Olindo Romano: analisi grafologica

Olindo Romano (10 febbraio 1962) e sua moglie Rosa Bazzi (12 settembre 1963) sono gli autori della cosiddetta “Strage di Erba”. L’11 dicembre 2006, i due coniugi hanno ucciso Raffaella Castagna, 30 anni, suo figlio Youssef, 2 anni, la madre della Castagna, Paola Galli Castagna, 60 anni, una vicina, Valeria Cherubini, 55 anni, e hanno tentato di uccidere Mario Frigerio, marito della Cherubini.

Nel maggio 2011, i Romano sono stati condannati all’ergastolo in via definitiva per omicidio plurimo pluriaggravato e tentato omicidio.

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato la scrittura di Olindo Romano.

Olindo Romano

ANALISI GRAFOLOGICA DELLA GRAFIA DI OLINDO ROMANO, CON METODO MORETTIANO INTEGRATO CON LA GRAFICA SIMBOLIZZATA

Parte I – Premessa di metodo. Le finalità e l’etica

Perchè un approccio integrato?

Con gli strumenti della grafologia, con molto rispetto si parlerà di una vicenda umana, quella di Olindo Romano, ma se ne parlerà da un punto di vista insolito per la grafologia. Infatti, ci si interrogherà sui possibili nessi tra tale vicenda ed un delitto, si badi: in premessa, lo si vuole specifico e poi mi spiegherò meglio. E’ fermo, non dovrei neanche dirlo, che la grafologia non è né potrà mai essere uno strumento di prova (e nemmeno aspira ad esserlo). Per parlarne si integrerà la grafologia tradizionale (precisamente quella del metodo morettiano) con la grafica simbolizzata.

La scelta di cui sopra va giustificata. La grafologia nasce in un ambito educativo (due padri su tre erano sacerdoti) e anche per questo motivo esclude dal proprio campo i comportamenti psicopatologici, i gesti folli, e qualsiasi tipo di diagnosi. Si può sostenere che, nel merito, la situazione iniziale sia rimasta sostanzialmente immutata, pur se vanno registrati progressi.

Semplificando, la grafologia tradizionale considera la grafia individuale come un comportamento e, per conseguenza, sempre semplificando, si può sostenere che studi per l’appunto il comportamento dello scrivente. Ma la scrittura manuale (la manoscrittura) può essere anche considerata come una risposta ad una provocazione stimolo proveniente dal modello calligrafico (la scrittura, completamente trascurata dalla grafologia tradizionale). Quando uno scrivente vuole redigere “ciao”, ad esempio, deve eseguire, nel modo che gli è proprio, per l’appunto, prima una “c”, poi una “i” e così via, sino alla “o” finale, le quali quindi sono provocazione – stimolo.

La lettera manoscritta come reazione all’iconologia della lettera del modello calligrafico

Si è supposto e si è provato che ogni lettera del modello abbia una iconografia (la forma) ed una iconologia (il significato simbolico) che sono proprie della coscienza storicizzata del popolo che lo ha elaborato. Secondo questo punto di vista, allora la manoscrittura non è più comportamento, ma è racconto. Ossia è la storia individuale dello scrivente, così come si desume per reazione alle provocazioni stimolo delle lettere del modello. Per meglio precisare, nell’esempio della parola “ciao” manoscritta, lo scrivente racconta come ha percepito il rapporto tra mamma (la “a”) e papà (la “o”): naturalmente, lo si è dimostrato.

Dunque, la lettera manoscritta è reazione (è “test “della verità, se lo si vuole), ossia è il reagire a ciò che si prova, magari anche all’insaputa dello scrivente. Questo tipo di approccio, conseguentemente, va sempre riferito ad uno scenario – stimolo concreto (ciò che poi definirò contesto). Mentre l’analisi grafologica tradizionale considera il comportamento abituale dello scrivente (i cosiddetti tratti di personalità) in contesti relazionali generici (nello studio, nel lavoro, nella comunicazione e così via), la grafica simbolizzata è obbligata a porsi domande molto concrete, precisando la natura specifica della provocazione stimolo. In altre parole, non interessa più il tratto di personalità, ma interessa il comportamento (ossia la reazione) che magari potrebbe manifestarsi anche una sola volta nella vita, e che tuttavia disorganizza lo scrivente, talora persino con gesti apparentemente folli ed inspiegabili, che non si sarebbero sospettati e che sorprendono anche le persone intime dello stesso. Insomma, questo tipo di grafologia si propone di spiegare i comportamenti reattivi che altrimenti parrebbero inspiegabili. Questi comportamenti reattivi, lo si è supposto e lo si è dimostrato, hanno una genesi nelle prime esperienze evolutive: la grafologia della grafica simbolizzata sa dire dello scrivente bambino in interazione con le figure mamma e papà.

Il contesto

Era l’11 dicembre 2016 , ad Erba, i vigili del fuoco intervennero per sedare un incendio in una palazzina. Spente le fiamme, furono rinvenuti quattro cadaveri (una donna e suo figlio di poco più di due anni, la madre di lei e una vicina di casa) ed un uomo in fin di vita (ritenuto morto dagli assalitori), vittime di un’inaudita ferocia (con spranga e coltello). Fu ucciso anche un cane della vicina.
Olindo e sua moglie, Rosa Brazzi, che abitavano al pian terreno dello stesso stabile delle vittime, furono arrestati circa un mese dopo la strage. Il 10/1/2007 confessarono entrambi, sostenendo che il movente sarebbero stati i rancori che causavano spesso liti fra vicini. Nell’ottobre dello stesso anno i due ritrattarono. Si legge che Olindo Romano:
“..ha accusato i carabinieri che l’avevano interrogato di avergli fatto il lavaggio del cervello e di averlo convinto a confessare, in cambio di una pena ridotta e della scarcerazione della moglie”.

Qui non si è interessati alla vicenda processuale dei due signori implicati, basti dire che allo stato risultano condannati all’ergastolo con sentenza definitiva.

E’ noto che il signore Olindo era un netturbino e che la moglie era una donna delle pulizie. La casa in cui abitavano era stata acquistata dopo tantissimi sacrifici. Risulta che fosse vero che la famiglia di Olindo aveva manifestato un alto tasso di litigiosità nei confronti delle vittime, anche di tipo legale.
E’ stato detto che i due erano e che sono tuttora molto affiatati e che senza questa “simbiosi”, definita patologica, il delitto, la barbarie, era impensabile. Nel merito, non sono disponibili grafie della signora, ma, in questo specifico caso, è comunque possibile delinearne un sintetico profilo finalizzato, ponendosi le seguenti domande:
a) che tipo di partner poteva attrarre il signor Olindo?
b) Che cosa di Olindo poteva attrarre una donna?
Si vedrà che, conosciuto Olindo, è possibile rispondere ad entrambi gli interrogativi, ma debbo precisare che vanto una specializzazione (e una docenza) nella grafologia della consulenza matrimoniale e familiare. Altrimenti non potrei.

La ricerca. La prevenzione. L’etica

Si dovrebbe comprendere che ciò che in realtà si persegue è la prevenzione precoce. Sono assenti studi specifici su campioni rappresentativi: mi auguro che questo lavoro possa sensibilizzare chi potrebbe consentirli e/o promuoverli.
In ultimo, una parola ancora sull’etica. La grafica simbolizzata condivide in tutto e per tutto l’etica della intera grafologia. Al centro c’è la relazione di aiuto rivolta allo scrivente. C’è il rispetto per lui. A propria volta, il rispetto implica la comprensione: chiunque, ha le sue ragioni ed è giusto riconoscergliele. La pena dello scrivente eventualmente reo, nell’ottica grafologica, è considerata come una possibile occasione per elaborare un autentico pentimento, come presupposto imprescindibile per perseguire una progettualità di riscatto e di crescita umana e psicologica.

Parte II – Introduzione all’analisi

Si parlerà di una vicenda umana: è già stato detto nel post precedente. Si vedrà che il protagonista di questo lavoro è un bimbo, di nome Olindo Romano, per come risulta dalla sua grafia di adulto (nella forma delle lettere). Per quanto si sa un lavoro con questo tipo di approccio dovrebbe costituire un precedente assoluto: mi compete giustificarlo.

In ogni scrittura adulta è possibile risalire, quando più quando meno, al fanciullo e, conseguentemente, a mamma e papà (che sono due figure simboliche, ma non solo): ciò ormai lo si dà per provato. E’ stato notato che i condizionamenti fanciulleschi emergono in maniera massiccia e conclamata quando la personalità vive un forte momento di stress. In questi casi, possono insorgere indici grafici (conformazioni letterali) in precedenza assenti nella grafia abituale dello scrivente.

Sono conosciute più grafie del signor Olindo, ma, per quanto concerne la semeiotica morettiana, ci si baserà soprattutto su quelle antecedenti la condanna di primo grado, che saranno documentate in figg. 3 e 4. La grafia meno rappresentativa è quella di fig. 1a, la più recente, nella quale la trasandatezza è più marcata ed è associata ad una forte caduta di tono: in questo momento, il signor Olindo tende a lasciarsi andare; si trascura. Su un altro piano, questo stato esprime un’intima rassegnazione alla detenzione, sebbene sia noto che egli protesta la sua innocenza.

Il “fanciullo” Olindo- Prima riflessione

La collega Evi Crotti (Il Giornale, 18/6/2016) ha scritto che:
“Dall’analisi dei foglietti e dei messaggi scritti da Olindo Romano si deduce che egli possiede una struttura infantile sia a livello intellettivo sia emozionale”.

La collega non spiega su quali basi giunge a questo giudizio, suppongo per motivi redazionali (il bisogno di non scrivere più di un numero prefissato di righe), ma risulta che abbia esaminato la grafia di figg. 1b e 1c. In effetti, dal punto di vista grafologico, il giudizio della collega, di scuola morettiana come il sottoscritto, è condivisibile. Al di là di evidenti infantilismi grafici che interessano alcune lettere, in questa grafia è accennato Infantile (grafia di una persona adulta che appare vergata da un fanciullo. Da dire che questo segno, fermo un lieve livello di immaturità emotiva ed affettiva, in genere ha significati più positivi che negativi. Ovviamente non è questo il caso). In effetti, Infantile è ben rappresentato nella fig.2.
La grafica simbolizzata ha l’onere di andare al di là di Infantile, precisando gli elementi condizionanti che non hanno consentito la “crescita” del signor Olindo: lo si vedrà, seppur per sommi capi, quando si commenteranno le prossime figure, ad iniziare dal commento della firma del quale mi occupo nel prossimo paragrafo.

Fig. 1a

Figg. 1b e 1c

Fig. 2 Grafia redatta prima della sentenza di I grado, in un momento in cui il signor Olindo si percepiva molto incerto. Spiccano Infantile, Titubante, un calibro che dovrebbe essere medio piccolo, e Stentata. Questa scrittura contrasta con la prossima, redatta pressappoco nello stesso periodo.

Fig. 3 Altre grafie di Olindo, risalenti allo stesso periodo della precedente (la discendenza del rigo non va considerata, nella riproduzione i fogli sono mal posizionati). La grafia fanciullesca di Infantile è apprezzabile anche dal non grafologo. Nella scrittura, tuttavia, non sono assenti indici di fermezza, di sobrietà e di relativa sostenutezza (Aste rette, Dritta, cenni di Parallela, la tendenza a Parca e persino, esagerando un poco, un accenno di Austera): lo scrivente cerca di soffocare la propria dubbiosità interiore, l’incertezza del “bimbo” che in lui, cercando di conferirsi serietà e determinazione. Lo stesso Parallela affiora qui e là (spezzate rosse).

La “firma” del signor Olindo

Fig. 4 Grafia in stampatello (questo stile grafico simbolicamente si riferisce al cittadino, ovvero non alla persona) decisamente molto sfavorevole sul piano della semeiotica, in particolare per la combinazione tra la stentatezza e la pressione, qui intensa, sebbene non omogenea nelle ultime righe, mentre nelle grafie disponibili corsive domina il fenomeno opposto, dato da Filiforme. Comparare anche l’artificiosità esecutiva in alcune lettere (nella “E” e in particolare nelle “L”, si è quasi in una pseudo scrittura, basata sul camuffamento, che la dice lunga sul modo di comunicare che talora poteva appartenere al signor Olindo). Si noti la firma infantile, molto svilita, non estetica e trasandata.

In primo luogo la firma. La grafologia tradizionale attribuisce alla firma il significato dell’ideale dell’Io (la scrittura di testo, invece, rappresenterebbe l’Io reale).

La grafica simbolizzata condivide questo significato, ma introduce tale precisazione: se la firma è l’ideale dell’Io, allora la stessa indica il programma esistenziale che lo scrivente vorrebbe perseguire per se stesso. In questa ottica, la scrittura di testo indicherebbe il modo in cui lo scrivente intende perseguire tale programma.
Mi sembra che, posta la firma come ideale dell’Io, ne consegue che la precisazione di senso della grafica simbolizzata sia logica ed incontestabile (è implicita in quanto già si sa ed è condiviso da tutti).

Si impone da sé che, visto quanto sopra, di norma la firma è molto più elaborata, personalizzata ed estetica di una qualsiasi scrittura di testo. Si impone anche che tale elaborazione avviene in maniera graduale con la crescita e la maturità adulta e che, all’opposto, non può appartenere ad un bimbetto delle elementari.

Nella fig.5, però, la scritta di testo “Olindo” a) è del tutto analoga alle altre due, b) e c), che invece dovrebbero rappresentare firme. In d) Spicca anche la stentatezza della parola “Olly”, si suppone che sia il nomignolo affettuoso con il quale la moglie lo apostrofava – a), in un biglietto dal contenuto amoroso, per giunta.

Insomma, il signor Olindo “firma” come un bambino e quindi tale è rimasto, almeno dal punto di vista emotivo ed affettivo.

Negativamente, poi e come se non bastasse, si impongono la trasandatezza, l’assenza di estetismo, i distacchi e la stentatezza delle firme (in particolare quella evidenziata in verde – da segnalare che è in calce ad un biglietto amoroso, per celebrare S. Valentino): Olindo non si stima. E’ in contrasto con se stesso e ciò anticipa quanto sarà detto per la “n”.

La “O” del nome, per giunta, è eseguita a mo’ di “A” (come la maiuscola del corsivo – anche qui debbo precisare che sovente queste “A”, che risultano tuttavia minoritarie, hanno indicazioni positive). Questo dato risulta palese nell’esempio a) di fig 5, ma lo si nota anche in tutti gli esempi. Da segnalare che la maiuscola della “a” corsiva è sempre eseguita in maniera infantile (con ovale ed astina accostati) e talora con distanziamento tra ovale ed astina (fig. 6, le frecce): insomma, lo scrivente non sa integrare in una sintesi “adulta” ovale e asta nella “a” e un fenomeno similare si ha nella “O” del nome, in quanto non riesce a collegare l’ovale alla lettera successiva, nel mentre l’avvio di quest’ultima parte dall’alto (arco rosso, in fig. 5), invece che dal rigo di base (per l’appunto, la “O” sembra una “A” del modello infantile).
Simbolicamente sono coinvolte le figure mamma (la “a”) e papà (la “l”), evidentemente nel rapporto con quest’ultimo, Olindo avrebbe bisogno del supporto della mamma, che invece è mancato (quando nella firma, Olindo scrive la “O” “sa” che dopo dovrà scrivere una “l”, ragione per cui trasforma la “O” in “A”: si tratta di una richiesta di soccorso).
Chiarisce meglio anche l’esempio della “a” maiuscola del corsivo che è rappresentato in fig.7. Si nota che questa “A” è svilita rispetto alla “l” e che ha l’astina di collegamento accostata (dopo l’esecuzione dell’ovale, si registra un sollevamento della mano e il completamento è, per l’appunto, accostato allo stesso).
Si tratta di un infantilismo (le “a” con accostamento sono proprie dei bimbetti delle prime elementari). Sono coinvolti più condizionamenti, semplificando e portando a sintesi: ci si avverte bisognosi del sostegno di mamma (la A), che evidentemente non c’è stato, nei confronti di una figura papà percepita come soverchiante (la “l”). Si tornerà sulle “a”, sulle “l” e sul ruolo esercitato dalle figure papà e mamma.

Tutte le osservazioni relative alla firma appartengono alla grafica simbolizzata. Si necessita di approfondire.

Semeiotica complessa della grafica simbolizzata utile per il presente caso

(Si tratta effettivamente di semeiotica complessa, in quanto è presa in considerazione la lettera. A propria volta, la lettera è l’organizzazione funzionale e spaziale di semeiotica basilare, tipo l’angolo, il concavo e il convesso, più i costitutivi della stessa, come ad esempio, l’asta, l’arco, la zampetta e così via. I significati sia della semeiotica basilare sia dei costitutivi sono studiati da molti anni e li si danno per certi. Di conseguenza, per assegnare significato di una qualsiasi lettera manoscritta, il grafologo della grafica simbolizzata opera con gli stessi criteri che si utilizzano nelle combinazioni complesse della grafologia morettiana).
Si parlerà del bambino, di mamma e di papà. Ma è ovvio che è il bambino che racconta, ossia va tenuto presente che non si conoscono le ragioni dei due.

Parola “mamma” (è una parola “test”), le “m” e la “n”

In fig, 8, spicca la parola “mamma”, lungamente collaudata (in una ricerca che ha coinvolto 100 scriventi ed in innumerevoli riscontri empirici). Indica un clima relazionale della famiglia di origine conflittuale. Inoltre, il distacco tra le due “m” dice che Olindo ha interrotto ogni rapporto con gli altri membri della famiglia allargata (quella di origine e/o quella di eventuali fratelli).

La “n” (vedi “anche” di fig. 9), invece, implica un sentimento di forte contrasto con la persona più intima, ad iniziare da se stessi (le due zampette della “n” rappresentano in primo luogo un vedersi allo specchio). Prima di procedere, però, ho l’obbligo di dire che le “m” e le “n” molto angolose non costituiscono una rarità (tuttavia sono effettivamente infrequenti): esiste una cicatrice, su base di esperienze evolutive molto precoci, ma gli scriventi interessati potrebbero aver elaborato validi “contrappesi”.

Altre lettere

Per quanto riguarda le altre lettere, rapidamente se ne dà una spiegazione a seguire.

1) La “a” con astina di completamento scollegata (ellisse verde di fig. 8). Si è avvertito il distacco da o di mamma;

2) La “p” (molto svilita) e la “h” con assenza dell’arco (figg. 9 e 10, i triangoli). Si è promesso di non lasciarsi più indurre in tentazione da cattiva compagnie e di evitare i contatti con amichetti che avrebbero potuto deviare nella retta condotta. Evidentemente in precedenza si era stati puniti;

3) La “d” (con ovale stentato, asta distanziata e con tipica deviazione di traiettoria – fig. 11). Le figure mamma e papà erano distanti tra loro e distanti dal bambino (distanziamento). Si teme la punizione di papà, che avverrà quando sarà presente, e ci si vorrebbe sottrarre alla stessa, che evidentemente è molto temuta;

4) La “I”, molto disgrafica e con evidente e tipica stentatezza nell’asta (fig. 12). E’ una figura mamma che, invece di promuovere il proprio cucciolo nei confronti dell’Alto e della figura papà, fa tutto il contrario. Ossia farà punire severamente il bambino, quando papà sarà in casa (è un significato di classe, non ci si riferisce all’esattezza della cronaca);

5) La “t”, con asola, asta retta rigidissima (e che si affina all’estremità (fig. 13): indica fortissima ansietà, come anche i colleghi marchesaniani saprebbero dire), svilita nelle dimensioni, con assenza di concavo basale (il concavo autorizza ad andare), taglio corto e altro di minore rilievo. Il bambino ha provato e fatta sua l’intransigenza punitiva, inflessibile e che non accetta repliche (da segnalare che in questo caso si è in presenza di un segno grafologico vero e proprio);


6) Le “b” (se ne omette la descrizione, perché complessa- fig. 14). Il bambino è stato completamente svilito tutte le volte che si assegnavano o gli si potevano assegnare compiti e responsabilità commisurati alla sua età. Ne è derivato un goffo tentativo di sottrarsi, destinato anch’esso però ad essere punito;

7) La “P” (ellisse blu di fig. 15 – anche in questo caso si omette la descrizione). Si ribadisce quanto già noto: la figura mamma (la risalita alle spalle, ossia a sinistra, del bambino, costituita dall’asta) non ha “protetto le spalle” e la figura papà incuteva apprensione (la pancia resta distanziata dall’asta);

8) Le “l”. Sono molto brutte, disgrafiche e angolose in alto (fig. 10): si teme la punizione dell’alto, evidentemente inculcata da mamma e da papà;

9) Le “r” e le “s”. Riconfermano il sopra, aggiungendo specificazioni che a questo punto costituiscono dettaglio.

Due lettere delle quali si potrebbe parlare, perché ormai note nel significato, debbo solo accennarle: si tratta della “v” e della “z”.

Per quanto riguarda la “v” si prenda in considerazione quella evidenziata dalla freccia rossa in fig. 13. I colleghi che mi hanno preceduto hanno conferito rilievo a questa lettera, ma a mio parere le hanno assegnato un significato un po’ forzato (si tratta della spavalderia) e che comunque è una conseguenza. A questo punto, debbo precisare che anche questo tipo di “v” non è propriamente raro: ha a che fare con un modo specifico e non armonico di convogliare l’aggressività (nella quasi totalità dei casi interessa quella verbale). Non è il caso di farne un dramma, tanto più che anche per questa “v” si danno indicazioni positive.
Anche la “z” esprime un modo specifico di veicolare e/o di inibire l’aggressività.

Una verifica su base di biografia nota

In conclusione, potrebbe essere utile chiedersi se nella biografia di Olindo risulti qualche cosa che giustifichi almeno parte di quanto qui esposto. Da Wikipedia risulta che:
“Indagando nel passato di Olindo Romano verrà fuori, invece, una querela sporta contro di lui dal padre e dal fratello all’inizio degli anni ottanta, a seguito di una rissa per motivi familiari. Di fatto, all’epoca dell’arresto, i due avevano interrotto ormai da anni qualsiasi rapporto persino con i più stretti familiari….”.

Parte III – Analisi

I segni grafologici morettiani della Fig. 3, che risalgono al periodo in cui Olindo non è stato ancora condannato, restituiscono una persona che è concentrata, che cerca di infondersi forza e determinazione, anche ai fini di soffocare un’insicurezza molto accentuata ed un animo di bambino (contrasto tra Infantile – Dritta+ Aste rette + pseudo accuratezza + verosimile Calibro piccolo o medio piccolo), ormai descritto.

Da considerare che tutti gli indici di grafica simbolizzata presi in considerazione sono desunti da grafie redatte dopo la condanna (cfr. anche fig. 16). Si ha una riprova di un dato ormai riscontrato più volte: nelle grafie adulte il fanciullo, benché sia sempre presente (è ovvio che deve esserlo, altrimenti non si potrebbe parlare prima di processi evolutivi e poi di processi involutivi), emerge soprattutto nei momenti di forte stress (questo dato era già conosciuto, relativamente solo a questo aspetto: nei testamenti di persone avanti nell’età compaiono sovente indici definiti “orali”, ossia infantili, sebbene non sia la regola). Ossia, emerge quando ci si avverte soli ed indifesi. Olindo attualmente si avverte sconfitto, dunque.

Nell’ottica della grafica simbolizzata, l’analisi condotta con un metodo tradizionale della grafologia condensa anche il modo in cui la personalità dello scrivente cerca di armonizzare i condizionamenti positivi o negativi subiti. In questo caso, visti i condizionamenti descritti in precedenza, vista l’immaturità affettiva ed emotiva, non è stato possibile elaborare moduli comportamentali veramente adulti, adattivi e funzionali. Tutta l’organizzazione della personalità di Olindo, infatti, costituisce la ricerca di un criterio, basato sull’introversione quasi patologica e sull’isolamento altrettanto patologico, per sfuggire dalle “tentazioni”, per evitare le punizioni, ma destinato logicamente ed inesorabilmente a fallire.

Introduzione all’analisi

Nell’intimo, Olindo è un insicuro, è, talora, un fanciullo smarrito (i segni dell’insicurezza sono tutti presenti. Non omogenea del calibro, molte lettere considerate secondo la grafica simbolizzata). E’ molto perturbabile (Filiforme + Intozzata II modo + Stentata + forti angolosità + Staccata + Aste concave a sinistra e tutte le lettere considerate dalla grafica simbolizzata), è sostanzialmente un timido ed un impacciato che può persino arrossire (stessi segni) e che può provare momenti di forte sospensione d’animo (durante i quali resta basito.

Tutto il contesto con Staccata + Non omogenea del calibro, alcune lettere e numeri della grafica simbolizzata, tra i quali spicca il “2” di fig. 17) e tuttavia non manca di orgoglio reattivo (in particolare Aste rette + Angolosa).
Non è una persona che ha potuto elaborare una progettualità di vera auto promozione, non ha grandi mete di auto progresso spirituale e psicologico, non ha potuto consentirsi traguardi significativi in ogni campo, anche nello studio (risulta comunque che abbia un titolo di geometra, mentre all’opposto la moglie non ne possiede) e nel lavoro (era un netturbino): lo si è deduce dal commento della sua firma.
Ciò nonostante, almeno in potenza, Olindo aveva (ed ha ancora, ovviamente) delle potenzialità discrete, lo si deduce dal fatto che pure in un contesto molto rallentato e stentato, nella sua grafia si intravedono cenni di vivacità e momenti di potenziale discreta apertura mentale (Largo di lettere talora buono). Appare certo che la dimensione intima (e privata) di Olindo è relativamente più ricca (se ne ha una prova nei disegnini, che si potrebbero anche commentare, che in maniera enfatica punteggiano le lettere che scrive alla sua donna, ma durante la detenzione è emerso che abbia interessi nel giardinaggio, a testimoniare un animo potenzialmente sensibile, per Filiforme, ed avrebbe persino “inventato” una dama che si giocherebbe in tre), sebbene il tutto si veicola soprattutto nell’immaginazione (tendenza a Mitomania introversa, Ricci mitomania, Confusa) della quale poi si parlerà.

Se ne deduce che le esperienze evolutive lo hanno alquanto sfavorito (vale per tutti: le esperienze evolutive negative però non assolvono, sebbene giustifichino).

Olindo Romano non avrebbe un animo cattivo, posto che questo termine possa essere riferibile a qualcuno. Anzi, in un mondo costruito a misura di lui, sarebbe persino un buono (molti ovali sono assai curvilinei e sono discretamente ampi). E per l’appunto uno dei contrasti della sua organizzazione, forse il principale, è costituito dal fatto che per quanto nell’intimo lo possa desiderare, e talora lo desidera veramente, non riesce ad essere buono, nella concezione direi fanciullesca del termine. Per quanto abbia bisogno di forte empatia (Filiforme + gli ovali curvilinei), di saturarsi dal punto di vista emotivo ed affettivo, fallisce quasi inesorabilmente e, nella organizzazione attuale, è destinato ad alienarsi i rapporti affettivi ed i rapporti interpersonali in genere, specie quelli di natura più intima. Eppure risulta, anche dai suoi scritti (per lo più lettere a contenuto amoroso, da fidanzatino melenso, a ribadire l’immaturità), che sia molto innamorato (anche se poi ci si dovrà interrogare sui sentimenti di questa persona) e unito a sua moglie: il che, però, paradossalmente conferma quanto sinora scritto, sebbene ponga più di un problema che poi si cercheranno di sviscerare.

Ecco un primo punto: Olindo avrebbe fame di amare e avrebbe fame di ricevere amore. Ha fame di essere corrisposto, in una organizzazione però assai problematica.

Ma se ha fame di amore, significa che non si è percepito amato. Se vorrebbe, talora, essere buono, significa allora che ha percepito la sensazione di non esserlo stato e il fatto che talora si disorganizza nei comportamenti (poi si vedrà meglio) e che, per conseguenza, si alieni la simpatia degli altri, lo riconferma nel non essere buono. La contraddizione ambivalente è forte ed è lampante: questa analisi cercherà illustrare il modo in cui Olindo cerca di “risolverla”.

Lineamenti generali dell’organizzazione

C’è un segno grafologico che (se si parla di organizzazione della personalità) si impone su tutti, seppur in maniera instabile: Dritta (le parole sono in netta prevalenza perpendicolari o quasi al rigo di base), il quale, considerato in sé e per sé, indica autonomia emotiva, affettiva, intellettiva e, conseguentemente, anche relazionale. In questo contesto, ovviamente, indica bisogno di autonomia (conseguentemente Dritta non è di alto grado), il quale peraltro è ribadito da Aste rette (inflessibilità) e dai frequenti e vistosi distacchi tra le lettere (Staccata, del quale qui interessa il significato del bisogno di non farsi accostare, assegnato sulla base del contesto dell’intera grafia).

Fig. 18 Gli ovali sono per lo più stentati o contratti: sono indici di forte sofferenza che obnubila. Alcuni però sono abbastanza curvilinei ed indicano potenziale allocentrismo (vedi ellissi verdi). Tali ovali sono anche abbastanza ampi e restituiscono il segno Largo di lettere, che indica potenziale apertura mentale, psichica ed affettiva.
Un segno positivo che si rinviene nella grafia di Olindo è dato da Dritta (le spezzate ne evidenziano qualche esempio) che è rafforzato da Aste rette (poligoni blu). Negativamente, talora è rafforzato da cenni di Parallela (presenti in fig. 3).
Le frecce indicano una parte dei ricci finali, sono del tipo sobrio (Ricci sobrietà) e pigro (Ricci della flemma).

Fig. 19 Grafia sfavorevole. Domina un ammassamento grafico che va riferito a Confusa e alla tendenza a Mitomania introversa. La stentatezza è intensa ed è relativamente intensa anche la pressione, sebbene sia non omogenea, in quanto si affievolisce nelle ultime righe.
Le frecce indicano ricci diagonali che danno vita a Ricci mitomania.

Se da una parte, si evidenzia un contesto di forte ipersensibilità, dall’altra, si impone che l’atteggiamento apparentemente autonomo deve essere giustificato. Lo si spiega sulla base di un meccanismo tipico: lo scrivente, per lo più, prova ad operare il distacco emotivo ed affettivo (alla base i Ricci flemma, che dominano ed evidenziati in fig. 18, e tanti momenti di forte trasandatezza, per il disimpegno emotivo, in un contesto in cui esiste Filiforme, che indica anche un bisogno di rifugio in una dimensione distaccata dal piano concreto del reale, specie quando, come in questo caso, esistono anche i Ricci mitomania, ma vi sono anche Confusa e tendenza a Mitomania introversa, che si apprezzano soprattutto in fig. 19).

Oppure, all’inverso, soffoca i contrasti e la dubbiosità, imponendosi una fermezza tinta persino di austerità (è sufficiente il solo Aste rette + Dritta): ma non può reggere a lungo questa organizzazione (Trasandata e tante non omogeneità).

Ordinariamente, si ha quindi un doppio comportamento, uno interiore tenuto occulto (tanti segni, ma bastano i soli Ricci della sobrietà che talora, peraltro, sono associati anche a micro Ricci del nascondimento, oppure la tendenza a Mitomania introversa o Confusa, con questi segni rappresentati nella fig. 19) ed un altro di tipo pubblico.

Di conseguenza, un osservatore che avesse rapporti superficiali con Olindo lo percepirebbe come una persona seria (Dritta + Aste rette + cenni di accuratezza, qui e là) ed attenta (gli ovali curvilinei + Staccata), sebbene schiva e un po’ sulle sue (Dritta + Staccata + Ricci sobrietà). Persino timida (insicurezze varie + tutto il contesto), magari in qualche giorno anche un po’ nervosa (basta Filiforme + Staccata, ma pure Stentata ed altro), ma non aggressiva. In generale, dava l’impressione di essere una persona che stava sul suo e che si faceva gli affari propri, fermo che si sta parlando di relazioni superficiali.

Non si escludono disorganizzazioni su base relazionale neanche sul lavoro. Ma almeno in potenza nel suo lavoro (era un netturbino) poteva apparire attento, serio, scrupoloso e puntuale (stessi segni), ma tutto dipendeva dal fatto se poteva percepirsi abbastanza autonomo (Dritta + Aste rette), cosa che il mansionario di un netturbino potrebbe consentire, oppure no.

Insomma, anche in questo caso non ci si può esprimere in maniera certa, in quanto tutto dipendeva, più che dalle sue intenzioni del momento (va detto che desiderava essere valido), dalla relazione con gli altri. Olindo, ad esempio, non tollera le critiche e si altera se è ripreso (stessi segni, potenziati da Filiforme), anche se non ha una reattività esteriore pronta (tutto il contesto, ma basta solo lo Staccata, qui peggiorato da Stentata), anche perché è soggetto a sospensioni d’animo (durante i quali è attonito e tendenzialmente rosso in volto), ma indubbiamente non riesce ad impedirsi che il suo malessere interiore trapeli, con forme di scontrosità e nervosismo. E sinora si è sempre fatto riferimento a interazioni sfavorevoli di breve durata, poi si preciserà meglio.

Va anche precisato che, nelle interazioni sfavorevoli e prolungate, può caricarsi di intense cariche potenzialmente rabbiose, che qui si palesano soprattutto in fig. 4 ed in misura minore in fig. 19, nella quale tuttavia emerge un quadro segnico sfavorevole.
In effetti, l’organizzazione di Olindo è quella di una persona che, per tantissimi motivi di ipersensibilità necessitava di starsene sulle sue, di ridurre al minimo le interazioni con ciò che egli “considerava esterno” (la locuzione è voluta). Il lavoro, quindi, era per lui un obbligo (Dritta + Aste rette), per far fronte alle necessità del vivere, e cercava per quanto gli fosse possibile di essere concentrato su ciò che doveva, disinteressandosi del resto, sebbene ovviamente non sempre ciò gli fosse possibile, anche nelle situazioni per lui ideali.

Tuttavia sul lavoro risulta che:
“i colleghi dell’Econord danno di Olindo la stessa immagine: “Faceva gli affari suoi, ma quando c’era da scherzare scherzava. Un bonaccione”. Un paio di volte era stato richiamato sul lavoro, ma per piccole mancanze, niente di grave. A ridosso di quell’11 dicembre, si era preso qualche giorno di ferie “per riposare” (LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL’ARTI, dal web).
“Stava sulle sue” (Dritta + Aste rette + Ricci sobrietà che conferisce laconicità). “Quando c’era da scherzare scherzava” (vivacità potenziale, trasandatezza e cenni di buona curvilineità. Da segnalare che quando si scherza non si prova insicurezza, almeno di norma, e non si ha bisogno di stare sulla difensiva). “Un bonaccione” (gli ovali curvilinei unito a Trasandata).
Insomma, le notizie biografiche dello scrivente confermano il quadro qui descritto.

Le sensazioni della colpa e dell’essere vittima

Si “scopre”, su base di grafica simbolizzata (non si è in psicologia), che la prima sensazione relativa all’essere buono e bravo o a non esserlo lo si ha dall’interazione con la figura mamma. Sono coinvolti soprattutto gli ovali (gran parte degli ovali del signor Olindo sono stentati, ossia sono sofferenti, e con evidenza non si conciliano con il “buono” e il “bravo”) e tante altre lettere, ma soprattutto le maiuscole (nella genesi, ossia nel significato che può interessare un fanciullo, le maiuscole sono i grandi che interagiscono con lui e, ovviamente, la prima figura che egli “incontra” è, per l’appunto, “mamma”). In particolare spicca la “I” di fig. 12: è una figura mamma che non promuove e che farà punire il proprio cucciolo da papà quando sarà presente.
In effetti, da questo punto di vista è stupefacente la conferma che si ha, leggendo che il padre di Olindo:

“ Non aveva fatto una vita facile, operaio frontaliere, partiva il lunedì e tornava il sabato” (LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL’ARTI, dal web).

Ci si chiede, a questo punto, se dalla biografia del signor Olindo, sia anche possibile ipotizzare una figura mamma che potesse nutrire un sentimento di rabbia nei suoi confronti, ben fermo tuttavia che è il fanciullo che “racconta” (non si conoscono le ragioni di mamma).
In effetti, risulta che Olindo:

“Primogenito di una famiglia di quattro, si sentiva diverso dai suoi fratelli, perché quando era nato i genitori non erano ancora sposati” (LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL’ARTI, dal web).

Olindo è nato il 10 febbraio 1962 in un piccolo paese della provincia di Sondrio: quanto e come possono aver influito nella madre quella gravidanza e quella nascita, considerando anche quegli anni lì? Quanto può aver influito in Olindo, crescendo, tutto questo? In un contesto in cui, dopo di lui e nella “santità del matrimonio” (sto volutamente enfatizzando un possibile sentire di quegli anni di un piccolo centro), sono nati altri tre figli? Una cosa è certa, grafologicamente parlando: la sensazione di essere nella colpa è in Olindo.

Un’altra cosa è certa, sempre grafologia alla mano: Olindo era punito, verosimilmente anche corporalmente (ce lo dicono la “r”, le “d” e altro ancora). Olindo, ancora, ha vissuto in un ambiente familiare asfissiante, pieno di contrasti, privo di empatia: ma è sempre lui che racconta nelle lettere della sua grafia. E’ possibile, infatti, che a lui, primogenito, fossero demandati compiti e responsabilità da “fratello più grande” (tanto più che il padre era assente per lavoro, cinque giorni della settimana), in un contesto in cui egli non si percepiva all’altezza (ce lo dice soprattutto la “b”) e in un contesto in cui era destinato logicamente a fallire: fatto sta che, per l’appunto, le grafie di fig. 3 ci restituiscono un’organizzazione reattiva che in apparenza (poi mi spiegherò meglio) si ispira al serio (Dritta + Aste rette, ma anche altro) e al senso di responsabilità (stessi segni).

Lo si è già scritto, nella grafia di Olindo non sono assenti indici di orgoglio reattivo (bastano sempre Dritta + Aste rette, ma anche altro) associati ad indici di contrasto (forti angolosità, ma anche Aste concave a sinistra e Stentata): l’insieme induce a considerarsi vittime. Ecco un tema: Olindo necessita di soffocare la sensazione della colpa.
Ma è un bisogno di auto convincersi: è troppo insicuro, infatti (qui sono sufficienti Titubante + Infantile, ma anche altro ovviamente). Dunque, necessita di trovare un criterio per soffocare la dubbiosità interiore, onde scaricare sugli altri la sensazione della colpa che, per conseguenza delle esperienze evolutive, ormai è in lui.

Caratteristiche della reattività e dell’aggressività

C’è un altro dato essenziale che va sviscerato in maniera più puntuale, interessa la sensibilità e la reattività.
E’ potenzialmente sensibile, ossia può avvertire stimoli anche sfumati e di lieve intensità. Può avere forte spirito di osservazione in quanto è molto analitico (Staccata + Filiforme + Calibro verosimilmente almeno medio piccolo). In ogni caso, anche quando è disattento, per trasandatezza o perché è assorto nei suoi pensieri e nelle fantasie (Ricci mitomania, Confusa, cenni di Mitomania introversa, con questi due segni che sono ben rappresentati nella fig. 4a), non può evitarsi di avvertire anche a sua insaputa (basta il solo Filiforme, che qui comunque è rafforzato da Staccata), il che suscita in lui forti perturbazioni emotive (stessi segni + Intozzata II modo + tutti i segni dell’insicurezza + Aste concave a sinistra), talora dolorosissime (il tutto con Non omogena del calibro e della pressione, entrambi in diminuzione). A ciò si associa il malessere dovuto alla sensazione di essere contrastato, dato da Angolosa. Da segnalare che Angolosa + Non omogenea del calibro + Non omogenea della pressione restituisce uno scrivente che teme di soccombere per conseguenza di attacchi esterni (qui a nulla interessa che il tutto ha origine in meccanismi di natura endogena). Si ha per questa via, dunque, una conferma di quanto già si è dedotto su base di grafica simbolizzata, con la differenza che quest’ultima precisa i condizionamenti specifici che hanno cristallizzato tali comportamenti.
Lo stesso Angolosa, per altro verso, indica una reattività permalosa e risentita su base di grinta che con Aste rette può essere anche dura ed inflessibile. Non sono assenti, lo si è già evidenziato, momenti in cui la personalità è eccessivamente sotto sforzo ed è carica aggressivamente, ma sempre tenendo conto che ciò può avvenire solo nelle interazioni prolungate sfavorevoli.
Le cariche aggressive, tuttavia, non sono libere di agire in maniera manifesta: l’organizzazione della personalità, altrimenti, sarebbe in contraddizione in se stessa. Olindo, di conseguenza, non ha altre alternative che “indurirsi” e raffreddarsi (per tutto ciò che è stato già detto, nel merito di Dritta + Aste rette + Parca), oppure di puntare sul disinvestimento emotivo, con l’atteggiamento di trasandatezza descritto.
Tuttavia entrambe le strategie sono destinate a fallire e sono obbligate a fallire, per l’insieme ormai noto.

Il giudizio

Ne risultano compromesse anche le funzioni del giudizio. Ogni stimolazione, infatti, almeno in potenza, può indurlo ad intime e subitanee chiusure repulsive (Aste concave a sinistra), che, tuttavia, il più delle volte non sono libere di manifestarsi apertamente (tutto il contesto, ma bastano solamente i Ricci della sobrietà, ma soprattutto Stentata + Staccata). Per contro, sempre, anche quando lo scrivente prova a squalificare la portata emotiva delle stimolazioni, la risonanza interiore delle stesse è assai prolungata. Insomma, Olindo non smaltisce prontamente, neanche quando lo vorrebbe (si osservi la combinazione Trasandata, il segno principale della squalifica emotiva, con il classico “chi se ne importa”, più Stentata, che è il segno della tendenza alla collera, ai quali si aggiungono tutti gli altri segni di sofferenza).

Le conclusioni logiche sono due:

1) Il giudizio è alterato (basterebbero solo le variazioni negli ovali) e lo scrivente necessita di riferire i propri malesseri agli altri, cosicché si ribadisce che talora tende a percepirsi vittima (tutto il contesto + Ricci della mitomania + Confusa+ Angolosa, nelle “m” e nelle “n”). Insomma, nei momenti di maggiore malessere, si tende a dare corpo alle ombre, ricamando fantasticamente ed in modo maligno su fatti ed episodi, che in genere sarebbero innocui.

2) Si chiude in una dimensione introversa (fig. 19), potenzialmente esplosiva e che potrebbe comportare rischi, in quanto si basa su Stentata (tendenza a sbotti rabbiosi) + Confusa (qui di questo segno è preso in considerazione un significato poco noto, che è costituito dall’aggressività “confusa”, ossia che si estrinseca con modalità ipercinetiche e che si placa solo a “conclusione”).

Naturalmente, l’ultimo significato non va drammatizzato, tanto più che quasi sempre si manifesta sotto forma di solo nervosismo, ma, per contro Confusa introverso, come in questo caso, è stato notato anche in altri “fatti di cronaca”.

Al tutto si aggiunge aste rette dure ed intransigenti, prive di concavo basale, già considerate nel post precedente, nella parte relativa alla grafica simbolizzata. Da segnalare che, in negativo, queste aste sono corredate da un’asola (o convolvolo) iniziale, il che indica un bisogno di nascondimento delle proprie reali intenzioni (è coinvolta la volontà).

Ricapitolando

a) Una dimensione pubblica e una privata, lo si è detto.

b) Un forte bisogno di auto convincersi che il male era ed è negli altri e, lo si deduce, l’impossibilità pratica di urlarlo a voce spiegata (anche perché si teme che ciò non risponda al vero).

c) Una personalità che non si è potuta evolvere secondo quanto gli fosse consentito.

d) Una struttura di personalità molto perturbabile e potenzialmente reattiva su base di nervosismo e talora di collera.

e) Un bisogno di mantenere un’immagine pubblica, almeno sul lavoro, improntata a serietà e che di conseguenza la tendenza a stressarsi oltre misura (basta il solo Non omogenea della pressione in diminuzione).

La “Casa” come rifugio

La logica conclusione di tutto quanto sopra è considerare la propria casa un’oasi, o meglio come una sorta di fortino (lo si deduce su base di analisi grafologica di personalità, ma si invita anche ad osservare la forte conferma di grafica simbolizzata, rappresentata da punto di fine frase – ossia di fine lavoro – di fig. 20, che qui non si ha modo di commentare, ma che comunque corrisponde non ad una pausa, ma ad uno Stop. La parola che segue, infatti, è distanziata).

Ma se la casa era il luogo del giusto e del buono e se, all’inverso, non si era capaci di essere bravi e buoni, allora che cosa sarebbe stato logico aspettarsi? Un quotidiano e un ménage scanditi da regole, maniacali (Aste rette + Staccata, rafforzati da Dritta e da Ricci sobrietà, con Minuziosa che, anche se il calibro non fosse stato veramente piccolo, subentra comunque per combinazione) e inderogabili, nel bisogno esagerato e non sano di puntellarsi nella illusoria sensazione di essere nel giusto (compaiono tra l’altro anche cenni di Parallela, tratteggiate rosse di fig. 3, soprattutto. Da dire che questo segno, anche quando è debolmente accennato, svolge sempre una funzione molto negativa, nei termini di schematismo e di impossibilità di trovare vie di compromesso tra opposti). O meglio, per non ondeggiare nei propositi e nella condotta (Aste rette e cenni di Parallela).

Non si tratta di atteggiamenti adulti: è noto che anche i fanciulli possono essere inflessibili (Piaget), quando imitano i grandi e le loro regole. In effetti, ciò che si impone su base grafologica, anche questa volta, risulta confermato dalla cronaca, che la si risparmia al lettore.

Rispetto al possibile movente del delitto e la relazione con la moglie (Rosa)

Si è giunti alla parte conclusiva di questo lavoro, che ha cercato comprendere e giustificare il bimbo Olindo, senza sottacere i limiti dell’uomo e della sua organizzazione. Ora ci si deve confrontare con il supposto movente dell’atroce delitto.
Dalla cronaca risulta che il movente del delitto sarebbe consistito nei continui litigi che Olindo e sua moglie Rosa avevano con le vittime che abitavano nello stesso stabile, al piano di sopra, le quali avrebbero disturbato la quiete e le abitudini dei due (con regole che riguardavano anche le ore in cui ci si coricava e ci si alzava). In particolare, si rimproverano le voci, i rumori e i pianti del bimbo di due anni. Sulla base della testimonianza di un gioielliere di Erba amico d’infanzia della Castagna, una delle vittime (la madre del bambino, ucciso anche lui), risulterebbe che Rosa fosse particolarmente litigiosa ed astiosa nei confronti di quest’ultima: Sempre secondo tale testimonianza, Rosa si presentava a casa della vicina come una “furia”, “insultava, “urlava come una pazza” e cose di questo tipo (fonte già citata).

Che Olindo fosse una persona che non tollerava intrusioni di sorta nel suo privato, lo si è già visto, come si è visto che avesse forte la tendenza alla litigiosità, che non sempre sapeva tenere a freno. A questo punto si impongono più domande. Intanto, posto vero che la moglie avesse i comportamenti di cui sopra (come in effetti risulta da più testimonianze e persino da “liti giudiziarie”. Per giunta, che Rosa fosse litigiosa anche nell’adolescenza e nell’età fanciullesca, invece, è stato reso noto dalla madre di lei), è ipotizzabile ritenere che questi ultimi potessero amplificare la tendenza all’atteggiamento talora rabbioso e la quasi inesorabile scarica “ipercinetica” di lui?
Olindo è completamente dipendente dall’interazione con il clima relazionale che intrattiene con l’ambiente. Si è anche visto che tendeva a caricarsi di cariche aggressive in maniera progressiva, sino ad un punto di massima saturazione, al quale poteva seguire lo sbotto rabbioso.
Una moglie che tendeva ad alterarsi in quel modo lì lo avrebbe sicuramente “caricato” progressivamente, facendogli lievitare la rabbia interiore.

Ma perché? Che tipo di donna poteva attrarre un uomo dai gravi problemi relazionali di natura intima come Olindo? Si sa rispondere su base di grafica simbolizzata, considerando la “n” già illustrata nel post precedente. L’omaccione Olindo (ha una corporatura robusta) poteva essere attratto da una donna apparentemente indifesa (Rosa è alquanto minuta), con una storia “disgraziata” come la sua, in non buoni rapporti con i propri genitori e con la madre (risulta dalle cronache), anche lei vittima del “peccato” degli altri. In effetti, risulta che Rosa, di umili origini, avesse un padre che eccedeva nel bere e che, per dichiarazione della madre di lei (che ha manifestato pubblicamente un giudizio pessimo della figlia), fosse stata addirittura violentata quando aveva 10 anni (da segnalare che non fu possibile scoprire chi fosse stato, da qui una possibile tendenza a ritenere che il “male” possa essere ovunque). Per conseguenza, la piccola Rosa iniziò a raccontare un sacco di bugie su base fantastica e, dopo le elementari (si legge così) non volle andare più a scuola.

Ovviamente, se Rosa è stata attratta da Olindo, anche sulla base di quanto sopra, è possibile immaginare che anche lei sia rimasta “bambina”. Il loro, quindi, deve essere stato un incontro tra due bimbi, nell’intimo impauriti e tuttavia obbligati ad essere adulti, accomunati dalla sensazione di essere stati vittime.
Olindo, che lo si ricorda fu il maggiore di tre fratelli, in un contesto in cui il padre era assente, si deve essere sentito scudo e protettore della piccola Rosa, qui a nulla importa che nei fatti sia verosimile che fosse lei a dirigere il ménage familiare.
Se Rosa si percepisce vittima, come è ragionevole supporre, allora si spiegherebbero le sue forti disorganizzazioni comportamentali. Si alimentavano su base di esagerata sensazione di diritto (tale sensazione, se è modifica, è sana, tanto è vero che appartiene a tutte le donne, e svolge una funzione adattiva, ma qui non si ha modo di approfondire). Con facilità, il suo malessere si convogliava su altre donne e su base di invidia.

Entrambi immaturi, almeno per Olindo è certo che non esista un vero bisogno di paternità (lo si dire su base di grafica simbolizzata e il dato è stato confermato innumerevoli volte), si reputa che si possa dire la stessa cosa di Rosa, rispetto alla maternità (ma sembrerebbe che i due avessero desiderato avere figli, il che però non restituisce un maturo e consapevole sentimento di genitorialità).
In altre parole, su un piano di motivazioni psicologiche, Olindo poteva essere attratto da una donna che non lo sollecitasse sul piano della concezione matura, adattiva e sana dell’essere uomo. Analogamente anche Rosa poteva essere attratta da un uomo che non le richiedesse di essere veramente donna.
Si spiegano così gli atteggiamenti da fidanzatini melensi che i due (entrambi in età matura) hanno ostentato in pubblico e persino durante le udienze dei loro processi (con lei che rideva, gioiva come una bimbetta felice!): troppo melensi, troppo recitati, troppo fuori contesto, troppo infantili, troppo surreali per essere “sinceri”. Si sa, su base dell’analisi già svolta, che Olindo è, obbligatoriamente (visto i condizionamenti subiti nella fanciullezza), immaturo nella funzione sentimento, ma, dato che i due si sono attratti, dovrebbero essere immaturi anche i sentimenti di Rosa (è verosimile supporre che dal punto di vista evolutivo, la donna sia rimasta fissa allo stadio di quei dieci anni in cui subì la violenza già citata).
Ciò che Rosa, principalmente, ed Olindo hanno manifestato durante le udienze, dunque, era una recita che ciascuno dei due ha messo in scena per l’altro, nell’illusorio tentativo di riconfermarsi nell’essere speciali. Di essere un uno, invece di un due. Di essere nel giusto loro e nel torto gli altri.

A questo punto, forse vale la pena fare notare che ambedue svolgevano una professione in cui pulivano la “sporcizia degli altri”. Vale la pena evidenziare che risulta che Rosa fosse maniacale nella cura e nell’uso della casa e che amasse tantissimo il suo spazio di lavanderia (in una casa di 75 metri quadri).

Conclusioni

Olindo, dunque, e anche Rosa (soprattutto sulla base di quanto risulta dalle testimonianze), rispetto al movente del delitto non è fuori contesto.
Può essere effettivamente vero che l’interazione patologica tra i due possa aver armato la mano di entrambi, ma non se ne può essere sicuri su base grafologica. La grafologia non è abilitata e nemmeno è interessata a studiare i gesti criminali e i gesti folli, come magari sarebbe forse più opportuno dire in questo specifico caso.

Risulta che i due abbiano prima confessato e poi ritrattato, adducendo la motivazione che la confessione sia stata estorta su base di “lavaggio del cervello”, approfittando della loro ingenuità. Se è vero che la grafologia non può asserire che i due abbiano ucciso, è anche vero che, se fossero stati loro gli assassini, sia la confessione sia la successiva ritrattazione non sorprenderebbero. E si riconfermerebbe, in entrambi i casi, l’ingenuità infantile dei due, ossia la loro immaturità.

Nessi con la ricerca grafologica (di grafica simbolizzata)

Ci sarebbe un altro modo per accostarsi al problema. Si deve supporre – e lo si deve all’umanità dell’Uomo – che un omicidio costituisca un trauma anche per lo stesso assassino.
Si sta sostenendo che se è vero che non sia possibile predire che una persona possa uccidere (su base psicologica), dovrebbe, invece, essere vero che nella scrittura di un omicida debba necessariamente insorgere un segno in una lettera specifica, che sul piano teorico è conosciuta, che verrebbe a testimoniare l’avvenuto delitto.
Si può essere sicuri di quanto ho appena sostenuto? No: mancano ricerche specifiche e su campioni abbastanza rappresentativi.
Tuttavia potrei apportare tanti riscontri, su fenomeni similari sul piano simbolico (le violenze, anche innocenti in quanto infantili, sono più comuni di quanto si supponga), di natura non delittuosa, confermati su base empirica che autorizzano la ricerca dell’indice grafico di cui sopra.
Esiste nella grafia di Olindo l’ipotesi dell’indice qui discusso? Sarei un incosciente se mi esprimessi in un senso o in un altro.
Ci si augura che sia possibile avviare specifici protocolli di ricerca.

Commiato

In conclusione, se fosse vero che Olindo abbia ucciso, allora sarebbe anche vero che il dolore del fanciullo che è stato avrebbe armato la mano di un giustiziere. Di un giustiziere implacabile: fa male! Varrebbe la stessa cosa per Rosa.
I due – dispiace dirlo- in un momento in cui erano ottenebrati dall’ira, dato per vero che siano loro gli assassini, avrebbero fatto “pulizia”, insomma.

Civita Castellana 2/10/2018

Dott. Guido Angeloni
(Già docente del corso di Laurea in Scienze grafologiche – LUMSA, Roma)

Leggi anche: Strage di Erba, criminologa Franco: gli assassini sono Olindo Romano e Rosa Bazzi, no alla disgustosa “ribollita” mediatica 

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Fabio Sementilli: analisi grafologica

Monica e Fabio Sementilli

Fabio Sementilli era nato a Toronto (Canada), il 13 luglio 1967. Per anni aveva lavorato come parrucchiere nella sua città natale insieme a sua sorella, Mirella Rota; nel 2011, dopo aver ottenuto un importate incarico alla Wella si era trasferito a Los Angeles con la seconda moglie, Monica Crescentini (1972) e le loro due bambine, Jessica ed Isabella. Proprio Isabella, nel tardo pomeriggio del 23 gennaio 2017 lo ha trovato ferito a morte da numerose coltellate nel patio della casa in cui vivevano a Woodland Hills, un ricco sobborgo di Los Angeles, California. Il 12 giugno 2017, la moglie di Fabio Sementilli, Monica, e il suo amante, Robert Louis Baker (1962) sono stati arrestati per il suo omicidio.

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato un breve manoscritto di Fabio Sementilli.

Un biglietto scritto da Fabio Sementilli (CBS- 48 Hours Mystery)

“Breve profilo grafologico di personalità (dello scrivente) con metodo morettiano:

La grafia appartiene ad uomo di successo (era un parrucchiere molto ricercato, top manager di Wella) che è stato ucciso (con il coltello) dall’amante della moglie, stando quanto risulterebbe.

Sono solo quattro righe, il che impone che non si possa eseguire un’analisi grafologica completa. Tuttavia lo scritto palesa una semeiotica grafologica molto caratterizzata e tale che autorizza un profilo di personalità (dello scrivente), seppur sintetico.

Al primo sguardo emerge una differenza di fisionomia e di calibro (le altezze letterali) tra le prime due righe e le restanti che solo in parte è giustificabile dalla particolare enfasi che si è voluto conferire a ”I love you”, prima, e “my princess”, dopo.

Tuttavia va anche detto che la stringa “princess” (è eseguita con lo script, ma comunque è scarsamente coesa, per forte distanziamento tra le lettere) è, sul piano grafologico, qualitativamente molto inferiore al complesso della I riga, anche esteticamente (in quanto è trasandata).
Già da queste prime osservazioni emerge una persona che era dotata di una forte carica espansiva iniziale, che era anche destinata a subire fluttuazioni e cali dolorosi.

La disorganizzazione che si palesa in “princess”, inoltre, sembra suggerire l’ipotesi che lo scrivente avvertisse un divario tra il suo sentimento ed il modo in cui lo stesso era corrisposto dalla destinataria del biglietto. In realtà è più di un’ipotesi, come si vedrà, ma ciò ovviamente non implica un giudizio sui reali sentimenti della partner.

Nella scrittura sono presenti indici di forte rilievo qualitativo (oltre alla pressione che può essere intensa, che restituisce una potenziale forte energia vitale, si osservi la vivacità che affiora soprattutto nel IV rigo, sebbene in una maniera molto contrastata e sofferta), ma in un contesto disarmonico.

Infatti, domina, nel complesso, la Non omogeneità, anche nello stile grafico adottato (il che appartiene ad Artificiale, a mio parere, ossia all’affiorare di uno forte bisogno di richiamare l’attenzione su di sé); sono coinvolti:

a) Il calibro (osserva anche gli accrescimenti o i cali progressivi evidenziati dalle spezzate blu e verdi), con la tendenza al calibro piccolo, nell’ultima parola soprattutto;

b) La scorrevolezza (nel primo rigo è accennata la fluidità, mentre nell’ultima riga sono fortissime l’irrequietezza e il nervosismo);

c) La curvilineità (Curva – ellissi rosse, I rigo) in quanto con il procedere prevale una semeiotica di tipo angoloso;

d) La pressione (che può essere molto intensa, ma che può anche affievolirsi);

e) Il moto, seppur talora spigliato e vivace, è frazionato (Staccata), discontinuo (Non omogenea nei collegamenti, in quanto si alternano lettere collegate a lettere scollegate), contrastato (forte grado di Contorta – cfr. spezzate gialle), a volte stentato (grado sotto media di Stentata) e non omogeneo (Non omogeneità del moto – si osservi la parola evidenziata dal poligono, che è rallentata);

f) Il rigo (con andamento non omogeneo e con parole che possono eccessivamente impennarsi verso l’alto);

Pur nella disarmonia complessiva, non sono assenti caratteristiche positive, soprattutto sul piano professionale, ma in questo breve profilo si reputa opportuno evidenziare soprattutto la parte emotiva ed affettiva, mentre il resto lo si relegherà sullo sfondo. Solo un dato introduttivo, per meglio comprendere quanto seguirà: si vedrà che questa persona tende fatalmente a disorganizzarsi perché contraddice in maniera palese le sue doti temperamentali (ciò che si suppone innato) e che, come detto, sarebbero di alto valore qualitativo.

Necessitava di percepirsi voluto bene e di essere anche ammirato (Calibro grande, Spadiforme crescente + Curva, ovali che possono essere molto ampi. Tendenza all’ammanieramento, che si evidenzia nel I rigo. Lo stesso script, in questo contesto, indica anche un bisogno di piacere).

Amava essere al centro della scena, di essere circondato da ammiratori, più che da una piccola corte, sebbene sia spiccato in lui la tendenza al comando (Intozzata I modo). Tendenzialmente, amava circondarsi più di donne che di uomini, in quanto era contemporaneamente bisognoso di spiccare su tutti ed era insicuro. Lo stile auto propositivo, peraltro, si basava su modalità anche di tipo femmineo, come si vedrà.

Nelle circostanze migliori, sapeva essere buono ed era capace di elargire. Sapeva contagiare l’ambiente con modi caldi e vivaci, con spirito ottimistico, intraprendente ed esuberante. Era molto abile nel cogliere e nell’enfatizzare il suggestivo (Calibro grande rotondo + la tendenza all’ammanieramento + micro variazioni della pressione, dette di Intozzata II modo, il quale conferisce forte rilievo alle impressioni). Sapeva esprimere emozioni e necessitava di esprimerle, ma talora in una maniera iperbolizzata, ossia eccessiva.

Era carente sul piano della delicatezza del tratto (non era grossolano, ovviamente, ma non era elegante, ad esempio, il che di per sé avrebbe potuto avere un rilievo nella professione che esercitava). Tendeva peraltro a tracimare (con rischio della invadenza), ma, sempre fermo che si sta parlando di quando lo scrivente era al meglio di sé, lo si scusava per la sua forte carica umana, per la simpatia, per la capacità di dare corpo ed “arte” alle suggestioni e a ciò che è appariscente.

Sapeva “vendere” e sapeva “vendersi” (ossia sapeva fare sfoggio di sé), quindi, il che era in parte positivo, visto la professione esercitata.

Portando a sintesi: necessitava di essere amato, lo si è detto, ma percepiva di esserlo solo se aveva l’impressione di piacere. E a queste condizioni sapeva creare suggestioni per sé e per gli altri.
In altre parole, l’attività di “parrucchiere di successo” lo gratificava molto, ma logicamente non poteva rassicuralo costantemente (lo si vedrà).

Da dire, inoltre, che il quadro di cui sopra, per logico contrappasso, lo rendeva incline ad essere circuito da adulatrici, abbastanza scaltre.

Sinora si è descritto in netta prevalenza la semeiotica che emerge nei primi due righi. Si è evidenziato un contesto in cui dominano la smania di apparire e (talora) la messa in scena delle emozioni e dei sentimenti: tutto per un bisogno di colmarsi sul piano emotivo ed affettivo. Lo scrivente ci “sta dicendo” che, quando era bambino, non si è percepito abbastanza amato e soprattutto che no si è percepito sufficientemente considerato (è implicato soprattutto il rapporto con la figura mamma, la quale era “dominante” in famiglia).

Fatto sta che, come detto, l’organizzazione della personalità ha svilito (non annullato) le grandi potenzialità che lo scrivente possedeva. Tanto è vero che, pur in questo contesto, sapeva avere dei guizzi ideativi e creativi di forte spessore. Sapeva, peraltro, anche organizzare e conferire grinta volitiva alla propria azione, ma con discontinuità ed instabilità; ma lo si è già scritto: tali temi sono stati situati sullo sfondo, di questo lavoro.

Quanto segue è una traduzione in “prosa” grafologica delle Non omogeneità già note.

L’instabilità, lo si è già scritto: ecco ciò che lo disorganizzava. In pratica, aveva modi di percepire che erano direttamente influenzati dal clima emotivo dell’ambiente relazionale che di volta in volta lo coinvolgeva. Per essere al meglio, necessitava di essere costantemente al centro di consessi di ammiratori o meglio di ammiratrici, altrimenti tendeva fatalmente a cambiare umore. Poiché la situazione ideale appena descritta è utopica, ne è che tendeva ad oscillare nell’umore e nel senso del benessere personale, con varie episodiche disorganizzazioni comportamentali. Normalmente, però, aveva la possibilità di avvedersi, dopo un po’, di eventuali esagerazioni e nel caso, pur se non in maniera palese, sapeva rimediare e sapeva scusarsi e farsi “perdonare”.

Era a suo agio in ambienti ristretti che aveva l’impressione di padroneggiare. Per conseguenza di disapprovazioni, subiva dei cali dolorosi e intensi del sentimento dell’Io. Variava in maniera molto forte e talora subitanea il sentimento della sicurezza personale (peraltro, poteva temere eventuali rovesci finanziari. Temeva il rischio di diventare povero). In questi contesti, diffidava, in quanto si rendeva conto che poteva essere anche aggirato e, negli affari, poteva diventare eccessivamente cavilloso. All’opposto, quando era su di giri, tendeva a sottovalutare (anzi li trascurava) i possibili rischi: si percepiva importante ed amato.

Se fosse stato concretamente ostacolato, per conseguenza, sarebbe stato indotto ad uno scivolamento progressivo verso un’intensa sospettosità, anche talora ingiustificata ed anche per cose da nulla, con forte ansietà e sofferenza. In particolare, si allarmava quando poteva percepire possibili rischi per la propria sicurezza e il proprio benessere e poteva divenire cavilloso anche all’eccesso.

Sul piano generale, dunque, necessitava di essere sempre su di giri. Fermo che avrebbe anche potuto contrastare la tendenza che mi appresto a scrivere, ne è che gli era difficile non fare ricorso a sostanze eccitanti. Se vi avesse fatto veramente ricorso (c’è da considerare che subiva una possibile tendenza a lieve ipocondria, che lo avrebbe potuto frenare), episodicamente, poteva anche tendere a stili di vita basati sul dispendio eccessivo.

Aveva bisogno di concedersi più libertà di quanto era disposto a concederne alla propria partner, ma questo non implica che avesse la tendenza a tradire (cosa che non si sarebbe nemmeno autorizzati a sostenere, peraltro): di norma, gli era sufficiente percepirsi ammirato e voluto bene, infatti.

Insomma, necessitava di una partner non eccessivamente autonoma, che gli apparisse almeno in parte dipendente da lui, altrimenti, progressivamente e fatalmente, avrebbe potuto rischiare di diventare geloso e sospettoso. Nella situazione peggiore, ossia in un contesto di palese disarmonia nel rapporto di coppia, con il tempo e progressivamente poteva diventare capace di esercitare un controllo minuzioso ed in parte asfissiante, in quanto avrebbe teso a sospettare tradimenti e tranelli (anche di ordine finanziario).

Non sarebbe stato capace di tollerare l’abbandono. Era anche incapace di lasciare la propria partner, per conseguenza della fortissima dipendenza affettiva già nota. Sembra quasi inevitabile che, nel tentativo di tenerla legata a sé ed avendone la possibilità, avesse potuto esercitare su di lei pressioni di vario genere, punitive e ricattatorie anche sul piano patrimoniale (è noto che lui fosse molto ricco e sembra che lo stile di vita della partner fosse molto dispendioso).

Fatalmente, se la dinamica con la propria partner fosse stata problematica, gli era impossibile contenere le manifestazioni verbali delle proprie cariche aggressive, talora esplosive e tinte di ira, che si attivavano su base dolente, ovvero come sfogo della propria sofferenza interiore, ma sarebbe esagerato sostenere che fosse un violento.

Era un uomo potenzialmente di gran cuore: ferme le sue disarmonie (ma chi non le ha?), sarebbe stato sufficiente “saperlo prendere”, tanto è vero che nel caso avrebbe anche saputo scusare e perdonare, magari dopo un po’ di tempo.

Dott. Guido Angeloni
(Già docente del corso di Laurea in Scienze grafologiche – LUMSA, Roma)”.

Leggi anche: The murder of Fabio Sementilli: a speculation about the motive 

David Rossi: analisi grafologica

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato la scrittura dei biglietti ritrovati nel cestino dello studio di David Rossi dopo la sua morte.

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La grafia dei biglietti di David Rossi qui riprodotti è compatibile o meno con le grafie note dei soggetti che hanno deciso di andarsene per mano propria?
Come scrivono le persone che si uccidono, per come è stato possibile comprendere sinora? Quale contributo potrebbe apportare la grafologia alle scienze forensi e criminologiche?

E’ in discussione la paternità delle scritte di tre biglietti contenenti possibili messaggi di congedo di una persona che potrebbe essersi suicidata, il signor David Rossi. Una consulenza tecnico grafica grafologica di parte, su incarico o per conto della moglie del signor Rossi, attribuisce la paternità dei biglietti a tale signore. E’ stato reso noto, però, che la stessa consulenza ha ravvisato nella grafia dei biglietti “delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.
Se ne ricava che il titolo dell’articolo del giornale interessato (cfr. fig.) è errato: stando i colleghi si sarebbe in presenza di biglietti autografi, seppur – “presumibilmente”, ossia non certamente – realizzati per effetto di coercizione. Si fa riferimento infatti ad una presumibile mancanza di libertà fisica (della persona e non della mano scrivente) e di conseguenza è verosimile che si sia voluto ipotizzare che il tenore dello scritto sia stato imposto con la forza da una minaccia concreta e presente nel momento in cui le scritte sarebbero state realizzate.
Posto quanto sopra, anche le dichiarazioni della moglie diventerebbero più comprensibili. Frasi come “Io odio di essere chiamata Tony” e le altre che si possono leggere in fig. quindi sarebbero la prova che lo scrivente avesse voluto comunicare, all’insaputa di chi lo stava obbligando a redigere, che stava scrivendo sotto minaccia. Si entra in un campo rispetto dal quale debbo astenermi, perché non appartiene al dominio grafologico, ma è ben palese che le conclusioni dei colleghi autorizzano i sospetti della moglie del signor Rossi.

C’è un aspetto che debbo necessariamente premettere: nelle condizioni date, una mia censura del merito della consulenza sarebbe scorretta ed ingiustificata, ma qui voglio solo asserire che il suo giudizio si basa su una falsa credenza e che tale questione è di interesse sia della grafologia sia della giustizia. Ma è anche di interesse di coloro che studiano il suicidio (tra i quali non rientrano i grafologi), come si vedrà.
Prima conviene che precisi ancora meglio. La perizia grafologica è un atto che appartiene alle scienze criminalistiche (l’insieme delle tecniche che accertano un reato). Ci si esprime anche sul modo in cui è stato eseguito l’eventuale falso (ad esempio, per imitazione a mano libera, per ricalco, ecc..), ma solo in alcuni casi è autorizzato il riferimento ad una costrizione, in quanto sono stati studiati. Ci si riferisce alla fattispecie di “mano guidata” e soprattutto di “mano forzata”, che interessano la persone molto anziane e solitamente la stesura dei testamenti. Nella “mano forzata” (una mano anonima impugna la mano di una persona e le fa “scrivere” ciò che vuole), ad esempio, si suppone che la mano del testatore fosse completamente inerte o quasi, per grave debilitazione fisica. La mano forzata la si individua con grande facilità. Non interessa la stesura dei biglietti qui discussi, indiscutibilmente.
La questione quindi è ben diversa e la si può riassumere nel seguente interrogativo: i due colleghi erano autorizzati ad esprimersi nei termini di “presumibile impedimento fisico”, riferito alla persona? La risposta è no. Indiscutibilmente no.
All’inverso, questo mio intervento, sul piano etico e deontologico, si giustifica per quanto seguirà: parlerò della grafia dei soggetti suicidi, per come risulta da un mio studio del 2010 e pubblicato in sintesi (Cfr. Fig.), che ha esaminato poco meno di 600 campioni, provenienti da più nazionalità …. Con evidenza, si tratta di uno studio di interesse generale e di questa pagina di criminologia (lo studio a livello scientifico della delinquenza, del fenomeno criminale, vi rientra anche il suicidio).

Ma nel ragionamento dei colleghi vi è anche una contraddizione e la segnalo in quanto introduce il tema che voglio trattare.
Hanno scritto (per quello che risulta), infatti, che nei biglietti vi sarebbe: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Preciso, ad uso del lettore non grafologo: ai “tratti fluidi e sciolti” vi corrispondono sensazioni di libertà, di sicurezza, di benessere e di leggerezza, mentre ai “movimenti lenti, incerti o stentati” vi corrispondono sensazioni opposte.
Ci interessa questa contraddizione di stati d’animo opposti. Tuttavia è palese: se una persona scrive sotto minaccia, come potrebbe redigere parole fluide e sciolte? La sua grafia sarebbe sempre, in ogni punto, “lenta, incerta e stentata”, se non peggiore (e sarebbe ben peggiore, verosimilmente).

La falsa credenza è questa: si suppone che la grafia dei soggetti che si uccidono o che hanno probabilità di uccidersi sia sofferente. In realtà, si scopre che ci si può uccidere con qualsiasi grafia, bella o brutta che sia, e che non ci si può uccidere con qualsiasi scrittura. E’ sconsolante, ma è così.
Ciò spiega il motivo per cui tanto suicidi appaiono inspiegabili ed inattesi (ma c’è anche altro, specifico, che poi preciserò). Ciò spiega perché – anche nella clinica – il suicidio sia, magari, supponibile a ragione o a torto, non si sa, ma non è prevedibile. E prima di proseguire, però, ho l’obbligo di introdurre tre precisazioni:
1) La grafia non consente di dire se una persona si suiciderà;
2) La grafologia non può studiare il suicidio. Può studiare il prodotto di un pensiero, in quanto la scrittura tale è. E, sulla base della ricerca di cui sopra, e di innumerevoli riscontri empirici, sembrerebbe che possa accertare il ricorso al pensiero suicidario. Tale pensiero nella forma lieve è relativamente diffuso, e consiste in frasi del tipo “non fossi mai nato” al quale si associa un momento di malessere, spesso non avvertito ma che è sempre prontamente rimosso. Solo una piccolissima percentuale degli scriventi ha la tendenza al pensiero suicidario acuto (uno stato di malessere persistente ed acuto, con bisogno di sottrarsi al qui ed ora) e l’esperienza dimostra che solo una percentuale infima di loro può incorrere (ossia non è certo) nell’atto del suicidio. Nulla può dire la grafologia sull’eventuale passaggio all’atto, in quanto, per l’appunto, non studia il suicidio;
3) Lo studio della grafia dei soggetti che si sono sottratti al qui ed ora per loro mano (si noti: si tratta di una formulazione grafologica, al pari del pensiero suicidario) è, indiscutibilmente, oggetto della grafologia. Una grafologia che chi scrive vuole di tipo “speciale” (semplificando, che si occupa anche delle grafie dei comportamenti deviati, dei fenomeni di interesse psicosociale), che si sta cercando di edificare su base di ricerca e di sperimentazione.

Dunque, bisognava chiedersi non come scrivono i soggetti che si sono uccisi, ma che cosa hanno in comune le loro grafie.
Si sono isolati così alcuni indici grafici di forte interesse, che sono stati pubblicati.
Qui non posso elencarli tutti. Mi limito a questo dato, facilmente riscontrabile da chiunque:
le grafie dei soggetti maschi suicidi (ne sono stati studiati più di 350) hanno tutte, dicasi tutte, una fisionomia femminea, ossia sembrano scritte da una donna (vedi le figure. allegate). Naturalmente si sa spiegare il perché, ma qui debbo soprassedere.
Debbo precisare due concetti, ai quali tengo moltissimo:
1) La grafia detta femminea nulla dice sulle scelte sessuali dello scrivente;
2) Non vale la relazione inversa: coloro che hanno una grafia detta femminea (in psicologia, si direbbe che hanno un eccesso di anima; come si vede non si tratta di una caratteristica di personalità negativa) non hanno la probabilità di suicidarsi. Insomma, nei maschi, la grafia femminea sembrerebbe una condizione necessaria, ma è senza dubbio molto insufficiente se considerata da sola.

Se, invece, ci si riferisce alle grafie dei biglietti di addio, ossia redatti negli istanti precedenti alla morte, che cosa si nota? Debbo informare che sinora sono stati osservati circa 70 di questi biglietti: sono pochi. Di conseguenza ci si sta riferendo ad un dato probabile, ma non certo, ossia non si può essere sicuri che lo si rinvenga in ogni situazione. In tutti i casi studiati, però, è stato osservato esattamente questo: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Già, esattamente questo, ossia esattamente quello che hanno constatato i due colleghi che hanno effettuato la consulenza sui biglietti a firma di David Rossi.
Lo si è detto: i colleghi sono stati vittima di false credenze.

Quanto sopra è coerente con questa osservazione: là dove è stato possibile comparare il biglietto di addio con le produzioni grafiche precedenti, emerge che la grafia dei biglietti è qualitativamente superiore alle precedenti, nei termini di clima dello stato emotivo che si palesa, semeiotica grafologica alla mano. Il fenomeno si verifica secondo due direzioni: il biglietto di addio, grafologicamente parlando, è relativamente più “sereno” oppure è contrastato, ma palesa forti momenti di euforia. Sì, di euforia e poi bisognerà che ne dia una spiegazione.

Nei pochissimi casi in cui è stato possibile esaminare più biglietti di addio, redatti nello stesso momento ed immediatamente prima del fatto, che cosa è stato possibile constatare?
Mano a mano che scrive, lo stato d’animo dello scrivente diventa progressivamente più “sereno” e persino talora “euforico”.
Lo so che fa male: ma è così. Ovviamente, si tratta di fenomeni di auto inganno che altri – psicologi e psichiatri – potrebbero spiegare: a me compete registrare e proporre una teoria giustificativa. Una teoria, ovviamente, grafologica, in quanto ricavata su base di osservazione e studio della scrittura.

Sintetizzando, che cosa si è autorizzati a sostenere? Beninteso: non si è nel campo della psicologia.
Lo studio del pensiero suicidario – per delle ragioni grafologiche che qui sarebbe troppo lungo illustrare – era partito da questa premessa: si desidera tornare nel passato più remoto, ossia ad uno stadio di esistenza senza la vita. Per l’appunto: “non fossi mai nato” è un rifiuto della vita, ma non la negazione dell’esistere.
Tutto quanto scritto in precedenza è palesemente coerente con la premessa di cui sopra.
Per proprio conto, se l’esistere è opposto alla durezza e alla sofferenza del vivere, allora appare conseguente che l’avvicinarsi dell’atto suicidario, è visto come liberazione e dunque può indurre persino ad “euforia”. Che si tratti di autoinganno, per proprio conto, è testimoniato dalla non omogeneità: gli indici di sofferenza sono ben presenti, ragione per cui le “euforie”, per l’appunto, sono autoinganno. Gli indici, invece, di “serenità” sono momenti di sequestro emozionale, un altro tipo di autoinganno.

L’altra ipotesi di partenza, invece, partiva da questa domanda: che cosa hanno in comune tutti i suicidi? Indiscutibilmente, già lo si è detto: il bisogno di sottrarsi al qui ed ora per propria mano.
Perché ci si vuole sottrarre alla vista? Quale è l’emozione che spinge a sottrarsi alla vista? Ci si è risposti: la vergogna. Tutto diventa ben peggiore se alla vergogna segue il sentimento di colpa.
Ed anche su questo punto si sono avute le conferme che si ricercavano.
In particolare, è stato possibile isolare due fattispecie di ordine generale:
1) Grafie “estroversive” (nulla a che vedere con l’estroversione, sono le grafie che hanno le lettere abbastanza o eccessivamente distanziate);
2) Grafie “introversive” (strettezza tra lettere).
Nel campione studiato prevale il tipo misto (contemporanea presenza dei due tipi), ma con prevalenza o delle caratteristiche estroversive o delle caratteristiche introversive.
Rispetto alla vergogna i due tipi si comportano in questo modo:
1) Grafia estroversiva. Lo scrivente “elabora” piani che inesorabilmente, magari con il tempo, lo portano allo smacco e alla vergogna.
2) Grafia introversiva. Lo scrivente “elabora” piani per evitare occasioni che potrebbero indurlo alla vergogna ed è tutto ripiegato in se stesso. Interessa maggiormente le donne. Qui si paga la sensazione della compressione interiore e dell’incomunicabilità. L’organizzazione introversiva nettamente prevalente, in quanto presenta momenti estroversivi, la si è riscontrata nei casi detti di “suicidio impulsivo”, ossia di un atto subitaneo ad uno smacco.

Tranne che nei casi dei sucidi impulsivi, lo si sostiene anche in ambiti specialistici, tra il momento in cui lo scrivente ha deciso di togliersi la vita e il momento in cui attuerà il suo gesto possono passare anche mesi. Tutto qui si sposta sulla scelta del momento più opportuno.
Durante questo periodo – ormai se ne conoscono le ragioni – lo scrivente può apparire sereno (insomma, esagerando un po’, è come se non si percepisse più nella dimensione del vivere)..

Ci sarebbero altri due punti da trattare (tra quelli che grafologicamente si possono sostenere). Ne cito solo uno: una persona che si vuole suicidare comunica all’ambiente la sua decisione. Lo fa, però, in maniera non scoperta (magari con una frase del tipo: ti amo da morire, come risulta). Ed il motivo per cui lo fa in maniera non scoperta è semplicemente questo: vuole avere la conferma che per gli altri è “invisibile”.
Sul punto mi sono consigliato con suicidologi: ci sarebbe un modo per disinnescare la “trappola” di cui sopra. Ho visto che funziona, in più casi di non urgente interesse dello psicologo o dello psichiatra. Non è attinente, però, e quindi mi astengo.

Veniamo alla grafia di David Rossi:
1) E’ femminea (sembra scritta da una donna);
2) E’ di tipo misto, con prevalenza del tipo estroversivo (si osservi la distanza tra le lettere);
3) E’ contrastata, ma in un tale ambito spiccano momenti di fluidità e persino di “esuberanza” (si osservi la parola evidenziata dall’ellisse);
4) Il primo biglietto è indubbiamente più sofferente degli altri due, ed il secondo è meno “esuberante” del terzo. E’ persino possibile sostenere – con buone probabilità di aver visto giusto – che i biglietti sono stati scritti nell’ordine indicato in figura (quello in alto a sinistra sarebbe il primo e quello in basso a sinistra sarebbe il terzo);
5) Il contenuto del messaggio fa riferimento a “l’ultima che ho fatto è troppo grossa da poterla sopportare”. Ovvero si opera un riferimento ad uno smacco autoprocurato, un vero e proprio auto sabotaggio, rispetto al quale si prova vergogna, così come ci si attendeva, visto la prevalenza della grafia estroversiva;
6) La reazione della moglie è di tipo incredulo: non aveva sospettato che suo marito si sarebbe ucciso. Ed anche questo fatto è nella logica delle cose.

Da dire che il tutto sopra è stato pubblicato già nel 2010 (nella versione integrale, sul sito di Filografia, sezione forum, in “Dalla genesi di un segno…”). Da dire ancora che tutto quello che fu scritto allora ha sempre avuto puntuale riscontro, ad iniziare dalla grafia di Monicelli (se ne andò pochi giorni dopo la pubblicazione della versione integrale).
Ovviamente si è parlato sempre di riflessioni autonome, imposte dall’osservazione e dallo studio della grafia. Si è sempre parlato di un pensiero suicidario concepito grafologicamente e di ciò che emerge dal campione delle grafie studiate delle persone che si sono uccise. Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

Dunque, voglio sostenere che David Rossi si sarebbe ucciso? No, questo fatto appartiene ad un altro dominio, appartiene alle scienze criminologiche. Ho voluto solo dire che la grafia del signor David Rossi è conforme alle grafie dei suicidi studiati sinora. Si è restati nell’ambito criminalistico: nulla di più.
E sono gli stessi colleghi che hanno effettuato la consulenza peritale sulla grafia dei biglietti a confermare i miei studi, ma a loro insaputa, ovviamente.
Lo studio delle grafie dei suicidi o, degli omicidi, dei serial killer, o degli anoressici o di qualunque altro fenomeno è (o meglio, sarebbe) di solo esclusivo dominio della grafologia: non si ribalta. Di una grafologia, però, che bandisca le false credenze e i recinti auto imposti (i metodi tradizionali della grafologia escludono tali fenomeni dal proprio campo) e che si fondi sulla ricerca e sullo studio autonomo (dalla psicologia, per iniziare). E’ la grafologia speciale che insieme ad altri sto cercando di edificare. Una grafologia che ha bisogno di formulare teorie autonome che spieghino la classe dei fenomeni che intende indagare, e sempre ovviamente con esclusivo riferimento alla grafia. Insomma, per semplificare, non si può studiare la grafia degli anoressici, se per anoressia si intende un concetto psicologico: non si ribalta. Attualmente, ad esempio, insieme ad altri sto studiando le grafie di coloro che subiscono le “fobie spaziali”. E per fobie spaziali, ovviamente, si intendono concetti grafologici (di grafica simbolizzata, per la precisione).

Dott. Guido Angeloni
(Già docente del corso di Laurea in Scienze grafologiche – LUMSA, Roma).