GIOSUE’ RUOTOLO, ERGASTOLO ANCHE IN APPELLO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: PRIVO DI SENSO DI COLPA E DI RIMORSO (intervista)

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Giosuè Ruotolo è stato arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, è stato poi processato e condannato in primo e secondo grado all’ergastolo.

Le Cronache Lucane, 2 marzo 2019

– Dottoressa Franco, lei analizzò le due brevi interviste rilasciate dal Ruotolo poco dopo il duplice omicidio, che può dirci?

Nelle due interviste Ruotolo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Trifone e Teresa. Non solo non ha mai negato spontaneamente ma non ha neanche provato a ripetere a pappagallo la frase della giornalista che lo imboccava cercando di fargli dire che non era stato lui a commettere il duplice omicidio; è stato evasivo; si è collocato di continuo nel “gruppo” nel tentativo di far passare il messaggio che anche la sera del duplice omicidio non fosse solo e ha poi mentito affermando che andava d’accordo con Trifone mentre le indagini hanno appurato che Giosuè e Trifone ebbero una pesante discussione culminata in una scazzottata.

– Dottoressa Franco, perché Ruotolo non ha confessato?

Perché è incapace di provare senso di colpa e rimorso.

– Dottoressa Franco che cosa ha spinto Giosuè Ruotolo a commettere il duplice omicidio?

Lo ripeto, solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al movente dell’omicidio del Ragone. Il fatto che Giosuè Ruotolo abbia ucciso anche la Costanza ci permette di escludere che lo stesso abbia premeditato il duplice omicidio per paura di essere denunciato da Trifone o perché fosse in competizione con lui. Giosuè Ruotolo avrebbe potuto uccidere Trifone Ragone mentre era solo, pertanto non ha ucciso la sua compagna, Teresa Costanza, perché la donna si trovava per caso con lui quella sera, ma perché la odiava in quanto la viveva come una rivale, e ha ucciso Trifone perché si percepiva come un innamorato respinto. E’ probabile che ci sia stato un contatto sessuale tra il Ruotolo e il Ragone, anche solo scherzoso da parte di Trifone; dopo quel contatto Giosuè si era illuso e si è sentito “tradito” da Trifone quando questi ha mostrato di essere innamorato di Teresa ed è andato a vivere con lei. Giosuè ha quindi provato a distruggere il rapporto tra Teresa e Trifone inviando alla donna alcuni messaggi su Facebook e in seguito ha deciso di lavare con il sangue l’offesa che sentiva di aver patito.

– Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui lui vi giunse con la sua Audi A3, può chiarirci questa storia degli stalli?

Certo che c’erano stalli liberi. Giosuè Ruotolo non ha mai detto che tutti gli stalli del parcheggio della palestra fossero occupati; quando Ruotolo, insieme ai PM, ha ripercorso il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ”(…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, in poche parole Ruotolo ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi erano posti liberi nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo aver ucciso Trifone e Teresa. Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo non ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero ha riferito ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi il Ruotolo ha aggiunto “non avevo posti per parcheggiare” ha fatto riferimento sempre all’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. Ruotolo, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, ha evitato lo stress che gli avrebbe prodotto il riferire una menzogna ovvero che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio.

– Secondo lei è vero che Giosuè chiese 25 euro alla madre di Trifone dopo l’omicidio del figlio?

Non ci sono ragioni per cui la madre della vittima avrebbe dovuto mentire su questo fatto, tra l’altro c’è un testimone, un collega del Ragone e di Ruotolo, che, accortosi della richiesta fuori luogo, allontanò Giosuè. In ogni caso in una email ad una trasmissione televisiva scritta dal Ruotolo nell’intento di smentire la richiesta egli non fa che confermarla. Quando Ruotolo scrive: “… Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”, non solo ci conferma la sua richiesta con “mia presunta richiesta” ma ne spiega pure il motivo.

– Come è possibile che un soggetto coinvolto in un duplice omicidio così efferato si preoccupi di riavere 25 euro?

Probabilmente il rapporto di Giosuè con i soldi è patologico e la sua necessità di riprendersi i pochi euro che aveva prestato al Ragone l’ha indotto a sottovalutare il fatto che con quella richiesta poteva esporsi a critiche e destare sospetti, il Ruotolo non ha valutato il rapporto tra rischi e benefici a causa dei suoi problemi psichici.

Criminologa Franco: Giosuè Ruotolo verrà condannato anche in appello (intervista)

Giosuè Ruotolo

Le Cronache Lucane, 28 ottobre 2018

Giosuè Ruotolo è stato arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, è stato poi processato e il 7 novembre 2017 è stato condannato all’ergastolo.

In attesa della sentenza del processo d’appello a carico di Giosuè Ruotolo iniziato due settimane fa, abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco. 

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Dottoressa Franco che cosa ha spinto Giosuè Ruotolo a commettere il duplice omicidio?

Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al movente dell’omicidio del Ragone. Il fatto che Giosuè Ruotolo abbia ucciso anche la Costanza ci permette di escludere che lo stesso abbia premeditato il duplice omicidio per paura di essere denunciato da Trifone o perché fosse in competizione con lui. Giosuè Ruotolo avrebbe potuto uccidere Trifone Ragone mentre era solo, pertanto non ha ucciso la sua compagna, Teresa Costanza, perché la donna si trovava per caso con lui quella sera, ma perché la odiava in quanto la viveva come una rivale, e ha ucciso Trifone perché si percepiva come un innamorato respinto. E’ probabile che ci sia stato un contatto sessuale tra il Ruotolo e il Ragone, anche solo scherzoso da parte di Trifone; dopo quel contatto Giosuè si era illuso e si è sentito “tradito” da Trifone quando questi ha mostrato di essere innamorato di Teresa ed è andato a vivere con lei. Giosuè ha quindi provato a distruggere il rapporto tra Teresa e Trifone inviando alla donna alcuni messaggi su Facebook e in seguito ha deciso di lavare con il sangue l’offesa che sentiva di aver patito.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

 Dottoressa Franco, cosa c’è dietro un comportamento del genere?

Il terreno sul quale è maturato il duplice omicidio è quello del disturbo di personalità.

La scena del crimine

Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui lui vi giunse con la sua Audi A3, può chiarirci questa storia degli stalli? 

Giosuè Ruotolo non ha mai detto che tutti gli stalli del parcheggio della palestra fossero occupati; quando Ruotolo, insieme ai PM, ha ripercorso il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ”(…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, in poche parole Ruotolo ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi erano posti liberi nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina.

E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo aver ucciso Trifone e Teresa.

Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo non ha detto ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero ha riferito ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi il Ruotolo ha aggiunto “non avevo posti per parcheggiare” ha fatto riferimento sempre all’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. Ruotolo, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, ha evitato lo stress che gli avrebbe prodotto il riferire una menzogna ovvero che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio. 

Dottoressa che cosa prevede in merito alla sentenza?

Ruotolo si trovava sulla scena del crimine al momento del duplice omicidio e la sua auto era parcheggiata in modo sospetto; in un orario posteriore al delitto si è recato nel parco dove sono stati ritrovati il caricatore e l’arma usata per uccidere Trifone e Teresa; non ha riferito il vero sui suoi spostamenti della sera in cui è avvenuto il duplice omicidio; aveva un movente; sono agli atti intercettazioni, dichiarazioni e interviste incriminanti. Il quadro accusatorio è solido. Mi aspetto una nuova condanna. 

Indagine su bugiardi (seriali) al di sotto di ogni sospetto

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

di Ursula Franco

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio, sia che un soggetto falsifichi, sia che dissimuli, è comunque utile per ricostruire i fatti e vale lo stesso per le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e, pur dissimulando, dice che cosa è successo, ma purtroppo in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse, che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie, che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo di alcuni avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria, è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: breve analisi di un’intercettazione telefonica

Rosaria Patrone e Giosuè Ruotolo

Ruotolo e la sua fidanzata commentano telefonicamente il contenuto di una trasmissione televisiva:

Rosaria Patrone: Tu riesci a mantenere la calma, io no.

Giosuè Ruotolo: Eh no, perchè tu non c’entr… co… cioè, io è vero che ho evitato e poi dice: Ha detto bugie, ha detto bugie! E poi quando fanno il servizio: Giosuè ha omesso di dire quella cosa.

Quando Ruotolo dice alla Patrone “perché tu non c’entri”, lascia intendere che lui invece “c’entri”. Giosuè non tollera che lo si chiami bugiardo perché lui ha solo “omesso di dire” che però equivale a non aver detto tutta la verità.

Rosaria Patrone: Eh…

Giosuè Ruotolo: Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia.

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Ruotolo, egli riferisce non di aver “detto bugie” ma di aver “evitato di dire”. Un atteggiamento comune.

Paolo Stroppiana, condannato per l’omicidio di Marina Di Modica, durante il processo ha affermato: “Ho saputo della scomparsa di Marina per telefono, avendo accanto la mia fidanzata, non avevo motivo di preoccuparmi, nulla c’entrando con la scomparsa stessa. Non ho detto bugie al fratello, ho detto l’essenziale, non ho visto Marina mercoledì sera”.

Dissimulare significa nascondere alcune informazioni senza dire nulla di falso, è la tecnica preferita di chi intende coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio.

Falsificare significa riferire il falso, non solo tacere un’informazione vera ma presentare un’informazione falsa come fosse vera. Falsificare è molto impegnativo, con il passare del tempo chi falsifica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia, ma che la stessa, per tenere in piedi l’inganno iniziale, va ripetuta all’infinito, spesso accompagnandola a superfetazioni sempre più articolate.

La dissimulazione è considerata meno riprovevole rispetto alla falsificazione, è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa del comportamento attivo di chi falsifica. Inoltre, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, può sostenere di non aver detto delle cose per dimenticanza o di aver avuto intenzione di rivelare altre cose in seguito.

Riferire di “non ricordare” è un modo di falsificare solo un vuoto di memoria.

Il 90% dei soggetti che mente, dissimula, per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, visto che anche i soggetti privi di empatia come i sociopatici dissimulano, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi, cosa intollerabile ai più, ma eventualmente anche del reato in ballo.

La legge prevede il reato di falsa testimonianza non solo nel caso un soggetto falsifichi ma anche nel caso dissimuli. L’Art. 372 del codice penale parla chiaro: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.  

Rosaria Patrone: Eh, infatti.

La Patrone dice inizialmente “Tu riesci a mantenere la calma, io no”, in realtà, per tutto lo scambio, appare passiva e disinteressata.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava. L’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le Cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo credibile di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Giosuè Ruotolo (parte seconda)

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Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui vi giunse l’indagato con la sua Audi A3 poco prima del duplice omicidio. Ruotolo ha raccontato agli inquirenti di aver deciso di andare in palestra la sera del delitto, il 17 marzo 2015, ma di non aver trovato parcheggio e di aver allora raggiunto il Parco di San Valentino per fare un po’ di jogging e di aver desistito dopo pochi minuti a causa delle basse temperature.

Durante il processo a Giosuè Ruotolo, riguardo agli stalli del parcheggio della palestra, l’accusa ha sostenuto che vi fossero almeno 7 posti auto liberi nel momento in cui Ruotolo lo raggiunse in quanto, in quei minuti, furono registrate 26 auto in uscita a fronte di 19 in entrata.

Nei mesi scorsi Giosuè Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai PM, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Quando Ruotolo, durante il sopralluogo, è giunto in auto, in compagnia dei magistrati, nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha dichiarato:

” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui… qui… c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”.

Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo, in questa sua dichiarazione, non dice ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero riferisce ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi Ruotolo, in finale, aggiunge: “non avevo posti per parcheggiare” si riferisce sempre ad un’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. L’indagato, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, evita lo stress che gli indurrebbe mentire affermando che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio. Se solo chi indaga ascoltasse le dichiarazioni dei sospettati con attenzione potrebbe dar seguito all’interrogatorio con le domande giuste e favorire una confessione. 

E’ chiaro che è estremamente importante ai fini dell’attribuzione del duplice omicidio a Giosuè Ruotolo sapere se vi fossero o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra nei minuti che precedettero l’omicidio, se vi fossero stati, come hanno confermato le indagini, Ruotolo avrebbe mentito sulle sue reali intenzioni di quella sera; Giosuè non parcheggiò ma lasciò l’auto in seconda fila per poter scappare più facilmente da quell’area dopo aver commesso gli omicidi.

Il 21 novembre 2016 , Giosuè Ruotolo, imputato al processo per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, di fronte alla Corte d’assise di Udine ha rilasciato una breve dichiarazione:

Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti. Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male. Mi trovo ormai da otto mesi in carcere e ogni giorno che passa spero che sia l’ultimo, che venga una guardia e mi dice: “Si sono sbagliati, puoi uscire”. Nelle prime udienze hanno fatto vedere delle immagini atroci su Teresa e Grifone, appena le ho viste mi sono subito rivolto verso il mio avvocato e ho detto: “E’ impossibile che io mi trovi qui per una cosa del genere. Ma stiamo scherzando?” Mi sembra assolutamente assurdo che io sia qui seduto per fatti successi a dei ragazzi come me, che addirittura ho conosciuto e addirittura su… con Trifone abbiamo vissuto insieme. Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e sinceramente non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però. Credo fermamente nella giustizia e credo che nel corso del processo si evidenzierà fermamente la mia totale estraneità a tutto questo”.

Analisi degli stralci più rilevanti:

Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti (…)”.

Di cosa dovrebbe scusarsi il Ruotolo se fosse estraneo “ai fatti”? La vittima di un errore giudiziario, che si trova in galera da mesi, non ha motivo di scusarsi con nessuno, anzi sono i magistrati a doversi scusare con lui, solo chi commette un crimine si sente in dovere di scusarsi.

Da notare che Ruotolo parla di “fatti”, non di “omicidi”. Ruotolo è incapace di dire “sono estraneo al duplice omicidio di Trifone e Teresa” perché non vuole confrontarsi con l’accusa per evitare lo stress che gli produrrebbe. 

“Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male”.

Da notare che Ruotolo parla ancora di “fatti”, non di “omicidi”.

L’uso di “ormai” denuncia una rassegnazione che appare fuori luogo, un atteggiamento tipico dei soggetti affetti da un disturbo antisociale di personalità. Giosuè non dice di non essere il mostro costruito dai Media ma afferma che i Media descrivono “un po’ la mia persona per quello che non è”, lasciando intendere che solo “un po’” la sua persona è descritta “per quello che non è”.

“Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però”.

 Giosuè dice: “e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini”, non “non potevo dare” ma “non dovevo dare”, una bella rivelazione sulle sue reali intenzioni. 

Infine, Ruotolo ci dice che è pronto a pagare, tanto è onesto, per aver taciuto la sua presenza sul luogo del delitto. Ruotolo sente la necessità di descriversi come un “bravo ragazzo” perché non lo è.

Da notare che Ruotolo si dice “estraneo a tutto il resto”, non agli “omicidi”. Ruotolo non è capace di confrontarsi con l’accusa perché è lui l’autore del duplice omicidio.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo è accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, da qualche mese è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato si svolgerà ad Udine il 10 ottobre 2016. All’epoca del delitto Rosaria Patrone era la sua fidanzata, la donna è accusata di favoreggiamento in relazione al duplice omicidio.

Trascrizione e analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone:

Giornalista: Prima di tutto, come vivi un po’ tutta questa situazione e perché hai accettato l’intervista con noi?

Rosaria: Male, sto male che non è facile convivere con queste continue cattiverie gratuite che dicono sulla mia persona, vengo continuamente insultata e infangata da giornali, da programmi televisivi e soprattutto da persone che non conosco e che non mi conoscono.
Ho deciso di rilasciare queste dichiarazioni perché ho visto che il vostro programma sponsorizza una frase cioè: “Io rispetto” e a tal proposito vorrei dire che io ho sempre rispettato e non capisco perché non dovrei essere rispettata di conseguenza.

Già da subito si intuisce la mancanza di empatia della Patrone, la donna sta male solo per se stessa; è inoltre significativo che non siano le accuse mossele dalla magistratura a farla star male ma gli insulti e il fango che le è stato gettato addosso dai Media. Ci saremmo aspettati che il suo primo pensiero andasse alle vittime e poi a Giosuè, che lei ritiene innocente e che si trova in galera da mesi, e ci saremmo anche aspettati che si difendesse dalle accuse e che soffrisse a causa di queste.

Giornalista: Tu sei anche formalmente accusata di favoreggiamento, ecco, ma diciamo: che responsabilità ti riconosci? Ecco, cosa pensi di dover rispondere?

Alla prima domanda il giornalista aggiunge una seconda domanda scontata, non solo inutile ma pure dannosa perché lascia più tempo alla Patrone per articolare la risposta.

Rosaria: Sicuramente l’aver avvicinato quelle che erano le mie amiche è stato un errore, un errore dettato dalla mia giovane età, dalla mia ingenuità, quello che però volevo io era evitare che chiunque avesse creato quel profilo Facebook non avrebbe avuto problemi al lavoro perché, per quanto ne so, quel profilo era stato creato all’interno di una caserma e questa cosa non eraa…

Ad onor del vero, il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Tre amiche hanno anche riferito che la Patrone, in un’occasione accompagnata dalla mamma, consegnando dei pizzini in cui si sollecitava le amiche a restare in silenzio, le invitava a non far trapelare nulla del profilo Facebook, parlando con loro soltanto all’aperto e coi telefonini spenti per paura di essere controllata dai carabinieri”.

Per la Patrone l’errore non è stato intralciare le indagini per aver riferito agli inquirenti di non essere stata a conoscenza di quel profilo Facebook ma essersi fatta smascherare per aver chiesto alle amiche, che ne erano a conoscenza, di tacere. Difficile credere che lo abbia fatto per evitare al signor “chiunque” ripercussioni in campo lavorativo. Rosaria non nega né ammette di aver saputo che Giosuè fosse l’autore del profilo ma tiene a dire che avrebbe taciuto per “chiunque”, cercando di far passare il messaggio che lei è un’altruista, eppure si è mostrata priva di empatia nei confronti delle vittime e anche del Ruotolo. E’ difficile pensare che una donna così attenta al suo prossimo, come lei si dipinge, durante un’indagine per un duplice omicidio, sia stata più interessata alla carriera di uno sconosciuto che alle vite spezzate di due giovani. In finale la Patrone si autocensura “e questa cosa non eraa…” nascondendo delle informazioni.

Giornalista: Quindi, ricordiamolo, tu hai avvicinato le tue amiche chiedendo nel caso fossero sentite, fossero state sentite dagli inquirenti, non rivelassero l’esistenza ed il fatto che tu gli avessi parlato di quel profilo, falso profilo Facebook da cui erano state inviate frasi, diciamo velenose, a Teresa, giusto?

Il giornalista fa il punto, un errore grossolano. Il suo compito non è suggerire ma intervistare. 

Rosaria: Sì.

Alla tirata oratoria del giornalista, alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile “Sì”.

Giornalista: Tu sapevi che quel profilo l’aveva creato Giosuè?

Rosaria: (tempo di latenza maggior del normale) Guardi, io non so precisamente da chi è stato creato questo profilo, so solamente che è stato creato in una caserma, di conseguenza non volevo creare alcun problema.

La Patrone non nega in modo credibile, è vaga e l’uso dell’avverbio “precisamente” la tradisce. Rosaria ci dice che per lei c’è differenza tra il non sapere una cosa e il non saperla precisamente, lasciandoci intendere che la sappia.

Giornalista: Ecco, ma perché? Che problema pensavi potesse avere Giosuè nel caso specifico perché era il tuo fidanzato?

Rosaria: Creare un profilo o meglio usufruire di internet all’interno di una postazione di lavoro non è lecito, di conseguenza io volevo evitare questo.

La Patrone è poco credibile, la creazione di un profilo Facebook all’interno di una caserma è un’inezia rispetto all’accusa gravissima di duplice omicidio con cui il Ruotolo deve fare i conti.

Giornalista: Volevi evitare che Giosuè avesse problemi perché aveva usato i computer della caserma e quindi insomma dovesse rispondere di peculato.

Il giornalista fa di nuovo il punto, un errore grossolano. Il suo compito non è suggerire ma intervistare. 

Rosaria: Esatto. Sì.

Alla tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile “Esatto. Sì”.

Giornalista: Non l’avevi fatto perché tu volevi nascondere eventuali responsabilità di Giosuè nell’omicidio di Teresa e Trifone, è così?

La domanda del giornalista è sbagliata perché ricca di suggerimenti. 

Rosaria: Assolutamente.

“Assolutamente”, non significa nulla, non è una negazione credibile se non accompagnata da un “No”. La Patrone non è in grado di negare neanche mutuando le parole dal giornalista che la invita a farlo. Se Rosaria non è in grado di negare in modo credibile, non saremo noi a farlo per lei.

Il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Rosaria aveva confidato ad alcune amiche di sentirsi in colpa temendo di essere stata lei la causa del duplice omicidio” e che “temeva di essere stata ricollegata al delitto per essere entrata nel profilo Facebook anonimo. Un dettaglio, quest’ultimo, che le amiche ci hanno riferito e che non potevano aver appreso dalla stampa, e che quindi può essere frutto solo del fatto di averla ascoltata dall’interessata. Circa i messaggi inviati dal profilo, una ventina in tutto, sono stati inviati tutte le volte che Ruotolo era in servizio e aveva accesso ai pc della caserma da cui sono partite le missive vessatorie”.

Giornalista: Più volte le mamme di Teresa e Trifone ti hanno pubblicamente invitato a dire tutto quello che sai perché venga scoperta la verità, ecco, tu che cosa rispondi a queste due mamme?

Rosaria: Io ho sempre detto tutta la verità o meglio tutto quello che sapevo, tutto quello che so e non ho mai nascosto nulla, purtroppo il fatto di credere nell’innocenza di Giosuè viene letto come un voler nascondere qualcosa ma sta di fatto che io non conoscevo le vittime e soprattutto vivevo a chilometri di distanza.

La Patrone, dopo aver detto “Io ho sempre detto tutta la verità”, aggiunge “o meglio”, un avverbio che indebolisce la sua affermazione e ci fa pensare che abbia taciuto qualcosa. E’ sospetto il fatto che Rosaria senta il bisogno di riferire ciò che non ha fatto “e non ho mai nascosto nulla”

Non la assolvono automaticamente dall’accusa di favoreggiamento il fatto che vivesse a chilometri di distanza e che non conoscesse le vittime, nessuno la accusa di essere stata l’esecutrice materiale del duplice omicidio.  

Giornalista: Anche gli inquirenti ritengono che tu possa non aver detto alcuni particolari che potrebbero aiutare a capire esattamente come sono andate le cose, ecco, tu che cosa rispondi?

Rosaria: Ho affrontato, mm in tutte le volte che sono stata chiamata, più di 20 ore di interrogatorio e ho detto effettivamente tutto quello che sapevo.

La Patrone usa l’avverbio “effettivamente” per affermare di aver detto tutto ciò che sapeva agli inquirenti, una scelta che indebolisce la sua risposta. Viene da chiedersi che cosa siano 20 ore di interrogatorio e perché la Patrone lo rimarchi, se si può essere utili agli inquirenti in un caso così drammatico quale è l’omicidio di due giovani.

Giornalista: Di te, no? si è tratteggiato un po’ anche questo personaggio che mandava, no? questi messaggi con queste fantasie a Giosuè in cui tu ti fingevi o moribonda o addirittura che avevi subito delle aggressioni sessuali  etc, etc?

Rosaria: Lo facevo per attirare maggiore attenzione, attenzioni da Giosuè, attenzioni che mmm magari non mi venivano date quante, quante io ne volevo, insomma eh lo facevo per questo.

Giornalista: Adesso ripensandoci cosa pensi di quei messaggi?

Rosaria: Sono sciocchezze, sono coseee cioè insomma non mmm, sono un po’ esagerati come messaggi, questo sì, però sempre sono sempre dettati dalla mia ingenuità, dal mio essere un pochino bambina, insomma.

Tre dei messaggi inviati dalla Patrone al Ruotolo recitano così: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo”Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”. La Patrone raccontò molte menzogne sulle sue condizioni di salute all’allora fidanzato Giosuè Ruotolo e gli riferì pure che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era il Ragone. 

Né i messaggi inviati a Giosuè né le altre menzogne di Rosaria sono catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità ma sono invece i segnali di un disagio psichico, con tutta probabilità un disturbo istrionico di personalità. 

Il bugiardo patologico attraverso le sue bugie costruisce un personaggio, decora se stesso, spesso ritagliandosi un ruolo da eroe o da vittima e lo fa in modo ‘cronico’ e per una causa endogena. Le storie che i mentitori patologici raccontano sono plausibili anche se frutto della loro fantasia. La bugia patologica può essere un disturbo isolato o la punta di un iceberg, il sintomo di altri disturbi quali una psicopatia, un disturbo narcisistico o un disturbo istrionico di personalità, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Dopo tutte le bugie dette al Ruotolo è difficile credere che la Patrone ora dica il vero.

Giornalista: Perché tu alle 20 e 13 di quella sera, la sera in cui vengono uccisi Trifone e Teresa, mandi quello strano messaggio a Giosuè in cui dici: Amore, per caso mi nascondi qualcosa che hai fatto?

Rosaria: Giorni precedenti avevamo avuto dei litigi, io questa cosa l’ho anche più volte ribadita aaa… (interrotta)

Il fatto che la Patrone dica che questa cosa l’ha anche più volte ribadita (agli inquirenti) non ne fa una verità ma è invece un segnale di menzogna perché rivela che Rosaria non si rifà ai fatti ma alle cose dette. Purtroppo il giornalista la interrompe sul più bello.

Giornalista: Litigi sempre per gelosia? Per queste cose qui?

Il giornalista non solo interrompe la Patrone ma le suggerisce il motivo dei litigi: la gelosia. Il fatto che lui sappia che Rosaria era gelosa non lo autorizza a bruciarsi la risposta.

Rosaria: Sì, erano sempre litigi legati magari a uscite emm con possibilii ragazze mm con amici e quindi diciamo che era uno strascico, uno strascico di litigio e… (interrotta)

Giornalista: Quindi in sostanza quella sera…

Interrompere l’intervistata è un errore grossolano.

Rosaria: … facevo questa domanda sempre relativamente a questi, a queste uscite, a questi litigi.

Giornalista: Quella sera lui non ti rispondeva?

E’ ancora una volta il giornalista a suggerire una risposta negativa.

Rosaria: No.

Giornalista: E quindi tu hai subito cominciato a pensare, hai mandato quel messaggio.

La conclusione è del giornalista, non della Patrone.

Giornalista: La tua relazione con Giosuè credo che sia finita da entrambe le parti, che cosa pensi di Giosuè? Della sua situazione? E’ colpevole o innocente?

Quando si pongono più domande in serie l’intervistato sceglie a quale rispondere. 

Rosaria: Io credo nell’innocenza di Giosuè, certo non mi va di parlare della mia vita privata però non ho mai detto di averlo lasciato, questo non l’ho mai detto.

La Patrone non dice di non aver lasciato il Ruotolo, dice semplicemente di non averlo detto. 

Giornalista: E per te resta comunque innocente?

Rosaria: Sì, sì, io credo, ho sempre creduto nella sua innocenza, ci credo tuttora.

Giornalista: Perché Rosaria? Se te lo posso chiedere?

Rosaria: Perché lo conosco.

Giornalista: E quindi?

Rosaria: Lo conosco eee è un ragazzoo straordinario, per me.

La Patrone afferma che il Ruotolo è un ragazzo straordinario, per me, ma sente il bisogno di specificare che lo è per lei, non in assoluto.

Giornalista: Nonostante tutte le bugie che ha detto anche lui?

Rosaria: Credo in lui.

Il giornalista avrebbe dovuto chiederle “Da quando?”, posto che la gelosia è un sentimento che nasce da una mancanza di fiducia.