Meghan Markle wrote the letter to an “Unintended Recipient”, the international audience, not to her father

Here some excerpts from a letter Meghan Markle sent to her father in August:

“not simply because you have manufactured such unnecessary and unwarranted pain, but by making the choice to not tell the truth is something unnecessary to say. Thomas Markle knows exactly what is true and what is not true. This is just a way to address the claims.

Note these two excerpts “You’ve said I never helped you financially and you’ve never asked me for help with is also untrue” and “you send me an email last October that said: If I’ve depended too much on you for financial help then I’m sorry but please if you could help me more not a bargaining chip for my loyalty”.

Thomas Markle knows exactly what his daughter Meghan did or did not and what he wrote to her last October. She is not speaking to him. 

“We all rallied around to support and protect you from day 1″ is unexpected. Thomas Markle knows exactly what they did. This is just a way to signal her “virtue” to the international audience.

“Harry (…) who was nothing but patient, kind, and understanding with you”.

Harry is an incomplete social introduction that shows her “linguistic disposition” towards her husband in the specific context of this sentence. 

The word “with”, when found between people, creates distance.

There is not reason for Meghan to say to her father something he already knows. She is not speaking to him. This is just a way to address the claims. 

Note the excerpt “Please stop lying“. “Please stop speaking to the press” was expected, the word “lying” is unexpected. Meghan shows a clear need to address the claims.

Note that the word “with” in “my relationship with my husband” is distancing language.

Note that the word “with” in “I pleaded with you” is distancing language.

“your other daughter, who I barely know” is something unnecessary to say to Thomas Markle who is Samantha’s and Meghan’s father. This is a way to distance herself from her sister Samantha to belittle whatever she said or she is going to say about her.

Writing “the lies they were writing about me” and “her vicious lies” she addresses the claims again.

ANALYSIS CONCLUSION

Due to the “unnecessary information” and the “repetition” found in these excerpts, we can conclude that Meghan Markle wrote this letter knowing that it would end up on the press, this is the reason why she wrote to an “intended recipient”, her father, while scripting her language towards the international audience that she targeted as the formally, “unintended recipient”. The initial description of the condition of her “heart” as “heavy” and “broken” serves to connect herself to the recipient.

Meghan found a way to bypass the strict rules of the royal family to address her sister’s and father’s claims.

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Omicidio di Samuele Lorenzi: analisi della telefonata di Annamaria Franzoni al 118

Annamaria Franzoni

Analisi della telefonata di Annamaria Franzoni al 118 delle ore 8:28:17 del 30 gennaio 2002:

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da un chiamante, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”. Expected versus Unexpected.

Expected: ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto.

Unexpected: non ci aspettiamo che il chiamante si perda in superflue convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

Centralino: 118?

Annamaria Franzoni: Ascolti, mio figlio ha vomitato sangue, sta male, non respira, abito a Cogne.

Si noti che la Franzoni riferisce un quadro drammatico ma non chiede aiuto per Samuele. 

“Ascolti” è un termine del quale ricordarsi al momento delle conclusioni dell’analisi.

Centralino: Un attimo che le passo subito una persona.

Annamaria Franzoni: Fate presto, la prego.

Si noti che non è ancora presente una richiesta d’aiuto.

L’espressione “Fate presto” è inaspettata. 

L’espressione “la prego” è anch’essa inaspettata. 

Operatrice: Pronto?

Annamaria Franzoni: Pronto, mio figlio ha vomitato sangue, venga subito…

Si noti che la Franzoni non chiede aiuto per Samuele ma invita semplicemente l’operatrice a recarsi a casa sua ma non ad aiutare il bambino.

Operatrice: Allora, no… 

Annamaria Franzoni:… abito a Cogne.

Operatrice:… signora, con calma…

Annamaria Franzoni: (incomprensibile)

Operatrice:… devo avere l’indirizzo, abbia pazienza.

Annamaria Franzoni: Abito a Cogne.

Operatrice: Allora, il numero di telefono.

Annamaria Franzoni: xxxxxxxx

Operatrice: xxxxxxxx

Operatrice: Ecco, Cogne dove?

Annamaria Franzoni: Eee… frazione Montroz.

Operatrice: Allora, con calma … Monrò?

Annamaria Franzoni: Cosa devo fare?

“Cosa devo fare?” è una domanda vaga, imprecisa. “Cosa posso fare per aiutare mio figlio?” è la domanda che ci saremmo aspettati. 

Operatrice: Mi dà il numero civico?

Annamaria Franzoni: Eeh … eeh … la prego, sta male.

Si noti che non è ancora presente alcuna richiesta d’aiuto.

Nel linguaggio della Franzoni compare per la seconda volta l’inaspettata espressione “la prego”.

Operatrice: Signora, con calma perché non risolviamo niente. Allora, Monrò?

Annamaria Franzoni: Numero 4 A. È già venuta stanotte che stavo male io. (incomprensibile) vi prego, sta vomitando, non respira, povero Samuele.

Non è presente alcuna richiesta d’aiuto.

“vi prego” equivale a “la prego”

Operatrice: Subito… signora, abbia pazienza, è Montrò o Monrò?

Annamaria Franzoni: Montroz.

Operatrice: Ecco. Numero?

Annamaria Franzoni: Eemh, 4 A.

Operatrice: 4 A. Signora, allora, suo figlio quanti anni ha e come si chiama?

Annamaria Franzoni: Ha tre anni, Samuele.

Operatrice: Di cognome?

Annamaria Franzoni: Eh, Lorenzi. 

Operatrice: Lorenzi.

Annamaria Franzoni: La prego, sta malissimo.

Non è presente alcuna richiesta d’aiuto.

Nel linguaggio della Franzoni compare per la terza volta l’inaspettata espressione “la prego”.

Operatrice: Signora, intanto, allora, se… se vomita non… non lo tenga…

Annamaria Franzoni: È tutto insanguinato, ha vomitato tutto il sanguee… non respira… faaa… così.

La Franzoni non ha ancora formulato alcuna richiesta d’aiuto.

Operatrice: Arriviamo subito, signora.

Annamaria Franzoni: Grazie (incomprensibile).

“Grazie” è inaspettato.

Operatrice: Ecco mi lasci solo il telefono libero perché sennò… eh d’accordo?

Annamaria Franzoni: Sì, sì, sì, va bene, arrivederci.

“va bene, arrivederci” è inaspettato.

CONCLUSIONI

In questa telefonata non è presente alcuna richiesta d’aiuto.

La ripetizione dell’espressione “la prego” per tre volte, “vi prego”, “Ascolti” e “Fate presto” rivelano il bisogno della Franzoni di collocarsi dalla parte dei “buoni” e di ingraziarsi l’operatrice.

In Statement Analysis questi due fenomeni sono denominati “Good Guy/Bad Guy Principle” e “Ingratiation Factor” e sono spesso presenti nelle telefonate di soggetti che dissimulano o falsificano.

“Grazie” e “va bene, arrivederci” sono espressioni inaspettate. I convenevoli infatti sono fuori luogo in una richiesta di soccorso perché spesso vengono utilizzati da chi chiama per ingraziarsi l’operatore al fine di allontanare da sé i sospetti.

In sintesi, non solo la Franzoni non ha mai formulato una richiesta d’aiuto per suo figlio Samuele ma ha cercato di allontanare i sospetti da sé mettendo in pratica escamotage linguistici che si sono rivelati controproducenti, ella ha infatti ottenuto l’effetto contrario.

Sulla base di questa analisi si può affermare che al momento della chiamata, effettuata pochi minuti dopo aver colpito a morte suo figlio, Annamaria Franzoni era ben consapevole di essere l’autrice di quella aggressione, ciò permette di escludere un qualsivoglia “meccanismo di difesa dell’Io”. 

Peraltro, in questa chiamata, la Franzoni ha riferito all’operatrice del 118 che suo figlio vomitava sangue e non respirava ma non le ha detto che era ferito alla testa nonostante, alle 8:27:30, meno di un minuto prima di chiamare il 118, Annamaria Franzoni avesse telefonato dal proprio cellulare alla dott.ssa Ada Satragni, suo medico curante e vicina di casa, e le avesse comunicato che il figlio Samuele, di 3 anni e 2 mesi, perdeva sangue dalla bocca e che “gli era scoppiato il cervello” e, tra una telefonata e l’altra, dalla finestra, avesse riferito alla vicina, Daniela Ferrod in Guichardaz, che Samuele “stava perdendo sangue dalla testa”.

La Franzoni non ha mai richiesto aiuto per il proprio figlio perché sapeva che era morto, ella infatti, alle ore 8:29:26, subito dopo aver concluso la telefonata con il 118, chiamò la ditta in cui lavorava il marito, Stefano Lorenzi, comunicando ad un’impiegata, G. P., che Samuele era morto. 

Duplice omicidio di Tatiana Ceoban e di sua figlia Elena: analisi dell’intervista rilasciata da Paolo Esposito a Franca Leosini

Tatiana Ceoban e sua figlia, Elena

Tatiana Ceoban, 36 anni, moldava, e sua figlia Elena, 13 anni, sono scomparse da Gradoli sabato 30 maggio 2009. Il compagno di Tatiana, Paolo Esposito, 44 anni all’epoca dei fatti, padre di una delle sue due figlie, la minore, Erika, 6 anni all’epoca dei fatti, è stato condannato in via definita all’ergastolo per il duplice omicidio mentre la sua amante (dal 2003), Ala Ceoban, sorella di Tatiana, 24 anni all’epoca dei fatti, è stata condannata a 8 anni per favoreggiamento e occultamento di cadavere.

Paolo Esposito

Franca Leosini: Senta Esposito, in relazione alla scomparsa di Tatiana e Elena, lei tuttora si professa innocente.

Proprio perché Franca Leosini ha affermato che Paolo Esposito “si professa innocente”, l’analisi di questa lunga intervista si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un innocente dica e ciò che l’Esposito dice, expected versus unexpected.

 In poche parole, ci aspettiamo che Paolo Esposito:

  1. mostri di possedere  il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver ucciso la sua compagna, Tatiana, e la di lei figlia tredicenne, Elena, che lo considerava un padre, 

ovvero, dica queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Tatiana ed Elena” e “ho detto la verità”.

Paolo Esposito: Sì, certo.

E’ chiaro che l’affermazione della Leosini “si professa innocente” è un’affermazione capace di aprire le cateratte se pronunciata in presenza di un soggetto condannato all’ergastolo per un duplice omicidio che non ha commesso. 

Paolo Esposito si limita a confermare e fa seguire al “Sì” un “certo” nel tentativo di rafforzare la propria risposta che produce l’effetto contrario, la indebolisce. L’idea che trasmette l’Esposito è che lo stesso abbia semplicemente aderito ad uno “status”.

Franca Leosini: Però è inutile ricordare Esposito che esiste una verità processuale…

Paolo Esposito: In effetti, è questo.

Una risposta ambigua.

Franca Leosini:… alla quale va fatto riferimento.

Paolo Esposito: Certo.

Ci saremmo aspettati che a “Certo” l’Esposito facesse seguire una frase polemica come “ma per smontarla” o “ma una verità processuale che nulla ha a che fare con quella dei fatti”. 

Franca Leosini: L’autista della scuolabus ha dichiarato di aver accompagnato Elena a casa, lei se lo ricorda questo?

Paolo Esposito: Non c’ero io quando è arrivata a casa Elena, comunque lo so che lo… l’ha dichiarato.

Si noti che invece di rispondere alla domanda della Leosini, Paolo Esposito riferisce che lui non c’era “quando è arrivata a casa Elena”, lo fa per tentare di ridurre al minimo il tempo trascorso con la ragazzina, solo in seconda battuta conferma di essere a conoscenza delle dichiarazioni dell’autista dello scuolabus.

Franca Leosini: Lei, Esposito, in quel giorno, che poi è andato e venuto da casa, ha avuto modo di incontrare Elena?

Paolo Esposito: Elena io l’ho… l’ho incontrata, l’ho sentita e l’ho vista così di sfuggita, un attimo.

Si noti l’uso della parola “sfuggita”, potrebbe trattarsi di leakage”, ovvero dell’uso involontario di termini riferibili ad un evento passato che staziona nella mente di chi parla. Il termine “sfuggita” infatti, nella consapevolezza che Paolo Esposito è stato condannato proprio per l’omicidio della bambina, evoca un’inquietante dinamica: un inseguimento della vittima prima dell’omicidio, 

Franca Leosini: Perché era rientrato a casa.

Più un’affermazione che una domanda.

Paolo Esposito: Ero rientrato un attimo perché dovevo prendere… qualche lampadina.

Si noti che l’Esposito sente il bisogno di spiegare il motivo per il quale fosse tornato a casa, anticipando una eventuale domanda della giornalista. 

Paolo Esposito: Ho detto: “Va bene”, eee po…”Fateme sape’”, basta.

“eee po…” rappresenta un’autocensura.

L’uso del “basta” rivela il desiderio dell’Esposito di chiudere l’argomento, un argomento evidentemente scomodo.

Franca Leosini: Quindi lei ha visto Elena, che le ha detto?

Paolo Esposito: L’ho… sul… di sfuggita sulle scale, io stavo al piano sotto, lei era al piano sopra.

L’Esposito ha difficoltà nel rispondere.

Si noti ancora l’inquietante uso della parola “sfuggita” che questa volta è associata a “scale”

Franca Leosini: Ecco, che sarebbero andate a Roma, ma non le dice i motivi di quella trasferta?

Paolo Esposito: No, in pratica io già lo sapevo, sapevo… Tania mi aveva detto: primo, c’era la… la visita medica, non so in quale giorno, ora non me lo ricordo, poi dovevano rinnovare il passaporto, poi…. ehm, passano dalla zia aa… dalla zia Olga a… a Bracciano, va bene, stanno fori du’ giorni, per me sta benissimo, non è un problema.

Si noti l’uso dei tempi dei verbi da parte dell’Esposito, nella prima parte della risposta parla al passato “sapevo”, “aveva detto”, “dovevano” mentre in finale si esprime al presente “passano”, “stanno”, “sta” “è”, ed è proprio l’uso dei verbi al presente che ci indica che l’Esposito nell’ultima parte della risposta non sta pescando nella memoria, infatti quando un soggetto falsifica usa il presente perché non riesce a pensare al passato.

Franca Leosini: Ma non le sembra strano che il sabato pomeriggio si vada a fare delle visite mediche?

Paolo Esposito: No, passavano pe’… dalla zia, pe’ me non era un problema, c’andavano lunedì a fa’ la visita, non è un problema, stanno fuori du’ giorni, pazienza mmm… va benissimo, anzi due giorni de svago, per me sta benissimo.

Verbi all’imperfetto nella prima parte della risposta e al presente nella seconda “è”, “stanno”, “va” e “sta” che indicano che l’Esposito sta falsificando.

Franca Leosini: Lei sa che gli inquirenti, poi i giudici non le hanno creduto?

Una domanda che permetterebbe all’Esposito di dirsi innocente e soprattutto di negare di aver commesso il duplice omicidio.

Paolo Esposito: Ah certo, è normale.

Occasione persa per negare in modo credibile. Risposta ambigua.

Si noti la subdola ironia cui fa ricorso l’Esposito, il cui significato approfondiremo in seguito.

L’Esposito non può non sapere di aver detto una sciocchezza, a volte capita ma   non è certo “normale” che non si creda ad un innocente. 

Franca Leosini: Normale no. Non l’hanno creduto perché poi tutte le visite mediche che lei dice avrebbero dovuto fare a Roma invece erano fissate fra Viterbo e Gradoli, quindi sostanzialmente non c’era ipotesi di visite mediche su Roma e poi non di sabato sera sostanzialmente.

Paolo Esposito:… Sì, ma… (ride).

Un’ammissione.

Franca Leosini: Lei lo sa che io ascolto con rispetto quello che dice lei, ho dovere di fare riferimento agli atti processuali.

Paolo Esposito: (fa cenno di sì con la testa) Certo.

Ala Ceoban

Franca Leosini: Comunque Esposito, intorno alle 19.00 di quel 29 maggio lei va nuovamente ad Acquapendente per incontrare Ala.

Paolo Esposito: Sì, perché… ehm… siccome avevo avuto questa notizia, dico: “Fermate qui, in qualche modo poi s’aggiustamo, te fermi qui pe’ sta qui anche domani, poi lunedì tornerai al lavoro”.

Ancora una volta l’Esposito anticipa una eventuale domanda della Leosini spiegando il perché fosse andato da Ala ad Acquapendente. Il fatto che senta il bisogno di giustificarsi è sospetto. 

Franca Leosini: (…) ma dopo quella che possiamo chiamare la cacciata di Ala da parte di Tatiana, era la prima volta che Ala…

Paolo Esposito: No, no. 

Franca Leosini: … rimetteva piede nella villetta di Gradoli?

Paolo Esposito: Una volta è ritornata.

Franca Leosini: Non risulta però.

Paolo Esposito: Non risulta, comunque, sì.

Franca Leosini: C’era la certezza che comunque Tatiana e Elena non ci sarebbero state?

Paolo Esposito: Sì.

Franca Leosini: (…) Lei sa bene che cosa hanno pensato i giudici?

Paolo Esposito: Certo che lo so che hanno pensato, lo so benissimo, loro hanno pensato: “L’hanno fatte fori, buonanotte, po’ sta tranquilla sì, a casa”, questa è la motivazione… ehm… ma non è così.

L’Esposito risponde manifestando un apparentemente ingiustificato entusiasmo, in realtà fa parte di un tentativo di manipolare la Leosini, egli cerca di farle credere che quell’entusiasmo sia una forma di ironia che trae origine dalla sua condizione di perseguitato incompreso. In poche parole, Paolo Esposito, senza negare il suo coinvolgimento nel duplice omicidio, cerca d’indurre la giornalista a farlo per lui attraverso un escamotage. Già in precedenza, alla domanda di Franca Leosini: Lei sa che gli inquirenti, poi i giudici non le hanno creduto?, aveva risposto in modo ironico: “Ah certo, è normale”.

“L’hanno fatte fori, buonanotte” è una frase volutamente indelicata che sfiora lo sprezzo per le due vittime, di sicuro l’Esposito sarebbe stato capace di usare una terminologia più appropriata e di parlare in italiano corretto.

“ma non è così” non è una negazione credibile.

Franca Leosini: Senta Esposito lei ha dichiarato che quel pomeriggio lei non l’ha incontrata (Tatiana), vero?

Si noti che la Leosini non chiede all’Esposito se avesse incontrato Tatiana ma lo invita soltanto a confermare le precedenti dichiarazioni agli inquirenti e così facendo gli suggerisce una risposta negativa.

Paolo Esposito: No, non l’ho incontrata.

In ogni caso, “No, non l’ho incontrata” non è una negazione credibile in quanto l’Esposito ripete a pappagallo le parole della giornalista.

Franca Leosini: Con tutto che è andato e venuto molte volte da casa sua, vero?

Paolo Esposito: Eh, non c’era.

Con lo spontaneo “Non c’era” l’Esposito rinnega ciò che aveva detto in precedenza ripetendo a pappagallo le parole della Leosini. “Non c’era” non significa “non l’ho incontrata quel giorno”, significa semplicemente che quando l’Esposito arrivò a casa Tatiana “non c’era” e apre alla possibilità che la donna sia rientrata dopo di lui.

Franca Leosini: (…) le molteplici versioni riferite da lei Esposito a varie persone per motivare un possibile volontario allontanamento di Tatiana e della figlia Elena (…) ad una persona lei avrebbe detto che Tatiana ed Elena erano andate a Roma perché Elena voleva conoscere il padre naturale, vero questo?

Paolo Esposito: Sì, c’era anche questo, ma questo erano pensieri miei, non erano che l’ho dette in giro.

Franca Leosini: (…) Se qualcuno l’ha riferite vuol dire che l’ha dette in giro (…).

Paolo Esposito: (silenzio)

Il fatto che l’Esposito non risponda equivale ad una ammissione.

Franca Leosini: Ad un’altra persona lei ha detto che madre e figlia erano partite per Roma per ritirare i passaporti.

Paolo Esposito: Mmm… sì.

Paolo Esposito ammette di aver detto “che madre e figlia erano partite per Roma per ritirare i passaporti”, in precedenza aveva invece negato di aver fornito diverse versioni ed affermato che le diverse versioni restavano semplicemente pensieri suoi.

Franca Leosini: Ad un’altra persona ancora lei ha detto che erano andate a Roma perché Elena doveva sottoporsi a cure mediche (…).

Paolo Esposito: (ride)

Il fatto che l’Esposito non risponda ma rida equivale ad una ammissione.

Franca Leosini: (…) appariva improbabile, anche agli occhi degli inquirenti, che Tatiana ed Elena si fossero allontanate, fossero diciamo andate via per un allontanamento volontario.

Paolo Esposito: L’allontanamento volontario l’ha tirato fuori qualcuno, non so chi, me l’hanno appiccicato ma n-o-n è così.

Quando l’Esposito dice “n-o-n è così”, io gli credo.

Franca Leosini: (…) il momento in cui lei però Esposito dà delle spiegazioni del perché Tatiana…

 Paolo Esposito: Ma a chi devo da’ spiegazioni io? Perché devo da’ spiegazioni a quello, a quell’altro, di che cosa? 

Franca Leosini: No di spiegazioni, ha dato delle risposte.

Paolo Esposito: Io ho dato delle risposte di quello che me pare perché io non avevo fatto niente, in quel momento non risultava assolutamente niente, io ero preoccupato… tanto quanto la madre, se non forse di più.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile e “in quel momento non risultava assolutamente niente” è un’affermazione particolarmente interessante ma purtroppo la Leosini non ne ha approfondito il senso con un’altra domanda.

Si noti che “io ero preoccupato… tanto quanto la madre, se non forse di più” è l’unica frase in cui l’Esposito fa riferimento autonomamente ad uno stato d’animo.

Franca Leosini: Ma non subito, lei non si è preoccupato subito.

Paolo Esposito: (resta in silenzio e apre la bocca)

Il fatto che l’Esposito non risponda equivale ad una ammissione.

Franca Leosini: (…) magari lei, in perfetta buona fede, dava risposte così, svagate, come tante volte facciamo tutti per toglierci d’impaccio, ne parlammo per ne parla’, come diciamo noi a Napoli.

La Leosini inspiegabilmente suggerisce all’Esposito una spiegazione del perché  lo stesso abbia fornito diverse versioni.

Paolo Esposito: Tanto pe’ fatte sta’ zitto.

L’Esposito coglie la palla al balzo. In ogni caso, c’è da chiedersi il perché l’Esposito desiderasse zittire chi si interessava a Tatiana ed Elena. La Leosini avrebbe dovuto chiederglielo.

Franca Leosini: Ma se lei realmente ignorava il motivo per cui Tatiana e Elena si erano allontanate, perché ha confezionato tante differenti versioni, perché?

Paolo Esposito: Io non le ho confezionate, io sapevo determinate cose e le ho tirate fuori così al momento tanto pe’ fa’ sta’ zitti gli altri.

L’Esposito torna a far suo il suggerimento della Leosini.

Franca Leosini: “Ne parlammo per ne parla’”, come ho detto io, e purtroppo

Il “purtroppo” della Leosini è fuori luogo, non è un caso che l’Esposito abbia fornito diverse versioni, incartarsi con versioni diverse è un classico di chi nasconde la verità. 

Paolo Esposito: Purtroppo.

L’Esposito ripete l’ultima parola della Leosini, non è farina del suo sacco.

Franca Leosini: Quel “ne parlammo per ne parla’” è diventato un dossier che si è ritorto contro di lei.

Paolo Esposito: Lo so, lo so.

L’Esposito manifesta entusiasmo nel confermare ciò che gli hai appena ricordato la giornalista, lo fa per lasciar passare il messaggio che siano state delle sue leggerezze ad incastrarlo.

Franca Leosini: (…) ma comunque dove potevano essere andate due donne che non avevano un euro in tasca? 

Paolo Esposito: Mmm.

Il fatto che l’Esposito non risponda equivale ad una ammissione. Paolo Esposito è incapace di replicare perché per l’ennesima volta non può smontare le argomentazioni della Leosini.

Franca Leosini: Con quali mezzi Tatiana avrebbe potuto sostenere lei e la figlia partendo per un altrove che non fosse Gradoli?

Paolo Esposito: Ma non mmm…. (ride).

Il fatto che l’Esposito tenti di rispondere, si autocensuri e rida equivale ad una ammissione.

Franca Leosini: (…) i carabinieri, il primo giugno, vale a dire in effetti due giorni dopo la scomparsa di Tatiana e di Elena effettuano un sopralluogo a casa sua, è così?

Paolo Esposito: Il… il primo giugno, sì, il… lunedì.

Ancora una volta l’Esposito si mostra inspiegabilmente entusiasta. 

Franca Leosini: Cosa trovano oppure cosa non trovano in questo primo sopralluogo gli inquirenti?

Paolo Esposito: Ma nel primo sopralluogo poco abbiamo fatto, mancava un borsone eeee mi sembra una tuta, un pigiama qualcosa così.

Si noti che L’Esposito, condannato all’ergastolo per duplice omicidio, quando dice “nel primo sopralluogo poco abbiamo fatto” tenta di mettersi dalla parte dei buoni, dalla parte degli inquirenti, un atteggiamento inaspettato che va oltre la manipolazione.

Franca Leosini: Lo zainetto di…

Paolo Esposito: Lo zainetto mancava, sì, un borsone… 

Franca Leosini:… di Elena. 

Franca Leosini: Per il resto, la casa come appariva?

Paolo Esposito: Normale, pulita, tranquilla.

I tre aggettivi utilizzati dall’Esposito per descrivere la casa durante il sopralluogo ce la dicono lunga:

– generalmente l’uso dell’aggettivo “Normale” indica il contrario; evidentemente l’Esposito, nella sua testa, sta paragonando la vita che si svolgeva in quella casa prima dei due omicidi con il momento del sopralluogo;

“pulita” è un aggettivo interessante, posto che gli inquirenti si recarono in una casa dove erano appena stati commessi due omicidi, almeno uno dei quali particolarmente cruento; evidentemente l’Esposito, nella sua testa, sta paragonando la scena del crimine vera e propria, quella intonsa in cui erano ancora presenti soprattutto le macchie di sangue nella loro interezza, con il momento del sopralluogo, sopralluogo che ebbe luogo dopo un’opera di pulizia;

“tranquilla” è un aggettivo inconsueto da associare ad una casa; evidentemente l’Esposito, nella sua testa, sta paragonando l’aria che si respirava in quella casa prima degli omicidi, un’aria tesa, “non tranquilla” o la concitazione dei momenti durante i quali ha portato a termine i due omicidi con le condizioni della casa  durante il sopralluogo.

Franca Leosini: (…) Gliela da lei un’occhiata negli armadi, tra le cose di Tatiana?

Una domanda che appare quasi un suggerimento, la domanda giusta sarebbe stata: Che cosa ha fatto lei dopo la scomparsa di Tatiana e Elena?, in ogni caso la Leosini avrebbe dovuto formulare una domanda generica, solo così infatti si possono ottenere risposte non contaminate.

Paolo Esposito: Qualcosa c’ho guardato, sì, ma… qualcosa ho controllato, sì, c’ho guardato in giro, poi anche perché poi mi servivano le cose di Erika per la scuola, sì, ho controllato.

L’Esposito prova a confermare di aver controllato se Tatiana ed Elena si fossero portate via degli indumenti ma nel tentativo di convincere si ripete per ben tre volte ed ottiene l’effetto contrario, in ogni caso alla fine ci riferisce il vero ovvero di aver aperto gli armadi soltanto per estrarne “le cose di Erika per la scuola”.

Franca Leosini: (…) dal buio di quel diario Tatiana puntasse il dito accusatore contro di lei e contro la sorella Ala, lei questo lo sa, vero?

Paolo Esposito: Bhè… lei sì e… secondo me, forse Tatiana sapeva qualcosa, qualcosa più di me.

“Bhè… lei sì” sembrerebbe sottendere un paragone, in realtà è una risposta tipica dell’Esposito, egli infatti condisce le sue risposte con frasi senza senso allo scopo di indurre la Leosini a ricostruire misteriosi scenari.

Quando l’Esposito dice “forse Tatiana sapeva qualcosa, qualcosa più di me” tenta di collocarsi dalla parte di Tatiana, così come ha fatto quando si è espresso sul primo sopralluogo mettendosi dalla parte degli inquirenti “Ma nel primo sopralluogo poco abbiamo fatto”.

Franca Leosini: Qualcosa da parte di chi? Lei deve essere più chiaro Esposito?

La frase della Leosini “Lei deve essere più chiaro Esposito?” è fuori luogo, un giornalista non dovrebbe imporre un percorso al suo intervistato, dovrebbe semplicemente prendere atto di ciò che lo stesso riferisce, forzare un’intervista significa viziarla. 

Paolo Esposito: Da parte de… (interrotto)

E’ vero che la Leosini ha interrotto l’Esposito commettendo un errore però Paolo Esposito avrebbe comunque potuto riprendere il discorso ma evidentemente non ha nulla di dire e l’interruzione gli ha fatto comodo. 

Franca Leosini: Deve avere il coraggio di dirle le cose perché lei è come se mi volesse dire delle cose e poi fa marcia indietro.

Paolo Esposito è stato condannato all’ergastolo, non ha nulla da perdere, se avesse informazioni in grado di scagionarlo le riferirebbe, egli non ha nessuna sconvolgente rivelazione da fare, non ha “delle cose” da dire e non “fa marcia indietro”, semplicemente “cazzeggia”.

La Leosini dovrebbe semplicemente prendere atto delle risposte e invece continua ad avere delle aspettative. 

Paolo Esposito: Non sono… non ho la certezza, non è che posso spara’ la cosa a vanvera.

Una risposta evasiva attraverso la quale l’Esposito vuol comunque lasciar intendere di sapere qualcosa.

Franca Leosini: No. Lei si è giocata la vita Esposito, quindi a vanvera non credo possa rispondere.

Una conclusione della Leosini, in realtà l’Esposito non ha fatto che parlare a vanvera per tentare di indurre la giornalista a trarre per lui utili conclusioni.

Paolo Esposito: Si è giocata solo la mia però.

“solo la mia però” è un’ammissione attraverso la quale l’Esposito ci conferma che Ala ha ricoperto un ruolo nel duplice omicidio di sua sorella Tatiana e di sua nipote Elena. 

Franca Leosini: Si è giocata la sua.

Paolo Esposito: Ecco.

Paolo Esposito è soddisfatto, ha raggiunto il suo obiettivo.

Franca Leosini: (…) che cosa pensa possa essere successo?

Paolo Esposito: Io penso due principalmente…

Franca Leosini: E le dica le due.

Paolo Esposito: Il padre di Elena.

Franca Leosini: Lasci perdere il padre di Elena.

Paolo Esposito: Non posso lasciar perdere il padr…

Franca Leosini: Ma lo lasci perdere, è un fantasma che sta nell’ombra.

Paolo Esposito: E non se fa vivo dopo 7 anni e mezzo? Non se fa vivo per chiedermi qualche cosa a me su di Elena? Cioè quella è la figlia che è sparita?

L’Esposito ha l’ardire di emettere una condanna morale nei confronti del padre di Elena, proprio lui che l’ha uccisa. E’ un “mostro”. 

Franca Leosini: E quindi mica l’ha fatta sparire lui.

Paolo Esposito: No.

Franca Leosini: E quindi cosa può essere successo a queste due donne Esposito?

Paolo Esposito: E’ quello che me domando anch’io.

L’uso del “me” al posto del “mi” ha un che di sprezzante nei confronti delle sue due vittime. 

Franca Leosini: (…) Tatiana il dito lo puntava contro di lei e contro Ala. 

Paolo Esposito: (silenzio)

L’incapacità di replicare dell’Esposito è equiparabile ad una ammissione.

Franca Leosini: Lei dice: Sono innocente sono estraneo a tutto questo, allora cosa è successo a queste due donne?

Si noti che già all’inizio dell’intervista la Leosini ha affermato che l’Esposito “si professa innocente”, si tratta di una sua personale interpretazione.  Paolo Esposito non ha mai detto di essere “innocente” né di essere “estraneo a tutto questo”.

La domanda “allora cosa è successo a queste due donne?” permetterebbe all’Esposito di negare in modo credibile.

Paolo Esposito: (ride)

Si noti che ancora una volta Paolo Esposito non è capace di negare di aver ucciso Tatiana ed Elena né di replicare alla Leosini e allora ride.

Paolo Esposito 

Il ghigno di Paolo Esposito ricorda quello di Fabio Savi, Ted Bundy, Andrei Chikatilo, David Berkowitz, Charles Manson, John Wayne Gacy, Anders Behring Breivik, Jared Lugner, Aileen Wuornos, Rodney James Alcala e molti altri sociopatici.

Franca Leosini: C’è qualche elemento concreto che lei possa dirci stasera? E’ un’occasione che lei ha Esposito.

Se Paolo Esposito fosse innocente avrebbe negato alla prima occasione, la Leosini non riesce ad accettarlo ed insiste “E’ un’occasione che lei ha Esposito”.

Paolo Esposito: Sì, lo so, ma concreto, che cosa posso dire di concreto, l’idea che mi sono fatto è che sono scomparse.

Però… una conclusione cui non era arrivato nessuno!

Franca Leosini: Secondo lei sono ancora in vita?

Paolo Esposito: No.

Franca Leosini: Allora qualcuno deve aver provveduto a eliminarle, secondo lei chi?

Paolo Esposito: Non sono io che lo deve dire. Lo deve dire la procura.

Una risposta inquietante, l’Esposito finge di ignorare che in procura si siano già espressi e altrettanto abbiano fatto i giudici dei tre gradi di giudizio, il colpevole del duplice omicidio è lui.

Franca Leosini: Ma la procura si è espressa contro di lei.

Paolo Esposito: Anche questa è una cosa che non è proprio così, comunque.

L’Esposito cerca di insinuare un dubbio ma poi aggiunge un “comunque” che ci rivela che ciò che avrebbe voluto dire non è rilevante.

Franca Leosini: (…) nei suoi occhi c’è un’idea ma lei non la vuole dire.

Una frase che avrà inorgoglito l’Esposito che ha provato per tutta la durata dell’intervista a dire e a non dire per tentare di indurre la Leosini a trarre per lui utili conclusioni.

Paolo Esposito: Ma nessuno la vuole sape’.

L’Esposito in realtà non ha nulla da dire. Potrebbe confessare ma non lo farà.

Franca Leosini: Ma io la voglio sapere.

Paolo Esposito: Mmm…. No.

Patetico. Uno scambio che è equiparabile ad un capriccio, ma non è altro che una bizza simulata, l’Esposito infatti non ha nulla da dire. 

Franca Leosini: Come no, se le dico che lo voglio sapere (….) abbia il coraggio di dirlo.

Paolo Esposito: Non è così semplice.

L’ennesima frase generica e ambigua attraverso la quale l’Esposito prova a stimolare la fantasia della giornalista.

Franca Leosini: Lo so che non è così semplice…

Paolo Esposito: Ecco. 

Paolo Esposito è soddisfatto, ha raggiunto il suo obiettivo, sembra aver convinto la Leosini.

Franca Leosini: E so anche che lei ha paura.

E’ la Leosini ad affermare che l’Esposito abbia “paura”, non lui.

Paolo Esposito: Ecco.

Paolo Esposito è soddisfatto, ha raggiunto ancora il suo obiettivo, l’ha indotta a trarre una conclusione a lui utile.

Franca Leosini: Ha paura? 

Paolo Esposito: Eh… certo.

Una risposta oscena visto il reato da lui commesso, l’omicidio della madre di sua figlia e di una ragazzina di 13 anni che lo considerava un padre. 

Franca Leosini: (…) Quella notte di scomparsa, la sua amante Ala Ceoban resta a dormire nella villetta di Gradoli (…) ma come mai Ala, che da anni, cioè da quando era stata cacciata dalla sorella Tatiana non metteva  piede nella villetta di Gradoli, giusto, giusto quella sera ritorna in quella casa, sul punto lei Esposito che risposte ha dato ai giudici?

Paolo Esposito: Ma neanche me lo ricordo tanto non m’enteressava quello.

L’Esposito finge di sottovalutare la rilevanza indiziaria di ciò che gli sta riferendo la Leosini con un “non m’enteressava”.

Franca Leosini: Come non le interessava Esposito, si giocava la vita lei altro che non le interessava?

Paolo Esposito: Sì ma non era quello la… (ride).

Si noti che l’Esposito abbozza una risposta e poi si autocensura perché è incapace di smontare le argomentazioni della Leosini e poi ride ancora una volta.

Franca Leosini: Secondo i giudici del primo grado, Ala Ceoban che sarebbe stata sua complice a tutti gli effetti era venuta e rimasta poi nella villetta di Gradoli anzitutto perché sapeva che Tatiana ed Elena erano in una dimensione senza ritorno (…) ma Ala sarebbe rimasta tutta la notte ed il giorno successivo anche per ripulire la casa dalle tracce violente di quella tragedia (…) sono stati malpensanti i giudici?

Paolo Esposito: Vabbè di notte c’era anche Erika, possibile che non ha visto niente?

La bambina non vide nulla perché la casa era stata ripulita.

Franca Leosini: Comunque lei porta Ala a casa quella sera (…) poi lei va a casa dei suoi genitori dove c’era la sua bimba. 

Paolo Esposito: (…) Siamo rientrati alle 11, 11 e mezzo.

Franca Leosini: (…) se tanto mi da tanto o lei, come disperatamente afferma, è innocente o Totò Riina al confronto è un dilettante.

lei, come disperatamente afferma, è innocente” è ancora la Leosini a dirlo, non Paolo Esposito.

Paolo Esposito: Vero (ride) non c’avevo mai pensato a questo (ride).

No comment.

Franca Leosini: (…) malgrado il suo tenace disperato rifiuto di quel gesto terribile che tuttora lei continua a giurare di non avere commesso, è così Esposito? 

“malgrado il suo tenace disperato rifiuto di quel gesto terribile che tuttora lei continua a giurare di non avere commesso” è ancora la Leosini a dirlo, non Paolo Esposito. 

Paolo Esposito: Sì.

Non c’è nulla di più comodo per un duplice omicida di un portavoce che chieda solo di confermare con un “Sì” dei bei conditi proclami d’innocenza peraltro completamente sganciati dalle risposte da lui appena fornite che lo inchiodano senza se e senza ma alle sue responsabilità.

Franca Leosini: (…) c’è qualcosa che lei vorrebbe dire?

Paolo Esposito: Tutto c’è da cambia’ qui (ride e poi rimane a bocca aperta).

Quando si dice parlare a vanvera.

Franca Leosini: Esposito, cosa è successo a Tatiana ed Elena?

Una domanda che permetterebbe all’Esposito di negare in modo credibile.

Paolo Esposito: (silenzio)

L’ennesimo silenzio che ce la dice lunga.

Franca Leosini: Stasera lei ha un’occasione, se c’è qualcosa che lei non ha detto, qualcosa che potrebbe servire a correggere, a rivelare anche verità mai emerse (…) la dica.

La Leosini ancora spera.

Paolo Esposito: (lunga latenza) Quello che voglio io è soltanto il ritrovamento di questi due… persone.

Si noti che Paolo Esposito si è tradito, stava infatti per dire “il ritrovamento di questi due corpi” ma sul finale si è autocensurato e ha corretto il tiro. 

Franca Leosini: Lei vuole il ritrovamento di due persone o dei corpi di due persone?

Anche la giornalista si è accorta che l’Esposito stava per dire corpi.

Paolo Esposito: Questo bisogna vedere.

L’Esposito, per non fare scena muta, parla ancora a vanvera.

Franca Leosini: Questo lo può dire solo lei Esposito.

Paolo Esposito: No.

Paolo Esposito ci rivela che Ala Ceoban sa dove si trovano i resti di sua sorella Tatiana e di sua nipote Elena.

Paolo Esposito: Io a questo p… in questo momento non lo posso dire… in questo momento non lo posso dire.

Una risposta esilarante che ci rivela un grosso limite dell’Esposito, il suo errato convincimento di essere più furbo degli altri, eppure una bella musata, come direbbe lui, che avrebbe dovuto incrinare drammaticamente quel suo convincimento, l’ha già presa, si tratta della condanna all’ergastolo per il duplice omicidio.

Franca Leosini: Quando lo dirà?

Paolo Esposito: Non è che non lo posso dire perché non lo voglio dire, perché non lo so… di preciso, ho delle convinzioni ma non ho una certezza e finché non si trovano non ci può essere una certezza. Come sono vive o morte, non lo so, lo voglio sapere anch’io.

L’Esposito continua a parlare a vanvera ma con l’espressione “perché non lo so… di preciso” ci riferisce di essere a conoscenza dei fatti, egli infatti non avrebbe aggiunto “di preciso”“perché non lo so”

Franca Leosini: (…) perché certo Esposito, passare dall’ergastolo a 8 anni di reclusione con precise responsabilità, che oltre che a lei Esposito erano state addebitate anche ad Ala Ceoban, è proprio il caso di dire che per Ala Ceoban, San Gennaro ha fatto ‘u miracolo eh. 

Paolo Esposito: (ride e annuisce)

Franca Leosini: Lei Esposito che dice?

L’Esposito non replica tanto che la Leosini lo invita ad esprimersi. Il suo silenzio sarebbe dovuto bastare alla giornalista.

Paolo Esposito: C’è qualcosa che non va (ride)… ma questo me lo domando dall’epoca. Com’è ‘sta riduzione de pena a lei e a me è rimasto l’ergastolo? Non c’è più la premeditazione, allora perché? Come è stato fatto tutto quanto?… senza una premeditazione?

Con la frase “è stato fatto tutto quanto” l’Esposito fa un preciso riferimento ai fatti.

Franca Leosini: (…) qui stasera (…) c’è da ritenere che moralmente dovrebbe essere presente con pari responsabilità anche Ala Ceoban, che ne pensa lei?

Paolo Esposito: Con pari responsabilità? Questo non è detto, comunque, sì, dovrebbe essere presente. 

“Con pari responsabilità? Questo non è detto” è un’ammissione attraverso la quale Paolo Esposito ci riferisce che Ala Ceoban non ha le sue stesse responsabilità.

Franca Leosini: Cioè, quindi o tutti e due colpevoli o tutti e due non colpevoli.

E’ un’affermazione della Leosini completamente sganciata da ciò che gli ha appena detto l’Esposito in merito alle proprie responsabilità e a quelle di Ala Ceoban.

Paolo Esposito: Mmm… sì, diciamolo.

L’Esposito è come se dicesse “diciamolo insieme perché io da solo non sono capace di dirlo”.

Franca Leosini: Esposito, ancora una volta dove sono Tatiana ed Elena?

L’ennesima domanda che permetterebbe all’Esposito di negare di aver commesso il duplice omicidio.

Paolo Esposito: Lo voglio sapere anch’io, lo voglio sapere anch’io.

Ancora una volta l’Esposito è incapace di negare. E’ incapace di dire “Non lo so, non le ho uccise io” perché mentirebbe.

Paolo Esposito

CONCLUSIONI

In questa intervista non v’è traccia della “disperata” dichiarazione d’innocenza annunciata dalla Leosini, vi è invece la conferma che l’Esposito è l’autore dell’aberrante duplice omicidio di Gradoli.

Dire che Paolo Esposito sia stato evasivo significa minimizzare. I suoi molteplici silenzi sono equiparabili ad ammissioni.

L’Esposito ha dissimulato, ha falsificato, ha mostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità”, non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Tatiana ed Elena e non ha mai affermato di aver detto la verità.

Paolo Esposito non ha mai avuto neanche una parola d’affetto per le vittime, la sua compagna Tatiana e sua figlia Elena, una ragazzina che lo considerava un padre e non ha mai usato le parole “omicidi”, “assassinate”, “uccise”, “ammazzate” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle, uno stress dovuto non al senso di colpa o al rimorso che l’Esposito è incapace di provare ma al timore di venir smascherato.

Nel tentativo di manipolare la giornalista le ha fornito risposte ambigue, equivoche e criptiche, in parole povere ha volutamente parlato a vanvera per lasciare l’interpretazione delle sue risposte alla Leosini e si è poi calato nella parte del “tipo alla buona”, un po’ naive, vittima di inquirenti e giudici. L’Esposito, pur conoscendo la lingua italiana, l’uso della quale sarebbe stato ben più appropriato vista l’occasione unica che gli si era presentata, si è espresso per gran parte dell’intervista in un blando dialetto romano, comprensibile ma rozzo, la sua è stata una scelta precisa dettata dal disprezzo che prova nei confronti del sistema.

Paolo Esposito è un sociopatico e come tale è privo di empatia e di una coscienza morale, per queste sue caratteristiche e per il reato da lui commesso è annoveratile tra i cosiddetti “mostri”.

Di supporto alle conclusioni di questa analisi è una dichiarazione dell’avvocato di Paolo Esposito rilasciata dopo la messa in onda di questa intervista: “Esposito è così, come è apparso in televisione. Uno poco reattivo, Paolo è questo. Un tipo vago, un impreciso. Ma appunto per questo: come fa un personaggio simile ad architettare un duplice delitto di tale stregua, facendo pure sparire i corpi? Gli contestano anche la premeditazione, venuta invece meno per Ala”.

Questo articolo è stato pubblicato su Le cronache Lucane.

Omicidio di Michele Cangialosi: analisi di alcuni degli stralci incriminanti dell’intervista rilasciata da Celeste Saieva a Franca Leosini

Celeste Saieva

Sciacca. Nella notte tra il 20 e il 21 aprile 2009, Nicola Piazza, 23 anni, Paolo Naro, 20 anni, e Giuseppe Bono, 15 anni, dopo che Celeste Saieva, 23 anni, li aveva fatti entrare in casa propria, uccisero suo marito, Michele Cangialosi, 35 anni, manovale, tentando prima di strangolarlo nel sonno con un filo metallico e una volta fuori casa colpendolo con una pietra.

Nel 2012, Nicola Piazza, Paolo Naro e Celeste Saieva sono stati condannati con sentenza definitiva  a 30 anni di reclusione. Giuseppe Bono, minorenne all’epoca dei fatti, a 9 anni e 4 mesi.

Proprio il giovane Giuseppe Bono confessò l’omicidio e condusse gli inquirenti sul luogo dell’occultamento del cadavere del Cangialosi, un terreno di proprietà del padre del Piazza, e fece arrestare i suoi complici. Al momento del ritrovamento il cadavere era avvolto in un lenzuolo, indossava i pantaloni del pigiama e il filo metallico usato per strangolarlo gli serrava ancora il collo.

A sei anni dai fatti, Celesta Saieva, mentre si trovava nel carcere di Bollate, Milano, ha rilasciato un’intervista a Franca Leosini, da quell’intervista sono tratti i seguenti stralci che ho analizzato.

Poiché Franca Leosini ha affermato che Celeste Saieva sostiene di essere innocente, l’analisi si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un  innocente dica e ciò che la Saieva dice, expected versus unexpected.

 In poche parole, ci aspettiamo che la Saieva:

  1. mostri di possedere  il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver ucciso suo marito, 

ovvero, dica queste due semplici frasi: “io non ho ucciso mio marito” e “ho detto la verità”.

Franca Leosini: (…) il 21 aprile del 2009 scompare suo marito, Michele Cangialosi, e con lei vorrei ricostruire anzitutto le ore che hanno preceduto la scomparsa di suo marito e faccio riferimento alla sera precedente, al 20 aprile sera, lei ha raccontato agli inquirenti che quella sera lei e Michele, come sempre, avevate litigato violentemente (…) e poi lei ricorda com’è proseguita la serata?

Celeste Saieva: E poi io non ho neanche dormito nel letto con lui, sono andata a dormire in cameretta con i miei figli.

Si noti che la Saieva non dice “siamo andati a dormire” ma, nel tentativo di crearsi un alibi per la notte dell’omicidio, anticipando una eventuale domanda, va subito al punto e afferma, “io non ho neanche dormito nel letto con lui”. Si faccia caso all’uso dell’avverbio “neanche” con il quale la Saieva intende sottolineare il fatto da lei riferito per rafforzarlo ottenendo però l’effetto contrario, proprio l’uso dell’avverbio non solo segnala una sensitività ma anche un bisogno di convincere che ci rivela che Celeste Saieva non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità”.

Si noti che la Saieva quando si riferisce al marito prende le distanze, infatti non dice “Michele” o “mio marito” ma “lui”. 

Franca Leosini: A che ora è andato a letto Michele?

Celeste Saieva: Non mm…saranno state le 10, 10 e mezzo, perché era quello l’orario.

Si noti il riferimento alla routine in questa risposta, la Saieva non dice “è andato a letto alle 10” ma in primis sembra voler dire di non ricordare e poi finisce per riferire un orario approssimativo pescato tra le abitudini della vittima.

Franca Leosini: L’indomani mattina quando lei si sveglia, Celeste, quando si alza, ecco, suo marito dov’è? E’ ancora a letto? E’ sveglio? E’ in piedi? Che ricordi ha?

Celeste Saieva: E’ sveglio… è svegliooo co… come ogni mattina… faceva il suo… il suo caffè, io non amo fare il caffè quindi io non… e io gli dissi come… come dovevamo organizzarci perché avevamo soltanto una macchina che a me serviva… per portare i bambini a scuola e lui quel giorno aveva… un’udienza pre… presso il tribunaleee… il giudice di pace, per un’aggressione che aveva subito lui, sì, quindi doveva andar lì che eraa… poco distante da dove… da dove abitavamo, allora gli dissi “Dico, guarda già che lascio i bambini a scuola ti do… ti do un passaggio” (…).

Le pause, le ripetizioni, l’autocensura sulla frase superflua io non amo fare il caffè quindi io non…” rivelano che la domanda è sensitiva, che la Saieva è in difficoltà.

In questa risposta, ancora una volta la Saieva fa riferimento alle abitudini del marito quando dice “come ogni mattina… faceva il suo… il suo caffè”.

Fare riferimento alla routine è un escamotage usato da chi non dice il vero per evitare di falsificare relativamente ai fatti del giorno sul quale viene sentito.

Franca Leosini: Lei e Nicola sapevate che, per la scomparsa di suo marito, polizia e carabinieri stavano indagando precipuamente su di voi?

Celeste Saieva: Assolutamente no.

Franca Leosini: E’ per questo che continuavate a vedervi tranquillamente, a farvi vedere in giro? 

Celeste Saieva: (fa cenno di sì col capo) 

Franca Leosini: E’ per questo che continuavate a parlare a straparlare sul cellulare?

Celeste Saieva: (fa cenno di sì col capo) Cioé, poi, vedi, è un controsenso perché se… come… come è stato detto, ipotizziamo, no?, che realmente io e Piazza abbiamo fatto una cosa del genere e poi ci… ci perdiamo in telefonate dove diciamo la qualunque… cioè… parliamo della qualunque.

Si noti che la Saieva si esprime con parole proprie, che non ripete a pappagallo le parole della Leosini quando afferma “realmente io e Piazza abbiamo fatto una cosa del genere”, pertanto la sua è da ritenersi un’ammissione tra le righe (Embedded Admission).

Si noti che Celeste Saieva, per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’usare termini come “ucciso”, “ammazzato”, si riferisce all’omicidio come ad “una cosa del genere” e per questo stesso motivo evita di fare il nome della vittima.

Franca Leosini: Eh, difatti avete parlato, straparlato, il cellulare è stato uno dei grandi nemici.

Celeste Saieva: Sì, ma questo voglio dire, le intercettazioni stesse dimostrano che… cioè, non sapevamo niente.

“non sapevamo niente” non è una negazione credibile. La Saieva non riesce a dire “noi non abbiamo ucciso il Cangialosi” e non saremo noi a dirlo per lei.

Franca Leosini:  (…) Celeste, l’avete ucciso voi Michele Cangialosi?

Celeste Saieva: No… no… inoltre… eh… è praticamente da… da quando è successo tutto quanto che aspetto… la… il mio momento, e questo è il mio momento (…)

“No” è una buona risposta quando non viene indebolita, come in questo caso, da una tirata oratoria che purtroppo sembra essere stata tagliata da chi ha montato l’intervista.

Si noti che Celeste Saieva, per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’usare termini come “ucciso”, “ammazzato”, invece di dire “da quando Michele è stato ammazzato” dice “da quando è successo tutto quanto” e per lo stesso motivo evita di fare il nome della vittima.

Celeste Saieva: (…) l’incidente probatorio, è questo che ho sempre fisso nella mente, è questo che ogni mattina mi… quando mi sveglio mi… mi provoca rabbia perché questo ragazzino (Giuseppe Bono) ha detto testualmente ed è agli atti, cioè: “Mi è stato detto di dire che la Saieva lo ha narcotizzato”. Non ha mai detto: “La Saieva l’ha ucciso”. “Mi è stato detto di dire che la Saieva…”, già “Mi è stato detto di dire” non va bene. L’esame autoptico rivela che non c’è nessuna traccia dii sonnifero o comunque non è né stato… non è stato accertato ma neanche smentito (…).

La Saieva ci tiene a chiarire di che cosa sia stata accusata dal Bono e conclude la sua risposta con un finale quantomeno interessante quando afferma che ciò che ha riferito il testimone che l’ha accusata di aver narcotizzato il marito non è stato “neanche smentito”.

I tabuli telefonici rivelarono agli inquirenti che erano intercorse alcune telefonate tra Nicola Piazza e Celeste Saieva tra le 20.00 e le 22.43 del 20 aprile, che alle 3.19 la Saieva aveva ricevuto una breve telefonata da una cabina telefonica e che i due si erano parlati per ben 35 minuti dalle 6.58 in poi del 21 aprile.

Franca Leosini: (…) Cosa avevate da dirvi voi alle sei del mattino?

Celeste Saieva: Metterci d’accordo dove vederci, cosa fare, cosa non fare… come era solito fare perché… le telefonate delle… dalle 7 del mattino in poi, ci sono sempre state (…).

Perché due soggetti estranei all’omicidio, poche ore dopo i fatti, avrebbero dovuto mettersi d’accordo su “cosa non fare”?

“come era solito fare” è l’ennesimo riferimento alla routine.

Franca Leosini: (…) i giudici, consapevoli di quanto fosse geloso, anche burrascoso suo marito, hanno ritenuto strano che lei, Celeste, parlasse ripetutamente con Nicola Piazza e parlasse così a lungo nelle ore in cui suo marito era ancora a casa, perché avrebbe potuto sentirla, avrebbe potuto accorgersene, lei che risposta ha dato su questo?

Purtroppo la Leosini chiede a Celeste che risposta avesse dato e non come fosse riuscita a fare quella lunga telefonata senza insospettire il marito.

Celeste Saieva: Io ho risposto che abitavo al piano terra, ci stava un attimo ad uscire e ad allontanarmi. Non è poi così… impossibile.

La Saieva risponde alla domanda riferendo che cosa disse agli inquirenti non come fece a non farsi scoprire dal marito. E poi con la frase Non è poi così…  impossibile” lascia intendere che i fatti non andarono in quel modo.

Franca Leosini: Non è impossibile, un po’ avventuroso è, insomma.

Celeste Saieva: Sì, sì, ma è tutto avventuroso lì.

Franca Leosini: (…) dopo il ritrovamento di Michele (…) ognuna di queste persone che va a testimoniare dice di aver saputo da subito dell’omicidio di suo marito ma di aver taciuto per la serie “io mi faccio i fatti miei se la vedano gli inquirenti se c’arrivano”.

Celeste Saieva: Poi lì mi viene da dire, da aggiungere, qualora fosse vero, allora queste persone sono colpevoli tanto quanto me perché lo sapevano, è tutto lì, capisci quello che voglio dire?

“allora queste persone sono colpevoli tanto quanto me perché lo sapevano” è un’ammissione, Celeste ci riferisce che è colpevole e che sapeva.

Celeste Saieva: (…) sono stata penalizzata non una volta, due volte, una dall’uomo che amavo con cui ho messo al mondo due figli e la seconda dalle persone che hanno emesso una condanna di 30 anni (…) alla fine cosa mi resta, quindi chi è realmente la vittima e chi è il carnefice? (…) 

“quindi chi è realmente la vittima e chi è il carnefice?” è un’altra ammissione tra le righe.

Celeste Saieva: (…) io son lì da sola e vado avanti però ho bisogno di di sapere, di credere che in qualche modo ci sia un barlume di luce, di speranza perché veramente è incredibile, cioè io trent’anni mi… mi vengono i brividi. Trent’anni a dei ragazzini. Ammesso e non concesso tutto quanto, volete un colpevole? Non il colpevole, attenzione. Prendi in considerazione tutto, tutto, non guardare la Saieva che è stata definita come la mantide religiosa che… capace di ammaliare gli uomini, io se devo definirmi con 3 parole: non sono una persona cattiva che porta odio e rancore, sono una persona fin troppo tranquilla, amo la vita nonostante sono in queste quattro mura, io la amo la vita, vivo di musica perché mi aiuta… a spaziare con la mente, cioè io non porto rancore, non ho odio, io vorrei solo capire qual’è la… la… la prova regina, cioè la prova provata che dica: la Saieva ha ucciso il marito, non mi basta il Bono che dice… ehm…  piuttosto che quello… quell’alt… non… non p… non mi basta, non è una giustif… cioè non mi può bastare. (…) E non… non mi… non può bastare, né a me né a Piazza non può bastare, cioè trent’anni signori son trent’anni… attenzione.

Si noti che la Saieva non dice “Trent’anni a degli innocenti” ma “Trent’anni a dei ragazzini”, in poche parole non si lamenta del fatto che sia stata riconosciuta la colpevolezza sua e dei suoi complici ma critica semplicemente l’entità della pena.

Attraverso la frase “Ammesso e non concesso tutto quanto” la Saieva lascia intendere che potrebbe aver commesso l’omicidio.

Celeste Saieva, invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso il marito, mostra di avere il bisogno di rappresentarsi come un “good guy”, un bisogno che hanno solo i “bad guy”. 

“la Saieva ha ucciso il marito” è un’altra ammissione tra le righe.

Celeste Saieva: Vedi, adesso, a distanza di 6 anni, iooo sono convinta di una cosa, che se vengaa… che se il processo fosse stato fatto in modo diverso, magari, anzi senza il magari, senza usare il rito abbreviato, fare il dibattimento, sarebbe andata diversamente e adesso so che tantissima gente vedrà questa intervista ma siamo io e te, occhi negli occhi e ti dico, che senso avrebbe me… mentire adesso che mi sono persa gli anni migliori della mia vita, che i miei figli sono grandi e mi chiamano per nome, che i miei genitori stanno invecchiando e io non m… me li posso godere, non me li sono potute godere da ragazzina e neanche adesso che senso ha mentire e dirti: “No, non sono stata io”, sarebbe più facile e più giusto e più sensato prendersi le proprie colpe e dire “Sì sono stata io, mia culpa (leggi “mea culpa”), mi dispiace, ho sbagliato”, ma non è così e credimi, me ne sbatto di chi crede e di chi non ci crede ma non ho mai neanche minimamente pensato di fargli del male, mai, guai anzi se qualcuno osava toccarlo, guai chi me lo toccava perché lui era mio marito, era il padre dei miei figli, sì, mi ha fatto del male ma n… ripeto non… non… non avrebbe più senso dire… dire ‘na bugia, ‘na fesseria perché? la verità è una: “Non sono stata io”.

Si noti che quando la Saieva dice “Vedi, adesso, a distanza di 6 anni, iooo sono convinta di una cosa, che se vengaa… che se il processo fosse stato fatto in modo diverso, magari, anzi senza il magari, senza usare il rito abbreviato, fare il dibattimento, sarebbe andata diversamente” non può che fare riferimento all’entità della pena e non al riconoscimento delle responsabilità.

E’ stata brava la Leosini a non interrompere la Saieva, dalle tirate oratorie si possono estrapolare informazioni importanti ma soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso. 

“che senso avrebbe me… mentire adesso (…) che senso ha mentire e dirti: “No, non sono stata io”, sarebbe più facile e più giusto e più sensato prendersi le proprie colpe e dire “Sì sono stata io, mia culpa (leggi “mea culpa”), mi dispiace, ho sbagliato” è uno stralcio incriminante che di più non si può. In poche parole la Saieva dice alla Leosini che se negasse di aver commesso l’omicidio mentirebbe e che “sarebbe più facile e più giusto e più sensato prendersi le proprie colpe e dire “Sì sono stata io, mia culpa (leggi “mea culpa”), mi dispiace, ho sbagliato”. La Saieva, dopo essersi incartata, aggiunge un debole “ma non è così” e poi continua dicendo “non avrebbe più senso dire… dire ‘na bugia, ‘na fesseria perché?” riferendoci che ha mentito in precedenza e poiché continua a dire le stesse cose, evidentemente continua a mentire.

“non ho mai neanche minimamente pensato di fargli del male, mai” non è una negazione credibile.

“io non ho ucciso mio marito” sarebbe stata una negazione credibile. Celeste non è capace di mentire su questo punto e spera che siano gli altri ad interpretare le sue parole. Con l’uso dell’avverbio “mai” la Saieva non fa riferimento ad un momento preciso ma ad un lasso di tempo indeterminato. Riferirsi all’omicidio del Cangialosi con “fargli del male” è un modo di minimizzare.

A distanza di 6 anni dai fatti, Celeste Saieva fa ricorso ad una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’uso di termini come “ucciso”, “ammazzato” e per questo stesso motivo evita di fare il nome della vittima.

Non sono stata io” non è una negazione credibile.

CONCLUSIONI

Celeste Saieva

  1. ha dissimulato;
  2. ha falsificato; 
  3. non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso suo marito, Michele Cangialosi;
  4. non ha mai affermato di aver detto la verità;
  5. ha preso le distanze dalla vittima non facendo mai il suo nome;
  6. ha dimostrato di non possedere il cosiddetto “muro della verità”;
  7. ha sfornato frasi che suonano come negazioni ma che in realtà non lo sono per indurre il pubblico a trarre conclusioni che a lei fanno comodo;
  8. ma soprattutto ha fatto una serie di ammissioni incriminanti.

Celeste Saieva non è vittima di un errore giudiziario. 

Durante l’intervista la Saieva ha mostrato di essere una manipolatrice, l’omicidio del marito è stato premeditato e non una reazione alle violenze che dice di aver subito e che probabilmente subiva, Celeste avrebbe avuto un’altra via d’uscita che non ha preso in considerazione perché è una ragazza disturbata.

Purtroppo Celeste Saieva, a 6 anni dai fatti, non aveva fatto neanche un passo avanti rispetto all’epoca dell’omicidio (2009).

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane.

Analysis of some excerpts from Paul Hemming’s interview with police

Paul and Natalie Hemming

Buckinghamshire, UK. On May 1, 2016, Paul Hemming killed his wife Natalie in the family home in Milton Keynes while their three children were asleep and then dumped her naked body in woodland 30 miles away. At his trial, Hemming admitted manslaughter but denied murder. He was convicted of murder in November 2016 and handed a life sentence with a minimum term of 20 years behind bars.

Here some excerpts from Paul Hemming’s interview with police:

What we look for in this interview is for Paul Hemming to issue a reliable denial, to say “I didn’t kill my wife Natalie” not simply parroting back the interviewer’s words but in the free editing process and we look for him to show the protection of the “wall of truth”.

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything. 

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

Detective: The children don’t have a grave to visit. Her mother doesn’t have a grave to visit and we believe that the only person who does know where her body lies right now is you. So we will ask you a final time. What account or explanation can you give as to why she has disappeared and is presumed dead?

This question is good to allow Paul Hemming to say “I didn’t kill my wife Natalie”, “I don’t know where her body lies and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”.

A reliable denial has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb “did not” or “didn’t”
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“I did not kill my wife Natalie” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it would more than 99% likely to be true.

 A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

Paul Hemming: I have not killed Natalie. I have not hurt Natalie. I did tell you this in the previous interview. There are four people that are very important to me in this world, Natalie is one of those people. You just mentioned the other three as well, my children. All four of those people are very  very important to me. I did not hurt her. I had no intention of hurting her and I certainly did not kill her and I have given you the truth as to what happened in the house on the Sunday. I have told you why the car was on the drive yet I see in none of your statements you’ve asked anybody, including my children, if they knew the car was broken or if the car had a problem and if mum wanted me to fix it. Since Sunday I have spent every hour with my children except the day they went to school.

Note that Paul Hemming is unable to say “I didn’t kill my wife Natalie” which was expected.

“I have not killed Natalie” is an unreliable denial. Hemming substituted “didn’t” with “have not” violating component two of a reliable denial. 

“I have not hurt Natalie” is an unreliable denial. Hemming substituted “didn’t” with “have not” violating component two of a reliable denial and substituted “kill” with the softer “hurt” violating component three of a reliable denial. 

“I did tell you this in the previous interview”, to repeat something doesn’t make it the truth.

“There are four people that are very important to me in this world, Natalie is one of those people. You just mentioned the other three as well, my children. All four of those people are very very important to me”, this is unnecessary to say and unexpected and show a need to convince that innocent people don’t have.

“I did not hurt her” is an unreliable denial. Hemming substituted “kill” with the softer “hurt” violating component three of a reliable denial. 

“I had no intention of hurting her” is an unreliable denial that open to the possibility that he did hurt her.

In the sentence “and I certainly did not kill her” the use of “certainly” not only confirms that he did hurt her but open to the possibility that she was still alive when he disposed of her in woodland.

The vague “and I have given you the truth as to what happened in the house on the Sunday” is an unreliable denial. Sunday when?

“Since Sunday I have spent every hour with my children except the day they went to school” is an attempt to sell himself as a good father, this is the “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis.

Detective: Can you see the picture that we have built and the concern that we have?

Paul Hemming: First I’m very concern about Natalie as well.  

Detective: You don’t seem very upset.

Paul Hemming: Its been like a thought though time here and my mind is… like… in my heart I know she’s not dead, in my heart I know that. I wish Natalie would walk through the door but I cannot make miracles happen.

Note that to avoid a direct lie he says that he knows “in his heart that she’s not dead”, only in his heart not in the reality.  

“I wish Natalie would walk through the door but I cannot make miracles happen” is an incriminating sentence and is in contradiction with what he just said.

Moreover “I wish Natalie would walk through the door” is probably true and it’s due to the stressful position he is right now.

Detective: On the evening of Sunday May the first, 2016, Natalie Hemming went missing we are now five days past and nobody have seen her or heard from her, you were the last person to see her alive, you said that Natalie returned home on Sunday and disclosed you she was raped, “Oh my God, amazing”, she texted her friend back on that Sunday morning, “We had sex three times”, we say those are not the words of a lady who has been raped, we say that (inaudible) worry to be out with a guy from work you knew fancied her, we say that is ok to her on that Sunday night when she returned home and you found out she had sex with another man and you killed her, do you have anything to say?

Please note that the detective says “you killed her” but doesn’t make any reference to the disposal of Natalie’s body or to the cleaning of the house.

Paul Hemming: What you’re saying is that I have killed my partner, I have disposed of her body, I have tidied the house, made it look pristine, managed to cook them dinner, and many more things without them knowing.

Please note that when Hemming says “I have disposed of her body, I have tidied the house, made it look pristine, managed to cook them dinner, and many more things” he is not parroting anybody’s words, these are simply beautiful embedded admissions.

Paul Hemming: It’s exactly what we’re saying.

Paul Hemming: Impossible.

This is true, the night of the murder, one of the child woke up because the noise, went downstairs and saw his father Paul Hemming scrubbing the floor in the living room while his mum’s body was wrapped in a rug.

ANALYSIS CONCLUSION

Deception indicated.

Paul Hemming was unable to issue a reliable denial instead he made some incriminating admissions.

He has guilty knowledge of what happened to his wife Natalie.

Omicidio di Lucia Manca: Renzo Dekleva, da millantatore ad assassino

Lucia Manca e il luogo del ritrovamento dei suoi resti

Il 6 ottobre 2011, a Cogollo del Cengio (Vicenza), ai piedi del ponte Sant’Agata che passa sopra il torrente Astico, durante un intervento di pulizia effettuato nell’imminenza di una corsa podistica, alcuni dipendenti comunali hanno trovato i resti di Lucia Manca, 52 anni; la donna, che lavorava come impiegata in una banca di Marcon (Venezia), era stata vista dai colleghi e ripresa dalle telecamere di sorveglianza mentre, alle 17.00 del 6 luglio 2011, usciva dalla banca di Treviso dove lavorava e saliva sull’auto del marito, Renzo Dekleva (02/05/58). 

Cogollo del Cengio si trova sulla strada che da Mestre porta a Folgaria, dove Renzo Dekleva possiede uno chalet.

L’assenza di fratture e la collocazione dei resti, ormai scheletrizzati e mummificati, hanno permesso al medico legale di escludere che la Manca si fosse gettata dal ponte per suicidarsi.

Al momento della sua morte Lucia Manca indossava soltanto una lunga Lacoste nera e gli slip, non sono state ritrovate calzature sul luogo di rinvenimento del cadavere, ciò ha permesso di inferire che la donna era stata uccisa in casa la sera del 6 luglio dopo essere rientrata dal lavoro ed essersi cambiata gli abiti. Poiché il corpo di Lucia è stato trovato a molti chilometri da Marcon e coperto “da una grande quantità di rami di Prunus laurocerasus tagliati di netto, specie non presente nelle vicinanze del punto di ritrovamento, non poteva che essere stato trasportato lì per essere occultato.

Per l’omicidio di Lucia Manca, il 31 gennaio 2012, è stato arrestato il marito, Renzo Dekleva che, il 16 settembre 2015, è stato condannato in via definitiva a diciannove anni e otto mesi dalla corte Suprema di Cassazione di Roma.

Renzo Dekleva

All’indomani della scomparsa di Lucia Manca il giornalista Nicola Endimioni aveva intervistato  Renzo Dekleva:

Nicola Endimioni: La sera precedente voi siete stati…

Renzo Dekleva: Guardi, tranquilli, ave… avevamo ricevuto delle telefonate, diciamo, gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla.

Quando Dekleva riferisce che “gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla” lascia intendere che in precedenza non lo fosse.

Nicola Endimioni: Era tranquilla.

Renzo Dekleva: Sì, era tranquilla.

Nicola Endimioni: La sera precedente siete stati tranquilli qua a casa?

Renzo Dekleva: Tranquilli, sono andato a prendere la pizza, abbiamo mangiato la pizza tranquillamente.

In questa breve conversazione Dekleva dice 2 volte “tranquilli”, 2 volte “tranquilla” e una volta “tranquillamente” mostrando un bisogno di convincere che sua moglie fosse “tranquilla” che lascia supporre l’esatto contrario.

Il 12 luglio 2011, Renzo Dekleva aveva dichiarato a Nicola Endimioni:

Renzo Dekleva: Io voglio solo che ci sia mia moglie, voglio che ci sia mia moglie perché mia moglie non può aver fatto una cosa del genere, io voglio mia moglie, io voglio mia moglie, sono 30 anni che siamo assieme, 30 anni, dal 77 che la conosco, dall’88 che siam sposati, le dico solo questo, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni e allora voglio che torni mia moglie, scusatemi ma… scusatemi ma…

In Colorado (USA) Christopher Watts, 33 anni, il 19 novembre scorso è stato condannato al carcere a vita per il triplice omicidio di sua moglie Shannan, 34 anni, e delle loro due figlie Bella, 4 anni, e Celeste, 3 anni e per interruzione di gravidanza in quanto la moglie era incinta, fatti commessi nell’agosto 2018. Durante una lunga intervista rilasciata all’emittente Denver7 prima del ritrovamento dei corpi, Watts ha ripetuto come un mantra la frase “I just want them back, I just… I just want them to come back” (voglio solo che tornino), la stessa frase pronunciata dopo l’omicidio e prima del ritrovamento del cadavere della moglie da Renzo Dekleva (“voglio che torni mia moglie”) e dettata dalla posizione stressante in cui Chris Watts versava.

E’ pertanto probabile che Dekleva volesse davvero che tornasse la moglie, che si fosse egoisticamente pentito di averla uccisa perché sapeva di aver commesso molti errori e di avere le ore contate.

Alla giornalista Paola Grauso, Renzo Dekleva aveva detto:

Paola Grauso: Lei conferma che mercoledì 7 la signora se ne è andata di casa alle 6 e mezzo?

Renzo Dekleva: 6 e 40, sì.

Paola Grauso: 6 e 40, per prender questo pullman e poi vabbè non si è saputo più niente.

Renzo Dekleva: No, no… non l’ha preso il pullman, ormai è assodato che i pullman non li ha presi.

Sono 2 i pullman che Lucia Manca doveva prendere per raggiungere la banca di Treviso dove lavorava da Marcon.

Paola Grauso: Quindi è scomparsa in quei pochi metri che separano casa sua dalla fermata?!

Renzo Dekleva: Esatto, esatto.

Paola Grauso: Ecco, la sera prima era ritornata a casa con lei perché era andato a prenderla al lavoro, giusto?

Renzo Dekleva: Eh, sono uscito 2 ore, sono rientrato a mezzanotte e mezza e lei stava stava già dormendo. La mattina lei si è svegliata presto, però solo che quella mattina lììì aveva detto “Io prendo l’autobus”.

Dekleva non risponde a tono alla Grauso ma le dice di essere “uscito 2 ore”. In realtà uscì alle 9.40 del 6 luglio e rientrò verso le 5.15 del giorno successivo.

Paola Grauso: Quindi praticamente lei l’è andata a prendere il giorno prima alla filiale, l’ha portata a casa e poi dopo è uscito.

Renzo Dekleva: Sì, sì, sì, sì.

Paola Grauso: Ma avete cenato insieme oppure no?

Renzo Dekleva: No, lei ha mangiato… lei ha mangiato una pizza, sì, abbiamo mangiato insieme però lei ha mangiato la pizza e io dopo sono andato subito via perché sono andato prima dai miei genitori e poi sono andato… son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte.

Dekleva quella sera non cenò, “No, lei ha mangiato”.

Ancora una volta il Dekleva previene la domanda della giornalista in merito ai suoi movimenti di quella sera affermando di essere uscito “subito”, di essere “andato prima dai genitori” e poi di essere uscito “per motivi di lavoro, per delle commissioni”. Infine afferma di essere stato fuori casa “dalle otto a mezzanotte”. In realtà uscì alle 9.40 del 6 luglio e rientrò verso le 5.15 del giorno successivo.

Paola Grauso: Tra voi le cose andavano bene?

Renzo Dekleva: Tra noi andavano bene ma normalmente ci sono litigi, in quel periodo c’era un momento un po’ così di litigi ma cose… dopo 25 anni di matrimonio sono cose normali.

Renzo Dekleva: Non è andata via per i fatti suoi, questo è poco ma sicuro, l’unica… l’unica che ho pensato: Ma è uscita con qualche macchina, con qualcuno, non… non lo so ma è solo un’ipotesi e io ho sempre detto non… se nessuno l’ha vista e non ha preso gli autobus, certo volata per aria non può essere, quindi davanti al parcheggio lì deve essereee successo qualche cosa, è montata in macchina con qualcuno, in macchina, su un furgone, in moto, non lo so.

Dopo il servizio di Chi l’ha visto?, alla giornalista Paola Grauso, Renzo Dekleva aveva detto:

Renzo Dekleva: Oggi ho letto sul gazzettino anche un altro orario, un orario completamente sbagliato.

Renzo Dekleva: Avete… avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Lei mi ha detto che è uscito dalle otto alle ventiquattro.

La Grauso ha ragione, Dekleva gli aveva riferito: “son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte”.

Renzo Dekleva: No, sbagliato.

Paola Grauso: L’ha detto lei, guardi.

Renzo Dekleva: Sbagliato, sbagliato.

Renzo Dekleva: I carabinieri hanno un altro orario.

Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte ma le riferisce soltanto che “I carabinieri hanno un altro orario”.

Paola Grauso: Dalle dieci alle ventiquattro?!

Renzo Dekleva: No, sbagliato anche quello. I carabinieri hanno detto un… avete detto degli errori, mia moglie non era a Treviso da quel… da quel… da quel… da un anno e mezzo, le… i vestiti li sapevo esattamente, i carabinieri sanno esattamente…

Renzo Dekleva: Avete raccontato 3, 4 palle, la signora Sciarelli… volevo intervenire quella sera perché avete raccontato delle palle, avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Allora spieghiamoci così possiamo…

Renzo Dekleva: No, i carabinieri lo sanno, io mi fido dei carabinieri, avete raccontato delle palle in televisione.

Dicendo “io mi fido dei carabinieri”, Dekleva tenta di collocarsi dalla parte dei “good guys”.

Paola Grauso: Abbiamo riportato esattamente quello che lei ha detto.

Renzo Dekleva: No, no, perché il verbale dei carabinieri è diverso, il verbale de…

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma le riferisce soltanto che “il verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Sono le sue parole, che ha detto a me al telefono.

Renzo Dekleva: Ma nel verbale dei carabinieri è diverso, io ce l’ho.

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma afferma “Ma nel verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Lei ha detto che è uscito quella sera, invece il fratello sa che…

Renzo Dekleva: Ma io ho una denuncia, ho una denuncia, ho una denuncia fatta, ho una denuncia, avete raccontato 3, 4 palle, ho le prove. Oggi… poi…

Paola Grauso: Ho le prove che lei l’ha detto, però, comunque lei è uscito quella sera e invece i fratelli…

Renzo Dekleva: Sì, ma hanno verificato dove sono andato.

Paola Grauso:… sapevano… sapevano che invece non era uscito, come mai ha cambiato questa versione?

Renzo Dekleva: Noo, I suoi fratelli lo sanno.

Paola Grauso: No, non l’hanno mai saputo, quando gliel’ho detto erano molto sorpresi.

Renzo Dekleva: Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Avete raccontato delle palle perché c’ho un verbale che… ce l’ho qui a casa di cui ho documentato tutto.

Paola Grauso: Perché non raccontiamo bene questa cosa insieme?

Renzo Dekleva: Noo…

Renzo Dekleva: Io ho detto cosa aveva più o meno addosso, la camicia bianca non l’ho mai detto, l’ho letto dappertutto ma non è vero, non mi risulta che fosse una camicia proprio bianca però eee i pantaloni beige e i sandali lo so perchééé quelli erano fuori, non ce ne sono più.

Durante le indagini per la scomparsa di Lucia Manca, gli inquirenti hanno scoperto che:

  1. il marito Renzo Dekleva aveva un’amante, tale Patrizia B., segretaria in uno studio medico, che frequentava dal dicembre 2010 e alla quale aveva raccontato di essere separato e che la ex moglie viveva e lavorava a Milano;
  2. l’11 giugno 2011, la Manca, in seguito ad una telefonata al marito, che si trovava a Folgaria, aveva capito che l’uomo non era solo nello chalet di famiglia ma in compagnia di una donna (Patrizia B.); 
  3. Lucia Manca aveva chiesto ad un’avvocatessa un consiglio in merito ad una lettera da inviare al marito nella quale gli avrebbe prospettato una eventuale separazione;
  4. il 3 luglio 2011, Lucia aveva telefonato a Patrizia B. dicendole di essere la moglie di Dekleva ma le due donne non si erano chiarite in quanto la linea era poi caduta;
  5. Lucia Manca aveva telefonato alla proprietaria di un ristorante per informarsi sui movimenti e sulle compagnie del marito in specie relativamente ad una cena;
  6. l’analisi dei tabulati del telefono fisso installato nella casa dei Dekleva ha permesso di appurare che la sera del 6 luglio 2011 dalla suddetta abitazione partirono due chiamate verso l’utenza di Patrizia B., rispettivamente alle ore 20.12 e alle ore 20.32, la prima telefonata si interruppe prima che Patrizia B. potesse rispondere mentre con la seconda il Dekleva annunciò a Patrizia che sarebbe arrivato in ritardo;
  7. la sorella della vittima, Fiorenza Manca, la sera del 6 luglio 2011, alle 21.30 chiamò Lucia a casa senza ricevere risposta;
  8. Renzo Dekleva percorse il tratto autostradale tra Mestre-Villabona e Piovene Rocchette nelle prime ore del 7 luglio 2011 e uscì alle ore 2.27.55 dal casello di Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri da Cogollo del Cengio, luogo del ritrovamento dei resti della Manca;
  9. un’impronta digitale corrispondente all’indice della mano sinistra del Dekleva è stata repertata sul biglietto autostradale n. 968 relativo al tratto autostradale percorso da Renzo Dekleva nelle prime ore del mattino del 7 luglio;
  10. il Dekleva una volta avvisato dai colleghi di Lucia che il 7 luglio la donna non si era presentata al lavoro aveva detto agli stessi che si sarebbe recato subito a casa ed avrebbe interpellato gli ospedali più vicini. Dai successivi accertamenti emergeva che non aveva invece effettuato alcuna chiamata, ai presidi ospedalieri e che solo nella seconda, parte del pomeriggio, su insistenza anche di M. G. S., aveva denunciato la scomparsa della moglie, tacendo, peraltro, l’esistenza di dissapori e la ragione degli stessi;
  11. il Dekleva aveva taciuto per circa una settimana sia a Patrizia B. che ad una loro amica comune, S. P., la scomparsa della moglie;
  12. il 25 novembre, mentre il Dekleva si trovava nella sua auto aveva detto: “La verità è peggio… molto peggio ancora più di prima, adesso ci sei dentro, la cosa non doveva finire così” e “E’ omicidio… il mio è omicidio”.
  13. il Dekleva aveva falsificato un verbale di denuncia di scomparsa della moglie da far leggere a Patrizia B.;
  14. Renzo Dekleva, di professione informatore scientifico del farmaco, per più di 25 anni aveva millantato una laurea in Medicina e Chirurgia. Dekleva non solo aveva raccontato di essersi laureato in Medicina ma aveva usato il titolo di dottore sui biglietti da visita e sulla carta d’identità aveva fatto scrivere di essere MEDICO.

il biglietto da visita di Renzo Dekleva con il falso titolo di “dott.”

la carta d’identità di Renzo Dekleva con la falsa attestazione relativa alla professione di MEDICO

Renzo Dekleva è un soggetto pericoloso perché, come tutti i millantatori, è capace di falsificare. Il Dekleva, prima di uccidere sua moglie Lucia, ha mentito per più di 25 anni sui suoi titoli di studio. Gli impostori come lui sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici, istrionici e antisociali.

I millantatori, dietro la corazza di menzogne attraverso le quali si decorano, celano una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati, ciò che li frega, ad un certo punto della loro “carriera” di bugiardi, è un’illusione di impunità che maturano dopo che per anni sono riusciti a farla franca.

Nel 2013, proprio per aver millantato un titolo universitario, Renzo Dekleva ha subito una condanna per Falso Ideologico in atto pubblico.

Patrizia B., la donna che frequentava Renzo Dekleva, che peraltro lo conosceva come Lorenzo Dekleva ed era all’oscuro che fosse ancora sposato e vivesse a Marcon con la moglie Lucia, si è lasciata intervistare dai giornalisti ma soprattutto ha tenuto un comportamento encomiabile con gli inquirenti.

Al giornalista Nicola Endimioni, riguardo al 6 luglio 2011, giorno dell’omicidio di Lucia Manca, Patrizia B. ha raccontato:

Patrizia B.: Quando lui arriva, io già ero sul posto, lui arriva in ritardo ancora rispetto al ritardo che aveva detto di fare e, niente, si scusa e mi dice anche che è un po’ così, in disordine, perché non è riuscito a passare per casa perché appunto aveva fatto tardi con i genitori, che non era riuscito a passare per casa a farsi la doccia per poi uscire e venire con me, era molto trasandato e anche un po’ maleodorante, come trafelato, sudato e poi aveva un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata, difatti io gli avevo anche chiesto se andava bene tutto, cos’era successo? e lui mi aveva detto che si era arrabbiato con i suoi perché appunto, come sempre, l’avevano… eh… chiamato, quindi aveva dovuto far tardi ed era tutto di corsa, non era successo niente ma era… ma era un po’ trafelato, era un po’ di corsa. 

Nicola Endimioni: “Era spase mal”.

Patrizia B.: Sì, “era spase mal”, è il termine che io ho usato, è un termine trevigiano, che è una persona che è fuori, cioè impanicata, una persona che è fuori controllo, come non… non… cioè aveva degli occhi veramente… non dico da paura, però degli occhi allucinati.

Patrizia B.: In quel momento là lui mi chiedeva scusa di questo periodo passato così un po’ distaccati, così un po’ teso, aveva sistemato tutti i suoi problemi e da oggi in poi, da quel giorno in poi tutto sarebbe tornato come prima, non ci sarebbe più stato nessun tipo di problema quindi confermava anche quella vacanza in Croazia.

Di seguito un’intercettazione di una conversazione tra Renzo Dekleva e Patrizia B., conversazione intercorsa tra i due il 25 novembre 2011, circa 50 giorni dopo il ritrovamento dei resti della Manca avvenuto il 6 ottobre 2011:

Renzo Dekleva: Io sono andato a prendere le pizze e gli ho detto: “Lucia, io devo farmi la doccia e stasera esco”, come al solito fa: “Portati la macchina fotografica!”.

Renzo Dekleva: Quella sera sono andato là, prima roba, lei stava dormendo lei stava dormendo.

Patrizia: Sei andato a casa?

Renzo Dekleva: Sì, sono andato a casa un attimo, lei stava dormendo, la macchina sta sempre fuori, lei dormiva sul divano.

E’ possibile che Dekleva, per un qualche motivo, sia passato da casa “un attimo” dopo aver lasciato Patrizia quella sera ma di sicuro Lucia non stava dormendo sul divano ma si trovava già nel portabagagli dell’auto del marito dove l’aveva caricata intorno alle 21.40, prima di incontrare Patrizia. 

Renzo Dekleva: Ed io ero convinto di aver lasciato dentro le foto, dentro la macchina fotografica, controllo, cazzo la macchina è rimasta su a Folgaria, sono uscito di casa, la macchina e sono andato su.

Dekleva potrebbe essere tornato a casa per cercare la macchina fotografica all’interno della quale, una volta iniziate le indagini per ritrovare sua moglie gli inquirenti avrebbero potuto trovare le foto con Patrizia. E’ probabile che sospettasse davvero di aver lasciato la macchina fotografica nello chalet di Folgaria.

Patrizia B.: Hai fatto la superstrada fino a Folgaria?

Renzo Dekleva: Ho fatto la strada che faccio quando vado su, quando… quando sono arrivato prima di Folgaria (incomprensibile) sono uscito un attimo a fare un bisogno (incomprensibile) a pisciare e ho detto: “Madonna non ho le chiavi di casa”, infatti apro il cassetto, Dio bon, c’è solo il telecomando e c’è la macchina fotografica e sono venuto giù.

Si noti che Dekleva non risponde con un Sì o un No alla domanda di Patrizia ma afferma “Ho fatto la strada che faccio quando vado su”, lo fa per non rivelarle quale strada abbia percorso.

Patrizia B.: E dove eri arrivato?

Renzo Dekleva: A dieci chil… prima di San Sebastiano.

Renzo Dekleva: Il cadavere non ha un segno, non stanno capendo come cacchio è morta, non è stata avvelenata.

“non stanno capendo come cacchio è morta” è una frase che denota una mancanza di empatia.

Renzo Dekleva: Perché lei aveva paura, perché io l’ho minacciata: “Guarda che vengo là, signori”, davanti a tutti quanti mi metto là e dico: “Lucia cara, mia cara, tira fuori tutti i miei soldi”, e lei avrebbe fatto una figura di merda, lei lo sapeva che non l’avrei mai fatto però l’ho minacciata, io non ho mai avuto un debito, è una roba che è brutto dirlo, però io veramente mi sarei in… no incazzato, se venivo a saper ‘sta roba, veramente l’avrei fatta sparire, lei lo sapeva perché l’unica roba che poteva farmi incazzare è aver debiti.

Patrizia B.: Puoi averla portata così.

Patrizia, mentre si trova da sola con il Dekleva, ha l’ardire di ipotizzare come l’uomo abbia potuto portare il cadavere della moglie dall’appartamento in auto.

Renzo Dekleva: Come? Come l’avrei portata? (ride)

Patrizia B.: Puoi averla portata così sottobraccio, che ne sappiamo noi di come l’hai portata, tu lo sai nella tua testa lì… malata… capito come, io no di sicuro, immagino.

Renzo Dekleva: Così l’ho portata?

Patrizia B.: E spero di sbagliarmi, infatti… puoi averla po… così l’hai retta così, te sei un armadio, lei è piccola.

Renzo Dekleva: Cosa stai dicendo?

Patrizia B.: Sto dicendo quello che penso io, cosa sto dicendo.

Renzo Dekleva: Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera, tutto il resto, quella sera… non voglio pagare per una roba che non ho fatto, quella sera…

Dekleva non riesce a dire “Ti ho detto la verità su quella sera” ma afferma “Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera”. Per Renzo Dekleva  commentare equivale a manipolare. 

“non voglio pagare per una roba che non ho fatto” non è una negazione credibile.

“Io non ho ucciso mia moglie” sarebbe stata una negazione credibile.

Patrizia B.: Ma io mi auguro che sia come dici tu perché se non altro una verità l’hai detta.

Renzo Dekleva: Ci sei tu Patrizia, ci sei tu, io vado a prendere una persona che so che sa tutto di me, so che probabilmente ha preso dei soldi, ma ti rendi conto? Omicidio? Vado, vado, vado ad ammazzare mia moglie per te quando stiamo insieme, quando mi va a frega’ gli sghei, lo sanno tutti quanti che io amo te, son deficiente? Son deficiente? Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così.

“vado ad ammazzare mia moglie” è un’ammissione tra le righe.

Con la frase “Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così” il Dekleva ci rivela di aver caricato in auto il cadavere “alle nove di sera”, Patrizia infatti non ha mai parlato di orari ma si è espressa solo sul come lui avrebbe potuto spostare il cadavere, “sottobraccio”, è il Dekleva a dirci a che ora lo mise nel portabagagli.

Patrizia B.: Oh, è un’ipotesi, è un’ipotesi.

Renzo Dekleva: Mi fai morire, sei unica, non posso lasciarti perché sei semplicemente… sottobracetto.

Patrizia B.: Non ho detto sottobraccio, non ho detto, non ho detto (incomprensibile) vabbè.

Renzo Dekleva: Buonasera, buonasera, buonasera, scusate: “Non se sente, no… non se sente tanto bene”.

Patrizia B.: Ecco, esatto (incomprensibile), la porto in ospedale.

Renzo Dekleva: Come sei stronza, sei stronza, ti amo, non ti lascio, quello che ti ho promesso voglio mantenere.

Patrizia B.: Ma devi prometterlo con la verità.

Renzo Dekleva: Finché vivo, finché vivo, finché vivo, finché vivo, perché io voglio stare con te e basta,

Patrizia B.: Sì.

Un “Sì” ironico.

Renzo Dekleva: A me della gente non me ne frega. Vuoi che non protegga la persona che ha sostituito Lucia?

RICOSTRUZIONE DEGLI EVENTI DELLA SERA DEL 6 LUGLIO 2011:

E’ alquanto probabile che il Dekleva abbia ucciso la moglie poco prima delle 20.32 del 6 luglio e che il ritardo annunciato a Patrizia proprio con la telefonata delle 20.32 fosse dovuto alla sua necessità di prendere tempo per nascondere il corpo di Lucia nel portabagagli dell’auto.

Secondo la ricostruzione diffusa dalla trasmissione Chi l’ha visto?:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie uscì di casa alle 21.40 per recarsi in un locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. e con la quale rimase fino alle ore 00.30 circa, tornò a casa propria a Marcon (Venezia), caricò il cadavere della moglie in auto, si immise in autostrada alle ore 1.34 e alle 2.27.55 uscì a Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri dal luogo del ritrovamento dei resti della Manca, occultò quindi il suo corpo a Congollo del Cengio e infine ritornò a casa percorrendo la statale per giungere a Marcon (Venezia) alle 5.15. 

A mio avviso invece:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie Lucia, la caricò in auto, raggiunse il locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. alle 22.10, tornò a casa per “un attimo” ed infine si diresse a Cogollo del Cengio ad occultare il corpo della Manca.

Questa ricostruzione spiega sia il perché Renzo Dekleva si fosse presentato “un po’ maleodorante” e “sudato” all’appuntamento con Patrizia B. sia il perché avesse “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata“.

Era “sudato” perché aveva già caricato il corpo della moglie in auto ed aveva “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata non solo perché aveva ucciso sua moglie Lucia ma anche perché, mentre si intratteneva con Patrizia B., aveva il suo cadavere in auto.

Peraltro è difficile credere che il Dekleva avrebbe lasciato per ore incustodito in casa il cadavere della moglie rischiando che parenti o amici la cercassero e che al suo ritorno qualcuno si facesse trovare fuori dalla porta perché preoccupato per lei.

In poche parole, il modo meno rischioso di gestire il cadavere della moglie era conservarlo nella propria auto.

E’ stato poi il Dekleva a riferire a Patrizia B. che caricò in auto il corpo “alle nove di sera”. Quella sera, dopo essersi accomiatato da Patrizia, Dekleva probabilmente tornò a casa per “un attimo” prima di recarsi ad occultare il cadavere di Lucia ma solo per cercare la macchina fotografica che sospettava di aver lasciato nello chalet di Folgaria.

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane.

Morte di Mattia Mingarelli: analisi del racconto di Giorgio Del Zoppo e analisi criminologica

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli è stato ritrovato il 25 dicembre 2018 a poche centinaia di metri dal rifugio Ai Barchi (Chiesa Valmalenco, Sondrio) dove il ragazzo era stato visto per l’ultima volta dal gestore Giorgio Del Zoppo detto “il gufo” intorno alle 19 e 30 del 7 dicembre 2018.

Non solo il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio ma non era occultato, due dati che permettono di escludere che Mattia sia stato ucciso e che invece avvalorano l’ipotesi della morte accidentale, con tutta probabilità una morte per assideramento in un soggetto con una certa quantità di alcool in corpo.

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Mattia Mingarelli

Mercoledì 19 dicembre 2018 l’intervista dell’inviato di Chi l’ha visto? al proprietario del rifugio Giorgio Del Zoppo viene annunciata dalla conduttrice Federica Sciarelli in questi termini: “La scomparsa davvero misteriosa di questo giovane (…) allora è un caso davvero misterioso (…) c’è una testimonianza strana del proprietario di questo rifugio perché dice di aver ritrovato del vomito e poi aver trovato il cellulare di questo giovane commercialista”.

Vedremo a breve come invece non c’è niente di “misterioso” in questa scomparsa né di “strano” nella testimonianza del proprietario del rifugio “Ai Barchi” dove Mingarelli si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì sono la riprova che il ragazzo si è sentito male dopo essere uscito dal rifugio.

Mattia Mingarelli

Giorgio Del Zoppo detto il Gufo, gestore del ristoro Ai Barchi ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto?: “15 e 30 all’incirca… eh… poi poteva essereee 15 e 45, abbiam bevuto una cosa e poi è ritornato, verso le… le… le sei, un… un orario del genere”.

Gli orari riferiti dal Del Zoppo sono approssimativi, un dato che non rende sospetto il suo racconto, anzi.

Giornalista: “Quindi è venuto, avete bevuto una cosa insieme”.

Giorgio Del Zoppo: “Poi è andato via, è andato via, è ritornato la seconda volta, abbiamo fatto un aperitivo, abbiamo bevuto un paio di calici di vino, un tagliere di… di… di crudo… eee verso le sette e mezza è andato via, che tra l’altro lui è venuto perché mi aveva chiesto una camera per il 30/31.

Mattia Mingarelli, nel giro di due ore e mezzo circa, si è recato al rifugio Ai Barchi per due volte per bere alcolici, in precedenza, durante il pranzo, che era terminato un’ora prima che si recasse la prima volta al rifugio di Giorgio Del Zoppo, Mattia aveva bevuto una mezza bottiglia di vino, lo ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto? Graziella Polattini, la proprietaria del Ristorante la Gusa: “Sì, sì è venuto qua a pranzo, è stato fuori che c’era il bel sole e poi verso le due e un quarto, due e mezzo è andato via, aveva solamente bevuto la mezza bottiglia di vino, l’altra mezza aveva detto che la bevevamo assieme alla sera a cena, infatti gli ho detto di salire che facevo la minestra e cenavamo assieme ma io… lui non si è presentato, mi ha detto che sarebbe sceso a San Giuseppe a portare la macchina perché aveva paura che nevischiasse e poi sarebbe andato a fare un giro fino al lago Palù”.

Giornalista: “Voi non è che vi conoscevate, no? Vi siete visti un paio di volte…”.

Con questa domanda il giornalista suggerisce al Del Zoppo una risposta negativa cui segue non una seconda domanda ma un’affermazione.

Giorgio Del Zoppo: “Ma ci siam visti quella volta là due anni fa e venerdì, certo”.

Giornalista: “E quindi lui è venuto da lei…”.

Giorgio Del Zoppo: “Che poi (interrotto)”.

Il giornalista interrompe l’intervistato, un errore grossolano.

Giornalista: “Più che altro per chiedere…”.

Un’altra affermazione del giornalista.

Giorgio Del Zoppo: “Per chiedermi le camere, sì, che poi tra l’altro mi ha lasciato un numero quel pomeriggio lì, mi ha lasciato il suo numero perché io non è che avevo il suo numero”.

Si noti che il Del Zoppo continua la frase del giornalista dalla quale però esclude le parole “Più che altro”, probabilmente perché non le condivide.

Giornalista: “Quindi a che ora se ne andato dal…”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo”.

Giornalista: “… dal… dal tuo rifugio?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo, sette e quaranta, quell’ora lì comunque”.

Non è sospetto che il Del Zoppo non sappia riferire l’orario esatto in cui Mattia lasciò il suo rifugio, anzi.

Giornalista: “E poi durante la notte è successo qualcosa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Durante la notte, io l’unica cosa che ho visto il suo cane che è arrivato in camera mia con il mio, perché io ho lasciato aperta la porta aperta dietro, perché il mio cane ogni tanto va, viene, hai capito? Allora ho lasciato la porta aperta e all’una e mezzo all’incirca… eh… più o meno vedo ‘sti due cani in camera, dico: Ma come mai?. Allora scendo, scendo, lascio andare il suo cane, chiudo la porta e me ne son tornato su… tranquillo. Sai, non è che uno va a pensare chissà cosa. Il mattino dopo cosa capita: Apro la porta, vedo lì davanti al mio terrazzo, lì per terra, dove c’è un tavolo, del vomito e dico: “Mah vabbè, lo pulisco”. Scendo le scale del terrazzo, lì sotto c’era il telefono, cosa faccio: Prendo il telefono… eee… l’ho tenuto lì un attimo poi ho detto: “Adesso vado giù io, lo porto lì a casa”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non avrebbe conservato il suo telefono né avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio.

Giornalista: “Ma tu sapevi che era il telefono di Mattia?”.

Giorgio Del Zoppo: “Eh, più o meno, all’incirca sì, perché l’avevo visto che ce l’aveva lì in mano, quindi ho detto: “Sarà il suo”. Perché poi tra l’altro c’era solo lui. Io ho visto solo lui quella sera perché ero anche chiuso”.

Giorgio Del Zoppo: “Cos’ho fatto? L’ho me… l’ho messo sotto carica e ho visto che la la SIM era bloccata, allora ho detto gu…”.

Giornalista: “In che senso la SIM era bloccata?”.

Giorgio Del Zoppo: “SIM bloccata. E’ uscito: “SIM bloccata”, quando l’ho messo sotto carica, è uscito: “SIM bloccata”.

Giornalista: “Ma quando hai trovato il cellulare era spento comunque”.

Giorgio Del Zoppo: “Era spento il telefono, sì”.

Giornalista: “Quindi hai provato ad accenderlo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sì, sì, e dopo ho detto: “Vabbè”. Cosa ho fatto: ho messo dentro la mia SIM per vedere se andava il telefono, hai capito? Perché ho detto: “Provo a veder se va”. Una roba così e ho visto…”.

Giornalista: “Quindi hai tolto la SIM di…”.

Giorgio Del Zoppo: “Ho tolto la SIM e ho messo una delle mie, dodici e mezza, io ricevo un messaggio su quel numero, su quel telefono lì da un 338 e dico: “Mah, mi sembra strano comunque…”.

Giornalista: “Però c’era la tua SIM”.

Giorgio Del Zoppo: “C’era la mia SIM però adesso non so se su Messenger o non lo so, comunque ho ricevuto quel messaggio lì e io che ho fatto? Ho chiamato con l’altro mio telefono ‘sto numero qua ed era il suo papà”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile. Giorgio Del Zoppo ha ricevuto un messaggio sul profilo WhatsApp di Mattia, che non è collegato alla SIM ma allo smartphone, e non su Messenger, come da lui ipotizzato, perché in quel caso non sarebbe comparso il numero. Nessun mistero.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe chiamato con il proprio telefono il numero dal quale era stato inviato un messaggio sul cellulare di Mattia Mingarelli.

Giornalista: “Però è un po’ strano che con la tua SIM ricevi un messaggio di chiamata del numero suo”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma guarda io ti dic… ma infat… Sai cosa ho pensato lì all’attimo: Magari qua è un messaggio rivolto verso di me, capisci? E allora ho detto, non lo so chi è, ho fatto il numero che era Luca, che era suo papà, e alchè mi dice: “Guarda sonooo… sono Giorgio dei Barchi”, gli ho detto, “quello del ristorante”. “Eh sono il papà di Luca”. Gli ho detto: “Guarda c’ho qua il telefono io che stamattina ho provato a portarglielo giù ma non c’era perché iersera è stato qua e probabilmente l’ha perso”.

Un racconto credibile e circostanziato durante il quale Giorgio Del Zoppo non prende le distanze dal padre del Mingarelli, così come non le ha mai prese da Mattia. 

Il giornalista, prima di riprendere l’intervista condisce il suo servizio con il seguente intermezzo: È un racconto davvero strano quello di Giorgio “il gufo”: trova il cellulare di Mattia e inserisce la sua SIM, poi riceve un messaggio dal papà sul suo numero, ma com’è possibile? E che fine fa il telefono?”.

Giorgio Del Zoppo: “Dopo pranzo vado giù, arrivo lì, nel momento che arrivo io arriva il proprietario di casa, proprio il proprietario quello… e arrivo lì dico: “Guarda so’ proprio qua adesso perchééé eh sto… sto consegnando il telefono al ragazzo che c’è qua perché l’ha perso ieri”. E assieme abbiamo picchiato le finestre, le porte non ha dato segno di vita dico boh chissà dov’è io ho pensato che ste… che era in giro a sciare boh, hai capito?”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Giornalista: “Quindi lei ha consegnato il cellulare di Mattia al proprietario di casa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Abbiamo aperto la porta, ha aperto la porta lui, ho appoggiato il telefono sul… sul… sul… tavolo. E basta, io da lì”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Il giornalista, prima di riprendere l’intervista, guarnisce il suo servizio con il seguente intermezzo: “(…) Dopo i primi giorni di ricerche i carabinieri entrano al ristoro Barchi e decidono di sequestrarlo per permettere agli specialisti della scientifica di Milano di compiere degli accertamenti, arrivano anche le unità cinofile specializzate, guardate questo cane molecolare dove punta subito dopo aver annusato un oggetto di Mattia. Giorgio “il gufo” è stato sentito come persona informata sui fatti ma le sue parole sono al vaglio degli inquirenti, soprattutto quelle relative alle circostanze sul telefonino di Mattia e al vomito che avrebbe trovato fuori dal suo ristoro”.

Giornalista: “Quando Mattia se n’è andato dopo questo aperitivo questi due calici di vino e il tagliere di salumi, stava bene il ragazzo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma sì che stava bene, guarda a me non ha dato nessun segno di squilibrio per quanto riguarda, però lui è andato lì di fuori, magari si è seduto di fuori in panchina, io ero dentro con la musica perché avevo la musica accesa, le luci di fuori erano spente, però se stava male veramente sarebbe anche tornato dentro non è che uno scompare nel nulla”.

E’ estremamente interessante questa risposta del Del Zoppo perché ci permette di escludere ancora una volta che l’uomo sia coinvolto nella morte di Mattia, se infatti avesse ucciso il Mingarelli avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore peraltro senza alcun timore di venir smentito perché il Del Zoppo e il Mingarelli bevvero i due calici di vino da soli.

Giornalista: “Non è successo niente di particolare che possa…?”.

Giorgio Del Zoppo: “No, assolutamente, ma assolutamente no, assolutamente, assolutamente, assolutamente proprio”.

Giornalista: “Che sia stato un malore piuttosto che altro lei lo esclude?”.

Giorgio Del Zoppo: “Mah assolutamente, ma anche perché ammetti che uno poteva star male e tutto quanto l’avrebbero trovato lì di fuori, cioè voglio dire non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Il Del Zoppo non solo torna ad escludere il malore, un’ulteriore riprova che è estraneo ai fatti ma mostrando una totale buonafede afferma “non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Mattia Mingarelli

Federica Sciarelli: “(…) per giorni e giorni è stato cercato questo ragazzo veramente in tutti i modi e con tutti i mezzi, se avesse avuto un malore comunque dovevano riuscire a trovarlo… perché c’è anche questa storia strana del ritrovamento di un cellulare poi questa persona soprannominata il gufo che mette la sua SIM però dice di aver ricevuto la telefonata da parte dei genitori di Mattia insomma tutto questo è davvero molto strano”.

Non accredita di certo l’omicidio il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era occultato dalla neve caduta dopo la sua morte mentre le ricerche con i cani, per i motivi più svariati, sono lastricate di fallimenti. Ecco una breve casistica:

Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del suo cadavere, una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori. 

Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche ad uno dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa.

Nel caso di Yara Gambirasio le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011.

Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito ‘direzione autostrada’ mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta.

CONCLUSIONI

Giorgio Del Zoppo detto “il gufo” è un testimone credibile ed è estraneo ai fatti. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio Ai Barchi e con tutta probabilità è morto per assideramento.

L’unico fatto strano e misterioso relativo a questo caso è che soggetti senza competenze in campo criminologico e in tema di analisi del linguaggio si esprimano pubblicamente sulla credibilità o meno di un testimone pur sapendo di parlare a milioni di italiani privi di capacità critiche, italiani che in pochi minuti hanno sottoposto ad un linciaggio mediatico il signor Giorgio Del Zoppo, così com’è accaduto recentemente all’ispettore Francesco Ferrari.

CASE CLOSED

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane.