Filippone si è suicidato di schiena come David Rossi (intervista)

La criminologa Ursula Franco analizza la tragedia familiare di francavilla a Mare: l’uomo era incapace di vedere un futuro per moglie e figlia

Stylo24, 25 maggio 2018

La criminologa Ursula Franco, ci spiega il perché Fausto Filippone potrebbe aver ucciso moglie e figlia e poi essersi ucciso

Che cosa è successo esattamente in quello 8 drammatiche ore?

Alle 12.06 del 20 maggio 2018, Fausto Filippone, 49 anni, dirigente di una grande azienda di abbigliamento maschile, ha spinto sua moglie Marina Angrilli, 52 anni, giù dal balcone della loro casa, non ha chiamato il 118, non l’ha accompagnata in ospedale pur sapendo che era caduta, è invece andato a prendere sua figlia dagli zii e circa un’ora dopo l’ha uccisa scaraventandola da un viadotto della A14 nei pressi di Francavilla al Mare (Chieti), alle 19.57 si è suicidato lanciandosi dallo stesso ponte. Filippone, come David Rossi (l’ex manager di MdP, su cui sono state avanzate diverse ipotesi di omicidio, ndR), si è suicidato gettandosi di schiena, in questo caso sono disponibili una ripresa video e molte fotografie.

E’ possibile ipotizzare un movente?

Per quanto riguarda il movente, sono due le possibilità, o la moglie Marina aveva deciso di lasciarlo e Filippone ha deciso di uccidere i suoi familiari per riprenderne il controllo che percepiva perduto o Fausto Filippone era depresso e ha deciso di suicidarsi e di portare con sé moglie e figlia perché incapace di vedere un futuro per loro. Filippone potrebbe aver messo in atto un “suicidio allargato”.

Di che cosa si tratta?

In questo secondo caso, dal suo punto di vista, gli omicidi dei familiari sono stati omicidi altruistici e li ha commessi per tutelare i suoi familiari dalle sofferenze che, secondo lui, la vita aveva in serbo per loro.

Pascal Albanese è l’assassino di Sofiya Melnyk?

Pascal Albanese e Sofiya Melnyk

Le Cronache Lucane, 3 maggio 2018

Abbiamo intervistato su questo caso la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa in importanti casi giudiziari.

Dottoressa Franco si è fatta un’idea su chi possa essere l’assassino della bella Sofiya Melnyk?

Nel caso dell’omicidio di Sofiya Melnyk non c’è spazio per ipotesi alternative, l’ha uccisa il suo compagno, Pascal Albanese. Con il suo suicidio Pascal ha firmato a chiare lettere l’omicidio, egli si è infatti suicidato dieci giorni dopo la scomparsa della sua compagna, ben prima che ne venisse ritrovato il cadavere, una conferma del fatto che era a conoscenza della morte di Sofiya perché era stato lui a provocarla.

Pascal potrebbe essere stato ucciso da qualcuno che poi ne ha simulato il suicidio?

No, lo escludo, come lei ben sa, sono allergica alle dietrologie che sono il peggior nemico della verità. Pascal si è suicidato impiccandosi, ha lasciato tre biglietti e non ci sono segni di colluttazione sul suo cadavere.

Su quali basi afferma che ad uccidere Sofiya Melnyk è stato Pascal Albanese?

Poco prima della scomparsa della Melnyk, alla notizia che Sofiya aveva intenzione di andarsene da casa per iniziare una nuova vita con un altro uomo, Pascal aveva avuto una reazione violenta nei suoi confronti, un particolare che è stato riferito agli inquirenti da una amica/confidente di Sofiya; Pascal Albanese non ha denunciato la scomparsa di Sofiya ma l’ha fatto un amante della donna, che, tra l’altro, a differenza di Pascal, non viveva con lei; l’auto di Sofiya è stata ripresa da una telecamera vicino al luogo del ritrovamento del suo cadavere e le chiavi della stessa sono state ritrovate nella casa in cui vivevano Sofiya e Pascal; Pascal Albanese ha mentito quando ha riferito agli inquirenti che Sofiya era uscita di casa vestita da sera; Pascal ha mentito sulla gelateria in cui sarebbero stati insieme poco prima della scomparsa di Sofiya e infine il fatto che, in questura, al momento della denuncia di scomparsa della Melnyk, Pascal abbia detto al geologo “E adesso chi paga il mutuo?” è la riprova che Pascal Albanese, sapeva che Sofiya era morta perché era stato lui ad ucciderla.

Che cosa pensa delle telefonate tra i due di cui la trasmissione Chi l’ha visto ha mandato in onda le registrazioni?

Le registrazioni delle telefonate tra Pascal e Sofiya sono un’ulteriore conferma che ad uccidere Sofiya è stato Pascal, sono telefonate a senso unico, lei appare fredda e distaccata, lui sdolcinato oltre misura, due chiari segnali che qualcosa non andava nel loro rapporto. Ma soprattutto, mi sembra che sia sfuggito a coloro che erano presenti in studio che quelle mandate in onda non sono registrazioni di conversazioni di due soggetti che non erano a conoscenza di essere intercettati, è stato Pascal a registrare le telefonate e lo ha fatto per uno scopo preciso. Pascal Albanese, in quelle telefonate, ha parlato agli inquirenti non a Sofiya, gli investigatori americani dicono che un soggetto che sa di essere registrato parla ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un destinatario non svelato. Pascal ha architettato la storia delle registrazioni perché aveva già in mente di uccidere Sofiya, l’Albanese voleva usare le registrazioni per difendersi da eventuali accuse, per fingere che tra loro andasse tutto bene, per mostrare agli inquirenti di non aver avuto un movente.

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

L’inventore danese Peter Madsen, che all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne ha poi smembrato il corpo, il 25 aprile 2018 è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato da una Corte di Copenaghen e condannato all’ergastolo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare ma non di averla uccisa. L’inventore, durante un’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali, che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall, non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche, un dato che ha permesso di escludere a chi indagava che la morte di Kim Wall fosse intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze delle indagini. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i suoi resti e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire ai fatti dell’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva invece ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere; un movente intrapscichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

L’omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte

Unknown

Con la collaborazione della dottoressa Ursula Franco analizziamo l’omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte.

Le Cronache Lucane, 27 marzo 2018

L’intervento della criminologa Ursula Franco sull’esplosione di violenza da parte di giovani e giovanissimi: cause profonde come povertà, abusi sessuali e contesti ad alta criminalità.

Stylo24, 27 marzo 2018

Tre ragazzi, il diciassettenne C.U. e i due sedicenni A.K. e L.C., il 3 marzo scorso hanno colpito a morte la guardia giurata Francesco Della Corte, 51 anni, mentre Della Corte stava chiudendo il cancello della metropolitana di Piscinola-Scampia, i tre ragazzi l’hanno preso a bastonate in testa. Della Corte, nonostante l’intervento neuro chirurgico cui è stato sottoposto, è morto dopo due settimane di agonia.

I tre ragazzi, una volta individuati grazie alle telecamere di sorveglianza e ad alcune intercettazioni telefoniche, sono stati interrogati e hanno confessato l’omicidio.

A.K. ha dichiarato: “Le notti passano così, a giocare a mazza e pietre. Prendiamo le mazze dalla spazzatura, usando pezzi di vecchi mobili, facciamo saltare un coccio di bottiglia e poi lo colpiamo al volo, con quelle mazze abbiamo aggredito quell’uomo, sapevamo che alle tre di notte faceva il suo giro”, mentre C. U. ha così ricostruito i fatti della notte dell’omicidio: “Volevamo andare a mangiare un cornetto, ma il bar era chiuso. Erano le tre di notte, ci scocciavamo di andare a casa, quando abbiamo visto passare quell’uomo davanti a noi. Sì, ho partecipato anch’io, mi assumo la responsabilità di quanto avvenuto anche se non ho mai colpito quell’uomo. Anzi, quando l’ho visto cadere a terra, sotto i primi colpi, ho pensato che quell’uomo poteva essere mio padre. Ho detto: Stiamo facendo una stronzata”.

Secondo il GIP del Tribunale per i minorenni Pietro Avallone, C.U., A.K. e L.C., hanno “personalità facilmente inclini ad azioni assolutamente gravi per fini devianti e scelti con una stupefacente superficialità” e devono restare in carcere per evitare “la reiterazione dei reati della stessa specie”. Al momento si trovano nel carcere di Nisida e sono accusati dei reati di omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà e di tentata rapina.

La procura ritiene che i tre giovani intendessero derubare la guardia giurata dell’arma in dotazione che però è stata ritrovata in una tasca della sua giacca.

Nulla supporta l’ipotesi che i tre ragazzi fossero intenzionati a rubare l’arma al Della Corte e che lo avessero preso a bastonate in testa con una zampa di un tavolo per renderlo inoffensivo.

I ragazzi hanno colpito il povero Francesco Della Corte semplicemente per agire violenza, ce lo conferma L.C., il quale ha riferito al magistrato che fu lui a proporre di picchiare la guardia giurata: “Ho finito l’ultimo spinello e ho detto: “Guagliù, ora picchiamo il metronotte”. Ricordo che i miei amici erano contrari, perché non vi era un motivo valido per fare ciò. Preciso che l’intenzione di picchiare il vigilante mi venne proprio appena lo vidi passare. All’arrivo della polizia andammo via, la responsabilità è solo mia, i miei amici hanno fatto da spettatori, sebbene mi abbiano assecondato”.

L. C. ha i genitori separati da quattro anni e un precedente per aggressione risalente a tre anni fa, L.C. prima dell’arresto viveva con la madre e la zia: “Mio nipote l’ho sempre visto come un bravo ragazzo. Gli ho comprato almeno un paio di iPhone, tutti distrutti. La mattina dormiva, la sera usciva. Io gli dissi: Uè basta, devi andare a lavorare. E pareva convinto, aveva deciso di fare il panettiere”, mentre il padre ha dichiarato: “Che devo dire? Mi dispiace tanto per quel pover’uomo morto. Lo vedo poco mio figlio, da quando la madre se ne andò con un altro, continuo a vivere nel mio scantinato, però mio figlio L.C. stava con la mia ex moglie a casa della zia materna, dove però stanno bene, non gli manca niente. In questi giorni, stava così normale e tranquillo che mi ha chiesto i soldi per comprare le fedine d’oro per lui e la fidanzata, e gli ho dato pure 300 euro, io che mi sono sempre arrangiato. Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente”.

A. K. ha i genitori separati e quattro fratelli. Sua madre è malata e cerca di sbarcare il lunario facendo le pulizie in uffici e locali, il padre è parcheggiatore abusivo.

Nessuno dei ragazzi frequentava più la scuola, C.U., A.K. e L.C. dormivano di giorno e uscivano di notte.

La madre di uno di loro era consapevole di avere un figlio “da salvare” tanto che subito dopo l’arresto del minore ha dichiarato ad un giornalista: “Ho detto a mio figlio che ora non mi vedrà più. Io non ci volevo credere che avevano fatto una cosa così assurda. Anche se lui ha guardato solamente, perché io non ci credo che lui ha colpito, ma deve pagare il suo reato. Non ha voluto studiare, lo stavo mandando in Germania a lavorare. Era l’unico modo per salvarsi. Qui c’è il biglietto telematico: giovedì mio figlio doveva partire. Per pochi giorni si è distrutto la vita”.

I giovani C.U., A.K. e L.C. erano parte di un gruppetto criminale disorganizzato di cui L.C. era il “leader”. Purtroppo nei gruppi di adolescenti in specie le dinamiche di deresponsabilizzazione possono conduce a comportamenti estremi come l’omicidio. Generalmente il gruppo è composto da un capo, da un nucleo centrale o hard core (uno o più soggetti) e da un numero variabile di gregari. Gli appartenenti al gruppo si muovono seguendo input diversi e con fini diversi l’uno dall’altro, è il capo a determinare il livello di violenza delle attività dell’intero gruppo e chiaramente gli altri componenti accontentano il loro “leader” per compiacerlo.

L.C. non ha mostrato senso di colpa o pentimento per ciò che ha fatto, con tutta probabilità è affetto da un disturbo di personalità e ha in parte ragione il padre quando dice che in certi casi “non ci puoi fare niente”.

Un gruppo di minorenni pesta a morte un pover’uomo per gli stessi motivi per cui un ragazzino entra a far parte di una gang criminale strutturata: una famiglia disfunzionale che non lo monitora né per quanto riguarda l’andamento scolastico né per quanto riguarda il tempo libero, il fatto di crescere in un quartiere ad alta densità criminale, il desiderio di appartenenza che lo porta a ricercare un sostituto alla famiglia di origine che è latitante, avere familiari che delinquono, l’aver subito abusi sessuali, la povertà, avere accesso ad armi e droga, l’essere esposto a violenze domestiche, la bassa autostima, l’essere affetto da un disturbo di personalità come può esserlo quello antisociale che è caratterizzato da una bassa tolleranza alla frustrazione e infine il rifarsi a modelli negativi romanzati dalla cultura popolare.

Genitori che uccidono i propri figli

Samuele Lorenzi

Spesso chi uccide è affetto da un disturbo di personalità o da problemi della sfera emotiva. Ma c’è anche chi ammazza la famiglia per vivere amori non corrisposti.

Stylo24, 10 marzo 2018

Nella maggior parte dei casi ad uccidere i bambini sono patrigni, padri separati, padri e madri che vivono in famiglia e ragazze madri. I bambini vittime delle madri sono mediamente più giovani di quelli vittime dei padri. Spesso chi uccide è affetto da un disturbo di personalità o è un soggetto che proviene da una famiglia disfunzionale, frequentemente ha un disturbo della sfera emotiva. Nei casi di patrigni e padri separati che uccidono, di solito abusi e violenze precedono l’omicidio. I padri che uccidono in seguito al fallimento del matrimonio, sia quelli separati che quelli che vivono ancora in famiglia, in genere pianificano ogni dettaglio degli omicidi per settimane, a volte per mesi.

– I patrigni o padri de facto, ovvero quegli uomini che hanno una relazione con una donna che ha avuto uno o più figli con un altro uomo, quando uccidono, il più delle volte sopprimono un unico bambino in modo violento e l’omicidio è l’ultimo atto di un “percorso” di abusi. Raramente questi uomini si suicidano dopo il delitto. A volte la madre si “associa” con il patrigno contro il bambino.

– I padri separati che uccidono, in genere ammazzano più persone, spesso tutti i loro figli e nella metà dei casi anche la madre degli stessi. Alcuni di loro, dopo aver commesso gli omicidi, si suicidano. Anche in questi casi è di solito presente un campanello dall’allarme, una storia di violenze intra-familiari che spesso sono il motivo della separazione dalla moglie o compagna. Per i padri separati che sterminano la famiglia, gli omicidi sono un modo perverso di riprendere il controllo sui loro figli e sulla loro ex. Ciò che invece conduce i padri separati ad uccidere soltanto i figli sono la rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti della ex. In questi casi il padre che uccide non vede più i propri figli come esseri umani ma come oggetti, pedine da usare per avere una rivalsa nei confronti della ex moglie. Spesso questi assassini lasciano messaggi attraverso i quali cercano di spiegare il loro gesto, di solito attribuendo indirettamente la responsabilità degli omicidi alle loro ex.

Luigi Capasso e Antonietta Gargiulo

A Cisterna di Latina (Roma), il 28 febbraio 2018, Luigi Capasso, un carabiniere di 43 anni ha sparato tre colpi d’arma da fuoco alla moglie Antonietta Gargiulo, ha ucciso le loro due bambine di 8 e 13 anni e poi, dopo una trattativa di 9 ore con i negoziatori, si è suicidato. Capasso ha lasciato alcuni assegni e 5 lettere indirizzate ai suoi familiari. Alla moglie Antonietta ha scritto: “Non dovevi farlo”.

Roberto Russo

A San Giovanni La Punta (Catania), iI 22 agosto 2014, Roberto Russo, 47 anni, ha accoltellato a morte la figlia Laura di 12 anni, ha ferito gravemente l’altra figlia Marika, 14 anni e ha poi tentato di togliersi la vita. Russo era stato licenziato e sua moglie Giovanna Zizzo lo aveva lasciato dopo aver scoperto di essere stata tradita. Russo prima di aggredire le figlie aveva scritto una nota che è stata ritrovata dai carabinieri dei RIS di Messina.

Alessia e Livia Schepp

Il 3 febbraio 2011 Matthias Schepp, un ingegnere di 44 anni, si è suicidato gettandosi sotto un treno in corsa a Cerignola (Foggia). Schepp viveva in Francia, era separato dalla moglie Irina Lucidi con la quale aveva due figlie gemelle, Alessia e Livia. Prima di uccidersi l’uomo ha ucciso le bambine e ha nascosto i loro corpi. Matthias Schepp ha lasciato un testamento, ha scritto alla moglie due cartoline e ha impostato otto lettere con 6000 euro in contanti, due di queste con un totale di 1500 euro al loro interno sono state trovate nella cassetta delle poste della stazione di Cerignola. Schepp in una missiva destinata alla moglie ha scritto: ”Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio. Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e venire a Neuchatel, era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!! Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo. Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare”.

Tullio Brigida

Il 4 gennaio del 1994, Tullio Brigida (Civitavecchia, 1956) ha ucciso i suoi tre figli Laura, Armandino e Luciana di 13, 8 e 3 anni al fine di far soffrire la ex moglie Stefania Adami. Brigida dopo aver addormentato i bambini con un sonnifero, li ha asfissiati con il monossido di carbonio proveniente dal tubo di scappamento della sua auto e ha poi seppellito i loro corpi nelle campagne di Cerveteri, i loro resti sono stati ritrovati il 20 aprile del 1995.

– I padri che vivono in famiglia che uccidono, generalmente uccidono tutti i componenti della famiglia e spesso si suicidano. Molte volte la strage è la conseguenza di un disturbo psichiatrico che li affligge. Un padre depresso per motivi legati alla perdita del lavoro, può decidere di suicidarsi e di portare con sé tutti i familiari per i quali è incapace di vedere un futuro. In questi casi si parla di “suicidio allargato”. Dal punto di vista di un soggetto depresso che uccide i familiari e si suicida, gli omicidi dei familiari sono omicidi altruistici commessi per tutelarli dalle sofferenze che, a suo avviso, la vita ha in serbo per loro. In altri casi il movente è legato all’imminente separazione tra i coniugi. Alcuni soggetti sterminano la famiglia perché la vivono come un ostacolo.

Carlo Lissi e Cristina Omes

Il 14 giugno del 2014, Carlo Lissi ha sgozzato la propria moglie Cristina Omes ed i due figli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, per liberarsi di loro e vivere da single il suo nuovo amore, tra l’altro un amore non ricambiato. Lissi ha dichiarato agli inquirenti: “Mi consideravo un buon papà e un pessimo marito. Prima di conoscere Maria ho avuto altre due esperienze extraconiugali con colleghe. Ho conosciuto Maria a marzo. Condivideva la mia passione per la moto, abbiamo iniziato a parlare, andavamo a pranzo insieme, la nostra intesa aumentava. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, lei aveva una relazione e mi ha detto che non avrebbe mai tradito il partner. Ma io ho creduto che lei fosse il vero amore. Ho iniziato a pensare alla separazione, avevo visto che ci poteva essere il divorzio veloce, ho chiesto a due miei colleghi: uno mi aveva detto di avere dovuto affrontare qualche sacrificio economico e di avere perduto l’affetto dei figli per colpa della ex moglie. Avevo tanti pensieri, ma il mio fine era lei, avrei sopportato di stare da solo per qualche tempo con la prospettiva di attenderla. Pensavo a lei ogni momento libero. Non so se voi vi siate mai innamorati alla follia? Sentivo lo stomaco in subbuglio, attendevo sempre di vederla, pensavo a lei in continuazione. Volevo la separazione ma ero bloccato, preoccupato del giudizio dei miei genitori, dei parenti di lei, angosciato dal timore di una conflittualità in cui il rapporto con i figli ne avrebbe risentito”.

– Le madri che vivono in famiglia e uccidono, nella maggior parte dei casi sono affette da un disturbo psichiatrico sottovalutato dal medico curante e dai familiari, una psicosi, una depressione post partum o un disturbo di personalità. Veronica Panarello e Annamaria Franzoni, hanno ucciso uno dei loro figli e sono entrambe affette da un disturbo di personalità, nel caso della Panarello, un disturbo borderline accompagnato da tratti istrionici e narcisistici, nel caso della Franzoni, un disturbo borderline accompagnato da tratti isterici, narcisistici, paranoidi e psicotici.

Anna Maria Franzoni

– Le ragazze madri che uccidono, sono donne immature a causa della giovane età e con bassa autostima, spesso prive di supporto economico, sociale e affettivo.

Bertolt Brecht nella poesia “Dell’infanticida Maria Farrar” ne ricostruisce un drammatico ritratto, un estratto: “Maria Farrar, nata in aprile, senza segni particolari, minorenne, rachitica, orfana, a sentir lei incensurata, stando alla cronaca, ha ucciso un bambino (…) Maria Farrar, nata in aprile, defunta nelle carceri di Meissen, ragazza madre, condannata, vuole mostrare a tutti quanto siamo fragili. Voi, che partorite comode in un letto e il vostro grembo gravido chiamate «benedetto», contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema. Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena”.

Ursula Franco

Bollywood star Sridevi Kapoor: a suspect death

Sridevi Kapoor in New Delhi, India. (Photo by Prabhas Roy/Hindustan Times via Getty Images)

The 54-year-old Bollywood star Sridevi Kapoor (born as Shree Amma Yanger Ayyapa) drowned in the bathtub of her room at the Jumeirah Emirates Towers hotel in Dubai on February 24, 2018. Sridevi was the most famous Bollywood actress of the ’80s and ’90s.

Sridevi Kapoor had been in Dubai to celebrate the wedding of her nephew Mohit Marwah. She attended the wedding with her husband Boney Kapoor, 62, a well-known Bollywood film producer, and their youngest daughter Khushi.

Boney and Sridevi Kapoor

Producer Boney Kapoor had returned to Mumbai after the wedding but decided to go back to Dubai on February 24 on an unscheduled trip.

According with his story, he arrived at the Jumeirah Emirates Towers hotel around 6.15/20pm, soon after landing in Dubai.

He did his check-in formalities at the hotel and took a duplicate key to Sridevi’s room, he asked the bell boy to delay taking his bag to the room as he wanted to surprise his wife.

When he entered the room 2001 he found Sridevi asleep and woke her up. They hugged, kissed and chatted for about half an hour just before he went to the living room and the actress went into the bathroom to freshen up before dinner. 

Boney watched TV for around 15-20 minutes. At around 8pm he shout out to Sridevi from the living room itself. After calling out to her twice, Boney lowered the volume of the TV set. No reply. He then walked to the bedroom and knocked at the bathroom door and called out to her.

Boney heard the tap inside on, then called out “Jaan, Jaan” still louder but got no reply. He knocked on the door, got no response, opened the door and found Sridevi unconscious at the bottom of the bath. The tub was full of water and Sridevi was immersed completely, from head to toe, inside the tub.

Boney said that there wasn’t a drop of water on the floor outside the tub area.

He tried to revive her and called a friend of his. Around 9pm, he called for help. When the police and the paramedics arrived she was pronounced dead.

Sridevi’s body was taken to the General Department of Forensic Medicine for an autopsy. The coroner wrote on the death certificate: accidental drowning.

The Dubai government’s media office wrote on Twitter that the death of the Indian actress Sridevi occurred due to drowning in her hotel apartment’s bathtub following loss of consciousness.

One of the bathroom of the Jumeirah Emirates Towers hotel in Dubai

Few observations about this case:

1) Healthy people don’t drown in a bath tube. If they fell asleep they wake up when the water reach their nose;

2) Sridevi Kapoor had not cardiuvascular disease or seizure disorders. She wasn’t an alcoholic. According with the autopsy report, traces of alcohol were found in Sridevi blood, traces of alcohol are not enough to lose consciousness and to drown;

3) Boney Kapoor called the paramedics more than an hour after he found his wife unconscious. Why did he call a friend instead of someone able to give his wife medical  assistance? He should have alerted immediately the concierge;

4) The fact that Boney said that he shout out twice at Sridevi from the living room and again from outside the bathroom is suspect, this could be a cover up of a discussion that he and his wife had before she drowned.

5) At the time of his wife’a death, Boney Kapoor was in debts. Sridevi sold her properties and returned to acting in order to clear those debts. This could have been a reason of tension between the two.

Here a statement from Boney Kapoor:DXIqxYPXcAABr6n.jpg

6) From Boney Kapoor statement we can tell how he related to his wife Sridevi. The social introduction is key to understanding the relationship between the two. A complete social introduction would tell us that it was a good relationship.

“Losing a friend, wife and mother of your two young daughters is a loss inexplicable in words”.

In the opening, we expected him to say: “Losing my wife Sridevi, the mother of my two daughters”, instead he introduced his wife as “a friend, wife and mother of your two young daughter”, this is distancing language, an indication of a poor relationship and/or a need to distance himself from his wife and his daughters too.

Ursula Franco, MD and criminologist