Le ossa trovate nella Nunziatura Apostolica appartengono alla moglie dello storico custode Pino (intervista)

Criminologa Ursula Franco: la famiglia Orlandi se la dovrebbe prendere con gli inquirenti incompetenti che indagarono sulla scomparsa della povera Emanuela e con chi si è approfittato del loro dolore, non con il Vaticano, che non conosce la verità.

Le Cronache Lucane, 2 novembre 2018

Dottoressa Franco, con quale frequenza vengono ritrovati resti scheletrici nella casa dove ha vissuto uno scomparso?

Una frequenza altissima. E’ di due giorni fa la notizia del ritrovamento dei resti scheletrici di un uomo scomparso nel 1961, un certo George Carroll. I suoi resti sono stati trovati sotto uno spesso strato di cemento nella cantina dell’abitazione di Long Island che gli apparteneva dal 1957 e dove l’uomo viveva con sua moglie Dorothy ed i 4 figli.
Dorothy Carroll è deceduta nel 1998. Suo figlio Michael Carroll, 57 anni, ha da sempre sospettato che sua madre Dorothy avesse ucciso suo padre e lo avesse seppellito in cantina, proprio per questo motivo, a fine ottobre, ha deciso di rimuovere il massetto della cantina e ha così trovato i resti del povero George.

La casa appartenuta a George Carroll

Nel marzo 2018, nella città di Southold, New York, nella cantina di una casa coloniale appartenuta ad un poliziotto, tale William P. Boken, le autorità hanno identificato i resti scheletrici di Louise Pietrewicz, una donna scomparsa nell’ottobre 1966. I resti erano stati ricoperti con uno strato di cemento di circa 12 cm. Prima di lasciare il marito violento e la figlia, ed allontanarsi proprio con il poliziotto Boken, Louise Pietrewicz era passata in banca per ritirare i propri risparmi, $1,273.80 e per chiudere il proprio conto corrente. William P. Boken è deceduto nel 1982.

Louise Pietrewicz

A Castel Volturno, più precisamente a Baia Verde, il dottor Domenico Belmonte, ex dirigente medico del carcere di Poggioreale, ha vissuto per 8 anni nella casa al mare di sua proprietà dove, in un’intercapedine sotto il pavimento, aveva occultato i cadaveri di sua moglie e di sua figlia, Elisabetta Grande e Maria Belmonte, da lui uccise nel 2004.

Maria Belmonte e Elisabetta Grande

Dottoressa Franco, ritiene fondata l’ipotesi che i resti trovati nella Nunziatura Apostolica appartengano alla moglie del custode Pino?

Non può essere un caso che la moglie dello storico custode Pino sia scomparsa proprio da quella foresteria nel 1965. Peraltro nessun lavoro di restauro ha interessato i locali della foresteria dagli anni ’60 al 2003 e nel 2003 non sono stati trovati i resti scheletrici semplicemente perché si trovavano sotto il massetto di cemento e in quell’epoca né il pavimento né il massetto furono smantellati ma fu semplicemente ricoperto il vecchio pavimento con uno nuovo.

Emanuela Orlandi

Dottoressa Franco, che cosa pensa dei continui attacchi al Vaticano fatti dalla famiglia Orlandi e dai loro sostenitori?

Penso che la famiglia Orlandi se la dovrebbe prendere con gli inquirenti incompetenti che indagarono sulla scomparsa della povera Emanuela e con chi si è approfittato del loro dolore, non con il Vaticano, che non conosce la verità.

Mirella Gregori

Dottoressa, che cosa è successo ad Emanuela Orlandi e a Mirella Gregori?

Tengo a precisare che i due casi non hanno nulla in comune.

Emanuela è stata probabilmente rapita e uccisa da un estraneo, da un singolo predatore sessuale violento che la incontrò fuori dalle mura vaticane. Voglio aggiungere che Emanuela non era un personaggio ma una ragazza come un’altra, è un caso che la Orlandi abitasse in Vaticano ed è stata rapita ed uccisa nella città di Roma pertanto il suo caso nulla ha a che fare con la Santa Sede e non è l’omertà degli ambienti vaticani ad aver impedito agli inquirenti di risolvere il caso Emanuela Orlandi ma il ginepraio di dietrologie in cui si sono cacciati.

Per quanto riguarda Mirella Gregori è invece probabile che la ragazza conoscesse il suo assassino. Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, ha nominato un certo Alessandro che avrebbe citofonato a casa Gregori proprio prima della scomparsa di Mirella, è alquanto probabile che la soluzione del caso sia già agli atti, ovvero si trovi nella dichiarazioni rilasciate agli inquirenti all’epoca della scomparsa di Mirella da questo signore.

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E’ sempre più fondata l’ipotesi che le ossa appartengano alla moglie del custode scomparsa nel 1965 (intervista)

Le Cronache Lucane, 1 novembre 2018

Le ossa trovate sotto il massetto di un pavimento della foresteria di Villa Giorgina sede della Nunziatura Apostolica sono della moglie dello storico custode Pino. Una donna che scomparve negli anni ’60 dopo furiose litigate con il marito. Pino e sua madre hanno vissuto nella foresteria fino ai primi anni del 2000. A detta del nuovo custode, subentrato nel 2003, il pavimento della cantina fu solo restaurato e nessuno toccò il massetto di cemento.

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Starebbe spuntando una pista alternativa in merito al giallo delle ossa rinvenute nella sede della Nunziatura apostolica in via Po 27. Gli investigatori, in attesa del riscontro del DNA per capire se possano essere i resti di Emanuela Orlandi o Mirella Gregori, potrebbero seguire l’ipotesi secondo cui le ossa apparterrebbero alla moglie del vecchio custode di Villa Giorgina scomparsa, misteriosamente, nel 1965.  Il mistero è risolto.

Dott.ssa Ursula Franco, perché, da un punto di visto criminologico, si può ritenere probabile che i resti siano della moglie del custode?

1) Pino, il custode della Nunziatura Apostolica viveva con sua moglie nella foresteria dove sono stati trovati i resti scheletrici;
2) il custode e sua moglie erano noti per i frequenti litigi;
3) la donna è scomparsa nel 1965 ed era di costituzione minuta;
4) lo scheletro ritrovato appartiene ad una donna minuta;
5) restaurare un pavimento è una cosa, smantellare un massetto un’altra;
6) dal 1959 la Nunziatura è presidiata dai Carabinieri, ciò permette di escludere che qualcuno abbia condotto al suo interno una ragazza dopo averla rapita o uccisa e allo stesso modo che il custode abbia rischiato di farsi vedere mentre caricava un cadavere in auto per poi attraversare i controlli, pertanto quei resti non possono che appartenere a qualcuno che viveva lì. 
Infine, non si può non ricordare che al tempo di Roma antica, quest’area era utilizzata per le sepolture. Dopo porta Salaria, tra Corso d’Italia e via Po, si trova una delle più ampie necropoli di Roma, il Sepolcreto Salario. Sempre in quest’area si trovano il Mausoleo di Lucilio Peto, le Catacombe di Santa Felicita, il Cimitero di Trasone, le Catacombe dei Giordani, quelle di Santa Ilaria e di Priscilla.

Omicidio Lidia Macchi: intervista alla criminologa Ursula Franco, consulente della difesa (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per un omicidio del 1987. Lidia Macchi è stata uccisa con numerose coltellate il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio.

Le Cronache Lucane, 11 ottobre 2018

Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

I motivi per i quali un caso non viene risolto sono due: o ci sono state mancanze investigative o non si sono tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa sempre risolvere.

Lidia Macchi

Nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi, è agli atti il nome dell’assassino?

No. Le indagini sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono interrogatori alla vecchia maniera dove sono assenti le domande e le risposte non sono state trascritte fedelmente ma sono incompleti, nel senso che non si è indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del 5 gennaio 1987 in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave.   

In ogni caso, nonostante le lacune investigative, anche a distanza di decenni, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida di Lidia dai suoi abiti ma gli stessi sono stati distrutti. In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, senza smagliature, è da lì che bisogna partire.

Che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Quando un soggetto colpisce una vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, perché dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Dottoressa chi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione?

La povera Lidia. Lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

Vuole ricostruire per noi l’omicidio di Lidia?

Certamente. Lidia raggiunse il bosco di Sass Pinin alla guida della sua auto, l’assassino, che era seduto sul sedile del passeggero, scese, si diresse dalla parte del guidatore, aprì la portiera e le inferse le prime coltellate, Lidia tentò di parare i colpi, uno dei primi la attinse alla mano sinistra. La ragazza si difese con la mano sinistra perché tra l’aggressore e la sua mano destra si trovava il volante dell’auto. La Macchi, dopo aver parato uno dei primi colpi con la mano sinistra si mosse verso il sedile del passeggero, spostò il busto verso destra e mise il piede destro avanti, poi il sinistro, lasciando indietro la gamba destra allungata che venne attinta dal colpo sotto il gluteo. A questo punto Lidia crollò temporaneamente sul sedile del passeggero e lo macchiò di sangue. Il sangue repertato sul sedile del passeggero non è sangue proveniente dalla mano sinistra ma dalla ferita sotto il gluteo destro. Poco dopo Lidia si mosse e i suoi pantaloni assorbirono, all’altezza del gluteo sinistro, parte del sangue presente sul sedile che era fuoriuscito dalla ferita infertale sotto il gluteo destro. Lidia riuscì infine ad uscire dall’auto ma venne raggiunta dall’aggressore che fece il giro dell’auto dall’esterno e l’accoltellò prima anteriormente e poi posteriormente e si dileguò. 

Chi coprì il cadavere di Lidia con un cartone?

Non l’omicida che non era certamente un soggetto capace di rimorso ma qualcuno che era solito frequentare quei luoghi e che non si rivolse alle forze dell’ordine perché probabilmente era un pregiudicato, posto che il cadavere della Macchi rimase a lungo in balia degli avventori di quel luogo, coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori. Lidia infatti fu uccisa la sera del 5 gennaio ed il suo corpo venne ritrovato dagli amici nella mattinata del 7.

Quindi se Lidia si trovava alla guida e non fu l’assassino a coprire il cadavere con un cartone perde di consistenza l’ipotesi che ad uccidere Lidia sia stato un conoscente?

Posso dirle che non c’è nulla agli atti che lasci pensare che Lidia conoscesse il suo assassino.

E allora chi la uccise?

L’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento. Chi uccise Lidia si organizzò per uccidere, condusse l’arma con sé e lasciò al caso la scelta della vittima. La casistica insegna, alcuni predatori sono abili manipolatori capaci di di conquistare la fiducia delle loro vittime. Il contesto in cui Lidia raccolse il suo assassino è la chiave: un ospedale, un luogo dove non è difficile muovere a compassione, è probabile che quello che si sarebbe rivelato poi il suo assassino l’abbia convinta ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere.

Chi scrisse IN MORTE DI UN’AMICA?

Semplicemente un amico con tutta probabilità appartenente al Movimento di Comunione e Liberazione, non l’assassino. Chi scrisse la poesia fece infatti riferimento ad una errata ricostruzione dei fatti, ovvero lasciò intendere che Lidia fosse stata uccisa durante un tentativo di stupro, un’ipotesi della prima ora condivisa da parenti, amici, conoscenti, giornalisti e grande pubblico ma smentita dall’autopsia.

Dottoressa Franco, in questo caso giudiziario c’è qualcuno che sa e tace?

Certamente, sono tre le persone che potrebbero far scagionare Binda, l’assassino di Lidia, che però dopo 31 anni potrebbe pure essere passato a miglior vita; l’autore della poesia anonima IN MORTE DI UN’AMICA, cui appartiene il DNA repertato nella colla della busta e un altro soggetto di sesso maschile che incontrò Lidia nel pomeriggio del giorno della sua morte tra le 17.00 e le 18.00; gli ultimi due, ritengo che fossero coetanei di Lidia e, se ci atteniamo alle tavole di mortalità, possiamo aspettarci che siano ancora in vita.

Stefano Binda

Riguardo all’alibi di Stefano Binda che può dirci?

Stefano Binda, sentito il 13 febbraio 1987, all’indomani della morte di Lidia, riferì di essere stato a Pragelato dal primo gennaio al 6 gennaio 1987. Il fatto che gli inquirenti non si siano accertati della veridicità del suo alibi e che dopo 30 anni gli amici che parteciparono a quella vacanza non si siano ricordati di lui non può ritorcersi contro Stefano Binda, sono da biasimare in merito soltanto coloro che nel 1987 si occuparono delle indagini relative all’omicidio di Lidia Macchi e che non controllarono il suo alibi, che non si informarono su chi si fosse recato a Pragelato. Peraltro, l’amico Donato Telesca, che ricorda di essersi intrattenuto al bar con Binda durante quella vacanza, ha un buon motivo per ricordarsi di quei giorni, gli era accaduto infatti di perdersi e di doversi rivolgere ai Carabinieri. Vede il fatto che alcuni ragazzi si siano ricordati, anche a distanza di tanti anni della frattura della gamba del responsabile del Movimento, di uno scherzo o della notizia della scomparsa di Lidia e non di Stefano Binda non esclude che Binda si trovasse a Pragelato perché è risaputo che solo i ricordi con un certo impatto emotivo si conservano a lungo. E aggiungo che se Binda avesse ucciso la Macchi non avrebbe avuto un alibi pertanto avrebbe confermato la dichiarazione del Sotgiu, risalente al 13 febbraio 1987, che, sbagliandosi, aveva riferito agli inquirenti di essere stato al cinema con Binda la notte dell’omicidio ed invece il Binda lo smentì, evidentemente perché un alibi l’aveva: Stefano Binda si trovava con gli amici in vacanza a Pragelato.

La cosiddetta superteste Patrizia Bianchi

Infine, che cosa pensa del contributo dato alle indagini dall’ex amica di Binda, quella Patrizia Bianchi ritenuta un superteste dell’accusa?

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro la teste durante la sua deposizione ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto.

Dottoressa Franco, che cosa pensa dei giudizi emessi sul caso da alcuni personaggi? 

Si tratta di un pessimo pourparler fatto in nome dello spettacolo e messo in scena sulla pelle del povero Stefano Binda da soggetti spesso privi di competenze o a digiuno del caso; dubito fortemente che questi signori abbiano avuto accesso agli atti ma soprattutto dubito che questi campioni dello sprezzo dei diritti umani abbiano investito circa 400 ore del loro tempo nella lettura degli stessi.

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Delitto Macchi, una poesia ha portato un innocente in carcere (intervista)

Lidia Macchi

Intervista alla criminologa Ursula Franco sull’omicidio della studentessa uccisa a coltellate 30 anni fa in un bosco nel Varesotto

Stylo24, 9 ottobre 2018

Lidia Macchi è stata uccisa a 21 anni, il 5 gennaio 1987 in un bosco non distante dall’ospedale di Cittiglio (Varese) dove si era recata a trovare un’amica. Stylo24 ha intervistato la criminologa Ursula Franco su questo caso di omicidio vecchio di decenni, un omicidio per il quale un ex conoscente della vittima, Stefano Binda, è stato condannato all’ergastolo dopo che allo stesso è stata attribuita una missiva anonima recapitata a casa della vittima 4 giorni dopo il delitto.

Dottoressa Franco sappiamo che lei sostiene che l’omicidio di Lidia Macchi non sia un caso di interesse grafologico, perché?

Perché la poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” non è stata scritta dall’assassino ma da un soggetto che non aveva altre informazioni riguardanti il delitto se non quelle rese pubbliche dai media e dalla famiglia. Attribuire la lettera a Stefano Binda equivale ad escludere che lo stesso sia l’autore dell’omicidio. Chi scrisse la lettera ipotizzò infatti un “movente” condiviso da familiari e giornalisti, ovvero un tentativo di stupro che non c’è mai stato. Vi rimando all’analisi completa della poesia che ho pubblicato sul mio blog (MALKE CRIME NOTES) dove ho analizzato anche la cosiddetta “lettera d’amore” ritrovata nella borsa di Lidia che in realtà non è che una preghiera/confessione in cui la Macchi si rivolge al Signore Gesù Cristo.

Riguardo al fatto che l’assassino possa essere stato un conoscente di Lidia, che può dirci?

Dagli atti non emerge nulla che lasci pensare che Lidia conoscesse il suo assassino. Il contesto è la chiave: Lidia raccolse il suo assassino in un luogo particolare, un ospedale, questo soggetto può essersi spacciato per un medico o per un infermiere o per un parente addolorato o per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere.

Può dirci chi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione?

Lidia. Lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. 

Come andarono i fatti?

Lidia si trovava alla guida della sua auto, l’assassino, che era seduto sul sedile del passeggero, scese, si diresse dalla parte del guidatore, aprì la portiera e le inferse le prime coltellate, Lidia tentò di parare i colpi, uno dei primi la attinse alla mano sinistra. La ragazza si difese con la mano sinistra perché tra l’aggressore e la sua mano destra si trovava il volante dell’auto. La Macchi, dopo aver parato uno dei primi colpi con la mano sinistra si mosse verso il sedile del passeggero, spostò il busto verso destra e mise il piede destro avanti, poi il sinistro, lasciando indietro la gamba destra allungata che venne attinta dal colpo sotto il gluteo. A questo punto Lidia crollò temporaneamente sul sedile del passeggero e lo macchiò di sangue. Il sangue repertato sul sedile del passeggero non è sangue proveniente dalla mano sinistra ma dalla ferita sotto il gluteo destro. Poco dopo Lidia si mosse e i suoi pantaloni assorbirono, all’altezza del gluteo sinistro, parte del sangue presente sul sedile che era fuoriuscito dalla ferita infertale sotto il gluteo destro. Lidia riuscì infine ad uscire dall’auto ma venne raggiunta dall’aggressore che fece il giro dell’auto dall’esterno e l’accoltellò prima anteriormente e poi posteriormente e si dileguò. 

Gli inquirenti ipotizzarono che ad uccidere la Macchi fosse stato un conoscente in quando il suo cadavere fu ritrovato sotto un cartone.

Non fu l’assassino a coprire con il cartone il cadavere della Macchi, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse, in quanto pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

Stefano Binda

Che può dirci delle stelline presenti negli scritti dei protagonisti di questa vicenda?

Negli anni ’80 era molto comune tra i liceali di tutta Italia aggiungere delle stelline ai propri scritti senza attribuire alle stelle a 5 punte alcun significato politico. E’ pertanto da escludere che una sorta di codice in uso a Stefano Binda venisse condiviso da Lidia Macchi e da Patrizia Bianchi anche perché Binda disegnò una sorta di stella al fianco di una mezzaluna in due sole occasioni, in una cartolina inviata alla Bianchi e in un foglio di una sua agenda di Binda. 

E riguardo alla poesia di Cesare Pavese, “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”, definita cavallo di battaglia del Binda, ritrovata nella borsa di Lidia?

Lidia è stata uccisa nel 1987, mentre era iscritta al secondo anno di università e proprio nell’epoca in cui del poeta Cesare Pavese si parlava negli incontri di Comunione e Liberazione, pertanto il fatto che all’interno della sua borsa sia stata ritrovata una poesia di Pavese non la collega a Binda che peraltro di sicuro neanche al liceo era l’unico a detenere una conoscenza esclusiva delle opere del noto poeta.

Patrizia Bianchi

Abbiamo letto la sua analisi delle dichiarazioni di quella che è stata considerata dall’accusa una super teste, l’ex amica di Binda, Patrizia Bianchi.

La teste Patrizia Bianchi non ha fornito informazioni di alcun interesse ai fini investigativi. Durante la sua deposizione, la Bianchi ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente; in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto.

Dottoressa, allo stato degli atti lei ritiene che si possa identificare l’assassino di Lidia?

No. In specie nei casi vecchi di decenni, l’unica certezza viene dalla prova scientifica, solo un DNA ritrovato sul cadavere o sulla scena del crimine, che non possa essere finito lì se non durante la commissione del delitto, permette di individuarne l’autore. Gli abiti di Lidia Macchi, gli unici reperti sui quali si sarebbe potuto isolare il DNA dell’assassino, sono stati distrutti. Infatti le uniche tracce di DNA che sarebbero state utili ad identificare l’omicida con certezza sarebbero state eventuali tracce ematiche presenti sugli abiti della vittima. Di frequente un aggressore che si serve di un’arma da taglio e colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, si ferisce, perché dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola facilmente dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. Pertanto, all’epoca dei fatti si sarebbe dovuto analizzare ogni singola traccia ematica presente sugli abiti di Lidia nel tentativo di identificarne almeno una non appartenente alla vittima.

Lidia Macchi è stata da subito equiparata ad una Maria Goretti, che ne pensa?

In un caso giudiziario, il più grande regalo che si possa fare alla famiglia di una vittima non è idealizzarla trasformandola in un’icona contro la sua volontà, è invece cercare la verità e attraverso questa la giustizia. In generale, idealizzare una vittima impedisce alla verità di emergere e conduce a conseguenze disastrose: spalanca la porta all’errore giudiziario e la chiude proprio alla giustizia.

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Omicidio di Lidia Macchi: analisi delle dichiarazioni della teste Patrizia Bianchi

Patrizia Bianchi

PREMESSA GENERALE

L’analisi linguistica di un interrogatorio, di una deposizione o di un’intervista si basa sul confronto tra ciò che ci aspettiamo che un soggetto dica e ciò che invece dice.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso. Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte dei propri interlocutori.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per dimenticanza.

I soggetti che dissimulano evitano lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione che alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati di essere dei bugiardi. Le dichiarazioni di chi dissimula sono comunque utili per ricostruire i fatti. 

Dissimulano senza provare senso di colpa coloro che si ritengono paladini di una “nobile causa”. Tale fenomeno si chiama “Noble Cause Corruption” ed è ben noto a chi si occupa di errori giudiziari. Sia chiaro che non esistono giustificazioni né alla falsificazione né alla dissimulazione e che solo dicendo il vero si favorisce l’accertamento della verità e di eventuali responsabilità. 

Analisi di un primo stralcio

Riguardo alla conversazione intervenuta tra Patrizia Bianchi e Stefano Binda il giorno 7 gennaio 1987 su una eventuale arma del delitto, riporto e analizzo uno stralcio di un verbale d’udienza del 7 luglio 2017. L’analisi è in neretto.

BIANCHI: Io quel giorno telefonai subito a Stefano (…) dissi… perché volevo dire “Guarda che hanno trovato Lidia uccisa ma io non so esattamente come l’hanno uccisa”, invece di dire questa cosa dissi… (interrotta dalla PM).

PM: Scusi mi sono distratta.

Si noti che, dopo il primo “dissi”, la teste si autocensura e poi non dice che cosa disse al Binda ma riferisce che cosa avrebbe voluto dire. Chi è chiamato a riferire ciò che ha detto in una certa occasione non ha motivo di riferire ciò che avrebbe voluto dire, la Bianchi mostra di voler prendere tempo per rispondere riferendo informazioni non necessarie. Purtroppo poi la Bianchi viene interrotta.

(…)

PM:  Va bene allora, in quel mercoledì le telefona Cattari e le dice: Hanno trovato Lidia. Lei cosa fa?

BIANCHI: Allora io telefono subito al mio amico. 

PM:  Stefano.

BIANCHI: Stefano, per dirglielo. E appunto mentre gli raccontavo che era morta Lidia, mi sono resa conto che non mi aveva detto Cattari come era stata uccisa.

Si noti che la Bianchi non dice: “Ho detto a Stefano che Lidia era morta” ma un generico “mentre gli raccontavo che era morta Lidia” che le permette di riferirsi all’intera conversazione.

PM: Ma che fosse stata uccisa era pacifico dalla telefonata di Cattari?

Da notare che la PM si riferisce alla telefonata intercorsa tra la Bianchi e il Cattari, non a quella intercorsa tra la Bianchi e il Binda, nessuno ha mai messo in dubbio che il Cattari avesse informato la Bianchi della morte di Lidia. 

BIANCHI: Sì, sì, sì.

Si noti l’enfasi. Immaturità? Desiderio di compiacere? O entrambi? L’enfasi stona non poco in una deposizione in un processo per omicidio.

PM: Sì?

BIANCHI: Sì, sì, era stata trovata eccetera.

Si noti ancora la ripetizione del “Sì”. 

E’ interessante che la Bianchi in una deposizione così delicata, in un processo per omicidio, usi un termine vago come “eccetera”, non è un caso, la Bianchi dissimula ed il suo è un tentativo di chiudere l’argomento lasciando ai suoi interlocutori l’interpretazione del termine “eccetera”.

PM: No, “eccetera” signora, è importante. Era stata trovata morta perché le è venuto un ictus da sola nella notte o era stata trovata morta assassinata?

La PM se ne accorge e la invita ad essere precisa.

BIANCHI: No, no, uccisa.

Si noti l’enfasi sul “No”. 

PM: Le ha detto anche come?

BIANCHI: No. Non mi ha detto come e mentre stavo raccontando a Stefano questa cosa, ho, come dire… volevo dirgli “Guarda”… (interrotta dalla PM).

Da notare che per la seconda volta la PM interrompe la teste e sempre mentre la stessa sta per riferire che cosa disse al Binda.

Si noti che, ancora una volta, la Bianchi non dice che cosa disse esattamente al Binda ma afferma “mentre stavo raccontando a Stefano questa cosa”

“questa cosa” quale? “questa cosa” è un termine vago, la Bianchi continua a dissimulare.

Infine, invece di dire che cosa disse al Binda torna a riferire alla PM per la seconda volta che cosa avrebbe voluto dirgli “volevo dirgli “Guarda”…”.

PM: Lo dica bene, lo dica bene, lei telefona a Stefano e gli dice?

BIANCHI: E gli dico: “Guarda… eh….”, no, voglio fare una premessa nel senso che volevo dirgli “Guarda che non so come è stata uccisa perché Cattari non me l’ha detto”, invece mi è uscito: “Non… ehm… non trovano l’arma del delitto!”. Mentre lo dicevo ho detto: “Ma cosa sto dicendo!” No? E stavo dicendogli: “Guarda che ho sbagliato a dire”, e lui però mi ha subito violentemente chiesto: “Cosa hai detto dell’arma del delitto?”. Ma come non aveva fatto mai, cioè mi ha aggredito di continuo. Perché io cercavo di spiegargli: “Guarda, no, ma aspetta un attimino perché io ho sbagliato a parlare, volevo dire un’altra cosa e lui ripetutamente mi ha detto… voleva sapere dell’arma del delitto “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?”. E a me… lì avevo detto “Vabbe’ ma cosa ti importa? Cioè non sarai mica stato tu, no?”, però… come dire, come pensiero che mi è passato e che è subito stato archiviato, perché cioè… 

Si noti che la Bianchi,  mentre sta per dire ciò che avrebbe detto al Binda “E gli dico: “Guarda… eh….” si autocensura. E’ la seconda volta che la teste si autocensura e sempre mentre sta per riferire il contenuto della telefonata; la prima volta dopo aver detto “Io quel giorno telefonai subito a Stefano (…) dissi… perché volevo dire”, la Bianchi si è interrotta dopo il “dissi” per fare una premessa e per poi non concludere la frase relativa al contenuto della telefonata. 

E’ ancora di nessuna utilità il riferimento che la Bianchi fa a ciò che avrebbe voluto dire al Binda ma che non gli disse, ciò che ci interessa è ciò che effettivamente gli disse. 

Finalmente la Bianchi riferisce alla PM le parole dette al Binda, lo fa con un ritardo significativo rispetto alla prima domanda sul tema rivoltale e dice “Guarda… Non… ehm… non trovano l’arma del delitto!”. 

In sintesi la Bianchi chiamò il Binda e gli disse, senza fare alcuna premessa, che non si trovava l’arma del delitto, è stata lei a dircelo e a dirci anche di essersi subito resa conto di aver “sbagliato a dire” in quanto dopo aver detto che cosa disse al Binda aggiunge “Mentre lo dicevo ho detto: Ma cosa sto dicendo! No? E stavo dicendogli: Guarda che ho sbagliato a dire” e “Guarda, no, ma aspetta un attimino perché io ho sbagliato a parlare, volevo dire un’altra cosa”.

A questo punto la domanda del Binda “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?” non può che apparire logica. Fu la Bianchi ad introdurre il tema “arma del delitto” ed è chiaro che, poiché lo fece senza riferire a Stefano Binda che la Macchi era stata uccisa, il Binda le chiese di spiegarsi. 

Peraltro la frase “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?” non rappresenta l’esatta riproduzione delle parole pronunciate dal binda il 7 gennaio del 1987 ma un’interpretazione delle stesse operata dalla teste Bianchi.

Da notare che Patrizia Bianchi, pur conoscendone i diversi significati ed essendo consapevole di essere stata chiamata a testimoniare in un processo dove l’imputato rischia l’ergastolo, non è volutamente chiara, infatti in ben due occasioni usa un escamotage linguistico, ovvero sostituisce il verbo “detto” al verbo “pensato”: “Mentre lo dicevo ho detto: Ma cosa sto dicendo!” e “lì avevo detto: Vabbe’ ma cosa ti importa? Cioè non sarai mica stato tu, no?”.

PM: Perché Stefano era il suo amico del cuore.

BIANCHI: Esattamente. Ma mi sono anche vergognata di averlo fatto. Però mi ha colpito tantissimo questa violenza che non aveva mai usato con me.

Ancora una volta la Bianchi ammette il proprio errore dicendo “Ma mi sono anche vergognata di averlo fatto”.

E mostra ancora una volta di aver bisogno dell’enfasi, si notino i termini “tantissimo” e “violenza”. Si noti anche che la Bianchi associa alla parola “violenza” il termine “usato” senza specificare di che tipo di “violenza” stia parlando.

(…)

BIANCHI: Da una parte violenta, dall’altra parte continuativa, cioè non mi lasciava spiegare e continuava a dirmi “Cosa hai detto?”, “Ti ho detto: Cosa hai detto dell’arma del delitto?”.

Ancora una volta occorre sottolineare che “Cosa hai detto?” e “Ti ho detto: Cosa hai detto dell’arma del delitto?”, due frasi attribuite dalla Bianchi al Binda, non sono le esatte parole pronunciate da Stefano Binda ma un’interpretazione delle parole del Binda operata dalla teste Bianchi.

(…)

PM: Ha detto “Non trovano l’arma del delitto”?

BIANCHI: “… l’arma del delitto”.

La Bianchi conferma di aver detto soltanto “Non trovano l’arma del delitto”.

PM: Eh!

BIANCHI: Sì ma io volevo dire non tanto “Non trovano…” perché chi ha detto: “Non trovano l’arma del delitto”? Nessuno. A me Cattari ha detto: “E’ stata uccisa”, e io non sapevo come era stata uccisa e quindi volevo dire “Guarda che non so come è stata uccisa”; ho sbagliato io a parlare rispetto all’intenzione che avevo…

Per la terza volta la Bianchi si autocensura interrompendosi dopo le parole “Non trovano…” ma comunque ci conferma per la terza e quarta volta di aver iniziato la conversazione con Stefano Binda con un “Non trovano l’arma del delitto”, senza fare premesse.

“E’ stata uccisa” è una frase del Cattari, nessuno ha mai messo in dubbio che il Cattari abbia riferito alla Bianchi che Lidia era stata uccisa. 

Ancora una volta la Bianchi ammette il proprio errore dicendo “ho sbagliato io a parlare rispetto all’intenzione che avevo…”. 

In sintesi dall’analisi di questo stralcio di deposizione della teste Bianchi emerge che il 7 gennaio 1987 il Cattari le riferì che Lidia era stata uccisa, la Bianchi invece non lo riferì al Binda ma gli disse d’emblée “Non trovano l’arma del delitto”. Si noti che durante la deposizione la Bianchi ha ripetutamente ammesso di essersi subito resa conto del fatto che era stata lei ad aver “sbagliato a parlare”.

Stupisce che a pag. 147 delle Motivazioni della sentenza di primo grado i giudici si lascino andare ad un giudizio morale sul Binda sostenendo: “In pratica anziché consolare l’amica addolorata e condividere con lei il cordoglio per quel terribile evento, ne sottolinea l’errore grammaticale-sintattico d’espressione”, ma soprattutto occorre sottolineare che quello della Bianchi non fu un errore grammaticale-sintattico d’espressione, in poche parole la Bianchi non sbagliò a coniugare un verbo, Patrizia Bianchi fece un grossolano errore di concetto del quale si rese conto lei stessa, parlò di un’arma del delitto che non si trovava senza prima riferire al Binda che Lidia era morta, pertanto trova giustificazione la reazione del Binda.

Il contesto è la chiave, il Binda e la Bianchi non stavano parlando di lucciole o di carillon ma dell’amica Lidia che era scomparsa da 2 giorni e il Binda semplicemente non “perdonò” alla Bianchi la sua leggerezza in un’occasione così drammatica.

Analisi di un secondo stralcio della deposizione della Bianchi del 7 luglio 2017

DIFESA, AVV. ESPOSITO: Torniamo a quella telefonata che mi sembra sia stato un elemento per lei un po’ scatenante successivamente i ricordi e quello che è. Lei ricorda con precisione che cosa ha detto a Stefano e cioè: “Hanno trovato Lidia uccisa”, “Hanno trovato Lidia ma non hanno trovato l’arma del delitto”?.

BIANCHI: Sì. Allora, io ho detto che hanno trovato Lidia uccisa e quello che io ho detto a lui è che non si trova l’arma del delitto. Con tutto quello che avevo pensato, cioè volevo dire un’altra cosa, in realtà ho detto “Ma non trovano l’arma del delitto”.

Da notare che la Bianchi inizialmente dice “Allora, io ho detto che hanno trovato Lidia uccisa” senza dire a chi e in quale momento della conversazione telefonica, però poi risponde con precisione all’avvocatessa Esposito riferendo ciò che disse “a lui” ovvero a Binda: “quello che io ho detto a lui è che non si trova l’arma del delitto” Ma non trovano l’arma del delitto”, confermando ciò che aveva sostenuto in precedenza ovvero di aver parlato di un’arma del delitto senza prima aver fatto riferimento all’omicidio di Lidia.

E’ logico pensare che la Bianchi nel proseguo della conversazione telefonica col Binda gli abbia riferito che Lidia era stata trovata uccisa ma si può escludere, perché è stata lei a dircelo, che lo abbia fatto prima di parlare dell’arma del delitto.

DIFESA, AVV. ESPOSITO: Lei è sicura di aver detto… 

BIANCHI: Sono certa!

La Bianchi interrompe l’avvocatessa e risponde ad una domanda che ancora non le è stata posta con un “Sono certa!”. Di cosa sia stata “certa” resta un mistero. Non nuoce ricordare che l’udienza durante la quale la teste ha deposto è un’udienza di un processo per omicidio pertanto appare a dir poco un atteggiamento superficiale il dirsi certi prima di aver udito la domanda. 

DIFESA, AVV. ESPOSITO: “Hanno trovato Lidia uccisa”?

BIANCHI: Sì, sono certa, perché mi disse così il mio moroso.

La Bianchi dice “Sì” ma poi indebolisce la sua risposta aggiungendo “sono certa” e “perché mi disse così il mio moroso” mostrando un bisogno di apparire convincente. Inoltre, la Bianchi, per non usare le parole “Hanno trovato Lidia uccisa” che le provocherebbero stress, usa il termine vago “così”.

Come già detto non vi è dubbio che durante la telefonata del 7 gennaio 1987 la Bianchi abbia riferito al Binda che Lidia era stata ritrovata morta ma questo dopo avergli detto che non si trovava l’arma del delitto e dopo le rimostranze del Binda. 

Peraltro il fatto che il Cattari avesse detto alla Bianchi che Lidia era morta e che la Bianchi lo ripeta, non implica che la stessa lo abbia riferito al Binda nelle fasi iniziali della loro conversazione telefonica. 

In sintesi, è stata la Bianchi a riferire sia alla PM che all’avvocatessa Esposito di aver detto al Binda “Non trovano l’arma del delitto!” e di averlo detto senza fare premesse, trova pertanto giustificazione la domanda che il Binda pose alla Bianchi all’epoca dei fatti. 

Sia chiaro che se il 7 gennaio 1987 Patrizia Bianchi avesse chiamato Stefano Binda e gli avesse detto “Hanno ritrovato Lidia, è stata uccisa ma non si trova l’arma del delitto” le sarebbero bastate 14 parole per riferirlo alla Corte ed invece, durante l’udienza del 7 luglio 2017, quando a Patrizia Bianchi è stato chiesto di precisare in che cosa consistesse il contenuto della telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il ritrovamento del cadavere di Lidia Macchi, la teste:

1) ha inserito informazioni non necessarie per prendere tempo per rispondere;

2) ha fatto ricorso all’autocensura almeno tre volte; 

3) ha riferito di continuo ciò che avrebbe voluto dire al Binda ma che non gli disse;

4) ha fatto ricorso a termini vaghi quali “eccetera”, “questa cosa”, “mi disse così”, lo ha fatto per lasciare che fossero i suoi interlocutori a caricarli di contenuti; 

5) ha fatto volutamente confusione tra le parole “detto” e “pensato” di cui non può non conoscere i significati essendo laureata;

Ed infine ha riferito sia alla PM che all’avvocatessa Esposito di aver inizialmente detto al Binda “Non trovano l’arma del delitto”, nulla di più; e ha poi ammesso di aver “sbagliato a dire”.

Vale la pena di trascrivere ciò che ha detto Stefano Binda relativamente alla telefonata in questione durante l’udienza del 16 gennaio 2018:

BINDA: Però sempre in favore della Corte, più precisamente Patrizia Bianchi dice: Io chiamo, ho intenzione di dire che non si sa com’è stata uccisa ma poi in realtà mi viene fuori la frase “Non hanno trovato l’arma del delitto”, questo è tipico di Patrizia Bianchi.

PM: E perché lei si è arrabbiato così tanto?

BINDA: Allora, questo è plausibile che se, ad esempio, mi ha detto che è stata ritrovata e poi mi dice con l’intenzione di dirmi, ha capito l’intenzione, di dirmi “Non si sa com’è stata uccisa” ma mi dice “Non si trova l’arma del delitto” cioè, se al di fuori della testa di Patrizia Bianchi, ciò che è stato detto è “Hanno ritrovato Lidia ma non si trova l’arma del delitto”, mi manca un pezzo sostanziale che è l’uccisione, che è il fatto che è stata ritrovata priva di vita. Che io abbia detto “Ma scusa quale arma del delitto? Cosa hai detto dell’arma del delitto?”. Per come la conosco io, che lei quindi si sia impastronata “No, non ho detto arma del delitto” e che io formalmente, anche un po’ irritato, trovo urticante questo modo di fare di Patrizia Bianchi, gli abbia detto “No, no, tu hai nominato l’arma del detto, dimmi per favore in che senso”, questo è plausibile, sì. Non lo ricordo dettagliatamente ma quando Patrizia Bianchi racconta questo è plausibile.

PM: Scusi non ho davvero capito che cosa lei trovi urticante, non ho capito.

BINDA: All’epoca, adesso non la frequento più ma era tipico di Patrizia Bianchi pensare una cosa, ma l’ha dichiarato lei, eh, cioè pensare di dire “Non si sa come è stata uccisa”, in realtà dire “Dov’è l’arma del delitto” ed attribuire le reazioni delle persone non a quanto ha detto ma a quanto aveva intenzione di dire. E questo siccome crea incomprensione, crea dei problemi, è una cosa che a me sta un po’ sui nervi ma nulla di..

Binda è credibile, Patrizia Bianchi ha confermato di non avergli detto che Lidia era morta.

Peraltro Don Sotgiu durante l’incidente probatorio ha parlato di Patrizia Bianchi in questi termini: “Per me è una ragazza che ai tempi… ricordo ai tempi del liceo con la testa un po’ nelle nuvole, molto ingenua”.

Premessa all’analisi di un terzo stralcio

Per quanto attiene agli appunti della teste Bianchi relativi ad alcune conversazioni intercorse tra lei e Stefano Binda nel 1987, dalle quali la stessa, a suo dire, estrapolò e trascrisse anche a distanza di due giorni alcune frasi del Binda, naturalmente ciò che la Bianchi scrisse sui suoi diari e che ha ingenuamente attribuito a Stefano Binda non può corrispondere alle esatte parole pronunciate dal Binda posto che nessuno, neanche dopo pochi secondi, è capace di riprodurre le parole del proprio interlocutore, figuriamoci dopo due giorni. Una riproduzione di un colloquio intervenuto tra due soggetti e non registrato è viziato non solo dal  tempo intercorso tra il colloquio e la trascrizione ma anche da diversi fattori relativi al trascrivente: cultura, quoziente intellettivo, stato d’animo del momento, eventuale coinvolgimento affettivo, fatti occorsi in precedenza ed in seguito al colloquio etc etc. Va da sé che le frasi riportate dalla teste Patrizia Bianchi sul suo diario e attribuite dalla predetta al Binda non solo non rappresentano null’altro che una personale interpretazione delle parole del Binda operata dalla teste Bianchi ma sono anche state estrapolate dal contesto in cui vennero pronunciate.

Analisi di un terzo stralcio della deposizione della Bianchi del 7 luglio 2017

BIANCHI: Okay. E va bene. Poi successivamente ma era appena successo il… la morte della Lidia ehm ho un ricordo di… noi, di io e stavano Binda che usciamo da San Vittore.

PM: Più o meno nel tempo me lo posiziona?

BIANCHI: E era appena successa la cosa della Lidia perché…

PM: La settimana dopo? Più o meno?

BIANCHI: Era vicina, perché… perché lui mi ha detto: “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”. E io che era appena stata… che era appena… ehm… come dire stata uccisa Lidia… eh… gli dissi… ehm… : “Potresti aver ucciso tua mamma ma nello stesso tempo io ti resterò sempre amica”.

In primis “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” non è una frase di Stefano Binda, è semplicemente una frase che Patrizia Bianchi, dopo una conversazione intercorsa tra lei e Stefano Binda, trascrisse sulla sua agenda dell’85/86 e, a suo dire, ben due giorni dopo aver parlato con Stefano Binda, non qualche secondo dopo ma ben due giorni dopo. 

Peraltro, non solo la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” non si può attribuire a Stefano Binda con certezza perché non è stata trascritta dopo essere stata registrata ma può voler dire un’infinità di cose, è infatti un modo di dire usato per riferire sciocchezze che si possono fare se distratti come “Non sai cosa sono stato capace di fare, ho chiuso le chiavi nell’auto”.

Da notare che è ancora una volta la Bianchi ad introdurre un tema scottante come il matricidio quando dice: “Potresti aver ucciso tua mamma ma nello stesso tempo io ti resterò sempre amica”, peraltro è la Bianchi a riferire che intendeva dire che se il Binda avesse ucciso Lidia e non la propria madre, lo avrebbe perdonato, un’affermazione di un certo interesse e che fa luce sulla personalità della Bianchi ma che è evidentemente passata inosservata ai giudici, i quali, in questo caso, si sono astenuti dall’emettere un giudizio morale.

Si può supporre che la Bianchi abbia detto la frase “Avresti anche potuto uccidere tua mamma ma io ti rimarrò sempre amica” per punzecchiare il Binda, per provocare in lui un reazione. E’ la stessa Patrizia Bianchi a riferirci che già il 7 gennaio 1987, aveva pensato “Cioè non sarai mica stato tu (Stefano Binda), no?”, e da quel momento la Bianchi ha cominciato a spiegarsi alcuni avvenimenti di cui era protagonista il Binda come riferibili all’omicidio di Lidia, è infatti ancora la Bianchi a sostenere che la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”, da lei attribuita al Binda, si riferisse ad “una cosa enorme”, non Stefano Binda. 

Durante l’udienza del 23 giugno 2017 Pietro Catania che era stato fidanzato con Patrizia Bianchi dal 1990 al 1993 ha riferito che durante gli anni di fidanzamento: “Patrizia Bianchi mi disse in due circostanze, che io ricordo distinte, che lei aveva il pensiero, il sospetto, non ricordo l’espressione usata esatta che lei utilizzò, che Stefano Binda potesse essere l’autore di questo delitto”.

La Bianchi sospettò da subito che l’assassino di Lidia potesse essere Stefano Binda perché, come è emerso dal processo,  Binda non condivideva tutto della propria vita con lei, avendone peraltro ogni diritto, e pertanto ai suoi occhi poteva apparire sospetto. 

(…)

PM: No, lei ha risposto: Avresti anche potuto uccidere tua mamma ma io ti rimarrò sempre amica?

BIANCHI: Sì.

PM: E cosa c’entrava la mamma di Stefano Binda?

BIANCHI: Niente perché volevo dire: “Avresti anche potuto uccidere la Lidia” ma non… mi sembrava così… assurdo che ho detto la… tua mamma.

PM: Cioè, si vergognava a dire…?

BIANCHI: Mi vergognavo a morte di… di… mentre gli stavo dicendo questa cosa.

PM: Ma io ti rimarrò sempre amica.

BIANCHI: Ma io ti rest… io mi ricordavo questa… questa frase che gli avevo detto e all’inizio, io non ho testimoniato questa cosa perché non ero certa, cioè non mi ricordavo bene i passaggi che mi avevano fatto arrivare a questo. Quando mi hanno chiesto le agende, io le ho sfogliate e ho trovato che…

(…)

PM: Scusi mi faccia fare la domanda: Come le sorge questa frase pesante che lei dice al suo amico del cuore molto amato e molto frequentato con cui ha condiviso la vita? Come le sorge questa frase pesantissima?

BIANCHI: Perché lui aveva detto: “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” ed era una cosa enorme per cui gli stavo rispondendo, puoi aver fatto tutte le cose enormi che vuoi ma ti sono sempre amica. Mi sorge in questo modo.

E’ la Bianchi a sostenere che “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” si riferisse ad “una cosa enorme” non Stefano Binda.

(…)

BIANCHI: No, no, la annoto quando me l’ha detta, perché me la sono annotata. Potrebbe essere stata scritta due giorni dopo, ma senz’altro quando è successo.

Non può sfuggire a questa consulente sia il fatto che la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” fu riportata dalla Bianchi non sull’agenda del 1987 alla data di riferimento ma “sulla pagina del 24 marzo dell’agenda 85/86” (pag. 50 delle Motivazioni della sentenza di primo grado), sia il fatto che la Bianchi abbia sostenuto che “questa conversazione sarebbe avvenuta in concomitanza ad una funzione commemorativa di Lidia, non ricorda la Bianchi se quella del 10 gennaio ’87 o quella del 5 febbraio ’87 entrambe annotate sulla sua agenda come funzioni per Lidia presso la chiesa di S. Vittore” (pag. 50 delle Motivazioni della sentenza di primo grado). In poche parole, la Bianchi annotò alla data corrispondente di essere stata alle funzioni ma non la fantomatica frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”, appare pertanto lecito avere dei dubbi che quella frase sia stata pronunciata dal Binda proprio in una delle due occasioni cui fa riferimento la teste, posto che anche i giudici ritengono che in questo particolare caso giudiziario “Il lungo decorso del tempo tra i fatti e le deposizioni rese ha appannato il ricordo preciso di quanto accaduto ed ha sovrapposto i ricordi” (Pag. 91 delle Motivazioni della sentenza di primo grado).

Ma veniamo all’episodio del sacchetto del pane citato a pag. 51/52 delle Motivazioni della sentenza di primo grado:

“Uno o due giorni dopo la morte di Lidia, Stefano era andato a prendere Patrizia a casa con la sua Fiat 131 bianca (…) aveva parcheggiato, era sceso dall’auto con un sacchetto in mano, precedentemente posizionato sul pianale con all’interno qualcosa di rigido, in quanto il sacchetto rimaneva in piedi, era risalito in mano senza il sacchetto (…) Il luogo sconosciuto verrà identificato dagli inquirenti nel parco Mantegazza di Varese, dove sarà cercato senza esito il coltello, arma del delitto di Lidia, che si supponeva essere contenuto nel sacchetto” 

Da notare che quando i giudici scrivono “Uno o due giorni dopo la morte di Lidia” si riferiscono all’8/9 gennaio, pertanto è scorretto dire “dopo la morte” perché Lidia è morta il 5 gennaio. I giudici avrebbero dovuto scrivere “Uno o due giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Lidia” ovvero “uno o due giorni dopo”  il giorno 7 gennaio.  E’ interessante che i giudici, come Stefano Binda, facciano coincidere il giorno del ritrovamento di Lidia con il giorno della sua morte. E’ pertanto credibile Stefano Binda quando afferma di aver sempre creduto che Lidia fosse scomparsa il 5 e morta il 7 gennaio, non nuoce ricordare che Binda all’epoca dei fatti aveva solo 20 anni e non era certo un esperto criminologo. 

Riguardo ai sospetti della Bianchi relativi al sacchetto del pane, è impensabile che in quel sacchetto ci fosse l’arma del delitto, la casistica insegna: chi commette un omicidio si libera subito dell’arma del delitto e non dopo 4 giorni dal fatto, per giunta in compagnia di un’amica e tantomeno lasciandolo in un curato e frequentatissimo parco cittadino all’interno di un sacchetto di carta.

A tal riguardo è significativo ciò che, durante l’udienza del 16 gennaio 2018, durante la quale ha deposto Stefano Binda, ha detto l’avvocato di parte civile, Pizzi: “Sono stato il primo a dire che probabilmente era molto inverosimile il fatto che una persona, che poteva sbarazzarsi di un coltello ovunque, avesse scelto proprio il parco Mantegazza facendosi accompagnare da qualcuno”.

Riflessione generale sul linguaggio utilizzato dalla Bianchi

La teste Patrizia Bianchi ha spesso fatto ricorso, sia durante l’incidente probatorio del 15 febbraio 2016 che durante la sua deposizione del 7 luglio 2017, a termini che rivelano non solo una certa immaturità ma anche un bisogno di convincere, un bisogno che coloro che dicono il vero non hanno perché possiedono il cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di rispondere con poche parole, quelle giuste. 

Faccio alcuni esempi:

BIANCHI: (…) e lui (Don Sotgiu) mi ha detto: No, non ci devi andare, non l’hai mai conosciuto per quello che è. E’ pericoloso, è inaffidabile e non ci devi assolutamente passare (…) mi ha spaventato per come me l’ha detto (…) la potenza con cui lui mi ha detto questa cosa è stata determinante perché io mi fermassi (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016). 

Si notino i termini pericoloso”, “assolutamente”, ”spaventato”, “potenza” e “determinante”. La Bianchi in questa occasione stava riportando un colloquio avuto con Don Giuseppe Sotgiu, il quale non ha mai confermato di aver definito Binda “pericoloso”, un termine non di poco conto, in specie quando il soggetto definito come “pericoloso” è imputato in un processo per omicidio.

BIANCHI: Dice: “Non farlo, non è assolutamente la persona che tu hai conosciuto e che credi di aver incontrato, è inaffidabile. Mi ha detto una parola come “è pericoloso” ma non mi ha detto la parola, me ne ha detto un’altro che mi ha terrori… cioè la sensazione mi ha terrorizzato. Ho provato ad insistere e lui mi ha detto “Assolutamente non farlo, non andare (…) mi ha proprio messo in guardia da lui (dalla deposizione del 7 luglio 2017).

Si notino i termini “assolutamente” ripetuto due volte, “pericoloso” e “terrorizzato” ripetuto due volte, attraverso l’uso del quale la Bianchi mostra di aver bisogno di far presa sull’emotività di chi l’ascolta per risultare credibile. 

Non può peraltro passare inosservato il fatto che durante l’incidente probatorio la Bianchi abbia sostenuto che Don Sotgiu usò il termine “pericoloso” per definire Binda mentre in questa occasione ha cambiato versione e ha riferito “Mi ha detto una parola come “è pericoloso”. Una leggerezza non da poco in un processo per omicidio.

BIANCHI: (…) e la cosa che mi ha colpito tantissimo, perché è come ha reagito Stefano (…) (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016).

Si notino i termini “colpito” e “tantissimo”. Ancora una volta la Bianchi si racconta da un punto di vista emotivo, la sua personale emotività, che non ha nulla a che fare con i fatti, non è altro che una superfetazione che le serve per rinforzare ciò che senza l’enfasi cadrebbe nel dimenticatoio.

BIANCHI: Lui mi ha detto: “Non sai cosa sono stato capace di fare” e allora ho pensato immediatamente a una cosa grandissima; per cui siccome era stata appena uccisa la Lidia, è ovvio che mi è venuto in mente “Cos’è una cosa grandissima? Potrebbe essere anche aver ammazzato qualcuno” (…) mi sembrava bruttissimo dire la Lidia (…) (dalla deposizione del 7 luglio 2017).

Si notino i termini “immediatamente”, “una cosa grandissima” e “bruttissimo”. 

BIANCHI: (..) e mi ha detto (Binda): Non toccare assolutamente quel sacchetto (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016).

Si noti il termine “assolutamente”.

Nella borsa che il giorno della sua morte Lidia aveva con sé gli inquirenti hanno trovato un lungo elenchi libri di autori classici quali Proust, Goethe, Joyce, Mann, Moravia, Pascoli, Pavese, Pirandello, Platone, Sartre, Eliot, Deguy etc etc. Durante l’incidente probatorio del 15 febbraio 2016, riguardo a quell’elenco la teste Patrizia Bianchi ha commentato: “Beh, mi sono impressionata perché era un elenco di libri… libri che mi erano stati… beh, molti di quelli mi erano stati consigliati da Stefano, altri dal Don Fabio e Stefano”.

Si noti l’uso del termine “impressionata” che appare fuori luogo in specie perché non c’è nulla di particolare nella lista dei libri di Lidia, nulla di esclusivo che possa rimandare a Stefano Binda e a lui soltanto. La lista dei libri di Lidia è una lista di libri che tutti noi liceali e studenti universitari di quell’epoca abbiamo letto e in specie senza che fosse stato Stefano Binda a consigliarceli.

Dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016: 

PM: Senta ma lei è a questo punto che ha pensato ad un possibile coinvolgimento di Binda in questa vicenda oppure no? Che cosa ha pensato?

La PM si riferisce all’episodio del sacchetto del pane.

BIANCHI: Allora, io non ho mai voluto pensare niente su questa cosa, perché quando mi è stato chiesto dell’arma del delitto al telefono, mi è venuto subito paura e mi è venuto subito in mente: “Ma perché? Cioè non sarai mica stato tu, no?”. Ma non ho voluto, come dire, dare credito a quello che stavo pensando e mi sono vergognata. Quando…. quando c’era… questo sacchetto, io non ho fatto delle connessioni strane. C’era questo sacchetto e io… sono stata zitta e non ho chiesto niente perché capivo che era meglio così. 

Quando la Bianchi dice: “Allora, io non ho mai voluto pensare niente su questa cosa” mente, ce lo confermano alcune circostanze:

1) è stata lei a dire, riferendosi al 7 gennaio 1987: “mi è venuto subito in mente: Ma perché? Cioè non sarai mica stato tu, no?”;

2) è stata ancora la Bianchi a riferire che già nel 1987 riferì dei propri sospetti a Mara Moretti, oggi psicologa;

3) tra il 1990 e il 1993, parlò dei propri sospetti anche con l’ex fidanzato, Pietro Catania;

4) nel 2015 ha creduto di avere informazioni di rilievo riguardo all’omicidio di Lidia Macchi dopo aver visto Blue Notte e Quarto Grado.

Occorre sottolineare un tentativo di manipolazione della Bianchi, la stessa ha infatti avuto l’ardire di definire “quando mi è stato chiesto dell’arma del delitto al telefono” l’episodio della telefonata al Binda in cui lei stessa dimenticò un passaggio ovvero non disse a Stefano che Lidia era morta e sempre lei introdusse il tema “arma del delitto”. Si noti inoltre che la Bianchi non riesce a dire “quando Binda mi ha chiesto dell’arma del delitto al telefono” ma usa invece il verbo al passivo per nascondere l’identità del suo interlocutore in quanto non vuole attribuirgli la responsabilità di quella richiesta perché è consapevole del fatto che la domanda del Binda fu logica e lecita.

Si noti il termine “paura” che serve a rinforzare ciò che sta per dire, a creare suspense, a mantenere alto il livello di attenzione dei suoi interlocutori.

Si noti la frase ad effetto “perché capivo che era meglio così”, una frase che la Bianchi non ha ragione di pronunciare se non per avvalorare il proprio convincimento. La frase “perché capivo che era meglio così” avrebbe avuto senso se si fosse accertato che il sacchetto del pane, lasciato in terra sul pianale dell’auto a 4 giorni dall’omicidio, conteneva l’arma del delitto e che Binda se ne liberò lasciandolo in un parco cittadino.

CONCLUSIONI

Durante le sue deposizioni sui temi ritenuti dall’accusa più scottanti, la teste Patrizia Bianchi

1) ha nascosto informazioni autocensurandosi;

2) ha dissimulato facendo ricorso ad escamotage linguistici, ovvero ha inserito informazioni all’interno delle risposte per indurre i suoi interlocutori a trarre le conclusioni e ha usato termini vaghi perché fossero sempre i suoi interlocutori a caricarli di significati;

3) ha poi usato di frequente termini forti, avverbi e aggettivi di grado superlativo assoluto per apparire convincente.

In poche parole, riguardo agli stralci di deposizione esaminati, la Bianchi ha mostrato di non potersi avvalere della protezione del cosiddetto “muro della verità” che, come già detto, è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di rispondere con poche parole.

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Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 10 ottobre 2018.

Omicidio di Lidia Macchi: analisi della lettera anonima “IN MORTE DI UN’AMICA”

Uno stralcio della poesia anonima

Una poesia anonima dal titolo “IN MORTE DI UN’AMICA” fu recapitata a casa Macchi il giorno 10 gennaio 1987, la busta all’interno della quale si trovava reca il timbro dell’ufficio postale di Varese Centro del 9 gennaio 1987 alle ore 16.00, ben oltre le 48 ore dal ritrovamento del corpo di Lidia Macchi che fu individuato nella mattinata del 7 gennaio, pertanto, nel momento in cui la lettera fu inviata erano già noti, ad amici, conoscenti e giornalisti, non solo alcuni dei dettagli relativi al suo omicidio ma anche l’ipotesi principale riguardante il movente. 

La riprova è in un articolo del giornalista Enrico Bonerandi dal titolo “UCCISA COME MARIA GORETTI” pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” il 9 gennaio 1987 nel quale l’autore fa riferimento sia all’accoltellamento che ad un ipotetico movente: 

“VARESE Le dieci pugnalate che hanno ucciso Lidia non sono per la famiglia Macchi solo una tragedia privata, ma anche un martirio, un tributo di sangue che il mondo ha preteso da una ragazza d’altri tempi, brava, studiosa, impegnata nell’aiutare gli altri, fervidamente religiosa: “Sono orgoglioso, contento della figlia che ho avuto, perché ci ha insegnato la strada del bene. Per lei la verginità era un valore supremo assoluto. Sono certo che è morta per questo, per difendere questo valore in cui credeva”. Così dice il padre, Giorgio Macchi, funzionario della Sip, convinto che la figlia sia stata uccisa da un maniaco, da qualcuno che, dopo aver cercato inutilmente di violentarla, ha sfogato la sua rabbia, la sua frustrazione, ammazzando in modo bestiale la sua vittima”. Per gli inquirenti è solo un’ipotesi tra le tante possibili, ma in casa Macchi non ci sono dubbi. La villetta sulla collina che degrada sul lago di Varese, con vista stupenda sul Monte Rosa, ieri era aperta a tutti gli amici di Lidia, i colleghi di università e i militanti di Comunione e Liberazione, il movimento nel quale la ragazza militava. Nel salottino dai mobili moderni, con ingenui quadri naif alle pareti, Giorgio Macchi accoglie ed abbraccia i giovani in giacca a vento e blue-jeans che arrivano per dire una parola di conforto, mentre gli altri familiari vanno e vengono per la casa con gli occhi gonfi di pianto. “Era una ragazza aperta, dalle idee moderne, nella sua serietà e nel suo rigore”, continua il padre. “Studiava legge perché voleva entrare nella magistratura, fare il giudice. Sarebbe stata un ottimo giudice, con tanta umanità e voglia di capire gli altri. Era innato in lei il senso dell’equità, della giustizia. Scriveva anche poesie: proprio per Natale ci aveva preparato un bigliettino d’ auguri, uno per noi genitori e gli altri per i fratelli, con delle poesie delicatissime”. Dell’impegno di Lidia in CL, il padre dice: “Rispettavo la sua scelta, ne avevamo parlato. Avevo espresso dei dubbi: non mi piace, le avevo detto, quando la religione diventa fanatismo. Lei mi aveva rassicurato. Credeva in Dio, ma non era una bigotta. E adesso che mi accorgo di come può essere cattivo questo mondo, capisco di più questi giovani, che si trovano per pregare, per stare insieme”. La vicinanza del gruppo di CL Lidia Macchi era stata anche capo guida degli scout si era fatta sentire subito dopo che era scattato l’allarme per la scomparsa della ragazza. Lidia era uscita di casa lunedì pomeriggio per andare a trovare un’ amica, Paola Bonari, ricoverata all’ospedale di Cittiglio. “Torno per cena”, aveva detto al padre, che le aveva dato 10 mila lire per fare benzina. Era salita sulla Panda verde e aveva preso la statale. L’ultima persona che l’ha vista viva è stata Paola: “Era serena, come al solito. Abbiamo chiacchierato un’oretta e poi se ne è andata”. Quando la famiglia non l’ha vista tornare, a sera, ha cominciato a preoccuparsi, perché Lidia era una ragazza precisa, e mai avrebbe fatto tardi senza avvertire. A notte sono stati chiamati carabinieri e polizia. I genitori speravano in una scappatella amorosa ma Lidia pare non avesse alcun flirt o in un’improvvisa crisi mistica, visto che la figlia aveva manifestato più volte il proposito di farsi suora. Hanno telefonato a Milano, in via Sila, dove Lidia condivideva un appartamentino con altre amiche, dove ogni tanto si fermava dopo le lezioni all’ università statale, dove studiava legge. Hanno chiamato un camping a Santa Maria del Monte, dove la famiglia ha una roulotte. Hanno provato con amici, amiche e parenti, e pure con le suore del Sacro Monte. Niente: sparita. Martedì sono cominciate le battute, anche con l’aiuto di un elicottero, di carabinieri e polizia. Una trentina di amici e ciellini si sono organizzati in gruppetti, perlustrando la zona intorno all’ ospedale, la strada del lago, i dintorni di Varese. Alle 10 e mezzo di mercoledì mattina Roberto, Maria Pia e Antonio hanno notato la Panda tra le sterpaglie del Sass Pinì, una zona frequentata la notte da drogati e qualche coppietta. Oltre il passaggio a livello di Cittiglio, per quella strada che si inerpica tra gli sterpi bruciati, la gente per bene non mette mai piede. Per terra c’ è un tappeto di siringhe, brandelli di riviste porno, lerciume. La Panda era lì, messa per traverso, con il sedile di destra e quello posteriore sporchi di sangue. A pochi metri, riverso, il corpo di Lidia martoriato dalle pugnalate: al torace, alla gola. Morta probabilmente da due giorni, lo stesso lunedì sera della scomparsa. Gli inquirenti si trovano ora di fronte un giallo di non facile soluzione. Chi può avere ucciso questa ragazza per bene, dalla vita senza ombre? Intorno all’ ospedale di Cittiglio circolano molti tossicomani. Racconta il cappellano dell’ ospedale: “E’ un grosso problema. Spesso si abbandonano a vandalismi. In chiesa hanno bruciato tutti gli arredi sacri e aperto le cassette per l’ elemosina”. Un’ ipotesi: Lidia, uscendo dopo la visita all’ amica, si è fidata concedendo un passaggio in macchina a uno di loro, che ha tentato di rapinarla. Non trovando soldi nella borsetta, si è vendicato uccidendola. Oppure è stato un maniaco sessuale, come dice la famiglia. Gli investigatori stanno seguendo tutte le piste, però non c’ è nulla di concreto. Gli amici di Lidia, quelli che le volevano bene, si sono trovati ieri nel Duomo di Varese: per pregare e chiedere pietà a Dio. Anche per l’assassino”.

 Il testo della poesia anonima:

IN MORTE DI UN’AMICA

LA MORTE URLA

CONTRO IL SUO DESTINO.

GRIDA DI ORRORE

PER ESSERE MORTE:

ORRENDA CESURA,

STRAZIO DI CARNI.

LA MORTE GRIDA

E GRIDA

L’UOMO DELLA CROCE.

RIFIUTO, 

IL GRANDE RIFIUTO. 

LA LOTTA

LA GUERRA DI SEMPRE.

E LA MADRE, 

LA TENERA MADRE

COI FRATELLI IN PIANTO.

PERCHE’ IO.

PERCHE’ TU.

PERCHE’, IN QUESTA NOTTE DI GELO, 

CHE LE STELLE SON COSI’ BELLE,

IL CORPO OFFESO,

VELO DI TEMPIO STRAPPATO,

GIACE.

COME PUOI RIMANERE 

APPESO AL LEGNO .

IN NOME DELLA GIUSTIZIA,

NEL NOME DELL’UOMO

NEL NOME DEL RISPETTO PER LUOMO

PASSI DA NOI IL CALICE.

MA LA TETRA SIGNORA

GRIDA ALTE

LE SUE RAGIONI.

CONSUMATUM EST

QUESTO LO SCOTTO

DELL’ANTICHISSIMO ERRORE.

E TU

AGNELLO SENZA MACCHIA.

E TU

AGNELLO PURIFICATO

CHE PIEGHI IL CAPO

TIMOROSO E DOCILE ,

AGNELLO SACRIFICALE, 

CHE NULLA STREPITI, 

NON UN LAMENTO.

EPPURE UN SUONO,

PERSISTE UNA BREZZA

RISTORO ALLE NOSTRE

ARIDE VALLI

IN QUESTA NOTTE DI PIANTI.

NEL NOME DI LUI ,

DI COLUI CHE CI HA PRECEDUTI,

CROCIFISSA , 

SOSPESA A DUE TRAVI .

NEL NOME DEL PADRE

SIA LA TUA VOLONTA’.

PREMESSA

Si sappia che solo nel caso in cui in una missiva anonima siano presenti informazioni sul delitto non di pubblico dominio si può attribuire la lettera all’autore del reato in quanto l’omicida ed un eventuale mitomane possono risultare sovrapponibili da un punto di vista psicopatologico e pertanto indistinguibili.

ANALISI

– lo “STRAZIO DI CARNI” e la “NOTTE DI GELO” non erano un segreto per nessuno.

– “RIFIUTO, IL GRANDE RIFIUTO” è un riferimento alla sessualità; prima che venissero rivelati i risultati autoptici, gli amici ciellini di Lidia condividevano il pensiero del padre della Macchi, di cui fa menzione il giornalista Enrico Bonerandi nell’articolo del 9 gennaio 1987 sopra trascritto e dell’autore anonimo della missiva, ovvero che Lidia fosse morta nell’opporsi ad uno stupro.

L’autopsia non solo ha rilevato che Lidia aveva avuto un rapporto sessuale quel giorno ma non ha riscontrato né i segni di un tentativo di violenza né quelli di una violenza vera e propria.

Pertanto proprio queste quattro parole “RIFIUTO, IL GRANDE RIFIUTO” ci permettono di escludere che l’autore di questa poesia anonima sia l’omicida in quanto Lidia non venne uccisa durante un tentativo di violenza.

E’ facile escludere che “VELO DI TEMPIO STRAPPATO” sia un riferimento alla perdita delle verginità della vittima.

“VELO DI TEMPIO STRAPPATO” è una citazione del Vangelo secondo Matteo attraverso la quale l’autore anonimo equipara la morte di Lidia a quella di Gesù Cristo: “Ed ecco che il velo del Tempio si squarciò in due, dall’alto in basso, e la terra si scosse, e le pietre si spezzarono, e si aprirono le tombe, e molti santi, i cui corpi riposavano, risuscitarono e, usciti dalle tombe, dopo la sua risurrezione entrarono nella città santa e apparvero a molti” (27, 51).

Il Parokhet della sinagoga di Pisa (foto da La Kinzica)

Il velo del Tempio è il Parokhet, un tessuto prezioso che nella sinagoga protegge l’Aron Kodesh, un armadio sacro dove si conservano i rotoli della Torah. L’apostolo ed evangelista Matteo intende dire che, alla morte di Cristo, Dio si manifestò attraverso lo squarcio del velo del Tempio, il terremoto e la risurrezione dei corpi dei santi sepolti. Tra questi eventi di natura teofanica, lo squarcio del Velo del Tempio corrisponde all’eliminazione della distanza tra l’uomo e Dio, rappresentato dai rotoli della legge mosaica. In pratica, Matteo intende affermare che con la morte del Signore tutti gli uomini ebbero libero accesso alla salvezza attraverso la lettura della Torah.

– “CONSUMATUM EST” è una locuzione latina trascritta male (senza una M) che significa “tutto è compiuto”.

“CONSUMMATUM EST” è la traduzione in latino dell’originale greco “Τετέλεσται” (Tetelestai) delle ultime parole di Gesù morente in croce raccolte nel Vangelo di San Giovanni (XIX, 30) e rappresenta un ulteriore parallelismo tra la morte di Lidia e quella di Gesù Cristo.

– “AGNELLO SENZA MACCHIA” è un parallelismo con la vergine Maria nota come “agnella senza macchia”. 

– Il fatto che l’autore della lettera, evidentemente un soggetto appartenente al Movimento di Comunione e Liberazione, abbia definito Lidia un “AGNELLO SENZA MACCHIA” ci conferma che “VELO DI TEMPIO STRAPPATO” non è un riferimento alla verginità perduta perché sarebbero affermazioni in contraddizione tra loro. 

– “UNA BREZZA RISTORO ALLE NOSTRE ARIDE VALLI” è una frase di intento consolatorio, la “BREZZA” rappresenta la speranza legata alla fede.

CONCLUSIONI

“IN MORTE DI UN’AMICA” è semplicemente una lettera di un soggetto religioso che equipara la morte di Lidia a quella di Cristo, che ritiene che Lidia sia morta difendendo la propria verginità e che, a parte chiedersi come Cristo possa rimanere “APPESO AL LEGNO”, accetta di buon grado che sia fatta la volontà divina in nome del padre.

L’autore anonimo vive in armonia la sua religiosità, egli infatti, non solo accetta di buon grado che sia fatta la volontà divina in nome del padre ma, a differenza di Lidia, non fa alcun riferimento ad un vissuto di pulsioni in contrasto con le regole di Comunione e Liberazione. 

Nella poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” non sono presenti né una eventuale ammissione tra le righe né una confessione.

L’autore anonimo non solo non fornisce informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma mostra di non conoscerne il movente, si può pertanto escludere che questa poesia sia stata scritta dall’assassino di Lidia Macchi. 

La poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” è stata scritta da un soggetto, con tutta probabilità appartenente al Movimento Comunione e Liberazione, che considerava Lidia Macchi “UN’AMICA”, che rimase colpito dalla sua morte e che pescò tra ciò che all’indomani del ritrovamento del corpo era di pubblico dominio relativamente alla dinamica dei fatti e tra ciò che invece ipotizzarono familiari ed amici riguardo ad un eventuale movente. 

Infine, attribuire a qualcuno questa poesia equivale ad escludere che lo stesso sia l’autore dell’omicidio della povera Lidia.

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Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 10 ottobre 2018.

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Lidia Macchi

LA LETTERA DI LIDIA

“Ti volevo dire, amore mio, che fuori oggi c’è una pioggierellina fredda, fredda, e che stamattina sono stata a lungo a guardare il cielo grigio grigio sperando che un po’ di grigiore entrasse in me, che una nebbiolina fitta si posasse dentro di me per nascondermi questo cuore. Ma dimmi perché sorridi, perché il tuo sguardo è cosi dolce, luminoso e reale, perché sollevi gli occhi al cielo e perché io non posso che arrendermi alla realtà, non posso che riconoscere che tu ci sei. Questo mistero sai mi sgomenta e mi ferisce, ed io oggi meno che mai riesco a fare progetti sul nostro futuro, e non so se ci sarà un futuro insieme per noi e non so nemmeno perché continuo a gridare che tutto sia sempre più grande, grande, grandissimo, immenso così al di là delle nostre piccole immaginazioni e dei nostri strani sillogismi. E perché questa vita è sempre più (?) e cambiamento, ma chi ha mai parlato di tranquillità cristiana? chi è quello stupido mentitore? voglio sapere dove si scova questo quieto vivere perché qui è tutto e sempre di più un (gran) dolore che mi toglie il respiro, che mi soffoca mentre grido e tutto mi colpisce sempre più nella radice dell’anima e la mia vita si dilata con una velocità impressionante e non riesco a trattenere per me stessa niente di accomodante. Perché questo desiderio smisurato di te, Signore, in ogni cosa? Ma vai a tormentare qualcuno più disponibile e più bravo di me. Ma prenditi qualcun’altro! Qualcun altro? Ma come qualcun altro se sei così già dentro di noi?. Amen”.

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ANALISI

– Lo stralcio stamattina sono stata a lungo a guardare il cielo grigio grigio sperando che un po’ di grigiore entrasse in me, che una nebbiolina fitta si posasse dentro di me per nascondermi questo cuore” fa ritenere che Lidia desiderasse che la nebbia le nascondesse il cuore perché il cuore, inteso volgarmente come organo che ha a che fare con le pulsioni umane, la destabilizzava.

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– “ma dimmi perché sorridi, perché il tuo sguardo è cosi dolce, luminoso e reale, perché sollevi gli occhi al cielo” è una descrizione di un’immagine di Cristo:  

1) L’aggettivo “luminoso” è un attributo della divinità; 

2) se Lidia avesse scritto ad un uomo in carne ed ossa non avrebbe descritto il suo sguardo come “reale”, non potendo essere diversamente;

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3) in molte immagini Cristo non solo sorride ma solleva “gli occhi al cielo”, un modo per incontrare virtualmente il Creatore. Il discepolo Giovanni così descrive Gesù durante l’Ultima Cena: “Così parlò Gesù. Poi, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora: glorifica il Figlio tuo, perchè il Figlio glorifichi te. (…) Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli…” (Gv 17,1-18,1) e durante la risurrezione di Lazzaro: “Gesù allora alzò gli occhi e disse: Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato” (Gv 11,41).

– “perché io non posso che arrendermi alla realtà” è una sorta di confessione.

– “Questo mistero, sai, mi sgomenta e mi ferisce”, Lidia con la parola “mistero” non può che riferirsi al mistero della fede.

– La Macchi scrive “ed io oggi meno che mai, riesco a fare progetti sul nostro futuro e non so se ci sarà un futuro insieme per noi” perché sente di essere incapace di mantenere le promesse. Lidia è giovane ed è mossa da fisiologiche pulsioni, molto probabilmente è questo il motivo per il quale non vede un futuro con Cristo.

–  in questa sequenza “Signore, lasciami in pace: vai a tormentare qualcuno più disponibile e più bravo di me” Lidia si rivolge esplicitamente al “Signore” dicendogli di non tormentarla, di cercare qualcuno più disponibile e bravo di lei, evidentemente la Macchi ritiene di non essere stata abbastanza “disponibile” e “brava”.

– Si può escludere senza ombra di dubbio che Lidia intendesse rivolgersi ad altri se non a Cristo con l’espressione “Signore”, in caso contrario sarebbe stata blasfema.

– Infine, si può ragionevolmente escludere che Lidia abbia potuto concludere una lettera indirizzata ad un uomo in carne ed ossa con un “Amen”“Amen” è infatti una parola ebraica, “אמן”, che significa “in verità”, “così sia” e viene utilizzata di norma come formula conclusiva delle preghiere ebraiche, cristiane e islamiche.

CONCLUSIONI

Il mittente della cosiddetta “lettera d’amore” ritrovata nella borsa di Lidia Macchi non è un amore impossibile ma Gesù Cristo, pertanto non si tratta di una “lettera d’amore” ma di una sorta di preghiera/confessione.

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