CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima causa di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto, Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

APPIAPOLIS: QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…

ursula franco 1 QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…              –       di Ursula Franco*     –      

Le risultanze investigative parlano chiaro: Pamela è stata uccisa e smembrata dal solo Oseghale, un ragazzo nato per caso in Nigeria e con una psicopatologia da serial killer. La cronaca è ricca di casi di omicidio e smembramento. A Madrid, Alberto Gómez, 26 anni, ha ucciso la propria madre, María Soledad e l’ha poi fatta a pezzi che in parte ha mangiato con l’aiuto del cane. In Germania, Nhat T., un vietnamita di 24 anni, il 24 agosto 2018, ha ucciso a martellate il cinese Chenxi L., 27 anni, lo ha ridotto in pezzi che ha messo in sacchetti che ha poi gettato. Nell’ottobre 2017, nella città di Alcala de Eneres, in Spagna, Manuel Moreno, un cameriere di 42 anni, ha ucciso e smembrato la sua fidanzata, Daria O. L., di 22 anni. Dopo 15 mesi, i pezzi del cadavere di Daria sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine in un frigorifero nella casa in cui la coppia viveva.

Kim Wall QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Kim Wall

L’inventore danese Peter Madsen, all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall, ne ha poi smembrato il corpo e gettato in mare i pezzi dopo averli infilati in sacchetti di plastica insieme ad alcuni oggetti metallici. Il 25 aprile 2018, una Corte di Copenaghen, lo ha riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e lo ha condannato all’ergastolo.

pamela mastropietro omicidio macerata facebook 2018 thumb660x453 300x206 1 QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Pamela Mastropietro

Quello della Mastropietro è un delitto che ha tutte le caratteristiche di un omicidio commesso da un serial killer. Innocent Oseghale ha agito da solo, il movente dell’omicidio è intrapsichico e nello smembramento della vittima non è riconoscibile un atto difensivo, ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo.

Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla e per poi “manipolarne” i resti. In poche parole, l’omicidio della Mastropietro rappresenta l’act out delle fantasie del suo autore. Le due valigie con i resti di Pamela non sono state occultate, ciò permette di escludere che quel sezionamento fosse finalizzato all’occultamento. Il medico legale ha dichiarato: “lo strazio inflitto al corpo va molto oltre ciò che sarebbe stato necessario per chiuderlo in due valigie”, quello “strazio” (depezzamento e lavaggio) è servito ad Oseghale per saziare un proprio bisogno psicologico. Nell’analisi di un caso giudiziario non c’è spazio per la fantasia (branco di nigeriani, riti della mafia nigeriana e chi più ne ha più ne metta), sono le risultanze investigative a fornire la soluzione, un caso giudiziario è quello che è, non quello che si vorrebbe che fosse.

Perché è da escludere una morte per overdose? Perché è illogico pensare che uno spacciatore faccia a pezzi il corpo di una ragazza morta in casa sua in seguito ad una overdose. Innocent Oseghale non avrebbe avuto motivo di “frazionare” il corpo di Pamela Mastropietro in pezzi, peraltro molto piccoli, né tantomeno avrebbe trasformato casa sua in un mattatoio se non avesse ucciso lui la giovane donna allo scopo di smembrarla. Il fatto che, dopo lo smembramento, Innocent non abbia propriamente occultato i resti del cadavere di Pamela ci permette di escludere che lo smembramento sia stato un atto di tipo “difensivo”.

Sul corpo della Mastropietro non sono stati trovati segni di una violenza sessuale non a causa dello stato dei suoi resti ma semplicemente perché Oseghale non ha violentato Pamela. Innocent Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla. Oseghale non ha agito atti sessuali veri e propri ma un’attività sessuale sostitutiva. Innocent Oseghale ha ottenuto una gratificazione sessuale dal meticoloso smembramento del cadavere di Pamela ed è, con tutta probabilità, un soggetto sessualmente incompetente come lo sono molti serial killer con il suo stesso quadro psicopatologico.

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Giuseppe Bossetti

L’omicidio e lo smembramento del cadavere di Pamela hanno rappresentano un “act out” di fantasie perverse che Oseghale coltivava da tempo. Un omicida per lussuria, come lui, si nutre di fantasie e trae piacere nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto. Innocent Oseghale è un serial killer dello stesso tipo del mostro di Firenze e di Massimo Giuseppe Bossetti, è un lust murderer, un anger-excitation sexual murderer.

Anche nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente dell’omicidio di Yara fu il desiderio di seviziarla, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore e poi agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Peter Madsen QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Peter Madsen

Come Peter Madsen, Massimo Giuseppe Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un proprio mezzo di trasporto, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o in un posto isolato a loro ben conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre, di ritorno dalla palestra, la stessa si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire.

Ed ancora, come Peter Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati, non hanno precedenti penali, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda Bossetti, il fatto che avesse 40 anni al suo primo omicidio rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo delitto, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Nel caso di Kim Wall, sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo”, in queste 15 coltellate è riconoscibile un’attività sessuale sostitutiva detta “piquerismo”, tipica dei serial killer per lussuria ed agita sia da Massimo Giuseppe Bossetti che dal cosiddetto “mostro di Firenze”.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate dall’infermiera Fausta Bonino

Fausta Bonino

L’infermiera Fausta Bonino, nata a Savona il 9 aprile del 1961, è stata accusata dalla procura di Livorno di omicidio volontario continuato e pluriaggravato in danno di alcuni pazienti ricoverati nell’unità operativa di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Villa Marina di Piombino tra il 2014 e il 2015.

Il PM Massimo Mannucci, durante l’udienza del 2 marzo 2019 del processo che si è svolto con il rito abbreviato, ha chiesto al giudice di condannarla all’ergastolo. Il 19 marzo 2019, Fausta Bonino è stata condannata all’ergastolo per l’omicidio di 4 pazienti.

“Secondo l’ipotesi accusatoria, il decesso dei pazienti era stato determinato dalla deliberata quanto arbitraria somministrazione, in alcun modo prevista dalle terapie prescritte, come da acquisite cartelle cliniche, di un farmaco anticoagulante (l’eparina) in dosi tali da cagionare la morte per improvvisi ed irreversibili episodi emorragici. La presenza di eparina in quantità letali fu accertata nei campioni di sangue delle vittime più recenti, dopo che il dirigente medico del laboratorio di analisi dell’ospedale di Piombino aveva allarmato le competenti autorità sanitarie per la sequenza di morti da mancata coagulazione del sangue e, conseguentemente, aveva inviato i campioni ematici dei suddetti pazienti ad una specialista dell’ospedale Caruggi di Firenze, dott.ssa D. P., in servizio presso il “centro trombosi”, la quale aveva confermato gli esiti delle analisi per presenza nei campioni a lei trasmessi di elevate dosi di eparina, non giustificate dalle patologie sofferte dai degenti e non indicate nelle rispettive cartelle cliniche, e, dunque, riconducibili -secondo la tesi accusatoria- alla volontaria somministrazione della detta sostanza a scopo letale. Ai predetti quattro casi si aggiunsero, nell’indagine, altri otto episodi di morti sospette per analoga eziologia, ovvero per anomali fenomeni emorragici, senza che si fosse proceduto, in tali casi, al prelievo e all’esame di campioni ematici. Il dottor D.P., la dott.ssa P. M. e l’infermiera professionale A.V. stilarono congiuntamente un documento che, con riguardo a ciascuno dei tredici pazienti considerati, indicava l’orario e le ragioni del decesso, l’ora e la data in cui si era verificato il primo sintomo emorragico, ovvero un esito anomalo dei prelievi (indicativo del cosiddetto “scoagulamento” o “scoaugulazione”)* e i turni di servizio del personale. Da tale quadro sinottico emerse che l’unico addetto sempre presente in turni compatibili con gli eventi emorragici o con la manifestazione dei primi sintomi dell’incoagulabilità del sangue era stata l’infermiera professionale, Bonino Fausta, la quale prestava il suo servizio in cinque giorni alla settimana, nella fascia oraria 14-21. Nessun decesso sospetto si era verificato nel periodo dal 5 ottobre al 23 novembre 2015, in cui la Bonino era stata assente per ferie, malattia ed altre ragioni (Ordinanza della Corte di Cassazione. Penale Sent. Sez. 1 Num. 9755 Anno 2017. Udienza: 21/09/2016).”

*Sia chiaro che gli anticoagulanti, come l’eparina e il warfarin sodico, conosciuto come Coumadin, non “scoagulano” il sangue, che è sempre fluido, ma ne rallentano la coagulazione e per questo favoriscono le emorragie.

Poiché Fausta Bonino sostiene di essere innocente, l’analisi delle sue dichiarazioni alla stampa si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un  innocente dica e ciò che la Bonino dice, Expected Versus Unexpected.

Ci aspettiamo che la Bonino:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso i reati di cui è accusata dicendo “non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” e che poi, riferendosi alle sue negazioni, dica “sto dicendo la verità”.

Da un’intervista a TeleElba del maggio 2016:

Giornalista: Un’accusa pesantissima per Fausta Bonino, terribile, aver ucciso 13, forse 14, persone con premeditazione, come si convive con questo?

Fausta Bonino: Male, molto male, è stato uno shock, un trauma, anche perché io non ho fatto nulla, sentirmi accusata di tutte queste cose, è stato veramente uno shock.

“io non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto si riferisce ad un arco di tempo indeterminato e non all’evento omicidiario.

Si noti che la Bonino chiama gli omicidi “queste cose”, lo fa per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è accusata. 

Giornalista: 21 giorni di carcere, dal 30 marzo al 21 aprile in una cella immaginiamo con dei pensieri, cosa le passava per la testa?

Fausta Bonino: Ma di tutto m’è passato per la testa, peròòò… sono sempre stata ottimista, nonostante tutto, perché Cesarina, dal primo giorno che mi è venuta a trovare in prigione, mi ha dato coraggio, mi ha prima abbracciata, poi m’ha detto che gli indi… che secondo lei erano solo indizi, e me l’ha detto subito che m’avrebbe tirato fuori ee… se… mi ha detto di avere tanta forza, di mangiare, di stare parecchio su, perché se non lo volevo fare per me, di farlo per mio marito e i miei figlioli e a me m’ha dato un coraggiooo… l’ho vista proprio battagliera, l’ho vista… se non ci fosse stata lei non lo so come l’avrei presa, però mi haa… infuso tanto coraggio.

La frase “poi m’ha detto che gli indi…” termina con un’autocensura.

“secondo lei erano solo indizi” è una frase inaspettata che induce a chiederci che cosa la Bonino si aspettasse che ci fosse contro di lei.

Giornalista: L’impianto accusatorio era e, per la procura, rimane pesantissimo, com’è potuto succedere questo?

Fausta Bonino: Eh, come sia potuto succedere, io questo non lo so, me lo sto ancora chiedendo eee molto probabilmente se indagassero veramente come dovessero indagare eh…

Si noti che la Bonino non termina la frase ma si autocensura e non ci dice a quali conclusioni “molto probabilmente se indagassero veramente” giungerebbero gli inquirenti.

Giornalista: 36 anni di servizio all’Ospedale Villa Marina di Piombino, conosce perfettamente gli ingranaggi della struttura e anche i suoi colleghi, cosa si sente di dire in questo senso?

Fausta Bonino: Allora, dei miei colleghi, specialmente… ehm… i colleghi infermieri, ma tutti, da quelli che c’ho lavorato lì in reparto, dopo che son stata spostata, a quelli degli ambulatori posso parlare solo che bene veramente ee… tutti quanti mi son venuti a trovare, tutti quanti m’hanno dato la loro sola… so-li-da-rie-tà, nessuno m’ha creduto colpevole, dei colleghi e l’unica personaaa è la caposala, vabbè che lei c’era di mezzo e è l’unica che non è venuta eee… ehm… della struttura mmmm a parteee… a me sembrava che funzionasse aabbastanza bene, eh… c’è… c’era questeee tanti morti, queste morti sospette, però come reparto si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati perché si ricoverava 4, 5 pazienti al giorno e se ne mandava via altri 4 o 5, eh… si può dire che si lavorava male.

Fausta Bonino, raccontandoci del clima nel quale le infermiere si trovavano ad operare, almeno secondo la sua percezione della realtà,“si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”, ci fornisce il possibile movente dell’omicida seriale di Piombino: ridurre le proprie e altrui incombenze, probabilmente per farsi benvolere dalle colleghe.

I cosiddetti angeli della misericordia o della morte, in genere medici o infermieri, uccidono per motivi diversi.

Alcuni, come Richard Angelo e il tedesco Niels Högel, che somministrava ai pazienti un farmaco antiaritmico non necessario, creano un’emergenza per poi dimostrare quanto siano bravi a salvare il paziente (malignant hero).

Invece, l’infermiere americano Charles Edmund Cullen, a suo dire, uccideva i propri pazienti per alleviarne le sofferenze e per evitare che venissero deumanizzati (mercy killer).

Alcuni tra questi serial killer uccidono perché identificano i loro pazienti con degli oggetti rotti e fastidiosi, oggetti di cui è giusto liberarsi per alleggerire il lavoro a sé e ai colleghi, vi è pertanto anche una componente altruistica o quantomeno il desiderio di fare qualcosa per il gruppo di appartenenza allo scopo di farsi benvolere.

Inferire il movente è cruciale perché una volta inquadrato lo si può usare come cuneo per far confessare un interrogato. Conoscendo il movente infatti chi interroga infatti può fornire una scappatoia morale al sospettato facilitandone una ammissione di responsabilità.

Giornalista: In questo momento, io le do qualche secondo, se lo ritiene opportuno, di dire qualsiasi cosa all’opinione pubblica, lei è stata in qualche modo indicata come un mostro, no?

Fausta Bonino: Io prima di tutto continuo a dichiararmi innocente che non ho fatto nulla, sono solidale con tutti i parenti delle vittime e vorrei che, come me, chiedessero giustizia, non un’indagine a senso unico che si ven… che venisse fuori veramente la verità di quello che è successo e che anche i NAS e il pubblico ministero cambiassero idea e cercassero la verità, non di incolpare me e basta.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria. Peraltro, la Bonino quando dice di essere innocente, dice il vero, perché un soggetto che non è stato giudicato è sempre “innocente de iure”, non sempre lo è “de facto” però.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto si riferisce ad un arco di tempo indeterminato e non all’evento omicidiario.

Da un’intervista a Quarto Grado del maggio 2016:

Gianluigi Nuzzi: Lei ha detto anche che ha paura di incontrare la gente (…) perché ha paura di essere riconosciuta, ma… si sente sporca di qualcosa?

Nuzzi parla troppo, contamina e suggerisce risposte, in ogni caso la domanda permetterebbe alla Bonino di negare.

Fausta Bonino: No, no, perché… i primi temp… ora mi sto anche abituando un pochino ad uscire, lo sto anche superando ma i primi giorni, da come mi avevano descritta, io avevo paura ad uscire, sì, perché la gente mi guardava, si giravano tutti, mi guardavano, ero stata sbattuta in prima pagina come un mostro, si immagini.

La Bonino, invece di negare, invece di dire “No, io non mi sento sporca, non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” parla di come l’avevano descritta, del fatto che fosse stata definita un mostro, e poi invita Nuzzi ad immaginare cosa significhi, come se la sua fosse un’esperienza comune e per questo immaginabile.

Gianluigi Nuzzi: (…) pensa di tornare alla normalità anche nel lavoro, negli affetti, nella fiducia verso gli altri?

Fausta Bonino: Nel lavoroo… iooo… mmm… dovrò andare per forza in ambulatorio perché avrò paura a fare anche una puntura, ora come o… in questo momento.. non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano,  di andare da un ammalato e fare una puntura, dico la verità, e quindi non lo so come riuscirò a prendere il lavoro, penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo eee… la serenità con la famiglia, sì, l’ho già ripresa, perché m’hanno dato tanto conforto sia i figli che il marito.

Quando la Bonino dice “avrò paura anche a fare una puntura”“non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura” è credibile perché si riferisce a ciò che ha appena detto con un “dico la verità”.

Si noti “penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo”. Con questa affermazione la Bonino lascia intendere che il reparto dell’Ospedale dove lavorava non fosse un posto tranquillo. In un’intervista a TeleElba, Fausta Bonino, raccontando del clima nel quale le infermiere lavoravano aveva detto “si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”.

Gianluigi Nuzzi: La procura è, comunque, dice: “Ci sono elementi importanti” (…) poi dicono: “La vogliamo portare a processo, speriamo e vogliamo che venga condannata”.

Fausta Bonino: Sì, ma io di andare a processo sarei anch… mi dispiace spendere soldi, spendere tempo, ma sarei anche felice perché io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla, se le prove contro di me non se le inventano… io non riesco a capire cosa mi vogliono portare, perché se non c’è prove concrete, finora che s’è smontato quasi tutto, se non se le inventano non ce n’è, perché io non ho fatto nulla.

“io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla” non sono negazioni credibili in quanto atemporali e aspecifiche. Inoltre, la Bonino mostra di avere bisogno di convincere per l’uso del “veramente”.

Con la frase “se non c’è prove concrete” la Bonino apre alla possibilità, al dubbio.

Con la frase “s’è smontato quasi tutto” la Bonino lascia intendere che non tutto sia stato smontato.

Gianluigi Nuzzi: Ma c’è stato in carcere qualche momento durante le settimane di detenzione di farla finita?

Fausta Bonino: All’inizio proprioo… sì, il primo giorno, finché non è arrivato l’avvocato   (sorride).

Gianluigi Nuzzi: Cioé voleva uccidersi?

Fausta Bonino: L’ho pensato, non che lo volevo, ho anche… (interrotta)

Nuzzi interrompe la Bonino, un errore.

Gianluigi Nuzzi: Ha pensato anche come?

Fausta Bonino: No, no, poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi, di star tranquilla che m’avrebbe tirato fuori, che dovevo aiutarla, che dovevo mangiare, che dovevo non buttarmi giù se non per… se non lo facevo per me, di farlo per i miei familiari.

“poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi” è inaspettato perché la Bonino lascia intendere che ci potesse essere qualcosa di più degli indizi.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Gianluigi Nuzzi: “Avrò mica avuto dei momenti in cui non sapevo quello che facevo?”.

Fausta Bonino: Sì, l’ho p…. me l’hanno fatto pensare da quante volte me l’hanno ripetuto i NAS, era quando… lo disse la prima volta… ce lo disse la caposala dopo aver parlato con i NAS che pensavano che fosse una che avesse fatto queste cose senza ricordarselo e… e tutti gli interrogatori ce l’hanno sempre ripetuto di continuo.

Si noti che, per la seconda volta, la Bonino non chiama i reati a lei contestati con il loro nome, ovvero “omicidi”, ma li definisce “queste cose”.

Perché i NAS suggerirono alla caposala della Bonino che l’angelo della misericordia di Piombino avrebbe potuto agire e poi rimuovere? Perché Sonya Caleffi, un’infermiera serial killer di Lecco, durante un interrogatorio, disse:

“Questa è una persona che non si riflette in me, non è la Sonya che conosco io, ho dei flash, ho delle immagini, ho come dei grandi buchi neri, ho questa immagine di me che inietto quest’aria, è un impulso che non so ricordare, non so definire. E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto. Ero molto fredda, distaccata, subentrava forse una parte di me che io ancora non conosco, quella che agisce, che si fa del male, questo martellamento mentale di dirmi continua ad andare avanti, ripeti fin quando non vedi che sta male, fin quando non vedi che succede qualcosa e mi prendeva anche una sorta di ansia di fare le cose più velocemente. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va proprio a livello di testa, una persona normale non farebbe mai una cosa del genere. Ero cosciente di aver fatto un’azione molto dura, orrenda, sì, solo dei mostri possono fare delle cose del genere“.

Peraltro la Caleffi dicendo “E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto” non si scinde in due perché non dice “fosse” ma “fossi”. 

Gianluigi Nuzzi: Però lei ha detto addirittura: “C’è un complotto contro di me”.

Fausta Bonino: Sì, è vero, lo dimostranooo le c… le nostre prove, che abbiamo ottenuto.

Gianluigi Nuzzi: E qual era il motivo di questo? Cioè lei ha accusato…

Quando è l’intervistato ad interrompere, un giornalista deve tacere, perché sono di interesse unicamente le dichiarazioni del primo.

Fausta Bonino: Questo io preferirei che lo chiedesse all’avvocato o a qualcun altro, queste cose.

Gianluigi Nuzzi: Le faccio solo una domanda…

Ancora una volta è la Bonino ad interrompere Nuzzi e lui lascia fare.

Fausta Bonino: Io so che hanno, dai nostri indizi sono emersi che ci sono prove che mi vogliono incastrare.

Gianluigi Nuzzi: Ecco ma secondo lei è un fatto personale, legato ai sui rapporti…

La Bonino interrompe Nuzzi per la terza volta.

Fausta Bonino: Mmm non…

Purtroppo questa volta Nuzzi commette un errore, non lascia spazio alla Bonino e si esibisce nella seguente domanda/tirata oratoria dalla quale non ottiene nulla:

Gianluigi Nuzzi: No, mi faccia finire la domanda, mi perdoni, Fausta, cioè è un fatto personale legato ai sui rapporti, al lavoro, a delle gelosie o a delle invidie o magari qualcuno ha buttato del fango su di lei perché deve nascondere delle proprie eee responsabilità o anche inefficienze? Ha capito cosa voglio chiederle?

Non solo Nuzzi ha sbagliato ad interrompere la Bonino, ma le ha fatto due domande insieme. Fare domande multiple permette ad un intervistato di scegliere a quale rispondere e infatti la Bonino sceglie di rispondere solo alla seconda. Che cosa ha indotto Nuzzi a sbagliare? Il desiderio di esprimere il proprio pensiero sulla vicenda, un classico errore dei giornalisti che spesso si illudono di avere la chiave di volta di un caso giudiziario e invadono ambiti non di loro competenza.

Fausta Bonino: Sì.

La Bonino dice solo di aver capito la domanda ma non risponde e Nuzzi lascia che a farlo sia il di lei marito, le cui affermazioni non sono di alcun interesse in quanto non è il protagonista di questa vicenda.

Gianluigi Nuzzi: (…) lei ha detto: “io me li sogno di notte”– questi pazienti che non ci sono più – “non è possibile che tutte queste persone muoiono quando ci sono io“.

Si noti che, nell’intercettazione, è la Bonino a collocarsi in corsia durante tutti i decessi.

Fausta Bonino: Perché ultimamente c’era stato tutti ‘sti decessi, che quando io arrivavo a casa, io fino, non mi ricordo se sono cinque anni fa?, che lavoravo per conto mio a mettere i pacemaker con un… io e un dottore e si curavano i pazienti, guarivano tutti, poi quandooo siamo diventatisiamo… lui è andato in pensione, io ho smesso di fare quel lavoro, siamo entratii in rianimazione, cardiologia e rianimazione si sono associate, eee di lì, invece di vederli tutti guariti e curati, andavo a casa disperata perché magari ne erano morti uno, due, anche tre (sorride) e quindii… non mi dava più soddisfazione, nel senso che invece di guarirli… e i pensieri mi venivano alla sera… ci pensavo a queste persone.

Si noti che nel racconto relativo al suo impiego precedente la Bonino parla per sé, quando invece rievoca i tempi passati nell’Ospedale di Piombino parla al plurale “siamo”, lo fa per nascondersi tra la folla.

Si noti che la Bonino, dopo la frase “invece di guarirli…”, si autocensura. Nuzzi se ne accorge tanto da chiederle:

Gianluigi Nuzzi: Cosa vuol dire invece di guarirli?

Fausta Bonino: Che di solito li vedi guarire e avevo sempre fatto dei lavori in cui i malati era difficile che morissero, trovandomi in una rianimazione… invece morivano e non mi ero… non c’ero abituata.

Gianluigi Nuzzi: Lei si sentiva in colpa di questo?

Fausta Bonino: No, non mi sentivo in colpa, mi dispiaceva.

Gianluigi Nuzzi: Lei usava l’eparina?

Una domanda diretta che comunque permetterebbe alla Bonino di negare il suo coinvolgimento negli omicidi.

Fausta Bonino:… L’eparinaaaa…

La Bonino resta spiazzata e non coglie l’occasione fornitale dal Nuzzi. Si noti il lungo tempo di latenza che precede la risposta. La sua è una risposta evasiva.

Gianluigi Nuzzi: La somministrava ai pazienti?

Non avendo ricevuto una risposta, Nuzzi fa nuovamente la domanda.

Fausta Bonino: Ultimamente poco, si usava tanto prima nelle embolie polmonari, l’eparina quella… in flebo, finché non sono venute fuori ora le nuove eparine sottocute ad alti dosaggi molecolari che, l’eparina quella, non si usava quasi più.

Gianluigi Nuzzi: Scusi, quando lei leggeva, legge, ogni tanto purtroppo sui nostri… nelle nostre cronache accade questi angeli della morte… cioè questi infermieri…

I cosiddetti angeli della morte o della misericordia, in genere medici o infermieri, sono una specie di serial killer che uccidono per motivi diversi soggetti ricoverati in ospedali o in case di cura per lo più somministrando farmaci ad alti dosaggi.

Fausta Bonino: Ah (sorride).

Gianluigi Nuzzi:… che uccidono i pazienti lei cosa pensa?

Fausta Bonino: Cheee… io… mmm… non saprei essere un angelo della morte, non saprei… (sorride) Cosa ne penso? Che son persone pazze, non lo so. Come si fa ad ammazzare una persona?

La Bonino è accusata di essere un angelo della morte dalla procura di Livorno e non dice “io non sono un angelo della morte” ma “io… mmm… non saprei essere un angelo della morte”, una negazione non credibile per la presenza del verbo al condizionale.

Si noti anche che la Bonino si fa la domanda “Cosa ne penso?” per prendere tempo per rispondere ed infine termina la risposta con una domanda “Come si fa ad ammazzare una persona?” . La presenza di due domande nella risposta è indice del fatto che la domanda del giornalista è sensitiva.

Gianluigi Nuzzi: Troveranno qualcosa nel telefonino, secondo lei?

Fausta Bonino: No, assolutamente, poi lo usavo anche pochissimo il telefonino, difatti ogni tre per uno ero dal mio marito a farmelo sistemare perché non ero… sono negata con la tecnologia.

“No” sarebbe stata una buona risposta ma è stata indebolita dalle 28 parole seguite alla negazione.

Si noti la frase “poi lo usavo anche pochissimo il telefonino” una frase che lascia spazio al dubbio.

Da un’intervista a Chi l’ha visto? del 25 maggio 2016:

Fausta Bonino: Abbiamo fatto questa vacanza per andare a trovare nostro figlio (ride) e siamo tornati il 30 (marzo 2016) eee e c’hanno fermato all’aeroporto, dove mi hanno arrestata con tutte ‘ste accuse di omicidio, pensi leiii…

Gianloreto Carbone: E a lei, l’è caduto il mondo addosso?

Da subito il giornalista contamina l’intervista suggerendo non solo una risposta, ma anche uno stato d’animo ad un soggetto accusato di essere un omicida seriale privo di empatia. Un errore grossolano.

Fausta Bonino: A me m’è caduto il mondo addosso, ci hanno separato a me e a mio marito, ed alle cinque mi hanno noificato che ero in stato di arresto e che mi avrebbero portato in prigione.

La Bonino ripete a pappagallo le parole del giornalista. La sua risposta non è analizzabile a causa della contaminazione.

Gianloreto Carbone: Eh, quanto tempo è stata in prigione lei?

Fausta Bonino: 21 giorni.

Gianloreto Carbone: 21 giorni. Ecco, mi parla un po’ della sua carcerazione, qual’è stato er momento più brutto, se è stato un crescendo.

Troppe domande e un suggerimento. 

Fausta Bonino: Allora, il momento… (interrotta)

Il giornalista inspiegabilmente interrompe la Bonino, un altro errore grossolano.

Gianloreto Carbone: A questo punto gli… gli hanno…

Fausta Bonino:… c’è stato un momento più brutto, il giorno dopo… vabbè, a parte l’entrata in carcere, che purtroppo io non so se lo sa, che la spogliano nuda, le fanno far le flessioni, la fanno spingere, cioè…a parte sono donne, va bene, erano… però è traumatico… (interrotta)

Gianloreto Carbone: E’ stato scioccante.

Non solo ancora una volta il giornalista interrompe la Bonino ma, per la seconda volta, contamina l’intervista suggerendo un’impressione, uno stato d’animo. Altri due errori grossolani.

Le regole di un’intervista e quelle di un interrogatorio sono le stesse:

  1. evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato/intervistato di rispondere con un sì o un no;
  2. evitare le domande multiple per impedire all’interrogato/intervistato di scegliere a quale rispondere;
  3. non interrompere mai l’interrogato/intervistato; è nei sermoni e nelle tirate oratorie che si trovano spesso informazioni utili ed ammissioni tra le righe;
  4. non introdurre nuovi termini;
  5. evitare affermazioni perché non prevedono una risposta;
  6. evitare giudizi morali perché mettono l’interrogato/intervistato sulla difensiva;
  7. non suggerire le risposte.

Fausta Bonino:… scioccante, per chiii… è veramente scioccante. Eee poi ti portano in questa cella e ti danno, proprio come si vede in televisione, una coperta, un cuscino, le lenzuola da farti il letto e ti rinchiudono lì e via… eee… il giorno dopooo a… c’era l’ora d’aria dalle 9 alle 11, e fuoriii mi hanno detto tutte queste cose, che parlavano di me come una serial killer, che era uscita fuori che ero una killer e lo dicevano tutti. Tant’è vero che poi… mi ha chiamato sia il medico che la psichiatra, m’hanno chiesto come stavo, insomma i medici sono stati veramente carini eh perché, ti seguono, specialmente quando c’è queste cose e io non… non sapevo proprio come comportarmi, m’è cascato il mondo addosso, finché non è arrivata Cesarina, l’avvocato eee Cesarina, quando è arrivata, che m’ha visto piangere in quella maniera, che ero disperata, che io non volevo più mangiare, non volevo più far nulla e m’ha subito dato coraggio, m’ha detto: “Guarda Fausta, c’è solo degli indizi, te mi devi aiutare, io ti tiro fuori ma te mi devi aiutare, non ti devi buttar giù, non devi smettere di mangiare ti devi fare forza, devi combattere, se non lo vuoi fare per te fallo per il tuo marito e i tuoi figlioli”, e io c’ho creduto, me l’ha detto in maniera così convinta che ho deciso di combattere perché sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla quindi ho deciso di combattere, per 5 giorni non ho visto nessuno, mio marito l’ho visto, m’hanno arrestato il mercoledì notte, il lunedì dopo il primo interrogatorio del GIP, la sera, eee li vedevo quando entravano (ride) talmente scioccati che ho cercato di dare la forza lì a loro dicendogli che io stavo bene, che io l’avevo presa bene, cioè ho cercato di fare forza a loro.

Si noti quanti danni può fare contaminare un’intervista, la Bonino ha ripetuto le parole del giornalista per 5 volte in due risposte.

Si noti che la Bonino, dopo aver detto “parlavano di me come una serial killer”, aggiunge “era uscita fuori che ero una killer”, un’affermazione di un certo interesse.

“queste cose” è il termine che, per minimizzare, la Bonino usa al posto di “omicidi”.

“c’è solo degli indizi” è una frase che ancora una volta apre alla possibilità che ci sarebbe potuto essere altro. 

“sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla”, come abbiamo già visto, non sono negazioni credibili.

Gianloreto Carbone: Le hanno chiesto della sua situazione?

Fausta Bonino: Sì, sì, me l’hanno chiesto, io mi son sempre dichiarata innocente. Una un po’ pazzoide, che era lì, che ha tentato il suicidio, ne ha fatte di tutti i colori, eee diceva: “Siamo tutte innocenti!”, (ride) come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti.

Quando la Bonino dice “io mi son sempre dichiarata innocente” non ci dice di essere innocente che peraltro non equivarrebbe a negare l’azione omicidiaria ma che si è sempre dichiarata tale, un’affermazione peraltro ulteriormente indebolita dalla frase a conclusione della risposta “come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti”.

Da un’intervista andata in onda il 27 maggio 2016 su “Il Labirinto – Storie di ordinaria ingiustizia”:

L’intervista alla Bonino è andata in onda priva di domande.

Fausta Bonino: Io non mi sento un’infermiera killer. Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee… 

“Io non mi sento un’infermiera killer” non è una negazione credibile ed è diverso dal dire “Io non sono un’infermiera killer”. 

Si noti la sequenza “Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee…” che serve alla Bonino per dipingersi come un “Good Guy” ed ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai. 

“Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai” non è una negazione credibile, la Bonino non nega gli omicidi, non li chiama con il proprio nome.

Fausta Bonino: Ho sempreeee… parlato forse troppo, anche al lavoro, di me stessa, di tutti miei pensieri, forse per via dei turni che, facendo la giornaliera, ero sempre presente, la più presente nel reparto, io questo non lo so.

Fausta Bonino: Io sono una persona tranquilla, che faccio il mio lavoro, che ho sempre fatto il mio lavoro, mmmadre di famiglia, moglie, coi suoi pregi e i suoi difetti.

Ancora una volta, la Bonino si dipinge come un “Good Guy” per ingraziarsi l’interlocutore (Virtue Signalling).

Fausta Bonino: Hannooo… preso di mira subito me, senza… indagare a 360 gradi su tu-tto il restooo… che potevano esserci delle negligenze, delle altre responsabilità, delle altre cose, cioè loro… si sono basati su di me e basta, non hanno fatto altre indagini (…) su i protocolli, suuuu le negligenze, suu tutto quello che c’era da indagare.

“delle altre responsabilità” è un’ammissione.
“delle altre responsabilità” è diverso dal dire “responsabilità altrui”.

Fausta Bonino: Dal primo giorno che so’ stata interrogata, intanto come primaaa eee… appena chiamata, dal primo interrogatorio, il capitano m’ha detto: “Si ricordi solo una cosa – è le prime parole che m’ha detto – io oggi la posso aiutare, domani non la potrò più aiutare. Se confessa oggi”.

Fausta Bonino: Hanno cominciato a dire che c’era tutti ‘sti morti d’eparina dal 2014 e poi hanno cominciato a dire che sapevano tutto di me e sapevano le pasticche che facevo e tutto quanto, che io potevo fare le cose senza rendermene conto.

Fausta Bonino: Io nel duemi… nel 91, dopo che ho avuto questa crisi epilettica brutta, che c’è voluto un anno per stabilizzarmi e tutto, ho fatto la visita collegiale, m’hanno esonerato dalle notti e quindi faccio la giornaliera.

Fausta Bonino: Io faccio gli antiepilettici e poi faccio anche un farmaco antidepressivooo da alcuni anni, come tutte le donne in menopausa, me l’ha segnato il mio neurologo, ero giù, con le caldane e tutto, m’ha dato un aiuto.

“come tutte le donne in menopausa” non è una verità.

Fausta Bonino: Io se volevo essere aiutata non dovevo dire che ero innocente ma che dovevo dire che ho fatto le cose senza ricordarmelo (…) Questa cosa me l’hanno talmente… messa nel cervello che fra un po’ ci credevo anch’io che potessi fare qualcosa senza accorgermene.

E’ stato un errore investigativo ipotizzare che le dinamiche mentali del serial killer dell’Ospedale di Piombino ricalcassero quelle di Sonya Caleffi.

Fausta Bonino: Io ho… ho il desiderio di combattere, di dimostrare la mia innocenza proprio senza… che non ci sia nessun ombra di dubbio.

Fausta Bonino: Lo dicevo anche ieri mattina al mi’ marito, mi son svegliata, avevo le pulsazioni, mi son… mi ero sognata di riessere in carcere. Alle sei son sempre… son quasi sempre in piedi; se non viene lui a letto non riesco ad andare a letto, la cosa più grossa è proprio questa del dormire che mi è rimasta ora, che devo dormire con la luci accese, con la televisione accesa, col rumore eee se non viene a letto lui non… prima me ne andavo a letto alle nove, mi dovevo svegliare tutte le mattine, mi chiudevo in camera, barricata, con tutte le luci spente, ora non ce la faccio più eee penso che avrò bisogno anche di una psicologa per superare questa cosa.

Fausta Bonino: Non mi va di vedere la gente, ho paura che mi riconoscaa, che mi giudichi ancora, finché non viene fuori la verità voglioo evitare.

Fausta Bonino: Amo… Amavo molto il mio lavoro forse, ora in questo momentoo non ti sa-prei dire però… se riuscirei… io penso di sì, deve passare un po’ di tempo, poi credo che continuerò ad amarlo, non lo so, in questo momento mi è difficile dirlo.

Fausta Bonino: La responsabilità?… secondo meee… non c’è un serial killer, sono convinta che non esista una persona che possa fare di queste cose conoscendo le mie colleghe eee e… va cercata la responsabilità in tutteee eeee le criticità dell’ospedale, in tuttiii i protocolliii, bisognaaa cercarla, non lo so io mmm.

Purtroppo la domanda non è presente ma è alquanto probabile che il giornalista abbia chiesto alla Bonino a chi attribuisca la responsabilità delle morti, lo si può inferire dalla risposta. Nella replica della Bonino, si notino la domanda iniziale “La responsabilità?”, le pause e le ripetizioni, tutti escamotage che le servono per prendere tempo per dare una risposta sensata e che ci informano che la domanda è sensitiva.

Una dichiarazione di Fausta Bonino a un convegno di Fino a Prova Contraria del 27 luglio 2016:

Perché sono venuta qui? Perché spero che questa riunione, che questo convegno cambi un po’ le cose e a nessun altro succeda quello che è successo a me, di essere sbattuta in galera innocente, io sono assolutamente inn-ocente, non ho fatto nulla eee tutto il clamore mediatico (incomprensibile), tutto quello che è successo dopo, io mi auguro che non succeda a veramente nessun altro perché m’ha cambiato tantissimo la vita e poi posso dire anche una cosa, che se una persona si trova innocente in galera, come mi sono trovata io, e non c’ha soldi, non c’ha dietro una persona come Cesarina, come mio marito, non so se sarebbe uscita fuori, spero proprio che questi vostri convegni cambino la situazione. Io vi ringrazio, non ho nient’altro da dire.

“innocente, io sono assolutamente inn-ocente”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro la Bonino sembra ritenere che esistano gradi di innocenza, ovvero che si possa essere “innocenti” o “assolutamente innocenti”.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto si riferisce ad un arco di tempo indeterminato e non all’evento omicidiario.

Da un’intervista a La vita in Diretta del settembre 2016:

Sapevo di non aver fatto nulla e come infermiera sono sempre stata un’ottima infermiera. 

“Sapevo di non aver fatto nulla” non è una negazione credibile ed è anche indebolita da “Sapevo”.

La Bonino, invece di negare in modo credibile, sceglie di descriversi come “un’ottima infermiera” (Virtue Signalling), un’escamotage che usa per indurre i suoi interlocutori a tirare le conclusioni. 

Da un’intervista a TeleElba del 12 marzo 2017

Giornalista: Com’è possibile, dopo appunto il carcere, dopo l’attenzione che ha avuto di tutta l’Italiavivere una quotidianità tranquilla, ce la fa comunque ad essere abbastanza, diciamo, oggettiva anche con quello che sta attraversando?

Fausta Bonino: Sì, ce l’ho fatta grazie a mio marito, ai miei figlioli, agli amici e soprattutto a Cesarina che m’ha sempre spronato, m’ha sempre detto cheee… non c’era nessuna prova, che erano solo indizi, m’ha sempre creduto, m’ha sempre sostenuto, m’ha sempre aiutato moralmente. Io che venisse fuori la verità c’ho sempre creduto.

“m’ha sempre detto cheee… non c’era nessuna prova, che erano solo indizi” è uno stralcio che fa pensare, è la Bonino infatti ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

Giornalista: Lei si è sempre proclamata innocente.

Fausta Bonino: Sì, ma lo sono innocente, io non ho fatto nulla, mi sono trovata coinvolta in questa situazione e spero che passi presto, che si arrivi presto alla verità.

“sono innocente” e “io non ho fatto nulla” non sono negazioni credibili, come già visto in precedenza.

Giornalista: Lei ha un rapporto molto particolare con il suo avvocato, un avvocato particolarmente coraggioso che penso dia molto coraggio in una situazione così.

Fausta Bonino: Sì, a me m’ha dato tantissimo coraggio dal primo giorno in prigione, che non sapevo cosa fare, è arrivata lei, m’ha subito detto, prima m’ha abbracciato, poi m’ha detto ti tiro fuori, non c’è nessuna prova (…) è fantastica. 

“non c’è nessuna prova” è una frase che, ancora una volta, fa pensare, perché è sempre la Bonino ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Un’intercettazione: 

Fausta Bonino ad una collega infermiera: Io le ho scritto: “Se pensano davvero che fra una di noi”- in un messaggio eee- “ci sia una che fa quello, è un mostro”, e lei m’ha risposto: “No, è una persona malata che va aiutata e bisogna scoprire chi è”, ma come mi hanno detto a me, mi hanno insistito a me che uno può non avere dei momenti, che mi hanno tartassato e tutto, no?, per me quello che ne pensa lei ora, l’hanno convinta e molto probabilmente la prima, sempre presente, l’epilessia qui e là, sono stata io. Ora capisco, capisco tutto e lei ha cambiato molto atteggiamento da quando ha parlato con loro.”

Si noti che “sono stata io” sono parole spontanee della Bonino, non ripetute a pappagallo, rappresentano pertanto un’ammissione tra le righe.

Da un’ntervista a RTV38 prima dell’incidente probatorio:

Fausta Bonino: Io sono tranquilla perché non ho fatto nulla, quindi spero venga fuori la verità, vi posso dire solo questo, sto aspettando la verità.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

Il 2 marzo 2019, dopo la richiesta del pubblico ministero:

Fausta Bonino: L’unica cosa che posso dire è che non ho fatto nulla. Sono cose che non ho mai fatto, è stata dura ascoltarlo. Mi sono sempre comportata bene, è impossibile che sia finita in questo incubo

Ancora una volta “non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“cose che non ho mai fatto” non è una negazione credibile.

Si noti che la Bonino ancora una volta non chiama con il proprio nome i reati di cui è accusata ma li definisce “cose”.

E ancora una volta, invece di negare in modo credibile, dicendo “Mi sono sempre comportata bene”, prova a suggerire la conclusione a chi la ascolta dipingendosi come un “Good Guy”.

Il 19 aprile 2019, prima della sentenza:

Giornalista: (incomprensibile)

Fausta Bonino: Non posso dire bene, ma sono ottimista.

Giornalista: Lei ha sempre professato la sua innocenza.

Fausta Bonino: E credo che non ci sia niente che lo… che possa dimostrare il contrario.

“credo” è un qualifier che ci informa che la Bonino non è sicura di ciò che sta per dire.

“che lo…” è un’interessante autocensura.

Fausta Bonino: Eeee però non si sa mai, capito?… cosa possa venir fuori da tutto, come è nata questa storia, è nata così male cheee…

Il 19 aprile 2019, dopo la condanna all’ergastolo per gli omicidi di Franca Morganti, Mario Coppola, Angelo Ceccanti e Bruno Carletti:

Fausta Bonino: “Non è giusto. Non ho fatto nulla”.

“Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“Io non ho iniettato l’eparina a X, Y, W, Z. Questa è la verità” sarebbe stata una negazione credibile.

“Non è giusto. Non ho fatto nulla” sono frasi che dicono i bambini che vengono puniti per aver commesso una marachella.

La criminologa Ursula Franco smonta la bufala che vuole che Zodiac e il Mostro di Firenze siano la stessa persona (intervista)

La busta inviata a Silvia Della Monica con il lembo di pelle di Nadine Mauriot

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2018

Dottoressa cosa ne pensa della teoria Zodiac uguale Mostro di Firenze?

E’ una boiata, è la ciliegina sulla torta di una delle pagine più nere della criminologia italiana. Quello del Mostro di Firenze che ha ucciso 16 persone, è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano, ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali; gli inquirenti e i giudici non solo hanno fantasticato di vendite di “feticci” e “festini” ma hanno anche distrutto le vite di soggetti estranei ai fatti.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

E le lettere inviate dal Mostro e da Zodiac?

E’ comune che i serial killers inviino missive di sfida agli inquirenti, gli permette di tenere alti i livelli di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, che sono gli ormoni dello stress, adorano il rischio e amano stare al centro dell’attenzione. Angelo Izzo, un assassino sociopatico, negli anni, ha preteso di fornire ai magistrati informazioni sulla strage di piazza Fontana, sulla strage di Bologna e quella di piazza della Loggia, sugli omicidi di Mino Pecorelli, Fausto e Iaio e Piersanti Mattarella, sulla morte di Giorgiana Masi, su molti altri episodi di terrorismo e di mafia, sulla violenza sessuale subita da Franca Rame e infine sulla scomparsa di Rossella Corazzin, lo ha fatto solo perché si tornasse a parlare di lui.

Cosa c’è in comune tra le lettere inviate da Zodiac e quelle del Mostro di Firenze?

Nulla. Quell’insieme di segni zodiacali e numeri mostrati in televisione non sono mai stati attribuiti al Mostro di Firenze. Nel caso del serial killer italiano abbiamo un’unica certezza, ovvero che egli abbia inviato un lembo di pelle di Nadine Mauriot, una delle sue ultime due vittime, all’interno di una busta con l’indirizzo scritto con lettere ritagliate dai giornali, a Silvia Della Monica, un magistrato che si stava occupando del suo caso, il resto sono lettere inviate da mitomani, qualche migliaio.

Perché il mostro di Firenze e Zodiac non possono essere la stessa persona?

Zodiac avrebbe rivendicato anche gli omicidi italiani firmandosi Zodiac. E’ nella natura umana attribuirsi ciò che ci appartiene.

E poi, per un serial killer il legame con il territorio è vitale.

In caso di reati seriali commessi da serial killers stanziali, una tecnica per determinare in quale area viva l’offender è lo studio dei luoghi in cui commette i suoi crimini da un punto di vista geografico. Un serial killer che colpisce sempre nella stessa area mostra di aver uno stretto legame con il territorio in cui opera, tanto che grazie ad un modello comportamentale detto Geographic profiling si può delimitare l’area in cui il soggetto vive e anche ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto. Questo modello comportamentale parte dal presupposto che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa e che quindi viva nell’area all’interno del suo raggio d’azione. Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una ‘comfort zone’, un’area nella quale si sente al sicuro, area che, nella maggior parte dei casi, non è nella cosiddetta zona cuscinetto a ridosso di casa sua, in quanto in quell’area teme di venir facilmente riconosciuto. I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e dove ha l’opportunità di incontrare le sue vittime; le ‘comfort zone’ possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua, ma anche al posto di lavoro o alla casa dei suoi familiari.

Va da sé che difficilmente un serial killer poteva essere di casa a San Casciano in Val di Pesa e a Vallejo… siamo seri.

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

Il 25 aprile 2018, una Corte di Copenaghen ha riconosciuto colpevole di omicidio premeditato l’inventore danese Peter Madsen e l’ha condannato all’ergastolo. Madsen, all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, aveva ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne aveva poi smembrato il corpo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare, ma non di averla uccisa. L’inventore, durante l’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente, ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg il quale chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze investigative. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i resti della ragazza e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire all’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva purtroppo ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere. Un movente intrapsichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni, ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Omicidio Pamela Mastropietro: una mia intervista

Innocent è un serial killer come il mostro di Firenze

Intervista alla criminologa Ursula Franco sull’omicidio della giovane Pamela Mastropietro, la 18enne uccisa e fatta a pezzi dal solo Oseghale per soddisfare una pulsione sessuale

Stylo24, 5 aprile 2018

Dopo le illazioni sui rituali della mafia nigeriana, dopo le ipotesi sul cannibalismo e violenze sessuali di gruppo, dopo aver addirittura lasciato intendere che a stroncarla fosse stata un’overdose, inizia ad affiorare la verità sulle ultime ore della povera Pamela, uccisa a Macerata tra il 29 e il 30 gennaio scorso. In un articolo pubblicato su Stylo24 l’8 febbraio scorso la criminologa Ursula Franco aveva anticipato quel che poi le consulenze sul cadavere della 18enne hanno successivamente accertato. E cioè che ad ammazzare la ragazza e a sezionarne il cadavere fosse stato il solo Oseghale per motivi diversi dalla semplice violenza sessuale.

Sappiamo da giorni che gli unici DNA repertati sul corpo di Pamela Mastropietro appartengono al tassista che portò la ragazza a Macerata e a Innocent Oseghale, è invece notizia recente che i RIS, nonostante i ripetuti sopralluoghi nell’appartamento di via Spalato in cui è stata uccisa Pamela, non abbiano repertato impronte appartenenti né a Desmond Lucky né a Lucky Awelima ma solo impronte di Innocent Oseghale, che ne pensa dottoressa Franco?

Sono due mesi che dico che l’unico responsabile dell’omicidio di Pamela Mastropietro e del sezionamento del suo cadavere è Innocent Oseghale, quello della Mastropietro è un delitto che ha tutte le caratteristiche di un omicidio commesso da un serial killer. La riprova? Le due valigie con i resti di Pamela non sono state occultate pertanto da subito era facile intuire che quel sezionamento non era finalizzato all’occultamento e che era da escludere una morte per overdose. E’ illogico pensare che uno spacciatore faccia a pezzi il corpo di una ragazza morta in casa sua in seguito ad una overdose. Lo ripeto: Innocent Oseghale non avrebbe avuto motivo di “frazionare” il corpo di Pamela Mastropietro in pezzi così piccoli né tantomeno avrebbe trasformato casa sua in un mattatoio se non avesse ucciso lui la giovane donna al solo scopo di smembrarla. Il fatto che, dopo lo smembramento, Innocent non abbia propriamente occultato i resti del cadavere di Pamela ci permette di escludere che lo smembramento sia stato un atto di tipo “difensivo”; se lo smembramento fosse stato finalizzato all’occultamento, Oseghale avrebbe occultato al meglio i resti della sua vittima.

Secondo lei ci fu una violenza sessuale o un tentativo di violenza sessuale prima dell’omicidio?

L’ho sempre escluso e le indagini hanno confermato il mio convincimento. Sul corpo della Mastropietro non sono stati trovati segni di uno violenza sessuale non a causa dello stato dei suoi resti ma semplicemente perché Oseghale non ha violentato Pamela, l’omicidio della Mastropietro è un omicidio senza un apparente movente perché il movente è intrapsichico. Il medico legale ha dichiarato: “lo strazio inflitto al corpo va molto oltre ciò che sarebbe stato necessario per chiuderlo in due valigie”, quello “strazio” è servito a saziare un bisogno psicologico. Oseghale ha ucciso e depezzato il cadavere per ottenere la gratificazione di un suo bisogno psichico e sono proprio gli atti non finalizzati alla commissione del delitto e all’occultamento del cadavere che ci svelano il movente. Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla. Oseghale non ha agito atti sessuali veri e propri ma un’attività sessuale sostitutiva. Oseghale ha ottenuto una gratificazione sessuale dal meticoloso smembramento del cadavere di Pamela ed è con tutta probabilità un soggetto sessualmente incompetente come lo sono molti serial killer con il suo stesso quadro psicopatologico.

Come si spiega la precisione con cui è stato sezionato il cadavere?

L’omicidio e lo smembramento del cadavere di Pamela hanno rappresentano un “act out” di fantasie perverse che Oseghale coltivava da tempo. Un omicida per lussuria come lui, per mesi o per lunghi anni, si nutre di fantasie e gode nel premeditare il delitto in modo meticoloso e nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto.

Che cosa pensa del fatto che si sia addebitato l’omicidio di Pamela Mastropietro al branco, alla mafia nigeriana, a riti tribali, ad un macellaio o ad un chirurgo?

Chi si è espresso in questo senso evidentemente ignora il fenomeno dei serial killer, le ripeto, sono ipotesi insostenibili, deliranti che, se non fosse per il tragico fatto, definirei esilaranti.

Pensa che la procura di Macerata tornerà sui suoi passi?

Ho i miei dubbi, il caso è molto semplice ma non credo che si arriverà mai alla verità se si continuerà non solo a cercare un movente classico come può esserlo un tentativo di violenza ma anche se si continuerà ad ignorare che Innocent Oseghale è un serial killer dello stesso tipo del mostro di Firenze e di Massimo Giuseppe Bossetti, un lust murderer, un anger-excitation sexual murderer.

Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled.

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the fact.

A UK trained Analyst with whom I collaborate, also noted: Aside from the missing information, the big thing is where he says “I’m sorry*” which is a big red flag. He minimises via use of passivity “an error”. He has a need to add the unnecessary words “deliberate act…”. What is he thinking about? This is leakage. What did he see her die of? “Something” is passive. He doesn’t say he saw her fall down as the pronoun “I” is missing. Interestingly he has the need to add another unnecessary word, which makes it important to him when her says, her “whole” body. Again, he has knowledge of everything. This is leakage. He can’t seem to help himself with the need to explain and the missing information and leakage. He himself is his priority.

* “I’m sorry” is often an indicator of a form of regret; for some, for what they have done (or failed to do) and for others, for being caught.  

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The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject.

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”.

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Madsen’s biographer, Djursing, revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma mi dispiace che il Nautilus sia affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall, da lui commesso, si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto difensivo, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla od occultarla e da questa attività superflua, che possiamo considerare a tutti gli effetti una personation, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento diverrà la sua firma.

Non sappiamo se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli investigatori abbiamo ritrovato gli indumenti intimi della Wall all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino l’ha evidentemente presa all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando è stato localizzato, il sottomarino stava navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovavano a bordo; il ritrovamento della biancheria della Wall all’interno del Nautilus chiude il cerchio, non è stata una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall; gli assassini come Peter Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima, un cosiddetto “souvenir”, che, ogni qualvolta lo desiderino, gli permette di accedere alle proprie memorie per rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall

Did famous novelist Michael Peterson batter his ‘beloved’ wife to death with a poker in their luxury mansion?

As BBC Radio 5 live launches its first ever true crime podcast Beyond Reasonable Doubt? presenter Chris Warburton takes a look at the fascinating American court case behind it.

BY CHRIS WARBURTON, Daily Mirror

00:00, 20 JUN 2017 UPDATED 09:44, 20 JUN 2017

Kathleen Hunt Atwater Peterson died at home

I have to confess that I haven’t read any of Michael Peterson’s novels.

A Time of War, which came out in 1990 was described in one review as having ”all the elements of a TV mini-series; lush settings, sexy characters, high-level cloak-and-dagger espionage and acts of personal bravery.”

That review is as nothing when compared with the real-life story of the author himself

Michael Peterson was a bit of a local celebrity in Durham , North Carolina – a city the size of Salford or Southampton and one third of the “Triangle” of cities completed by Raleigh and Chapel Hill.

He wrote a column for the local paper which criticised the authorities, and particularly the police – calling them bigoted and corrupt.

Killer or innocent? A new podcast looks at the death of Michael Peterson’s wife(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

He had a website ‘“ hizzoner.com ” which he used as a platform to criticise and condemn.

Ironically it was officers from that same police force, the Durham Police Dept, who arrived at Michael’s colonial style mansion in the leafy Forest Hills suburb in the early hours of that fateful December morning in 2001.

They were answering a dramatic 911 call from Peterson saying that his second wife, Kathleen, had fallen down the stairs and was no longer breathing.

That call, which even after all these years is chilling and harrowing, has been picked over and analysed. Once heard, not forgotten.

In one night the life of a vibrant, happy go lucky wife, mother and daughter had been snuffed out.

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Kathleen Peterson’s sister, Candace Zamperini, at a court hearing (Image: Tribune News Service)

And in her beloved house too – the mansion where she and Michael entertained, held parties and fund raising functions, and celebrated their wedding just a few years earlier.

When Chief Investigator Art Holland and his team arrived they found the 48 year old telecoms executive dead at the foot of a narrow wooden staircase which in a bygone age was used by the servants. There was a lot of blood.

Michael said Kathleen had been drinking, was also taking valium and that she must have slipped and fallen while he, unaware, was sitting out by the swimming pool smoking and finishing off his drink.

That was the best and only explanation he had for the tragedy.


Lawyer David Rudolph with client Michael Peterson

After all, he adored her , they were soul mates he said and the five kids they shared their mansion with (his two boys from his previous marriage, two adopted girls and Kathleen’s daughter from her first marriage) testified as to how much in love Kathleen and Michael were.

He was a pillar of the community – a man who raised money for good causes, a decorated war hero. He’d even run for Mayor.

The police saw it differently. Apart from the blood, some aspects of Michael’s behaviour troubled them and after an autopsy showed lacerations on Kathleen’s skulll, they put forward an alternative version of events.

One which had Michael striking Kathleen repeatedly with a fireplace implement called a blowpoke.

Then, Kathleen, a much loved daughter, mother and sister, bled to death.

The news that Michael was being charged with first degree murder shocked and divided the community.

The case attracted the attention of a French film crew who virtually took up residence with Michael as his case was coming to court. Locals accused them of bias in favour of Michael.

Every major news network was there at the old Durham county courthouse in 2003 when the trial began. It took weeks to simply get a jury sworn in who everyone agreed with.

Beyond Reasonable Doubt is a brand new podcast about the biggest US murder case you’ve never heard of(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

It became the longest and most expensive trial in North Carolina history, watched live on TV, discussed in detail by the talk show hosts.

And they had plenty to talk about. The trial shone a light on Michael’s life, his history, his financial records and his relationship.

The defence and prosecution attorneys became household names – the D.A an upright, calm and imposing figure with a sharp Southern assistant by his side- fire and ice said one reviewer.

On the opposite bench a sharp, clever, charismatic defence attorney who was seen as a hero by some, a bit-too-clever-by-half by others.

Positioned behind them, family, friends and supporters either hung off every word of evidence or grew upset and angry.

They watched star witnesses, conflicting evidence about blood spatter and touching pictures of an earlier, happier life.

Even when the trial was over, it wasn’t really over. In the years that followed there were more court appearances, more twists, more anger, more revelations.

The case didn’t finally reach closure until February this year and I was there to see it.

In the months before I had become a bit obsessed with the case – it does that to you.

I discussed theories with my boss at Radio 5 live and my producer on the trip – they too, obsessed.


Chris Warburton delves into the death of Kathleen Peterson (Image: BBC)

My time in Durham was punctuated by moments of bizarreness which I won’t forget in a hurry and I am looking forward to sharing with you.

Join us on BBC Radio 5 live to follow every fascinating twist and turn of the case week by week, by subscribing to the podcast Beyond Reasonable Doubt?

You may become as obsessed as we are. You will certainly reach your own conclusion as to whether Michael is a cold-blooded killer or an unlucky victim of awful circumstances.

You will think the script was written by a novelist but believe me, every word of it is true.

Intervista sull’omicidio di Marina Di Modica

L’OMICIDIO DELLA LOGOPEDISTA MARINA DI MODICA

Per il crimine è stato condannato Paolo Stroppiana a 14 anni di reclusione. La criminologa Ursula Franco ne svela i punti salienti ed il profilo psicopatologico del reo

Paolo Stroppiana è stato condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio della logopedista Marina Di Modica, omicidio che, in dubio pro reo, la cassazione ha ritenuto preterintenzionale. Stroppiana è rinchiuso in carcere dal 14 aprile 2011.
Nella sua requisitoria il procuratore generale Vittorio Corsi ha affermato: “Signori giurati, guardatelo, è una maschera di falsità, processi come questo ne capitano uno ogni cento anni, l’uomo che vedete, come hanno raccontato diverse sue amanti, ha abitudini sessuali rischiose, predilige stringere il loro collo dopo averle ammanettate, dovete assicurarlo alla giustizia e non assolverlo”. Secondo i giudici di secondo grado: “L’esecuzione dell’omicidio è stata facilitata dalla fiducia che la Di Modica aveva ingenuamente concesso allo Stroppiana nella convinzione di avere a che fare con una persona leale e corretta, nella particolare circostanza, aveva fatto affidamento sulla presunzione che colui, il cui invito aveva accettato, rispettasse delle elementari norme di civiltà adottate in tutti gli ambiti sociali ed in tutti i tempi e si era perciò completamente rimessa alla sua lealtà” (Sentenza 21 luglio 2008, Corte di Assise di Appello di Torino).

di Domenico Leccese, pubblicato su ROMA il 1 luglio 2017

Dottoressa chi è Paolo Stroppiana?

Paolo Stroppiana è nato a Torino il 21 agosto del 1957 e ancora minorenne si è iscritto al Fronte della Gioventù di cui è divenuto segretario provinciale e presto dirigente nazionale; ha frequentato per tre anni il Quinto liceo; nel 1973, per motivi politici, si è trasferito all’Istituto privato Mazzarello; negli anni del liceo ha partecipato a pestaggi di studenti di sinistra; alla fine degli anni ’70 ha aderito al gruppo eversivo di estrema destra NAR Terza Posizione; ha partecipato a furti di mezzi di trasporto ed a rapine che il gruppo faceva per autofinanziarsi. Nel 1982, arrestato a Roma dopo una rapina, accusato di rapina pluriaggravata, ricettazione, banda armata, detenzione di armi e lesioni personali, il camerata Stroppiana si è dissociato e ha collaborato con gli inquirenti fornendo dettagli circa i fatti ed indicando i nomi dei compagni. Testimone al processo di piazza Fontana ed a quello per la strage di Bologna ha fatto rivelazioni sugli intrecci tra i gruppi di estrema destra. Negli anni ha accumulato alcune condanne per emissione di assegni a vuoto.

Chi era Marina Di Modica e come conobbe Stroppiana?

Marina di Modica era nata a Torino il 19 giugno del 1956, aveva lavorato in ospedale come logopedista, incontrò il filatelico Stroppiana a casa dell’amica comune Bianca Tovo e purtroppo per lei lo trovò “interessante, anche se un po’ stranocchio”, così almeno lo descrisse alla moglie del padre. Marina parlò a Paolo di alcuni francobolli trovati nella soffitta della madre e, dopo circa un mese, Stroppiana la invitò a cena.

Quando scomparve la Di Modica e cosa ricondusse a Stroppiana?

Dalla sera in cui Marina avrebbe dovuto incontrare Stroppiana a cena, sono scomparsi i francobolli ed è scomparsa Marina. La donna è svanita nel nulla lasciando un appunto sull’agenda, al giorno 8 maggio 1996, tra le ore 18 e le 19: Cena Paolo per francobolli. Grazie a questo appunto gli inquirenti sono risaliti facilmente a Stroppiana, il quale solo dopo molti anni è stato processato e finalmente è entrato in carcere nell’aprile del 2011. Sono molti gli indizi contro di lui, le ritrattazioni e le menzogne che ha raccontato negli anni agli inquirenti e ai giudici, tali che Stroppiana è stato condannato senza che il corpo di Marina fosse mai trovato.

Com’era Marina e cosa fece prima di sparire?

La Di Modica era una donna di 39 anni, riflessiva, riservata, timida, educata, un po’ introversa, salutista, single ma desiderosa, a detta delle amiche, di un compagno e di un figlio, è scomparsa dopo essere stata dal parrucchiere, dopo essersi comprata scarpe e calze nuove per una cena con una persona “interessante”.

Come si è comportato Stroppiana durante il processo a suo carico per l’omicidio della Di Modica?

Paolo Stroppiana, durante le udienze del processo per omicidio, non ha manifestato emozioni, ha letto alcune dichiarazioni scritte, per il resto, ha parlato in modo monotono come se leggesse, ha trascorso la maggior parte del tempo con una o entrambe le mani davanti alla bocca, ha ascoltato impassibile il suo colorito avvocato ed a volte, mentre rispondeva al giudice, è stato a dir poco indelicato nei confronti della vittima, infine, ha sorriso molto. Durante gli anni che lo hanno visto protagonista del caso Di Modica, ha concesso varie interviste ai giornalisti e si è lasciato andare a battute ironico sarcastiche del tipo:  “… per fortuna quella sera (quella della scomparsa di Marina) ero fuori a cena con amici e non ero a casa con il mal di pancia. Sarebbe stato antipatico doverlo andare a spiegare”. In primo grado, alla lettura della sentenza di condanna a 21 anni per omicidio volontario, è rimasto basito. In secondo grado, alla lettura della sentenza che lo ha condannato ad una pena minore, 16 anni per omicidio preterintenzionale, ha riso fino a mostrare le gengive, ha riso di un sorriso intrattenibile.

Chi è Stroppiana da un punto di vista psicopatologico?

Paolo Stroppiana è un uomo incline alla violenza come prova il suo curriculum. Da giovane è entrato, con tutta probabilità, in un gruppo eversivo di estrema destra solo per la sua necessità di agire violenza. Stroppiana non è mai stato motivato politicamente. Appena lo hanno arrestato, a Roma, dopo una rapina, si è dissociato e durante il processo d’Appello ha dichiarato: “Non ero motivato per fare il terrorista e per fare la lotta armata, non ne condividevo… ” (udienza del 29 aprile 2008).

Paolo Stroppiana è sommerso da un punto di vista emozionale da sentimenti di rabbia, ostilità e disprezzo, in specie nei confronti delle donne e proprio queste sono le motivazioni che lo hanno condotto a comportamenti aggressivi e violenti.

Stroppiana è uno psicopatico che indossa la maschera della sanità, ha ucciso perché disprezza le donne ma non ha ucciso tutte quelle con cui ha avuto rapporti sessuali, la sua vittima ideale è una donna vulnerabile. Stroppiana ha un elevato grado di controllo su tutto, si è preso il tempo necessario a studiare la sua vittima e ad organizzare la trappola nei dettagli, anche in passato, a parte le risse, ha sempre valutato rischi e benefici, non si è mai esposto troppo durante la lotta armata, sceglieva i mezzi da rubare o le banche da rapinare ma, in realtà, non partecipava mai in prima linea alle rapine. Egli, come ha potuto, per ottenere vantaggi per sé, ha venduto i compagni. Stroppiana è sempre stato un opportunista, un vigliacco, ha ucciso una donna indifesa, infatuata di lui. Il suo fascino per trascorsi politici e relative conoscenze, le sue capacità manipolatorie, il lavoro alla Bolaffi, le amicizie altolocate, in una Torino borghese e provinciale, sono state la sua tela di ragno. Stroppiana, non a caso, con Marina Di Modica ha messo in pratica la tecnica del ragno, una delle tre tecniche usate dai serial killer per catturare le proprie vittime; dopo averla manipolata, l’ha attirata in casa sua e l’ha uccisa.

Come inquadra l’omicidio della Di Modica?

Stroppiana ha fantasticato e pianificato nel dettaglio l’omicidio di Marina Di Modica finché il risentimento che ha dato vita alle sue fantasie lo ha condotto a metterle in pratica. Paolo Stroppiana è un anger-retaliatory sexual murderer il cui movente è l’odio nei confronti delle donne, un odio che nasce da un rapporto problematico con una figura femminile, forse la madre; le sue vittime non sono che surrogati di quella figura.

Sembrerebbe un omicidio ascrivibile ad un serial killer.

Stroppiana è un serial killer organizzato che ha avuto, fuori dal carcere, una vita sociale ordinaria e perfettamente funzionale ai suoi impulsi di morte. Della sua vita sociale ordinaria hanno fatto parte un impiego alla Bolaffi dal 1987, il fidanzamento con la collega Beatrice Della Croce di Dojola ed una passione per l’alpinismo. Durante i 18 anni di fidanzamento con Beatrice, Stroppiana ha avuto molte amanti, Elena Strobbia, Margherita Meneghin, A. A. e molte altre, che, sentite durante il processo, hanno permesso di delinearne la personalità, facendo emergere una figura di arrampicatore sociale, apparentemente normale nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali ma incapace di un vero rapporto d’amore e rispetto, desideroso di rapporti sessuali particolari, mentitore abituale, capace di atti di intimidazione e di violenza se rifiutato.

Perché Stroppiana scelse di uccidere proprio la Di Modica?

Quando il giudice, durante il processo, ha chiesto a Paolo Stroppiana se fosse a conoscenza del fatto che Marina soffrisse la sua solitudine, ha risposto: “… è evidente che se una persona di 40 anni è sola….”, Stroppiana evidentemente sapeva.  Il filatelico scelse la Di Modica proprio per le sue debolezze, una vittima perfetta, una donna vulnerabile da manipolare utilizzando il proprio carisma, una donna da usare come un oggetto per soddisfare i proprio bisogni patologici. Paolo disprezzava la Di Modica, ne fantasticò l’omicidio e al momento giusto mise in atto le proprie fantasie.

Secondo lei, Beatrice Della Croce di Dojola, la fidanzata di Stroppiana, ha rischiato di essere uccisa?

No, Stroppiana ha mostrato di rispettare la propria fidanzata, Beatrice, non l’ha uccisa perché la usava, la donna aveva un cognome altisonante e un giro di amicizie altolocate. La Della Croce gli serviva, lo ha aiutato a costruirsi il personaggio. A volte, durante l’atto sessuale la legava, l’ammanettava, una volta le ha stretto il collo fino a renderla cianotica, ma non l’ha uccisa, “.. non ho mai messo Beatrice in condizioni di pericolo” (Udienza del Processo della corte d’Assise d’Appello). Proprio la Della Croce lo ha protetto per anni con un alibi falso quando è stato ritrovato l’appunto sull’agenda di Marina ma poi la donna ha ‘chiaccherato’ troppo, si è tradita e si è scoperto tutto.

Beatrice Della Croce, ha quindi mentito agli inquirenti?

Beatrice ha mentito ma non è stata processata per favoreggiamento a causa della prescrizione del reato; per i giudici che hanno condannato Stroppiana, hanno mentito sull’alibi sia lei che sua figlia Maria Alberta, la quale ha confessato in aula di averlo fatto per “paura di fare male a Paolo”.

Che Torino è emersa dal processo a Stroppiana?

Dal processo è venuta fuori una Torino bene provinciale, piccolo borghese, un gruppo di amici dispatici, chiaccheroni, frustrati, sentimentalmente falliti e insensibili. Un gruppo del quale facevano parte conoscenti comuni a Paolo e a Marina, nessuno dei quali si è mai preso la briga di mettere in guardia la delicata Marina da un mostro come Paolo Stroppiana.

Perché Stroppiana non ha rivelato il luogo dell’occultamento del corpo di Marina?

Paolo Stroppiana, invitato dall’avvocato Zancan, durante un’udienza, a liberarsi, a parlare, non ha confessato l’omicidio, non ha detto dove aveva occultato il corpo della Di Modica; nonostante i vantaggi che ne avrebbe tratto processualmente, il filatelico ha scelto di non parlare, non perché non gli interessasse una riduzione della pena ma perché ha ben valutato, ancora una volta, rischi e benefici; se avesse indicato dove si trovano i resti di Marina, la sua posizione si sarebbe aggravata, avrebbe rischiato, forse, di essere giudicato per almeno un altro omicidio. Raramente quando ci si imbatte in un serial killer si viene in contatto con lui al primo omicidio.

Dottoressa, che cosa pensa della condanna per omicidio preterintenzionale a soli 14 anni?

Il rischio che, una volta libero, Stroppiana torni ad uccidere è elevato. Non dimentichiamoci poi di Camilla Bini, la cui scomparsa è facilmente riconducibile a Paolo Stroppiana, in specie alla luce della condanna per l’omicidio della Di Modica.

Chi era Camilla Bini e perché lei afferma che la sua scomparsa sia riconducibile a Stroppiana?

Camilla Bini, amica e collega comune di Beatrice Della Croce e di Paolo Stroppiana, è scomparsa da Torino nell’agosto del 1989. Camilla, madre somala e padre italiano, era nata a Mogadiscio il 6 luglio del 1955, ultima di 6 figlie, ed era cresciuta in collegio. A 15 anni si era trasferita in Italia, a Subiaco, presso un convitto di suore e aveva lavorato come segretaria d’azienda. Dopo qualche anno si era trasferita a Torino dove era impiegata alla Bolaffi. E’ stata descritta dai conoscenti come bella, gentile e diffidente. E’ scomparsa l’8 agosto del 1989, il giorno prima di partire per le ferie estive. All’epoca della scomparsa frequentava Paolo Stroppiana, a volte da solo, a volte in compagnia di Beatrice. In quel periodo il filatelico aveva confessato ad un collega di aver avuto rapporti intimi con lei, mentre, dopo la scomparsa della ragazza, aveva negato le frequentazioni assidue e aveva riferito agli inquirenti di averla conosciuta solo superficialmente. Camilla era mulatta, africana, di famiglia modesta, caratteristiche che sono per Stroppiana un disvalore e che hanno risvegliato in Stroppiana il disprezzo. Beatrice e Paolo hanno descritto Camilla come “una con molti fidanzati, alla ricerca di un uomo ricco da sposare”. Beatrice Della Croce ha riferito agli amici: “La Bini aveva il complesso di essere una ragazza africana e voleva che le presentassi ragazzi ricchi”. La giovane Camilla, lontana dalla propria famiglia, in procinto di partire per le ferie estive, rappresentava la vittima ideale, per caratteristiche psichiche e situazionali. Il suo omicida era a conoscenza della imminente progettata partenza per le vacanze estive e sapeva che nessuno avrebbe cercato Camilla per lungo tempo, non poteva sperare in un momento migliore per ucciderla e farne sparire il corpo.

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