Psicopatologia di Innocent Oseghale

Innocent Oseghale ha ucciso Pamela perché odia le donne

L’analisi della criminologa Ursula Franco sull’omicidio di Macerata: lo smembramento rappresenta una gratificazione sessuale

Stylo24, 8 febbraio 2018

E’ difficile credere che uno spacciatore di hashish decida di ridurre in 20 pezzi il corpo di una ragazza morta in casa sua in seguito ad una overdose di eroina, eroina che tra l’altro Oseghale afferma di non avergli venduto.

Innocent Oseghale non avrebbe avuto motivo di “frazionare” il corpo di Pamela Mastropietro in pezzi così piccoli né tantomeno avrebbe trasformato casa sua in un mattatoio se non avesse ucciso lui la giovane donna al solo scopo di smembrarla. Oseghale ha ottenuto una gratificazione sessuale da quel meticoloso smembramento ed è un soggetto socialmente pericoloso in quanto capace di reiterare.

Secondo Holmes & Holmes (2002) lo smembramento è l’atto più disumanizzante nei confronti di una vittima e il più gratificante per l’autore di un omicidio, è la rappresentazione più estrema dell’avversione dell’assassino per la vittima, è un ultimo atto in cui un’omicida riafferma il proprio potere e valore riducendo ciò che disprezza in piccoli pezzi di nulla.

L’omicidio di Pamela è una manifestazione della profonda avversione che Innocent Oseghale prova nei confronti del sesso femminile.

L’arresto di Innocent Oseghale

Oseghale, se Pamela si fosse sentita male dopo essersi “fatta” una dose fornitale da un terzo soggetto, avrebbe potuto chiamare il 118 o lasciare la ragazza morente o morta nei campi o in strada. Se lo avessero identificato, l’accusa nei suoi confronti sarebbe stata semplicemente quella di Omissione di soccorso. Quand’anche fosse stato Innocent Oseghale a fornirle l’eroina e Pamela fosse morta in casa sua dopo essersela iniettata, la cosa più logica che Innocent poteva fare, per provare ad evitare di essere accusato di omicidio colposo, sarebbe stata quella di lasciare il corpo della ragazza in strada.

Lo smembramento del cadavere della Mastropietro e il semi occultamento dei suoi resti sono incompatibili con una morte accidentale, lo smembramento ha fatto seguito ad un omicidio volontario. Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla. Ci aiuta a sbrogliare la matassa il fatto che, dopo lo smembramento, Innocent non abbia propriamente occultato i resti del cadavere di Pamela, pertanto possiamo escludere che lo smembramento sia stato un atto di tipo “difensivo”; se lo smembramento fosse stato finalizzato all’occultamento, Oseghale avrebbe occultato al meglio i resti della sua vittima.

Il racconto di Innocent Oseghale non è credibile e ricorda da vicino quello di Peter Madsen, autore di un cruento omicidio avvenuto all’interno del suo sottomarino l’estate scorsa. Anche Madsen ha negato di aver ucciso Kim Wall e di aver smembrato il suo cadavere. Il 12 agosto scorso, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e che lui, in preda al panico, l’aveva “sepolta in mare”.

Gli inquirenti di Copenaghen ritengono invece che Peter Madsen abbia ucciso Kim Wall, abbia fatto a pezzi il suo corpo, abbia gettato quei resti in mare all’interno di sacchetti appesantiti da oggetti metallici e che l’uomo possa essere un serial killer.

Nel caso di Kim Wall, sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo”, in queste 15 coltellate è riconoscibile un’attività sessuale sostitutiva detta piquerismo, tipica dei serial killer per lussuria come Massimo Giuseppe Bossetti e il cosiddetto “mostro di Firenze”.

Sia nel caso danese che in questo recente caso italiano, l’omicidio e lo smembramento delle vittime rappresentano un “act out” di fantasie perverse che sia Madsen che Oseghale coltivavano da tempo. Un lust murderer, per mesi o per lunghi anni, si nutre di fantasie e gode nel premeditare l’omicidio in modo meticoloso e nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto. Sia Madsen che Oseghale hanno ucciso e smembrato la vittima per ottenere una gratificazione sessuale. Entrambi sono soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono molti serial killer con il loro stesso quadro psicopatologico.

Vi ricordo infine che anche Freddy Sorgato, condannato per omicidio in concorso, ha raccontato di aver occultato il cadavere di Isabella Noventa dopo che la donna era morta in seguito ad un incidente (sesso estremo) e come lui milioni di assassini.

Ursula Franco

Annunci

Il movente dell’omicidio di Blaze Bernstein

Blaze Bernstein

Note criminali – Ha ucciso per nascondere la sua omosessualità

Il caso dell’omicidio di Blaze Bernstein analizzato dalla criminologa Ursula Franco: il killer è un amico con cui la vittima aveva avuto un approccio gay

Stylo24, 5 febbraio 2018

Lake Forest, Los Angeles, California. Intorno alle 23.00 del 2 gennaio scorso, Blaze Bernstein, 19 anni, uno studente dell’Università di Pennsylvania, è uscito dalla casa dei suoi genitori con un amico e non vi ha fatto più ritorno.

La scomparsa di Blaze ha tenuto l’America con il fiato sospeso per una settimana, finché, grazie alle piogge, gli addetti alle ricerche hanno trovato il suo cadavere martoriato da 20 coltellate e semi occultato in una fossa nel parco di Borrego, un parco non distante dalla casa della sua famiglia dove il ragazzo si trovava in vacanza.

Borrego Park, Lake Forest, California

Blaze, la sera della scomparsa si era incontrato con un amico delle scuole superiori, tale Samuel Lincoln Woodward, il quale, sentito nell’immediatezza come persona informata sui fatti, aveva raccontato agli inquirenti che Blaze, quella stessa sera, mentre erano in auto insieme, aveva provato a baciarlo sulle labbra e che lui l’aveva respinto.

Samuel Lincold Wooward

Woodward ha riferito agli investigatori di aver raggiunto poi il parco di Borrego insieme a Bernstein e che lo stesso si era allontanato senza fare più ritorno, di aver atteso invano almeno un’ora che Blaze tornasse all’auto e di essersi quindi diretto a casa della fidanzata della quale però non è mai stato in grado di fornire né il nome né l’indirizzo.

Durante l’interrogatorio Samuel era apparso nervoso e gli investigatori avevano notato che il ragazzo aveva le mani graffiate e sporche di terra e che aveva accuratamente evitato di toccare mobili o maniglie coprendosi le stesse con i polsini della maglia che indossava.

Pochi giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Blaze, Woodward è stato arrestato. Gli inquirenti hanno rivelato che Woodward, dopo la scomparsa di Bernstein, era ritornato sulla scena del crimine, aveva lavato l’auto e aveva tentato di cambiare il proprio aspetto tingendosi i capelli.

Woodward è un fervente cattolico ed è politicamente vicino ai conservatori, alcuni lo descrivono come un neonazista, in ogni caso, quali che siano le sue idee politiche, Samuel Lincoln Woodward non ha ucciso Blaze Bernstein perché il povero Blaze era ebreo e omosessuale, in questo caso, politica e religione non c’entrano nulla, almeno non direttamente. Ogni speculazione in questo senso non è che una strumentalizzazione.

Samuel Lincoln Woodward ha ucciso Blaze Bernstein semplicemente perché Blaze lo aveva messo di fronte alla propria omosessualità e, nel giugno 2017, aveva riferito ad alcune amiche di aver avuto un contatto sessuale con Woodward nonostante lui gli avesse fatto promettere di non rivelarlo.

Woodward è un ragazzo omosessuale con un disturbo antisociale di personalità e soffre di “internalized homophobia” (omofobia interiorizzata), un problema che affligge la maggior parte degli individui appartenenti al LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer).

L’omofobia interiorizzata è una forma di odio di sé ed è la conseguenza dello stigma sociale che circonda la comunità dei LGBTQ.

Molti dei soggetti appartenenti alla comunità LGBTQ sono cresciuti in ambienti religiosi e conservatori, proprio come Woodward, e non solo hanno difficoltà a fare “outing” ma spesso non accettano di provare attrazione nei confronti di individui del proprio sesso e si vergognano delle proprie esperienze omosessuali tanto da imporre il silenzio ai propri partners e sottoporli ad abusi verbali e fisici, fino all’omicidio.

Omar Mateen

La stessa omofobia interiorizzata che ha spinto Woodward ad uccidere Bernstein ha portato il fondamentalista islamico Omar Mateen, nel giugno 2016, a trasformarsi in un Mass Murderer e a uccidere 49 persone in un night club di Orlando, in Florida. Mateen non ha ucciso in quanto fondamentalista, ma nel suo percorso verso il fondamentalismo il suo odio di sé si è esacerbato fino ad eruttare all’esterno i suoi conflitti interiori. Omar Mateen, uccidendo altri omosessuali, ha inteso distruggere quella parte di sé che non accettava.

Ursula Franco

L’incompetenza del PM e l’eterogenesi dei fini (giudiziari)

aula-tribunale-napoli

Consulenti disonesti e giudici pigri concorrono nella formazione dell’errore giudiziario che è trasversale e può colpire chiunque

Stylo24, 29 gennaio 2018

di Ursula Franco

Il problema degli errori giudiziari è trasversale, non dipende dal sistema giuridico del paese in cui vengono commessi ma da un insieme di mancanze che affliggono il magistrato inquirente e che sono la sua incapacità di processare le risultanze delle indagini secondo la logica, il fatto che disconosca la casistica, la superficialità e i suoi pregiudizi nei confronti di alcune categorie di persone come possono esserlo i meridionali o i romeni. In una parola sola, ciò che conduce all’errore giudiziario è l’incompetenza del PM che però deve essere necessariamente associata alla mancanza di cultura della verità di tutti gli altri attori del sistema giustizia, Giudici e consulenti forensi. In pratica, un PM incompetente da solo va poco lontano, ha bisogno di consulenti forensi disonesti che lo supportino e di Giudici “pigri”.

Gli Innocence Deniers

Non solo i PM ed i Giudici commettono grossolani errori giudiziari ma quando se ne accorgono sono incapaci di riconoscere di essersi sbagliati e lasciano che un innocente e la sua famiglia continuino a soffrire per causa loro. Gli americani chiamano questi magistrati che ostacolano la giustizia “Innocence Deniers” ovvero “coloro che negano l’innocenza”.

Il fine ultimo del lavoro del PM non è far condannare qualcuno ma cercare la verità e ottenere giustizia. I magistrati sono al servizio dei cittadini e hanno il dovere di perseguire un colpevole ma anche quello di impedire che un innocente abbia la vita distrutta a causa di una interminabile indagine o per una condanna sbagliata.

Alcuni PM sono così “affezionati” al proprio errato convincimento che anche quando le indagini dimostrano che la cosiddetta vittima in realtà non è stata vittima di un omicidio ma è morta in seguito ad un incidente o ad un suicidio, continuano a negare l’evidenza e si rifiutano di dismettere il caso, o, quando vengono raccolte prove a carico di un soggetto diverso da quello preso di mira, si rifiutano di perseguire il vero colpevole del reato.

Il costo degli errori giudiziari per lo Stato italiano

Gli errori dei magistrati non solo pesano sulle vite di soggetti innocenti e sulle loro famiglie ma hanno un costo economico per i contribuenti non indifferente. Dal 1991 al 2012 lo Stato italiano ha sborsato circa 576 milioni di euro di risarcimenti alle vittime della malagiustizia, a questi milioni vanno aggiunte le centinaia di migliaia di euro di stipendi versati ai magistrati incompetenti e i milioni di euro dispersi in indagini inutili al solo scopo di foraggiare il carrozzone che circonda le procure, consulenti e strutture addette alle analisi forensi.

The murder of Blaze Bernstein: motive

Blaze Bernstein

Blaze Bernstein, 19, was a pre-med student at the University of Pennsylvania, on January 2, 2018 he disappeared in Orange County, California where he was visiting his parents during a holiday break. A week later, Bernstein’s body was found in a shallow grave in Borrego Park, in Lake Forest, Los Angeles, not far from his parents’ home. Bernstein had been stabbed more than 20 times.

Borrego Park, Lake Forest, Los Angeles, California

Samuel Lincoln Woodward, 20, a friend from high school had picked up Blaze Bernstein from his parents’ house in Lake Forest on January 2, 2018, around 11.00 p.m.

Samuel Lincoln  Woodward

During an interview with the police, Woodward appeared nervous (breathing heavy, talking fast and visibly shaking) had scratched hands and dirt under the fingernails on both hands, avoided touching doors with his hands and told investigators that Bernstein tried to kiss him on the lips on the night he went missing and that he shoved him away, dropped him off his car in Borrego Park and went to meet his girlfriend but he could remember neither the name nor address of the girl.

DTYyvhrUMAAgdYJ.jpg-large

Samuel Lincoln Woodward, was arrested few days after Bernstein’s body was found and charged with one felony count of murder with a sentence enhancement for using a knife. Prosecutors revealed that Woodward changed his appearance dyeing his hair from blond to black after Bernstein disappeared, returned to the scene of the crime while under police surveillance and washed his car.

Samuel Lincoln Woodward and Blaze Bernstein had a previous sexual contact. In June 2017, Blaze wrote to two of his female friends that Samuel made him promise to keep it a secret: ”he made me promise not to tell anyone… but I have texted every one, uh oh.”

This is an indication that Woodward too is attracted by male but he struggles to accept his own impulses and desires.

This is a case of “internalized homophobia” in a sociopath.

“Internalized homophobia” is an issue that affects most of the LGBTQ individuals as a result of the social stigma that surrounds them.

“Self-hatred” leads to verbal or physical abuse within friendships and romantic relationships and is also a powerful motive in homicide between homosexuals due to a desire of secrecy, internal struggle of self denial and shame about homosexual experiences.

Samuel Lincoln Woodward stabbed to death Blaze Bernstein because Blaze uncovered their intercourse and put him in front of his homosexuality.

This not a “hate crime” but a case of “self hate crime”.

During the interview with the detectives, Woodward had the need to persuade them that he is heterosexual, he told the investigators that he refused Blaze’s advances and that he has a girlfriend but he was unable to provide her name and her address.

Omar Mateen, a 29-year-old security guard, on June 11, 2016, killed 49 people at the gay nightclub Pulse in Orlando, Florida for the same motive: he hated himself for being homosexual and turned his internal conflicts outward.

Both Woodward and Mateen turned their “internalized homophobia” or “self hate” outward towards others.

Gay serial killers often murder other homosexuals to try to overcome their own sexual desires.

Ursula Franco, MD and criminologist

Psicopatologia di Luca Materazzo

Luca Materazzo

«Luca affetto da un Disturbo Antisociale di personalità»

La criminologa Ursula Franco analizza per «Stylo24» il profilo psicopatologico di Materazzo jr, accusato di aver assassinato il fratello, dalle parole di chi l’ha conosciuto e frequentato in Spagna

su Stylo24, 9 gennaio 2018

Lo scorso 3 gennaio, la polizia spagnola ha arrestato Luca Materazzo in un bar di Siviglia dove lavorava come cameriere, al momento l’uomo, accusato dalla Procura di Napoli di aver ucciso suo fratello Vittorio, si trova nella prigione madrileña di Soto del Real.

Materazzo era ricercato da più di un anno in quanto su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale per omicidio premeditato. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere del Tribunale di Napoli, che lo ha attinto, risale al dicembre 2016.

Luca Materazzo, 36 anni, appartiene ad una nota famiglia partenopea ed è accusato di aver ucciso suo fratello Vittorio, 51 anni. Materazzo, secondo le risultanze delle indagini coordinate dalla Procura di Napoli, il 28 novembre del 2016, avrebbe atteso il fratello nell’androne del palazzo di famiglia dove entrambi vivevano, in via Maria Cristina di Savoia, nel centro di Napoli, e, intorno alle 19.30, lo avrebbe ucciso con 40 coltellate.

Al momento dell’assalto mortale, Luca Materazzo, non solo indossava un casco integrale ma poco dopo l’omicidio si sarebbe diretto in un vicolo non distante dal luogo dell’agguato per cambiarsi gli abiti insanguinati.

In vico Santa Maria della Neve, in una discarica a cielo aperto, sono stati ritrovati infatti due sacchetti contenenti l’arma del delitto, il casco integrale e gli abiti indossati dall’assalitore durante l’omicidio. Su questi indumenti sono stati isolati due diversi DNA, quello di Vittorio e quello di Luca Materazzo. Sempre secondo gli inquirenti, dopo essersi cambiato, Luca si sarebbe recato nel bagno di un bar poco distante dalla scena del crimine per lavarsi, poi, in una pizzeria per crearsi un alibi. Intorno alle 20.45, una volta avvertito che suo fratello era stato ucciso, avrebbe raggiunto a casa le sorelle. Chi è accorso sul luogo dell’omicidio ha ritenuto anomalo che, a fine novembre, Luca non indossasse i calzini e che, nonostante la devastante notizia della morte del fratello egli avesse fame tanto da mangiare un panino.

Non era un segreto che, dopo la morte del padre Lucio, i rapporti tra Vittorio e Luca Materazzo fossero tesi. Vittorio non accettava il fatto che Luca non lavorasse e sospettava, tra l’altro, che ad uccidere il loro padre, morto nel luglio 2013, fosse stato proprio Luca, questo perché un medico aveva riferito a Vittorio di ritenere anomale le ecchimosi presenti sul volto del cadavere di Lucio Materazzo.

In seguito all’omicidio di Vittorio, la Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sulla morte di Lucio Materazzo e, dopo la riesumazione del corpo, ne ha archiviata la posizione, il medico legale che ha eseguito l’autopsia ha infatti confermato che il decesso del capofamiglia era avvenuto per cause naturali.

Dopo l’arresto, Luca Materazzo ha riferito alla polizia iberica che non sapeva di essere ricercato e che si trovava in Spagna per sfuggire ad un complotto familiare che lo vuole responsabile sia della morte del padre che di quella del fratello maggiore.

Difficilmente Materazzo verrà creduto visti gli importanti elementi di prova raccolti dal PM durante le indagini. L’udienza preliminare che lo riguarda verrà celebrata il 7 febbraio 2017, un’udienza che, senza ombra di dubbio, si concluderà con l’emanazione da parte del GUP di un decreto di rinvio a giudizio.

Luca è semplicemente un ragazzo viziato che ha maturato nei confronti del fratello una rabbia assassina o è affetto da un disturbo di personalità? Le dichiarazioni di chi condivideva con lui le giornate durante la latitanza aiutano ad inquadrare il personaggio da un punto di vista psicopatologico.

Manuel Daza, il proprietario del bar di Siviglia dove Luca lavorava lo descrive come “un tipo strano, meticoloso e taciturno, sempre per conto suo… molto educato, servizievole e gentile con la clientela”. Una ragazza spagnola, Andrea Varela Marquez, 20 anni che per tre mesi ha condiviso un appartamento in Calle Tetuan con lui, ha riferito ai giornalisti: “non mi sono mai fidata di lui, è un tipo strano… non amava parlare di sé. A me aveva detto di essere originario di Napoli, orfano, di avere una sorella con cui non parlava più e mi ha mostrato il suo biglietto da visita di avvocato… lui cercava sempre di fare di tutto per riuscire simpatico… era un continuo cercare una scusa per abbracciarti, elargire strette di mano a destra e a sinistra… aveva un che di artificiale con quel suo sguardo che a volte ti fissava gelido… un pignolo, un tipo ossessionato dall’idea di avere tutto sotto controllo… era gentile fino ad essere servile e poi aveva una bella faccia tosta”.

Sia Manuel Daza che la Marquez attribuiscono a Materazzo alcune caratteristiche dei maniaci del controllo: “un tipo meticoloso”, “un pignolo… un tipo ossessionato dall’idea di avere tutto sotto controllo”. I maniaci del controllo o control freak sono individui ossessionati da un bisogno patologico di dominio e controllo sui loro simili.
La ricerca del controllo sembra però essere soltanto uno dei sintomi di un serio disturbo di personalità che affligge il Materazzo. Definizioni quali: “un tipo strano… taciturno, sempre per conto suo” e “non mi sono mai fidata di lui, è un tipo strano… lui cercava sempre di fare di tutto per riuscire simpatico… era un continuo cercare una scusa per abbracciarti, elargire strette di mano a destra e a sinistra…aveva un che di artificiale con quel suo sguardo che a volte ti fissava gelido” lasciano intendere che Luca Materazzo manchi di empatia e che abbia sia una tendenza all’isolamento che alla manipolazione dei propri simili. I soggetti dispatici, non essendo in grado di provare empatia, scimmiottano le emozioni che vedono rappresentate dagli altri esseri umani, le recitano, per questo motivo possono apparire artificiosi, insinceri, innaturali.

Dispatia, evitamento dell’intimità e manipolazione dei propri simili sono caratteristiche di coloro che sono affetti da un Disturbo Antisociale di personalità.

Luca Materazzo ha in comune con gli antisociali anche un basso livello di performance scolastica e lavorativa, un atteggiamento negativo nei confronti del lavoro, l’assenza di senso di colpa e di rimorso, di cui ha dato prova subito dopo l’omicidio del fratello, e, a causa di un patologico senso grandioso di autostima, la caratteristica sottovalutazione di eventuali personali ripercussioni negative conseguenti al proprio gesto.

Con la morte del padre Lucio, nel 2013, si è ha rotto un equilibrio familiare probabilmente già precario, Luca ha perso chi lo foraggiava e ha vissuto come un’ingiustizia il fatto che il fratello Vittorio gestisse il patrimonio dei Materazzo e che lo esortasse a rendersi economicamente indipendente. Questa presunta ingiustizia ha fatto sì che maturasse in lui, per più di due anni, una rabbia tale da condurlo a premeditare l’omicidio di colui che, a suo avviso, ostacolava i suoi programmi e progetti.

I maniaci del controllo (control freak) da un punto di vista psicopatologico

Maniaci del controllo, quando un gesto d’affetto nasconde l’inferno

Ecco chi sono i “control freak”, uomini (e donne) che dietro le attenzioni verso il partner o i colleghi celano un intento distruttivo. I casi più eclatanti all’estero e in Italia

pubblicato su Stylo24 il 31 dicembre 2017

di Ursula Franco

Gli individui ossessionati da un bisogno patologico di dominio e controllo sui loro simili sono definiti volgarmente “maniaci del controllo” o “control freak”. Generalmente la loro vitale necessità di controllo sugli altri è solo uno dei sintomi di un disturbo di personalità quale l’ossessivo compulsivo, l’antisociale, l’istrionico, il narcisistico o il passivo aggressivo.

I maniaci del controllo si esprimono più facilmente e “al meglio” nei rapporti di coppia ma piagano irrimediabilmente anche i contesti lavorativi in cui si trovano ad operare. Molti control freak vivono il loro bisogno di controllo in modo egosintonico perché sono erroneamente convinti che il proprio costante intervento sia di beneficio o finanche necessario.

I maniaci del controllo hanno in comune un bisogno di dominio sugli altri e grandi capacità manipolatorie che hanno sviluppato con gli anni allo scopo di raggiungere i propri obiettivi. Fattori genetici ed ambientali sono alla base del loro comportamento. La maggior parte dei control freak hanno subito traumi significativi durante l’infanzia, come la perdita di uno o entrambi i genitori, o sono stati vittime a loro volta di abusi psichici e sessuali. Il fatto che non siano stati capaci di gestire ciò che gli stava capitando in giovane età li spinge a desiderare il dominio sugli altri perché la sensazione di avere il totale controllo su tutto ciò che li circonda allontana da loro il terrore di un’imminente catastrofe o l’incubo di essere nuovamente vittimizzati, facendoli sentire al sicuro.

A volte un maniaco del controllo, se sociopatico, rapisce e riduce in schiavitù una o più vittime, altre volte il processo che conduce al dominio sui suoi simili avviene più gradualmente e può essere meno invasivo ma comunque deleterio per la vita altrui. Spesso è semplicemente attraverso una manipolazione costante che il control freak arriva a gestire completamente la vita del proprio partner, questi soggetti si mostrano inizialmente molto affettuosi ed attenti alle esigenze dell’altro ma poi lo annientano, facendo di tutto perché somigli all’idea che hanno di un partner ideale; criticandolo di continuo per ridurne l’autostima; scegliendo chi debba frequentare; a volte, per paura del tradimento, isolandolo completamente fino a privarlo della propria indipendenza. Le vittime dei maniaci del controllo sono generalmente persone vulnerabili per la minore età o per caratteristiche personologiche o perché attraversano un periodo particolare della propria esistenza e con il tempo si trovano intrappolati in una gabbia senza possibilità di fuga.

Il bisogno di dominio dei control freak sugli altri esseri umani può raggiungere forme estreme di violenza come la riduzione in schiavitù e l’omicidio; molti serial killer possono essere annoverati tra le file dei control freak in quanto sono mossi semplicemente dal desiderio di esercitare un controllo assoluto sulle loro vittime.

– Ariel Castro, un autista di autobus di Cleveland, tra il 2002 e il 2003, ha rapito tre ragazze, Michelle Knight di 21 anni, Amanda Berry di 17 anni e Gina DeJesus di 14 anni e le ha usate come schiave sessuali fino al 2013. La Knight, durante la prigionia, ha partorito una bambina, è poi rimasta incinta almeno altre cinque volte ed è stata percossa affinché abortisse.

– In California, nel 1991, Phillip Garrido e sua moglie Nancy hanno rapito l’allora undicenne Jaycee Dugard e l’hanno tenuta prigioniera per 18 anni nel cortile della loro casa; Jacyce, in seguito alle violenze sessuali subite da Phillip durante la prigionia, ha dato alla luce due bambine, la prima volta a 14 anni, la seconda a 18.

– In Missouri, nel 2002, Michael Devlin ha segregato l’allora quindicenne Shawn Hornbeck per cinque anni.

– L’austriaco Wolfgang Priklopil ha rapito Natascha Kampusch quando la bambina aveva 10 anni e, per otto anni, dal 1998 al 2006, l’ha tenuta prigioniera in una stanza sotterranea al di sotto del garage della sua abitazione.

– L’ingegnere Josef Fritzl, sempre in Austria, ha sequestrato, nel seminterrato della sua casa, la figlia Elisabeth dall’età di 18 anni ai 42; nel marzo 2009 è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di uno dei 7 figli nati dalle violenze sessuali cui la sottoponeva, per riduzione in schiavitù, sequestro di persona, stupro, coercizione e incesto.

– Risale al mese di novembre 2017 l’arresto a Gizzeria Lido (Catanzaro) di Francesco Giordano Aloisio per maltrattamenti in famiglia, riduzione in schiavitù e violenza sessuale pluriaggravata, la vittima è una ragazza romena oggi ventinovenne, ex badante della moglie dell’uomo. Aloisio, 52 anni, ha segregato la donna per 10 anni, negli ultimi tempi in una baracca fatiscente senza luce né servizi igienici e l’ha sottoposta ad ogni tipo di violenza rendendola madre di due bambini. L’uomo, già nel 1995, per cinque mesi, aveva sequestrato, violentato e percosso fino a farla abortire per due volte una donna di 23 anni.

– Nel gennaio 2018, a Perris, California, David Allen Turpin, 57 anni, e sua moglie Louise Anna Turpin, 49, sono stati arrestati e verranno processati per aver sottoposto a torture i loro 13 figli, di età compresa tra i 2 anni e i 29. Secondo i medici che hanno in cura i ragazzi, lo stato di malnutrizione in cui versano poteva avere conseguenze letali.

I millantatori: chi sono e perché lo fanno

“Il millantatore è colui il quale fa mostra di titoli di merito che non possiede, esagerando il suo controllo del mondo di cui in realtà è privo”. Aristotele

Attraverso le menzogne, i millantatori costruiscono dei personaggi, alcuni “quasi innocui”, altri pericolosi per la società. In ogni caso il ricorso frequente alla menzogna è sempre un segnale di discontrollo che va affrontato con una terapia adeguata.

I millantatori “quasi innocui” si limitano a raccontare bugie nell’ambito familiare, ad amici e conoscenti; a volte millantano titoli accademici e ottengono impieghi di poco conto, chi li circonda sa perfettamente dove finisce la realtà e dove iniziano le loro fantasie e, spesso, pur di non contraddirli, li supportano nelle loro menzogne. Questo tipo di millantatori hanno, generalmente, tratti istrionici di personalità: sono autocentrati, seduttivi e manipolativi e reagiscono alle frustrazioni con manifestazioni intense e teatrali rivelatrici di un’emotività superficiale. Purtroppo sono soggetti egosintonici e per questo motivo raramente si recano da uno psicologo, quantomeno non per il problema principale che affligge la loro vita, con il terapeuta si pongono in modalità “sfidante”, vanificando la terapia.

I millantatori più pericolosi sono quelli che si insinuano nelle maglie della società civile fino a raggiungere posizioni di potere, i danni che possono fare sono incalcolabili. Questi impostori, nonostante non abbiano i titoli per rivestire certi incarichi, sono convinti di avere le competenze per meritarseli in quanto sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma soprattutto, non avendo studiato, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

Gli impostori, più frequentemente, si spacciano per medici, avvocati ed ingegneri. I reati in cui incorrono sono la truffa aggravata, l’usurpazione di titolo e l’esercizio abusivo della professione.

– Nell’ 87, in provincia di Asti, è stato smascherato un falso neurochirurgo, un certo Luigino Negro, il quale, nonostante fosse privo della laurea in medicina e chirurgia, nei circa 10 anni di “professione” aveva compiuto centinaia di interventi chirurgici e ricoperto, perfino, l’incarico di vice primario dell’Ospedale Santi Antonio e Biagio di Alessandria.

Alessandro Maria Marchesini

– Nel 2012, Alessandro Maria Marchesini, che per 23 anni, era stato direttore del laboratorio di analisi dell’Ospedale di Valdagno è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione medica in quanto privo dei titoli per ricoprire quell’incarico. Le indagini hanno appurato che Marchesini aveva manipolato un certificato di laurea in medicina e chirurgia di una sua conoscente sostituendone il nome.

– Dal 2011 al 2015, Giuseppe Piacentini, classe 1956, ha ricoperto l’incarico di dirigente ingegnere della Asl Roma E senza possedere alcun titolo accademico. Per ottenere l’incarico alla ASL, Piacentini aveva “autocertificato” di aver conseguito la laurea in ingegneria civile all’Università la Sapienza di Roma nel 1985, mentre un’indagine sui suoi titoli di studio ha accertato che era stato iscritto all’università dal 1975 al 1990 senza aver mai conseguito la laurea. La Corte dei conti del Lazio ha calcolato che Piacentini, rendendo false dichiarazioni in merito ai propri requisiti professionali e culturali, si è arricchito dolosamente causando un danno erariale di circa 448.305 euro, l’equivalente della retribuzione percepita dal falso ingegnere dal 28 gennaio 2011 al 30 giugno 2015.

Andrea Stampini

– Nel 2015, il geometra Andrea Stampini, 65 anni, non solo è stato accusato di esercizio abusivo della professione ma è stato condannato dalla Corte dei Conti a restituire circa mezzo milione di euro che aveva ricevuto in modo indebito dall’azienda sanitaria trentina per la quale, per 36 anni, senza aver mai conseguito la laurea in medicina e chirurgia, aveva svolto la professione di ginecologo, ricoprendo perfino l’incarico di primario di Ostetricia e ginecologia all’Ospedale di Riva del Garda dal 1985 al 1998. Stampini si era iscritto nell’Albo dei medici di Ferrara, il 19 ottobre 1978, dopo aver presentato un falso certificato di laurea e di abilitazione dell’Università degli Studi di Bologna. Dagli atti risulta che Stampini si era immatricolato alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Ferrara nell’anno accademico 1969/1970 per trasferirsi nell’1974/1975 a Bologna senza mai sostenere esami. Già nel 2005 Stampini aveva dovuto risarcire la ASL di Trento con 170mila euro per un errore professionale, ma nessuno all’epoca aveva indagato sui suoi titoli di studio.

Un tipo particolare di millantatore è quello che, dichiarando il falso sui propri titoli accademici, riesce a ricoprire l’incarico di consulente forense per le procure. Chi mente sui propri titoli di studio, evidentemente, non ha competenze per ricoprire un certo incarico e, proprio per questo motivo, rappresenta una sicurezza per l’accusa in quanto è sempre pronto a falsificare pur di ricevere nuovi incarichi. Generalmente un consulente forense millantatore viene smascherato quando, dopo aver dichiarato il falso per favorire la condanna di un innocente, la difesa chiede controlli incrociati sulle conclusioni errate della sua consulenza e sui suoi titoli accademici.
Spesso dalle indagini emerge che il millantatore in questione si è occupato di un numero infinito di casi in pochi anni, un dato che prova l’inaccuratezza delle sue analisi.

Annie Dookhan

Nel 2012, in USA, Annie Dookhan, un’impostora che era riuscita a farsi assumere come tecnico di laboratorio dall’HSLI di Boston millantando una laurea magistrale in chimica e che era soprannominata “superwoman” per i tanti casi dei quali riusciva ad occuparsi in tempi brevi e sempre ottenendo prove contro gli indagati, in seguito ad un controllo incrociato sui risultati di esami da lei eseguiti in un caso di errore giudiziario, è stata incriminata e condannata a tre anni di carcere per intralcio alla giustizia e per aver millantato un titolo accademico e a risarcire una delle sue “vittime” con due milioni di dollari. La donna, nei 18 anni in cui ha lavorato come tecnico di laboratorio, ha falsificato un numero esorbitante di test in modo da incastrare più di 20.000 persone. Il 95% dei soggetti condannati grazie alle sue consulenze sono stati liberati.

L’arresto della Dookhan

Gli impostori come Annie Dookhan, millantano un titolo e appoggiano le procure, non solo per ottenere vantaggi materiali o perché desiderino approvazione e prestigio, lo fanno soprattutto perché bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali. Alcuni di loro arrivano a vantarsi con i giudici delle condanne inflitte per proprio merito, sono dei perversi che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani da soggetti negligenti se non conniventi.

ludwig

Ludwig: Wolfgang Abel e Marco Furlan

Questo tipo di millantatori non solo dissimili da un punto di vista psicopatologico da “serial killer missionari” come Wolfgang Abel e Marco Furlan e come loro sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno coraggiosi perché appoggiano l’accusa senza remore ma delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

Gli impostori, dietro la corazza di menzogne che si sono costruiti, celano una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati.

Ciò che li frega, ad un certo punto della loro “carriera”, è un’illusione di impunità che maturano dopo che per anni sono riusciti a farla franca e che li porta ad esporsi senza farsi più scrupoli.

Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”. Carlo Goldoni