Omicidio di Serena Mollicone: analisi delle dichiarazioni di Marco e Franco Mottola rilasciate durante la conferenza stampa dell’11 gennaio 2020

Marco Mottola

Oggi, dalle 10:30 alle 12:30, Marco e Franco Mottola, che sono entrambi indagati per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno letto delle dichiarazioni durante una conferenza stampa che si è tenuto all’Hotel Rocca di Cassino.

Franco Mottola è l’ex maresciallo dei carabinieri di Arce.

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento per l’appuntato Francesco Suprano; per Marco Mottola, suo padre Franco e sua madre Anna e per il maresciallo Vincenzo Quatrale per concorso in omicidio. Quatrale è anche accusato di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi.

L’udienza preliminare è fissata per il 15 gennaio.

Il cadavere di Serena, ritrovato due giorni dopo la sua scomparsa in un bosco a pochi chilometri da Arce, presentava i segni di un trauma contusivo alla tempia sinistra, aveva mani e gambe legate, nastro adesivo sulla bocca e un sacchetto di plastica sulla testa. L’esame medico legale ha stabilito che la giovane Mollicone era morta per asfissia.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

In questo caso, specialmente, proprio perché sono stati loro a convocare i giornalisti, ci aspettiamo che Marco e Franco Mottola colgano l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Serena Mollicone.

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  • il pronome personale “io”;
  •  l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  • l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso Serena Mollicone”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Serena Mollicone”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Serena Mollicone, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile.

In Statement Analysis analizziamo le parole che non ci aspettiamo di udire o di leggere (The Expected Versus The Unexpected).

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute. Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quantgli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

Marco Mottola: “Io sono innocente. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone, né so nulla sulla sua morte. Respingo ogni accusa. La mattina del primo giugno non l’ho vista, né in caserma, né in altre parti. Non è venuta a cercarmi mai in caserma. Il brigadiere Santino Tuzi non mi ha telefonato dalla caserma a casa mia e non mi ha avvisato di nulla. Dice una menzogna o si sbaglia quando dice di aver parlato con me. Preciso che ero presente al funerale di Serena. Ed ancora: in vita mia ho commesso degli errori e ho dato molti problemi alla mia famiglia, a mio padre, e di questo ho chiesto scusa a loro com’è giusto che sia. Abbiamo fiducia nella giustizia. Per il resto parleremo con i giudici. Ehm, non… non chiedetemi nulla perché per ogni eventuale domanda parlate con l’avvocato, con il professore, il portavoce del team. Grazie.”

Marco Mottola, invece di negare in modo credibile usando 12 parole, ha scelto di usarne 149 per convincere i suoi interlocutori di non aver ucciso Serena. 

“Io sono innocente” non è una negazione credibile. Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro Marco Mottola “innocente de iure” lo è non essendo stato ancora giudicato.

“Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone, né so nulla sulla sua morte” non sono negazioni credibili.

“Respingo ogni accusa” è un modo di negare le accuse non l’omicidio.

Marco Mottola, in tutti questi anni non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Serena Mollicone, non ha mai detto “Io non ho ucciso Serena Mollicone, sto dicendo la verità”.

Franco Mottola: “Intanto buongiorno e benvenuti a questa conferenza. Personalmente respingo, respingiamo ogni accusa. Sono e siamo totalmente innocenti della morte di Serena. E di ogni azione criminale collegata a lei, non so e non sappiamo nulla. Comunque, se Serena realmente doveva andare a parlare con mio figlio non c’era bisogno che si facesse vedere dal piantone della caserma, poteva citofonare  direttamente all’alloggio avendo un ingresso indipendente e un citofono indipendente per accedere agli alloggi, quindi non è il caso… non c’era bisogno che suonasse in caserma per accedere a casa mia, eh… giusto per… Poi: chi collega la morte di Santino Tuzi al fatto che qualche giorno dopo doveva avere un confronto con me, dice una sciocchezza enorme basata sulla voglia di calunniare e costruire fantasie perché né io, né il mio difensore, né nessuno di noi era a conoscenza di questa cosa, nessuno, a nessuno di noi è stato mai comunicato… questa notizia, quindi è del tutto falsa e infondata. Per il resto parleremo con i giudici. Ci auguriamo che vengano scoperti l’assassino di Serena e gli eventuali complici. Ci siamo chiusi a riccio da quando ci siamo accorti che ci circondavano e ci sommergevano di facili accuse, di sospetti e dicerie. Non chiedetemi nulla. Per ogni cosa parlate con l’avvocato o con il professore, come già detto prima, si parlerà soltanto congiuntamente e non da soli. Grazie a tutti.”

Anche Franco Mottola, invece di negare in modo credibile un suo coinvolgimento nell’omicidio di Serena Mollicone, ha scelto di usare 231 parole per convincere i suoi interlocutori della sua estraneità ai fatti. 

“Personalmente respingo, respingiamo ogni accusa” è un modo di negare le accuse non l’omicidio. 

“Sono e siamo totalmente innocenti della morte di Serena” non è una negazione credibile, peraltro non esistono gradi diversi di innocenza, non esistono soggetti “innocenti” e “totalmente innocenti.

“E di ogni azione criminale collegata a lei, non so e non sappiamo nulla” non è una negazione credibile.

“Serena realmente doveva andare a parlare con mio figlio” sono parole di Franco Mottola.

Si noti che Mottola dice “facili accuse” non “accuse facili”, ovvero ci sta dicendo che riconosce che sia facile accusarli non che sono stati accusati con facilità.

CONCLUSIONI

Né Marco, né suo padre Franco Mottola hanno negato in modo credibile di aver partecipato all’omicidio di Serena Mollicone, né hanno mostrato di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità”.

Un autogol.

Morte di Maria Sestina Arcuri: analisi della lettera dal carcere di Andrea Landolfi Cudia alla propria madre

Andrea Landolfi e Maria Sestina arcudi

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi, che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte.

A marzo la procura aveva chiesto l’arresto per Andrea Landolfi Cudia, il GIP aveva rigettato, in seguito ad un ricorso il Riesame aveva dato ragione alla procura, a giugno la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione contestando la legittimità dell’interrogatorio del figlio di Andrea Landolfi, un bambino di 5 anni. Il 25 settembre la Corte Suprema di Cassazione ha dato ragione alla procura e disposto la Misura di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario per Andrea Landolfi.

L’11 ottobre 2019, pochi giorni dopo il suo ingresso nel carcere di Regina Coeli, prima di entrare nell’ottavo braccio, Andrea Landolfi ha scritto la seguente lettera a sua madre Roberta.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla o scrive sia “innocente de facto” e che parli o scriva per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

Da Andrea Landolfi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso Maria Sestina Arcuri. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  • il pronome personale “io”;
  •  l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  • l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso Maria Sestina”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Maria Sestina”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Maria Sestina, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile.

In Statement Analysis analizziamo le parole che non ci aspettiamo di udire o di leggere (The Expected Versus The Unexpected).

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute. Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quantgli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

 “Non voglio andare all’ottavo braccio perché sono innocente. Quella che è capitata mi è capitata cadendo dalle scale io e la mia compagna Maria Sestina è stata una tragedia dovuta a un incidente domestico. Mi ritrovo in carcere perché il tribunale della libertà ha accettato la misura cautelare in carcere dovuta solamente alle dichiarazioni di mio figlio che, ad appena 5 anni, è stato sottoposto a un interrogatorio durato due ore e un quarto, essendo figlio di una mia ex compagna, che ha inculcato nella testa di questo bambino di dire che io sono colpevole. Ma il bambino dice che siamo caduti tutti e due insieme e poi cambia tante versioni. Hanno reso ammissibile l’interrogatorio di mio figlio che all’epoca aveva solo 5 anni. Il bambino è stato condizionato dalla mia ex compagna che portava lei stessa gelosia. Ma il bambino non ha visto nulla, perché, alla fine dell’interrogatorio, dice che alla fine si è svegliato, quindi si capisce che il bambino dice tante cose senza un senso, imbeccato dalla madre, la mia ex intendo, perché portava astio per la mia nuova compagna Sestina. La cassazione ha rifiutato di rivedere il video dell’indegno interrogatorio fatto a mio figlio, hanno sentito la discussione del mio difensore, ma hanno dichiarato inammissibile vedere l’interrogatorio fatto a mio figlio. In tutto questo periodo ho atteso in libertà la decisione sulla richiesta di misura cautelare. Non sono mai stato pericoloso per la fuga, non ho mai inquinato le prove, non ho più contattato mio figlio. Avevo tutti i documenti, la macchina, casa e garage. In questo arco di tempo ho rispettato tutto e tutte le leggi.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

IN FEDE Andrea Landolfi Cudia

DATA 11/10/19

“P.S. MAMMA DIFFONDI QUESTA LETTERA A LIVELLO MEDIATICO.“

CONCLUSIONI

Deception Indicated.

La lettera del Landolfi a sua madre trasuda un bisogno di convincere che gli “innocenti de facto” non hanno.

In tutti questi mesi, il Landolfi non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Maria Sestina e anche stavolta ha perso l’occasione per farlo. Al Landolfi sarebbero bastate dalle 10 alle 12 parole per negare di aver commesso l’omicidio ed invece ha scelto di usarne un’infinità per provare a convincere gli italiani che suo figlio è stato “imbeccato dalla madre”.

Andrea Landolfi è capace di scrivere “sono innocente” perché, non essendo stato ancora giudicato, “innocente de iure” lo è ancora, ma dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.  

La frase “io sono colpevole” è un’ammissione tra le righe.

Si noti “non ho mai inquinato le prove”.

Nonostante nell’Ordinanza del Riesame di Roma siascritto “(Landolfi) ha problemi con l’alcol e ha una personalità instabile che è stata oggetto di plurimi accertamenti da parte del dipartimento di salute mentale della Asl di Roma. I problemi che Landolfi ha con l’alcol, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, convincono della sua pericolosità sociale, la cui personalità non offre alcuna affidabilità. La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcol, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti (…) dopo la morte di Maria Sestina, Iezzi e la madre di Landolfi, Roberta, hanno manifestato apertamente il timore di una reazione violenta del giovane nei loro confronti, evitando di convivere con lui”, il Landolfi non ha fatto riferimento ad una eventuale pericolosità sociale ma solo al pericolo di fuga.

Si noti “In questo arco di tempo ho rispettato tutto e tutte le leggi”, una frase che lascia pensare perché fa riferimento ad un preciso arco temporale.

“LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI” non è una negazione credibile.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 2 gennaio 2020.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’UNICO PROBLEMA DI TELEFONATE DI SOCCORSO, INTERROGATORI E INTERVISTE E’ LA CONTAMINAZIONE

Dr. Ursula Franco

Omicidio di Sarah Scazzi: analisi di un’intervista rilasciata da Ivano Russo a Simone Toscano

Ivano Russo

Ivano Russo, che era stato sentito durante le indagini relative alla scomparsa di Sarah Scazzi, è imputato insieme ad altre 11 persone in un processo bis per l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana (Taranto) da sua cugina Sabrina Misseri. 

Secondo la procura i 12 imputati erano a conoscenza di fatti importanti per le indagini che non hanno raccontato e per questo motivo sono stati accusati di falsa testimonianza, false dichiarazioni e autocalunnia. 

All’epoca dei fatti, Russo riferì a chi indagava di non essere uscito di casa il pomeriggio del giorno della scomparsa di Sarah e di aver lasciato il cellulare in macchina la sera prima, ma, secondo la sua ex, Virginia Coppola, che è madre di suo figlio, Russo, dopo pranzo uscì di casa. 

Nell’udienza di discussione del processo che vede imputato Ivano Russo, il Pubblico Ministero ha chiesto una condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per Michele Misseri per autocalunnia, per essersi accusato immotivatamente dell’uccisione della nipote per scagionare moglie e figlia; 3 anni per Alessio Pisello, un amico di Sarah e Sabrina; 5 anni di reclusione per Ivano Russo;  2 anni e 4 mesi per Elena Baldari, madre di Ivano Russo, e 2 anni per il fratello di Russo e la sua ex fidanzata Antonietta Genovin; 2 anni per Giuseppe Serrano e Dora Serrano; 3 anni per Maurizio Misseri, nipote di Michele; 3 anni per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri; 3 anni per Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri e 3 anni per Giuseppe Augusto Olivieri.

Il 7 gennaio 2020 si terranno le arringhe difensive.

Il 15 maggio 2015, Quarto Grado ha diffuso la seguente intervista di Simone Toscano ad Ivano Russo: 

Simone Toscano: Ivano c’è una nuova indagine, tu sei uno degli indagati per false dichiarazioni e false testimonianza eee… secondo l’accusa, quel giorno hai mentito, non eri a casa fino alle cinque, come invece hai detto di essere, e non è vero che fino alle cinque non hai visto il telefonino.

Si noti che quella di Simone Toscano non è una domanda ma permetterebbe comunque a Ivano Russo di negare in modo credibile di aver mentito. 

Ivano Russo: Anche se, da una parte, essere indagati… da una parte, è una preoccupazione… dall’altra parte, hoo…. sono abbastanza tranquillo, perché iooo… sono a posto con la mia coscienza.

Questo stralcio non sembra la risposta di Russo alla domanda di Toscano. In ogni caso, dirsi “abbastanza tranquillo” perché a posto con la coscienza” non equivale a negare in modo credibile di aver mentito.

Simone Toscano: Sei stato a casa fino alle 5.

E’ Simone Toscano a dire che Russo rimase a casa fino alle cinque ed è lui ad imboccare il suo interlocutore.

Ivano Russo: Fino alle 5 sono stato a casa (incomprensibile).

L’affermazione di Ivano Russo non è credibile perché non è spontanea, il Russo ha infatti ripetuto a pappagallo le parole del giornalista. 

Simone Toscano: Eh, c’è un’intercettazione ambientale dove sembrerebbe che tu stia dicendo a tua madre: “Dì che sono stato a casa fino a quell… fino alle cinque”.

Ci aspettiamo che, in seguito a questa affermazione di Simone Toscano, Russo neghi in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque.

Ivano Russo: Mia madre, purtroppo di quel giorno era un po’ confusa… è che, comunque, ehm… praticamente, si ricordava una cosa che era mettere… dice che c’era il cellulare sul tavolo, al che io in quell’intercettazione (interrotto)

Russo non nega in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque ma si limita a riferire che la madre “quel giorno era un po’ confusa”. Russo si perde in una lunga introduzione e Simone Toscano lo interrompe commettendo un errore grossolano. 

Simone Toscano: Tu avevi detto: “Ho lasciato il telefonino in macchina”, invece tua madre ha detto: “No, io il telefonino l’ho sentito… anzi l’ho anche sentito squillare in casa”.

Simone Toscano si intromette per fare delle inutili precisazioni. Il giornalista mostra di non avere pazienza ed invece è proprio nelle tirate oratorie degli interrogati/intervistati che si trova materiale utile per ricostruire un caso giudiziario.

Ivano Russo: A parte… a parte che il… cellulare aveva due suonerie diverse per i messaggi e p-e-r le chiamate eeee… erano diverse in quanto eee… in quello dei messaggi erano una suoneria molto più breve e meno squillante, quella delle chiamate era un po’ più lunga e più squillante, io mi chiedo, no?: Ma eee… se ha sentito quel messaggio, che lei dichiara, che è uno, come ha fatto a non sentire le chiamate? Evidentemente una persona eee… normale può anche confondereee una cosa del genere, tant’è vero che io in quella intercettazione, se la si prende ine… interamente, se non sbaglio, io le dissi una cosa del tipo: “Se non ricordi bene un qualche cosa è meglio non dirla, perché se non ricordi bene non… non bisogna dire una cosa. Bisogna ricordare perfettamente, perché ci si può confondere, perché tante cose”.

La risposta di Ivano Russo è evasiva. Si noti che quando Russo dice “Evidentemente una persona eee… normale può anche confondereee una cosa del genere” non sta parlando di sua madre ma di “una persona normale”.

Simone Toscano: C’è una persona che dice che tu gli avresti raccontato che quel giorno, in realtà, sei uscito per andare a comprare le sigarette, dunque, secondo questa teoria, tu avresti mentito ai magistrati, avresti reso false dichiarazioni.

Ci aspettiamo che Russo neghi in modo credibile di essere uscito per andare a comprare le sigarette.

Ivano Russo: Allora questa persona ci sono stati… a parte che ehm… stiamo parlando dopo 4 anni… e dopo che questa persona stesso mi ha difeso in tutte le maniere, innanzitutto è venuto in un momento ehm… cioè nel dicembre del 2000 e 13, se non sbaglio, sì, eee… ci sono stati dei diverbi, denunce… da parte sua (interrotto)

Russo, invece di negare, si perde in una lunga introduzione che Simone Toscano interrompe commettendo ancora un errore grossolano.

Simone Toscano: Stiamo parlando della madre di tuo figlio, la tua ex.

Ivano Russo: De… denunce da parte mia, da parte sua, strano caso a gennaio 2000 e 14  fa delle dichiarazioni spontanee davanti ad un PM eh… che non lo so, però, passato un mese da quelle denunce, eee… nel 2014 nel gennaio 2014 ha reso queste dichiarazioni, una cosa che eeee… che, comunque, eeee… io provvederò anche a esporre una denuncia per calunnia nei confronti di queste persone, perché, comunque, una cosa è dire una cosa del genere dopo 4 anni, una cosa è dimostrarla.

Ivano Russo non nega di essere uscito per andare a comprare le sigarette, come sostiene la sua ex, e tenta di far passare il messaggio che le dichiarazioni della donna siano il frutto di un conflitto tra loro ma quando dice “una cosa è dire una cosa del genere dopo 4 anni, una cosa è dimostrarla” lascia aperta la porta alla possibilità che la sua la Coppola dica il vero.

Dal Verbale di Virginia Coppola: Non mi capacitavo della motivazione che spingeva lui e la sua famiglia a mentire davanti agli inquirenti. Sulla circostanza sono diventata sempre più insistente nonostante all’epoca ci frequentassimo non in maniera assidua (…) Preciso che messo alle strette in ordine alle mie richieste di chiarimento relativamente a quanto appreso dalla cognata, lo stesso {Ivano, ndr), arrabbiato, mi diceva che effettivamente quel pomeriggio, ma solo per qualche minuto, era uscito per comprare le cartine {per le sigarette, ndr) e alla mia esplicita domanda se avesse visto la bambina, cioè Sarah Scazzi, mi disse vagamente: “Quelle stavano litigando”.

Claudio Russo, fratello di Ivano, nell’aprile 2012, sentito come teste durante un’udienza, ha dichiarato: “Dopo la scomparsa di Sarah, i Misseri vennero a casa nostra a portare un cesto di funghi e chiesero a mia madre cosa avesse detto Ivano ai carabinieri (…) Ivano aveva paura delle microspie.”

Simone Toscano: Tu quel giorno non hai minimamente visto Sabrina e Sarah?!

Quando Simone Toscano dice “Tu quel giorno non hai minimamente visto Sabrina e Sarah” mostra di credere ad Ivano Russo e si aspetta da lui che neghi di aver incontrato le due ragazze il giorno dell’omicidio.

Ivano Russo: Io non ho visto Sabrina e Sarah, io quel giorni… quei giorni lì… dato che io giorni prima ah… avevo chiuso un rapporto con Sabrina, ci sono messaggi, c’è… c’è tutto, io dico, giorni dopo, eee… andare ad incontrare Sabrina, che senso aveva? Che interesse avevo?

Nonostante sia stato imboccato dal giornalista, il Russo non è capace di ripetere a pappagallo le sue parole, si limita a dire “Io non ho visto Sabrina e Sarah”  eliminando dal suggerimento del Toscano “quel giorno”. Si noti che il Russo comincia una seconda frase con “quel giorni” (“quel” è singolare e “giorni” è plurale) e poi aggiunge “quei giorni lì” (tutto al plurale). Il Russo non dice “quel giorno” per non mentire.

E poi Ivano Russo chiude con due domande.

Riguardo all’intervista, per ottenere informazioni, il giornalista avrebbe dovuto semplicemente chiedere ad Ivano Russo di riferirgli che cosa avesse fatto il giorno dell’omicidio di Sarah Scazzi. 

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato;
  4. non introdurre termini nuovi, ovvero termini che non siano stati introdotti dall’interrogato/intervistato;
  5. fare domande in relazione alle risposte usando le parole dell’interrogato/intervistato;
  6. evitare affermazioni;
  7. evitare giudizi morali;
  8. non suggerire le risposte. 

CONCLUSIONI

Russo, nonostante sia stato imboccato dal giornalista, non ha negato in modo credibile di aver visto Sabrina e Sarah il giorno dell’omicidio. 

Ivano Russo non ha negato in modo credibile di aver suggerito a sua madre di dire che lui era rimasto a casa fino alle cinque.

Il contenuto dell’intercettazione cui ha fatto riferimento il giornalista è il seguente:

Ivano Russo: Ma’… se ti chiedono qualcosa, dici: Mio figlio stava dormendo… sopra. E’ sicura? Sì, sono sicura perché c’era anche mio figlio e mia cognata, che stavano sopra… arrivarono in ritardo, quel giorno c’era la partita del Napoli, c’era la partita del Napoli.

Elena Russo, madre di Ivano: No, non è che erano arrivati in ritardo.

Ivano Russo: Arrivarono in ritardo, io e mio figlio (incomprensibile) avevamo già mangiato e lui è andato subito sopra per andare a dormire… e quindi lui neanche li hai visti.

Elena Russo, madre di Ivano: No, tu l’hai… li avevi visti (incomprensibile).

Claudio Russo, fratello di Ivano, nell’aprile 2012, sentito come teste, durante un’udienza ha dichiarato: «Dopo la scomparsa di Sarah, i Misseri vennero a casa nostra a portare un cesto di funghi e chiesero a mia madre cosa avesse detto Ivano ai carabinieri (…) Ivano aveva paura delle microspie»

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 28 dicembre 2019.

Leggi anche: Analisi dell’intervista rilasciata da Sabrina Misseri a Franca Leosini

La Statement Analysis

“Svelare le menzogne tramite l’analisi delle dichiarazioni”

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati. Questa tecnica investigativa, si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni che sono riferibili ad eventi realmente vissuti, è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni inerenti ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta, mentre nella realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono, omettono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso.

La Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida infatti alla interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e, lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui). L’altro 10% di coloro che non dicono il vero, non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse la realtà.

Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia, ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori. Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa e con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” (per legge) ma non “de facto” e, allora non sarà capace di negare in modo credibile, mentre quando è “innocente de iure” e “de facto” oppure solo “de facto”, sarà capace di negare in modo credibile. Nella frase “Io non ho ucciso mia moglie. Ho detto la verità. Sono innocente” ci sono tutte le caratteristiche di una negazione credibile. Mentre la singola frase “Io sono innocente” non è di per sé una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Andiamo su casi di cronaca che tutti conosciamo: gli omicidi di Chiara Poggi e Yara Gambirasio.

Durante l’interrogatorio il PM Rosa Muscio contestò ad Alberto Stasi la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta. Stasi non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

Le frasi “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “non sono stato io”, non sono negazioni credibili. Per altro quando Stasi dice “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non solo non è una negazione credibile ma il segnale di un’indole manipolatoria, come sappiamo infatti gli psicopatici sono privi di “coscienza” perché incapaci di provare senso di colpa o rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Per quanto riguarda invece l’omicidio di Yara Gambirasio, durante un interrogatorio, il pubblico ministero chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”.

Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, Bossetti all’epoca non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per negare con forza, avrebbe dovuto dire: “Io non ho ucciso Yara, sto dicendo la verità“. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Gli “innocenti de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Articolo di Ursula Franco


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

Analisi dell’intervista rilasciata da Bruno Lorandi a Gianloreto Carbone nel novembre 2019

Christian Lorandi, 10 anni, scomparve da Nuvolera (Brescia) il 28 aprile del 1986, era figlio di Bruno Lorandi e Clara Bugna, venne ritrovato morto sul monte Maddalena, causa della morte: omicidio per strangolamento, Bruno Lorandi, venne accusato di essere l’autore del delitto, venne processato e assolto in tutti e tre i gradi di giudizio.

Clara Bugna, 53 anni, è stata trovata morta in casa il 10 febbraio 2007, causa della morte: omicidio per strangolamento, Bruno Lorandi, è stato accusato di essere l’autore del delitto, è stato processato e condannato all’ergastolo.

Bruno Lorandi: Ho conosciuto mia moglie che aveva tredici anni, tredici. Io ne avevo diciassette. Otto anni di fidanzamento e quaranta anni assieme, siamo stati. Cosa devo pensare? Che ho ucciso mia moglie?”. Ma mi attacco via subito, ancora o… ancora… ancora stasera. Se solo dovesse (incomprensibile) in mente una cosa del genere e se sono qua è perché ho sorelle, ho nipoti, ho il mio avvocato che, quando le telefono, quasi due o tre volte a settimana, mi dice di aver coraggio.

“ho ucciso mia moglie” è una ammissione.

Si noti che Lorandi vuole lasciar intendere al suo interlocutore che se dovesse pensare di aver ucciso sua moglie si suiciderebbe e poi aggiunge che non si suicida per le sorelle, i nipoti e l’avvocato, lasciando quindi inferire che l’ha uccisa. 

Bruno Lorandi: Quella mattina lì mi sono alzato contentissimo, perché era il mio compleanno, più contento ancora perché era l’ultimo giorno che andavo a lavorare, contento perché mia moglie aveva già prenotato dove andare… e sono andato a lavorare, a festeggiare il mio compleanno e il mio licenziamento perché quel giorno lì mi licenziavo anche, perché era l’ultimo giorno d lavoro e mi vengono a dire: “Hai ucciso tua moglie”. Noo… non… non posso accettarlo, non posso… facciano quello che vogliono, io sono qua, di qua non scappo, cioè non vado via di qua, però, finché sarò in vita combatterò per sapere la verità di mia moglie e, se potrò, anche quella di mio figlio.

“Noo… non… non posso accettarlo, non posso…” non è una negazione credibile.

Bruno Lorandi: E, siccome lei sapeva che il giorno dopo era il mio compleanno, si è messa a toccarmi, abbiamo fatto l’amore lì sul divano e dopo siamo andati (interrotto)

Gianloreto Carbone: E avete continuato a letto.

Bruno Lorandi: Continuato a letto, abbiamo finito a letto.

Bruno Lorandi: La mattina mi sono alzato, solito orario, sempre, sei e un quarto, sei e venti, perché inizio alle sette, non sono lontano da casa per andare a lavorare, sono andato là, lei mi ha detto: “Fai il bravo, buon compleanno”, mi ha tirato le orecchie e m’ha detto una cosa: “Guarda, non ti ho comprato niente perché ho telefonato aaa (interrotto)

Si noti “sono andato là”, “là” dove? Lorandi non è capace di falsificare pertanto non specifica dove fosse la moglie.

Gianloreto Carbone: In Val di Non.

Bruno Lorandi: In Val di Non e andiamo su due o tre giorni e te li pago io, vabbè che pagava sempre lei, (incomprensibile) no che pagavo io”. “Va bene così”, l’ho salutata, mi ha dato un bacio, sono andato in bagno, ho fatto quello che dovevo fare, sono uscito venti alle sette.

Il racconto del bacio d’addio (Kiss Goodbye) è spesso un segnale linguistico che indica l’esatto momento in cui viene commesso un omicidio.

Bruno Lorandi: Che m’è rimasto? Più niente, il bambino portato via a dieci anni, la moglie a cinquantaquattro, soldi non ce n’è più, casa non c’è più, macchina non c’è più, non ho più niente, dignità, più niente, c… che cosa ho? Andar fuori e (incomprensibile) il mostro di Nuvolera? Cioè, mi dica. Uno deve avere… io l’unico sbaglio, gliel’ho detto anche all’avvocato dopo tre mes… tre anni “l’unico sbaglio che ho fatto io, avvocato, non attaccarmi via subito”, non aspettare, subito dovevo farlo, che era finito tutto, basta, non c’era più niente, non le parlavo più neanche, adesso, di loro.

Riferirsi all’omicidio del proprio figlio dicendo “il bambino portato via” è un modo di minimizzare. Minimizzano gli autori degli omicidi, mai i familiari di coloro che vengono uccisi che invece preferiscono usare termini forti come “ammazzato” ed “ucciso”.  

Ancora una volta Lorandi parla di suicidio, in precedenza aveva cercato di convincere Carbone che se fosse stato lui ad uccidere Clara si sarebbe suicidato.

CONCLUSIONI

Deception Indicated.

In questa intervista, Lorandi ha ammesso di aver ucciso la moglie.

P.S.: Il primo marzo 2018, la Corte d’Appello di Venezia ha respinto l’istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato di Bruno Lorandi, Gabriele Magno.

Il 18 luglio 2019, l’avvocato Alberto Scapaticci ha depositato una seconda istanza di revisione. Bruno Lorandi, in questa occasione, ha dichiarato:

“Clara era l’amore della mia vita. Lei sa che sono innocente e voglio solo dimostrarlo”.

La priorità del Lorandi non è negare l’azione omicidiaria ma ingraziarsi l’interlocutore: “Clara era l’amore della mia vita”. 

“Lei sa che sono innocente”, non è una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“Io non ho ucciso Clara, sto dicendo la verità”, sarebbe stata una negazione credibile se Lorandi l’avesse pronunciata all’epoca dei fatti, non dopo più di 12 anni.

Nel novembre 2019, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Venezia ha respinto una ulteriore istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato di Bruno Lorandi, Alberto Scapaticci.

Analisi delle interviste rilasciate da Antonietta e Salvatore a Gianvito Cafaro

Da qualche settimana vanno in onda a Chi l’ha visto? le interviste rilasciate a Gianvito Cafaro da due coniugi, Salvatore ed Antonietta, vediamo cosa emerge dall’analisi delle stesse:

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare con Salvatore.

Non una domanda ma un’affermazione. 

Antonietta: No.

Gianvito Cafaro: Perché? Salvatore ci ha detto che non è un violento.

Antonietta: Perché lui… il male mio è lui.

Gianvito Cafaro: Ma lui non è violento.

Un’altra affermazione.

Antonietta: Eh, no.

Gianvito Cafaro: Lui ci ha detto che non è un viol…

Antonietta: Ma lui può dire pure cheee… è Dio, tanto lui si sente Dio, lui è padrone di me, eh, t’ho detto tutto.

Gianvito Cafaro: Salvatore!?

Salvatore: Che devo dire? E io l’ho sempre detto in televisione, che io non sono il male di questa casa, del gas dell’acqua…

Antonietta: Nooo…

Salvatore:… dei tubi.

Salvatore è un uomo disperato, soprattutto perché non viene creduto.

Gianvito Cafaro: Salva… Salvatore dice che lei sostiene che in questa casa si spostano i muri, c’è il gas che esce dal rubinetto.

Antonietta: E certo, però non l’ha detto che m’ha messo 3 volte le mani aaaa…

Salvatore: Al collo.

Antonietta: Al collo, cioè la cosa più importante non l’ha detta. 

Gianvito Cafaro: Salvatore, non c’ha detto che…

Antonietta: Perché io sono andata via di casa con una denuncia però, io ho fatto… ho fatto un esposto o no? O me ne so’ andata perchèèè…

Gianvito Cafaro: Contro Salvatore.

Salvatore: Contro di me, dicendo che…

Gianvito Cafaro: Salvatore, ha alzato le mani a sua moglie, questo lei non ce l’ha detto.

Salvatore: Ho alzato le mani?

Salvatore,  invece di negare, risponde con una domanda.

Antonietta: No, non mi hai messo le mani al collo?

Antonietta: Pure stamattina. 

Salvatore: E quando faccio questo so’ mani al collo?

Salvatore, invece di negare, minimizza.

Antonietta: Pure stamattina. Che sono venuti a dicere gli assistenti sociali?

Salvatore: Quando faccio questo so’ mani al collo?

Salvatore continua a minimizzare.

Antonietta: Noo, non dicesse che hai fatto così.

Antonietta: Voglio sparire dalla vita sua.

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare con Salvatore?

Antonietta: Con lui, basta. Il problema è lui. Eh, aggio capi’.

Gianvito Cafaro: Perché Salvatore alza le mani?

Antonietta: A parte quello, io ho trovato su un telefono suo, che m’ha dato a me, ‘sta cosa che lui s’è messo in contatto che mi stava avvelenando e io perciò stavo male.

Antonietta lascia intendere che il fatto che Salvatore alzi le mani è meno importante del fatto che la stava avvelenando.

Gianvito Cafaro: Non ho capito perché, lei cosa ha trovato sul telefono?

Antonietta: Che lui ha contattato a questi di Parma, tutto un… un se… un kit che, pe’ avvelenarmi, mentre dormo te deve… 

Gianvito Cafaro: Cioè lui doveva acquistare un kit per avvelenarla?

Antonietta: Già l’a… già ce l’aveva…. pappine e pappelle. Sì.

Gianvito Cafaro: Salvatore, ha comprato lei un kit per avvelenarla?

Salvatore: Ma io non lo so che sta dicendo, pappine e pappelle, io non le conosco ‘ste cose… 

Antonietta: Sì. Mi alzavo coi lividi.

Salvatore:… coi lividi.

Da questi scambi emerge con forza un disturbo delirante. 

Salvatore: Qua già stanno i problemi du gas, du cose, tutte cose.

Gianvito Cafaro: Che problemi ci sono con il gas?

Salvatore: E di nuovo il gas, che stamattina c’hanno buttato il gas sopra, non lo so, chi c’ha buttato u gas?

La risposta di Antonietta, se c’è stata, è stata tagliata.

Gianvito Cafaro: Lei non vuole stare in questa casa.

Antonietta: Sì… con lui.

Gianvito Cafaro: Ok, possiamo andare di sopra un attimo?

Antonietta: Voglio stare da tutto… da un’altra parte ma non con lui, lontana da qua.

Gianvito Cafaro: Benissimo, è libera di farlo, benissimo possiamo andare un at…

Salvatore: Stamattina chi hai visto? Dici, diteci la verità alla televisione, chi hai visto?

Antonietta: Cioé, ‘o vedi, ti vuol far passare da pazza e basta, hai capito!

Gianvito Cafaro: Salvatore, perché lei dice queste cose?

Antonietta: Eh, che io vedo.

Salvatore: Perché dice che stava una persona sotto stamattina e ci buttava il gas sopra.

Antonietta: E’ il padrone di casa, lui lo paga.

Antonietta conferma di credere che Salvatore paghi il padrone di casa per avvelenarla con il gas. 

Gianvito Cafaro: Salvatore dice le bugie?

Antonietta: Sì, sì, sì, sì, dalla mattina alla sera, le dice.

Gianvito Cafaro: Quindi non c’è nessuna persona. Salvatore, lei forse non ha preso atto che sua moglie vuole andare via e quindi non accetta questo e lei dice che sua moglie ha dei problemi.

Cafaro non è capace di ascoltare e di trarre conclusioni in base alle risposte di Antonietta, ha un pregiudizio. 

Salvatore: Noo, ma io ho detto pure, no, no, lei vuole andare via, ho detto: “Ti prendo pure un’altra casa, vai a vivere da sola, va bene, ci sto”, lo dico a tutta Italia, va bene, se il problema sono io e que… va bene, va bene così.

Gianvito Cafaro: Possiamo andare sopra al tavolo, ci sediamo per bene un attimo, possiamo andare ci sediamo per un attimo?

Salvatore: Che ‘nnamo a fa’? 

Gianvito Cafaro: Andiamo a sederci un attimo.

Salvatore: Tutti ci pigliano pe’ pazzi.

Antonietta: No sei tu che mi vuoi fa’ passa’ che so pazza, che so’ manicomio, pe’ questo me ne so’ (incomprensibile)

Salvatore: Mica so’ pazzo io.

Gianvito Cafaro: Andiamoci a sedere, andiamoci a sedere un attimo, facciamo le cose per bene.

Salvatore: Sì, ma Gianvi’, ma così non annamo bene, noi al… noi al posto di fare pace, così ci mettiamo solamente… se venite tutti i giorni non va bene. 

Gianvito Cafaro: Ma noi stia venendo perché c’è una situazione di disagio in questa casa e noi vogliamo aiutarvi.

Salvatore: E magari ci aiutate, però quella lì, Patrizia, là, dice sempre che qui ci stanno i problemi.

Gianvito Cafaro: Federica Sciarelli.

Salvatore: Federica dice sempre che ci stanno i problemi.

Gianvito Cafaro: Ma ci sono dei problemi, Salvatore, sono evidenti, ci possiamo sedere un attimo sopra?

Salvatore: Senti un po’ Gianvi’, allora, mia moglie dice che io c’ho, come si dice? ‘na donna, mo’ non è più donna, è travestito, mo’ c’ho un travestito.

Antonietta: Eh, certo, certo, non è importante quello che dici, non è importante se è travestito, se è donna, non è importante.

Gianvito Cafaro: Signora lei ha detto…

Antonietta: Per un uomo ci vuole una donna o no?

Gianvito Cafaro: Lei ha detto… lei ha detto queste cose a Salvatore?

Antonietta: Sì, sì.

Gianvito Cafaro: O Salvatore dice bugie?

Cafaro ha avuto una risposta affermativa da parte di Antonietta, una risposta che evidentemente non si aspettava ed allora invita la donna a ripetere che è Salvatore a dire bugie.

Antonietta: Dice bugie aaa mattina a sera… 

Gianvito Cafaro: Quindi lei non ha mai detto che ha l’amante…

Antonietta ha già risposto in modo affermativo a questa domanda, Cafaro però ritorna sul tema invitando la donna a negare.

Antonietta: Certo, tanto è vero che non vuole che voi state qua, non vuole (incomprensibile).

Gianvito Cafaro:… e che è un travestito.

Gianvito Cafaro: Lei Antonietta ha mai detto che Salvatore ha l’amante e che è un travestito?

Antonietta: Sì, sì, no, ce l’ha, no, che l’ho detto, ce l’ha, ce l’ha.

Antonietta conferma ciò che aveva già ammesso in precedenza, ovvero di essere convinta che il marito abbia un’amante.

Salvatore: La senti? Eh, dice che c’ho l’amante, ‘ndo sta ‘sta amante? Io voglio vede’ dove sta st’amante.

Antonietta: Capito? Mica chatto io sul telefono, io non ho visto… là ho visto allucinazioni, là ho visto allucinazioni, ca me voleva avvelena’.

Antonietta si sente spalleggiata dal giornalista.

Antonietta: Lei (la suora) doveva cucina’, nessuno poteva cucina’.

Gianvito Cafaro: Lei voleva cucinare invece di suo.

Antonietta: Bravo. No, invece no.

Gianvito Cafaro: Voleva essere autonoma.

Antonietta: Certo. Ho detto: “Non mi volete male ma io con la cosa che c’ho che io non mi fido di nessuno. Perciò, perché mi devi cucina’ te? Io mi devo fa’ da sola e poi mica mi manca qualche braccio.

Antonietta ammette di non fidarsi di nessuno, vuole cucinare lei perché teme di venir avvelenata.

Dalle interviste emerge con forza il delirio persecutorio di Antonietta, un classico delirio di veneficio che potrebbe essere l’unica manifestazione di un disturbo delirante. E’ alquanto probabile però che al delirio di veneficio sia associato anche un delirio di gelosia.

Sulla possibilità che Salvatore alzi le mani è necessario indagare ulteriormente. 

Nel disturbo delirante vi è un disturbo del contenuto del pensiero, ovvero il paziente delira ed è incapace di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie da cui origina il suo delirio ma sono assenti disturbi della forma del pensiero (alterazioni del flusso ideativo, incoerenza, alterazioni dei nessi associativi, eloquio disorganizzato), disturbi della senso percezione (dispercezioni ed allucinazioni uditive, visive, olfattive, tattili, cenestetiche, gustative), disturbi comportamentali di tipo disorganizzato (movimenti bizzarri e denudamento), sintomi autistici, catatonia o isolamento, disturbi che affliggono invece i soggetti in crisi psicotica.

Nel disturbo delirante il paziente appare lucido e il suo funzionamento psicosociale non è compromesso in modo marcato, proprio per questo motivo, i non addetti ai lavori possono essere tratti in inganno e non riconoscere il problema.

Il disturbo delirante può insorgere nel contesto di un preesistente disturbo paranoide di personalità.