MORTE DI DI MAURO PAMIRO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: E’ FREQUENTE CHE CHI SI SUICIDA GETTANDOSI NEL VUOTO SI TOLGA PRIMA LE SCARPE

Criminologa Ursula Franco: “Nessun mistero. Pamiro è morto in seguito ad una precipitazione. In questi soggetti vi è minima lesività esterna, a meno che durante la precipitazione non incontrino degli ostacoli. La morte interviene in seguito ai traumi chiusi, fratture ossee e degli organi interni, cui vanno incontro quando impattano con il terreno. Sabato pomeriggio Mauro e sua moglie Debora si trovavano a casa di amici, Mauro si è allontanato da solo in bicicletta intorno alle 18:00, ha raggiunto il cimitero, lascia la bicicletta, si è tolto i sandali, si è diretto verso il cantiere, si è arrampicato sulle impalcature e si è lanciato nel vuoto”

Le Cronache Lucane, 13 luglio 2020

Mauro Pamiro, 44 anni, insegnante di informatica e musicista è stato trovato morto a poche centinaia di metri dalla sua casa di Crema ai piedi di un cantiere . La moglie Debora Stella è indagata per omicidio ed è al momento ricoverata in Psichiatria. Debora Stella è assistita dall’avvocato Mario Palmieri.

Siamo tornati a parlarne con la dottoressa Ursula Franco, medico e criminologo, allieva del professor Francesco Bruno e del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori). La Franco si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. 

– Dottoressa Franco, si continua a ricamare su questo caso giudiziario, Pamiro ha raggiunto il cantiere privo di sandali?

Pare di sì. La conferma verrà dai risultati autoptici, al medico legale infatti è bastato guardargli i piedi.

– Dottoressa, è comune che i suicidi si denudino i piedi?

Sì, è frequente che chi si suicida lanciandosi nel vuoto si tolga prima le scarpe.

Lunedì scorso a Baraboo, nello stato americano del Wisconsin, Kodie, una ragazzina di 10 anni ha lasciato il suo telefono e le scarpe a casa insieme a un messaggio d’addio per la madre, poi si è diretta in un campo non distante da casa dove si è suicidata ingerendo dei farmaci.

Nell’ottobre del 2013 a Castelfranco di Sotto alcuni passanti hanno visto una donna di 72 anni che, raggiunto un ponte sull’Arno in bicicletta, si è tolta le scarpe e si è gettata nel fiume dove ha perso la vita.

Nel settembre 2014, Wanpen Inyai, una donna thailandese di 65 anni, si è recata allo zoo ‘Samut Prakarn Crocodile’ di Bangkok e, dopo essersi tolta le scarpe, si è tuffata nel fosso dei coccodrilli.

A Forlì, Rosita, una studentessa di 16 anni si è lanciata dal tetto del liceo classico Morgagni dopo essersi tolta le scarpe.

Nell’agosto 2017, a Civita Castellana, la 47enne Daniela Lazaroiu si è tolta le scarpe, si è fatta il segno della croce e si è buttata dal ponte Clementino.

MORTE DI MAURO PAMIRO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’IPOTESI PIU’ PROBABILE E’ IL SUICIDIO, SI SMETTA DI RICAMARE

Ai piedi di un cantiere di Crema è stato ritrovato morto Mauro Pamiro, 44 anni, insegnante di informatica e musicista. La moglie Debora Stella è indagata per omicidio ed è al momento ricoverata in Psichiatria. Debora Stella è assistita dall’avvocato Mario Palmieri.

Le Cronache Lucane, 11 luglio 2020

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Ursula Franco, medico e criminologo, allieva del professor Francesco Bruno e del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori). La Franco si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Il cimitero di Crema, dove è stata trovava la bicicletta di Mauro Pamiro, è a meno di 500 metri dal cantiere dove è stato ritrovato il suo corpo.

– Dottoressa Franco, con i pochi dati a disposizione, provi a ricostruire  i fatti che hanno condotto alla morte di Mauro Pamiro.

Sabato pomeriggio Mauro e sua moglie Debora si trovano a casa di amici, Mauro si allontana da solo in bicicletta intorno alle 18:00, raggiunge il cimitero, lascia la bicicletta, si toglie i sandali, si dirige verso il cantiere, si arrampica sulle impalcature e si lancia nel vuoto. E’ probabile che Mauro e Debora avessero discusso in precedenza. Debora, non vedendolo tornare, potrebbe aver pensato che Mauro dovesse “sbollire”, per questo motivo non ha chiesto aiuto e, una volta saputo della morte del marito, il senso di colpa può averla fatta crollare psichicamente. L’immagine da lei postata su Facebook di due uomini che si confrontano potrebbe essere un riferimento ad eventuali discussioni tra lei e il marito. Il fatto che la bicicletta di Mauro Pamiro sia stata ritrovata al cimitero e nel cestino della stessa vi fosse uno dei suoi sandali permette di escludere che sia tornato a casa e che fosse scalzo perché in casa.

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– Secondo Il Fatto Quotidiano: “Il suo corpo era riverso su un fianco, con ferite alla testa e a un braccio. Ma tutto intorno, stando alle prime testimonianze, non c’era neanche una goccia di sangue. Si infittiscono i misteri intorno alla morte di Mauro Pamiro, il docente di informatica 44enne trovato morto in un cantiere edile a Crema lo scorso 29 giugno”, lei che ne pensa?

Nessun mistero. Pamiro è morto in seguito ad una precipitazione. In questi soggetti vi è minima lesività esterna, a meno che durante la precipitazione non incontrino degli ostacoli. La morte interviene in seguito ai traumi chiusi, fratture ossee e degli organi interni, cui vanno incontro quando impattano con il terreno.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

PADRI E MADRI CHE UCCIDONO, INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA FRANCO

Anche i predatori sessuali violenti uccidono i bambini dopo averli rapiti ma la maggior parte degli omicidi di bambini sono commessi dai familiari: ragazze madri, madri e padri che vivono in famiglia, padri de facto e padri separati.

Le Cronache Lucane, 29 giugno 2020

Abbiamo intervistato la dottoressa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi uccide i bambini e perché?

Anche i predatori sessuali violenti uccidono i bambini dopo averli rapiti ma la maggior parte degli omicidi di bambini sono commessi dai familiari: ragazze madri, madri e padri che vivono in famiglia, padri de facto e padri separati. I bambini vittime delle madri sono mediamente più giovani di quelli vittime dei padri. Spesso chi uccide è affetto da un disturbo di personalità o è un soggetto che proviene da una famiglia disfunzionale. Le ragazze madri che uccidono, sono donne immature a causa della giovane età e con bassa autostima, spesso prive di supporto economico, sociale e affettivo. Le madri che vivono in famiglia e uccidono, nella maggior parte dei casi sono affette da un disturbo psichiatrico sottovalutato dal medico curante e dai familiari, una psicosi, una depressione post partum o un disturbo di personalità. Veronica Panarello e Annamaria Franzoni sono affette rispettivamente da un disturbo borderline accompagnato da tratti istrionici e narcisistici e da un disturbo borderline accompagnato da tratti isterici, narcisistici, paranoidi e psicotici. I padri de facto (patrigni), ovvero quegli uomini che hanno una relazione con una donna che ha avuto uno o più figli con un altro uomo, quando uccidono, il più delle volte sopprimono un unico bambino in modo violento e l’omicidio è l’ultimo atto di un “percorso” di abusi. Raramente questi uomini si suicidano dopo il delitto. In molti casi la madre si “associa” con il patrigno contro il bambino. I padri che uccidono in seguito al fallimento del matrimonio, sia quelli separati che quelli che vivono ancora in famiglia, in genere pianificano ogni dettaglio degli omicidi, uccidono più persone, spesso tutti i loro figli e nella metà dei casi anche la madre degli stessi. Alcuni di loro, dopo aver commesso gli omicidi, si suicidano. Una storia di violenze intra-familiari è quasi sempre il motivo della separazione dalla moglie o compagna. Per i padri separati che sterminano tutta la famiglia, gli omicidi sono un modo perverso di riprendere il controllo sui loro figli e sulla ex compagna. Ciò che invece conduce i padri separati ad uccidere soltanto i figli sono la rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti della madre dei bambini. In questi casi il padre che uccide non vede più i propri figli come esseri umani ma come oggetti, pedine da usare per avere una rivalsa nei confronti della ex. Spesso lasciano messaggi attraverso i quali cercano di spiegare il loro gesto, di solito attribuendone indirettamente la responsabilità alle loro ex.

– Dottoressa, può farci alcuni esempi?

A Cisterna di Latina (Roma), il 28 febbraio 2018, Luigi Capasso, un carabiniere di 43 anni ha sparato tre colpi d’arma da fuoco alla ex compagna Antonietta Gargiulo , ha ucciso le loro due bambine di 8 e 13 anni e poi, dopo una trattativa di 9 ore con i negoziatori, si è suicidato. Capasso ha lasciato alcuni assegni e 5 lettere indirizzate ai suoi familiari. Alla moglie Antonietta ha scritto: “Non dovevi farlo”.

A San Giovanni La Punta (Catania), iI 22 agosto 2014, Roberto Russo, 47 anni, ha accoltellato a morte la figlia Laura di 12 anni, ha ferito gravemente l’altra figlia Marika, 14 anni, e ha poi tentato di togliersi la vita. Russo era stato licenziato e sua moglie Giovanna Zizzo lo aveva lasciato dopo aver scoperto di essere stata tradita. Russo, prima di aggredire le figlie, aveva scritto una nota che è stata ritrovata dai carabinieri dei RIS di Messina.

Il 3 febbraio 2011 Matthias Schepp, un ingegnere di 44 anni, si è suicidato gettandosi sotto un treno in corsa a Cerignola (Foggia). Schepp viveva in Francia, era separato dalla moglie Irina Lucidi con la quale aveva due figlie gemelle, Alessia e Livia. Prima di uccidersi l’uomo ha ucciso le bambine e ha nascosto i loro corpi. Matthias Schepp ha lasciato un testamento, ha scritto alla moglie due cartoline e ha impostato otto lettere con 6000 euro in contanti, due di queste, con un totale di 1500 euro al loro interno, sono state trovate nella cassetta delle poste della stazione di Cerignola. Schepp in una missiva destinata alla moglie ha scritto: ”Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio. Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e venire a Neuchatel, era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!! Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo. Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare”.

Il 4 gennaio del 1994, Tullio Brigida (Civitavecchia, 1956) ha ucciso i suoi tre figli Laura, Armandino e Luciana di 13, 8 e 3 anni al fine di far soffrire la ex moglie Stefania Adami. Brigida, dopo aver addormentato i bambini con un sonnifero, li ha asfissiati con il monossido di carbonio proveniente dal tubo di scappamento della sua auto e ha poi seppellito i loro corpi nelle campagne di Cerveteri. I loro resti sono stati ritrovati il 20 aprile del 1995. Il PM che si occupò del caso ebbe a dichiarare: “Li ha uccisi per colpire la moglie, per farla soffrire. Del resto non li ha mai amati. Nei loro confronti nutriva soltanto una forma di possesso. Erano diventati uno strumento contro Stefania Adami. E’ un uomo senza cuore. L’ ho interrogato una trentina di volte, non mi ha mai detto cosa faceva per tranquillizzare Laura, Armando e Luciana, non mi ha mai voluto dire come li confortava dopo averli strappati alla madre… li portò via di casa per l’ odio maturato contro Stefania. Non c’ è stata nessuna Rosaria Greco (la presunta baby sitter di cui parlò l’ imputato n.d.r.); né c’ è stata alcuna responsabilità dell’ ex amico di Brigida, Vincenzo Bilotta. Chiedo l’ ergastolo”. Gianluca Graziani, invece, difensore di Tullio Brigida, vuole l’ assoluzione perché “Brigida non ha commesso il fatto, o comunque, per insufficienza di prove”.

Pochi giorni fa, a Margno, nel Lecchese, Mario Bressi, 45 anni, ha ucciso i suo due figli gemelli, un maschio ed una femmina di 12 anni e si è poi suicidato gettandosi dal Ponte della Vittoria a Maggio di Cremeno. La madre dei bambini si era recata nella casa palcoscenico del duplice delitto dopo aver ricevuto dal marito un inquietante messaggio: “Non li rivedrai più”. Sui social il Bressi aveva inoltre pubblicato una foto sua e dei gemelli accompagnata dal seguente commento: “Con i miei ragazzi sempre insieme”

– Dottoressa Franco, la depressione può condurre un padre ad uccidere i propri figli?

Certamente, un padre depresso, ad esempio per motivi legati alla perdita del lavoro, può decidere di suicidarsi e di portare con sé tutti i familiari per i quali è incapace di vedere un futuro. In questi casi si parla di “suicidio allargato”. Dal punto di vista di un soggetto depresso che uccide i familiari e si suicida, gli omicidi dei familiari sono omicidi altruistici commessi per tutelarli dalle sofferenze che, a suo avviso, la vita ha in serbo per loro. In altri casi il movente è legato all’imminente separazione tra i coniugi. 

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere altro?

Esistono soggetti che sterminano la famiglia perché la vivono come un ostacolo.

Il 14 giugno del 2014, Carlo Lissi ha sgozzato la propria moglie Cristina Omes ed i due figli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, per liberarsi di loro e vivere da single il suo nuovo amore, tra l’altro un amore non ricambiato. Lissi ha dichiarato agli inquirenti: “Mi consideravo un buon papà e un pessimo marito. Prima di conoscere Maria ho avuto altre due esperienze extraconiugali con colleghe. Ho conosciuto Maria a marzo. Condivideva la mia passione per la moto, abbiamo iniziato a parlare, andavamo a pranzo insieme, la nostra intesa aumentava. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, lei aveva una relazione e mi ha detto che non avrebbe mai tradito il partner. Ma io ho creduto che lei fosse il vero amore. Ho iniziato a pensare alla separazione, avevo visto che ci poteva essere il divorzio veloce, ho chiesto a due miei colleghi: uno mi aveva detto di avere dovuto affrontare qualche sacrificio economico e di avere perduto l’affetto dei figli per colpa della ex moglie. Avevo tanti pensieri, ma il mio fine era lei, avrei sopportato di stare da solo per qualche tempo con la prospettiva di attenderla. Pensavo a lei ogni momento libero. Non so se voi vi siate mai innamorati alla follia? Sentivo lo stomaco in subbuglio, attendevo sempre di vederla, pensavo a lei in continuazione. Volevo la separazione ma ero bloccato, preoccupato del giudizio dei miei genitori, dei parenti di lei, angosciato dal timore di una conflittualità in cui il rapporto con i figli ne avrebbe risentito”.

In Illinois, nel maggio 2009, Christopher Coleman ha strangolato nel sonno sua moglie Sheri, 31 anni, e i loro due figli, Garrett e Gavin, di 11 e 9 anni e ha poi imbrattato i muri della casa ed il letto di uno dei bambini con messaggi scritti con una bomboletta spray allo scopo di sviare i sospetti da sé. 

TRAGEDIA DI FOLIGNO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SONO STATI I CANI A CONDURRE GRETA ALLA PISCINA ABBANDONATA

La piscina dove è affogata Greta

Greta ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina dopo i suoi cani ed è affogata

Le Cronache Lucane, 14 maggio 2020

E’ successo a Ponte Centesimo, a 12 km da Foligno, Greta, una bambina di soli 3 anni, il 13 maggio, dopo pranzo, si è allontanata da casa con i suoi labrador ed intorno alle 16,30 il suo cadavere è stato ritrovato all’interno di una piscina di una villa disabitata. Ne abbiamo parlato con la criminologa Franco che ormai da 4 anni si occupa della morte di Maria Ungureanu per la difesa dei fratelli Ciocan. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Il varco nella recinzione

– Dottoressa Franco, Maria Ungureanu è morta in circostanze molto simili.

Sì, e a differenza di Greta era in compagnia di un’amica.

– Dottoressa, cosa è successo a Greta?

La bambina ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina ed è affogata. Dalle indagini è emerso che c’è un sentiero di soli 900 metri che conduce dalla casa del nonno di Greta alla villa con la piscina.

– L’inviata di “Chi l’ha visto?” Filomena Rorro ha detto: “I cani devono aver cercato di salvare la bambina perché i cani erano bagnati”, che ne pensa?

Non sono i cani ad aver seguito la bambina, è stata Greta a seguire i cani. I labrador sono cani che amano l’acqua, sono stati loro i primi a buttarsi in quella piscina, la bambina li ha imitati. 

– In un articolo pubblicato su Fanpage si legge: “I due labrador di famiglia hanno provato a rianimare la piccola Greta”.

Fantascienza. Siamo un paese di sognatori.

– Il custode della villa, intervistato dall’inviata di “Chi l’ha visto?” ha escluso che Greta possa aver raggiunto la villa da sola e la Rorro ha aggiunto: “Ecco, Federica, questo è quello che ci ha detto il custode e che pensano un pochino tutti”, lei che ne pensa?

Penso che i fatti parlino chiaro e che ognuno debba confrontarsi con le proprie responsabilità invece di tentare di trovare un capro espiatorio come è successo nel caso di Maria Ungureanu. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON LA STATEMENT ANALYSIS SI COSTRUISCONO CASTELLI ACCUSATORI INDISTRUTTIBILI FONDATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REI

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 aprile 2020

Criminologa Ursula Franco: “La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte dei PM italiani non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie?

In primis, perché non sanno interrogare e contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili e poi perché non ascoltano e dismettono come false le dichiarazioni di indagati e testimoni che non si adattano all’idea pregiudiziale che si sono fatti, ed invece indagati e testimoni raramente falsificano, in più del 90% dei casi non raccontano tutto, ovvero dissimulano, ma dicono il vero. 

– Dottoressa, da cosa si capisce se un soggetto dice il vero, dissimula o falsifica?

Dalla struttura delle frasi che compongono le sue dichiarazioni. 

– Come si chiama la più diffusa tecnica di analisi delle dichiarazioni di indagati, sospettati e testimoni?

Statement Analysis. La Statement Analysis è una scienza complessa con un’infinità di regole ben precise che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati, ad esempio, è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che stia falsificando, ovvero non stia pescando nella memoria. 

– Dottoressa, sappiamo che servono anni di studio per diventare analisti, le faccio comunque una domanda che le potrà sembrarle banale, come si fa a capire se un soggetto dice il vero ma non racconta tutto?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle sue dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”. Questi indicatori ci rivelano che in una certa sede mancano delle informazioni.

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

Quando un caso è controverso, ovvero quando il referto medico legale non è dirimente o manca il cadavere, serve ad assicurarsi che sia stato commesso un omicidio o ad escluderlo. Nel caso sia stato commesso un omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– Dottoressa Franco, quanto siamo indietro nel nostro paese?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Le dico solo che la maggior parte di chi si occupa di casi giudiziari (PM, parti civili, consulenti forensi) non solo non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie ma non riconosce la verità neanche quando gli viene servita su un piatto d’argento. Le ripeto, individuare un colpevole non basta, è necessario costruire castelli accusatori indistruttibili e con la Statement Analysis si può, perché tali castelli accusatori si fondano sulle dichiarazioni degli indagati stessi che, se interrogati come si deve, rivelano tutto.

OBIETTIVO INVESTIGAZIONE: Il bombarolo romano

 “Analisi criminologica del bombarolo di Roma”

OBIETTIVO INVESTIGAZIONE, 7 aprile 2020

 

Nelle ultime settimane, plichi esplosivi a basso potenziale offensivo sono stati inviati a Roma e in provincia, alcuni non hanno raggiunto i destinatari perché sono stati intercettati nei centri di smistamento. L’ultimo plico è stato recapitato a Cologno Monzese. L’uomo che l’ha ricevuto ha dichiarato: “Ero un po’ titubante nell’aprirlo perché sapevo di non aver ordinato nulla per posta e ho visto inoltre che il pacco non era nemmeno simile a quello di un corriere, ma il mittente era il comune del luogo dove sono nato, quindi ho iniziato a scartarlo. Quando ho notato quella scatola di legno che spuntava dalla carta, ho capito però che c’era qualcosa di anomalo, mi sono bloccato e ho afferrato il telefono per chiamare il 112”. Una delle buste esplosive è stata inviata all’avvocato di Erich Priebke, un’altra ad un ex militante di CasaPound. Quattro donne sono rimaste ferite nell’esplosione di altrettanti pacchi.

 – Dottoressa Franco, esiste un profilo del bombarolo seriale riconosciuto internazionalmente?

Il bombarolo seriale è generalmente un soggetto di sesso maschile con tratti dei disturbi di personalità del cluster A, B e C (antisociale, ossessivo-compulsivo, paranoide e schizoide). E’ un perfezionista, molto organizzato e attento ai dettagli, parsimonioso, ossessionato dall’ordine e dall’igiene, ostinato. Per un periodo trae piacere dal semplice fantasticare l’attentato dinamitardo, poi dal pianificarlo e metterlo in atto. E’ un solitario. Chi lo conosce lo considera un tipo “strano”. E’ un soggetto incompetente da un punto di vista sessuale. E’ privo di empatia. Segue con attenzione le notizie diffuse dai Media su di lui e gode del fatto che la gente abbia paura dei suoi ordigni. Prova rancore nei confronti della società che, a suo avviso, lo ha ingiustamente escluso ed è spesso mosso dall’intimo convincimento di essere paladino di un nobile causa.

 – Dottoressa Franco, come si fa a catturarlo?

Nella cosiddetta “caccia all’uomo“, gli inquirenti devono soprattutto coinvolgere i cittadini delle aree interessate dagli attentati invitandoli a segnalare e documentare tutto ciò che gli appare sospetto. I bombaroli sono stati spesso identificati grazie alla collaborazione di familiari e conoscenti. Uno su tutti il famoso Unabomber. Theodore Kaczynski fu catturato dopo che la stampa diffuse il suo manifesto, “Industrial Society and Its Future”, e sua cognata e suo fratello David gliene attribuirono la paternità.

 – Riguardo al più recente bombarolo di Roma, che ha cominciato a colpire dal primo marzo 2020, si è parlato di pista anarchica.  Dottoressa, che idea si è fatta in merito?

Il bombarolo di Roma è un singolo che ha inviato molteplici pacchi bomba per “sviare” le indagini ma che, in realtà prova un forte rancore nei confronti di uno solo dei destinatari dei pacchi esplosivi. Uno dei pacchi bomba, quello individuato nel centro di smistamento di Ronciglione era destinato a Francesco Chiricozzi, un ex militante di Casapound che, nel novembre scorso, è stato condannato in primo grado a tre anni per uno stupro di gruppo, mittente farlocco, l’avvocato Mazzatosta, difensore del coimputato Riccardo Licci. Con tutta probabilità, il bombarolo di Roma ce l’ha proprio con Francesco Chiricozzi, e ce l’ha con lui o perché conosce la vittima dello stupro o perché lo odia a causa della risonanza mediatica che ha avuto il caso e perché ritiene che la condanna sia stata lieve.

Infatti, il fatto che il bombarolo di Roma abbia inviato il pacco pochi mesi dopo le condanne e conosca il nome dell’avvocato del coimputato del Chiricozzi potrebbe non essere un caso. Aggiungo che, nel novembre scorso, dopo la sentenza, gli avvocati di Licci e Chiricozzi vennero minacciati: “Ma gli avvocati sono i peggio”, “i due vanno condannati in base alle leggi, vanno puniti, ma chi andrebbe arrestato seduta stante deve essere l’avvocato”, “Lasciateli al popolo, saprà fare giustizia più di quella togata… non dimenticate il legale che andrebbe anche radiato” e “io metterei in galera pure gli avvocati che favoreggiano sti maledetti difendendoli”.

  – Dottoressa, come possono evolversi le cose?

Il bombarolo di Roma potrebbe smettere ma potrebbe anche colpire ancora per continuare a trarre piacere dalla risonanza che i suoi attentati hanno, in questo caso potrebbe sperimentare nuovi ordigni. E poi c’è il rischio che un copy cat, in cerca delle sue stesse gratificazioni, possa emularlo.

Fonti

Foto pacco: http://www.tusciaweb.eu/2020/03/unabomber-colpisce-ancora-lombardia-dodicesimo-pacco-bomba/

Intervista di Paolo Mugnai


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: DATI MEDICO LEGALI INSUPERABILI, MARIO BIONDO SI E’ SUICIDATO

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti i tre medici legali che, in tempi diversi, hanno condotto le autopsie sul corpo di Mario Biondo. 

Le Cronache Lucane, 27 febbraio 2020

Il presidente della Commissione Invalidi Civili dell’Asp di Ragusa, Giuseppe Iuvara, consulente medico legale della famiglia di Mario Biondo, è stato accusato di corruzione e arrestato nell’ambito di una vicenda legata a false pensioni di invalidità.

– Dottoressa Franco, cosa pensa della morte di Mario Biondo?

Mario Biondo si è suicidato. Nel lontano agosto del 1830 il Duca Luigi Enrico di Borbone-Condé  fu trovato impiccato alla «spagnoletta» di una finestra della sua camera da letto nel castello di Saint-Leu, i suoi piedi erano appoggiati a terra. Le speculazioni sulla sua morte non mancarono all’epoca come non mancano oggi quando un suicida mette in atto un impiccamento incompleto.

L’omicidio per impiccamento è raro ed è generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. E’ chiaro che, in caso di messinscena, difficilmente l’autore dell’omicidio simulerà un impiccamento incompleto alla Condé, opterà invece per lo staging di un impiccamento completo.

– Dottoressa, lei si era già espressa dopo che erano state rese pubbliche le conclusioni della seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo a seguito della riesumazione del corpo ed eseguita dal Prof. Paolo Procaccianti. 

Certamente, il Prof. Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi.

Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli. Nelle foto visibili online non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

– Dottoressa, delle lesioni non descritte nella prima autopsia che può dirci, quella eseguita dal medico legale spagnolo?

Ci ha risposto il Prof. Procaccianti: all’autopsia erano assenti segni compatibili con una aggressione. Il segno che Mario Biondo aveva alla tempia non sottende un atto violento capace di stordirlo o fargli perdere coscienza, c’è poco da fare.

– Dottoressa, che mi dice del comportamento di Raquel Sanchez Silva?

La moglie di Mario Biondo è un noto personaggio televisivo che ha, com’è comprensibile, semplicemente cercato di evitare che fosse data in pasto ai media la sua vita privata.