Suicidi per impiccamento

Ho scritto questo articolo perché, soprattutto nei casi di suicidio per impiccamento incompleto, le dietrologie trovano terreno fertile e, non solo impediscono ai familiari di elaborare un lutto incapsulandoli in una vita di odio e di rabbia, ma producono anche parecchi danni a soggetti estranei ai fatti cui vengono attribuiti omicidi mai avvenuti.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento, l’impiccamento completo quando l’individuo è sospeso nel vuoto e l’impiccamento incompleto quando invece il soggetto viene ritrovato in piedi, in ginocchio, seduto o semisdraiato.

Dai tempi dell’impero persiano ad oggi l’impiccamento completo (impiccagione) rappresenta uno dei metodi di esecuzione capitale.

L’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica autoerotica.

L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, pertanto trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o semidistesi non esclude questa modalità di morte. L’impiccamento incompleto, ormai da secoli riconosciuto dalla scienza come pratica suicidiaria, scatena da sempre fantasiose ricostruzioni da parte dei parenti dei suicidi e della stampa che ignorano che, non solo l’omicidio per impiccamento è raro ma non è necessaria la sospensione nel vuoto del corpo perché si arrivi alla morte di un soggetto. Per occludere le vie aeree, infatti, è necessario esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre una trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi e una semplice compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa. 

L’omicidio per impiccamento è raro e generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. Un’analisi accurata dei luoghi e del cadavere permettono di capire se si tratti di omicidio o di suicidio. In caso di omicidio si riscontreranno sia sulla scena del crimine che sul cadavere i segni di una colluttazione mentre in caso di suicidio potrebbero essere visibili altri precedenti tentativi di togliersi la vita quali tagli all’altezza dei polsi.

Nel caso un cadavere venga sospeso per simulare un suicidio saranno assenti le lesioni vitali (ecchimosi ed emorragie) in corrispondenza dei tessuti profondi del collo e del solco prodotto dal laccio e, nel caso la sospensione del cadavere avvenga tardivamente, saranno visibili ipostasi in posizioni incompatibili con la dinamica suicidiaria. Naturalmente, in caso di simulazione saranno invece presenti segni indicativi di un’altra modalità di morte. E’ chiaro che, in caso di messinscena (staging), difficilmente l’autore dell’omicidio simulerà un impiccamento incompleto alla Condé ma opterà invece per lo staging di un impiccamento completo.

La morte da impiccamento è ascrivibile ad un fattore asfittico, ad un fattore circolatorio e ad un fattore neuro vegetativo.

Fattore asfittico: il laccio, in genere posto nello spazio tiro-joideo, sposta indietro ed in alto l’osso joide e la base della lingua che premendo contro il palato ed il faringe provoca l’occlusione delle vie aeree.

Fattore circolatorio: l’interruzione del circolo sanguigno a livello delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo (3,5 kg) ed eventualmente delle arterie vertebrali (16,6 kg) produce un’ischemia cerebrale con perdita immediata della coscienza. La chiusura delle giugulari causa invece una stasi venosa acuta del territorio cefalico.

Fattore neuro vegetativo: un’intensa stimolazione del nervo vago, che decorre verticalmente nel fascio vascolonervoso del collo insieme all’arteria carotide anteriormente e alla vena giugulare posteriormente, e dei recettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte da inibizione riflessa.

Sempre da un punto di vista medico legale si riconoscono due tipi di impiccamento, a seconda della posizione del laccio: un impiccamento tipico, se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo; il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi e non ha nulla a che vedere con un omicidio solo perché denominato atipico.

Il segno più caratteristico dell’impiccamento è il solco dovuto alla compressione del laccio sul collo. Il solco può essere molle o duro a seconda della consistenza del laccio. Il solco è obliquo dal basso in alto, ineguale perchè più profondo a livello dell’ansa e degradante verso il nodo, discontinuo perchè si interrompe a livello del nodo dove la forza di trazione discosta il laccio dalla cute. Si osservano anche solchi orizzontali nell’impiccamento incompleto in atteggiamento prono.

All’esame medico legale in una vittima di un impiccamento, oltre al solco, sono presenti: emorragie nel derma, nel sottocutaneo, nel connettivo interstiziale e nei muscoli cervicali; lacerazione delle fibre dei muscoli del collo; frattura e lussazione dell’osso joide; rottura trasversale dell’intima della carotide comune in prossimità della sua biforcazione (s. di Amussat); ecchimosi nell’avventizia delle carotidi (s. di Friedberg); lacerazione delle fibre nervose del vago (s. di Dotto); ecchimosi retrofaringea o prevertebrale (s. di Brouardel); emorragie sotto il legamento longitudinale anteriore della colonna vertebrale al passaggio dorso-lombare (s. di Simon); cianosi intensa del volto o pallore; presenza di ipostasi nei segmenti distali degli arti e nelle regioni del bacino (ipostasi a mutanda), che possono determinare erezione del pene con emissione di sperma; emorragie puntiformi congiuntivali e enfisema acuto dei polmoni.

Casistica:

Luigi Enrico di Borbone-Condé

Il Duca Luigi Enrico di Borbone-Condé , il 27 agosto 1830 fu trovato impiccato alla «spagnoletta» di una finestra della sua camera da letto nel castello di Saint-Leu, i suoi piedi toccavano terra. Le speculazioni sulla sua morte non mancarono all’epoca come non mancano oggi quando un soggetto si suicida attraverso un impiccamento incompleto.

Anna Esposito

Un caso di suicidio per impiccamento, che per anni ha riempito le pagine di cronaca nera, è stato quello di una dirigente della Digos di Potenza, Anna Esposito, il cui cadavere venne ritrovato impiccato con una cintura di cuoio alla maniglia di una porta del suo appartamento nella caserma Zaccagnino da alcuni colleghi, il 12 marzo 2001. Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, un secondo esame autoptico, eseguito nel 2015, dopo la riesumazione del corpo, concluse ancora per un suicidio. Il 24 marzo del 2017 la Corte di Cassazione ha finalmente rigettato il ricorso proposto dei familiari di Anna Esposito contro il decreto di archiviazione che il giudice delle indagini preliminari di Potenza aveva firmato. Sia la posizione in cui fu ritrovato il cadavere (semi sospeso), che la frattura dell’osso joide, che la presenza del nodo sul lato destro del collo anteriormente sono compatibili con un suicidio per impiccamento incompleto e atipico, non solo, non sono mai stati raccolti elementi che potessero attribuire una qualche responsabilità all’unico sospettato, il giornalista della Rai, Luigi Di Lauro, legato alla Esposito da una relazione sentimentale.

Robin Williams

L’attore Robin Williams si è suicidato impiccandosi ad una porta con una cintura.

Aaron Hernandez

Il campione di football americano, Aaron Hernandez, si è suicidato a 27 anni impiccandosi con un laccio ricavato dalle lenzuola alle sbarre della finestra della sua cella del Souza-Baranowski Correctional Center, Massachusetts, dove stava scontando una condanna a vita per l’omicidio di Odin Lloyd. Hernandez, prima di suicidarsi ha provato a bloccare la porta della sua cella dall’interno e ha versato sapone liquido sul pavimento per ritardare eventuali soccorsi.

David Carradine

L’attore David Carradine è stato trovato impiccato in un hotel di Bangkok il 4 giugno 2009. La sua morte è stata archiviata come impiccamento incompleto accidentale seguito ad una pratica autoerotica.

Mario Biondo

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti i medici legali spagnoli che hanno eseguito il sopralluogo e la prima autopsia sul cadavere del giovane e alla stessa conclusione è giunto il Prof. Paolo Procaccianti che ha eseguito una seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo a seguito della riesumazione. Il Prof. Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi. Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli, nelle foto visibili online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto fatte durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga. Inoltre, in altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto, tra l’altro, incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme e privo della discontinuità tipica dell’impiccamento, non solo, se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbe stato possibile repertare segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi, e non a livello del solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo, in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem. Per quanto riguarda Raquel Sanchez Silva, moglie di Mario Biondo all’epoca dei fatti e noto personaggio televisivo, la donna ha da subito collaborato con gli inquirenti e ha semplicemente cercato di evitare che, attraverso la diffusione dei files presenti sul computer del marito, fosse data in pasto ai media la sua vita privata.

Altri casi:

– L’11 settembre 2014 un giovane dirigente del ministero dell’Economia, si è tolto la vita impiccandosi ad un termosifone del suo ufficio di via XX Settembre a Roma.

– Nel giugno 2003, a Massa, D.P., un operaio di 36 anni, padre di due figli si è tolto la vita impiccandosi alla maniglia di una porta con la cinghia di un avvolgibile, ha lasciato un biglietto con scritto: “Non ce la faccio più a vivere così. Sono disperato”.

– Nel giugno del 1991 Giorgio Licata, 34 anni, nato a Ragusa e residente da tempo a Milano, si è tolto la vita impiccandosi con un lembo della coperta alla maniglia della porta del bagno di una cella di sicurezza della questura di Milano.

Bibliografia

Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale

PROBLEMI DIAGNOSTICI MEDICO LEGALI IN TEMA DI STRANGOLAMENTO E DI IMPICCAMENTO

Il Tirreno, 6 giugno 2003, Si uccide un giovane padre di due figli

la Repubblica.it, 8 giugno 1991, SUICIDIO IN CELLA DI SICUREZZA NELLA QUESTURA DI MILANO

Una breve intervista sul femicidio

DRAGONI, STAMATTINA L’ULTIMO SALUTO A MARIA TINO. ECCO COSA HA DETTO LA NOTA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ”IL FEMICIDIO CONSEGUENZA DI UNA SOCIETA’ RETROGRADA”

Pubblicato il 16 luglio 2017 da Lorenzo Applauso in Cronaca, Molisannio

Dragoni. Ultimo saluto fra una grande folla commossa , stamattina, nella Chiesa dell’Annunziata di Dragoni, piccolo centro del casertano, per Maria Tino la 49enne uccisa lo scorso giovedì la suo compagno Massimo Bianchi ora rinchiuso in carcere. Chiesa gremita e tanta commozione dentro e fuori. Un ennesimo caso di femminicidio, tre in due giorni, avvenuti in Italia ha focalizzato maggiormente l’attenzione dei media su questo fenomeno dilagante che ogni anno fa oltre un centinaio morti.

I FATTI

Lo ricordiamo, erano le 15.15 circa del 13 luglio scorso quando nella piccolissima piazza Municipio, del centro storico del piccolo comune, cosi viene chiamata ancora oggi la piazzetta, dove una volta c’era la casa comunale e la vita del piccolo centro, Massimo Bianchi ha esploso tre colpi di pistola legittimamente detenuta, centrando mortalmente al torace la compagna quella che lui diceva di amare.

Le motivazione, secondo le indagini della Magistratura sono verosimilmente da condurre alla volontà della vittima di interrompere la relazione sentimentale. Il 61enne poi dopo aver ucciso la donna è rimasto sul posto senza allontanarsi, contriariamente a come si era detto e avevamo scritto. L’uomo è stato poco dopo fermato ed arrestato sul posto dai Carabinieri del personale della Stazione di Alvignano competente per territorio. L’omicida al momento, risulta di non essere mai stato denunciato dalla vittima. La donna lascia due figli adulti in un profondo dolore già provati per la precedente vicenda, quando il padre , ora in carcere, lo scorso anno accoltellò Maria Tino che fini in ospedale fra la vita e la morte, probabilmente per lo stesso uomo che oggi l’ha uccisa Ma cosa succede esattamente nella testa di un uomo in casi come questi? Qual è il meccanismo che scatta e che porta a tragedie cosi grandi e cosi frequenti, sotto l’aspetto criminologico? Lo abbiamo chiesto alla nota criminologa Ursula Franco che si occupa a livello nazionale dei maggiori casi di cronaca e di casi analoghi al caso di Dragoni.

IL PARERE DELLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: “IL FEMICIDIO CONSEGUENZA DI UNA SOCIETA’ RETROGRADA”

“Da un punto di vista sociologico per femminicidio si intende l’omicidio di una femmina commesso per punirla nel caso che, allontanandosi dal ruolo ideale imposto dalla tradizione, si sottragga al potere e al controllo del proprio padre, marito, compagno o amante che sia. Da un punto di vista criminologico – spiega ancora l’autorevole professionista – l’omicidio di genere è detto invece femicidio. Il femicidio è una conseguenza della mentalità retrograda e maschilista su cui si fonda la società patriarcale che riconosce, purtroppo, nella donna una sorta di possedimento del maschio. I femicidi, in genere, maturano in famiglia, possono essere l’atto finale di un percorso caratterizzato da minacce e violenze che la donna subisce per anni o la conseguenza dell’incapacità del maschio di accettare l’abbandono da parte della femmina, in questi casi, spesso, dopo il delitto, l’omicida si toglie la vita. Nel primo caso molte donne subiscono soprusi e violenze a causa della dipendenza economica dal partner, dell’educazione alla sottomissione e per proteggere i propri figli”.

Analisi di un articolo di cronaca sulla morte di Anna Esposito

L’articolo è del 10 maggio scorso ed è firmato Angela Marino, mi hanno colpito le tante certezze diffuse dalla giornalista a mezzo stampa, nonostante la sua incompetenza in campo medico e criminologico. La giornalista, invece di addentrarsi in terreni a lei sconosciuti, avrebbe potuto intervistare gli avvocati ed i consulenti che si sono occupati del caso per riferire ai lettori notizie corrette in merito all’esame medico legale ed alle indagini.

Lo strano suicidio di Anna

di Angela Marino, Fanpage.it

Anna Esposito, dirigente della Digos di Potenza, viene trovata morta la mattina del 12 marzo 2001 nel suo appartamento nella caserma Zaccagnino. La ricostruzione ufficiale stabilisce che si tratta di ‘suicidio’, ma la famiglia è convinta che qualcuno l’abbia uccisa. Lo stesso giorno in cui è stata trovata cadavere Anna aveva appuntamento con il fratello di Elisa Claps. È in quell’incontro mancato la chiave dell’omicidio?

Angela Marino, pur non avendo competenze criminologiche né medico legali, mostra, da subito, di non avere dubbi e lascia intendere che quello di Anna Esposito, a suo avviso, fu un omicidio.

Anna Esposito è una bella donna di 35 anni, mediterranea, solare, volitiva. Originaria di Cava de Tirreni (Salerno), è mamma di due bambine, avute dall’ex marito, con il quale mantiene un rapporto cordiale. È una dirigente della Digos di Potenza, ha ottenuto l’incarico alla soglia dei 30 anni, bruciando le tappe. Fa la spola tra Cava e Potenza, dove alloggia all’ultimo piano della caserma Zaccagnino. La sera dell’11 marzo 2001 torna nel suo appartamento dopo aver passato la domenica con le figlie, i genitori e l’ex marito. Alle 19 e 40 telefona a mamma Olimpia per assicurarla di essere arrivata a Potenza. In serata, racconta alla madre, è attesa a una festa a Matera. Sul tavolo del soggiorno stende dei vestiti neri: un tailleur, un abito scollato, un paio di collant, evidentemente vuole scegliere il più adatto alla serata. Quello che succede tra le 20 e le 9 del giorno dopo entra nelle pagine di quei gialli lucani mai risolti, un groviglio di incongruenze, segreti e omissioni che cominciano l’indomani.

Il suicidio

La mattina del 12 marzo quattro colleghi della Esposito, preoccupati per il suo ritardo al lavoro – sono solo le 9 – e per non essere riusciti a mettersi in contatto telefonico con lei, fanno quello che chiunque farebbe: fanno irruzione in casa sua forzando la porta con un cacciavite. Entrano, cioè, senza un mandato, senza aver allertato il questore, senza aver cercato notizie di Anna presso parenti o amici, nella sua abitazione. Erano allarmati, diranno, e avevano ragione ad esserlo, perché Anna giace sul pavimento del corridoio senza vita. Quaranta minuti dopo viene avvertito il questore e l’appartamento si riempie di poliziotti, alcuni sono lì per i rilievi, altri perché conoscevano Anna. In quel trambusto nessuno si preoccupa di preservare la scena della tragedia.

Com’è morta Anna? È l’Ansa a rispondere a questa domanda ancora prima che venga eseguito l’esame autoptico, con un’agenzia lanciata nelle tarde ore del pomeriggio: SUICIDA DIRIGENTE DIGOS QUESTURA DI POTENZA

Segreti e sospetti

I colleghi di Anna l’hanno trovata semiseduta sul pavimento, i pugni serrati, vestita con un jeans, una T-shirt e gli stivaletti. Attorno al collo, come dichiarato dai testimoni agli inquirenti, avrebbe avuto il cinturone della divisa, una cinghia larga quattro centimetri – dalla quale non viene prelevato nessun DNA – che avrebbe usato per come cappio per impiccarsi alla maniglia della porta. Una modalità usata spesso dai detenuti per togliersi la vita e che dunque è compatibile con la ricostruzione dei testimoni, salvo che per un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide è spezzato. Si tratta di un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea e che difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra persona. C’è ancora un altro particolare che non torna. Al magistrato intervenuto sul posto, uno dei colleghi di Anna dichiara di averla liberata dal cappio nel tentativo di salvarla. Essendo morta dalle 22 della sera precedente, come la successiva autopsia eseguita dall’anatomopatologo, Luigi Strada e dal medico legale, Rocco Maglietta, dimostrerà, Anna era già fredda e rigida: perché alterare lo stato della scena liberandola, senza sapere cosa fosse successo?

La giornalista, nel tentativo di giustificare ai lettori il suo convincimento, afferma che “un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide spezzato” che lei definisce un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea” potrebbe essere la prova che Anna fu uccisa perché quel fantomatico osso “difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra (leggi un’altra) persona”. Innanzitutto non esiste un osso cricoide, l’unico osso presente nel collo è l’osso joide e non è localizzato dietro la cartilagine tiroidea ma in una zona più alta, in corrispondenza della radice della lingua, a livello della quarta vertebra cervicale.

l’osso ioide è quello bianco in alto, la cartilagine tiroidea è quella gialla più in basso

E poi, è falso che l’osso joide si fratturi difficilmente in caso di suicidio per impiccamento con quella dinamica; l’osso joide si frattura anche quando un soggetto si suicida impiccandosi da una posizione bassa.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento, quello completo quando l’individuo è sospeso nel vuoto e quello incompleto quando tocca a terra con i piedi ed è inginocchiato, seduto o semiprono; l’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica erotica. L’omicidio per impiccamento è raro, generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, perciò trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o coricati non esclude questa modalità di morte. Ciò si spiega col fatto che per occludere le vie aeree basta esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre la trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo. Oltre ai fattori asfittico e circolatorio, una compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa (Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale).

Il prete

La Procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio, ma dopo appena 10 mesi il pm Claudia De Luca, chiede l’archiviazione. I genitori di Anna, però, sono fermamente convinti che la figlia sia stata uccisa. Suo padre Vincenzo riceve la visita del cappellano del carcere, Pierluigi Vignola, che dopo aver testimoniato spontaneamente di aver ricevuto in confessione da Anna la confidenza di aver già tentato il suicidio, esorta però il padre a presentare un esposto anonimo che faccia riaprire il caso, si offre addirittura di scriverne una bozza. Insospettito dal cambiamento di posizione del sacerdote, Esposito registra l’incontro nel quale emerge l’ipotesi di un complotto in questura, avvalorata anche da una circostanza: sulla scena del crimine, dai diari che Anna curava fedelmente per il lavoro e la vita privata, sono sparite delle pagine, mai più ritrovate. Chi le ha prese e per nascondere cosa? Don Vignola viene convocato dagli inquirenti ai quali si rifiuta, però, di riferire dell’incontro con Vincenzo Esposito, trincerandosi – questa volta – dietro il segreto della confessione, che secondo lui sarebbe avvenuta in quel contesto. Esposito non si arrende: nel 2011 presenta una memoria in cui elenca punto per punto tutte le incongruenze del caso, avanzando il sospetto che possa trattarsi di un delitto passionale. L’inchiesta viene riaperta e una persona finisce nel registro dell’indagati: si tratta di Luigi Di Lauro, giornalista Rai ed ex fidanzato della Esposito. Con il giornalista potentino sembra che la frequentazione non fosse finita e che l’uomo continuasse a visitare l’appartamento della caserma Zaccagnini, anche di notte.

Elisa e Anna

Se di delitto si tratta, quello di Anna Esposito può avere più moventi. Si può escludere che la dirigente sia stata uccisa per una delle inchieste che stava conducendo? In una intervista alla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ Don Marcello Cozzi di Libera racconta una circostanza singolare. All’indomani del duplice omicidio di Pinuccio Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97, Anna convoca nel suo ufficio un vicino di casa della vittima mostrandogli alcune foto di personaggi legati alla malavita, ma anche di politici e notabili di Potenza. Per capire quanto anomala fosse questa indagine per il capo della Digos è necessario fare un passo indietro. Gianfredi era un personaggio di spicco della malavita locale, aveva accumulato un piccolo capitale prestando i soldi con interessi criminali. Non solo, Gianfredi sarebbe stato al soldo di quel comitato politico-affaristico legato alla massoneria di cui l’inchiesta Toghe lucane – conclusa con l’archiviazione – ipotizzava l’esistenza e che avrebbe deciso a Potenza nomine e appalti. Secondo una pista investigativa dell’epoca, Gianfredi sarebbe stato coinvolto anche nell’occultamento del corpo di Elisa Claps, sparita a 15 anni il 12 settembre 1993 dalla chiesa potentina della Santissima Trinità, dove vice parroco era all’epoca lo stesso Don Vignola che testimonierà sul suicidio di Anna. Perché, dunque, la dirigente della Digos aveva indagato sull’omicidio Gianfredi-Santarsiero? Aveva scoperto qualcosa? Si potrebbe supporre di sì, visto che lo stesso 12 marzo in cui è stata trovata morta Anna aveva un appuntamento con Gildo Claps, fratello di Elisa. È Olimpia Magliano, la mamma di Anna, a ricordare un particolare significativo. La figlia le avrebbe confidato che in questura qualcuno sapeva dove era nascosto il corpo di Elisa. Era questo, come scrive il giornalista, Fabio Amendolara nel suo libro dedicato al caso Esposito, il ‘segreto di Anna’?

L’epilogo

Nel 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza viene trovato il corpo di Elisa Claps: era lì da 17 anni. L’8 novembre 2011, Danilo Restivo viene condannato a 30 anni per l’omicidio della quindicenne. Quattro anni dopo la superperizia disposta dalla Procura sul corpo di Anna Esposito ed eseguita da Francesco  Introna – lo stesso che negò la presenza del DNA di Restivo sui resti di Elisa – ribadisce ancora una volta: suicidio. Di Lauro viene scagionato e le indagini archiviate. Dopo 16 anni la famiglia di Anna continua a credere che sia stata uccisa”.

Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, non solo quello del professor Introna. Esistono due tipi di impiccamento, a seconda della posizione del laccio,  un impiccamento tipico se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo, il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi.

Angela Marino ha pubblicato il suo articolo su Facebook con il seguente commento:

“Secondo voi si può morire suicidi impiccandosi alla maniglia di una porta? Secondo voi è normale che quattro poliziotti facciano irruzione in casa di un dirigente della Digos e cambino la scena del ritrovamento senza che vengano, per questo, indagati? E normale vi sembra, ancora, che un cappellano carcerario ex massone (lo stesso che amministrava la chiesa dove è stata trovata morta Elisa Claps) vada dalla polizia a rivelare quello che la vittima avrebbe detto in confessione? O che un medico legale – lo stesso che per Cucchi parlò di crisi epilettica – liquidi la seconda autopsia come suicidio in presenza di elementi lo confutano? Secondo me no. Per questo il caso del suicidio di Anna Esposito, morta mentre indagava su Elisa Claps, si merita risposte più chiare di quelle che la Procura ha dato finora”.

La giornalista ha scritto che secondo lei non si può morire impiccandosi ad una maniglia di una porta, per evitare di scrivere questa sciocchezza le sarebbe bastato fare qualche ricerca, avrebbe scoperto una casistica infinita di soggetti che si sono suicidati impiccandosi alle maniglie di porte e finestre, alle sponde del letto, agli stipiti delle porte e perfino ai termosifoni, tra questi alcuni personaggi famosi come Robin Williams, David Carradine, Aaron Hernandez e Luigi Enrico di Borbone-Condé. 

P. S.: Questo articolo è stato pubblicato su Roma il 16 maggio 2017.

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Il “touch DNA” nei casi giudiziari

La doppia elica dell”acido desossiribonucleico o DNA

Il DNA si trova nelle cellule nucleate presenti nel sangue, nello sperma, nelle urine, nel sudore, nelle lacrime, nella saliva, nei denti, nelle ossa, nelle feci, negli organi, nei denti e nei capelli di un individuo.

Il touch DNA (tDNA, DNA da contatto) è il DNA che viene trasferito da un donatore ad un certo supporto attraverso un contatto diretto o attraverso un vettore che lo veicoli (contatto indiretto); non sempre un individuo che tocca un oggetto vi trasferisce il proprio tDNA e non necessariamente il contatto tra donatore e supporto avviene attraverso le mani, qualsiasi parte del corpo di un donatore può essere coinvolta in questo processo.

Un essere umano rilascia circa 400.000 cellule epiteliali al giorno, la maggior parte delle quali sono cellule cheratinizzate, cellule ormai morte, prive di nucleo, il DNA si può estrarre soltanto dalle cellule epiteliali fornite di nucleo.

Un importante vettore di tDNA è il sudore, un liquido leggermente acido secreto dalle ghiandole sudoripare presenti sulla pelle, composto da acqua, ioni (sodio, magnesio, cloruro), urea, creatina, immunoglobuline, colesterolo, acido lattico, basi e acidi grassi volatili, che raccoglie cellule epiteliali desquamate e contiene frammenti di DNA (CNAs) non incapsulati nel nucleo cellulare (Kita, et al, 2008).

Nessuna scena del crimine è un campo sterile come non lo sono gli abiti di una vittima. Se un soggetto ha frequentato un’abitazione dove è avvenuto un delitto, il suo tDNA può trovarsi su molteplici supporti e può venir trasferito da un supporto ad un altro da chi accorre sulla scena. L’incauta manipolazione degli oggetti presenti su una scena del crimine e del cadavere stesso possono condurre ad una contaminazione della scena, del cadavere e dell’arma del delitto con tDNA di un soggetto estraneo all’omicidio. In altre parole: la presenza sul cadavere o sugli abiti della vittima o sull’arma del delitto di tDNA di un soggetto che ha frequentato la vittima o l’abitazione nella quale è avvenuto il delitto, non è la prova della sua responsabilità in ordine ai fatti perché quel soggetto potrebbe aver trasferito il suo tDNA sia sulla vittima che sui suoi abiti che sull’arma del delitto prima dell’omicidio oppure il suo tDNA potrebbe essere stato trasferito sia sugli abiti che sull’arma o dall’autore del delitto o dalla vittima stessa o da chi è accorso sulla scena del crimine e non ha rispettato i protocolli.

La regola vuole che non si indossino i guanti monouso per toccare indiscriminatamente e senza conseguenze gli oggetti presenti su una scena del crimine ma solo per evitare di contaminare l’ambiente con il proprio tDNA. I guanti sono un vettore pari alle mani nude, fatta eccezione per il proprio tDNA, pertanto, se, pur indossando i guanti, chi si trova su una scena criminis manipola gli oggetti presenti, egli trasferisce facilmente tDNA depositato in precedenza da un supporto ad un altro. Cellule nucleate riferibili a tDNA vengono trasferite dagli operatori di P.G. da una superficie ad un’altra anche attraverso l’uso dei pennelli che servono per applicare le polveri sulle impronte digitali.

Nei casi di strangolamento manuale, a volte, il tDNA di chi ha commesso il reato può non essere presente sul collo della vittima perché l’omicida può aver agito indossando i guanti o può non aver trasferito il suo tDNA nonostante abbia agito con le mani nude, pertanto, l’assenza del tDNA di un sospettato sull’arma del delitto non esclude la sua responsabilità in ordine ai fatti. Inoltre, sia l’autore di uno strangolamento a mani nude che la vittima stessa nell’atto di contrastare la stretta mortale, possono trasferire il tDNA di un soggetto estraneo al delitto raccolto in precedenza dalle loro dita (Rutty G. N., 2002). Così come si può repertare tDNA non appartenente all’omicida sul collo di una vittima, si può trovare tDNA che non ha nulla a che vedere con l’omicidio su una eventuale arma del delitto. Quale che sia l’oggetto usato per strangolare, sullo stesso si possono repertate tDNA diversi trasferiti in precedenza da soggetti estranei al fatto ma anche in contemporanea all’omicidio, veicolati dalle mani dell’autore dell’omicidio o da quelle della vittima, inoltre, sull’arma del delitto può trasferirsi il tDNA di un soggetto terzo che si trovava già sul collo della vittima o nell’area in cui il cadavere è stato lasciato dopo l’omicidio.

Studi sulla capacità degli individui di donare o meno tDNA, effettuati nel 2007 da Phipps e Petricevic e da Raymond et al nel 2009, hanno concluso che dal 44% al 70% degli individui esaminati non rilasciavano tDNA su oggetti sterili da loro trattenuti in mano per un certo periodo di tempo.

Sappiamo che la deposizione del tDNA dipende da molteplici variabili, il fatto che non sia stata rilevata la presenza del tDNA di un’alta percentuale di soggetti su un oggetto sterile da loro manipolato non ci assicura che non ne abbiano rilasciato, è probabile che la quantità di tDNA rilasciato fosse così irrisoria da non risultare rilevabile con i kit di amplificazione utilizzati durante le ricerche.

Molteplici fattori influiscono sulla capacità di un soggetto di trasferire il proprio tDNA su un certo supporto:

– Alcuni studi hanno stabilito che gli individui che desquamano maggiormente trasferiscono con più facilità il loro tDNA sugli oggetti con cui vengono in contatto ma anche che tests effettuati sui soliti individui forniscono risultati diversi da un giorno ad un altro.

– Secondo Wickenheiser (2002) la capacità di trasferire tDNA dipende dalle abitudini di un soggetto, coloro che frequentemente si toccano il viso, gli occhi, il naso ed i capelli ‘caricano’ le loro dita con una maggiore quantità di cellule nucleate e di conseguenza sono in grado di trasferirle più facilmente su ciò con cui vengono in contatto.

– Lavandosi le mani si rimuovono le cellule desquamate raccolte sulle dita, ciò riduce la possibilità di trasferire tDNA.

– Il tipo di contatto che un soggetto ha con un certo oggetto influisce sulla capacità di trasferire il tDNA sullo stesso, in sintesi, una maggior pressione e lo sfregamento influiscono in modo direttamente proporzionale sulla quantità di tDNA rilasciato.

– Il tipo di materiale con cui un soggetto viene in contatto influenza il processo di trasferimento del tDNA, le superfici ruvide trattengono meglio le cellule desquamate della pelle di quanto non lo facciano le superfici lisce.

BREVE CASISTICA

– Nel maggio 2014 a Cosimo Trancone è stata contestata una rapina in concorso con Vincenzo Zuffrano dopo che lo stesso è stato riconosciuto da alcuni testimoni e il suo tDNA è stato estratto da una traccia di sudore repertata su uno dei sedili dell’auto rubata utilizzata dai due rapinatori per fuggire dopo aver svaligiato la filiale del Banco di Desio di Carugo nel settembre 2012. Al Trancone è stata contestata anche una tentata rapina avvenuta a Colorno, in provincia di Parma, nell’aprile del 2012 in una filiale della Banca Popolare di Lodi, in quell’occasione uno dei rapinatori aveva morso sulla spalla uno dei dipendenti della banca, dalla traccia di saliva presente sulla camicia dell’impiegato era stato estratto un DNA sovrapponibile a quello di Cosimo Trancone.

– Tre rapinatori, che il 5 settembre 2011 si erano appropriati di circa 7 mila euro nell’Ufficio Postale di Corniglio, sono stati identificati a distanza di tre anni grazie ad una traccia di sudore appartenente al basista, traccia che era stata repertata sul volante di una Fiat Cinquecento usata per fuggire dopo la rapina.

– Il DNA estratto da una traccia di sudore presente su un bossolo repertato sulla scena di un duplice omicidio, quello di Vincenzo Bontà, 45 anni, e di Giuseppe Vela, 53 anni, uccisi a Villagrazia di Palermo, ha confermato agli inquirenti che, il 3 marzo 2016, a sparare era stato Carlo Gregoli, già fermato la notte dopo il delitto, insieme alla moglie Adele Velardo grazie alla testimonianza di un passante, alle immagini di una telecamera di sorveglianza ed alla compatibilità tra i bossoli usati per uccidere Bontà e Vela ed i proiettili sequestrati nella sua abitazione.

– A Gjergji D., un 28enne albanese, arrestato insieme a due connazionali per il furto nell’abitazione di una guardia giurata a Vaiano Cremasco, sono stati attribuiti anche un furto a Caorso, una rapina in un bar di Cesenatico e il furto di una Audi A6 avvenuto a Cernusco sul Naviglio grazie alla comparazione del suo DNA con alcune tracce biologiche repertate in tutti e tre i casi. In specie, all’epoca dei fatti, il suo DNA era stato isolato da una traccia di sudore repertata sui guanti da lavoro abbandonati sulla scena del reato dopo il furto a Caorso.

In sintesi, repertare sulla scena del crimine o sugli abiti della vittima di un omicidio o sull’arma del delitto, tDNA di un soggetto che frequentava la vittima o il luogo dove è avvenuto il delitto, non prova la responsabilità del donatore in ordine ai fatti, non essendo la deposizione del tDNA in alcun modo databile.

BIBLIOGRAFIA

Kita T. et al., Morphological study of fragmented DNA on touched objects. Forensic Sci. Int. Genet. 3 (2008) 32-36.

Phipps M. and Petricevic S., The tendency of individuals to transfer DNA to handled items. Forensic Sci. Int. 168 (2007) 162-168.

Raymond J. J. et al, Trace DNA success rates relating to volume crime offences. Forensic Sci. Int.: Gen. Suppl. Ser. (2009) 136-137.

Raymond J. J., Van Oorschot R. A., Gunn P. R., Walsh S. J., Roux C., Trace evidence characteristics of DNA: A preliminary investigation of the persistence of DNA at crime scenes. Forensic Sci. Int. Genet. 4 (2009) 26-33.

Rutty G. N., An investigation into the transference and survivability of human DNA following simulated manual strangulation with consideration of the problem of third party contamination. Int. J. Legal Med. (2002) 116: 170-173.

Suzanna R. Ryan, Touch DNA Analysis: Using The Literature To Help Answer Some Common Questions (2012).

Wickenheiser R. A., Trace DNA: A review, Discussion of Theory, and Application of the Transfer of Trace Quantities of DNA Through Skin Contact. J. Forensic Sci. 47 (3) (2002) 442-450.

P. S.: Questo articolo è uscito sotto forma di intervista su Roma il 28 aprile 2017:

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Casistica e osservazioni in merito ad incidenti occorsi in gruppi di adolescenti

Francesco e Salvatore Pappalardi

– A Gravina in Puglia, in provincia di Bari, i corpi di Francesco e Salvatore Pappalardi, 13 e 11 anni, scomparsi il 5 giugno 2006 sono stati ritrovati il 25 febbraio 2008, in fondo ad un pozzo dove erano precipitati giocando con degli amici che non solo non allertarono i soccorsi all’epoca dei fatti ma permisero che venisse arrestato, con l’accusa di duplice omicidio, il padre dei due ragazzini, Filippo Pappalardi, scarcerato solo alla luce delle risultanze dell’esame autoptico eseguito sui resti dei suoi due figli.

Leandro Celia

– In Calabria, in provincia di Catanzaro, il 9 marzo 2016, Leandro Celia, un ragazzo di tredici anni è morto dopo essere stato travolto da un treno mentre insieme a due amici si trovava su un ponte ferroviario tra le stazioni di Soverato e Montauro. Una volta che il treno ha travolto Leandro uccidendolo, i suoi amici sono fuggiti senza dare l’allarme e sono stati rintracciati solo qualche ora dopo dai carabinieri.

– Nel giugno 2015, a Pordenone, una ragazzina di soli 13 anni mentre si trovava con degli amici nell’area verde di via Brusafiera, dopo aver bevuto in loro compagnia, ha perso conoscenza, gli amici, invece di prestarle soccorso, sono fuggiti lasciandola sola.

Salvatore Ercole detto Sasy

– Nel maggio 2010, al largo di Pozzuoli un ragazzo di 14 anni, Salvatore Ercole, è morto dopo essere stato ferito gravemente ad una gamba mentre con tre amici stava cercando di appropriarsi di un gommone temporaneamente incustodito. I quattro ragazzi, di 14, 16, 17 e 18 anni, dopo aver affittato un pattino, hanno raggiunto il gommone incustodito, mentre la vittima si trovava in acqua uno dei due amici saliti a bordo ha acceso il motore e l’elica ha tranciato una gamba del 14enne. I tre amici della vittima, temendo le conseguenze delle loro azioni, invece di allertare i soccorsi, sono fuggiti ed una volta identificati sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo e omissione di soccorso. Sulla pagina Facebook di Salvatore, all’indomani dell’incidente, sono apparsi alcuni duri commenti che avevano come destinati a coloro che si trovavano con lui al momento dell’incidente: “vorrei tanto vedere le facce degli “amici” che lo hanno lasciato là, che schifo questa non è amicizia è infamità, possiate morire tutti voi mangiati dal rimorso di avere un morto sulla coscienza!” e “Hanno fatto schifo, lo hanno lasciato lì e non hanno neanche chiesto aiuto, non è giusto, li odio” (Gennaro Del Giudice, quotidiano Roma, 3 giugno 2010).

Ilaria Boemi

– Il 10 agosto 2015, a Messina, una ragazza di 16 anni, Ilaria Boemi, si è sentita male mentre si trovava sul lungomare in compagnia di due amici, i quali, all’una di notte, dopo aver chiesto ad un ciclista di chiamare un’ambulanza, sono fuggiti. Ilaria è morta durante il trasporto in ospedale. L’autopsia ha rivelato che la sua morte è intervenuta a causa dell’assunzione di una droga sintetica, l’MDMA (Ecstasy). E’ chiaro che gli amici che si trovavano con lei erano a conoscenza di questa circostanze e fuggirono per cercare di evitare di essere implicati nella sua morte, sono stati entrambi individuati e rinviati a giudizio per non aver chiamato tempestivamente i soccorsi, si tratta di una minore e di Piero Triscari, un 39 enne che è stato accusato di omissione di soccorso e di abusi sessuali su minori.

Domenico Maurantonio

– Nel maggio 2015, Domenico Maurantonio, uno studente 19 enne di Padova, è precipitato da una finestra del quinto piano di un hotel di Milano dove alloggiava durante una gita scolastica. E’ probabile che, al momento della caduta, Domenico fosse in compagnia di alcuni amici che condividevano con lui la camera, questo perché la maggior parte dell’alcool che aveva ingerito insieme a loro, che come è noto si assorbe velocemente, si trovava ancora nel suo stomaco al momento dell’autopsia. Inoltre, il fatto che i suoi pantaloncini e gli slip fossero vicini al suo cadavere ci permette di posizionare almeno un altro soggetto con lui al momento della caduta, il quale ha evidentemente gettato gli indumenti dalla finestra subito dopo la caduta di Domenico, per ‘ripulire’ la scena. Infine, difficilmente il Maurantonio si sarebbe denudato in un corridoio di un albergo se non fosse stato in compagnia e se non si fosse sentito ‘coperto’ dai compagni. Probabilmente, quella mattina, Domenico aveva la necessità impellente di servirsi del bagno, gli amici chiusero la porta del bagno della camera per fargli uno scherzo e lui decise di defecare dalla finestra per fare una bravata. Riguardo a questo caso, ho analizzato alcuni stralci di un’intervista rilasciata da un compagno di Domenico.

– Nel novembre 2014, a Sora, in provincia di Frosinone, dopo la scuola, un ragazzino ha deciso di festeggiare Halloween con una bevuta di gin insieme ai suoi amici, una volta svenuto i suoi compagni di bevute sono scappati, per sua fortuna un automobilista di passaggio lo ha soccorso.

E’ chiaro che in tutti questi casi non è stato dato l’allarme perché coloro che si trovavano in compagnia delle vittime hanno temuto di dover rispondere delle conseguenze di un comportamento sopra le righe sia ai propri genitori che alle autorità; gli stessi ragazzi avrebbero agito diversamente se l’incidente fosse avvenuto in circostanze normali e non nel momento in cui stavano violando una norma morale o giuridica.

Perché un P. M. è incapace di riconoscere di aver commesso un errore?

E’ nelle procedure abborracciate alla meno peggio per incompetenza o per volontà criminale, che prospera l’errore giudiziario…. La conclusione… è che i giudici, quando la loro convinzione è preconcetta, acconsentono con entusiasmo a essere indotti in inganno, e che gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare… il sostituto procuratore generale gli oppone il parere degli esperti: ‘Erano sei e tutti e sei si sarebbero sbagliati?’. ‘Credo- replica il dr Longe- che in questo genere di questioni il numero non abbia alcuna rilevanza’. Da ‘Gli errori giudiziari’ di Jacques Vergès

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Gli ingredienti necessari per un perfetto errore giudiziario sono: l’incompetenza del magistrato inquirente, un coagulo di consulenti partigiani e un coagulo di giudici incompetenti.

Tutto ha inizio quando il magistrato inquirente genera nella sua mente una ricostruzione di come a suo avviso sono andati i fatti, spesso tale ricostruzione non ha eguali nella storia della criminologia ma questo dato non è in grado di scalfire il suo convincimento in quanto non è a conoscenza della casistica.

Dopo aver ‘ricostruito’ i fatti, il P. M., insieme ai suoi valorosi collaboratori, cerca riscontri, se non li trova non si demoralizza né cambia idea. Spesso, oltre a non supportare la sua ricostruzione, le risultanze investigative indicano la strada giusta da seguire ma la tunnel vision impedisce al magistrato di mettere in dubbio il proprio convincimento.

Una volta che in nostro P. M. si accorge dell’assenza di riscontri investigativi alla propria ricostruzione, della quale, nonostante tutto, è ancora convinto, egli agisce su due fronti: nomina un coagulo di consulenti disonesti che gli forniscano le fondamenta per il suo castello accusatorio e rivela ai Media informazioni parziali e selezionate relative alle indagini che li inducano a supportare la sua ipotesi investigativa.

In questa fase il P. M. è ancora convinto di non essere incappato in un errore, che sia solo un caso che manchino riscontri alla sua ricostruzione e che, trovandosi a perseguire un importante interesse pubblico, l’inappropriata condotta, sua e dei suoi consulenti, sia giustificabile. Nonostante la sua incompetenza, il magistrato è ben consapevole di aver indotto i propri consulenti a mentire o a dissimulare ma ritiene che la causa per la quale li ha invitati a farlo sia una causa nobile. Questo fenomeno si chiama noble cause corruption.

La seconda fase dell’errore giudiziario comincia quando, finalmente, il P. M. viene messo di fronte alla propria incompetenza ma soprattutto all’errore da lui commesso. Il magistrato non riconosce l’errore, non soltanto per evitare una brutta figura ed eventuali ripercussioni in ambito lavorativo, ma anche perché, nonostante sia ormai consapevole di essersi sbagliato, è ancora convinto di fare l’interesse pubblico, egli, infatti, con l’aiuto della stampa, è riuscito a creare un mostro che non è mai esistito ma al quale ha finito per credere lui stesso e ritiene che, seppure innocente in merito ai fatti a lui contestati, il malcapitato da lui perseguitato, per le sue caratteristiche personologiche, non sia un innocente tout court e per questo meriti la galera.

In altre parole, il magistrato inquirente, nel momento in cui capisce di essersi sbagliato, perde di vista il proprio ruolo e, per salvarsi, si erge a giudice supremo.

Bibliografia

Jacques Vergès, Gli Errori Giudiziari, LiberLibri, 2011.

MacFarlane Bruce A., Wrongful Convictions: The Effect of Tunnel Vision and Predisposing Circumstances in the Criminal Justice System.

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 6 luglio 2017.