APPIAPOLIS: OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI, ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

APPIAPOLIS, 21 marzo 2020
 di Ursula Franco* 

NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

cesaroni 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO
Simonetta Cesaroni

Martedì 7 agosto 1990, intorno alle 23:30, Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca e Salvatore Volponi, Giuseppa De Luca e Mario Vanacore rinvennero il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni sul pavimento di una stanza di un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù sito in via Carlo Poma n. 2, scala B, terzo piano, interno 7, un ufficio nel quale, da circa due mesi, la ragazza si recava ogni martedì e giovedì. Il corpo di Simonetta, trafitto da 29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità del capo e dei capelli scomposti, il pavimento recava impronte rosacee semicircolari, come per parziale detersione; l’ambiente circostante si presentava in ordine, in un angolo erano allineate le sue scarpe da tennis slacciate. Simonetta era arrivata in ufficio intorno alle 15:45 ed aveva aperto con un mazzo di chiavi in suo possesso, alle 17:35 aveva parlato al telefono con una collega, poi, nell’intervallo di tempo tra la fine della telefonata e le 18:30/19:00 orario in cui avrebbe dovuto chiamare Volponi per riferirgli a che punto fosse con il lavoro, Simonetta era stata uccisa. Simonetta Cesaroni aveva 21 anni.

raniero busco 2 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO
Raniero Busco

Circa vent’anni dopo l’omicidio, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco, fidanzato della Cesaroni al momento dei fatti, è stato condannato a 24 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Roma.

Il 27 aprile 2012, Busco è stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Roma.

Il 26 febbraio 2014, la Corte Suprema di Cassazione ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco nonostante il procuratore generale avesse chiesto l’annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio.

Ma veniamo all’analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate da Raniero Busco.

Raniero Busco, essendo stato assolto, è innocente “de iure”, se lo è anche “de facto” mi aspetto che negli anni abbia negato in modo credibile.

Ovvero mi aspetto che abbia ripetuto ai giornalisti, agli inquirenti, al pubblico ministero Ilaria Calò e ai giudici soprattutto queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Simonetta” e “ho detto la verità”. 

Mi aspetto anche che Busco abbia dimostrato, in specie ai giudici, di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

E mi aspetto infine di trovare nelle sue dichiarazioni parole di affetto per Simonetta e di comprensione per la sua famiglia oltre a parole di condanna e disprezzo per il suo assassino, non solo perché gli ho ucciso la fidanzata, o quantomeno un’amica, ma anche perché l’ha costretto a subire un processo per omicidio.

— Busco è stato interrogato nel 2010 durante un’udienza del processo a suo carico dal pubblico ministero Ilaria Calò:

PM Calò: Che tipo di rapporto avevate?

La domanda della PM, essendo generica, lascia molto spazio a Busco e permette a noi di capire quali sono le sue priorità. 

Raniero Busco: Principalmente ci vedevamo nei fine settimana perché io facendo i turni, lavoravo, quindi normalmente ci vedevamo nei fine settimana.

Da notare che Busco non nomina la povera Simonetta.

Busco non descrive lo stato del rapporto da un punto di vista sentimentale ma focalizza semplicemente sulla frequenza con la quale si incontravano. Si noti che ripete per due volte “ci vedevamo nei fine settimana”. Convincere la PM del fatto che lui e Simonetta si vedessero nei fine settimana è la sua priorità ma, poiché non è capace di mentire, fa precedere alla prima frase l’avverbio “Principalmente” e all’ultima “normalmente”, lasciando intendere che non si incontrassero esclusivamente “nei fine settimana”.

PM Calò: I rapporti sessuali che aveva con Simonetta erano rapporti per certi versi violenti o umilianti per lei?

Raniero Busco: No, assolutamente no… guardi, avevamo rapporti normalissimi, non c’è niente di umiliante e niente diii… particolarmente violento.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

“No” è una buona risposta ma Busco la indebolisce facendo seguire alla negazione 17 parole, tra cui un “assolutamente no” che tradisce un bisogno di convincere che generalmente gli innocenti non hanno.  

Quando Busco dice “non c’è niente di umiliante”, parla al presente per non riferirsi ai rapporti avuti con Simonetta, un escamotage che usa per non mentire. 

E poi aggiunge “e niente diii… particolarmente violento”, lasciando intendere, attraverso l’inserimento dell’avverbio “particolarmente”, che invece fossero caratterizzati da un certo grado di violenza.  

PM Calò: Era lei ad aver telefonato? Vi siete accordati per vedervi quel pomeriggio?

La PM commette un errore, fa due domande insieme permettendo a Busco di scegliere a quale domanda rispondere.

Raniero Busco: No, assolutamente, non ero io, cioè non sono stato io.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

Busco risponde alla prima domanda della PM con un “No” ma poi aggiunge 9 parole che indeboliscono la sua negazione. 

L’uso dell’avverbio “assolutamente” tradisce un bisogno di convincere. 

“non ero io” e “non sono stato io” non sono negazioni credibili. 

Busco prova a negare di essere l’autore della telefonata ma non nega di essersi accordato con Simonetta per vedersi quel pomeriggio in seguito ad una telefonata della ragazza.

Dopo l’analisi di questa risposta trovo che sia condivisibile l’assunto dei giudici del primo grado che hanno scritto di “ritenere verosimile che la lunga telefonata dell’ora di pranzo, di cui ha riferito la madre di Simonetta, e che tutte le sue amiche e i suoi colleghi di lavoro hanno attendibilmente negato di avere fatto o ricevuto quel giorno e a quell’ora, abbia avuto come interlocutore proprio il Busco”.

PM Calò: Il 6 dicembre 2004, lei ha fornito ai carabinieri un alibi falso.

Non una domanda ma un’affermazione che purtroppo mette Busco sulla difensiva.

Raniero Busco: No, guardi, questa circostanza, le ripeto, a me mi è stata richiesta nel… nel 2005…

Nel 2004 Busco ha sostenuto di essere stato al bar “Portici” con Simone Palombi nel pomeriggio del 7 agosto 1990, un alibi mai confermato dall’amico. Palombi, infatti, già nel 1990, aveva riferito a chi indagava di essere stato a Frosinone durante tutta la giornata del 7 agosto 1990, di essere tornato a Roma intorno alle 19:45 e di aver visto Busco al bar “Portici” soltanto a quell’ora. Sentito nel 2004 nell’ambito delle nuove indagini relative all’omicidio di Simonetta, Palombi ha confermato la circostanza e l’ha confermata anche nel confronto sostenuto con Raniero durante il quale Busco ha invece ammesso che poteva essersi sbagliato sulla presenza del Palombi al bar quel pomeriggio in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. 

PM Calò: 2004.

La PM lo corregge. 

Raniero Busco:… adesso non mi ricordo la data, 2004, quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni, avevo questo ricordo, infatti al maresciallo dei carabinieri chiesi: “Mi ricordo di essere stato con Simone, non sono sicuro, andate a verificare quello che ho dichiarato all’epoca” e qui la risposta del maresciallo fu: “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è” e da lì è nato l’equivoco, anche perché, ripeto, con Simone ci vedevamo spesso nei pomeriggi in quanto lui all’epoca non lavorava, io ero libero dai turni, spesso mi veniva a trovare nell’officina, quindi spesse volte stavamo… stavamo insieme. Sicuramente ho confuso il giorno perché lo stesso Simone, mi sembra che l’8 agosto del ’90, sentito dagli inquirenti, aveva detto di essere stato da un’altra parte, cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno, non sarà stato quel giorno, sarà stato il giorno prima, cioè con Simone ci vedevamo spesso.

Busco risponde inizialmente con un “No” ma poi sente il bisogno di esibirsi in una lunga tirata oratoria di ben 202 parole durante la quale apre alla possibilità di essersi sbagliato.

Raniero Busco, nonostante la PM gli abbia appena riferito la data esatta del colloquio, ovvero “6 dicembre 2004”, dice di non ricordarla e, nonostante il suggerimento, continua a giocare con le date dicendo “quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni”.

Busco riferisce alla PM che il maresciallo gli avrebbe detto “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è”, in realtà il verbale c’è, la verità è che nel verbale del ’90 non c’è nessuna dichiarazione di Raniero in merito ai suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché, nel 1990, nessuno chiese a Busco dove fosse stato nel pomeriggio del 7 agosto, né il dr. Antonio Del Greco, che lo interrogò alle 6:30 del mattino dell’8 agosto, dopo averlo fatto prelevare in Aeroporto, né l’ispettore Fabrizio Brezzi che lo interrogò due giorni dopo, il 10 agosto 1990.

Dal processo a Busco, le testimonianze degli inquirenti che si occuparono dell’omicidio di Simonetta Cesaroni:

Dr. Nicola Cavaliere, dirigente della Squadra Mobile: (…) non era sicuramente una persona su cui noi quella notte puntammo la nostra attenzione (…) certamente non è stato un… un verbale molto approfondito, sempre in quell’ottica ecco di… anche perché il Busco, se non vado errato (…) risultò che non sapesse neanche dove… dove la ragazzina lavorasse (…).

Ispettore Fabrizio Brezzi: (…) mi hanno da subito detto che aveva un alibi già… già accertato, già, diciamo, conclamato, diciamo, e quindi perché io non lo chieda non lo so, posso soltanto fare delle (…) che aveva un alibi e che non poteva essere lui il responsabile, all’epoca questo si diceva in ufficio (…) questo era quello che si diceva in ufficio, quando io, appunto, sono tornato, ho chiesto le posizioni dei… delle varie persone implicate, appunto, potenzialmente nella vicenda e mi fu detto che il Busco non poteva essere perché si trovava a lavoro (…).

Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile: (…) A quel punto occorreva conoscere questa… questa ragazza e la dovevamo conoscere attraverso una testimonianza pulita da parte dei … dei testi e non… non condizionata dalla… dalla richiesta per esempio di cosa avesse fatto lui nel corso del pomeriggio (…) non avevamo neanche certezza peraltro circa l’orario della morte, perché non era scritto da nessuna parte l’orario della morte della… della ragazza (…) Così come non è stato chiesto a lui che cosa avesse fatto quel pomeriggio, non è stato chiesto neanche a Volponi (…) ritengo che la testimonianza che il Busco dovesse rendere quel… quel giorno, era per dare indicazioni, quindi diciamo che veniva sentito ancora ulteriormente come teste, quindi non era assolutamente indagato, né la sua posizione era sospetta. Anche alla luce, ripeto di quel particolare che ritenni importante, nel momento in cui avviai l’indagine, di accertare in maniera precisa, che non vi fosse conoscenza del posto di lavoro da parte … da parte di lui. Cioè lui aveva fatto una dichiarazione e secondo me quella era una dichiarazione importante. Così lui, come l’aveva fatta anche… anche Volponi, non conoscere il posto di lavoro (…) non ho chiesto l’alibi. Non gli ho chiesto perché da Busco Raniero io mi aspettavo una come… una collaborazione, se io avessi chiesto l’alibi a Busco Raniero avrei trovato sicuramente una chiusura perché era una persona che improvvisamente, di colpo, gli veniva contestato un qualche cosa, era una…. una strategia investigativa (…)

L’ispettore Danilo Gobbi, a sua volta, durante un’udienza, ha confermato che quella notte Busco era stato prelevato dalla Polizia sul posto di lavoro e ha confermato alla PM che, verosimilmente, non gli era stato chiesto alcun alibi dato che il cadavere era stato rinvenuto alle undici di sera, un orario in cui Busco stava facendo appunto il turno di notte all’aeroporto di Fiumicino.

Da notare che Busco, nel finale “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno”, per non mentire, non dice di essere stato interrogato sull’alibi né di aver detto di essere stato con Simone ma fa solo ipotesi e spera che chi lo ascolta tragga personali conclusioni. 

PM Calò: omissis

Raniero Busco: Guardi, io quel pomeriggio ricordo face… quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni. Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio, poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva. Adesso io non ricordo se c’era Simone, Fabrizio, comunque sia, era, diciamo, routine, andare al bar quasi tutte le se… tutti i pomeriggi per stare quell’oretta lì. E poi ripeto, quando facevo questo turno di notte, stavo fino all’ora di cena, poi tornavo a casa e riprendevo il turno a Fiumicino, quindi era questa, era un… diciamo una routine, le giornate erano più o meno tutte uguali, quindi anche quel giorno ho fatto quelle cose, io questo ricordo. Poi se gli altri mi hanno visto, non mi hanno visto… io questo non glielo posso dire.

1) Busco inizia a rispondere parlando del pomeriggio del 7 agosto 1990 “io quel pomeriggio ricordo face…”, il fatto che dica “ricordo” è un’indicazione che sta per dire il vero ma anche che in precedenza ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con “ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne dette in precedenza. In ogni caso, prima di riferire alcunché, Busco si autocensura e

2) poi comincia a raccontare alla PM della sua routine “quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni”, 

3) poi torna a parlare di quel pomeriggio “Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio” senza specificare quanto sia rimasto in officina e che cosa intenda per “tardo pomeriggio”

4) e infine torna a parlare della sua routine “poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva”.

Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno sul quale viene interrogato.

Raniero Busco: Allora io sono… iniziavo i turni di notte, ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato…

Busco sta parlando del giorno 7 agosto 1990 e quando dice “ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato” è credibile perché prende possesso di ciò che dice, parla di un fatto preciso e usa il verbo al passato.

PM Calò: A che ora?

La PM gli fa una domanda precisa sempre sul 7 agosto 1990.

Raniero Busco: Andavo… uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 7:00 di mattina, poi con i mezzi sociali tornavo a casa, quindi alle ore 8:00 stavo più o meno, 8:00 insomma dipende poi dal traffico da Fiumicino a… a dove ho casa tutt’ora e d’abitudine andavo a riposare fino all’ora di pranzo, quindi…

Busco non risponde a tono, invece di far riferimento al 7 agosto 1990, continua a parlare della sua routine. 

Da notare che Busco riferisce alla PM che il suo turno in Aeroporto iniziava alle 23:00. 

PM Calò:  Quindi era andato a dormire.

La PM si riferisce ancora al 7 agosto 1990. 

Raniero Busco: Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due. Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine… noi all’epoca avevamo una officina sotto casa, scendevo per fare dei piccoli lavoretti nell’officina. Qui rimanevo, normalmente, di solito, fino a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi anche perché…

Quando Busco dice “Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due” parla del 7 agosto 1990 ma poi, per non parlare di quel giorno, torna a descrivere la sua routine “Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine (…) scendevo (…) rimanevo, normalmente, di solito (…) quindi il pomeriggio tardi anche perché…”. Da notare che è dal racconto del pranzo che Busco comincia a riferirsi a quella che era la sua routine.

PM Calò: Mi scusi, ma come faceva questi lavoretti nell’officina?

Raniero Busco: Avevamo quell…

PM Calò: Tutti i giorni? Avevate un’officina?

Raniero Busco: Sì, sì, avevamo una officina di macchine agricole e motorini, quindi, spesso e volentieri, venivano amici con piccoli problemi e insomma li… li aggiustavamo insieme, stavamo insieme. Quindi verso… posso?

E’ Busco a specificare che non lavorava in officina tutti i giorni ma “spesso e volentieri”.

Busco aggiunge al racconto cinque parole non necessarie ”li aggiustavamo insieme, stavamo insieme” mostrando di avere bisogno di nascondersi tra la folla, un bisogno che gli innocenti non hanno. 

PM Calò: Prego, prego.

Raniero Busco: E poi era consuetudine che a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi, sei e mezza, sette, uscivo per recarmi al bar dove era la comitiva. Lì rimanevo fino…

Busco non dice di essersi recato al bar nel pomeriggio del 7 agosto 1990 ma riferisce soltanto che recarsi al bar era una “consuetudine”.

Raniero Busco spera di riuscire a convincere i giudici che anche il 7 agosto 1990 si trovasse al bar al solito orario, un orario, peraltro, le sette di sera, che gli avrebbe comunque permesso di commettere l’omicidio. In ogni caso, all’indomani dei fatti, il suo amico Simone Palombi riferì agli inquirenti di aver visto Busco al bar solo alle 19:45.

PM Calò: No, ecco, dovrebbe un po’ focalizzare su quel giorno.

La PM chiede a Busco di focalizzare sul 7 agosto 1990 proprio perché lui continua a parlare di ciò che era “consuetudine”, delle sue “abitudini”, di ciò che “normalmente, di solito” faceva e non del pomeriggio del giorno dell’omicidio. 

Raniero Busco: Quel giorno… eh, quel giorno come… come… come insomma gli altri giorni sono rimasto a riparare la macchina di mio fratello Paolo fino a una certa ora, quindi, adesso non ricordo di preciso, sono uscito poi verso le sei e mezza, sette, credo, e mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino. Questa è diciamo que…

Il fatto che Busco, invece di parlare del pomeriggio del 7 agosto 1990, continui ad equipararlo al pomeriggio degli altri giorni ci permette di inferire che quel pomeriggio non fu un pomeriggio come gli altri. 

“fino ad una certa ora” non rappresenta un riferimento temporale preciso, anzi.

Quando Busco dice “sono uscito poi verso le sei e mezza, sette” non precisa da dove fosse uscito a quell’ora. Con tutta probabilità, anche chi uccise Simonetta, uscì intorno alle “sei e mezza, sette” dall’ufficio di Via Carlo Poma n. 2. 

“dopodiché” rappresenta una lacuna temporale. Busco, dopo aver lasciato il bar, prima di tornare a casa, ha fatto qualcosa che non ci dice, non necessariamente qualcosa di rilevante, potrebbe essersi semplicemente fermato a fare benzina o a comprare le sigarette.

Quando Busco dice “mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino” è credibile. Da notare che in questa occasione non fa alcun riferimento alla routine, che ha ripetutamente introdotto in precedenza quando ha raccontato gli accadimenti di quel pomeriggio precedenti al suo arrivo al bar.

 PM Calò: Dopodiché?

Raniero Busco: Dopodiché all’inci… alle 03:00 di notte, credo, adesso non mi ricordo con precisione l’orario, sono venuti i Poliziotti che mi dicevano di andare con loro e non… non dicendomi quello che era successo, dice: “Devi venire con noi, dobbiamo andare in Questura” e da lì mi hanno portato in Questura, a Via Genova, e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto. Sono rimasto…

Questo racconto di Busco è credibile. 

Quando Busco dice “e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto”, ancora una volta non usa termini appropriati come “omicidio”, “uccisa” o “ammazzata” ma minimizza facendo ricorso al termine “accaduto”. Inoltre, neanche in questa occasione nomina la povera vittima eppure per lui sarebbe stato assai più semplice dire “Mi hanno detto che Simonetta era stata ammazzata” o quantomeno “Mi hanno detto che Simonetta era morta”.

PM Calò: Ma è stato interrogato?

Raniero Busco: Sì, sono stato interrogato … sono rimasto, mi ricordo io, fino all’ora di pranzo, fino all’una, credo, poi da lì mi hanno rimandato a casa e mi sono rivenuti a riprendere nello stesso giorno, nel pomeriggio, mi sono venuti a prendere…

Questo racconto di Busco è credibile, il verbo è coniugato al passato e la frase “mi ricordo” ci confermano che sta dicendo il vero.

Il fatto che Busco dica “mi ricordo” riguardo all’orario d’uscita dalla caserma, è un’indicazione che ha mentito in precedenza, che ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con un “mi ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “mi ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne raccontate in precedenza.

PM Calò: E che cosa le è stato chiesto?

Raniero Busco: Eeh… mi è stato chiesto quello che avevo fatto, presumo, il problema è questo: Che adesso, a distanza di… di vent’anni cioè non risulta a verbale quello che io abbia dichiarato quel giorno… eee… cioè è assurda una cosa del genere, secondo me, poi… non so quello che ha succ… sic… sicuramente, perché, ripeto, quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi, hanno fatto pressioni psicologiche dicendomi: “Guarda che cosa hai fatto, diccelo, confessa” e da lì sono stato rimandato a casa, poi. Tutto questo mi pare… poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato. Quindi io non…

Busco, poiché non vuole riferire alla PM dove si trovava nel momento in cui veniva uccisa Simonetta, fa ricorso ad una lunga tirata oratoria durante la quale si incarta clamorosamente.

E’ l’emotività che spinge Busco a rispondere con 133 parole ed è brava la PM a non interromperlo, dalle tirate oratorie di sospettati, indagati e imputati si possono estrapolare informazioni importanti ma, soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso.  

“quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso: mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi” è una sequenza incriminante. Solo un assassino può sentirsi “messo di fronte all’evidenza”, peraltro Busco spiega dettagliatamente che cosa lui intenda per “evidenza”, “evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi”.

Busco cerca di aggrapparsi agli errori fatti dagli inquirenti quando dice “poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato”. 

La frase di Busco “Quindi io non…“ è monca, o a causa di un’autocensura o perché la PM lo ha interrotto. Se l’interruzione fosse volontaria sarebbe un invito alla PM e ai giudici a trarre conclusioni che l’imputato non trae per non mentire. 

PM Calò: Ma lei ricorda che cosa aveva detto in quella circostanza?

Non una buona domanda perché permette a Busco di tornare a sottolineare ancora gli errori investigativi, peraltro la PM è a conoscenza del fatto che chi indagò nel 1990 non chiese a Busco dove avesse passato il tardo pomeriggio del 7 agosto. 

Raniero Busco: Sicuramente ho detto che ero a casa anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era, diciamo, una routine, una abitudine. Ho ricostruito con i miei familiari, con i miei amici così… quello che avevo fatto quel giorno. Quindi sicuramente ho detto… ho detto quella cosa lì, il problema è che non sta… è stato messo a verbale, cioè io questa cosa l’ho saputa nel 2005 che non c’era la mia versione dei fatti.

Ancora una volta Busco descrive il pomeriggio del 7 agosto 1990 come un pomeriggio come gli altri “una routine, una abitudine”. 

Busco è privo del cosiddetto “muro della verità” e per tentare di convincere il suo interlocutore fa ricorso a:

1) “Sicuramente ho detto” 

2) “sicuramente ho detto… ho detto”

3) “anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era diciamo una routine, una abitudine” è un tentativo di spiegare il motivo per il quale non ricorda. La presenza dei due “diciamo” ci suggerisce che Busco è approssimativo.

Da notare che Busco non ha speso una parola per la vittima, appare quindi fuori luogo che definisca gli eventi iniziati alle 3:00 dell’8 agosto “il mio evento traumatico”. “traumatico” in che senso? Avrebbe dovuto chiedergli la PM.

PM Calò: Va bene. Lei ha mai dato morsi a Simonetta?

Raniero Busco: Assolutamente.

“Assolutamente” non ha valore di “No”. “Assolutamente” non è una negazione credibile.

PM Calò: No.

Un suggerimento.

Raniero Busco: No. Assolutamente no.

La risposta è stata contaminata dalla PM. Busco ripete a pappagallo il “No” ma poi dice “Assolutamente no” mostrando ancora una volta di essere privo del “muro della verità”.

PM Calò: omissis

Raniero Busco: No, la mia coscienza era pulita quindi perché avrei dovuto esa… esaspe… cioè… nel senso… io non avevo fatto niente e loro mi hanno anche schiaffeggiato, quindi…

“la mia coscienza era pulita” non è una negazione credibile.

Dire di avere “la coscienza pulita” non equivale a negare l’azione omicidiaria, peraltro i soggetti che non provano senso di colpa e rimorso, come i sociopatici, hanno sempre “la coscienza pulita”.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile. Busco continua a non nominare Simonetta e a minimizzare usando il termine “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe l’uso delle parole “ucciso”, “ammazzato” e “Simonetta”. 

Da notare che Busco dice “loro mi hanno anche schiaffeggiato” senza specificare chi lo avrebbe schiaffeggiato. 

E’ un’incredibile coincidenza che l’omicida abbia schiaffeggiato Simonetta, a mio avviso, proprio dopo aver ricevuto un primo schiaffo da lei. 

Nelle Motivazioni della Sentenza di Primo Grado, in massima parte condivisibili, i giudici hanno scritto: “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi (al riguardo è sufficiente una rapida scorsa alle rispettive testimonianze: ad esempio, Volponi, su altre circostanze quantomeno impreciso, ricorda perfino di aver scambiato qualche parola con l’uomo delle pulizie nei pressi della tabaccheria, Cipollone Gaetano che ha confermato) (…) E’ indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che il Busco fosse il meno “coinvolto” tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, (e sui quali egli asserisce anche di essere stato interrogato nel ’90 e proprio sui suoi movimenti del pomeriggio, per di più a suon di ceffoni e con l’ostensione delle foto del cadavere, e dunque avendo validissimi motivi per ricordare), in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una Volante della Polizia in piena notte e poi trattenuto per molte ore in Questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro”.

PM Calò:  Ecco un’altra domanda ancora, sempre a proposito di questi interrogatori a cui è stato sottoposto in Questura, insomma di queste domande che le hanno fatto.

Raniero Busco: Del ’90, parla?

PM Calò: Prego?

Raniero Busco: Dell’epoca, del ’90?

PM Calò: All’epoca, all’epoca, all’epoca, nel ’90. Come mai lei non ha mai detto niente di questo, insomma, non ha mai rappresentato questa cosa che aveva subìto in Questura?

Raniero Busco: A chi scusi?

PM Calò: Una denuncia, per esempio.

Raniero Busco: Erano stati… cioè sono stati due schiaffi, ho… ho pensato che in quel momento era prassi comportarsi così, credo, poi ripeto…

PM Calò: Va bene.

Raniero Busco:… a venti… ventitré anni, quindi ge… mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte, quindi lascio immaginare il mio stato d’animo.

Da notare che quando Busco dice “mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte” evita per l’ennesima volta di nominare la povera Simonetta Cesaroni.

E’ interessante che Raniero Busco non descriva il proprio stato d’animo ma lo lasci soltanto “immaginare”, come se la sua fosse stata un’esperienza comune ai suoi interlocutori.

— Raniero Busco interrogato in aula dall’Avv. Mondani (parte civile per Paola Cesaroni) ha affermato: Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato.

La risposta data da Busco all’avvocato “Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato” non è dissimile da una risposta data in precedenza alla PM “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare”.

In realtà gli inquirenti “lasciarono andare” Busco quella notte ed il giorno seguente perché commisero un errore grossolano, non lo interrogarono sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta, Raniero si trovava al lavoro, inoltre credettero a Busco quando gli disse di non sapere che Simonetta lavorava in via Carlo Poma. E infine, incredibilmente, non si preoccuparono di informarsi sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 neanche quando, dalle risultanze dell’esame medico legale, vennero a conoscenza dell’orario della morte della Cesaroni. 

— Nell’intercettazione ambientale del 13 aprile 2005, delle ore 15:50 del colloquio svoltosi tra Simone Palombi e Raniero Busco nell’anticamera del Procuratore Aggiunto allorchè i due erano in attesa di essere chiamati per effettuare il confronto di cui sopra Busco si preoccupa di chiedere all’amico se già l’8 agosto 1990 egli avesse riferito agli inquirenti di aver passato il pomeriggio dell’omicidio in visita ad una zia suora e se tale circostanza fosse stata verbalizzata, lamentando, posto che le loro dichiarazioni non erano collimanti, “perché non m’hai chiamato, non c’hai chiamato subito pe’ chiari’ ‘ste cose” (Motivazioni della sentenza di primo grado).

Raniero Busco: Ma .. tu .. io quello che ti volevo chiedere, a te quando t’han… quando t’hanno sentito? Quindici anni fa o adesso? Quand’è la prima volta che t’hanno sentito a te, che t’hanno chiesto che facevi quel giorno?

Simone Palombi: A me .. io non mi ricordo di ‘sta volta o quindici anni.

Raniero Busco: Cioè tu, quindici anni fa hai messo a verbale qualcosa? No? T’hanno sentito a te?

Raniero Busco: Io quello che voglio di’… se tu hai dichiarato quello là e l’hanno messo a verbale… OK, può darsi pure che me so’ sbagliato io.

Raniero Busco: Più adesso, sono quindici anni, io la mano sul fuoco non ce la metto che… che t’ho detto che stavo con te. Io lo… lo… ciò ‘sto flash perché… a parte confermato da quello che ho dichiarato quel… quel giorno che era successo il giorno dopo, quindi tu .. mi dici a me che ho fatto quel pomeriggio no… Cazzo sei il primo indiziato… io ho fatto, io so’… stavo… mi ricordo che stavo con te, ci siamo fermati lì da (inc.) a fa’ benzina e poi non so so’ do’ cazzo siamo andati, siamo andati al bar… intorno a quell’ora… lo…. ma se tu… se tu però… quello voglio di’ io, se tu invece… è una cosa che t’hanno chiesto dopo dieci anni… è normale, ce sta il… il dubbio che tu ti puoi essere pure… te puoi sbaglia’ con un altro giorno no!? Capito che te voglio… io è questo… solo questa cosa qui… poi il resto tranquillo, non c’è…

Busco cerca di insinuare il dubbio nell’amico.

Simone Palombi: No, io so solo che quel giorno, guarda, io ho parlato pure con mia madre, perché siamo andati … – dice guarda, siamo andati al paese, la mattina e semo ritornati (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Non è che era il lunedì?

Busco cerca di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli che poteva essere il lunedì (Simonetta fu infatti uccisa martedì 7 agosto 1990).

Simone Palombi: No no, perché… no… perché, lo sai perché? Perché io c’ho pure il toso… m’hanno richiesto pure il co… – perché siete andati là? – Ho fatto – guarda, c’ho una zia così, si può di’ che era morta e… stava… in fin di vita, infatti è morta quella (inc. voci sovrapposte) all’una e mezza –

Raniero Busco: (inc.) Sì, però quello che te voglio di’, perché quando era… allora dove… non avrei mai detto che stavo con te, hai capito quello (inc. voci sovrapposte) No… sì, cazzo, io non me lo ricordo, cioè… il giorno… il giorno… è successo, il giorno dopo… io non mi ricordo quello che ho fatto il giorno prima? Capito che ti voglio di’? Io, è questa la cosa… il mio… l’unica mia… dico, perplessità no!?… Tu sicuro che non era… non era lunedì?

Busco cerca ancora di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli ancora una volta che poteva essere il lunedì.

Simone Palombi: No, ee… ho… te giuro que… cento volte con mia madre… Lo sai perché, siamo andati lì oh… si ricorda pure mia madre, alla mattina e semo tornati prima de cena, il sette… il sette questo.

Raniero Busco: Il sette era martedì?

Simone Palombi: Il sette! Che cazzo ne so

Raniero Busco: Martedì… eh.

Simone Palombi: Il sette! Poi io… alla sera, siamo ritornati alle otto, alle sette… non so se so’ uscito, non mi ricordo un cazzo, so solo che il giorno dopo sono andato a fa’ una visita all’ospedale… al San Giacomo, che de… dovevo parti’ alla sera per anda’ in Sardegna e il pomeriggio so’ venuto da te, te ricordi che stavamo da te e dopo due minuti è venuta la Polizia e c’hanno portato là. Sono sicuro (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Me lo ricordo sì, quello me lo ricordo Simo’, però…

Da notare il “però” che serve a Busco per tentare di insinuare nuovamente il dubbio.

Simone Palombi: Solo ‘ste cose mi ricordo.

Raniero Busco: Comunque questi… cioè te di’ quando… contesta’ una cosa del genere, io… cioè se tu… tu a… asserisci questo, per me, oh, è così, però… (inc. voci sovrapposte) io quello che me chiedo è come mai… se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito (inc. voci sovrapposte).

Un altro “però” serve ancora a Busco per tentare di insinuare il dubbio.

Busco dicendo “se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito” vuol far pensare all’amico di aver fatto la dichiarazione anche nel 1990, in realtà non dice di aver detto nel 1990 che era con lui tanto che non riesce a dire “e questo qui non me l’hanno contestato subito” ma “e questo qui non ce l’hai contestato subito” perché, non avendogli mai chiesto dove fosse stato, non potevano di certo contestargli nulla.

Simone Palombi: Io l’avevo detto pure la prima volta, quando m’avevano chiamato? Cinque mesi fa?

Raniero Busco: Eh, ho capito, però un conto è quello che dichiari il giorno dopo e un conto che lo dichiari dopo dieci anni, io non mi ricordo manco quello che ho magnato l’altro mese, cioè quello che ho fatto l’altro… il mese scorso.

L’ennesimo tentativo di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Ma io sicuramente… ma… Ranie, sicuramente me l’avranno chiesto pure a me come dici te.

Raniero Busco: E perché non l’hanno messo a verbale allora?

Simone Palombi: Io, sicuramente, sicuramente avrò detto che io ero stato a Vallecorsa tutta la (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Sì ma me pare strano che non l’hanno messo a verbale, a… a… a Simo’.

Simone Palombi: E che ne so, non lo so (inc) Ranie, non lo so.

Raniero Busco: Hai capito? Se io dico… io dico… allora, per farme l’alibi, per esempio… loro hanno (inc. voci sovrapposte) sì ma io so’ stato il primo, prima entro io – tu fatti l’alibi, chi t’ha visto? Dove sei stato? – stavo con Simone quel giorno e ok! Sentono a te…

Busco vuol far credere a Simone di aver detto agli inquirenti “stavo con Simone quel giorno“ ma lo fa precedere da un “per esempio” che ci rivela che sta facendo semplicemente un esempio.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Per prima cosa… E non lo metti per iscritto? Cioè scusa, se c’era la… la deposizione tua, tanto di cappello oh, avrò sbagliato io, che te devo di, me so’… me sarò confuso, che non c’avrò capito niente quel giorno.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Ma se tu… adesso a te t’hanno sentito dopo quindici anni e gli dici – io so’ stato … sì, non è vero, so’ stato da un’altra pa – cioè lascia il tempo che trova, ma mica per te eh, per… per loro… lo… ci sta una dichiarazione.

Raniero Busco: Ci vuole la massima collaborazione ma più di questo che devo fa’? Cioè la cosa è stata che tu mi … mi chiedi di sforzarmi de ricorda’ quello che ho fatto io quindici anni fa… capisco che la cosa è grande, ma io se… ma io adesso la mano sul fuoco non ce la metto che … che stavo con te! Capito quello che ti voglio di, solo questo.

Dal tenore complessivo della conversazione si desume il tentativo da parte del Busco di far coincidere le due versioni o inducendo nell’amico il dubbio (il lunedì anziché il martedì), oppure, laddove fosse risultata verbalizzata fin dal 1990 la versione del Palombi, prospettando l’impossibilità per lui (Busco) di ricordare cosa avesse fatto a distanza i quindici anni (Motivazioni della sentenza di primo grado).

— La seguente intervista, rilasciata da Raniero Busco al giornalista Giampiero Marzi a meno di un mese dall’omicidio di Simonetta, è stata pubblicata sul quotidiano “Il momento locale” il 4 settembre1990 e trascritta nelle motivazioni della sentenza di primo grado:

Giornalista: Io non so neanche quanti anni hai tu.

Raniero Busco: Ventiquattro.

Giornalista: Ventiquattro, e lavori, lavoravi?

Raniero Busco: Lavoro… lavoro.

Il fatto che Busco ripeta per due volte la parola “lavoro” ci annuncia che il “lavoro” è un tema importante per lui. Raniero Busco, come vedremo, non deluderà le nostre aspettative.

Giornalista: Quando hai conosciuto Simonetta?

Raniero Busco: Due anni fa.

Giornalista: Due anni fa, e ci puoi raccontare dove l’hai conosciuta?

Raniero Busco: L’abbiamo conosciuta tramite amici, l’ho conosciuta qua a Roma.

E’ inaspettato che Busco non nomini Simonetta, che inizialmente parli al plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” e solo in seguito affermi “l’ho conosciuta qua a Roma”, ancora una volta senza nominarla. 

L’uso del plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” tradisce un desiderio di nascondersi tra la folla che generalmente gli innocenti non hanno. Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per duplice omicidio e Marco Mottola, indagato per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno fatto di frequente ricorso a questo escamotage.

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Perché hai detto questo? Non devi dire queste cose.

La Teatini si meraviglia del fatto che il figlio abbia detto al giornalista che conosceva la Cesaroni e lo esorta a “non dire queste cose”. Il fatto che la madre di Busco inviti Raniero a prendere le distanze dalla povera Simonetta ci induce a ritenere che la madre tema che il figlio sia coinvolto, un comportamento comune a molti dei familiari di soggetti sospettati o/e indagati.

Giornalista: No, è soltanto… così…

Il giornalista cerca di giustificarsi con la Teatini, evidentemente teme che la donna gli impedisca di intervistare Raniero.

Raniero Busco: Normale conoscenza tra amici, tramite amiche, me l’hanno presentata… così.

Busco, dicendo “Normale conoscenza tra amici”, prende le distanze da Simonetta. 

Giornalista: Quanto tempo fa mi hai detto?

Raniero Busco: Due anni.

Giornalista: In due anni hai avuto modo di conoscerla bene?

Raniero Busco: Abbastanza.

Giornalista: Che ricordo hai di lei?

Raniero Busco: Un buon ricordo… un buon ricordo.

Busco, inaspettatamente, non solo non dedica neanche una parola d’affetto alla vittima ma neanche la nomina.  

Giornalista: Ci puoi raccontare cosa successe quel 7 agosto? Ti telefonò la sorella Paola?

Il giornalista non solo sbaglia a fare due domande perché permette a Busco di scegliere a quale domanda rispondere ma introduce un’avvenimento relativo alla sera del 7 agosto 1990 che avrebbe dovuto riferirgli Raniero. 

Raniero Busco: Niente, io non so niente di quel giorno… quel giorno io stavo lavorando… quindi…

Busco fornisce una risposta evasiva e nel finale ricorre all’autocensura. 

“Niente, io non so niente di quel giorno” non è un modo credibile di negare di aver ucciso Simonetta. Raniero Busco non può non sapere “niente” di quel giorno, mica era in coma farmacologico. Peraltro il giornalista lo ha invitato a parlare della telefonata che gli fece la sorella di Simonetta dopo il ritrovamento del cadavere, non degli avvenimenti del pomeriggio.

Da notare che Raniero Busco, dicendo “quel giorno io stavo lavorando…”, tenta di lasciar intendere al giornalista che stesse lavorando mentre la Cesaroni veniva uccisa, invece Busco cominciò il suo turno in Aeroporto solo alle 23:00, ovvero dalle 4 ore e mezzo alle 5 ore e mezzo dopo l’omicidio. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto.

Quando la Teatini dice “Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto”, vuol lasciare intendere che nel pomeriggio del giorno dell’omicidio suo figlio stesse lavorando nell’officina sotto casa, ma, per non mentire, non specifica né il giorno né l’orario in cui Raniero sarebbe stato “lì a lavorare”. La Teatini spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Il fatto che la Teatini cerchi di fornire un alibi a Raniero per il pomeriggio del 7 agosto 1990, seppure in maniera abborracciata, è la riprova che di questo fantomatico alibi, evidentemente, in casa Busco, a circa un mese dall’omicidio di Simonetta, si continuava a parlare.

Raniero Busco: Io non sapevo nemmeno dove stava questo… dove lavorava in via Carlo Poma… quindi…

Busco non commenta ciò che ha detto sua madre, né smentisce, né conferma di aver lavorato nell’officina sotto casa.

Quando Raniero dice “Io non sapevo nemmeno dove stava questo…” non solo si autocensura ma sceglie di usare il termine “questo” (e non “quello” o “quell’ufficio”) per riferirsi all’ufficio di via Poma, mostrando vicinanza al luogo dove è stata uccisa la Cesaroni. 

Ancora una volta Busco prende le distanze dalla vittima non nominandola ma limitandosi a dire “dove lavorava in via Carlo Poma…” senza neanche usare la terza persona singolare femminile “lei”.

“quindi…” è un’altra frase monca, Busco spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Giornalista: E come mai non lo sapevi, cioè vi incontravate solo il sabato e la domenica voi?

Il giornalista, invece di fare una domanda aperta, invita Busco a dire che incontrava Simonetta “solo il sabato e la domenica”, un errore grossolano.

Raniero Busco: Sì, io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni, quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh.

Busco, su suggerimento del giornalista, risponde affermativamente ma poi non conferma che lui e Simonetta si vedessero solo il sabato e la domenica, torna a parlare del suo lavoro “io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni” e a prendere le distanze da Simonetta  “quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh”. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Lavorava all’Alitalia.

La Teatini sottolinea ciò che ha appena riferito suo figlio.

Raniero Busco: Cioè lavoro all’Alitalia, quindi, se è… ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente.

Ancora una volta Busco ricorda al giornalista che lui lavora “all’Alitalia”. 

E’ interessante il fatto che Busco torni sulla frase del giornalista “vi incontravate solo il sabato e la domenica voi” precisando “ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente”, egli infatti, togliendo l’avverbio “solo” e aggiungendo l’avverbio “generalmente”, ci dice che poteva anche capitare che si incontrassero durante la settimana. 

Giornalista: Quindi neanche aveva motivo di dirti dove lavorava in questo ufficio.

Ancora una volta è il giornalista a suggerire una risposta. 

Raniero Busco: Sapevo che lavorava sulla Casilina, ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto.

Il Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile che nel 1990 indagò sull’omicidio della Cesaroni, ha riferito di aver creduto che Busco non conoscesse l’indirizzo dell’ufficio di via Poma pertanto mi sarei aspettata che Raniero rispondesse con un “No” ed invece ha mostrato di avere bisogno di convincere.

Giornalista: Quando ti sei visto l’ultima volta con Simonetta?

Raniero Busco: Il giorno prima del fatto.

Chiamare l’omicidio di Simonetta “il fatto” è un modo di minimizzare. Busco usa una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe usare il termine “omicidio”. Per questo stesso motivo Busco evita di fare il nome della povera vittima. 

Giornalista: Proprio il giorno prima e come vi siete lasciati?

Raniero Busco: Niente, ci siamo visti mezz’ora… siamo… capito…  perché lei…non ci dovevamo nemmeno vedere perché… eravamo rimasti d’accordo che ci vedevamo dentro la settimana, venerdì, in quanto facevo le notti io… quindi ci dovevamo vedere… niente… invece lei è capitata lì al bar dove ci incontravamo di solito… è stata mezz’ora con me… e: “Ciao, ciao”, siamo andati a casa a mangiare perché dovevo andare a lavorare io… finita lì.

La domanda è sensitiva, la lunghezza della risposta, le pause e le autocensure provano che Busco è in difficoltà e che è in ballo la sua emotività. 

Busco torna a parlare dei suoi turni di lavoro “in quanto facevo le notti”.

Da notare che Raniero ripete per due volte che si videro solo mezz’ora, un modo per prendere le distanze dalla Cesaroni.  

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Ha fatto il turno di notte, capito?

La Teatini si intromette ripetendo che il figlio “Ha fatto il turno di notte”, sembrerebbe un’informazione di nessuna rilevanza, posto che il fatto che Busco abbia lavorato in Alitalia di notte non gli fornisce di certo un alibi per l’orario dell’omicidio. Ne approfondiremo il senso.

Raniero Busco: Facevo il turno di notte, iniziavo alle nove.

Busco fa ancora riferimento al suo turno di notte. 

Da notare che Busco, a un mese dall’omicidio, ha detto al giornalista di aver iniziato il turno “alle nove” mentre, durante il processo, ha riferito alla PM Calò che il suo turno iniziava alle 23:00 “Andavo … uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 07:00 di mattina”. Non un dettaglio da poco.

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate da chi indagò sull’omicidio di Simonetta appare chiaro il perché Busco e sua madre, durante l’intervista al giornalista Marzi, abbiano ripetutamente fatto riferimento al lavoro in Alitalia e ai suoi turni di lavoro “quel giorno io stavo lavorando”, “io faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia, faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia”, “facevo le notti io”, “perché dovevo andare a lavorare io” e “Facevo il turno di notte”. Raniero Busco era infatti a conoscenza del grave errore investigativo fatto dagli inquirenti che esclusero un suo coinvolgimento solo perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta lui si trovava al lavoro. 

Solo chi ha indagato nel 2004 ha realizzato che il fatto che Busco fosse entrato a lavorare alle 23:00 non permetteva di escludere che nel pomeriggio avesse ucciso la Cesaroni.  

Durante un’udienza del processo, il giornalista Marzi ha dichiarato: “In Questura è stato presentato Busco come persona estranea ai fatti perché aveva… si trovava appunto sul posto di lavoro”.

Giornalista: E’ stato un colpo durissimo… immagino.

Raniero Busco: Eh… senza dubbio.

Inaspettatamente, ancora una volta, Busco sceglie di non parlare della vittima.

In conclusione:

1) Raniero Busco ha dissimulato;

2) si è spesso autocensurato;

3) non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Simonetta Cesaroni;

4) non ha mai affermato di aver detto la verità;

5) ha spesso preso le distanze dalla vittima; 

6) non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, “accoltellata”, “assassino”, ”mostro” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; per lo stesso motivo ha detto un’unica volta “Simonetta”;

7) ha spesso mostrato di aver necessità di convincere e quindi di non possedere il cosiddetto “muro della verità”;

8) non ha mai speso neanche una parola d’affetto né per la vittima, né per la famiglia Cesaroni;

9) non ha mai fornito un alibi verificabile ma si è sempre e solo aggrappato agli errori investigativi;

10) ed infine, non ha mai avuto parole di condanna e di disprezzo per l’assassino di Simonetta non solo per aver ucciso una giovane donna che lui conosceva ma anche per averlo costretto ad affrontare un processo per omicidio.

— Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee:

Raniero Busco: Buongiorno eee signori giudici, naturalmente scusatemi la mia emozione se riesco ad essereee chiaro, sento però il bisogno, arrivati a questooo… al termine di questo giudizio, di aprire il mio cuore a voi cheee vi apprestate aaa a giudicarmi, io voglio riaffermare che io volevo bene a Simonetta, naturalmente non posso sapere come la nostra storia si… avrebbe potuto concludersi maaa mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna e inorridisco al solo pensiero che qualcuno possa pensare che abbia io provocato la morte di Simonetta, con questo ee voglio dire che ho provatooo il dolore più grande della mia vita da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa, questo dolore è st… l’ho provato solamente quando èèè è morto mio padre eee anche quando sono stato condannato in primo grado, non tanto… ehm… per la condannaaa in sé anche per… anche se per me è mostruosa, ma quanto per il fatto che i giudici mi abbiano ritenutooo capace di un delittoooo così incredibile, grazie.

“mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna” non è una negazione credibile.

“abbia io provocato la morte di Simonetta” è un’ammissione.

Nella frase “da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa” il tempo del verbo è scorretto, a circa 20 anni dall’omicidio, Busco avrebbe dovuto dire “da quando ho saputo che Simonetta era stata uccisa”. Il fatto che Busco parli come se l’omicidio della Cesaroni fosse appena avvenuto è significativo. Raniero potrebbe non aver mai superato psicologicamente quell’esperienza e soffrire di un PTSD (Sindrome Post Traumatica da Stress).

— Da un’intervista del settembre 1990 rilasciata da Raniero Busco alla trasmissione Chi l’ha visto?:

Giornalista: Lei si sente un sospettato?

Raniero Busco: Mi sento sospettatooo… non lo so, forse dalle pe… dal di fuori, dalle persone potrei anche essere portato a ritenermi di sospettato però io personalmente eee no, sono… sono pulito, ho la coscienza a posto. Una cosa normale essendooo il ragazzo, l’ultima persona cheee… che c’è stato insieme, diciamo, è il primo, diciamo, ad essere sospettato, però da parte mia… ehm… tranquillissimo.

Busco conferma al giornalista di sentirsi un sospettato e invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Simonetta, Raniero sceglie di raccontarsi come un soggetto “pulito” con “la coscienza a posto”, rassicurazioni che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori. Peraltro, i soggetti che non provano senso di colpa e rimorso, come gli psicopatici, i sociopatici e i narcisisti, hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto, dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“l’ultima persona cheee…” è l’inizio di una frase incriminante che Busco si guarda bene dal concludere. Busco voleva forse dire “l’ultima persona che ha incontrato Simonetta?”. 

Raniero Busco, dopo aver pronunciato le prime tre parole si autocensura e, sia la ripetizione delle “e” della congiunzione “che”, che la pausa, gli servono a prendere tempo per pensare ad una conclusione più o meno sensata come “che c’è stato insieme”. “insieme” in che senso? Gli avrei chiesto io.

— Da un’intervista rilasciata da Raniero Busco durante il processo:

Giornalista: Cosa pensa di questo processo?

La domanda del giornalista è generica e permetterebbe a Busco di negare. I soggetti innocenti accusati di omicidio, negano ogni qualvolta gli si presenti l’occasione. 

Raniero Busco: Eee penso che sia tutto così assurdo quello che hanno… le ricostruzioni, ripeto, è tutto basato su delle ipotesi, delle loro considerazioni, bisogna poi vedere contestualmente all’epoca chi è stato, io non ho fatto… niente, io, la mia forza è l’innocenza, basta.

Busco, ancora una volta, perde l’occasione di negare in modo credible. 

Raniero è incapace di dire “io non ho ucciso Simonetta, sto dicendo la verità” e non saremo noi a dirlo per lui. 

“io non ho fatto… niente” non solo non è una negazione credibile ma è indebolita dalla pausa tra “fatto” e “niente”. 

Da notare che Busco continua a minimizzare. Egli infatti, a distanza di più di venti anni dall’omicidio di Simonetta, continua ad usare le parole “fatto” e “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe pronunciare termini come “omicidio”, “ucciso” e “ammazzato”. 

“io, la mia forza è l’innocenza” non è una negazione credibile. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. 

“basta” è un termine che Busco usa per chiudere la conversazione.

— Uno stralcio di un’intervista rilasciata dopo l’assoluzione:

Giornalista: Raniero che cosa ti hanno tolto questi 7 anni di calvario?

Raniero Busco: Il fatto di… comunque aver trascurato la mia famiglia, i miei bambini, questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane.

Si noti “questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male”.

Busco è incapace di dire “questa è la cosa che più mi fa male” perché mentirebbe.

Busco non sta descrivendo un’esperienza comune ma alquanto rara, pertanto, l’uso del “ti” invece che del “mi” si spiega in un modo solo: Raniero vorrebbe dire “mi fa male” ma per evitare lo stress che gli produrrebbe dire una bugia, prende le distanze dalla realtà e lo fa generalizzando.

Anche quando conclude dicendo “certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” continua a parlare in modo generico. 

Raniero Busco: La giustiziaaa… in questo caso, secondo me, ha fallito.

E’ Busco a dire che la giustizia ha fallito, lo dice dopo essere stato assolto, e io gli credo.

Raniero Busco non ha mai fornito un alibi agli inquirenti, è difficile credere che, anche a 14 anni dai fatti, non ricordasse i propri movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 visto che in casa Busco il suo alibi è stato un argomento di conversazione per molto tempo. Ed è poi stato lo stesso Raniero a riferire ai giudici di aver provato il dolore più grande della sua vita dopo aver saputo che “Simonetta è stata uccisa”. 

I giudici della Corte di Assise di Roma hanno così ricostruito l’omicidio della giovane Cesaroni: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini. Durante i preliminari, Simonetta, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si rifiutò di proseguire il rapporto. Il rifiuto, probabilmente accompagnato da parole sferzanti indusse l’assassino, come reazione, ad infliggerle un terribile morso al capezzolo sinistro. La reazione della ragazza, anche solo verbale, a tale gesto, provocò un ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco dapprima l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina incapace di opporre una sia pur minima resistenza in quanto il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”. 

A mio avviso i fatti andarono un pò diversamente: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente per l’assenza sul suo cadavere, sul reggiseno o sul corpetto di segni riferibili ad un tentativo di violenza sessuale. Durante i preliminari, quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino le morse con forza il capezzolo sinistro e, per reazione, la ragazza lo schiaffeggiò, lui l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto, poi, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate. In altre parole: la Cesaroni non aggredì il suo assassino verbalmente o quantomeno non solo verbalmente ma lo schiaffeggiò dopo che lui la morse al seno durante i preliminari. Il potente schiaffone che atterrò la Cesaroni fu pertanto una classica reazione ad uno schiaffo che l’assassino aveva ricevuto dalla povera vittima. Se Simonetta si fosse semplicemente rifiutata di acconsentire ad un rapporto sessuale prima di ricevere il morso, come hanno sostenuto i giudici del primo grado, l’assassino non sarebbe riuscito ad addentare il suo capezzolo se non dopo morta. Infine, per quanto riguarda il movente, il contesto è la chiave: in certi ambienti e per certi soggetti, uno schiaffo è un’onta da lavare con il sangue”.

Pietrino Vanacore il portiere di via Carlo Poma FOTO 3 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

Il ruolo di Pietrino Vanacore

“Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A) aiutato l’autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell’Autorità e segnatamente: il 7/8/1990 si introduceva nell’appartamento in cui era stato commesso il delitto, puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima (…)”.

Gli errori commessi da chi ha indagato nel 1990 sull’omicidio di Simonetta Cesaroni hanno impedito alla famiglia Cesaroni di avere giustizia e hanno contribuito a trasformare in un giallo un caso giudiziario estremamente semplice. 

1) Gli inquirenti non interrogarono mai Raniero Busco sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990, eppure Simonetta fu uccisa ben prima che Busco si recasse al lavoro. 

2) Chi indagava non si accorse di aver sequestrato sulla scena del crimine non solo le due agendine di Simonetta ma anche quella del portiere Vanacore. 

Il 6 settembre 1990, un’agendina rossa Lavazza prelevata dagli inquirenti nell’ufficio di via Poma venne dissequestrata dall’ispettore Brezzi a favore del padre della vittima, Claudio Cesaroni, in quanto erroneamente ritenuta parte degli effetti personali di Simonetta. Claudio Cesaroni, resosi conto che oltre alle due agendine della figlia, una rosa e una celeste, gli era stata restituita un’agendina rossa Lavazza con i numeri dei familiari di Vanacore, ed appartenente proprio al portiere dello stabile Pietrino Vanacore, la riportò in Questura. In data 22 ottobre 2008, come riferito dal Maresciallo Luigino Prili durante l’udienza dibattimentale del 7 maggio 2010, il PM  e i Carabinieri effettuarono una perquisizione domiciliare che ebbe esito negativo, a Monacizzo, nell’abitazione dei coniugi Vanacore, diretta anche al rinvenimento dell’agendina (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

3) Infine, gli inquirenti sottovalutarono la testimonianza della moglie del portiere Vanacore, Giuseppa De Luca, che disse di aver visto uscire dal cortile condominiale, verso le 18:00 del 7 agosto 1990, un ragazzo biondo con un fagotto sotto il braccio e che costui le era sembrato un giovane inquilino del palazzo, l’architetto Forza. L’architetto Forza, che quel giorno non poteva essere uscito dallo stabile di via Poma in quanto si trovava in vacanza all’estero, somigliava a Raniero Busco, ma gli inquirenti archiviaro come menzogna la dichiarazione della De Luca perché credettero che la donna avesse detto il falso per aiutare il marito che in quel momento era detenuto con l’accusa di omicidio aggravato.

4) Gli inquirenti credettero che Busco non sapesse che, da più di due mesi, Simonetta lavorava nell’ufficio dell’A.I.A.G. di via Carlo Poma n. 2 ogni martedì e giovedì pomeriggio.

Vanacore, il 9 agosto 1991, sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Squadra Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere. Dichiarava infatti che il giorno 7 agosto 1990, dalle ore 17:10 alle ore 17:30 aveva innaffiato delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle ore 18:00 alle ore 20:00 escludendo che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B). Aggiungeva inoltre che in serata, dopo essersi recato verso le ore 22:30 nell’abitazione ubicata due piani sopra, all’interno 7 di proprietà dell’ottantanovenne Valle Cesare, al solo fine di prestare assistenza notturna a quest’ultimo, raggiunto poco dopo da sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l’interno 7, scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni. Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle ore 18:00 alle ore 19:00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti dopo il rinvenimento del cadavere. Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Secondo la PM Calò, nella ricostruzione dei fatti precedenti all’arrivo sulla scena del crimine di Paola Cesaroni e del fidanzato Antonello Barone, nonché di Salvatore e Luca Volponi, avrebbero operato due diverse catene causali che si sarebbero snodate in parallelo: la catena causale Busco e la catena causale Vanacore. In questa ricostruzione si continua ad attribuire un ruolo, ancorché successivo alla commissione del delitto, al portiere Vanacore. Secondo la PM gli elementi a riprova del coinvolgimento di Vanacore sono:

1) Il possesso da parte della De Luca del mazzo di chiavi con il nastrino giallo, chiavi che le furono sequestrate il 21 agosto 1990; Il mazzo di chiavi con il nastrino giallo non era né quello in uso a Simonetta né quello già in uso alla portineria, (i portieri avevano altre chiavi, consegnate in precedenza al Vanacore per fare dei piccoli lavori di riparazione all’interno degli uffici A.I.A.G. commissionatigli dal direttore Carboni), ma il mazzo “di scorta” degli ostelli che si trovava appeso a un chiodino accanto alla porta di ingresso degli uffici AIAG di via Carlo Poma n. 2, dunque non vi era alcuna giustificazione del possesso di tale mazzo da parte dei portieri il 7 agosto 90.

2) La resistenza della portiera Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, a consegnare le chiavi ai familiari e al datore di lavoro che cercavano Simonetta e poi agli agenti delle Volanti della Questura intervenuti sul posto.

3) Il rinvenimento dell’agendina rossa Lavazza appartenente a Vanacore sulla scrivania di Simonetta.

4) Le telefonate fatto a Macinati Mario allo scopo di contattare l’avv. Caracciolo (presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù) alle 20:30/21:00 e alle 23:00 del 7 agosto 1990.

5) Le discrepanze di luoghi e orari per Vanacore alle 22:30 – 23:00 del 7 agosto 1990.

6) La circostanza che il telefono di Volponi fosse stato a lungo occupato alle 20:30/21:00 del 7 agosto 1990 (a mio avviso, Salvatore o/e Luca Volponi non furono informati del ritrovamento del cadavere di Simonetta da Pietrino Vanacore).

Secondo la versione prospettata dal Pubblico Ministero, il portiere Vanacore, avendo trovato la porta dell’ufficio degli ostelli socchiusa, (perché lasciata così dall’omicida), era entrato, aveva rinvenuto il cadavere nell’ufficio del direttore Carboni e, invece di chiamare la Polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda, (direttore Carboni, nella cui stanza era stato rinvenuto il cadavere di Simonetta, presidente Caracciolo, datori di lavoro della ragazza: Bizzocchi e Volponi), lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici A.I.A.G. (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

In questo scenario assumono fondamentale rilevanza le telefonate a Macinati Mario, “factotum” di Caracciolo, presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù. L’avv. Caracciolo, infatti, quando si trovava presso la tenuta di campagna di Tarano, era reperibile all’utenza fissa della casa del contadino suo dipendente, Mario Macinati. Il 7 agosto 1990 Caracciolo, dopo aver accompagnato alle h. 17.30 (come riscontrato), la figlia e le sue amiche all’aeroporto, si era recato in ferie a Tarano. La sera del 7 agosto giungevano due telefonate a casa Macinati, da parte di soggetto di sesso maschile che diceva di chiamare “dagli Ostelli” e di aver urgenza di parlare con l’avv. Caracciolo. La prima delle due telefonate arrivava intorno alle ore 20,30, quindi prima che l’omicidio fosse stato scoperto da Paola Cesaroni, e prima che venisse avvisata la Polizia. Un’altra telefonata del medesimo tenore giungeva a casa Macinati più tardi, dopo le ore 23:00. Ed invero, Vanacore, dopo aver cenato con la famiglia, era uscito di casa alle 22.30 per andare a dormire a casa dell’anziano Cesare Valle cui faceva compagnia la notte, ma, alle 23.00, quando la portiera De Luca aveva chiamato a casa del Valle chiedendo del marito, (perché erano arrivati Paola Cesaroni e gli altri che le chiedevano di aprire l’appartamento dell’A.I.A.G.), Cesare Valle le aveva detto che Pietrino in realtà non era ancora arrivato (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Si può facilmente escludere che Pietrino Vanacore, portiere dello stabile di via Carlo Poma n. 2, abbia ucciso Simonetta. Vanacore:

1) non poteva avere la certezza che la ragazza fosse sola nell’appartamento e quindi particolarmente vulnerabile posto che nei giorni precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

2) non avrebbe rivelato a sua moglie Giuseppa De Luca della presenza di un cadavere di una ragazza seminuda in un ufficio del palazzo o quantomeno non le avrebbe detto di non far entrare nessuno in quell’ufficio; 

3) non avrebbe lasciato la sua agendina sul tavolo di Simonetta perché non avrebbe telefonato a nessuno; 

4) ed infine avrebbe rimosso il cadavere di Simonetta da quell’ufficio. 

È invece probabile che una volta trovato il cadavere di Simonetta, Vanacore non si sia posto il problema di chi avesse ucciso la ragazza ma abbia pensato semplicemente di far sparire il suo corpo e di ripulire la scena del crimine in modo da impedire che la morte della Cesaroni venisse collegata all’Associazione per la quale la ragazza lavorava, e che, proprio per questi suoi servigi, i responsabili dell’Associazione lo avrebbero ricompensato economicamente.ursula franco 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

Omicidio di Mariella Cimò: analisi di alcune dichiarazioni di Salvatore Di Grazia

Salvatore Di Grazia e Mariella Cimò

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Salvatore Di Grazia ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso sua moglie e che possegga il cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso mia moglie Mariella”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso mia moglie”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso mia moglie, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. Una negazione è credibile quando è composta da queste tre componenti ed è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

Da un’intervista rilasciata a Simone Toscano

Salvatore Di Grazia: Non c’è una prova, perché non c’è nemmeno… dove sono i ragionamenti… che fanno? Ah questo, quello, quel… abbiamo fatto. Ma che cosa avete fatto? Cosa c’è? Da che cosa si deduce che io ho ucciso mia moglie?

Di Grazia, poiché è incapace di negare in modo credibile, cerca di convincere il giornalista che gli inquirenti quantomeno non hanno provato l’omicidio. 38 parole contro una decina. Peraltro, il Di Grazia condisce la sua tirata oratoria con una bella ammissione tra le righe: “io ho ucciso mia moglie”.

Salvatore Di Grazia: Se tutti gli adulte… gli adulteri, in Italia, mmmm… commettessero omicidio, mi pare che non ci… nnnn… non ci si troverebbe più… non ci sarebbero più né mo… mogli né mariti.

Ancora una tirata oratoria di 30 parole che non equivale ad una negazione credibile.

Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee

Salvatore Di Grazia: Consentitemi di leggere queste poche note che ho vergato. Sono nato nella primavera del 1936 sul versante dell’Etna che degrada verso il mare dei ciclopi […] Non ho mai forzato i confini etnici e giuridici. Ho lavorato dall’età di 15 anni a tutt’oggi […] Tralascio per ovvie ragioni di tempo i miei trascorsi di vita fino all’incontro con mia moglie che avvenne il 28 dicembre del 1968. Eravamo entrambi travolti dalla tempesta della vita. Io affranto e stordito dal dolore per la perdita di un figlio di 4 mesi frutto di un disastroso matrimonio andato in frantumi. Lei affannata a raccogliere gli esigui cocci di vita esitati da una tormentata relazione con un uomo rivelatosi sposato con moglie e figli. Ci siamo abbracciati per salvarci e lo siamo rimasti per 43 anni. Ancora oggi mi ha creato innumerevoli notti insonni, non riesco a capire e giustificare cosa sia successo il 25 agosto 2011. Ma neanche gli inquirenti del resto hanno capito. Hanno deciso anche in assenza di prove per l’inverosimile teorema dell’omicidio […] Sono stato eee… 53 giorni in carcere, sono stato assegnato per 3 anni ai domiciliari  e un anno all’obbligo di firma e dal 4 luglio del 2017 obbligo di presentazione alla autorità e sono stato finalmente dichiarato libero il primo ottobre del 2018 oggi sono qui dinanzi a voi per essere nuovamente giudicato perché forte della mia innocenza che mi è… aiutato a superare indenne questi 7 anni […] Questa Corte prevalente per genere, che in un processo per femminicidio scoraggerebbe chiunque, ma io conosco molto bene le donne tanto da sapere che l’utilizzo di un diverso emisfero cerebrale le pone in condizioni di pensare e decidere con più umanità. […] Sicuro della vostra scrupolosa attenzione confido in una serena esegesi degli eventi che certamente condurranno alla verità reale che diventerà giudiziaria con un ineluttabile riconoscimento della mia innocenza.

Solo questi stralci raggiungono le 293 parole, molte in più delle 10/13 parole che sarebbero bastate a Salvatore Di Grazia per negare in modo credibile

“Non ho mai forzato i confini etnici e giuridici” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“Ho lavorato dall’età di 15 anni a tutt’oggi”, “Io affranto e stordito dal dolore per la perdita di un figlio di 4 mesi frutto di un disastroso matrimonio andato in frantumi”, “Ci siamo abbracciati per salvarci e lo siamo rimasti per 43 anni”, “Sono stato eee… 53 giorni in carcere, sono stato assegnato per 3 anni ai domiciliari  e un anno all’obbligo di firma e dal 4 luglio del 2017 obbligo di presentazione alla autorità”, “Questa Corte prevalente per genere, che in un processo per femminicidio scoraggerebbe chiunque, ma io conosco molto bene le donne tanto da sapere che l’utilizzo di un diverso emisfero cerebrale le pone in condizioni di pensare e decidere con più umanità” sono tutti tentativi che il Di Grazia fa per ingraziarsi la Corte. Si tratta del cosiddetto “Ingratiation Factor”. Perché di Grazia invece di tentare di ingraziarsi la Corte non nega in modo credibile? Il Di Grazia usa questo escamotage per non mentire.

Si noti l’uso della parola “giustificare” nel seguente stralcio: “Ancora oggi mi ha creato innumerevoli notti insonni, non riesco a capire e giustificare cosa sia successo il 25 agosto 2011”. Perché dovrebbe “giustificare cosa” è “successo”? 

Si noti la presenza di “anche” nel seguente stralcio: “Hanno deciso, anche in assenza di prove, per l’inverosimile teorema dell’omicidio”, un termine che lascia spazio alla possibilità che gli inquirenti avrebbero potuto trovare delle prove.

Riguardo ai due riferimenti alla sua innocenza: “forte della mia innocenza”, “ineluttabile riconoscimento della mia innocenza”, come sappiamo, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni spontanee, Di Grazia “innocente de iure” lo era.

CONCLUSIONI

Salvatore Di Grazia non solo non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso sua moglie Mariella Cimò e ha mostrato di essere un manipolatore, ma ha ammesso di averla uccisa.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: PER SMASCHERARE UN MILLANTATORE BASTA LEGGERE IL SUO CURRICULUM VITAE

Annie Dookhan

Gli impostori, più frequentemente, si spacciano per medici, avvocati, ingegneri e criminologi. I reati in cui incorrono sono la truffa aggravata, l’usurpazione di titolo e l’esercizio abusivo della professione. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che da anni denuncia il fenomeno sul nostro giornale.

Le Cronache Lucane, 25 febbraio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi sono i millantatori?

I millantatori sono degli impostori, alcuni sono “quasi innocui”, altri sono invece pericolosi per la nostra società. Gli impostori “quasi innocui” si limitano a raccontare bugie nell’ambito familiare, ad amici e conoscenti. Chi li circonda sa perfettamente dove finisce la realtà e dove iniziano le loro fantasie e, spesso, pur di non contraddirli, li supportano nelle loro menzogne. Gli impostori più pericolosi sono quelli che si insinuano nelle maglie della società civile fino a raggiungere posizioni di potere. I danni che possono fare sono incalcolabili. 

– Secondo Aristotele “Il millantatore è colui il quale fa mostra di titoli di merito che non possiede, esagerando il suo controllo del mondo di cui in realtà è privo”. 

In realtà non è proprio così, solo il 10% degli esseri umani è capace di mentire outright (falsificare), il 90% semplicemente dissimula e questo vale anche per i millantatori che, proprio per questo motivo, sono facili da smascherare semplicemente leggendo il loro curriculum vitae. E’ lo scrittore e avvocato Carlo Goldoni (1707-1793) a spiegarci il perché il 90% di coloro che non dicono il vero dissimuli invece di falsificare: “Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”.

– Restando nel suo campo, un tipo particolare di millantatore è quello che riesce a ricoprire l’incarico di consulente forense, come si smaschera?

Un millantatore non fornisce mai esatte informazioni sui propri titoli di studio (Laurea, Master), è sempre vago, perché teme di venir smascherato. Ci sono millantatori che fanno precedere al proprio nome il titolo di “Ingegnere”, “Dott.”, “Prof. Dott.” o “Dr.” che nel curriculum scrivono “studi in informatica”, o “studi in “ingegneria informatica”, o “esperto in scienze forensi”, o “iscritto all’Università per il conseguimento di una seconda laurea” senza citare la prima, o “laureato presso una prestigiosa Università” senza specificare null’altro. Un millantatore punta soprattutto a pubblicizzare la sua iscrizione all’Albo dei Consulenti Tecnici e dei Periti di un Tribunale e di una Procura, eventuali “docenze”, la partecipazione a convegni come “relatore” e il fatto di essere “membro” di associazioni più o meno sconosciute. Spesso i millantatori posseggono più di un curriculum e si servono di titoli diversi a seconda dell’occasione. 

– Dottoressa, come può un soggetto privo di titoli ritenersi all’altezza di incarichi così delicati?

Gli impostori, nonostante non abbiano i titoli per rivestire certi incarichi, sono convinti di avere le competenze per meritarseli in quanto sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma, soprattutto, non avendo studiato, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

– Dottoressa, viene il dubbio che gli impostori soffrano di un disturbo di personalità.

Certamente. Spesso gli impostori sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali che non solo desiderano ottenere vantaggi materiali e prestigio, ma bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Sono dei perversi che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani da soggetti negligenti se non conniventi. Questo tipo di millantatori non sono dissimili da un punto di vista psicopatologico dai cosiddetti “serial killer missionari” e come loro sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno coraggiosi perché, pur dissimulando o falsificando per appoggiare l’accusa, delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

– Dottoressa, quanta insicurezza si cela dietro la facciata che si costruiscono gli impostori?

Dietro la facciata che si costruiscono gli impostori si cela una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati. 

– Dottoressa, chi o cosa li protegge e come vengono smascherati?  

E’ il sistema stesso che li protegge. La corruzione, la mancanza di controlli, la superficialità con cui vengono conferiti gli incarichi e con viene pubblicizzata la loro attività sul piccolo schermo sono il loro terreno di coltura. Ciò che li frega è quell’illusione di impunità maturata col tempo che li porta ad esporsi senza farsi più scrupoli.

OMICIDIO DI TATIANA TULISSI, DIFFUSA LA TELEFONATA AL 118 DI PAOLO CALLIGARIS: INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Tatiana Tulissi, 36 anni, è stata uccisa l’11 novembre 2008 all’esterno della villa di Manzano (Udine) dove risiedeva con il compagno Paolo Calligaris. L’arma del delitto è una pistola a tamburo special Astra calibro 38 che non è mai stata trovata. Nel dicembre 2018 la criminologa Franco si era espressa a favore del Calligaris.

Le Cronache Lucane, 18 febbraio 2020

Paolo Calligaris e Tatiana Tulissi

Calligaris è stato rinviato a giudizio, ha scelto il rito abbreviato e, il 31 dicembre 2019, 11 anni dopo il delitto, è stato condannato a 16 anni di carcere. Abbiamo di nuovo contattato la criminologa Franco dopo che è stata diffusa la telefonata d’emergenza fatta dal Calligaris la sera dell’omicidio.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della condanna di Paolo Calligaris per l’omicidio della sua compagna Tatiana Tulissi?

Nel 2018 non ero a conoscenza del fatto che Tatiana, prima di essere attinta da 3 colpi d’arma da fuoco, fosse stata percossa, una dinamica compatibile con un omicidio di prossimità. Se l’omicidio della Tulissi fosse stato un omicidio premeditato perpetrato da un sicario, questo soggetto si sarebbe limitato a spararle. A favore del Calligaris, però, ci sono uno stub negativo per polvere da sparo (un’unica particella fu rilevata sulle sue mani) e tempi strettissimi. Secondo l’accusa, infatti, Calligaris potrebbe essere arrivato in villa alle 18.29.39 e la prima telefonata al 118 è delle 18.32.57. 

– Dottoressa, analizzi per noi la telefonata di soccorso del Calligaris:

Operatore 118: 118, buonasera.

Paolo Calligaris: Buonasera, sono Paolo Calligaris da Manzano, via Orsaria, numero 13, barra B, ho una persona qui che non mi dà segni di vita.

Operatore 118: Via Calligaris, numero?

Paolo Calligaris: No, Calligaris Paolo, via Orsaria, numero 13, barra B.

Operatore 118: Via Orsaria. Quanti anni ha questa persona?

Paolo Calligaris: 34.

Operatore 118: Adesso, se la scuote?

Paolo Calligaris: Sto cercando di farle un massaggio cardiaco però non fun… non mi reagisce.

Operatore 118: Respira secondo lei?

Paolo Calligaris: No.

Operatore 118: Non respira?

Paolo Calligaris: Purtroppo credo che abbia avuto… un problema che è caduta perché ha una f… ha la fronte… per favore fate.

Operatore 118: D’accordo, il numero di telefono e arriviamo.

Voglio precisare che l’analisi della telefonata non ci dirà se il Calligaris è l’assassino o meno ma farà luce sullo stato dei rapporti tra lui e la compagna Tatiana Tulissi.

Paolo Calligaris esordisce con un “Buonasera”. I convenevoli sono inaspettati in una chiamata d’emergenza. Il termine “Buonasera” ci rivela che il Calligaris ha un motivo per desiderare di ingraziarsi l’operatore

Paolo Calligaris definisce la vittima “una persona”. Anche Alberto Stasi nella telefonata al 118 aveva definito la fidanzata Chiara Poggi “una persona”. 

Operatore 118: Ma cosa succede?

Alberto Stasi: Eh, credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva.

Il linguaggio rappresenta la percezione verbalizzata della realtà, sia Alberto Stasi che Paolo Calligaris ci hanno rivelato lo stato del loro rapporto con le rispettive fidanzate attraverso l’uso del termine gender neutral “persona”.

Dire “Sto cercando di farle un massaggio cardiaco” è diverso dal dire “Le sto facendo un massaggio cardiaco”.

Nelle risposte del Calligaris sono presenti alcune autocensure e, nelle frasi “ho una persona qui che non mi dà segni di vita” e “non mi reagisce”, il superfluo “mi” ci fornisce indicazioni sulla sua personalità.

Omicidio di Luciana Biggi: analisi di alcuni stralci di un’intervista rilasciata da Luca Delfino il 2 maggio 2006

Luca Delfino nel 2006

Luciana Biggi aveva 33 anni quando è stata sgozzata con un coccio di bottiglia in un vicolo di Genova. All’epoca, Luciana aveva una relazione con Luca Delfino, un ragazzo di 29 anni ed aveva passato con lui la serata. Delfino, una volta tornato a casa al mattino, aveva chiesto alla compagna del padre di lavargli la camicia e le scarpe “sporche di vino”.

Nel 2011, Delfino è stato processato per l’omicidio della Biggi ed è stato assolto nei 3 gradi di giudizio.

Quattro giorni dopo l’omicidio, il 2 maggio 2006, dopo essere stato sentito come persona informata sui fatti dal pubblico ministero che indagava sull’omicidio della Biggi, Delfino ha scambiato alcune battute con i giornalisti.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Luca Delfino, che peraltro è stato assolto, e quindi è “innocente de iure” se lo è anche “de facto, ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso Luciana Biggi e che possegga il cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso Luciana”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Luciana”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Luciana, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. Una negazione è credibile quando è composta da queste tre componenti ed è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

Luca Delfino: Ci siamo salutati… in modo normale: “Ciao, ciao”. Poi, oltretutto, non essendo neanche più la miaa… la mia ragazza, non posso neanche… cioè… ha la sua vitanon… non è che… Po… poteva vedersi con chi voleva, non è che dovevo seguirla. “Mi vedo con altra gente, mi vedo con altri ami… Ciao, io vado”.

Si noti “Ci siamo salutati… in modo normale: “Ciao, ciao”. Delfino non si limita a dire “Ci siamo salutati” ma sente la necessità di aggiungere “in modo normale”, si tratta del “Normal Factor” ovvero della necessità di normalizzare qualcosa che non lo è.

“Poi, oltretutto, non essendo neanche più la miaa… la mia ragazza, non posso neanche… cioè… ha la sua vitanon… non è che… Poteva vedersi con chi voleva, non è che dovevo seguirla” sono informazioni non necessarie che servono a Delfino per prendere le distanze dalla vittima. 

Il fatto che Luca Delfino parli al negativo “non è che dovevo seguirla” ci induce a pensare il contrario di ciò che afferma ovvero che la seguisse.

Luca Delfino: Eh… lei ha preso la discesa, è andata via e boh… e non so, se ha f… ha preso il telefono, ha fatto il gesto di parlare con altre persone o che le hanno telefonato o che le … o a cui ha telefonato lei, non lo so, cioè… mi ha detto: “Io, dai, io vado, mi devo vedere con gli amici”, qua e là.

Giornalista A: Sì, ma quand’è che hai saputo che era morta?

Luca Delfino: L’ho saputoooo… venerdì sera sul tardi. Mi hanno avvisato i miei genitori, io ero a letto, ero stato venerdì sera e venerdì pomeriggio… venerdì sera non sono uscito.

Si noti “L’ho saputoooo… venerdì sera sul tardi”. Delfino prende tempo per rispondere perché evidentemente la domanda è per lui sensitiva e sente la necessità di aggiungere “sul tardi” per prendere il più possibile la distanza dai fatti.

“Mi hanno avvisato i miei genitori, io ero a letto, ero stato venerdì sera e venerdì pomeriggio… venerdì sera non sono uscito” sono parole superflue che gli servono a rivelare di avere un alibi per il venerdì pomeriggio. 

Giornalista: Perché non sei andato subito alla polizia?

Luca Delfino: Quellooo… è stato il mio errore, il mio errore tra virgolette. Sono rimasto mortificato, sono rimasto scioccato e, su consiglio dei miei genitori, che ero senza parole, io ero un vegetale… ero, mi hanno detto: “Guarda, vieni con noi, cambia aria”. Eeee…. cioè, perché ero… non ho sentito né amici né niente.

E’ Delfino a dirci di essere “mortificato”, evidentemente ne ha motivo.

In accordo con il vocabolario Treccani: mortificato agg. [part. pass. di mortificare]. – 1. Che mostra dispiacere e umiliazione insieme: se ne stava in un angolo tutto m.; sono proprio m., ne sono veramente m., per esprimere vivo rincrescimento di aver fatto qualcosa che possa arrecare dispiacere ad altri; anche di animali: come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano mortificati verso il padrone, co’ musi bassi, e con le code ciondoloni (Manzoni). 

Quando Delfino dice “Eeee…. cioè… perché ero…” mostra di avere difficoltà nel rispondere tanto che si autocensura rivelandoci che la domanda “Perché non sei andato subito alla polizia?” è sensitiva.

Giornalista A: Forse sarebbe stato meglio andare subito.

Luca Delfino: Probabilmente sì. Recarmi subito e dire: “Guardate, è successo così, cosà“. Io son rimasto senza parole perché una cosa così mi ha scioccato.

Il giornalista avrebbe dovuto chiedere “è successo così, cosà”, in che senso?

Delfino sente il bisogno di spiegare un perché senza che gli sia stato richiesto. Lo fa per sottolineare ancora il motivo per il quale, a suo dire, non si è recato in questura dopo aver saputo che Luciana, che era con lui la sera dell’omicidio, era stata uccisa.

Giornalista: Quindi tu respingi tutte le accuse comunque?

E’ il giornalista a suggerire a Delfino di dire che respinge le accuse. Delfino ha avuto l’occasione di negare in modo credibile di aver ucciso Luciana, è un non sense invitarlo a respingere le accuse. La domanda da fare a Delfino sarebbe stata “Ci dic cosa è successo quella sera?”.

Luca Delfino: Le respingo assolutamente. So di essere innocente e nonn… ho nessun problema, chiaramente son preoccupato per tutta questa cosa perché e cioè… voglio dire eeee… interrogatorio in questura, ore e ore in questura, polizia, perquisizione, avvocato e poi la sofferenza e il dolore che ho perso questa ragazza, perché comunque ha diviso 4 mesi della sua vita con me, io ho diviso 4 mesi della mia vita con lei. Siamo stati insieme, voglio dire non è…

Quando Delfino dice “Le respingo assolutamente” non solo ripete a pappagallo le parole del giornalista ma mostra di avere bisogno di convincere. Peraltro, neanche se Delfino lo avesse detto spontaneamente “Respingo le accuse” sarebbe stata una negazione credibile.  “Respingo le accuse” è un modo di negare le accuse non l’omicidio.

La frase in negativo “nonn… ho nessun problema” lascia supporre il contrario.

Si noti il bisogno di Delfino di spiegare alcuni “perché” senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Giornalista: Tu te la senti di dire che sei innocente, che non l’hai uccisa?

E’ il giornalista a suggerire a Delfino di dire di essere innocente e di non averla uccisa. Si chiama contaminazione. Se non è lui spontaneamente a dirsi “innocente”, perché suggerirglielo? Non si ottengono risposte credibili quando si imbocca l’intervistato, anzi lo si aiuta a mentire.

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple per impedire all’interrogato/intervistato di scegliere a quale rispondere;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato; è nei sermoni e nelle tirate oratorie che si trovano spesso informazioni utili ed ammissioni tra le righe;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. evitare affermazioni perché non prevedono una risposta;
  6. evitare giudizi morali perché mettono l’interrogato/intervistato sulla difensiva;
  7. non suggerire le risposte.

Luca Delfino: (incomprensibile) finora che mi riprendete. 

Delfino prende tempo, evidentemente ne ha bisogno per articolare la risposta.

Giornalista: Adesso che ci sono le telecamere, respingi tutte le accuse?

E’ il giornalista a suggerire a Delfino di dire che respinge le accuse. 

Luca Delfino: Respingo tutte le accuse. Io sono innocente. Io non l’ho uccisa. Trovate chi l’ha uccisa.

“Respingo tutte le accuse” è una frase ripetuta a pappagallo, peraltro è un modo di negare le accuse ma non l’omicidio. 

“Io sono innocente” non è una negazione credibile. Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca, Delfino “innocente de iure” lo era e lo è rimasto dopo essere stato giudicato.

Le parole di Delfino “Io non l’ho uccisa” non rappresentano una negazione credibile in quanto sono state ripetute a pappagallo. Una negazione per essere credibile deve essere ben costruita ma anche spontanea e non il frutto di una contaminazione.

Luca Delfino: Mi sento svuotato perché comunque… perché è mancata una ragazza, una persona cara e p… e perché… è pesante tutto questo. È pesa… è pesa… (interrotto)

Delfino sente il bisogno di prevenire le domande dei giornalisti fornendo loro dei non richiesti “perché”. 

Giornalista B: Rischi anche.

In seguito a questa affermazione del giornalista, ci aspettiamo che Delfino neghi in modo credibile.

Luca Delfino: È pesante stare 13 ore12, 10, eeee…. anche un’ora sola davanti a un ma… ad un pubblico ministero e dire tutto quello che (incomprensibile)

Ed invece Delfino non nega di aver ucciso Luciana ma continua per la sua strada.

Giornalista: Hai paura?

Un’altra domanda che permetterebbe a Delfino di negare in modo credibile.

Luca Delfino: Ma paura no, dicono: “Pa… male non fare, paura non avere”, però non è una cosa che… non mi capita tutti i giorni, speravo non mi capitasse mai.

Ancora una volta Delfino non nega di aver ucciso Luciana.

“male non fare, paura non avere” non è una negazione credibile. Delfino è incapace di negare in modo credibile di aver ucciso Luciana e spera che, citando il proverbio “male non fare, paura non avere” siano i suoi interlocutori a trarre conclusioni a lui favorevoli. 

Anche Andrea Landolfi Cudia, a processo per l’omicidio della fidanzata, in un’intervista, ha detto: Io non ho paura di nulla, perché “Male non fare, paura non avere”. Andrea Landolfi Cudia ha citato un proverbio perché è incapace di dire “Io non ho ucciso Sestina”.

Luca Delfino: Devono cercare il colpevole altrove, non sono io.

“Devono cercare il colpevole altrove” e “non sono io” o “il colpevole non sono io” non sono negazioni credibili.

CONCLUSIONI

Deception Indicated.

Luca Delfino non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Luciana Biggi e ha mostrato di essere un manipolatore.

Il 10 agosto 2007, a Sanremo, Luca Delfino ha ucciso a coltellate un’altra ex fidanzata Maria Antonella Multari, 33 anni. Per l’omicidio della Multari è stato condannato a 16 anni e 8 mesi di detenzione. 

Dopo l’omicidio della Multari, Delfino è stato sottoposto a perizia psichiatrica e gli è stato riconosciuto un vizio parziale di mente. Secondo lo psichiatra che lo ha analizzato, professor Pietro Ciliberti, Luca Delfino ha un “gravissimo disturbo misto di personalità in cui predominano tratti borderline, paranoidei, antisociali, narcisistici e sadici”, è incapace di accettare le frustrazioni e soprattutto l’abbandono ed è socialmente pericoloso.

Se ritenuto ancora pericoloso, dopo l’espiazione della pena (2023), Delfino verrà trasferito in una struttura psichiatrica.

Luca Delfino sconta la pena nel carcere di Pontedecimo.

CASERTASERA.IT, CRIMINOLOGIA – COLPEVOLE O INNOCENTE, CON LA STATEMENT ANALYSIS SI SCOPRE LA VERITA’

CASERTASERA.IT , 5 febbraio 2020

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati.

La Statement Analysis si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso, la Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili.

Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui).

Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che non dicono il vero. Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori.

Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie” ma l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”. “Io non ho ucciso tizio. Ho detto la verità. Sono innocente” è una negazione credibile. La singola frase “Io sono innocente” non è una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Gli “innocenti de facto” posseggono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Faccio alcuni esempi concreti.

Alberto Stasi, quando, durante l’interrogatorio, la PM Rosa Muscio gli contestò la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta Umberto Dei, non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”. “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non è una negazione credibile, peraltro gli psicopatici sono privi di “coscienza” proprio perché sono incapaci di provare senso di colpa o di rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Durante un interrogatorio la PM chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “Rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”. Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, all’epoca Bossetti non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe colto l’occasione per negare. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Durante una telefonata intercorsa tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone, Ruotolo ha detto: “Eh no, perché tu non c’entr… co… cioè, io è vero che ho evitato e poi dice: Ha detto bugie, ha detto bugie! E poi quando fanno il servizio: Giosuè ha omesso di dire quella cosa” e “Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia”. Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Ruotolo, egli riferisce non di aver “detto bugie” ma di aver “evitato di dire”. Un atteggiamento comune. Peraltro Giosuè non tollera che lo si chiami bugiardo perché lui ha solo “omesso di dire” che però equivale a non aver detto tutta la verità.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre 2019 è consulente dell’avvocato Giovanni Pellacchia, difensore di Paolo Foresta.

Analysis of some excerpts from an interview released by Linda Stermer to correspondent Erin Moriarty

Linda Kay Stermer

In February 2010, a jury convicted Linda Kay Stermer of felony murder and the trial court sentenced her to life imprisonment without the possibility of parole.

According with the prosecutor, on January 7, 2007, Linda Stermer either sedated her husband of 14 years, Todd Stermer or knocked him unconscious before dousing him with gasoline and setting him on fire. She then drove over her husband in the driveway after he escaped the fire.

The night before the murder, Todd discovered that his wife Linda was having an extramarital affair with a co-worker and he informed her that he wanted a divorce.

Linda purchased a container of gasoline on the morning of the murder and later denied.

The night of the murder Linda gave her three teen aged sons money and sent them to the movies telling them she was leaving Todd and didn’t want them to see her pack.

Around 3:30 p.m., neighbors saw smoke billowing from the Stermer house and they drove over to assist. These neighbors witnessed defendant drive her van in reverse down the driveway, but then change gears and drive forward behind the house. When the neighbors exited their vehicle to speak to defendant, they discovered Todd’s body lying alongside the driveway. They also noticed blood on the bumper of defendant’s van.

The medical examiner eventually determined that Todd had died from burns and smoke inhalation. Todd also had cranial lacerations consistent with blunt force trauma, various bodily injuries consistent with being run over by a vehicle, and a small amount of an opioid, Vicodine, in his urine.

Kate Fox, a friend of Linda and co-worker, also offered a damaging account of Linda’s pre-offense conduct. For approximately four months, she had been discussing how she could get rid of her husband, including shooting him and running him over with a car. Fox had previously sent police to the Stermer house when Linda threatened to shoot Todd.

Following the murder, Linda told her friend Kate that she wanted to sneak into her now burnt-out home to retrieve a coffee mug that might contain traces of a sedative that she had planned to give to Todd. Linda was also betrayed by a fellow prisoner who indicated that she admitted to drugging Todd, hitting him over the head, and then using gasoline to light him on fire.

Linda purchased a container of gasoline on the morning of the murder and later denied it. 

In December 2018, a federal judge granted a conditional writ of habeas corpus, an order that places burden of proof on those detaining a person to justify the detention. The ruling was in Detroit at the Eastern District of Michigan U.S. District Court.

Linda Stermer was released on a $10,000 bond. 

Todd Stermer

In Statement Analysis we assume that the speaker is “de facto innocent” and that he speaks to be understood. Therefore, from a “de facto innocent” we expect a reliable denial and we don’t expect to find in his language characteristic indicators of the statements of those who do not speak the truth. Basically we analyze the words that we don’t expect to hear or read (The Expected Versus The Unexpected).

What we look for in this interviews is for Linda Kay Stermer to issue a reliable denial, to say “I didn’t kill my husband Todd”, not simply parroting back the interviewer’s words, but in the free editing process and we look for him to show the protection of the “wall of truth”.

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as they have no need to persuade anyone of anything.

A reliable denial is found in the free editing process, not in the parroted language and has 3 components:

1. the pronoun “I”

2. past tense verb “did not” or “didn’t”

3. accusation answered

A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

“I didn’t kill my husband Todd, I didn’t set the house on fire”, followed by “I told the truth” or by “I’m telling the truth” while addressing the denial “I didn’t kill my husband Todd, I didn’t set the house on fire”, it is more than 99% likely to be true. Also “I didn’t kill my husband Todd, I didn’t set the house on fire, I told the truth, I’m innocent” is to be considered a reliable denial.

We begin every analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us with possibly deception. The context is the key to understand if behind one or more sensitivity indicators there is guilty knowledge.

ANALYSIS

Erin Moriarty: Did you love Todd?

This is a “Yes” or “No” question. If a subject avoids using “Yes” or “No” in it, the question is considered sensitive to him/her.

Linda Stermer: Oh… (…) like don’t even think I ever didn’t love Todd. I think I felt in love with him so quickly and I know that he loved me.

Expected: “Yes”.

“Oh” is a verbal pause to think. It indicates that the question is sensitive. Linda takes time to build her answer carefully while avoiding telling the truth. 

Please note that in this sentence “like don’t even think” the pronoun “I” is missing. Linda is unable to take ownership of what she says. Who “like don’t even think I ever didn’t love Todd”? 

Moreover “like” also weakens “don’t even think”.

Note that Linda knows how to use past tense verbs.

Erin Moriarty: And it did ever occurred to you that you would be a suspect in your husband death?

This is a “Yes” or “No” question.

A question that allows Linda Stermer to issue a reliable denial.

Linda Stermer: It didn’t even occurred to me that it could even be ruled arson, all I’m thinking was how this happened.

Expected: “No” or “No. I didn’t kill my husband. It didn’t occurred to me that I would be a suspect in his death”.

Instead Linda Stermer’s answer is evasive. Please note that she takes herself off the table, she didn’t mention that she was the one who was charged with “Arson”, this is distancing language.

Note that Linda knows how to use past tense verbs.

Linda Stermer: He is watching hunting shows upstairs, he is not … doing much of anything, I’m doing laundry. I heard a scream like no other scream I ever heard from him and I just … rushed upstairs to see what in the world happened and as soon as I got around the corner I can see… a fire… across the living room, he looked like he was fighting the fire.

When someone is speaking of an event in the past, it is expected the subject to use past tense language. In Statement Analysis, present tense language is deemed unreliable.

The use of present here “He is watching hunting shows upstairs, he is not … doing much of anything, I’m doing laundry” and “I can see… a fire across the living room” is critical. 

Deceptive people often use the present counting on us to interpret and assume that they are speaking of the past event.

When Linda says “I heard a scream like no other scream I ever heard from him“ I believe her. Did Linda hear “a scream like no other scream” she ever heard from Todd when she hit him on the head with a blunt object?

Please note that “he looked like” weakens “he was fighting the fire”.

Note “and I just … rushed upstairs”. “just” is a dependent word used in comparison. Its communication is found in dependence upon another thought within the speaker’s mind. What was she comparing here?

She is deceptive.

Linda Stermer: There just seem to be fire all over in the living room. I could not have gotten over to Todd because there was fire between the two of us. I just rushed out of the house.

Note again the presence of “just” here “There just seem to be fire all over in the living room” and here “I just rushed out of the house”. “just” is a dependent word used in comparison. Its communication is found in dependence upon another thought within the speaker’s mind. What was she comparing here? 

Please note that when Linda says “I could not have gotten over to Todd because there was fire between the two of us”, she explains “the reason why” without being asked because she feels the need to pre-empt the question “Why could you not…?”, this is something “very sensitive” in Statement Analysis. 

She is deceptive.

Erin Moriarty: But the house is in fire you didn’t think about calling 911? 

Linda Stermer: That wasn’t my first thought. My first thought was to get out. Todd’s gonna get out as long as he knows I’m out, he’s gonna get out. I go.. got to get help. I get in the van and I started to back up and all of the sudden he is there and I’m screaming at him: “Get in the van, get in the van” and he won’t get in the van. He’s jumping around and he’s patting himself. His … his skin is burnt terribly.

“My first thought was to get out. Todd’s gonna get out as long as he knows I’m out, he’s gonna get out”. What was she thinking? Was she thinking that Todd could follow her and still react?

In Statement Analysis we consider “all of the sudden” a temporal lacuna. The context is key, in this case it could be also related to Linda’s state of alert. Wasn’t she expecting Todd to get out the house on fire? Why? 

We know that Linda can speak of the event in the past tense. Please note that in this answer Linda moves from the past tense into the present tense, which reduces reliability, “I get in van”, “he is there and I’m screaming at him” and “He’s jumping around and he’s patting himself. His … his skin is burnt terribly”. 

She is deceptive.

Linda Stermer: And then I’m yelling at him to lay down to do anything. I can’t touch him and so I get back in the van and I lost sight of him … I don’t know where he went to but was so muddy and the tires were just spinning so I couldn’t get any traction. So, I just put it in gear and I’m trying to let it creep until it gets some purchase.

Please note “And “. When “And” is used as the first word of a sentence is an indicator that Linda has more information that she has not revealed.  

“then” is a temporal lacuna, a signal of missing information too.

Note the word “so”. For three times she has to pre-empt the question explaining “the reason why”. This is something “very sensitive” in Statement Analysis. 

Linda uses again the present tense “And then I’m yelling at him to lay down to do anything. I can’t touch him and so I get back in the van”, “I don’t know where he went to”, “I’m trying” and “It gets”. Unreliable.

Note also the word “but” that is used to refute or minimize by comparison. 

Please note that she says “but was so muddy and the tires were just spinning so I couldn’t get any traction” after “I don’t know where he went to” to pre-empt being asked “How could you have run over Todd?”. 

Note also the use of the word “just” twice. “just” is a dependent word used in comparison. Its communication is found in dependence upon another thought within the speaker’s mind. What was she comparing here?

She is deceptive.

Linda Stermer: Then saw the neighbors. I saw them coming up the driveway at some point. Mike, he is yelling at me: “Where’s the kids? Where’s Todd?”. And I’m screaming at him. He said I was incoherent, couldn’t understand me because I’m hysterical. And I’m trying to tell him the kids aren’t here. Todd’s up there.

Note that in this sentence “Then saw the neighbors” the pronoun “I” is missing. Linda is unable to take ownership of what she says.

Linda is still speaking at the present tense “he is yelling at me”, “I’m screaming” and “I’m hysterical”. The use of the present tense is deemed unreliable in Statement Analysis.

Linda Stermer: We found Todd laying right here, closer to the house.

Erin Moriarty: Somehow he went from over here to here.

Linda Stermer: Yes. And he was laying on his back with his head closest to the house.

Linda Stermer: He was so badly burnt. And … he was alive. He was looking at me, but he … couldn’t talk. And I laid there just begging him not to leave me.

In Statement Analysis, when something is offered in the negative in the free editing process is to be elevated in importance. Please note “but he … couldn’t talk”. Why does Linda refers something in the negative? Why she focuses on this? Was she afraid Todd could say the truth to his rescuers? Was she afraid he could say “She tried to kill me”?

Note “just” here. “just” is a dependent word used in comparison. Its communication is found in dependence upon another thought within the speaker’s mind. What was she comparing here?

Linda Stermer: And they said they couldn’t hook up a defibrillator to him …  ‘cause he was … too badly burned … When they stopped working on him, I was so … so angry at them. Why didn’t they get him in the ambulance? Why did they waste so much time trying there? [crying] Can we take a break please?

Erin Moriarty: Of course.

Erin Moriarty: Did you know you had run over your husband,?

Linda Stermer: … No. 

Linda waits more than usual to answer. It indicates that she needs to take time to answer because the question is sensitive to her.

Erin Moriarty: You must know, Linda, that it’s very difficult for people to believe that your husband is burned in a fire, he escapes, he’s still alive, badly burned and then you hit him with a car. You just happened to have that kind of bad luck?

This question allows Linda to issue a reliable denial.

Linda Stermer: [laugh] Bad luck doesn’t even describe it.

Linda is unable to issue a reliable denial. Her answer is evasive.

She is also unable to control herself, she has a reason to laugh.

Erin Moriarty: Do you have anything to do with this death?

Linda Stermer: Nothing whatsoever.

Expected “No“. Instead she shows a need to persuade that people that “didn’t do it” don’t have. The “wall of truth” is not within her. 

Erin Moriarty: Were you ever unfaithful to Todd?

Linda Stermer: No. Todd was an extremely jealous and possessive person.

Linda weakens her “No” with 8 words she uses to blame the victim.

Linda Stermer: Todd owned his own business. He sold gloves and occasionally sold hunting suits but he didn’t like to work … often. And… I learned about him borrowing money from his mother. And I said, “Why would you do that? Why aren’t you just going to work?” I was working in a dialysis facility. I had to be to work at 5:00 a.m.

Note that Linda blames the victim. People who feel guilt, often mitigate it blaming their victims and putting them on trial.

Linda also feels the need to represent herself as a “good person” because she is not. This is an The Ingratiating Factor an indication of manipulation as well as a sensitivity indicator for possible guilt.

Erin Moriarty: How much in debt was he?

Linda Stermer: At the time of his death, $75,000 … He hadn’t paid our mortgage in several months. And he just blew money, just blew money.

She is blaming the victim. What is she looking for? Is she trying to justify her actions? Is she trying to say that she killed Todd in self defense?

Linda Stermer: It wasn’t a regular thing. He would get extremely fired up and extremely frustrated. And he hit … hit me one time and left a bruise on my cheek. … But he sent me flowers. He told me how sorry he was. And then you believe that it’s never going to happen again, until it does.

Please note that Linda says that Todd hit her only once.

Linda is unable to say “And then I believed that it was never going to happen again, until it did”, instead, not to lie, she says “And then you believe that it’s never going to happen again, until it does” counting on us to assume he hit her more than once.

Deceptive people often use “you” instead of “I”. The use of “you” is distancing language. It indicates that the subject desire to make a statement but cannot do so without lying. In avoiding the internal stress of a direct lie, the subject takes the distance from the reality with the pronoun “you”. 

Erin Moriarty: Kate Fox also testified that Linda had discussed ways of getting rid of her husband, including running him over with a car. Did you?

Linda Stermer: No. Kate really hated me at that point. My lawyer asked her why she was so angry at me. And she says “She lied to me. She lied to me. She changed shifts … without me.”

Linda answers with a “No” then weakens her answer with more words in an attempt to ridicule her friend.

Kate Fox also told investigator that Linda was having an affair with a co-worker named Chris Williams. Williams himself confirmed that he and Linda had a romantic relationship while she was still married.

Erin Moriarty: Were you …

Linda Stermer: No.

Erin Moriarty: … having an affair with Chris Williams?

Linda Stermer: Uhm … I started seeing Chris Williams romantically, but it wasn’t until after … I lost my husband.

“Uhm” is a pause to think. 

Each of us has a personal internal and subjective dictionary. A specific word may have a different meaning for different subjects. The goal of a journalist should be to decode the subjective internal dictionary of the subject who is releasing the interview. 

Erin Moriarty should have asked Linda: “What do you mean for “romantically”?

Erin Moriarty: Why would a man you went out with turn around and lie at trial?

Linda Stermer: Unless he was manipulated by someone, I don’t know.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated.

Linda Stermer never issued a reliable denial.

She was evasive and manipulative.

She has guilty knowledge of what happened to her husband Todd.

After her interview to 48 Hours correspondent Erin Moriarty went on air, Linda Stermer wrote the following statement on Facebook:

Screen Shot 2020-02-03 at 16.46.00

“I’ve participated in a dozen hours, give or take, with 48 Hour’s. I watched my daughter’s heart’s break again as they told their lives to the world, afraid of the backlash, but confident that they were doing the right thing. I learned things that I wasn’t aware of. I watched the program as my son’s told their story. Listening as they told things that I knew were distorted. I spent countless time reading and hearing about the posts on Facebook 48 Hour’s. I didn’t learn anything I didn’t already know. No matter what the pain of others is, there will always be people who judge without all the facts. Not one person asked to see the actual evidence. Some cited evidence shown to contradict what others were saying. Some reached out to me. Kindly giving me words of encouragement and support. Some posted to knowing myself or my family that either never met or never were close to. But they still had their “first hand knowledge” to share. One claimed to be a former cell mate who I’ve never met. One imparted information that was completely to the contrary of what his testimony was. I won’t use the word lie again because I’ve been judged for claiming anyone did. I wish 48 Hour’s could have addressed ALL the questions everyone has ever had. But that is not a feasible nor practical undertaking. People seem to think I withheld information from my son’s, the police and the court. They’ve pointed out why did I conveniently avoid this or that. The thing is, my boys were young, 13, 15, 17 when they lost their Dad. I didn’t know how to deal with that loss, I was leaving him, but I wasn’t over him. I was over the life we had. Not him. More importantly, I didn’t know how to talk to the boys about it. Now, years later, I’m described as acting the victim because of the way I cried then. Now, 12 year’s later I’m being criticized for not shedding enough tears. For looking this way or that. It’s been 12 years, 9 spent in prison, learning to cope with and control what feelings I’ve had each time I’ve had to open these wounds for an appeal, procedure, lawyer, or Court. I cannot say I was guiltless in the problems of our marriage. I can say I was a good mother and wife. I was loved by my children, all of them, and even my in-laws, until a prosecutor decided to use his office to manipulate two families into pointing the finger at the opposite, making people believe there was a crime when no evidence exists to prove any crime ever existed. The State used perjury and manipulation of circumstantial evidence to destroy many lives. But this is the world we live in. For all the world to see, to judge and to punish. This is the world I wish we could fix, but again, not feasible. For anyone who wants to know the facts that were used to convict me, they are public record. What I would like people to think about, it is easy to say what you would do as an outsider looking in. It is easy to say what you think when you don’t have all of the information. It wasn’t an easy process to prove my Conviction was wrongfully obtained. What it did though was to give me evidence of fraud that will be used in the future if I do lose in my current appeal. I have become a better person and a more appreciative person since going through this. I’ve learned that judging others can make us a fool. And I’ve learned that I needed God more than I once thought. It was Him that cleared my mind and prepared me for the legal battles I’ve fought. Him that gave me the support and love that I’m blessed with. And Him that has brought me to this day in this place. Many are taking sides again, judging that either my daughter’s, mother and I are liars or our son’s are. Those who make the rude comments about the way we did or didn’t cry, looked fake and the opinions on guilt, you’re the pipeline for pain of the innocent victims in my case. My case is far from over, but I can say that those who have been so kind, those who’ve loved and supported us have given me more strength than the ugliness has taken. People who fight for other’s freedom, do it each day, against the public opinion, against the presented evidence and against other’s judgement, because they have a strong sense of justice and do all they can to see it served. And I am grateful for the ones who have chosen to fight for me”.

Instead of issuing a reliable denial of fews words, instead of writing “I didn’t kill my husband Todd, I didn’t set the house on fire, I’m telling the truth”, Linda Stermer:

  1. chose to write 796 words. The “wall of truth” is not within her;
  2. seasoned her statement with embedded admissions: “I withheld information from my son’s, the police and the court”, “I conveniently avoid this or that” and “either my daughter’s, mother and I are liars”;
  3. showed ownership of her conviction writing “my Conviction”; note also her use of the capital letter “C” that shows respect for her conviction;
  4. showed a need to ingratiate herself with the audience “I have become a better person and a more appreciative person since going through this”;
  5. brought “God” as a witness to persuade her audience of something she is unable or unwilling to deny.

Statement Analysis get to the truth.

Ursula Franco, MD and Criminologist