OMICIDIO LIDIA MACCHI, RIESAME PER SCARCERAZIONE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: STEFANO BINDA VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO

Lidia Macchi

Mercoledì 17 aprile, Stefano Binda era presente all’udienza del Tribunale del Riesame durante la quale i suoi avvocati, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno discusso il ricorso proposto contro l’ordinanza con la quale poche settimane fa la prima Corte di Assise di Appello di Milano ha rigettato la richiesta di scarcerazione del loro assistito. Il Tribunale del Riesame ha trenta giorni per esprimersi.

Le Cronache Lucane, 18 aprile 2019

L’avvocatessa Patrizia Esposito ha dichiarato: “Per quanto sia un detenuto modello, in carcere funge da bibliotecario e si occupa dello sportello amico, tre anni di carcere si stanno facendo sentire. Da quando fu arrestato avrà perso una trentina di chili”.

La criminologa Ursula Franco, che è consulente della difesa dal luglio 2018, ha così commentato: “Stefano Binda è vittima di un errore giudiziario, non solo non è lui l’autore della lettera “IN MORTE DI UN’AMICA” ma quella lettera non è stata scritta dall’assassino, la corretta ricostruzione dei fatti permette di escluderlo senza ombra di dubbio. L’omicidio di Lidia non fu un omicidio sessuale. Chi scrisse la lettera riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari e dai giornali, un’ipotesi errata. Lidia fu uccisa da un predatore violento che non si intrattenne sessualmente con lei, né prima, né dopo l’omicidio. Riguardo alla richiesta di scarcerazione, non solo non c’è il pericolo che Binda reiteri perché non è stato lui ad uccidere Lidia, ma non c’è neanche nulla nei 30 anni di vita di Binda post 1987 che lasci pensare che possa uccidere, mentre in quella di Giuseppe Piccolomo, la cui posizione è stata inspiegabilmente stralciata, ci sono due omicidi. Si torni ad indagare su di lui, peraltro Piccolomo ha confessato l’omicidio alle proprie figlie e da casa sua avrebbe potuto raggiungere a piedi l’ospedale di Cittiglio, dove Lidia raccolse il suo assassino. Aggiungo che, non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di un soggetto sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera che, ripeto, non fu scritta dall’autore dell’omicidio”.

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CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON E’ STATO STEFANO BINDA AD UCCIDERE LIDIA MACCHI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese). 

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

Nei giorni scorsi è stata respinta l’istanza di revocao sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Lidia Macchi

Dottoressa Franco, sappiamo che nella sua consulenza ha escluso che ad uccidere la Macchi sia stato Stefano Binda, può dirci se è agli atti il nome del vero assassino?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti, posso dirle però che la lettera recapitata a casa Macchi non è stata scritta dall’assassino, che Patrizia Bianchi non è una superteste, che non solo la Macchi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione, ma che si può escludere che Lidia conoscesse il suo assassino e che abbia avuto rapporti sessuali con lui. Per il resto, purtroppo, le indagini relative a questo caso sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono inutilizzabili per il modo in cui vennero condotti ma sono anche incompleti, non si è infatti indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del giorno della sua morte, in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave. 

Come si poteva risolvere un caso come questo?

In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. 

Dottoressa, che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Infatti quando un omicida colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Riguardo allo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso che può dirci?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale. 

Dottoressa Franco, attraverso l’analisi dei fatti, è riuscita a tracciare un profilo dell’assassino di Lidia Macchi?

Certamente, l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento che è tornato a colpire negli anni seguenti. 

Giuseppe Piccolomo

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo ed è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Dottoressa Franco, è stato giusto escludere che sia stato lui ad uccidere Lidia?

No, perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si è potuto confrontare lo stesso con il DNA di Piccolomo. Peraltro, a differenza del povero Stefano Binda, Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia e un curriculum compatibili con quella dell’assassino di Lidia Macchi. All’epoca del delitto, Piccolomo aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere e confessò l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO (terza parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO

Terza e ultima parte della lunga intervista con la criminologa Ursula Franco. Oggi nella conclusione della sua disamina delle carte che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Stefano Binda, la criminologa parla apertamente di errore giudiziario.

OMICIDIO DI LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ECCO PERCHE’ NON SI PUO’ ESCLUDERE CHE AD UCCIDERE LIDIA MACCHI SIA STATO GIUSEPPE PICCOLOMO (intervista)

L’identikit del molestatore dell’ospedale di Cittiglio e una foto di Giuseppe Piccolomo scattata nel 1987

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo. Piccolomo, nel 2003, ha ucciso sua moglie, Marisa Maldera, e, nel 2009, Carla Molinari. Piccolomo è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Abbiamo parlato di lui con la dottoressa Ursula Franco, criminologa, consulente della difesa di Stefano Binda.

Le Cronache Lucane, 8 febbraio 2019

– Dottoressa Franco perché non si può escludere che ad uccidere Lidia Macchi sia stato Giuseppe Piccolomo?

Perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si può confrontare lo stesso con il DNA del pluriomicida Piccolomo.

– Lo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso avrebbe permesso di identificare l’assassino?

Quello sperma non apparteneva all’assassino ma se il “vigliacco” donatore dello stesso si fosse fatto avanti all’epoca dei fatti, avrebbe almeno permesso di escludere il movente sessuale e che ad uccidere Lidia fosse stato un conoscente. Questo “vigliacco” ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Il DNA ritrovato sulla busta della lettera che conteneva la poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” a chi appartiene?

Al soggetto che ha scritto la lettera e che non è l’assassino di Lidia perché ipotizzò una dinamica omicidiaria che nulla ha a che fare con la dinamica che emerge dall’analisi dei fatti. E’ comunque un altro “vigliacco” che ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Come si risolve un caso così vecchio?

Lo ripeto, non sempre è agli atti la soluzione di un caso. Se gli abiti di Lidia fossero stati conservati, vista la dinamica omicidiaria, vi avremmo potuto trovare tracce del sangue del suo assassino, le uniche tracce “contestualizzabili” e per questo capaci di dargli un nome ed un cognome. Non siamo esseri sterili, un eventuale touch DNA (DNA da contatto) ritrovato in auto o sugli abiti di Lidia, non essendo databile, non avrebbe permesso di collegare con certezza il donatore all’omicidio.

– Cosa rende Giuseppe Piccolomo un sospetto?

Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi, all’epoca del delitto aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere. Il Piccolomo ha confessato l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

– Dottoressa, una curiosità, chi si occupa di un omicidio, che sia un PM o un avvocato di parte civile o della difesa, in quali fasi può scegliere di servirsi delle competenze di un criminologo?

In tutte le fasi, naturalmente. Un criminologo può intervenire subito dopo i fatti ma anche trovarsi ad analizzare un cold case. Purtroppo nel nostro paese però ci sono ancora forti pregiudizi riguardo all’operato dei criminologi che sono peraltro gli unici tecnici in grado di mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Lidia, scontro tra criminologa e legale

Franco replica all’avvocato Pizzi: porto argomenti scientifici e le sue sono accuse personali di bassa lega

L’avvocato Daniele Pizzi con la mamma di Lidia Macchi, Paola

L’avvocato Daniele Pizzi con la mamma di Lidia Macchi, Paola

Ha un seguito il duello a distanza tra la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Stefano Binda, e l’avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia di Lidia Macchi, a proposito dell’omicidio del 1987 e del processo che nell’aprile scorso si è concluso con la condanna all’ergastolo di Binda, ritenuto responsabile del delitto dalla Corte d’Assise di Varese.

A confermare la sua ricostruzione di quello che accadde 32 anni fa è infatti la criminologa.

«I fatti parlano chiaro, l’omicidio di Lidia Macchi non è un omicidio sessuale e la psicopatologia di chi lo commise è quella di un predatore violento, personalmente non ho mai parlato di serial killer, fermo restando che da un punto di vista psicopatologico chi commise l’omicidio è equiparabile ad un omicida seriale».

Con un accenno anche alla sua “competenza” in materia, messa in dubbio dal legale della famiglia Macchi.

«Anche se faccio fatica ad abbassarmi a tanto, invito chi in futuro intendesse screditarmi a dare prima un’occhiata al mio curriculum che è on line (e che in effetti non è limitato al solo caso Elena Ceste, ndr). Peraltro l’argumentum ad personam è una strategia che non fa onore a chi la mette in atto».

Da qui un’ulteriore replica dell’avvocato Pizzi, nell’attesa che sia il processo d’appello, al massimo tra qualche mese, a valutare di nuovo pro e contro delle diverse ricostruzioni dell’accaduto.

«Le consulenze criminologiche si fanno durante le indagini e si espongono nei tribunali, non certamente sui blog e attraverso i siti Internet. Avvocati e consulenti hanno infatti sempre avuto la possibilità di svolgere le loro difese nelle aule di giustizia. Detto questo, la famiglia Macchi chiede che si porti finalmente rispetto per la memoria di Lidia, già fin troppo oltraggiata dai terribili depistaggi attuati vergognosamente fino ad oggi».

VARESE, URSULA FRANCO: LA BIANCHI NON E’ UNA SUPERTESTE (seconda parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

Seconda parte oggi dell’intervista alla Criminologa Ursula Franco, che ha contribuito a dare una sua opinione sull’omicidio di Lidia Macchi. La Franco sottolinea come l’alibi di Stefano Binda sia credibile e come Patrizia Bianchi non abbia dato nessun contributo alle indagini.

Caso Macchi, la criminologa: “Identikit dell’assassino compatibile con Piccolomo”

URSULA FRANCO REPLICA ALLE PAROLE DEL DIFENSORE DELLA FAMIGLIA DI LIDIA: “FORSE UNA COINCIDENZA MA QUELL’UOMO VIVEVA A POCHE CENTINAIA DI METRI DA SASS PINÌ”
Varesenews.it, 7 febbraio 2019
«I fatti parlano chiaro, l’omicidio di Lidia Macchi non è un omicidio sessuale e la psicopatologia di chi lo commise è quella di un predatore violento, personalmente non ho mai parlato di serial killer fermo restando che da un punto di vista psicopatologico chi commise l’omicidio è equiparabile ad un omicida seriale».

Ursula Franco è la consulente criminologa a cui si rivolsero i legale di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi avvenuto nel 1987 a Cittiglio.

La criminologa nel replicare oggi, giovedì, all’avvocato Pizzi, rispolvera il “caso Piccolomo, vale a dire l’ipotesi che sia stato proprio Giuseppe Piccolomo (appena condannato al secondo ergastolo, per aver ucciso la moglie, oltre a Carla Molinari nel 2009) già peraltro al centro di un procedimento penale che lo vide accusato proprio dell’omicidio di Lidia Macchi, nel 2013.

«Potrebbe essere una coincidenza – scrive Ursula Franco – ma un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi viveva a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento del suo cadavere, si tratta di Giuseppe Piccolomo, 36 anni nel 1987, un uomo noto per la sua indole violenta e con un curriculum di un certo rilievo, nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera, nel 2009 ha ucciso, e proprio a coltellate, la signora Carla Molinari premeditandone l’omicidio, ma soprattutto ha confessato alle proprie figlie non solo l’omicidio di Carla Molinari ma anche quello di Lidia Macchi, ed infine, l’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo».

Giuseppe Piccolomo, tuttavia, dall’accusa di omicidio volontario venne scagionato dopo che i test accertarono che il codice genetico dell’indagato non coincideva con la traccia rimasta su un bavero della giacca della vittima (Lidia Macchi) e neppure con il dna estratto dalla busta recapitata alla famiglia la mattina del giorno dei funerali della giovane.

Le considerazioni dell’esperta sarebbero quindi da ascriversi al solo identikit del misterioso molestatore del parcheggio di Cittiglio che somiglia a quello di Piccolomo ai tempi dell’omicidio, trent’anni, oltre che alla compatibilità del suo profilo criminale.

«In ultimo, anche se faccio fatica ad abbassarmi a tanto, invito chi in futuro intendesse screditarmi a dare prima un’occhiata al mio curriculum che è on line», conclude la criminologa.

Andrea Camurani