Omicidio di Simonetta Cesaroni: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Raniero Busco

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Simonetta Cesaroni

Martedì 7 agosto 1990, intorno alle 23:30, Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca e Salvatore Volponi, Giuseppa De Luca e Mario Vanacore rinvennero il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni, 21 anni, sul pavimento di una stanza di un ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù sito in via Carlo Poma n. 2, scala B, terzo piano, interno 7, dove la ragazza lavorava ogni martedì e giovedì dal mese di giugno. La giovane, trafitta da 29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità del capo e dei capelli scomposti, il pavimento recava impronte rosacee semicircolari, come per parziale detersione; l’ambiente circostante si presentava in ordine, in un angolo erano allineate le sue scarpe da tennis slacciate. Simonetta era arrivata in ufficio intorno alle 15:45 ed aveva aperto con un mazzo di chiavi in suo possesso, alle 17:35 aveva parlato con una collega al telefono e nell’intervallo di tempo tra la fine della telefonata e le 18:30/19:00 orario in cui avrebbe dovuto chiamare Volponi per riferirgli a che punto fosse con il lavoro, Simonetta era stata uccisa.

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Raniero busco

 Circa vent’anni dopo l’omicidio, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco, fidanzato della Cesaroni al momento dei fatti, è stato condannato a 24 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Roma. 

Il 27 aprile 2012, Busco è stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Roma . 

Il 26 febbraio 2014, la Corte Suprema di Cassazione ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco nonostante il PG avesse chiesto l’annullamento con rinvio del verdetto emesso dalla Corte d’Assise di Appello di Roma.

Ma veniamo all’analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate da Raniero Busco.

Raniero Busco, essendo stato assolto, è innocente “de iure”, se lo è anche “de facto” mi aspetto che negli anni abbia negato in modo credibile, ovvero mi aspetto che abbia ripetuto ai giornalisti, agli inquirenti, alla PM Ilaria Calò e ai giudici soprattutto queste due semplici frasi: “io non ho ucciso Simonetta” e “ho detto la verità”. 

Mi aspetto anche che Busco abbia dimostrato, in specie ai giudici, di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

E mi aspetto infine di trovare nelle sue dichiarazioni parole di affetto per Simonetta e di comprensione per la sua famiglia oltre a parole di condanna e disprezzo per il suo assassino, non solo per avergli ucciso la fidanzata, o quantomeno un’amica, ma anche per averlo costretto a subire un processo per omicidio.

— Interrogato nel 2010 durante un’udienza del processo a suo carico dal pubblico ministero Ilaria Calò: 

PM Calò: Che tipo di rapporto avevate?

La domanda essendo generica lascia molto spazio a Busco e permette a noi di capire quali sono le sue priorità. 

Raniero Busco: Principalmente ci vedevamo nei fine settimana perché io facendo i turni, lavoravo, quindi normalmente ci vedevamo nei fine settimana.

Da notare che Busco non nomina la povera Simonetta.

Busco non descrive lo stato del rapporto tra lui e Simonetta da un punto di vista sentimentale ma focalizza semplicemente sulla frequenza con la quale si incontravano ripetendo per due volte “ci vedevamo nei fine settimana”. Convincere la PM del fatto che lui e Simonetta si vedessero nei fine settimana è la sua priorità ma poiché non è capace di mentire fa precedere alla frase l’avverbio “Principalmente”, lasciando intendere che non si incontrassero esclusivamente “nei fine settimana”.

Da notare l’introduzione dell’avverbio “normalmente”. Vedremo in seguito come e perché Raniero Busco abbia fatto spesso riferimento alla routine nelle sue risposte.

 PM Calò: I rapporti sessuali che aveva con Simonetta erano rapporti per certi versi violenti o umilianti per lei?

Raniero Busco: No, assolutamente no… guardi, avevamo rapporti normalissimi, non c’è niente di umiliante e niente diii particolarmente violento.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

“No” è una buona risposta ma Busco la indebolisce facendo seguire alla negazione 17 parole, tra cui un “assolutamente no” che tradisce un bisogno di convincere che generalmente gli innocenti non hanno e un “guardi, avevamo rapporti normalissimi” che  tradisce ancora un bisogno di convincere per l’uso del superlativo “normalissimi” e lascia supporre il contrario.  

Quando Busco dice “non c’è niente di umiliante”, parla al presente per non riferirsi ai rapporti avuti con Simonetta, un escamotage che usa per non mentire. 

E poi aggiunge “e niente diii particolarmente violento”, lasciando intendere, attraverso l’inserimento dell’avverbio “particolarmente”, che invece fossero caratterizzati da un certo grado di violenza.  

PM Calò: Era lei ad aver telefonato? Vi siete accordati per vedervi quel pomeriggio?

La PM commette un errore, fa due domande insieme permettendo a Busco di scegliere a quale domanda rispondere.

Raniero Busco: No, assolutamente, non ero io, cioè non sono stato io.

Da notare che Busco continua a non nominare la povera Simonetta.

Busco risponde alla prima domanda della PM con un “No” ma poi aggiunge 9 parole che indeboliscono la sua negazione. 

L’uso dell’avverbio “assolutamente” tradisce un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. 

“non ero io” e “non sono stato io” non sono negazioni credibili. 

Busco prova a negare di essere l’autore della telefonata ma non di essersi accordato con Simonetta per vedersi quel pomeriggio in seguito ad una telefonata della ragazza.

Dopo l’analisi di questa risposta trovo che sia condivisibile l’assunto dei giudici del primo grado che hanno scritto di “ritenere verosimile che la lunga telefonata dell’ora di pranzo, di cui ha riferito la madre di Simonetta, e che tutte le sue amiche e i suoi colleghi di lavoro hanno attendibilmente negato di avere fatto o ricevuto quel giorno e a quell’ora, abbia avuto come interlocutore proprio il Busco”.

PM Calò: Il 6 dicembre 2004, lei ha fornito ai carabinieri un alibi falso.

Non una domanda ma un’affermazione che costringe Busco a mettersi sulla difensiva.

Raniero Busco: No, guardi, questa circostanza, le ripeto, a me mi è stata richiesta nel… nel 2005…

Nel 2004 Busco ha sostenuto di essere stato al bar “Portici” con Simone Palombi nel pomeriggio del 7 agosto 1990, un alibi mai confermato dall’amico. Palombi infatti, già nel 1990, aveva riferito a chi indagava di essere stato a Frosinone durante tutta la giornata del 7 agosto 1990, di essere tornato a Roma intorno alle 19:45 e di aver visto Busco al bar “Portici” soltanto a quell’ora. Sentito nel 2004 nell’ambito delle nuove indagini relative all’omicidio di Simonetta, Palombi ha confermato la circostanza e l’ha confermata anche nel confronto sostenuto con Raniero mentre Busco ha invece ammesso che poteva essersi sbagliato sulla presenza del Palombi al bar quel pomeriggio in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. 

PM Calò: 2004. 

La PM lo corregge. 

Raniero Busco:… adesso non mi ricordo la data, 2004, quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni, avevo questo ricordo, infatti al maresciallo dei carabinieri chiesi: “Mi ricordo di essere stato con Simone, non sono sicuro, andate a verificare quello che ho dichiarato all’epoca” e qui la risposta del maresciallo fu: “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è” e da lì è nato l’equivoco, anche perché, ripeto, con Simone ci vedevamo spesso nei pomeriggi in quanto lui all’epoca non lavorava, io ero libero dai turni, spesso mi veniva a trovare nell’officina, quindi spesse volte stavamo… stavamo insieme. Sicuramente ho confuso il giorno perché lo stesso Simone, mi sembra che l’8 agosto del ’90, sentito dagli inquirenti, aveva detto di essere stato da un’altra parte, cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno, non sarà stato quel giorno, sarà stato il giorno prima, cioè con Simone ci vedevamo spesso. 

Busco risponde inizialmente con un “No” ma poi sente il bisogno di esibirsi in una lunga tirata oratoria di ben 202 parole durante la quale tenta di giustificare le proprie dichiarazioni del 2004 in merito all’alibi ammettendo di potersi essere sbagliato.

Raniero Busco, nonostante la PM gli abbia appena riferito la data esatta del colloquio, ovvero “6 dicembre 2004”, dice di non ricordarla e, nonostante il suggerimento, continua a giocare con gli anni di distanza dicendo “quindi a distanza di 14 anni, infatti io a distanza di 14 anni, 15 anni”.

Busco riferisce alla PM che il maresciallo gli avrebbe detto “Eh purtroppo il suo… il suo verbale del ’90 non c’è”, in realtà il verbale c’è, la verità è che nel verbale del ’90 non c’è nessuna dichiarazione di Raniero in merito ai suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 perché nell’agosto 1990, nessuno chiese a Busco dove fosse stato nel pomeriggio del 7 agosto, né il dr. Antonio Del Greco, che lo interrogò alle 6:30 del mattino dell’8 agosto, dopo averlo fatto prelevare in Aeroporto, né l’ispettore Fabrizio Brezzi che lo interrogò due giorni dopo, il 10 agosto 1990.

 Dal processo a Busco, le testimonianze degli inquirenti che si occuparono dell’omicidio di Simonetta Cesaroni:

Dr. Nicola Cavaliere, dirigente della Squadra Mobile:  (…) non era sicuramente una persona su cui noi quella notte puntammo la nostra attenzione (…) certamente non è stato un… un verbale molto approfondito, sempre in quell’ottica ecco di… anche perché il Busco, se non vado errato (…) risultò che non sapesse neanche dove… dove la ragazzina lavorasse (…).

Ispettore Fabrizio Brezzi: (…) mi hanno da subito detto che aveva un alibi già… già accertato, già diciamo conclamato, diciamo, e quindi perché io non lo chieda non lo so, posso soltanto fare delle (…) che aveva un alibi e che non poteva essere lui il responsabile, all’epoca questo si diceva in ufficio (…) questo era quello che si diceva in ufficio, quando io, appunto, sono tornato, ho chiesto le posizioni dei… delle varie persone implicate, appunto, potenzialmente nella vicenda e mi fu detto che il Busco non poteva essere perché si trovava a lavoro (…).

Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile: (…) A quel punto occorreva conoscere questa… questa ragazza e la dovevamo conoscere attraverso una testimonianza pulita da parte dei … dei testi e non… non condizionata dalla… dalla richiesta per esempio di cosa avesse fatto lui nel corso del pomeriggio (…) non avevamo neanche certezza peraltro circa l’orario della morte, perché non era scritto da nessuna parte l’orario della morte della… della ragazza (…) Così come non è stato chiesto a lui che cosa avesse fatto quel pomeriggio, non è stato chiesto neanche a Volponi (…) ritengo che la testimonianza che il Busco dovesse rendere quel… quel giorno, era per dare indicazioni, quindi diciamo che veniva sentito ancora ulteriormente come teste, quindi non era assolutamente indagato, né la sua posizione era sospetta. Anche alla luce, ripeto di quel particolare che ritenni importante, nel momento in cui avviai l’indagine, di accertare in maniera precisa, che non vi fosse conoscenza del posto di lavoro da parte … da parte di lui. Cioè lui aveva fatto una dichiarazione e secondo me quella era una dichiarazione importante. Così lui, come l’aveva fatta anche… anche Volponi, non conoscere il posto di lavoro (…) non ho chiesto l’alibi. Non gli ho chiesto perché da Busco Raniero io mi aspettavo una come… una collaborazione, se io avessi chiesto l’alibi a Busco Raniero avrei trovato sicuramente una chiusura perché era una persona che improvvisamente, di colpo, gli veniva contestato un qualche cosa, era una…. una strategia investigativa (…)

L’ispettore Danilo Gobbi, a sua volta, durante un’udienza, ha confermato che quella notte Busco era stato prelevato dalla Polizia sul posto di lavoro e ha confermato alla PM che verosimilmente non gli era stato chiesto alcun alibi dato che il cadavere era stato rinvenuto alle undici di sera, un orario in cui Busco stava facendo appunto il turno di notte all’aeroporto di Fiumicino.

Da notare che nel finale “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare, quindi ho sicuramente confuso il giorno” Busco, per non mentire, non dice di essere stato interrogato sull’alibi né di aver detto di essere stato con Simone ma fa solo ipotesi e spera che chi lo ascolta tragga personali conclusioni. 

PM Calò: omissis

Raniero Busco: Guardi, io quel pomeriggio ricordo face… quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni. Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio, poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva. Adesso io non ricordo se c’era Simone, Fabrizio, comunque sia, era, diciamo, routine, andare al bar quasi tutte le se… tutti i pomeriggi per stare quell’oretta lì. E poi ripeto, quando facevo questo turno di notte, stavo fino all’ora di cena, poi tornavo a casa e riprendevo il turno a Fiumicino, quindi era questa, era un… diciamo una routine, le giornate erano più o meno tutte uguali, quindi anche quel giorno ho fatto quelle cose, io questo ricordo. Poi se gli altri mi hanno visto, non mi hanno visto… io questo non glielo posso dire. 

1) Busco inizia a rispondere parlando del pomeriggio del 7 agosto 1990 “io quel pomeriggio ricordo face…”, il fatto che dica “ricordo” è un’indicazione che sta per dire il vero ma che in precedenza ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con “ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne dette in precedenza. In ogni caso, prima di riferire alcunché, Busco si autocensura e

2) poi comincia a raccontare alla PM della sua routine “quando facevo i turni di notte le giornate erano più o meno tutte uguali, nel senso, io staccavo dal lavoro la mattina alle 08:00, tornavo a casa, dormivo fino all’ora di pranzo e dopo mangiato era consuetudine scendere nell’officina che avevamo sotto casa per fare piccole riparazioni”, 

3) poi torna a parlare di quel pomeriggio “Quel pomeriggio ho fatto la stessa cosa, quindi sono… ho mangiato, sono sceso nell’officina per riparare la macchina di mio fratello Paolo. Io sono rimasto fino all’incirca… tardo pomeriggio” senza specificare quanto sia rimasto in officina e che cosa intenda per “tardo pomeriggio”

4) e infine torna a parlare della sua routine “poi come facevo tutti i portier… tutti i… giorni quando ero libero dai turni, mi recavo al bar per incontrarmi con i ragazzi della comitiva”.

Chi dissimula spesso parla della propria routine per non raccontare i fatti relativi al giorno sul quale viene interrogato o per evitare di raccontare menzogne. 

Raniero Busco: Allora io sono… iniziavo i turni di notte, ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato… 

Busco sta parlando del giorno 7 agosto 1990 e quando dice “ho iniziato il turno di notte all’Alitalia, quindi ho smontato” è credibile perché prende possesso di ciò che dice, parla di un fatto preciso e usa il verbo al passato.

PM Calò: A che ora? 

La PM gli fa una domanda precisa sempre sul 7 agosto 1990.

Raniero Busco: Andavo… uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 7:00 di mattina, poi con i mezzi sociali tornavo a casa, quindi alle ore 8:00 stavo più o meno, 8:00 insomma dipende poi dal traffico da Fiumicino a… a dove ho casa tutt’ora e d’abitudine andavo a riposare fino all’ora di pranzo, quindi…

Busco non risponde a tono, invece di far riferimento al 7 agosto 1990, continua a parlare della sua routine. 

Da notare che Busco riferisce alla PM che il suo turno in Aeroporto iniziava alle 23:00. 

PM Calò:  Quindi era andato a dormire.

La PM si riferisce ancora al 7 agosto 1990. 

Raniero Busco: Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due. Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine… noi all’epoca avevamo una officina sotto casa, scendevo per fare dei piccoli lavoretti nell’officina. Qui rimanevo, normalmente, di solito, fino a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi anche perché…

Quando Busco dice “Sì, sì, ho dormito fino all’ora di pranzo, l’una e mezza, due” parla del 7 agosto 1990 ma poi, per non parlare di quel giorno, torna a descrivere la sua routine “Mangiavo e dopo mangiato è consuetudine (…) scendevo (…) rimanevo, normalmente, di solito (…) quindi il pomeriggio tardi anche perché…”. Da notare che è dal pranzo che Busco comincia a riferirsi a quella che era la sua routine.

PM Calò: Mi scusi, ma come faceva questi lavoretti nell’officina? 

Raniero Busco: Avevamo quell…

PM Calò: Tutti i giorni? Avevate un’officina? 

Raniero Busco: Sì, sì, avevamo una officina di macchine agricole e motorini, quindi, spesso e volentieri, venivano amici con piccoli problemi e insomma li… li aggiustavamo insieme, stavamo insieme. Quindi verso… posso?

E’ Busco a specificare che non lavorava in officina tutti i giorni ma “spesso e volentieri”.

Busco aggiunge al racconto cinque parole non necessarie ”li aggiustavamo insieme, stavamo insieme” mostrando di avere bisogno di nascondersi tra la folla, un bisogno che gli innocenti non hanno. 

PM Calò: Prego, prego. 

Raniero Busco: E poi era consuetudine che a una certa ora, quindi il pomeriggio tardi, sei e mezza, sette, uscivo per recarmi al bar dove era la comitiva. Lì rimanevo fino… 

Busco non dice che di essersi recato al bar nel pomeriggio del 7 agosto 1990 ma riferisce soltanto che recarsi al bar era una “consuetudine”.

Raniero Busco spera di riuscire a convincere i giudici che anche il 7 agosto 1990 si trovasse al bar al solito orario, un orario peraltro, le sette di sera, che gli avrebbe comunque permesso di commettere l’omicidio. In ogni caso, all’indomani dei fatti, il suo amico Simone Palombi riferì agli inquirenti di aver visto Busco al bar solo alle 19:45.

PM Calò: No, ecco, dovrebbe un po’ focalizzare su quel giorno. 

La PM chiede a Busco di focalizzare sul 7 agosto 1990 proprio perché lui continua a parlare di ciò che era “consuetudine”, delle sue “abitudini”, di ciò che “normalmente, di solito” faceva e non del pomeriggio del giorno dell’omicidio. 

Raniero Busco: Quel giorno… eh, quel giorno come… come… come insomma gli altri giorni sono rimasto a riparare la macchina di mio fratello Paolo fino a una certa ora, quindi, adesso non ricordo di preciso, sono uscito poi verso le sei e mezza, sette, credo, e mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino. Questa è diciamo que…

Il fatto che Busco invece di parlare del pomeriggio del 7 agosto 1990 continui ad equipararlo al pomeriggio degli altri giorni lascia intendere che quel pomeriggio non fu un pomeriggio come gli altri. 

“fino ad una certa ora” non rappresenta un riferimento temporale preciso, anzi.

Quando Busco dice “sono uscito poi verso le sei e mezza” non precisa da dove sia uscito a quell’ora. Con tutta probabilità, anche chi uccise Simonetta, uscì intorno alle “sei e mezza, sette” dall’ufficio di Via Carlo Poma n. 2. 

“dopodiché” rappresenta una lacuna temporale, Busco, dopo aver lasciato il bar, prima di tornare a casa, ha fatto qualcosa che non ci dice, non necessariamente qualcosa di rilevante, potrebbe essersi semplicemente fermato a fare benzina o a comprare le sigarette.

Quando Busco dice “mi sono recato al bar. Lì sono rimasto fino all’ora di cena e dopodiché sono tornato a casa per… ho mangiato e ho ripreso turno a… all’Alitalia a Fiumicino” è credibile. Da notare che in questa occasione non fa alcun riferimento alla routine che ha ripetutamente introdotto in precedenza trovandosi a dover raccontare gli accadimenti di quel pomeriggio precedenti all’arrivo al bar.

 PM Calò: Dopodiché? 

Raniero Busco: Dopodiché all’inci… alle 03:00 di notte, credo, adesso non mi ricordo con precisione l’orario, sono venuti i Poliziotti che mi dicevano di andare con loro e non… non dicendomi quello che era successo, dice: “Devi venire con noi, dobbiamo andare in Questura” e da lì mi hanno portato in Questura, a Via Genova, e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto. Sono rimasto…

Questo racconto di Busco è credibile. 

Quando Busco dice “e poi sono stato messo a… a conoscenza dell’accaduto”, ancora una volta non usa termini appropriati come “omicidio”, “uccisa” o “ammazzata” ma minimizza facendo ricorso al termine “accaduto”. Inoltre, neanche in questa occasione nomina la povera vittima eppure per lui sarebbe stato assai più semplice dire “Mi hanno detto che Simonetta era stata ammazzata” o quantomeno “Mi hanno detto che Simonetta era morta”.

PM Calò: Ma è stato interrogato? 

Raniero Busco: Sì, sono stato interrogato … sono rimasto, mi ricordo io, fino all’ora di pranzo, fino all’una, credo, poi da lì mi hanno rimandato a casa e mi sono rivenuti a riprendere nello stesso giorno, nel pomeriggio, mi sono venuti a prendere…

Questo racconto di Busco è credibile, il verbo è coniugato al passato e con la frase “mi ricordo” ci conferma che sta dicendo il vero.

Il fatto che Busco dica “mi ricordo” riguardo all’orario d’uscita dalla caserma, è un’indicazione che ha mentito in precedenza, che ha raccontato cose che non ricordava. Chi dice il vero infatti non può che raccontare ciò che ricorda e non ha la necessità di sottolinearlo con un “mi ricordo”. Quando un soggetto inserisce nel racconto un “mi ricordo” lo fa per differenziare la verità dalle menzogne raccontate in precedenza.

PM Calò: E che cosa le è stato chiesto?

Raniero Busco: Eeh… mi è stato chiesto quello che avevo fatto, presumo, il problema è questo: Che adesso, a distanza di… di vent’anni cioè non risulta a verbale quello che io abbia dichiarato quel giorno… eee… cioè è assurda una cosa del genere, secondo me, poi… non so quello che ha succ… sic… sicuramente, perché, ripeto, quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi, hanno fatto pressioni psicologiche dicendomi: “Guarda che cosa hai fatto, diccelo, confessa” e da lì sono stato rimandato a casa, poi. Tutto questo mi pare… poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato. Quindi io non… 

E’ l’emotività che spinge Busco a rispondere con 133 parole ed è brava la PM a non interromperlo, dalle tirate oratorie di sospettati, indagati e imputati si possono estrapolare informazioni importanti ma soprattutto, a chi si esibisce in lunghe tirate oratorie spesso sfuggono delle ammissioni, come è accaduto in questo caso.  

Busco, poiché non vuole riferire alla PM dove si trovasse nel momento in cui veniva uccisa Simonetta, fa ricorso ad una lunga tirata oratoria durante la quale si incarta clamorosamente.

“quando sono stato riaccompagnato lì in questura, nel pomeriggio, sono stato messo di fronte all’evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi,” è una sequenza incriminante. Solo un assassino può sentirsi “messo di fronte all’evidenza”, peraltro Busco spiega dettagliatamente che cosa lui intenda per “evidenza”, “evidenza, nel senso mi hanno gettato le foto del cadavere di Simonetta davanti agli occhi”.

Busco cerca di aggrapparsi agli errori fatti dagli inquirenti quando dice “poi sono stato riconvocato a distanza di un mese e poi per quindici anni non sono stato più… più ascoltato”. 

La frase di Busco “Quindi io non…“ è monca, o a causa di un’autocensura o perché la PM lo ha interrotto. Se l’interruzione fosse volontaria sarebbe un invito alla PM e ai giudici a trarre conclusioni che l’imputato non riesce a trarre perché mentirebbe. 

PM Calò:  Ma lei ricorda che cosa aveva detto in quella circostanza?

Non una buona domanda perché permette a Busco di tornare a sottolineare ancora gli errori investigativi, peraltro la PM è a conoscenza del fatto che chi indagò nel 1990 non chiese a Busco come aveva passato il tardo pomeriggio del 7 agosto. 

Raniero Busco: Sicuramente ho detto che ero a casa anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era, diciamo, una routine, una abitudine. Ho ricostruito con i miei familiari, con i miei amici così… quello che avevo fatto quel giorno. Quindi sicuramente ho detto… ho detto quella cosa lì, il problema è che non sta… è stato messo a verbale, cioè io questa cosa l’ho saputa nel 2005 che non c’era la mia versione dei fatti.

Ancora una volta Busco insiste sul fatto che il pomeriggio del 7 agosto 1990 fosse stato un pomeriggio come gli altri “una routine, una abitudine”. 

Busco mostra di essere privo del “muro della verità”, egli infatti tenta di convincere l’interlocutore dicendo:

1) “Sicuramente ho detto” 

2) “sicuramente ho detto… ho detto”

3) “anche perché adesso io, diciamo, il mio evento traumatico è iniziato dalle 3:00 di notte, quel pomeriggio era diciamo una routine, una abitudine” un tentativo di spiegare il motivo per il quale non ricorda, una frase dove peraltro la presenza dei due “diciamo” ci suggerisce che Busco non è convinto di ciò che dice.

Da notare che Busco non ha speso una parola per la vittima, pertanto appare fuori luogo che definisca gli eventi iniziati alle 3:00 dell’8 agosto “il mio evento traumatico”. “traumatico” in che senso? Avrebbe dovuto chiedergli la PM.

PM Calò: Va bene. Lei ha mai dato morsi a Simonetta? 

Raniero Busco: Assolutamente.

“Assolutamente” non ha valore di “No”,  la parola “mai” e la parola “assolutamente” non sono negazioni credibili.

PM Calò: No.

Raniero Busco: No. Assolutamente no.

Busco aggiunge a “No”, “Assolutamente no” mostrando ancora una volta di essere privo del “muro della verità”.

PM Calò: omissis

Raniero Busco: No, la mia coscienza era pulita quindi perché avrei dovuto esa… esaspe… cioè… nel senso… io non avevo fatto niente e loro mi hanno anche schiaffeggiato, quindi…

Busco invece di negare riferisce alla PM “la mia coscienza era pulita”, una rassicurazione che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” ad avere la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”. Peraltro i soggetti che non provano senso di colpa né rimorso hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“io non avevo fatto niente” non è una negazione credibile. Busco continua a non nominare Simonetta e a minimizzare usando il termine “niente” per evitare lo stress che gli indurrebbe l’uso delle parole “ucciso”, “ammazzato” e “Simonetta”. 

Da notare che Busco dice “loro mi hanno anche schiaffeggiato”, senza specificare chi lo avrebbe schiaffeggiato. 

E’ una incredibile coincidenza che l’omicida abbia schiaffeggiato Simonetta, a mio avviso, dopo aver ricevuto un primo schiaffo proprio da lei.

Nelle Motivazioni della Sentenza di Primo Grado, in massima parte condivisibili, i giudici hanno scritto: “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi (al riguardo è sufficiente una rapida scorsa alle rispettive testimonianze: ad esempio, Volponi, su altre circostanze quantomeno impreciso, ricorda perfino di aver scambiato qualche parola con l’uomo delle pulizie nei pressi della tabaccheria, Cipollone Gaetano che ha confermato) (…) E’ indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che il Busco fosse il meno “coinvolto” tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, (e sui quali egli asserisce anche di essere stato interrogato nel ’90 e proprio sui suoi movimenti del pomeriggio, per di più a suon di ceffoni e con l’ostensione delle foto del cadavere, e dunque avendo validissimi motivi per ricordare), in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una Volante della Polizia in piena notte e poi trattenuto per molte ore in Questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro”.

PM Calò:  Ecco un’altra domanda ancora, sempre a proposito di questi interrogatori a cui è stato sottoposto in Questura, insomma di queste domande che le hanno fatto. 

Raniero Busco: Del ’90, parla? 

PM Calò: Prego? 

Raniero Busco: Dell’epoca, del ’90? 

PM Calò: All’epoca, all’epoca, all’epoca, nel ’90. Come mai lei non ha mai detto niente di questo, insomma, non ha mai rappresentato questa cosa che aveva subìto in Questura? 

Raniero Busco: A chi scusi?

PM Calò: Una denuncia, per esempio. 

Raniero Busco: Erano stati… cioè sono stati due schiaffi, ho… ho pensato che in quel momento era prassi comportarsi così, credo, poi ripeto… 

PM Calò: Va bene. 

Raniero Busco:… a venti… ventitré anni, quindi ge… mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte, quindi lascio immaginare il mio stato d’animo.

 Da notare che quando Busco dice “mi hanno gettato le foto del cadavere prima di fronte” evita per l’ennesima volta di nominare la povera Simonetta Cesaroni.

E’ interessante che Raniero Busco non descriva il proprio stato d’animo ma lo lasci soltanto “immaginare”, come se la sua fosse stata un’esperienza comune ai suoi interlocutori.

— Raniero Busco interrogato in aula dall’Avv. Mondani (parte civile per Paola Cesaroni) ha affermato: Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato.

La risposta data da Busco all’avvocato “Però se mi hanno lasciato andare, quello che voglio dire io (…) e mi hanno lasciato andare e per quindici anni non sono stato più riascoltato, un motivo ci dovrebbe essere stato” non è dissimile da una risposta data in precedenza alla PM “cioè se io… mi faccio una domanda io, se io all’epoca avessi detto di essere stato con lui, non credo che mi avrebbero lasciato andare”.

In realtà gli inquirenti lasciarono andare Busco quella notte ed il giorno seguente perché commisero un errore grossolano, non lo interrogarono sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 in quanto al momento del ritrovamento del cadavere d Simonetta, Raniero si trovava al lavoro, inoltre credettero a Busco quando sostenne di non sapere che Simonetta lavorasse in via Carlo Poma.

E infine non si preoccuparono di informarsi sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 una volta venuti a conoscenza delle risultanze dell’esame medico legale. 

— Nell’intercettazione ambientale del 13 aprile 2005, delle ore 15:50 del colloquio svoltosi tra Simone Palombi e Raniero Busco nell’anticamera del Procuratore Aggiunto allorchè i due erano in attesa di essere chiamati per effettuare il confronto di cui sopra Busco si preoccupa di chiedere all’amico se già l’8 agosto 1990 egli avesse riferito agli inquirenti di aver passato il pomeriggio dell’omicidio in visita ad una zia suora e se tale circostanza fosse stata verbalizzata, lamentando, posto che le loro dichiarazioni non erano collimanti, “perché non m’hai chiamato, non c’hai chiamato subito pe’ chiari’ ste cose” (Motivazioni della sentenza di primo grado).

Raniero Busco: Ma .. tu .. io quello che ti volevo chiedere, a te quando t’han… quando t’hanno sentito? Quindici anni fa o adesso? Quand’è la prima volta che t’hanno sentito a te, che t’hanno chiesto che facevi quel giorno?

Simone Palombi: A me .. io non mi ricordo di ‘sta volta o quindici anni.

Raniero Busco: Cioè tu, quindici anni fa hai messo a verbale qualcosa? No? T’hanno sentito a te?

Raniero Busco: Io quello che voglio di’… se tu hai dichiarato quello là e l’hanno messo a verbale… OK, può darsi pure che me so’ sbagliato io.

Raniero Busco: Più adesso, sono quindici anni, io la mano sul fuoco non ce la metto che… che t’ho detto che stavo con te. Io lo… lo… ciò ‘sto flash perché… a parte confermato da quello che ho dichiarato quel… quel giorno che era successo il giorno dopo, quindi tu .. mi dici a me che ho fatto quel pomeriggio no… Cazzo sei il primo indiziato… io ho fatto, io so’… stavo… mi ricordo che stavo con te, ci siamo fermati lì da (inc.) a fa’ benzina e poi non so so’ do’ cazzo siamo andati, siamo andati al bar… intorno a quell’ora… lo…. ma se tu… se tu però… quello voglio di’ io, se tu invece… è una cosa che t’hanno chiesto dopo dieci anni… è normale, ce sta il… il dubbio che tu ti puoi essere pure… te puoi sbaglia’ con un altro giorno no!? Capito che te voglio… io è questo… solo questa cosa qui… poi il resto tranquillo, non c’è…

Busco cerca di insinuare il dubbio nell’amico.

Simone Palombi: No, io so solo che quel giorno, guarda, io ho parlato pure con mia madre, perché siamo andati … – dice guarda, siamo andati al paese, la mattina e semo ritornati (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Non è che era il lunedì?

Busco cerca di insinuare il dubbio che l’amico possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli che poteva essere il lunedì, Simonetta fu uccisa martedì 7 agosto 1990.

Simone Palombi: No no, perché… no… perché, lo sai perché? Perché io c’ho pure il toso… m’hanno richiesto pure il co… – perché siete andati là? – Ho fatto – guarda, c’ho una zia così, si può di’ che era morta e… stava… in fin di vita, infatti è morta quella (inc. voci sovrapposte) all’una e mezza –

Raniero Busco: (inc.) Sì, però quello che te voglio di’, perché quando era… allora dove… non avrei mai detto che stavo con te, hai capito quello (inc. voci sovrapposte) No… sì, cazzo, io non me lo ricordo, cioè… il giorno… il giorno… è successo, il giorno dopo… io non mi ricordo quello che ho fatto il giorno prima? Capito che ti voglio di’? Io, è questa la cosa… il mio… l’unica mia… dico, perplessità no!?… Tu sicuro che non era… non era lunedì?

Busco cerca ancora di insinuare il dubbio che possa essersi sbagliato sul giorno in cui andò a trovare la zia, suggerendogli ancora una volta che poteva essere il lunedì.

Simone Palombi: No, ee… ho… te giuro que… cento volte con mia madre… Lo sai perché, siamo andati lì oh… si ricorda pure mia madre, alla mattina e semo tornati prima de cena, il sette… il sette questo.

Raniero Busco: Il sette era martedì? 

Simone Palombi: Il sette! Che cazzo ne so 

Raniero Busco: Martedì… eh.

Simone Palombi: Il sette! Poi io… alla sera, siamo ritornati alle otto, alle sette… non so se so’ uscito, non mi ricordo un cazzo, so solo che il giorno dopo sono andato a fa’ una visita all’ospedale… al San Giacomo, che de… dovevo parti’ alla sera per anda’ in Sardegna e il pomeriggio so’ venuto da te, te ricordi che stavamo da te e dopo due minuti è venuta la Polizia e c’hanno portato là. Sono sicuro (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Me lo ricordo sì, quello me lo ricordo Simo’, però…

Da notare il “però” che serve a Busco per tornare a cercare di insinuare il dubbio all’amico.

Simone Palombi: Solo ‘ste cose mi ricordo.

Raniero Busco: Comunque questi… cioè te di’ quando… contesta’ una cosa del genere, io… cioè se tu… tu a… asserisci questo, per me, oh, è così, però… (inc. voci sovrapposte) io quello che me chiedo è come mai… se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito (inc. voci sovrapposte).

Un altro “però” serve a Busco per tornare a cercare di insinuare il dubbio all’amico.

Busco dicendo “se questo tu l’hai dichiarato e questo qui non ce l’hai contestato subito” vuol far pensare all’amico di aver fatto la dichiarazione anche nel 1990, in realtà non dice di aver detto nel 1990 che fosse con lui tanto che non riesce a dire “e questo qui non me l’hanno contestato subito” ma “e questo qui non ce l’hai contestato subito” perché non avendogli mai chiesto dove fosse stato non potevano di certo contestargli nulla.

Simone Palombi: Io l’avevo detto pure la prima volta, quando m’avevano chiamato? Cinque mesi fa?

Raniero Busco: Eh, ho capito, però un conto è quello che dichiari il giorno dopo e un conto che lo dichiari dopo dieci anni, io non mi ricordo manco quello che ho magnato l’altro mese, cioè quello che ho fatto l’altro… il mese scorso.

Un ennesimo tentativo di insinuare il dubbio.

Simone Palombi: Ma io sicuramente… ma… Ranie, sicuramente me l’avranno chiesto pure a me come dici te.

Raniero Busco: E perché non l’hanno messo a verbale allora?

Simone Palombi: Io, sicuramente, sicuramente avrò detto che io ero stato a Vallecorsa tutta la (inc. voci sovrapposte).

Raniero Busco: Sì ma me pare strano che non l’hanno messo a verbale, a… a… a Simo’.

Simone Palombi: E che ne so, non lo so (inc) Ranie, non lo so.

Raniero Busco: Hai capito? Se io dico… io dico… allora, per farme l’alibi, per esempio… loro hanno (inc. voci sovrapposte) sì ma io so’ stato il primo, prima entro io – tu fatti l’alibi, chi t’ha visto? Dove sei stato? – stavo con Simone quel giorno e ok! Sentono a te…

Busco vuol far credere a Simone di aver detto agli inquirenti “stavo con Simone quel giorno“ ma lo fa precedere da un “per esempio” che ci rivela che sta facendo semplicemente un esempio.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Per prima cosa… E non lo metti per iscritto? Cioè scusa, se c’era la… la deposizione tua, tanto di cappello oh, avrò sbagliato io, che te devo di, me so’… me sarò confuso, che non c’avrò capito niente quel giorno.

Simone Palombi: Certo.

Raniero Busco: Ma se tu… adesso a te t’hanno sentito dopo quindici anni e gli dici – io so’ stato … sì, non è vero, so’ stato da un’altra pa – cioè lascia il tempo che trova, ma mica per te eh, per… per loro… lo… ci sta una dichiarazione.

Raniero Busco: Ci vuole la massima collaborazione ma più di questo che devo fa’? Cioè la cosa è stata che tu mi … mi chiedi di sforzarmi de ricorda’ quello che ho fatto io quindici anni fa… capisco che la cosa è grande, ma io se… ma io adesso la mano sul fuoco non ce la metto che … che stavo con te! Capito quello che ti voglio di, solo questo.

Dal tenore complessivo della conversazione si desume il tentativo da parte del Busco di far coincidere le due versioni o inducendo nell’amico il dubbio (il lunedì anziché il martedì), oppure, laddove fosse risultata verbalizzata fin dal 1990 la versione del Palombi, prospettando l’impossibilità per lui (Busco) di ricordare cosa avesse fatto a distanza i quindici anni (Motivazioni della sentenza di primo grado).

— La seguente intervista, rilasciata da Raniero Busco al giornalista Giampiero Marzi a meno di un mese dall’omicidio di Simonetta, è stata pubblicata sul quotidiano “Il momento locale” il 4 settembre1990 e trascritta nelle motivazioni della sentenza di primo grado:

Giornalista: Io non so neanche quanti anni hai tu. 

Raniero Busco: Ventiquattro.

Giornalista: Ventiquattro, e lavori, lavoravi? 

Raniero Busco: Lavoro… lavoro.

Il fatto che Busco ripeta per due volte la parola “lavoro” ci annuncia che il “lavoro” è un tema importante per lui. Raniero Busco, come vedremo, non deluderà le aspettative.

Giornalista: Quando hai conosciuto Simonetta? 

Raniero Busco: Due anni fa. 

Giornalista: Due anni fa, e ci puoi raccontare dove l’hai conosciuta?

Raniero Busco: L’abbiamo conosciuta tramite amici, l’ho conosciuta qua a Roma. 

E’ inaspettato che Busco non nomini Simonetta, che inizialmente parli al plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” e solo in seguito affermi “l’ho conosciuta qua a Roma”, ancora una volta senza nominarla. 

L’uso del plurale “L’abbiamo conosciuta tramite amici” tradisce un desiderio di nascondersi tra la folla che generalmente gli innocenti non hanno. Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per duplice omicidio e Marco Mottola, indagato per l’omicidio di Serena Mollicone, hanno fatto di frequente ricorso a questo escamotage.

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Perché hai detto questo? Non devi dire queste cose. 

La Teatini si meraviglia del fatto che il figlio abbia detto al giornalista che conosceva la Cesaroni e lo esorta a “non dire queste cose”. Il fatto che la madre di Busco inviti Raniero a prendere le distanze dalla povera Simonetta ci induce a ritenere che la madre tema che il figlio sia coinvolto, un comportamento comune a molti dei familiari di soggetti sospettati o/e indagati.

Giornalista: No, è soltanto… così… 

Il giornalista cerca di giustificarsi con la Teatini, evidentemente teme che la donna gli impedisca di intervistare Raniero.

Raniero Busco: Normale conoscenza tra amici, tramite amiche, me l’hanno presentata… così. 

Busco dicendo “Normale conoscenza tra amici” prende le distanze da Simonetta. La regola vuole che il fatto che Raniero senta il bisogno di definire la conoscenza “Normale” sia un indice del contrario.

Giornalista: Quanto tempo fa mi hai detto?

Raniero Busco: Due anni.

Giornalista: In due anni hai avuto modo di conoscerla bene? 

Raniero Busco: Abbastanza.

Giornalista: Che ricordo hai di lei? 

Raniero Busco: Un buon ricordo… un buon ricordo.

Busco inaspettatamente non solo non dedica neanche una parola d’affetto alla vittima ma neanche la nomina.  

Giornalista: Ci puoi raccontare cosa successe quel 7 agosto? Ti telefonò la sorella Paola?

Il giornalista non solo sbaglia a fare due domande perché permette a Busco di scegliere a quale domanda rispondere ma introduce un’avvenimento relativo alla sera del 7 agosto 1990 che avrebbe dovuto riferirgli Raniero. 

Raniero Busco: Niente, io non so niente di quel giorno… quel giorno io stavo lavorando… quindi…

Busco fornisce una risposta evasiva e nel finale ricorre all’autocensura. 

“Niente, io non so niente di quel giorno”, non solo non è un modo credibile di negare di essere coinvolto nell’omicidio di Simonetta ma è anche una risposta sospetta. Raniero Busco non può non sapere “niente” di quel giorno, mica era in coma farmacologico. Peraltro il giornalista lo ha invitato a parlare della telefonata che gli fece la sorella di Simonetta dopo il ritrovamento del cadavere, non degli avvenimenti del pomeriggio.

Da notare che Raniero Busco dicendo “quel giorno io stavo lavorando…” tenta di lasciar intendere al giornalista che stesse lavorando mentre la Cesaroni veniva uccisa, invece Busco entrò a lavorare in Aeroporto solo alle 23:00, ovvero dalle 4 ore e mezzo alle 5 ore e mezzo dopo l’omicidio. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto.

La Teatini quando dice “Stava lì a lavorare lui… guarda, qua sotto”, vuol lasciare intendere che nel pomeriggio del giorno dell’omicidio suo figlio stesse lavorando nell’officina sotto casa ma, per non mentire, non specifica né il giorno né l’orario in cui Raniero sarebbe stato “lì a lavorare”. La Teatini spera che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Il fatto che la Teatini cerchi di fornire un alibi a Raniero per il pomeriggio del 7 agosto 1990, seppure in maniera abborracciata, è la riprova che di questo fantomatico alibi, evidentemente, in casa Busco, a circa un mese dall’omicidio di Simonetta, si continuava a parlare.

Raniero Busco: Io non sapevo nemmeno dove stava questo… dove lavorava in via Carlo Poma… quindi…

Busco non replica all’intervento della madre, né smentendo né confermando di aver lavorato nell’officina sotto casa.

Quando Raniero dice “Io non sapevo nemmeno dove stava questo…” non solo si autocensura ma sceglie di usare il termine “questo” (e non “quello” o “quell’ufficio”) per riferirsi all’ufficio di via Poma, mostrando vicinanza al luogo dove è stata uccisa la Cesaroni. 

Ancora una volta Busco prendere le distanze dalla vittima non nominando la povera Simonetta ma limitandosi a dire “dove lavorava in via Carlo Poma…” senza neanche usare la terza persona singolare femminile “lei”.

“quindi…” è un’altra frase monca, Busco spera che sia il giornalista a trarre eventuali conclusioni a lui favorevoli.

Giornalista: E come mai non lo sapevi, cioè vi incontravate solo il sabato e la domenica voi? 

Il giornalista invece di fare una domanda aperta, invita Busco a dire che incontrava Simonetta “solo il sabato e la domenica”, un errore grossolano.

Raniero Busco: Sì, io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni, quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh.

Busco, su suggerimento del giornalista, risponde affermativamente ma poi non conferma che lui e Simonetta si vedessero solo il sabato e la domenica ma torna a parlare del suo lavoro “io faccio i turni, lavoro all’Alitalia, faccio i turni” e a prendere le distanze da Simonetta  “quindi non è che ci vedevamo molto spesso… eh”. 

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Lavorava all’Alitalia.

La Teatini sottolinea ciò che ha appena riferito suo figlio.

Raniero Busco: Cioè lavoro all’Alitalia, quindi, se è… ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente.

Ancora una volta Busco riferisce al giornalista di lavorare all’Alitalia. 

E’ interessante il fatto che Busco torni sulla frase del giornalista “vi incontravate solo il sabato e la domenica voi” precisando “ci vedevamo il sabato e la domenica… generalmente”, egli infatti, togliendo l’avverbio “solo” e aggiungendo l’avverbio “generalmente”, ci dice che poteva anche capitare che si incontrassero durante la settimana. 

Giornalista: Quindi neanche aveva motivo di dirti dove lavorava in questo ufficio.

Il giornalista ancora una volta suggerisce una risposta. 

Raniero Busco: Sapevo che lavorava sulla Casilina, ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto. 

Il Dr. Antonio Del Greco, dirigente della V Sezione della Squadra Mobile che nel 1990 indagò sull’omicidio della Cesaroni ha riferito di aver creduto che Busco non conoscesse l’indirizzo dell’ufficio di via Poma pertanto mi sarei aspettata che Raniero rispondesse con un “No” ed invece, ad un superfluo preambolo “Sapevo che lavorava sulla Casilina”, Busco aggiunge “ma che faceva questo part-time in via Carlo Poma non me l’aveva mai detto”, una negazione non credibile per la presenza del “mai”.

Giornalista: Quando ti sei visto l’ultima volta con Simonetta?

Raniero Busco: Il giorno prima del fatto.

Chiamare l’omicidio di Simonetta “il fatto” è un modo di minimizzare. Busco usa una terminologia blanda per evitare di confrontarsi con lo stress che gli produrrebbe l’usare il termine “omicidio”. Per questo stesso motivo Busco evita di fare il nome della povera vittima. 

Giornalista: Proprio il giorno prima e come vi siete lasciati? 

Raniero Busco: Niente, ci siamo visti mezz’ora… siamo… capito…  perché lei…non ci dovevamo nemmeno vedere perché… eravamo rimasti d’accordo che ci vedevamo dentro la settimana, venerdì, in quanto facevo le notti io… quindi ci dovevamo vedere… niente… invece lei è capitata lì al bar dove ci incontravamo di solito… è stata mezz’ora con me… e: “Ciao, ciao”, siamo andati a casa a mangiare perché dovevo andare a lavorare io… finita lì.

La domanda è sensitiva, la lunghezza della risposta, le pause e le autocensure provano che Busco è in difficoltà e che è in ballo la sua emotività. 

Busco torna a parlare dei suoi turni di lavoro “in quanto facevo le notti”.

Da notare che Raniero ripete per due volte che si videro solo mezz’ora, un modo per prendere le distanze dalla Cesaroni.  

Giuseppina Teatini, madre di Raniero Busco: Ha fatto il turno di notte, capito?

La Teatini si intromette ripetendo che il figlio “Ha fatto il turno di notte”, sembrerebbe un’informazione di nessuna rilevanza, posto che il fatto che Busco abbia lavorato in Alitalia di notte non gli fornisce di certo un alibi per l’orario dell’omicidio, ne vedremo meglio in seguito il senso.

Raniero Busco: Facevo il turno di notte, iniziavo alle nove. 

Busco fa riferimento ancora al suo turno di lavoro notturno. 

Da notare che Busco, dopo un mese dall’omicidio, ha detto al giornalista di aver iniziato il turno “alle nove” mentre, durante il processo, ha riferito alla PM Calò che il suo turno iniziava alle 23:00 “Andavo … uscivo di casa intorno alle ore 22:00 quindi, per attaccare alle ore 23:00, facevo il turno di notte, andava dalle 23:00 alle 07:00 di mattina”. Non un dettaglio da poco.

Alla luce delle dichiarazioni in aula di chi indagò sull’omicidio di Simonetta appare chiaro il perché Busco e sua madre, durante l’intervista rilasciata al giornalista Marzi, abbiano ripetutamente fatto riferimento al lavoro in Alitalia e ai suoi turni di lavoro “quel giorno io stavo lavorando”, “io faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia, faccio i turni”, “lavoro all’Alitalia”, “facevo le notti io”, “perché dovevo andare a lavorare io” e “Facevo il turno di notte”. Raniero Busco era infatti a conoscenza del grave errore investigativo fatto dagli inquirenti che esclusero un suo coinvolgimento solo perché al momento del ritrovamento del cadavere di Simonetta lui si trovava al lavoro. 

Solo chi ha indagato nel 2004 ha realizzato che il fatto che Busco fosse entrato a lavorare alle 23:00 non permetteva di escludere che nel pomeriggio avesse ucciso a Cesaroni.  

Durante un’udienza del processo il giornalista Marziha dichiarato: (…) in Questura è stato presentato Busco come persona estranea ai fatti perché aveva… si trovava appunto sul posto di lavoro (…).

Giornalista: E’ stato un colpo durissimo… immagino. 

Raniero Busco: Eh… senza dubbio.

Inaspettatamente, ancora una volta, Busco sceglie di non parlare della vittima.

In conclusione:

1) Raniero Busco ha dissimulato;

2) si è spesso autocensurato;

3) non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso Simonetta Cesaroni;

4) non ha mai affermato di aver detto la verità;

5) ha spesso preso le distanze dalla vittima; 

6) non ha mai usato le parole “omicidio”, “assassinio”, “uccisa”, “ammazzata”, “accoltellata”, “assassino”, ”mostro” per evitare lo stress che gli avrebbe prodotto il pronunciarle; per lo stesso motivo ha detto un’unica volta “Simonetta”;

7) ha spesso mostrato di aver necessità di convincere e quindi di non possedere il “muro della verità”;

8) non ha mai speso neanche una parola d’affetto per la vittima, né per la famiglia Cesaroni;

9) non ha mai fornito un alibi verificabile ma si è sempre e solo aggrappato agli errori investigativi;

10) ed infine, non ha mai avuto parole di condanna e di disprezzo per l’assassino di Simonetta non solo per aver ucciso una giovane donna che lui conosceva ma anche per averlo costretto ad affrontare un processo per omicidio.

— Uno stralcio delle dichiarazioni spontanee:

Raniero Busco: Buongiorno eee signori giudici, naturalmente scusatemi la mia emozione se riesco ad essereee chiaro, sento però il bisogno, arrivati a questooo… al termine di questo giudizio, di aprire il mio cuore a voi cheee vi apprestate aaa a giudicarmi, io voglio riaffermare che io volevo bene a Simonetta, naturalmente non posso sapere come la nostra storia si… avrebbe potuto concludersi maaa mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna e inorridisco al solo pensiero che qualcuno possa pensare che abbia io provocato la morte di Simonetta, con questo ee voglio dire che ho provatooo il dolore più grande della mia vita da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa, questo dolore è st… l’ho provato solamente quando èèè è morto mio padre eee anche quando sono stato condannato in primo grado, non tanto… ehm… per la condannaaa in sé anche per… anche se per me è mostruosa, ma quanto per il fatto che i giudici mi abbiano ritenutooo capace di un delittoooo così incredibile, grazie.

“mai avrei pensato eee di poterle fare… di poter fare del male alla mia compagna” non è una negazione credibile.

“abbia io provocato la morte di Simonetta” è un’ammissione.

Nella frase “da quando ho saputo che Simonetta è stata uccisa” il tempo del verbo è scorretto, a circa 20 anni dall’omicidio, Busco avrebbe dovuto dire “da quando ho saputo che Simonetta era stata uccisa”. Il fatto che Busco parli come se l’omicidio della Cesaroni fosse appena avvenuto è significativo. Raniero potrebbe non aver mai superato psicologicamente quell’esperienza e soffrire di un PTSD (Sindrome Post Traumatica da Stress).

— Da un’intervista del settembre 1990 rilasciata da Raniero Busco alla trasmissione Chi l’ha visto?:

Giornalista: Lei si sente un sospettato?

Raniero Busco: Mi sento sospettatooo… non lo so, forse dalle pe… dal di fuori, dalle persone potrei anche essere portato a ritenermi di sospettato però io personalmente eee no, sono… sono pulito, ho la coscienza a posto. Una cosa normale essendooo il ragazzo, l’ultima persona cheee… che c’è stato insieme, diciamo, è il primo, diciamo, ad essere sospettato, però da parte mia… ehm… tranquillissimo.

Busco conferma al giornalista di sentirsi un sospettato e invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile di aver ucciso Simonetta, Raniero sceglie di raccontarsi come un soggetto “pulito” con “la coscienza a posto”, rassicurazioni che gli innocenti non sentono il bisogno di fornire ai propri interlocutori, sono infatti solo i “cattivi ragazzi” a sentire la necessità di rappresentarsi come dei “bravi ragazzi”. Peraltro i soggetti che non provano senso di colpa né rimorso come gli psicopatici, i sociopatici e i narcisisti, hanno sempre “la coscienza a posto”, pertanto dire di avere “la coscienza a posto” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

“l’ultima persona cheee…” è l’inizio di una frase incriminante che Busco si guarda bene dal concludere (lascio a voi il compito), Raniero Busco dopo aver pronunciato le prime tre parole si autocensura e sia la ripetizione delle “e” della congiunzione “che” che la pausa gli servono a prendere tempo per pensare ad una conclusione più o meno sensata come “che c’è stato insieme”.

— Da un’intervista rilasciata da Raniero Busco durante il processo:

Giornalista: Cosa pensa di questo processo?

La domanda del giornalista è generica e permetterebbe a Busco di negare. I soggetti innocenti accusati di omicidio, negano ogni qualvolta gli si presenti l’occasione. 

Raniero Busco: Eee penso che sia tutto così assurdo quello che hanno… le ricostruzioni, ripeto, è tutto basato su delle ipotesi, delle loro considerazioni, bisogna poi vedere contestualmente all’epoca chi è stato, io non ho fatto… niente, io, la mia forza è l’innocenza, basta.

Busco ancora una volta perde l’occasione di negare in modo credible. 

Raniero è incapace di dire “io non ho ucciso Simonetta” e non saremo noi a dirlo per lui. 

“io non ho fatto… niente” non solo non è una negazione credibile ma è indebolita dalla pausa tra “fatto” e “niente”. 

Da notare che Busco continua a minimizzare. Egli infatti, a distanza di più di venti anni dall’omicidio di Simonetta, continua ad usare le parole “fatto” e “niente” per evitare lo stress che gli produrrebbe pronunciare termini come “omicidio”, “ucciso” e “ammazzato”. 

“io, la mia forza è l’innocenza” non è una negazione credibile. Dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. 

“basta” è un termine che Busco usa per chiudere la conversazione.

— Uno stralcio di un’intervista rilasciata dopo l’assoluzione: 

Giornalista: Raniero che cosa ti hanno tolto questi 7 anni di calvario?

Raniero Busco: Il fatto di… comunque aver trascurato la mia famiglia, i miei bambini, questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane.

Quando Busco dice: “questa è la cosa proprio che, diciamo, più t… ti fa male, certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” non parla di sé come ci saremmo aspettati; Raniero non dice “questa è la cosa proprio che, diciamo, più mi fa male” ma prende le distanze dicendo “ti fa male”. Busco non sta descrivendo un’esperienza comune ma alquanto rara pertanto l’uso del “ti” invece che del “mi” si spiega in un modo solo: Raniero vorrebbe dire “mi fa male” ma mentirebbe e per evitare lo stress che gli produrrebbe dire una bugia, prende le distanze dalla realtà generalizzando. Anche quando conclude dicendo “certo il tempo sicuramente lenirà, peròòò… ehm… rimane” continua a parlare in modo generico. 

Raniero Busco: La giustiziaaa… in questo caso, secondo me, ha fallito.

E’ Busco a dire che la giustizia ha fallito, lo dice dopo essere stato assolto, e io gli credo.

Raniero Busco non ha mai fornito un alibi agli inquirenti, è difficile credere che, anche a 14 anni dai fatti, non ricordasse i propri movimenti del pomeriggio 7 agosto 1990 visto che in casa Busco il suo alibi è stato un argomento di conversazione per molto tempo ed è poi stato lo stesso Raniero a riferire ai giudici di aver provato il dolore più grande della sua vita dopo aver saputo che “Simonetta è stata uccisa”. 

I giudici della Corte di Assise di Roma hanno così ricostruito l’omicidio della giovane Cesaroni: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini. Durante i preliminari, Simonetta, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si rifiutò di proseguire il rapporto. Il rifiuto, probabilmente accompagnato da parole sferzanti indusse l’assassino, come reazione, ad infliggerle un terribile morso al capezzolo sinistro. La reazione della ragazza, anche solo verbale, a tale gesto, provocò un ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco dapprima l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina incapace di opporre una sia pur minima resistenza in quanto il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”. 

A mio avviso i fatti andarono un pò diversamente: “E’ certo che Simonetta Cesaroni ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale consenziente per l’assenza sul suo cadavere, sul reggiseno o sul corpetto di segni riferibili ad un tentativo di violenza sessuale. Durante i preliminari, quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino le morse con forza il capezzolo sinistro, la ragazza, per reazione, lo schiaffeggiò, lui l’atterrò tramortendola con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, la colpì con 29 coltellate. In altre parole: la Cesaroni non aggredì il suo assassino verbalmente o quantomeno non solo verbalmente ma lo schiaffeggiò, dopo che lui la morse durante i preliminari. Il potente schiaffone che atterrò la Cesaroni fu pertanto una classica reazione ad uno schiaffo che l’assassino aveva ricevuto dalla povera vittima. Se Simonetta si fosse semplicemente rifiutata di acconsentire ad un rapporto sessuale prima di ricevere il morso, come hanno sostenuto i giudici del primo grado, l’assassino non sarebbe riuscito ad addentare il suo capezzolo se non dopo morta. Infine per quanto riguarda il movente, il contesto è la chiave: in certi ambienti e per certi soggetti, uno schiaffo è un’onta da lavare con il sangue”.

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Pietrino Vanacore, il portiere di via Carlo Poma n. 2

Il ruolo di Pietrino Vanacore

“Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A) aiutato l’autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell’Autorità e segnatamente: il 7/8/1990 si introduceva nell’appartamento in cui era stato commesso il delitto, puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima (…)”.

Gli errori commessi da chi ha indagato sull’omicidio di Simonetta nel 1990 hanno impedito alla famiglia Cesaroni di avere giustizia e hanno contribuito a trasformare in un giallo un caso giudiziario estremamente semplice. 

1) Gli inquirenti non solo non interrogarono Raniero Busco sui suoi movimenti del pomeriggio del 7 agosto 1990 dopo averlo prelevato in Aeroporto e condotto in caserma poche ore dopo l’omicidio ma inspiegabilmente non lo fecero neanche all’indomani del deposito delle risultanze dell’esame medico legale che indicava l’orario della morte della povera Simonetta; 

2) Chi indagava non si accorse di aver sequestrato sulla scena del crimine non solo le due agendine di Simonetta ma anche quella del portiere Vanacore. 

Il 6 settembre 1990, un’agendina rossa Lavazza prelevata dagli inquirenti nell’ufficio di via Poma venne dissequestrata dall’ispettore Brezzi a favore del padre della vittima, Claudio Cesaroni, in quanto erroneamente ritenuta parte degli effetti personali di Simonetta. Claudio Cesaroni, resosi conto che oltre alle due agendine della figlia, una rosa e una celeste, gli era stata restituita un’agendina rossa Lavazza con i numeri dei familiari di Vanacore, ed appartenente proprio al portiere dello stabile Pietrino Vanacore, la riportò in Questura. In data 22 ottobre 2008, come riferito dal Maresciallo Luigino Prili durante l’udienza dibattimentale del 7 maggio 2010, il PM  e i Carabinieri effettuarono una perquisizione domiciliare che ebbe esito negativo, a Monacizzo, nell’abitazione dei coniugi Vanacore, diretta anche al rinvenimento dell’agendina (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

3) Infine, gli inquirenti sottovalutarono la testimonianza della moglie del portiere Vanacore, Giuseppa De Luca, che disse di aver visto uscire dal cortile condominiale, verso le 18:00 del 7 agosto 1990, un ragazzo biondo con un fagotto sotto il braccio e che costui le era sembrato un giovane inquilino del palazzo, l’architetto Forza. L’architetto Forza, che quel giorno non poteva essere uscito dallo stabile di via Poma in quanto si trovava in vacanza all’estero, somigliava a Raniero Busco ma gli inquirenti archiviaro come menzogna la dichiarazione della De Luca perché credettero che la donna avesse detto il falso per aiutare il marito che in quel momento era detenuto con l’accusa di omicidio aggravato.

4) Gli inquirenti ritennero che Busco non sapesse che, da più di due mesi, Simonetta era solita lavorare nell’ufficio dell’A.I.A.G. di via Carlo Poma n.2 ogni martedì e giovedì pomeriggio.

Vanacore, il 9 agosto 1991, sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Squadra Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere. Dichiarava infatti che il giorno 7 agosto 1990, dalle ore 17:10 alle ore 17:30 aveva innaffiato delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle ore 18:00 alle ore 20:00 escludendo che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B). Aggiungeva inoltre che in serata, dopo essersi recato verso le ore 22:30 nell’abitazione ubicata due piani sopra, all’interno 7 di proprietà dell’ottantanovenne Valle Cesare, al solo fine di prestare assistenza notturna a quest’ultimo, raggiunto poco dopo da sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l’interno 7, scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni. Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle ore 18:00 alle ore 19:00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti dopo il rinvenimento del cadavere. Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Secondo la PM Calò, nella ricostruzione dei fatti precedenti all’arrivo sulla scena del crimine di Paola Cesaroni e del fidanzato Antonello Barone, nonché di Salvatore e Luca Volponi, avrebbero operato due diverse catene causali che si sarebbero snodate in parallelo: la catena causale Busco e la catena causale Vanacore. In questa ricostruzione si continua ad attribuire un ruolo, ancorché successivo alla commissione del delitto, al portiere Vanacore. Secondo la PM gli elementi a riprova del coinvolgimento di Vanacore sono: 

1) Il possesso da parte della De Luca del mazzo di chiavi con il nastrino giallo, chiavi che le furono sequestrate il 21 agosto 1990; Il mazzo di chiavi con il nastrino giallo non era né quello in uso a Simonetta né quello già in uso alla portineria, (i portieri avevano altre chiavi, consegnate in precedenza al Vanacore per fare dei piccoli lavori di riparazione all’interno degli uffici A.I.A.G. commissionatigli dal direttore Carboni), ma il mazzo “di scorta” degli ostelli che si trovava appeso a un chiodino accanto alla porta di ingresso degli uffici AIAG di via Carlo Poma n. 2, dunque non vi era alcuna giustificazione del possesso di tale mazzo da parte dei portieri il 7 agosto 90. 

2) La resistenza della portiera Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, a consegnare le chiavi ai familiari e al datore di lavoro che cercavano Simonetta e poi agli agenti delle Volanti della Questura intervenuti sul posto. 

3) Il rinvenimento dell’agendina rossa Lavazza appartenente a Vanacore sulla scrivania di Simonetta. 

4) Le telefonate fatto a Macinati Mario allo scopo di contattare l’avv. Caracciolo (presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù) alle 20:30/21:00 e alle 23:00 del 7 agosto 1990. 

5) Le discrepanze di luoghi e orari per Vanacore alle 22:30 – 23:00 del 7 agosto 1990. 

6) La circostanza che il telefono di Volponi fosse stato a lungo occupato alle 20:30/21:00 del 7 agosto 1990 (a mio avviso, Salvatore o/e Luca Volponi non furono informati del ritrovamento del cadavere di Simonetta dal Pietrino Vanacore, le loro testimonianze in merito a quella sera sono credibili). 

Secondo la versione prospettata dal Pubblico Ministero, il portiere Vanacore, avendo trovato la porta dell’ufficio degli ostelli socchiusa, (perché lasciata così dall’omicida), era entrato, aveva rinvenuto il cadavere nell’ufficio del direttore Carboni e, invece di chiamare la Polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda, (direttore Carboni, nella cui stanza era stato rinvenuto il cadavere di Simonetta, presidente Caracciolo, datori di lavoro della ragazza: Bizzocchi e Volponi), lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici A.I.A.G. (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

In questo scenario assumono fondamentale rilevanza le telefonate a Macinati Mario, “factotum” di Caracciolo, presidente dell’Associazione Ostelli della Gioventù. L’avv. Caracciolo, infatti, quando si trovava presso la tenuta di campagna di Tarano, era reperibile all’utenza fissa della casa del contadino suo dipendente, Mario Macinati. Il 7 agosto 1990 Caracciolo, dopo aver accompagnato alle h. 17.30 (come riscontrato), la figlia e le sue amiche all’aeroporto, si era recato in ferie a Tarano. La sera del 7 agosto giungevano due telefonate a casa Macinati, da parte di soggetto di sesso maschile che diceva di chiamare “dagli Ostelli” e di aver urgenza di parlare con l’avv. Caracciolo. La prima delle due telefonate arrivava intorno alle ore 20,30, quindi prima che l’omicidio fosse stato scoperto da Paola Cesaroni, e prima che venisse avvisata la Polizia. Un’altra telefonata del medesimo tenore giungeva a casa Macinati più tardi, dopo le ore 23:00. Ed invero, Vanacore, dopo aver cenato con la famiglia, era uscito di casa alle 22.30 per andare a dormire a casa dell’anziano Cesare Valle cui faceva compagnia la notte, ma, alle 23.00, quando la portiera De Luca aveva chiamato a casa del Valle chiedendo del marito, (perché erano arrivati Paola Cesaroni e gli altri che le chiedevano di aprire l’appartamento dell’A.I.A.G.), Cesare Valle le aveva detto che Pietrino in realtà non era ancora arrivato (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado).

Si può facilmente escludere che Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Carlo Poma n. 2, abbia ucciso Simonetta in quanto:

1) non poteva avere la certezza che la ragazza fosse sola nell’appartamento e quindi particolarmente vulnerabile, posto che nei giorni precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega (Motivazioni della Sentenza di Primo Grado);

2) non avrebbe rivelato a sua moglie Giuseppa De Luca della presenza di un cadavere di una ragazza seminuda in un ufficio del palazzo o quantomeno non le avrebbe detto di non far entrare nessuno in quell’ufficio; 

3) non avrebbe lasciato la sua agendina sul tavolo di Simonetta perché non avrebbe telefonato a nessuno; 

4) ed infine avrebbe rimosso il cadavere da quell’ufficio. 

E’ invece probabile che Vanacore, una volta trovato il cadavere di Simonetta, non si sia posto il problema di chi avesse ucciso la ragazza ma abbia pensato semplicemente di far sparire il corpo e di ripulire la scena del crimine in modo da impedire che la morte della Cesaroni venisse collegata all’Associazione per la quale la ragazza lavorava, danneggiandola, e che, proprio per questi suoi servigi, i responsabili dell’Associazione lo avrebbero ricompensato economicamente.

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