La criminologa Ursula Franco analizza la lettera inviata a Quarto Grado da Antonio Logli dopo la sentenza della Cassazione

 

Antonio Logli

Le Cronache Lucane, 9 ottobre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Dopo la sentenza definitiva, Antonio Logli ha inviato la seguente missiva alla trasmissione Quarto Grado:

“Cari Gianluigi Nuzzi e Francesca Carollo, come state? spero di trovarvi bene. Vi ringrazio di dare voce alle mie parole. Come sapete la mia condanna è divenuta definitiva. E questa condanna, tremendamente ingiusta, ha scatenato in me, in quanto innocente, una rabbia profonda. Ma soprattutto ha condannato i miei figli a dover vivere senza il loro padre. Una giustizia che sorda è andata a senso unico e non ha voluto ascoltare ben due testimoni: Filippo Campisi e Cinzia Palagi che hanno urlato a gran voce le loro testimonianze. Il primo ha visto Roberta uscire dal cancellino di casa la sera della sua scomparsa, salire su un SUV di colore scuro con a bordo un uomo e dirigersi verso Pisa mentre l’altra l’ha vista il giorno dopo al supermercato E.Leclerc Conad di Madonna dell’Acqua. Sono stato condannato per quello che ho detto, per quello che non ho detto, per le espressioni del mio viso. Qualunque cosa abbia o non abbia fatto è servita per condannarmi. Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv. Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti. Non auguro a nessuno ciò che ho subito insieme alla mia famiglia da quando è scomparsa Roberta: adesso sono detenuto in carcere ingiustamente e prego Dio ogni giorno intensamente perché Lui vede e provvede. Vivo questa terribile esperienza a testa alta, con la serenità di chi è innocente. E vi garantisco che lotterò con tutto me stesso fino a quando avrò vita per dimostrare la mia innocenza. Vi saluto con stima. Antonio“.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare la lettera di Antonio Logli. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Analisi:

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Logli non è mai stato capace di dire “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità”. In questa missiva, il Logli, per due volte, ha fatto riferimento alla sua innocenza, ma dirsi “innocente” non equivale a negare l’atto omicidiario.

Si faccia caso alla parola “anche” presente nella seguente frase “Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv”. “anche” ci rivela che Antonio Logli è cosciente del fatto che c’è altro che ha condotto alla sua condanna, oltre alle false notizie.

Quando il Logli scrive “Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti”, egli desidera convincere i suoi interlocutori che è una brava persona, questo atteggiamento è spesso un indicatore del fatto che il soggetto che parla è incapace di prendersi le proprie responsabilità. Si tratta di un fenomeno detto “Gnostic Split”: il soggetto si dissocia creando un altro da sé che sarebbe incapace di uccidere, e proprio il fatto che senta il bisogno di fare ricorso a questo escamotage ci rivela la sua colpa.

Analisi dell’intervista rilasciata da Andrea Landolfi Cudia a Simone Toscano di Quarto Grado

Andrea Landolfi Cudia e Maria Sestina arcudi

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi, che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte. 

Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, fino a pochi giorni fa era indagato a piede libero. A marzo la procura aveva chiesto l’arresto, il GIP aveva rigettato, in seguito ad un ricorso il Riesame aveva dato ragione alla procura, a giugno la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione contestando la legittimità dell’interrogatorio del figlio di Andrea Landolfi, un bambino di 5 anni. Il 25 settembre la Corte Suprema di Cassazione ha dato ragione alla procura e disposto la Misura di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario per Andrea Landolfi. Il giornalista Simone Toscano ha intervistato Andrea Landolfi dopo la sentenza.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Pertanto, da un innocente de facto ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

In Statement Analysis analizziamo le parole che non ci aspettiamo di udire (The Expected Versus The Unexpected).

Un innocente non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute e lo farà spesso, se necessario. Un innocente mostrerà, inoltre, di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quantgli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli, infatti, risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li intervista o li sottopone ad interrogatorio, servono a ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un omicidio.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

La dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, sostenendo, ad esempio, di non aver detto tutto per una pura dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione che alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati, non solo di essere dei bugiardi, ma anche del reato di cui sono accusati.

ANALISI:

Simone Toscano: Andrea, buongiorno, sono Simone Toscano di Quarto Grado, le volevo chiedere un commento per questa sentenza durissima.

Una domanda che permetterebbe ad Andrea Landolfi di negare in modo credibile di aver ucciso Maria Sestina. 

Una negazione è credibile quando il soggetto si esprime senza ripetere a pappagallo le parole del suo interlocutore ed è composta da tre componenti:

  • il pronome personale “io”;
  •  l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  • l’accusa “ucciso x”.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti, non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso Sestina”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Sestina”, è una negazione credibile ed è ciò che ci aspettiamo che dica Landolfi già in risposta a questa prima domanda. 

Andrea Landolfi Cudia: Non so che dirle guardi, iooo… in questo momento mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché… il mio lutto me lo sto elaborando, lo elaboro e… e non credevo di certo di avere un esito così. Io andrò incontro a un processo in cui mi batterò con un coltello in mezzo ai denti, perché la verità deve uscire fuori. Per il GIP risultava un incidente, io sono concordante con il GIP, perché ha fatto la ricostruzione in base a tutte le prove e ha dichiarato inammissibile la carcerazione, perché era un incidente domestico.

Simone Toscano ha dato un’occasione ad Andrea Landolfi, l’occasione di poter negare pubblicamente di aver ucciso Sestina, ma il Landolfi, invece di dire “io non ho ucciso Sestina, sto dicendo la verità”, esordisce così “Non so che dirle guardi, iooo… in questo momento mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché… il mio lutto me lo sto elaborando, lo elaboro e… e non credevo di certo di avere un esito così”.

All’indomani della morte di Sestina, intervistato da Simone Toscano, il Landolfi aveva rilasciato una dichiarazione simile “Non voglio dichiarare nulla, sto soltanto elaborando il mio lutto, io l’unica cosa che posso dire è che ho fede nella giustizia“.

Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Landolfi non l’ha fatto in entrambe le occasioni.

La risposta di Andrea Landolfi Cudia non solo è evasiva ma è anche una lunga tirata oratoria che ci indica che il Landolfi non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità”.

Il Landolfi parla di verità, ma non ci dice quale sia questa verità, una verità che di certo lui conosce. Riferisce che “per il GIP risultava un incidente”, ma non ce lo conferma, non dice ““Io non ho ucciso Sestina, è stato un incidente”.

Andrea Landolfi Cudia: Io non ho paura di nulla, perché “Male non fare, paura non avere”.

Perché Andrea Landolfi Cudia parla citando un proverbio? Perché è incapace di dire “Io non ho ucciso Sestina”.

Simone Toscano: Lei sa che i familiari di Sestina fin dall’inizio hanno… hanno puntato il dito contro di lei.

Andrea Landolfi Cudia: E’ giusto che mi abbiano puntato il dito, perché devono sapere la verità, ma la verità la verranno a sapere, comunque sia, durante la fase processuale.

Si noti che non solo Andrea Landolfi non ha negato di aver ucciso Sestina, nonostante l’opportunità fornitale dal giornalista, ma, quando afferma “E’ giusto che mi abbiano puntato il dito perché devono sapere la verità”, egli accetta ciò che un innocente de facto non accetterebbe mai, lascia aperta la porta alla possibilità di aver commesso l’omicidio. Peraltro, si noti che, ancora una volta, egli afferma che con il processo emergerà la verità, ma non ci dice quale sia questa verità.

Simone Toscano: Quindi lei si sente di affermare che quella sera si è trattato di un incidente e che lei non ha gettato Sestina dalle scale?

Simone Toscano si aspettava che il Landolfi negasse. Il giornalista mostra di non essere soddisfatto delle sue risposte, eppure dovrebbe esserlo, il Landolfi non riesce a dire “si è trattato di un incidente” e “non ho gettato Sestina dalle scale” perché mentirebbe, se ne faccia una ragione.

Andrea Landolfi Cudia: Assolutamente, assolutamente, assolutamente. Qua siamo tutti in lutto. Io, la mia famiglia è in lutto per Sestina. Io sono in lutto perché sono il suo compagno, mi hanno tolto un figlio per futili motivi perché hanno detto che è stato omicidio, un omicidio con efferatezza con gravi indizi di colpevolezza, invece non è vero perché i RIS sono entrati 3 volte con esami irripetibili e non hanno trovato nulla. Hanno ritrovato una… delle tracce orizzontali, non verticali, della caduta che abbiamo fatto io e Sestina, dove io ho battuto il capo eee… da dietro il cervelletto e Sestina èè… ha sbattuto la testa, ma non ci siamo accorti di questo, perché, comunque sia, eee… l’emorragia era interna, se fosse uscito del sangue avrei chiamato subito l’ambulanza.

Da un innocente de facto, in risposta alla domanda chiusa del giornalista, ci saremmo aspettati un “No”, nulla più. 

E invece di rispondere con un “No”, Andrea Landolfi fa ricorso ad un’altra lunga tirata oratoria di 125 parole per convincere il suo interlocutore senza falsificare.

“Assolutamente, assolutamente, assolutamente” non equivale ad un “No” e trasuda un bisogno di convincere che gli innocenti de facto non hanno. 

“Qua siamo tutti in lutto. Io, la mia famiglia è in lutto per Sestina”, rivela un desiderio di nascondersi tra la folla.

Si noti che, nonostante Sestina sia l’unica vittima, il Landolfi parla, in primis, dei traumi da lui riportati “dove io ho battuto il capo eee… da dietro il cervelletto”.

Simone Toscano: Ma dove l’ha sbattuta, Sestina, la testa?

Andrea Landolfi Cudia: Eh, io questo adesso non me lo posso, non me lo ricordo di certo, perché io con affermatezza non glielo posso dire.

Un “non ricordo” va guardato con sospetto perché dire di non ricordare equivale a falsificare un vuoto di memoria.

Simone Toscano: Chi invece dice che lei quella sera forse ha aggredito anche sua nonna e che per questo sua nonna è scappata in piena… in piena notte.

Andrea Landolfi Cudia: Non è assolutamente vero, io ho scansato mia nonna con un palmo, con il dorso della mano.

Simone Toscano: Quindi si è spaventata ed è scappata, diciamo.

Andrea Landolfi Cudia: No, non si è spaventata, è rimasta là eee… ha visto Sestina che stava bene. Mia nonna è stata operata, quindi ha 9 stent e per la paura si è… si è and… dovuta andare a far vedere in ospedale.

Andrea Landolfi Cudia: Testimone c’era mia nonna e la spinta… ho ricevuto… che ho ricevuto è stata da Sestina, poi rendendosi conto che stavo per cadere mi sono aggrappato al suo braccio eee… per spirito di sopravvivenza, perché lei si è avvicinata verso di me, perché voleva recuperarmi dopo la spinta e là siamo caduti insieme.

Si noti “la spinta… ho ricevuto… che ho ricevuto è stata da Sestina”. In pratica il Landolfi attribuisce a Sestina la responsabilità della caduta.

Simone Toscano: E’ vero che c’è stato un litigio forte per gelosia?

Andrea Landolfi Cudia: Assolutamente no, io mi sono avvicinato ad una ragazza che faceva parte del pub, gli ho chiesto un tagliere o era un bicchiere di vino e poi, dopo, niente, si è ingelosita Sestina, ma una lite furibonda non c’è mai stata.

Andrea Landolfi Cudia: Lotterò fino alla fine perché io ho perso una compagna, mi hanno tolto la patria potestà eee… non vedo più mio figlio da 9 mesi. Il bambino ha detto che siamo caduti in 3, che siamo caduti in 2, che avevamo le facce belle cheee… che io ho spinto Sestina, che Sestina ha spinto a me e poi, ad un certo punto, finisce la conversazione il bambino dicendo: “E poi mi sono svegliato”. Quindi si figuri un po’.

Ancora una volta il Landolfi ha perso l’occasione per negare in modo credibile, si è dipinto come vittima nel tentativo di ingraziarsi l’interlocutore e ha mostrato, ancora una volta, un bisogno di convincere.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 6 ottobre 2019.

ARRESTO IMMEDIATO PER ANDREA LANDOLFI CUDIA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DECISIONE GIUSTA

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Le Cronache Lucane, 25 settembre 2019

Misura di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario per il fidanzato di Maria Sestina Arcuri, la Cassazione ha deciso ieri dopo l’udienza del 24. 

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia del suo ragazzo, che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte. 

Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, era finora indagato a piede libero per la morte della sue fidanzata avvenuta la notte tra il 3 e 4 febbraio scorsi, a Ronciglione. A marzo la procura aveva chiesto l’arresto, il GIP aveva rigettato, in seguito ad un ricorso il Riesame aveva dato ragione alla procura, a giugno la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione contestando la legittimità dell’interrogatorio del figlio di Andrea Landolfi, un bambino di 5 anni.

Abbiamo sentito su questo caso la criminologa Ursula Franco. La dottoressa aveva analizzato la telefonata di Andrea Landolfi al 118 e un’intervista rilasciata dalla di lui nonna.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della decisione della Corte suprema di Cassazione?

Una decisione giusta.

– Dottoressa, che cosa era emerso dall’analisi della telefonata di soccorso?

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da chi chiama, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”. In telefonate come quella fatta dal Landolfi ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che, soprattutto, chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto. Non ci aspettiamo invece che il chiamante si perda in superflui convenevoli, o che chieda aiuto per sé, o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto in stato di necessità. Andrea Landolfi non ha mai chiesto aiuto per Maria Sestina. Ha provato ad ingraziarsi l’operatore, ha poi cercato di collocarsi dalla parte dei buoni e ha chiesto aiuto per sé.

– Dottoressa, che cosa era emerso invece dall’intervista rilasciata dalla nonna di Andrea a Lucilla Masucci?

È un’intervista ricca di suggerimenti e contaminazioni, praticamente inutilizzabile. 

– In base a cosa la procura ha chiesto l’arresto di Landolfi? 

Lo ha chiesto sulla base delle risultanze autoptiche. Infatti, secondo i consulenti medico legali, Maria Sestina non si sarebbe ferita in seguito ad una “caduta/rotolamento” ma in seguito ad una “caduta/precipitazione”. In pratica, Maria Sestina non sarebbe rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato e dalla nonna Mirella Iezzi, sarebbe invece precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.

Si legge nell’Ordinanza del Riesame di Roma che Andrea Landolfi “ha problemi con l’alcol e ha una personalità instabile che è stata oggetto di plurimi accertamenti da parte del dipartimento di salute mentale della Asl di Roma. I problemi che Landolfi ha con l’alcol, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, convincono della sua pericolosità sociale, la cui personalità non offre alcuna affidabilità. La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcol, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti”. Peraltro, “dopo la morte di Maria Sestina, Iezzi e la madre di Landolfi, Roberta, hanno manifestato apertamente il timore di una reazione violenta del giovane nei loro confronti, evitando di convivere con lui”.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’INTERVISTA DEL LOGLI A QUARTO GRADO? ENNESIMO AUTOGOL

Le Cronache Lucane, 23 settembre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Prima della sentenza definitiva, Antonio Logli ha rilasciato un’intervista alla trasmissione Quarto Grado. Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare quell’intervista per noi. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

– Dottoressa Franco, quali sono gli stralci che lei ritiene significativi e cosa emerge dall’intervista?

Non emerge nulla di nuovo, il Logli, ancora una volta e a distanza di tanti anni, non è riuscito a negare in modo credibile di aver ucciso sua moglie Roberta, ha mostrato di essere un bugiardo abituale ed un manipolatore. 

Si faccia caso a questi stralci: “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “Per me non è morta, no, io finché non ho la certezza che sia morta, per me è viva, nessuno… potranno superare qualunque ostacolo dicendo, i giudici, che per loro è morta, per me no, perché, ti ripeto, loro hanno detto che sono stato io, io non ho fatto niente… quindi per me è viva”. Non solo “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “io non ho fatto niente” non sono negazioni credibili perché aspecifiche e atemporali, ma “sono stato io” è un’ammissione tra le righe. “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità” sarebbe stata una negazione credibile e l’unica che dobbiamo aspettarci da un innocente de facto.

Nel seguente stralcio: “L’unica bugia che ho detto è stata quella di non andare a dire che avevo Sara, perché poi per il resto ho detto, te lo giuro sui miei figli, ho sempre detto tutto minuziosamente, minuto per minuto, tutto quello che ho fatto e che mi hanno chiesto”. Si focalizzi su “L’unica bugia che ho detto” e su “te lo giuro sui miei figli”, il Logli non ci sta dicendo di aver detto la verità, ci dice invece di non aver detto bugie, ovvero di aver dissimulato e poi, giurando sui propri figli, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti de facto non hanno, peraltro il giurare è caratteristico dei bugiardi abituali.

Un altro stralcio particolarmente interessante è questo: “Poi c’è stata una volta che, mi ricordo, trovai la bimba con un gunboy, no? Io ero contrario ai bambini che giocassero con questi giochi, trovai questo gunboy e dissi: “Alessia dove l’hai preso?”, “Guarda babbo, non è colpa mia, mamma me l’ha comprato, ma m’ha detto: Babbo non deve sapere niente. Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te”. Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto, lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”.

Il fatto che il Logli dica: “mi ricordo” è indice del fatto che nelle dichiarazioni precedenti non ha pescato nell’esperienza, che ha mentito. Quando il Logli dice: “Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto”, lo fa per convincere di essere virtuoso, se lo fosse non avrebbe bisogno di persuadere nessuno. Quando invece mette in bocca alla figlia queste parole: “Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te” e dichiara: “lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”, lo fa per lasciar intendere che Roberta possa essersi allontanata volontariamente pianificando di nascosto, peraltro queste dichiarazioni rivelano il suo intento di biasimare la vittima, un classico di chi ha commesso un certo reato. E’ un modo per ripulirsi la coscienza, per darsi giustificazioni morali.

Infine, quando, riferendosi alla ricostruzione presente nelle motivazioni delle sentenze, dice: “Quello che dicono non è la verità, è incredibile, è inverosimile”, il Logli dice il vero. Antonio Logli ha ucciso sua moglie Roberta, ma i fatti non sono mai stati ricostruiti come si deve.

– Dottoressa, ricostruisca per noi le circostanze che condussero all’omicidio di Roberta Ragusa.

La notte della scomparsa di Roberta Ragusa, Antonio Logli fece una prima telefonata alla propria amante Sara Calzolaio dalla soffitta, telefonata che durò 42 minuti e che terminò alle 23.50, poi trasferì la figlia, che si era addormentata nel letto matrimoniale con la madre Roberta, nel suo lettino, andò in autoscuola e da lì chiamò Sara altre due volte. Il Logli chiamò l’amante dall’autoscuola alle 23.56 e infine, alle 00.17 per un’ultima brevissima telefonata di pochi secondi il cui contenuto è stato riferito dalla ragazza agli inquirenti: “Ti amo, buonanotte”. Quando il Logli salutò l’amante non era solo, Roberta lo aveva seguito in autoscuola a sua insaputa e lo sentì parlare con l’amante, ne nacque una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante. Roberta intraprese la via dei campi, non perché in preda al panico o per fuggire al Logli, ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito e proprio perché si trovava in autoscuola non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio.

La discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo in autoscuola dopo le 00.17, per questo motivo i bambini non sentirono niente, per questo motivo anche il titolare della scuola di ballo che se n’era andato verso la mezzanotte non fu in grado di riferire nulla. Tra l’altro questa ricostruzione spiega anche il perché il Logli, credendo di essere da solo in autoscuola, disse liberamente a Sara: “Ti amo, buonanotte”.

In seguito alla fuga di Roberta tra i campi, Antonio Logli salì sulla propria auto, una Ford Escort station wagon, e si diresse in via Gigli, dove parcheggiò il veicolo al margine della strada e mentre era fermo sul ciglio della strada a fari spenti, tra le 00.30 e le 00.40, lo vide il super testimone Loris Gozi.

Poco dopo, Antonio Logli, tornò a casa, parcheggiò la sua auto nel vialetto, dove non era solito lasciarla e cambiò macchina, prese la Citroen C3 di Roberta e tornò in via Gigli, dove una seconda discussione impegnò i due coniugi, in quell’occasione il solito testimone, Loris Gozi, li udì.

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare nella C3. Con tutta probabilità il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire. Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. Infine, Antonio Logli condusse Roberta in una zona isolata, dove, dopo averla uccisa, ne occultò il corpo.

Antonio Logli maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina, non perché si fosse reso conto di essere stato visto da Loris Gozi, ma perché temette che la sua auto danneggiata lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta.

Il giorno dopo, il Logli, usando della sabbia, pulì sia la strada dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort e dove era stato notato dal Loris Gozi che il vialetto all’interno della sua proprietà nel punto in cui quella notte aveva parcheggiato la Escort. Il Logli pulì sia la strada che il vialetto per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, una riprova del fatto che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo il giorno seguente il Logli uscì con la Ford Escort alla ricerca di Roberta e lasciò l’auto al cimitero, lo fece per lasciare l’auto danneggiata a debita distanza da casa per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

Martin “Marty” Tankleff killed his adoptive parents

Martin H. “Marty” Tankleff

Belle Terre, Suffolk County, New York. On September 7, 1988, about 6 a.m., 17-year-old Marty Tankleff called 911. When police arrived at his home, they found his father Seymour, 62, unconscious on the floor of his office and his mother Arlene, 53, dead in her bedroom. Seymour Tankleff died on October 6, 1988 without ever regaining consciousness.

On June 28, 1990, Tankleff was convicted of murdering his parents, Seymour and Arlene Tankleff.

Marty Tankleff at his first trial

On October 23, 1990, Marty Tankleff was sentenced to two consecutive terms of 25 years to life in prison.

Arlene, Marty and Seymour Tankleff

On December 18, 2007, the Appellate Division of the New York Supreme Court in Brooklyn overturned the convictions. Tankleff was released on December 27, 2007. The charges were dismissed on July 22, 2008.

In March 2009, Tankleff filed a federal civil wrongful conviction lawsuit against the State of New York and the Suffolk County police department and several officers, including detective K. James McCready. In January 2014, the State of New York settled for $3.375 million.

On May 25, 2014, Marty Tankleff graduated from the Touro Law Center. On April 2017, he passed the New York State bar exam.

Statement Analysis get to the truth, let’s examine Marty Tankleff’s emergency call and some of his statements.

Here is Marty Tankleff’s 911 call with my notes:

In a case, the emergency call represents the first interview.

911: Police emergency.

This two words allows Marty Tankleff to choose his own words and begin his response according to his own priority. Order speaks to priority.

Marty Tankleff: This is Marty Tankleff, 33 Seaside Drive in Belle Terre. I need an ambulance. Emergency.

The expectation as an innocent caller is: “My father is bleeding. We are at 33 Seaside Drive in Belle Terre” or anything close to this. Note that, instead, Tankleff identifies himself first, gave his family home’s address and asked for an ambulance for himself. He didn’t tell the operator what the ambulance is needed for, nor who is the victim in need. He told 911 that he, himself, needs an ambulance. To asks for help for himself is appropriate if the help is about how to perform CPR or First Aid. In this case, Tankleff, didn’t say “I need help” but “I need an ambulance”, showing us that the context is not CPR or First Aid for the victim. Guilty callers often ask for help for themselves not for the victim, because they are the ones in need of help.

“Emergency” is something unnecessary to say in an emergency call. 

911: All right, hold on and I’ll connect you.

Marty Tankleff: Emergency.

Note that the words “Emergency” is repeated here. Every repetition is double important for an analyst. Does Tankleff has a need to align himself with the good guys? 

911: I’m connecting you with the ambulance.

911: Fire Rescue Centre.

911: 763.

Marty Tankleff: I’m at 33 Seaside Drive in Belle Terre.

See, again, Marty Tankleff speaks about himself. He didn’t yet tell the operator the reason for calling.

Operator: Wo… wo… wo… I can’t hear you, what is it?

 Marty Tankleff: 33 Seaside Drive in Belle Terre.

Operator: 33 Seaside?

Marty Tankleff: 33 Seaside Drive in Belle Terre. It’s off Crooked Oak Road, Belle Terre. Please, my father…

Note that Tankleff introduces his father but is interrupted by the operator.

Note the word “please”. We always note the use of politeness in an emergency call, “please” could uncover a need to ingratiate himself with the operator and to align himself with the good guys.

Operator: Wo… wo… wo… hold on, I can’t write that fast.

Marty Tankleff: Thirty…

Operator: What corner street?

Marty Tankleff: Three. It’s off Crooked Oak Road.

Operator: Crooked Oak?

Marty Tankleff: Yes, yes, hurry up.

Note that Tankleff didn’t yet tell the operator the reason for calling. Note “hurry up”, it could also uncover a need to to align himself with the good guys.

Operator: No, no, no, answer my question.

Marty Tankleff: What? 

Operator: What’s your name?

Marty Tankleff: Marty Tankleff. I’m his son. He’s gushing blood from the back of his neck, he’s got a cut.

Note “I’m his son. He’s gushing blood from the back of his neck, he’s got a cut.” not “my father Seymour is gushing blood from the back of his neck” as expected. People speak in economy of words. Why does he need to introduce himself as “his son”? 

Note that ”he’s got a cut” is passive. Passivity could either be appropriate or inappropriate. It is often used to conceal identity or responsibility.

911: What happened to him?

Marty Tankleff: I don’t know, I just woke up and he is in the office, he’s gushing blood, please.

Note “I don’t know. I just woke up”. “I just woke up” is unnecessary to say and sounds alibi building. 

Note the word “please”. We always note the use of politeness in an emergency call because it could uncover the need of a guilty caller to ingratiate himself with the operator and to align himself with the good guys.

Operator: All right, listen to me, is this a private house?

Marty Tankleff: Yes, it is.

“It is” are unnecessary word.

Operator: Alright, now listen.

Marty Tankleff: It’s a red driveway.

Operator: Listen to me. I’m sending you an ambulance. I want you to take a clean towel.

Note that the operator “wants” him to take a clean towel while Marty Tankleff never asked her on how to perform First Aid to his father.

Marty Tankleff: Yes.

Operator: Wrap wherever he’s gushing blood from.

Marty Tankleff: Okay.

Operator: Hold pressure on it.

Marty Tankleff: Okay

Operator: Lay him down if possible.

Marty Tankleff: Okay.

Operator: Get his feet elevated and we’ll have someone down there for you.

Marty Tankleff: Okay.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated

Analysis of some excerpts from some interviews Marty Tankleff released in the years:

What we look for in the following statements is for Marty Tankleff to issue a reliable denial.

A reliable denial is found in the free editing process, not in the parroted language and has 3 components:

1. the pronoun “I”

2. past tense verb “did not” or “didn’t”

3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“I did not kill my parents” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. This would be the “wall of truth”. 

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

On October 1988, after he was released on bail before his trial, Tankleff said: Someone has taken my parents away from me in a brutal manner and I unjustly have been charged with their murders. I can’t wait to all the truth (inaudible) out. Thank you.

Note that Tankleff didn’t issue a reliable denial, as expected from someone that “didn’t do it” but chose to use 32 words to try to persuade his audience that he didn’t kill his parents. Tankleff is unable or unwilling to say the following few words “I didn’t kill my parents. I told the truth”. 

Note that Tankleff chose to say “Someone has taken my parents away from me” not “Someone killed my parents”. This is minimization. Minimization is a distancing measure, it’s a way to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions, it’s a common strategy used by guilty people to deal with feelings of guilt.

An ex Judge, Stuart Namm, interviewed Marty Tankleff for a TV show, “A Question of Guilt”:

Stuart Namm: Could I take you back now, Marty, to September 7, 1988? Could you tell us your best recollection of what time you woke up and what you did when you first woke up that morning?

Marty Tankleff: Uhm… waking up in the morning, uhm… shortly before six, uhm… and I’m…

“Uhm” is a pause to think, an indicator that Tankleff needs to focus on what to say because the question is sensitive to him. Note the locations of the three pauses.

Note that he says: “Uhm… waking up in the morning”, not “I woke up in the morning”, as expected.

“Uhm… waking up in the morning” does not have a pronoun. A dropped pronoun means no commitment. Pronouns are instinctive for us as we use them from the earliest days of speech.  When someone drops a pronoun, the person is removing himself from the sentence. Tankleff removes himself from his answer because lying is stressful. 

Note “I’m” not “I was” as expected. Tankleff speaks at the present tense when asked about a past event. He speaks at the present tense because he is not fishing in his experiential memory.

During the same interview, Marty Tankleff said to Judge Stuart Namm: I’m a victim of circumstances, I’m a victim… of the system of this country uhm… of the way people research brutality to solve financial problems, but I’m innocent, you know, and… there is somebody out there or some people who know the truth, you know, for my sake, for my parent sake, for my family sake, it’s all I want, I want the truth to be told.

Note that Tankleff used 67 words to try to persuade his audience that he didn’t kill his parents but was unable to issue a reliable denial. He was unable to say the following few words “I didn’t kill my parents. I told the truth”.

Note “but”. The word “but” disproves what preceded it. Here is a nonsense to say “I’m a victim (…) but I’m innocent”.

Note “you know”, a signal that Marty Tankleff is acutely aware of the interviewer’s presence at this point of the interview.

Note that Tankleff says “there is somebody out there or some people who know the truth”, not “somebody out there killed my parents” as expected. Tankleff allows for the possibility that the truth is that he killed his parents.

During another interview, Marty Tankleff said: I kept saying, “It wasn’t me”, and they kept saying, “We don’t care. Just tell us what we want to hear. We want to know it’s you”. You get to a point where you start doubting yourself… you just want to escape that environment. I was brought up that cops don’t lie. When the cops turned around and said: “Your father said you did it”, I started to doubt myself because I knew my father would never lie. But I knew in my heart and my soul that I wasn’t responsible for this.

Note that, during his first interview with police, Tankleff was unable to issue a reliable denial, he was unable to say ”I didn’t kill my parents”. “It wasn’t me” is an unreliable denial, that’s why the cops didn’t believe him.

Note that Tankleff says “You get to a point where you start doubting yourself… you just want to escape that environment” not “I got to a point where I started doubting myself… I just wanted to escape that environment” as expected.The use of “you” is distancing language that indicates a form of deception. In other words: He is unable to use the pronoun “I” because he would lie and, to avoid the stress of lying, he distances himself from the reality using “you” instead of “I”. 

Note that Tankleff is even unable to say “I knew in my heart and my soul that I din’t kill my parents”. “I wasn’t responsible for this” is an unreliable denial, moreover he qualifies his unreliable denial with “I knew” and “in my heart and my soul”. Note also “this”, a word that indicates closeness.

“I knew in my heart and my soul” allows for the possibility that “in his mind (head, intellect)” he knows differently. 

During another interview released from prison, Marty Tankleff said: I never should be convicted. I never should be charged. The system has incarcerated an innocent man for fifteen years. I loved my parents, I had nothing to do with their murders. It didn’t kill them, they were my best friends, they were… my teachers, my instructors.

Everyday you wake up, you know that you don’t belong there and… every hour of that day is striving to get out of jail. I have a great family support system and I have great upbringing so, you know, I always knew that I had to believe in things and strive for what I believe in. Detectives say the way I look, the way I acted. It could never hurt that. It can never hurt any of my family members. I had absolutely nothing to do with their deaths.

Tankleff is unable to issue a reliable denial, he is unable to say “I didn’t kill my parents. I told the truth”. Guilty people usually don’t lie but make statements which only sound like a denial, this is the case.

“I never should be convicted” is not a reliable denial.

“I never should be charged” is not a reliable denial.

“The system has incarcerated an innocent man for fifteen years”, who is he talking about? Tankleff doesn’t speaks for himself.

Saying “I loved my parents”, “they were my best friends, they were… my teachers, my instructors” he shows a desire to be seen in a positive light.

“I had nothing to do with their murders” is an unreliable denial. 

“It didn’t kill them” is quite interesting. Look at the pronoun “It” here. This is very manipulative. Marty Tankleff is unable to use the personal pronoun “I”, he is unable to take ownership of what he is saying. He is unable to say “I didn’t kill them” because he would lie.

Lets analyse the second part of this statement:

Note that he says: “Everyday you wake up, you know that you don’t belong there”, not “Everyday I wake up, I know that I don’t belong here”, as expected. The use of “you” is distancing language that indicates a form of deception. In other words: He is unable to use the pronoun “I” because he would lie and, to avoid the stress of lying, he distances himself from the reality using “you” instead of “I”. 

Note again the use of “It” instead of “I” in the following sentence: “It could never hurt that. It can never hurt any of my family members”. In any case, “I could never hurt that. I can never hurt any of my family members” are not reliable denial either. 

The word “Never” is often used by liars to avoid a specific time frame.

Note”hurt” instead of kill, this is an attempt to minimize to reduce the stress.

“I had absolutely nothing to do with their deaths” is an unreliable denial.

Marty Tankleff: I don’t think anybody can really understand what be convicted of a crime you didn’t commit is like. There is no word that it really describes that. The system has incarcerated an innocent man, something is not right with the system.

Note that Tankleff is not speaking for himself when he says “a crime you didn’t commit”. He is unable to take ownership of this sentence using the personal pronoun “I” because he did commit the crime.

“There is no word that it really describes that”, it’s true, especially for people that did commit the crime they were charged and convicted for.

When Tankleff says “The system has incarcerated an innocent man”, he doesn’t specify who this “innocent man” is, therefore we assume that he is not speaking for himself.

“something is not right with the system” is certainly true but doesn’t imply that the system “is not right” in Marty Tankleff’s case.

Marty Tankleff: I knew I should never have been there but there was also everyday that little sense of hope that innocent people don’t get convicted.

Note that he doesn’t speak for himself but about “innocent people”. 

On June 7 1990, during his first trial, Marty Tankleff testified. Here some exchanges between him and the prosecutor John B. Collins:

John B. Collins: Why did you kill your father?

Marty Tankleff: Absolutely not.

Note that Tankleff is unable to say “I didn’t kill my father”, neither parroting the DA’s words. The absence of a denial, it is a concern. “Absolutely not” is an evasive answer. Moreover, he adds emphasis to his answer through the word “Absolutely” showing a need to persuade.

John B. Collins: (after finding your father) What did you do? 

Marty Tankleff: Ran up (inaudible) screaming Dad, dad, dad, and when I get off I saw his slit throat (inaudible) I called 911.

“Ran up” does not have a pronoun. A dropped pronoun means no commitment. Pronouns are instinctive. People drop the pronoun “I” to remove themself from the sentence. He removes himself from his answer because he is unwilling to tell a outright lie.

John B. Collins: Did you kill your mother?

A “Yes or No” question.

Marty Tankleff: No, I didn’t.

A reliable denial is found in the free editing process and has 3 components: the pronoun “I”, the past tense verb “did not” or “didn’t” and the accusation answered.

“I didn’t” is not a reliable denial as the denial is parroted and incomplete, the third component is in fact missing. 

John B. Collins: Did you kill your father?

A “Yes or No” question.

Marty Tankleff: No. I loved my parents. I Had nothing to do with this.

“No” is a good answer, but when “No” is not alone, we count each word that follows weakening the response. 

Saying “I loved my parents” Tankleff shows a desire to be seen in a positive light.

“I had nothing to do with this” is another unreliable denial. 

ANALYSIS CONCLUSION

Deception Indicated.

Marty Tankleff killed his parents.

He never issued at any time a reliable denial, he never said “I didn’t kill my parents. I told the truth”, and he showed multiple times a need to persuade. Tankleff accepted what the de facto innocent doesn’t accept: he allowed people to believe he is involved. There is no “wall of Truth” within him. The “Wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that commonly leads an innocent de facto to few words as he/she has no need to convince anyone of anything.

Tankleff was not wrongfully convicted. A criminal injustice was to set him free.

I agree with Marty Tankleff, if it could happen to a patricide, like he is, it could happen 2 anyone. 

BIBLIOGRAPHY:

Martin Tankleff- National Registry of Exonerations

Martin Tankleff- Murderpedia

Martin Tankleff- Wikipedia

Coerced Confession

A Question of Guilt

Miscarriage of justice- Marty Tankleff Case- Bad Confession

Un criminolog analizează apelurile Alexandrei la 112. „O fată de 15 ani, răpită, violată şi bătută, e tratată cu o răceală dezarmantă”

Un criminolog din Italia a analizat apelurile Alexandrei la 112: „Fetei i-a fost frică din primul moment că nu va fi ajutată” Citeşte întreaga ştire: Un criminolog din Italia a analizat apelurile Alexandrei la 112: „Fetei i-a fost frică din primul moment că nu va fi ajutată”

Jurnaliștii de la HotNews au apelat la un criminolog din Italia pentru analiza apelurilor date de Alexandra Măceșanu la 112 pe 25 iulie, la o zi după ce s-a urcat în mașina lui Gheorghe Dincă și a dispărut.

Libertatea, De Andreea Radu, Joi, 01 august 2019, 22:01

Ursula Franco, medic și criminolog din Italia, care a lucrat în Statele Unite şi în Italia şi a studiat cu doctorul Peter Hyatt, unul dintre cei mai importanți experți din lume în „Analiza declarațiilor” – Statement Analysis, o tehnică israeliană de analiză a limbajului, a analizat pentru HotNews dialogul Alexandrei Măceșanu cu dispeceratul de la 112.

Iată câteva fragmente din analiza făcută de criminologul Ursula Franco:

Op. 112 (1): Cum te cheamă?

A.M.: Măceșanu Alexandra, vă rog veniți repede, nu știu unde sunt….

Op. 112 (1): Cum adică nu știi unde ești? În ce localitate te afli?

A.M.: În Dobro … Aaa.. În Caracal, m-a dus în Caracal, dar nu știu unde exact…

Op. 112 (1) (ton ironic): Păi dă-mi un punct de reper unde te afli în Caracal, cum crezi că te găsim? …

Aloo?  Păi dă-mi un punct de reper unde te afli în Caracal, cum crezi că te găsim? … Aloo? Este o cerere neaşteptată pentru că o persoană răpită ar putea să nu ştie locul unde a fost dusă, dar, mai ales, operatoarea de la 112 nu o întreabă pe Alexandra dacă reuşeşte să dea un punct de reper, ci îi dă un ordin : « dă-mi un punct de reper », în loc să o liniştească, adaugă dezarmant : «cum crezi că te găsim ? » care, în mod natural, va creşte disperarea fetei, spune criminologul.

A.M.: Da, stați, nu plecați vă rog…

«Nu plecaţi vă rog » este neaşteptat. Alexandra se tema că cererea ei de ajutor nu a convins-o pe operatoare şi se vede constrânsă să o invite să nu închidă. Mai mult, Alexandra simte nevoia să intre în graţiile ei, cu “vă rog”. Alexandra e o victimă şi operatoarea are datoria să o ajute. În acest caz fetei i-a fost frică din primul moment că nu va fi ajutată, notează Ursula Franco.

Op. 112 (2): Bun, ai telefonul la tine, da?

A.M.: Da, dar e la el! Eu acuma sun de pe alt număr…

Op. 112 (2): Nu contează, de unde ai tu numărul ăsta?

A.M.: Care număr?

Op. 112 (2): Ăsta de pe care mă suni. De unde?

A.M.: E telefonul lui, l-am găsit aici..

Op. 112 (2): Telefonul lui?

A.M.: Da!

Op. 112 (2): Este telefonul lui, da, bun. Ia …

A.M.: Da doamnă vă rog trimiteți-mi pe cineva că mi-e frică..

Alexandra continuă să spună „vă rog”, în ciuda faptului că a fi ajutată este un drept al ei, afirmă expertul.

A.M.: Vă rog, veniți cât mai repede…

Polițist (1): Unde să venim domnișoară? Ia spuneți-ne …

A.M.: Poftim?

Polițist (1): Unde, unde?

A.M.: Nu știu exact, Am trecut pe lângă dig, dar acum cred că sunt în Bold, că altundeva nu putea să fie…

Polițist (1): Unde, în? Unde sunteți?

A.M.: În Bold…

Polițist (1): În Bold? Aaa… În județul Olt?

A.M.: Da uitați, uitați, stați un pic… Am găsit o adresă, bld. Antonius Caracalla nr. 9, B1, D.A. … (nu se înțelege)

Polițist (1): Acolo rămâneți! Rămâneți acolo. Antonius Caracalla nr. 9, da?

A.M.: Veniți repede că mi-e frică, vă rog, vă rog! De ce “acolo rămâneţi”?

De ce poliţistul, care a înţeles că Alexandra nu poate să îi ajute cu localizarea din interiorul camerei, nu o invită să încerce să forţeze uşa pentru a ieşi din casă, sau cel puţin pe fereastră, în aşa fel încât să poată descrie locul unde se găseşte şi să se ascundă în altă parte, a mai spus criminologul.

Citește întreaga analiză pe HotNews.ro.
Citeşte întreaga ştire: Un criminolog din Italia a analizat apelurile Alexandrei la 112: „Fetei i-a fost frică din primul moment că nu va fi ajutată”