I millantatori: chi sono e perché lo fanno

“Il millantatore è colui il quale fa mostra di titoli di merito che non possiede, esagerando il suo controllo del mondo di cui in realtà è privo”. Aristotele

Attraverso le menzogne, i millantatori costruiscono dei personaggi, alcuni “quasi innocui”, altri pericolosi per la società. In ogni caso il ricorso frequente alla menzogna è sempre un segnale di discontrollo che va affrontato con una terapia adeguata.

I millantatori “quasi innocui” si limitano a raccontare bugie nell’ambito familiare, ad amici e conoscenti; a volte millantano titoli accademici e ottengono impieghi di poco conto, chi li circonda sa perfettamente dove finisce la realtà e dove iniziano le loro fantasie e, spesso, pur di non contraddirli, li supportano nelle loro menzogne. Questo tipo di millantatori hanno, generalmente, tratti istrionici di personalità: sono autocentrati, seduttivi e manipolativi e reagiscono alle frustrazioni con manifestazioni intense e teatrali rivelatrici di un’emotività superficiale. Purtroppo sono soggetti egosintonici e per questo motivo raramente si recano da uno psicologo, quantomeno non per il problema principale che affligge la loro vita, con il terapeuta si pongono in modalità “sfidante”, vanificando la terapia.

I millantatori più pericolosi sono quelli che si insinuano nelle maglie della società civile fino a raggiungere posizioni di potere, i danni che possono fare sono incalcolabili. Questi impostori, nonostante non abbiano i titoli per rivestire certi incarichi sono convinti di avere le competenze per meritarseli in quanto sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma soprattutto, non avendo studiato a fondo, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

Gli impostori, più frequentemente, si spacciano per medici, avvocati ed ingegneri. I reati in cui incorrono sono la truffa aggravata, l’usurpazione di titolo e l’esercizio abusivo della professione.

– Nell’ 87, in provincia di Asti, è stato smascherato un falso neurochirurgo, un certo Luigino Negro, il quale, nonostante fosse privo della laurea in medicina e chirurgia, nei circa 10 anni di “professione” aveva compiuto centinaia di interventi chirurgici e ricoperto, perfino, l’incarico di vice primario dell’Ospedale Santi Antonio e Biagio di Alessandria.

Alessandro Maria Marchesini

– Nel 2012, Alessandro Maria Marchesini, che per 23 anni, era stato direttore del laboratorio di analisi dell’Ospedale di Valdagno è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione medica in quanto privo dei titoli per ricoprire quell’incarico. Le indagini hanno appurato che Marchesini aveva manipolato un certificato di laurea in medicina e chirurgia di una sua conoscente sostituendone il nome.

– Dal 2011 al 2015, Giuseppe Piacentini, classe 1956, ha ricoperto l’incarico di dirigente ingegnere della Asl Roma E senza possedere alcun titolo accademico. Per ottenere l’incarico alla ASL, Piacentini aveva “autocertificato” di aver conseguito la laurea in ingegneria civile all’Università la Sapienza di Roma nel 1985, mentre un’indagine sui suoi titoli di studio ha accertato che era stato iscritto all’università dal 1975 al 1990 senza aver mai conseguito la laurea. La Corte dei conti del Lazio ha calcolato che Piacentini, rendendo false dichiarazioni in merito ai propri requisiti professionali e culturali, si è arricchito dolosamente causando un danno erariale di circa 448.305 euro, l’equivalente della retribuzione percepita dal falso ingegnere dal 28 gennaio 2011 al 30 giugno 2015.

Andrea Stampini

– Nel 2015, il geometra Andrea Stampini, 65 anni, non solo è stato accusato di esercizio abusivo della professione ma è stato condannato dalla Corte dei Conti a restituire circa mezzo milione di euro che aveva ricevuto in modo indebito dall’azienda sanitaria trentina per la quale, per 36 anni, senza aver mai conseguito la laurea in medicina e chirurgia, aveva svolto la professione di ginecologo, ricoprendo perfino l’incarico di primario di Ostetricia e ginecologia all’Ospedale di Riva del Garda dal 1985 al 1998. Stampini si era iscritto nell’Albo dei medici di Ferrara, il 19 ottobre 1978, dopo aver presentato un falso certificato di laurea e di abilitazione dell’Università degli Studi di Bologna. Dagli atti risulta che Stampini si era immatricolato alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Ferrara nell’anno accademico 1969/1970 per trasferirsi nell’1974/1975 a Bologna senza mai sostenere esami. Già nel 2005 Stampini aveva dovuto risarcire la ASL di Trento con 170mila euro per un errore professionale, ma nessuno all’epoca aveva indagato sui suoi titoli di studio.

Un tipo particolare di millantatore è quello che, dichiarando il falso sui propri titoli accademici, riesce a ricoprire l’incarico di consulente forense per le procure. Chi mente sui propri titoli di studio, evidentemente, non ha competenze per ricoprire un certo incarico e, proprio per questo motivo, rappresenta una sicurezza per l’accusa in quanto è sempre pronto a falsificare pur di ricevere nuovi incarichi. Generalmente un consulente forense millantatore viene smascherato quando, dopo aver dichiarato il falso per favorire la condanna di un innocente, la difesa chiede controlli incrociati sulle conclusioni errate della sua consulenza e sui suoi titoli accademici.
Spesso dalle indagini emerge che il millantatore in questione si è occupato di un numero infinito di casi in pochi anni, un dato a riprova dell’inaccuratezza delle sue analisi.

Annie Dookhan

Nel 2012, in USA, Annie Dookhan, un’impostora che era riuscita a farsi assumere come tecnico di laboratorio dall’HSLI di Boston millantando una laurea magistrale in chimica e che era soprannominata “superwoman” per i tanti casi dei quali riusciva ad occuparsi in tempi brevi e sempre ottenendo prove contro gli indagati, in seguito ad un controllo incrociato sui risultati di esami da lei eseguiti in un caso di errore giudiziario, è stata incriminata e condannata a tre anni di carcere per intralcio alla giustizia e per aver millantato un titolo accademico e a risarcire una delle sue “vittime” con due milioni di dollari. La donna, nei 18 anni in cui ha lavorato come tecnico di laboratorio, ha falsificato un numero esorbitante di test in modo da incastrare più di 20.000 persone. Il 95% dei soggetti condannati grazie alle sue consulenze sono stati liberati.

L’arresto della Dookhan

Gli impostori come Annie Dookhan, millantano un titolo e appoggiano le procure, non solo per ottenere vantaggi materiali o perché desiderino approvazione e prestigio, lo fanno, soprattutto, perché bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Questo genere di millantatori sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali. Alcuni di loro arrivano a vantarsi con i giudici, durante le udienze, delle condanne inflitte per proprio merito, sono dei perversi che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani da soggetti negligenti se non conniventi.

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Ludwig: Wolfgang Abel e Marco Furlan

Questo tipo di millantatori non solo dissimili da un punto di vista psicopatologico da “serial killer missionari” come Wolfgang Abel e Marco Furlan e come loro sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno coraggiosi perché appoggiano l’accusa senza remore ma delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

Gli impostori, dietro la corazza di menzogne che si sono costruiti, celano una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati.

Ciò che li frega, ad un certo punto della loro “carriera” è un’illusione di impunità, che maturano dopo che per anni sono riusciti a farla franca, e che li porta ad esporsi senza farsi più scrupoli finché non vengono smascherati.

Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”. Carlo Goldoni

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I baby killer di Forcella tatuati come la gang dei Maras (intervista a Stylo24)

«I baby killer di Forcella tatuati come la gang dei Maras»

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Intervista alla criminologa Ursula Franco: la barba incolta richiama l’efferatezza dei jihadisti, ed è un messaggio immediato e potente di terrore. Il logo ES17 si ispira a quello sudamericano MS13

pubblicato su Stylo24 il 25 novembre 201738

(Ursula Franco è medico chirurgo e criminologo. In questa intervista con «Stylo24», spiega una delle possibili origini della simbologia delle baby-gang analizzando la necessità, per i giovanissimi affiliati alle bande criminali, di aver segni di riconoscimento immediati e terribili)

Come definirebbe da un punto di vista “estetico” gli affiliati al clan Sibillo di Forcella?

“Gli affiliati al clan Sibillo sono dei “self-styled soldiers” come lo sono gli affiliati a molte altre organizzazioni criminali. Il clan Sibillo pesca “à la carte” tra i simboli dei gruppi criminali più spietati, sono riconoscibili le barbe alla moda dei jihadisti e un logo che ricorda quello di una famosa gang centro americana. La barba incolta da jihadista è un messaggio potente, ben più decifrabile del simbolismo di cifre e numeri, è un messaggio capace di raggiungere chiunque. Alla barba incolta da jihadista, che ormai fa parte del nostro immaginario collettivo, noi tutti colleghiamo istantaneamente efferatezza e morte, lo stesso non può dirsi del logo ES17 dei Sibillo, quantomeno non in Italia”.

Che può dirci dell’immagine di Emanuele diffusa dal clan che ricorda le serigrafie di Andy Wahrol?

“E’ un’immagine facilmente leggibile, immediata, che si rivolge ai giovani di Forcella, è un omaggio ad Emanuele Sibillo così come lo è la variazione del logo del clan da FS17 a ES17; sia il logo che il ritratto pop di Emanuele, tatuato sulla pelle o stampato su capi di abbigliamento, sono ormai due dei simboli di appartenenza al clan Sibillo”.

Secondo lei qual’è l’origine del logo ES17?

“Prima della morte di Emanuele sui muri di Forcella, gli affiliati del clan Sibillo, per marcare il loro territorio, scrivevano FS17, da dopo l’estate 2015 scrivono le iniziali di Emanuele accompagnate dal numero 17, ES17. Ritengo molto probabile che l’idea iniziale, quella del logo FS17 si rifaccia al logo dei Mara Salvatrucha, MS13. L’MS13 è un’organizzazione criminale transnazionale tra le più violente che ha affiliati in America, in Canada, in Messico, nei paesi del centro america e perfino nel nostro nord Italia. La gang MS13 è relativamente giovane, è nata come street gang a Los Angeles negli anni 80; i suoi membri, detti Maras, erano prevalentemente americani di origine salvadoregna o honduregna o soggetti con doppia cittadinanza. Per quanto riguarda il logo: M e S sono naturalmente le iniziali delle parole Mara (gruppo) e Salvatrucha (salva-furbo) mentre l’origine del 13 non è chiara, potrebbe rappresentare un numero magico o il numero della strada in cui la gang si formò. I membri di questa gang sono famosi nel mondo per i tatuaggi che gli ricoprono il corpo ed il volto. Negli ultimi tempi però l’organizzazione è cambiata, si è evoluta, questo a causa degli arresti di massa dei suoi membri che risultavano riconoscibili alle forze dell’ordine proprio grazie a tatuaggi distintivi come quelli del logo MS13. Oggi, per i Maras è vitale risultare “invisibili” e quindi evitano di tatuarsi i simboli della gang in modo da sfuggire agli arresti”.

Cos’altro accomuna i Maras ai membri del clan Sibillo?

“Da qualche anno è semplicemente attraverso un particolare taglio di capelli che i nuovi membri del MS13 dichiarano la propria appartenenza alla gang, nulla di irreversibile. Lo stesso accade a Forcella, gli affiliati al clan Sibillo, come risulta dall’inchiesta di Giancarlo Tommasone, indossano sulla nuca il logo del clan, ES17, che ottengono facendosi rasare i capelli in profondità”.

Com’è possibile che un membro di un clan camorristico o di una gang dedita a omicidi e rapine, si faccia tatuare simboli religiosi?

“I tatuaggi a simbologia religiosa non sono necessariamente una dichiarazione di fede, appartengono alla nostra cultura e possono semplicemente servire per lasciar passare un certo messaggio e per costruirsi un personaggio”.

David Rossi: analisi grafologica

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato la scrittura dei biglietti ritrovati nel cestino dello studio di David Rossi dopo la sua morte.

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La grafia dei biglietti di David Rossi qui riprodotti è compatibile o meno con le grafie note dei soggetti che hanno deciso di andarsene per mano propria?
Come scrivono le persone che si uccidono, per come è stato possibile comprendere sinora? Quale contributo potrebbe apportare la grafologia alle scienze forensi e criminologiche?

E’ in discussione la paternità delle scritte di tre biglietti contenenti possibili messaggi di congedo di una persona che potrebbe essersi suicidata, il signor David Rossi. Una consulenza tecnico grafica grafologica di parte, su incarico o per conto della moglie del signor Rossi, attribuisce la paternità dei biglietti a tale signore. E’ stato reso noto, però, che la stessa consulenza ha ravvisato nella grafia dei biglietti “delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.
Se ne ricava che il titolo dell’articolo del giornale interessato (cfr. fig.) è errato: stando i colleghi si sarebbe in presenza di biglietti autografi, seppur – “presumibilmente”, ossia non certamente – realizzati per effetto di coercizione. Si fa riferimento infatti ad una presumibile mancanza di libertà fisica (della persona e non della mano scrivente) e di conseguenza è verosimile che si sia voluto ipotizzare che il tenore dello scritto sia stato imposto con la forza da una minaccia concreta e presente nel momento in cui le scritte sarebbero state realizzate.
Posto quanto sopra, anche le dichiarazioni della moglie diventerebbero più comprensibili. Frasi come “Io odio di essere chiamata Tony” e le altre che si possono leggere in fig. quindi sarebbero la prova che lo scrivente avesse voluto comunicare, all’insaputa di chi lo stava obbligando a redigere, che stava scrivendo sotto minaccia. Si entra in un campo rispetto dal quale debbo astenermi, perché non appartiene al dominio grafologico, ma è ben palese che le conclusioni dei colleghi autorizzano i sospetti della moglie del signor Rossi.

C’è un aspetto che debbo necessariamente premettere: nelle condizioni date, una mia censura del merito della consulenza sarebbe scorretta ed ingiustificata, ma qui voglio solo asserire che il suo giudizio si basa su una falsa credenza e che tale questione è di interesse sia della grafologia sia della giustizia. Ma è anche di interesse di coloro che studiano il suicidio (tra i quali non rientrano i grafologi), come si vedrà.
Prima conviene che precisi ancora meglio. La perizia grafologica è un atto che appartiene alle scienze criminalistiche (l’insieme delle tecniche che accertano un reato). Ci si esprime anche sul modo in cui è stato eseguito l’eventuale falso (ad esempio, per imitazione a mano libera, per ricalco, ecc..), ma solo in alcuni casi è autorizzato il riferimento ad una costrizione, in quanto sono stati studiati. Ci si riferisce alla fattispecie di “mano guidata” e soprattutto di “mano forzata”, che interessano la persone molto anziane e solitamente la stesura dei testamenti. Nella “mano forzata” (una mano anonima impugna la mano di una persona e le fa “scrivere” ciò che vuole), ad esempio, si suppone che la mano del testatore fosse completamente inerte o quasi, per grave debilitazione fisica. La mano forzata la si individua con grande facilità. Non interessa la stesura dei biglietti qui discussi, indiscutibilmente.
La questione quindi è ben diversa e la si può riassumere nel seguente interrogativo: i due colleghi erano autorizzati ad esprimersi nei termini di “presumibile impedimento fisico”, riferito alla persona? La risposta è no. Indiscutibilmente no.
All’inverso, questo mio intervento, sul piano etico e deontologico, si giustifica per quanto seguirà: parlerò della grafia dei soggetti suicidi, per come risulta da un mio studio del 2010 e pubblicato in sintesi (Cfr. Fig.), che ha esaminato poco meno di 600 campioni, provenienti da più nazionalità …. Con evidenza, si tratta di uno studio di interesse generale e di questa pagina di criminologia (lo studio a livello scientifico della delinquenza, del fenomeno criminale, vi rientra anche il suicidio).

Ma nel ragionamento dei colleghi vi è anche una contraddizione e la segnalo in quanto introduce il tema che voglio trattare.
Hanno scritto (per quello che risulta), infatti, che nei biglietti vi sarebbe: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Preciso, ad uso del lettore non grafologo: ai “tratti fluidi e sciolti” vi corrispondono sensazioni di libertà, di sicurezza, di benessere e di leggerezza, mentre ai “movimenti lenti, incerti o stentati” vi corrispondono sensazioni opposte.
Ci interessa questa contraddizione di stati d’animo opposti. Tuttavia è palese: se una persona scrive sotto minaccia, come potrebbe redigere parole fluide e sciolte? La sua grafia sarebbe sempre, in ogni punto, “lenta, incerta e stentata”, se non peggiore (e sarebbe ben peggiore, verosimilmente).

La falsa credenza è questa: si suppone che la grafia dei soggetti che si uccidono o che hanno probabilità di uccidersi sia sofferente. In realtà, si scopre che ci si può uccidere con qualsiasi grafia, bella o brutta che sia, e che non ci si può uccidere con qualsiasi scrittura. E’ sconsolante, ma è così.
Ciò spiega il motivo per cui tanto suicidi appaiono inspiegabili ed inattesi (ma c’è anche altro, specifico, che poi preciserò). Ciò spiega perché – anche nella clinica – il suicidio sia, magari, supponibile a ragione o a torto, non si sa, ma non è prevedibile. E prima di proseguire, però, ho l’obbligo di introdurre tre precisazioni:
1) La grafia non consente di dire se una persona si suiciderà;
2) La grafologia non può studiare il suicidio. Può studiare il prodotto di un pensiero, in quanto la scrittura tale è. E, sulla base della ricerca di cui sopra, e di innumerevoli riscontri empirici, sembrerebbe che possa accertare il ricorso al pensiero suicidario. Tale pensiero nella forma lieve è relativamente diffuso, e consiste in frasi del tipo “non fossi mai nato” al quale si associa un momento di malessere, spesso non avvertito ma che è sempre prontamente rimosso. Solo una piccolissima percentuale degli scriventi ha la tendenza al pensiero suicidario acuto (uno stato di malessere persistente ed acuto, con bisogno di sottrarsi al qui ed ora) e l’esperienza dimostra che solo una percentuale infima di loro può incorrere (ossia non è certo) nell’atto del suicidio. Nulla può dire la grafologia sull’eventuale passaggio all’atto, in quanto, per l’appunto, non studia il suicidio;
3) Lo studio della grafia dei soggetti che si sono sottratti al qui ed ora per loro mano (si noti: si tratta di una formulazione grafologica, al pari del pensiero suicidario) è, indiscutibilmente, oggetto della grafologia. Una grafologia che chi scrive vuole di tipo “speciale” (semplificando, che si occupa anche delle grafie dei comportamenti deviati, dei fenomeni di interesse psicosociale), che si sta cercando di edificare su base di ricerca e di sperimentazione.

Dunque, bisognava chiedersi non come scrivono i soggetti che si sono uccisi, ma che cosa hanno in comune le loro grafie.
Si sono isolati così alcuni indici grafici di forte interesse, che sono stati pubblicati.
Qui non posso elencarli tutti. Mi limito a questo dato, facilmente riscontrabile da chiunque:
le grafie dei soggetti maschi suicidi (ne sono stati studiati più di 350) hanno tutte, dicasi tutte, una fisionomia femminea, ossia sembrano scritte da una donna (vedi le figure. allegate). Naturalmente si sa spiegare il perché, ma qui debbo soprassedere.
Debbo precisare due concetti, ai quali tengo moltissimo:
1) La grafia detta femminea nulla dice sulle scelte sessuali dello scrivente;
2) Non vale la relazione inversa: coloro che hanno una grafia detta femminea (in psicologia, si direbbe che hanno un eccesso di anima; come si vede non si tratta di una caratteristica di personalità negativa) non hanno la probabilità di suicidarsi. Insomma, nei maschi, la grafia femminea sembrerebbe una condizione necessaria, ma è senza dubbio molto insufficiente se considerata da sola.

Se, invece, ci si riferisce alle grafie dei biglietti di addio, ossia redatti negli istanti precedenti alla morte, che cosa si nota? Debbo informare che sinora sono stati osservati circa 70 di questi biglietti: sono pochi. Di conseguenza ci si sta riferendo ad un dato probabile, ma non certo, ossia non si può essere sicuri che lo si rinvenga in ogni situazione. In tutti i casi studiati, però, è stato osservato esattamente questo: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Già, esattamente questo, ossia esattamente quello che hanno constatato i due colleghi che hanno effettuato la consulenza sui biglietti a firma di David Rossi.
Lo si è detto: i colleghi sono stati vittima di false credenze.

Quanto sopra è coerente con questa osservazione: là dove è stato possibile comparare il biglietto di addio con le produzioni grafiche precedenti, emerge che la grafia dei biglietti è qualitativamente superiore alle precedenti, nei termini di clima dello stato emotivo che si palesa, semeiotica grafologica alla mano. Il fenomeno si verifica secondo due direzioni: il biglietto di addio, grafologicamente parlando, è relativamente più “sereno” oppure è contrastato, ma palesa forti momenti di euforia. Sì, di euforia e poi bisognerà che ne dia una spiegazione.

Nei pochissimi casi in cui è stato possibile esaminare più biglietti di addio, redatti nello stesso momento ed immediatamente prima del fatto, che cosa è stato possibile constatare?
Mano a mano che scrive, lo stato d’animo dello scrivente diventa progressivamente più “sereno” e persino talora “euforico”.
Lo so che fa male: ma è così. Ovviamente, si tratta di fenomeni di auto inganno che altri – psicologi e psichiatri – potrebbero spiegare: a me compete registrare e proporre una teoria giustificativa. Una teoria, ovviamente, grafologica, in quanto ricavata su base di osservazione e studio della scrittura.

Sintetizzando, che cosa si è autorizzati a sostenere? Beninteso: non si è nel campo della psicologia.
Lo studio del pensiero suicidario – per delle ragioni grafologiche che qui sarebbe troppo lungo illustrare – era partito da questa premessa: si desidera tornare nel passato più remoto, ossia ad uno stadio di esistenza senza la vita. Per l’appunto: “non fossi mai nato” è un rifiuto della vita, ma non la negazione dell’esistere.
Tutto quanto scritto in precedenza è palesemente coerente con la premessa di cui sopra.
Per proprio conto, se l’esistere è opposto alla durezza e alla sofferenza del vivere, allora appare conseguente che l’avvicinarsi dell’atto suicidario, è visto come liberazione e dunque può indurre persino ad “euforia”. Che si tratti di autoinganno, per proprio conto, è testimoniato dalla non omogeneità: gli indici di sofferenza sono ben presenti, ragione per cui le “euforie”, per l’appunto, sono autoinganno. Gli indici, invece, di “serenità” sono momenti di sequestro emozionale, un altro tipo di autoinganno.

L’altra ipotesi di partenza, invece, partiva da questa domanda: che cosa hanno in comune tutti i suicidi? Indiscutibilmente, già lo si è detto: il bisogno di sottrarsi al qui ed ora per propria mano.
Perché ci si vuole sottrarre alla vista? Quale è l’emozione che spinge a sottrarsi alla vista? Ci si è risposti: la vergogna. Tutto diventa ben peggiore se alla vergogna segue il sentimento di colpa.
Ed anche su questo punto si sono avute le conferme che si ricercavano.
In particolare, è stato possibile isolare due fattispecie di ordine generale:
1) Grafie “estroversive” (nulla a che vedere con l’estroversione, sono le grafie che hanno le lettere abbastanza o eccessivamente distanziate);
2) Grafie “introversive” (strettezza tra lettere).
Nel campione studiato prevale il tipo misto (contemporanea presenza dei due tipi), ma con prevalenza o delle caratteristiche estroversive o delle caratteristiche introversive.
Rispetto alla vergogna i due tipi si comportano in questo modo:
1) Grafia estroversiva. Lo scrivente “elabora” piani che inesorabilmente, magari con il tempo, lo portano allo smacco e alla vergogna.
2) Grafia introversiva. Lo scrivente “elabora” piani per evitare occasioni che potrebbero indurlo alla vergogna ed è tutto ripiegato in se stesso. Interessa maggiormente le donne. Qui si paga la sensazione della compressione interiore e dell’incomunicabilità. L’organizzazione introversiva nettamente prevalente, in quanto presenta momenti estroversivi, la si è riscontrata nei casi detti di “suicidio impulsivo”, ossia di un atto subitaneo ad uno smacco.

Tranne che nei casi dei sucidi impulsivi, lo si sostiene anche in ambiti specialistici, tra il momento in cui lo scrivente ha deciso di togliersi la vita e il momento in cui attuerà il suo gesto possono passare anche mesi. Tutto qui si sposta sulla scelta del momento più opportuno.
Durante questo periodo – ormai se ne conoscono le ragioni – lo scrivente può apparire sereno (insomma, esagerando un po’, è come se non si percepisse più nella dimensione del vivere)..

Ci sarebbero altri due punti da trattare (tra quelli che grafologicamente si possono sostenere). Ne cito solo uno: una persona che si vuole suicidare comunica all’ambiente la sua decisione. Lo fa, però, in maniera non scoperta (magari con una frase del tipo: ti amo da morire, come risulta). Ed il motivo per cui lo fa in maniera non scoperta è semplicemente questo: vuole avere la conferma che per gli altri è “invisibile”.
Sul punto mi sono consigliato con suicidologi: ci sarebbe un modo per disinnescare la “trappola” di cui sopra. Ho visto che funziona, in più casi di non urgente interesse dello psicologo o dello psichiatra. Non è attinente, però, e quindi mi astengo.

Veniamo alla grafia di David Rossi:
1) E’ femminea (sembra scritta da una donna);
2) E’ di tipo misto, con prevalenza del tipo estroversivo (si osservi la distanza tra le lettere);
3) E’ contrastata, ma in un tale ambito spiccano momenti di fluidità e persino di “esuberanza” (si osservi la parola evidenziata dall’ellisse);
4) Il primo biglietto è indubbiamente più sofferente degli altri due, ed il secondo è meno “esuberante” del terzo. E’ persino possibile sostenere – con buone probabilità di aver visto giusto – che i biglietti sono stati scritti nell’ordine indicato in figura (quello in alto a sinistra sarebbe il primo e quello in basso a sinistra sarebbe il terzo);
5) Il contenuto del messaggio fa riferimento a “l’ultima che ho fatto è troppo grossa da poterla sopportare”. Ovvero si opera un riferimento ad uno smacco autoprocurato, un vero e proprio auto sabotaggio, rispetto al quale si prova vergogna, così come ci si attendeva, visto la prevalenza della grafia estroversiva;
6) La reazione della moglie è di tipo incredulo: non aveva sospettato che suo marito si sarebbe ucciso. Ed anche questo fatto è nella logica delle cose.

Da dire che il tutto sopra è stato pubblicato già nel 2010 (nella versione integrale, sul sito di Filografia, sezione forum, in “Dalla genesi di un segno…”). Da dire ancora che tutto quello che fu scritto allora ha sempre avuto puntuale riscontro, ad iniziare dalla grafia di Monicelli (se ne andò pochi giorni dopo la pubblicazione della versione integrale).
Ovviamente si è parlato sempre di riflessioni autonome, imposte dall’osservazione e dallo studio della grafia. Si è sempre parlato di un pensiero suicidario concepito grafologicamente e di ciò che emerge dal campione delle grafie studiate delle persone che si sono uccise. Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

Dunque, voglio sostenere che David Rossi si sarebbe ucciso? No, questo fatto appartiene ad un altro dominio, appartiene alle scienze criminologiche. Ho voluto solo dire che la grafia del signor David Rossi è conforme alle grafie dei suicidi studiati sinora. Si è restati nell’ambito criminalistico: nulla di più.
E sono gli stessi colleghi che hanno effettuato la consulenza peritale sulla grafia dei biglietti a confermare i miei studi, ma a loro insaputa, ovviamente.
Lo studio delle grafie dei suicidi o, degli omicidi, dei serial killer, o degli anoressici o di qualunque altro fenomeno è (o meglio, sarebbe) di solo esclusivo dominio della grafologia: non si ribalta. Di una grafologia, però, che bandisca le false credenze e i recinti auto imposti (i metodi tradizionali della grafologia escludono tali fenomeni dal proprio campo) e che si fondi sulla ricerca e sullo studio autonomo (dalla psicologia, per iniziare). E’ la grafologia speciale che insieme ad altri sto cercando di edificare. Una grafologia che ha bisogno di formulare teorie autonome che spieghino la classe dei fenomeni che intende indagare, e sempre ovviamente con esclusivo riferimento alla grafia. Insomma, per semplificare, non si può studiare la grafia degli anoressici, se per anoressia si intende un concetto psicologico: non si ribalta. Attualmente, ad esempio, insieme ad altri sto studiando le grafie di coloro che subiscono le “fobie spaziali”. E per fobie spaziali, ovviamente, si intendono concetti grafologici (di grafica simbolizzata, per la precisione).

Guido Angeloni

Morte di Fortuna Loffredo: una mia intervista

IL KILLER DI FORTUNA E’ ANCORA A PIEDE LIBERO

Fortuna Loffredo

Intervista alla criminologa Ursula Franco sull’omicidio della bimba del Parco Verde: “I pedofili non uccidono le loro vittime. Il movente? Lo ha detto chiaramente la mamma della piccola: l’invidia per la bellezza di Chicca”

pubblicata su Stylo24, il 2 novembre 2017

Ursula Franco è medico chirurgo e criminologo. «Stylo24» l’ha intervistata sul delitto della piccola Fortuna Loffredo, la bimba di 6 anni uccisa il 24 giugno 2014 facendola precipitare dall’ottavo piano di un palazzo nel Parco Verde di Caivano. L’imputato Raimondo «Titò» Caputo è stato condannato all’ergastolo in primo grado, nel luglio scorso.

L’accusa sostiene che Fortuna Loffredo sia stata uccisa in seguito ad un tentativo di violenza sessuale, lei cosa ne pensa?

“Ritengo che le violenze sessuali cui Fortuna veniva cronicamente sottoposta nulla abbiano a che fare con la sua morte. L’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio non è supportata da alcun dato medico legale come lividi o escoriazioni nella parte mediale delle cosce o sulle grandi labbra o a livello dell’orifizio anale, lividi sulle braccia, presenza di materiale genetico dell’assalitore sotto le unghie. Quando ci si trova di fronte alla morte di un bambino sul cui corpo si rilevano i segni di un abuso cronico, la sua morte e l’abuso vanno trattati come due fatti distinti, è un errore grossolano collegarne la morte agli abusi perché chi abusa cronicamente di un bambino non lo uccide”.

Perché separati?

“I pedofili molestatori, quando le circostanze glielo permettono, agiscono abusi sulle stesse vittime per anni, per questo motivo non hanno ragione di sopprimerle; sono i predatori sessuali violenti, un altro genere di child sexual offender, ad uccidere le loro vittime. Negli ultimi anni, a scapito della verità e a favore della spettacolarizzazione, è in atto un tentativo di riscrivere la criminologia in questo campo. E’ falso che i pedofili molestatori uccidano i bambini per paura di essere denunciati. Purtroppo, questa “rivisitazione” non ha solo molti seguaci tra il pubblico televisivo degli “show del dolore” ma anche tra gli inquirenti”.

E nel caso specifico?

“Nel caso della morte di Fortuna Loffredo si è perfino arrivati a fantasticare di un fantomatico serial killer pedofilo che uccide i bambini e trattiene una loro scarpetta come souvenir, nulla di più lontano dalla verità”.

Chi sono i predatori sessuali violenti?

“I predatori sessuali violenti sono soggetti che rapiscono ed uccidono i bambini. Un predatore sessuale violento è Luigi Chiatti, conosciuto come il Mostro di Foligno. Luigi Chiatti ha ucciso due bambini prima di essere arrestato, Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13 anni. Un altro predatore sessuale violento è Massimo Giuseppe Bossetti, condannato in primo e secondo grado all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, 13 anni. Non sempre i predatori sessuali violenti agiscono atti sessuali sulle loro vittime, molto spesso, in quanto sessualmente incompetenti, si cimentano in atti sessuali sostitutivi quali il taglio degli abiti e l’accoltellamento, come nel caso della Gambirasio”.

Ritorniamo a coloro che abusano cronicamente dei bambini, ai pedofili molestatori, dove si nascondono?

“Si nascondono tra coloro che possono avere facile e prolungato accesso alle vittime, familiari, familiari dei compagni di gioco, educatori, preti e allenatori”.

Perché i bambini non si ribellano agli abusi?

“I bambini non si ribellano agli abusi perché non li riconoscono come tali in quanto i pedofili molestatori li conducono gradualmente all’abuso vero e proprio e lo fanno attraverso manifestazioni di affetto o di generosità o agendo molestie apparentemente innocue camuffate da giochi. I pedofili molestatori sono dei manipolatori, per questo motivo le loro vittime non vivono l’abuso in modo immediatamente traumatico e, sempre per lo stesso motivo, le vittime, una volta cresciute, provano rabbia, una rabbia dovuta al fatto di non essersi sottratte, di non aver reagito, proprio perché incapaci di decifrare ciò che gli stava accadendo”.

Gli avvocati del padre di Fortuna, Pietro Loffredo (leggi qui), non si sono allineati con i pubblico ministero Domenico Airoma e Claudia Maone ma hanno chiesto l’assoluzione di Raimondo Caputo, lei che cosa ne pensa?

“Ritengo che Angelo e Sergio Pisani abbiano ragione, non solo Raimondo Caputo non ha ucciso Fortuna ma, con tutta probabilità, non è neanche l’autore degli abusi che la bambina subiva cronicamente. Caputo è credibile quando afferma: “Io non ho commesso l’omicidio, sono state dette troppe falsità su di me. E’ vero, sono un ladro ma la bambina non l’ho mai toccata. Qualche volta ho toccato l’amica del cuore di Fortuna, io la toccavo e tutti lo sapevano. Possono anche darmi 10 ergastoli, io sono innocente. Non ho ucciso io la bambina”.

Si è fatta un’idea su come possano essere andati i fatti?

“Io credo che la chiave di questo caso sia Marianna Fabozzi. La Fabozzi ha mentito inizialmente agli inquirenti quando ha sostenuto che Fortuna Loffredo non fosse entrata in casa sua poco prima di morire; sua figlia, l’amica dodicenne di Fortuna, ha riferito al magistrato che il Caputo uccise la piccola Loffredo in seguito ad un approccio sessuale, il suo racconto è smentito dalle risultanze dell’esame autoptico che non ha rilevato alcun segno di un tentativo di violenza sul corpo di Fortuna ma solo gli esiti di violenze croniche. Aggiungo che, se di omicidio si è trattato, il movente lo ha ben chiaro Mimma Guardato, la madre della vittima: “Era troppo bella, Chicca. Per invidia, me l’hanno uccisa. Per invidia”.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016, per il duplice efferato di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, l’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo convincente di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso, tra le righe, che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.