CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANTONIO LOGLI REGGE UNA PARTE PROPRIO COME CHICO FORTI 

Antonio Logli

Antonio Logli è stato è stato condannato in via definitiva a 20 anni di carcere per l’omicidio di sua moglie Roberta Ragusa.

Le Cronache Lucane, 25 maggio 2020

Qualche settimana fa è stata diffusa un’intercettazione in cui si sente Antonio Logli che parla con Sara Calzolaio di un tombino: “Sì, glieli ho fatti vedere. Li aprì, guardò dentro e mi disse: Cosa c’è lì dentro?”. “C’è l’acqua, ma, se vuoi, guarda dentro. Chiama la botte della Gea, vuotali pian piano, se pensi che possa essere”. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che ha diffuso un’accurata ricostruzione dei fatti relativi alla scomparsa della Ragusa

– In tanti hanno pensato che il Logli possa aver nascosto il corpo di Roberta proprio in quel tombino, dottoressa Franco, che ne pensa?

Il Logli non ha ucciso Roberta nei pressi di casa sua, l’ha condotta invece in un luogo isolato dove l’ha colpita a morte e ne ha occultato il corpo. Roberta si lasciò convincere dal marito ed entrò nella C3 perché Antonio, con tutta probabilità, le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara per chiarire. Il Logli non minacciò Roberta dopo essere stato scoperto in autoscuola al telefono con Sara. Il Gozi infatti ha sempre detto di aver sentito solo la voce alterata di una donna: “c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti”. Il Logli non aveva infatti interesse ad attirare l’attenzione di nessuno posto che era deciso ad uccidere sua moglie, una decisione che aveva preso mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort in via Gigli, macchina che cambiò per un problema al filtro del gasolio e che temeva l’avrebbe lasciato a piedi. 

Chico Forti

– Dottoressa Franco, Antonio Logli è stato riconosciuto colpevole, perché non rivela il luogo dell’occultamento?

Il Logli non ammetterà mai di aver ucciso sua moglie, detesta il fatto di essere stato “smascherato”, preferisce rivendersi come una vittima per non perdere la faccia con familiari ed amici, vale lo stesso per i genitori di Maddie McCann e per Chico Forti, reggono tutti una parte. E’ particolarmente interessante ciò che ha recentemente risposto Chico Forti ad un giornalista che gli chiedeva il perché non si fosse dichiarato colpevole: “Per la gente che mi vuole bene, per la gente che crede in me, che crede nella mia innocenza, che crede nella persona che sono e che sono stata. Sarebbe il momento in cui perdo la mia battaglia”. Voglio farle notare che Chico Forti non ha risposto come avrebbe risposto un innocente “de facto”, ovvero non ha detto: “Non mi sono dichiarato colpevole perché sono innocente, io non ho ucciso Dale Pike”. Peraltro, non solo Chico non ha mai negato di aver ucciso Dale Pike, ma le sue interviste sono ricche di ammissioni incriminanti. In una ha perfino detto di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, mentre al giornalista de “Le Iene” ha detto: “E’ la truffa più idiota del mondo, perché stavo truffando me stesso”. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CHICO FORTI E’ UN TRUFFATORE E UN ASSASSINO, IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI MAIO SPIEGHI PERCHE’ VUOLE RIPORTARLO IN ITALIA

Durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia ha riferito a chi indagava che, poco tempo prima, Chico aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato, ciò che colpì gli investigatori furono le indicazioni fornite da Forti al potenziale killer, indicazioni che ricordavano da vicino le circostanze in cui era avvenuto l’omicidio di Pike (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

Le Cronache Lucane, 13 maggio 2020

Intorno alle ore 16.00 di giovedì 15 giugno 2000, Enrico Forti, detto Chico, un ex campione italiano di windsurf, è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di Dale Pike, 43 anni, figlio di Anthony Pike, proprietario del famoso Pike Hotel di Ibiza, che Chico stava cercando di acquisire.

Dale Pike è stato ucciso il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami, con due colpi di cal. 22 alla testa, il secondo colpo esploso a distanza ravvicinata.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Dale Pike

Criminologa Ursula franco: “Questo caso è una matrioska: truffe tra truffatori. Chi difende Chico Forti sostiene che non è vero che stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che invece Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore. Se fosse vero che Pike e Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per far attribuirne a Chico Forti il suo omicidio.  Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike; nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Enrico Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan; se davvero questi signori credono a ciò che sostengono, non è paradossale che nessuno di loro tema di venir “incastrato” per aver accusato la polizia di Miami Beach di aver “suicidato” Cunanan e quella di Miami di aver “incastrato” Chico Forti? Tra l’altro, il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective di Miami in nessun modo. Riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace”

– Dottoressa Franco, cosa vorrebbe chiedere al ministro degli esteri in merito al caso Chico Forti?

Non esiste alcun caso Forti, Chico ha ucciso a sangue freddo Dale Pike, è stato sottoposto ad un giusto processo e gli sono stati garantiti tutti gli appelli. Vorrei sapere da Di Maio il perché voglia riportare a casa un truffatore assassino. 

– Dottoressa, sappiamo che lei ritiene che Chico sia stato l’esecutore materiale, perché?

Se Enrico Forti avesse consegnato Dale Pike a uno o più complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero. Solo lui, che aveva prelevato la vittima in Aeroporto, aveva interesse a simulare un omicidio in ambito omosessuale per allontanare i sospetti da sé, non certo un soggetto sconosciuto alla vittima. E poi Chico, già alle 19.16, mostrò di sapere che Dale era morto in quanto cominciò a prendere le distanze da lui dicendo a sua moglie che non lo aveva trovato in aeroporto. Forti sapeva che Dale Pike era morto perché era stato lui ad ucciderlo poco prima. E’ stato Chico a rivelare durante l’intervista rilasciata dal carcere di Everglades il 4 novembre 2004 di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio di Dale.

Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il cadavere di Pike, non solo era poco fruibile a chi sarebbe dovuto uscire in windsurf perché la strada d’accesso era chiusa a causa dei danni di un recente uragano, ma quel giorno la direzione del vento non era ideale per uscire con la tavola a vela da quello spot, e un esperto di windsurf, un abitué, come Chico, sapeva che difficilmente vi avrebbe incontrato qualcuno, in specie dopo le 18.30. Enrico Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano. Forti, già dal primo interrogatorio, cercò invece di spostare l’attenzione su Thomas Knott ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale perché evidentemente Knott era estraneo ai fatti. Dale fu ucciso con una pistola cal. 22, Forti possedeva una cal. 22 che scomparve dopo l’omicidio; se Chico avesse chiesto a qualcuno di uccidere Pike, si sarebbe assicurato che non venisse ucciso proprio con una cal. 22., quantomeno non con la sua cal. 22 che, per essere scagionato dalle accuse, avrebbe avuto la premura di consegnare agli investigatori.

– Dottoressa, come finirono vicino al cadavere di Dale i suoi effetti personali?

Nulla di più semplice: gli effetti personali di Dale caddero dalle sue tasche durante il denudamento del cadavere da parte di Chico, un denudamento che fu messo in atto in un momento in cui c’era pochissima luce. E’ da scartare l’ipotesi che l’assassino avesse apparecchiato la scena con gli effetti personali della vittima per incastrare Forti, in tal caso infatti non si spiegherebbe il denudamento del cadavere allo scopo di simulare un omicidio in ambito omosessuale posto che Forti non è gay.

APPIAPOLIS: IL CASO CHICO FORTI

       –       di Ursula Franco *     –                 NEI LABIRINTI DEL CRIMINE IL CASO CHICO FORTI

“Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente”. Charles Foster Kane, protagonista di Citizen Kane (Quarto Potere), 1941.

Intorno alle ore 16.00 di giovedì 15 giugno 2000, Enrico Forti, detto Chico, un ex campione italiano di windsurf, è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di Dale Pike, 43 anni, figlio di Anthony Pike, proprietario del famoso Pike Hotel di Ibiza, che Chico stava cercando di acquisire.

Dale Pike è stato ucciso il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami, con due colpi di cal. 22 alla testa, il secondo colpo è stato esploso a distanza ravvicinata.cadavere Dale Pike IL CASO CHICO FORTI

Un surfista, David Suchinsky, ritrovò il cadavere di Dale su una spiaggia di Key Biscayne, Sewer Beach (Virginia Beach), verso le 18.00 del 16 febbraio 1998. Il corpo di Dale era stato denudato per spostare l’attenzione su una pista omosessuale (staging). E’ escluso che Sewer Beach fosse un luogo d’incontro di omosessuali.

Il 19 febbraio 1998, Chico Forti, interrogato come persona informata sui fatti, nonostante avesse fissato un appuntamento con Dale Pike in Aeroporto per il pomeriggio del 15 febbraio, riferì a chi indagava di essere andato in Aeroporto, ma di non aver incontrato Dale.

Il 20 febbraio, messo di fronte all’evidenza (Chico, il 15 febbraio, giorno dell’omicidio, alle 19.16, aveva telefonato a sua moglie da Key Biscayne) Forti ritrattò e disse di aver raccolto Pike in Aeroporto alle 18.15 e di averlo lasciato 25 minuti dopo nel parcheggio del Rusty Pelican, un locale non distante da Sewer Beach, luogo dove fu poi ritrovato il suo cadavere.

Enrico Forti riferì che Dale aveva effettuato una telefonata da una stazione di servizio, che lo stesso sarebbe dovuto andare ad un party e che erano rimasti d’accordo che si sarebbero incontrati tre giorni dopo, all’arrivo di suo padre, Anthony Pike.

Chico Forti aggiunse inoltre di aver telefonato alla moglie non appena lasciato Dale Pike nel parcheggio del Rusty Pelican e, seppure in ritardo per l’appuntamento delle 19.00 con il suocero, di essersi diretto verso Fort Lauderdale per raccoglierlo in aeroporto.

Thomas Heinz Knott IL CASO CHICO FORTIIn un’intervista televisiva, uno dei detective della polizia di Miami, che si occupò del caso, ha riferito che Enrico Forti fornì un’altra versione, ovvero disse che se avesse detto la verità alla polizia, un tedesco, già condannato per truffa, con cui era in affari, tale Thomas Heinz Knott, si sarebbe vendicato colpendo la sua famiglia, aggiungendo che Knott gli aveva detto che avrebbero dovuto sistemare Dale e che per il bene della sua famiglia, Chico lo avrebbe dovuto prelevare in aeroporto per portarglielo. Forti riferì di aver seguito le indicazioni di Knott non sapendo però che cosa Thomas avesse pianificato (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

1) Enrico Forti sostiene di aver mentito inizialmente agli investigatori per paura, in quanto non solo era venuto a conoscenza della morte di Dale ma i detective gli avevano riferito, mentendo, che pure il padre di Dale, Anthony Pike, era stato ucciso. Questa sua giustificazione non regge, egli infatti, già nella telefonata intercorsa tra lui e la moglie alle 19:16 della sera dell’omicidio, telefonata che agganciò una cella vicina a Sewer Beach, luogo in cui fu ritrovato il cadavere di Pike, riferì alla donna di non aver incontrato Dale Pike in aeroporto ed in seguito, prima di raccontare questa stessa menzogna agli inquirenti, la raccontò al suo avvocato, a Thomas Knott e ad Anthony Pike, padre di Dale. 

La circostanza che, già alle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti negasse con la moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso Dale.

2) L’aereo con a bordo Dale Pike arrivò a Miami alle 16.30, con un ritardo di mezz’ora rispetto all’orario previsto per l’atterraggio (lo riferì Forti agli investigatori nel suo primo interrogatorio, pag. 54).

Chico, a suo dire, prelevò Dale all’aeroporto di Miami intorno alle 18.15 e impiegò circa 25 minuti per raggiungere Sewer Beach (Key Biscayne), alle 19.16 chiamò sua moglie da Key Biscayne, come risulta dai tabulati, pertanto ebbe circa mezzora per uccidere Dale e alterare la scena del crimine simulando un omicidio in ambito omosessuale(staging). 

Riguardo allo staging, sia chiaro che solo un conoscente della vittima non omosessuale avrebbe avuto interesse a far passare l’omicidio di Dale per un delitto maturato in un contesto omosessuale, non un sicario né un assassino occasionale.dale pike IL CASO CHICO FORTI

3) Dale Pike fu ucciso con una pistola cal. 22. 

Qualche tempo prima dell’omicidio, Thomas Knott e Chico Forti avevano comprato una pistola dello stesso calibro, quella pistola, che Chico aveva pagato con la sua carta di credito e che aveva fatto intestare a Knott, non è mai stata ritrovata.articolo IL CASO CHICO FORTI

4) Della fantomatica telefonata che, secondo Forti Forti, Pike fece da una stazione di servizio, non vi è traccia. Viene da chiedersi il perché, avendo fretta di andare a Fort Lauderdale a prendere il suocero che doveva arrivare alle 19.00, Enrico non avesse prestato il proprio cellulare a Dale. La risposta è semplice: Dale, che doveva pernottare da Forti, non doveva fare e non fece nessuna telefonata. Ed è anche chiaro che Chico non sarebbe andato a prendere Dale Pike in aeroporto se Dale avesse avuto intenzione di passare la notte da qualcun altro.

5) Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike e alterò lui stesso la scena del crimine. Se avesse avuto dei complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, né avrebbe consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua. 

Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano.

6) Una scheda telefonica è stata ritrovata accanto al cadavere di Dale Pike, quella scheda era stata usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto). E’ facile inferire che la scheda appartenesse a Dale e che lo stesso avesse tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti risultarono fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). Da notare che su quella scheda telefonica non vi è traccia di telefonate ad altri numeri se non a quello di Chico, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto da una stazione di servizio. Chi difende Chico Forti sostiene che il killer di Dale Pike lasciò vicino al cadavere materiale utile ad incastrare Forti. In questo caso, che senso avrebbe avuto spogliare il cadavere di Dale per simulare un omicidio sessuale posto che Forti non è gay? Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in aereoporto, aveva interesse ad allontanare i sospetti da sé simulando un omicidio in ambito omosessuale, non certo un soggetto sconosciuto.articolo 2 IL CASO CHICO FORTI

7) Prima di ritrattare, Forti chiese alla moglie di far lavare l’auto con la quale aveva prelevato Dale Pike in aeroporto. E’ Enrico Forti a riferirlo in un’intervista rilasciata dopo la sua condanna: “La macchina… la mia macchina veniva lavata ogni settimana. Circa a metà della settimana. Non fu lavata il giorno dopo, fu lavata… credo tre o quattro giorni dopo… era la domenica e credo che venne lavata o il mercoledì o il giovedì. Ma si trattò di un lavaggio che era un lavaggio di routine, che facevamo ogni settimana. Fu mia moglie che la portò a lavare perché era sempre lei che la portava a lavare”.

Chico Forti uccise Dale Pike domenica 15 febbraio 1998; nei giorni di mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio, fu sentito dai detective della polizia di Miami come persona informata sui fatti.articolo 3 IL CASO CHICO FORTI

8) Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il cadavere di Pike, non solo era poco fruibile a chi sarebbe dovuto uscire in windsurf perché la strada d’accesso era chiusa a causa dei danni di un recente uragano, ma quel giorno la direzione del vento non era ideale per uscire con la tavola a vela da quello spot, e un esperto di windsurf, un abitué, come Chico, sapeva che difficilmente vi avrebbe incontrato qualcuno, in specie dopo le 18.30.

9) Non è vero che Chico Forti si rifiutò di collaborare con i detectives di Miami riguardo alla posizione dell’amico Thomas Knott, Chico, già dal primo interrogatorio, cercò di spostare l’attenzione su Knott, ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale perché evidentemente Thomas Knott era estraneo ai fatti.

pike hotel IL CASO CHICO FORTI10) Questo caso è una matrioska: truffe tra truffatori. Chi difende Chico Forti sostiene che non è vero che stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che invece Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore. Se fosse vero che Pike e Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per far attribuirne a Chico Forti il suo omicidio. 

11) Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike; nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti).0 0 4733 6766 IL CASO CHICO FORTI

12) Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Enrico Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan; se davvero questi signori credono a ciò che sostengono, non è paradossale che nessuno di loro tema di venir “incastrato” per aver accusato la polizia di Miami Beach di aver “suicidato” Cunanan e quella di Miami di aver “incastrato” Chico Forti? Tra l’altro, il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective di Miami in nessun modo. 

cunanan IL CASO CHICO FORTIRiguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace.

13) Di seguito un’analisi di uno stralcio di un’intervista tratta da Il caso Forti:

Intervistatore: (Chico) come mai non sei riuscito ad allontanare questa persona (Thomas Knott) che hai descritto come un parassita e che approfittava in questo modo?

Chico Forti: Perché questa persona era eccezionale… io credo che avesse truffato oltre trenta miliardi di lire… all’epoca… in Germania (…).

Chico Forti: Ebbene, dal momento che io e Tony Pike tagliammo Tom Knott fuori dal business, in quel momento, Tom Knott si trasforma in una vipera che è stata calpestata, la persona che è tagliata fuori dalla gallina dalle uova d’oro (…).

Durante l’intervista Chico Forti ha mostrato di stimare Tom Knott per le sue capacità e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità dell’ex campione di windsurf. Non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire, ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott, perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”, ci conferma che era Chico a voler truffare Pike.

Altri stralci provenienti da un’intervista rilasciata da Enrico Forti il 4 novembre 2004 dal carcere (Everglades Correctional Institution, Miami, FL):

Chico Forti: Tutte le persone che… mi hanno dimostrato che credono nella mia innocenza, il fatto che… credo, meglio di chiunque altro, so che sono innocente, il fatto che, in fondo in fondo, credo che ci sia un fine all’ingiustizia.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria, peraltro Forti indebolisce la sua affermazione facendo precedere “so che” a “sono innocente”.

Chico Forti: Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio.

Per due volte Enrico Forti, riferendosi a Dale Pike, evita di chiamarlo per nome, lo definisce semplicemente “il morto”, lo fa per prenderne le distanze. Perché dovrebbe prendere le distanze da Dale se non fosse stato lui ad ucciderlo?

Non solo Chico prende le distanze dalla vittima ma anche dai fatti evitando ogni riferimento all’omicidio. Enrico Forti evita di dire “il ragazzo ucciso” o “il ragazzo assassinato” o “il ragazzo ammazzato”, ma dice semplicemente “il morto”, Chico non dice né “ucciso”, né “assassinato”, né “ammazzato” per evitare lo stress che gli produrrebbe l’uso di termini tanto evocativi.  

Da notare l’ultima frase di Forti, Chico dice “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e ci rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, una pietra tombale.

Chico avrebbe semplicemente potuto dire di non essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio di Dale Pike ed invece, per non mentire, si è incartato in una lunga tirata oratoria durante la quale ci ha rivelato di esserci stato proprio quel giorno.  

Giornalista: Hai ucciso tu Dale Pike?

Ci aspettiamo da Chico Forti che neghi in modo credibile e che dica che sta dicendo la verità.

Chico Forti: Assolutamente no.

Aggiungendo “Assolutamente” a “no”, Forti mostra di aver bisogno di enfatizzare la negazione. 

Giornalista: Hai mai considerato la possibilità dell’omicidio?

Chico Forti: Assolutamente no. Non c’era motivo per me di togliere la vita al figlio di una persona che consideravo un amico.

Chico è incapace di rispondere con un semplice “No” e mostra di avere bisogno di convincere. Forti non possiede la protezione del cosiddetto del “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che induce i soggetti che dicono il vero a limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno.

Ci saremmo aspettati che durante l’intervista Chico dicesse “Io non ho ucciso Dale Pike” e che lo dicesse liberamente.tony pike IL CASO CHICO FORTI

13) Durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia ha riferito a chi indagava che, poco tempo prima, Chico aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato, ciò che colpì gli investigatori furono le indicazioni fornite da Forti al potenziale killer, indicazioni che ricordavano da vicino le circostanze in cui era avvenuto l’omicidio di Pike (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

CONCLUSIONI:

Enrico Forti è un truffatore e un assassino che, finché non è stato inchiodato alle sue responsabilità, ha ritenuto di essere parecchio furbo, un passato di “successi” nel campo della manipolazione del suo prossimo lo ha portato a credere di potersela cavare dopo aver ucciso Dale Pike ed invece si è dovuto confrontare con gente più furba di lui: i detectives e il prosecutor che hanno indagato sull’omicidio.

– Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike, se lo avesse consegnato a uno o più complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero. 

– Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in Aeroporto, aveva interesse a simulare un omicidio in ambito omosessuale per allontanare i sospetti da sé, non certo un soggetto sconosciuto alla vittima. 

– Chico, già alle 19.16, mostrò di sapere che Dale era morto in quanto cominciò a prendere le distanze da lui dicendo a sua moglie che non lo aveva trovato in aeroporto. Forti sapeva che Dale Pike era morto perché era stato lui ad ucciderlo poco prima.

– E’ stato Chico a rivelare durante l’intervista rilasciata dal carcere di Everglades il 4 novembre 2004 di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio di Dale.

– Enrico Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano. Forti, già dal primo interrogatorio, cercò invece di spostare l’attenzione su Thomas Knott ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale perché evidentemente Knott era estraneo ai fatti. 

– Dale fu ucciso con una pistola cal. 22, Forti possedeva una cal. 22 che scomparve dopo l’omicidio; se Chico avesse chiesto a qualcuno di uccidere Pike, si sarebbe assicurato che non venisse ucciso proprio con una cal. 22., quantomeno non con la sua cal. 22 che, per essere scagionato dalle accuse, avrebbe avuto la premura di consegnare agli investigatori.

– Gli oggetti ritrovati intorno al cadavere di Dale, che riconducevano a Chico Forti, caddero dalle tasche di Dale durante il denudamento del cadavere da parte di Chico, un denudamento che fu messo in atto in un momento in cui c’era pochissima luce. E’ da scartare l’ipotesi che l’assassino avesse apparecchiato la scena con gli effetti personali della vittima per incastrare Forti, in tal caso infatti non si spiegherebbe il denudamento del cadavere allo scopo di simulare un omicidio in ambito omosessuale posto che Forti non è gay. FORTI 1200x1200 1 IL CASO CHICO FORTI

ursula franco 1 IL CASO CHICO FORTI* Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

 

 

BIBLIOGRAFIA

chicoforti official site

Chico forti wikipedia

Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story (con interviste ai detectives di Miami che si occuparono del caso)

L’incredibile storia di Chico Forti di Roberto Fodde

Il grande imbroglio di Chico Forti di Claudio Giusti

Il caso Forti

La vera storia di Chico Forti di Claudio Giusti

Felony Murder Rule wikipedia

Delitto Versace- il sorriso della medusa documentario

Andrew Cunanan wikipedia

Andrew Cunanan – The Versace Killer (Serial Killer Documentary)

IL CASO DI CHICO FORTI di Manuela Moreno

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN QUESTI 20 ANNI CHICO FORTI HA RILASCIATO INTERVISTE AUTO INCRIMINANTI

La criminologa Ursula Franco è nota soprattutto per le sue competenze in tema di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi. La Franco è consulente della difesa di Paolo Foresta, marito di Annamaria Sorrentino, avvocato Giovanni Pellacchia; è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; è stata poi consulente degli avvocati Esposito e Martelli, difensori di Stefano Binda. Binda, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, il 24 luglio scorso è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente dell’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, difensore di Daniel Petru Ciocan che da più di 3 anni è indagato per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu, nonostante il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano dato ragione alla difesa su tutta la linea ed abbiano soprattutto invitato gli inquirenti ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. 

Le Cronache Lucane, 27 gennaio 2020

– Gianni Forti, zio di Chico Forti, sostiene che lei non abbia studiato bene il caso.

Quello di Gianni Forti non è un argomento, come, da parte mia, non sarebbe un argomento mettere in dubbio le competenze in campo criminologico e giuridico dello zio di Chico. Per capire l’inesistente caso Chico Forti sono sufficienti le informazioni disponibili sul web e i contenuti delle auto incriminanti interviste rilasciate in questi 20 anni da Chico Forti. E’ nelle interviste rilasciate da Chico Forti dopo la condanna la conferma del fatto che è lui l’omicida di Dale Pike. Chico è un manipolatore, non ha mai detto di non aver ucciso Dale, sono i suoi sostenitori a dirlo. Dal punto di vista dell’analisi linguistica, se Chico non avesse ucciso Dale, ma anche se fosse solo il mandante dell’omicidio, sarebbe riuscito a dire “io non ho ucciso Dale Pike”.

 – Che ne pensa dei servizi mandati in onda dalla trasmissione Le Iene?

Sono di nessun valore. È infatti provato che, riguardo ai casi giudiziari, l’interesse primario dello show Le Iene non è la verità. E’ evidente che, allo scopo di sostenere le loro tesi preconcette, Le Iene non solo contaminano le interviste attraverso le domande ma, prima di mandarle in onda, le sottopongono ad un imponente “taglia e cuci”. 

Chico Forti

– Torna a chiarirci il perché lei, a differenza dell’accusa, ritiene che sia stato proprio Chico Forti ad uccidere Dale Pike.

1) Chico Forti, già nella telefonata delle 19:16, intercorsa tra lui e la moglie la sera dell’omicidio, negò di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto. 

Il fatto che, dalle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti abbia negato alla moglie e, da quel momento in poi a tutti i suoi interlocutori (il suo avvocato, Thomas Knott, il padre di sua moglie, il padre di Dale e la polizia) di aver incontrato Dale Pike ci rivela che, a quell’ora, Dale era già morto. 

2) L’assassino, dopo aver sparato a Dale, mise in atto una messinscena, ovvero simulò un omicidio in un contesto omosessuale. 

Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in Aeroporto, aveva interesse a simulare un omicidio in ambito omosessuale per allontanare i sospetti da sé, non certo un soggetto sconosciuto alla vittima. 

3) E’ stato Chico a rivelare durante l’intervista rilasciata dal carcere di Everglades il 4 novembre 2004 di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio di Dale.

4) Se Chico avesse avuto dei complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero.

5) Dale fu ucciso con due colpi di una calibro .22. Un’arma dello stesso calibro di quella a disposizione di Chico Forti e che non fu mai ritrovata. Se Chico avesse avuto dei complici non gli avrebbe consentito di usare un’arma dello stesso calibro di quella a sua disposizione. 

6) Infine, lo ripeto, se fosse stato il mandante dell’omicidio di Dale Pike, Chico sarebbe riuscito a dire “io non ho ucciso Dale Pike”.

Aggiungo che gli oggetti ritrovati intorno al cadavere di Dale, che riconducevano a Chico Forti, caddero dalle tasche di Dale durante il denudamento del cadavere da parte di Chico, un denudamento che fu messo in atto in un momento in cui c’era pochissima luce. E’ da scartare l’ipotesi che l’assassino avesse apparecchiato la scena con gli effetti personali della vittima per incastrare Forti, in tal caso infatti non si spiegherebbe il denudamento del cadavere allo scopo di simulare un omicidio in ambito omosessuale posto che Forti non è gay. 

Dale Pike

 – Chi è Thomas Knott?

Thomas Knott è una delle tante vittime di Chico Forti. Dopo aver ucciso Pike, Chico Forti raccontò a Thomas Knott che la polizia di Miami lo stava cercando per la truffa dei palloni aerostatici e per la la storia dei soldi sottratti a Anthony Pike, lo fece per spaventarlo e per fargli lasciare Miami in modo da indurre gli inquirenti a sospettare di lui. Riguardo poi alle carte di credito di Anthony Pike, non era il solo Knott ad usarle, anche Chico Forti aveva tentato di acquistare materiali per le riprese video con quelle carte di credito usando però il nome di Thomas Knott. Peraltro, durante un’intervista, Chico Forti ha mostrato di stimare Thomas Knott per le sue capacità e ha definito Anthony Pike una “gallina dalle uova d’oro”, affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità dell’ex campione di windsurf. Non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire, ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Thomas Knott perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. 

Riguardo invece al giorno dell’omicidio di Dale Pike, Thomas Knott rimase a casa, ce lo confermano i tabulati telefonici e le testimonianze degli ospiti che raggiunsero il suo appartamento dopo le 19:00. 

E’ Chico Forti ad aver mentito agli investigatori ed è lui ad essere privo di un alibi. Peraltro, durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia riferì a chi indagava che, poco tempo prima, Chico Forti aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato e le indicazioni fornite dal Forti al potenziale killer ricordavano da vicino le circostanze in cui è avvenuto l’omicidio di Dale Pike.

– Come fa ad essere sicura che la sabbia ritrovata sull’auto di Chico provenga da Sewer Beach, spiaggia dove venne ucciso Dale Pike?

E’ stato Chico a dirci che il giorno dell’omicidio di Dale Pike si recò a Sewer Beach, lo ha fatto durante l’intervista rilasciata dal carcere di Everglades il 4 novembre 2004: “Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio.”

“non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio” è un’ammissione involontaria. Con questa frase Chico si è tradito e ha rivelato di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio.

– Dottoressa, vuole aggiungere qualcosa?
Non esiste un caso Chico Forti. A Forti non resta che chiedere la grazia a Donald J. Trump. Nonostante gli appelli, le prove contro di lui hanno tenuto e sono balle le storie che raccontano i sui sostenitori sui fantomatici diritti violati. Infine, il tentativo di incastrare Thomas Knott è una vergogna tutta italiana.

IL CASO CHICO FORTI A CHI L’HA VISTO?, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MEGLIO SCEGLIERE LA VERITA’ AL CONSENSO

Chico Forti

Enrico detto “Chico” Forti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike. Pike è stato ucciso con due colpi di cal. 22 su una spiaggia di Miami il 15 febbraio 1998. In Italia, ormai da anni, un vasto stuolo di personaggi pubblici esprime dubbi in merito alla sentenza di condanna emessa in USA. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che è certa della colpevolezza di Forti.

Dale Pike

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

La Franco aveva recentemente dichiarato: “I processi mediatici sono un mezzo utilizzato da sempre per convincere della colpevolezza o dell’innocenza di un soggetto coinvolto in un caso giudiziario. E, come in questo caso, si fondano su dissimulazione e falsificazione. Voglio precisare che non sono contraria alla richiesta di grazia per Forti, non accetto semplicemente che si tenti di riscrivere i fatti relativi all’omicidio di Dale e che si tenti di incastrare un innocente.”

Le Cronache Lucane, 16 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, che ne pensa del servizio giornalistico su Chico Forti andato in onda a “Chi l’ha visto?” Mercoledì 11 dicembre?

E’ sempre meglio scegliere la verità al consenso perché non tutti ignorano gli argomenti trattati. Il servizio realizzato su Chico Forti da “Chi l’ha visto?” è frutto di una totale mistificazione dei fatti. Ma come si fa a prendere posizione su un caso giudiziario senza conoscerlo, senza competenze in ambito criminologico e ignorando l’ordinamento americano? A RAI3 non si chiedono il perché Chico possa sperare solo nella grazia e non in una revisione?

– Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami abbia “incastrato” Forti per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami riguardo al suicidio di Cunanan, proprio in merito, durante la trasmissione di RAI3 Ercole Rocchetti ha detto: “Nel documentario viene messa fortemente in dubbio la versione ufficiale della polizia di Miami secondo la quale l’assassino di Versace sarebbe il serial killer Andrew Cunanan, Forti sostiene che il presunto assassino sarebbe stato ucciso 48 ore prima del ritrovamento e solo una volta morto sarebbe stato poi posizionato dentro quella casa galleggiante solo allo scopo di chiudere il caso, una ricostruzione che la polizia di Miami non ha affatto gradito”, può fare chiarezza?

Riguardo al suicidio di Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace. Riguardo invece al documentario di Enrico Forti, “Il sorriso della Medusa”, quel documentario non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective della polizia di Miami Beach, peraltro, chi difende Forti non dice che Chico è stato arrestato per l’omicidio di Dale Pike dalla polizia di Miami non da quella di Miami Beach, che si era occupata invece dell’omicidio Versace.

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– Dottoressa, Ercole Rocchetti, durante il suo servizio, ha detto che accanto al cadavere di Dale erano “in bella vista tutti i suoi effetti personali” lasciando chiaramente intendere che facessero parte di una messinscena per incastrare Chico, che può dirci in merito?

E’ una sciocchezza, per analizzare correttamente un caso giudiziario servono competenze, in questo caso anche in tema di “staging” della scena del crimine: se Dale non fosse stato ucciso da Chico e l’assassino avesse apparecchiato la scena con gli effetti personali della vittima, non avrebbe avuto senso spogliarne il cadavere per simulare un omicidio sessuale posto che Forti non è gay. Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in Aeroporto, aveva interesse ad allontanare i sospetti da sé simulando un omicidio in ambito omosessuale. In ogni caso, Dale sarebbe stato comunque identificato, ciò che ha aiutato a smascherare Forti è stato il fatto che sulla scheda telefonica usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto), in quanto Dale aveva tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti vennero fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti), non vi era traccia di telefonate ad altri numeri, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto da una stazione di servizio.

– L’inviato di Chi l’ha visto? Ercole Rocchetti ha sostenuto che “la telefonata (di Chico) alla moglie ci consente di localizzare il suo cellulare nel tragitto verso un’altra località dove ha un appuntamento con il suocero”, che ne dice dottoressa?

Che vuole che le dica? Le ripeto: un caso bisogna conoscerlo prima di esprimersi. La telefonata alla moglie ha incastrato Chico perché ha consentito agli inquirenti di localizzare il suo telefono a poca distanza dalla scena del crimine. In quella telefonata Chico disse alla moglie di non aver incontrato Dale.

– Quindi non si trattò di una “stupida bugia che ritratterà a mente fredda il giorno dopo”, come sostenuto da Rocchetti nel servizio?

Evidentemente no, Chico non mentì solo alla polizia riguardo all’incontro con Dale, come da lui sostenuto in un’intervista del 2001, Chico mentì già alla moglie alle 19.16 del giorno dell’omicidio, al suocero, ad Anthony Pike e all’amico tedesco Thomas Knott. Chico, già alle 19.16 del giorno dell’omicidio, cominciò a prendere le distanze da Dale Pike in quanto sapeva che era morto perché era stato lui ad ucciderlo poco prima. Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike, se lo avesse consegnato a uno o più complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero.

– Chico sostiene di aver mentito agli investigatori per paura?

E’ vero, Chico temeva di essere incriminato perché era stato l’ultimo a vedere Dale e lo aveva ucciso.

– Perché Chico avrebbe scelto Sewer Beach per uccidere Dale?

Perché sapeva che Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il cadavere di Pike, non solo era poco fruibile a chi sarebbe dovuto uscire in windsurf perché la strada d’accesso era chiusa per un precedente uragano ma quel giorno la direzione del vento non era ideale per uscire con la tavola a vela da quello spot, pertanto, Chico, in quanto esperto di windsurf ed abitué, sapeva che difficilmente vi avrebbe incontrato qualcuno, in specie dopo le 18.30.

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– Riguardo ai granelli di sabbia ritrovati sul Range Rover di Chico, che può dirci?

E’ stato Chico a dirci che il giorno dell’omicidio di Dale Pike si recò a Sewer Beach, lo ha fatto in un’intervista. “Chico Forti: Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio.”

Si noti l’ultima frase di Forti, “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, un’ammissione involontaria, una pietra tombale.

– E’ vero che Forti è stato condannato senza un movente perché era stato assolto dall’accusa di truffa?

E’ un’altra sciocchezza. Nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa ai danni di Anthony Pike, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). Chi difende Chico Forti sostiene che non è vero che Chico stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che erano invece Anthony Pike e Thomas Knott che stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore, se fosse vero che Pike e Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto motivo di uccidere Dale per incastrare Chico Forti e così veder sfumato il guadagno.

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– Dottoressa, è vero che, come dice Ercole Rocchetti, “sono sparite le registrazioni di quegli interrogatori ma il contenuto finisce comunque nel fascicolo del Prosecutor, il pubblico ministero”?

E’ falso, posseggo anch’io una copia della trascrizione dell’interrogatorio di 85 pagine cui fu sottoposto Chico il 19 febbraio 1998.

– E’ vero che Chico non ha mai parlato al processo?

E’ stata una scelta processuale di Chico e della sua difesa non convocarlo come teste. Per il resto, il processo americano non prevede che un imputato rilasci dichiarazioni spontanee prima della sentenza. Le ricordo che l’ordinamento americano è diverso dal nostro.

– E’ vero che quella riguardante Chico Forti, come dice Rocchetti, “è una delle storie più controverse della giustizia americana, anche a detta dell’opinione pubblica di quel paese, che chiede a gran voce la revisione del processo”?

Esilarante. Che distorsione! Controversa? L’opinione pubblica!? Chiedetevi perché Forti non sia riuscito a vincere un appello e perché non si sia rivolto ad associazioni come “Innocence Project”. A Chico non resta che chiedere la grazia al presidente Donald Trump perché è stato lui ad uccidere il povero Dale Pike.

– Dottoressa, è vero, così come dice Rocchetti, che “in questa vicenda ci sono una serie impressionanti di violazioni del principio del giusto processo e dei diritti di difesa”?

Se vi fossero state le fantomatiche suddette violazioni, Chico sarebbe stato assolto in appello.

– Veniamo a Thomas Heinz Knott, definito da Federica Sciarelli ed Ercole Rocchetti “truffatore”, che vuol dirci?

In primis vorrei ricordare che sia Thomas Knott che Chico Forti sono stati condannati per i reati a loro contestati, il primo per truffa, il secondo per omicidio, pertanto invito chi definisce Knott “truffatore” a chiamare Chico “assassino”. Trovo scorretto e disonorevole l’uso spudorato del cosiddetto criterio dei “due pesi e due misure”. Riguardo al rapporto tra Forti e Knott è utile leggere uno stralcio di un’intervista tratta da Il caso Forti:

“Intervistatore: (Chico) come mai non sei riuscito ad allontanare questa persona (Thomas Knott) che hai descritto come un parassita e che approfittava in questo modo?

Chico Forti: Perché questa persona era eccezionale… io credo che avesse truffato oltre trenta miliardi di lire… all’epoca… in Germania (…).

Chico Forti: Ebbene, dal momento che io e Tony Pike tagliammo Tom Knott fuori dal business, in quel momento, Tom Knott si trasforma in una vipera che è stata calpestata, la persona che è tagliata fuori dalla gallina dalle uova d’oro (…).”

Durante l’intervista Chico Forti ha mostrato di stimare Tom Knott per le sue capacità e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità dell’ex campione di windsurf; non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott, perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro” ci conferma che era Chico a voler truffare Anthony Pike.

– Dottoressa, vuole aggiungere qualcosa?

Durante le indagini riguardanti l’omicidio di Dale Pike, un informatore della polizia ha riferito a chi indagava che, poco tempo prima, Chico aveva provato ad assoldare un killer per uccidere un avvocato, ciò che colpì gli investigatori furono le indicazioni fornite da Forti al potenziale killer, indicazioni che ricordavano da vicino le circostanze in cui era avvenuto l’omicidio di Pike (Power Privilege And Justice ISLAND OBSESSION – Enrico “Chico” Forti Story).

CHICO FORTI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: FORTI HA UCCISO DALE PIKE

Chico Forti

Enrico detto “Chico” Forti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike. Pike è stato ucciso con due colpi di cal. 22 su una spiaggia di Miami il 15 febbraio 1998. In Italia, ormai da anni, un vasto stuolo di personaggi pubblici esprime dubbi in merito alla sentenza di condanna emessa in USA. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco che è certa della colpevolezza di Forti.

Le Cronache Lucane, 11 dicembre 2019

Dale Pike

 – Dottoressa Franco, com’è possibile che in tanti prendano posizione a favore di Forti in maniera acritica?

Non c’è nulla di cui meravigliarsi, i processi mediatici sono un mezzo utilizzato da sempre per convincere della colpevolezza o dell’innocenza di un soggetto coinvolto in un caso giudiziario. E, come in questo caso, si fondano su dissimulazione e falsificazione. Voglio precisare che non sono contraria alla richiesta di grazia per Forti, non accetto semplicemente che si tenti di riscrivere i fatti relativi all’omicidio di Dale e che si tenti di incastrare un innocente.

– Chico sostiene di aver mentito agli investigatori per paura?

Certamente, per paura di essere incriminato perché era stato l’ultimo a vedere Dale e lo aveva ucciso. Peraltro, Chico Forti non mentì solo alla polizia, ma in una telefonata, quella delle 19:16 intercorsa tra lui e la moglie la sera dell’omicidio, Forti riferì alla donna di non aver incontrato la vittima in Aeroporto e, in seguito, prima di raccontare questa stessa menzogna agli inquirenti, la raccontò al suo avvocato, al suocero, a Thomas Knott e Anthony Pike. La circostanza che, già alle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti abbia negato alla moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso Dale e che, proprio per questo motivo, da quel momento negò a tutti i suoi interlocutori di averlo incontrato. Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike e alterò lui stesso la scena del crimine, se avesse avuto dei complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, né avrebbe consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua. 

– Chi difende Chico Forti sostiene che il killer di Dale Pike abbia lasciato vicino al cadavere materiale utile ad incastrare Forti.

Esilarante. Se questa sciocchezza fosse vera il killer non avrebbe spogliato il cadavere di Dale per simulare un omicidio sessuale posto che Forti non è gay. Solo Chico Forti, che aveva prelevato la vittima in aereoporto, aveva interesse ad allontanare i sospetti da sé simulando un omicidio in ambito omosessuale, non certo un soggetto sconosciuto.

– Secondo Chico Forti, Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffarlo rifilandogli un hotel senza valore.

Se fosse vero che Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per incastrarlo.

– Chi difende Forti dice che manca un movente in quanto Chico è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike.

Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike, nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule, che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio. Vi invito a leggere ciò che ha scritto in merito il dottor Claudio Giusti. Peraltro, l’ultima truffa di Forti è stata quella di dare a bere a molti italiani di non aver ucciso Dale Pike. 

– Che legame c’è tra l’omicidio di Versace e le accuse a Chico Forti?

Nessuno. Coloro che difendono Chico Forti sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Enrico Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan; se davvero questi personaggi credono a ciò che sostengono, non è paradossale che nessuno di loro tema di venir “incastrato” per aver accusato la polizia di Miami Beach di aver “suicidato” Cunanan e quella di Miami di aver “incastrato” Chico Forti? Tra l’altro, il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective di Miami in nessun modo. Riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace.

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A “LE IENE” IL CASO CHICO FORTI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DICHIARAZIONI SCONCERTANTI DA PARTE DI UN MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, MA CHE C’ENTRA IL MOSSAD?

Enrico detto “Chico” Forti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, ucciso con due colpi di cal. 22 su una spiaggia di Miami il 15 febbraio 1998. Ieri a “Le Iene” hanno trattato il caso Chico Forti mettendo in dubbio la sentenza di condanna emessa in USA. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco. Secondo la Franco, “Enrico Forti mentì agli investigatori perché aveva ucciso lui Dale Pike. Peraltro, Chico Forti non mentì solo alla polizia, ma in una telefonata, quella delle 19:16 intercorsa tra lui e la moglie la sera dell’omicidio, Forti riferì alla donna di non aver incontrato la vittima in Aeroporto e in seguito, prima di raccontare questa stessa menzogna agli inquirenti, la raccontò sia al suo avvocato, che al padre di Dale, che a Thomas Knott. La circostanza che, già alle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti negasse con la moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso Dale e che, proprio per questo motivo, da quel momento negò a tutti i suoi interlocutori di averlo incontrato. Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike e alterò lui stesso la scena del crimine, se avesse avuto dei complici non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, né avrebbe consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua. Tra l’altro Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano”.

Le Cronache Lucane, 6 novembre 2019

– Durante un’intervista a “Le Iene” sul caso Chico Forti, andata in onda nella puntata di ieri sera, Lorenzo Matassa, un magistrato del Tribunale di Palermo, ha detto: “Un altro Stato, pensi Israele (ride), Israele avrebbe lasciato un… un concittadino lì? Ma forse avrebbero creato una cellula del Mossad per andarlo a prendere!”, dottoressa Franco vuole commentare?

Sono dichiarazioni sconcertanti, Israele è un paese civile, non è mai successo che un israeliano condannato per un omicidio da lui commesso in un altro paese sia stato liberato dal Mossad. Forse il magistrato si confonde con azioni militari come l’Operazione Entebbe, un intervento messo in atto per liberare decine di ostaggi di un’azione terroristica.  

– Dottoressa Franco, a “Le Iene hanno detto che a Chico non è mai stata fatta una domanda, è vero?

Chico è stato interrogato più volte. Sono ben 85 le pagine dell’interrogatorio cui fu sottoposto il 28 febbraio 1998.

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– E del legame ipotizzato dagli “innocentisti” tra l’omicidio di Versace e le accuse a Chico Forti, che può dirci?

Coloro che difendono Chico Forti sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario nel quale Enrico Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan; se davvero questi personaggi credono a ciò che sostengono, non è paradossale che nessuno di loro tema di venir “incastrato” per aver accusato la polizia di Miami Beach di aver “suicidato” Cunanan e quella di Miami di aver “incastrato” Chico Forti? Tra l’altro, il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia, pertanto non ha danneggiato l’onore dei detective di Miami in nessun modo. Riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, è difficile credere alle dietrologie sulla sua morte, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace.

– E’ vero che Chico è stato assolto dall’accusa di truffa e che quindi non aveva un movente?

Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike; nel suo caso è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio (La vera storia di Enrico Chico Forti di Claudio Giusti). 

LA STORIA DI CHICO FORTI, NE ABBIAMO PARLATO CON LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CASO CHIARO E CHIUSO DA 20 ANNI 

Chico Forti

Intorno alle ore 16.00 di giovedì 15 giugno 2000, Enrico Forti, detto Chico, un ex campione italiano di windsurf, è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di Dale Pike, 43 anni, figlio di Anthony Pike, proprietario del famoso Pike Hotel di Ibiza, che Chico stava cercando di acquisire. Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 31 ottobre 2019

– Dottoressa Franco, chi è Chico Forti?

Chico Forti è un omicida che è stato condannato al carcere a vita in USA. 

– Dottoressa Franco può riassumerci i fatti relativi all’omicidio da lui commesso?

Intorno alle 18.00 del 16 febbraio 1998, un surfista, tale David Suchinsky, ha ritrovato il cadavere di Dale Pike sulla spiaggia di Sewer Beach, Key Biscayne. Dale Pike era stato ucciso, con due colpi d’arma da fuoco alla testa, la sera prima, il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami; l’omicida ne aveva poi denudato il corpo senza vita per spostare l’attenzione su una pista omosessuale. Pista subito esclusa dagli investigatori, posto che il luogo del ritrovamento del corpo non era un luogo d’incontro di omosessuali, ma un noto spot per surfisti. Riguardo a questa messinscena, solo un conoscente della vittima avrebbe avuto interesse a far passare l’omicidio per un delitto maturato in un contesto omosessuale, non un sicario, né tantomeno un assassino occasionale. L’omicidio è stato commesso con una cal.22, una pistola dello stesso calibro della pistola che Chico aveva pagato con la sua carta di credito ma che aveva fatto intestare ad un amico, il tedesco Thomas Heinz Knott, pistola che non è mai stata ritrovata. Il 18 e il 19 febbraio 1998, Chico Forti, è stato interrogato dagli inquirenti come persona informata sui fatti ed ha sostenuto, mentendo, di essere andato in Aeroporto in quanto aveva un appuntamento con Dale, ma di non averlo incontrato. Il 20 febbraio, messo di fronte all’evidenza (Chico, il 15 febbraio, giorno dell’omicidio, alle 19.16, aveva telefonato a sua moglie proprio da Key Biscayne, zona del ritrovamento del cadavere) Forti ha ritrattato e raccontato di aver raccolto Pike in Aeroporto alle 18.15 e di averlo lasciato, 25 minuti dopo, nel parcheggio del Rusty Pelican, un locale non distante da Sewer Beach. Enrico Forti ha anche riferito che Dale Pike aveva effettuato una telefonata da una stazione di servizio, che lo stesso sarebbe dovuto andare ad un party e che erano rimasti d’accordo che si sarebbero incontrati tre giorni dopo, all’arrivo a Miami del padre di Dale, Anthony Pike. 

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– Forti continua a sostenere di aver mentito inizialmente agli investigatori per paura, lei che ne pensa?

Forti mentì agli investigatori perché aveva ucciso lui Dale Pike. Peraltro, Chico Forti non mentì solo alla polizia, ma in una telefonata, quella delle 19:16, intercorsa tra lui e la moglie la sera dell’omicidio, Forti le riferì di non aver incontrato la vittima in Aeroporto e in seguito, prima di raccontare questa stessa menzogna agli inquirenti, la raccontò sia al suo avvocato, che al padre di Dale, che a Thomas Knott. La circostanza che, già alle 19:16 del 15 febbraio 1998, Chico Forti negasse con la moglie di aver incontrato Dale Pike in Aeroporto ci permette di inferire senza ombra di dubbio che già a quell’ora Chico aveva ucciso personalmente Dale e che, proprio per questo motivo, da quel momento negò a tutti i suoi interlocutori di averlo incontrato.

Dale Pike

 – Perché Chico uccise Dale Pike?

Perché Chico Forti stava cercando di truffare Anthony Pike, padre di Dale. Forti voleva appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza, noto hotel fondato da Anthony Pike verso la fine degli anni 70. Il giovane Pike aveva capito che stava succedendo qualcosa di poco chiaro e, proprio per questo motivo, si era recato a Miami per parlare con Forti.

– Lei si è sempre detta convinta che ad uccidere Pike sia stato materialmente Chico Forti, perché?

Se Forti avesse avuto dei complici non avrebbe consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua, né sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero, un ritardo che permette di attribuire personalmente a Chico l’omicidio di Dale. Tra l’altro, Forti non fece i nomi dei suoi fantomatici complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano.

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– Dale Pike fece o no una telefonata dalla stazione di servizio?

Della fantomatica telefonata di Dale Pike, riferita agli investigatori da Forti, non vi è traccia; viene da chiedersi perché, avendo fretta di andare a Fort Lauderdale a prendere il suocero, che doveva arrivare alle 19.00, Chico non avesse prestato il proprio cellulare a Dale per fare quella telefonata, la risposta è semplice: Dale, che doveva pernottare da Forti, non fece alcuna telefonata.

– E della scheda telefonica ritrovata vicino al cadavere di Pike, che può dirci?

La scheda telefonica ritrovata accanto al cadavere di Dale Pike era stata usata per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto). E’ facile inferire che la scheda appartenesse a Dale e che lo stesso avesse tentato di contattare Enrico Forti una volta atterrato a Miami, le telefonate infatti vennero fatte intorno alle 17.15, ovvero 45 minuti dopo l’atterraggio dell’aereo di Pike (da “La vera storia di Enrico Chico Forti” di Claudio Giusti). Si sappia che su quella scheda telefonica non vi è traccia di telefonate ad altri numeri se non a quello di Chico, tantomeno della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto dalla stazione di servizio. 

– Chi difende Forti dice che non c’è un movente in quanto Chico è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike.

Non è vero che Chico Forti è stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike, nel caso Forti è stata semplicemente applicata la Felony Murder Rule, che prevede la sospensione di un capo di imputazione, in questo caso la truffa, perché movente dell’omicidio. Vi invito a leggere in merito “La vera storia di Enrico Chico Forti” di Claudio Giusti. Peraltro, l’ultima truffa di Forti è stata quella di dare a bere a molti italiani di non aver ucciso Dale Pike. 

– Secondo Chico Forti, Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffarlo rifilandogli un hotel senza valore.

Se fosse vero che Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione di uccidere Dale per far attribuirne a Chico Forti l’omicidio ed incastrarlo.

– Coloro che difendono Chico Forti, in specie l’amico Roberto Fodde, un avvocato che vive a Miami, sostengono che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per il servizio da lui realizzato sulla morte di Andrew Philip Cunanan, una specie di documentario durante il quale Forti mette in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan, che può dirci in merito?

Non è stata la polizia di Miami Beach ad occuparsi dell’omicidio di Dale Pike ma quella di Miami. Invece, riguardo al suicidio dello spree killer Andrew Philip Cunanan, all’epoca uno degli uomini più ricercati d’America, quelle sulla sua morte sono semplicemente dietrologie, infatti, il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano, è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace. 

– Ma com’è possibile che in tanti si siano convinti dell’innocenza di Forti?

Non è difficile manipolare la mente degli incompetenti attraverso i Media, lo sanno bene gli “opinionisti” e i conduttori dei tv show spazzatura che da anni tentano di riscrivere i fatti relativi ai casi giudiziari di cui si occupano, non senza costi aggiuntivi per i poveri contribuenti, già oltremodo vessati. La lista delle sciocchezze dette su questo caso è lunga.

– Le sue analisi delle interviste rilasciate da Chico lo inchiodano alle sue responsabilità, che cosa emerge?

Chico Forti non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Pike, neanche durante la recente intervista rilasciata ad Erin Moriarty di “48 Hours”. Peraltro, se Chico avesse commissionato l’omicidio sarebbe stato capace di dire “io non ho ucciso Dale”, perché non sarebbe stato lui a sparare. Chico si è spesso detto innocente, dirsi innocente, però, non equivale a negare l’azione omicidiaria. Durante un’intervista, Chico Forti ha mostrato di stimare Thomas Knott per le sue capacità e ha definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”. Affermazioni particolarmente utili per delineare la personalità di Forti; non è solo la mancanza di disprezzo per le attività illegali di Knott a colpire, ma anche l’assenza di rabbia nei suoi confronti. Chico Forti non ce l’ha con Knott, perché evidentemente mente quando sostiene di credere che sia stato lui ad incastrarlo. Il fatto che abbia definito Tony Pike una “gallina dalle uova d’oro”, ci conferma che era Chico a voler truffare Pike. In un’intervista del 4 novembre 2004 dal carcere, Forti ha detto: “Le prove create. La sabbia è una finzione. La mia macchina è stata smontata letteralmente in se… oltre settecento pezzi, è stata tenuta nel deposito della polizia, analizzata da esperti in ogni millimetro, in ogni area, dalla parte sottostante dell’interno alla parte esterna, le gomme, gli ammortizzatori, non hanno trovato nessun tipo di connessione con la spiaggia del morto, due o tre mesi dopo, il giorno prima che devono rilasciarmi la macchina decidono di prendere e guidare la mia macchina… su una spiaggia identica, di composizione identica alla spiaggia dove è stato trovato il morto, smontare dalla macchina e decidere, di punto in bianco, di guardare all’interno del gancio di traino, tolgono l’interno del gancio di traino e trovano tracce solamente della spiaggia del morto, non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”.

Enrico Forti ha evitato di chiamare per nome la vittima, lo ha definito semplicemente “il morto”, lo ha fatto per prenderne le distanze. Non solo Chico ha preso le distanze dalla vittima, ma anche dai fatti, evitando accuratamente ogni riferimento all’omicidio. L’’ultima frase di questo stralcio è incriminante: “non delle altre spiagge dove io ho guidato con la macchina dopo… il… il 15 di febbraio”, “dopo” è una parola chiave, è con quel “dopo” che Chico si tradisce e rivela di essere stato a Sewer Beach il giorno dell’omicidio, un’ammissione involontaria, una pietra tombale.

– Cosa la irrita di più in questo caso?

Il tentativo più o meno velato di attribuire l’omicidio a Thomas Heinz Knott, si tratta di una calunnia bella e buona. Non è vero che Chico Forti si rifiutò di collaborare con i detectives di Miami riguardo alla posizione dell’ex amico Thomas Knott, Chico, già dal primo interrogatorio, cercò di spostare l’attenzione su Knott, che aveva precedenti per truffa, ma nulla permise di collegarlo all’omicidio di Dale, perché evidentemente Thomas Knott era estraneo ai fatti. 

– Sul quotidiano “L’Adige” , qualche giorno fa, si leggeva: “Vent’anni dopo non ha più importanza se Chico sia innocente o colpevole; se il processo sia stato viziato da molte irregolarità sul piano del diritto o se il verdetto di colpevolezza debba essere rispettato perché espressione unanime della giuria popolare. Oggi ci confrontiamo con la tragedia umana di un padre che dopo tanti anni in cella non può neppure sperare in un permesso per abbracciare i suoi figli, che erano bambini quando tutto cominciò e ora sono adulti. L’unica cosa che conta è portare via Chico dalle paludi della Florida, lontano da una sentenza che si è rivelata impossibile da scardinare con gli strumenti della giurisprudenza. Ora più che mai è il momento della diplomazia, dei governi. Dopo tanti anni trascorsi dietro alle sbarre ad urlare la propria innocenza nella speranza che la giustizia trionfi, come succede solo nei telefilm americani, anche Chico è d’accordo. Chiede ai vertici delle istituzioni italiane – al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al premier Giuseppe Conte – di percorrere una strada nuova: uno scambio di prigionieri. Enrico Forti in cambio di un detenuto a stelle e strisce. Non è facile, ma vale la pena provarci”, dottoressa, che cosa ne pesa?

La risposta è nel testo dell’articolo: “la sentenza si è rivelata impossibile da scardinare con gli strumenti della giurisprudenza”, sa perché? Perché il processo a Forti non è stato viziato da alcuna irregolarità. Chico Forti è stato condannato al carcere a vita per un omicidio da lui commesso. Il caso è chiaro e chiuso da 20 anni. 

Analysis of Chico Forti’s interview with Erin F. Moriarty

Enrico Chico Forti

Dale Pike was found naked and dead on a surf spot of Key Biscayne, Sewer Beach (Virginia Beach), on Feb. 16, 1998, around 6:00 pm, by David Suchinsky, a surfer. He had traveled to Miami from Ibiza, on Feb. 15, 1998, to speak with Enrico Forti about a business deal. 

Dale had been shot twice in the head with a .22. 

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Dale Pike was the son of Anthony Pike, the owner of the Pikes Hotel of Ibiza which Enrico Forti was trying to buy.

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On June 15, 2000, Enrico Forti, also known as Chico Forti, an Italian television producer and former windsurfing champion was convicted and sentenced to life without parole in the killing of Dale Pike.

Dale Pike

21 years after the murder, Erin F. Moriarty interviewed Chico Forti for the TV show 48 Hours Mystery.

What we look for in this interview is for Chico Forti to issue a reliable denial, to say “I didn’t kill Dale Pike” not simply parroting back the interviewer’s words but in the free editing process and we look for him to show the protection of the “wall of truth”.

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us with possibly deception.

A reliable denial has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb “did not” or “didn’t”
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“ I did not kill Dale Pike” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it would more than 99% likely to be true.

A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

Erin F. Moriarty and Chico Forti

Erin F. Moriarty: Did you have anything to do with Dale Pike’s death?

This is a “Yes” or “No” question. 

Note that he journalist didn’t use the word “kill” because Forti had been convicted for “Felony murder” and, upon this, she chose her own words. If Chico Forti wasn’t the one who pulled the trigger he could say “I didn’t kill Dale Pike” without lying.

Enrico Forti: Abso… Absolutely not.

Once the answer avoids using “Yes” or “No” in it, the question, itself, is considered sensitive to the subject.

“Absolutely not” is an unreliable denial. Forti is unable to say “No”; moreover the use of the word “absolutely” makes his answer sensitive as he has a need to persuade. 

Erin F. Moriarty: Did you ever had in your wildest dream ever think end up in a place like this?

This question is good to allow Forti to say “No, I didn’t kill Dale”, “No, I’m not involved in Dale’s murderer”, and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”.  

Enrico Forti: Never, never.

Once the answer avoids using “Yes” or “No” in it, the question, itself, is considered sensitive to the subject.

“Never” is an unreliable denial. The word “never” does not mean “I did not.”

Enrico Forti: I still travel a lot in my mind. That’s my way to survive in here.

Enrico Forti: I almost left. I (inaudible) wait for him (Dale Pike) almost two hours. And when I didn’t find him, I am start paging him.

Enrico Forti: As soon as he arrived (Dale Pike), he asked me for some cigarette. I don’t smoke, I didn’t have cigarettes. So, we stop by the first gas station that I could find for him to buy some cigarettes.

Note “stop” not “stopped” as expected. Enrico is Italian but he is also able to use the past tense. When someone is speaking of an event in the past, it is expected the subject to use past tense language. Present tense language is deemed unreliable in Statement Analysis. Deceptive people often use the present counting on us to interpret and assume that they are speaking of the past event.

Enrico Forti: The guy inside the car that was waiting for him was elegant person with a white shirt, gold chain, gold watch.

Forti is referring to an elusive man that should have met Dale, according with his statement to police. Note that, at first, this elusive man is a “guy” and later a  “person”, Forti is unable to truck down his own words because this “guy/person” doesn’t exist, after he arrived in Miami, Dale met only Chico.

Enrico Forti: And I told her (his wife) I didn’t pick him up. … I didn’t want to have an argument with her. I was extremely in late.

Forti didn’t say to his wife that he had met Dale because he had already killed him and he “was extremely in late” because he was the one who pulled the trigger.

Enrico Forti: The moment that I left him, it was out of my mind. It’s not that I was thinking, “Oh, what’s going to happen to him?”, no, ne… never for a second, it came to my mind that something bad or terrible could happen.

Note the word “left”.

“left” used as a connecting verb between two places is an indicator of deliberately withheld information. The fact that Chico needs to tell us that he “left” Dale is an indication that something took place. That “something” here is the staging of the murder scene. Dale was found naked, Chico staged the scene to make it look like a murder between homosexuals. 

Enrico Forti: I was confused, and I was… I was… I was still under shock… I spent all night trying to locate where Tony Pike was… nobody knew where he was.

The presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety and shows us that the question is sensitive to him.

Enrico Forti: I thought it was the right thing to do.

Forti is referring to the fact that he lied to police.

Erin Moriarty: But if you were going to try to help the police why didn’t you tell them you had picked Dale Pike up?

Enrico Forti: Because…. bec… because when I arrived there, that moment I realized… I was a suspect. Of course, I was… I was confused, and I do believe there is no logic on the way that I behaved that night.

The question is sensitive. Note the stuttering “Because”, he needs to take time to answer. Note the stuttering “I”, again.

Erin Moriarty: When did you tell them you had in fact picked up Dale Pike?

Enrico Forti: As soon I had the opportunity. I don’t remember exactly the timing but…

Detectives say Forti only admitted picking up Dale after they confronted him with those airport paging records proving that he and Dale had made contact (48 Hours Mystery).

Enrico Forti: That’s a lie… there are lies from these policemen (inaudible) way bigger than the lie that I did.

Enrico Forti: That’s the only thing they have against me… the lie to my wife and the life… and the lie to the police. Nothing else.

“That’s the only thing they have against me” is interesting as he accepts a possible guilt, something that is not expected from an innocent “de facto”.

Erin Moriarty: And that was a mistake?

Enrico Forti: And that was a mistake. Of course, it was a mistake. But is a mistake that need to be punished with a life sentence?

Enrico Forti: That’s very accurate (the identikit of the elusive man that should have met Dale, according with Forti’s statement to police). The only thing is missing is a gold chain, but otherwise is a very accurate drawing of the person.

Erin Moriarty: How do you just keep going every day?

Enrico Forti: I’m looking forward, you know. I do that for my kids, I do that for my friends, I do that for my family.

Erin Moriarty: When you were convicted you said something to your wife. What did you tell Heather?

Enrico Forti: I… I told her that it was time for her to… to get her own life. Because it would have been a long battle. 

Erin Moriarty: Do you think someday you’ll have the life you had back then?

Enrico Forti: I do believe so. I don’t want to use the word hope. I believe in that… I’m very positive… my mind still pretty much free.

Enrico Forti: From the beginning they, they wanted to crucify me and… uh… they were just waiting to see how they could do it and that fax that you have in your hand it just is another evidence.

Erin Moriarty: Is that hard to read?

Enrico Forti: Yes, it’s hard to read. I wish I knew about these things when I could still fight on a legal way.

Erin Moriarty: Your lawyer has this now.

Enrico Forti: I hope he can do something about that.

ANALYSIS CONCLUSION

After 20 years, Chico Forti was unable or unwilling to say “I didn’t kill Dale”, moreover, he accepted a possible guilt.

Enrico Forti is the one who pulled the trigger.