Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate dall’infermiera Fausta Bonino

Fausta Bonino

L’infermiera Fausta Bonino, nata a Savona il 9 aprile del 1961, è accusata dalla procura di Livorno di omicidio volontario continuato e pluriaggravato in danno di alcuni pazienti ricoverati nell’unità operativa di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Villa Marina di Piombino tra il 2014 e il 2015.

Il PM Massimo Mannucci, durante l’udienza del 2 marzo 2019 del processo che si svolge con il rito abbreviato, ha chiesto al giudice di condannarla all’ergastolo. L’arringa della difesa è fissata per l’udienza del 22 marzo, il 19 aprile sarà emessa la sentenza.

“Secondo l’ipotesi accusatoria, il decesso dei pazienti era stato determinato dalla deliberata quanto arbitraria somministrazione, in alcun modo prevista dalle terapie prescritte, come da acquisite cartelle cliniche, di un farmaco anticoagulante (l’eparina) in dosi tali da cagionare la morte per improvvisi ed irreversibili episodi emorragici. La presenza di eparina in quantità letali fu accertata nei campioni di sangue delle vittime più recenti, dopo che il dirigente medico del laboratorio di analisi dell’ospedale di Piombino aveva allarmato le competenti autorità sanitarie per la sequenza di morti da mancata coagulazione del sangue e, conseguentemente, aveva inviato i campioni ematici dei suddetti pazienti ad una specialista dell’ospedale Caruggi di Firenze, dott.ssa D. P., in servizio presso il “centro trombosi”, la quale aveva confermato gli esiti delle analisi per presenza nei campioni a lei trasmessi di elevate dosi di eparina, non giustificate dalle patologie sofferte dai degenti e non indicate nelle rispettive cartelle cliniche, e, dunque, riconducibili -secondo la tesi accusatoria- alla volontaria somministrazione della detta sostanza a scopo letale. Ai predetti quattro casi si aggiunsero, nell’indagine, altri otto episodi di morti sospette per analoga eziologia, ovvero per anomali fenomeni emorragici, senza che si fosse proceduto, in tali casi, al prelievo e all’esame di campioni ematici. Il dottor D.P., la dott.ssa P. M. e l’infermiera professionale A.V. stilarono congiuntamente un documento che, con riguardo a ciascuno dei tredici pazienti considerati, indicava l’orario e le ragioni del decesso, l’ora e la data in cui si era verificato il primo sintomo emorragico, ovvero un esito anomalo dei prelievi (indicativo del cosiddetto “scoagulamento” o “scoaugulazione”)* e i turni di servizio del personale. Da tale quadro sinottico emerse che l’unico addetto sempre presente in turni compatibili con gli eventi emorragici o con la manifestazione dei primi sintomi dell’incoagulabilità del sangue era stata l’infermiera professionale, Bonino Fausta, la quale prestava il suo servizio in cinque giorni alla settimana, nella fascia oraria 14-21. Nessun decesso sospetto si era verificato nel periodo dal 5 ottobre al 23 novembre 2015, in cui la Bonino era stata assente per ferie, malattia ed altre ragioni (Ordinanza della Corte di Cassazione. Penale Sent. Sez. 1 Num. 9755 Anno 2017. Udienza: 21/09/2016).”

*Sia chiaro che gli anticoagulanti, come l’eparina e il warfarin sodico, conosciuto come Coumadin, non “scoagulano” il sangue, che è sempre fluido, ma ne rallentano la coagulazione e per questo favoriscono le emorragie.

Poiché Fausta Bonino sostiene di essere innocente, l’analisi delle sue dichiarazioni alla stampa si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un  innocente dica e ciò che la Bonino dice, expected versus unexpected.

Ci aspettiamo che la Bonino:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso i reati di cui è accusata dicendo “non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” e che poi, riferendosi alle sue negazioni, dica: “sto dicendo la verità”.

Da un’intervista a TeleElba del maggio 2016:

Giornalista: Un’accusa pesantissima per Fausta Bonino, terribile, aver ucciso 13, forse 14, persone con premeditazione, come si convive con questo?

Fausta Bonino: Male, molto male, è stato uno shock, un trauma, anche perché io non ho fatto nulla, sentirmi accusata di tutte queste cose, è stato veramente uno shock.

“io non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto atemporale e aspecifica.

Si noti che la Bonino chiama gli omicidi “queste cose”, lo fa per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è accusata.

Giornalista: 21 giorni di carcere, dal 30 marzo al 21 aprile in una cella immaginiamo con dei pensieri, cosa le passava per la testa?

Fausta Bonino: Ma di tutto m’è passato per la testa, peròòò sono sempre stata ottimista, nonostante tutto, perché Cesarina, dal primo giorno che mi è venuta a trovare in prigione, mi ha dato coraggio, mi ha prima abbracciata, poi m’ha detto che gli indi… che secondo lei erano solo indizi, e me l’ha detto subito che m’avrebbe tirato fuori ee se… mi ha detto di avere tanta forza, di mangiare, di stare parecchio su perché se non lo volevo far per me, di farlo per mio marito e i miei figlioli e a me m’ha dato un coraggiooo, l’ho vista proprio battagliera, l’ho vista… se non ci fosse stata lei non lo so come l’avrei presa, però mi haa… infuso tanto coraggio.

La frase “poi m’ha detto che gli indi…” termina con un’autocensura.

“secondo lei erano solo indizi” è una frase inaspettata che induce a chiederci che cosa la Bonino si aspettasse che ci fosse contro di lei.

Giornalista: L’impianto accusatorio era e, per la procura, rimane pesantissimo, com’è potuto succedere questo?

Fausta Bonino: Eh, come sia potuto succedere, io questo non lo so, me lo sto ancora chiedendo eee molto probabilmente se indagassero veramente come dovessero indagare eh…

Si noti che la Bonino non termina la frase ma si autocensura e non ci dice a quali conclusioni “molto probabilmente se indagassero veramente” giungerebbero gli inquirenti.

Giornalista: 36 anni di servizio all’Ospedale Villa Marina di Piombino, conosce perfettamente gli ingranaggi della struttura e anche i suoi colleghi, cosa si sente di dire in questo senso?

Fausta Bonino: Allora, dei miei colleghi, specialmente… ehm… i colleghi infermieri, ma tutti, da quelli che c’ho lavorato lì in reparto, dopo che son stata spostata, a quelli degli ambulatori posso parlare solo che bene veramente ee… tutti quanti mi son venuti a trovare, tutti quanti m’hanno dato la loro sola… so-li-da-rie-tà, nessuno m’ha creduto colpevole, dei colleghi e l’unica personaaa è la caposala, vabbè che lei c’era di mezzo e è l’unica che non è venuta eee… ehm… della struttura mmmm a parteee… a me sembrava che funzionasse aabbastanza bene, eh… c’è… c’era questeee tanti morti, queste morti sospette, però come reparto si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati perché si ricoverava 4, 5 pazienti al giorno e se ne mandava via altri 4 o 5, eh… si può dire che si lavorava male.

Fausta Bonino, raccontandoci del clima nel quale le infermiere si trovavano ad operare, almeno secondo la sua percezione della realtà,“si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”, ci fornisce il possibile movente dell’omicida seriale di Piombino: ridurre le proprie e altrui incombenze, probabilmente per farsi benvolere dalle colleghe.

I cosiddetti angeli della misericordia o della morte, in genere medici o infermieri, uccidono per motivi diversi.

Alcuni, come Richard Angelo e il tedesco Niels Högel, che somministrava ai pazienti un farmaco antiaritmico non necessario, creano un’emergenza per poi dimostrare quanto siano bravi a salvare il paziente (malignant hero).

Invece, l’infermiere americano Charles Edmund Cullen, a suo dire, uccideva i propri pazienti per alleviarne le sofferenze e per evitare che venissero deumanizzati (mercy killer).

Alcuni tra questi serial killer uccidono perché identificano i loro pazienti con degli oggetti rotti e fastidiosi, oggetti di cui è giusto liberarsi, per alleggerire il lavoro a sé e ai colleghi, vi è pertanto anche una componente altruistica o quantomeno il desiderio di fare qualcosa per il gruppo di appartenenza allo scopo di farsi benvolere.

Capire un movente è estremamente importante perché una volta inquadrato lo si può usare come cuneo per far confessare un interrogato, il movente, infatti, chi interroga può trasformarlo in una scappatoia morale che è quella che facilita un’ammissione di responsabilità.

Giornalista: In questo momento, io le do qualche secondo, se lo ritiene opportuno, di dire qualsiasi cosa all’opinione pubblica, lei è stata in qualche modo indicata come un mostro, no?

Fausta Bonino: Io prima di tutto continuo a dichiararmi innocente che non ho fatto nulla, sono solidale con tutti i parenti delle vittime e vorrei che, come me, chiedessero giustizia, non un’indagine a senso unico che si ven… che venisse fuori veramente la verità di quello che è successo e che anche i NAS e il pubblico ministero cambiassero idea e cercassero la verità, non di incolpare me e basta.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria. Peraltro, la Bonino quando dice di essere innocente, dice il vero, perché un soggetto che non è stato giudicato è sempre “innocente de iure”, non sempre lo è “de facto” però.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a Quarto Grado del maggio 2016:

Gianluigi Nuzzi: Lei ha detto anche che ha paura di incontrare la gente (…) perché ha paura di essere riconosciuta, ma… si sente sporca di qualcosa?

Nuzzi parla troppo, contamina e suggerisce risposte, in ogni caso la domanda permetterebbe alla Bonino di negare.

Fausta Bonino: No, no, perché… i primi temp… ora mi sto anche abituando un pochino ad uscire, lo sto anche superando ma i primi giorni, da come mi avevano descritta, io avevo paura ad uscire, sì, perché la gente mi guardava, si giravano tutti, mi guardavano, ero stata sbattuta in prima pagina come un mostro, si immagini.

La Bonino, invece di negare, invece di dire “No, io non mi sento sporca, non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” parla di come l’avevano descritta, del fatto che fosse stata definita un mostro, e poi invita Nuzzi ad immaginare cosa significhi, come se la sua fosse un’esperienza comune e per questo immaginabile.

Gianluigi Nuzzi: (…) pensa di tornare alla normalità anche nel lavoro, negli affetti, nella fiducia verso gli altri?

Fausta Bonino: Nel lavoroo… iooo… mmm… dovrò andare per forza in ambulatorio perché avrò paura anche a fare una puntura, ora come o… in questo momento.. non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura, dico la verità, e quindi non lo so come riuscirò a prendere il lavoro, penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo eee… la serenità con la famiglia, sì, l’ho già ripresa, perché m’hanno dato tanto conforto sia i figli che il marito.

Quando la Bonino dice “avrò paura anche a fare una puntura”“non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura” è credibile perché si riferisce a ciò che ha appena detto con un “dico la verità”.

Si noti “penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo”. Con questa affermazione la Bonino lascia intendere che il reparto dell’Ospedale dove lavorava non fosse un posto tranquillo. In un’intervista a TeleElba, Fausta Bonino, raccontando del clima nel quale le infermiere lavoravano aveva detto “si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”.

Gianluigi Nuzzi: La procura è, comunque, dice: “Ci sono elementi importanti” (…) poi dicono: “La vogliamo portare a processo, speriamo e vogliamo che venga condannata”.

Fausta Bonino: Sì, ma io di andare a processo sarei anch… mi dispiace spendere soldi, spendere tempo, ma sarei anche felice perché io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla, se le prove contro di me non se le inventano… io non riesco a capire cosa mi vogliono portare, perché se non c’è prove concrete, finora che s’è smontato quasi tutto, se non se le inventano non ce n’è, perché io non ho fatto nulla.

“io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla” non sono negazioni credibili in quanto atemporali e aspecifiche.

Con la frase “se non c’è prove concrete” la Bonino apre alla possibilità, al dubbio.

Con la frase “s’è smontato quasi tutto” la Bonino lascia intendere che non tutto sia stato smontato.

Gianluigi Nuzzi: Ma c’è stato in carcere qualche momento durante le settimane di detenzione di farla finita?

Fausta Bonino: All’inizio proprioo… sì, il primo giorno, finché non è arrivato l’avvocato   (sorride).

Gianluigi Nuzzi: Cioé voleva uccidersi?

Fausta Bonino: L’ho pensato, non che lo volevo, ho anche… (interrotta)

Nuzzi interrompe la Bonino, un errore.

Gianluigi Nuzzi: Ha pensato anche come?

Fausta Bonino: No, no, poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi, di star tranquilla che m’avrebbe tirato fuori, che dovevo aiutarla, che dovevo mangiare, che dovevo non buttarmi giù se non per… se non lo facevo per me, di farlo per i miei familiari.

“poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi” è inaspettato perché la Bonino lascia intendere che ci potesse essere qualcosa di più degli indizi.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Gianluigi Nuzzi: “Avrò mica avuto dei momenti in cui non sapevo quello che facevo?”.

Fausta Bonino: Sì, l’ho p…. me l’hanno fatto pensare da quante volte me l’hanno ripetuto i NAS, era quando… lo disse la prima volta… ce lo disse la caposala dopo aver parlato con i NAS che pensavano che fosse una che avesse fatto queste cose senza ricordarselo e… e tutti gli interrogatori ce l’hanno sempre ripetuto di continuo.

Si noti che, per la seconda volta, la Bonino non chiama i reati a lei contestati con il loro nome, ovvero “omicidi”, ma li definisce “queste cose”.

Perché i NAS suggerirono alla caposala della Bonino che l’angelo della misericordia di Piombino avrebbe potuto agire e poi rimuovere? Perché Sonya Caleffi, un’infermiera serial killer di Lecco, durante un interrogatorio, disse:

“Questa è una persona che non si riflette in me, non è la Sonya che conosco io, ho dei flash, ho delle immagini, ho come dei grandi buchi neri, ho questa immagine di me che inietto quest’aria, è un impulso che non so ricordare, non so definire. E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto. Ero molto fredda, distaccata, subentrava forse una parte di me che io ancora non conosco, quella che agisce, che si fa del male, questo martellamento mentale di dirmi continua ad andare avanti, ripeti fin quando non vedi che sta male, fin quando non vedi che succede qualcosa e mi prendeva anche una sorta di ansia di fare le cose più velocemente. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va proprio a livello di testa, una persona normale non farebbe mai una cosa del genere. Ero cosciente di aver fatto un’azione molto dura, orrenda, sì, solo dei mostri possono fare delle cose del genere“.

Peraltro la Caleffi dicendo “E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto” non si scinde in due perché non dice “fosse” ma “fossi”. 

Gianluigi Nuzzi: Però lei ha detto addirittura: “C’è un complotto contro di me”.

Fausta Bonino: Sì, è vero, lo dimostranooo le c… le nostre prove, che abbiamo ottenuto.

Gianluigi Nuzzi: E qual era il motivo di questo? Cioè lei ha accusato…

Quando è l’intervistato ad interrompere, un giornalista deve tacere, perché sono di interesse unicamente le dichiarazioni del primo.

Fausta Bonino: Questo io preferirei che lo chiedesse all’avvocato o a qualcun altro, queste cose.

Gianluigi Nuzzi: Le faccio solo una domanda…

Ancora una volta è la Bonino ad interrompere Nuzzi e lui lascia fare.

Fausta Bonino: Io so che hanno, dai nostri indizi sono emersi che ci sono prove che mi vogliono incastrare.

Gianluigi Nuzzi: Ecco ma secondo lei è un fatto personale, legato ai sui rapporti…

La Bonino interrompe Nuzzi per la terza volta.

Fausta Bonino: Mmm non…

Purtroppo questa volta Nuzzi commette un grossolano errore, non lascia spazio alla Bonino e si esibisce nella seguente domanda/tirata oratoria dalla quale non ottiene nulla:

Gianluigi Nuzzi: No, mi faccia finire la domanda, mi perdoni, Fausta, cioè è un fatto personale legato ai sui rapporti, al lavoro, a delle gelosie o a delle invidie o magari qualcuno ha buttato del fango su di lei perché deve nascondere delle proprie eee responsabilità o anche inefficienze? Ha capito cosa voglio chiederle?

Non solo Nuzzi ha sbagliato ad interrompere la Bonino ma le ha fatto due domande insieme, fare domande multiple permette ad un intervistato di scegliere a quale rispondere e infatti la Bonino sceglie di rispondere solo alla seconda. Che cosa ha indotto Nuzzi a sbagliare? Il desiderio di esprimere il proprio pensiero sulla vicenda, un classico errore dei giornalisti che spesso si illudono di avere la chiave di volta di un caso giudiziario e invadono ambiti non di loro competenza.

Fausta Bonino: Sì.

La Bonino dice solo di aver capito la domanda ma non risponde e Nuzzi lascia che a farlo sia il di lei marito, le cui affermazioni non sono di alcun interesse in quanto non è il protagonista di questa vicenda.

Gianluigi Nuzzi: (…) lei ha detto: “io me li sogno di notte”– questi pazienti che non ci sono più – “non è possibile che tutte queste persone muoiono quando ci sono io“.

Si noti che, nell’intercettazione, è la Bonino a collocarsi in corsia durante tutti i decessi.

Fausta Bonino: Perché ultimamente c’era stato tutti ‘sti decessi, che quando io arrivavo a casa, io fino, non mi ricordo se sono cinque anni fa?, che lavoravo per conto mio a mettere i pacemaker con un… io e un dottore e si curavano i pazienti, guarivano tutti, poi quandooo siamo diventatisiamo… lui è andato in pensione, io ho smesso di fare quel lavoro, siamo entratii in rianimazione, cardiologia e rianimazione si sono associate, eee di lì, invece di vederli tutti guariti e curati, andavo a casa disperata perché magari ne erano morti uno, due, anche tre (sorride) e quindii… non mi dava più soddisfazione, nel senso che invece di guarirli… e i pensieri mi venivano alla sera… ci pensavo a queste persone.

Si noti che nel racconto relativo al suo impiego precedente la Bonino parla per sé, quando invece rievoca i tempi passati nell’Ospedale di Piombino parla al plurale “siamo”, lo fa per nascondersi tra la folla.

Si noti che la Bonino, dopo la frase “invece di guarirli…”, si autocensura. Nuzzi se ne accorge tanto da chiederle:

Gianluigi Nuzzi: Cosa vuol dire invece di guarirli?

Fausta Bonino: Che di solito li vedi guarire e avevo sempre fatto dei lavori in cui i malati era difficile che morissero, trovandomi in una rianimazione… invece morivano e non mi ero… non c’ero abituata.

Gianluigi Nuzzi: Lei si sentiva in colpa di questo?

Fausta Bonino: No, non mi sentivo in colpa, mi dispiaceva.

Gianluigi Nuzzi: Lei usava l’eparina?

Una domanda diretta ma che comunque permetterebbe alla Bonino di negare il suo coinvolgimento negli omicidi.

Fausta Bonino:… L’eparinaaaa…

La Bonino resta spiazzata e non coglie l’occasione fornitale dal Nuzzi. Si noti il lungo tempo di latenza che precede la risposta. La sua è una risposta evasiva.

Gianluigi Nuzzi: La somministrava ai pazienti?

Non avendo ricevuto una risposta, Nuzzi fa nuovamente la domanda.

Fausta Bonino: Ultimamente poco, si usava tanto prima nelle embolie polmonari, l’eparina quella… in flebo, finché non sono venute fuori ora le nuove eparine sottocute ad alti dosaggi molecolari che, l’eparina quella, non si usava quasi più.

Gianluigi Nuzzi: Scusi, quando lei leggeva, legge, ogni tanto purtroppo sui nostri… nelle nostre cronache accade questi angeli della morte… cioè questi infermieri…

I cosiddetti angeli della morte o della misericordia, in genere medici o infermieri, sono una specie di serial killer che uccidono per motivi diversi soggetti ricoverati in ospedali o in case di cura per lo più somministrando farmaci ad alti dosaggi.

Fausta Bonino: Ah (sorride).

Gianluigi Nuzzi:… che uccidono i pazienti lei cosa pensa?

Fausta Bonino: Cheee… io… mmm… non saprei essere un angelo della morte, non saprei… (sorride) Cosa ne penso? Che son persone pazze, non lo so. Come si fa ad ammazzare una persona?

La Bonino è accusata di essere un angelo della morte dalla procura di Livorno e non dice “io non sono un angelo della morte” ma “io… mmm… non saprei essere un angelo della morte”, una negazione non credibile per la presenza del verbo al condizionale.

Si noti anche che la Bonino si fa la domanda “Cosa ne penso?” per prendere tempo per rispondere ed infine termina la risposta con una domanda “Come si fa ad ammazzare una persona?” . La presenza di due domande nella risposta è indice del fatto che la domanda del giornalista è sensitiva.

Gianluigi Nuzzi: Troveranno qualcosa nel telefonino, secondo lei?

Fausta Bonino: No, assolutamente, poi lo usavo anche pochissimo il telefonino, difatti ogni tre per uno ero dal mio marito a farmelo sistemare perché non ero… sono negata con la tecnologia.

“No” sarebbe stata una buona risposta ma è stata indebolita dalle 28 parole seguite alla negazione.

Si noti la frase “poi lo usavo anche pochissimo il telefonino” una frase che lascia spazio al dubbio.

Da un’intervista a Chi l’ha visto? del 25 maggio 2016:

Fausta Bonino: Abbiamo fatto questa vacanza per andare a trovare nostro figlio (ride) e siamo tornati il 30 (marzo 2016) eee e c’hanno fermato all’aeroporto, dove mi hanno arrestata con tutte ‘ste accuse di omicidio, pensi leiii…

Gianloreto Carbone: E a lei, l’è caduto il mondo addosso?

Da subito il giornalista contamina l’intervista suggerendo non solo una risposta ma uno stato d’animo ad un soggetto accusato di essere un omicida seriale privo di empatia. Un errore grossolano.

Fausta Bonino: A me m’è caduto il mondo addosso, ci hanno separato a me e a mio marito, ed alle cinque mi hanno noificato che ero in stato di arresto e che mi avrebbero portato in prigione.

La Bonino ripete a pappagallo le parole del giornalista. La sua risposta non è analizzabile a causa della contaminazione.

Gianloreto Carbone: Eh, quanto tempo è stata in prigione lei?

Fausta Bonino: 21 giorni.

Gianloreto Carbone: 21 giorni. Ecco, mi parla un po’ della sua carcerazione, qual’è stato er momento più brutto, se è stato un crescendo.

Troppe domande e un suggerimento. 

Fausta Bonino: Allora, il momento… (interrotta)

Il giornalista inspiegabilmente interrompe la Bonino, un altro errore grossolano.

Gianloreto Carbone: A questo punto gli… gli hanno…

Fausta Bonino:… c’è stato un momento più brutto, il giorno dopo… vabbè, a parte l’entrata in carcere, che purtroppo io non so se lo sa, che la spogliano nuda, le fanno far le flessioni, la fanno spingere, cioè…a parte sono donne, va bene, erano… però è traumatico… (interrotta)

Gianloreto Carbone: E’ stato scioccante.

Non solo ancora una volta il giornalista interrompe la Bonino ma, per la seconda volta, contamina l’intervista suggerendo un’impressione, uno stato d’animo. Altri due errori grossolani.

Fausta Bonino:… scioccante, per chiii… è veramente scioccante. Eee poi ti portano in questa cella e ti danno, proprio come si vede in televisione, una coperta, un cuscino, le lenzuola da farti il letto e ti rinchiudono lì e via… eee… il giorno dopooo a… c’era l’ora d’aria dalle 9 alle 11, e fuoriii mi hanno detto tutte queste cose, che parlavano di me come una serial killer, che era uscita fuori che ero una killer e lo dicevano tutti. Tant’è vero che poi… mi ha chiamato sia il medico che la psichiatra, m’hanno chiesto come stavo, insomma i medici sono stati veramente carini eh perché, ti seguono, specialmente quando c’è queste cose e io non… non sapevo proprio come comportarmi, m’è cascato il mondo addosso, finché non è arrivata Cesarina, l’avvocato eee Cesarina, quando è arrivata, che m’ha visto piangere in quella maniera, che ero disperata, che io non volevo più mangiare, non volevo più far nulla e m’ha subito dato coraggio, m’ha detto: “Guarda Fausta, c’è solo degli indizi, te mi devi aiutare, io ti tiro fuori ma te mi devi aiutare, non ti devi buttar giù, non devi smettere di mangiare ti devi fare forza, devi combattere, se non lo vuoi fare per te fallo per il tuo marito e i tuoi figlioli”, e io c’ho creduto, me l’ha detto in maniera così convinta che ho deciso di combattere perché sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla quindi ho deciso di combattere, per 5 giorni non ho visto nessuno, mio marito l’ho visto, m’hanno arrestato il mercoledì notte, il lunedì dopo il primo interrogatorio del GIP, la sera, eee li vedevo quando entravano (ride) talmente scioccati che ho cercato di dare la forza lì a loro dicendogli che io stavo bene, che io l’avevo presa bene, cioè ho cercato di fare forza a loro.

Si noti quanti danni può fare contaminare un’intervista, la Bonino ha ripetuto le parole del giornalista per 5 volte in due risposte.

Si noti che la Bonino, dopo aver detto “parlavano di me come una serial killer”, aggiunge “era uscita fuori che ero una killer”, un’affermazione di un certo interesse.

“queste cose” è il termine che, per minimizzare, la Bonino usa al posto di “omicidi”.

“c’è solo degli indizi” è una frase che ancora una volta apre alla possibilità che ci sarebbe potuto essere altro. 

“sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla”, come abbiamo già visto, non sono negazioni credibili.

Gianloreto Carbone: Le hanno chiesto della sua situazione?

Fausta Bonino: Sì, sì, me l’hanno chiesto, io mi son sempre dichiarata innocente. Una un po’ pazzoide, che era lì, che ha tentato il suicidio, ne ha fatte di tutti i colori, eee diceva: “Siamo tutte innocenti!”, (ride) come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti.

Quando la Bonino dice “io mi son sempre dichiarata innocente” non ci dice di essere innocente che peraltro non equivarrebbe a negare l’azione omicidiaria ma che si è sempre dichiarata ale, un’affermazione peraltro ulteriormente indebolita dalla frase a conclusione della risposta “come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti”.

Da un’intervista andata in onda il 27 maggio 2016 su “Il Labirinto – Storie di ordinaria ingiustizia”:

L’intervista alla Bonino è andata in onda priva di domande.

Fausta Bonino: Io non mi sento un’infermiera killer. Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee. 

“Io non mi sento un’infermiera killer” non è una negazione credibile ed è diverso dal dire “Io non sono un’infermiera killer”. 

Si noti la sequenza “Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee” che serve alla Bonino per dipingersi come un “Good Guy” ed ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai. 

“Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale.

Fausta Bonino: Ho sempreeee… parlato forse troppo, anche al lavoro, di me stessa, di tutti miei pensieri, forse per via dei turni che, facendo la giornaliera, ero sempre presente, la più presente nel reparto, io questo non lo so.

Fausta Bonino: Io sono una persona tranquilla, che faccio il mio lavoro, che ho sempre fatto il mio lavoro, mmmadre di famiglia, moglie, coi suoi pregi e i suoi difetti.

Ancora una volta, la Bonino si dipinge come un “Good Guy” per ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Hannooo… preso di mira subito me, senza… indagare a 360 gradi su tu-tto il restooo… che potevano esserci delle negligenze, delle altre responsabilità, delle altre cose, cioè loro… si sono basati su di me e basta, non hanno fatto altre indagini (…) su i protocolli, suuuu le negligenze, suu tutto quello che c’era da indagare.

“delle altre responsabilità” è un’ammissione.
“delle altre responsabilità” è diverso dal dire “responsabilità altrui”.

Fausta Bonino: Dal primo giorno che so’ stata interrogata, intanto come primaaa eee… appena chiamata, dal primo interrogatorio, il capitano m’ha detto: “Si ricordi solo una cosa – è le prime parole che m’ha detto – io oggi la posso aiutare, domani non la potrò più aiutare. Se confessa oggi”.

Fausta Bonino: Hanno cominciato a dire che c’era tutti ‘sti morti d’eparina dal 2014 e poi hanno cominciato a dire che sapevano tutto di me e sapevano le pasticche che facevo e tutto quanto, che io potevo fare le cose senza rendermene conto.

Fausta Bonino: Io nel duemi… nel 91, dopo che ho avuto questa crisi epilettica brutta, che c’è voluto un anno per stabilizzarmi e tutto, ho fatto la visita collegiale, m’hanno esonerato dalle notti e quindi faccio la giornaliera.

Fausta Bonino: Io faccio gli antiepilettici e poi faccio anche un farmaco antidepressivooo da alcuni anni, come tutte le donne in menopausa, me l’ha segnato il mio neurologo, ero giù, con le caldane e tutto, m’ha dato un aiuto.

“come tutte le donne in menopausa” non è una verità.

Fausta Bonino: Io se volevo essere aiutata non dovevo dire che ero innocente ma che dovevo dire che ho fatto le cose senza ricordarmelo (…) Questa cosa me l’hanno talmente… messa nel cervello che fra un po’ ci credevo anch’io che potessi fare qualcosa senza accorgermene.

E’ stato un errore investigativo ipotizzare che le dinamiche mentali del serial killer dell’Ospedale di Piombino ricalcassero quelle di Sonya Caleffi.

Fausta Bonino: Io ho… ho il desiderio di combattere, di dimostrare la mia innocenza proprio senza… che non ci sia nessun ombra di dubbio.

Fausta Bonino: Lo dicevo anche ieri mattina al mi’ marito, mi son svegliata, avevo le pulsazioni, mi son… mi ero sognata di riessere in carcere. Alle sei son sempre… son quasi sempre in piedi; se non viene lui a letto non riesco ad andare a letto, la cosa più grossa è proprio questa del dormire che mi è rimasta ora, che devo dormire con la luci accese, con la televisione accesa, col rumore eee se non viene a letto lui non… prima me ne andavo a letto alle nove, mi dovevo svegliare tutte le mattine, mi chiudevo in camera, barricata, con tutte le luci spente, ora non ce la faccio più eee penso che avrò bisogno anche di una psicologa per superare questa cosa.

Fausta Bonino: Non mi va di vedere la gente, ho paura che mi riconoscaa, che mi giudichi ancora, finché non viene fuori la verità voglioo evitare.

Fausta Bonino: Amo… Amavo molto il mio lavoro forse, ora in questo momentoo non ti sa-prei dire però… se riuscirei… io penso di sì, deve passare un po’ di tempo, poi credo che continuerò ad amarlo, non lo so, in questo momento mi è difficile dirlo.

Fausta Bonino: La responsabilità?… secondo meee… non c’è un serial killer, sono convinta che non esista una persona che possa fare di queste cose conoscendo le mie colleghe eee e… va cercata la responsabilità in tutteee eeee le criticità dell’ospedale, in tuttiii i protocolliii, bisognaaa cercarla, non lo so io mmm.

Purtroppo la domanda non è presente ma è alquanto probabile che il giornalista abbia chiesto alla Bonino a chi attribuisca la responsabilità delle morti, lo si può inferire dalla risposta. Nella replica della Bonino, si notino la domanda iniziale “La responsabilità?”, le pause e le ripetizioni, tutti escamotage che le servono per prendere tempo per dare una risposta sensata e che ci informano che la domanda è sensitiva.

Una dichiarazione di Fausta Bonino a un convegno di Fino a Prova Contraria del 27 luglio 2016:

Perché sono venuta qui? Perché spero che questa riunione, che questo convegno cambi un po’ le cose e a nessun altro succeda quello che è successo a me, di essere sbattuta in galera innocente, io sono assolutamente inn-ocente, non ho fatto nulla eee tutto il clamore mediatico (incomprensibile), tutto quello che è successo dopo, io mi auguro che non succeda a veramente nessun altro perché m’ha cambiato tantissimo la vita e poi posso dire anche una cosa, che se una persona si trova innocente in galera, come mi sono trovata io, e non c’ha soldi, non c’ha dietro una persona come Cesarina, come mio marito, non so se sarebbe uscita fuori, spero proprio che questi vostri convegni cambino la situazione. Io vi ringrazio, non ho nient’altro da dire.

“innocente, io sono assolutamente inn-ocente”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro la Bonino sembra ritenere che esistano gradi di innocenza, ovvero che si possa essere “innocenti” o “assolutamente innocenti”.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a La vita in Diretta del settembre 2016:

Sapevo di non aver fatto nulla e come infermiera sono sempre stata un’ottima infermiera. 

“Sapevo di non aver fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica, peraltro indebolita da “Sapevo”.

La Bonino, invece di negare in modo credibile, sceglie di descriversi come “un’ottima infermiera” (Virtue Signalling), un’escamotage che usa per indurre i suoi interlocutori a tirare le conclusioni. 

Da un’intervista a TeleElba del 12 marzo 2017

Giornalista: Com’è possibile, dopo appunto il carcere, dopo l’attenzione che ha avuto di tutta l’Italiavivere una quotidianità tranquilla, ce la fa comunque ad essere abbastanza, diciamo, oggettiva anche con quello che sta attraversando?

Fausta Bonino: Sì, ce l’ho fatta grazie a mio marito, ai miei figlioli, agli amici e soprattutto a Cesarina che m’ha sempre spronato, m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi, m’ha sempre creduto, m’ha sempre sostenuto, m’ha sempre aiutato moralmente. Io che venisse fuori la verità c’ho sempre creduto.

“m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi” è uno stralcio che fa pensare, è la Bonino infatti ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

Giornalista: Lei si è sempre proclamata innocente.

Fausta Bonino: Sì, ma lo sono innocente, io non ho fatto nulla, mi sono trovata coinvolta in questa situazione e spero che passi presto, che si arrivi presto alla verità.

“sono innocente” e “io non ho fatto nulla” non sono negazioni credibili, come già visto in precedenza.

Giornalista: Lei ha un rapporto molto particolare con il suo avvocato, un avvocato particolarmente coraggioso che penso dia molto coraggio in una situazione così.

Fausta Bonino: Sì, a me m’ha dato tantissimo coraggio dal primo giorno in prigione, che non sapevo cosa fare, è arrivata lei, m’ha subito detto, prima m’ha abbracciato, poi m’ha detto ti tiro fuori, non c’è nessuna prova (…) è fantastica. 

“non c’è nessuna prova” è una frase che, ancora una volta, fa pensare, perché è sempre la Bonino ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Un’intercettazione: 

Fausta Bonino ad una collega infermiera: Io le ho scritto: “Se pensano davvero che fra una di noi”- in un messaggio eee- “ci sia una che fa quello, è un mostro”, e lei m’ha risposto: “No, è una persona malata che va aiutata e bisogna scoprire chi è”, ma come mi hanno detto a me, mi hanno insistito a me che uno può non avere dei momenti, che mi hanno tartassato e tutto, no?, per me quello che ne pensa lei ora, l’hanno convinta e molto probabilmente la prima, sempre presente, l’epilessia qui e là, sono stata io. Ora capisco, capisco tutto e lei ha cambiato molto atteggiamento da quando ha parlato con loro.”

Si noti che “sono stata io” sono parole spontanee della Bonino, non ripetute a pappagallo pertanto rappresentano un’ammissione tra le righe.

Da un’ntervista a RTV38 prima dell’incidente probatorio:

Fausta Bonino: Io sono tranquilla perché non ho fatto nulla, quindi spero venga fuori la verità, vi posso dire solo questo, sto aspettando la verità.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

Il 2 marzo 2019, dopo la richiesta del pubblico ministero:

Fausta Bonino: L’unica cosa che posso dire è che non ho fatto nulla. Sono cose che non ho mai fatto, è stata dura ascoltarlo. Mi sono sempre comportata bene, è impossibile che sia finita in questo incubo

Ancora una volta “non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“cose che non ho mai fatto” non è una negazione credibile.

Si noti che la Bonino ancora una volta non chiama con il proprio nome i reati di cui è accusata ma li definisce “cose”.

E ancora una volta, invece di negare in modo credibile, dicendo “Mi sono sempre comportata bene”, prova a suggerire la conclusione a chi la ascolta dipingendosi come un “Good Guy”.

Il 19 aprile 2019, prima della sentenza:

Giornalista: (incomprensibile)

Fausta Bonino: Non posso dire bene, ma sono ottimista.

Giornalista: Lei ha sempre professato la sua innocenza.

Fausta Bonino: E credo che non ci sia niente che lo… che possa dimostrare il contrario.

“credo” è un qualifier che ci informa che la Bonino non è sicura di ciò che sta per dire.

“che lo…” è un’interessante autocensura.

Fausta Bonino: Eeee però non si sa mai, capito?… cosa possa venir fuori da tutto, come è nata questa storia, è nata così male cheee…

Il 19 aprile 2019, dopo la condanna all’ergastolo per gli omicidi di Franca Morganti, Mario Coppola, Angelo Ceccanti e Bruno Carletti:

Fausta Bonino: “Non è giusto. Non ho fatto nulla”.

“Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“Io non ho iniettato l’eparina a X, Y, W, Z. Questa è la verità” sarebbe stata una negazione credibile.

“Non è giusto. Non ho fatto nulla” sono frasi che dicono i bambini che vengono puniti per aver commesso una marachella.

La criminologa Ursula Franco smonta la bufala che vuole che Zodiac e il Mostro di Firenze siano la stessa persona (intervista)

La busta inviata a Silvia Della Monica con il lembo di pelle di Nadine Mauriot

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2018

Dottoressa cosa ne pensa della teoria Zodiac uguale Mostro di Firenze?

E’ una boiata, è la ciliegina sulla torta di una delle pagine più nere della criminologia italiana. Quello del Mostro di Firenze che ha ucciso 16 persone, è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano, ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali; gli inquirenti e i giudici, non solo hanno fantasticato di vendite di “feticci” e “festini”, hanno anche distrutto le vite di soggetti estranei ai fatti.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

E le lettere inviate dal Mostro e da Zodiac?

E’ comune che i serial killers inviino missive di sfida agli inquirenti, gli permette di tenere alti i livelli di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, che sono gli ormoni dello stress, adorano il rischio e amano stare al centro dell’attenzione. La riprova del desiderio di palcoscenico dei serial killers è Angelo Izzo, un assassino sociopatico che, negli anni, ha preteso di fornire ai magistrati informazioni sulla strage di piazza Fontana, sulla strage di Bologna e quella di piazza della Loggia, sugli omicidi di Mino Pecorelli, Fausto e Iaio e Piersanti Mattarella, sulla morte di Giorgiana Masi, su molti altri episodi di terrorismo e di mafia, sulla violenza sessuale subita da Franca Rame e infine sulla scomparsa di Rossella Corazzin, lo ha fatto solo perché si tornasse a parlare di lui.

Cosa c’è in comune tra le lettere inviate da Zodiac e quelle del Mostro di Firenze?

Nulla. Quell’insieme di segni zodiacali e numeri mostrati in televisione non sono mai stati attribuiti al Mostro di Firenze. Nel caso del serial killer italiano abbiamo un’unica certezza, ovvero che egli abbia inviato un lembo di pelle di Nadine Mauriot, una delle sue ultime due vittime, all’interno di una busta con l’indirizzo scritto con lettere ritagliate dai giornali, a Silvia Della Monica, un magistrato che si stava occupando del suo caso, il resto sono lettere inviate da mitomani, qualche migliaio.

Perché il mostro di Firenze e Zodiac non possono essere la stessa persona?

Zodiac avrebbe rivendicato anche gli omicidi italiani firmandosi Zodiac. E’ nella natura umana attribuirsi ciò che ci appartiene.

E poi, per un serial killer il legame con il territorio è vitale.

In caso di reati seriali commessi da serial killers stanziali, una tecnica per determinare in quale area viva l’offender è lo studio dei luoghi in cui commette i suoi crimini da un punto di vista geografico. Un serial killer che colpisce sempre nella stessa area mostra di aver uno stretto legame con il territorio in cui opera, tanto che grazie ad un modello comportamentale detto Geographic profiling si può delimitare l’area in cui il soggetto vive e anche ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto. Questo modello comportamentale parte dal presupposto che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa e che quindi viva nell’area all’interno del suo raggio d’azione. Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una ‘comfort zone’, un’area dove si sente al sicuro, area che, nella maggior parte dei casi, non è nella cosiddetta zona cuscinetto a ridosso di casa sua, in quanto in quell’area teme di venir facilmente riconosciuto. I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e dove ha l’opportunità di incontrare le sue vittime; le ‘comfort zone’ possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua, ma anche al posto di lavoro o alla casa dei suoi familiari.

Va da sé che difficilmente un serial killer poteva essere di casa a San Casciano in Val di Pesa e a Vallejo… siamo seri.

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

L’inventore danese Peter Madsen, che all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne ha poi smembrato il corpo, il 25 aprile 2018 è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato da una Corte di Copenaghen e condannato all’ergastolo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare ma non di averla uccisa. L’inventore, durante un’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali, che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall, non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche, un dato che ha permesso di escludere a chi indagava che la morte di Kim Wall fosse intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze delle indagini. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i suoi resti e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire ai fatti dell’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva invece ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere; un movente intrapscichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Omicidio Pamela Mastropietro: una mia intervista

Innocent è un serial killer come il mostro di Firenze

Intervista alla criminologa Ursula Franco sull’omicidio della giovane Pamela Mastropietro, la 18enne uccisa e fatta a pezzi dal solo Oseghale per soddisfare una pulsione sessuale

Stylo24, 5 aprile 2018

Dopo le illazioni sui rituali della mafia nigeriana, dopo le ipotesi sul cannibalismo e violenze sessuali di gruppo, dopo aver addirittura lasciato intendere che a stroncarla fosse stata un’overdose, inizia ad affiorare la verità sulle ultime ore della povera Pamela, uccisa a Macerata tra il 29 e il 30 gennaio scorso. In un articolo pubblicato su Stylo24 l’8 febbraio scorso la criminologa Ursula Franco aveva anticipato quel che poi le consulenze sul cadavere della 18enne hanno successivamente accertato. E cioè che ad ammazzare la ragazza e a sezionarne il cadavere fosse stato il solo Oseghale per motivi diversi dalla semplice violenza sessuale.

Sappiamo da giorni che gli unici DNA repertati sul corpo di Pamela Mastropietro appartengono al tassista che portò la ragazza a Macerata e a Innocent Oseghale, è invece notizia recente che i RIS, nonostante i ripetuti sopralluoghi nell’appartamento di via Spalato in cui è stata uccisa Pamela, non abbiano repertato impronte appartenenti né a Desmond Lucky né a Lucky Awelima ma solo impronte di Innocent Oseghale, che ne pensa dottoressa Franco?

Sono due mesi che dico che l’unico responsabile dell’omicidio di Pamela Mastropietro e del sezionamento del suo cadavere è Innocent Oseghale, quello della Mastropietro è un delitto che ha tutte le caratteristiche di un omicidio commesso da un serial killer. La riprova? Le due valigie con i resti di Pamela non sono state occultate pertanto da subito era facile intuire che quel sezionamento non era finalizzato all’occultamento e che era da escludere una morte per overdose. E’ illogico pensare che uno spacciatore faccia a pezzi il corpo di una ragazza morta in casa sua in seguito ad una overdose. Lo ripeto: Innocent Oseghale non avrebbe avuto motivo di “frazionare” il corpo di Pamela Mastropietro in pezzi così piccoli né tantomeno avrebbe trasformato casa sua in un mattatoio se non avesse ucciso lui la giovane donna al solo scopo di smembrarla. Il fatto che, dopo lo smembramento, Innocent non abbia propriamente occultato i resti del cadavere di Pamela ci permette di escludere che lo smembramento sia stato un atto di tipo “difensivo”; se lo smembramento fosse stato finalizzato all’occultamento, Oseghale avrebbe occultato al meglio i resti della sua vittima.

Secondo lei ci fu una violenza sessuale o un tentativo di violenza sessuale prima dell’omicidio?

L’ho sempre escluso e le indagini hanno confermato il mio convincimento. Sul corpo della Mastropietro non sono stati trovati segni di uno violenza sessuale non a causa dello stato dei suoi resti ma semplicemente perché Oseghale non ha violentato Pamela, l’omicidio della Mastropietro è un omicidio senza un apparente movente perché il movente è intrapsichico. Il medico legale ha dichiarato: “lo strazio inflitto al corpo va molto oltre ciò che sarebbe stato necessario per chiuderlo in due valigie”, quello “strazio” è servito a saziare un bisogno psicologico. Oseghale ha ucciso e depezzato il cadavere per ottenere la gratificazione di un suo bisogno psichico e sono proprio gli atti non finalizzati alla commissione del delitto e all’occultamento del cadavere che ci svelano il movente. Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla. Oseghale non ha agito atti sessuali veri e propri ma un’attività sessuale sostitutiva. Oseghale ha ottenuto una gratificazione sessuale dal meticoloso smembramento del cadavere di Pamela ed è con tutta probabilità un soggetto sessualmente incompetente come lo sono molti serial killer con il suo stesso quadro psicopatologico.

Come si spiega la precisione con cui è stato sezionato il cadavere?

L’omicidio e lo smembramento del cadavere di Pamela hanno rappresentano un “act out” di fantasie perverse che Oseghale coltivava da tempo. Un omicida per lussuria come lui, per mesi o per lunghi anni, si nutre di fantasie e gode nel premeditare il delitto in modo meticoloso e nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto.

Che cosa pensa del fatto che si sia addebitato l’omicidio di Pamela Mastropietro al branco, alla mafia nigeriana, a riti tribali, ad un macellaio o ad un chirurgo?

Chi si è espresso in questo senso evidentemente ignora il fenomeno dei serial killer, le ripeto, sono ipotesi insostenibili, deliranti che, se non fosse per il tragico fatto, definirei esilaranti.

Pensa che la procura di Macerata tornerà sui suoi passi?

Ho i miei dubbi, il caso è molto semplice ma non credo che si arriverà mai alla verità se si continuerà non solo a cercare un movente classico come può esserlo un tentativo di violenza ma anche se si continuerà ad ignorare che Innocent Oseghale è un serial killer dello stesso tipo del mostro di Firenze e di Massimo Giuseppe Bossetti, un lust murderer, un anger-excitation sexual murderer.

Inventor Peter Madsen, a Lust Murderer

Kim Wall

On the evening of Thursday 10th August, around 7 p.m., Kim Wall, 30, a freelance reporter, boarded the submarine UC3 Nautilus to interview its owner Peter Madsen, a danish inventor, in Refshaleøen, Copenhagen, Denmark.

Last picture of Kim Wall and Peter Madsen standing in the vessel’s tower was taken at 8.30 p.m. by a man on a cruise ship

Kim Wall’s boyfriend reported her missing early on Friday 11 when she failed to return to harbour at the agreed time. After the report he authorities launched a search operation based in the port of Øresund. The submarine was spotted by the Drogden lighthouse in Koge Bay, a seaport south of the city, at 10:30 a.m., the UC3 Nautilus was on course towards the harbour.

Around 11 p.m. the sub suddenly sank and its owner was rescued by a private boat. The UC3 Nautilus came to rest at a depth of 7 metres (23 ft).

A witness, Kristian Isbak, told The Associated Press that he saw Peter Madsen, wearing his trademark military, standing in the conning tower moments before the sub sank and that “He then climbed down inside the submarine and there was then some kind of air flow coming up and the submarine started to sink, came up again and stayed in the tower until water came into it before swimming to a nearby boat as the submarine sank”. Kristian Isbak added: “There was no panic at all, the man was absolutely calm”.

Peter Madsen pictured in Dragoer Harbor on Friday, August 11th, 2017, following his rescue after the UC3 Nautilus sank

Peter Madsen, upon his rescue from Køge Bay, said: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”.

Madsen alleges that the Nautilus sank because of an issue with the ballast tank and that he had no time to close any hatches to prevent the sub from filling with water.

After his rescue Peter Madsen said he dropped off Kim Wall at the mouth of the harbour about three and a half hours into their trip on Thursday night and that he was the only one on board when his sub sank.

Around the same time, Madsen sent a text to a friend saying that Kim Wall had left the sub and that the trip from Copenhagen to the island of Bornholm on the Nautilus that was scheduled for the following day had to be cancelled.

On August 12, Madsen claimed in closed court that after Kim Wall died accidentally on the sub after she was hit by a heavy hatch cover: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”, and then I “buried her whole body at sea”. Madsen has also denied amputating her limbs and head.

Something to take notes about Madsen’s statements:

– In his first statement: “I was toying with various things on the submarine and then an error occurred. I’m fine. But I’m sorry because Nautilus has gone down. It took about 30 seconds for Nautilus to sink, and I couldn’t close any hatches or anything, but I guess that was pretty good, because I otherwise still would have been down there”, everything is just about him, Madsen didn’t mention Kim Wall, he didn’t say: “Thanks God she disembarked earlier!”, a distancing measure, a huge red flag. 

– When asked, Peter Madsen claimed that Kim disembarked on an island about three and a half hours into their trip on Thursday night; he used the number three, three is the liar’s number. Number three is usually used by a deceptive person when he/she must choose a number and number 1 seems too small and  numbers 4 or 5 too large. Another red flag.

– Peter Madsen said: “I didn’t see her die by any deliberate act; I saw her die of something completely different, saw her fall down”

1) this is not a reliable denial;

2) he doesn’t refer to the homicide as a “killing” but as a “deliberate act”, a way to minimize; minimization is a distancing measure, it’s a common strategy used by guilty people to avoid of dealing with negative emotions by reducing the importance and impact of events that give rise to those emotions (feeling of guilt);

3) he represents himself as a spectator, a way to distance himself from the fact.

A UK trained Analyst with whom I collaborate, also noted: Aside from the missing information, the big thing is where he says “I’m sorry*” which is a big red flag. He minimises via use of passivity “an error”. He has a need to add the unnecessary words “deliberate act…”. What is he thinking about? This is leakage. What did he see her die of? “Something” is passive. He doesn’t say he saw her fall down as the pronoun “I” is missing. Interestingly he has the need to add another unnecessary word, which makes it important to him when her says, her “whole” body. Again, he has knowledge of everything. This is leakage. He can’t seem to help himself with the need to explain and the missing information and leakage. He himself is his priority.

* “I’m sorry” is often an indicator of a form of regret; for some, for what they have done (or failed to do) and for others, for being caught.  

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The UC3 Nautilus

On August 12, a cargo ship, Vina, raised the Nautilus from a depth of 22 feet and brought it back to the Copenhagen port where it was emptied of water overnight to allow access for homicide investigators.

On August 14, the police stated that Madsen, after the homicide of Kim Wall, scuttled the UC3 Nautilus to conceal or destroy evidence. Inside the sub they found Mrs Wall’s blood, hair, underwear, tights and panties.

On August 21, the headless and dismembered torso of a woman washed up on a beach in the south-west of Amager.

On August 23, a police investigator confirmed that the torso was identified as that of Kim Wall, it had been deliberately mutilated, stabbed multiple times and fastened to a piece of metal to ensure its sinking to the bottom. Police later confirmed that the body’s legs, arms and head, which have not yet been found, were removed deliberately, and that the body had been tampered with to make it sink.

On September 5, Madsen testified before a court that Wall was “accidentally” killed when he held the submarine’s heavy hatch and lost his footing, thereby causing the 70kg-hatch to shut and fatally hit Wall in the process. Madsen claimed to have been in a state of “suicidal psychosis” when he disposed of the body, arguing he was not thinking rationally at the time. He denies having mutilated Wall’s body. The 46-year-old said he then tried to bury her at sea and intended to commit suicide, sinking his submarine.

On october 6, Kim Wall’s head and legs were found by navy divers, assisting cops, near where her torso was found in August. Her head had been placed in a plastic bag weighed down with heavy pieces of metal, in another bag investigators found some of her clothes, her shoes, a knife and metal tools.

After Kim Wall’s torso was found on shores near Copenhagen, coroners  asserted that her head, arms and legs had been removed deliberately and that she was stabbed several times in her chest and in the lower abdomen area around the time of death or shortly afterwards. Post mortem didn’t show any fractures to Wall’s skull to sustain Madsen’s story that Wall died after being accidentally hit by a heavy hatch in the submarine’s tower. However, no definite cause of death has yet been ascertained.

Thomas Djursing, Madsen’s biographer, has revealed to the press that the UC3 Nautilus owner “often ends up in conflicts and has a lot of enemies” and that in “the past few years, he has been driven by a kind of vengeance. To show those he has worked with in the past, but who has since become his adversaries, that he can beat them”.

Djursing added that “Madsen temper can flare unexpectedly” and that he doesn’t know a journalist who has not been in conflict with him”.

Djursing wrote in his book “Rocket Madsen”, that Madsen,  who grew up with his elderly father after his parents’ separation, “describes himself as a nerd with few friends”. A Nerd is an unstylish, unattractive, or socially inept person, slavishly devoted to one subject.

Locals describe Madsen as a maverick and a Gyro Gearloose with high ambitions and low social skills.

Madsen published a message on his association’s website two years ago: “A curse lies over Nautilus. That curse is me. There will not be calm around Nautilus as long as I exist”.

In July 2014, Madsen established a Space Lab in Copenhagen, a laboratory where he researched, developed, and built rockets based on H2O2/polyurethane hybrid engines. In preparation was a rocket, Flight Alpha, which was expected to reach an altitude of 14 km.

Investigators said that on a hard drive found in Peter Madsen’s Space Lab, computer forensic analysts found snuff movies, videos of women being tortured, decapitated and burned.

Madsen’s biographer, Djursing, revealed that the inventor was involved in sexual experimenting in fetish groups despite living with a partner.

Peter Madsen’s choise to wear militar dress in Court reflect his fragility, his lack of self-esteem.

Peter Madsen

Peter Madsen has traits of cluster B personality disorders: lack of empathy, impulsive behavior, need for admiration, dysfunction in interpersonal relationships, unstable or fragile self-image, frequent and intense displays of anger. Cluster B include antisocial personality disorder, borderline personality disorder, histrionic personality disorder and narcissistic personality disorder.

Investigators found one or more snuff movies on Madsen’s hard drive, we can assume that he get erotic thrills from seeing women stabbed and dismembered, that he may have fantasized for years a copy cat murderer and that he finally acted on those fantasies. Violent and obsessive fantasies are the most critical component in the psychological development of a Lust Murderer as Peter Madsen. Lust murderers have a compulsive need to act out their fantasies as stabbing, cutting, piercing or mutilating the sexual regions of the victim’s body. 

Madsen didn’t dismembered Wall’s body to cover his crime but just to act out his violent fantasies to obtain a sexual gratification.

On the submarine investigators found Kim Wall’s underwear, tights and panties, Peter Madsen, who planned Kim Wall’s homicide, kept these items as souvenirs, a victim’s leftover allow a Lust Murderer to access to his memories, to relive the crime he committed.

Kim Wall

The murder of Kim Wall was a “motiveless homicide”, she was killed by a sexually incompetent man, an Anger-Excitation Sexual Murderer, who stabbed her in the genital areas and dismembered her body just to obtain a sexual satisfaction.

Ursula Franco, M.D. and criminologist

Published on Stylo24 International on October 18, 2017.

L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma mi dispiace che il Nautilus sia affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall, da lui commesso, si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto difensivo, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla od occultarla e da questa attività superflua, che possiamo considerare a tutti gli effetti una personation, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento diverrà la sua firma.

Non sappiamo se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli investigatori abbiamo ritrovato gli indumenti intimi della Wall all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino l’ha evidentemente presa all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando è stato localizzato, il sottomarino stava navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovavano a bordo; il ritrovamento della biancheria della Wall all’interno del Nautilus chiude il cerchio, non è stata una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall; gli assassini come Peter Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima, un cosiddetto “souvenir”, che, ogni qualvolta lo desiderino, gli permette di accedere alle proprie memorie per rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall

Did famous novelist Michael Peterson batter his ‘beloved’ wife to death with a poker in their luxury mansion?

As BBC Radio 5 live launches its first ever true crime podcast Beyond Reasonable Doubt? presenter Chris Warburton takes a look at the fascinating American court case behind it.

BY CHRIS WARBURTON, Daily Mirror

00:00, 20 JUN 2017 UPDATED 09:44, 20 JUN 2017

Kathleen Hunt Atwater Peterson died at home

I have to confess that I haven’t read any of Michael Peterson’s novels.

A Time of War, which came out in 1990 was described in one review as having ”all the elements of a TV mini-series; lush settings, sexy characters, high-level cloak-and-dagger espionage and acts of personal bravery.”

That review is as nothing when compared with the real-life story of the author himself

Michael Peterson was a bit of a local celebrity in Durham , North Carolina – a city the size of Salford or Southampton and one third of the “Triangle” of cities completed by Raleigh and Chapel Hill.

He wrote a column for the local paper which criticised the authorities, and particularly the police – calling them bigoted and corrupt.

Killer or innocent? A new podcast looks at the death of Michael Peterson’s wife(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

He had a website ‘“ hizzoner.com ” which he used as a platform to criticise and condemn.

Ironically it was officers from that same police force, the Durham Police Dept, who arrived at Michael’s colonial style mansion in the leafy Forest Hills suburb in the early hours of that fateful December morning in 2001.

They were answering a dramatic 911 call from Peterson saying that his second wife, Kathleen, had fallen down the stairs and was no longer breathing.

That call, which even after all these years is chilling and harrowing, has been picked over and analysed. Once heard, not forgotten.

In one night the life of a vibrant, happy go lucky wife, mother and daughter had been snuffed out.

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Kathleen Peterson’s sister, Candace Zamperini, at a court hearing (Image: Tribune News Service)

And in her beloved house too – the mansion where she and Michael entertained, held parties and fund raising functions, and celebrated their wedding just a few years earlier.

When Chief Investigator Art Holland and his team arrived they found the 48 year old telecoms executive dead at the foot of a narrow wooden staircase which in a bygone age was used by the servants. There was a lot of blood.

Michael said Kathleen had been drinking, was also taking valium and that she must have slipped and fallen while he, unaware, was sitting out by the swimming pool smoking and finishing off his drink.

That was the best and only explanation he had for the tragedy.


Lawyer David Rudolph with client Michael Peterson

After all, he adored her , they were soul mates he said and the five kids they shared their mansion with (his two boys from his previous marriage, two adopted girls and Kathleen’s daughter from her first marriage) testified as to how much in love Kathleen and Michael were.

He was a pillar of the community – a man who raised money for good causes, a decorated war hero. He’d even run for Mayor.

The police saw it differently. Apart from the blood, some aspects of Michael’s behaviour troubled them and after an autopsy showed lacerations on Kathleen’s skulll, they put forward an alternative version of events.

One which had Michael striking Kathleen repeatedly with a fireplace implement called a blowpoke.

Then, Kathleen, a much loved daughter, mother and sister, bled to death.

The news that Michael was being charged with first degree murder shocked and divided the community.

The case attracted the attention of a French film crew who virtually took up residence with Michael as his case was coming to court. Locals accused them of bias in favour of Michael.

Every major news network was there at the old Durham county courthouse in 2003 when the trial began. It took weeks to simply get a jury sworn in who everyone agreed with.

Beyond Reasonable Doubt is a brand new podcast about the biggest US murder case you’ve never heard of(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

It became the longest and most expensive trial in North Carolina history, watched live on TV, discussed in detail by the talk show hosts.

And they had plenty to talk about. The trial shone a light on Michael’s life, his history, his financial records and his relationship.

The defence and prosecution attorneys became household names – the D.A an upright, calm and imposing figure with a sharp Southern assistant by his side- fire and ice said one reviewer.

On the opposite bench a sharp, clever, charismatic defence attorney who was seen as a hero by some, a bit-too-clever-by-half by others.

Positioned behind them, family, friends and supporters either hung off every word of evidence or grew upset and angry.

They watched star witnesses, conflicting evidence about blood spatter and touching pictures of an earlier, happier life.

Even when the trial was over, it wasn’t really over. In the years that followed there were more court appearances, more twists, more anger, more revelations.

The case didn’t finally reach closure until February this year and I was there to see it.

In the months before I had become a bit obsessed with the case – it does that to you.

I discussed theories with my boss at Radio 5 live and my producer on the trip – they too, obsessed.


Chris Warburton delves into the death of Kathleen Peterson (Image: BBC)

My time in Durham was punctuated by moments of bizarreness which I won’t forget in a hurry and I am looking forward to sharing with you.

Join us on BBC Radio 5 live to follow every fascinating twist and turn of the case week by week, by subscribing to the podcast Beyond Reasonable Doubt?

You may become as obsessed as we are. You will certainly reach your own conclusion as to whether Michael is a cold-blooded killer or an unlucky victim of awful circumstances.

You will think the script was written by a novelist but believe me, every word of it is true.