Analisi di un’intervista rilasciata da Simona Pozzi a Gianluigi Nuzzi dopo la decisione della Corte di Cassazione in merito alla richiesta di custodia cautelare in carcere

Simona Pozzi

I PM Alberto Nobili e Antonia Pavan, della procura di Milano, ritengono che Simona Pozzi sia la mandante dell’omicidio di suo padre Maurizio pozzi, 69 anni, ucciso il 5 febbraio 2016, a Milano, nel suo appartamento di via Gian Rinaldo Carlo. Sul corpo di Maurizio Pozzi, il medico legale ha rinvenuto otto ferite lacero contuse alla testa.

Il 16 novembre 2018, la Corte di Cassazione si espressa in merito alla richiesta di custodia cautelare in carcere per Simona Pozzi da parte Tribunale del Riesame di Milano annullando con rinvio ad un nuovo giudizio del Riesame. Pochi giorni dopo, la Pozzi ha rilasciato al giornalista Gianluigi Nuzzi la seguente intervista:

Gianluigi Nuzzi: Signora l’ho sentita… ho sentito la telefonata dove le parole erano miste a lacrime e a quasi una incredulità, lei pensava di finire in carcere?

Simona Pozzi: Sì, ma più che altro perché non ho sentito i miei avvocati molto sicuri quando sono usciti dall’aula e quindi la cosa mi aveva un po’ agitato.

L’uso delle parole “più che altro” ci rivela che la Pozzi non temeva di finire in carcere solo per aver percepito l’insicurezza dei suoi avvocati.

Gianluigi Nuzzi: L’aveva messa in ansia.

Simona Pozzi: Sì.

Gianluigi Nuzzi: Ma lei veramente aveva pensato di togliersi la vita, come una volta m’ha detto… con sua figlia di buttarsi dal balcone?

Simona Pozzi: Io non ho mai detto questo, ho detto che mia figlia di fronte alle domande, anche dei professori che son venuti a conoscenza della cosa e quindi gli chiedevano: “Ma con chi starai? Con la nonna… con il papa?”, lei rispose “Io non starò con nessuno perché se vengono a prendere mia mamma… o ci diamo la mano o mi butto giù io”. E non nego che sabato mattina ho trovato una lettera di mia figlia dove c’era scritto questo. Motivo per il quale… sono uscita di casa e sono andata in chiesa e nonostante si dica che non è in chiesa che mi devo sciacquare l’anima perchè (incomprensibile) cose…(interrotta).

Purtroppo Nuzzi inspiegabilmente interrompe la Pozzi, la quale fa in tempo ad ammettere “mi devo sciacquare l’anima”. 

Gianluigi Nuzzi: Lasci stare le voci le chiacchiere non mi interessano degli altri (incomprensibile) le sue parole.

Simona Pozzi: Io credo in Dio eee credo che mio papà da lassù mi sta proteggendo e lo dimostra il fatto che per ora sono libera.

Il fatto che la Pozzi senta il bisogno di aggiungere “per ora” a “sono libera” è un segnale della consapevolezza della stessa che in futuro potrebbe non esserlo.

Gianluigi Nuzzi: Che rapporto aveva lei con suo papà?

Simona Pozzi: Sicuramente conflittuale ma perché mio papà era una persona morbosa, gelosissima di me, aveva riposto in me forse tutto ciò che lui da giovane non era… riuscito a fare e quindi… ci si scontrava.

Gianluigi Nuzzi: Le faceva mai un complimento?

Simona Pozzi: Poche volte ma di me parlava spesso e volentieri molto bene con un suo carissimo amico che non c’è più.

Gianluigi Nuzzi: Ma alzava mai le mani?

Simona Pozzi: No, cioè, vabbe’, lo schiaffo magari, see riteneva opportuno darmi uno schiaffo, quello sì.

Gianluigi Nuzzi: Ha mai avuto  delle attenzioni nei suoi confronti?

Simona Pozzi: Assolutamente e di fronte a queste accuse mi sono abbastanza inorridita.

“Assolutamente” non è una negazione credibile. “No” sarebbe stata una negazione credibile. Il fatto che la Pozzi aggiunga “abbastanza” ad “inorridita” indebolisce la sua affermazione.

Gianluigi Nuzzi: E nei confronti di altri?

Simona Pozzi: Assolutamente.

“Assolutamente” non è una negazione credibile. “No” sarebbe stata una negazione credibile.

Gianluigi Nuzzi: Con sua madre aveva un atteggiamento di equilibrio o…? 

Simona Pozzi: Sì, però quando si arrabbiava era uno che doveva sfogare la sua rabbia, cioè quindi… o effettivamente si metteva a gridare ooo… se aveva in mano una ciabatta la lanciava, però voglio dire, non è scusabile nulla, però ognuno di noi ha le sue reazioni, cioè, c’è chi prende e esce di casa e va a farsi un giro e c’è chi invece… io sono un po’ come lui, abbastanza… di pancia.

Gianluigi Nuzzi: Però lei lo voleva uccidere prima.

Simona Pozzi: No, assolutamente, questo è quello che si dice poi…

La risposta “No”, se non fosse stata seguita da altre parole, sarebbe stata una negazione credibile mentre “No, assolutamente, questo è quello che si dice poi…” non è una negazione credibile, peraltro, dopo il “poi”, la Pozzi si autocensura. 

Gianluigi Nuzzi: (…) il sangue c’era o no? E come spiega questa antinomia, questa contraddizione?

Simona Pozzi: No. Io ero in macchina, mia mammaa mi ha chiamata disperata, agitata: “Chiama un’ambulanza, vieni a casa, papà è stato male”… mmm… d’istinto mi è venuto di dire questa cosa, cioè, poi, sinceramente, anche il fatto degli occhiali o non degli occhiali, cioè tante cose possono non quadrare, però…

La Pozzi chiamò il 118 da casa e dopo essersi assicurata delle condizioni del padre, un dato che emerge con forza dall’analisi del contenuto della telefonata stessa.

La Pozzi ammette che tante cose non quadrano e poi, dopo aver detto “però”, torna ad autocensurarsi.

Gianluigi Nuzzi: Lei ha dato le chiavi di casa a qualcuno?

Simona Pozzi: No, non era nostra origine lasciare le chiavi di casa a… a terze persone.

La risposta “No”, se non fosse stata seguita da altre 13 parole, sarebbe stata una negazione credibile. La Pozzi ha aggiunto 13 parole per tentare di convincere il suo interlocutore.

E’ peraltro interessante il fatto che la Pozzi non parli per sé ma al plurale, mostrando di avere bisogno di “nascondersi nella folla” e che, riguardo alla chiave di casa, non si riferisca alla sera dell’omicidio ma ad una abitudine della famiglia. 

Si noti la collocazione della pausa “a… a terze persone”.

In un’intervista precedente Simona Pozzi invece di negare di aver dato le chiavi al sicario lo ha ammesso: “Sì, proprio così, in quanto sostengono che sicuramente sono stata io a dare le chiavi al… a questo sicario che doveva eseguire questo lavoro, però le chiavi io le avevo e le ho consegnate spontaneamente in questura quella notte e loro non me le stavano neanche chiedendo, copie non ne ho fatte, mi risulta che siano andati ovunque a chiedere quindi…”.

La Pozzi ha inoltre riferito alla giornalista di aver consegnato spontaneamente a chi indagava le chiavi di casa la notte stessa dell’omicidio. Ogni gesto spontaneo va analizzato sotto la lente d’ingrandimento. In ogni caso, il fatto che Simona Pozzi fosse in possesso delle chiavi dopo l’omicidio non permette di escludere che la stessa possa averle consegnate a qualcuno poco prima del delitto e che questo soggetto gliele abbia lasciate da qualche parte subito dopo, peraltro poco prima del delitto, dopo l’uscita del padre, anche Simona Pozzi uscì dal negozio per circa 15 minuti.

Gianluigi Nuzzi: E come ha fatto allora? Allora vuol dire che è entrata lei?

Simona Pozzi: No… mmm… io non s… cioè… entrata io, no, perché ho un movente fortissimo, cioè ho un… come si dice… un alibi fortissimo, che è quello del negozio, quello di aver tenuto gli scontrini casualmente.

Simona Pozzi risponde in ritardo rispetto al solito e mostra di essere in difficoltà.

Si noti che a Simona Pozzi sfugge “ho un movente fortissimo” 

Il fatto che la Pozzi poi si corregga dicendo “cioè ho un… come si dice… un alibi fortissimo, che è quello del negozio, quello di aver tenuto gli scontrini casualmente”, per l’uso rivelatore dell’avverbio “casualmente”, ci induce a sospettare che la Pozzi avesse un motivo per tenere da parte gli scontrini che potrebbe essere: crearsi un alibi per l’ora del delitto.

L’aver conservato gli scontrini relativi alla sua uscita di quella sera, avvenuta peraltro in concomitanza con l’omicidio del padre e l’aver consegnato spontaneamente a chi indagava le chiavi di casa la sera stessa dell’omicidio sono due fatti sospetti. 

Gianluigi Nuzzi: E meno male che ce l’ha. 

Simona Pozzi: E meno male che ce l’ho, sennò ero già in carcere, visto che sempre e solo su di me si è indagato, quindi…

La Pozzi torna ad autocensurarsi dopo il “quindi”.

Gianluigi Nuzzi: (…) però lei dovrebbe essere il primo ad alzare la mano e dire agli inquirenti: Andate a cercare a, b, c e d, invece è lei sul banco degli imputati. Perché non ha alzato mai la mano?

Simona Pozzi: Perché non mi è stato chiesto, son sempre stata (interrotta).

Purtroppo Nuzzi interrompe ancora la Pozzi.

Gianluigi Nuzzi: Allora chi è stato ad uccidere suo padre?

Simona Pozzi: No, questo non lo posso sapere. Non sono io che devo rispondere (interrotta). 

Purtroppo Nuzzi interrompe ancora la Pozzi.

Gianluigi Nuzzi: Qual’è la pista da imboccare?

Simona Pozzi: Ma potrebbero essercene tantissime di piste, che sono quelle che vanno oltre a dire che, per nesso logico, siccome Si… Simona aveva dei debiti e ha defraudato il patrimonio familiare, per forza è stata lei perché in Italia tutti quelli che hanno i debiti e usano i soldi di famiglia con conti cointestati, quando non ce la fanno piùammazzano il padre, oggi io chiedo a voi che, comunque sia, per una volta posso parlare, una volta che io ho ammazzato mio papà, ad oggi chiedo, giusto? La mia vita in che cosa è migliorata? Visto che sono tre anni che io vivo un incubo, lo vive mia mamma, lo vive mia figlia, lo vive il mio ex marito, lo vive la famiglia del mio ex marito e quelle poche persone che sanno chi è Simona e che credono in me.

Le tirate oratorie sono cariche di informazioni di vitale importanza per le indagini e vi si trovano spesso delle ammissioni.

Questa volta Nuzzi non ha interrotto la Pozzi, ma ha lasciato che parlasse, ed è stato ripagato, infatti quella in cui si è appena cimentata la Pozzi è una tirata oratoria oltremodo incriminante.

“Simona aveva dei debiti e ha defraudato il patrimonio familiare ” sono due ammissioni tra le righe.

“quando non ce la fanno più, ammazzano il padre” è un’affermazione interessante in merito ad un potenziale movente.

La Pozzi con la fase “comunque sia” allude ad una possibilità.

“una volta che io ho ammazzato mio papà” è un’altra ammissione.

Gianluigi Nuzzi: Simona guardi io le devo dire questo, qualche dubbio su di lei ci può essere anche perché nel precedente nel… ci sono degli episodi. 

Simona Pozzi: Sì.

Si noti che Simona Pozzi non nega di aver tentato di uccidere suo padre in precedenza anzi conferma.

Gianluigi Nuzzi:… che non erano proprio di un amore idilliaco. Cioè ci sono dei testimoni che la indicano come la mandante, che lei avrebbe ingaggiato delle persone per far fuori suo padre, che è una cosa che non succede proprio in tutte le famiglie.

Simona Pozzi: Certo.

Si noti ancora che Simona Pozzi non nega di aver tentato di uccidere suo padre in precedenza anzi conferma.

Gianluigi Nuzzi: Simona, dove stava andando suo papà?

Simona Pozzi: Penso a casa.

Gianluigi Nuzzi: E perché va dalla parte diversa rispetto a quella consueta?

Simona Pozzi: Non lo so, non spetta a me, sennò facevo un altro lavoro (ride) cioè… 

Simona Pozzi prende le distanze dai fatti e si esibisce in una risata fuori luogo.

Gianluigi Nuzzi: Sì, ma è la verità sulla morte di suo padre.

Simona Pozzi: Ma certo, ma io… non spetta a me però, non… non sta a me portare delle piste alternative, cioè, io quello che non… non riesco a capire in tutta questa situazione, dalla notte stessa in cui siamo stati portati in questura, le dita sono state puntate solo su di me. 

Gianluigi Nuzzi: (…) lei invece mi dice: “No, ma chi ha ucciso mio padre, ma non lo so, non spetta mica a me”.

Simona Pozzi: Ma non mi è mai stato chiesto, cioè io… io non sono mai stata… eh, non devo chiamare io il PM e dirgli “Cosa ne pensa Pavan se magari insieme troviamo una pista alternativa?”

Gianluigi Nuzzi: Lei ha più pensato a difendere sé o a trovare la verità su suo padre?

Simona Pozzi: Entrambe le cose, a difendere me, perché per come sono cresciuta e per i miei principi morali e per come voglio che cresca mia figlia, non ci sta che io da tre anni sia sulla bocca di tutti e sto passando come il mostro, come la persona fredda che non… non ha un minimo di pentimento o robe del genere, cioè, ognuno di noi poi al dolore reagisce in maniere diverse.

Durante questo sermone la Pozzi tenta di descriversi come un “good guy”, si tratta del “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis, solo un “bad guy” sente il bisogno di descriversi come un “good guy”.

Gianluigi Nuzzi: (incomprensibile)

Simona Pozzi: No, purtroppo è emerso anche questo, che la mia freddezza dimostra che io sono per forza l’unica persona che può aver voluto questo, non è vero, non è vero.

Quest’ultima risposta non rappresenta una negazione credibile, anzi la mia freddezza dimostra che io sono per forza l’unica persona che può aver voluto questo” è un’ammissione.

Una negazione credibile è una negazione spontanea composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso x”.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso mio padre” o quella “io non ho fatto uccidere mio padre”, accompagnata dalla frase “io ho detto la verità”, in riferimento a “io non ho ucciso mio padre” o a “io non ho fatto uccidere mio padre”, nel 99% dei casi sono la verità.

CONCLUSIONI

Durante questa intervista, Simona Pozzi:

  1. non ha mai negato di essere l’esecutore o il mandante dell’omicidio di suo padre Maurizio;
  2. ha più volte nascosto delle informazioni, autocensurandosi;
  3. ha fatto ricorso a tirate oratorie e sermoni mostrando così di non potersi avvalere della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di rispondere con poche parole perché non sentono il bisogno di convincere nessuno;
  4. si è lasciata andare a numerose ammissioni: “mi devo sciacquare l’anima”, “ho un movente fortissimo”, “Simona aveva dei debiti e ha defraudato il patrimonio familiare”, “quando non ce la fanno più, ammazzano il padre”, “una volta che io ho ammazzato mio papà” e “la mia freddezza dimostra che io sono per forza l’unica persona che può aver voluto questo”;
  5. ha cercato di rappresentarsi come un “good guy”.

Leggi anche: Omicidio Maurizio Pozzi: analisi di uno stralcio della telefonata al 118 di sua figlia Simona e di stralci di interviste da lei rilasciate

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Omicidio Maurizio Pozzi: analisi di uno stralcio della telefonata al 118 di sua figlia Simona e di stralci di interviste da lei rilasciate

Simona Pozzi

I PM Alberto Nobili e Antonia Pavan, della procura di Milano, ritengono che Simona Pozzi sia la mandante dell’omicidio di suo padre Maurizio pozzi, 69 anni, ucciso il 5 febbraio 2016, a Milano, nel suo appartamento di via Gian Rinaldo Carlo. Sul corpo di Maurizio Pozzi, il medico legale ha rinvenuto otto ferite lacero contuse alla testa.

– Trascrizione e analisi di uno stralcio della telefonata al 118 fatta da Simona Pozzi il giorno dell’omicidio:

Operatrice: Pronto, numero di emergenza.

Simona Pozzi: Sì, buongiorno, mi può mandare un’ambulanza per favore?

Si noti che la chiamata della Pozzi inizia con un “Sì, buongiorno” e la sua richiesta di un’ambulanza è seguita da un “per favore”.

Durante una chiamata d’emergenza i convenevoli sono inaspettati e sono generalmente presenti nelle chiamate di coloro che desiderano ingraziarsi l’operatore per un qualche motivo.

– Nel caso dell’omicidio di Marco Vannini, Federico Ciontoli, durante la telefonata d’emergenza, non appena l’operatrice del 118 gli rispose, sentì la necessità di ingraziarsela. Riporto il primo scambio verbale tra il Ciontoli e l’operatrice:

Operatrice del 118: 118, Roma.

Federico Ciontoli: Eee… buonasera, mi serve urgentemente un’ambulanza a Ladispoli.

Nell’aprile 2018 Federico Ciontoli è stato condannato a tre anni per omicidio colposo.

– Nel caso del suicidio di David Rossi, Bernardo Mingrone, il collega che, dopo il ritrovamento del corpo di David, chiamò il 118, non si perse invece in convenevoli:

Operatore: 118?

Bernardo Mingrone: Deve mandare subito a Siena, Rocca Salimbeni… subito un’ambulanza.

Operatrice: Cosa è successo, signora?

Simona Pozzi: Non lo so, mia mamma è tornata a casa e ha trovato mio padre a terra in un mare di sangue.

“Mio padre è a terra in un mare di sangue” è la risposta che ci saremmo aspettati. 

“mia mamma è tornata a casa e ha trovato” è un’affermazione vera ma non necessaria. Ogni informazione non necessaria è doppiamente importante per l’analista. A questo punto, lo scopo di chi analizza è capire il perché Simona Pozzi senta il bisogno di prendere le distanze dai fatti aggiungendo “mia mamma è tornata a casa e ha trovato”. Lo vedremo in seguito.

La madre della Pozzi, Angela, durante un’intervista, ha dichiarato: Subito sono andata a chiamare la Simona, gli ho detto: “Simo, corri a casa che il papà si è sentito male”, poi nel frattempo che lei… l’ha dì: “Mamma sono già per strada che dovevo andare a prendere ***** a pallavolo”.

Operatrice: Da dove perde sangue, signora?

Simona Pozzi: Dalla testa.

Simona Pozzi mostra di sapere con precisione da dove suo padre perda sangue, la sua risposta induce a ritenere che la donna si trovi a poca distanza da lui e che risponda in base a ciò che vede. 

Operatrice: E’ sveglio?

L’operatrice si informa sulle condizioni di Maurizio Pozzi.

Simona Pozzi: Non ci risponde.

Simona Pozzi, con la risposta “Non ci risponde”, lascia intendere che lei e quantomeno un’altra persona, presumibilmente sua madre, si trovino vicino a Maurizio Pozzi.

Operatrice: Respira, però?

Simona Pozzi: Sembra di sì.

Questa risposta è un’ulteriore conferma del fatto che Simona Pozzi si trova vicino a suo padre Maurizio.

Operatrice: Ok, sta arrivando un’ambulanza. Quanti anni ha il papà, signora?

Simona Pozzi: 67!? È del 46, oddio, 60.

Operatrice: Va beh, del 46.

Simona Pozzi: No il telefono, l’età… mamma.

Simona Pozzi dice alla madre, che con tutta probabilità ha creduto che la donna non ricordasse un numero di telefono, che si sta riferendo all’età del padre e non al numero di telefono. La madre l’ha sentita dare i numeri, “67”, “46”, “60”, ed è comprensibile che abbia creduto che la figlia non ricordasse un numero di telefono.

– Vediamo che cosa ha detto Simona Pozzi durante un’intervista in merito a questo punto:

Gianluigi Nuzzi: C’era o no il lago di sangue?

Le domande chiuse sono da evitare, Nuzzi avrebbe dovuto chiedere alla Pozzi di descrivergli la scena del crimine. 

Simona Pozzi: Allora… la telefonata è stata fatta da mia mamma ma io non ero presente in casa quindi ovviamente quando ho ricevuto la telefonata ho… ho chiamato l’ambulanza e ho ripetuto a grandi linee quello che mia mamma mi aveva detto per telefono, quando poi sono arrivata a casa sicuramente la… lo scenario era ben diverso, in quanto, è vero che di sangue in giro non ce n’era, mio papà aveva una chiazza di sangue, era sulla tenda dietro alla testa, però, ripeto, respirava, non aveva tagli, non aveva questo ematoma sotto l’occhio che probabilmente poi sarà arrivato dopo non… cioè non sono un medico per poterlo sapere… però era veramente tutto…. 

Simona Pozzi invece di rispondere semplicemente “No, non c’era un lago di sangue” si esibisce in una lunga tirata oratoria, lo fa per portare a casa il punto, ovvero per convincere il suo interlocutore di aver chiamato il 118 dall’auto dopo essere stata avvisata telefonicamente dalla madre e di essere giunta a casa solo in seguito ma viene clamorosamente smentita dall’analisi del contenuto della telefonata al 118. 

Si notino sia la ripetizione di “ho” che la posizione della pausa in questa frase: “quando ho ricevuto la telefonata ho… ho chiamato l’ambulanza”.

Gianluigi Nuzzi: Simona.

Simona Pozzi: Sì.

Gianluigi Nuzzi: Lei riceve la telefonata dalla sua mamma, è in automobile con la figliola per delle attività sportive e rientra… chiama subito il 118 dall’auto, giusto?

Troppi suggerimenti, la domanda giusta sarebbe stata: Mi racconta cosa è successo quella sera?

Simona Pozzi: No, sono in auto… no, io ero in macchina da sola, mia figlia era già in palestra a fare gli allenamenti di pallavolo e io, quando c’erano gli allenamenti alla sera, chiudevo il negozio e la andavo a prendere, ero già in macchina perché avevo già chiuso il negozio e stavo andando a prendere mia figlia, ho ricevuto la telefonata di mia mamma, ero da sola.

Si noti che la Pozzi nel rispondere alla precisa domanda di Nuzzi non solo non prende possesso di ciò che dice in quanto parla al presente di un fatto accaduto nel passato “No, sono in auto…” ma si autocensura.

In seguito la donna conferma di aver ricevuto una telefonata di sua mamma mentre era in auto da sola. Nessuno lo ha mai messo in dubbio. La telefonata al 118 invece lei non la fece mentre si trovava in auto da sola, ma mentre si trovava in casa, di fronte a suo padre morente ed era in compagnia di sua madre Angela.

Gianluigi Nuzzi: “No il telefono, l’età… mamma”, sembra che lei signora stia parlando con sua mamma in questa telefonata.

Simona Pozzi: No, è il mio modo di fare quando non riesco a ricordare una cosa che dico: “Mamma mia”, ma perché non mi ricordo, assolutamente, assolutamente, ero in macchina da sola… lo posso confermare.

Dopo il “No” la Pozzi indebolisce la negazione aggiungendo 32 parole, tra queste due “assolutamente”“lo posso confermare” che sottolineano il suo bisogno di convincere.

La Pozzi mostra di essere capace di falsificare, quando dice “ero in macchina da sola…” infatti mente.

Gianluigi Nuzzi: Quindi non è un “mamma” rivolto ad un’altra persona? 

Simona Pozzi: No, no, perché di telefono ne ho uno, quindi quello era e da quello ho chiamato l’autoambulanza.

La Pozzi, prima nega, poi indebolisce la sua negazione con 16 parole superflue, che usa peraltro, non per negare di aver fatto la chiamata da casa in compagnia di sua madre, ma per affermare un qualcosa che Nuzzi non le stava contestando, ovvero di aver chiamato dal suo telefono.

Giornalista: (…) questa è la porta di casa, da qui, diciamo, sono partite in parte le accuse contro di te, questa porta era chiusa quando è arrivata tua madre, era chiusa a chiave, solo tre persone, una era tuo padre e altre due, tua madre e tu, avevate le chiavi, per questo le indagini sono arrivate a te all’inizio.

Simona Pozzi: Sì, proprio così, in quanto sostengono che sicuramente sono stata io a dare le chiavi al… a questo sicario che doveva eseguire questo lavoro, però le chiavi io le avevo e le ho consegnate spontaneamente in questura quella notte e loro non me le stavano neanche chiedendo, copie non ne ho fatte, mi risulta che siano andati ovunque a chiedere quindi…

Simona Pozzi non riesce a negare di aver consegnato le chiavi all’omicida, anzi, senza ripetere a pappagallo le parole della giornalista, afferma spontaneamente “sicuramente sono stata io a dare le chiavi al… a questo sicario che doveva eseguire questo lavoro”.

La Pozzi ha riferito alla giornalista di aver consegnato spontaneamente a chi indagava le chiavi di casa la notte stessa dell’omicidio, ogni gesto spontaneo va analizzato sotto la lente d’ingrandimento. In ogni caso, il fatto che Simona Pozzi fosse in possesso delle chiavi dopo l’omicidio non permette di escludere che le possa aver consegnate a qualcuno poco prima del delitto e che questo soggetto gliele abbia lasciate da qualche parte subito dopo, peraltro quella sera, dopo l’uscita del padre, anche Simona Pozzi uscì dal negozio per circa 15 minuti.

In sintesi, Simona Pozzi ha provato a convincere la sua interlocutrice ma non è riuscita a negare in modo credibile di aver consegnato le chiavi all’omicida.

Giornalista: Qua era tuo padre (…) C’era sangue in questa stanza?

Simona Pozzi: Allora… il sangue era limitato dietro alla testa, perché quando io sono arrivata mia madre era in questa posizione, io mi sono avvicinata al corpo di mio papà e sinceramente il sangue era limitato dietro alla testa, non aveva nessun tipo di ferita sul viso.

La Pozzi poteva limitarsi a dire “il sangue era limitato dietro alla testa” e invece ha aggiunto “perché quando io sono arrivata mia madre era in questa posizione” informazioni superflue che ci ha preannunciato con un “Allora” e che le servono ancora una volta per portare a casa il solito punto

“io mi sono avvicinata al corpo di mio papà” è una frase inaspettata per la presenza della parola “corpo”, un termine generalmente usato per descrivere un cadavere, vi ricordo che la Pozzi ha riferito all’operatrice del 118 che le sembrava che il padre respirasse.

Giornalista: Schizzi in giro?

Simona Pozzi: Non c’era nulla.

Simona Pozzi: Respirava aveva su gli occhiali da vista integri e non aveva un minimo segno sul viso, né labbro spaccato, né occhi tumefatto, nulla di ciò che invece ho letto nell’autopsia e questo, mi dispiace, ma non posso negarlo perché è l’immagine che ho di mio papà impressa davanti agli occhi da quasi tre anni.

E’ inaspettato che un soggetto che si dichiara vittima di un errore della procura dica “mi dispiace”; la frase “mi dispiace” si trova di frequente nelle dichiarazioni di soggetti che hanno delle colpe.

Il fatto che il padre della Pozzi non abbia sofferto traumi facciali e che non vi fossero schizzi di sangue riferibili ad un cast off sulla scena del crimine è compatibile con un’aggressione. Se il Pozzi fosse caduto da solo si sarebbe procurato un’unica lesione alla testa e non otto. Le otto lesioni lacero contuse riscontrate all’esame autoptico sono state provocate dall’urto ripetuto e violento della testa del Pozzi contro il pavimento. Il Pozzi non è stato colpito con un corpo contundente ma la sua testa è stata sbattuta a terra con forza, ciò spiega l’assenza di cast off* sui muri, a terra e sulle tende e anche l’assenza di lesioni al volto. Un omicidio che ricalca quello di Kathleen Hunt Atwater Person ad opera del marito Michael.

*cast off: schizzi di sangue proiettati dall’arma insanguinata

Michael Peterson uccise sua moglie Kathleen prendendola per i capelli e facendole sbattere ripetutamente e violentemente la testa contro gli scalini di legno della scala di servizio della loro villa. All’esame autoptico vennero rilevate multiple lacerazioni sul cuoio capelluto della vittima ma nessuna frattura della teca cranica. Secondo il medico legale tali lacerazioni furono causate da un oggetto piatto, nessun oggetto colpì la testa di Kathleen ma fu la testa di Kathleen ad impattare contro gli scalini di legno della scala di servizio.

Questa ricostruzione dell’omicidio di Kathleen Peterson è l’unica cui si confanno tutte le risultanze investigative:

– Kathleen non patì alcuna frattura della teca cranica perché la sua testa impattò contro gli scalini di legno.

– Sul cadavere di Kathleen vennero rilevate alcune contusioni nell’area posteriore delle braccia e sulla schiena perché la donna urtò le braccia e il dorso durante l’aggressione.

– Non furono riscontrate contusioni su coste, gambe, piedi o ginocchia di Kathleen perché Kathleen non cadde dalle scale.

– Alcune contusioni furono invece rilevate sui polsi e sulle mani di Kathleen perché la donna si difese cercando di liberare i propri capelli dalla stretta del marito.

– La distribuzione delle macchie di sangue, il tipo di macchie (low/medium velocity blood spatters), l’assenza di cast off nella ristretta area in cui fu perpetrata l’aggressione, l’assenza di un pattern riferibile ad un corpo contundente sia sui muri, che sul cranio della vittima, che sulle sue lesioni da difesa, escludono che Peterson abbia usato un’arma per ucciderla.

– Infine, nessuna frattura del massiccio facciale è stata rilevata all’esame autoptico; è chiaro che se Kathleen fosse stata aggredita da dietro in quell’area così ristretta, ogni qualvolta fosse stata colpita posteriormente, la donna sarebbe caduta urtando il volto.

Gianluigi Nuzzi: Lei è accusata del peggiore dei delitti, cioè quello di aver ucciso il proprio padre, è un’accusa Simona pesantissima questa. 

Simona Pozzi: Sì, sicuramente pesantissima maa… come ho ripetuto diverse volte… eee… mai ho pensato di voler vedere mio padre morto, diciamo che nelle discussioni di parole se ne dicono tante ma da lì poi ad eseguire un omicidio ne passa. E tengo anche a precisare che di questo… stavo dicendo, di questo discorso ne stiamo parlando ormai da quasi tre anni e preciso… eee… quello che è stato richiesto non è il carcere perché io sono l’omicida ma un carcere cautelativo con indagini chiuse… eee… io che sono indagata da giugno.

Simona Pozzi non nega in modo credibile. Dopo essere stata messa di fronte alle accuse, non dice “io non ho ucciso mio padre” ma si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale prova a convincere il giornalista di un qualcosa che è incapace di negare in modo credibile. Peraltro, nella sua tirata oratoria, la Pozzi inserisce spontaneamente la frase “perché io sono l’omicida” che rappresenta un’ammissione tra le righe.

Le tirate oratorie sono cariche di informazioni di vitale importanza per le indagini e vi si trovano spesso delle ammissioni. 

Nuzzi non ha interrotto la Pozzi, ma ha lasciato che parlasse, ed è stato ripagato.

Gianluigi Nuzzi: Simona però una cosa… lei che rapporto aveva… aveva un rapporto molto burrascoso con suo padre?

Simona Pozzi: Un rapporto burrascoso, come credo il 90% delle persone ha quando vive a stretto contatto con la propria famiglia, ci lavora insieme, età diverse, visioni diverse di quello che è il commercio oggi e quindi spesso si litigava però… mmm… da lì a pensare che una persona abbia ammazzato suo papà ne passa, cioè credo che le famiglie del Mulino Bianco le vediamo solo nelle pubblicità, mi viene anche un po’ da sdrammatizzare perché la situazione sta diventando pesante, cioè io per gli occhi della gente sono una omicida (incomprensibile).

Si noti che anche “sono una omicida” è una frase che la Pozzi pronuncia spontaneamente.

Ancora una volta Nuzzi non ha interrotto la Pozzi, ma ha lasciato che parlasse, ed è stato ripagato.

Gianluigi Nuzzi: Simona ma forse sugli occhi della gente, sull’opinione anche dei nostri social pesa quel precedente, cioè quando secondo gli inquirenti lei avrebbe tentato in precedenza di, come dire, far morire il padre a colpi di bastonate prima e col veleno dopo.

Simona Pozzi: Sì, questo è emerso dopo, perchè c’è un teste, come dicono loro, affidabile, che sarebbe andato di sua spontanea volontà e non è tale Pasquale Talarico ma un’altra persona e da lì è nata tutta questa cosa, però sinceramente, ripeto, anche in quell’occasione io mi sento tranquilla perché non… mmm… eee… questa persona non la conosco quindi…

Si noti la frase “questo è emerso”. Emergono solo le cose accadute e poi sommerse, non quelle che non sono accadute perché se non sono accadute, nessuno ha motivo di nasconderle. 

Simona Pozzi non nega di aver tentato di uccidere suo padre in precedenza, dice semplicemente di non conoscere il teste, poi definisce questa accusa “quell’occasione”.

Gianluigi Nuzzi: Ecco lei ha introdotto questa persona, Talarico, si tratterebbe della persona… insomma… che lei avrebbe incaricato di, come dire, di far fuori suo padre prima della tragica e misteriosa… ancora… morte di papà Maurizio, è corretto?

Simona Pozzi: Sì, 3 anni prima, 4 anni prima, questa persona sostiene che per 1000 euro è andato in montagna a compiere questo pestaggio, chiamiamolo così, eee sinceramente io mi sono letta tutte le carte e penso che è una logica molto meccani… meccanica molto… molto contorta, pensare che una persona di quel calibro, chiamiamolo così, possa, per 1000 euro, aver fatto quello che ha fatto.

La Pozzi non nega in modo credibile di essere la mandante del pestaggio del padre né di conoscere Talarico ma si esibisce nell’ennesima tirata oratoria durante la quale parla di carte e di logica e con la frase “aver fatto quello che ha fatto” ci conferma di credere che sia stato Pasquale Talarico ad aggredire suo padre in montagna. 

Ancora una volta Nuzzi non ha interrotto la Pozzi, ma ha lasciato che parlasse, ed è stato ripagato.

Giornalista: E’ un pluripregiudicato.

Simona Pozzi: Ecco, per l’appunto, eee… sostiene di essere anche venuto in negozio a viso scoperto.

La Pozzi, invece di negare in modo credibile, prova ancora a convincere. 

Gianluigi Nuzzi: E lei non lo conosce?

Purtroppo Nuzzi invita la Pozzi a negare.

Simona Pozzi: No, io non lo conosco, ma, a questo punto, dal momento che nega di aver aggredito anche mia mamma e mia mamma invece è stata aggredita e sostiene che indossava un cappellino, quindi a viso scoperto, se è vero che è tornato in negozio a chiedermi i soldi per il lavoro e mia mamma sostiene che era in negozio, meglio di un confronto fra lui e mia mamma non che n’è perché, a questo punto, se… se è tutto così… è tutto assurdo, non si è mai visto pluri(pre)giudicato venga in negozio.

“No, io non lo conosco” non è una negazione credibile perché la Pozzi ripete a pappagallo le parole di Nuzzi, che peraltro le suggerisce di negare, e poi indebolisce la sua negazione con una tirata oratoria di 88 parole. 

Una negazione credibile è una negazione spontanea; una negazione costruita ripetendo a pappagallo le parole di un interlocutore non è una negazione credibile. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso x”, “rubato il y”, “violentato x”, “rapito x”, etc.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso x”, seguita dalla frase “io ho detto la verità”, riferita a “io non ho ucciso x”, nel 99% dei casi è la verità.

Dicendo “a chiedermi i soldi per il lavoro”, la Pozzi fa ricorso ad una terminologia inaspettata, da ambiente criminale.

“a questo punto, se… se è tutto così… è tutto assurdo” è un’affermazione interessante il cui contenuto andrebbe approfondito con ulteriori domande.

In questi stralci d’intervista, Simona Pozzi ha mostrato di non potersi avvalere della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di rispondere con poche parole perché non sentono il bisogno di convincere nessuno.

Perché Simona Pozzi nega l’evidenza, perché nega di aver fatto la telefonata al 118 da casa in compagnia di sua madre? Perché dopo essere stata avvisata telefonicamente dalla madre che il padre stava male, prima di chiamare il 118, andò a casa dei genitori per accertarsi delle sue condizioni.