OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI: DOMANI SI TORNA IN AULA, PAROLA ALL’IMPUTATO ANDREA LANDOLFI CUDIA

Domani 8 gennaio Andrea Landolfi, l’uomo a processo per l’omicidio di Mariasestina Arcuri, si metterà a disposizione delle parti davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone. La diatriba è relativa alla dinamica dei fatti. Come e dove cadde Mariasestina?

Il 4 gennaio 2021, Valeria Terranova del Corriere di Viterbo ha diffuso la testimonianza dell’ingegnere Luca Scarselli, esperto in biomeccanica e consulente degli ex difensori di Andrea Landolfi, inserito nella lista del PM, Franco Pacifici. Vediamo cosa ha detto Scarselli: “Anche io ritengo che da quella scala non si possa rotolare, ma Sestina non è stata spinta e neanche lanciata dal parapetto della scalinata. Non è possibile rotolare giù da quelle scale, per vincoli geometrici e spaziali. Anche se si percorrono in condizioni normali, quei gradini possono essere pericolosi. Credo che la causa della caduta di Maria Sestina sia da ricercare da un’altra parte. Secondo la mia ricostruzione, i due dovevano trovarsi sui primi gradini della seconda rampa, quella più in alto. Questo è dimostrato dalle tracce ritrovate sul muro: una riconducibile ai jeans che la ragazza indossava e un’altra alla suola di una delle scarpe di Landolfi, rilievi accertati anche dai Ris. Inoltre, lo spazio che i due avevano a disposizione per muoversi, cioè tra il muro e la parete del corrimano, è di circa 70 centimetri. Trovo sia improbabile che in uno spazio così ristretto si possa prendere una persona di peso e lanciarla. Anche se la vittima fosse stata spinta giù dal parapetto, sarebbe dovuta cadere perpendicolarmente sul baule accostato alla parete e non vicino al camino, che si trova a due metri da lì, in più non ci sono tracce di precipitazione lungo quella parete. Mi meraviglia che non siano stati analizzati la cassapanca e gli altri elementi accostati a quel muro e che non siano stati presi in considerazione i segni di attrito lasciati dai jeans e dalla tomaia lungo il muro per valutare la traiettoria della caduta. Prendendo in considerazione il tipo di traiettoria e i vincoli sia geometrici che spaziali, escludo la ricostruzione a cui sono giunti i RIS. Per quanto riguarda, invece, le lesioni riportate dalla vittima, credo che sia caduta all’indietro, urtando con la zona lombo-sacrale, scaricando quasi tutta l’energia, e poi in rotazione abbia sbattuto la testa sullo spigolo del rialzo del caminetto.”

Secondo il colonnello Paolo Fratini del RIS di Roma: “Andrea ha afferrato Maria Sestina per il braccio destro quando erano entrambi sul pianerottolo delle scale, l’ha spinta contro il parapetto e da lì lei è volata di sotto. La ricostruzione fornita da Landolfi che siano cioè caduti insieme per le scale non è compatibile con il quadro delle lesioni riscontrate. E’ impossibile che i due corpi abbiano rotolato fino al caminetto. Così come è del tutto improbabile l’ipotesi che la ragazza sia caduta dal pianerottolo del piano superiore. La ragazza però non è caduta a piombo come fa un corpo senza spinta, è caduta più in là, come se avesse ricevuta una spinta. Il che giustificherebbe anche la presenza del livido sul braccio.”

Secondo il balista Martino Farneti, consulente della procura: “E’ stata buttata dalla balconata che sta a tre metri d’altezza. Lesioni gravissime, incompatibili con il rotolamento, si è trattato di una caduta con tanta energia cinetica. Avevo pensato all’angolo del gradino ma la frattura lineare doppia alla testa è da impatto sul pavimento e il grosso ematoma dorsale non è compatibile con le scale. Non è stata fotografata dall’esterno la frattura occipitale, che ho visto solo nella foto dall’interno della scatola cranica, quindi non ho potuto vedere il taglio che mi avrebbe consentito di capire cosa lo avesse provocato, se uno spigolo o una superficie piana.”

Secondo il consulente medico legale della procura “Le lesioni riportate da Sestina sono incompatibili con un rotolamento dalle scale, sono l’esito di una caduta verticale dall’alto.” 

Cronache Lucane, nei mesi scorsi, ha intervistato la criminologa Ursula Franco, che è anche medico ed esperta in Statement Analysis, una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori, anche lei come Scarselli ritiene che Mariasestina sia caduta da “un’altra parte”, anzi è convinta che quella notte le cadute furono due, Andrea e Mariasestina prima caddero dalle scale interne dell’appartamento e poi la sola Mariasestina cadde all’indietro sulle scale esterne dell’appartamento. Secondo la criminologa, già a partire dalla telefonata di soccorso del Landolfi si può inferire che Mariasestina cadde sulle scale esterne dell’appartamento della Iezzi. Riportiamo ciò che la criminologa sostiene ormai dal maggio 2020:

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. Maria sestina cadde all’indietro, urtò la zona lombo sacrale e poi la testa procurandosi una frattura da scoppio. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. E’ già nella telefonata del Landolfi al 118 la soluzione del caso. All’operatore del 118 Andrea Landolfi disse: “poi da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Perché si è censurato? Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “l’ho portata a casa”? Per quanto riguarda il termine ”su”, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che, subito dopo la caduta, il Landolfi abbia portato Mariasestina in camera. In merito la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento. L’ulteriore conferma è sempre la nonna a fornircela durante l’interrogatorio. La Iezzi ha detto di non aver visto Mariasestina salire le scale interne dell’appartamento per andare in camera e che, quando lei uscì per andare al pronto soccorso, Mariasestina era seduta in sala. La Iezzi ha però riferito al Pm che i due ragazzi “erano saliti” e aggiunge “li avevo lasciati lì”. Con ”erano saliti” la Iezzi non può che riferirsi al fatto che i due ragazzi salirono le scale esterne per entrare in casa posto che ha detto di aver lasciato Mariasestina seduta con Andrea in sala e di non averla vista salire in camera.”

Di seguito lo stralcio dell’interrogatorio della Iezzi che conferma questa ricostruzione:

PM: E come c’è andata su in camera da letto Mariasestina?

Mirella Iezzi: Camminava (incomprensibile).

PM: Da sola?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Portava gli occhiali?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Quando è salita?

Mirella Iezzi: Sì, non lo so quando è salita se portava l’occhiali, non lo so.

PM: L’ha vista salire?

Mirella Iezzi: No, io non l’ho vista salire, no.

PM: Adesso ha detto che l’ha vista, adesso l’ha detto.

Mirella Iezzi: Ossia, no, mi sono sbagliata, loro due sono… io sono uscita, sono uscita, sono uscita.

PM: Quindi lei l’ha lasciata seduta?

Mirella Iezzi: Sì, SEDUTA CON MIO NIPOTE, sì.

PM: E parlava, mi ha detto?

Mirella Iezzi: Parlava, benissimo. A me mi ha detto queste precise parole: “Mirella non mi sono fatta niente, non ti preoccupare, non ti preoccupare, non mi sono fatta niente”

Assistente del PM: Lei ha detto che Mariasestina è salita con il suo…

Mirella Iezzi: No, mi sono sbagliata, mi scusi, io sto in confusione adesso, non… no, non l’ho visti salire io.

PM: Ma lei ha detto ad Andrea che sarebbe andata via?

Mirella Iezzi: No.

PM: Perché?

Mirella Iezzi: Perché ERANO SALITI… ossia LI AVEVO LASCIATO LI’, ho preso… con il dolore… me ne so’ andata.

Nell’Ordinanza del Tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica. Il Landolfi le avrebbe detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”, un’ulteriore conferma alla  ricostruzione della criminologa Franco.

COME CADDE MARIASESTINA ARCURI? LA DIFFUSIONE DEL VIDEO DI UN SOPRALLUOGO HA INNESCATO UNA POLEMICA

Il 6 febbraio 2019 la giovane Mariasestina Arcuri è morta per un’emorragia cerebrale dovuta ad un trauma cranico da precipitazione. Il fidanzato, Andrea Landolfi Cudia, è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario. Durante l’udienza di ieri si è affrontato il nodo della ricostruzione dei fatti. Come cadde la povera Mariasestina? Vediamo insieme le diverse versioni degli esperti:

Nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma si legge: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.”

Nessun rotolamento secondo il consulente medico legale della procura ma un trauma da precipitazione: “Le lesioni riportate da Sestina sono incompatibili con un rotolamento dalle scale, sono l’esito di una caduta verticale dall’alto.” 

Secondo il colonnello Paolo Fratini del Ris di Roma: “Andrea ha afferrato Maria Sestina per il braccio destro quando erano entrambi sul pianerottolo delle scale, l’ha spinta contro il parapetto e da lì lei è volata di sotto. La ricostruzione fornita da Landolfi che siano cioè caduti insieme per le scale non è compatibile con il quadro delle lesioni riscontrate. E’ impossibile che i due corpi abbiano rotolato fino al caminetto. Così come è del tutto improbabile l’ipotesi che la ragazza sia caduta dal pianerottolo del piano superiore. La ragazza però non è caduta a piombo come fa un corpo senza spinta, è caduta più in là, come se avesse ricevuta una spinta. Il che giustificherebbe anche la presenza del livido sul braccio.”

L’ex consulente della difesa, l’ingegner Scarselli ha dichiarato: “Condivido col Ris e con gli altri consulenti che su quella scala non si può rotolare, ma ritengo anche che Sestina non possa essere stata lanciata. Impossibile, per i vincoli geometrici, che possa essere stata lanciata, ma anche che sia stata spinta dalla seconda rampa, altrimenti sarebbe caduta di sotto in perpendicolare sulla cassapanca, invece è finita davanti al camino.”

Secondo il balista Martino Farneti consulente della procura: “E’ stata buttata dalla balconata che sta a tre metri d’altezza. Lesioni gravissime, incompatibili con il rotolamento, si è trattato di una caduta con tanta energia cinetica. Avevo pensato all’angolo del gradino ma la frattura lineare doppia alla testa è da impatto sul pavimento e il grosso ematoma dorsale non è compatibile con le scale. Non è stata fotografata dall’esterno la frattura occipitale, che ho visto solo nella foto dall’interno della scatola cranica, quindi non ho potuto vedere il taglio che mi avrebbe consentito di capire cosa lo avesse provocato, se uno spigolo o una superficie piana.”

In un video del sopralluogo del Farneti diffuso dalla trasmissione Quarto Grado si sente però il consulente della procura dire: “una caduta (…) e la possibile impatto sul secondo gradino  procura dire: “Perché se io batto con la testa, con le gambe in su, su un angolo di questo qui me la spacco (…) Questa è la posizione della botta dietro per noi. Spigolo proprio praticamente dà tutta la forza sull’occipitale”. Farneti poi aggiunge: “Buttata giù per dritto non è possibile” e qualcuno dei presenti aggiunge: “E’ poi c’è quel baule, che non è stato…”. E’ stata la frase del Farneti “Buttata giù per dritto non è possibile” a innescare la polemica tanto che il PM ha dichiarato: “E’ diventato un processo mediatico. Si è voluto lasciar intendere che potessero esserci ricostruzioni alternative, si sono ipotizzati dubbi sulla dinamica.”

La nostra testata ha dato spazio negli anni ad un’altra ricostruzione dei fatti, quella della criminologa Ursula Franco che è partita dall’analisi della telefonata di soccorso del Landolfi e delle interviste rilasciate da sa nonna. Secondo la Franco “I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. E’ già nella telefonata del Landolfi al 118 la soluzione. Andrea Landolfi all’operatore del 118 ha detto: “poi da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “l’ho portata a casa”? Per quanto riguarda il termine ”su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che, subito dopo la caduta, il Landolfi abbia portato Mariasestina in camera. In merito la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento. A conferma di questa ricostruzione sono le numerose tracce ematiche da gocciolamento trovate un po’ ovunque al piano terra e in quantità minore al piano di sopra. Quindi, dopo che Mariasestina cadde dalle scale esterne, il Landolfi non la portò in camera ma la portò “su” in sala”

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MIRELLA IEZZI URTO’ CONTRO LA BALAUSTRA DI FERRO DELLA SCALA ESTERNA

Andrea Landolfi e Mariasestina Arcudi

Andrea Landolfi Cudia è in carcere e sta affrontando un processo per omicidio volontario. La nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è costituita parte civile, in quanto, la notte della caduta di Mariasestina, l’imputato le procurò la frattura di 3 coste.

Le Cronache Lucane, 27 novembre 2020

All’udiena di ieri, Roberta Landolfi, madre di Andrea Landolfi, ha deciso di non rispondere.

Come riportato da Tusciaweb: non sono state interrogate la mamma, le due zie e la nonna di Andrea Landolfi. Come per il figlioletto e la ex moglie, le parti hanno deciso di comune accordo di rinunciare alle testimonianze. La madre dell’imputato si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Il PM Pacifici ha definito le sommarie informazioni “di poco conto a fronte delle intercettazioni ambientali sui dubbi di Roberta Landolfi. I punti salienti sono toccati dalle intercettazioni ambientali in procura”. 

Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco che cosa pensi del contenuto di alcune intercettazioni riportate dal PM durate l’udienza di ieri. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori) e si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. La criminologa, ormai da molti mesi, sostiene che quella sera le cadute furono due, una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, che coinvolse Andrea e Mariasestina, e la caduta mortale della sola Mariasestina dalle scale esterne dell’appartamento. 

Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi a

– Dottoressa Franco, secondo la procura di Viterbo, Mariasestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della nonna del Landolfi, lei, invece, è arrivata a conclusioni diverse.

Sono arrivata a conclusioni diverse dalla procura soprattutto analizzando la telefonata di soccorso del Landolfi ma anche una sua intervista, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del LandolfiI si inferisce che i fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. Dopo la caduta, Mirella Iezzi tentò di soccorrere Mariasestina, in quell’occasione il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura di tre coste. Non fu il colpo infertole dal Landolfi a fratturarle le cose, fu l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata in seguito alla spinta del nipote”

– Dottoressa Franco, durante l’udienza di ieri, il PM Pacifici ha detto: “L’unica cosa che avrei voluto chiedere alla nonna, più per una mia curiosità, è perché abbia detto ‘Io credo di essermi rotta le costole quando sono caduta di spalle’“, che ne pensa?

E’ l’ennesima conferma alla mia ricostruzione. Con “Io credo di essermi rotta le costole quando sono caduta di spalle’“ la Iezzi ci conferma che cadde di spalle dopo essersi sbilanciata in seguito alla spinta del nipote. Dalla telefonata al 118 del Landolfi e dall’analisi di interviste ed interrogatori si evince che Mariasestina non si fece male cadendo dalle scale interne insieme ad Andrea ma in seguito ad una seconda caduta dalle scale esterne. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Dopo la caduta, Mirella Iezzi tentò di soccorrere Mariasestina, in quell’occasione il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura di tre coste.

– Dottoressa, che cosa le fa pensare che abbia battuto contro la balaustra di ferro?

E’ stata Mirella Izzi a riferirlo al PM Pacifici durante l’interrogatorio. Ecco le parole della Iezzi: “Venerdì. Venerdì, che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui”. Naturalmente la Iezzi non cadde verso “mezzogiorno del venerdì”, cadde la notte in cui Mariasestina si ferì sulle scale esterne dell’appartamento della Iezzi. E’ peraltro noto a tutti che quella notte la Iezzi si recò prima al presidio medico di Ronciglione e poi si fece accompagnare in ospedale a Roma per una lastra toracica.

– Dottoressa, da quale stralcio della telefonata del Landolfi al 118 si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento?

“da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, con “a ca… su” il Landolfi intende dire “a casa, su”, non “su” in camera. In un’intervista, la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato Mariasestina a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) confermando ciò che aveva riferito Andrea all’operatore del 118, ovvero che, dopo la caduta, portò Mariasestina “a casa, su”, non “su in camera”, quindi la caduta non poteva che essere stata una caduta dalle scale esterne.

L’interno dell’appartamento della Iezzi

– Dottoressa Franco, il PM Pacifici ha detto: “A proposito delle gocce di sangue davanti al caminetto, non striature ma gocce di sangue, Mirella Iezzi ha commentato ‘Certo, quando l’ha buttata giù’“, che significa?

Dopo la caduta il Landolfi riportò in casa Mariasestina, quelle gocce non stanno lì ad indicarci che la ragazza cadde dalle scale interne, ci rivelano soltanto che Mariasestina transitò in quel punto dopo essersi ferita in seguito alla caduta dalle scale (esterne).

– Dottoressa Franco, nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica. Il Landolfi le avrebbe detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”. Ci sembra un’ulteriore conferma alla sua ricostruzione.

Lo è. Le parole dette non sono mai casuali. Si noti “Siamo prima rotolati”, la parola apparentemente superflua “prima” è lì ad indicarci che ci furono due eventi, due cadute, una “prima” caduta che coinvolse entrambi i ragazzi ed una seconda che coinvolse la sola Mariasestina. Infine, le parole “L’ho lanciata” si commentano da sole.

– La nonna di Andrea Landolfi, Mirella Iezzi, al termine dell’udienza, ha dichiarato: “Mio nipote è innocente. Ero pronta a testimoniare per ribadire che Andrea è innocente”, dottoressa che voleva dire?

La nonna del Landolfi dice il vero riguardo all’innocenza di Andrea, suo nipote è ancora innocente de iure, non dice però “Andrea non ha ucciso Mariasestina, sto dicendo la verità”, un’affermazione che ci rivelerebbe che lo ritiene anche innocente de facto. 

 Nella prossima udienza del 17 dicembre verrano sentiti gli ultimi testimoni del PM. 

Stylo24 – Omicidio di Mariasestina Arcuri, la criminologa Franco: “Le cadute dalle scale furono due”

Stylo24, 16 settembre 2020
Andrea Landolfi Cudia è in carcere e sta affrontando un processo per omicidio volontario. Prossima udienza il 17 settembre. La nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è costituita parte civile, in quanto, la notte della caduta di Mariasestina, l’imputato le procurò la frattura di 3 coste.
Nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica. Tra le altre cose il Landolfi avrebbe detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”.
Abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori) e si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. La criminologa, ormai da alcuni mesi, sostiene che quella sera le cadute furono due, una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, che coinvolse Andrea e Mariasestina, e la caduta mortale della sola Mariasestina dalle scale esterne dell’appartamento.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Secondo il colonnello Paolo Fratini del Ris di Roma: “Andrea ha afferrato Maria Sestina per il braccio destro quando erano entrambi sul pianerottolo delle scale, l’ha spinta contro il parapetto e da lì lei è volata di sotto. La ricostruzione fornita da Landolfi che siano cioè caduti insieme per le scale non è compatibile con il quadro delle lesioni riscontrate. E’ impossibile che i due corpi abbiano rotolato fino al caminetto. Così come è del tutto improbabile l’ipotesi che la ragazza sia caduta dal pianerottolo del piano superiore. La ragazza però non è caduta a piombo come fa un corpo senza spinta, è caduta più in là, come se avesse ricevuta una spinta. Il che giustificherebbe anche la presenza del livido sul braccio’’ e, secondo i medici legali consulenti della procura: “Le lesioni riportate da Sestina sono incompatibili con un rotolamento dalle scale”, il “cranio fracassato”, la “fortissima compressione toracica” e le altre lesioni sono l’esito di una “caduta verticale dall’alto”.
– Secondo la procura di Viterbo, Mariasestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della nonna del Landolfi, lei, invece, è arrivata a conclusioni diverse.
Sono arrivata a conclusioni diverse dalla procura soprattutto analizzando la telefonata di soccorso del Landolfi ma anche una sua intervista, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del LandolfiI si inferisce che i fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. Dopo la caduta, Mirella Iezzi tentò di soccorrere Mariasestina, in quell’occasione il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura di tre coste. Non fu il colpo infertole dal Landolfi a fratturarle le cose, fu l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata in seguito alla spinta del nipote. Mariasestina non si fece male cadendo dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Mariasestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha riferito al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha detto il vero, ha raccontato infatti ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: “Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta e non agli eventi che seguirono alla seconda caduta della ragazza, quella mortale. Peraltro, se Andrea Landolfi avesse sollevato Mariasestina per lanciarla al di là del parapetto sarebbero stati presenti sul suo corpo e su quello della ragazza i segni di una colluttazione perché Mariasestina si sarebbe difesa. Dall’analisi del telefono della Arcuri risulta che all’1,36 abbia cercato un bed and breakfast a Ronciglione, una ricerca compatibile con il tentativo di lasciare l’abitazione della Iezzi e quindi con la sua presenza sulle scale esterne.

La scala esterna di accesso all’appartamento della nonna del Landolfi

– Dottoressa, da quale stralcio della telefonata del Landolfi al 118 si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento?
“da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, con “a ca… su” il Landolfi intende dire “a casa, su”, non “su” in camera. In un’intervista, la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato Mariasestina a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) confermando ciò che aveva riferito Andrea all’operatore del 118, ovvero che, dopo la caduta, portò Mariasestina “a casa, su”, non “su in camera”, quindi la caduta non poteva che essere stata una caduta dalle scale esterne.

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

– In parole povere, dottoressa, dove andava cercato il sangue di Mariasestina?

Il sangue andava cercato sulle scale interne e sul pavimento della sala ma anche sui gradini esterni, sui pianerottoli esterni e nell’area di accesso alle scale esterne, pertanto, l’area da analizzare per ricostruire i fatti avrebbe dovuto essere molto più ampia di quella posta sotto sequestro per evitare possibili contaminazioni. In Toscana si dice “Meglio aver paura che buscarne!”, in specie perché già con una superficiale analisi della telefonata del Landolfi al 118 si sarebbe dovuto sospettare che Mariasestina poteva essere caduta dalle scale esterne.

L’area antistante l’accesso alle scale esterne

– Dottoressa Franco, nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica. Il Landolfi le avrebbe detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”. Ci sembra un’ulteriore conferma alla sua ricostruzione.
Lo è. Le parole dette non sono mai casuali. Si noti “Siamo prima rotolati”, la parola apparentemente superflua “prima” è lì ad indicarci che ci furono due eventi, due cadute, una “prima” caduta che coinvolse entrambi i ragazzi ed una seconda che coinvolse la sola Mariasestina.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima causa di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto, Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE PAROLE DI ANDREA LANDOLFI AD UN’AMICA, “SIAMO PRIMA ROTOLATI” E “L’HO LANCIATA”, CONFERMANO CHE QUELLA SERA FURONO DUE LE CADUTE

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”, un’ulteriore conferma del fatto che quella sera furono due le cadute.

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020 

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. 

La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse: 

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta e non agli eventi che seguirono alla seconda caduta della ragazza, quella mortale”

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

– Dottoressa Franco, c’è un’altra conferma alla sua ricostruzione?

Sì, nell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma è riportato il contenuto di una telefonata tra Andrea Landolfi e un’amica durante la quale il Landolfi ha detto: “Siamo prima rotolati” e “L’ho lanciata”. Si noti “Siamo prima rotolati”, la parola “prima” è lì ad indicarci che ci furono due eventi, due cadute, una “prima” caduta che coinvolse entrambi i ragazzi ed una seconda che coinvolse la sola Mariasestina.

– Dottoressa Franco, che pensa delle dichiarazioni delle ex fidanzate del Landolfi che lo descrivono come un bravo ragazzo che però cambia in seguito all’ingestione di alcool?

Le rispondo con una dichiarazione al PM dello zio del Landolfi: “Io ero sempre stato abbastanza critico nei confronti di altre storie di Andrea […] Quelle volte che io l’ho visto di giorno è un ragazzo splendido, poi mi dicono che di notte, quando beve… eee cambia, diventa…. eee cambia… cambia nel senso che diventa nervoso, diventa più… più… più… più… come posso dire, più… un ragazzo più grintoso” e con alcuni stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcool, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti […] Il 23 giugno 2008 è stata la nonna […]  che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un “gesto di violenza” con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che “è a volte violento”. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come “ubriaco e strafatto”.

PROCESSO AD ANDREA LANDOLFI, CRIMINOLOGA FRANCO: MARIASESTINA CADDE DALLE SCALE ESTERNE, SI ASCOLTI LA TELEFONATA AL 118

La scala esterna di accesso all’appartamento della nonna del Landolfi

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è a giudizio per omicidio. La nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Le Cronache Lucane, 26 giugno 2020

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte”

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Secondo il colonnello Paolo Fratini del Ris di Roma: “Andrea ha afferrato Maria Sestina per il braccio destro quando erano entrambi sul pianerottolo delle scale, l’ha spinta contro il parapetto e da lì lei è volata di sotto. La ricostruzione fornita da Landolfi che siano cioè caduti insieme per le scale non è compatibile con il quadro delle lesioni riscontrate. E’ impossibile che i due corpi abbiano rotolato fino al caminetto. Così come è del tutto improbabile l’ipotesi che la ragazza sia caduta dal pianerottolo del piano superiore. La ragazza però non è caduta a piombo come fa un corpo senza spinta, è caduta più in là, come se avesse ricevuta una spinta. Il che giustificherebbe anche la presenza del livido sul braccio’’

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La criminologa Ursula Franco, analizzando la telefonata di soccorso e un’intervista rilasciata dal Landolfi, le interviste rilasciate dalla nonna, stralci delle sue dichiarazioni al PM e di quelle dello zio del Landolfi è arrivata a conclusioni diverse da quelle del colonnello dei RIS: 

“I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Maria Sestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Maria Sestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa di una spinta del Landolfi. Maria Sestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale. Le lesioni che ha riportato sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.” Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Sestina dopo la prima caduta”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa da quale stralcio della telefonata del Landolfi al 118 si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento?

 “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Aggiungo che la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “a ca… su” il Landolfi intenda “a casa, su” non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento. A conferma di questa ricostruzione sono le numerose tracce ematiche da gocciolamento trovate un po’ ovunque al piano terra e in quantità minore al piano di sopra. Quindi, dopo che Mariasestina cadde dalle scale esterne, il Landolfi non la portò in camera ma la portò “su” in sala. 

– In parole povere dottoressa, dove andava cercato il sangue?

Il sangue andava cercato sia sulle scale esterne che su quelle interne, a mio avviso se ne sarebbe trovato sul pianerottolo che si trova a metà delle scale esterne perché è su quella superficie che impattò la testa di Mariasestina.

– Dottoressa Franco, la nonna del Landolfi intercettata in procura e sempre secondo il consulente potrebbe aver detto: “Non è vero, certo (… quel sangue, ndr…) quando l’ha buttata giù” o “Non è vero, certo, quel sangue ndr…) quando l’ha portata giù”, secondo lei?

 Secondo me è probabile che la Iezzi abbia detto: “Non è vero, certo (… quel sangue, ndr…) quando l’ha portata su”.

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANALISI DELLA TELEFONATA DI ANDREA LANDOLFI AL 118

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte. Andrea Landolfi è stato rinviato a giudizio per l’omicidio di Mariasestina.

Andrea Landolfi ha chiamato il 118 alle 5.53 del 4 febbraio.

PREMESSA

Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da chi chiama, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”.

Expected versus Unexpected

Expected: ci aspettiamo che il chiamante sia alterato, insistente e che soprattutto chieda aiuto per la vittima. Ci aspettiamo anche che imprechi e dica parolacce, che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto.

Unexpected: non ci aspettiamo che il chiamante si perda in superflui convenevoli o che chieda aiuto per sé o che senta il bisogno di collocarsi dalla parte di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama.

Com’è noto, le “auto censure” indicano che chi parla nasconde informazioni, lunghi tempi di latenza prima di rispondere e pause indicano invece che un soggetto ha bisogno di pensare prima di parlare, generalmente, per non dare risposte incriminanti.

Operatore: 118

Andrea Landolfi: Sì. Salve. Io so’ qua a Ronciglione…

Si noti che il Landolfi non esordisce con una richiesta d’aiuto ma con un “Sì” e un “Salve”, due parole inaspettate in una chiamata di soccorso.

“Sì” è una pausa per pensare.

“Salve” rientra tra i convenevoli che, generalmente, servono ad ingraziarsi l’interlocutore (Ingratiation Factor).

“Io so’ qua a Ronciglione” non è ancora una richiesta d’aiuto.

Operatore: Sì?

Andrea Landolfi: So’ a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo ‘a le scale a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…

Ci saremmo aspettati che il Landolfi dicesse: “La mia compagna è cascata dalle scale, ha bisogno d’aiuto”.

La descrizione dei fatti è troppo lunga e manca una richiesta d’aiuto.

Il fatto che il Landolfi senta il bisogno di aggiungere l‘avverbio di luogo “qua” e “stavamo ‘a le scala a chiocciola” apre alla possibilità che la caduta sia avvenuta altrove. Peraltro, nella casa della Iezzi una scala a chiocciola non c’è.

Si noti che il Landolfi riferisce che è la sola Sestina ad essere caduta. 

Operatore: La via?

Andrea Landolfi: E’?

Operatore: La via?

Andrea Landolfi: Via Papirio Serangeli, ho provato a portarla ma non…

Si noti che il Landolfi non ha ancora chiesto aiuto per Maria Sestina.

Operatore: Numero civico?

Andrea Landolfi: Eh, non c’è un numero civico.

Operatore: La portiamo noi.

Operatore: E come vi troviamo allora?

Andrea Landolfi: E’ via Papirio Serangeli, non c’è un numero civico qua.

Operatore: E’ senza numero civico?

Andrea Landolfi: E’ senza numero civico, vengo incontro a voi però.

Operatore: E’ vicino a qualcosa?

Andrea Landolfi: Che ci sta vicino? Non so come dirglielo perché io c’ho casa qua ma io sto a Roma. Noi stiamo qua a casa per riposasse, ogni tanto veniamo qua per… per… per riposasse.

Operatore: Eh, lo so, ho capito però io dove la mando l’ambulanza? La mando in questa via però poi ci saranno altre case?

Andrea Landolfi: Eh, dovrebbe entr… è un… è una cosa interna.

Operatore: Eh.

Andrea Landolfi: E’ un…

Operatore: Allora, aspetta un attimino.

Andrea Landolfi:E’ l’unica via… è l’unica via Pap… è l’unica via che esiste di Via Papirio Serangeli, a Ronciglione e sta davanti ai monaci. Davanti all… davanti al coso.

Operatore: Al convento.

Andrea Landolfi: Esatto. Eee… è un canc… è un cancello che poi si scende giù, è stretto, si scende giù…

Operatore: Beh, sinceramente glieli passo quando stanno lì in zona. Il cognome qual è?

Andrea Landolfi: Eh, Landolfi. Il mio è Landolfi.

Operatore: Senti quanti anni ha la tua ragazza?

Andrea Landolfi: 26.

Operatore: Adesso si è ripresa?

Andrea Landolfi: No, ripresa, nel senso che non… parla, ma dice cose così, nonnn… non lo so, è cascata… io pe’ attutirla… ho sbattuto il bacino, sto con mio figlio, ma io ho sbattuto sulla testa, dietro, vicino al camino… lei haaa… perso il sangue dal naso e da’ orecchie, io so’ preoccupato, perché qua… qua non me risponde lei. Io che debbo fa’?

Si noti “è cascata”, ancora al singolare, non “siamo cascati”.

Il Landolfi si dice preoccupato, ma non ha ancora chiesto aiuto per Mariasestina. Perde tempo, invece, a parlare di sé e a spiegare la dinamica dei fatti. 

“è cascata… io per attutirla ho sbattuto il bacino, sto con mio figlio, ma io ho sbattuto sulla testa, dietro, vicino al camino” sono tutte affermazioni superflue.

Il Landolfi riferisce di essere con il figlio per ingraziarsi l’operatore.

E’ la seconda volta che il Landolfi ripete che Maria Sestina “è cascata”, evidentemente vuole essere certo che l’operatore immagazzini l’informazione.

Operatore: Niente. Adesso ti mando…

Andrea Landolfi: Aiutatemi, ve prego, perché…

“io che debbo fa’?” non equivale a “Cosa posso fare per aiutare la mia compagna?”.

“Aiutatemi” è una richiesta d’aiuto per sé.

“ve prego” rivela un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” e di ingraziarsi l’operatore. In Statement Analysis questi due fenomeni sono denominati “Good Guy/Bad Guy Principle” e “Ingratiation Factor”.

Operatore: Sì, sì, sì, un attimo adesso io ti mando l’ambulanza. 

Andrea Landolfi: Eh. Facciamo qualcosa però, ve prego, non lo so, non me risponde, me dice i numeri…

Con le parole superflue “Facciamo qualcosa però, ve prego” il Landolfi, ancora una volta, sente il bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni”, ovvero di coloro che vogliono il bene per il soggetto per il quale chiama (Good Guy/Bad Guy Principle).

Operatore: Più di questo non possiamo fare. Ascolta un attimo, calmati.

Andrea Landolfi: Me dice i numeri, me dice… me dice i numeri, me dice.

Operatore: Allora, è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, da… ‘a scala a chiocciola.

“Eh” è ancora una pausa per pensare. A questo punto ci aspettiamo che, dopo averci pensato, il Landolfi fornisca un dato numerico e invece non risponde alla domanda, ma cita la “scala a chiocciola”, fornendo un’informazione non richiesta e apparentemente inutile ma evidentemente per lui importante.

Le parole del Landolfi ci inducono a chiederci il perché senta il desiderio di assicurarsi che l’operatore abbia capito che sta parlando di una fantomatica “scala a chiocciola”. Una domanda che ci eravamo già posti quando il Landolfi aveva inserito nel racconto iniziale termini inutili quali “qua” e “scala a chiocciola”.

Operatore: La scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Si noti che l’operatore non dice “dalla scala a chiocciola” perché il Landolfi non gli ha detto “dalla scala a chiocciola” ma “da… ‘a scala a chiocciola”.

Andrea Landolfi: Tutta l’abbiamo fatta, perché s’è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, allora, stavamo giocando, scherzando, e io me so’ sbilanciato, lei s’è retta su di me, io, pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la… la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro la schiena o vicino all’orecchio, però poi da là m’ha… l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato.

“Tutta l’abbiamo fatta” è il frutto di una contaminazione, è stato infatti l’operatore a introdurre certi termini attraverso la domanda “l’ha fatta tutta?”.

Il Landolfi, invece di rispondere con un “Sì”, si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale si lascia scappare un “da là m’ha… l’ho portata a ca…”.

Quando il Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca…”, si è autocensurato due volte e ha poi aggiustato il tiro aggiungendo un generico “su”.

Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “l’ho portata a casa”?

Per quanto riguarda il termine ”su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che, subito dopo la caduta, il Landolfi abbia portato Mariasestina in camera. In merito la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra). E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento.

Operatore: Quindi ha anche vomitato dopo che è caduta?

Andrea Landolfi: Ha rigettato quello che ha mangiato, tutto. 

Operatore: Sì.

Andrea Landolfi: Però non ha rigettato sangue, ha rigettato solo quello che ha mangiato. 

Si noti “Però non ha rigettato sangue”. Ogni affermazione al negativo è doppiamente importante per chi analizza perché chi racconta fatti accaduti non ha ragione di riferire spontaneamente ciò che non è successo. E’ il Landolfi ad introdurre il termine “sangue”.

Operatore: Alimenti. Okay.

Andrea Landolfi: Okay. L’ho curata, tutto quanto, gli ho… ci ho pensato tutto quanto, gli ho dato il biochetasi, glielo fa… gli ho dato l’acqua fredda e tutto quanto, niente, me continua a di’… non me… non me, me dice i numeri, me dice cose, non lo so, me dice i numeri.

Il Landolfi, che non ha ancora richiesto aiuto per Maria Sestina, perde tempo a descriversi come un “Good Guy”(Good Guy/Bad Guy Factor). Cui prodest? Non certo a Mariasestina.

Operatore: Va bene, guardi, facciamo così, lasci libero questo numero di telefono, io adesso faccio partire l’ambulanza 

Andrea Landolfi: Eh, ma fatemi sape’, perché io mmm…

Eh, ma fatemi sape’, perché io so… cioè…” sono tutte parole superflue che rivelano un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” (Good Guy/Bad Guy Factor).

Operatore: Eh, oh. Io faccio partire l’ambulanza e ti richiamo, lascia libero il numero. Chiaro?

Andrea Landolfi: Chiamateme, ve prego, perché io non lo so… so’ preoccupato, io qua, non so che fa’. Mannaggia.

“chiamate però, ve prego, perché io non lo so… so’ preoccupato sono ancora tutte parole superflue che rivelano un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” (Good Guy/Bad Guy Factor).

Operatore: Tranquillo, mandiamo qualcuno dai.

Andrea Landolfi: Aiutateme, ve prego.

“Aiutateme” è una richiesta d’aiuto per sé.

“ve prego” rivela un bisogno, quello di collocarsi dalla parte dei “buoni” e di ingraziarsi l’operatore.

Operatore: Mandiamo qualcuno, dai.

Andrea Landolfi: Eh, grazie

Si noti l’inaspettato “grazie”, che chiude la telefonata e che serve al Landolfi per continuare ad ingraziarsi l’operatore.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Il Landolfi non ha mai chiesto aiuto per Mariasestina, ha invece chiesto aiuto per sé per due volte perché evidentemente sapeva di aver bisogno d’aiuto.

Maria Sestina è caduta dalle scale esterne dell’appartamento, le sue lesioni (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. 

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P. S. Stralci dell’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “la tesi del GIP è inconsistente (…) ha fornito un’interpretazione sempre e comunque orientata a favore dell’indagato, anche a fronte di oggettivi elementi indiziari di segno contrario (…) conclusioni, alle quali perviene il GIP, assolutamente arbitrarie ed errate (…) non tiene in alcun conto, in modo incomprensibile, di quanto affermato dal perito (…) non aver compreso l’argomentazione contenuta nella consulenza dei medici legali (…) Le conclusioni della consulenza sono chiarissime: viene affermato esattamente il contrario di quanto sostenuto dal GIP. Non caduta/rotolamento ma caduta/precipitazione. Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte (…) Landolfi ha certamente ed evidentemente mentito, soprattuto con riferimento alla dinamica della caduta: la ricostruzione degli eventi dell’indagato è falsa (…) la nonna dell’indagato: Mirella Iezzi, le cui dichiarazioni sono certamente mendaci e frutto dell’ostinata volontà di difesa del nipote a dispetto di qualsiasi evenienza anche oggettiva (…)  “certo, quando l’ha buttata giù” (…) non può lasciar adito a dubbi circa il fatto che la nonna conoscesse perfettamente la reale dinamica dei fatti (…) “Zitta, stai zitta ti ho detto. Stronza, piantala” (…) le parole percepite dai testimoni si riferivano al momento successivo alla caduta ed è significativo evidenziare come l’indagato, invece di preoccuparsi delle condizioni di salute della vittima che aveva appena lanciato, la insultasse e la esortasse a rimanere in silenzio. Probabilmente preoccupato di possibili interventi dall’esterno in aiuto della donna (… ) l’indagato ha problemi con l’alcol e ha una personalità instabile, oggetto di plurimi accertamenti da parte del dipartimento di salute mentale della Asl di Roma (…) I problemi che Landolfi ha con l’alcool, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, convincono della sua pericolosità sociale, la cui personalità non offre alcuna affidabilità (…) La violenza e l’aggressività di Landolfi, specie in presenza di abuso d’alcool, è stata confermata dalla madre del piccolo figlio, la quale ha riferito come fosse stata vittima della violenza del compagno tanto da arrivare a denunciarlo per maltrattamenti (…) Il 23 giugno 2008 è stata la nonna, sempre presente in tutte le circostanze per aiutare e difendere a ogni costo il nipote, che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un “gesto di violenza” con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che “è a volte violento”. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come “ubriaco e strafatto” (…) Dopo la morte di Maria Sestina, Iezzi e la madre di Landolfi, Roberta, hanno manifestato apertamente il timore di una reazione violenta del giovane nei loro confronti, evitando di convivere con lui (…) emerge chiaramente che perfino la nonna e la madre dell’indagato dichiarano di aver paura dell’indagato che potrebbe, l’espressione è della prima, “buttarla di sotto” (…) Tali sentimenti di timore dei parenti dell’indagato sono la più evidente delle dimostrazioni della pericolosità di Landolfi (…) I problemi che Landolfi ha con l’alcool, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, erano a tutti ben noti. La nonna dell’indagato è da sempre pronta a difendere e aiutare il nipote, pur nutrendo timori per i suoi comportamenti aggressivi e a volte incontrollabili. Ma tale atteggiamento del gruppo familiare, comprensibile umanamente, fornisce all’indagato un supporto incondizionato e rafforza nello stesso il sentimento di impunità e forse non è stato d’aiuto a Landolfi, il quale ha continuato a vivere sopra le righe mettendo in pericolo le persone che venivano a contatto con lui ed è stato uno degli antecedenti necessari per la tragica conclusione della vicenda (…) pronta ad aiutare il nipote proteggendolo a dispetto di qualsiasi evidenza, disposta a mentire a chiunque per questo (…) mentito sull’orario di rientro a casa della coppia Landolfi/Arcuri. Ha mentito sulle ragioni che l’hanno spinta ad abbandonare la propria casa e sull’orario nel quale è uscita. Ha mentito sulla reale causa delle lesioni al costato (frattura di tre costole) che, come riferito dalla figlia Roberta, madre dell’indagato, e come risulta dalle intercettazioni ambientali, le sono state procurate da un pugno alle costole sferratole dal nipote. Ha certamente mentito allorché ha dichiarato che la vittima si era procurata le lesioni cadendo dalle scale insieme al nipote e ha certamente mentito anche sul clima sereno esistente tra il nipote e Arcuri, arrivando perfino a riferire, in maniera assolutamente inverosimile, per accreditare la propria versione falsa, di aver sentito Landolfi avvertire: “Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” (…) L’episodio drammatico non è stato causato da un’improvvisa e imprevedibile manifestazione di violenza di Landolfi. Aveva già in più occasioni minacciato (ad esempio il nonno con il coltello) o usato violenza sulle donne (la prima fidanzata – tirata per i capelli durante un litigio perché aveva avuto un aborto spontaneo, ndr – e la madre del figlio) o su altri (risulterebbe aver preso a pugni uno zio). Può, quindi, ripetersi (…) pericolo di recidiva, in ragione delle violente modalità di commissione del reato (omicidio volontario aggravato, ndr) e della personalità di Landolfi (…) violenta, instabile (…) sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico di Landolfi che impongono la misura del carcere.

Leggi anche: Omicidio di Maria Sestina Arcuri: analisi di stralci dell’interrogatorio di Mirella Iezzi, nonna di Andrea Landolfi Cudia

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: GIORNALISTI IN COMPETIZIONE CON GLI ESPERTI E ZERBINI DELLE PROCURE

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Le Cronache Lucane, 24 maggio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, è dal 23 maggio 2019 che lei sostiene che Mariasestina Arcuri è caduta dalle scale esterne dell’appartamento della Iezzi, la nonna di Andrea Landolfi, perché nessun giornalista si domanda se sia possibile che i fatti siano andati diversamente da come li ha ricostruiti la procura?

Perché i giornalisti meritevoli di essere definiti tali sono pochissimi. Per la maggior parte di quelli che si occupano di cronaca la verità è un optional perché sono in competizione con gli esperti e sono zerbini delle procure. 

– Abbiamo dato spazio alla sua ricostruzione dei fatti che è supportata dall’analisi degli atti, dov’è il problema?

La procura non ha congelato e non ha fatto analizzare la scena del crimine, ovvero le scale esterne dell’appartamento della Iezzi e la ricostruzione che prevede che Mariasestina sia caduta in casa dopo essere stata spinta o sollevata oltre la balaustra delle scale interne non regge. Mariasestina aveva una lesione da scoppio al cuoio capelluto, ovvero una classica lesione da precipitazione, perché volò giù dalle scale esterne dell’appartamento ed atterrò sul pianerottolo di mezzo, non perché fu sollevata o spinta oltre la balaustra delle scale interne. E Andrea aveva contusioni perché, prima che Mariasestina cadesse dalle scale esterne, i due fidanzati rotolarono giù dalle scale interne dell’appartamento ed in quell’occasione fu il Landolfi a farsi male. La seconda caduta fu una conseguenza della prima. E’ più chiaro così?

– Dottoressa Franco, che consiglio si sente di dare a certi giornalisti?

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QUARTO GRADO, OMICIDIO DI MARIA SESTINA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA TELEFONATA DI SOCCORSO DI ANDREA LANDOLFI PERMETTE DI RICOSTRUIRE I FATTI ED EQUIVALE AL SUO PRIMO INTERROGATORIO

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

Nella puntata di ieri di Quarto Grado si è parlato della telefonata di soccorso di Andrea Landolfi, ne abbiamo parlato con un’esperta, la criminologa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Vi ricordiamo che Andrea Landolfi è a processo per l’omicidio della sua fidanzata Mariasestina Arcuri che, secondo la procura, avrebbe “buttato dalle scale”.

– Durante la puntata di ieri il conduttore Gianluigi Nuzzi ha chiesto ad Alessandra Viero: “Eh Alessandra, possiamo studiare il tono di Andrea?” E lei ha replicato “È importante il tono ma sono importanti anche le parole”, dottoressa Franco che può dirci?

In Statement Analysis studiamo solo le parole, non il tono della voce di chi chiama o di chi è interrogato perché, come il linguaggio non verbale, è soggetto a troppe variabili, cosa che non accade invece con il linguaggio verbale.

– Quanto sono importanti le parole emesse da chi fa una telefonata di soccorso?

Sono di fondamentale importanza investigativa in quanto rappresentano il primo interrogatorio.

– Il dottor Massimo Picozzi, ospite della trasmissione Quarto Grado, ha detto: “Andrea sembra un po’ mettere le mani avanti, appunto dichiarare che anche lui ha riportato dei traumi”, che ne pensa dottoressa Franco?

Andrea Landolfi ha riportato dei traumi. Andrea ha detto il vero, non ha detto però che ci furono due cadute quella sera. La seconda delle quali coinvolse la sola Mariasestina e le fu fatale, mentre quando Andrea e Mariasestina caddero la prima volta all’interno dell’appartamento fu lui a farsi male.

– Alla domanda di Alessandra Vieri “Quanto sono importanti per gli inquirenti telefonate del genere?”, Picozzi ha risposto: “Ehm, francamente sono suggestioni eh possono contare ma non hanno mai un valore… assoluto, certamente”, dottoressa Franco vuole replicare?

L’ho già detto, le telefonate di soccorso equivalgono ad un primo interrogatorio e, quand’anche il soggetto che chiama dissimuli, spesso permettono di ricostruire i fatti con precisione indicando la strategia d’indagine.

– Come si diventa analista?

Studiando una decina di ore al giorno per qualche anno e poi non smettendo più.

– Torniamo al caso Landolfi/Arcuri, cosa emerge di importante dalla telefonata di Andrea?

Emerge che Mariasestina cadde da sola dalle scale esterne dell’appartamento della nonna di Andrea e questo dopo che i due ragazzi erano caduti insieme all’interno dell’appartamento.

Conferme a questa ricostruzione vengono dall’analisi di un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio.

Mariasestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella dalla quale si accede all’appartamento della Iezzi. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Mariasestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

Quando Mirella Iezzi ha detto al PM di aver sentito suo nipote dire “Attenta Mariasestina che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: “Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?, lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta.

– Ci riporta lo stralcio di telefonata dal quale si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento.

Andrea Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Quando il Landolfi dice “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da l’ha, l’ho portata a casa”? E’ vero che il termine “su” è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina fosse caduta sulle scale esterne dell’appartamento.

– E quello dal quale emerge che cadde da sola.

In ben due occasioni Andrea Landolfi ha detto che Mariasestina era caduta da sola: “La mia compagna è cascata qua dalle scale” e “è cascata”.

– Ci illustri la sua ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri.

I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrerla, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste, poi finì a terra.