CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NICOLETTA INDELICATO come ADRIANNE JESSICA JONES (intervista)

Nicoletta Indelicato

Nicoletta Indelicato, 25 anni, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 marzo è stata attirata in una trappola dall’amica Margareta Buffa, 29 anni, che l’ha fatta salire in auto e l’ha condotta in un vigneto nelle campagne di Marsala, Contrada Sant’Onofrio, una volta raggiunto il vigneto, dal bagagliaio dell’automobile è uscito il fidanzato di Margareta, Carmelo Bonetta, 34 anni, che ha picchiato e accoltellato Nicoletta e ha poi dato alle fiamme il suo corpo. Secondo indiscrezioni, Nicoletta aveva rivelato a Margareta di aver avuto un breve flirt con il Bonetta e aveva raccontato che il ragazzo faceva uso di droga.

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 21 marzo 2019

Carmelo Bonetta

Dottoressa Franco, quando ha saputo della confessione dell’amico Carmelo e del coinvolgimento nell’omicidio della sua fidanzata, la sua amica Margareta, cosa ha pensato?

Ho pensato subito all’omicidio della giovane Adrianne Jessica Jones, uccisa nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1995 da Diane Michelle Zamora, 17 anni all’epoca dei fatti e dal suo fidanzato diciottenne, David Graham. La Zamora, dopo che il Graham le aveva rivelato di essersi intrattenuto sessualmente con la Jones in un’occasione, lo aveva invitato ad ucciderla per provarle il suo amore. Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, David Graham era passato a prendere la Jones in auto e con una scusa l’aveva condotta in un campo nei pressi di un lago, una volta raggiunto il luogo isolato, dal portabagagli dell’auto era uscita la Zamora che aveva colpito al capo la Jones con un corpo contundente, la ragazza era stata poi finita dal Graham con due colpi d’arma da fuoco esplosi da distanza ravvicinata.

Adrianne Jessica Jones

Dottoressa Franco, quanto è importante conoscere la casistica nel suo lavoro?

Conoscere la casistica è fondamentale per chi si occupa di morti violente e di scomparse, permette infatti di restringere il cerchio dei sospettati e di censurare le ricostruzioni di fantasia.

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Analisi criminologica dell’aggressione denunciata dall’attore americano Jussie Smollett

Jussie Smollett

Jussie Smollett è un attore e musicista americano di 36 anni che recita nella serie televisiva “Empire”. Smollett, che è nero, gay e manifestamente anti-Trump, il 22 gennaio 2019 ha rivelato di aver ricevuto una lettera di minacce contenente polvere bianca da parte di sostenitori del presidente Donald Trump, il 29 gennaio 2019 ha denunciato un’aggressione omofoba e razzista ai suoi danni da parte di due sostenitori del presidente degli Stati Uniti. Smollett ha raccontato di essere arrivato a Chicago da New York, di aver lasciato il suo appartamento intorno alle 2:00 del mattino per comprarsi un’insalata da Subway, di essere stato riconosciuto e aggredito verbalmente e fisicamente all’uscita del fast food da due uomini vestiti di nero che indossavano maschere nere i quali gli avrebbero versato addosso anche una sostanza chimica tipo varichina.

Un amico di Smollett ha poi chiamato la polizia. Una volta giunti nell’appartamento dell’attore, circa 42 minuti dopo i fatti, i poliziotti hanno trovato la corda utilizzata dagli aggressori ancora intorno al collo dell’attore.

Il 30 gennaio 2019, la polizia di Chicago ha diffuso una foto di due persone di interesse tratta da una registrazione di una videocamera di sorveglianza.

Da subito alcuni esperti si sono espressi sul caso mostrando perplessità, tanto che Smollett ha ritenuto di dover rilasciare una dichiarazione già il 1 febbraio 2019:

“Let me start by saying that I’m OK. My body is strong but my soul is stronger. More importantly I want to say thank you. The outpouring of love and support from my village has meant more than I will ever be able to truly put into words.
I am working with authorities and have been 100% factual and consistent on every level. Despite my frustrations and deep concern with certain inaccuracies and misrepresentations that have been spread, I still believe that justice will be served.
As my family stated, these types of cowardly attacks are happening to my sisters, brothers and non-gender conforming siblings daily. I am not and should not be looked upon as an isolated incident. We will talk soon and I will address all details of this horrific incident, but I need a moment to process. Most importantly, during times of trauma, grief and pain, there is still a responsibility to lead with love. It’s all I know. And that can’t be kicked out of me.
With Love, respect & honor… Jussie”.

Questa dichiarazione è stata analizzata in modo esemplare da Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. Hyatt, già analizzando le brevi dichiarazioni del portavoce di Smollett che avevano preceduto questa dichiarazione, era giunto alla conclusione che Jussie Smollett non aveva subito alcuna aggressione.

Il 14 febbraio 2019, Smollett ha rilasciato un’intervista a Robin Roberts di Good Morning America e ha raccontato che i suoi aggressori lo avrebbe chiamato più volte “Empire”, avrebbero detto “This is the MAGA country” e lo avrebbero poi aggredito fisicamente colpendolo al volto e mettendogli una corda al collo.

Il 15 febbraio 2019, la polizia di Chicago ha annunciato di aver interrogato due soggetti di interesse, Ola e Abel Osundairo, due fratelli nigeriani che Smollett conosce, uno dei due ha recitato una parte in una puntata di “Empire” mentre l’altro è il suo preparatore atletico. I due ragazzi hanno riferito agli investigatori di aver ricevuto da Smollett $3,500 per simulare l’aggressione, che era stato lo stesso Smollett ad inviarsi la lettera di “minacce” e che l’aggressione era stata organizzata dallo stesso Smollett in seguito all’insufficiente scalpore che aveva destato la rivelazione da parte dell’attore di aver ricevuto una lettera di “minacce”.

Ola e Abel Osundairo

L’assegno di $3,500 retrodatato al 23 gennaio.

Il 16 febbraio 2019, gli avvocati di Smollett, Todd S. Pugh e Victor P. Henderson hanno dichiarato alla stampa:

“As a victim of a hate crime who has cooperated with the police investigation, Jussie Smollett is angered and devastated by recent reports that the perpetrators are individuals he is familiar with. He has now been further victimized by claims attributed to these alleged perpetrators that Jussie played a role in his own attack. Nothing is further from the truth and anyone claiming otherwise is lying. One of these purported suspects was Jussie’s personal trainer who he hired to ready him physically for a music video. It is impossible to believe that this person could have played a role in the crime against Jussie or would falsely claim Jussie’s complicity. Jussie and his attorneys anticipate being further updated by the Chicago Police Department on the status of the investigation and will continue to cooperate. At the present time, Jussie and his attorneys have no inclination to respond to “unnamed” sources inside of the investigation, but will continue discussions through official channels.”

Il 18 febbraio 2019, i due fratelli Osundairo hanno rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:

“We are not racist. We are not homophobic and we are not anti-Trump. We were born and raised in Chicago and are American citizens.”

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Negli anni, Peter Hyatt ha dimostrato con le sue analisi che un caso si può risolvere semplicemente applicando ad un’intervista o ad un interrogatorio o ad una dichiarazione scritta, le regole della Statement Analysis, per l’analisi delle dichiarazioni relative a questo caso e quella della lettera anonima vi rimando al suo blog.

Da un punto di vista criminologico, tra ciò che è trapelato, vi sono alcuni dati particolarmente interessanti:

  1. Jussie Smollett è uscito alle 2:00 di mattina con una temperatura esterna di -12° per comprarsi un’insalata.
  2. Non è stato Jussie Smollett a chiamare il dipartimento di polizia.
  3. La telefonata è stata fatta da casa e non dal luogo in cui Smollett ha riferito di essere stato aggredito.
  4. Una lettera anonima ha preceduto l’aggressione.
  5. Quando la polizia è giunta a casa di Jussie Smollett, più di mezz’ora dopo la simulata aggressione, l’attore aveva ancora la corda al collo.
  6. Jussie Smollett ha consegnato il proprio telefono al dipartimento di polizia dopo averne manipolato i dati.

2. Non è stato Jussie Smollett a chiamare il dipartimento di polizia.

Accade spesso che i responsabili di un reato invitino un altro soggetto a chiamare i soccorsi, lo fanno perché temono di tradirsi con l’operatore.

Salvatore Parolisi chiese alla proprietaria di un bar di chiamare il 112 per denunciare la scomparsa di sua moglie, Melania Rea, che in realtà lui aveva ucciso.

Frederick Mueller chiese ad un estraneo di chiamare i soccorsi per sua moglie Leslie Jeanne Denis, riferendogli che la donna era stata vittima di un incidente in montagna, in realtà era stato lui ad ucciderla.

6. Una lettera anonima ha preceduto l’aggressione.

Il 22 gennaio 2019, Smollett aveva dichiarato di aver ricevuto la seguente lettera anonima (MAGA, Jussie Smollett, Empire, YOU WILL DIE BLACK FAG).

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La lettera che Smollett si è inviato il 22 gennaio 2019

Il 27 gennaio 2019, due giorni prima dei fatti, Smollett aveva scritto su Twitter che le truffe sono ovunque (Frauds are everywhere y’all):

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In un caso giudiziario, le lettere anonime, quando presenti, sono spesso rivelatrici di un “Inside Job”. A volte vengono inviate da chi premedita un crimine, prima di commetterlo, altre volte, dopo il reato e sempre per allontanare i sospetti da sé. Nel caso di Smollett l’aggressione simulata ha fatto seguito alla lettera anonima perché l’attore non aveva ottenuto ciò che cercava dopo aver denunciato pubblicamente di aver ricevuto delle minacce scritte.

Christopher Coleman, prima di uccidere sua moglie, Sheri, ed i suoi due figli, Garett e Gavin, da un account segreto ha inviato al proprio account e al figlio del suo capo, Joyce Meyer, alcune email dal contenuto minatorio: “Your family is done”, “tell Joyce to stop preaching or your Chris’s family will die”, “I will kill them all while they sleep” e “tell Chris his family is dead” in modo che il triplice omicidio venisse attribuito ad un nemico della Meyer.

Brian Hummert, prima di uccidere sua moglie Charlene, si è inventato un fantomatico stalker in modo da allontanare I sospetti da sé: “here proofs your wife is a slut I had a one night with your wife she made sure my fiancèe found out I blame your wife for that the time is now right to pay back”.

5. Quando la polizia è giunta a casa di Jussie Smollett, più di mezz’ora dopo la simulata aggressione, l’attore aveva ancora la corda al collo. 

Una corda stretta intorno al collo può uccidere pertanto un soggetto che scampa alla morte se ne libera al più presto, la presenza della corda al collo di Smollett a distanza di decine di minuti dall’aggressione non può che essere apparsa sospetta ai poliziotti chiamati a casa dell’attore, peraltro Jussie Smollett ha dichiarato che inizialmente non avrebbe voluto chiamare la polizia. Smollett si è lasciato la corda al collo per risultare più credibile ma è stato proprio il suo bisogno di convincere ad accentrare i sospetti su di lui.

Lo “staging” messo in atto da Smollett e dai suoi complici per simulare un reato non è diverso da quello agito allo scopo di allontanare i sospetti da sé da chi ha commesso un omicidio. Naturalmente sono i soggetti vicini alla vittima a prodigarsi nello “staging”, questo perché un estraneo non ha alcun interesse ad alterare una scena criminis.

– Nel caso dell’omicidio di Merdith Kercher, uno dei correi simulò un furto nella camera di Filomena Romanelli, una coinquilina della Kercher, creò una situazione di evidente disordine e ruppe un vetro, in una sequenza che fece emergere la messiscena, il finto disordine anticipò infatti la rottura del vetro e non vi fu una effettiva attività di ricerca o di sottrazione di oggetti. Dalla casa furono asportati soltanto i telefonini della vittima e gettati in un giardino di via Sperandio, operazione architettata nell’intento di ritardare la scoperta del cadavere. Infine, la scena del crimine fu ripulita. La simulazione di furto aveva lo scopo di sviare i sospetti da chi fosse stato fornito delle chiavi del portone d’ingresso per essere un inquilino dell’appartamento e orientarli su qualcuno che non avesse tale disponibilità e che pertanto si sarebbe dovuto introdurre dalla finestra, tale circostanza portò giustamente gli inquirenti a sospettare di Amanda. La Knox, tra l’altro, a differenza di Guede, sapeva di avere il controllo della scena, la stessa infatti non temeva di venir scoperta od interrotta in quanto era a conoscenza che le altre due coinquiline e gli occupanti del piano di sotto avrebbero dormito fuori quella notte e quindi agì in tutta tranquillità. Rudy Guede non aveva motivo di prodigarsi nello “staging”non avendo un particolare legame con la vittima ed infatti non vennero repertati segni della sua presenza nella stanza della Romanelli e, come risultò evidente dalle impronte insanguinate delle sue scarpe che andavano direttamente dalla camera della vittima alla porta principale, lasciò la casa subito dopo i fatti. Se Guede si fosse fermato ad alterare la scena del crimine avrebbe tirato lo sciacquone del water dove aveva defecato e pulito le proprie impronte insanguinate ma non avrebbe simulato un furto in quanto avendo un precedente per lo stesso reato, avrebbe rischiato di accentrare l’attenzione su di sé. Rudy non è stato infatti condannato per lo “staging” che è stato comunque riconosciuto nelle motivazioni della sentenza ed attribuito ai concorrenti nel reato.

– Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, Salvatore Parolisi tornò sulla scena del crimine e infierì sul cadavere producendo ferite figurate in regione ipogastrica ed alle cosce con uno strumento da punta diverso da quello da punta e taglio che aveva prodotto le lesioni vitali. Parolisi disegnò una x o croce di Sant’Andrea sull’addome del cadavere della moglie, una svastica sulla sua coscia sinistra, una grata a grosse maglie sulla sua coscia destra e infisse una siringa usata nella sua regione mammaria sinistra. In pratica, nell’intento di depistare si prodigò in un doppio “staging”, cercò da una parte di far pensare ad un neonazista e dall’altra ad un tossicodipendente. L’esame autoptico accertò però che quelle lesioni erano state prodotte sul cadavere a distanza di molte ore dall’omicidio e permisero agli inquirenti di focalizzare su un soggetto vicino alla vittima, infatti l’omicida di uno sconosciuto non ha motivo di industriarsi in un inutile ‘staging’.

– Nel caso della morte di Elena Ceste, una morte intervenuta per assideramento in un soggetto in preda ad una crisi psicotica, Michele Buoninconti è stato accusato di aver predisposto una messinscena o quantomeno di essersi inventato di aver trovato in giardino gli abiti e gli occhiali della povera moglie. La regola principale dello “staging” è questa: chi altera una scena del crimine la prepara affinché la vedano gli inquirenti o eventuali testimoni. In questo caso, se il signor Michele Buoninconti avesse ucciso la moglie ed avesse optato per uno “staging” degli abiti in cortile, non li avrebbe poi rimossi prima che qualcuno li vedesse così ad arte apparecchiati. Il fatto che Buoninconti abbia raccolto gli abiti esclude che abbia messo in atto una messinscena ed è la conferma che quella da lui raccontata è la verità. Buoninconti raccolse gli abiti abbandonati da Elena perché sperava di ritrovare sua moglie e rivestirla. Egli mise in atto un comportamento da innocente quale egli è. Michele non avrebbe tratto alcun vantaggio dalla storiella dei vestiti trovati abbandonati e poi raccolti, ripeto: se Buoninconti avesse messo in atto uno ‘staging’ non lo avrebbe rimosso per raccontarlo. Lo “staging” ha regole logiche, chi le ignora non può che incorrere in grossolani errori di giudizio.

Dale Pike è stato ucciso il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami, con due colpi di cal. 22 alla testa, il secondo colpo è stato esploso a distanza ravvicinata. Un surfista, David Suchinsky, ha ritrovato il suo cadavere nudo su una spiaggia di Key Biscayne, Sewer Beach (Virginia Beach), verso le 18.00 del 16 febbraio 1998. E’ escluso che Sewer Beach fosse un luogo d’incontro di omosessuali e gli investigatori conclusero per uno “staging”. Solo Chico Forti aveva ragione di simulare un omicidio tra omosessuali dopo aver ucciso Dale. Forti era infatti l’unico ad aver bisogno di allontanare i sospetti da sé, era stato lui ad andare a prendere Pike all’Aereoporto poco prima che venisse ucciso.

CASE UPDATES

On Wednesday, February 20th, 2019, Chicago Police Department spokesman Anthony Guglielmi said:

Jussie Smollett is now officially classified as a suspect in a criminal investigation by Chicago Police for filing a false police report (Class 4 felony). Detectives are currently presenting evidence before a Cook County Grand Jury.”

If charged and then convicted, Smollett faces up to three years behind bars.

On Wednesday, February 20th, 2019, Chicago Police Department spokesman Anthony Guglielmi said:

“Felony criminal charges have been approved by Cook County State’s Attorney’s Office against Jussie Smollett for disorderly conduct/filing a false police report. Detectives will make contact with his legal team to negotiate a reasonable surrender for his arrest.”

Smollett’s attorneys released the following statement:

“Like any other citizen, Mr. Smollett enjoys the presumption of innocence, particularly when there has been an investigation like this one where information, both true and false, has been repeatedly leaked. Given these circumstances, we intend to conduct a thorough investigation and to mount an aggressive defense.”

On Thursday, February 21th, 2019, Smollett surrendered to police at around 5 a.m. at CPD’s Central Booking station at West 18th Street and South State Street. Cook County Judge John Fitzgerald set his bond at $100.000.

Jussie Smollett mugshot released on Feb. 21, 2019 by Chicago Police Dept.

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On Thursday morning, Chicago police Superintendent Eddie Johnson said:

“Good morning everyone. 

Before I get started on why we’re here, you know, as I look out into the crowd I just wish that the families of gun violence in this city got this much attention. Because that’s who really deserves the amount of the attention that we’re giving to this particular incident. 

But this morning I come to you, not only as superintendent of the Chicago police department, but also as a black man who spent his entire life living in the city of Chicago. I know racial divide that exists here. I know how hard it’s been for our city and our nation to come together. And I also know the disparities and I know the history.

This announcement today recognizes that “Empire” actor Jussie Smollett took advantage of the pain and anger of racism to promote his career. I’m left hanging my head and asking why? Why would anyone, especially an African-American man, use the symbolism of a noose to make false accusations? How could someone look at the hatred and suffering associated with that symbol and see an opportunity to manipulate that symbol to further his own public profile? How can an individual who’s been embraced by the city of Chicago turn around and slap everyone in this city in the face by making these false claims?

Bogus police reports cause real harm. They do harm to every legitimate victim who is in need of support by police and investigators, as well as the citizens of this city.

Chicago hosts one of the largest pride parades in the world and we’re proud of that as a police department and also as a city. We do not nor will ever tolerate hate in our city, whether that hate is based on an individual’s sexual orientation, race or anything else.

I’m offended by what’s happened and I’m also angry.

I love the city of Chicago and the Chicago police department, warts and all, but this publicity stunt was a scar that Chicago didn’t earn and certainly didn’t deserve. To make things worse, the accusations within this phony attack received national attention for weeks. Celebrities, news commentators and even presidential candidates weighed in on something that was choreographed by an actor.

First, Smollett attempted to gain attention by sending a false letter that relied on racial, homophobic and political language. When that didn’t work, Smollett paid $3,500 to stage this attack and drag Chicago’s reputation through he mud in the process. This stunt was orchestrated by Smollett because he was dissatisfied with his salary. So he concocted a story about being attacked. 

Now, our city has problems. We have problems that have affected people from all walks of life and we know that. But to put the national spotlight on Chicago for something that is both egregious and untrue is simply shameful. I’m also concerned about what this means moving forward for hate crimes. Now, of course, the Chicago police department will continue to investigate all reports of these types of incidents with the same amount of vigor that we did with this one. My concern is that hate crimes will now publicly be met with a level of skepticism that previously didn’t happen. That said, Smollett was treated as a victim throughout this investigation until we received evidence that led detectives in another direction. I couldn’t be more proud of the unrelenting detective work that went into this investigation and I couldn’t be more proud of every investigator that played a part in it. The detective work that we saw in this case is indicative of the work that our detectives do every day in this city. This case in particular involved hours of video evidence which, when combined with old-fashioned police work, uncovered the truth. These detectives deserve all the credit in the world for carefully analyzing the leads and the evidence for weeks before coming to their conclusion. I’d also like to thank the FBI for their help in this investigation. The FBI’s partnership with CPD has been pivotal in this particular case. 

I only hope the truth about what happened receives the same amount of attention that the hoax did. 

I’ll continue to pray for this troubled young man who resorted to both drastic and illegal tactics to gain attention. I’ll also continue to pray for our city asking that we can move forward from this and begin to heal.

After Smollett was arrested, President Trump tweeted:

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On Thursday, February 21th, 2019, Jussie Smollett paid $10,000, ten percent of his bond, and agreed to surrender his passport.

On Thursday, after Smollett posted bail (10 percent of a $100,000 bond) at the Cook County courthouse in Chicago, lawyers for the Empire actor issued the following statement: “Today we witnessed an organized law enforcement spectacle that has no place in the American legal system. The presumption of innocence, a bedrock in the search for justice, was trampled upon at the expense of Mr. Smollett and notably, on the eve of a Mayoral election. Mr. Smollett is a young man of impeccable character and integrity who fiercely and solemnly maintains his innocence and feels betrayed by a system that apparently wants to skip due process and proceed directly to sentencing”.

Few words were expected by his lawyers: “Mr. Smollett is innocent, he didn’t stage the attack”. who fiercely and solemnly maintains his innocence” is distancing language.

According to the Daily Mail, after he was released, Jussie Smollett said to his coworkers on the set: “I’m sorry, I’ve put you all through this and not answered any calls. I wanted to say I’m sorry and, you know me, I would never do this to any of you, you are my family. I swear to God, I did not do this.”

Smollett didn’t issue a reliable denial, showed an unexpected desire to ingratiate himself with his coworkers and a need to persuade that innocent don’t have.

He will return to court on March 14th, 2019.

OMICIDIO DI STEFANIA CROTTI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ATTO DA KAMIKAZE (intervista)

Stefania Crotti, la vittima

Il corpo carbonizzato di Stefania Crotti è stato ritrovato venerdì 18 gennaio, sabato 19 gennaio, Chiara Alessandri ha confessato l’omicidio ed è stata arrestata

Le Cronache Lucane, 21 gennaio 2019

Chiara Alessandri, milanese di Rho, 43 anni, abitava a Gorlago in provincia di Bergamo, era disoccupata e madre di tre figli minori, per qualche mese aveva avuto una relazione con Stefano Del Bello, marito di Stefania Crotti, 43 anni, e padre della loro figlia Matilde di 7 anni, ora si trova in carcere accusata dell’omicidio premeditato della moglie del suo ex amante.

Chiara Alessandri e Stefano Del Bello, marito della vittima

Giovedì 17 gennaio, Chiara Alessandri ha chiesto all’amico Angelo, un piccolo imprenditore di Seriate, di recarsi alle 15.30 fuori dal posto di lavoro della Crotti, di consegnarle una rosa e un biglietto con scritto “Ti amo” e poi di convincerla a farsi portare bendata in un garage di Gorlago. Angelo ha così condotto Stefania fino all’ingresso del garage della villetta di via San Rocco dove vivevano i tre figli di 6, 7 e 11 anni della Alessandri ed alternativamente la donna e il suo ex convivente, ed è poi tornato alle sue occupazioni.
Il malcapitato amico si è prestato a fare da ambasciatore ed autista in quanto ha creduto a ciò che le aveva raccontato la Alessandri ovvero che era stata organizzata una festa a sorpresa per Stefania ed il marito, una festa che avrebbe suggellato la riappacificazione tra i due coniugi e chiarito le cose tra le due donne. Il Del Bello infatti, dopo l’estate, aveva deciso di chiudere con la Alessandri e di tornare dalla sua famiglia. Purtroppo Chiara Alessandri ha invece ucciso a martellate la povera Stefania, ha caricato il suo corpo nel portabagagli della sua Mercedes Classe B e l’ha bruciato in una stradina isolata di Erbusco, nel Bresciano, fra i vigneti della Franciacorta. La Alessandri ha poi inviato un messaggio vocale all’amico Angelo riferendogli che era andato tutto bene e ringraziandolo per l’aiuto. Angelo era stato amante della Alessandri e, poiché non viveva a Gorlago è comprensibile che non fosse a conoscenza delle voci di paese che volevano entrambe le donne innamorate del Del Bello, per questo motivo la Alessandri aveva scelto di chiedere di aiutarla a lui. E’ stato proprio Angelo, l’uomo coinvolto nel piano diabolico della Alessandri, a rivolgersi alle forze dell’ordine non appena è venuto a conoscenza della scomparsa di Stefania Crotti.

dal profilo Facebook di Chiara Alessandri

Abbiamo posto alcune domande sul caso alla criminologa Ursula Franco.

– Dottoressa Franco, la Alessandri ha riferito agli inquirenti di aver organizzato la finta festa perché voleva un chiarimento “per il bene dei figli”, che poi le cose sono degenerate perché la Crotti l’avrebbe colpita e, durante una colluttazione, Stefania avrebbe “battuto la testa contro lo spigolo della porta”, è credibile?

E’ un classico che un omicida confessi un preterintenzionale. Stefania Crotti è morta dopo essere stata colpita a martellate, non per aver urtato uno spigolo, si tratta di omicidio volontario. Peraltro la povera Stefania è entrata nel garage della Alessandri bendata, una condizione che apre all’aggravante della “minorata difesa” perché il fatto di essere bendata le ha impedito “di orientarsi nella comprensione degli avvenimenti”.

– Secondo lei è un omicidio premeditato?

Sono molti i dati a supporto della premeditazione:
Se Chiara avesse voluto semplicemente chiarire con Stefania sarebbe potuta andare personalmente fuori dal suo posto di lavoro della Crotti invece, già da prima dell’epifania, aveva contattato l’amico Angelo per chiedergli di aiutarla a realizzare una “festa a sorpresa”.
Il Telepass prova che, nei giorni precedenti al delitto, Chiara Alessandri era transitata proprio nei pressi del luogo in cui ha dato fuoco al cadavere di Stefania.
La Alessandri era in possesso di una tanica di materiale infiammabile.

– Dottoressa Franco, un piano diabolico quello della Alessandri ma con molte smagliature, che ne pensa?

La Alessandri ha organizzato un piano sì diabolico ma maldestro e ha fatto di tutto per farsi prendere in tempi record. Paradossalmente il suo atto è equiparabile a quello di un kamikaze, è un omicidio/suicidio. La Alessandri ha infatti ucciso la sua rivale ma si è anche virtualmente suicidata. L’odio che Chiara provava per Stefania e il desiderio di vendetta nei confronti del Del Bello hanno viziato fortemente la sua capacità di intendere e di volere. Penso che la Alessandri debba essere sottoposta ad una perizia psichiatrica, su questo punto si daranno di sicuro battaglia gli psichiatri chiamati ad esprimersi.

– Quali sono stati gli errori della Alessandri, se così possiamo chiamarli?

Coinvolgere l’amico Angelo che ha denunciato subito il proprio involontario coinvolgimento nei fatti che hanno preceduto l’omicidio.
Uccidere a martellate la Crotti nel proprio garage lasciando al suo interno un’infinità di tracce di sangue.
Trasportare il cadavere della Crotti con la propria auto lasciando al suo interno tracce inequivocabili.
Lasciare che le urla strazianti della vittima venissero udite dai vicini di casa.
Inviare a casa della famiglia Del Bello le chiavi dell’auto e quelle di casa della moglie che aveva trovato nella sua borsa accompagnandole con un messaggio “non vi preoccupate per me, sto bene”.

MORTE MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: “NESSUN GIRO DI PROSTITUZIONE MINORILE A SAN SALVATORE TELESINO”

La dottoressa Franco è consulente della difesa dei fratelli Ciocan, conosce molto bene gli atti d’indagine e si è espressa sulle voci riportate dai Media di un giro di prostituzione minorile nel quale poteva essere coinvolta la piccola Maria.

Le Cronache Lucane, 19 gennaio 2019

– Dottoressa Franco, dallo studio degli atti emerge che Maria fosse inserita in un giro di prostituzione minorile?

E’ una grande sciocchezza, chi si fa portavoce e megafono di queste voci rallenta il raggiungimento della verità.

– Dottoressa da dove nascono queste voci?

La gente chiacchiera e per ansia di protagonismo riferisce ai propri interlocutori notizie stupefacenti, a volte queste chiacchiere vengono intercettate nel corso di un’indagine ma restano chiacchiere. Non c’è nulla negli atti giudiziari relativi al caso Ungureanu che possa supportarle. Chi si è espresso su un giro di prostituzione minorile si rimangerà tutto quando verrà interrogato in procura. 

– Perché la televisione italiana non ha mai intervistato lei su questo caso e in specie su questo tema?

Perché il pregiudizio nei confronti di una difesa è d’obbligo e perché la verità non fa spettacolo e non stimola le fantasie dei telespettatori, si immagini in quanti pervertiti stanno godendo di questa falsa notizia.

– Dottoressa quanto ci vorrà ancora per arrivare alla verità su questo caso giudiziario?

La verità è agli atti dal luglio 2016. Insieme al nome del mostro che abusava della bambina c’è quello della ragazzina che era con Maria mentre la stessa annegava, a lei andrebbero addebitati in parte i costi di questa indagine.

Alla ricerca di un assassino che non c’è: «Carlotta si è suicidata» (intervista)

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Carlotta Benusiglio

Intervista alla criminologa Ursula Franco sulla morte della stilista 37enne trovata impiccata ad un albero e per la quale il fidanzato è stato indagato con l’accusa di omicidio volontario aggravato

Da circa due anni e mezzo, la famiglia di Carlotta Benusiglio, 37 anni, trovata impiccata ad un albero di Piazza Napoli a Milano intorno alle 6.00 del 31 maggio 2016 da un passante, non trova pace. I familiari non credono che Carlotta si sia suicidata e la sorella Giorgia, spesso ospite di programmi come Quarto Grado, lo ha ripetuto a gran voce tanto che dopo una iniziale archiviazione come suicidio, il caso è stato riaperto e il fidanzato di Carlotta, Marco Venturi, 41 anni, è stato indagato per omicidio volontario aggravato.

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Abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco che è consulente dell’avvocato Andrea Belotti che difende Marco Venturi. La criminologa è nota soprattutto per le sue competenze in tema di suicidi e morti accidentali scambiate per omicidi. La Franco è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; dal luglio scorso è consulente dell’avvocatessa Patrizia Esposito, difensore di Stefano Binda, già condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, è anche consulente degli avvocati della difesa di Daniel e Cristina Ciocan che, per due anni e mezzo, sono stati indagati per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu ma sono vicini all’archiviazione dopo che il GIP, il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno dato ragione alla difesa su tutta la linea. In questo caso la Franco ha da sempre sostenuto che Maria Ungureanu non era stata uccisa e che la bambina subisse violenze sessuali in famiglia.

Dottoressa Franco, sappiamo che a suo avviso Carlotta Benusiglio si è impiccata, ci riferisce qualche dato statistico in merito agli omicidi per impiccamento?
L’omicidio per impiccamento è raro, statisticamente rappresenta meno dell’1% degli impiccamenti, è generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite e messo in scena da almeno due soggetti. 

Dottoressa Franco, dopo una puntata di Chi l’ha visto del febbraio 2018 durante la quale sono stati riferiti gli orari in cui Marco Venturi venne inquadrato in via dei Vespri Siciliani, la via dove abitava Carlotta, nel bel mezzo di un processo mediatico martellante che vuole il Venturi responsabile di un omicidio, lei si era espressa a favore dell’odierno indagato, quegli orari sono così dirimenti?
Certamente, non rientra nell’ambito delle possibilità che Marco Venturi, che pesa solo 68 chili, abbia strangolato la Benusiglio, che pesava poco meno di lui, e l’abbia poi impiccata in pochi secondi. Non solo gli orari che ci forniscono le telecamere di piazza Napoli, la 14 e la 12, ci permettono di affermare che Marco Venturi non ebbe a disposizione abbastanza tempo per stordire e sospendere all’albero di piazza Napoli la povera Carlotta ma anche le risultanze autoptiche e lo stato del luogo in cui è stato ritrovato il cadavere della Benusiglio ci confermano che non è stata uccisa. 

Non è vero, Marco Venturi è stato inquadrato in entrata e in uscita sempre e solo in Via dei Vespri Siciliani, una prima volta alle 3:40:04 e la seconda volta, 2 minuti e 22 secondi dopo, alle 3.42.26. Preciso che per raggiungere l’albero del parco di piazza Napoli al quale la donna si impiccò da casa sua si impiega almeno un minuto. Pertanto il Venturi avrebbe dovuto uccidere ed impiccare la Benusiglio in più o meno 22 secondi, un’ipotesi insostenibile a meno che a Marco Venturi non si vogliano riconoscere dei superpoteri. 

Dottoressa Franco, i periti del GIP e, prima di loro il professor Osculati, hanno ritenuto più probabile l’ipotesi suicidiaria, com’è possibile che altri medici legali siano giunti a conclusioni diverse?
Quando le conclusioni dei medici legali chiamati ad esprimersi su un caso controverso come questo sono discordanti, evidentemente non è dall’esame medico legale che dobbiamo aspettarci la risposta a tutti gli interrogativi, ma vanno cercati altrove idonei elementi di riscontro alle due diverse ipotesi, a quella omicidiaria e alla suicidiaria. In questo caso l’ipotesi omicidiaria non è suffragata da idonei elementi di riscontro anzi è smentita da molti elementi che ci confermano che Carlotta si è suicidata: mancano in toto i segni di una colluttazione tra la Benusiglio ed il Venturi, non sono state rilevate lesioni da difesa né unghiature al collo di Carlotta, il luogo dove la Benusiglio è stata trovata impiccata non aveva nulla della scena del crimine, non erano infatti presenti sul terreno segni di trascinamento di un corpo o di una colluttazione, gli abiti della donna erano puliti, ovvero non erano venuti in contatto con il terreno (cosa improbabile se fosse stata uccisa prima di simularne l’impiccamento), la struttura del cappio era compatibile con quella di un cappio annodato da Carlotta stessa e infine, come già sottolineato, i tempi escludono che si tratti di omicidio.

Scomparsa Mingarelli: nessun mistero, vi spiego com’è andata (intervista)

La criminologa Ursula Franco a Stylo24 ricostruisce le fasi dell’indagine sulla morte del ragazzo escludendo gli aspetti da thriller della tragedia

Stylo24, 9 gennaio 2019

La Dottoressa Ursula Franco è medico e criminologo, si occupa soprattutto di suicidi e morti accidentali scambiate per omicidi e di errori giudiziari. E’ stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti. Recentemente ha fornito una consulenza all’avvocatessa Patrizia Esposito, difensore di Stefano Binda, già condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Ursula Franco è anche consulente degli avvocati della difesa di Daniel e Cristina Ciocan per i quali la procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione. Dal dicembre 2016 è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica scientifica di analisi del linguaggio messa a punto dallo studioso israeliano Avinoam Sapir. Dal 2013, cura un blog di criminologia, Malke Crime Notes, dove pubblica analisi di noti casi giudiziari italiani ed americani. 

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, in un’intervista a Roma/Cronache Lucane rilasciata il 26 dicembre, la dottoressa Franco ha escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta. 

In un’analisi pubblicata sul suo blog il 28 dicembre la Franco ha scritto: 

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore peraltro senza alcun timore di venir smentito visto che quel pomeriggio il Del Zoppo e il Mingarelli erano soli. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere, il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno della morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte mentre le ricerche con i cani da traccia no sono affidabili. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

Lettera aperta della criminologa Ursula Franco a “La Vita in Diretta”

“Se lo sfortunato Giorgio Del Zoppo fosse stato vostro padre o vostro marito o vostro fratello, gli avreste riservato lo stesso trattamento? Lo chiedo a voi perché avete permesso a soggetti privi di competenze in campo criminologico di riempirsi la bocca con la parola omicidio in un caso evidente di morte accidentale. 

Non ci si inventa criminologi, servono competenze in campo medico (medicina legale, psichiatria, tossicologia, chimica etc, etc), e a queste competenze, che si acquisiscono soltanto all’Università e che vanno documentate con un bel diploma di laurea, va aggiunta una non meno necessaria approfondita conoscenza della casistica. 

Vi rendete conto che certe inferenze dei vostri opinionisti a digiuno di criminologia non solo espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita di chi, suo malgrado, si trova implicato in un caso giudiziario e spesso impediscono ai familiari di chi muore di farsi una ragione di una eventuale archiviazione?

È un campo delicato quello della giustizia e non dovrebbe esserci spazio né per l’approssimazione né per la disinformazione. 

Avete mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale alcuni individui rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi? 

Esprimersi senza competenze su un caso giudiziario non solo è rivelatore di una mancanza di coscienza di sé ma anche di uno sprezzo per i propri simili.

Sapete che la pressione prodotta da un processo mediatico su una procura e sui giudici è equiparabile ad una pressione idraulica ed è la prima causa di errore giudiziario?

Sapete che per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano soltanto in molti anni di studio? 

Avete mai sentito parlare di “autopsia psicologica”? Prima di fasciarsi la testa con ipotesi omicidiarie conviene sempre focalizzare su eventuali fragilità, frustrazioni o sofferenze di uno/a scomparso/a. Nella maggior parte dei casi infatti un’autopsia psicologica permette di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, a meno che non se ne sottovalutino o neghino deliberatamente le risultanze.

Vi è giunta voce che, nonostante le ricerche, i corpi di Melania Rea, Elena Ceste, Yara Gambirasio, Eleonora Gizzi, Daniele Taddei, Rocco Di Nello, Provvidenza Grassi, Lucia Manca e Saverio Tagliafierro, per nominarne qualcuno, sono stati tutti ritrovati per caso?

Sapete che i cani da compagnia non hanno “super poteri”? Hanno difficoltà a trovare i cadaveri gli addestrati Bloodhound, come vi viene in mente che sia anomalo che il cane da compagnia del Mingarelli non abbia condotto i soccorritori al cadavere del proprio padrone ma si sia invece divertito a giocare con un altro cane?

La casistica insegna che le ricerche con i cani da traccia spesso falliscono, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

L’errato assunto che le ricerche con i cani siano infallibili non solo è la riprova di una mancanza di conoscenza della casistica ma è anche fonte di grossolani errori, conduce infatti ad ipotizzare fantomatici spostamenti di cadaveri ed altrettanti fantomatici depistaggi che aprono la strada all’errore giudiziario.

Per non sbagliare più, imparate a riservare ai soggetti informati sui fatti, sospettati o indagati lo stesso trattamento che vorreste vi fosse riservato o fosse riservato ad un vostro caro, per chi specula sulle disgrazie altrui c’è spazio in televisione ma non in paradiso”.

La lettera aperta a “La Vita in Diretta” è stata pubblicata anche su Le Cronache Lucane.

Omicidio di Lucia Manca: Renzo Dekleva, da millantatore ad assassino

Lucia Manca e il luogo del ritrovamento dei suoi resti

Il 6 ottobre 2011, a Cogollo del Cengio (Vicenza), ai piedi del ponte Sant’Agata che passa sopra il torrente Astico, durante un intervento di pulizia effettuato nell’imminenza di una corsa podistica, alcuni dipendenti comunali hanno trovato i resti di Lucia Manca, 52 anni; la donna, che lavorava come impiegata in una banca di Marcon (Venezia), era stata vista dai colleghi e ripresa dalle telecamere di sorveglianza mentre, alle 17.00 del 6 luglio 2011, usciva dalla banca di Treviso dove lavorava e saliva sull’auto del marito, Renzo Dekleva (02/05/58). 

Cogollo del Cengio si trova sulla strada che da Mestre porta a Folgaria, dove Renzo Dekleva possiede uno chalet.

L’assenza di fratture e la collocazione dei resti, ormai scheletrizzati e mummificati, hanno permesso al medico legale di escludere che la Manca si fosse gettata dal ponte per suicidarsi.

Al momento della sua morte, Lucia Manca indossava soltanto una lunga Lacoste nera e gli slip, non sono state ritrovate calzature sul luogo di rinvenimento del cadavere, ciò ha permesso di inferire che la donna era stata uccisa in casa la sera del 6 luglio, dopo essere rientrata dal lavoro ed essersi cambiata gli abiti. Il corpo di Lucia è stato trovato a molti chilometri da Marcon ed era coperto “da una grande quantità di rami di Prunus laurocerasus tagliati di netto, specie non presente nelle vicinanze del punto di ritrovamento, pertanto non poteva che essere stato trasportato lì per essere occultato.

Per l’omicidio di Lucia Manca, il 31 gennaio 2012, è stato arrestato il marito, Renzo Dekleva che, il 16 settembre 2015, è stato condannato in via definitiva a diciannove anni e otto mesi dalla corte Suprema di Cassazione di Roma.

Renzo Dekleva

All’indomani della scomparsa di Lucia Manca il giornalista Nicola Endimioni aveva intervistato  Renzo Dekleva:

Nicola Endimioni: La sera precedente voi siete stati…

Renzo Dekleva: Guardi, tranquilli, ave… avevamo ricevuto delle telefonate, diciamo, gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla.

Quando Dekleva riferisce che “gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla” lascia intendere che in precedenza non lo fosse.

Nicola Endimioni: Era tranquilla.

Renzo Dekleva: Sì, era tranquilla.

Nicola Endimioni: La sera precedente siete stati tranquilli qua a casa?

Renzo Dekleva: Tranquilli, sono andato a prendere la pizza, abbiamo mangiato la pizza tranquillamente.

In questa breve conversazione Dekleva dice 2 volte “tranquilli”, 2 volte “tranquilla” e una volta “tranquillamente” mostrando un bisogno di convincere che sua moglie fosse “tranquilla” che lascia supporre l’esatto contrario.

Il 12 luglio 2011, Renzo Dekleva aveva dichiarato al giornalista Nicola Endimioni:

Renzo Dekleva: Io voglio solo che ci sia mia moglie, voglio che ci sia mia moglie perché mia moglie non può aver fatto una cosa del genere, io voglio mia moglie, io voglio mia moglie, sono 30 anni che siamo assieme, 30 anni, dal 77 che la conosco, dall’88 che siam sposati, le dico solo questo, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni e allora voglio che torni mia moglie, scusatemi ma… scusatemi ma…

In Colorado (USA) Christopher Watts, 33 anni, il 19 novembre scorso è stato condannato al carcere a vita per il triplice omicidio di sua moglie Shannan, 34 anni, e delle loro due figlie Bella, 4 anni, e Celeste, 3 anni e per interruzione di gravidanza in quanto la moglie era incinta, fatti commessi nell’agosto 2018. Durante una lunga intervista rilasciata all’emittente Denver7 prima del ritrovamento dei corpi, Watts ha ripetuto come un mantra la frase “I just want them back, I just… I just want them to come back” (voglio solo che tornino), la stessa frase pronunciata dopo l’omicidio e prima del ritrovamento del cadavere della moglie da Renzo Dekleva (“voglio che torni mia moglie”) e dettata dalla posizione stressante in cui Chris Watts versava.

E’ pertanto probabile che Dekleva volesse davvero che tornasse la moglie, che si fosse egoisticamente pentito di averla uccisa perché sapeva di aver commesso molti errori e di avere le ore contate.

Da un’intervista rilasciata da Renzo Dekleva alla giornalista Paola Grauso:

Paola Grauso: Lei conferma che mercoledì 7 la signora se ne è andata di casa alle 6 e mezzo?

Renzo Dekleva: 6 e 40, sì.

Paola Grauso: 6 e 40, per prender questo pullman e poi vabbè non si è saputo più niente.

Renzo Dekleva: No, no… non l’ha preso il pullman, ormai è assodato che i pullman non li ha presi.

Sono 2 i pullman che Lucia Manca doveva prendere per raggiungere la banca di Treviso dove lavorava da Marcon.

Paola Grauso: Quindi è scomparsa in quei pochi metri che separano casa sua dalla fermata?!

Renzo Dekleva: Esatto, esatto.

Paola Grauso: Ecco, la sera prima era ritornata a casa con lei perché era andato a prenderla al lavoro, giusto?

Renzo Dekleva: Eh, sono uscito 2 ore, sono rientrato a mezzanotte e mezza e lei stava stava già dormendo. La mattina lei si è svegliata presto, però solo che quella mattina lììì aveva detto “Io prendo l’autobus”.

Dekleva non risponde a tono alla Grauso ma le dice di essere “uscito 2 ore”. In realtà uscì alle 9.40 del 6 luglio e rientrò verso le 5.15 del giorno successivo.

Paola Grauso: Quindi praticamente lei l’è andata a prendere il giorno prima alla filiale, l’ha portata a casa e poi dopo è uscito.

Renzo Dekleva: Sì, sì, sì, sì.

Paola Grauso: Ma avete cenato insieme oppure no?

Renzo Dekleva: No, lei ha mangiato… lei ha mangiato una pizza, sì, abbiamo mangiato insieme però lei ha mangiato la pizza e io dopo sono andato subito via perché sono andato prima dai miei genitori e poi sono andato… son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte.

Dekleva quella sera non cenò, “No, lei ha mangiato”.

Ancora una volta il Dekleva previene la domanda della giornalista in merito ai suoi movimenti di quella sera affermando di essere uscito “subito”, di essere “andato prima dai genitori” e poi di essere uscito “per motivi di lavoro, per delle commissioni”. Infine afferma di essere stato fuori casa “dalle otto a mezzanotte”. In realtà uscì alle 9.40 del 6 luglio e rientrò verso le 5.15 del giorno successivo.

Paola Grauso: Tra voi le cose andavano bene?

Renzo Dekleva: Tra noi andavano bene ma normalmente ci sono litigi, in quel periodo c’era un momento un po’ così di litigi ma cose… dopo 25 anni di matrimonio sono cose normali.

Renzo Dekleva: Non è andata via per i fatti suoi, questo è poco ma sicuro, l’unica… l’unica che ho pensato: Ma è uscita con qualche macchina, con qualcuno, non… non lo so ma è solo un’ipotesi e io ho sempre detto non… se nessuno l’ha vista e non ha preso gli autobus, certo volata per aria non può essere, quindi davanti al parcheggio lì deve essereee successo qualche cosa, è montata in macchina con qualcuno, in macchina, su un furgone, in moto, non lo so.

Alcuni stralci di un’intervista rilasciata dal Dekleva alla giornalista Paola Grauso dopo il servizio di Chi l’ha visto?:

Renzo Dekleva: Oggi ho letto sul gazzettino anche un altro orario, un orario completamente sbagliato.

Renzo Dekleva: Avete… avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Lei mi ha detto che è uscito dalle otto alle ventiquattro.

La Grauso ha ragione, Dekleva gli aveva riferito: “son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte”.

Renzo Dekleva: No, sbagliato.

Paola Grauso: L’ha detto lei, guardi.

Renzo Dekleva: Sbagliato, sbagliato.

Renzo Dekleva: I carabinieri hanno un altro orario.

Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte ma le riferisce soltanto che “I carabinieri hanno un altro orario”.

Paola Grauso: Dalle dieci alle ventiquattro?!

Renzo Dekleva: No, sbagliato anche quello. I carabinieri hanno detto un… avete detto degli errori, mia moglie non era a Treviso da quel… da quel… da quel… da un anno e mezzo, le… i vestiti li sapevo esattamente, i carabinieri sanno esattamente…

Renzo Dekleva: Avete raccontato 3, 4 palle, la signora Sciarelli… volevo intervenire quella sera perché avete raccontato delle palle, avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Allora spieghiamoci così possiamo…

Renzo Dekleva: No, i carabinieri lo sanno, io mi fido dei carabinieri, avete raccontato delle palle in televisione.

Dicendo “io mi fido dei carabinieri”, Dekleva tenta di collocarsi dalla parte dei “good guys”.

Paola Grauso: Abbiamo riportato esattamente quello che lei ha detto.

Renzo Dekleva: No, no, perché il verbale dei carabinieri è diverso, il verbale de…

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma le riferisce soltanto che “il verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Sono le sue parole, che ha detto a me al telefono.

Renzo Dekleva: Ma nel verbale dei carabinieri è diverso, io ce l’ho.

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma afferma “Ma nel verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Lei ha detto che è uscito quella sera, invece il fratello sa che…

Renzo Dekleva: Ma io ho una denuncia, ho una denuncia, ho una denuncia fatta, ho una denuncia, avete raccontato 3, 4 palle, ho le prove. Oggi… poi…

Paola Grauso: Ho le prove che lei l’ha detto, però, comunque lei è uscito quella sera e invece i fratelli…

Renzo Dekleva: Sì, ma hanno verificato dove sono andato.

Paola Grauso:… sapevano… sapevano che invece non era uscito, come mai ha cambiato questa versione?

Renzo Dekleva: Noo, I suoi fratelli lo sanno.

Paola Grauso: No, non l’hanno mai saputo, quando gliel’ho detto erano molto sorpresi.

Renzo Dekleva: Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Avete raccontato delle palle perché c’ho un verbale che… ce l’ho qui a casa di cui ho documentato tutto.

Paola Grauso: Perché non raccontiamo bene questa cosa insieme?

Renzo Dekleva: Noo…

Renzo Dekleva: Io ho detto cosa aveva più o meno addosso, la camicia bianca non l’ho mai detto, l’ho letto dappertutto ma non è vero, non mi risulta che fosse una camicia proprio bianca però eee i pantaloni beige e i sandali lo so perchééé quelli erano fuori, non ce ne sono più.

Durante le indagini per la scomparsa di Lucia Manca, gli inquirenti hanno scoperto che:

  1. il marito Renzo Dekleva aveva un’amante, tale Patrizia B., segretaria in uno studio medico, che frequentava dal dicembre 2010 e alla quale aveva raccontato di essere separato e che la ex moglie viveva e lavorava a Milano;
  2. l’11 giugno 2011, la Manca, in seguito ad una telefonata al marito, che si trovava a Folgaria, aveva capito che l’uomo non era solo nello chalet di famiglia ma in compagnia di una donna (Patrizia B.); 
  3. Lucia Manca aveva chiesto ad un’avvocatessa un consiglio in merito ad una lettera da inviare al marito nella quale gli avrebbe prospettato una eventuale separazione;
  4. il 3 luglio 2011, Lucia aveva telefonato a Patrizia B. dicendole di essere la moglie di Dekleva ma le due donne non si erano chiarite in quanto la linea era poi caduta;
  5. Lucia Manca aveva telefonato alla proprietaria di un ristorante per informarsi sui movimenti e sulle compagnie del marito in specie relativamente ad una cena;
  6. l’analisi dei tabulati del telefono fisso installato nella casa dei Dekleva ha permesso di appurare che la sera del 6 luglio 2011 dalla suddetta abitazione partirono due chiamate verso l’utenza di Patrizia B., rispettivamente alle ore 20.12 e alle ore 20.32, la prima telefonata si interruppe prima che Patrizia B. potesse rispondere mentre con la seconda il Dekleva annunciò a Patrizia che sarebbe arrivato in ritardo;
  7. la sorella della vittima, Fiorenza Manca, la sera del 6 luglio 2011, alle 21.30 chiamò Lucia a casa senza ricevere risposta;
  8. Renzo Dekleva percorse il tratto autostradale tra Mestre-Villabona e Piovene Rocchette nelle prime ore del 7 luglio 2011 e uscì alle ore 2.27.55 dal casello di Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri da Cogollo del Cengio, luogo del ritrovamento dei resti della Manca;
  9. un’impronta digitale corrispondente all’indice della mano sinistra del Dekleva è stata repertata sul biglietto autostradale n. 968 relativo al tratto autostradale percorso da Renzo Dekleva nelle prime ore del mattino del 7 luglio;
  10. il Dekleva una volta avvisato dai colleghi di Lucia che il 7 luglio la donna non si era presentata al lavoro aveva detto agli stessi che si sarebbe recato subito a casa ed avrebbe interpellato gli ospedali più vicini. Dai successivi accertamenti emergeva che non aveva invece effettuato alcuna chiamata, ai presidi ospedalieri e che solo nella seconda, parte del pomeriggio, su insistenza anche di M. G. S., aveva denunciato la scomparsa della moglie, tacendo, peraltro, l’esistenza di dissapori e la ragione degli stessi;
  11. il Dekleva aveva taciuto per circa una settimana sia a Patrizia B. che ad una loro amica comune, S. P., la scomparsa della moglie;
  12. il 25 novembre, mentre il Dekleva si trovava nella sua auto aveva detto: “La verità è peggio… molto peggio ancora più di prima, adesso ci sei dentro, la cosa non doveva finire così” e “E’ omicidio… il mio è omicidio”.
  13. il Dekleva aveva falsificato un verbale di denuncia di scomparsa della moglie da far leggere a Patrizia B.;
  14. Renzo Dekleva, di professione informatore scientifico del farmaco, per più di 25 anni aveva millantato una laurea in Medicina e Chirurgia. Dekleva non solo aveva raccontato di essersi laureato in Medicina ma aveva usato il titolo di dottore sui biglietti da visita e sulla carta d’identità aveva fatto scrivere di essere MEDICO.

il biglietto da visita di Renzo Dekleva con il falso titolo di “dott.”

la carta d’identità di Renzo Dekleva con la falsa attestazione relativa alla professione di MEDICO

Renzo Dekleva è un soggetto pericoloso perché, come tutti i millantatori, è capace di falsificare. Il Dekleva, prima di uccidere sua moglie Lucia, ha mentito per più di 25 anni sui suoi titoli di studio. Gli impostori come lui sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici, istrionici e antisociali.

I millantatori, dietro la corazza di menzogne attraverso le quali si decorano, celano una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati, ciò che li frega, ad un certo punto della loro “carriera” di bugiardi, è un’illusione di impunità che maturano dopo che per anni sono riusciti a farla franca.

Nel 2013, proprio per aver millantato un titolo universitario, Renzo Dekleva ha subito una condanna per Falso Ideologico in atto pubblico.

Patrizia B., la donna che frequentava Renzo Dekleva, che peraltro lo conosceva come Lorenzo Dekleva ed era all’oscuro che fosse ancora sposato e vivesse a Marcon con la moglie Lucia, si è lasciata intervistare dai giornalisti ma soprattutto ha tenuto un comportamento encomiabile con gli inquirenti.

Da un’intervista rilasciata da Patrizia B. al giornalista Nicola Endimioni riguardo al 6 luglio 2011, giorno dell’omicidio di Lucia Manca:

Patrizia B.: Quando lui arriva, io già ero sul posto, lui arriva in ritardo ancora rispetto al ritardo che aveva detto di fare e, niente, si scusa e mi dice anche che è un po’ così, in disordine, perché non è riuscito a passare per casa perché appunto aveva fatto tardi con i genitori, che non era riuscito a passare per casa a farsi la doccia per poi uscire e venire con me, era molto trasandato e anche un po’ maleodorante, come trafelato, sudato e poi aveva un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata, difatti io gli avevo anche chiesto se andava bene tutto, cos’era successo? e lui mi aveva detto che si era arrabbiato con i suoi perché appunto, come sempre, l’avevano… eh… chiamato, quindi aveva dovuto far tardi ed era tutto di corsa, non era successo niente ma era… ma era un po’ trafelato, era un po’ di corsa. 

Nicola Endimioni: “Era spase mal”.

Patrizia B.: Sì, “era spase mal”, è il termine che io ho usato, è un termine trevigiano, che è una persona che è fuori, cioè impanicata, una persona che è fuori controllo, come non… non… cioè aveva degli occhi veramente… non dico da paura, però degli occhi allucinati.

Patrizia B.: In quel momento là lui mi chiedeva scusa di questo periodo passato così un po’ distaccati, così un po’ teso, aveva sistemato tutti i suoi problemi e da oggi in poi, da quel giorno in poi tutto sarebbe tornato come prima, non ci sarebbe più stato nessun tipo di problema quindi confermava anche quella vacanza in Croazia.

Di seguito un’intercettazione di una conversazione tra Renzo Dekleva e Patrizia B., conversazione intercorsa tra i due il 25 novembre 2011, circa 50 giorni dopo il ritrovamento dei resti della Manca avvenuto il 6 ottobre 2011:

Renzo Dekleva: Io sono andato a prendere le pizze e gli ho detto: “Lucia, io devo farmi la doccia e stasera esco”, come al solito fa: “Portati la macchina fotografica!”.

Renzo Dekleva: Quella sera sono andato là, prima roba, lei stava dormendo lei stava dormendo.

Patrizia: Sei andato a casa?

Renzo Dekleva: Sì, sono andato a casa un attimo, lei stava dormendo, la macchina sta sempre fuori, lei dormiva sul divano.

E’ possibile che Dekleva, per un qualche motivo, sia passato da casa “un attimo” dopo aver lasciato Patrizia quella sera ma di sicuro Lucia non stava dormendo sul divano ma si trovava già nel portabagagli dell’auto del marito dove l’aveva caricata intorno alle 21.40, prima di incontrare Patrizia. 

Renzo Dekleva: Ed io ero convinto di aver lasciato dentro le foto, dentro la macchina fotografica, controllo, cazzo la macchina è rimasta su a Folgaria, sono uscito di casa, la macchina e sono andato su.

Dekleva potrebbe essere tornato a casa per cercare la macchina fotografica all’interno della quale, una volta iniziate le indagini per ritrovare sua moglie gli inquirenti avrebbero potuto trovare le foto con Patrizia. E’ probabile che sospettasse davvero di aver lasciato la macchina fotografica nello chalet di Folgaria.

Patrizia B.: Hai fatto la superstrada fino a Folgaria?

Renzo Dekleva: Ho fatto la strada che faccio quando vado su, quando… quando sono arrivato prima di Folgaria (incomprensibile) sono uscito un attimo a fare un bisogno (incomprensibile) a pisciare e ho detto: “Madonna non ho le chiavi di casa”, infatti apro il cassetto, Dio bon, c’è solo il telecomando e c’è la macchina fotografica e sono venuto giù.

Si noti che Dekleva non risponde con un Sì o un No alla domanda di Patrizia ma afferma “Ho fatto la strada che faccio quando vado su”, lo fa per non rivelarle quale strada abbia percorso.

Patrizia B.: E dove eri arrivato?

Renzo Dekleva: A dieci chil… prima di San Sebastiano.

Renzo Dekleva: Il cadavere non ha un segno, non stanno capendo come cacchio è morta, non è stata avvelenata.

“non stanno capendo come cacchio è morta” è una frase che denota una mancanza di empatia.

Renzo Dekleva: Perché lei aveva paura, perché io l’ho minacciata: “Guarda che vengo là, signori”, davanti a tutti quanti mi metto là e dico: “Lucia cara, mia cara, tira fuori tutti i miei soldi”, e lei avrebbe fatto una figura di merda, lei lo sapeva che non l’avrei mai fatto però l’ho minacciata, io non ho mai avuto un debito, è una roba che è brutto dirlo, però io veramente mi sarei in… no incazzato, se venivo a saper ‘sta roba, veramente l’avrei fatta sparire, lei lo sapeva perché l’unica roba che poteva farmi incazzare è aver debiti.

Patrizia B.: Puoi averla portata così.

Patrizia, mentre si trova da sola con il Dekleva, ha l’ardire di ipotizzare come l’uomo abbia potuto portare il cadavere della moglie dall’appartamento in auto.

Renzo Dekleva: Come? Come l’avrei portata? (ride)

Patrizia B.: Puoi averla portata così sottobraccio, che ne sappiamo noi di come l’hai portata, tu lo sai nella tua testa lì… malata… capito come, io no di sicuro, immagino.

Renzo Dekleva: Così l’ho portata?

Patrizia B.: E spero di sbagliarmi, infatti… puoi averla po… così l’hai retta così, te sei un armadio, lei è piccola.

Renzo Dekleva: Cosa stai dicendo?

Patrizia B.: Sto dicendo quello che penso io, cosa sto dicendo.

Renzo Dekleva: Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera, tutto il resto, quella sera… non voglio pagare per una roba che non ho fatto, quella sera…

Dekleva non riesce a dire “Ti ho detto la verità su quella sera” ma afferma “Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera”. Per Renzo Dekleva  commentare equivale a manipolare. 

“non voglio pagare per una roba che non ho fatto” non è una negazione credibile.

“Io non ho ucciso mia moglie” sarebbe stata una negazione credibile.

Patrizia B.: Ma io mi auguro che sia come dici tu perché se non altro una verità l’hai detta.

Renzo Dekleva: Ci sei tu Patrizia, ci sei tu, io vado a prendere una persona che so che sa tutto di me, so che probabilmente ha preso dei soldi, ma ti rendi conto? Omicidio? Vado, vado, vado ad ammazzare mia moglie per te quando stiamo insieme, quando mi va a frega’ gli sghei, lo sanno tutti quanti che io amo te, son deficiente? Son deficiente? Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così.

“vado ad ammazzare mia moglie” è un’ammissione tra le righe.

Con la frase “Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così” il Dekleva ci rivela di aver caricato in auto il cadavere “alle nove di sera”, Patrizia infatti non ha mai parlato di orari ma si è espressa solo sul come lui avrebbe potuto spostare il cadavere, “sottobraccio”, è il Dekleva a dirci a che ora lo mise nel portabagagli.

Patrizia B.: Oh, è un’ipotesi, è un’ipotesi.

Renzo Dekleva: Mi fai morire, sei unica, non posso lasciarti perché sei semplicemente… sottobracetto.

Patrizia B.: Non ho detto sottobraccio, non ho detto, non ho detto (incomprensibile) vabbè.

Renzo Dekleva: Buonasera, buonasera, buonasera, scusate: “Non se sente, no… non se sente tanto bene”.

Patrizia B.: Ecco, esatto (incomprensibile), la porto in ospedale.

Renzo Dekleva: Come sei stronza, sei stronza, ti amo, non ti lascio, quello che ti ho promesso voglio mantenere.

Patrizia B.: Ma devi prometterlo con la verità.

Renzo Dekleva: Finché vivo, finché vivo, finché vivo, finché vivo, perché io voglio stare con te e basta,

Patrizia B.: Sì.

Un “Sì” ironico.

Renzo Dekleva: A me della gente non me ne frega. Vuoi che non protegga la persona che ha sostituito Lucia?

RICOSTRUZIONE DEGLI EVENTI DELLA SERA DEL 6 LUGLIO 2011:

E’ alquanto probabile che il Dekleva abbia ucciso la moglie poco prima delle 20.32 del 6 luglio e che il ritardo annunciato a Patrizia, con la telefonata delle 20.32, fosse dovuto alla sua necessità di prendere tempo per nascondere il corpo di Lucia nel portabagagli dell’auto.

Secondo la ricostruzione diffusa dalla trasmissione Chi l’ha visto?:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie uscì di casa alle 21.40 per recarsi in un locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. e con la quale rimase fino alle ore 00.30 circa, tornò a casa propria a Marcon (Venezia), caricò il cadavere della moglie in auto, si immise in autostrada alle ore 1.34 e alle 2.27.55 uscì a Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri dal luogo del ritrovamento dei resti della Manca, occultò quindi il suo corpo a Congollo del Cengio e infine ritornò a casa percorrendo la statale per giungere a Marcon (Venezia) alle 5.15. 

A mio avviso invece:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie Lucia, la caricò in auto, raggiunse il locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. alle 22.10, tornò a casa per “un attimo” ed infine si diresse a Cogollo del Cengio ad occultare il corpo della Manca.

Questa ricostruzione spiega sia il perché Renzo Dekleva si fosse presentato “un po’ maleodorante” e “sudato” all’appuntamento con Patrizia B., sia il perché avesse “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata“.

Era “sudato” perché aveva già caricato il corpo della moglie in auto ed aveva “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata non solo perché aveva ucciso sua moglie Lucia ma anche perché, mentre si intratteneva con Patrizia B., aveva il suo cadavere in auto.

Peraltro è difficile credere che il Dekleva avrebbe lasciato incustodito per ore in casa il cadavere della moglie rischiando che parenti o amici la cercassero e che al suo ritorno qualcuno si facesse trovare fuori dalla porta perché preoccupato per la sua sorte.

In poche parole, il modo meno rischioso di gestire il cadavere della moglie era conservarlo nella propria auto.

E’ stato poi il Dekleva a riferire a Patrizia B. che caricò in auto il corpo “alle nove di sera”. Quella sera, dopo essersi accomiatato da Patrizia, Dekleva probabilmente tornò a casa per “un attimo”, prima di recarsi ad occultare il cadavere di Lucia, ma solo per cercare la macchina fotografica che sospettava di aver lasciato nello chalet di Folgaria.

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane.