Morte di David Rossi: un suicidio

David Rossi

Perdersi nei frames del video in cui si vede un misterioso oggetto volante o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto, incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che rientrano tra i potenziali assassini cui attribuire inesistenti omicidi.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta per sempre immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi nel cestino del suo studio sono stati trovati tre messaggi d’addio scritti di suo pugno e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita; non solo, il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”, è la conferma che nelle settimane precedenti alla sua morte David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.

Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10.13 David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio, Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “HELP” a lettere maiuscole. La riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza di questi tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover far verificare l’autenticità degli stessi da due grafologi. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto ed è davvero difficile pensare che dei sicari possano essersi trattenuti oltre la commissione di un omicidio rischiando di incontrare i colleghi della vittima o i suoi parenti. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovavano ancora alcuni colleghi di David.

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. Una serie di coincidenze impossibili.

Oltre ad escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie, non è credibile neanche che gli stessi siano rimasti nello studio del Rossi dopo il fantomatico omicidio fino alle 20.16, momento in cui avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avesse gettato l’orologio nel vicolo, più di tre quarti d’ora, una circostanza che non sta né in cielo né in terra. Non è credibile neanche che i fantomatici assassini si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e che abbiano gettato l’orologio più di mezz’ora dopo (19.43.43- 20.16), tra l’altro le lesioni sul polso di David Rossi sono compatibili con un violento impatto dorsale e non certo con una colluttazione.

Non può essere una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto dorsale a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che l’orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e sia finito poco distante dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre precipitazione con un soggetto peraltro dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00 mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa, circostanza che lascia spazio ad elucubrazioni fantastiche, non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma le testimonianze di familiari e colleghi.

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi conseguente al ritardo di David di pochi minuti, la sera del 6 marzo 2013, un segnale della consapevolezza da parte della donna delle difficoltà psichiche del Rossi. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già alle 20.10, manifestò sia alla figlia Carolina al suo ritorno a casa che a Giancarlo Filippone al telefono, una prematura preoccupazione, inducendo entrambi a recarsi in banca. 

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, ha notato che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sulle circostanze in cui se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Sempre martedì 5 marzo 2013, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto come testimoniato da Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, ha dichiarato agli inquirenti: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse da casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a David con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che evidentemente aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico di David Rossi, non appena era uscito di casa, aveva chiamato al telefono il cognato, Ranieri RossiI, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, invitandolo pertanto a parlare con lui e proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si a fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David.

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano il fatto che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

Omicidio d’impeto

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega:

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega ancora presente in Banca avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

3) è difficile pensare che, in questo caso, la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio avrebbe riportato anch’egli i segni di quella colluttazione che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) lo studio di David Rossi avrebbe dovuto mostrare i segni di quella colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David si notano fogli ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone integro, mai calpestato da alcuno. 

La finestra dello studio di David Rossi

Omicidio premeditato

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi in banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripreso/i da una telecamera della banca o di essere visto/i dai colleghi di David, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata in banca non potevano che essere limitati;

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43);

4) anche in questo caso mancano gli inevitabili segni della colluttazione che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione su mobili e suppellettili presenti nello studio di David;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita depongono irrimediabilmente per un suicidio.

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Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled. 

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the facts.

The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject. 

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”. 

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Something that shouldn’t surprise Djursing, Madsen’s biographer, who revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.  

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma sono triste perché il Nautilus è affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall da lui commesso si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello di 70 kg e che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto “difensivo”, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla e da questa attività “superflua”, che possiamo considerare a tutti gli effetti una “personation”, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento, la sua “personation”, diverrà la sua “firma”.

Non è dato sapere se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli indumenti intimi della Wall siano stati ritrovati dagli investigatori all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino la prese all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando venne localizzato, il sottomarino stesse navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovassero a bordo; in pratica l’aver recuperato la biancheria della Wall all’interno del Nautilus è un ritrovamento che chiude il cerchio, non fu una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall, gli assassini come Peters Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima che assume il ruolo di “souvenir” e che gli permette di accedere alle proprie memorie in modo da rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall

La decapitazione

«La decapitazione umilia la vittima, ma nella camorra non è un gesto raro»

La criminologa Ursula Franco: da Aldo Semerari a Bambulella, la storia della criminalità organizzata campana conta diversi episodi di teste mozzate

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 4 ottobre 2017

Gli antichi greci e gli antichi romani ritenevano che la pena di morte attraverso la decapitazione fosse la forma di esecuzione più rapida e meno disonorevole. In Europa, inizialmente riservata a nobili e sovrani, fu praticata dai boia nelle pubbliche piazze fino agli ultimi decenni del 1900.

Un affresco raffigurante una decapitazione XIV secolo (Stylo24)

Da un punto di vista criminologico la decapitazione rientra tra gli smembramenti e come tale può essere un atto eseguito sul cadavere o può coincidere con la causa di morte. Da un punto di vista simbolico, decapitare significa non solo mutilare una parte del corpo ma anche annientare nel modo più definitivo possibile ciò che la testa contiene ovvero il cervello con i suoi pensieri, credenze ed emozioni e quattro degli organi di senso, vista, udito, olfatto e gusto, in pratica tutto ciò che rende un soggetto unico.

Il serial killer Edmund Kemper

Il serial killer Edmund Kemper, necrofilo e cannibale, tra il maggio del 1972 e l’aprile del 1973, ha ucciso 6 giovani donne, sua madre e la migliore amica di sua madre; dopo aver decapitato le sue vittime si è servito delle loro teste, compresa quella della madre, per mettere in pratica atti sessuali violenti (irrumatio). Una volta arrestato ha dichiarato: “La testa è la sede di tutto, cervello, occhi, bocca. Rappresenta la persona. Ricordo che da bambino mi dissero: Se tagli la testa il corpo muore. Il corpo è nulla dopo che è stata tagliata la testa… anzi, non è proprio vero, c’è ancora molto in un corpo di ragazza senza la testa”.

Nel caso di serial killers necrofili come Edmund Kemper, decapitare le proprie vittime costituisce una necessità psicologica, la messa in pratica (act out) di una fantasia patologica attraverso la quale l’omicida ottiene una gratificazione, altre volte, e mi riferisco ad organizzazioni criminali come la camorra, la decapitazione di una vittima rappresenta una forma di comunicazione, un avvertimento, come può esserlo una decapitazione eseguita in piazza, più un delitto di camorra è efferato, più se ne parla, più rende a chi lo ha commesso, in termini di strategia del terrore.

E’ di questi giorni la notizia che, nel gennaio 2005, con la testa mozzata di Giulio Ruggiero, un affiliato al clan Di Lauro, i suoi carnefici giocarono a palla in un ultimo atto di disprezzo. Il prendere a calci una testa mozzata non è un gesto infrequente, anzi è spesso messo in pratica dopo le decapitazioni dei rivali che avvengono nelle strutture carcerarie.

Il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo

Nell’estate del 1982, nel carcere di Poggioreale, Raffaele Catapano, un uomo della Nuova Camorra Organizzata, dopo aver simulato un disturbo fisico, si fece portare in infermeria, armato di pistola e coltello prese in ostaggio un medico, raggiunse la cella di Antonio Vangone, lo decapitò e gli estrasse il cuore.

Sempre nel 1982 al cutoliano Giacomo Frattini detto Bambulella, Paolo Di Lauro e Aniello La Monica, uomini della Fratellanza Napoletana, tagliarono la testa e le mani ed estrassero il cuore. Frattini aveva guidato, all’interno del carcere di Poggioreale, gli uomini della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo durante i regolamenti di conti con la Nuova Famiglia nei giorni a ridosso del terremoto del 23 novembre 1980, tre morti e diversi feriti.

Il boss della camorra Paolo Di Lauro al momento dell’arresto

Il primo aprile 1982, in una Fiat 128, di fronte all’abitazione di Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo, in viale Elena ad Ottaviano, venne ritrovato il corpo decapitato del criminologo Aldo Semeraro che era scomparso il 26 marzo dal Royal Hotel di Napoli, la testa sul sedile anteriore, il corpo nel bagagliaio. Il discusso criminologo fu ucciso da Umberto Ammaturo perché, dopo aver difeso gli affiliati della Nuova Famiglia cui Ammaturo apparteneva, aveva redatto una perizia psichiatrica per un uomo del clan di Raffaele Cutolo.

Il caso Sissy Trovato Mazza

SISSY TROVATO MAZZA: TENTATO OMICIDIO O TENTATO SUICIDIO?

Una mia intervista pubblicata su Le Cronache Lucane il 27 settembre 2016

Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza, una giovane agente di Polizia Penitenziaria di Taurianova in forza alla Polizia Penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia, martedì primo novembre 2016 si era recata nel padiglione Jona dell’ospedale Civile di Venezia per sorvegliare una detenuta che aveva appena partorito, alle 11.20 è stata ritrovata all’interno di uno degli ascensori dello stesso ospedale in stato di coma a causa di una ferita da colpo d’arma da fuoco alla testa. Sissy aveva due grandi passioni, Gianna Nannini ed il calcio a cinque che praticava ai massimi livelli con la squadra Rambla di Curtarolo nel ruolo di portiere.

Abbiamo posto alcune domande su questo caso alla criminologa Dott.ssa Ursula Franco.

Molte trasmissioni televisive hanno trattato questo caso mettendo in dubbio l’ipotesi del tentato suicidio sostenuta dagli inquirenti, dottoressa Franco, lei che cosa ne pensa?

Semplicemente non esiste un caso Trovato Mazza, la giovane agente ha tentato di togliersi la vita, ha fatto tutto da sola.
Il corpo di Sissy è stato trovato nell’ascensore dell’ospedale dove si era recata per servizio dopo che un proiettile partito dalla sua pistola di ordinanza l’aveva colpita alla testa, l’analisi dei fatti non lascia spazio al dubbio:

1) secondo le telecamere interne dell’ospedale alle 11.17 l’agente Trovato Mazza si è diretta verso l’ingresso dell’ascensore dove alle 11.20 è stata ritrovata ferita, le telecamere non hanno registrato la presenza di nessun altro in quell’area in quei minuti;

2) il colpo che ha attinto la Trovato Mazza alla testa è partito dalla sua pistola d’ordinanza ed è stato esploso da una distanza ravvicinata, dati che supportano l’ipotesi del tentato suicidio;

3) secondo indiscrezioni giornalistiche la sede del foro d’entrata del proiettile è la parte inferiore del volto a destra (gola), un’area compatibile con un tentativo di suicidio;

4) se un fantomatico aggressore avesse colpito Sissy con la sua arma d’ordinanza, il colpo sarebbe seguito ad una discussione e ad una colluttazione perché l’aggressore avrebbe dovuto impadronirsi dell’arma della Trovato Mazza per spararle; allo stesso modo una colluttazione avrebbe dovuto precedere il colpo d’arma da fuoco anche nel caso che qualcuno che conosceva Sissy fosse entrato in ospedale con l’intento di ucciderla;

5) difficilmente un aggressore occasionale o qualcuno che aveva premeditato l’omicidio avrebbe sparato alla Trovato Mazza in un ascensore per rimanerci poi chiuso.

Dottoressa, in alcune trasmissioni si è parlato di incongruenze nella descrizione della scena da parte dei soccorritori?

Piccole incongruenze di nessun valore montate ad arte da chi ama fare spettacolo delle tragedie.

Dottoressa Franco ci spiega perché generalmente parenti ed amici non riescono ad accettare che un proprio caro si sia suicidato?

Non è facile fare i conti con il senso di colpa che nasce dal non aver capito o dall’aver sottovalutato i segnali del disagio del proprio caro, è più semplice cercare un capro espiatorio cui attribuire la morte del proprio familiare e contro il quale riversare odio e rabbia per affrancarsi dal proprio senso di colpa.

Dottoressa Franco di cosa hanno bisogno i familiari di chi si suicida?

Hanno bisogno di un sostegno che li aiuti ad elaborare il lutto, purtroppo invece incappano spesso in uno dei nuovi “business” di stampa, tv e consulenti forensi: riscrivere i fatti di cronaca a scapito della verità.

Lo smembramento

Delitto di Aversa, la criminologa: cadavere smembrato per disprezzo

L’intervento della studiosa Ursula Franco: l’assassino di Vincenzo Ruggiero ha voluto lanciare un messaggio di odio post-mortem

Vincenzo Ruggiero

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta, diretto da Simone Di Meo, il 25 settembre 2017

“Le ragioni che conducono chi commette un omicidio a smembrare il cadavere della vittima sono variabili, più frequentemente lo smembramento di un cadavere è un atto di tipo ‘difensivo’, l’omicida fa a pezzi il corpo della sua vittima per tentare di renderne più difficile l’identificazione e per occultarlo più facilmente.

Vi è poi uno smembramento di tipo ‘aggressivo’, in questo caso l’aggressività che conduce un soggetto a commettere un omicidio non si esaurisce con il delitto stesso. A volte lo smembramento può coincidere con le torture cui viene sottoposta la vittima e con la causa di morte. Un caso di smembramento di tipo ‘aggressivo’ passato alla storia è quello cui venne sottoposto l’ex pugile Giancarlo Ricci da parte di Pietro Negri, il canaro della Magliana (Roma) nel febbraio del 1988.

La prima pagina del Messaggero con la notizia dell’omicidio di Pietro Negri

Altre volte lo smembramento è il vero obiettivo dell’assassino, in questi casi è un atto di tipo ’offensivo’ che generalmente mette in pratica un assassino seriale necro sadistico o chi agisce per lussuria. Gli assassini seriali per lussuria sono ben rappresentati dal Mostro di Firenze, questi soggetti spesso conservano parti anatomiche delle proprie vittime, i cosiddetti trofei che gli permettono di accedere alle loro memorie e di riviverle emozionalmente ogni qual volta lo desiderino. I serial killers infatti dopo il delitto attraversano una fase totemica caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo l’omicidio o tornando sulla scena del crimine o recandosi sulla tomba delle vittime o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse o parti del loro corpo come capelli, pube, mammella, testa, organi genitali o piedi.

In altri casi chi seziona un cadavere è affetto da un disturbo psicotico.

A volte la mutilazione e lo smembramento di una vittima sono una forma di comunicazione, rappresentano un modo di mandare messaggi intimidatori ai propri nemici da parte di organizzazioni criminali.

Per quanto riguarda il profilo di un omicida che smembra il cadavere della sua vittima, l’autore è nel 76% dei casi di sesso maschile ed è, in caso di omicidi non perpetrati da assassini seriali, un soggetto molto vicino alla vittima quale può esserlo un familiare o un amico.

Nel 69% dei casi lo smembramento è un atto di tipo ‘difensivo’ ma paradossalmente chi lo mette in pratica ottiene l’effetto contrario a quello sperato; lo smembramento di un cadavere infatti lascia molte tracce e conduce facilmente gli inquirenti ad indagare sui soggetti più vicini alla vittima. Nell’agosto 2017 il ritrovamento nei cassonetti del quartiere Flaminio dei resti smembrati del cadavere di Nicoletta Diotallevi, 59 anni, hanno condotto in poche ore gli inquirenti all’arresto del fratello Maurizio.

Secondo Holmes & Holmes (2002) lo smembramento è l’atto più disumanizzante nei confronti di una vittima e il più gratificante per l’autore di un omicidio, è la rappresentazione più estrema dell’avversione dell’assassino per la vittima, è un ultimo atto in cui un’omicida riafferma il proprio potere e valore riducendo ciò che lui disprezza in piccoli pezzi di nulla.

Nel caso dell’omicidio di Vincenzo Ruggiero, il giovane ucciso per gelosia, fatto a pezzi, cosparso di acido e parzialmente murato in un garage a Ponticelli, è alquanto probabile che Ciro Guarente, come la maggior parte degli autori di un omicidio abbia commesso molti errori a causa dello stato psicologico in cui si trovava e non si sia ben organizzato per occultare il cadavere di Vincenzo,nonostante si fosse già recato in quel garage nei giorni precedenti all’omicidio, e solo una volta trovatosi lì con il corpo si sia visto costretto a mutilarlo ma è anche possibile, considerato appunto il fatto che si è trattato di un omicidio premeditato, che lo smembramento ad opera del Guarente sia stato un ultimo atto di rabbia e disprezzo nei confronti di colui che riteneva un rivale in amore; lo stesso può dirsi dell’uso dell’acido muriatico che da un lato il Guarente potrebbe aver usato per ridurre l’odore della decomposizione del cadavere del Ruggiero e dall’altro per sfregiare per sempre il bel Vincenzo”.