APPELLO OMICIDIO LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: BINDA HA DETTO LA VERITA’, NON HA UCCISO LUI LIDIA MACCHI (intervista)

Lidia Macchi

Le Cronache Lucane, 11 luglio 2019

Milano, 11 luglio 2019. Questa mattina si è tenuta la prima udienza del processo d’appello per l’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. 

L’imputato, Stefano Binda, 51 anni, conoscente della Macchi, è stato condannato in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese all’ergastolo. La difesa di Binda, avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito, ha chiesto ai giudici di riaprire il processo. Il sostituto PG, Gemma Gualdi, chiede che a Binda venga riconosciuta l’aggravante dei motivi abietti e futili. La difesa di Binda un anno fa ha chiesto una consulenza alla criminologa Ursula Franco, che è nota per la sua capacità di ricostruire le dinamiche omicidiarie, per questo motivo, le abbiamo posto alcune domande.

– Dottoressa Franco, l’avvocato di parte civile, Daniele Pizzi, legale della madre della Macchi, ha detto: ”Noi siamo in attesa che Stefano Binda dica cosa è successo a Lidia”, che ne pensa?

Binda ha detto la verità, non ha ucciso lui Lidia Macchi. E’ paradossale che si chiedano risposte in merito ad un caso di omicidio ad un imputato estraneo ai fatti. Sono le procure italiane che devono ricostruire nei dettagli gli omicidi di cui si occupano e dare risposte ai familiari delle vittime, non gli imputati, soprattutto quando sono estranei ai fatti.

– Riguardo alla poesia anonima recapitata a casa Macchi e considerata decisiva dagli inquirenti, la madre di Lidia ha affermato: “Quando è arrivata, il giorno del funerale, ho subito pensato che fosse stata scritta dall’assassino. Quando l’ho letta, mi ha dato impressione che descrivesse la morte di mia figlia”, dottoressa che cosa ne pensa?

Nella poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” non sono presenti né una eventuale ammissione tra le righe, né una confessione. L’autore anonimo non solo non fornisce informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma mostra di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente, si può pertanto escludere che sia stata scritta dall’assassino di Lidia Macchi.

– Dottoressa, chi ha scritto la poesia anonima?

La poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” è stata scritta da un soggetto vicino al Movimento Comunione e Liberazione che considerava Lidia “UN’AMICA”, che rimase colpito dalla sua morte e che pescò tra ciò che nell’immediatezza dei fatti ipotizzarono, riguardo ad un eventuale movente, familiari ed amici, in specie il padre di Lidia, il quale, non avendo competenze criminologiche, fece un’ipotesi che si è poi rivelata errata. E’ probabile che l’autore dell’anonima fosse tra gli amici presenti in casa Macchi all’indomani del ritrovamento di Lidia.

– Dottoressa, cosa ha condotto a quello che lei senza mezzi termini chiama “errore giudiziario”? 

Il fatto che non sia mai stata ricostruita correttamente la dinamica omicidiaria ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che quindi fosse un suo conoscente. La Macchi invece fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Aggiungo che l’omicidio di Lidia non rientra tra gli omicidi sessuali. Non esistono infatti dati investigativi che accreditino l’ipotesi che Lidia ed il suo assassino si siano prima diretti in un altro luogo e che solo successivamente abbiano raggiunto la località Sass Pinin dove Lidia venne uccisa il 5 gennaio e ritrovata il 7.  L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino siano rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo che impiegarono per raggiungere il bosco di Sass Pinin e il tempo della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né si intrattenne sessualmente con lei post mortem, né mise in pratica atti sessuali sostitutivi tipici dei predatori sessuali violenti sessualmente incompetenti.

– Dottoressa, come andarono i fatti?

Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse, lo raccolse in un luogo particolare, un ospedale; questo soggetto può essersi spacciato per un medico, per un infermiere, per un parente addolorato, per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere. Chi uccise Lidia  si era organizzato per uccidere, aveva condotto l’arma con sé lasciando al caso la scelta della vittima e, con tutta probabilità raggiunse l’Ospedale di Cittiglio in treno o a piedi. E’ alquanto improbabile infatti che l’assassino di Lidia, che era deciso ad uccidere qualcuno, avesse lasciato nel parcheggio dell’Ospedale la propria auto e, dopo aver commesso l’omicidio, fosse tornato a riprenderla, questo perché, conoscendo bene i luoghi, sapeva che, data la poca affluenza nel parcheggio dopo le 20.30, avrebbe rischiato di essere notato.

– Dottoressa, chi coprì il cadavere di Lidia con il cartone?

Lidia fu uccisa intorno alle 20.15 del 5 gennaio 1987 e fu ritrovata da tre amici intorno alle 9.00 del 7 gennaio, il suo corpo rimase pertanto a lungo in quell’area, circa 36 ore; al momento del ritrovamento il cadavere era coperto da un cartone, cartoni simili vennero individuati dagli inquirenti in una discarica a poca distanza dall’auto, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che, con tutta probabilità, a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse perché era un pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori. 

– Dottoressa, chi potrebbe salvare Binda?

L’autore della poesia anonima e colui che incontrò Lidia poche ore prima della sua morte, tra le 17.00 e le 18.00.

Annunci

OMICIDIO DI LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: STEFANO BINDA COME JOSEPH K., PROTAGONISTA DE “IL PROCESSO” di KAFKA (intervista)

Lidia Macchi

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, nel luglio scorso ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese).

Le Cronache Lucane, 20 maggio 2019 

Stefano Binda è stato accusato dell’omicidio nel 2016 e arrestato, due anni dopo è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano. Il processo d’Appello si terrà l’11 e il 18 luglio 2019.

Stefano Binda

Nei giorni scorsi, il Tribunale della Libertà ha rigettato l’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Nell’aprile scorso, l’avvocatessa Patrizia Esposito aveva dichiarato: “Per quanto sia un detenuto modello, in carcere funge da bibliotecario e si occupa dello sportello amico, tre anni di carcere si stanno facendo sentire. Da quando fu arrestato avrà perso una trentina di chili”.

La criminologa Ursula Franco, che è consulente della difesa dal luglio 2018, ha così risposto alle nostre domande: 

– Dottoressa Franco, è stato Stefano Binda a scrivere la famosa lettera “IN MORTE DI UN’AMICA” ai genitori di Lidia?

No. Binda non solo non è l’autore della lettera ma quella lettera non è stata scritta dall’assassino. La corretta ricostruzione dei fatti permette di escluderlo senza ombra di dubbio. L’omicidio di Lidia non fu un omicidio sessuale. Chi scrisse la lettera riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari e dai giornali, un’ipotesi errata. Lidia fu uccisa da un predatore violento che non si intrattenne sessualmente con lei, né prima, né dopo l’omicidio.

– Dottoressa Franco, chi ha ucciso la Macchi?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti. In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. Aggiungo che, proprio perché non è stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera che, ripeto, non fu scritta dall’autore dell’omicidio. Voglio ricordarle che Piccolomo, che ha commesso due omicidi in tempi diversi (2003 e 2009) e per i quali è stato condannato all’ergastolo, confessò alle figlie l’omicidio della Macchi.

– Lo sperma raccolto durante le prime indagini, e poi scomparso, apparteneva all’assassino?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale.

– Dottoressa che può dirci della superteste Bianchi?

Patrizia Bianchi non è una superteste ed il povero Stefano Binda è vittima di un errore giudiziario. La sua vicenda è equiparabile a quella del protagonista de “Il Processo” di Franz Kafka. 

OMICIDIO LIDIA MACCHI, RIESAME PER SCARCERAZIONE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: STEFANO BINDA VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO

Lidia Macchi

Mercoledì 17 aprile, Stefano Binda era presente all’udienza del Tribunale del Riesame durante la quale i suoi avvocati, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno discusso il ricorso proposto contro l’ordinanza con la quale poche settimane fa la prima Corte di Assise di Appello di Milano ha rigettato la richiesta di scarcerazione del loro assistito. Il Tribunale del Riesame ha trenta giorni per esprimersi.

Le Cronache Lucane, 18 aprile 2019

L’avvocatessa Patrizia Esposito ha dichiarato: “Per quanto sia un detenuto modello, in carcere funge da bibliotecario e si occupa dello sportello amico, tre anni di carcere si stanno facendo sentire. Da quando fu arrestato avrà perso una trentina di chili”.

La criminologa Ursula Franco, che è consulente della difesa dal luglio 2018, ha così commentato: “Stefano Binda è vittima di un errore giudiziario, non solo non è lui l’autore della lettera “IN MORTE DI UN’AMICA” ma quella lettera non è stata scritta dall’assassino, la corretta ricostruzione dei fatti permette di escluderlo senza ombra di dubbio. L’omicidio di Lidia non fu un omicidio sessuale. Chi scrisse la lettera riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari e dai giornali, un’ipotesi errata. Lidia fu uccisa da un predatore violento che non si intrattenne sessualmente con lei, né prima, né dopo l’omicidio. Riguardo alla richiesta di scarcerazione, non solo non c’è il pericolo che Binda reiteri perché non è stato lui ad uccidere Lidia, ma non c’è neanche nulla nei 30 anni di vita di Binda post 1987 che lasci pensare che possa uccidere, mentre in quella di Giuseppe Piccolomo, la cui posizione è stata inspiegabilmente stralciata, ci sono due omicidi. Si torni ad indagare su di lui, peraltro Piccolomo ha confessato l’omicidio alle proprie figlie e da casa sua avrebbe potuto raggiungere a piedi l’ospedale di Cittiglio, dove Lidia raccolse il suo assassino. Aggiungo che, non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di un soggetto sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera che, ripeto, non fu scritta dall’autore dell’omicidio”.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON E’ STATO STEFANO BINDA AD UCCIDERE LIDIA MACCHI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese). 

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

Nei giorni scorsi è stata respinta l’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Lidia Macchi

Dottoressa Franco, sappiamo che nella sua consulenza ha escluso che ad uccidere la Macchi sia stato Stefano Binda, può dirci se è agli atti il nome del vero assassino?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti, posso dirle però che la lettera recapitata a casa Macchi non è stata scritta dall’assassino, che Patrizia Bianchi non è una superteste, che non solo la Macchi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione, ma che si può escludere che Lidia conoscesse il suo assassino e che abbia avuto rapporti sessuali con lui. Per il resto, purtroppo, le indagini relative a questo caso sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono inutilizzabili per il modo in cui vennero condotti ma sono anche incompleti, non si è infatti indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del giorno della sua morte, in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave. 

Come si poteva risolvere un caso come questo?

In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. 

Dottoressa, che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Infatti quando un omicida colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Riguardo allo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso che può dirci?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale. 

Dottoressa Franco, attraverso l’analisi dei fatti, è riuscita a tracciare un profilo dell’assassino di Lidia Macchi?

Certamente, l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento che è tornato a colpire negli anni seguenti. 

Giuseppe Piccolomo

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo ed è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Dottoressa Franco, è stato giusto escludere che sia stato lui ad uccidere Lidia?

No, perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si è potuto confrontare lo stesso con il DNA di Piccolomo. Peraltro, a differenza del povero Stefano Binda, Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia e un curriculum compatibili con quella dell’assassino di Lidia Macchi. All’epoca del delitto, Piccolomo aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere e confessò l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO (terza parte dell’intervista a Monica Terzaghi di Telesettelaghi)

VARESE, BINDA? UN ERRORE GIUDIZIARIO

Terza e ultima parte della lunga intervista con la criminologa Ursula Franco. Oggi nella conclusione della sua disamina delle carte che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Stefano Binda, la criminologa parla apertamente di errore giudiziario.

OMICIDIO DI LIDIA MACCHI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ECCO PERCHE’ NON SI PUO’ ESCLUDERE CHE AD UCCIDERE LIDIA MACCHI SIA STATO GIUSEPPE PICCOLOMO (intervista)

L’identikit del molestatore dell’ospedale di Cittiglio e una foto di Giuseppe Piccolomo scattata nel 1987

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo. Piccolomo, nel 2003, ha ucciso sua moglie, Marisa Maldera, e, nel 2009, Carla Molinari. Piccolomo è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Abbiamo parlato di lui con la dottoressa Ursula Franco, criminologa, consulente della difesa di Stefano Binda.

Le Cronache Lucane, 8 febbraio 2019

– Dottoressa Franco perché non si può escludere che ad uccidere Lidia Macchi sia stato Giuseppe Piccolomo?

Perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si può confrontare lo stesso con il DNA del pluriomicida Piccolomo.

– Lo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso avrebbe permesso di identificare l’assassino?

Quello sperma non apparteneva all’assassino ma se il “vigliacco” donatore dello stesso si fosse fatto avanti all’epoca dei fatti, avrebbe almeno permesso di escludere il movente sessuale e che ad uccidere Lidia fosse stato un conoscente. Questo “vigliacco” ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Il DNA ritrovato sulla busta della lettera che conteneva la poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” a chi appartiene?

Al soggetto che ha scritto la lettera e che non è l’assassino di Lidia perché ipotizzò una dinamica omicidiaria che nulla ha a che fare con la dinamica che emerge dall’analisi dei fatti. E’ comunque un altro “vigliacco” che ha sulla coscienza la condanna di un innocente.

– Come si risolve un caso così vecchio?

Lo ripeto, non sempre è agli atti la soluzione di un caso. Se gli abiti di Lidia fossero stati conservati, vista la dinamica omicidiaria, vi avremmo potuto trovare tracce del sangue del suo assassino, le uniche tracce “contestualizzabili” e per questo capaci di dargli un nome ed un cognome. Non siamo esseri sterili, un eventuale touch DNA (DNA da contatto) ritrovato in auto o sugli abiti di Lidia, non essendo databile, non avrebbe permesso di collegare con certezza il donatore all’omicidio.

– Cosa rende Giuseppe Piccolomo un sospetto?

Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia compatibile con quella dell’assassino di Lidia Macchi, all’epoca del delitto aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere. Il Piccolomo ha confessato l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.

– Dottoressa, una curiosità, chi si occupa di un omicidio, che sia un PM o un avvocato di parte civile o della difesa, in quali fasi può scegliere di servirsi delle competenze di un criminologo?

In tutte le fasi, naturalmente. Un criminologo può intervenire subito dopo i fatti ma anche trovarsi ad analizzare un cold case. Purtroppo nel nostro paese però ci sono ancora forti pregiudizi riguardo all’operato dei criminologi che sono peraltro gli unici tecnici in grado di mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.