

Raffaele si dipinge nel ruolo di vittima, in realtà sono pubblici i suoi odiosi commenti postati su un gruppo di Facebook dove si divertiva a vestire gli abiti del “maestro del crimine impunito”, commenti a dir poco insolenti e dissacranti che hanno rivelato una totale mancanza di empatia nei confronti della famiglia di Meredith Kercher, poco rispetto nei confronti di Amanda Knox e soprattutto l’incapacità di Sollecito di difendersi dalle dinamiche di gruppo. Il gruppo deresponsabilizza e conduce alcuni soggetti a fare colossali sciocchezze. Chi ha sofferto sulla propria pelle d’innocente l’infamia di un’accusa tanto grave come quella di aver ucciso qualcuno, di solito evita di apparire su Facebook come un assassino che l’ha fatta franca; un innocente desidera che i sospetti su di lui scompaiano e non fa nulla per alimentarli ma soprattutto, se è lui a divertirsi sulla propria “aura nera” non può poi lamentarsi delle reazioni altrui. 

I post da Raffaele Sollecito pubblicati su Facebook non lasciano trasparire un suo desiderio di essere ritenuto innocente dalle “persone” ma mirano all’esatto contrario. 

Ad una ragazza che gli ha scritto: “Ti vedo pallido, non stai andando al mare?”, Sollecito ha risposto: “Eh, vedo tanta gente impallidire, sarà che suscito candore”. Raffaele non può che riferirsi al pallore/candore indotto da un dissanguamento, solo casualmente la causa di morte della povera Kercher?

Raffaele Sollecito ha poi scritto: “Oscar James morirai presto”.

A Giulia che gli ha scritto: “Non essere crudele mentre mi uccidi che sono piuttosto sensibile”, Sollecito ha risposto: “sarò gentile e indolore”.

Raffaele Sollecito, dopo tutto quello che ha passato, secondo i giudici della cassazione, da innocente, si diletta a vestire il ruolo dell’assassino nei gruppi di Facebook, non solo non nega di essere capace di uccidere ma ne descrive pure le modalità.

Sollecito ha pubblicato anche una barzelletta home made e l’ha associata all’emoticon ‘feeling annoyed’: “Quando vado in un negozio di pentole e chiedo: “Avreste un set in rame?” Ed il commesso ti guarda, ci pensa qualche secondo e fa: “Per i set di coltelli dovresti rivolgerti al negozio a fianco”. 

In un gruppo, un membro gli ha chiesto: “Posso farti una domanda?” e lui ha risposto: “Se si tratta di neri chiedi a Falanga, se si tratta di Amanda chiedi al 118, per il resto dimmi pure”.

A Denis che gli ha scritto: “Maestro mi impari come cancellare le tracce dopo un delitto che ho un paio di questioni da risolvere?”Sollecito ha risposto: “Semplice. Ci caghi sopra e nessuno si avvicina!”. 

Il 5 dicembre 2015, Raffaele ha pubblicato una sua foto a tavola di fronte ad un piatto di carne arrosto e l’ha accompagnata con la frase: “Cena con gli ex colleghi… purtroppo sono finiti nel piatto”, lasciando intendere di averli uccisi. Un membro del gruppo ha replicato: “Gli occhi di chi ne ha viste tante, il coltello di chi le ha affettate tutte” e lui ha scritto: “Dai questa è forte”, seguita da tre faccette sorridenti con le lacrime agli occhi. Un altro membro ha commentato: “Dal colore della carne direi che è Rudy” e Raffaele: “Ahahah questa è simpatica!”, non negando, tra l’altro che Rudy fosse un ex collega.

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Analisi dell’interrogatorio di Lucio Marzo

Lucio Marzo

PM: Ti chiami?

Lucio Marzo: Marzo Lucio

PM: Nato?

Lucio Marzo: A Serate, Milano

PM: Il due…

Lucio Marzo: Il due, dodici, millenovecentonovantanove.

PM: Hai qualche soprannome?

Lucio Marzo: Zu.

PM: Nella notte fra il 2 e il 3, quindi fra sabato e domenica 2, 3 settembre eee, ci vuoi raccontare esattamente che cosa è successo?

Lucio Marzo: Ma devo partire per forza dal giorno della scomparsa o posso dire cose (interrotto)

PM: Tu ci puoi dire tutto quello che ci vuoi dire.

Lucio Marzo: Da due mesetti, cioè da quando sono uscito da Casarano, ho saputo che Noemi Durini eee insieme a Fausto Nicolì aveva deciso eee di prendere una pistola, la volevano… volevano togliere di mezzo mio padre e mia madre.

Quando Lucio dice: “da quando sono uscito da Casarano”, si riferisce probabilmente al suo ricovero in TSO al reparto psichiatrico dell’ospedale di Casarano.

PM: Sì.

Lucio Marzo: In modo tale che io potevo vivere la vita normalissima con Noemi, però io gli ho spiegato a Noemi che, se ci teneva a me, no? eee, visto che io ci tengo ai miei genitori: “Non voglio ammazzare i miei genitori” eee gli avevo detto di aspettare che io facevo i 18 anni (…) mi trovavo un lavoro, mi trovavo una casa e ce ne andavamo per fatti nostri.

Lucio Marzo: Però ad un certo punto poi mio padre eee ha detto… ha visto la situazione eee ha detto: “Se tu vuoi frequentare questa ragazza, la frequenti fuori da casa mia!”. Io la frequentavo fuori di casa mia, solo che mio padre si stava accorgendo che mi stava perdendo perché stavo sempre 24 ore su 24 fuori casa… con lo scooter fuori casa, tornavo a casa solo per chiedere soldi per la benzina e per portare la Noemi a spasso.

PM: E quella notte perché vi siete incontrati?

Lucio Marzo: Quella notte ci siamo incontrati perché lei ha detto: “Vienimi a prendere così andiamo e ammazziamo i genitori tuoi!” eee lei mi aveva quasi del tuttooo… come posso dire… fatto il lava… il lavaggio del cervello perché ero attratto da lei, ero innamorato di lei, non volevo perderla.

PM: E poi perché non siete andati a casa tua ad ammazzare i genitori?

La PM non lascia spazio a Lucio per aggiungere altro, non lo interrompe ma lo incalza, un errore, perché non lascia spazio a un eventuale tirata oratoria del Marzo.

Lucio Marzo: Perché io non volevo, io volevo farla ragionare, al di che, io non ho preso la strada di casa mia per andare a casa mia ad ammazzare i genitori miei, ho preso la via di Novaglie, ho fatto la litoranea e sono sbucato a Leuca.

Lucio Marzo: Lei aveva il coltello in mano, è come se mi… mi minacciava pure anche a me: “Dobbiamo andare ad ammazzarli” perché lei li voleva… (interrotto)

Il fatto che la PM interrompa Lucio è un errore grossolano.

PM: Questo coltello da dove arriva?

Lucio Marzo: Era il suo?

PM: E non lo so, ce lo devi dire tu. Questo coltello da dove arriva?

Lucio Marzo: Lei lo aveva.

PM: L’aveva con sé?

Lucio Marzo: Sì, lo aveva con sé.

PM: Ce lo puoi descrivere questo coltello, come era fatto?

Lucio Marzo: (Lucio disegna un coltello) Era così, con una lama così.

PM: Era un coltello a scatto oppure un coltello normale…

Seconda PM: Uno da cucina, era un coltello?

Le due PM presenti fanno domande a Lucio in contemporanea, un altro errore grossolano. 

Lucio Marzo: Da cucina era poi… (interrotto)

Ancora un’assurda interruzione.

PM: Eravate lì sulla litoranea di Leuca a fumare le sigarette e poi che è successo?

Lucio Marzo: E poi lei ha detto “Beh, andiamo” e ci siamo fermati in una campagna. Lei ha detto: “Fermiamoci qua e lei…” (interrotto)

Lucio viene ancora inspiegabilmente interrotto e proprio mentre sta raccontando ciò che accadde ra lui e Noemi nei momenti che precedettero l’omicidio.

PM: E cosa avete fatto?

Lucio Marzo: Abbiamo avuto un rapporto.

PM: Poi?

Lucio Marzo: Eee poi siamo scesi dalla macchina, lei ha cominciato a gridare: “No dobbiamo ammazzarli, dobbiamo ammazzarli” eee, come ha fatto in passato, cheee prendeva comando su di me, ha cominciato a spingermi, a graffiarmi, no? A fare le cose così eee e e io, da là, non ci ho visto più.

PM: Che è successo?

Lucio Marzo: È successo cheee gli sono andato di dietro e le ho infilzato il coltello in testa e poi con delle pietre le ho frantumato la testa, l’ho lasciata stesa, ho messo delle pietre sopra so… sopra di lei, però in quel momento non capivo niente, so di averla colpita alla nuca ma non so in quale punto… poi si è spezzata la lama dentro, io mi sono trovato il manico in mano… (interrotto)

PM: Il manico di plastica, il manico di plastica.

Mentre Lucio sta descrivendo l’omicidio la PM lo interrompe per ripetere per due volte “il manico di plastica”, un errore imperdonabile.

Lucio Marzo: E me lo sono… me lo sono messo in tasca, l’ho colpita con la pietra un paio di volte e poi l’ho… l’ho trascinata dove ho visto che c’era un muretto (in dialetto) scarrato, l’ho trascinata là, io l’ho messa di fianco, le pietre le ho prese e l’ho coperta… l’ho coperta, ero talmente agitato, sono corso in macchina, non mi ricordo neanche il luogo dov’era Castrignano talmente tanto che ero agitato, tremavo così, mi sono fatto una sigaretta mi son tolto la maglietta, ero in aperta campagna, non stavo nel paese, eh era aperta campagna, mi son tolto la maglietta, ho messo il manico dentro, ho fatto a palla, ho fatto una buca nella terra e ho chiuso.

Oltre ad aver interrotto Lucio Marzo per ripetere per due volte “il manico di plastica”, contro ogni protocollo, per almeno altre due volte la PM parla mentre Lucio Marzo sta ricostruendo per lei l’omicidio di Noemi.  

PM: Eri sporco quando sei arrivato a casa?

Lucio Marzo: (Lucio si tocca il petto e le braccia) Ero sporco di sangue qua.

PM: Dove eri sporco?

Lucio Marzo: (Lucio si tocca il petto e le braccia) Qua di… di sangue eee le scarpe erano comp… completamente sporche di sangue e le ho buttate.

PM: Dove le hai buttate?

Lucio Marzo: Non mi ricordo, non mi ricordo perché stavo agitato, signora, non mi ricordo.

PM: Ma ti ricordi che scarpe erano?

Lucio Marzo: Sì, Lotto, le usavo per andare a calcetto.

PM: E di che colore?

Lucio Marzo: Bianche, una striscia blue e qualche striscia rossa.

PM: Tu sei entrato in auto, quindi verosimilmente l’hai sporcata.

Lucio Marzo: C’avevo… penso di aver avuto le mani sporche.

PM: Cioè tu sei arrivato a casa ma l’auto…

Lucio Marzo: Sono arrivato…

PM: L’hai lavata o non l’hai lavata?

Ancora una volta la PM interrompe Lucio Marzo. 

Lucio Marzo: Sì, sono andato in bagno, prima di farmi la doccia eee ho preso uno spray e ho preso una pezza e ho pulito, ho cercato di pulire il volante.

PM: Che cosa? Il volante, poi?

La PM continua inspiegabilmente ad incalzare Lucio invece di lasciarlo libero di esprimersi.

Lucio Marzo: Il volante, i pedali.

Lucio Marzo: Mia madre, mia sorella e mio padre stavano ancora dormendo, per fortuna, e io in silenzio mi sono fatto la doccia, mi sono pulito tutto, mi sono cambiato le mutande, ho messo le mutande nella biancheria eee pure i calzini nella biancheria eehm sono andato a letto.

PM: Mi stupisce che tua sorella tuo padre e tua madre continuassero a dormire o qualcuno si è svegliato?

Lucio Marzo: No, tutti dormivano, eee mio padre è andato a dormire verso le 3 e mezza 4, perché mi controlla.

PM: Ok, ma quando sei tornato a casa all’alba, hai utilizzato delle precauzioni per evitare di far rumore perché hai detto che… ?

Lucio Marzo: Certo, la macchinaa ha un problema alla marmitta, no mamma?

Lucio si rivolge alla madre che insieme al padre assiste al suo interrogatorio.

PM: Che fa rumore?

Lucio Marzo: Sì, fa rumore come un rombo, appena ha iniziato la discesa per andare a casa mia, io la macchina l’ho spenta però con le chiavi inserite con il gir… con il quadro girato, il bloccasterzo non si metteva e quindi io ho camminato lo stesso, pure non c’era la luce delle macchine si vedeva lo stesso perché era… c’era già luce quasi, no?. L’alba, c’era l’alba eee era discesa e frenavo con il freno a mano perché il freno a pompa non funzionava e frenavo con il freno a mano, no?. Piano piano, piano piano e sono riuscito ad arrivare fino al garage, però al garage c’è come un gradino, no?. E là ho dovuto fare la macchina indietro e poi prendere la rincorsa.

PM: Quindi l’hai rimessa esattamente dov’era?

Lucio Marzo: Dov’era.

Lucio Marzo: Questa mattina, io siccome è da giorni che non mangio e non dormo, poi vedo i miei genitori che stanno ammazzati, non hanno telefoni, non hanno macchina, hanno paura casomai che avevo fatto qualcosa eee mi è venuta la vogliaaa… sono andato al garage, avevo l’idea di prendere un mattone, attaccare la corda, buttarmi dalla grotta diii… di Novaglie eee affogarmi… nel mare, perché non ce la facevo più.

Lucio racconta che al mattino ha desiderato togliersi la vita ma sembra tutto passato visto che invece di dire: “non ce la faccio più”, dice: “non ce la facevo più”. In questo stralcio Marzo rivela la sua priorità: se stesso, e lui che non mangia e non dorme poi vengono i suoi genitori.

PM: Ma perché non l’hai lasciata? La lasciavi, dici: “Non ti voglio più vedere”, proprio:  “Non ti voglio più vedere”.

Lucio Marzo: Brava.

PM: Perché quella sera non le hai detto questo?. La lasciavi tu in mezzo… in mezzo alla via.

Lucio Marzo: Ma tu lo… ma tu… ma tu lo sai che… ma tu lo sai che io la chiamo… che io certe volte, certe settimane non la chiamavo, uscivo eee, controllato da mio padre, e la trovavo in paese che cercava me?

Lucio Marzo: Lei ha capito che questa ragazza mi stava facendo il lavaggio del cervello, no?. Ho commesso un reato ad ammazzarla. Questa ragazza, da quando l’ho conosciuta… io non ero così, sono cambiato da quando ho conosciuto lei, io er… ero uno schiav… cioèè, ero uno schiavo praticamente.

Lucio Marzo: Non so se mi hai capito o non mi hai capito peròòò mi sono trovato in una situazione di merda perchééé io ero succube, io ero innamorato di questa ragazza e nello stesso tempo non volevo perdere la mia famiglia eee mò che piano piano sto iniziando a ragionare io… io quest’anno, io quest’anno sto andando scuola per poter prendermi il secondo anno.

PM: Perché vuoi prendere in mano la tua vita.

Lucio Marzo: Ascolta, il secondo anno, il terzo anno, prendere la qualifica di elettrotecnico e poi fare le scuole private.

PM: Lucio.

Lucio Marzo: Due anni, un attimo, due anni in uno.

PM: Bisogna interrompere, Lucio.

Lucio Marzo: Per poter diventare perito elettrotecnico.

PM: Va bene. Lo hai già detto.

Lucio Marzo: Per poter andare a lavorare a Milano con i miei parenti.

PM: Allora, Lucio, io devo interrompere il verbale e, ma queste cose verranno tutte… non stai in una barzelletta, questa è la vita vera, non sono domande che puoi fare in questo momento, è il momento dell’interrogatorio.

In conclusione, Lucio è credibile sia per quanto riguarda il racconto dell’omicidio che per quello delle ore seguenti.

Il movente da lui suggerito non regge, non escludo che Noemi avesse proposto a Lucio di uccidere i suoi genitori, anzi è probabile, ma non è questo il motivo per il quale Marzo l’ha uccisa, il suo è solo un tentativo di razionalizzare l’evento e di fornire una “giustificazione morale” ad un atto riprovevole. Quello di Noemi potrebbe essere un omicidio senza un apparente movente o per futili motivi, come lo sono gli omicidi commessi dai sociopatici, soggetti capaci di atti estremi di violenza a causa della loro bassa tolleranza alla frustrazione. Il fatto che Lucio abbia dato segni di squilibrio in concomitanza con la frequentazione di Noemi, non è ascrivibile alla Durini, il disturbo antisociale di personalità comincia a manifestarsi infatti proprio alla sua età ma non è una coincidenza invece che Lucio frequentasse Noemi, una ragazza anche lei “ribelle” e “difficile”, ce lo conferma sua sorella Benedetta: “E’ stata sempre una ragazza diciamo un po’ ribelle però era molto buona, cercava sempre di vincere anche delle sfide impossibili con persone molto, magari, difficili, a loro volta”.

Il finale dell’interrogatorio è interessante, Lucio mostra di non rendersi conto che dovrà scontare una lunga pena per il reato da lui commesso, fa progetti per il futuro e lascia intendere che, riguardo il rapporto con Noemi, l’unica soluzione possibile fosse quella da lui adottata, l’omicidio. Non solo Lucio non mostra alcun rimorso o senso di colpa per aver ucciso la Durini ma tenta di autoassolversi biasimando ripetutamente la vittima per convincere i suoi interlocutore che Noemi meritasse di morire. Tutti atteggiamenti da sociopatico.

I tre TSO che hanno preceduto l’omicidio non fanno che confermare la diagnosi.

Analisi di uno stralcio d’intervista rilasciata da Marius Ungureanu a Veronica Briganti

Marius ed Elena Ungureanu

La giornalista Veronica Briganti ha intervistato Marius Ungureanu la cui figlia Maria, una bambina di 9 anni, è annegata il 19 giugno 2016 in una piscina incustodita di un ristorante che si trova nel centro del paese di San Salvatore Telesino. Sul cadavere della bambina, i medici legali hanno riscontrato gli esiti di violenze sessuali croniche e i segni di una violenza risalente al pomeriggio del giorno della sua morte, pomeriggio che aveva passato in casa con i genitori. I RIS di Roma, su una maglietta appartenente a Maria Ungureanu e sulla copertina del suo lettino, hanno isolato lo sperma del padre Marius.

Veronica Briganti: Sulla maglietta e sulla copertina c’erano sue tracce di liquido seminale, le sue, del papà.

Marius Ungureanu: Io non lo so, cioè non lo so come s’è… s’è trovato questo, non lo so come s’è trovato questo, ma io non avr… fa… una cosa del genere a mia figlia, non l’avrei mai fatto, questo…

Marius non nega che la maglietta e la copertina appartenessero alla figlia, dice solo di non sapere come vi sia stato trovato il suo sperma. In questa risposta l’Ungureanu fa tre pause, si ripete e usa parole monche,  tutte tecniche usate da chi mente per prendere tempo per dare una risposta sensata. 

La domanda è sensitiva, Marius ripete per tre volte “non lo so” e “questo”L’Ungureanu ripete per tre volte “questo” riferendosi al proprio sperma, non ne prende le distanze, come invece ci saremmo aspettati.  
Quando Marius dice “questo” e “una cosa del genere” si riferisce rispettivamente al suo sperma e alle violenze sessuali che subiva sua figlia Maria, Marius non se la sente di chiamare lo sperma e le violenze sessuali con il loro nome, non dice la parola sperma e tende a minimizzare la gravità del reato chiamandolo “una cosa del genere” per evitare lo stress che gli produrrebbe il confrontarsi con i fatti. Inoltre, Marius, quando parla della vittima, dice “a mia figlia” non la introduce come dovrebbe, ovvero con un “a mia figlia Maria”, per prenderne le distanze.

Non è la prima volta, già nel marzo 2017, in un’intervista rilasciata al giornalista Maurizio Flaminio, Marius, riferendosi alle violenze sessuali ai danni di sua figlia, si era limitato ad usare termini blandi e aspecifici come “si sentiva male”, “qualcosa di male”“questa cosa”, “ha fatto male in questo modo”, “quella che ha detto l’avvocato” e “che si sentiva male”

Il fatto che Marius Ungureanu non sia capace di chiamare il suo sperma e le violenze sessuali che la bambina subiva da tempo con il loro nome tradisce un suo personale coinvolgimento nei fatti.

Marius è incapace di negare di aver abusato di sua figlia, non è in grado di dire “io non ho violentato mia figlia Maria”, l’Ungureanu dice semplicemente “non l’avrei mai fatto”, un’affermazione che non ha il valore di una negazione credibile, in quanto, non solo Marius non usa il verbo al passato, ma neanche fa riferimento alle accuse.

Veronica Briganti: Io glielo chiedo proprio direttamente, è un mio dovere, lei ha mai violentato sua figlia?

Marius Ungureanu: No, non esiste proprio, non esiste.

Marius continua a non negare. “No, non esiste proprio, non esiste”, non è una negazione credibile. Marius non riesce a negare di aver abusato della figlia neanche ripetendo a pappagallo le parole della giornalista.

Marius Ungureanu: Io quella sera stavo disperato per trovarla, pioveva, faceva freddo, non l’ho mai trovata.

E’ vero, quella sera Marius cercò sua figlia senza trovarla. L’Ungureanu, con questa risposta, ci dimostra di essere in grado di usare il verbo al passato e di saper comporre una frase di senso compiuto, cosa di cui non è stato capace in precedenza. Marius è capace di dire “non l’ho mai trovata” ma non se la sente di affermare “non l’ho mai violentata” perché mentirebbe. 

In questa risposta l’Ungureanu inserisce alcune informazioni non necessarie “pioveva, faceva freddo”, lo fa per accreditare la pista dell’omicidio da parte di un fantomatico pedofilo cui addebitare anche le violenze sessuali.

Marius Ungureanu: Perché lui ha preso mia figlia in macchina e a me non m’ha chiamato per dirmi: tua figlia sta con me in macchina? Questa è la mia domanda e lui mi deve rispondere a questa domanda.

Maria è morta affogata e subiva violenze sessuali ma il problema di Marius Ungureanu è che sia salita in auto con Daniel Ciocan, che come noto, riportò in paese Maria intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, giorno della sua morte.

Anche nel marzo 2017, alla domanda di Maurizio Flaminio: “Maria era stata altre volte in compagnia di Daniel, in auto? L’aveva frequentata? Vi fidavate di Daniel?”Marius Ungureanu aveva risposto: “Ma veramente non… l’abbiamo saputo all… alla fine, quando è successo di mia figlia, perché lui l’ha presa già tante volte in macchina e lei non ha mai detto… è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià, perché la prendi in macchina senza chiamarmi? Chiamami”. E’ estremamente significativo che Marius abbia affermato che il fatto che Daniel non lo avesse avvisato “è la cosa che m’ha fatto di più arrabbià”. Da circa un anno e mezzo, è infatti l’unico rimprovero che Marius Ungureanu è capace di muovere a Daniel Ciocan; Marius non ha altri motivi di rabbia nei suoi confronti perché sa che non era Daniel ad abusare di sua figlia, in altre parole, non ha il coraggio di accusare il giovane Ciocan delle violenze che era lui a perpetrare.

La mia analisi della telefonata di Michael Peterson al 911 a “My Favourite Murder”

Il 21 dicembre 2017, il tema del 100esimo episodio del programma radiofonico americano “My Favourite Murder” è stato l’omicidio di Kathleen Hunt Atwater, la conduttrice, Georgia Hardstark, ha parlato di MALKE CRIME NOTES, della mia analisi criminologica del caso e della telefonata al 911 fatta dal marito assassino, Michael Peterson.

https://en.wikipedia.org/wiki/My_Favorite_Murder

Michael Peterson’s 911 call

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Michael Iver Peterson: a pathological liar and a murderer

MY FAVOURITE MURDER: 100 – The 100th Episode – Resources
+The remixed theme song for this episode was done by The Echoist. Here’s his Instagram.
+Here’s a picture of the Fudgie the Whale cake Karen and Georgia ate during the show.

the-staircase-kathleen-peterson-my-favorite-murder

Karen and Georgia covered the mysterious death of Kathleen Peterson.
+Here’s the Wikipedia article for Kathleen Peterson.
+You can watch The Staircase documentary here. (There’s also some episodes on YouTube here.)
+Karen watched the American Justice episode called Blood on the Staircase. I can’t find it anywhere online.
+Georgia watched the Forensic Files episode called A Novel Idea. Watch it on YouTube here.
+Here’s the link to Malke Crime Notes which analyzes Michael Peterson’s 911 call that Georgia mentioned.

Everyone on the Facebook page have been sharing lots of additional resources that weren’t talked about in the episode so I thought I’d share some of those here.
+Riley shared that the Criminal’s first podcast episode covered this case. Listen here.
+Clayton shared that there’s an interview with the male escort Michael Peterson was trying to hire on The Taran Show. Listen here.
+Steve shared that BBC has done an in-depth podcast on the case called “Beyond Resonable Doubt?” Listen here.
+Several people mentioned the mockumentary Trial and Error which is based on this case. Watch on NBC here. (Crossing my fingers that the second season will come out soon.)

Resources unrelated to the case:
+Kaitlyn shared an amazing site that you can stream lots of crime documentaries.
+Emily shared a link to a list of best crime books of 2017.

Analysis of Sherra Wright interview

On December 15, 2017, Sherra Wright, the ex-wife of former NBA player Lorenzen Wright has been arrested and charged with his 2010 murder in Menphis. Prosecutor said  Sherra was physically at the scene when Lorenzen Wright was murdered.

Sherra Wright mugshot

At the time of her husband murder, Sherra Wright released an interview, here the analysis of an excerpt:

Journalist: Did you have any part in Lorenzen’s murder?

This is a “yes” or “no” question.

Sherra Wright: I’m, at first, I’m a wife, then I’m a mother and then thirdly I’m an author, the law enforcement, she do what’s best to find out who’s the killer.

Once the answer avoids using “yes” or “no” in it, the question, itself, is considered sensitive to the subject.

Sherra Wright is unable to answer with a reliable denial like “I have nothing to do with Lorenzen’s murder”.

At first, she just asserts what she is, this is sensitive because unnecessary. Then, rather than show impatience and frustration for the failure of the investigation, she unexpectedly says that law enforcement are doing “what’s best to find out who’s the killer”.

She doesn’t say “to find out who killed Lorenzen” but “to find out who’s the killer”, this is distancing language, she is unable to call her ex husband by his name .

Journalist: You understand obviously why I had to ask that!?

This is another “yes” or “no” question.

Sherra Wright: I do but I’m a wife, a mother and an author, I… I let people do what… what they are good at doing and I’m just gonna do what I’m good at doing um they need to spend time and focus and find out what happened to him, we all need to know.

She answers “I do” but then she has the need to assert the same things she said before. Unnecessary information and repetition are sensitivity indicators. “I’m a wife, a mother and an author” is sensitive to her, she has the need to assert to be a “wife, a mother and an author” to appear a good woman because she is not.

“I… I let people do what… what they are (…) um”, a stuttering “I”, the repetition of “what” and “um” are sensitive, she is buying time to give a reasonable answer. The stuttering on the the pronoun “I” is called the “stuttering I of anxiety”.

When she says “I let people do what… what they are good at doing” she is referring, for a second time, to “the law enforcement” praising them for their failure to solve the case.

Sherra’s use of pronouns is also interesting, when she says “we all need to know”, she hides in a crowd like most guilty people.

She shows guilty knowledge.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Analisi del video messaggio di Rosa Di Domenico

«Rosa è credibile nel video messaggio, e i genitori non le mancano»

L’analisi della criminologa Ursula Franco del video della 15enne napoletana scomparsa da casa dopo aver incontrato un 28enne pakistano

di Ursula Franco

pubblicato su Stylo24 il 15 dicembre 2017

Il 24 maggio 2017, la quindicenne Rosa Di Domenico si è allontanata da Sant’Antimo e dalla sua famiglia con un ragazzo pakistano di 28 anni che frequentava da tempo, tale Alì Qasib. Giorni fa, Rosa ha inviato un video messaggio ai genitori, la qualità delle immagini non è buona e l’unica analisi possibile dei due stralci di video mandati in onda da Chi l’ha visto, è quella linguistica. La seguente analisi, naturalmente, non prende in esame i risvolti legali della vicenda ma si limita a rilevare, per quanto possibile, lo stato psichico della ragazza.

“Ciao, sono Rosa. Oggi è il 4 novembre 2017 e vi invio questo video per dirvi che sto bene (…) e non mi ha mai trattata male, mi sta trattando sempre bene e non mi fa mancare nulla, davvero non mi fa mancare nulla: ho trucchi, piastre per capelli, orecchini, tutto. Ho anche due conigli, che lui mi ha portato per non farmi sentire sola”.

La Di Domenico è credibile quando afferma di star “bene” e di essere trattata “sempre bene” ed è credibile, anche, quando nega le accuse mosse dai suoi genitori a Qasib, “non mi ha mai trattata male”, “non mi fa mancare nulla, davvero non mi fa mancare nulla”.

Da un punto di vista non verbale, l’eloquio di Rosa non mostra segni di stress, a parte quando dice “2017″.

La giovane Rosa Di Domenico di Sant’Antimo

La Di Domenico non si rivolge ai suoi genitori con un mamma e papà perché, quantomeno in questo momento, non le mancano, è presto, sono passati solo pochi mesi dal suo allontanamento da casa e la ragazza sta vivendo questa fuga, ancora, come un’avventura. Il suo distacco affettivo è dovuto al fatto che, ormai, Rosa si sente una donna adulta.

Ali Qasib, il presunto sequestratore di Rosa

E’ possibile escludere, a rigor di logica, che, nel video messaggio, la Di Domenico abbia il volto segnato da lividi, di sicuro Qasib, se l’avesse picchiata, non avrebbe registrato un video con i segni delle percosse in bella mostra ma si sarebbe limitato a farle inviare un semplice audio messaggio. Il trucco è più pesante del solito perché Rosa è più libera e, forse, frequenta donne più grandi di lei.

La mamma di Rosa Di Domenico

Quando la giovane Rosa dice “ho trucchi, piastre per capelli, orecchini, tutto”, parla di sé e delle sue limitate esigenze che Qasib, evidentemente, è in grado di soddisfare appieno.

Il fatto che Rosa dica “Ho anche due conigli, che lui mi ha portato per non farmi sentire sola” ci permette di inferire che Qasib lavori e che, per questo motivo, si allontani da casa per ore. Se i due si trovano in Italia, com’è probabile, il fatto che Alì lavori aiuterà a localizzarli, anche se, il modo più facile per rintracciarli, sarebbe farsi dire dai familiari di Qasib, che di sicuro sono a conoscenza dei loro spostamenti, dove vivano.

In conclusione, quando Rosa dice di star bene, dice il vero. La Di Domenico non sta vivendo questo allontanamento da casa come una violenza, anzi.

Morte di Denis Bergamini: analisi della telefonata del cosiddetto supertestimone

Denis Bergamini

Chi l’ha visto? ha mandato in onda uno stralcio di una telefonata di un cosiddetto (dalla stampa) supertestimone alla sorella di Denis:

“No, comunque son tanti anni che seguo… sempre anche Chi l’ha visto?, guarda, son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa. Quella sera di tanti anni fa, ia… io ero poco più che un ragazzo e mi trovavo per circostanze di lavoro, anche io, dietro… dietro a quel camion, questo camion frena improvvisamente, io dietro di lui mi fermo, piovigginava quella sera, questo camion si ferma e io dietro di lui mi fermo, poi non ripartiva, perché non riparte? che è successo? scendo, e l’autista era ancora nel camion, io apro lo sportello, (incomprensibile) ma cosa è successo? e lui diceva: Mi han…. io… non c’era, non c’era, io non l’ho visto, non l’ho colpito, era già per terra, era per terra, questo diceva: Era per terra, era per terra (…) era per terr… sì, lui diceva questo: Era per terra, era per terra. Dal lato di là, comunque, dalla strada, dalla piazzola, mi sono accorto che c’era… c’erano 3 persone, di cui c’era una donna, una ragazza (incomprensibile) eee questa donna che urlava disperata, ma urlava veramente disperata che io non… non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire, io attraverso la strada e vado dal lato di là, c’erano due uomini e dico a questa signora, questa ragazza, gli dico: Scusate ma è un vostro parente?”.

La prima sequenza “No, comunque son tanti anni che seguo… sempre anche Chi l’ha visto?, guarda, son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa”, è rivelatrice, il “supertestimone” anticipa con l’uso del “potervi” che non ha mai avuto nulla da dire ma che ha appreso quel “qualcosa” che sta per dire da Chi l’ha visto?.

Egli non dice: “son stato sempre tentato… di dirvi ciò a cui ho assistito” o “son stato sempre tentato… di dirvi ciò che so in merito ai fatti” ma “son stato sempre tentato… di potervi dire qualcosa”, rivelando un desiderio di protagonismo.

Le sequenze che seguono lo confermano, non avendo nulla da dire rispetto alla dinamica dei fatti, il “supertestimone” allunga il brodo riferendo dettagli inutili quali: “Quella sera di tanti anni fa”, “ia… io ero poco più che un ragazzo”, “mi trovavo per circostanze di lavoro”, “piovigginava quella sera”. 

“ia… io”, il balbettio sul pronome personale è un segno di stress, compatibile con lo stato psichico di chi mente.

Il fatto che il “supertestimone” senta il bisogno di collocarsi in un gruppo con un “anche io” ci illumina sul suo ragionamento a monte: se c’era altra gente, perché non “anche io”.

Il fatto che ripeta per quatto volte di essere stato “dietro” il camion è sospetto, rivela il suo bisogno di convincere, classico di chi mente.

“io ero poco più che un ragazzo e mi trovavo per circostanze di lavoro, anche io, dietro… dietro a quel camion, questo camion frena improvvisamente, io dietro di lui mi fermo, piovigginava quella sera, questo camion si ferma e io dietro di lui mi fermo, poi non ripartiva, perché non riparte? che è successo? scendo, e l’autista era ancora nel camion, io apro lo sportello,”, il “supertestimone” usa prima i verbi al passato “ero” e “mi trovavo” e poi al presente “frena”, “mi fermo”, “si ferma”,  di nuovo “mi fermo”, “scendo”, “apro lo sportello”, questa variazione indica che il soggetto sta falsificando. Il “supertestimone” non riesce a parlare al passato perché il fatto che narra non è accaduto, egli pensa al presente perché falsifica e per questo motivo usa il verbo al presente.

Dice “c’erano tre persone, di cui c’era una donna”, non Isabella Internò ma una donna. E’ chiaro che se avesse visto una donna urlare “quella sera”, in quella circostanza, oggi potrebbe affermare con certezza che non poteva che essere Isabella, ma se ne guarda bene.

Ripete per due volte che la donna “urlava disperata”, nel tentativo di apparire credibile, la seconda volta aggiunge il gratuito avverbio “veramente”

Il fatto che il “supertestimone” ripeta per due volte “quella sera” indica che vuole convincere l’interlocutore che proprio “quella sera” si trovasse su quella strada, se dicesse la verità non ne avrebbe bisogno.

Il “supertestimone”, dato che ha sempre seguito la vicenda e, a suo dire, si trovava lì “quella sera”, è inaspettato che non chiami per nome il camionista che investì Denis ma parli di lui semplicemente come “l’autista”.

Poiché il “supertestimone” non può dire di aver visto l’incidente in quanto si trovava “dietro”, egli falsifica un dialogo con Raffaele Pisano ricco di ripetizioni: “Mi han…. io… non c’era, non c’era, io non l’ho visto, non l’ho colpito, era già per terra, era per terra, questo diceva: Era per terra, era per terra (…) era per terr… sì, lui diceva questo: Era per terra, era per terra”. Le ripetizioni sono segnali di menzogna.

Dal 12 aprile 2017, la ex fidanzata di Denis, Isabella Internò, è indagata per omicidio premeditato in concorso con Raffaele Pisano, il conducente del camion.

Se il camionista Raffaele Pisano fosse stato complice di chi, secondo la sorella, uccise Denis e ne simulò un investimento, non avrebbe detto a nessuno che Bergamini “era a terra”; se fosse vero ciò che afferma il “supertestimone”, il camionista non sarebbe coinvolto nell’omicidio di Denis e, se i Giudici credessero al “supertestimone”, non avrebbero indagato il camionista per omicidio premeditato in concorso.

Per dovere di cronaca ciò che Raffaele Pisano riferì ai Giudici, all’epoca dei fatti, è molto diverso da ciò che il “supertestimone” ha riferito alla sorella di Bergamini, di sicuro non che Denis “era a terra”; Pisano disse che la Maserati di Denis era in sosta a circa 3-4 metri dalla striscia gialla che delimita la carreggiata, che Bergamini era in piedi vicino allo sportello anteriore sinistro dell’autovettura e che appena l’autocarro giunse alla sua altezza, con un gesto fulmineo il calciatore si gettò sotto la ruota anteriore destra dell’automezzo.

Il “supertestimone” parla di 3 persone ma tralascia di parlare di Denis, il cui cadavere avrebbe dovuto colpirlo più di tutto, “mi sono accorto che c’era… c’erano” è un affermazione debole e sospetta, diversa dall’incisiva “c’erano”.

Infine, per due volte, il “supertestimone” riferisce di non aver capito “io non… non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire”. 

“non riuscivo a capire perché, poi era lì quel momento concitato, non riuscivo a capire, io attraverso la strada e vado dal lato di là, c’erano due uomini e dico a questa signora, questa ragazza, gli dico: Scusate ma è un vostro parente?”, anche in questa occasione l’uso dei verbi un po’ al passato e un po’ al presente ci dice che il “supertestimone” sta falsificando, “non riuscivo a capire” e “c’erano” sono verbi al passato ma “attraverso la strada e vado”, “dico”, “gli dico” sono al presente.

In conclusione, il “supertestimone” ha riferito alla sorella di Denis di non aver avuto nulla da dire in tutti questi anni e si è inventato di aver chiesto all’autista del camion che colpì Bergamini che cosa fosse successo, probabilmente ha mescolato nel racconto fatti che gli sono realmente accaduti, ma che non sono relativi al caso in specie, e notizie apprese dalla televisione. Il “supertestimone” è semplicemente un soggetto non credibile in cerca di visibilità, nulla di più.