VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO (terza parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO

Terza e ultima parte della lunga intervista con la criminologa Ursula Franco. Oggi nella conclusione della sua disamina delle carte che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Stefano Binda, la criminologa parla apertamente di errore giudiziario.

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OMICIDIO DI LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ECCO PERCHE’ NON SI PUO’ ESCLUDERE CHE AD UCCIDERE LIDIA MACCHI SIA STATO GIUSEPPE PICCOLOMO (intervista)

L’identikit del molestatore dell’ospedale di Cittiglio e una foto di Giuseppe Piccolomo scattata nel 1987

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo. Piccolomo, nel 2003, ha ucciso sua moglie, Marisa Maldera, e, nel 2009, Carla Molinari. Piccolomo è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Abbiamo parlato di lui con la dottoressa Ursula Franco, criminologa, consulente della difesa di Stefano Binda.

Le Cronache Lucane, 8 febbraio 2019

– Dottoressa Franco perché non si può escludere che ad uccidere Lidia Macchi sia stato Giuseppe Piccolomo?

Perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si può confrontare lo stesso con il DNA del pluriomicida Piccolomo.

– Lo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso avrebbe permesso di identificare l’assassino?

Quello sperma non apparteneva all’assassino ma se il “vigliacco” donatore dello stesso si fosse fatto avanti all’epoca dei fatti, avrebbe almeno permesso di escludere il movente sessuale e che ad uccidere Lidia fosse stato un conoscente. Questo “vigliacco” ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Il DNA ritrovato sulla busta della lettera che conteneva la poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” a chi appartiene?

Al soggetto che ha scritto la lettera e che non è l’assassino di Lidia perché ipotizzò una dinamica omicidiaria che nulla ha a che fare con la dinamica che emerge dall’analisi dei fatti. E’ comunque un altro “vigliacco” che ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Come si risolve un caso così vecchio?

Lo ripeto, non sempre è agli atti la soluzione di un caso. Se gli abiti di Lidia fossero stati conservati, vista la dinamica omicidiaria, vi avremmo potuto trovare tracce del sangue del suo assassino, le uniche tracce “contestualizzabili” e per questo capaci di dargli un nome ed un cognome. Non siamo esseri sterili, un eventuale touch DNA (DNA da contatto) ritrovato in auto o sugli abiti di Lidia, non essendo databile, non avrebbe permesso di collegare con certezza il donatore all’omicidio.

– Cosa rende Giuseppe Piccolomo un sospetto?

Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi, all’epoca del delitto aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere. Il Piccolomo ha confessato l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

– Dottoressa, una curiosità, chi si occupa di un omicidio, che sia un PM o un avvocato di parte civile o della difesa, in quali fasi può scegliere di servirsi delle competenze di un criminologo?

In tutte le fasi, naturalmente. Un criminologo può intervenire subito dopo i fatti ma anche trovarsi ad analizzare un cold case. Purtroppo nel nostro paese però ci sono ancora forti pregiudizi riguardo all’operato dei criminologi che sono peraltro gli unici tecnici in grado di mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Lidia, scontro tra criminologa e legale

Franco replica all’avvocato Pizzi: porto argomenti scientifici e le sue sono accuse personali di bassa lega

L’avvocato Daniele Pizzi con la mamma di Lidia Macchi, Paola

L’avvocato Daniele Pizzi con la mamma di Lidia Macchi, Paola

Ha un seguito il duello a distanza tra la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Stefano Binda, e l’avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia di Lidia Macchi, a proposito dell’omicidio del 1987 e del processo che nell’aprile scorso si è concluso con la condanna all’ergastolo di Binda, ritenuto responsabile del delitto dalla Corte d’Assise di Varese.

A confermare la sua ricostruzione di quello che accadde 32 anni fa è infatti la criminologa.

«I fatti parlano chiaro, l’omicidio di Lidia Macchi non è un omicidio sessuale e la psicopatologia di chi lo commise è quella di un predatore violento, personalmente non ho mai parlato di serial killer, fermo restando che da un punto di vista psicopatologico chi commise l’omicidio è equiparabile ad un omicida seriale».

Con un accenno anche alla sua “competenza” in materia, messa in dubbio dal legale della famiglia Macchi.

«Anche se faccio fatica ad abbassarmi a tanto, invito chi in futuro intendesse screditarmi a dare prima un’occhiata al mio curriculum che è on line (e che in effetti non è limitato al solo caso Elena Ceste, ndr). Peraltro l’argumentum ad personam è una strategia che non fa onore a chi la mette in atto».

Da qui un’ulteriore replica dell’avvocato Pizzi, nell’attesa che sia il processo d’appello, al massimo tra qualche mese, a valutare di nuovo pro e contro delle diverse ricostruzioni dell’accaduto.

«Le consulenze criminologiche si fanno durante le indagini e si espongono nei tribunali, non certamente sui blog e attraverso i siti Internet. Avvocati e consulenti hanno infatti sempre avuto la possibilità di svolgere le loro difese nelle aule di giustizia. Detto questo, la famiglia Macchi chiede che si porti finalmente rispetto per la memoria di Lidia, già fin troppo oltraggiata dai terribili depistaggi attuati vergognosamente fino ad oggi».

VARESE, URSULA FRANCO: LA BIANCHI NON E’ UNA SUPERTESTE (seconda parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

Seconda parte oggi dell’intervista alla Criminologa Ursula Franco, che ha contribuito a dare una sua opinione sull’omicidio di Lidia Macchi. La Franco sottolinea come l’alibi di Stefano Binda sia credibile e come Patrizia Bianchi non abbia dato nessun contributo alle indagini.

Caso Macchi, la criminologa: “Identikit dell’assassino compatibile con Piccolomo”

URSULA FRANCO REPLICA ALLE PAROLE DEL DIFENSORE DELLA FAMIGLIA DI LIDIA: “FORSE UNA COINCIDENZA MA QUELL’UOMO VIVEVA A POCHE CENTINAIA DI METRI DA SASS PINÌ”
Varesenews.it, 7 febbraio 2019
«I fatti parlano chiaro, l’omicidio di Lidia Macchi non è un omicidio sessuale e la psicopatologia di chi lo commise è quella di un predatore violento, personalmente non ho mai parlato di serial killer fermo restando che da un punto di vista psicopatologico chi commise l’omicidio è equiparabile ad un omicida seriale».

Ursula Franco è la consulente criminologa a cui si rivolsero i legale di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi avvenuto nel 1987 a Cittiglio.

La criminologa nel replicare oggi, giovedì, all’avvocato Pizzi, rispolvera il “caso Piccolomo, vale a dire l’ipotesi che sia stato proprio Giuseppe Piccolomo (appena condannato al secondo ergastolo, per aver ucciso la moglie, oltre a Carla Molinari nel 2009) già peraltro al centro di un procedimento penale che lo vide accusato proprio dell’omicidio di Lidia Macchi, nel 2013.

«Potrebbe essere una coincidenza – scrive Ursula Franco – ma un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi viveva a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento del suo cadavere, si tratta di Giuseppe Piccolomo, 36 anni nel 1987, un uomo noto per la sua indole violenta e con un curriculum di un certo rilievo, nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera, nel 2009 ha ucciso, e proprio a coltellate, la signora Carla Molinari premeditandone l’omicidio, ma soprattutto ha confessato alle proprie figlie non solo l’omicidio di Carla Molinari ma anche quello di Lidia Macchi, ed infine, l’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo».

Giuseppe Piccolomo, tuttavia, dall’accusa di omicidio volontario venne scagionato dopo che i test accertarono che il codice genetico dell’indagato non coincideva con la traccia rimasta su un bavero della giacca della vittima (Lidia Macchi) e neppure con il dna estratto dalla busta recapitata alla famiglia la mattina del giorno dei funerali della giovane.

Le considerazioni dell’esperta sarebbero quindi da ascriversi al solo identikit del misterioso molestatore del parcheggio di Cittiglio che somiglia a quello di Piccolomo ai tempi dell’omicidio, trent’anni, oltre che alla compatibilità del suo profilo criminale.

«In ultimo, anche se faccio fatica ad abbassarmi a tanto, invito chi in futuro intendesse screditarmi a dare prima un’occhiata al mio curriculum che è on line», conclude la criminologa.

Andrea Camurani

OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO REPLICA ALLE PARTI CIVILI (dichiarazione)

L’identikit del molestatore dell’ospedale di Cittiglio e una foto di Giuseppe Piccolomo scattata nel 1987

Le Cronache Lucane, 7 febbraio 2019

Riportiamo la replica alle parti civili della dottoressa Ursula Franco, criminologa della difesa di Stefano Binda.

“I fatti parlano chiaro, l’omicidio di Lidia Macchi non è un omicidio sessuale e la psicopatologia di chi lo commise è quella di un predatore violento, personalmente non ho mai parlato di serial killer fermo restando che da un punto di vista psicopatologico chi commise l’omicidio è equiparabile ad un omicida seriale. Potrebbe essere una coincidenza ma un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi viveva a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento del suo cadavere, si tratta di Giuseppe Piccolomo, 36 anni nel 1987, un uomo noto per la sua indole violenta e con un curriculum di un certo rilievo, nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera, nel 2009 ha ucciso, e proprio a coltellate, la signora Carla Molinari premeditandone l’omicidio, ma soprattutto ha confessato alle proprie figlie non solo l’omicidio di Carla Molinari ma anche quello di Lidia Macchi, ed infine, l’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo. In ultimo, anche se faccio fatica ad abbassarmi a tanto, invito chi in futuro intendesse screditarmi a dare prima un’occhiata al mio curriculum che è on line. Peraltro l’argumentum ad personam è una strategia che non fa onore a chi la mette in atto”.  

VARESE, LIDIA MACCHI: PARLA URSULA FRANCO (prima parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

VARESE, LIDIA MACCHI: PARLA URSULA FRANCO
Torniamo sul caso della morte di Lidia Macchi e della condanna all’ergastolo di Stefano Binda. In attesa che venga fissato il processo d’appello abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco che ha contribuito a dare una sua lettura dei fatti. La Franco si è occupata di numerosi casi di omicidio, contribuendo in molti casi a risolverli, e non solo in Italia ma anche oltreoceano. Qui la prima parte dell’intervista.