Omicidio di Simonetta Cesaroni: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Raniero Busco

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Simonetta Cesaroni

Martedì 7 agosto 1990, intorno alle 23:30, Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca e Salvatore Volponi, Giuseppa De Luca e Mario Vanacore rinvennero il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni, 21 anni, sul pavimento di una stanza di un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù sito in via Carlo Poma n. 2, scala B, terzo piano, interno 7, dove la ragazza lavorava ogni martedì e giovedì dal mese di giugno. La giovane, trafitta da 29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità del capo e dei capelli scomposti, il pavimento recava impronte rosacee semicircolari, come per parziale detersione; l’ambiente circostante si presentava in ordine, in un angolo erano allineate le sue scarpe da tennis slacciate. Simonetta era arrivata in ufficio intorno alle 15:45 ed aveva aperto con un mazzo di chiavi in suo possesso, alle 17:35 aveva parlato con una collega al telefono e nell’intervallo di tempo tra la fine della telefonata e le 18:30/19:00 orario in cui avrebbe dovuto chiamare Volponi per riferirgli a che punto fosse con il lavoro, Simonetta era stata uccisa.

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Raniero busco

 Circa vent’anni dopo l’omicidio, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco, fidanzato della Cesaroni al momento dei fatti, è stato condannato a 24 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Roma. 

Il 27 aprile 2012, Busco è stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Roma . 

Il 26 febbraio 2014, la Corte Suprema di Cassazione ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco nonostante il PG avesse chiesto l’annullamento con rinvio del verdetto emesso dalla Corte d’Assise di Appello di Roma.

Ma veniamo all’analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate da Raniero Busco.

Raniero Busco, essendo stato assolto, è innocente “de iure”, se lo è anche “de facto” mi aspetto che negli anni abbia negato in modo credibile, ovvero mi aspetto che abbia ripetuto ai giornalisti, agli inquirenti, alla PM Ilaria Calò e ai giudici soprattutto queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Simonetta” e “ho detto la verità”. 

Mi aspetto anche che Busco abbia dimostrato, in specie ai giudici, di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

E mi aspetto infine di trovare nelle sue dichiarazioni parole di affetto per Simonetta e di comprensione per la sua famiglia oltre a parole di condanna e disprezzo per il suo assassino, non solo per avergli ucciso la fidanzata, o quantomeno un’amica, ma anche per averlo costretto a subire un processo per omicidio.

— Interrogato nel 2010 durante un’udienza del processo a suo carico dal pubblico ministero Ilaria Calò: 

PM Calò: Che tipo di rapporto avevate?

La domanda essendo generica lascia molto spazio a Busco e permette a noi di capire quali sono le sue priorità. 

Raniero Busco: Principalmente ci vedevamo nei fine settimana perché io facendo i turni, lavoravo, quindi normalmente ci vedevamo nei fine settimana.

Da notare che Busco non nomina la povera Simonetta.

Busco non descrive lo stato del rapporto tra lui e Simonetta da un punto di vista sentimentale ma focalizza semplicemente sulla frequenza con la quale si incontravano ripetendo per due volte “ci vedevamo nei fine settimana”. Convincere la PM del fatto che lui e Simonetta si vedessero nei fine settimana è la sua priorità ma poiché non è capace di mentire fa precedere alla frase l’avverbio “Principalmente”, lasciando intendere che non si incontrassero esclusivamente “nei fine settimana”.

Da notare l’introduzione dell’avverbio “normalmente”. Vedremo in seguito come e perché Raniero Busco abbia fatto spesso riferimento alla routine nelle sue risposte.

 PM Calò: I rapporti sessuali che aveva con Simonetta erano rapporti per certi versi violenti o umilianti per lei?

Raniero Busco: No, assolutamente no… guardi, avevamo rapporti normalissimi, non c’è niente di umiliante e niente diii particolarmente violento.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

“No” è una buona risposta ma Busco la indebolisce facendo seguire alla negazione 17 parole, tra cui un “assolutamente no” che tradisce un bisogno di convincere che generalmente gli innocenti non hanno e un “guardi, avevamo rapporti normalissimi” che  tradisce ancora un bisogno di convincere per l’uso del superlativo “normalissimi” e lascia supporre il contrario.  

Quando Busco dice “non c’è niente di umiliante”, parla al presente per non riferirsi ai rapporti avuti con Simonetta, un escamotage che usa per non mentire. 

E poi aggiunge “e niente diii particolarmente violento”, lasciando intendere, attraverso l’inserimento dell’avverbio “particolarmente”, che invece fossero caratterizzati da un certo grado di violenza.  

PM Calò: Era lei ad aver telefonato? Vi siete accordati per vedervi quel pomeriggio?

La PM commette un errore, fa due domande insieme permettendo a Busco di scegliere a quale domanda rispondere.

Raniero Busco: No, assolutamente, non ero io, cioè non sono stato io.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

Busco risponde alla prima domanda della PM con un “No” ma poi aggiunge 9 parole che indeboliscono la sua negazione. 

L’uso dell’avverbio “assolutamente” tradisce un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. 

“non ero io” e “non sono stato io” non sono negazioni credibili. 

Busco prova a negare di essere l’autore della telefonata ma non di essersi accordato con Simonetta per vedersi quel pomeriggio in seguito ad una telefonata della ragazza.

Dopo l’analisi di questa risposta trovo che sia condivisibile l’assunto dei giudici del primo grado che hanno scritto di “ritenere verosimile che la lunga telefonata dell’ora di pranzo, di cui ha riferito la madre di Simonetta, e che tutte le sue amiche e i suoi colleghi di lavoro hanno attendibilmente negato di avere fatto o ricevuto quel giorno e a quell’ora, abbia avuto come interlocutore proprio il Busco”.

PM Calò: Il 6 dicembre 2004, lei ha fornito ai carabinieri un alibi falso.

Non una domanda ma un’affermazione che costringe Busco a mettersi sulla difensiva.

Raniero Busco: No, guardi, questa circostanza, le ripeto, a me mi è stata richiesta nel… nel 2005…

Nel 2004 Busco ha sostenuto di essere stato al bar “Portici” con Simone Palombi nel pomeriggio del 7 agosto 1990, un alibi mai confermato dall’amico. Palombi infatti, già nel 1990, aveva riferito a chi indagava di essere stato a Frosinone durante tutta la giornata del 7 agosto 1990, di essere tornato a Roma intorno alle 19:45 e di aver visto Busco al bar “Portici” soltanto a quell’ora. Sentito nel 2004 nell’ambito delle nuove indagini relative all’omicidio di Simonetta, Palombi ha confermato la circostanza e l’ha confermata anche nel confronto sostenuto con Raniero mentre Busco ha invece ammesso che poteva essersi sbagliato sulla presenza del Palombi al bar quel pomeriggio in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. 

PM Calò: 2004. 

La PM lo corregge. 

Raniero Busco:… adesso non mi ricordo la data, 2004, quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni, avevo questo ricordo, infatti al maresciallo dei carabinieri chiesi: “Mi ricordo di essere stato con Simone, non sono sicuro, andate a verificare quello che ho dichiarato all’epoca” e qui la risposta del maresciallo fu: “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è” e da lì è nato l’equivoco, anche perché, ripeto, con Simone ci vedevamo spesso nei pomeriggi in quanto lui all’epoca non lavorava, io ero libero dai turni, spesso mi veniva a trovare nell’officina, quindi spesse volte stavamo… stavamo insieme. Sicuramente ho confuso il giorno perché lo stesso Simone, mi sembra che l’8 agosto del ’90, sentito dagli inquirenti, aveva detto di essere stato da un’altra parte, cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno, non sarà stato quel giorno, sarà stato il giorno prima, cioè con Simone ci vedevamo spesso. 

Busco risponde inizialmente con un “No” ma poi sente il bisogno di esibirsi in una lunga tirata oratoria di ben 202 parole durante la quale tenta di giustificare le proprie dichiarazioni del 2004 in merito all’alibi ammettendo di potersi essere sbagliato.

Raniero Busco, nonostante la PM gli abbia appena riferito la data esatta del colloquio, ovvero “6 dicembre 2004”, dice di non ricordarla e, nonostante il suggerimento, continua a giocare con gli anni di distanza dicendo “quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni”.

Busco riferisce alla PM che il maresciallo gli avrebbe detto “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è”, in realtà il verbale c’è, la verità è che nel verbale del ’90 non c’è nessuna dichiarazione di Raniero in merito ai suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché nell’agosto 1990, nessuno chiese a Busco dove fosse stato nel pomeriggio del 7 agosto, né il dr. Antonio Del Greco, che lo interrogò alle 6:30 del mattino dell’8 agosto, dopo averlo fatto prelevare in Aeroporto, né l’ispettore Fabrizio Brezzi che lo interrogò due giorni dopo, il 10 agosto 1990.

 Dal processo a Busco, le testimonianze degli inquirenti che si occuparono dell’omicidio di Simonetta Cesaroni:

Dr. Nicola Cavaliere, dirigente della Squadra Mobile:  (…) non era sicuramente una persona su cui noi quella notte puntammo la nostra attenzione (…) certamente non è stato un… un verbale molto approfondito, sempre in quell’ottica ecco di… anche perché il Busco, se non vado errato (…) risultò che non sapesse neanche dove… dove la ragazzina lavorasse (…).

Ispettore Fabrizio Brezzi: (…) mi hanno da subito detto che aveva un alibi già… già accertato, già diciamo conclamato, diciamo, e quindi perché io non lo chieda non lo so, posso soltanto fare delle (…) che aveva un alibi e che non poteva essere lui il responsabile, all’epoca questo si diceva in ufficio (…) questo era quello che si diceva in ufficio, quando io, appunto, sono tornato, ho chiesto le posizioni dei… delle varie persone implicate, appunto, potenzialmente nella vicenda e mi fu detto che il Busco non poteva essere perché si trovava a lavoro (…).

Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile: (…) A quel punto occorreva conoscere questa… questa ragazza e la dovevamo conoscere attraverso una testimonianza pulita da parte dei … dei testi e non… non condizionata dalla… dalla richiesta per esempio di cosa avesse fatto lui nel corso del pomeriggio (…) non avevamo neanche certezza peraltro circa l’orario della morte, perché non era scritto da nessuna parte l’orario della morte della… della ragazza (…) Così come non è stato chiesto a lui che cosa avesse fatto quel pomeriggio, non è stato chiesto neanche a Volponi (…) ritengo che la testimonianza che il Busco dovesse rendere quel… quel giorno, era per dare indicazioni, quindi diciamo che veniva sentito ancora ulteriormente come teste, quindi non era assolutamente indagato, né la sua posizione era sospetta. Anche alla luce, ripeto di quel particolare che ritenni importante, nel momento in cui avviai l’indagine, di accertare in maniera precisa, che non vi fosse conoscenza del posto di lavoro da parte … da parte di lui. Cioè lui aveva fatto una dichiarazione e secondo me quella era una dichiarazione importante. Così lui, come l’aveva fatta anche… anche Volponi, non conoscere il posto di lavoro (…) non ho chiesto l’alibi. Non gli ho chiesto perché da Busco Raniero io mi aspettavo una come… una collaborazione, se io avessi chiesto l’alibi a Busco Raniero avrei trovato sicuramente una chiusura perché era una persona che improvvisamente, di colpo, gli veniva contestato un qualche cosa, era una…. una strategia investigativa (…)

L’ispettore Danilo Gobbi, a sua volta, durante un’udienza, ha confermato che quella notte Busco era stato prelevato dalla Polizia sul posto di lavoro e ha confermato alla PM che verosimilmente non gli era stato chiesto alcun alibi dato che il cadavere era stato rinvenuto alle undici di sera, un orario in cui Busco stava facendo appunto il turno di notte all’aeroporto di Fiumicino.

Da notare che nel finale “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno” Busco, per non mentire, non dice di essere stato interrogato sull’alibi né di aver detto di essere stato con Simone ma fa solo ipotesi e spera che chi lo ascolta tragga personali conclusioni. 

PM Calò: omissis

Raniero Busco: Guardi, io quel pomeriggio ricordo face… quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni. Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio, poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva. Adesso io non ricordo se c’era Simone, Fabrizio, comunque sia, era, diciamo, routine, andare al bar quasi tutte le se… tutti i pomeriggi per stare quell’oretta lì. E poi ripeto, quando facevo questo turno di notte, stavo fino all’ora di cena, poi tornavo a casa e riprendevo il turno a Fiumicino, quindi era questa, era un… diciamo una routine, le giornate erano più o meno tutte uguali, quindi anche quel giorno ho fatto quelle cose, io questo ricordo. Poi se gli altri mi hanno visto, non mi hanno visto… io questo non glielo posso dire. 

1) Busco inizia a rispondere parlando del pomeriggio del 7 agosto 1990 “io quel pomeriggio ricordo face…”, il fatto che dica “ricordo” è un’indicazione che sta per dire il vero ma che in precedenza ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con “ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne dette in precedenza. In ogni caso, prima di riferire alcunché, Busco si autocensura e

2) poi comincia a raccontare alla PM della sua routine “quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni”, 

3) poi torna a parlare di quel pomeriggio “Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio” senza specificare quanto sia rimasto in officina e che cosa intenda per “tardo pomeriggio”

4) e infine torna a parlare della sua routine “poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva”.

Chi dissimula spesso parla della propria routine per non raccontare i fatti relativi al giorno sul quale viene interrogato o per evitare di raccontare menzogne. 

Raniero Busco: Allora io sono… iniziavo i turni di notte, ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato… 

Busco sta parlando del giorno 7 agosto 1990 e quando dice “ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato” è credibile perché prende possesso di ciò che dice, parla di un fatto preciso e usa il verbo al passato.

PM Calò: A che ora? 

La PM gli fa una domanda precisa sempre sul 7 agosto 1990.

Raniero Busco: Andavo… uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 7:00 di mattina, poi con i mezzi sociali tornavo a casa, quindi alle ore 8:00 stavo più o meno, 8:00 insomma dipende poi dal traffico da Fiumicino a… a dove ho casa tutt’ora e d’abitudine andavo a riposare fino all’ora di pranzo, quindi…

Busco non risponde a tono, invece di far riferimento al 7 agosto 1990, continua a parlare della sua routine. 

Da notare che Busco riferisce alla PM che il suo turno in Aeroporto iniziava alle 23:00. 

PM Calò:  Quindi era andato a dormire.

La PM si riferisce ancora al 7 agosto 1990. 

Raniero Busco: Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due. Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine… noi all’epoca avevamo una officina sotto casa, scendevo per fare dei piccoli lavoretti nell’officina. Qui rimanevo, normalmente, di solito, fino a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi anche perché…

Quando Busco dice “Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due” parla del 7 agosto 1990 ma poi, per non parlare di quel giorno, torna a descrivere la sua routine “Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine (…) scendevo (…) rimanevo, normalmente, di solito (…) quindi il pomeriggio tardi anche perché…”. Da notare che è dal pranzo che Busco comincia a riferirsi a quella che era la sua routine.

PM Calò: Mi scusi, ma come faceva questi lavoretti nell’officina? 

Raniero Busco: Avevamo quell…

PM Calò: Tutti i giorni? Avevate un’officina? 

Raniero Busco: Sì, sì, avevamo una officina di macchine agricole e motorini, quindi, spesso e volentieri, venivano amici con piccoli problemi e insomma li… li aggiustavamo insieme, stavamo insieme. Quindi verso… posso?

E’ Busco a specificare che non lavorava in officina tutti i giorni ma “spesso e volentieri”.

Busco aggiunge al racconto cinque parole non necessarie ”li aggiustavamo insieme, stavamo insieme” mostrando di avere bisogno di nascondersi tra la folla, un bisogno che gli innocenti non hanno. 

PM Calò: Prego, prego. 

Raniero Busco: E poi era consuetudine che a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi, sei e mezza, sette, uscivo per recarmi al bar dove era la comitiva. Lì rimanevo fino… 

Busco non dice che di essersi recato al bar nel pomeriggio del 7 agosto 1990 ma riferisce soltanto che recarsi al bar era una “consuetudine”.

Raniero Busco spera di riuscire a convincere i giudici che anche il 7 agosto 1990 si trovasse al bar al solito orario, un orario peraltro, le sette di sera, che gli avrebbe comunque permesso di commettere l’omicidio. In ogni caso, all’indomani dei fatti, il suo amico Simone Palombi riferì agli inquirenti di aver visto Busco al bar solo alle 19:45.

PM Calò: No, ecco, dovrebbe un po’ focalizzare su quel giorno. 

La PM chiede a Busco di focalizzare sul 7 agosto 1990 proprio perché lui continua a parlare di ciò che era “consuetudine”, delle sue “abitudini”, di ciò che “normalmente, di solito” faceva e non del pomeriggio del giorno dell’omicidio. 

Raniero Busco: Quel giorno… eh, quel giorno come… come… come insomma gli altri giorni sono rimasto a riparare la macchina di mio fratello Paolo fino a una certa ora, quindi, adesso non ricordo di preciso, sono uscito poi verso le sei e mezza, sette, credo, e mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino. Questa è diciamo que…

Il fatto che Busco invece di parlare del pomeriggio del 7 agosto 1990 continui ad equipararlo al pomeriggio degli altri giorni lascia intendere che quel pomeriggio non fu un pomeriggio come gli altri. 

“fino ad una certa ora” non rappresenta un riferimento temporale preciso, anzi.

Quando Busco dice “sono uscito poi verso le sei e mezza” non precisa da dove sia uscito a quell’ora. Con tutta probabilità, anche chi uccise Simonetta, uscì intorno alle “sei e mezza, sette” dall’ufficio di Via Carlo Poma n. 2. 

“dopodiché” rappresenta una lacuna temporale, Busco, dopo aver lasciato il bar, prima di tornare a casa, ha fatto qualcosa che non ci dice, non necessariamente qualcosa di rilevante, potrebbe essersi semplicemente fermato a fare benzina o a comprare le sigarette.

Quando Busco dice “mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino” è credibile. Da notare che in questa occasione non fa alcun riferimento alla routine che ha ripetutamente introdotto in precedenza trovandosi a dover raccontare gli accadimenti di quel pomeriggio precedenti all’arrivo al bar.

 PM Calò: Dopodiché? 

Raniero Busco: Dopodiché all’inci… alle 03:00 di notte, credo, adesso non mi ricordo con precisione l’orario, sono venuti i Poliziotti che mi dicevano di andare con loro e non… non dicendomi quello che era successo, dice: “Devi venire con noi, dobbiamo andare in Questura” e da lì mi hanno portato in Questura, a Via Genova, e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto. Sono rimasto…

Questo racconto di Busco è credibile. 

Quando Busco dice “e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto”, ancora una volta non usa termini appropriati come “omicidio”, “uccisa” o “ammazzata” ma minimizza facendo ricorso al termine “accaduto”. Inoltre, neanche in questa occasione nomina la povera vittima eppure per lui sarebbe stato assai più semplice dire “Mi hanno detto che Simonetta era stata ammazzata” o quantomeno “Mi hanno detto che Simonetta era morta”.

PM Calò: Ma è stato interrogato? 

Raniero Busco: Sì, sono stato interrogato … sono rimasto, mi ricordo io, fino all’ora di pranzo, fino all’una, credo, poi da lì mi hanno rimandato a casa e mi sono rivenuti a riprendere nello stesso giorno, nel pomeriggio, mi sono venuti a prendere…

Questo racconto di Busco è credibile, il verbo è coniugato al passato e con la frase “mi ricordo” ci conferma che sta dicendo il vero.

Il fatto che Busco dica “mi ricordo” riguardo all’orario d’uscita dalla caserma, è un’indicazione che ha mentito in precedenza, che ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con un “mi ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “mi ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne raccontate in precedenza.

PM Calò: E che cosa le è stato chiesto?

Raniero Busco: Eeh… mi è stato chiesto quello che avevo fatto, presumo, il problema è questo: Che adesso, a distanza di… di vent’anni cioè non risulta a verbale quello che io abbia dichiarato quel giorno… eee… cioè è assurda una cosa del genere, secondo me, poi… non so quello che ha succ… sic… sicuramente, perché, ripeto, quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi, hanno fatto pressioni psicologiche dicendomi: “Guarda che cosa hai fatto, diccelo, confessa” e da lì sono stato rimandato a casa, poi. Tutto questo mi pare… poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato. Quindi io non… 

E’ l’emotività che spinge Busco a rispondere con 133 parole ed è brava la PM a non interromperlo, dalle tirate oratorie di sospettati, indagati e imputati si possono estrapolare informazioni importanti ma soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso.  

Busco, poiché non vuole riferire alla PM dove si trovasse nel momento in cui veniva uccisa Simonetta, fa ricorso ad una lunga tirata oratoria durante la quale si incarta clamorosamente.

“quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi,” è una sequenza incriminante. Solo un assassino può sentirsi “messo di fronte all’evidenza”, peraltro Busco spiega dettagliatamente che cosa lui intenda per “evidenza”, “evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi”.

Busco cerca di aggrapparsi agli errori fatti dagli inquirenti quando dice “poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato”. 

La frase di Busco “Quindi io non…“ è monca, o a causa di un’autocensura o perché la PM lo ha interrotto. Se l’interruzione fosse volontaria sarebbe un invito alla PM e ai giudici a trarre conclusioni che l’imputato non riesce a trarre perché mentirebbe. 

PM Calò:  Ma lei ricorda che cosa aveva detto in quella circostanza?

Non una buona domanda perché permette a Busco di tornare a sottolineare ancora gli errori investigativi, peraltro la PM è a conoscenza del fatto che chi indagò nel 1990 non chiese a Busco come aveva passato il tardo pomeriggio del 7 agosto. 

Raniero Busco: Sicuramente ho detto che ero a casa anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era, diciamo, una routine, una abitudine. Ho ricostruito con i miei familiari, con i miei amici così… quello che avevo fatto quel giorno. Quindi sicuramente ho detto… ho detto quella cosa lì, il problema è che non sta… è stato messo a verbale, cioè io questa cosa l’ho saputa nel 2005 che non c’era la mia versione dei fatti.

Ancora una volta Busco insiste sul fatto che il pomeriggio del 7 agosto 1990 fosse stato un pomeriggio come gli altri “una routine, una abitudine”. 

Busco mostra di essere privo del “muro della verità”, egli infatti tenta di convincere l’interlocutore dicendo:

1) “Sicuramente ho detto” 

2) “sicuramente ho detto… ho detto”

3) “anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era diciamo una routine, una abitudine” un tentativo di spiegare il motivo per il quale non ricorda, una frase dove peraltro la presenza dei due “diciamo” ci suggerisce che Busco non è convinto di ciò che dice.

Da notare che Busco non ha speso una parola per la vittima, pertanto appare fuori luogo che definisca gli eventi iniziati alle 3:00 dell’8 agosto “il mio evento traumatico”. “traumatico” in che senso? Avrebbe dovuto chiedergli la PM.

PM Calò: Va bene. Lei ha mai dato morsi a Simonetta? 

Raniero Busco: Assolutamente.

“Assolutamente” non ha valore di “No”,  la parola “mai” e la parola “assolutamente” non sono negazioni credibili.

PM Calò: No.

Raniero Busco: No. Assolutamente no.

Busco aggiunge a “No”, “Assolutamente no” mostrando ancora una volta di essere privo del “muro della verità”.

PM Calò: omissis

Raniero Busco: No, la mia coscienza era pulita quindi perché avrei dovuto esa… esaspe… cioè… nel senso… io non avevo fatto niente e loro mi hanno anche schiaffeggiato, quindi…

Busco invece di negare riferisce alla PM “la mia coscienza era pulita”, una rassicurazione che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” ad avere la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”. Peraltro i soggetti che non provano senso di colpa né rimorso hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile. Busco continua a non nominare Simonetta e a minimizzare usando il termine “niente” per evitare lo stress che gli indurrebbe l’uso delle parole “ucciso”, “ammazzato” e “Simonetta”. 

Da notare che Busco dice “loro mi hanno anche schiaffeggiato”, senza specificare chi lo avrebbe schiaffeggiato. 

E’ una incredibile coincidenza che l’omicida abbia schiaffeggiato Simonetta, a mio avviso, dopo aver ricevuto un primo schiaffo proprio da lei.

Nelle Motivazioni della Sentenza di Primo Grado, in massima parte condivisibili, i giudici hanno scritto: “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi (al riguardo è sufficiente una rapida scorsa alle rispettive testimonianze: ad esempio, Volponi, su altre circostanze quantomeno impreciso, ricorda perfino di aver scambiato qualche parola con l’uomo delle pulizie nei pressi della tabaccheria, Cipollone Gaetano che ha confermato) (…) E’ indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che il Busco fosse il meno “coinvolto” tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, (e sui quali egli asserisce anche di essere stato interrogato nel ’90 e proprio sui suoi movimenti del pomeriggio, per di più a suon di ceffoni e con l’ostensione delle foto del cadavere, e dunque avendo validissimi motivi per ricordare), in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una Volante della Polizia in piena notte e poi trattenuto per molte ore in Questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro”.

PM Calò:  Ecco un’altra domanda ancora, sempre a proposito di questi interrogatori a cui è stato sottoposto in Questura, insomma di queste domande che le hanno fatto. 

Raniero Busco: Del ’90, parla? 

PM Calò: Prego? 

Raniero Busco: Dell’epoca, del ’90? 

PM Calò: All’epoca, all’epoca, all’epoca, nel ’90. Come mai lei non ha mai detto niente di questo, insomma, non ha mai rappresentato questa cosa che aveva subìto in Questura? 

Raniero Busco: A chi scusi?

PM Calò: Una denuncia, per esempio. 

Raniero Busco: Erano stati… cioè sono stati due schiaffi, ho… ho pensato che in quel momento era prassi comportarsi così, credo, poi ripeto… 

PM Calò: Va bene. 

Raniero Busco:… a venti… ventitré anni, quindi ge… mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte, quindi lascio immaginare il mio stato d’animo.

 Da notare che quando Busco dice “mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte” evita per l’ennesima volta di nominare la povera Simonetta Cesaroni.

E’ interessante che Raniero Busco non descriva il proprio stato d’animo ma lo lasci soltanto “immaginare”, come se la sua fosse stata un’esperienza comune ai suoi interlocutori.

— Raniero Busco interrogato in aula dall’Avv. Mondani (parte civile per Paola Cesaroni) ha affermato: Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato.

La risposta data da Busco all’avvocato “Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato” non è dissimile da una risposta data in precedenza alla PM “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare”.

In realtà gli inquirenti lasciarono andare Busco quella notte ed il giorno seguente perché commisero un errore grossolano, non lo interrogarono sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 in quanto al momento del ritrovamento del cadavere d Simonetta, Raniero si trovava al lavoro, inoltre credettero a Busco quando sostenne di non sapere che Simonetta lavorasse in via Carlo Poma.

E infine non si preoccuparono di informarsi sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 una volta venuti a conoscenza delle risultanze dell’esame medico legale. 

— Nell’intercettazione ambientale del 13 aprile 2005, delle ore 15:50 del colloquio svoltosi tra Simone Palombi e Raniero Busco nell’anticamera del Procuratore Aggiunto allorchè i due erano in attesa di essere chiamati per effettuare il confronto di cui sopra Busco si preoccupa di chiedere all’amico se già l’8 agosto 1990 egli avesse riferito agli inquirenti di aver passato il pomeriggio dell’omicidio in visita ad una zia suora e se tale circostanza fosse stata verbalizzata, lamentando, posto che le loro dichiarazioni non erano collimanti, “perché non m’hai chiamato, non c’hai chiamato subito pe’ chiari’ ste cose” (Motivazioni della sentenza di primo grado).

Raniero Busco: Ma .. tu .. io quello che ti volevo chiedere, a te quando t’han… quando t’hanno sentito? Quindici anni fa o adesso? Quand’è la prima volta che t’hanno sentito a te, che t’hanno chiesto che facevi quel giorno?

Simone Palombi: A me .. io non mi ricordo di ‘sta volta o quindici anni.

Raniero Busco: Cioè tu, quindici anni fa hai messo a verbale qualcosa? No? T’hanno sentito a te?

Raniero Busco: Io quello che voglio di’… se tu hai dichiarato quello là e l’hanno messo a verbale… OK, può darsi pure che me so’ sbagliato io.

Raniero Busco: Più adesso, sono quindici anni, io la mano sul fuoco non ce la metto che… che t’ho detto che stavo con te. Io lo… lo… ciò ‘sto flash perché… a parte confermato da quello che ho dichiarato quel… quel giorno che era successo il giorno dopo, quindi tu .. mi dici a me che ho fatto quel pomeriggio no… Cazzo sei il primo indiziato… io ho fatto, io so’… stavo… mi ricordo che stavo con te, ci siamo fermati lì da (inc.) a fa’ benzina e poi non so so’ do’ cazzo siamo andati, siamo andati al bar… intorno a quell’ora… lo…. ma se tu… se tu però… quello voglio di’ io, se tu invece… è una cosa che t’hanno chiesto dopo dieci anni… è normale, ce sta il… il dubbio che tu ti puoi essere pure… te puoi sbaglia’ con un altro giorno no!? Capito che te voglio… io è questo… solo questa cosa qui… poi il resto tranquillo, non c’è…

Busco cerca di insinuare il dubbio nell’amico.

Simone Palombi: No, io so solo che quel giorno, guarda, io ho parlato pure con mia madre, perché siamo andati … – dice guarda, siamo andati al paese, la mattina e semo ritornati (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Non è che era il lunedì?

Busco cerca di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli che poteva essere il lunedì, Simonetta fu uccisa martedì 7 agosto 1990.

Simone Palombi: No no, perché… no… perché, lo sai perché? Perché io c’ho pure il toso… m’hanno richiesto pure il co… – perché siete andati là? – Ho fatto – guarda, c’ho una zia così, si può di’ che era morta e… stava… in fin di vita, infatti è morta quella (inc. voci sovrapposte) all’una e mezza –

Raniero Busco: (inc.) Sì, però quello che te voglio di’, perché quando era… allora dove… non avrei mai detto che stavo con te, hai capito quello (inc. voci sovrapposte) No… sì, cazzo, io non me lo ricordo, cioè… il giorno… il giorno… è successo, il giorno dopo… io non mi ricordo quello che ho fatto il giorno prima? Capito che ti voglio di’? Io, è questa la cosa… il mio… l’unica mia… dico, perplessità no!?… Tu sicuro che non era… non era lunedì?

Busco cerca ancora di insinuare il dubbio che possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli ancora una volta che poteva essere il lunedì.

Simone Palombi: No, ee… ho… te giuro que… cento volte con mia madre… Lo sai perché, siamo andati lì oh… si ricorda pure mia madre, alla mattina e semo tornati prima de cena, il sette… il sette questo.

Raniero Busco: Il sette era martedì? 

Simone Palombi: Il sette! Che cazzo ne so 

Raniero Busco: Martedì… eh.

Simone Palombi: Il sette! Poi io… alla sera, siamo ritornati alle otto, alle sette… non so se so’ uscito, non mi ricordo un cazzo, so solo che il giorno dopo sono andato a fa’ una visita all’ospedale… al San Giacomo, che de… dovevo parti’ alla sera per anda’ in Sardegna e il pomeriggio so’ venuto da te, te ricordi che stavamo da te e dopo due minuti è venuta la Polizia e c’hanno portato là. Sono sicuro (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Me lo ricordo sì, quello me lo ricordo Simo’, però…

Da notare il “però” che serve a Busco per tornare a cercare di insinuare il dubbio all’amico.

Simone Palombi: Solo ‘ste cose mi ricordo.

Raniero Busco: Comunque questi… cioè te di’ quando… contesta’ una cosa del genere, io… cioè se tu… tu a… asserisci questo, per me, oh, è così, però… (inc. voci sovrapposte) io quello che me chiedo è come mai… se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito (inc. voci sovrapposte).

Un altro “però” serve a Busco per tornare a cercare di insinuare il dubbio all’amico.

Busco dicendo “se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito” vuol far pensare all’amico di aver fatto la dichiarazione anche nel 1990, in realtà non dice di aver detto nel 1990 che fosse con lui tanto che non riesce a dire “e questo qui non me l’hanno contestato subito” ma “e questo qui non ce l’hai contestato subito” perché non avendogli mai chiesto dove fosse stato non potevano di certo contestargli nulla.

Simone Palombi: Io l’avevo detto pure la prima volta, quando m’avevano chiamato? Cinque mesi fa?

Raniero Busco: Eh, ho capito, però un conto è quello che dichiari il giorno dopo e un conto che lo dichiari dopo dieci anni, io non mi ricordo manco quello che ho magnato l’altro mese, cioè quello che ho fatto l’altro… il mese scorso.

Un ennesimo tentativo di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Ma io sicuramente… ma… Ranie, sicuramente me l’avranno chiesto pure a me come dici te.

Raniero Busco: E perché non l’hanno messo a verbale allora?

Simone Palombi: Io, sicuramente, sicuramente avrò detto che io ero stato a Vallecorsa tutta la (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Sì ma me pare strano che non l’hanno messo a verbale, a… a… a Simo’.

Simone Palombi: E che ne so, non lo so (inc) Ranie, non lo so.

Raniero Busco: Hai capito? Se io dico… io dico… allora, per farme l’alibi, per esempio… loro hanno (inc. voci sovrapposte) sì ma io so’ stato il primo, prima entro io – tu fatti l’alibi, chi t’ha visto? Dove sei stato? – stavo con Simone quel giorno e ok! Sentono a te…

Busco vuol far credere a Simone di aver detto agli inquirenti “stavo con Simone quel giorno“ ma lo fa precedere da un “per esempio” che ci rivela che sta facendo semplicemente un esempio.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Per prima cosa… E non lo metti per iscritto? Cioè scusa, se c’era la… la deposizione tua, tanto di cappello oh, avrò sbagliato io, che te devo di, me so’… me sarò confuso, che non c’avrò capito niente quel giorno.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Ma se tu… adesso a te t’hanno sentito dopo quindici anni e gli dici – io so’ stato … sì, non è vero, so’ stato da un’altra pa – cioè lascia il tempo che trova, ma mica per te eh, per… per loro… lo… ci sta una dichiarazione.

Raniero Busco: Ci vuole la massima collaborazione ma più di questo che devo fa’? Cioè la cosa è stata che tu mi … mi chiedi di sforzarmi de ricorda’ quello che ho fatto io quindici anni fa… capisco che la cosa è grande, ma io se… ma io adesso la mano sul fuoco non ce la metto che … che stavo con te! Capito quello che ti voglio di, solo questo.

Dal tenore complessivo della conversazione si desume il tentativo da parte del Busco di far coincidere le due versioni o inducendo nell’amico il dubbio (il lunedì anziché il martedì), oppure, laddove fosse risultata verbalizzata fin dal 1990 la versione del Palombi, prospettando l’impossibilità per lui (Busco) di ricordare cosa avesse fatto a distanza i quindici anni (Motivazioni della sentenza di primo grado).

— La seguente intervista, rilasciata da Raniero Busco al giornalista Giampiero Marzi a meno di un mese dall’omicidio di Simonetta, è stata pubblicata sul quotidiano “Il momento locale” il 4 settembre1990 e trascritta nelle motivazioni della sentenza di primo grado:

Giornalista: Io non so neanche quanti anni hai tu. 

Raniero Busco: Ventiquattro.

Giornalista: Ventiquattro, e lavori, lavoravi? 

Raniero Busco: Lavoro… lavoro.

Il fatto che Busco ripeta per due volte la parola “lavoro” ci annuncia che il “lavoro” è un tema importante per lui. Raniero Busco, come vedremo, non deluderà le aspettative.

Giornalista: Quando hai conosciuto Simonetta? 

Raniero Busco: Due anni fa. 

Giornalista: Due anni fa, e ci puoi raccontare dove l’hai conosciuta?

Raniero Busco: L’abbiamo conosciuta tramite amici, l’ho conosciuta qua a Roma. 

E’ inaspettato che Busco non nomini Simonetta, che inizialmente parli al plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” e solo in seguito affermi “l’ho conosciuta qua a Roma”, ancora una volta senza nominarla. 

L’uso del plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” tradisce un desiderio di nascondersi tra la folla che generalmente gli innocenti non hanno. Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per duplice omicidio e Marco Mottola, indagato per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno fatto di frequente ricorso a questo escamotage.

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Perché hai detto questo? Non devi dire queste cose. 

La Teatini si meraviglia del fatto che il figlio abbia detto al giornalista che conosceva la Cesaroni e lo esorta a “non dire queste cose”. Il fatto che la madre di Busco inviti Raniero a prendere le distanze dalla povera Simonetta ci induce a ritenere che la madre tema che il figlio sia coinvolto, un comportamento comune a molti dei familiari di soggetti sospettati o/e indagati.

Giornalista: No, è soltanto… così… 

Il giornalista cerca di giustificarsi con la Teatini, evidentemente teme che la donna gli impedisca di intervistare Raniero.

Raniero Busco: Normale conoscenza tra amici, tramite amiche, me l’hanno presentata… così. 

Busco dicendo “Normale conoscenza tra amici” prende le distanze da Simonetta. La regola vuole che il fatto che Raniero senta il bisogno di definire la conoscenza “Normale” sia un indice del contrario.

Giornalista: Quanto tempo fa mi hai detto?

Raniero Busco: Due anni.

Giornalista: In due anni hai avuto modo di conoscerla bene? 

Raniero Busco: Abbastanza.

Giornalista: Che ricordo hai di lei? 

Raniero Busco: Un buon ricordo… un buon ricordo.

Busco inaspettatamente non solo non dedica neanche una parola d’affetto alla vittima ma neanche la nomina.  

Giornalista: Ci puoi raccontare cosa successe quel 7 agosto? Ti telefonò la sorella Paola?

Il giornalista non solo sbaglia a fare due domande perché permette a Busco di scegliere a quale domanda rispondere ma introduce un’avvenimento relativo alla sera del 7 agosto 1990 che avrebbe dovuto riferirgli Raniero. 

Raniero Busco: Niente, io non so niente di quel giorno… quel giorno io stavo lavorando… quindi…

Busco fornisce una risposta evasiva e nel finale ricorre all’autocensura. 

“Niente, io non so niente di quel giorno”, non solo non è un modo credibile di negare di essere coinvolto nell’omicidio di Simonetta ma è anche una risposta sospetta. Raniero Busco non può non sapere “niente” di quel giorno, mica era in coma farmacologico. Peraltro il giornalista lo ha invitato a parlare della telefonata che gli fece la sorella di Simonetta dopo il ritrovamento del cadavere, non degli avvenimenti del pomeriggio.

Da notare che Raniero Busco dicendo “quel giorno io stavo lavorando…” tenta di lasciar intendere al giornalista che stesse lavorando mentre la Cesaroni veniva uccisa, invece Busco entrò a lavorare in Aeroporto solo alle 23:00, ovvero dalle 4 ore e mezzo alle 5 ore e mezzo dopo l’omicidio. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto.

La Teatini quando dice “Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto”, vuol lasciare intendere che nel pomeriggio del giorno dell’omicidio suo figlio stesse lavorando nell’officina sotto casa ma, per non mentire, non specifica né il giorno né l’orario in cui Raniero sarebbe stato “lì a lavorare”. La Teatini spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Il fatto che la Teatini cerchi di fornire un alibi a Raniero per il pomeriggio del 7 agosto 1990, seppure in maniera abborracciata, è la riprova che di questo fantomatico alibi, evidentemente, in casa Busco, a circa un mese dall’omicidio di Simonetta, si continuava a parlare.

Raniero Busco: Io non sapevo nemmeno dove stava questo… dove lavorava in via Carlo Poma… quindi…

Busco non replica all’intervento della madre, né smentendo né confermando di aver lavorato nell’officina sotto casa.

Quando Raniero dice “Io non sapevo nemmeno dove stava questo…” non solo si autocensura ma sceglie di usare il termine “questo” (e non “quello” o “quell’ufficio”) per riferirsi all’ufficio di via Poma, mostrando vicinanza al luogo dove è stata uccisa la Cesaroni. 

Ancora una volta Busco prendere le distanze dalla vittima non nominando la povera Simonetta ma limitandosi a dire “dove lavorava in via Carlo Poma…” senza neanche usare la terza persona singolare femminile “lei”.

“quindi…” è un’altra frase monca, Busco spera che sia il giornalista a trarre eventuali conclusioni a lui favorevoli.

Giornalista: E come mai non lo sapevi, cioè vi incontravate solo il sabato e la domenica voi? 

Il giornalista invece di fare una domanda aperta, invita Busco a dire che incontrava Simonetta “solo il sabato e la domenica”, un errore grossolano.

Raniero Busco: Sì, io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni, quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh.

Busco, su suggerimento del giornalista, risponde affermativamente ma poi non conferma che lui e Simonetta si vedessero solo il sabato e la domenica ma torna a parlare del suo lavoro “io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni” e a prendere le distanze da Simonetta  “quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh”. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Lavorava all’Alitalia.

La Teatini sottolinea ciò che ha appena riferito suo figlio.

Raniero Busco: Cioè lavoro all’Alitalia, quindi, se è… ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente.

Ancora una volta Busco riferisce al giornalista di lavorare all’Alitalia. 

E’ interessante il fatto che Busco torni sulla frase del giornalista “vi incontravate solo il sabato e la domenica voi” precisando “ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente”, egli infatti, togliendo l’avverbio “solo” e aggiungendo l’avverbio “generalmente”, ci dice che poteva anche capitare che si incontrassero durante la settimana. 

Giornalista: Quindi neanche aveva motivo di dirti dove lavorava in questo ufficio.

Il giornalista ancora una volta suggerisce una risposta. 

Raniero Busco: Sapevo che lavorava sulla Casilina, ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto. 

Il Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile che nel 1990 indagò sull’omicidio della Cesaroni ha riferito di aver creduto che Busco non conoscesse l’indirizzo dell’ufficio di via Poma pertanto mi sarei aspettata che Raniero rispondesse con un “No” ed invece, ad un superfluo preambolo “Sapevo che lavorava sulla Casilina”, Busco aggiunge “ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto”, una negazione non credibile per la presenza del “mai”.

Giornalista: Quando ti sei visto l’ultima volta con Simonetta?

Raniero Busco: Il giorno prima del fatto.

Chiamare l’omicidio di Simonetta “il fatto” è un modo di minimizzare. Busco usa una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’usare il termine “omicidio”. Per questo stesso motivo Busco evita di fare il nome della povera vittima. 

Giornalista: Proprio il giorno prima e come vi siete lasciati? 

Raniero Busco: Niente, ci siamo visti mezz’ora… siamo… capito…  perché lei…non ci dovevamo nemmeno vedere perché… eravamo rimasti d’accordo che ci vedevamo dentro la settimana, venerdì, in quanto facevo le notti io… quindi ci dovevamo vedere… niente… invece lei è capitata lì al bar dove ci incontravamo di solito… è stata mezz’ora con me… e: “Ciao, ciao”, siamo andati a casa a mangiare perché dovevo andare a lavorare io… finita lì.

La domanda è sensitiva, la lunghezza della risposta, le pause e le autocensure provano che Busco è in difficoltà e che è in ballo la sua emotività. 

Busco torna a parlare dei suoi turni di lavoro “in quanto facevo le notti”.

Da notare che Raniero ripete per due volte che si videro solo mezz’ora, un modo per prendere le distanze dalla Cesaroni.  

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Ha fatto il turno di notte, capito?

La Teatini si intromette ripetendo che il figlio “Ha fatto il turno di notte”, sembrerebbe un’informazione di nessuna rilevanza, posto che il fatto che Busco abbia lavorato in Alitalia di notte non gli fornisce di certo un alibi per l’orario dell’omicidio, ne vedremo meglio in seguito il senso.

Raniero Busco: Facevo il turno di notte, iniziavo alle nove. 

Busco fa riferimento ancora al suo turno di lavoro notturno. 

Da notare che Busco, dopo un mese dall’omicidio, ha detto al giornalista di aver iniziato il turno “alle nove” mentre, durante il processo, ha riferito alla PM Calò che il suo turno iniziava alle 23:00 “Andavo … uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 07:00 di mattina”. Non un dettaglio da poco.

Alla luce delle dichiarazioni in aula di chi indagò sull’omicidio di Simonetta appare chiaro il perché Busco e sua madre, durante l’intervista rilasciata al giornalista Marzi, abbiano ripetutamente fatto riferimento al lavoro in Alitalia e ai suoi turni di lavoro “quel giorno io stavo lavorando”, “io faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia, faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia”, “facevo le notti io”, “perché dovevo andare a lavorare io” e “Facevo il turno di notte”. Raniero Busco era infatti a conoscenza del grave errore investigativo fatto dagli inquirenti che esclusero un suo coinvolgimento solo perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta lui si trovava al lavoro. 

Solo chi ha indagato nel 2004 ha realizzato che il fatto che Busco fosse entrato a lavorare alle 23:00 non permetteva di escludere che nel pomeriggio avesse ucciso a Cesaroni.  

Durante un’udienza del processo il giornalista Marziha dichiarato: (…) in Questura è stato presentato Busco come persona estranea ai fatti perché aveva… si trovava appunto sul posto di lavoro (…).

Giornalista: E’ stato un colpo durissimo… immagino. 

Raniero Busco: Eh… senza dubbio.

Inaspettatamente, ancora una volta, Busco sceglie di non parlare della vittima.

In conclusione:

1) Raniero Busco ha dissimulato;

2) si è spesso autocensurato;

3) non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Simonetta Cesaroni;

4) non ha mai affermato di aver detto la verità;

5) ha spesso preso le distanze dalla vittima; 

6) non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, “accoltellata”, “assassino”, ”mostro” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; per lo stesso motivo ha detto un’unica volta “Simonetta”;

7) ha spesso mostrato di aver necessità di convincere e quindi di non possedere il “muro della verità”;

8) non ha mai speso neanche una parola d’affetto per la vittima, né per la famiglia Cesaroni;

9) non ha mai fornito un alibi verificabile ma si è sempre e solo aggrappato agli errori investigativi;

10) ed infine, non ha mai avuto parole di condanna e di disprezzo per l’assassino di Simonetta non solo per aver ucciso una giovane donna che lui conosceva ma anche per averlo costretto ad affrontare un processo per omicidio.

— Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee:

Raniero Busco: Buongiorno eee signori giudici, naturalmente scusatemi la mia emozione se riesco ad essereee chiaro, sento però il bisogno, arrivati a questooo… al termine di questo giudizio, di aprire il mio cuore a voi cheee vi apprestate aaa a giudicarmi, io voglio riaffermare che io volevo bene a Simonetta, naturalmente non posso sapere come la nostra storia si… avrebbe potuto concludersi maaa mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna e inorridisco al solo pensiero che qualcuno possa pensare che abbia io provocato la morte di Simonetta, con questo ee voglio dire che ho provatooo il dolore più grande della mia vita da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa, questo dolore è st… l’ho provato solamente quando èèè è morto mio padre eee anche quando sono stato condannato in primo grado, non tanto… ehm… per la condannaaa in sé anche per… anche se per me è mostruosa, ma quanto per il fatto che i giudici mi abbiano ritenutooo capace di un delittoooo così incredibile, grazie.

“mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna” non è una negazione credibile.

“abbia io provocato la morte di Simonetta” è un’ammissione.

Nella frase “da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa” il tempo del verbo è scorretto, a circa 20 anni dall’omicidio, Busco avrebbe dovuto dire “da quando ho saputo che Simonetta era stata uccisa”. Il fatto che Busco parli come se l’omicidio della Cesaroni fosse appena avvenuto è significativo. Raniero potrebbe non aver mai superato psicologicamente quell’esperienza e soffrire di un PTSD (Sindrome Post Traumatica da Stress).

— Da un’intervista del settembre 1990 rilasciata da Raniero Busco alla trasmissione Chi l’ha visto?:

Giornalista: Lei si sente un sospettato?

Raniero Busco: Mi sento sospettatooo… non lo so, forse dalle pe… dal di fuori, dalle persone potrei anche essere portato a ritenermi di sospettato però io personalmente eee no, sono… sono pulito, ho la coscienza a posto. Una cosa normale essendooo il ragazzo, l’ultima persona cheee… che c’è stato insieme, diciamo, è il primo, diciamo, ad essere sospettato, però da parte mia… ehm… tranquillissimo.

Busco conferma al giornalista di sentirsi un sospettato e invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Simonetta, Raniero sceglie di raccontarsi come un soggetto “pulito” con “la coscienza a posto”, rassicurazioni che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” a sentire la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”. Peraltro i soggetti che non provano senso di colpa né rimorso come gli psicopatici, i sociopatici e i narcisisti, hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“l’ultima persona cheee…” è l’inizio di una frase incriminante che Busco si guarda bene dal concludere (lascio a voi il compito), Raniero Busco dopo aver pronunciato le prime tre parole si autocensura e sia la ripetizione delle “e” della congiunzione “che” che la pausa gli servono a prendere tempo per pensare ad una conclusione più o meno sensata come “che c’è stato insieme”.

— Da un’intervista rilasciata da Raniero Busco durante il processo:

Giornalista: Cosa pensa di questo processo?

La domanda del giornalista è generica e permetterebbe a Busco di negare. I soggetti innocenti accusati di omicidio, negano ogni qualvolta gli si presenti l’occasione. 

Raniero Busco: Eee penso che sia tutto così assurdo quello che hanno… le ricostruzioni, ripeto, è tutto basato su delle ipotesi, delle loro considerazioni, bisogna poi vedere contestualmente all’epoca chi è stato, io non ho fatto… niente, io, la mia forza è l’innocenza, basta.

Busco ancora una volta perde l’occasione di negare in modo credible. 

Raniero è incapace di dire “io non ho ucciso Simonetta” e non saremo noi a dirlo per lui. 

“io non ho fatto… niente” non solo non è una negazione credibile ma è indebolita dalla pausa tra “fatto” e “niente”. 

Da notare che Busco continua a minimizzare. Egli infatti, a distanza di più di venti anni dall’omicidio di Simonetta, continua ad usare le parole “fatto” e “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe pronunciare termini come “omicidio”, “ucciso” e “ammazzato”. 

“io, la mia forza è l’innocenza” non è una negazione credibile. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. 

“basta” è un termine che Busco usa per chiudere la conversazione.

— Uno stralcio di un’intervista rilasciata dopo l’assoluzione: 

Giornalista: Raniero che cosa ti hanno tolto questi 7 anni di calvario?

Raniero Busco: Il fatto di… comunque aver trascurato la mia famiglia, i miei bambini, questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane.

Quando Busco dice: “questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” non parla di sé come ci saremmo aspettati; Raniero non dice “questa è la cosa proprio che, diciamo, più mi fa male” ma prende le distanze dicendo “ti fa male”. Busco non sta descrivendo un’esperienza comune ma alquanto rara pertanto l’uso del “ti” invece che del “mi” si spiega in un modo solo: Raniero vorrebbe dire “mi fa male” ma mentirebbe e per evitare lo stress che gli produrrebbe dire una bugia, prende le distanze dalla realtà generalizzando. Anche quando conclude dicendo “certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” continua a parlare in modo generico. 

Raniero Busco: La giustiziaaa… in questo caso, secondo me, ha fallito.

E’ Busco a dire che la giustizia ha fallito, lo dice dopo essere stato assolto, e io gli credo.

Raniero Busco non ha mai fornito un alibi agli inquirenti, è difficile credere che, anche a 14 anni dai fatti, non ricordasse i propri movimenti del pomeriggio 7 agosto 1990 visto che in casa Busco il suo alibi è stato un argomento di conversazione per molto tempo ed è poi stato lo stesso Raniero a riferire ai giudici di aver provato il dolore più grande della sua vita dopo aver saputo che “Simonetta è stata uccisa”. 

I giudici della Corte di Assise di Roma hanno così ricostruito l’omicidio della giovane Cesaroni: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini. Durante i preliminari, Simonetta, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si rifiutò di proseguire il rapporto. Il rifiuto, probabilmente accompagnato da parole sferzanti indusse l’assassino, come reazione, ad infliggerle un terribile morso al capezzolo sinistro. La reazione della ragazza, anche solo verbale, a tale gesto, provocò un ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco dapprima l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina incapace di opporre una sia pur minima resistenza in quanto il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”. 

A mio avviso i fatti andarono un pò diversamente: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente per l’assenza sul suo cadavere, sul reggiseno o sul corpetto di segni riferibili ad un tentativo di violenza sessuale. Durante i preliminari, quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino le morse con forza il capezzolo sinistro, la ragazza, per reazione, lo schiaffeggiò, lui l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate. In altre parole: la Cesaroni non aggredì il suo assassino verbalmente o quantomeno non solo verbalmente ma lo schiaffeggiò, dopo che lui la morse durante i preliminari. Il potente schiaffone che atterrò la Cesaroni fu pertanto una classica reazione ad uno schiaffo che l’assassino aveva ricevuto dalla povera vittima. Se Simonetta si fosse semplicemente rifiutata di acconsentire ad un rapporto sessuale prima di ricevere il morso, come hanno sostenuto i giudici del primo grado, l’assassino non sarebbe riuscito ad addentare il suo capezzolo se non dopo morta. Infine per quanto riguarda il movente, il contesto è la chiave: in certi ambienti e per certi soggetti, uno schiaffo è un’onta da lavare con il sangue”.

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Pietrino Vanacore, il portiere di via Carlo Poma n. 2

Il ruolo di Pietrino Vanacore

“Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A) aiutato l’autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell’Autorità e segnatamente: il 7/8/1990 si introduceva nell’appartamento in cui era stato commesso il delitto, puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima (…)”.

Gli errori commessi da chi ha indagato sull’omicidio di Simonetta nel 1990 hanno impedito alla famiglia Cesaroni di avere giustizia e hanno contribuito a trasformare in un giallo un caso giudiziario estremamente semplice. 

1) Gli inquirenti non solo non interrogarono Raniero Busco sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 dopo averlo prelevato in Aeroporto e condotto in caserma poche ore dopo l’omicidio ma inspiegabilmente non lo fecero neanche all’indomani del deposito delle risultanze dell’esame medico legale che indicava l’orario della morte della povera Simonetta; 

2) Chi indagava non si accorse di aver sequestrato sulla scena del crimine non solo le due agendine di Simonetta ma anche quella del portiere Vanacore. 

Il 6 settembre 1990, un’agendina rossa Lavazza prelevata dagli inquirenti nell’ufficio di via Poma venne dissequestrata dall’ispettore Brezzi a favore del padre della vittima, Claudio Cesaroni, in quanto erroneamente ritenuta parte degli effetti personali di Simonetta. Claudio Cesaroni, resosi conto che oltre alle due agendine della figlia, una rosa e una celeste, gli era stata restituita un’agendina rossa Lavazza con i numeri dei familiari di Vanacore, ed appartenente proprio al portiere dello stabile Pietrino Vanacore, la riportò in Questura. In data 22 ottobre 2008, come riferito dal Maresciallo Luigino Prili durante l’udienza dibattimentale del 7 maggio 2010, il PM  e i Carabinieri effettuarono una perquisizione domiciliare che ebbe esito negativo, a Monacizzo, nell’abitazione dei coniugi Vanacore, diretta anche al rinvenimento dell’agendina (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

3) Infine, gli inquirenti sottovalutarono la testimonianza della moglie del portiere Vanacore, Giuseppa De Luca, che disse di aver visto uscire dal cortile condominiale, verso le 18:00 del 7 agosto 1990, un ragazzo biondo con un fagotto sotto il braccio e che costui le era sembrato un giovane inquilino del palazzo, l’architetto Forza. L’architetto Forza, che quel giorno non poteva essere uscito dallo stabile di via Poma in quanto si trovava in vacanza all’estero, somigliava a Raniero Busco ma gli inquirenti archiviaro come menzogna la dichiarazione della De Luca perché credettero che la donna avesse detto il falso per aiutare il marito che in quel momento era detenuto con l’accusa di omicidio aggravato.

4) Gli inquirenti ritennero che Busco non sapesse che, da più di due mesi, Simonetta era solita lavorare nell’ufficio dell’A.I.A.G. di via Carlo Poma n.2 ogni martedì e giovedì pomeriggio.

Vanacore, il 9 agosto 1991, sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Squadra Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere. Dichiarava infatti che il giorno 7 agosto 1990, dalle ore 17:10 alle ore 17:30 aveva innaffiato delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle ore 18:00 alle ore 20:00 escludendo che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B). Aggiungeva inoltre che in serata, dopo essersi recato verso le ore 22:30 nell’abitazione ubicata due piani sopra, all’interno 7 di proprietà dell’ottantanovenne Valle Cesare, al solo fine di prestare assistenza notturna a quest’ultimo, raggiunto poco dopo da sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l’interno 7, scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni. Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle ore 18:00 alle ore 19:00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti dopo il rinvenimento del cadavere. Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Secondo la PM Calò, nella ricostruzione dei fatti precedenti all’arrivo sulla scena del crimine di Paola Cesaroni e del fidanzato Antonello Barone, nonché di Salvatore e Luca Volponi, avrebbero operato due diverse catene causali che si sarebbero snodate in parallelo: la catena causale Busco e la catena causale Vanacore. In questa ricostruzione si continua ad attribuire un ruolo, ancorché successivo alla commissione del delitto, al portiere Vanacore. Secondo la PM gli elementi a riprova del coinvolgimento di Vanacore sono: 

1) Il possesso da parte della De Luca del mazzo di chiavi con il nastrino giallo, chiavi che le furono sequestrate il 21 agosto 1990; Il mazzo di chiavi con il nastrino giallo non era né quello in uso a Simonetta né quello già in uso alla portineria, (i portieri avevano altre chiavi, consegnate in precedenza al Vanacore per fare dei piccoli lavori di riparazione all’interno degli uffici A.I.A.G. commissionatigli dal direttore Carboni), ma il mazzo “di scorta” degli ostelli che si trovava appeso a un chiodino accanto alla porta di ingresso degli uffici AIAG di via Carlo Poma n. 2, dunque non vi era alcuna giustificazione del possesso di tale mazzo da parte dei portieri il 7 agosto 90. 

2) La resistenza della portiera Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, a consegnare le chiavi ai familiari e al datore di lavoro che cercavano Simonetta e poi agli agenti delle Volanti della Questura intervenuti sul posto. 

3) Il rinvenimento dell’agendina rossa Lavazza appartenente a Vanacore sulla scrivania di Simonetta. 

4) Le telefonate fatto a Macinati Mario allo scopo di contattare l’avv. Caracciolo (presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù) alle 20:30/21:00 e alle 23:00 del 7 agosto 1990. 

5) Le discrepanze di luoghi e orari per Vanacore alle 22:30 – 23:00 del 7 agosto 1990. 

6) La circostanza che il telefono di Volponi fosse stato a lungo occupato alle 20:30/21:00 del 7 agosto 1990 (a mio avviso, Salvatore o/e Luca Volponi non furono informati del ritrovamento del cadavere di Simonetta dal Pietrino Vanacore, le loro testimonianze in merito a quella sera sono credibili). 

Secondo la versione prospettata dal Pubblico Ministero, il portiere Vanacore, avendo trovato la porta dell’ufficio degli ostelli socchiusa, (perché lasciata così dall’omicida), era entrato, aveva rinvenuto il cadavere nell’ufficio del direttore Carboni e, invece di chiamare la Polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda, (direttore Carboni, nella cui stanza era stato rinvenuto il cadavere di Simonetta, presidente Caracciolo, datori di lavoro della ragazza: Bizzocchi e Volponi), lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici A.I.A.G. (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

In questo scenario assumono fondamentale rilevanza le telefonate a Macinati Mario, “factotum” di Caracciolo, presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù. L’avv. Caracciolo, infatti, quando si trovava presso la tenuta di campagna di Tarano, era reperibile all’utenza fissa della casa del contadino suo dipendente, Mario Macinati. Il 7 agosto 1990 Caracciolo, dopo aver accompagnato alle h. 17.30 (come riscontrato), la figlia e le sue amiche all’aeroporto, si era recato in ferie a Tarano. La sera del 7 agosto giungevano due telefonate a casa Macinati, da parte di soggetto di sesso maschile che diceva di chiamare “dagli Ostelli” e di aver urgenza di parlare con l’avv. Caracciolo. La prima delle due telefonate arrivava intorno alle ore 20,30, quindi prima che l’omicidio fosse stato scoperto da Paola Cesaroni, e prima che venisse avvisata la Polizia. Un’altra telefonata del medesimo tenore giungeva a casa Macinati più tardi, dopo le ore 23:00. Ed invero, Vanacore, dopo aver cenato con la famiglia, era uscito di casa alle 22.30 per andare a dormire a casa dell’anziano Cesare Valle cui faceva compagnia la notte, ma, alle 23.00, quando la portiera De Luca aveva chiamato a casa del Valle chiedendo del marito, (perché erano arrivati Paola Cesaroni e gli altri che le chiedevano di aprire l’appartamento dell’A.I.A.G.), Cesare Valle le aveva detto che Pietrino in realtà non era ancora arrivato (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Si può facilmente escludere che Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Carlo Poma n. 2, abbia ucciso Simonetta in quanto:

1) non poteva avere la certezza che la ragazza fosse sola nell’appartamento e quindi particolarmente vulnerabile, posto che nei giorni precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

2) non avrebbe rivelato a sua moglie Giuseppa De Luca della presenza di un cadavere di una ragazza seminuda in un ufficio del palazzo o quantomeno non le avrebbe detto di non far entrare nessuno in quell’ufficio; 

3) non avrebbe lasciato la sua agendina sul tavolo di Simonetta perché non avrebbe telefonato a nessuno; 

4) ed infine avrebbe rimosso il cadavere da quell’ufficio. 

E’ invece probabile che Vanacore, trovato il cadavere di Simonetta, non si sia posto il problema di chi avesse ucciso la ragazza ma abbia pensato semplicemente di far sparire il corpo e di ripulire la scena del crimine in modo da impedire che la morte della Cesaroni venisse collegata all’Associazione per la quale la ragazza lavorava, danneggiandola, e che proprio per questi suoi servigi i responsabili dell’Associazione lo avrebbero ricompensato economicamente.

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Omicidio di Lidia Macchi: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Stefano Binda

Stefano Binda

Lidia Macchi è stata uccisa con 29 coltellate il 5 gennaio del 1987, il suo corpo senza vita è stato ritrovato due giorni dopo nel bosco di Cittiglio, in provincia di Varese.

Lidia, nelle ore precedenti alla sua morte, aveva avuto un rapporto sessuale.

Nel 1987, il medico legale che eseguì l’autopsia sul cadavere di Lidia Macchi scrisse che prima di morire la ragazza aveva avuto un rapporto sessuale consenziente. Nel 2016, nell’ordinanza che ha disposto l’arresto di Stefano Binda, il GIP ha ammesso che il rapporto sessuale fu probabilmente consenziente ma ha avanzato l’ipotesi che la costrizione avrebbe potuto essere, non fisica, bensì effettuata con minaccia.

Il dato medico legale fa testo, sul cadavere di Lidia non sono stati riscontrati segni che indichino una violenza sessuale.

Il 15 gennaio 2016 è stato arrestato ed accusato dell’omicidio della Macchi un suo ex compagno di liceo, Stefano Binda, 49 anni.

Binda, il 18 maggio 2016, ha rilasciato brevi dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame di Milano durante un’udienza relativa all’istanza di scarcerazione presentata dai suoi legali:

Stefano Binda: “Non c’entro nulla con l’omicidio, non ho ucciso io Lidia, non ho inquinato le prove né potrei farlo”.

“non ho ucciso io Lidia, non ho inquinato le prove” sono negazioni credibili, Binda prende possesso di ciò che dice aggiungendo il pronome personale “io” ad una frase che non ne avrebbe avuto bisogno.

Binda ha parlato di “prove”, non spontaneamente, lo ha fatto perché il GIP riteneva che non dovesse essere scarcerato per il pericolo di inquinamento delle prove.

Da notare che Binda usa le parole “omicidio” e “ucciso” invece di minimizzare facendo ricorso a termini più blandi, come fanno di solito i colpevoli. Chi commette un reato generalmente minimizza per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è sospettato o accusato, non è questo il caso.

Binda ha detto poche parole, quelle giuste e ha mostrato di non avere alcun bisogno di convincere nessuno.

Il legale della famiglia Macchi, Daniele Pizzi, ha così commentato le dichiarazioni di Binda:

“Se Stefano Binda è davvero innocente come continua a ripetere, è bene che dica una volta per tutte tutto ciò che sa”.

L’avvocato Daniele Pizzi ci riferisce di non essere convinto della colpevolezza del Binda in quanto lascia spazio alla possibilità che sia innocente. Un innocente non sa, come potrebbe dire “una volta per tutte tutto ciò che sa”?

Nell’aprile 2016 il corpo di Lidia Macchi è stato riesumato, nessun reperto biologico isolato dai resti della Macchi è risultato ascrivibile a Stefano Binda. Ciò che stupisce è che la riesumazione e gli esami sui reperti biologici siano stati effettuati all’indomani dell’arresto del Binda e non prima.

Stefano Binda, una volta venuto a conoscenza dei risultati degli esami sui reperti biologici isolati sui resti di Lidia, ha dichiarato:

“Sono sereno, si conferma quanto ho sempre sostenuto: non ho ucciso io Lidia”.

“non ho ucciso io Lidia” è una negazione credibile.

Il 24 aprile 2018 i giudici della Corte d’assise di Varese hanno condannato Stefano Binda all’ergastolo sulla base di due consulenze riguardanti la poesia “In morte di un’amica”, recapitata a casa Macchi dopo l’omicidio.

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Susanna Contessini, la grafologa, consulente della procura, ha attribuito la poesia “In morte di un’amica” a Stefano Binda.

La psicologa Vera Slepoj, consulente della procura, ha sostenuto che la poesia “In morte di un’amica”,  è da attribuire all’assassino in quanto rappresenta “un atto liberatorio, un gesto dovuto dall’omicida entro il meccanismo complesso della verità e del desiderio di dare una spiegazione inconsapevole della vicenda e forse una simbolica assoluzione a se stesso. E’ una sorta di tentativo di coprire i rimorsi e un bisogno simbolico di sepoltura per rimuovere le proprie responsabilità”.

Cinzia Altieri, la consulente grafologa della difesa, ha comparato la grafia di “In morte di un’amica” con la grafia presente sulla busta che conteneva la missiva e con quella della frase “Stefano è un barbaro assassino” trovata a casa di Binda e secondo lei nessuna delle tre grafie è riconducibile a Binda.

Secondo la Altieri lo stampatello di “In morte di un’amica” è la scrittura abituale dell’estensore, così come è naturale e abituale la grafia degli scritti sequestrati a Binda. Cinzia Altieri ha dichiarato: “Esistono somiglianze fra scritture di mani diverse, ma qui sono rilevanti le differenze che sono sostanziali. Per esempio Binda non è uso mettere i punti sopra le “i”. Fa uno scarsissimo ricorso ai segni d’interpunzione. Sembra amare il punto esclamativo che invece non viene usato in “In morte di un’amica” dove avrebbe trovato una giustificazione nell’enfasi che pervade la prosa anonima. Diversa la formazione di “r”, “l”, “t”. Conclusione: né “In morte di un’amica”, né l’indirizzo sulla busta, né la frase “Stefano è un barbaro assassino” sono stati scritti da Binda. L’attribuzione non presenta elementi inequivocabili di identificazione”.

Le conclusioni della Altieri sono logiche e condivisibili.

Non solo non vi è certezza scientifica che la poesia “In morte di un’amica” sia stata scritta da Stefano Binda ma è aleatorio attribuire quella poesia all’assassino di Lidia Macchi.

Per quanto riguarda l’analisi del linguaggio, le parole analizzate sono sicuramente attribuibili a Stefano Binda (a differenza della poesia) e sono le parole di un soggetto che nega in modo credibile e che non apre alla possibilità di essere l’autore dell’omicidio di Lidia.

Binda possiede la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole, in quanto gli stessi non sentono la necessità di convincere nessuno.

La criminologa Ursula Franco smonta la bufala che vuole che Zodiac e il Mostro di Firenze siano la stessa persona (intervista)

La busta inviata a Silvia Della Monica con il lembo di pelle di Nadine Mauriot

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2018

Dottoressa cosa ne pensa della teoria Zodiac uguale Mostro di Firenze?

E’ una boiata, è la ciliegina sulla torta di una delle pagine più nere della criminologia italiana. Quello del Mostro di Firenze che ha ucciso 16 persone, è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali; gli inquirenti e i giudici, non solo hanno fantasticato di vendite di “feticci” e “festini” ma hanno distrutto le vite di soggetti estranei ai fatti.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

E le lettere inviate dal Mostro e da Zodiac?

E’ comune che i serial killers inviino missive di sfida agli inquirenti, gli permette di tenere alti i livelli di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, che sono gli ormoni dello stress, adorano il rischio e amano stare al centro dell’attenzione. La riprova del desiderio di palcoscenico dei serial killers è Angelo Izzo, un assassino sociopatico che, negli anni, ha preteso di fornire ai magistrati informazioni sulla strage di piazza Fontana, sulla strage di Bologna e quella di piazza della Loggia, sugli omicidi di Mino Pecorelli, Fausto e Iaio e Piersanti Mattarella, sulla morte di Giorgiana Masi, su molti altri episodi di terrorismo e di mafia, sulla violenza sessuale subita da Franca Rame e infine sulla scomparsa di Rossella Corazzin, lo ha fatto solo perché si tornasse a parlare di lui.

Cosa c’è in comune tra le lettere inviate da Zodiac e quelle del Mostro di Firenze?

Nulla. Quell’insieme di segni zodiacali e numeri mostrati in televisione non sono mai stati attribuiti al Mostro di Firenze. Nel caso del serial killer italiano abbiamo un’unica certezza, ovvero che egli abbia inviato un lembo di pelle di Nadine Mauriot, una delle sue ultime due vittime, all’interno di una busta con l’indirizzo scritto con lettere ritagliate dai giornali, a Silvia Della Monica, un magistrato che si stava occupando del suo caso, il resto sono lettere inviate da mitomani, qualche migliaio.

Perché il mostro di Firenze e Zodiac non possono essere la stessa persona?

Zodiac avrebbe rivendicato anche gli omicidi italiani firmandosi Zodiac. E’ nella natura umana attribuirsi ciò che ci appartiene.

E poi per un serial killer il legame con il territorio è vitale.

In caso di reati seriali commessi da serial killers stanziali, una tecnica per determinare in quale area viva l’offender è lo studio dei luoghi in cui commette i suoi crimini da un punto di vista geografico. Un serial killer che colpisce sempre nella stessa area mostra di aver uno stretto legame con il territorio in cui opera, tanto che grazie ad un modello comportamentale detto Geographic profiling si può delimitare l’area in cui il soggetto vive e anche ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto.
Questo modello comportamentale parte dal presupposto che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa e che quindi viva nell’area all’interno del suo raggio d’azione. Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una ‘comfort zone’, un’area dove si sente al sicuro, area che, nella maggior parte dei casi, non è nella cosiddetta zona cuscinetto a ridosso di casa sua, in quanto in quell’area teme di venir facilmente riconosciuto.
I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e dove ha l’opportunità di incontrare le sue vittime; le ‘comfort zone’ possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua ma anche al posto di lavoro o alla casa dei suoi familiari.

Va da sé che difficilmente un serial killer poteva essere di casa a San Casciano in Val di Pesa e a Vallejo… siamo seri.

Analysis of some excerpts from Frederick Mueller’s interviews with investigators

Dr Leslie J Denis Mueller’s last picture on Cottonwood Creek, Colorado

On May 3, 2008, while Leslie Jeanne Denis and Frederick Harold Mueller, were hiking near Lake City, Colorado, Leslie died by drowning.

According with undersheriff Robert Burden, Fred Mueller told him that Leslie died by accident “as he took the picture, a bird flew by, the bluebird appeared to startle the dog and that as she was getting up, she suddenly started going backwards. And she did a swan dive, just like head and shoulders and just slides like mush into the channel”.

Hinsdale County sheriff Ron Bruce and undersheriff Robert Burden didn’t believe Fred Mueller’s story.

Sheriff Ron Bruce

Fred Mueller had scratches on his face and an investigator found a pair of broken glasses belonging to Fred and what appeared to be signs of a struggle in the snow near the scene.

According with the autopsy report by doctor Jerry Gray, Leslie Mueller had no injuries despite her husband said she fell from a cliff about 17 feet above the creek. There was no blood on Leslie’s clothes and no damages.

Prosecutor Matthew Durkin said that the evidence suggested Dr Leslie Mueller fought with her husband and that she was then held down in the water by him.

Mueller wasn’t the one to speak with the 911 operator.

Meuller left Leslie in the water and went to Justin Sparks’ home; Sparks, who had no knowledge of what had just happened to Leslie, called 911 and Fred Mueller didn’t speak with the operator, not even in second place, to give further details. Often people with a guilty knowledge prefer to delegate somebody else to call for help not to face the stress of a deceptive call not. Mueller too chose not to risk to be caught in his lies by the 911 operator.

Justin Sparks, the neighbour that called 911 and found Leslie’s lifeless body was suspicious of Fred Mueller behaviour, during the trial he said: “He would act kind of frantic, one second, and then, the next second, he would… he was talking to me very nonchalance and normal almost felt like he was acting more than being sincere. I just started getting a kind of bad feeling about the whole situation”. Sparks described to the jury a way of acting of people with a guilty knowledge, Fred Mueller was unable to act as a grieving husband because, after the death of his wife, his real and only feeling was relief. 

Few hours after his wife death Fred Mueller told undersheriff Burden that he and Leslie had sex the morning of May 3; ten months after, during an interview with a a CBI agent, Mueller said that a “good autopsy” on his wife’s body could have revealed that they had sex in the morning she died. This revelation is sensitive, it opens to a planned murder not to a second degree murder. The morning of the murder, Fred Mueller made love to his wife on purpose, to show the coroner their marriage wasn’t in trouble.

In 2012 Frederick Mueller was charged with murdering his wife, Dr. Leslie Jeanne Denis Mueller by prosecutor Matthew Durkin. The trial ended in a mistrial.

Frederick Mueller had been tried a second time for the murder of his wife, Leslie, few months later (prosecutor Ryan Brackley) but the jury failed to reach a unanimous verdict on the defendant’s guilt again and the judge declared a mistrial.

Fred Mueller  on Cottonwood Creek, Colorado

Here some excerpts of a conversation Fred Mueller had with sheriff Ron Bruce in the kitchen of his house:

What we look for in the following experts is for Fred Mueller to tell the truth about what happened to his wife Leslie and to issue a reliable denial.

We look for him to say freely “I didn’t kill my wife Leslie” and “I am telling the truth”. This would be the “wall of truth”. The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

Fred Mueller: (unintelligible) you know (unintelligible) it’s all my fault, we had a camera, we started taking photos, she took fews of me, I took some of her… uhh… I suggested that she take a picture with her dog and it’s… it’s a border collies its very… it’s an extremely scary dog she is… looks at me, I take a picture… uhm… I think (unintelligible), I think… uhh… like a bird, kind of floaters by… the dog just jumps out and she is turning and… and its like… its like her feet went out from under…

“you know” shows an acute awareness of the audience.  

“it’s all my fault” sounds as an embedded admission.

Note the non words “uhh” and “uhm” and the pauses he used to take time to answer.

When someone is speaking of an event in the past, it is expected the subject to use past tense language. Present tense language is deemed unreliable. Deceptive people often use the present counting on us to interpret and assume that they are speaking of the past event.

Mueller showed us to be able to use the past tense as in the first part of his narrative he spoke at the past tense “we started”, “she took”, “I took” and “I suggested” but then, he suddenly shifted to the present tense making the second part of his narrative unreliable.

In these sentences, “she is… looks at me, I take a picture… uhm… I think (unintelligible), I think… uh… like a bird kind of floaters by, but the dog just jumps out and she is turning and… and its like… its like her feet went out from under…” Mueller sounds vague and unreliable due to the two “I think”, to the “like” and the two “it’s like”.

It’s like… it just happened in slow motion in front of me, she falls forward and… and, I remember, launching forward to try to… to try to get to her but I was probably 5, 6, 7 feets from her, it looked to me like she just did a swam dive and… and lands on the rocks right by the water, just… just like head and shoulders and… and just crumples and just… just slides like mush into the… into the… the little channel and I’m screaming her name, I’m hollering. I should had jump in.

Everything Mueller says at the present tense is unreliable and tells us that he is not recalling from experiential memory.

Again “It’s like”, “to try”, “probably”, “it looked to me like” sound vague and story telling.

“I remember” is unnecessary wording whereas in truthful accounts people can only tell us what they remember. This may be an indication that Fred, previously, told us what was not from his experiential memory.

Note how many times Mueller uses the word “just”. “just” is a dependent word  used in comparison. Its communication is found in dependence upon another thought. We can assume that, while building his unreliable story, Mueller was thinking about what really took place.

She’s moving with the current. I don’t know what I’m doing and the next thing I know, she’s out of sight there and I can’t really see where I can get to her, she’s just face down in the water, head first going downstream.

Mueller is still speaking at the presente tense of a past event, his narrative is unreliable.

“I don’t know what I’m doing” is in the negative and unnecessary to say, he is using this sentence to fill his unreliable narrative. 

“and the next thing I know” is a clear example of temporal lacunae, a sentence often used by deceptive people to jump over time, a signal of withholding information.

“I can’t really see” is not only in the negative but is weak, the options are two: someone can see or can’t see, the word “really” opens to the fact that he could see something.

When Mueller says “she’s just face down in the water” he is comparing his wife being face down in the water with another position.

Fred Mueller: I didn’t do anything and I’m not at all afraid of the truth.

“I didn’t do anything” is an unreliable denial. Mueller is unable or unwilling to say “I didn’t kill Leslie” which was expected. 

A reliable denial is found in the free editing process, not in the parroted language and has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb “did not” or “didn’t”
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“I did not kill Leslie” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

Saying “I didn’t do anything” Mueller violated component 3 of the reliable denial.

The second sentence “and I’m not at all afraid of the truth” is not only in the negative but he fells the need to add “at all”, we can assume that the truth is sensitive to him.

According with sheriff Bruce, Mueller, during one of the first interview, suddendly started talking about family insurance policies.

Fred Mueller: We had a big insurance policy on the two of us. It was strictly for inheritance, so what in the world would it have been of benefit to me for the reality is there was no reason for my wife to die that benefitted me, no monetary benefit.

An innocent has not reason to speak spontaneously about motives for murder.

“there was no reason for my wife to die that benefitted me, no monetary benefit” is distancing language, Fred Mueller himself introduces the topic but is unable or unwilling to say not only “I didn’t kill my wife Leslie” neither “there was no reason for me to kill my wife, no monetary benefit”.

According with undersheriff Burden, Fred Mueller also said: ” You know, I don’t have any reason to kill my wife. I don’t have any motive. I don’t have a girlfriend. We love each other very much”.

When Mueller, without being asked, says “I don’t have any reason to kill my wife. I don’t have any motive. I don’t have a girlfriend. We love each other very much” he shows a need to pre-empt the question to explain something that an innocent wouldn’t have any need to explain.

Note that “I don’t have any reason to kill my wife. I don’t have any motive. I don’t have a girlfriend” not only are in the negative but at the present tense: 

  • There is no reason to report things in the negative while speaking freely, that’s why everything is said in the negative is double important to us and deemed sensitive.  This is not only an alert for deception but opens to the possibility that Mueller is telling us the opposite of what it is.  
  • Mueller keeps speaking at the present, he is not telling us what he was thinking before the death of his wife but just what he is thinking right now that the allegations are upon him. 

“We love each other very much” is sensitive,  the presence of “very much” shows a need to persuade.

Most of the murderers often sound uninhibited, naive, aggressive or sarcastic, they choose to substitute a reliable denial with rage, sarcasm or whatever, counting on us to interpret and assume that they are denying the allegations. Mueller, incredibly, said to undersheriff Burden “If you didn’t have a badge and gun, I’d fucking beat the shit out of you” and “That’s bullshit. You’re asking me how many times a day did I have sex, but you won’t tell me if you found any damn glasses”.

Fred Mueller: It’s that kind of crap that makes me think you’re not believing a word I’m telling you. I’m just sticking my head in a noose. I didn’t do anything.

Mueller is not only unable or unwilling to deny his involvement in Leslie’s death but he accepts a possible guilt, something that is not expected from an innocent. There is no consequence to issue a reliable denial about any false allegation but Mueller is unable to defend himself. “I didn’t do anything” is an unreliable denial. 

One of Leslie and Frederick Mueller’s daughter reported to Dateline her father’s first call after the death of her mother:

“He said: I’m so sorry, I’m so sorry.

and I said: What happened?

and he said: We were hiking, I tried to take a picture, she felt.

I remember saying: Does she is going be ok?

and he said: No, she is death.

and he said: I’m so… so sorry Mindy”.

Note the initial “I’m so sorry, I’m so sorry” and the final “I’m so… so sorry”.

“I’m sorry” is often an indicator of a form of regret that usually enters the language of the guilty. 

ANALYSIS CONCLUSION:

Frederick Mueller deceptively witheld information and fabricated reality.

Mueller was not only unable or unwilling to deny his involvement in his wife Leslie’s death but he accepted a possible guilt, something that an innocent doesn’t accept.

He has guilty knowledge of what happened to his wife Leslie.

Undersheriff Robert Burden

Undersheriff Robert Burden said to correspondent Peter Van Sant: “I say it was not an accident, I say it was a cold blooded murder”.

I agree. Frederick Mueller got away with murder.

Ursula Franco, MD and criminologist

Analisi di stralci di interviste relative alla scomparsa di Maria Angela Corradin detta Carmen

Mariangela Corradin detta Carmen è scomparsa venerdì 11 agosto 1995 dalla sua abitazione di via Beato Angelico, Torino.

All’epoca dei fatti, suo marito Pasquale Caterisano ha rilasciato un’intervista a Chi l’ha visto?:

Pasquale Caterisano: “Abbiamo pranzato… insieme e poi siamo andati a riposare aaah verso le 4, 4 e un quarto circa, esattamente adesso no… non ricordo, è arrivata una telefonata di un mio zio della Calabria, giù, da zio Alfredo e dove lì eee appunto eee c’è stato un po’ di litigio e lei ha detto, dice: “Basta o la fate finita voi o la faccio finita io”.

Pasquale Caterisano mente quando afferma di aver ricevuto una telefonata dallo zio Alfredo venerdì 11 agosto, lo zio chiamò a casa Corradin nella serata di giovedì 10 agosto 1995 e in precedenza chiamò la Corradin mentre il Caterisano si trovava ancora in Calabria.

Ecco cosa lo zio Alfredo, all’epoca dei fatti, disse agli inquirenti:

Stralcio del verbale dello zio Alfredo

Nel verbale di sommarie informazioni testimoniali dello zio Alfredo si legge: “(…) telefonata mio nipote non era presente, la quale mi riferiva che di tornare insieme al Caterisano Pasquale, in quanto non era la prima volta che la tradiva, io dopo qualche consiglio dato per il bene del loro figlio Andrea ho chiuso e ho riferito la comunicazione a mio nipote. Durante la conversazione avuta con mio nipote ho consigliato allo stesso di andare personalmente a Torino e cercare di chiarire di persona la situazione con la Corradin Maria Angela. Cosa che mio nipote ha fatto, infatti all’indomani della conversazione, ho notato che lo stesso era partito. La sera del giorno della partenza di mio nipote ho telefonato a Torino a casa di Corradin Maria Angela e mi ha risposto il figlio cioè Andrea il quale mi riferiva che i genitori si trovavano in camera da letto, io appreso tale notizia credevo che la situazione si era risolta, ho chiesto ad Andrea di farmi parlare con il padre il quale mi riferiva di essere stanco e mi passava la Corradin la quale, durante la conversazione mi riferiva che la situazione non era per nulla sistemata in quanto lei di Caterisano Pasquale non ne voleva più sapere, dopo questa affermazione ho formulato un invitato alla Corradin, ogni qualvolta avesse bisogno di aiuto di rivolgersi pure a me ed alla mia famiglia in quanto la consideravo meglio di una nipote ed ho chiuso la conversazione. Dopo qualche giorno dall’ultima conversazione avuta, mi (…)”.

Quindi sono due le telefonate che lo zio Alfredo fece a casa Corradin prima della scomparsa della donna:

  1. Alfredo telefonò una prima volta alla Corradin mentre Pasquale Caterisano si trovava ancora in Calabria e, dopo aver parlato con Maria Angela, invitò il nipote Pasquale ad andare a Torino per parlare con la Corradin;
  2. Alfredo chiamò nuovamente a casa della Corradin nella serata del giorno della partenza di Pasquale e Andrea Caterisano, ovvero il 10 agosto 1995, e parlò sia con Andrea che con Pasquale Caterisano, sia con Maria Angela Corradin;
  3. Lo zio Alfredo non ha riferito di aver chiamato la Corradin nel pomeriggio del giorno della sua scomparsa.

Nel verbale datato 25 agosto 1995 e firmato da Pasquale Caterisano si legge che Pasquale ed Andrea Caterisano arrivarono a Torino giovedì 10 agosto 1995, il giorno prima della scomparsa della Corradin: “Il giorno 10 giungevo a Torino a bordo del furgone Fiat Ducato di mia proprietà in compagnia di mio figlio Caterisano Andrea. Mi recavo al mio domicilio in via Bruno Angelico 9, ove risiede la mia convivente Corradin Mariangela. Avevo intenzione di riconciliarmi con lei. Lo scopo era protrarre la convivenza che durava da quindici anni. Ma Corradin Mariangela rispondeva di non voler più convivere con me: “Questa storia deve finire se no la faccio finita io…”. Preciso che a tutti i fatti ha assistito anche mio figlio, in quanto quel giorno non ci siamo mai separati…”.

Da notare che quando Pasquale Caterisano dice “Preciso che a tutti i fatti ha assistito anche mio figlio, quel giorno non ci siamo mai separati” sostiene il vero ma si riferisce a giovedì 10 agosto 1995 e non a venerdì 11 agosto 1995, giorno della scomparsa della Corradin. Il fatto che il Caterisano senta la necessità di precisare che “quel giorno” non si separano mai, ci permette di ipotizzare che lo faccia perché sta paragonando il giorno 10 agosto con un altro giorno in cui lui e suo figlio invece si separarono, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di aggiungere “quel giorno” ma avrebbe potuto semplicemente dire “Preciso che a tutti i fatti ha assistito anche mio figlio, in quanto non ci siamo mai separati…”. Evidentemente non è difficile inferire che sta paragonando il giorno 10 agosto al giorno successivo, giorno della scomparsa della Corradin.

Giornalista: Cioé non voleva più che qualcuno insistesse?

Pasquale Caterisano: “Insistesse, cioè al risanamento della nostra storia e bon, allora, nel frattempo è arrivato Andrea, ha detto: Pa’ andiamo all’aeroporto?, E io ho detto: “Aspetta un momento”, e Carmen mi ha risposto e mi ha detto: “Perché- dice- cosa deve andare a fare in aeroporto?”, Ho detto: “No, perché il ragazzo va giù in Calabria, lo mandiamo giù”, e lei mi fa: “Mentre che ci sei, pagagli anche il taxi”, ci ha detto sarcasticamente e io ho detto: “Vabbè, vabbè”, visto che la cosa si stava di nuovo a bisticciare, ho detto: “Vabbè, Andrea andiamo, lascia perdere”, e ci siamo andati via e l’abbiamo lasciata a casa”.

Pasquale Caterisano mente quando dice che Andrea, l’11 agosto, sarebbe “arrivato” mentre lui e la Corradin stavano discutendo dopo aver ricevuto la telefonata dello zio Alfredo, come abbiamo visto, la telefonata era infatti intercorsa tra Andrea, Maria Angela, Pasquale e lo zio la sera de 10 e non il pomeriggio dell’11 agosto 1995. 

Tra l’altro a quella telefonata dello zio fu proprio Andrea a rispondere pertanto non poteva essere “arrivato” in quanto in quell’occasione evidentemente si trovava lì con loro. 

Questa risposta di Pasquale Caterisano è fondamentale per ricostruire gli eventi di quel giorno in quanto è proprio il Caterisano a dirci che, venerdì 11 agosto 1995, dopo pranzo, il giovane Andrea uscì di casa per poi rientrare “nel frattempo è arrivato Andrea, ha detto: Pa’ andiamo all’aeroporto?”, pertanto lui e la Corradin rimasero soli per un certo lasso di tempo.

Pasquale Caterisano: “(…) non so dov’è, niente, noi abbiamo fatto un giro per vedere se la trovavo, non l’abbiamo trovata e così si… niente siamo andati… poi a mangiare una pizza e niente e poi dico: “B…”, abbiamo girato ancora, dico: “Basta, mi son rotto le scatole”, proprio ho detto la frase così a lu… rivolgendomi a lui, dico: “Sai cos… facciamo visto che fa caldo!? Andiamo a dormire su- dico- in una pensione”- dico: “Tu cosa ne pensi?”- ho detto a lui, ah mi fa lui: “Sì, sì”, mi ha detto”.

Il fatto che il Caterisano minimizzi dicendo “Basta, mi son rotto le scatole”, è sospetto.

Il 6 maggio 2007, Andrea Caterisano ha riferito in un’intervista al giornalista di La Repubblica, Niccolò Zancan, che nella villetta di via Beato Angelico c’era il condizionatore d’aria in camera da letto, pertanto il motivo per il quale Pasquale Caterisano passò la notte lontano da casa con suo figlio nulla ha a che fare con il caldo. 

Niccolò Zancan: Ricorda dove avete dormito quella notte?

Andrea Caterisano: In un piccolo albergo di Pino Torinese. Mi è rimasta impressa l’ immagine di una strada in salita e poco altro. Ma proprio questa è una scelta che mi tormenta. Perché mio padre mi ha portato a dormire lì? Non eravamo mai andati in albergo prima. Avremmo potuto tranquillamente dormire a casa. E la scusa del caldo non regge: proprio mio padre aveva installato il condizionatore d’aria in camera da letto.

Niccolò Zancan: Allora perché?

Andrea Caterisano: Non lo so, sinceramente. Per questo chiedo aiuto agli investigatori. Vorrei che mi aiutassero a capire.

Ma torniamo a quel venerdì 11 agosto 1995, il figlio maggiore della Corradin, Paolo Paolucci, si recò a casa di sua madre verso le 19.30, non trovò nessuno e notò che l’auto della Corradin non si trovava parcheggiata nel giardino della villetta ma sulla strada. Sarebbe interessante sapere quali fossero le abitudini di Maria Angela Corradin in merito, difficile pensare che, avendo uno spazio a disposizione per parcheggiare l’auto in giardino, la Corradin la lasciasse in strada ma, in ogni caso, è chiaro che chi uccise Maria Angela quel pomeriggio entrò in giardino con il proprio automezzo e vi caricò il cadavere della donna e che solo chi avesse avuto accesso alle chiavi del cancello o ne possedesse personalmente una copia avrebbe potuto aprirlo per poi eventualmente estrarre l’auto della Corradin, entrare con il proprio automezzo, caricare il cadavere della donna e richiudere il cancello.

Peraltro, chi uccise la Corradin non solo possedeva le chiavi del cancello da cui si accedeva al giardino perché lo aprì e lo richiuse, ma anche quelle di casa, lo si evince dal fatto che chiuse anche la porta di casa Corradin con quattro mandate prima di allontanarsi.

La Corradin non uscì di casa con le sue gambe quel pomeriggio, una vicina la vide raccogliere i panni stesi intorno alle 14.00; al ritorno a casa dei suoi familiari,  il ferro da stiro era acceso e sia la sua borsa che la sua protesi dentaria furono ritrovate in casa; evidentemente la Corradin si era tolta la protesi dopo pranzo, per lavarla, e non se l’era rimessa perché decisa a rimanere in casa. 

Anche l’orologio della Corradin è stato ritrovato in casa, rotto e fermo sulle 15.31, un orario compatibile con una eventuale colluttazione che possa aver preceduto l’omicidio, omicidio che avvenne mentre la Corradin era intenta a stirare. 

Paolo Paolucci ha riferito ad un giornalista di Chi l’ha visto? un dettaglio importante relativo al giorno della scomparsa di sua madre, un dettaglio che ci aiuta a comprendere il perché Pasquale Caterisano condusse suo figlio Andrea lontano da casa quella sera, per un aperitivo, una pizza e soprattutto il perché lo fece dormire in albergo e non a casa:

Paolo Paolucci: “Ad un certo punto mi sento suonare il clacson del furgone del del signor Pasquale, mi affaccio, era in furgone con Andrea che mi viene detto: E’ ritornata mamma? E’ arrivata mamma? Gli faccio: “No perché è con te?, Non è con te?”. Lui fa: “No, non c’è, sono andato in Aeroporto per vedere gli aerei, gli orari degli aerei e tua madre non c’era, continuo a cercarla”, e se ne va”.

La sera della scomparsa di Maria Angela, in un’occasione, Pasquale Caterisano, incontrò a casa della sua compagna, Paolo Paolucci, il figlio maggiore della Corradin, e nonostante la situazione fosse drammatica, mostrò di aver fretta di andarsene, infatti scambiò solo poche parole con Paolo, ma soprattutto il Caterisano non scese dal furgone, non lo abbandonò neanche per un attimo. 

Il comportamento del Caterisano in questa occasione e il fatto che la notte della scomparsa della Corradin si sia allontanato da casa con il proprio furgone per andare a dormire con il figlio Andrea in un albergo, ci permettono di inferire che Pasquale Caterisano temeva che Paolo Paolucci gli chiedessi di poter controllare il retro del furgone Fiat Ducato di sua proprietà, furgone con cui tornò repentinamente in Calabria nel pomeriggio del giorno seguente, sabato 12 agosto 1995, dopo aver denunciato alle forze dell’ordine la scomparsa della sua compagna Mariangela Corradin detta Carmen.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 7 giugno 2018.

Michael Iver Peterson: a pathological liar and a murderer

Real-crime-feature

Michael Peterson

Last year I published an article explaining how Michael Iver Peterson killed his wife Kathleen, the big mistake of the consultant of the Durham D. A. was to think that Peterson used a blow poke or something similar to kill his wife Kathleen, Michael Peterson killed his wife and his friend Elizabeth Radlif using his bare hands.

On march 2016 I wrote an analysis of Michael Peterson’s 911 call, an incriminating call incredibly used by Peterson’s lawyer, David Rudolf, as something useful to save his client.

Michael Iver Peterson’s personality is interesting, he is obsessed with himself, he has a grandiose sense of self-importance, his goals are always selfish and self-motivated, he is unable to establish healthy relationships, he believes to be unique and special, he requires extreme admiration and has unreasonable expectations of special treatment, he thinks to be more intelligent than others, he takes advantage of others to further his own needs, he has zero empathy, in other words he is a Narcissist.

He built a very sick Narcissistic Family: his children and wives (he had two) were mentally abused; just Kathleen’s daughter, Caitlin Veronica Atwater, escaped this pathological environment.

Durham District Attorney and prosecutor in this case, Jim Hardin, now Judge of the Supreme Court, said about Peterson: “On every aspect Michael Peterson life is a lie, this case is about pretends and appearances”.

He thinks to be a good liar and more intelligent than others, that’s why he agreed to act with his lawyers and consultants in a pathetic and incriminating documentary The Staircase (2004) by Jean-Xavier de Lestrade. The representation of a sad Narcicisstic Family emerges in the chapters 8 of this documentary.

Here, two statements that Peterson released to the journalists outside the Durham County Courthouse before his trial:

– “Kathleen was my life, I whispered her name in my heart a thousand times, she is there but I can’t stop crying. I would never have done anything to hurt her, I am innocent of these charges, I will prove it in court. People I do know wonder how I can go out (of prison) but I said I didn’t do anything, I am truly innocent of these charges”.

Peterson was speaking freely and he had the occasion to say that he didn’t kill his wife but he was unable or unwilling to say “I didn’t kill Kathleen”.

“I would never have done anything to hurt her” is an unreliable denial.

He said “hurt” instead of “kill” to minimize. Minimization is a distancing measure, it’s a way to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions, it’s a common strategy used by guilty people to deal with feelings of guilt.

“I am innocent to these charges” is an unreliable denial. Peterson said the truth, he is still “innocent de iure” not being judged yet, but he is not innocent “de facto”. Anyway, to affirm to be innocent is different from saying “I didn’t kill”, which is expected. To say, “I am innocent” is to deny the judicial outcome, not the action. An innocent de facto is someone who did not “do it” and is able to say “I didn’t do it” and eventually to add in the judicial conclusion. When people say they are innocent, they are just denying the conclusion that they are guilty not the action.

Peterson, speaking about “charges”, deliberately left out what these charges were, this is another distancing measure.

“I didn’t do anything” is not a reliable denial but a vague assertion.

In “I am truly innocent of these charges”, the use of “truly”, a qualifier, tells us that Peterson believes in degrees of innocence; for him, someone can be “truly innocent” or just “innocent”

Guilty people usually don’t lie but make statements which only sound like a denial, this is the case.

Another statement:

– “I didn’t do anything, I am innocent, I was wrongly convicted, I didn’t harm Kathleen and I didn’t believe into the jury clerk produced that I will be convicted, my immediate reaction was, let’s end it and I told them that I didn’t want an appeal, I wanted just end it right now, forget, enough was enough, we all suffered enough and that… that wonderful, awful life from Romeo and Juliet, all are punished, I mean, I don’t know what we were punished for, I don’t know why my children had to suffer with it, why they were being punished but I did feel that: Let this end right now”.

“I did not do anything…” is not a reliable denial because Peterson, to reduce the stress, deliberately left out the accuses. 

Again, when Peterson said: “I am innocent”, he was just denying the conclusion not the action.

When he said: “I didn’t harm Kathleen”, he substituted “kill” with the softer “harm” in an attempt to minimize to reduce the stress.

When Peterson said: “… that wonderful awful life from Romeo and Juliet”, he was telling us that the “wonderful awful” is just a fantasy like the shakespearean drama Romeo and Juliet.

Peterson was able to say: “I was wrongly convicted” because the consultant of the District Attorney failed to reconstruct the homicide. Michael Peterson didn’t kill Kathleen with the blow poke, he killed her with his bare hands, that’s why in the following statement he says: “Truth is lost”. 

– “This case is no more and no longer about Kathleen. The D.A. has to win, that’s it, he doesn’t care how and basically… and by the same token my lawyers, they want to win. Truth is lost, you know all of this now, truth has no meaning or whatsoever, this has became a show and has got all momentum and we are just going along, I don’t think the D.A. cares about truth anymore, all he wants to do is win and I understand, that I mean sure aaa… in the same way with David, he do… he wants to win, well I want to win too, but I’m still very concerned about the reality of what happened that night”.

Peterson said that he “understand” the District Attorney, an innocent is unable to accept to be framed, no way. When he said “Thuth is lost” and “I’m still very concerned about the reality of what happened that night” he tells us that he knows exactly what happened that night and that he knows that his lawyer David Rudolf, that supports the idea of a fall down the stairs, is wrong too.

Peterson, recounting the facts, is telling us exactly when he killed his wife:

– “Kathleen and I… we were here watching a movie, I have gone to blockbusters and rented a video and we were watching American Sweet Hearts and I think is probably around 11 o’clock that the movie ended and we took our glasses, left… left the dinner plates as [unintelligible] on there, we will clean up the next day, went into the kitchen, we usus… we would talk for hours, Kathleen and I, in the night time, would talk for two three hours about the movie… ee the kids, what we were going to do and we came in here I think there was… I, I, I’m not sure, we probably had another bottle, I know we were drinking two bottle that night aaa was a nice night, I guess was 55, 60 degrees, very nice night… aaa and I gone outside aaand we were talking here forr… an amount [unintelligible] of time and then what we usually do in a nice night we would go down the pool which I always think the nicest place on the property. I don’t know if the chairs were like this or not but I mean probably some like this aaand she was… we were both right here and you know the dog would come over andd we were just talking anddd finishing our drinks, and thennn she said: ‘I gotta go in because I got a conference call in the morning’, anddd she started walking out that way andd I stayed right here… don’t think I anything special to her, sure not thinking this is, you know, the last time I gonna see her, I said: Goodnight, I gonna be able to see you later and stayed here, she walked and the last I saw her was… I was there and she was just walking… walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive, no, she was alive when I found her… but barely”.

Peterson said: “(…) we were watching American Sweet Hearts and I think is probably around 11 o’clock that the movie ended and we took our glasses left… left the dinner plates…”, something is missing, why Peterson said “(…) we were watching American Sweet Hearts” and not “(…) we watched American Sweet Hearts”? I suppose that something happened while they were watching the movie, what we expect him to say is “(…) we were watching American Sweet Hearts while (…)”. After that the use of “I think” and “probably” shows a lack of conviction, he said “is probably” not “was probably”, he used the presente tense not the past tense because he was not speaking from his experiential memory.

Right after that he said: “We will clean up the next day, went into the kitchen”, the use of the future “we will clean” isn’t the right tense after “took” and “left”, Peterson was thinking at the present, he was not recalling from experiential memory; the omission of the pronoun “we” in the second sentence is significant, the pronoun “we” is gone and I guess that at the same time Kathleen was gone too, dead, they were not anymore a “we”. A change in language indicates a change in reality or is an indicator of deception as the subject does not speak from memory and is not able to track down his own words.

When Peterson said “We usus… we would talk for hours (…) we usually do in a nice night we would go down the pool (…) , he was recalling what they usually did in a nice night and not what they did that night. By telling us what usually happened, Peterson is revealing that something most unusual happened. The need to normalize tells us that something not normal took place. 

Peterson was trying to built a story but being a very bad liar, he reveals a lack of conviction from saying: “I think there was… I, I, I’m not sure, we probably”, “I guess”, “I don’t know if” and “I mean probably”. Furthermore the presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety. 

Peterson tells us exactly when he killed his wife and that after the murder he went outside alone: “I guess was 55, 60 degrees, very nice night…aaa and I gone outside”.  

He gave us unnecessary information about the temperature of that night to justify his presence outside for a long time in a night of December.

He said “and” before “I gone outside”, a sentence that starts with an “and” is a signal of missing information. 

– “I can vividly remember finding Kathleen, I can remember opening the door, I can remember calling 911, I can remember… I particularly remember Todd just… ho… holding me as tight as possible, I think in order to contain me, I can remember Heather, the doctor, Ben’s girlfriend, taking my pulse and then I can remember and it must have been very early, I was still in the kitchen, the cops were on me instantly, every where I went a policeman was there I, I, I went outside and… with band and a policeman was there and I remember walking down there, a policeman was there, there was always a policeman with me”.

This is a very sick statement, Kathleen died but everything is just about him. There is not prologue, the critical event is “I can vividly remember finding Kathleen”, no desperation, no pain, no regrets, nothing about what Kathleen went through, just “finding”. The aftermath is all about him, he “particularly” remembers his son holding him, the doctor taking his pulse, the cops on him. The critical event, the most important occurrence in the narrative is gone. His statement is suspiciously out of balance.

In this statement, as in the previous, the presence of a stuttering “I” discloses tension and anxiety.

 “… when I think of Kathleen my… I remember… unfortunately its her dying in my arms eh… that’s always overwhelming imagine, if I look at something, oh, ya, there is Kathleen, these are funny things or pictures on the refrigerator where she is in the imperial gardens in Tokyo or there… so… so many things that always if I stop and think no one thing comes out never one thing or or i might think it’s a shine moment or I see pictures or something else or another incident that might occur, oh, ya, there is that one so there is no one identifying thing with Kathleen no ehm…”.

“I remember… unfortunately its her dying in my arms”, this is truth, Kathleen died in his arms, killed by his arms, but not after he called 911 at 2.40 a.m. that morning, as he wants us to believe, she died between 11.08 p.m. and 11.53 p.m., the night before.

At 11:08 p.m. Helen Prislinger, Kathleen co-worker, spoke to her, at 11:53 p.m. she sent an email to Michael Peterson’s e-mail address that Kathleen was supposed to read but the attachment “readiness” was never opened. Probably Kathleen, while she was at the computer, found evidences of a homosexual relation between her husband and a male prostitute, a motive for murder.

Peterson recounting the facts of that night says that Kathleen left him at the pool to go inside, his words are:

– “…and the last I saw her was when I was there and she was just walking here, and that’s it. That was the last time I saw Kathleen alive…. no… she was alive when I found her… but barely”.

Analyzing Peterson’s 911 call I realised that after almost 15 seconds from the start of the phone call, when the operator asked Peterson about the number of stairs, he wasn’t able to answer the question because he wasn’t close to the scene.

In the first 15 seconds of the phone call Peterson wasn’t approaching his wife, he was close to her just around 25 seconds after the beginning of the call, he went there just to look at the number of the stairs and because asked.

We can hear Peterson walking to the scene to look at the stairs. 

I guess Peterson picked up the cordless phone in the kitchen, just behind the corner, very close to the service stairs where Kathleen’ body was, so why he had to walk for around ten seconds to be close to his wife to be able to look at the stairs? And, how came that he wasn’t close to her to give information about her medical condition to the operator? How could she have died in his arms in the early hours of that morning if he was far from her during the 911 call, found that he said, after he found her she was alive but just barely? 

Usually, when people call 911 they stay very close to the victims to give the operator information about their medical condition and to be able to help following the suggestions the operator may give them, like how to perform CPR.

Michael Peterson had no intention to help his wife, that’s why he was far from her when he called 911 and went back to the scene just to look at the stairs to give the operator an approximate number.

Michael Peterson was far from Kathleen because she was already dead for hours and he was not interesting in helping her or in giving any real information to the 911 operator about her medical condition.

When Michael Peterson called 911 he was quite far from the victim, instead, when the paramedics arrived, he showed a different behavior, he was on her body trying to resuscitate her, he was acting, he knew she was already dead for hours. Peterson was not just acting as a grieving husband for the paramedics, he was also trying to justify all the blood on his clothes, touching and hugging the victim, in other words: he was trying to cover evidences.

– “I went out to turn off the pool lights, I came back and there she was. 
When I called 9-1-1, I thought she’d fallen down the stairs.
As far as I know, that’s what happened.
Well, of course, I thought, well, that’s the only thing he’s basing his case, on this blow poke, and then it wasn’t the blow poke, so of course I thought, well for all of these other reasons including the fact that I certainly didn’t kill Kathleen, well, I certainly didn’t kill her with the blow poke, so, I thought of course, this solves the problem for the case. And then I find out it didn’t even make any difference to the jury. Something else must have caused those injuries, but nobody knows what”.

“I went out to turn off the pool lights, I came back and there she was”, this is a different version, here Peterson is speaking just about himself outside and for few minutes.

“As far as I know, that’s what happened”, shows a lack of conviction. Peterson is playing with the story of the blow poke, a mistake of the prosecutor. This mistake can help him but doesn’t make him innocent de facto at all. When he says: “I certainly didn’t kill Kathleen, well, I certainly didn’t kill her with the blow poke…”, he is trying to deny the allegations but saying “well, I certainly didn’t kill her with the blow poke…” he tells us that he killed her.

Peterson and one of his lawyer are recorded while simulating an out-of-court oral testimony:

Mr peterson you are under oath, correct?

Yes.

You aspect the jury to believe you?

Yes.

Treat you as a honest person?

Yes.

But the truth is: there have been times in your life when you lied because it benefited you!

I would say probably that’s a good characterisation although I might say it’s easier, it was just easier sometimes to let the lie come out.

Peterson is unable to say: “But the truth is: there have been times in my life when I lied because it benefited me!”, instead he is speaking in third person and he is expecting the jury to believe him because he used to cheat on people for his entire life, he built his life on lies. His lawyer affirms that Peterson is a liar and Peterson replied that “it’s easier”

You married Patricia in 1966, is not correct?
Correct.
And during your marriage, you had a number of affairs?
Yes.
They were not all woman, were they?
No.
And you did continue to have affairs even after relationship with Kathleen began?
That’s, I mean the word affairs to me means…
Sex?
How do you describe one incident or affairs…
The word affairs is confusing?
Yes.
Make simply, you had sex with other people after relationship with Kathleen began?
That’s correct.
Men?
That’s correct.
And women?
No.
Just men?
Yes.
So now, this was different from when you were married to Patty?
Yes.
Ok, as you never talked about that with Kathleen?
…..… Well, we did talk about.
Did you, having sex with other men during the marriage?
In a sense, yes, she understood that.
She understood you with men?
Oh yes… I think there was enough awareness on her part of me as a person, who I was which is what made this relationship so good that yes, she understood these aspects about me and was not bother by that because I loved her but yes I did have sex with other people but had absolutely nothing to do with not loving Kathleen or… loving her less.

During this simulation Peterson felt:

Ok, as you never talked about that with Kathleen?
…..… Well, we did talk about.

He waited too long to answer.

Did you, having sex with other men during the marriage?
In a sense, yes, she understood that.

“In a sense, yes, she understood that”, is a weak statement because the qualifier “In a sense”.

Oh yes… I think there was enough awareness on her part of me as a person, who I was which is what made this relationship so good that yes, she understood these aspects about me and was not bother by that because I loved her but yes I did have sex with other people but had absolutely nothing to do with not loving Kathleen or… loving her less.

 His narcissistic ego is huge.

– “No and I told you guys from the beginning my ass life is in your hands and I know that and I’m not gonna smart you, I’m not gonna smart anybody and I want to tell you this”.

Just guilty people put their “ass life” in the hands of their lawyers acting as spectators. With “I’m not gonna smart you” and I’m not gonna smart anybody”, he is telling us that he is trying to smart everybody. There is no reason to assert something in the negative.

Peterson his speaking about the articles he wrote before the homicide:

“… but everybody knowsss and I should certainly know better, that when you make fun of people, they don’t like it, its just that simple aandd if you make them silly or ridiculous, ohh, they remember that”.

He shows us how manipulative he can be, he wants us to believe that the District Attorney is framing him because in his articles he attacked the establishment.

Unknown

Peterson is speaking with his lawyer David Rudolf (pictured above) about the exhumation of the remains of Elizabeth Ratliff:

David Rudolf: On the exhumation, apparently Holland told Barbara, in a email to her told that they will exhume Liz’s body, right now we are just basing it on what Barbara…

Michael: Right.

David Rudolf: .. told us that Holland told her…

Michael: Right.

David Rudolf:… and I don’t want…

Michael: Right. What I would like you to do then, its time to Hardin [unintelligible] Jim, we don’t personally have any objections, again wha… you know, what the fucking round [unintelligible] dig graves?

David Rudolf: What Holland claims was… they had permission from Liz’s mother and sister.

Michael: Well are le closest relatives [unintelligible] , what about their daughters?

David Rudolf: I don’t know, you know tha… it maybe ugly, it maybe terrible but the bottom line it’s going end help, you know?!

Michael: I understand.

David Rudolf: If everything is as we think, it is, it’s going help us.

Michael: I know but normally, look, I mean, I have seen enough dead bodies, corpses and graves, it doesn’t… you know, I have no moral problem with this, but… you know, again, as I watch, this was a very good friend of mine and I, I… you know, I have been with that family, the Ratliff family, since George died in… Jesus, 19…, the Granadian invasion, 1981 to [unintelligible] and it’s just… I just don’t know and I can imagine what Margaret and Martha will think, oh, by the way, you have the morgue decide to dig up your mother, aaa, just because, oh Christ, so if you can work with Hardin, Holland or Hardin, Holland [unintelligible] look so that I won’t tell the girls but before they do it, I’m certainly would I have to tell the girls and you might say, you might also, Jim want to talk to the girls, you know the sister is one thing but the daughters are another matter and…

David Rudolf: I don’t want to get into that. I don’t want to get into a pissing match with Hardin over who did they get permission from and who should they have got permission from, that I mean actually is a battle that I don’t want to fight. We are not going to win.

Michael: Fine, but I mean, I guess now, we are not strictly talking about a war here, can people just go and dig a grave? Its one thing when I go in on Holland and go swabbing Kahleen’s vagina [unintelligible] , now we are talking [unintelligible] sick they go in after Kathleen autopsy, two days later, she is in there, all rush into her body and [unintelligible] are doing that, that was disgusting and now they are digging a body, I just… I don’t like it, what I mean, I understand it so just working out with Hardin at least I can notice Margaret and Martha that their mum is going to be dig up.

Peterson is trying to convince his lawyer David Rudolf to stop the exhumation in a quite confused way, he has no arguments. Peterson knows that the result of a new autopsy can put him in a corner because he killed Elizabeth and his wife in the same way. 

Michael Iver Peterson with his right hand grabbed his wife Kathleen by the hairs of her frontal area and slammed with force the back of her head against the wooden stairs, again and again, till she died. During the assault, he once grabbed her contemporary by the hairs with his right hand and by the throat with his left hand and his thumb produced the fracture of the superior cornu of the left thyroid cartilage of her throat. According with her post mortem examination Kathleen suffered multiple lacerations of the head consistent with a flat object, that flat object were the stairs against which her head impacted several times, not because a fall down the stairs but because Michael Peterson slammed her head against those stairs.

In 1985, Elizabeth Ratliff was killed in the same way but by a younger and stronger Michael Peterson. She was found dead at the bottom of the stairs of her house in Germany, she suffered a fracture at the base of the skull because Michael Peterson was younger and stronger and the surface she was slammed against was a floor made of terra-cotta tiles, not wood, like in the Kathleen case.

Peterson’s short novel about Elizabeth Ratliff’s exhumation:

Liz’s Last Trip

The last trip Liz made was in a hearse. She had ridden in several others. The first time after she die in 1985 she had been transported from her home where she died to the hospital for her autopsy then there was the hearse ride from the hospital to the airport for her return to the United States. Then there was the hearse trip from Houston to the mortuary in Bay City and what would presumably been hearse journey from the mortuary to her grave. However, eighteen years later, she made another ride, this one a twelve hundred mile longer across middle America in the back of a hearse travelling from the grave to North Carolina for another autopsy.

Michael Peterson has no empathy, Elizabeth Ratliff, a woman he killed in Germany, is just an inspiration to write about, he is able to ironize about a murder.

A conversation after the results of the second autopsy on Elizabeth Ratliff:

Michael: I mean do you have any doubt that this was collusion? It was just choreograph, it was just completely choreograph.

David Rudolf: I have been in front of a lot of Judges, with a lot of Prosecutors, in lots of situation and I get tell you, I had never ever see something like that before, never.

Michael: I… I don’t think David and I don’t think Tom, you know, believe me or anybody from the beginning but when I say this isn’t Chapel Hill, this isn’t Rhode Island, this isn’t Charlen, this is Durham, it’s unique, it’s particular, it’s dirty, it’s corrupt, it’s small. You know, I don’t think anybody knows this town better than I do and I… that’s where I lived here for years and I told you guys from the beginning that is it… I just found it disgusting… soo.

Peterson, despite the evidence, is still trying to convince his lawyers that the District Attorney is building a case against him because his past, he is using strong words against the establishment without any shame.

– “I can have the presumption of innocence, the reasonable doubt they get over came that the… the bar of the reasonable doubt is been raised significantly now in related to the Radliff so instead of being there which played safe or didn’t prove this as a result of things this coincidences its now up to here. This case is no more and no longer about Kathleen…”.

In this statement he says that the similarities in the two autopsies are just coincidences, but in the moment he says “coincidences” he manually writes in the air two quotation marks admitting that the similarities in the two cases are not coincidences.

Peterson at the phone with his lawyer David Rudolf:

“I understand that but I think, I have been honest with you from day one, meet me in the jail”.

In “I think, I have been honest” not only the qualifier “I think” makes his assertion weak but he also shows an unnecessary need to persuade. He didn’t say the truth to David Rudolf, he hasn’t been honest with him either.

At the phone:

– “One: I didn’t do anything, number two: there is no murder weapon, number three: there is no motive, Jesus”.

Why if he didn’t kill his wife, should he worry about a murder weapon or a motive?

Peterson is right when he says: “there is no murder weapon”, he used his bare hands.

Peterson is speaking with his two adoptive daughters Margareth and Martha about Kathleen sister, Candice:

“Two times in my all life I have seen that stupid woman andd she said I have a terrible temper”.

After this statement, Peterson pretends to choke one of his adoptive daughters to make them laughing, very sad! This narcissistic human being was able to fool both of his first victim’s daughters too. His black humour shows his lack of empathy.

Peterson is discussing with his lawyers and consultants if he should take the stand at the trial:

– “That’s what I do for living that… It’s tell stories and and everybody wants to hear story, from the [unintelligible] little baby, this is the story andd it’s better a nice story than a scary story and we do see, we have a told story expect in a sense that here the forensic and has told what and what not, but I don’t know how you get in the story, anybody story, without going into the other side, the band staff that everybody doesn’t particularly want have come out in their life because for every good thing [unintelligible] if there is not at least the bad thing some back there, there is a spine can come back, I don’t know I don’t know…”.

Peterson knows, because he is a liar, that people are believers and he is telling his lawyers that he is used to tell stories, this is the reason he fells comfortable to take the stand.

Todd, Martha and Peterson found a blow poke in the garage, here what Peterson tell his lawyer David Rudolf:

“We were terrified, we were freak th… you know literaly freak… asked what happen so we got… Martha got the video camera, I got the … she got the tape recorder [unintelligible]. I called Tom at this time and, you know, if can’t show up we are going to, you can’t come in this house until my attorney who I thought he would show by motorcicle appear… We went in the [unintelligible] and Todd said: I want to talk you dad and I want to ask you, would you put picture life on that blow poke? And I know exactly what he was doing, what he was saying, so, you know, I said: No, absolutely, I would bet my life on that blow poke unless le cops because are still going through this conspiracy thing, unless the cops come get put them God damned thing”.

A tirade, a pathetic show for his children and for his lawyer David Rudolf. 

“You know, I think one of the most strange comments and actually I have two comments, was when Candice was on the stand and she sa… ‘I don’t know who that Michael Peterson is’, you know, I don’t know who that person is either, who has been on trial hearing all these things, listening all of these stories.. mmm this is incredible thing, I don’t know who that person is either, but it’s me, I know that I know who I am and I can live with that and I told you at the beginning, I have never been terribly concern what other people think and I know that come across an arrogance but I think that a lot has to do with peace that I have never really ever hurt anybody, yes I have been… have done bad things, yes, you know I certainly in a verbally way hurt I haven’t lived the most exemplary life but I never had consciously going out hurt anybody and I can in a very loose definition live in peace with myself and if you can do that it really doesn’t make any different where where there is so I just probably not be any different Thursday, Wednesday if I come back to this house or go somewhere, it’s not going to change who I am and who I know I am. It would be still me and the trappings certainly could be very, very different, the environment certainly could be very different but that just… environment”.

Saying: “I don’t know who that person is either, but it’s me, I know that I know who I am and I can live with that (…) I have never been terribly concern what other people think (…)”, Peterson recognises that during the trial they painted a real portrait of him. 

“I have never really ever hurt anybody (…)” is not a reliable denial, he is unable to say: “I didn’t kill Kathleen”. 

A reliable denial has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

“I did not kill her” followed by “I told the truth”, while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. A deceptive person will alter his denial to avoid a direct lie.

In this case, we look for peterson to say “I didn’t kill her” or “I didn’t kill Kathleen” using the pronoun, “I”, the past tense “didn’t” or “did not” and add in the specific accusation.

“I have never really ever hurt anybody” is not a reliable denial either he doesn’t deny the action of killing. Note that he uses “never ever”, a way to avoid a specific time frame. He substitutes “kill” with the softer “hurt” violating component three of a reliable denial and he substitutes “I didn’t” with “I have never really ever”, violating component two of a reliable denial. “Never” seeks vagueness and is unreliable as this was a single specific event. “Never” is, itself, sensitive, it becomes even weaker as it combines with the need to persuade that we find in his unnecessary words “really” and “ever”.

“I never had consciously going out hurt anybody” is different from “I never hurt anybody” or from “I didn’t kill Kathleen”, the use of “consciously” and of “going out” make this statement very weak.

Peterson also tells us that nothing can change the way he lives with himself, not an homicide, not a conviction, nothing, showing us what a self-obsessed narcissist is.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

read also:

Michael Peterson’s 911 call

The murder of Kathleen Hunt Atwater Peterson at the ‘hands’ of Michael Peterson

Scomparsa di Marina Arduini: analisi dell’intervista rilasciata dall’uomo indagato per il suo omicidio

Marina Arduini

Marina Arduini

L’ex amante di Marina Arduini, un certo Angelo, indagato per l’omicidio e l’occultamento del suo cadavere ha rilasciato un’intervista alla giornalista Chiara Cazzaniga della trasmissione televisiva Chi l’ha visto.

Marina Arduini, ragioniera commercialista, socia della Multiservice, una società di servizi è scomparsa da Frosinone Scalo lunedì 19 febbraio 2007.

Marina Arduini al momento della scomparsa aveva 39 anni e viveva con i genitori.

Dopo la sua scomparsa si è indagato poco e male.

Marina era legata sentimentalmente ad Angelo, un uomo sposato con figli, un piccolo imprenditore di Alatri, titolare di un’impresa di pulizie a Roma, pregiudicato per piccoli reati, è lui l’uomo indagato per l’omicidio di Marina e per l’occultamento del suo cadavere, con lui la Arduini, a detta della di lei sorella, aveva discusso nel pomeriggio di domenica 18 febbraio, il giorno prima di sparire.

Angelo, dopo la scomparsa della donna, ha negato agli inquirenti che tra lui e Marina ci fosse qualcosa di più di un’amicizia.

Cinque giorni dopo la scomparsa della Arduini ha dichiarato:

Conobbi Marina Arduini circa 8 anni fa per ragioni di lavoro, da allora nasceva un’amicizia e spesso ho continuato a chiamarla per qualsiasi problema legato al lavoro nonché per sincera amicizia”.

Pochi giorni prima della scomparsa della Arduini, nella notte tra il 13 ed il 14 febbraio qualcuno è entrato nel suo studio e l’ha messo a soqquadro. Il giorno seguente, su un conto corrente bancario intestato alla società della Arduini, la Multiservice, sono stati addebitati 288 euro, una prima rata di un finanziamento di 13 mila euro per l’acquisto di mattonelle, sanitari ed infissi.

Il signor Gianni Palmigiani, titolare dell’azienda che dalle carte sembra abbia venduto a Marina il materiale per il rifacimento di un bagno, è risultato essere un amico dell’amante della Arduini. In realtà Marina non ha mai firmato quelle carte, la Arduini accortasi della truffa, non solo ha bloccato il pagamento delle rate successive, ma aveva deciso di denunciare coloro che avevano provato a derubarla.

La mattina del 19 febbraio Marina non si è recata al suo studio, alle 9.15  ha inviato un sms ad una collega: “Vengo più tardi, sono in giro per servizi”, il suo telefono a quell’ora ha agganciato una cella di Frosinone; alle 9.44 ha inviato un messaggio alla signora che sarebbe dovuta andare a fare le pulizie al suo studio per dirle di non andare; alle 10.51.27 ha ricevuto una telefonata dalla segretaria della Società di Costruzioni 2F, la telefonata è durata 49 secondi poi il suo cellulare è stato spento; alle 11.26.42 il telefono ha agganciato la cella della Stazione Termini di Roma; alle 11.36.39 è stato di nuovo spento ed infine ha agganciato una cella tra Formia e Gaeta alle 15.00 ed una cella di Salerno alle 17.10.

La macchina della Arduini è stata ritrovata a Roma nel 2009, ad un chilometro dalla via Tuscolana, in un parcheggio non distante dalla sede della Società di Costruzioni 2F, società con la quale aveva a che fare l’amico di Angelo, il signor Gianni Palmigiani.

Analisi di uno stralcio dell’intervista rilasciata dall’unico indagato per l’omicidio di Marina Arduini:

Angelo: “Le mie, come vengono chiamate, bugie…”.

Angelo, usando il pronome possessivo “mie”, prende possesso delle bugie.

Giornalista: “Sono bugie”.

Angelo: “Si, le mie bugie sono state dettate comunque dalla paura per la relazione ex(tra) coniugale, poi la famiglia, i figli eee un insieme di cose chee… che te travolge, come è successo poi alla fine”.

Torna a prendere possesso delle bugie, dice di averle dette per “paura”, “poi la famiglia, i figli” ma non dice “per la famiglia, per i figli”.

Angelo: “Questo è stato… diciamo uno dei più grandi errori che ho potuto commettere perché questo èè stato dettato forse daalla… dalla mia paura essendo una persona sposata, avendo dei figli eeeeh lì per lì noonn, ho avuto paura, tutto qua, non… non è stato… anche se non negando… i rapporti con Marina ho tralasciato inizialmente questo fatto-re del… che ci sia stata ‘na storia tra me e lei… anche perché, anche perché non… pensavo che la cosa si risolvesse connn il suo ritorno oooo che la cosa si… come posso dire, si evolgesse in modooo positivo”.

Secondo l’uomo il fatto di aver negato che vi fosse qualcosa di più di un rapporto di amicizia tra lui e Marina ha insospettito tutti e per questo lo definisce: “uno dei più grandi errori che ho potuto commettere”; nel tentativo di giustificarsi dice: “questo èè stato dettato forse daalla… dalla mia paura essendo una persona sposata, avendo dei figli”, usa un “forse” riferito alla sua condizione di uomo sposato che indebolisce fortemente la sua affermazione e che ci dice che il fatto che fosse sposato non è il motivo per il quale non ha detto di essere l’amante della Arduini. Il sostenere che la paura che la moglie venisse a sapere della sua relazione extra coniugale con la Arduini lo avesse indotto a non collaborare, non solo non è credibile ma assume le vesti di un clamoroso autogol fornendo a chi indaga un potenziale movente. Nel finale della risposta afferma di essere stato a conoscenza da subito del fatto che Marina fosse  morta, egli infatti afferma: “… perché non… pensavo che la cosa si risolvesse connn il suo ritorno…”. 

Giornalista: “E per questa cosa invece del finanziamento dei 13.000 euro, noo?”.

Angelo: “Mmm, no… no, no, non sono queste le paure… la paura che ho avuto èèè…”.

Una risposta frammentata che ci dice che Angelo si trattiene perché teme di dire cose incriminanti.

Giornalista: “Quindi lei c’entra nel finanziamento?”.

Angelo: “Mmmm… le ho già detto che questa cosa la vedremo dopo, no? Le ho già detto che queste sono cose che stanno in mano agli… agli inquirenti… alla cosa, quando sarà il momento verrà affrontato anche questo”.

Una risposta evasiva.

La giornalista lo interroga sulla presenza di una firma simile alla sua apposta sulla bolla al ritiro della merce:

Giornalista: “E’ sua la firma?”.

Angelo: “(sospiro) Guardi su questo qua non possiamo rispondere, perché eee il mio avvocato Vellucci ahhh… datosi che ci sono degli accertamenti in corso… delle cose, dobbiamo tralasciare”.

Ancora una risposta evasiva. Evadere le risposte è uno degli indicatori statisticamente più significativi di colpevolezza. Non solo l’uomo evade la risposta ma parla al plurale “qua non possiamo rispondere”, l’uso del plurale è un modo per spostare il focus da sé e un tentativo di condividere.  

Interrogato sulla sua frequentazione del ristorante di un agriturismo in compagnia della sua amante Marina, del proprietario della rivendita di sanitari, signor Palmigiani e della di lui segretaria Maria Grazia, i quali tra l’altro hanno sempre negato di conoscere la Arduini mentre la propietaria del ristorante ha riferito agli inquirenti che i quattro erano suoi clienti, l’uomo ha affermato:

Angelo: “Io non sono mai andato a pranzo… a cena all’agriturismo con Marina né tantomeno in presenza di altre persone tra cui queste qua, nonn, non, non è stato maii non… assolutamente mai”.

L’uomo con la frase: “né tantomeno in presenza di altre persone tra cui queste qua”, ci conferma che proprio con queste persone andava a mangiare all’agriturismo. 

Nel giugno 2007 interrogato dagli inquirenti riguardo ai suoi movimenti del 19 febbraio Angelo aveva dichiarato: “Sono andato in carrozzeria intorno alle 9.30 e ci sono rimasto fino alle 10, di seguito mi sono recato dal gommista, subito dopo tornavo dal carrozziere avendo verificato che gli alza-cristalli elettrici non funzionavano, verso le 12.30 mi sono recato presso la mia abitazione”.

All’epoca il carrozziere lo aveva però smentito dicendo che era andato nella sua officina non al mattino ma verso le 12.00.

Giornalista: “Lei non si spiega perché lei abbia detto un orario ed il carrozziere ne abbia detto un altro?”.

Angelo: “Io non lo so, poiiì quello che dicono le persone mm… io. mmm… non… m… non sto nella loro mente, anche perché le persone capisco pure che possono sbagliare oppure non lo so, non glielo so dire questo”.

Angelo ha difficoltà ad affermare che il carrozziere menta, tanto che dice che “le persone… possono sbagliare oppure…”, sono due le alternative: o le persone si sbagliano oppure no, evidentemente egli lascia spazio alla possibilità che il carrozziere dica il vero. Tra l’altro Angelo non è in grado di affrontare l’affermazione del carrozziere vis à vis, non parla di lui ma genericamente di persone, mostrandosi così poco convinto di ciò che afferma e per questo per niente convincente.

Giornalista: “Perché un amico dovrebbe dire una cosa falsa?”.

Angelo: “Non credo che… se ha detto una cosa di questa l’abbia detto perr… m… forse si sarà confuso con qualt’altra persona forseeee… non glielo so dire questo”.

Non crede che l’amico l’abbia detto per incastrarlo, non crede neanche a ciò che riferisce lui ovvero che l’abbia confuso per un altro in quanto aggiunge “forse” alla fine della frase.

Giornalista: “Ma sono stati molto precisi”.

Angelo: “Non glielo so dire il perché… sinceramente non glielo so dire il perché”.

Giornalista: “Sembra che gli altri abbiano dei ricordi mendaci per così dire?”.

Angelo: “Seee le persone dicono una cosa eh io dicoo quello che è, io sto dicendo quello che èio sono dispiaciuto, penso cheeee mmm….. la famiglia abbia (si schiarisce la gola)… Questa è la prima volta che posso… la famiglia aah, sotto questi aspetti, sono sicuro che ce l’abbia aah… con me, anche io forse… trovandomi nella loro situazione, io a me dispiace per loro, per Marina… la cosa è bruttissima per loro, per Marina che non si sa che fine abbia fatto, però io… sono qua anche per eee ripetere per l’ennesima volta che sono innocente che mai avrei potuto fare del male né a Marina né a altre persone”.

Non è dispiaciuto per Marina ed i suoi cari ma per il fatto che ce l’abbiano con lui, neanche il proprietario di un gatto scomparso direbbe mai: “… non si sa che fine abbia fatto”, lasciando intendere che sia stata scritta la parola fine e che il gatto sia morto; l’uomo è freddo, dispatico, non si sforza neanche di mostrarsi addolorato. L’uomo si dice innocente ma non nega in modo credibile di aver ucciso Marina. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”.

Deception Indicated.