CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

Omicidio di Dina Dore: analisi di alcuni stralci dell’intervista rilasciata a Franca Leosini da Francesco Rocca, detenuto nel carcere di Alghero

Francesco Rocca e Dina Dore

Dina Dore è stata uccisa il 26 marzo 2008 a Gavoi, in Sardegna. L’omicida ha colpito Dina alla testa con un corpo contundente, l’ha poi incaprettata e imbavagliata con del nastro adesivo e l’ha messa nel bagagliaio dell’auto che la donna aveva parcheggiato nel garage della casa dove viveva con il marito, il dentista Francesco Rocca, e la figlia Elisabetta di soli 8 mesi

Il dottor Francesco Rocca è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per aver commissionato ad un minorenne, Pierpaolo Contu, l’omicidio di sua moglie Dina.

Premessa

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth) che è un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Una negazione è credibile quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

In sintesi, da Francesco Rocca ci aspettiamo che neghi in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina e che possegga il cosiddetto “muro della verità”.

La frase “io non sono il mandante dell’omicidio di mia moglie Dina”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non sono il mandante dell’omicidio di mia moglie Dina”, è una negazione credibile. Anche “io non sono il mandante dell’omicidio di mia moglie Dina, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile.

Leosini: Rocca, come abbiamo detto, lei intorno alle 21 e 30 rientra a casa, come sempre lei va verso il garage della sua abitazione, però lascia l’auto all’esterno del garage, è così?

E’ il Rocca che avrebbe dovuto ricostruire i fatti, non la Leosini. Le domande da fare al Rocca sarebbero state: “Ci racconta che cosa è successo la sera dell’omicidio?” e “Poi cosa è successo?”. 

In Statement Analysis, le dichiarazioni di un soggetto invitato a rievocare un evento passato in cui il verbo è coniugato al presente sono considerate non credibili perché ci aspettiamo da lui che parli al passato. Chi falsifica usa il verbo al presente perché parla di fatti che non ha vissuto. 

Il fatto che la Leosini parli al presente (“rientra”, “va”, “lascia”) di un evento passato  ci impedirà di analizzare i verbi usa dal Rocca perché potrebbe influenzarlo. 

Rocca: Sì.

Leosini: Entra in garage, la luce del garage è accesa e a quel punto, qual è la scena che si presenta ai suoi occhi?

E’ il Rocca che avrebbe dovuto decidere da dove partire nella ricostruzione dei fatti. E’ lui il protagonista di questa intervista.

La Leosini continua a parlare al presente. 

Rocca: La sera, specie a quell’ora, sapendo di dover riuscire nonnn… mettevo la macchina dentro il garage, però utilizzavo l’ingresso, la serranda del… del garage per entrare a casa, quindi io arrivo, premo, prima di arrivare a casa, la mmm… il tasto del telecomando, la serranda in genere si sollevava e praticamente entro dentro e via, non ricordo se la serranda fosse già aperta (interrotto)

Si noti l’uso del presente da parte del Rocca (“arrivo”, “premo”, “entro”), purtroppo però la sua risposta potrebbe essere stata viziata dal fatto che la giornalista si è espressa coniugando i verbi al presente.

Se la Leosini avesse chiesto “Ci dice che cosa è successo la sera dell’omicidio”, non solo avremmo potuto analizzare i tempi dei verbi utilizzati dal Rocca ma anche le sue priorità, perché sarebbe stato lui a decidere che tempi verbali usare e da dove iniziare il racconto. 

Il Rocca esordisce con una spiegazione non richiesta “La sera, specie a quell’ora, sapendo di dover riuscire nonnn… mettevo la macchina dentro il garage” per prevenire una eventuale domanda dell’intervistatrice.

Si noti in genere“. Si tratta del Normal Factor“. Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno del quale parla. 

Si noti che quando il Rocca parla della routine si esprime al passato “si sollevava”.

E’ un errore interrompere l’intervistato.

Leosini: Mi descriva la scena che lei… lei entra in garage, alza la saracinesca, entra e cosa… cosa vede nel… all’interno del garage?

La Leosini continua a parlare al presente. 

Rocca: Io vedo praticamente la borsa di Dina per terra con vari oggetti sparpagliati nel pavimento.

La parola “praticamente” è superflua, che cosa l’ha prodotta?

Leosini: La macchina.

Rocca: La macchina con lo sportello dell’autista aperto e praticamente con il seggiolino della bimbaaa… poggiato per terra sull’altro lato.

Il Rocca aggiunge ancora la parola superflua “praticamente”, perché?

Leosini: Con la bimba dentro ovviamente.

Rocca: Con la bimba dentro.

Leosini: E la bimba?

Rocca: Con la bimba dentro, la bambina… la bimba dormiva.

Leosini: Dormiva.

E’ stata la Leosini a costruire work in progress la risposta del Rocca.

Rocca: Ehm in quel stesso momento sono sopraggiunte due ragazze a cui io ho chiesto subito aiuto rendendomi conto che la situazione fosse strana perché io comunque chiamavo Dina, Dina non rispondeva. Di vedere la bambina per terra, lo sportello aperto, la borsa per terra, mi ha fatto pensare subito a qualcosa di strano. Dando mandato alla signora Pina di chiamare la polizia, io sono andato aa… assicurarmi di dove fosse Dina, sono andato a cercarla su. Io ero armato. A loro sembra strano che io sia andato su anziché avvisare la polizia. Io la prima cosa istintivamente che mi è venuta f… da fare è stata quella di cercare Dina.

E’ inaspettato che il Rocca abbia chiesto aiuto a due ragazze e abbia poi invitato la signora Pina a chiamare la polizia prima di essersi accertato che Dina non fosse in casa.   

Capita di frequente che soggetti che hanno commesso un reato chiedano ad un estraneo di chiamare i soccorso per evitare lo stress che gli indurrebbe. Salvatore Parolisi, dopo aver ucciso sua moglie, fece parlare con l’operatore del 112 la proprietaria di un bar dove si era recato dopo l’omicidio, lasciando che fosse la signora Giovanna Flamini a riferire ai Carabinieri della scomparsa di Melania Rea. 

Leosini: Comunque Rocca tra lei e me c’è… c’è questo tavolo che ci separa.

Rocca: Sì.

Leosini: Su questo tavolo ci sono 2 verità, c’è la sua verità, Rocca, una verità in base alla quale sua moglie Dina Dore, come lei ha detto, sarebbe stata effettivamente uccisa nel corso di un sequestro finito accidentalmente in tragedia e c’è la verità processuale per la quale lei peraltro sconta l’ergastolo appunto, come dicevo, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie, uccisa nella simulazione di un rapimento, ma è una responsabilità, è un’accusa orribile alla quale lei si dichiara del tutto estraneo.

Non esistono due verità. Esiste un’unica verità, o il Rocca è il mandante dell’omicidio di sua moglie, o non lo è. 

“è una responsabilità, è un’accusa orribile alla quale lei si dichiara del tutto estraneo” è una libera interpretazione della Leosini, non sono parole del Rocca che non ha mai dichiarato di essere “del tutto estraneo” “all’accusa orribile”. La Leosini aiuta il Rocca a mentire.

Rocca: Assolutamente sì.

Neanche quando viene imboccato il Rocca riesce a rispondere da “innocente de facto”. Dicendo “Assolutamente sì” il Rocca mostra di avere bisogno di convincere.

Leosini: […] Le chiedo Rocca di aiutarci a capire… a capire perché lei sarebbe la vittima incolpevole di un errore giudiziario ed è la cosa che io per… che cercheremo di capire insieme […]

“la vittima incolpevole di un errore giudiziario” è sempre la Leosini a dirlo, non il Rocca, che non solo non ha ancora negato in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie, ma non ha mai detto di essere “la vittima di un errore giudiziario”. 

Leosini: […] perché, sia sincero Rocca, lei la perde la testa per Anna Guiso?

Rocca: Eh io ho avute delle… una relazione con Anna Guiso.

Leosini: La domanda è diversa, lei perde la testa per Anna Guiso?

Rocca: Insomma una cosa un po’ diversa, ci… ci sono due fasi della relazione con Anna Guiso: nella prima, io sto con lei quando Dina era ancora in vita e poi esiste una fase successiva, in cui io dopo decido di riprendere la relazione con Anna Guiso.

Il Rocca tiene a precisare che la relazione con Anna Guiso si sviluppò in due fasi. 

Si noti che il Rocca non dice “prima dell’omicidio di Dina” per evitare di confrontarsi con lo stress che un termine tanto evocativo gli indurrebbe. 

Leosini: […] le sue, Rocca, erano balle da conquistador, oppure lei effettivamente non aveva un progetto di vita futuro con la Guiso?

Rocca: Guardi, io le ho detto prima, quando lei mi ha chiesto se avessi perso la testa, la relazione con la Guiso si articola in due momenti, uno prima di quanto è avvenuto a casa, mentre invece la seconda fase poiii… è diversa.

Il Rocca insiste nell’affermare che la relazione con Anna Guiso si articolò in due momenti. 

Si noti che Rocca non dice “prima dell’omicidio di mia moglie”, ma minimizza dicendo invece “prima di quanto è avvenuto a casa”, perché non vuole confrontarsi con lo stress che il termine “omicidio” gli indurrebbe.

Leosini: […] lei avrebbe lasciato sua moglie per la Guiso?

Rocca: Assolutamente no, tant’è vero che non l’ho mica lasciata io.

Dicendo “Assolutamente no” il Rocca mostra di avere bisogno di convincere. 

“tant’è vero che non l’ho mica lasciata io” è una risposta ambigua.

Il Rocca è capace di dire “tant’è vero che non l’ho mica lasciata io”, perché è vero, non l’ha lasciata, che non esclude però che l’abbia fatta uccidere

Leosini: […] Che tipo era Dina […] come reagiva?

Rocca: Guardi, Dina era la moglie ideale per uno che, tra virgolette, voleva farsi i fatti suoi, nel senso che praticamente non siamo stati mai gelosi l’uno dell’altro, non abbiamo mai avuto… nel senso che nonnn… come dire non c’è mai frullato per la testa che uno potesse stare con un altro o viceversa, quindi non abbiamo mai avuto nessun tipo di problemi di questo genere.

Si noti il ripetuto uso del “mai”.

Il Rocca usa il “mai” per riferirsi al periodo di tempo che aveva preceduto la sua relazione con Anna Guiso, non nega che sua moglie fosse gelosa prima di venir uccisa, né che lui desiderasse stare con Anna, né che tra lui e sua moglie fossero emersi problemi prima dell’omicidio. 

Leosini: […] però glielo richiedo non avrebbe lasciato sua moglie per Anna Guiso?

La Leosini mostra di essere convinta che il Rocca non avrebbe lasciato Dina, lo prova la presenza del “non” nella sua domanda. Una domanda suggestiva attraverso la quale invita l’intervistato a negare.

Rocca: Assolutamente no.

Neanche quando viene imboccato il Rocca riesce a rispondere da “innocente de facto”. Dicendo “Assolutamente no” il Rocca mostra di avere bisogno di convincere.

Francesco Rocca ha scritto il seguente messaggio alla moglie Dina Dore: “Cazzo, neanche quando voglio impegnarmi, riesco a stare con te… voglio solo che tenga presente che ti amo da morire… muoio all’idea di potervi perdere. Ti giuro, credimi, ti farò stare da favola, riuscirò a farti dimenticare questo periodo di merda”.

La Leosini ha affermato che si tratta di uno tra i “messaggi veramente molto toccanti” scritti dal Rocca alla vittima.

Analizziamolo insieme:
1) Rocca esordisce con una inaspettata parolaccia (“Cazzo”) attraverso la quale si mostra dominante e indispone l’interlocutore;
2) non dice “neanche quando mi impegno” ma un debole “voglio impegnarmi” che rivela solo un intento;
3) scrivendo “morire” e “muoio”, ci rivela che la morte, l’omicidio, è già nei suoi pensieri; si tratta di Leakage, ovvero del rilascio involontario di informazioni presenti nella mente di chi si esprime;
4) “Ti giuro, credimi” è il linguaggio dei bugiardi abituali che sperano di essere creduti;
5) chiude con un’altra parolaccia “merda”.

Leosini: […] Tant’è che gli dò anche gli elementi attraverso i quali si mostra come lei abbia fatto di tutto per potere recuperare sua moglie.

Francesco Rocca scriveva questi messaggi per evitare che Dina Dore chiedesse il divorzio, non “per poter recuperare sua moglie”, come affermato dalla Leosini, e nel frattempo pianificava l’omicidio. Un omicidio il cui movente è economico.

Leosini: Senta Rocca, era sincero lei?

Rocca: Come?

Leosini: Era sincero lei?

La domanda della Leosini prevede un “Sì” o un “No” come risposta.

Rocca: Eh certo.

Il Rocca non è capace di rispondere con un “Sì”.

Leosini: Davvero in quel periodo Anna era solo una… una storiella scopereccia, come ho detto.

La domanda della Leosini prevede un “Sì” o un “No” come risposta.

Rocca: Sì ehm… assolutamente. Se io avessi voluto lasciare Dina, l’avrei lasciata, punto.

Il Rocca mostra di avere bisogno di convincere.

“Se io avessi voluto lasciare Dina, l’avrei lasciata, punto” è un’affermazione vera, che non esclude però che l’abbia fatta uccidere.

Leosini: Insomma Rocca lei è all’ergastolo con la più spaventosa delle accuse, quella di essere stato il mandante dell’omicidio di sua moglie, perché perdutamente innamorato appunto di un’altra donna di Anna Guiso […] lei […] proprio a ridosso della tragedia, almeno a quanto sembra, fa di tutto per farsi perdonare da… da Dina, fa di tutto per riprendersi questa moglie giustamente imbufalita e, per lo meno, è quello che traspare da quei suoi messaggi e sono spesso parole in ginocchio le sue, sono spesso, ecco, veramente parole d’amore, anche di desiderio, va detto, per esempio, circa un mese prima della tragedia all’una di notte lei scrive a Dina: “Posso salire a fare l’amore?”

E’ la Leosini a credere che il Rocca volesse “riprendersi questa moglie”, in realtà il Rocca desiderava solo evitare che Dina si rivolgesse ad un avvocato per divorziare da lui.

Leosini: […] Lei era sincero, o era tutta una farsa quella?

Rocca: No, signora, lì son sincero, eh certo che son sincero.

Il Rocca mostra di avere bisogno di convincere. Si noti il “lì” che ci rivela che in altre occasioni non è stato sincero.

Leosini: […] una farsa per mostrare che quello per cui lei è qui, come mandante dell’omicidio di sua moglie, una farsa per mostrare che invece lei voleva bene a sua moglie e invece quello che è successo non la riguardava, per questo glielo chiedo.

Rocca: Assolutamente.

“Assolutamente” non è l’equivalente di “No”, anzi rivela un bisogno di convincere che gli “innocenti de facto“ non hanno.

Leosini: No, se fosse così sarebbe un genio del male lei insomma.

Rocca: Eeeh.

Leosini: Ecco, le farei i complimenti come genio del male insomma.

Rocca: Eeeh.

Si noti che fino a questo momento, nonostante ne abbia avuto l’occasione, il Rocca non ha negato in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina. Francesco Rocca non ha ancora detto “io non sono il mandante dell’omicidio di mia moglie Dina, sto dicendo la verità, sono innocente”.

Leosini: Era tranquillo con la sua coscienza?

Non tutti gli esseri umani sono capaci di provare senso di colpa e rimorso, pertanto la risposta a questa domanda non è dirimente. In ogni caso è una domanda che permetterebbe al Rocca di negare in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina.

Rocca: […] cosa vuol dire se ero tranquillo nella mia coscienza? Io in mia… la mia coscienza, allora come oggi cerca di ottenere quella che sia la verità vera.

Il Rocca prende tempo con una domanda e poi risponde in modo evasivo.

Si noti che per il Rocca esistono “la verità” e “la verità vera”.  Il Rocca dicendo “verità vera” lascia intendere che sono stati commessi degli errori nella ricostruzione dei fatti da parte di inquirenti e giudici ma non nega di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie.  

Leosini: […] il convincimento di chi l’ha gettato all’ergastolo è un altro…

Rocca: Eh lo so.

Leosini:… che a favorire l’accesso del… di chi ha poi tolto la vita a sua moglie, degli assassini nel suo garage sarebbe stato lei […]

Rocca: Questo lo dicono loro.

Leosini: Purtroppo lo dicono loro.

“Purtroppo” per chi?

Rocca: Eh lo so.

Leosini: l’hanno detto 3 sentenze compresa una cassazione per cui noi siamo qui a parlarci […]

Rocca: Eh.

Uno scambio esplicativo. Le affermazioni della Leosini avrebbe permesso al Rocca di negare in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie ma lui, invece di ribattere, per non mentire, si è limitato a rispondere con “Eh lo so”, “Questo lo dicono loro” e “Eh”. 

Leosini: Lei se lo immaginava che insomma lei era sotto… sotto controllo, che si cominciava ad indagare anche su di lei?

Rocca: Ma io ho avuto il sentore che loro potessero avere qualchee… non loro… cheee mmm… ci potesse essere qualche sentore da parte di qualcuno sulla mia responsabilità, me ne sono accorto in mmm… la cosa non mmm (interrotto)

“mia responsabilità” è un’ammissione.

Leosini: Però lei ha detto… ha usato un’affermazione un po’ strana per lei “che ci fosse sentore che potessi essere responsabile “ è una frase brutta eh da parte sua, “sentore” vuol dire “sospetto”, è una cosa, “sentore” vuol dire che lei era responsabile.

E’ inaspettato che la giornalista interrompa il Rocca, ancor di più lo è il fatto che lo interrompa per contestargli i termini usati.

La Leosini dovrebbe semplicemente prendere atto delle risposte e invece mostra di avere delle aspettative. 

“sentore” significa percezione vaga, sensazione. Anche un “innocente de facto” può avere il “sentore” che si sospetti di lui. Non è “sentore” la parola incriminante, lo sono invece le parole “mia responsabilità”. 

Rocca: Eh assolutamente.

Il Rocca non nega di essere il responsabile. Dire “assolutamente” non equivale a negare. Per non mentire, Francesco Rocca non nega di essere il mandante. 

Leosini: E allora usiamo i termini con… mi deve scusare se io l’ho puntualizzato, ecco.

Non solo la Leosini ricostruisce i fatti per il Rocca e trae conclusioni sganciate dalle parole dell’intervistato, ma lo invita pure ad usare “i termini con…”. E’ il colmo. Il Rocca usa certi termini perché ha commesso il reato per il quale è stato condannato. “It is what it is”, ovvero “le cose sono quelle che sono” e le parole del Rocca sono la conseguenza delle sue azioni. Non si possono riscrivere i fatti a piacimento, né si può costringere il responsabile di un reato a parlare come un “innocente de facto”.

Leosini […] il fatto che lei avesse taciuto su alcuni punti significativi era motivo di sospetto.

Francesco Rocca: Ma se io fossi un omicida, come loro mi dipingono, sarei così stupido da fare l’amore in macchina con Anna Guiso sapendo di essere ascoltato da loro e poi nego la relazione o faccio finta che nulla succeda? Allora dov’è tutta questa intelligenza del pazzo omicida? Sarei veramente coglione, è diversa la cosa.

E’ il Rocca ad aprire alla possibilità di essere un omicida, “se io fossi un omicida” sono parole che gli “innocenti de facto” non dicono.

Leosini: Però quando si è innamorati, un po’ coglioni si può essere anche, se me lo consente.

Rocca: Stiamo parlando di 5 anni successivi al delitto. Quindi non è che stiamo parlando di una scappatella. Stiamo parlando di diverse fasi della mia relazione. Io non ho mai avuto problemi a fare quello che dovevo fare in macchina con la Guiso sapendo di essere ascoltato da loro, allo stesso tempo loro dicono: “Ha voluto volutamente tacere la relazione”, e allora son stupido, non sono quello che pianifica, che fa, che introduce dentro casa e… sono stupido eh.

Il Rocca continua a ripetere che ci furono “diverse fasi” nella sua relazione con la Guiso per convincere la giornalista che all’epoca dell’omicidio di Dina non era innamorato di Anna e quindi non aveva motivo di desiderare la morte della moglie.

Leosini: Ci sono state purtroppo al processo molte testimonianze di amici suoi che hanno testimoniato che avevano prestato a lei delle grosse cifre che non hanno mai più rivisto.

Si noti l’inspiegabile “purtroppo” della Leosini.

Rocca: E altri chiamati dell’accusa che invece (interrotto)

Leosini: Eh però…

Rocca:… son stati chiamati per dire che avevano prestato dei miei soldi ed invece hanno dichiarato che sono io che li avevo prestati a loro e che ancora (interrotto)

Leosini: Vabbè, comunque ci sono quelli che purtroppo

La Leosini usa ancora una volta il termine “purtroppo”. 

Rocca:… non me li avevano resi.

Rocca: Quindi ho il dovere, ho il dovere morale, ho il dovere di dire le grandi stupidaggini dette durante il processo.

Il Rocca, invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina, desidera riferire “le grandi stupidaggini dette durante il processo”.

Leosini: […] Ascolti me Rocca, non pensi agli atti, perché, guardi che gli atti li conosc…

Rocca: Sì, sì, sto ascoltando, sto ascoltando, no, io agli atti ci penso eccome…

Leosini: Ma ci penso io agli atti.

Rocca: Non ci dormo io per gli atti.

Leosini: Sì, ma io li ho studiati quanto lei.

Rocca: Figuriamoci se non penso agli atti, gli atti sono importanti.

Leosini: Certo sono importanti, non sarei qua a parlare con lei, sono import…

Rocca: Sono scritti… sono nero su bianco e certificano le bugie dette.

Il Rocca, invece di negare in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina, desidera precisare che negli atti sono scritte delle bugie.

Leosini: Rocca, la prego, quando lei dice bugie ho il dovere di smentirla, non di smentirla, di tutelare diciamo i magistrati che…

Rocca: Vuole qualche esempio?

Leosini: No, in questo momento non voglio esempi, voglio…

Rocca: Se vuole glieli faccio.

Leosini: No, voglio che lei mi faccia dire praticamente quali sono i moventi, il movente che le è stato attribuiti. Il movente passionale, cioè il suo grande amore per Anna Guiso e la sua volontà di spendere la vita con questa donna e il movente economico, perché in base, così, al convincimento degli inquirenti e poi dei magistrati lei non sarebbe stato in grado di mantenere, separandosi da sua moglie, famiglia di sua moglie con la piccola bimba che era nata da 8 mesi e logicamente il suo ménage con Anna Guiso.

Rocca: Eh, questo è quello che sostengono loro.

Ancora una volta il Rocca mostra di essere incapace di replicare alle accuse, non contesta la ricostruzione di inquirenti e giudici, ma torna a dire “questo è quello che sostengono loro”.

Leosini: Questo è quello che è negli atti del processo.

Rocca: Questo è quello che sostengono loro.

Il Rocca è incapace di replicare alle accuse.

Leosini: Perché purtroppo quando si è innamorati… la capoccia si perde.

“purtroppo” il Rocca ha fatto uccidere sua moglie Dina.

Rocca: Si fanno degli errori e di questi errori mi assumo le mie responsabilità.

L’errore di cui il Rocca deve assumersi le sue responsabilità è l’omicidio di Dina Dore, le parole dette e scritte ad Anna sono una conseguenza del reato da lui commesso.

Leosini: Tantè che purtroppo

“purtroppo” per Dina Dore.

Rocca: Tant’è che siamo qua.

Leosini: Qua stiamo a parlarci.

Trascrizione di un’intercettazione di una telefonata tra il Rocca e la Guiso, è il Rocca a parlare: “SINCERAMENTE MI DISPIACE PER COME GLIELO ABBIANO FATTO, PERO’, CAZZO, ODDIO, DIRLO, ODDIO, DIRLO, MA E’ STATA CAZZO UNA, COME DIRE, UNA LIBERAZIONE”

In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse dai colpevoli, parole che sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto che si esprime.

Francesco Rocca riteneva sua moglie Dina un intralcio.

Trascrizione di un’intercettazione di una telefonata tra il Rocca e la Guiso, è il Rocca a parlare: HA AVUTO LA FINE CHE MERITAVA, E’ TERRIBILE, E’ MACABRO CHE IO LO DICA, MA PEGGIO PER LEI

Francesco Rocca odiava sua moglie Dina.

Leosini: Rocca, io so che la metto in difficoltà nel chiederlo, ma veramente lei in quel momento pensava che sua moglie meritasse quella fine atroce?

Rocca: Non lo so, iooo… tante frasi, tante stupidaggini le ho dette forse per cercare diii… come dire, di farle capire chee… era diventata più importante di quantooo… non fosse stata Dina prima. Io… le frasi che ho detto non hanno giustificazione.

Il Rocca è incapace di rispondere con un “No”. Si noti il “forse” che indebolisce il suo tentativo di spiegare il perché dicesse certe cose alla Guiso.

Leosini: Ma lo pensava veramente?

La Leosini ripete la domanda perché vorrebbe che il Rocca fosse più incisivo. Lo ripeto, quando si interroga o si intervista qualcuno è un errore avere delle aspettative, “it is what it is”. Il Rocca non prende le distanze dalle parole per un motivo preciso, non perché non sappia esprimersi. Francesco Rocca non è capace di negare perché è lui il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina.

Rocca: Ma assolutamente no, si ricordi sempre che io comunque quelle frasi le ho dette sapendo che queste frasi gli inquirenti le leggevano, o le vedevano e quindi, tra virgolette, supponevo che potessero capire che erano frasi dette con lo scopo di, come dire, addolcire Anna e non…, tra virgolette, distruggere il ricordo di Dina. Son state interpretate come (interrotto)

Il Rocca mostra di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli “innocenti de facto” non hanno. 

Trascrizione di un’intercettazione di una telefonata tra il Rocca e la Guiso:

ROCCA: “NO, NON TI HO PRESO IN GIRO, ERO CONVINTO DALL’INIZIO DI POTER RIUSCIRE A TRASCORRERE LA VITA CON TE”

ROCCA: “MA DAL MOMENTO CHE IO ERO CONVINTO DI QUESTO FIN DALL’INIZIO CHE CAZZO DI SENSO AVEVA… CHE CAZZO DI SENSO AVEVA TUTTO IL RESTO”

GUISO: “CHE COS’E’ TUTTO IL RESTO?”

ROCCA: “TUTTO IL RESTO E’ FARLA MORIRE, TUTTO IL  RESTO E’ FAR NASCERE QUESTA BAMBINA”

Un’intercettazione che smentisce la storia delle diverse fasi nella relazione con la Guiso e conferma che il Rocca è il mandante dell’omicidio di sua moglie.

Leosini: […] Lei capisce è questo per cui noi ci stiamo parlando.

Il Rocca è in carcere a parlare con la Leosini perché lui è il mandante dell’omicidio di sua moglie, le parole incriminanti da lui pronunciate e registrate dagli inquirenti sono una conseguenza dell’omicidio, non la causa della sua condanna.

Rocca: Eh lo so. Non sono di sicuro frasiii… frasi simpatiche, non esistono giustificazioni a queste frasi, cosa vuole che le dica, io più chee… dire che le ho dette in una fase confusa cercando dii… come dire, di portaree… lei a pensare che l’unica cosa importante fosse lei, più che Dina, più che tutto il resto.

Leosini: […] sono state considerate un’ammissione di colpa, lei questo lo sa adesso.

Rocca: Eh certo che lo so.

Il Rocca non nega per non mentire.

Trascrizione di un’intercettazione di una telefonata tra il Rocca e la Guiso:

ROCCA: “UN GIORNO LO SAPRAI CHE COSA HO FATTO PER TE E ALLORA TI RENDERAI CONTO DI QUANTO CAZZO TI AMO”

GUISO: “COSA HAI FATTO PER ME?”

ROCCA: “TI AMO, PUNTO. TI AMO. ESISTERA’ UN GIORNO IN CUI QUALCUNO TI VERRA’ A DIRE: “QUESTO AVEVA FATTO PER TE TUTTO QUESTO”. E ALLORA FORSE TI RENDERAI CONTO CHE TI AMAVO”

Un’altra intercettazione che ci conferma che il Rocca ha fatto uccidere sua moglie Dina.

Leosini: Rocca vuole spiegare a noi, che cerchiamo di capire, cosa intendeva dire ad Anna Guiso.

Rocca: Ma io lo ripeto, quello che ho detto prima, sono frasi che io dico per cercare diii… dii… mmm… di catturare la sua attenzione, diiii… di non farla sentire inferiore a quello che era stata Dina con me. Gli inquirenti attribuiscono questo ad un un fattooo… come dire ad un fatto in particolare.

Il Rocca non dice “omicidio” per non confrontarsi con lo stress che una parola tanto evocativa gli indurrebbe.

Leosini: Eh.

Rocca: Eh ma.

Il Rocca non nega per non mentire.

Leosini: Un piccolo particolare: ammazzare sua moglie.

Rocca: Eh assolutamente non è così.

“assolutamente non è così” non è una negazione credibile, peraltro il Rocca mostra ancora una volta di avere bisogno di convincere. Il Rocca non dice “io non ho fatto ammazzare mia moglie” per non mentire.

Leosini: […] La svolta ha l’ambigua concretezza di una lettera anonima e parlo di ambigua concretezza perché nel buio dell’anonimato spicca nel foglio un dettagliato elenco di nomi fra i quali ci sarebbero stati i responsabili dell’omicidio di sua moglie Dina Dora […] è il 28 marzo del 2008 […] Pierpaolo Contu cerca Stefano Lai […] Pierpaolo glielo dice a Stefano che in quella storia orrida c’era di mezzo lui, che a uccidere Dina Dore era stato lui e ci aveva anche preso gusto. Ma che il mandante di quell’atrocità…

Rocca: Ero stato io.

Leosini: Era lei. Quindi ha mentito…. chi ha mentito? Ha mentito Stefano Lai?

Rocca: Eh assolutamente. Ma del fatto che Stefano Lai ha mentito non ci son dubbi.

Rocca è incapace di rispondere con un “Sì” e mostra di avere bisogno di convincere.

Leosini: E’ vero che lei aveva stretto con Pierpaolo Contu questo patto di sangue?

Rocca: Ma lasciamo perdere.

Una risposta evasiva. Il Rocca non nega per non mentire.

Leosini: E’ vero che aveva fatto a Contu tutte queste promesse?

Rocca: Assolutamente no.

Francesco Rocca non è capace di dire “No” e mostra ancora una volta di avere bisogno di convincere.

Leosini: Comunque il 28 febbraio 2013 per lei è una brutta data perché a distanza di 5 anni dalla tragedia, lei Rocca viene arrestato e viene arrestato con la spaventevole accusa di essere lei il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina Dore. Del resto anche ora che ha un ergastolo da scontare lei continua a gridare la sua estraneità alla tragedia.

Di ciò che sostiene la Leosini, ovvero che il Rocca continui a gridare “la sua estraneità alla tragedia”, in questa intervista non v’è traccia.

Rocca: Assolutamente sì.

Francesco Rocca mostra di avere bisogno di convincere.

Leosini: È così.

Leosini: Quindi quel giorno di febbraio il 28 di febbraio hanno arrestato un innocente?

E’ la Leosini ad introdurre il termine “innocente”.

Rocca: Assolutamente sì. Hanno arrestato due innocenti, non uno eh.

Rocca ripete a pappagallo le parole della Leosini e mostra di avere bisogno di convincere.

Leosini: […] una cosa è certa, in questa storia atroce a fare da protagonista è la menzogna, perché o ha mentito Pierpaolo Contu sul delitto, mi faccia finire, che ha raccontato, lei dice: “Avrebbe”, io dico, ha raccontato a Stefano, dati processuali, una vicenda orrida chiamando in causa anche lei Rocca, o ha mentito Stefano Lai, che avrebbe inventato tutto e soprattutto avrebbe inventato la confidenza di Pierpaolo Contu, si trova?

Rocca: Eh certo.

Rocca è incapace di rispondere con un “Sì”.

Leosini: E avrebbe quindi spedito in galera due innocenti, cioè lei e Pierpaolo Contu, oppure continua a mentire lei?

Rocca: No, io non ho mentit… io non ho mentito e non continuo a mentire, non men… non mentivo prima e non mentirò dopo. Che tutto sia basato sulla menzogna è più che avverato.

Il Rocca riesce a dire di non aver mentito perché non ha falsificato, ha solo dissimulato. Egli infatti, per non mentire, non ha mai detto di non essere il mandante dell’omicidio di Dina.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta, mentre nella realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e quando nega lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

Giosuè Ruotolo è stato condannato in primo e secondo grado all’ergastolo per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Riguardo alla dissimulazione sono particolarmente interessanti alcune parole da lui dette alla fidanzata Rosaria nel corso di una telefonata intercettata dagli inquirenti: “Non è che io ho detto bugie, ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”. 

Falsificare è invece molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia, ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

Leosini: Comunque Rocca per riassumere Lei sconta un ergastolo come mandante dell’omicidio di sua moglie mentre continua appunto a professare la sua innocenza.

Nulla di più comodo per il mandante di un omicidio di un portavoce che chieda solo di confermare più o meno conditi proclami d’innocenza, peraltro completamente sganciati dalle risposte da lui appena fornite che invece lo inchiodano senza se e senza ma alle sue responsabilità.

Rocca: Eeee.

Il Rocca, per non mentire, non dice “Sì”. 

Leosini: Pierpaolo Contu, le cui impronte peraltro non sono mai state rinvenute sul corpo di Dina né sulfamigerato scotch che ha tolto il respiro a sa moglie e che non ha mai confessato Contu, è stato condannato a 16 anni di reclusione.

Rocca: Non è che non ha mai confessato, si è sempre proclamato innocente.

Dirsi “innocenti” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Rocca: Le forze dell’ordine trovino ignoto 1 chiunque esso sia, non devono evitare di cercare ignoto 1 solo perché sanno che ignoto 1 non è ricollegabile a Pierpaolo e Francesco, devono cercare ignoto 1 perché è ignoto 1 che ha ucciso Dina e questo lo dovrebbero a Dina e a tutto il resto.

Il Rocca, invece di negare in modo credibile, si aggrappa a “ignoto 1”.

Leosini: Senta Rocca, in precedenza ci siamo incontrati e lei a denti stretti mi ha detto: “Dina non ha avuto giustizia”, allora secondo lei, chi ha ucciso sua moglie?

“Dina non ha avuto giustizia” sono parole riportate dalla Leosini, se le avesse pronunciate il Rocca potrebbero semplicemente voler dire che uno degli assassini di Dina non è stato ancora identificato. E chi meglio del mandante ne avrebbe contezza?

Rocca: Io questo non sono in grado dii… di stabilirlo magari potessi essere in grado di dirlo, ioo… faccio tutt’altra professione, peròòò… loro hanno un dato certo che è il DNA di ignoto 1, partano da lì e trovano il responsabile, trovano il mandante e trovano tutto quello che c’era dietro.

Il Rocca si incarta e ci rivela che è a conoscenza dell’esistenza di un “mandante”.

Leosini: Sta sollevando dei dubbi forti su come sono state condotte le indagini.

Rocca: Io sto dando dei dati, sto dando dei dati, non sto sollevando dei dubbi, sto dando dei dati. Io merito un giusto processo. Dina merita giustizia. Lasciamo perdere me, a me mi hanno condannato all’or… all’ergastolo, ok. Lasciamo perdere me. Cerchino ignoto 1, almeno per rispetto di… della povera Dina.

Rocca accetta di essere stato condannato all’ergastolo. 

Leosini: Rocca Il mandante di un crimine è un vigliacco: si macchia la coscienza ma non si sporca le mani. Cosa c’è di lei in questa definizione?

Rocca: Niente… niente, assolutamente niente. E un giorno mi auguro di poterlo… di poter riuscire a dimostrare quello che dico. Io non sono stato il mandante di niente.

“Io non sono il mandante di niente” non è una negazione credibile, Rocca, per non mentire, sostituisce “dell’omicidio di mia moglie Dina” con “di niente”.

CONCLUSIONI

Francesco Rocca non ha mai negato in modo credibile di essere il mandante dell’omicidio di sua moglie Dina Dore; ha mostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità”; non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; non ha mai speso neanche una parola d’affetto per Dina, mentre, parlando della fine del suo rapporto con Anna Guiso ha detto: “Eh per me è stato un dolore (incomprensibile) io non lo nego che sia stato un dolore, io non ho paura di dire quello che ho fatto, di dire quello che pensavo allora” ed infine, non ha avuto parole di condanna e di disprezzo per gli autori dell’omicidio di sua moglie Dina.

Francesco Rocca non è la vittima di un errore giudiziario.

Questo articolo è stato pubblicato su APPIAPOLIS il 20 giugno 2020

OMICIDIO DI FABIO LORENZON, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: analisi dell’intervista rilasciata da Giovanni Zorzi

Sandro Zorzi

La trasmissione “Chi l’ha visto?” ha intervistato Giovanni Zorzi, fratello dell’uomo condannato per l’omicidio di Fabio Lorenzon. Giovanni Zorzi si batte per far riaprire il caso.

Le Cronache Lucane, 5 giugno 2020

Fabio Lorenzon è scomparso il 24 settembre 2009. Pochi giorni dopo, il 9 ottobre, un passante ha notato un’auto semi sommersa in un canale di irrigazione, all’interno della stessa è stato rinvenuto il corpo del Lorenzon con il cranio fracassato.

Il 15 gennaio 2013 la Corte di Assise di Roma ha riconosciuto Sandro Zorzi colpevole dell’omicidio dell’amico Fabio Lorenzon e lo ha condannato a 24 anni di carceri. 

Il 13 febbraio 2014 la Corte di Assise di Appello ha assolto Sandro Zorzi per non aver commesso il fatto. 

Il 26 gennaio 2016 la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado e, dopo un nuovo processo d’Appello che si è concluso con una condanna a 20 anni confermata dalla Cassazioni, per lo Zorzi si sono aperte le porte del carcere.

La criminologa Ursula Franco ha analizzato per noi le parole di Giovanni Zorzi, fratello di Sandro Zorzi, l’uomo condannato per l’omicidio di Fabio Lorenzon.

Giovanni Zorzi: Io fino alla fine lotterò per dimostrare che Sandro non c’entra niente. Sandro mi ha detto: “Io devo uscire da qua pulito perché io non ho fatto niente

Voglio precisare che è Giovanni Zorzi a parlare e che, attraverso l’analisi delle sue parole, intuiremo qual è il suo convincimento. 

Da Giovanni Zorzi, che combatte affinchè il caso venga riaperto, ci saremmo aspettati che dicesse “Sandro non ha ucciso Fabio Lorenzon”, parole che ci avrebbero provato che ritiene suo fratello Sandro innocente “de facto” ed invece il fratello dell’uomo condannato per l’omicidio del Lorenzon ha detto “Sandro non c’entra niente”.

“Sandro non c’entra niente” non equivale a dire “Sandro non ha ucciso Fabio” perché è una negazione priva di riferimenti all’azione omicidiaria e alla vittima.

”io non ho fatto niente”, parole attribuite da Giovanni a suo fratello Sandro, non sono una negazione credibile perché, anche in questo caso, mancano i riferimenti sia all’azione omicidiaria che alla vittima. “Io non ho ucciso Fabio” sarebbe stata una negazione credibile.

Giovanni Zorzi: Perché quel bastone… è stato… dopo ventotto giorno, trovato lì per terra? A parte che lì nessuno ha visto niente, ma pure la… uno lascia un bastone lì per terra? E ripeto lì non è successo niente perché lì c’erano anche le persone, Sandro stava… ma mettiamo pure, ma uno lascia un bastone lì per terra? Poi non ci sono manco le impronte di Sandro.

Si noti che Giovanni non dice “lì non è stato ucciso Fabio Lorenzon” ma “lì non è successo niente”, ancora una volta senza fare riferimento né all’azione omicidiaria, né alla vittima.

Si noti che Giovanni definisce l’omicida “uno” non “un assassino” o “un omicida” mostrando una inaspettata disposizione linguistica neutrale nei confronti dell’autore dell’omicidio, un soggetto che non solo ha ucciso il Lorenzon ma che, se suo fratello Sandro fosse vittima di un errore giudiziario, gli avrebbe rovinato la vita. 

Si noti l’autocensura dopo le parole “Sandro stava…”, un segnale che Giovanni nasconde informazioni.

Si notino infine le parole “ma mettiamo pure” attraverso le quali Giovanni apre alla possibilità che il fratello Sandro possa aver ucciso il Lorenzon o che qualcuno lo abbia ucciso nel luogo in cui è stata ritrovata l’arma del delitto, un appezzamento di terreno che appartiene a Sandro Zorzi.

CONCLUSIONI

Giovanni Zorzi non convince, non solo non ha mostrato di credere che suo fratello sia innocente “de facto”, ma ha aperto alla possibilità che il fratello abbia commesso l’omicidio o che qualcuno abbia ucciso il Lorenzon nel luogo in cui è stata ritrovata l’arma del delitto, un appezzamento di terreno che appartiene a Sandro Zorzi.

APPIAPOLIS: OMICIDIO MARTA RUSSO, ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTO

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malke OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTO–      di Ursula Franco  *      –              

marta russo OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOMarta Russo (Roma, 13 aprile 1975), una giovane studentessa di giurisprudenza, il 9 maggio del 1997 alle 11 e 42, mentre camminava in compagnia dell’amica Jolanda Ricci nei giardini dell’Università la Sapienza di Roma, è stata colpita da un colpo d’arma da fuoco alla testa ed è morta 5 giorni dopo. Il colpo d’arma da fuoco è stato esploso, attraverso una finestra dell’Aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto da Giovanni Scattone mentre lo stesso si trovava in compagnia di Salvatore Ferraro. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, accusati di omicidio volontario in concorso, sono stati condannati rispettivamente a 5 anni e quattro mesi per omicidio colposo e a 4 anni e due mesi per il reato di favoreggiamento personale.

ferraro scattone OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOPresidente: Il dottor Ferraro ha detto che non si trovava in quella stanza, non si trovava nemmeno all’Università.

Salvatore Ferraro: Io, però, signor Presidente non… non so come funziona bene il confronto, avevo bisogno anche di fare qualche domanda, so che normalmente è oggetto del… del confronto, le contestazioni, però, se non era eeea… se non l’affatica parecchio.

Si noti “se non l’affatica parecchio”.

Gabriella Alletto: L’affatica.

La Alletto ripete “L’affatica”“se non l’affatica parecchio” è una frase fuoriluogo che l’imputato pronuncia per destabilizzare ed umiliare la testimone Alletto. 

Salvatore Ferraro: La posso chiamarla signora Gabriella, ancora?

Gabriella Alletto: Certo.

Salvatore Ferraro: Senta io volevo tornare un attimino a questo… questo nove maggio, no? Lei ha descritto questa… questa scena… ehm… volevo sapere, lei chi ha visto uscire per prima? Posso porre queste… sono due, tre semplici domande che mi servono… volevo chiederle: Ehm, chi è uscito per prima d… da quell’aula numero 6?

Quando Ferraro dice “Lei ha descritto questa… questa scena”, usa per due volte l’aggettivo “questa” per riferirsi alla scena dell’omicidio, non dice “quella”, non ne prende le distanze.

Ferraro continua ad usare un linguaggio subdolamente offensivo quando, riferendosi alle domande che intende fare alla Alletto, le definisce “semplici”.

Gabriella Alletto: Io ricordo il dottor Scattone.

Salvatore Ferraro: Eh, io sono uscito prima o dopo di lei? Questo lo ricorda?

Ferraro, dicendo “io sono uscito prima o dopo di lei?”, ammette di essere stato in quell’aula. 

Gabriella Alletto: Questo lo ricordo, è uscito prima.

Salvatore Ferraro: Mi ha visto uscire?

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Si ricorda dove… dove sono andato?

Ferraro subisce la Alletto, non la smentisce. Si noti che dice “dove sono andato?” non “dove sarei andato?”. In poche parole ammette di essere stato nell’Aula 6.

Gabriella Alletto: Dove è andato? Forse verso la sala cataloghi, sicuramente, sì.

Salvatore Ferraro: Verso la sala cataloghi, scusi se insisto su… su questo particolare, ricorda se nel corridoio ha trovato la presenza, c’era la presenza di studenti, assistenti o impiegati?

Gabriella Alletto: No, non lo ricordo, come di solito qualche persona c’era.

Salvatore Ferraro: C’è… perché lo ricorda?

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Quindi c’era qualche persona?

Gabriella Alletto: Ma non ricordo chi fosse, non l’ho individuata.

Salvatore Ferraro: Sì, sì, no, no, per carità, io no, dato che c’è stata tre volte nel corridoio, poteva conservare questo… questo ricordo, ecco perché mi sono permesso di farle… di farle questa domanda. Senta lei ha detto in un… qualche verbale, no? Io mol… (interrotto) volevo dire, lei, già in un verbale, aveva detto che eee… quando arrivavo io ero molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti.

Gabriella Alletto: Lei?

Salvatore Ferraro: Molto pressato dagli studenti, no? Quando arrivavo in Istituto, l’ha detto anche in un… no? Si ricorda? Si ricorda? Anche lei ha parlato di una mia… di una mia disponibilità.

Ferraro sente il bisogno di dipingersi come un “Good Guy” per ingraziarsi la Corte.

Gabriella Alletto: Sì, infatti, collaborava molto con gli studenti, era sempre disponibile.

Salvatore Ferraro: Si ricorda che arrivavano sempre: “È arrivato il dottor Ferraro!”. Tutti addosso al dottor…?

Gabriella Alletto: Sì, era l’unica persona disponibile in Istituto, più degli altri, questa è la verità.

Salvatore Ferraro: È la verità.

Salvatore Ferraro: Mi chiedo come… come è possibile che nessun studente di giurisprudenza, è la facoltà più numerosa d’Europa, quel giorno non mi abbia visto né entrare e né uscire?

Presidente: Signora Alletto, lei dovrebbe ricordare all’imputato quello che ha visto, che cosa faceva l’imputato?

Gabriella Alletto: L’imputato, lei già si riferisce nella scena in cui eee…? L’imputato Ferraro stava con la mano nei capell… con le mani tra i capelli, in un gesto molto particolare per lui, perché non l’ha mai fatto, e si tirava indietro i capelli in un gesto di disperazione, secondo me.

Presidente: Lei su questo punto cosa può dire?

Salvatore Ferraro: Guardi, voglio dire questo signora Gabriella, io, come lei sa, non ero in Aula 6, non ero in Istituto quel giorno.

Ferraro è capace di falsificare e di accusare indirettamente la teste di aver detto il falso. Con il “come lei sa” mette alla prova la Alletto, la quale gli risponde per le rime.

Gabriella Alletto: Io non so questo.

Salvatore Ferraro: No, no, lei lo sa perfettamente.

Gabriella Alletto: No.

Salvatore Ferraro: No, mmm… moderiamoci, no, lei lo sa benissimo tant’è vero che lei l’ha anche preannunciata questa situazione, c’è una famosa interc…

Il Ferraro non riesce a dire alla teste Alletto “Lei sta mentendo, è una bugiarda” perché sa che non è vero.

Gabriella Alletto: L’ho preannunciata!?

Salvatore Ferraro: Glielo dico subito, lei disse un giorno in un’intercettazione: “Io non c’ero”.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: … “però mi viene… mi conviene dire che c’ero”, cioè ha preannunciato quello che poi ha fatto successivamente.

Gabriella Alletto: No, questo è un atto di disperazione che avevo.

La Alletto dice di non aver parlato per la disperazione ed è credibile visto il clima che si respirava in Istituto.

Salvatore Ferraro: Era un atto di disperazione, del fatto che appunto rischiava di andare in carcere, che quindi bisognava… bisognava…

Gabriella Alletto: No, non rischiavo di andare in carcere, anche se sono stata molte volte avvertita di questa cosa qui, infatti non mi sono messa paura neanche l’11, quando c’è stato l’interrogatorio, se bene ha notato.

Salvatore Ferraro: Signora, guardi iii… alcune persone la vogliono far passare per una mentitrice, io… io la conosco molto bene, io so che è una bravissima persona, che di norma non mente, sicuramente di norma non giura sulla testa dei suoi figli, perché lei sa benissimo che io con… so quanto lei vuole bene ai suoi figli, quando lei ha giurato sulla testa dei suoi figli, lei giurava la verità…

Si noti “alcune persone la vogliono far passare per una mentitrice”. Il Ferraro delega, non ha il coraggio di dire “lei è una mentitrice” perché sa che non è così.

Dicendo “io… io la conosco molto bene, io so che è una bravissima persona”, il Ferraro tenta di ingraziarsi la Alletto.

Gabriella Alletto: No.

La Alletto nega in modo credibile con un “No”.

Salvatore Ferraro:… sul fatto che non aveva visto nessuno. Ma voglio tornare su un punto…

Gabriella Alletto: No, no, Presidente, io mi coprivo dietro un paravento, per me… per me era un aiuto, quello.

Salvatore Ferraro: La testa dei suoi figli (incomprensibile)?

Il Ferraro è subdolo, spera di minare la sicurezza della Alletto facendo presa sui suoi sentimenti nei confronti dei figli.

Gabriella Alletto: No, quello di mentire in quel momento, basta.

Salvatore Ferraro: Sulla testa dei suoi figli, signora?

Gabriella Alletto: Dottor Ferraro, non l’ho mai fatto in vita mia una cosa del genere ed è stata l’unica, spero… spero nella mia vita di madre che sia l’ultima.

La Alletto è lineare, credibile.

Salvatore Ferraro: Era la verità, signora, io la conosco bene.

Gabriella Alletto: Non è che mi posso… non è che mi metto paura perché lei mi dice che mi conosce bene, le cose sono andate in questo modo e io solamente dopo un mese ho deciso di star… di dire questa cosa, è stata un mmmm… una cosa molto grave per me, ha stravolto la mia vita, sono stata anche minacciata recentemente, ho ricevuto una lettera in cui mi dicevano: “Ti venga un cancro alla gola”. Va bene? E questo è quello che s’aspetta una persona dopo che dice la verità? Sono queste le cose? Che mi danno della sgualdrina, della svergognata! La lettera ce l’hanno gli avvocati, perfetto…

Salvatore Ferraro: Mi dispiace, non dice la verità, comunque… scusi posso continuare, Presidente?

Si noti “Mi dispiace”. In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato.

Gabriella Alletto: … perfetto, perfetto! Io sono stanca di questa situazione, voglio rientrare in seno alla mia famiglia… tranquilla.

Salvatore Ferraro: Sì, certo, ne ha diritto.

Gabriella Alletto: Confessate quello che dovete fare voi! Io ho fatto quello che dovevo fare.

Un invito forte, la Alletto mostra di non subire il Ferraro.

Salvatore Ferraro: Signora, “io non c’ero ed anche se mi conviene dire che c’ero, purtroppo non c’ero”, questo è il problema, però vo… voglio dirle una cosa…

Perché mai dovrebbe convenirgli dire che c’era?

Gabriella Alletto: Non mi interessa, sono loro che dovranno giudicare, non io.

Salvatore Ferraro: Lei, anche molto gentilmente…

Ancora un tentativo del Ferraro di ingraziarsi la Alletto.

Gabriella Alletto: Sempre gentile e disponibile, non sarei dovuta essere neanche qui, oggi. Sto facendo uno sforzo su me stessa e tutta mia buona volontà.

Salvatore Ferraro: (…) io quello che mi chiedo signora e mi sorprende, lei ha visto questa scena, perché non m’ha mai fatto un riferimento?

Ferraro mostra vicinanza alla scena con l’aggettivo “questa” e assume che la Alletto l’abbia vista quando dice “lei ha visto questa scena”. Si noti che il Ferraro non dice “Se ha visto la scena”.

Perché poi la Alletto avrebbe dovuto fare un riferimento alla scena ad un soggetto coinvolto in un omicidio? 

Gabriella Alletto: Perché non me l’ha fatto lei?

Salvatore Ferraro: Eh, perché io non avevo nie… nessun riferimento da farle.

La Alletto ha messo in difficoltà il Ferraro che ha avuto bisogno di due pause per rispondere.

Gabriella Alletto: Prego?

Salvatore Ferraro: Perché io non avevo nessun riferimento da farle, perché quella scena non esiste.

Ferraro è capace di dire “quella scena non esiste” perché ne parla al presente ed è logico che non esista nel momento in cui ne parla, mentre finché ne ha parlato al passato l’ha definita “questa scena”, mostrando vicinanza. 

Gabriella Alletto: Però, dopo che è successa quella cosa, lei non è più venuto da (incomprensibile) in Istituto.

Salvatore Ferraro: Cosa? Ho fatto qualcosa come quindici ee… sessioni d’esami, signora, signora.

Gabriella Alletto: Sì, forse, evidentemente ha fatto le sessione d’esame dentro la stanza d’esame, ma non è più venuta… ma non è più venuto in segreteria, non è più venuto in segreteria.

Salvatore Ferraro: Perché non mi ha fatto… signora Alletto, abb…. abb… abbiamo fatto le suddivisioni degli esami insieme, io e lei, gomito a gomito, per gli esami del 16 e del 19.

Gabriella Alletto: No, no, no, non lo ricordo assolutamente questo che abbiamo fatto le…

Salvatore Ferraro: Ah, non lo ricorda.

Gabriella Alletto: No che non lo ricordo.

Salvatore Ferraro: Che non se lo ricorda!

Gabriella Alletto: Io mi ricordo che dopo non è più venuto lei con la stessa serenità e disponibilità con cui era prima.

Salvatore Ferraro: No, no, ecco, va bene, va bene, ecco, va bene allora.

Gabriella Alletto: Mi ricordo che lei c’ha avuto delle titubanze a firmare quella lettera di solidarietà per il professor Romano, perché l’ha sbattuta…

Salvatore Ferraro: No, ho firmato molto tranquillamente.

Si noti il superfluo “molto tranquillamente”

Il Ferraro non nega di aver sbattuto la lettera.

Gabriella Alletto: No, no, no, no.

Salvatore Ferraro: Signora, ha detto che ero chiuso, che ero più chiuso.

“ero più chiuso” sono parole del Ferraro non della Alletto.

Gabriella Alletto: Sì, c’aveva delle titubanze lui a venire in Istituto, tant’è che una volta la signora Maria le ha anche rivolto la parola dicendo: “Ah dottor Ferraro mi sembra che sia dimagrito da quando…“, sospeso tutto quanto, è successo quello che è successo, voleva dire. La signora Maria le ha rivolto questa parola.

Salvatore Ferraro: Allora… signor Presidente si può anche documentare che io da… da… da almeno il 15 maggio…

Gabriella Alletto: Sì, si potrà documentare, ma non è venuto verso la segreteria.

Salvatore Ferraro: Sono stato sempre quotidianamente in Istituto da quel giorno, tranquillamente, facendo lo spiritoso sulle indagini, rilasciando interviste ai telegiornali e avendo un… un normalissimo rapporto con la signora All… Gabriella, con la quale abbiamo fatto la suddivisione degli esami, io mi chiedo perché la signora…

Ferraro sottolinea che faceva “lo spiritoso sulle indagini”, lo faceva per allontanare i sospetti da sé e per indirizzarli su almeno un altro soggetto. Ilaria Pepe, all’epoca studentessa, ha dichiarato in dibattimento che il giorno dopo il ferimento di Marta Russo, commentando l’accaduto con il Liparota ed il Ferraro, Salvatore Ferraro disse che il 9 maggio era stato tutta la mattina in casa e che attorno alle 12:00 aveva ricevuto una strana telefonata da parte di una persona “di giù”, cioè della Calabria, che in definitiva non si era capito cosa volesse. Nel raccontare l’episodio, il Ferraro, aveva scherzosamente commentato: “Forse si voleva creare un alibi”. Ferraro ha chiarito in udienza che si trattava della chiamata di Domenico Condemi, uno studente calabrese che effettivamente lo aveva chiamato il 9 maggio, ma non in mattinata, bensì nel pomeriggio, alle 15:44. A detta del Ferraro il Condemi avrebbe solo chiesto “Dottore lei sarà in facoltà nei prossimi giorni?”, e alla sua risposta affermativa ed alla richiesta di cosa volesse, avrebbe mormorato “Niente, niente”, riattaccando subito. Questo episodio prova che il Ferraro, nel tentativo di farla franca, ha cercato di indurre i colleghi a sospettare del Condemi, un comportamento che ce la dice lunga su di lui, sui suoi valori morali e sulla sua pericolosità sociale.  

Perché il Ferraro parlò ai colleghi proprio del Condemi? Perché lo studente calabrese era imputato in un processo per tentato omicidio con arma da fuoco in concorso con alcuni appartenenti alla ‘ndrangheta, pertanto su di lui non sarebbe stato difficile far ricadere la colpa del ferimento della Russo.

Il fatto che il Ferraro dica che il rapporto con la Alletto era “normalissimo” ci rivela che normale non lo era più, da un punto di vista verbale infatti ogni riferimento alla normalità lascia intendere il contrario.

Salvatore Ferraro: Il problema è che sia… il problema è che abbiamo avuto modo di vederci e lei non ha fatto mai un… perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?

Perché la Alletto avrebbe dovuto dirgli qualcosa? 

È interessante che il Ferraro chieda: “perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?”, non sono parole dette a caso, le dice per chiarire a tutti che a sparare fu Scattone. 

Gabriella Alletto: Ma io ho lavorato anche con Liparota in Istituto se… se mi fossi veramente esternata con lui, a dirci qualche cosa, a metterci d’accordo, l’avrei fatto anche con lui che vedevo tutte le mattine, anziché con lei.

Salvatore Ferraro: E perché non l’ha fatto? Perché a me non ha detto nulla? Avevamo questo rapporto affettuoso, perché non m’ha detto…?

Ferraro supera il limite definendo il rapporto tra lui e la Alletto “affettuoso”, lo fa per ingraziarsela.

Gabriella Alletto: Affettuoso? tra virgolette, affettuoso.

Tanto che la Alletto lo riprende…

Salvatore Ferraro: Tra virgolette, è chiaro, tra virg… è chiaro, tra virgolette.

Gabriella Alletto: È chiaro, eh.

… e continua a precisare.

Salvatore Ferraro: Eh, perché non m’ha mai detto nulla? Cosa avete fatto? Cosa ha fatto Giovanni? Ma che fate? Portate le p…?

Si noti “perché non m’ha mai detto nulla?”. 

Perché mai la Alletto avrebbe dovuto chiedere qualcosa a chi riteneva complice di un omicida.?

Ammissioni tra le righe: “Cosa avete fatto? Cosa ha fatto Giovanni? Ma che fate? Portate le p…?”. 

Perché il Ferraro continua a tirare in ballo Scattone? Perché il Ferraro non vuole che gli venga attribuito ciò che non gli appartiene.

Gabriella Alletto: Giovanni, quando mai l’ho chiamato Giovanni, io, Scattone, scusi eh?

Salvatore Ferraro: Ah Scattone, dottor… il dottor Scattone cosa ha combinato? Ma siete pazzi? Ma che fate con le pistole…? Perché non m’ha mai fat…

Si noti che è stato il Ferraro ad introdurre “le pistole”.

Altre ammissioni: “il dottor Scattone cosa ha combinato? Ma siete pazzi? Ma che fate con le pistole…?”. Si noti che il Ferraro continua ad attribuire l’omicidio a Scattone. E’ Scattone ad aver “combinato”, è lui a riferircelo. 

Il 7 settembre 1998, Salvatore Ferraro, invitato a rilasciare dichiarazioni spontanee, ha affermato: “Non nascondo, con grande vergogna, di aver più di una volta pensato, solo per uscire dal carcere, di fare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di Scattone. Già dal giorno del mio arresto, e lo vorrei raccontare, mi fu offerta questa possibilità.” 

Le dichiarazioni accusatorie di cui Ferraro parla le aveva già fatte durante il confronto con la Alletto quando ha chiesto alla donna “perché non mi ha detto: Cosa ha combinato Giovanni?” “il dottor Scattone cosa ha combinato?”, frasi attraverso le quali il Ferraro ha fatto sapere alla Corte che era stato Scattone a sparare il colpo mortale. 

Gabriella Alletto: Ma che… ma che cosa io dovevo dire sapendo quello che mi aspettava e che m’è cascato addosso tutto quello che m’è cascato addosso.

Salvatore Ferraro: Cosa…

Gabriella Alletto: Che cosa…

Salvatore Ferraro: (inc) una verità, signora.

Gabriella Alletto: Che cosa? Chi? C’avevamo il professor Romano che ci diceva: “Non c’entriamo. Non abbiamo fatto niente!”. Mi ha… mi hanno tartassata.

La Alletto spiega il perché non abbia parlato subito ed è credibile.

Salvatore Ferraro: Scusi, lei ha visto questa scena, lei ha visto questa scena.

Gabriella Alletto: Sì.

Salvatore Ferraro: Io e lei, io e lei privatamente, io e lei c’entravamo evidentemente, se è vera quella scena che lei racconta. Perché non me ne ha mai parlato? Perché non m’ha detto?

Si noti “io e lei c’entravamo evidentemente”.

Il Ferraro continua a chiedere alla Alletto il perché non gli abbia chiesto nulla. 

Gabriella Alletto: Perché era un tarlo dentro il mio cervello, non ha visto che ho cambiato atteggiamento? Se m’avesse visto qualche volta.

Salvatore Ferraro: Ma un riferimento alla scena.

Il Ferraro continua sulla stessa linea mostrando di essere privo di argomenti.

Gabriella Alletto: Perché dovevo fare riferimento alla scena?

Perché la Alletto avrebbe dovuto confrontarsi con colui che riteneva complice di un omicida?

In conclusione, il confronto tra Salvatore Ferraro e Gabriella Alletto è stato un clamoroso autogol per il Ferraro, il quale ha ammesso di essere stato nell’Aula 6 con Scattone. Egli ha inoltre tenuto a precisare che a commettere l’omicidio è stato il collega ed amico Giovanni Scattone.

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ursula franco 1 OMICIDIO MARTA RUSSO: ANALISI LINGUISTICA DEL CONFRONTO TRA SALVATORE FERRARO E GABRIELLA ALLETTOMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI INTERVISTA URSULA FRANCO

PAROLA AL COLPEVOLE, LinkedIn, 28 maggio 2020

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI* INTERVISTA URSULA FRANCO, Le Cronache Lucane, 28 maggio 2020

*Roberta Sacchi è Psicologa giuridica – Criminologa – Consulente Tecnico di Parte in procedimenti civili e penali

la dottoressa Roberta Sacchi

Sapevate che le parole di un sospettato, di un indagato e di un testimone sono una fonte inesauribile di informazioni per ricostruire un caso giudiziario? Forse sì. E non si tratta di intuito. Esiste una tecnica che può aiutare inquirenti, magistrati e avvocati a non incappare nell’errore giudiziario. Questa tecnica si chiama Statement Analysis.

Ne ho parlato con l’amica e collega dr.ssa Ursula Franco, medico e criminologo. Ursula è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La dottoressa Franco si occupa soprattutto di morti accidentali, incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

Che cos’è la Statement Analysis?

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio di ogni parola presente nelle dichiarazioni di sospettati, indagati e testimoni. E’ una scienza complessa che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio: è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che non stia pescando nella memoria.

Quanto è sottovalutata l’analisi delle dichiarazioni?

Purtroppo molti tra gli addetti ai lavori ritengono che sia una perdita di tempo interrogare coloro che non intendono dire la verità invece l’analisi delle dichiarazioni di un soggetto che non dice il vero è comunque utile per ricostruire i fatti. 

Un luogo comune da sfatare?

In molti ritengono che la gente che non dice il vero falsifichi; in realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso. Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera. Solo il 10% di coloro che non dicono il vero falsificano. Falsificare è infatti molto impegnativo in quanto costringe a ripetere all’infinito la prima bugia e a far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. Inoltre, la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

Come possiamo capire che le informazioni mancano?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”.

Simone Santoleri

Che cos’è il “Leakage”?

E’ un fenomeno che si manifesta in tutti noi, ma che è particolarmente interessante quando si interroga l’autore di un omicidio. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime, dalla dinamica omicidiaria all’occultamento. Faccio un esempio. Due settimane prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli, il figlio Simone Santoleri, durante un’intervista rilasciata alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, disse:

“Ero qui… stavo qui chiamano… chiama il numero di telefono, è un numero strano 0773 che è il prefisso di… 071 è Ancona quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche: e che cazzo di numero è? Pronto? Pronto! Buongiorno, sono il maresciallo della caserma di Cingoli, mi viene Chienti, non so perchè, ma invece è Cingoli […]”.

Incredibilmente Simone Santoleri citò il Chienti, il fiume dove dopo due settimane venne ritrovato il corpo della madre Renata. Questo naturalmente è un caso eclatante, in altri casi in Leakage è più sfumato ma con un’attenta analisi possiamo cogliere molte informazioni.

Che importanza ha l’analisi di una telefonata di soccorso?

Una telefonata di soccorso è equiparabile ad un interrogatorio, anzi è da considerarsi il primo interrogatorio. C’è di più, l’analisi della telefonata di soccorso spesso permette di individuare la strategia d’indagine perché le parole di chi chiama ci rivelano se il soggetto è coinvolto o meno.

Alberto Stasi

Può farci un esempio di telefonata di soccorso incriminante?

La telefonata di Alberto Stasi che ha ucciso la fidanzata Chiara Poggi.

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che inaspettatamente Stasi non gli rivela spontaneamente.

Il tono della voce non è in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

Stasi richiede un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova sulle scale che conducono nella cantina della villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello di casa Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico; un comportamento che ci indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.

Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.

Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce “la mia fidanzata”.  Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che aveva con lei, ci informa della qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome gli permette, inoltre, di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Che significa “contaminare” un’intervista o un interrogatorio?

Significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire. Un interrogatorio contaminato non è analizzabile, va escluso dagli atti.

Quali sono le negazioni credibili?

Gli esseri umani parlano per essere compresi ed in economia di parole. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa. Da un soggetto “innocente de facto”, accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso tizio”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “sto dicendo la verità”. Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso tizio”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “sto dicendo la verità” ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Che cos’è il “muro della verità”?

Gli innocenti “de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie e sermoni finalizzati alla persuasione dei propri interlocutori.

Perché “Sono innocente” non è considerata una negazione credibile?

Perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. L’unica negazione credibile che inglobi la parola “innocente” è la seguente: “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità. Sono innocente”. Solo un soggetto innocente “de facto” è capace di dire “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità”. Un innocente “de iure” ma non “de facto” è capace di dire solo “Sono innocente”.

Può farci alcuni esempi concreti di Statement Analysis?

Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi:

“Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

“Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno.

Francesco Furchì, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alberto Musy:

“Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si una tirata oratoria di 85 parole durante la quale ha provato a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy.

“Una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“Non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia sparato contro nessuno finché non l’ha fatto.

“Non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia preso una pistola in mano finché non l’ha fatto.

Alessandro Cozzi, condannato a 24 anni per l’omicidio di Alfredo Cappelletti: “va da sé che io non sono stato”.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma è anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Un innocente “de facto” avrebbe colto l’occasione per negare in modo credibile di aver commesso l’omicidio del quale è accusato.

Ringrazio Ursula per il suo prezioso lavoro, per la stima e l’amicizia che ci lega e per avermi concesso questa intervista.

Omicidio di Alberto Musy: analisi delle dichiarazioni di Francesco Furchì

Alberto Musy, la vittima

Il 21 marzo 2012, un uomo, che indossava un casco da moto per fingersi un pony express, è entrato nel cortile di un palazzo di via Barbaroux a Milano e ha ferito a colpi di pistola l’avvocato Alberto Musy, docente universitario e consigliere comunale di 45 anni. Quattro dei cinque colpi esplosi dall’attentatore hanno attinto Alberto Musy alla testa e alla schiena. Musy ha poi perso conoscenza ed è morto il 23 ottobre 2013, 19 mesi dopo il ferimento.

Frame da un filmato di una videocamera di sorveglianza che ha ripreso l’attentatore

Il 30 gennaio 2013, Francesco Furchì, un conoscente della vittima, è stato arrestato e accusato di essere l’autore del tentato omicidio. 

Francesco Furchì, l’omicida

Nel maggio 2013 è iniziato il processo a suo carico. Il 23 ottobre 2013, giorno in cui era prevista la deposizione di Furchì, Musy è morto e il dibattimento è stato sospeso. Francesco Furchì è stato condannato in via definitiva al carcere a vita.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate dall’imputato Francesco Furchì durante il processo di primo grado per l’omicidio di Alberto Musy

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Francesco Furlì ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver sparato ad Alberto Musy e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho sparato ad Alberto Musy”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho sparato ad Alberto Musy”, è una negazione credibile. Anche “io non ho sparato ad Alberto Musy, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Alla notizia della morte di Musy, Furchì ha dichiarato ai giornalisti: “Più che dirvi che sono dispiaciuto non posso dire altro”

Furchì ha detto “non posso dire altro” per non mentire. 

“sono dispiaciuto” equivale a dire “mi dispiace”. In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. 

Francesco Furchì: Allora presidente, io sono daa… circa, anzi senza circa, 22 mesi che sono… in carcere perr… con un’accusa gravissima, prima di tentato omicidio e poi di omicidio. Sono una persona incensurata e mi trovo… in una condizione di essere… un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy. Io posso guardare tutti negli occhi, ma tutti veramente, e per prima la moglie di Musy con tutto il rispetto per una signora e di quello che gli è successo e tutti quanti, perché io non ho assolutamente fatto… un gesto del genere, perché non è in me una cosa del genere, potrei avere 1000 difetti, come tutte quante le persone di questo mondo, anzi magari io forse ne ho di più degli altri, però… a 50 anni, eh 50 anni compiuti in carcere l’anno scorso, non… non… m… non… non posso neanche… non potrei neanche pensare come si fa… a… ad attentare alla vita di una persona. Mi sono ritrovato… su tutti i giornali come il mostro, il killer, la persona senza… addirittura, detta dal pubblico ministero, di una capacità estremamente fredda e una persona quasi di ghiaccio e con tutto quello che hanno ricamato i giornali… Io profondamente eee… ho fiducia nella giustizia, come ho sempre avuto, eee… anche se anche la giustizia alle volte magari possa anche sbagliare, come sbagliano tutti, perché è interpretata dagli uomini. 

Francesco Furchì, invece di dire “Signor Presidente, io non ho sparato ad Alberto Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si è esibito in un sermone di 224 parole durante il quale:

– Ha cercato di dipingersi come un “Good Guy” per ingraziarsi gli interlocutori: “Sono una persona incensurata”.

– Si è rivelato un manipolatore: “Io posso guardare tutti negli occhi, ma tutti veramente, e per prima la moglie di Musy con tutto il rispetto per una signora e di quello che gli è successo e tutti quanti […] perché non è in me una cosa del genere”.

– Ha ammesso di essere l’attentatore: “mi trovo… in una condizione di essere… un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy”.

– Ha tentato di negare. “io non ho assolutamente fatto… un gesto del genere”, “non posso neanche… non potrei neanche pensare come si fa… a… ad attentare alla vita di una persona” non sono negazioni credibili.

– Ha giocato la carta della vittima per ingraziarsi gli interlocutori: “50 anni compiuti in carcere l’anno scorso”, “Mi sono ritrovato… su tutti i giornali come il mostro, il killer, la persona senza… addirittura, detta dal pubblico ministero, di una capacità estremamente fredda e una persona quasi di ghiaccio e con tutto quello che hanno ricamato i giornali…”.

Francesco Furchì: Allora molti hanno scritto che MMM…. Musy… i… io avrei usato Musy per… per miei scopi personali e per entrare in lista per poter eh fare chissà quali cose, non me ne fregava nulla, non me ne fregava nulla. Io non ho mai, tra l’altro, cosa molto importante per cui mi si viene accusata dal pubblico ministero, avuto la ripicca nei confronti di Musy per chiedere posti, è demenziale una cosa del genere, perché altrimenti tutti quelli che non vengono eletti che sono praticamente su circa 1000 candidati ne vengono tolti 950, anche di più, eh allora che cosa dovrebbero fare? E ad ogni elezione cosa succederebbe? Una carneficina ogni volta.

Un altro sermone di 109 parole. Si noti che Furchì non dice “Io non ho usato Musy per miei scopi personali”.

Ed infine, invece di negare di aver sparato a Musy, prova a nascondersi tra la folla.

Francesco Furchì: Guardi io non ho rancore con nessuno. Io sono una persona che se devo mandare a stendere qualcuno, lo guardo negli occhi, lo mando a stendere e poi dopo ci vado anche a prendere il caffè che non ho person… non ho problema, perché le persone, se tu hai coraggio di dirgli le cose in faccia, dietro puoi dirgli tutto quello che vuoi, ma prima devi avere il coraggio di dire le cose in faccia. Per me la politica non è per forza che ti devi sedere su una sedia e poi metterci la colla, il vynavil… e poi dopo non toglierti più di lì. Puoi fare tranquillamente politica in modo tranquillamente chiaro, perfetto, occupandoti di alcune cose, ma senza quale fine e di chissà quali cose.

Ancora un sermone di 127 parole durante il quale Furchì si è incartato e ha ammesso di essere capace di “mandare a stendere qualcuno”. 

Francesco Furchì: Credo che per fare il percorso dell’attentatore, vedendo come sono andati i filmati, dove… l’accusa… mi accusa dicendo, da via Garibaldi che poi verificherete voi, valuterete, o lo fa l’uomo ragno, di andando, passando attraverso i tetti per trovarsi… in un lasso così di tempo, dall’altra parte, oppure minimo minimo deve essere il mago Copperfield per andare a “Striscia la Notizia” perché non si può in quel tempo fare una cosa del genere.

Se Furchì non fosse l’attentatore non avrebbe avuto ragione di contestare la ricostruzione della procura ed invece lo ha fatto tentando perfino di ridicolizzarla. 

Francesco Furchì: Non sono quell’attentatore per un semplice motivo… Io cammino… in modo diverso per un semplice motivo, non lo so, magari qualcuno qui avrà sofferto come me, io ho avuto due operazioni di una apicetomia radicale che praticamente è l’unghia dell… dell’alluce alla destra è totalmente tolta e da… dalla sinistra mi è rimasto questo problema… dii appoggio, perché mi ricordo che quando mi tolsero l’unghia, me la tolsero praticamente quasi senza anestesia, che è stata una cosa atroce, e quindi cammino con questo piede girato a sinistra, per cui per certe cose me ne vergognavo pure perché sembro una papera ma… ho sempre camminato così, cammino in qualsiasi modo, voi potete farmi camminare qui, anche in piedi in qualsiasi posto, cammino sempre così e l’attentatore cammina, come aver potuto vedere, in modo… diverso dal mio. Io tutte le volte che guardo quel… quel… quel video e tra l’altro mi chiedo come mai chi… fa… vedere il video in televisione non mette mai neanche una volta la mia camminata, quantomeno per dovere di correttezza.

Un’altra tirata oratoria, peraltro particolarmente controproducente.

Francesco Furchì: Credo che… il pubblico ministero… mi voglia cucire addosso un abito, l’abito anzi dell’attentatore, del killer come lo… l’hanno chiamato alcuni giornali e me lo voglia cucire addosso però senza ago e senza filo, perché quell’abito a me non sta, non starà mai, perché non sono io quella persona, non mi stancherò mai di dirlo e non potete condannare una persona che non lo è. Il vero attentatore è ancora in giro è ha attentato alla vo… alla vita di Musy e non sono io.

“Credo” indebolisce le dichiarazioni che seguono. Furchì è incapace di dire “io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità”.

Si noti che, secondo Furchì, esistono un “attentatore” e un “vero attentatore”.

Francesco Furchì: Sfido chiunque a mettersi nei miei panni essendo dentro accusato di omicidio quando vedo in carcere persone che veramente hanno… ucciso due, tre persone, li vedo quando sono lì, non lo so, cioè, li vedi spenti. Io non ho da vergognarmi di niente, perché non ho fatto niente e non mi sarei mai e poi mai permesso di fare una cosa del genere. Quindi invito la polizia ad andare a cercare il vero colpevole. In questo modo protrete portare il rispetto alla persona che è stata uccisa e forse il rispetto alla legge, se è vera che quella frase: “La legge è uguale per tutti”, perché la cost… la nostra costituzione i padri costituenti l’hanno… l’hanno basata sull’eguaglianza e sul diritto. Un magistrato e un giudice si esprime sul diritto, non su quello che scrivono i giornali oo… su quello che possono essere le apparenze.

Si noti che Francesco Furchì non fa riferimento a chi, come lui, è in carcere per aver ucciso una persona sola, ma parla di “persone che veramente hanno… ucciso due, tre persone”.

“Io non ho da vergognarmi di niente”, “non ho fatto niente e non mi sarei mai e poi mai permesso di fare una cosa del genere” non sono negazioni credibili.

Si noti che, sempre secondo Furchì, esistono un “colpevole” e un “vero colpevole”.

Francesco Furchì: Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere.

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si esibisce nell’ennesima tirata oratoria di 85 parole durante la quale prova a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy. 

“una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Furchì ha detto “perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo” per ingraziarsi la Corte. Cosa che ha fatto anche quando si è dipinto come un uomo capace di provare senso di colpa e rimorso, quindi come un “Good Guy”: “fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”.

“non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Furchì non solo non ha mai negato in modo credibile di aver sparato a Musy ma ha da subito ammesso di essere “un killer che ha voluto attentare alla vita di Musy”. Facendo ricorso a sermoni e tirate oratorie ha poi mostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità”. Il “sermone” è una lezione morale non necessaria rivelatrice di una proiezione della colpa e di disprezzo nei confronti degli interlocutori. E’ vero che Furchì non ha “mai sparato contro nessuno” finché non ha sparato contro Alberto Musy ed è anche vero che Furchì non ha mai “preso una pistola in mano” finché non l’ha fatto.

QUARTO GRADO, OMICIDIO DI MARIA SESTINA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA TELEFONATA DI SOCCORSO DI ANDREA LANDOLFI PERMETTE DI RICOSTRUIRE I FATTI ED EQUIVALE AL SUO PRIMO INTERROGATORIO

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

Nella puntata di ieri di Quarto Grado si è parlato della telefonata di soccorso di Andrea Landolfi, ne abbiamo parlato con un’esperta, la criminologa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Vi ricordiamo che Andrea Landolfi è a processo per l’omicidio della sua fidanzata Mariasestina Arcuri che, secondo la procura, avrebbe “buttato dalle scale”.

– Durante la puntata di ieri il conduttore Gianluigi Nuzzi ha chiesto ad Alessandra Viero: “Eh Alessandra, possiamo studiare il tono di Andrea?” E lei ha replicato “È importante il tono ma sono importanti anche le parole”, dottoressa Franco che può dirci?

In Statement Analysis studiamo solo le parole, non il tono della voce di chi chiama o di chi è interrogato perché, come il linguaggio non verbale, è soggetto a troppe variabili, cosa che non accade invece con il linguaggio verbale.

– Quanto sono importanti le parole emesse da chi fa una telefonata di soccorso?

Sono di fondamentale importanza investigativa in quanto rappresentano il primo interrogatorio.

– Il dottor Massimo Picozzi, ospite della trasmissione Quarto Grado, ha detto: “Andrea sembra un po’ mettere le mani avanti, appunto dichiarare che anche lui ha riportato dei traumi”, che ne pensa dottoressa Franco?

Andrea Landolfi ha riportato dei traumi. Andrea ha detto il vero, non ha detto però che ci furono due cadute quella sera. La seconda delle quali coinvolse la sola Mariasestina e le fu fatale, mentre quando Andrea e Mariasestina caddero la prima volta all’interno dell’appartamento fu lui a farsi male.

– Alla domanda di Alessandra Vieri “Quanto sono importanti per gli inquirenti telefonate del genere?”, Picozzi ha risposto: “Ehm, francamente sono suggestioni eh possono contare ma non hanno mai un valore… assoluto, certamente”, dottoressa Franco vuole replicare?

L’ho già detto, le telefonate di soccorso equivalgono ad un primo interrogatorio e, quand’anche il soggetto che chiama dissimuli, spesso permettono di ricostruire i fatti con precisione indicando la strategia d’indagine.

– Come si diventa analista?

Studiando una decina di ore al giorno per qualche anno e poi non smettendo più.

– Torniamo al caso Landolfi/Arcuri, cosa emerge di importante dalla telefonata di Andrea?

Emerge che Mariasestina cadde da sola dalle scale esterne dell’appartamento della nonna di Andrea e questo dopo che i due ragazzi erano caduti insieme all’interno dell’appartamento.

Conferme a questa ricostruzione vengono dall’analisi di un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio.

Mariasestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella dalla quale si accede all’appartamento della Iezzi. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Mariasestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

Quando Mirella Iezzi ha detto al PM di aver sentito suo nipote dire “Attenta Mariasestina che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: “Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?, lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta.

– Ci riporta lo stralcio di telefonata dal quale si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento.

Andrea Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Quando il Landolfi dice “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da l’ha, l’ho portata a casa”? E’ vero che il termine “su” è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina fosse caduta sulle scale esterne dell’appartamento.

– E quello dal quale emerge che cadde da sola.

In ben due occasioni Andrea Landolfi ha detto che Mariasestina era caduta da sola: “La mia compagna è cascata qua dalle scale” e “è cascata”.

– Ci illustri la sua ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri.

I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrerla, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste, poi finì a terra.

Omicidio di Alfredo Cappelletti: analisi delle dichiarazioni di Alessandro Cozzi

Alessandro Cozzi

Nel 2011, Alessandro Cozzi ha confessato l’omicidio di Ettore Vitiello, il titolare di un’agenzia per il lavoro di Milano. Cozzi e Vitiello avevano collaborato all’istituzione di corsi di formazione finanziati dalla Regione Lombardia. Cozzi aveva incassato dalla Regione i 34.000 euro che lui e Vitiello avrebbero dovuto dividersi ma li aveva tenuti tutti per sé e in seguito alla richiesta da parte del Vitiello dei propri 17.000 euro il Cozzi lo aveva accoltellato 40 volte alla schiena con un coltello da cucina. Non solo un testimone aveva assistito all’omicidio dalla finestra di fronte ma nella colluttazione con il Vitiello il Cozzi aveva riportato ferite sia alle mani che all’addome.

Alessandro Cozzi, che ha condotto la trasmissione Rai Educational “Diario di Famiglia”, è stato condannato a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Ettore Vitiello (29 marzo 2011) e a 24 anni per quello di Alfredo Cappelletti (13 settembre 1998).

La condanna per l’omicidio Cappelletti è tardiva, infatti, in prima istanza il caso era stato inspiegabilmente archiviato come suicidio. Solo dopo l’omicidio del Vitiello, la procura ha riaperto il caso Cappelletti e ha indagato su Alessandro Cozzi.

Alfredo Cappelletti, una delle vittime

Domenica 13 settembre 1998, l’imprenditore Alfredo Cappelletti, 49 anni, poche ore dopo essersi recato nel suo ufficio di via Malpighi con Alessandro Cozzi, è stato trovato morto proprio dal Cozzi e da sua figlia Elisabetta. L’autopsia ha rivelato che il Cappelletti era stato ucciso da un’unica coltellata al petto. Dalle indagini è emerso che il Cappelletti voleva chiudere i rapporti di lavoro con il Cozzi in quanto lo stesso aveva deviato pagamenti spettanti alla società del Cappelletti, la “Innova Skills srl”, a una società di cui lui e sua moglie erano titolari, la “People Improvement”.

Nel luglio 2017, al termine del processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti, Alessandro Cozzi è stato condannato all’ergastolo. La Corte d’Assise d’Appello di Milano, dopo aver escluso l’aggravante della premeditazione, ha poi riformato la sentenza del primo grado e lo ha condannato a 24 anni di reclusione.

Analisi delle dichiarazioni rilasciate dall’imputato Alessandro Cozzi durante il processo di primo grado per l’omicidio di Alfredo Cappelletti

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Alessandro Cozzi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso il suo amico Alfredo Cappelletti e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Alfredo Cappelletti, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Alessandro Cozzi: L’impatto di quel momento è… indescrivibile, ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita, va da sé che io non sono stato, lo dichiaro apertamente, ma… se mi fossi fermato… comunque… questo è successo.

Con la frase “L’impatto di quel momento è… indescrivibile” il Cozzi mostra da subito di essere un manipolatore, egli infatti non ci sta dicendo che cosa provò, è vago e lascia carta bianca ai suoi interlocutori per far sì che siano loro ad interpretare le sue parole. 

Quando il Cozzi dice: “ovviamente non avrei mai potuto… pensare… che Alfredo potesse togliersi la vita” ci conferma che Alfredo è stato ucciso.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Se è innocente “de facto” ci aspettiamo che colga l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso il Cappelletti.

Il Cozzi dice “lo dichiaro apertamente” lasciando intendere che per negare ci voglia coraggio ed invece negare in modo credibile è gratis.

Si noti la congiunzione coordinativa avversativa “ma” dopo il tentativo di negare. Il “ma” esprime esplicita contrapposizione a ciò che precede. La parola “ma” è utilizzata per confutare o minimizzare, tramite il confronto, le parole che la precedono. Le parole che la seguono sono, nel contesto, più importanti per chi parla di quelle che la precedono. Al “ma”, in questo caso segue un’ammissione tra le righe. Quando il Cozzi dice “se mi fossi fermato… comunque… questo è successo”, dice il vero, se il Cozzi si fosse fermato alla discussione il Cappelletti non sarebbe morto quel giorno.

Si sappia che il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che possono avere plurime interpretazioni. 

“comunque… questo è successo” è una dichiarazione da sociopatico. Il Cozzi ha scelto di uccidere il povero Cappelletti, non è stato un evento ineluttabile.

Alessandro Cozzi: Noi eravamo molto amici, da tanti anni, ci eravamo conosciuti in oratorio, come ormai sapete tutti, quando io ero ancora un ragazzo, invece lui era un po’ più grande di me e quindi era un animatore giovanile. Noi due, intendo Alfredo ed io, e le nostre famiglie abbiamo a lungo camminato insieme costruendo quella che io credo proprio si possa chiamare una amicizia autentica, solida, che perdurava nel 1998, non aveva avuto intoppi o inciampi. Proprio perché c’era questa amicizia importante tra Alfredo e me coltivata negli anni. Quando io ho completato il mio processo di studi, mi sono laureatoo… hoo… superato la successiva scuola di perfezionamento superiore, è stato anche naturale tra noi due cominciare a parlare di questioni lavorative. Alfredo mi propose di avvicinarmi al suo mondo, quindi alla consulenza ed alla formazione aziendale.

Una tirata oratoria di intento manipolatorio durante la quale il Cozzi ci riferisce che è cattolico, laureato e perfezionato e che ha famiglia. In statement Analysis sappiamo che la necessità da parte di un soggetto di dipingersi come un “Good Guy” nasconde il contrario: “Good Guy” uguale “Bad Guy”. 

Il fatto che il Cozzi si dilunghi e che ripeta quanto stretto fosse il legame di amicizia che lo legava alla vittima e che perdurasse nel 1998 senza intoppi o inciampi rivela un bisogno di convincere che ci induce a sospettare il contrario.

Alessandro Cozzi: Mentre Alfredo si trovava a Londra per un convegno, la famiglia di Alfredo, la moglie ed i due figli mi hanno chiamato… per chiedermi aiuto. Hanno chiamato me, non un altro, perché avevano una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti e si sono rivolti a me. Le prime parole che mi disse Maria Pia (moglie di Alfredo Cappelletti) era: “In nome della antica amicizia, ti dobbiamo parlare”. Va detto che da diversi mesi Alfredo ed io stavamo molto parlando non soltanto di questioni professionali a… come amici appunto, stavamo parlando di lui, di lui, perché era molto a disagioo… con se stesso, lui sentiva ormai esaurito il suo matrimonio e la cosa lo faceva stare molto male. Aveva combattuto contro questa realtà già da tempo maa… la cosa gli stava a suo dire sfuggendo di mano. Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali, perché loro erano molto preoccupati da questo ventilato abbandono. Ci mettiamo d’accordo che appena Alfredo sarebbe ritornato, era previsto ritornasse il sabato di quella stessa settimana, alla prima occasione io gli avrei parlato… E così si arriva alla domenica. Alla domenica mattina mi chiamano da casa beh… Cappelletti alle 8 e 10. E’ stato Alessandro (figlio di Alfredo Cappelletti) per dirmi che effettivamente la sera prima c’era stato di nuovo un momento di tensione, Alfredo aveva formalmente annunciato l’intenzione di abbandono della famiglia, le parole usate sono state queste.

Dicendo “una grossa preoccupazione per ciò che avevano visto succedere nei mesi precedenti”, “loro erano molto preoccupati”, “c’era stato di nuovo un momento di tensione” “abbandono della famiglia” e “perché (il Cappelletti) era molto a disagioo… con se stesso” il Cozzi tenta di drammatizzare per lasciare intendere che il povero Alfredo avesse perso la testa in modo da accreditare l’ipotesi suicidiaria. 

E poi dice “Hanno chiamato me, non un altro”, “si sono rivolti a me” e “Mi chiedono dunque di parlargli” per giustificare l’incontro con il povero Alfredo.

Si focalizzi su questo stralcio “Mi chiedono dunque di parlargli, di parlargli essenzialmente degli aspetti familiari, non degli aspettii… professionali”. L’uso di “essenzialmente”  indebolisce la sua affermazione e accoppiato alla frase al negativo “non degli aspettii… professionali” lascia inferire che invece abbiano parlato proprio “degli aspetti professionali”.

Alessandro Cozzi: C’era poi questo elemento delle spese… che furono sollevate in quella riunione familiare, essenzialmente da Alessandro, ma poi tutti le avevamo viste eh succedere. Eee… io ricordo bene che… abbiamo avuto anche un momento più leggero ricordando le origini genovesi di Alfredo, non era mai stato incline alla spesa facile, anzi qualche volta lo si rimproverava di essere un po’ ristretto invece da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate. Penso proprio di ricordare di aver detto una frase del tipo: “L’unica maniera sarebbe farlo interdire”, non è possibile infatti, non era un… progetto, né una proposta.

Ancora una volta, il Cozzi, dicendo “tutti le avevamo viste eh succedere” e “da alcuni mesi stava facendo spese davvero esagerate” vuol lasciar passare il messaggio che il povero Cappelletti avesse perso la testa. Peraltro l’uso di “davvero” prima di “esagerate” indebolisce la sua affermazione.

Si noti “Penso proprio di ricordare”, una frase che ci informa che ciò che il Cozzi sta per dire è vero, ma anche che ciò che ha riferito in precedenza non lo è. Non avrebbe infatti ragione di sottolineare di ricordarsi questo fatto posto che chi dice il vero riferisce solo ciò che si ricorda.

Alessandro Cozzi: Io non so quanto c’entrasse in questo la… supposta, presunto vicenda con Laura Daglia, abbiamo già sentito dire qui che in ufficio la cosa destava imbarazzo a tutti. Io e lui ne avevamo anche parlato. C’era stato un rimprovero da parte della figliola al padre ed alla Daglia stessa, comunque Alfredo a me personalmente non ha mai detto: “Io ho una relazione con Laura Daglia”, non l’ha neanche negato. Però devo pure testimoniare che non l’ha detto. Mi sembrava che ci fosse un interesse un poco più che amicale. Ma comunque Alessandro (il figlio di Alfredo) la mattina mi conferma che Alfredo vuole andare via, dopodiché siamo andati a messa come era nostra abitudine. Dopo la messa, come già sapete, che vuol dire verso le 11 del mattino, f… forse qualche minuto prima, ho agganciato Alfredo e ho cominciato questa conversazione, siamo arrivati fino all’ufficio.

Si noti che il Cozzi rimarca che, per lui andare a messa era un’abitudine per tornare a rappresentarsi come un “Good Guy”.

All’esame medico legale, sul corpo del Cappelletti sono state rilevate una ferita penetrante da arma da taglio all’emitorace sinistro, sopra il capezzolo, e una piccola ferita da taglio sull’eminenza tenar della mano destra. La ferita al torace interessò gli organi interni, il lobo superiore del polmone sinistro, il sacco pericardico e il lobo inferiore del polmone destro con un tramite alto/basso, sinistra/destra. Assenti sia le classiche lesioni da difesa che presentano alle mani le vittime di omicidi per accoltellamento che le cosiddette ferite “di assaggio” che di solito si auto infliggono, prima del colpo mortale, coloro che intendono suicidarsi accoltellandosi al cuore, al petto.

Al momento del ritrovamento Alfredo Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra. E’ infrequente che un suicida estragga il coltello dopo essersi accoltellato. A Ospedaletto, Pisa, nel luglio 2019, il cadavere di un uomo che aveva un grosso coltello da cucina conficcato nel petto è stato ritrovato nel parcheggio di un’aera commerciale. L’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza hanno permesso di ricostruire i fatti: l’uomo, un operaio residente a Cascina, ha raggiunto il parcheggio intorno alle 5.00 del mattina, è sceso dall’auto, ha bevuto una bottiglia di trielina estratta dal bagagliaio, si è poi sedutoin macchina e si è accoltellato al petto.

Nel racconto del Cozzi, si noti la frase “ho agganciato Alfredo”. E’ una frase particolarmente interessante per l’uso del termine “agganciato”, termine che il Cozzi non pronuncia a caso. Potrebbe trattarsi di Leakage. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime. In questo caso, il termine “agganciato” potrebbe riferirsi alla dinamica omicidiaria. Alfredo Cappelletti fu infatti pugnalato al torace dopo essere stato “agganciato” dal Cozzi da dietro. In parole povere, il Cozzi pugnalò il Cappelletti prendendolo alle spalle, come ipotizzato dal PM Maurizio Ascione, simulando quindi l’azione di un “gancio”, poi estrasse il coltello e lo appoggiò “nella mano sinistra” della vittima perché era a conoscenza del fatto che Alfredo era stato appena colpito da un’ischemia che aveva indebolito l’intero lato desto del corpo”. La lesione all’eminenza tenar della mano destra è riconducibile, come suggerito da uno dei medici legali, “ad un gesto istintivo, di chi si porta la mano dove è stato colpito”.

L’arma del delitto

Alessandro Cozzi: Io nel pomeriggio l’ho chiamato, alle 16 e 44 eee… sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso. Eee… di nuovo ci siamo recati in ufficio e lì abbiamo, invece, ehm… avuto un colloquio molto denso, questa volta io non sono stato sulle generali, sono stato sicuramente molto più esplicito… ehm… e forse anche un po’ duro… forse sì… e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia e questa volta Alfredo ha corrisposto, abbiamo dialogato più intensamente, ha forse maggiormente aperto eh… se stesso dicendo della sua stanchezza, del suo disagio del… di nuovo abbiamo affrontato il tema della paura di una potenziale paresi per effetto della… dell’ischemia, però nel corso del colloquio eh… dopo una prima parte, diciamo il primo quarto d’ora che è stato anche un po’ spinoso, perché io dicevo cose e lui me le rintuzzava, c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa… e un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava e ha detto: “Beh grazie, tutto questo deve essere oggetto di riflessione”. Io… ho detto: “Va bene, pensaci”. Lui mi ha detto: “Ci pe… voglio pensarci subito e quindi lasciami qua, ci penso, ti richiamo”… Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa, lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso e credo che fosse la cosa giusta per lui, che lui dovesse pensare, che lui dovesse riflettere, per cui sono andato via.

Un’altra tirata oratoria/sermone. Si notino “sono andato a prenderlo… con l’intenzione di riprendere il discorso” e “invece”, parole che ci rivelano che l’argomento della conversazione cambiò rispetto a quello affrontato poche ore prima. 

Questo stralcio “e l’ho rimproverato… perché lasciare la famiglia non mi sembrava una soluzione per i suoi problemi eee…. gettarsi in avventure nuove o diverse non era da lui, non era corrispondente alla sua storia” è da considerarsi un sermone. In Statement Analysis consideriamo il sermone una lezione morale non necessaria rivelatrice di una proiezione della colpa e di disprezzo nei confronti degli interlocutori.

“dicendo della sua stanchezza, del suo disagio” “della paura di una potenziale paresi” sono frasi finalizzate a dipingere la vittima come un potenziale suicida.

Quando il Cozzi dice “c’è stata una… seconda parte… più intensa, più profonda e nello stesso tempo anche più significativa”, parla del momento in cui ha ucciso il Cappelletti. “profonda” è stata infatti la pugnalata inferta ad Alfredo.

Lo ripeto, il Cozzi ha preparato queste dichiarazioni, non parla a braccio, legge, egli trae piacere dal prendersi gioco dei suoi interlocutori attraverso l’uso di termini che lasciano spazi a più interpretazioni. 

“Fino alla fine dei miei giorni io porterò il rammarico per avere eh… acconsentito a questa richiesta. Non… di questo non potete avere idea. Ma mi sembrava in quel momento una buona cosa” è un tentativo di ingraziarsi gli interlocutori.

In Statement Analysis, a prescindere dal contesto in cui vengono pronunciate, notiamo sempre le parole “mi dispiace” perché è estremamente frequente che vengano emesse da chi ha commesso il reato di cui è accusato e di cui parla. Le parole “mi dispiace” sono da considerarsi una sorta di “Leakage”. “io porterò il rammarico” può essere considerata una frase equivalente a “mi dispiace”. 

Quando il Cozzi dice “un’ultima parte in cui ho parlato quasi soltanto io per cercare di dirgli eh… chiaramente il pensiero, lui ascoltava, accennava” e “lo vedevo riflessivo, lo vedevo eh… pensoso” ci descrive il post accoltellamento e l’amico morente il quale ormai poteva solo ascoltare ed accennare. Come riferito in udienza dal medico legale, la morte del Cappelletti non fu immediata e il Cozzi ce lo conferma.

Quando il Cozzi dice “e credo fosse la cosa giusta per lui”, si riferisce alla pugnalata. Non prova rimorso.

La moglie di Alfredo Cappelletti, Maria Pia, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamata dopo aver lasciato il marito in ufficio il giorno dell’omicidio dicendole: “Io ho parlato con Alfredo, gli ho detto che ha una brutta faccia e gli ho detto: “Ma ti stai separando da tua moglie o hai un tumore?”, così proprio di… di… eee… lui non gli ha voluto rispondere o qualcosa di simile”.

Il Cozzi con “brutta faccia” fa riferimento alla faccia del povero Alfredo ferito a morte, il quale naturalmente non poteva rispondergli. C’è una sprezzante ironia in queste parole.

Se come riferito in udienza, il Cappelletti temeva di avere un tumore, il Cozzi non può che averle pronunciate per aumentare lo stato d’ansia di Alfredo.

Il figlio di Alfredo Cappelletti, Alessandro, durante un’udienza, ha riferito che il Cozzi l’aveva chiamato verso le 20 e 10, 20 e 15 sul cellulare il giorno dell’omicidio dicendogli: “Vieni a casa, ho risolto tutto con il papà”

Il Cozzi non mentì ad Alessandro, egli infatti, dopo aver ucciso Alfredo, credette di aver “risolto tutto”. C’è una sprezzante ironia anche in queste parole.

Alessandro Cozzi: Poi mi hanno fatto notare che… non aveva… la macchina per cui ho telefonato in Innova e sul suo cellulare, prima sul telefono fisso e… neanche un minuto dopo sul telefono cellulare. Evidentemente perché avevo intenzione di ri-chiamare sul telefono fisso, cosa che non ho fatto, perché come si vede sempre dal tabulato… a distanza di 3 minuti ho chiamato di nuovo la famiglia Cappelletti e è in questa telefonata che è emersa la possibilità che venisse qualcuno di loro, quindi, probabilmente io ero già in strada, sono tornato indietro, ho raccolto Elisabetta Cappelletti, che si è offerta di venire con me e siamo andati in ufficio. E, come voi sapete, lo abbiamo trovato morto.

La figlia di Alfredo Cappelletti Elisabetta ha dichiarato in udienza: “Mio padre uscì in jeans e camicia, senza le chiavi dell’ufficio, tanto le aveva il consulente. Dopo un paio d’’ore Cozzi ci chiamò per avvertirci che papà avrebbe tardato perché voleva tornare a piedi. Mamma fece notare che non poteva chiudere l’’ufficio e allora lui venne a prendermi”.

Alessandro Cozzi: Ci sono stati giorni frenetici successivamente, bisognava, da un lato cercare di rassicurare tutti eh i clienti e i collaboratori, Gaetano ed io abbiamo fatto del nostro meglio, la famiglia ovviamente… Nelle poche settimane successive a quella metà di settembre è evidentemente maturata la preoccupazione da parte della famiglia, in ufficio si respirava un’aria molto molto pesante e tesa eh… che ha portato, come sapete, al mio allontanamento da Innova Skills che si è formalizzato a fine ottobre di quell’anno.

Alessandro Cozzi: Siamo entrati, il corridoio è breve, camminavamo, Elisabetta ed io, io l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra, per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta. Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto,c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano… non impugnato strettamente, appoggiato nella mano sinistra con la lama, così, diciamo, verso la gola, lui era sdraiato supino per terra ed era chiaramente morto, quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse. Elisabetta è scoppiata in lacrime, si è accasciata lì poco lontano nel corridoio, ho dato una seconda occhiata… penso in questa seconda occhiata di essermi abbassato a toccare il battito eh non sono sicuro esattamente di averlo fatto, però credo proprio di sì. E a quel punto, sconvolto io, naturalmente vedendo Elisabetta sconvolta, avevo bisogno di un sostegno, ho chiamato Gaetano Morgese, che abita molto vicino all’ufficio, sapevo che sarebbe potuto arrivare molto in fretta e poi era l’altra persona, come dire, con cui condividere un momento di questo genere, la persona che in azienda aveva il ruolo… più vicino, l’ho chiamato, lui è arrivato e tutto il resto lo sappiamo già.

La parte iniziale di questo racconto serve al Cozzi per giustificare l’annuncio prematuro fatto ad Elisabetta del “suicidio” del padre: “il corridoio è breve” “io l’ho chiamato, non c’è stata risposta, non appena siamo arrivati a metà del corridoio, si vedeva in scorcio la porta dell’ufficio di Alfredo aperta e io ho visto il corpo, una sezione, diciamo, del corpo sdraiato a terra” e “Mi sono affacciato alla porta e l’ho visto morto, c’era il sangue sulla camicia, aveva in mano questo coltello, perché la posizione in cui l’ho visto e trovato era con il coltello impugnato nella mano”.

Si noti che il Cozzi sente la necessità di riferire che il coltello si trovava “nella mano sinistra” della vittima perché è a conoscenza del fatto che i soccorritori spostarono il coltello sul tavolo alterando la sua messinscena (staging).

Si noti che il Cozzi non dice che il Cappelletti aveva il coltello nella mano sinistra ma “appoggiato nella mano sinistra”, in pratica descrive un’azione, un’azione di cui è a conoscenza perché è stato lui a farla, è stato infatti lui ad appoggiare quel coltello “nella mano sinistra” della vittima. Il Cozzi mise il coltello nella mano sinistra del Cappelletti per strafare, aveva infatti bisogno di convincere che Alfredo si fosse ferito da solo e sapeva che non avrebbe potuto farlo con la mano destra in quanto era ancora indebolita dall’emiparesi che lo aveva colpito. 

Si noti ancora la necessità del Cozzi di rappresentarsi come un “Good Guy” attraverso le frasi “per cui ho accelerato per essere davanti a Elisabetta” e “quindi mi sono girato per fermare Elisabetta e sono riuscito a far sì che lei non lo vedesse”. Frasi che hanno qualcosa di mostruoso posto che è stato lui a togliere la vita al padre di Elisabetta.

Si noti “avevo bisogno di un sostegno”. E’ il Cozzi ad aver bisogno di un sostegno perché teme di essere accusato di omicidio. “avevo bisogno di un sostegno” è una frase equiparabile ad una inaspettata richiesta d’aiuto per sé, invece che per la vittima, durante una telefonata di soccorso. Anche don Paolo Piccoli, dopo aver ucciso il suo confratello don Giuseppe Rocco cercò conforto per sé.

Don Paolo Piccoli: “(…) e fui chiamato dal capo manutentore eee… che mi disse se potevo andare a dire una preghiera con don Rocco, io lì per lì non ho capito, dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. Eh, son rimasto un po’ così, ho preso un caffè, un attimino per confortarmi, sono rientrato in stanza, ho messo… ho messo la veste velocemente, purtroppo senza… senza ah mettere la camicia e sono salito in camera dove ho proceduto al… intanto ad accertarmi, com’è… com’è obbligatorio fare, della temperatura del cadavere, essendo ancora tiepido, ho proceduto, secondo la consuetudine generale della chiesa, ad impartire il sacramento dell’estrema unzione sotto condizione e poi la benedizione apostolica”.

Alessandro Cozzi: Dopo quell’episodio ischemico di giugno, totalmente imprevisto e imprevedibile, la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato, soprattutto alla luce del fatto che sua sorella, un anno prima, aveva avuto la stessa cosa e ne era rimasta paralizzata, una emiparesi irreversibile. In luglio era tornato al lavoro dopo la… il recupero dalla fa… dal fatto ischemico, però aveva un atteggiamento diverso ehm… mi disse, in luglio, che voleva cambiare tutto, che non andava più bene, che lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione. Poi è venuto l’agosto, lui è andato via, quando l’ho rivisto l’ho trovato sicuramente, come dire, fisicamente riposato… apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato

“la situazione si era aggravata molto, Alfredo era estrema-mente spaventato”, “lui non si pia-ce-va più, che non si ri-co-no-sceva, che non trovava… collocazione” e “apparentemente ehm… ancora sicuramente anche molto turbato” sono ulteriori tentativi di accreditare l’ipotesi suicidiaria.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Alessandro Cozzi non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Alfredo Cappelletti. Ha mostrato di essere un manipolatore, di essere privo di empatia, di senso di colpa e di rimorso. Colpisce la sottile sprezzante ironia presente nelle sue dichiarazioni in udienza e nelle comunicazioni fatte ai familiari della vittima il giorno del suo omicidio. 

Infine, l’uso di testate espressioni antiquate di richiamo poetico caratterizzano il linguaggio del Cozzi e sono finalizzate alla manipolazione dei suoi interlocutori. Ad esempio espressioni come “Alfredo ed io” ed “Elisabetta ed io” sembrano tratte da questo stralcio di un sonetto di Dante Alighieri. 

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio […]”.

Analisi di uno stralcio di una testimonianza di un conoscente del Cappelletti

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ma eh lei rende delle dichiarazioni il gio… il 14 settembre del ’98, ovvero il giorno dopo della morte di Cappelletti, ma come fa ad essere così sicuro che si trattò di suicidio?

Tiziano Colinetti: (tossisce) Io Alfredo Cappelletti l’ho visto a mezzogiorno circa, della domenica, che era sostenuto da Alessando Cozzi, perché era… era scon-volto e… come l’ho visto, sono rimasto…

Si noti che il Colinetti sente la necessità di sottolineare la parola “scon-volto” scandendola, ma prima di pronunciarla prende tempo ripetendo per due volte “era”. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sostenuto? Sostenuto?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano Colinetti: Sostenuto. Sì, sì. Era veramente fuori di sé completamente ehm… sono rimasto stupito e meravigliato, infatti sono arrivato a casa terminata la messa e ho detto a mia moglie: “Ho visto Alfredo… messo malissimo, malissimo

Ed invece:

  1. ripete “Sostenuto”, per prendere tempo per pensare a cosa dire;
  2. ripete “Sì” per due volte segnalandoci che la domanda dell’avvocato Brambilla è per lui sensitiva;
  3. fa seguire al “Sì” una tirata oratoria nella quale utilizza termini quali “veramente fuori di sé completamente”, “sono rimasto stupito e meravigliato” e “messo malissimo, malissimo” che ci rivelano il suo bisogno di convincere che il Cappelletti possa essersi suicidato. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Ha parlato con lui?

Ci aspettiamo che il Colinetti risponda con un “Sì”.

Tiziano Colinetti: Sì, ci siamo parlati un attimo eee… ho visto che era assente, completamente assente. Veramente io sono rimasto malissimo e mi sono… detto: “Cosa fa… cosa posso fare?”.

Ancora una tirata oratoria nella quale il Colinetti utilizza termini quali “era assente, completamente assente”, “veramente”, “io sono rimasto malissimo” che ci rivelano ancora una volta che il Colinetti ha bisogno di convincere, un bisogno che, se dicesse il vero, non avrebbe. 

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: E come mai oggi, a differenza di ieri, cioè solo oggi ci dice che il Cappelletti era sconvolto?

Tiziano Colinetti: No, guardi che io l’ho detto ai giu… giudici.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Qui dice “triste”, qui dice “triste”, non dice “sconvolto”.

Tiziano Colinetti: Adesso non mi ricordo per quale motivo, comunque sono certo cheee… era sconvolto.

“non mi ricordo” è una frase usata da chi desidera falsificare un vuoto di memoria.

Avvocato di Parte civile Luciano Brambilla: Sì, però lo deice solo ora signor… signor Collinetti.

Tiziano Colinetti: Guardi non mi ricordo, sono passati vent’anni posso m… dire eee… sono certo comunque che era sconvolto.

Il Colinetti continua a falsificare un vuoto di memoria.

PM Maurizio Ascione: Perché era sconvolto? “Sconvolto”, poi magari lei appunto anni fa disse “triste”, adesso… Perché aveva questo stato d’animo negativo cappelletti, lei che lo conosceva bene come amico e tutto quanto. Sa che cosa era successo all’epoca?

Tiziano Colinetti: Si sapeva, si mormorava di questa aavventura, di questa uscita, si vedeva… …Eeee…. Pia più volte disse a noi che… era stanca di questa situazione e so che stava per chiedere a Alessandro, che in termini di comunicazione era più capace, di intervenire pesantemente, in termini verbali, sottolineo i termini verbali perché… per… trovare una soluzione a questa situazione.

Il Colinetti non è personalmente a conoscenza di cosa ci fosse realmente tra il Cappelletti e la Daglia, perché si affida a ciò che “si sapeva, si mormorava”? E perché la definisce “avventura” e “uscita”? 

Tiziano Colinetti: Aveva dei problemi già precedentemente mmm…

Giudice: Ma che tipo di problemi?

Tiziano Colinetti: Io… personalmente ero convinto che lui fosse… fosse… dubbioso che in casa recitassero la parte di qualche… per nascondere qualcosa a lui, ad esempio “Hai un tumore però non te lo dico”.

Giudice: Ma quando lei dice sconvolto, ce lo descriva, come fa a dire era sconvolto?Piangeva?

Tiziano Colinetti: Allora, No. Eraa… appoggiato ad Alessandro eh… traballantemusoo, volto tristissimo, depresso, testa chinata, alc… alche gli ho detto, io sono veneto di origine, per chiudere il discorso, perché stavo… dovevo andare a messa che ero in ritardo e dove dirigere il coro: “Dai che ci troviamo insieme e beviamo un bel bicchier di vino che ci tiriamo su di morale”.

Si notino sia l’esordio con “Allora” che le pause. Il Colinetti mostra di avere bisogno di tempo per pensare a come organizzare la risposta. Una riprova del fatto che la domanda è sensitiva.

Si noti l’utilizzo di termini forti quali “traballante” e “tristissimo”. In un crescendo, il “triste” delle prime dichiarazioni si è trasformato in un superlativo assoluto e il “sostenuto da Alessandro Cozzi” in “appoggiato ad Alessandro”. In pochi minuti le condizioni del Cappelletti appaiono inspiegabilmente peggiorate ed il legame del Colinetti col Cozzi più manifesto, egli infatti, nella risposta al giudice, ne omette il cognome mostrando vicinanza.

Il Colinetti non possiede la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Durante il processo al duplice omicida Alessandro Cozzi, il Colinetti non solo non ha detto il vero sulle reali condizioni del Cappelletti ma ha mostrato di provare un certo risentimento nei suoi confronti, ne è rivelatore l’uso del termine “muso” in riferimento al volto di un brillante padre di famiglia morto prematuramente. “Muso” invece di “faccia” o “volto” o “viso”. Sono gli animali ad avere il “muso”, non gli esseri umani.

BIBLIOGRAFIA

 

APPIAPOLIS: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE

  malke ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE       

 –      di Ursula Franco  *      –              

Aral Gabriele è nato il 10 marzo 1975 a Roma, nel 2005 è stato condannato in via definitiva a 28 anni di reclusione per l’omicidio dei suoi genitori, Maria Elena Figuccio, 64 anni, e Gaspare Gabriele, 66 anni, e sta scontando la pena nel carcere di Volterra.aral gabriele ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE

Nel 2002, Aral, studente universitario fuori corso, all’Università di Camerino, aveva raccontato ai genitori di essere prossimo alla laurea in Giurisprudenza mentre invece aveva sostenuto solo una decina di esami, di cui l’ultimo, nel dicembre 1999 e, a ridosso del giorno della fantomatica laurea, invece di rivelargli la verità, li ha uccisi. Durante la cena del 22 marzo 2002, li ha addormentati somministrandogli uno psicoparmaco, il Minias, poi, mentre erano ancora in vita, li ha avvolti in sacchi neri della spazzatura che ha sigillato con del nastro adesivo in modo da indurne la morte per asfissia.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. 

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute.

Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Da Aral Gabriele ci aspettiamo pertanto che neghi in modo credibile di aver ucciso i suoi genitori e che possegga il cosiddetto “muro della verità”. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso tizio”.

Una negazione è credibile non solo quando è composta da queste tre componenti ma anche quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

La frase “io non ho ucciso i miei genitori”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso i miei genitori”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso i miei genitori, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. 

Stralci dell’intervista rilasciata da Aral Gabriele alla giornalista Roberta Petrelluzzi:

Aral Gabriele: Eee io… mm… prima avevo una vita normale, diciamo, tra virgolette, non… non avrei mai pensato… potevo pensare… non so, diventerò un avvocato, farò questo lavoro o no ee… conoscerò questa donna o mi sposerò, cose normali, non avrei mai potuto pensare di dover finire in prigione perché non ho mai men… commesso nessun reato in vita mia e sono due anni che sono in prigione.

Aral afferma “prima avevo una vita normale”, proprio l’uso del termine “normale” lascia trapelare il contrario.

Aral Gabriele non nega di aver ucciso i suoi genitori, non dice “io non ho ucciso mio padre e mia madre” ma, non senza difficoltà, si esibisce in una negazione non credibile “non ho mai men… commesso nessun reato in vita mia”. 

Il termine “mai” è frequentemente usato da chi dissimula, copre un periodo di tempo indefinito, un’intera vita e proprio per questo rappresenta una negazione non credibile. “mai” è appropriato solo quando viene associato ad una negazione credibile.

Aral Gabriele: C’era tra mia madre e me un rapporto che andava appunto oltre l’affetto, perché c’era un’affinitààà di carattere, di gusti ehm… di ciò che ci piaceva e ciò che n… ci dava fastidio ee… che magari con mio padre non c’era, eravamo due tipi diversi però comunque per lui, appunto, io ero il primo figlio maschio.

Secondo Fredric Wertham (1895 –1981), uno psichiatra statunitense di origini tedesche che ha analizzato un’ampia casistica di matricidi, questi delitti maturano all’interno di rapporti ambivalenti, di odio e attrazione sessuale inconsci.

Secondo la Oliviero Ferraris & Giorda (1995) un figlio può giungere ad odiare il padre e la madre sia per la spaccatura che si crea tra i suoi bisogni, desideri, necessità, aspirazioni e il rifiuto, o l’incapacità da parte della coppia parentale di soddisfarli, sia per il divario esistente fra le richieste dei genitori e la reale capacità del figlio di farvi fronte.

Aral Gabriele uccise i genitori proprio perché incapace di soddisfare quantomeno le aspettative di suo padre.2 4 ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE

Sulla sua agenda del 2002, in data 14 febbraio, il povero Gaspare Gabriele aveva scritto: “Aral a Camerino domanda laurea presentata (1 mese prima)”, in data 21 febbraio “Aral ultima tesi pagato C/C € 191,25” e infine, in data 27 febbraio “inizio lauree fino ad aprile”, una riprova del fatto che Aral gli aveva fatto credere di essere prossimo all’esame di laurea.

Aral Gabriele: C’era una s… una vita familiare moltooo eee… affiatata, stavamo veramente bene, poi chiaramente c’erano sempre… ci potevano essere dei bisticci, come in tutte le famiglie, non è che eravamo una famiglia delle favole però c’e… di fondo c’era un grande legame, ci volevamo molto bene, non abbiamo mai litigato per cose veramente importanti.coniugi gabriele ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE

Stralci delle dichiarazioni di Aral Gabriele rilasciate durante le udienze del processo a suo carico:

Aral Gabriele: Vedo che i miei non ci sono… e mi preoccupo che possa essere successo qualche cosa veramente eee… continuo ad andare avanti… continuo ad andare avanti, mmm… il corridoio, controllo nei bagni eee… entro in camera, accendo la luce e in quel momento, in quel momento… vedo che da parte alla par… nella parte destra della camera, all’angolo, c’erano questi… questi sacchi e io… ho su… bito la… la percezione… ho subito la sens… cioè capisco che là ci sono due corpi…….. io (interrotto)

Da notare l’uso dell’avverbio “veramente” che ci indica che quel “successo qualche cosa” è per lui sensitivo.

Il racconto non è scorrevole. Aral, nel tentativo di prendere tempo per organizzare una risposta sensata, inserisce informazioni non necessarie,  fa continue pause, ripete intere frasi “continuo ad andare avanti… continuo ad andare avanti”, “in quel momento, in quel momento”, “ho su… bito la… la percezione… ho subito”,  ripete parole “questi… questi”, ripete concetti usando termini diversi “io… ho su…bito la… la percezione, ho subito la sens… cioè capisco che”.

Da notare che, prima di giungere alla descrizione dei sacchi con all’interno i cadaveri, Aral, nel descrivere un evento accaduto nel passato, parla al presente: “Vedo”, “i miei non ci sono”, “mi preoccupo”, “continuo”, “controllo”, “entro”, “accendo”, “vedo”, un’indicazione del fatto che non sta pescando nella memoria. Che Aral non peschi nella memoria ce lo conferma l’uso di “in quel momento”, che tra l’altro ripete due volte, attraverso il quale, non solo prende linguisticamente le distanze dai fatti, ma ci indica che sta falsificando. Il giudice avrebbe dovuto esplorare e chiedergli che cosa fosse accaduto sia prima che dopo “quel momento”.

Giudice: Si avvicina?

Il giudice sbaglia ad interrompere Aral, lo fa per cercare di velocizzare il racconto dell’imputato ed invece lo contamina.

Aral Gabriele: Io mi avvicino, io mi… inginocchio… mi… sono portato sopra al primo sacco, al sacco che veniva… diciamo che… che…l’unico accessibile il primo sacco che uno si trovava davanti… mi sono chinato sopra questo sacco… ee ho… e ho visto eee… tirati contro… contro la plastica… aderente, i lineamenti…

Ancora un racconto ricco di pause, di ripetizioni e di dettagli inutili.

Ancora due verbi coniugati al presente “mi avvicino” e “mi inginocchio” e poi finalmente Aral inizia a parlare al passato “mi… sono portato”, “si trovava”, “mi sono chinato” e “ho visto”.

Giudice: Intravisto.

Il giudice sbaglia ad interrompere e a suggerire ad Aral il termine “Intravisto” contaminandone il racconto.

Aral Gabriele: Intravisto… i lineamenti… del… del volto di mia madre… era una… la plastica era nera coprente, però quando veniva tirata dava una… una trasparenza arancione, arancione scuro… mi sono… sono rimasto paralizzato, quasi, non so quanto sono durati quegli istanti… mi sono ritratto ad un certo punto…. sono rimasto là ancora alcuni secondi, non so quanti e… e la prima reazione vera che ho avuto, cioè pro… istintiva, è avvertire dei conati di vomito… e sono… sono corso… sono corso in bagno, non so perché non sono andato al primo bagno, a quello rosa, sono andato al bagno blue, non so per quale motivo razionale, sono andato al bagno blue, di nuovo ho provato a vomitare nel gabinetto, praticamente, però, non lo so, forse non avevo mangiato nulla, non… non sono riuscito a vomitare… a questo punto…. sono… sono tornato, piangevo, urlavo, non lo sono… sono corso al telefono e ho chiamato diverse volte il 112 e il 113 e loro riattaccavano, perché, non lo so, forse non capivano, non sentivano, non vedevano una personaa… pensavano ad uno scherzo, non lo so, loro riattaccavano, diverse volte 3, 4, 5, 6 volte, tanto è vero che ad un certo punto io… ricordo… che… ho… mmmm… avevo il cellulare… e dal cellulare… ho chiamato mia sorella.

Il racconto di Aral Gabriele è l’ennesima tirata oratoria ricca di pause, ripetizioni, informazioni superflue, ma soprattutto il focus è su stesso: “sono rimasto paralizzato”, “la prima reazione vera che ho avuto, cioè pro… istintiva, è avvertire dei conati di vomito”, “di nuovo ho provato a vomitare nel gabinetto”, “forse non avevo mangiato nulla, non… non sono riuscito a vomitare” e “piangevo, urlavo”.

Il vomito è uno tra i sintomi somatici di una sindrome di adattamento ad uno stress acuto (General Adaptation Syndrome) evidenziabili sia nelle vittime sopravvissute ad un grave reato che negli autori dello stesso. Tale sindrome non è altro che una fisiologica reazione che segue ad un’esperienza critica. Il corpo umano reagisce ad uno stress acuto rilasciando una cascata ormonale. Se lo stress è prolungato il corpo non riesce a tornare alla normalità e continua a rilasciare ormoni che provocano un aumento della frequenza cardiaca, ansia, aumento della peristalsi gastrointestinale che può portare ad episodi di vomito o diarrea, inibizione della salivazione, midriasi, aumento della sudorazione e della frequenza urinaria, etc.

Quando Aral dice: “la plastica (…) quando veniva tirata”usa una forma passiva per nascondere la propria responsabilità in ordine ai fatti.

Aral Gabriele: Ero sotto shock, non riuscivo… a fare delle frasi sen… sensate, dicevo: “Guarda sono morti… s… babbo e mamma”, gli dicevo, mi ricordo, gli ripetevo tante volte: “Sono nella plastica” e lei non capiva, “Che vuol dire la plastica?”, e io gli dicevo “Sono nella plastica” e ad un certo punto dicevo mmm… le… io gli ho detto: “Sono solo, nessuno mi aiuta”, perché non mi d… rispondevano al telefono prima, quindi ho detto: “Sono solo, nessuno mi aiuta, nessuno mi può aiutare”.

Non è drammatico il racconto che Aral fa della telefonata alla sorella ma quasi comico: “gli dicevo, mi ricordo, gli ripetevo tante volte: Sono nella plastica, e lei non capiva, Che vuol dire la plastica?, e io gli dicevo: Sono nella plastica”. Aral Gabriele mostra di essere privo di empatia.

Aral Gabriele: “Un’altra cosa, secondo me inspiegabile… è… la… ricostruzione sul… su questo presunto soffocamento di mia madre e io dovrei essere riuscito a fare… questo, senza lasciare nessuna traccia, senza lasciare un capello, senza lasciare una goccia ehm senza una goccia, una lacrima, una goccia di pianto, senza lasciare una goccia di sudore, una goccia di saliva, impronte digitali, niente, sono stato un professionista, sono stato di una freddezza glaciale… io, nel fare questo a mia madre, ai miei genitori, alle persone che in assoluto più amavo ed amo… fra tutti e che… le persone da cui sicuramente ero amato di più, che mi avevano fatto solo del bene nella loro vita”.

Aral, nelle vesti dell’avvocato di se stesso, è patetico e proprio mentre prova a difendersi non solo ammette involontariamente di aver commesso il duplice omicidio ma fa trasparire anche un certo compiacimento. Lo stralcio “sono stato un professionista, sono stato di una freddezza glaciale… io, nel fare questo a mia madre, ai miei genitori” è una straordinaria ammissione tra le righe (Embedded Admission) fatta nel tentativo di ridicolizzare le accuse. 

E’ da considerarsi “ammissione tra le righe” solo quell’ammissione di responsabilità che compaia all’interno di una tirata oratoria durante la quale chi è accusato di un certo crimine parla liberamente. Quando un soggetto ripete a pappagallo le parole del suo interlocutore, non si può parlare di ammissione. A volte, come in questo caso, i colpevoli, poiché sono incapaci di negare in modo credibile, si illudono di poter manipolare i loro interlocutori ridicolizzando le accuse.

Da notare che, per due volte, riferendosi agli omicidi, Aral non ne prende le distanze con l’aggettivo “quello” ma mostra vicinanza attraverso l’uso di “questo”.

Giudice: “Brevissimamente, lei acquistò delle medicine, quando, quali e perché?

Il modo di parlare di Aral è insopportabile, per questo motivo il giudice lo invita ad essere breve. Il suo modo di parlare è insopportabile non solo perché Aral Gabriele manca di empatia ma anche perché, avendo commesso i reati dei quali è accusato, teme di tradirsi e pertanto prende tempo inserendo ripetizioni, informazioni inutili e pause nel suo lagnoso racconto dove solo a tratti pesca nella memoria.

Giudice: Quando?

Aral Gabriele: (ride) Brevissimamente…

Aral ride e ripete “Brevissimamente”, mostrando di essere consapevole del fatto che il giudice trova il suo modo di parlare insopportabile.

Giudice: Quando?

Il giudice tenta ancora di velocizzare la risposta di Aral.

Aral Gabriele: Allora, io… parliamo sempre di quei giorni naturalmente, io il mercoledì sera acquisto solo una boccettina di Minias.

Ogni parola superflua pronunciata da un sospettato è doppiamente importante per l’analista. Nonostante l’invito del giudice, Aral, nella fase iniziale della risposta, come al solito, allunga il brodo per prendere tempo e commette un errore quando aggiunge “parliamo sempre di quei giorni naturalmente”, il fatto che sottolinei “quei giorni” suggerisce alla Corte che almeno un’altra bottiglie di Minias se la poteva essere procurato in precedenza.

Aral Gabriele: Ho quindi portato a casa una bottiglia nuova di Minias e sicuramente lascio il Minias in cucina.

Il fatto che dica “una bottiglia nuova di Minias” implica che a casa ve ne fosse almeno una vecchia.

“lascio il Minias in cucina” è una frase al presente della quale Aral Gabriele non prende possesso e che ci rivela che ciò che sta dicendo non è vero perché non sa pescando nella memoria. Aral Gabriele non lasciò la bottiglia nuova di Minias in cucina.3 ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELE

Stralci dell’intervista rilasciata da Aral Gabriele alla giornalista Franca Leosini:

Aral Gabriele: Salgo e di nuovo vedo quasi la stessa scena, si può dire del… del pomeriggio precedente e lààà… làààà… sono stato preso dalla paura e allora, a questo punto, faccio la classica cosa che facevo: chiamo ad alta voce, non mi risponde nessuno finché poi arrivo aaa all’ultima stanza che è la stanza dei miei genitori eeee e a questo punto io faccio quel passo in più per entrare nella stanza e quindi… e trovo… trovo… trovo quei sacchi, sacchi neri di plastica… con le forme umane e io… erano due messe una accanto all’altra, a quel punto non ho no… (piange) io non lo so, mi sono buttato in ginocchio, non riuscivo a urlare, volevo urlare ma nun… nun… non mi sembrava neanche vero, io mi sono avvicinato semplicemente a… a uno dei due e ho visto i lineamenti di… del volto di mia madre e allora, ad un certo punto, non sono più riuscito a guardarli, io mi sono girato, nun… non riuscivo più a guardarli, nun… nun… non riuscivo a a credere che fossero i miei genitori là dentro e allora ho chiamato mia sorella, non mi ha risposto lei, mi ha risposto un’altra persona e io già questo… parlavo, urlavo, non riuscivo… mi sembrava che non ci fosse più neanche lei, mi sembrava tutto irreale e invece poi finalmente è venuta al telefono e lei non capiva quello che gli stessi dicendo, non capiva, non riusciva ad immaginare e io non riuscivo a spiegarle, dicevo: “C’è dei sacchi”, dicevo, ma lei non capiva di questi sacchi.

Come al solito il racconto di Aral non è scorrevole ma ricco di pause, di frasi ripetute, di dettagli inutili ed il focus è su se stesso.

Da notare che “Salgo”, “vedo”, “faccio”, “chiamo”, “faccio” e “trovo” sono tutti verbi al presente, Aral, parlando al presente di un evento passato non prende possesso di ciò che dice, pertanto il suo racconto non è credibile.  L’uso del presente ci indica che Aral sta falsificando. Come in precedenza, Aral usa il presente fino al momento in cui descrive lo stato dei corpi “erano due messe una accanto all’altra”.

“di nuovo vedo quasi la stessa scena”, non solo è al presente ma è inaspettato che qualcuno descriva la propria abitazione facendo ricorso al termine “scena”, la parola “scena” evoca una “scena del crimine”. 

Aral Gabriele: Non riuscivo neanche a guardare… perché… perché vedevo i miei genitoriii… morti, è come se fossero nella spazzatura, era una cosa assurda era… una cosa insostenibile, io nu… non lo so se un altro al posto mio avrebbe reagito in modo diverso, non lo so, io so solo che… che… che ho reagito in quel modo eee e ancora adesso quando ripenso a quello ehm è l’impressione non di una persona che potesse ancora aver bisogno d’aiuto, era l’impressione di un cadavere ecco solo quello… di un cadavere.

Aral ha raccontato di aver trovato i suoi genitori fasciati da sacchi dell’immondizia e il fatto che non li abbia soccorsi ha da subito insospettito gli inquirenti.

Con questa risposta Aral tenta di giustificarsi con la Leosini per i mancati soccorsi: “Non riuscivo neanche a guardare”, “era… una cosa insostenibile”, “non lo so se un altro al posto mio avrebbe reagito in modo diverso” e “io so solo che… che… che ho reagito in quel modo”. Aral ripete per due volte “reagito” rivelandoci che il termine è per lui sensitivo. Per Aral il fatto di non avuto l’intelligenza di “reagire” come avrebbe “reagito” un soggetto estraneo ai fatti, è un cruccio. Lo stesso cruccio tormenta Alberto Stasi, il quale, invece di simulare per intero il ritrovamento del cadavere della fidanzata da lui uccisa poche ore prima, raccontò il falso sostenendo di essere entrato in casa Poggi, di aver cercato Chiara e di aver trovato il suo cadavere sulle scale della cantina. Stasi avrebbe dovuto desiderare di sporcarsi le scarpe di sangue per risultare credibile ma, poiché nelle ore precedenti aveva cercato di eliminare ogni traccia dell’omicidio dai suoi indumenti e dalla sua bicicletta, non riuscì a resettarsi.

“Non riuscivo neanche a guardare… perché… perché vedevo i miei genitoriii… morti”, Aral sente la necessità di spiegare un perché invece di rispondere semplicemente alla domanda, lo fa per anticipare una eventuale contestazione in merito al fatto che non li abbia soccorsi.

Aral Gabriele: Quella seraaa mangiammo del minestrone eeem son venuto che praticamente era già a tavola eee e abbiamo mangiato… io ho mangiato abbastanza velocemente perché io in quei momenti ero molto stanco em… e non vedevo veramente l’ora di… di andare a dormire e io a questo punto volevo prendere le gocce, mi ricordo che andò, invece, mia madre a prendere le gocce e questo lo fece perché lei tentava sempre di, siccome ormai era quasi assuefatta, tentava sempre di farmene prendere il meno possibile perché non voleva che magari diventasse un’abitudine e voleva darmene dieci gocce, così io poi ho insistito, proprio perché stavo male e me ne sono fatte dare venti.

Ancora una volta Aral anticipa una eventuale domanda spiegando un perché “io ho mangiato abbastanza velocemente perché io in quei momenti ero molto stanco”.

Aral fa un minestrone con i tempi verbali e per questo motivo la sua risposta non è credibile. Il Gabriele comincia la sua tirata declamatoria usando il passato remoto “mangiammo” ma poi, invece di dire “arrivai”, sempre al passato remoto, usa il passato prossimo “son venuto”, “abbiamo mangiato”, “ho mangiato” e poi l’imperfetto “ero”, “vedevo”, “volevo” e poi di nuovo il passato remoto “andò” e “fece”, e poi di nuovo il passato prossimo “ho insistito”, e infine chiude con un passato prossimo passivo “me ne sono fatte dare venti”.

“non vedevo veramente l’ora di… di andare a dormire”, l’uso dell’avverbio “veramente” ci indica che per lui fosse sensitivo il fatto di “andare a dormire”.

“e io a questo punto volevo prendere le gocce”, Aral non dice “a quel punto” ma “a questo punto”, un segnale che sta pensando al presente e non rievocando fatti realmente accaduti.

Non è necessario inserire in un racconto la frase “mi ricordo”, è chiaro che un soggetto che dice il vero è in grado di rievocare solo ciò che ricorda. Il ricorso a “mi ricordo” può essere un indice del fatto che il soggetto ha falsificato in precedenza e che ora dice il vero, è questo il caso.

Dicendo “proprio perché stavo male”, Aral ancora una volta sente il bisogno di spiegare un perché invece di rispondere semplicemente alla domanda, lo fa per anticipare una eventuale contestazione in merito.

CONCLUSIONI

Aral Gabriele non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso i suoi genitori, anzi ha ammesso di essere stato “un professionista di una freddezza glaciale”.

Aral Gabriele è un bugiardo patologico, ha tratti narcisistici, è privo di empatia, è incapace di provare rimorso e senso di colpa, è capace di macabra ironia, è un manipolatore ed è erroneamente convinto di essere più intelligente dei suoi interlocutori.

ursula franco 1 ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI RILASCIATE DAL PARENTICIDA ARAL GABRIELEMedico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

Omicidio di Melania Rea: analisi della telefonata di Salvatore Parolisi al 112

Salvatore Parolisi

Le Cronache Lucane, 8 maggio 2020

Each word selected by an individual is a product of a conscious or unconscious choice and each word deserves individual analysis. Don Rabon

Alle ore 16.34 del 18 aprile 2011 dall’utenza cellulare in uso a Salvatore Parolisi viene effettuata una telefonata della durata di 8.33 minuti al servizio 112, centrale operativa del comando provinciale dei carabinieri. Parolisi si trova in località Colle San Marco al bar ristorante ‘Il Cacciatore’ dove si è recato a cercare la moglie Melania Rea, scomparsa, a suo dire, da pochi minuti. Egli, su invito della signora Giovanna Flamini, proprietaria del bar, chiama i carabinieri e dopo aver digitato il numero 112 lascia che la stessa parli con gli uomini dell’Arma mentre lui si reca in bagno.

Fuoricampo, prima che l’operatore del 112 risponda, si sente la voce di Parolisi: Vedete un pò come…

Signora: Pronto.
Operatore: 112, buonasera.
Signora: Eh, buonasera, senta.. sono la signora qui al ristorante ‘Il Cacciatore’, a colle San Marco, il bar Sega’…
Operatore: Sì.
Signora: Eh, c’è un signore qui che la moglie si è allontanata da circa un’ora e non.. non la ritrova… eh, non so se si poteva uscire, (incomprensibile).. noi abbiamo girato qua intorno però sinceramente non… doveva venire al bagno qui da me ma non è mai arrivata, è lui con la bambina.. piccolina che sta qui, che sta disperato.
Operatore: Quanti anni ha?
Signora: Eh, non so, dove è andato?… quanti anni ha sua moglie?… è andato al bagno… un attimo… eh, ci avrà una bambina di circa tre anni, ma so’ giovani… boo… non penso che ci avrà più di… ci avrà.. mm.. non credo che ci arriva a trenta, io non l’ho vista, non la conosco ma…
Operatore: Ma il marito dov’è adesso?
Signora: Il marito, un attimo che è entrato dentro al bagno, qui da me, qui al bar… mi ha detto: “Parlaci, tu sto disperato (ride) con i carabinieri”… però sinceramente non è…. che li conosco, cheee….
Operatore: Ma, sta disperato!? (in senso ironico)
Signora: Eh! Noi abbiamo fatto un pò di giri qui in circonvallazione (incomprensibile)….abbiamo incrociato anche una pattuglia vostra quando stavamo a girà a piedi… dico perché magari a volte si è sentita male perché ha detto ci aveva l’ernia.. oggi sono andati a fare un controllo lì alla clinica.
Operatore: Sì ma che par… l’ultima volta che l’ha vista, dov’era? Che zona era?
Signora: Che l’ha vista come?
Operatore: Stavano insieme, no?
Signora: Io non l’ho vista questa signora.
Operatore: No, no dico lui, stavano insieme, no? Quindi mi saprà dire?
Signora: Loro stavano ai giochi qui sopra…sa qual’è il bar mio?
Operatore: Sì, sì, l’Africano, no?
Signora: (incomprensibile).. vicino al chioschetto… eh, stavano ai giochi e ha detto che doveva andare al bagno, ha detto, siccome non sapendo la scorciatoia , questa brecciata che viene su da me, loro girano di sopra la strada a fianco al chiosco che passa lì al rifugio delle monache e poi gira qua no… ha fatto quella strada…. io l’ho rifatta a piedi siamo andati (incomprensibile) su quell’altra brecciata che c’è un fosso, dico a volte è cascata di sotto, gli squilla il telefono ma non risponde.
Operatore: Com’è il numero? Glielo ha dato?
Signora: No, se n’è andato, sta dentro il bagno, mi ha lasciato il telefono (ride)… bhe.

Fuoricampo:
Signora (rivolgendosi ai presenti): chiama un po’… (incomprensibile)…se ci parli, gli dai il numero, non so… (incomprensibile) Massimo.
Signora (rivolgendosi a Parolisi): Vuoi parla’ un secondo con i carabinieri? Eh, è qui se gli dai il numero…

Al minuto 2.43 la signora, incapace di dare precise informazioni sulla scomparsa della signora Melania Rea, passa il telefono al caporal maggiore Parolisi.

Parolisi: Pronto.
Operatore: Pronto?
Parolisi: Pronto.
Operatore: Sì, allora, si calmi un attimino.
Parolisi: (incomprensibile)
Operatore: Come? Pronto?
Parolisi: Pronto, pronto.
Operatore: Allora, si calmi un attimo, eh, come si chiama la signora?
Parolisi: Rea Carmela (incomprensibile).
Operatore: Come?
Parolisi: Rea Carmela.
Operatore: Carmela?
Parolisi: Sì, però noi la chiamiamo Melania.
Operatore: Allora, Carmela, ho capito, il cognome?
Parolisi: No, cioè…
Operatore: Un attimo solo, si calmi un attimo.
Parolisi: Il nome è Carmela, però si chiama, cioè la chiamiamo sempre Melania, l’abbiamo chiamata.
Operatore: Il nome comunque è Carmela?
Parolisi: Sì.
Operatore: Detta Melania.
Parolisi: Sì, no dettaaa, cioè praticamente gli hanno messo Carmela, io so’ napoletano no… siccome non gli piaceva l’hanno sempre chiamata Melania però…
Operatore: Va bene, mi spiega il cognome per piacere?
Parolisi: Rea, Rooma, Eeeempoli, Ancona.
Operatore: Roma, Empoli, Roa?
Parolisi: Rea. Roma, Empoli, Ancona
Operatore: Rea?
Parolisi: Erre, Roma.
Operatore: Empoli, Ancona, Rea?
Parolisi: Sì, Rea.
Operatore: Oh, mi dà il recapito telefonico di questa signora?
Parolisi: Treeee…
Operatore: E’ sua moglie, no?
Parolisi: Sììì.
Operatore: Ma soffre di qualcosa, no?
Parolisi: Però, aveva un dolore aa.. all’ernia, ci ha avuto l’ernia, mo’ stamattina, io non so’ andato a lavoro, sono militare… pronto?
Operatore: Sì.
Parolisi: Eh, io sono militare qui al 235 esimo, sono un istruttore.
Operatore: Come si chiama lei?
Parolisi: Parolisi Salvatore.
Operatore: Salvatore?
Parolisi: Parolisi, Parolisi.
Operatore: Padovisi?
Parolisi: Paro con la r, Pa-ro-li-si.
Operatore: Pa ro li si.
Parolisi: Con la P, Pa-ro-li-si…
Operatore: Sì, Parolisi.
Parolisi: Sì, Salvatore…
Operatore: Mi lascia il suo recapito telefonico pure?
Parolisi: Sì, 333… aspettate mo’ mi sta venendo l’ansia, non mi ricordo, aspettate…. come (incomprensibile)…. l’ho chiamato con questo numero, non può vedere?
Operatore: Ah, è il suo questo numero, perfetto? Il numero di sua moglie?
Parolisi: Invece quello di mia moglie, perché io ho fatto la convenzione, quella lì della TIM con l’esercito, è uguale al mio, solo che all’ultimo fa 277… questo è 280, dovrebbe essere.
Operatore: No questo è 277.
Parolisi: Eh, allora quello di mia moglie è 280.
Operatore: 280 finale?
Parolisi: Sì, quello di mia moglie è 280… e allora.
Operatore: Quindi sarebbe…
Parolisi: (incomprensibile)… ho fatto una convenzione con l’esercito, quindi abbiamo comprato due schede là, quindi abbiamo (incomprensibile)…
Operatore: Quindi sarebbe — 8102280.
Parolisi: Sì, penso che, si è vero, comunque è questo qua, cambiano le ultime due cifre a mia moglie, il mio 277 e lei era 280 (incomprensibile), 280 e 277 il mio, sì…. così..
Operatore: Ma sua moglie com’era prima di allontanarsi? Era tranquilla?
Parolisi: Sì …stava… in poche parole, io stavo giocando con la bambina là alle altalene e lei mi ha detto: “Devo andare in bagno”… ho detto:… “Mo andiamo…”, ci siamo presi il caf… io sono venuto qua 15 giorni fa con altre… con la comitiva, insomma ci siamo divertiti e tutto, quindi… ho detto, vabbè, ho preso la bambina, quella piange, no!?  Voleva stare sull’altalena, allora lei mi ha detto: “Vabbè ma lascia stare tanto qua io faccio subito, dieci minuti”. Allora fai una cosa: “Fatti fa’ u caffè da portare”,… e poi mi son messo a giocare con la bambina e lo scivolo, l’altalena, un pò giù con le margherite, così che lei prendev… e poi che ho fatto? Non…emm cio… dopo un pò ho detto: “ma questa, ma non arriva più?”, Non lo so però quanto è passato… è passato un quarto d’ora, venti minuti, non lo so e poi ho detto: “vabbè, mo’ aspetto un pò e ho iniziato a chiamarla”,…però mi squilla il telefono ma non mi risponde lei, ha capito? Mi squilla il telefono ma non mi risponde lei. Allora ho detto ma questa dove è andata? Che sta a fa?… Di qua e di là sono venuto al bar, questo qua che ci siamo già venuti e ho domandato ai signori, ho preso pure un caffè e niente, ho detto: “Signo’, scusate… eeh, ma ha visto una donna così?”… e niente…
Operatore: Com’è sua moglie?
Parolisi: E’ bruna.
Operatore: Allora, capelli?
Parolisi: E’ mora alta, uno e settanta…
Operatore: Capelli lisci? Mossi? Come sono?
Parolisi: Che cosa?
Operatore: Sono lisci? Mossi i capelli, come sono?
Parolisi: Lisci, lisci ce li ha.
Operatore: Lisci, lunghi, corti?
Parolisi: Lunghi, sono corti, i capelli lunghi ci ha, eeh.
Operatore: Lunghi o corti?
Parolisi: Lunghi, lunghi.
Operatore: Come vestiva la signora?
Parolisi: Ci aveva un jeans chiaro e ci ha un giubbetto blue, aveva addosso, ecopa… ecopelle, insomma, della Pinko, l’aveva comprato.
Operatore: Giubbetto blue!?
Parolisi: Sì.
Operatore: Scarpe?
Parolisi: Ci aveva la magliettina nera, le scarpe non me le ricordo, non so che cazzo di scarpe aveva.
Operatore: Va bene, vedo di mandare su qualcuno, intanto dai.
Parolisi: Mi ricordo che eeee… aveva gli stivali, boh non lo so non lo dire, mo’ so che del jeans (incomprensibile).
Operatore: Va bene adesso vedo di mandare su qualcuno, va bene?
Parolisi: Ok.
Operatore: Prego.

Parolisi digita il numero 112 con il suo telefono ma subito dopo si dirige in bagno e fa parlare con l’operatore una sconosciuta, la proprietaria del bar dove si è recato a cercare sua moglie. Capita di frequente che soggetti che hanno commesso un omicidio facciano fare la telefonata di richiesta di soccorso ad un soggetto terzo, spesso incapace di dare precise indicazioni.

Parolisi mostra da subito di non desiderare di ritrovare Melania.

La signora Flamini, al telefono con il 112, ride per ben due volte per l’imbarazzo in cui si trova a causa di Parolisi e l’operatore percepisce qualcosa di anomalo, di poco convincente nella condotta del caporal maggiore, tanto da mettere in dubbio la di lui reale disperazione, egli infatti afferma: “Ma sta disperato!?” e la sua interlocutrice annuisce. Infine la signora, dopo aver riferito al 112 le poche informazioni a sua conoscenza, cerca Parolisi e lo invita a parlare con l’operatore, lo invita a farlo perché evidentemente egli è restio.

Quando, dopo 2 minuti e 43 secondi dall’inizio della telefonata, parla il caporal maggiore e non fa nessuna richiesta di assistenza. Una telefonata di soccorso dovrebbe avere come obiettivo primario una richiesta d’aiuto. Spesso nelle telefonate di soccorso di soggetti realmente interessati a ricevere assistenza si ascoltano, non solo una, ma più richieste di aiuto espresse in termini molto chiari.

Dopo aver ascoltato la telefonata restano indelebili nella mente solo il tono della voce lagnoso e le informazioni inutili fornite dal caporal maggiore.

Parolisi, durante tutta la durata della telefonata, sembra travolto dallo sconforto, uno sconforto sproporzionato rispetto al motivo per il quale chiama, egli appare così angosciato da indurre l’operatore ad invitarlo più volte alla calma e lo stesso Salvatore, in un’occasione, riferisce di essere in preda all’ansia tanto da non ricordare il proprio numero di telefono. L’atteggiamento del caporal maggiore appare immotivato rispetto al racconto che egli fa della scomparsa della moglie. Melania infatti, a suo dire, non sarebbe rintracciabile soltanto da poche decine di minuti. Tantomeno si spiega l’incongruente assenza di una qualsivoglia richiesta d’aiuto da parte di Parolisi in presenza di un tono della voce così alterato.

Il collega e amico Raffaele Paciolla, che si trovava al fianco di Parolisi nei primi momenti delle ricerche, ha riferito agli investigatori che Salvatore era in forte stato di agitazione, muoveva le braccia in maniera vorticosa, ruttava di continuo e parlava come se ansimasse. Sia Raffaele Paciolla che il teste Umberto Poli rimasero stupiti dallo stato di prematura agitazione di Salvatore, condizione che paradossalmente si ridusse con il passare delle ore fino a svanire, invece che accentuarsi come sarebbe stato naturale.

Il caporal maggiore manifestava i sintomi somatici di una sindrome di adattamento ad uno stress acuto (General Adaptation Syndrome) evidenziabili non solo nelle vittime sopravvissute ad un grave reato ma anche negli autori dello stesso. Tale sindrome non è altro che una fisiologica reazione che segue ad un’esperienza critica. Il corpo umano reagisce ad uno stress acuto rilasciando una cascata ormonale. Se lo stress è prolungato il corpo non riesce a tornare alla normalità e continua a rilasciare ormoni che provocano un aumento della frequenza cardiaca, ansia, aumento della peristalsi gastrointestinale che può portare ad episodi di vomito o diarrea, inibizione della salivazione, midriasi, aumento della sudorazione e della frequenza urinaria, etc.

Ma torniamo alla telefonata, Parolisi, riguardo alla descrizione di Melania, si limita a rispondere alle domande dell’operatore senza fornire eventuali dettagli aggiuntivi, appare completamente passivo, mentre su altri argomenti si perde in tortuose dissertazioni e riferisce informazioni inutili ed inaspettate come: “Sì, no dettaaa, cioè praticamente gli hanno messo Carmela, io so’ napoletano no…. siccome non gli piaceva l’hanno sempre chiamata Melania però“, “mo stamattina, io non so’ andato a lavoro, sono militare”,”Eh, io sono militare qui al 235 esimo, sono un istruttore”, “Invece il numero di mia moglie, perché io ho fatto la convenzione quella lì della TIM con l’esercito, è uguale al mio, solo che all’ultimo fa 277… questo è 280, dovrebbe essere” e “ho fatto una convenzione con l’esercito, quindi abbiamo comprato due schede là, quindi abbiamo” e, in una tirata oratoria durante la quale racconta ciò che è accaduto prima della telefonata al 112, Parolisi usa un escamotage per abbassare il livello di ansia, si dilunga nel fornire informazioni non necessarie.

Dopo aver comunicato all’operatore del 112 di essere militare, per ingraziarselo, il caporal maggiore fa una pausa. Parolisi, dopo aver imboccato il suo interlocutore in modo da cambiare l’argomento del colloquio, rimane in attesa di una domanda, una domanda che però l’operatore non gli fa ed allora Salvatore si ripete rispondendo alla domanda virtuale che si aspettava che l’operatore gli facesse: “Eh, io sono militare qui al 235 esimo, sono un istruttore”.

Da notare che durante la telefonata, per due volte Salvatore parla della moglie chiamandola “questa”, è inaspettato.

Salvatore ad un certo punto si tradisce, mentre riferisce il numero di telefono di Melania parla di lei al passato, comunica all’operatore che il numero della moglie “era”, gli sfugge un “era” che ci dice che è a conoscenza che la moglie è morta.

Analisi di un breve stralcio di  un’intervista rilasciata a “Chi l’ha visto?”:

Parolisi: “Scendo, prendo la bambina, la slaccio dal… seggiolino suo previsto, la metto a terra e la bambina, insomma, iniziaa… ad andare da sola così. La rincorriamo e lei, come vede, insomma, le altalene, inizia ad indicare con la manina…”
Giornalista: “Che vuole andare sull’altalena”
Parolisi: “… che vuole andare all’altalena e lì iniziamo… insomma a dondolarla così, insieme

Parolisi parla di un fatto accaduto non al passato, come ci saremmo aspettati, ma al presente, fornisce informazioni inutili per rallentare il ritmo del racconto ed aver più tempo per pensare e infine, prima lascia intendere di essere stato da solo “Scendo”, “prendo”, “slaccio”, “metto” e poi aggiusta il tiro con “rincorriamo” e un superfluo “insieme” che rivela un bisogno di convincere che Melania fosse con lui.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

L’ex caporal maggiore dell’esercito Salvatore Parolisi è stato condannato in appello a 30 anni di reclusione per il reato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di coniugio, dalla minorata difesa della vittima, dalla crudeltà e dal vilipendio di cadavere.
 Egli ha ucciso con 35 coltellate, il 18 aprile 2011 intorno alle ore 15.00 nel boschetto delle Casermette di Ripe di Civitella, la propria moglie Melania Rea, madre della loro bambina Vittoria. Poco dopo aver commesso l’omicidio, Salvatore, nel tentativo di crearsi un alibi, ha raggiunto con la figlia, la quale si trovava in auto mentre Parolisi accoltellava la Rea, la località Colle San Marco, distante 11,7 km dal luogo del delitto, dove ha dato l’allarme per la scomparsa della moglie.